PARIGI — Per chi voleva già riformare il funzionamento delle commissioni d’inchiesta, il dibattito sull’opportunità di pubblicare il rapporto della commissione sull’audiovisivo pubblico ha fornito molte ragioni di discussione.
Riepilogo del contesto: da un lato chi temeva che il relatore Charles Alloncle (UDR) potesse far valere la propria vittima nei media di Bolloré in caso di non pubblicazione, dall’altro chi era troppo disturbato dal contenuto del rapporto per accettarne la pubblicazione, le cose si sono infine risolte in un piccolo «sì» strappato lunedì 27 aprile dagli stessi deputati inchiestisti. A dodici voti contro dieci, il rapporto — le cui raccomandazioni erano ampiamente trapelate dai giornali (qui o lì) poco prima del fine settimana — sarà quindi effettivamente pubblicato lunedì 4 maggio, dopo cinque mesi di audizioni caotiche.
Ayda Hadizadeh (PS), membro della commissione d’inchiesta, fa parte di coloro che hanno presentato proposte di riforma poche ore prima del voto. La deputata propone di istituire due votazioni distinte, una sul rapporto e l’altra solo sulle raccomandazioni, e sostiene un duo di relatori per garantire la collegialità del testo finale. È così che hanno lavorato Violette Spillebout (EPR) e Paul Vannier (LFI) sulle violenze nelle istituzioni scolastiche, a seguito del caso Bétharram.
«Una carta da visita o una tribuna»
Per l’ex ministro della Giustizia Jean-Jacques Urvoas, oggi professore di diritto costituzionale e autore di una nota e di proposte per la Fondapol sul funzionamento delle commissioni d’inchiesta parlamentari, se Charles Alloncle “cercava prima di tutto di interpretare Fouquier-Tinville per sostenere i propri a priori”, è “ben lontano dall’essere l’unico” a aver utilizzato la propria commissione d’inchiesta per cercare visibilità. E questo è proprio il problema.
In effetti l’utilità primaria di tali commissioni dovrebbe essere quella di permettere ai parlamentari di sapere per legiferare meglio, e solo quando una semplice missione d’informazione, ad esempio, non è sufficiente a recuperare le informazioni che cercano. Comprendete: non è fare politica o sostituirsi alla giustizia.
Lo stesso suono è quello del presidente della regione Borgogna-Franco-Condé, Jérôme Durain, ex senatore socialista e presidente della commissione d’inchiesta sul narcotraffico: “Il successo di alcune commissioni d’inchiesta ha contribuito a far emergere l’idea che si potesse usarle come una carta da visita o una tribuna, e questa funzione non è sfuggita a nessuno”, sottolinea, intervistato da POLITICO.
Quella di Alloncle avrebbe però varcato una soglia: Alexandre Ouizille (PS), relatore dell’inchiesta sull’acqua in bottiglia, ritiene che quella sull’audiovisivo pubblico “rappresenti una forma di prima volta” poiché i membri della commissione denunciano “un tessuto di bugie” e un rapporto “sozzamente poco limpido”.
«L’apice della deviazione»
Ouizille lavora ancora, “con altri senatori, tra cui membri della commissione delle leggi”, sui mezzi per “rafforzare la protezione giuridica delle commissioni”.
Tra le zone d’ombra da dissipare, un referé-verità in caso di non presentazione in audizione, “il ruolo dei parlamentari nei confronti del potere giudiziario” e “i limiti all’irresponsabilità presidenziale”. “La presentazione o meno del segretario generale dell’Eliseo [Alexis Kohler, convocato nel quadro della commissione d’inchiesta sul deficit pubblico o quella sull’acqua in bottiglia] era lasciata all’apprezzamento libero del Presidente della Repubblica, dettaglia il senatore. Alcuni consiglieri sono divisi con Matignon. Chi decide, in tal caso?”
Tra le altre priorità, secondo Marc Mossé, avvocato presso August Debouzy: “Rafforzare i diritti e le garanzie delle persone audite, quindi rimettere in discussione l’articolo 6 dell’ordinanza del 1958”. Lui che aveva lanciato l’allarme, in un’intervista al Point, sulle derive delle commissioni d’inchiesta, vede in quella di Alloncle “l’apice della deviazione” di tali organi e ritiene “che non si possa restare immobili davanti allo stato di diritto”.
Jean-Jacques Urvoas non dimentica nemmeno il diritto delle persone audite: egli sostiene anche per “sicurizzare il quadro delle audizioni. Non si può permettere un arbitrio così ampio lasciato al presidente della commissione.” L’autorizzazione o meno di essere accompagnati da qualcuno, avvocato o consigliere, che può o non può prendere la parola, dipende dunque dalla buona volontà del presidente, al quale è demandato che la persona audita ponga la domanda.
Una possibilità che dovrebbe diventare sistematica, secondo Urvoas: “Se siete posti in stato di fermo, il vostro avvocato non ha il diritto di parlare, ma la sua semplice presenza, oltre al diritto di far portare osservazioni sul verbale, evita che l’ufficiale di polizia giudiziaria scriva qualsiasi cosa”, sostiene. Chiede anche il diritto delle persone convocate da una commissione d’inchiesta di consultare il verbale dell’audizione prima della messa online.
Per maggiore trasparenza, l’ex ministro chiede anche un monitoraggio delle raccomandazioni delle commissioni d’inchiesta da parte delle commissioni permanenti. Attualmente, “il modo migliore per seppellire un rapporto è pubblicarlo”, attacca, citando a sua volta Violette Spillebout e Paul Vannier, che hanno organizzato loro stessi il seguito delle proposte della loro commissione sulle violenze negli istituti scolastici (cosa che non gli ha impedito di criticare, d’altra parte, il comportamento del deputato della LFI, che mostra ogni settimana su YouTube i “retroscena” dei lavori della sua commissione, proprio nel momento in cui stava redigendo il proprio rapporto).
Quante raccomandazioni Urvoas le ha indicate a Yaël Braun-Pivet, la presidente dell’Assemblea Nazionale, che si è dichiarata preoccupata di mettere ordine, sostiene. Un gruppo di lavoro interno all’Assemblea sta pianificando una riforma del regolamento. Una delle sue riunioni, tenutasi il 12 novembre scorso, era proprio dedicata alla missione di controllo, senza che le sue conclusioni siano state rese pubbliche.