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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Teoria Geopolitica</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
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		<title>&#8220;La sfida totale&#8221;. Intervista a Daniele Scalea</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 19:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
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		<description><![CDATA[Riportiamo di seguito l'intervista effettuata da Simone Santini, per il sito “Clarissa.it”, a Daniele Scalea, redattore di “Eurasia”, a proposito del suo nuovo libro La sfida totale.


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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5147/la-sfida-totale-intervista-a-daniele-scalea-2" title="&#8220;La sfida totale&#8221;. Intervista a Daniele Scalea"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina.8rcluou5t3k88gwc84k4wo0s4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="117" alt="&#8220;La sfida totale&#8221;. Intervista a Daniele Scalea" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-size: medium;">Riportiamo di seguito l&#8217;intervista effettuata da Simone Santini, per il sito “Clarissa.it”, a Daniele Scalea, redattore di “Eurasia”, a proposito del suo nuovo libro </span></em><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/"><span style="font-size: medium;">La sfida totale</span></a><em><span style="font-size: medium;">.</span></em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-size: medium;">Si vedano anche la <a href="../../4324/recensione-a-la-sfida-totale-di-d-scalea">recensione al libro scritta da Augusto Marsigliante</a> e la precedente <a href="../../4170/la-sfida-totale-intervista-a-daniele-scalea">intervista concessa da Daniele Scalea a Stefano Grazioli</a> di “East Side Report”.</span></em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-size: medium;"><br />
</span></em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Fonte: <a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=285&amp;tema=Saggi+della+montagna">Clarissa.it</a></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È recentemente uscito per la Fuoco Edizioni il saggio &#8220;La sfida totale &#8211; Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali&#8221; di Daniele Scalea, giovane e talentuoso ricercatore già redattore della rivista di geopolitica Eurasia ed ora al suo primo libro. </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La sfida totale</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> è una gemma rara, uno straordinario esempio di come la geopolitca, apparentemente una disciplina così complessa da essere materia riservata solo a grigi specialisti, riveli invece una freschezza e una ricchezza di riferimenti, intuizioni, fascinazioni, che servono ad interpretare la storia dei popoli così come la cronaca politica internazionale. Abbiamo incontrato l&#8217;autore per una chiacchierata di largo respiro sul suo libro e alcuni aspetti della odierna situazione mondiale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Daniele Scalea, grazie per averci concesso la possibilità di questa intervista. Comincerei proprio dall&#8217;inizio. Il generale Fabio Mini ha scritto la prefazione al tuo volume, brevi note ma palpitanti e profonde. Un tuo commento.</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il generale Mini è una figura d&#8217;altri tempi. Un militare che, ad una vasta conoscenza pratica e teorica della sua professione, ha affiancato lo studio approfondito di varie tematiche, il tutto in un quadro di vasta cultura umanistica. Qualcosa di ben diverso dalla cultura superficiale, o al contrario dall&#8217;iper-specializzazione, che si sono ormai affermati nella società odierna. È stato dunque un piacere ed un onore che il mio primo libro potesse essere prefato da una persona simile.<br />
Per quanto concerne i contenuti della prefazione stessa, non posso che concordare e fare mia l&#8217;appassionata difesa della validità della geopolitica, anche se dal generale Mini divergo a proposito del giudizio sulla geopolitica classica. Secondo il Generale la geopolitica classica, incentrata sull&#8217;interesse e l&#8217;azione dell&#8217;attore statuale, passerebbe oggi in secondo piano rispetto ad una nuova geopolitica, non ancora formalizzata, che dovrebbe riguardare i nuovi soggetti primari della politica internazionale: le compagnie multinazionali, i capitali finanziari transnazionali, ed in generale le varie «reti» che bucano ed oltrepassano gli angusti confini dello Stato.<br />
Indubbiamente, oggi vi sono poteri &#8220;informali&#8221; che hanno acquisito un enorme peso decisionale. A mio giudizio, però, non è sufficiente per individuare un nuovo paradigma geopolitico. L&#8217;influenza di potentati &#8220;extra-democratici&#8221; non è una novità della nostra epoca, per quanto oggi abbia raggiunto il suo massimo. Come ha insegnato l&#8217;imprescindibile lezione della scuola elitista, troppo spesso dimenticata proprio perché mina le fondamenta ideologiche del regime attuale, tutti gli Stati d&#8217;ogni epoca e luogo sono sempre stati oligarchie, a prescindere dal loro ordinamento formale. Da sempre le minoranze organizzate riescono ad avere la meglio sulle maggioranze disorganiche, sulle masse, e da sempre lo fanno anche tramando ed agendo nell&#8217;ombra. È significativo che Karl Marx, autore quanto mai distante dagli elitisti, considerasse lo Stato come uno strumento di dominio e sfruttamento della classe dirigente su quella subalterna, e che Thomas More &#8211; lontano tanto da Marx quanto dagli elitisti &#8211; definisse lo Stato «una conventicola di ricchi che, sotto nome e pretesto di Stato, pensano a farsi gli affari loro». Da notare che si tratta di pensatori distanti non solo negli orientamenti ma anche nel tempo e nello spazio, eppure tutti convergono nella sostanza sul loro giudizio dello Stato.<br />
Pur non disponendo di una documentazione &#8220;dietrologica&#8221; ricca come quella concernente le epoche più recenti, sappiamo per certo che i magnati di Roma antica ebbero un ruolo di primo piano nel definirne la politica estera </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">contingente</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Nel Seicento e Settecento la politica dei Paesi Bassi fu determinata soprattutto dalla sua oligarchia mercantile. Nel secolo scorso il Banco di Roma incitò Giolitti a conquistare la Libia. Non sono mancate, in questo quadro, le influenze di potentati transnazionali del tipo cui fa riferimento Mini. Tanto per fare un esempio, l&#8217;espansione africana della Gran Bretagna nell&#8217;Ottocento avvenne principalmente su impulso di Lord Rothschild, ma nello stesso periodo il ramo francese della famiglia Rotschild finanziava l&#8217;imperialismo francese in Africa Occidentale. Non è neppure necessario citare lo stretto intreccio tra la politica statunitense ed il &#8220;complesso militare-industriale&#8221;.<br />
Ma tutte queste &#8220;spinte&#8221;, appena descritte, non sembrano essere state troppo divergenti dall&#8217;effettivo interesse nazionale degli Stati influenzati: Roma continuò ad espandersi attorno al Mediterraneo, rimanendo fedele alla natura geopolitica del suo impero; i Paesi Bassi cercarono di diventare la prima potenza marittima, coerentemente coi caratteri geografici del loro paese; l&#8217;Italia perseguiva la penetrazione nel Nordafrica e, in ottica di lungo periodo, l&#8217;egemonia mediterranea, logica politica di potenza per una penisola montuosa nel cuore dello stesso; infine, Francia e Gran Bretagna cercavano di crearsi propri imperi coloniali per sostenere il rafforzamento dell&#8217;apparato industriale, elemento imprescindibile della potenza statale.<br />
Le oligarchie, com&#8217;è ovvio, concorrono in maniera non trascurabile a definire l&#8217;interesse nazionale, ma non possono ignorare del tutto quel che è l&#8217;interesse </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">oggettivo</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, potremmo dire </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">scientifico</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, della nazione: e quest&#8217;ultimo è fissato prima di tutto dalla geografia. Le nazioni in cui l&#8217;interesse </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">soggettivo </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">dell&#8217;oligarchia diverge da quello </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">oggettivo</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> della nazione, e s&#8217;impone su di esso, sono destinate al declino. Ma le nazioni in cui l&#8217;interesse oligarchico s&#8217;accorda e si fonde con quello nazionale hanno saputo raggiungere, storicamente, i vertici della potenza.<br />
Se partiamo da questo presupposto &#8211; che nel corso della storia intera tutti gli Stati sono intimamente più o meno oligarchici, che tutte le oligarchie concorrono a fissare l&#8217;interesse nazionale, e che le oligarchie nazionali possono essere legate tra loro (nell&#8217;Età Moderna le dinastie regnanti erano tutte imparentate, ma ciò non impedì loro di combattersi incessantemente, così come i magnati finanziari ed industriali erano tutti in affari tra loro nella prima metà del Novecento, ma non di meno permisero due drammatiche guerre mondiali) &#8211; allora la dinamica giustamente sottolineata da Mini non ha però un peso talmente radicale da mutare il paradigma geopolitico stesso. Va tenuta in debito conto, ma non cancella la realtà geografica con cui le società umane debbono fare i conti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sono rimasto affascinato dalla concezione della geopolitica classica della divisione e contrapposizione tra potenze terrestri e marittime di cui parli nel primo capitolo del libro, e di come queste caratteristiche geografiche possano influenzare non solo le strutture economiche ma anche l&#8217;organizzazione statuale e la stessa antropologia dei cittadini. Ci puoi illustrare brevemente questi concetti?</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È sempre stato un concetto tanto palese quanto contestato quello che la geografia influisse in maniera determinante o poco meno sulle sorti delle società umane. Ciò è infatti inaccettabile agli occhi di tutte le ideologie universaliste, si chiamino esse &#8220;cristianesimo&#8221; o &#8220;marxismo&#8221; o in altro modo ancora, le quali rientrano tutte nel solco del progressismo unilineare. La geografia è un elemento </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">differenziante</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> le società umane (gli </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">habitat</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> non sono uguali per ogni popolo) e come tale non può essere presa in considerazione tra i fattori determinanti se si vuol sostenere che le civiltà hanno tutte un comune destino ineluttabile. Se invece non si vuole partire da una premessa generale (che può essere il &#8220;Paradiso&#8221; così come il &#8220;Comunismo&#8221; o la &#8220;superiorità della razza ariana&#8221;) e ricavare per </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">deduzione</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> tutto ciò che ne discende, ma al contrario si vuol partire dall&#8217;osservazione empirica della realtà per </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">indurne</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> delle regole generali, allora la geografia conquista un posto di primo piano nella definizione delle sorti delle società umane.<br />
Charles Darwin ha spiegato in maniera abbastanza convincente come le specie viventi reagiscano all&#8217;ambiente circostante </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">adattandovisi</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Quest&#8217;adattamento non riguarda solo i caratteri fisici, ma anche i comportamenti. Oswald Spengler, ad esempio, spiegava con la geografia (e dunque con l&#8217;adattamento all&#8217;ambiente) le diverse attitudini di due popoli che, dal punto di vista biologico, sono decisamente simili: quello inglese e quello tedesco. I Tedeschi, trovandosi nel mezzo di una pianura aperta su più lati, esposti ad ogni tipo di pressione da parte dei vicini, hanno sviluppato un naturale senso di coesione e solidarietà di gruppo: il comunitarismo tedesco sarebbe un surrogato di confini naturali certi. Al contrario gl&#8217;Inglesi, protetti dal mare e dediti alle attività di navigazione, avrebbero perciò sviluppato il loro peculiare individualismo. Carl Schmitt, addirittura, individuava l&#8217;origine della speculazione finanziaria nella pesca, che a differenza dell&#8217;agricoltura non dà un prodotto necessariamente </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">proporzionale</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> al lavoro ma dipende dalla fortuna.<br />
Non c&#8217;è bisogno di spingersi fino ad interpretazioni così stringenti e particolari per trovare esempi dell&#8217;influenza geografica sulla storia. È certo che solo in presenza di pianure fertili e corsi d&#8217;acqua si sono potute sviluppare le grandi civiltà stanziali, e che è proprio in queste civiltà che si sono create istituzioni statali e sociali più articolate (il sovrappiù alimentare permette la differenziazione delle attività). È certo che senza ingenti risorse di carbone la piccola Gran Bretagna non sarebbe stata così potente nell&#8217;Ottocento. È certo che senza la scoperta di rotte alternative verso l&#8217;Oriente (Capo di Buona Speranza, Stretto di Magellano) il ruolo economico dell&#8217;Italia non sarebbe declinato nel Cinquecento. Se il riso (che accelera lo svezzamento) non fosse stato originario della Cina e ivi coltivato già ottomila anni fa, difficilmente gli Han si sarebbero moltiplicati con tanta rapidità. Si potrebbero fare infiniti esempi su come la geografia sia stata determinante nella storia di ogni popolazione.<br />
Sarebbe però un errore sfociare nel puro e semplice determinismo geografico. Non a caso, tra gli eserghi del mio libro ne ho scelto uno di Halford Mackinder (tra i padri nobili della geopolitica), il quale afferma che: «</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;equilibrio di potenza è il prodotto delle condizioni geografiche e di fattori relativi, come il numero, la virilità, l&#8217;equipaggiamento e l&#8217;organizzazione dei popoli in competizione</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">». L&#8217;uomo è un artefice del proprio destino, seppure non l&#8217;unico. Usando una metafora calcistica, sicuramente calzante in questi giorni, la geografia detta le regole del gioco, ma poi in campo ci scendono degli esseri umani, capaci tanto di errori quanto d&#8217;intuizioni geniali.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel tuo volume dai ampio spazio alla figura ed al pensiero geopolitico di Zbigniew Brzezinski. Nonostante sia considerato un mentore del presidente Obama, a me pare che la sua visione strategica (contenimento dell&#8217;Eurasia con la Russia suo elemento centrale; transizione di Ucraina ed Iran nel campo occidentale) non sia prevalente nell&#8217;attuale politica americana. Concordi? Quali sono attualmente i principali antagonisti della dottrina Brzezinski?</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Brzezinski è mentore di Obama, che l&#8217;ha definito «uno dei maggiori pensatori» degli USA contemporanei. Bisogna però considerare che Obama, diventando presidente, si è trovato davanti una situazione particolare. Dal predecessore ha ereditato un debito pubblico fuori controllo, due guerre in corso e dall&#8217;andamento non positivo, cattivi rapporti con mezzo mondo e, anche se questo non si può addebitare a Bush jr. (o almeno non a lui principalmente), una grave crisi economica. È normale che in tali condizioni non si possa fare tutto quel che si vorrebbe.<br />
In ogni caso, la politica di Obama è ostile alla Russia </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">almeno</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> quanto quella del predecessore. Al di là della retorica del &#8220;</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">reset</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nelle relazioni bilaterali&#8221;, si può osservare che: lo scudo antimissili balistici non è stato abbandonato, ma solo ristrutturato (postazioni mobili anziché fisse, che sarebbero vulnerabili agli </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Iskander</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> russi piazzati nell&#8217;</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">exclave</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di Kaliningrad) ed infine ampliato (si progettano componenti anche in Romania e Bulgaria); Washington si è accordata con Mosca per sanzioni condivise contro l&#8217;Iràn, e subito dopo &#8211; contro la volontà russa &#8211; ne ha varate unilateralmente di ulteriori; recentemente la segretaria di Stato Hillary Clinton ha svolto un tour per i paesi ex sovietici, rassicurandoli sul sostegno degli USA contro il rischio di ritornare entro la sfera d&#8217;influenza moscovita.<br />
Alla luce di quanto appena detto, ritengo che Brzezinski continui a fare scuola a Washington. Tuttavia, la sua influenza diminuisce sensibilmente quando ci si sposta nel Vicino Oriente, perché la voce più forte diviene quella della</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> lobby</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> sionista.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
L&#8217;amministrazione Obama sta cambiando in qualche modo il contesto geopolitico americano? È già possibile delineare un carattere &#8220;obamiano&#8221; della attuale politica estera Usa?</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche i più feroci critici di Obama gli riconoscono sempre almeno un pregio: è un bravo oratore. Credo che proprio nelle parole stia la maggiore innovazione apportata da Obama alla politica estera statunitense. Bush abbaiava e mordeva. Obama continua a mordere ma cerca di non abbaiare, perché capita che una parola di troppo, in diplomazia, faccia più danni di una bomba. Ho appena citato il caso dei rapporti con la Russia: Obama sorride e stringe la mano a Medvedev, ma poi appena il Presidente russo si distrae, inanella una serie di misure antimoscovite che farebbero invidia ai tempi della Guerra Fredda (abbiamo avuto persino la retata di &#8220;spie&#8221; russe &#8211; alcune delle quali, come Vicky Peláez, erano </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">al massimo </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">degli &#8220;agit-prop&#8221; moscoviti, non certo dei ladri d&#8217;informazioni riservate). Medvedev non è un caso isolato. Obama sta dispensando abbracci e sorrisi a molti dei suoi nemici, cercando poi di pugnalarli alla schiena. Ha abbracciato Chávez per poi circondare il Venezuela di truppe statunitensi. Si mostra amichevole con Lula da Silva ma sostiene sottobanco l&#8217;opposizione brasiliana. Dispensa elogi a Berlusconi, ma non sorprenderebbe scoprire un giorno che, nel corso dell&#8217;ultimo anno, abbia manovrato per farlo cadere e sostituirlo con qualcuno che non consideri Putin &#8220;un amico&#8221;.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
Nel capitolo dedicato a Cina e India mostri come il Dragone viva nell&#8217;attuale contesto geostrategico una straordinaria ambivalenza: può essere considerato il competitore fondamentale dell&#8217;Impero ma allo stesso tempo anche una sorta di &#8220;hub dell&#8217;occidente&#8221; e l&#8217;economia cinese un &#8220;interfaccia&#8221; della globalizzazione anglosassone in oriente. L&#8217;attuale strategia statunitense in Medio Oriente e Asia centrale può essere considerata come un&#8217;operazione su larga scala per costringere la Cina a divenire in maniera strutturale il socio di minoranza dell&#8217;Impero? Qual è la tua opinione?</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;idea della Cina come </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">junior partner </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">appare ormai superata. Lo stesso Obama ha optato, nei primi mesi della sua amministrazione, per un &#8220;G-2&#8243;, che almeno sulla carta prevederebbe un rapporto paritario. La Casa Bianca, però, non è più abituata a trattare &#8220;alla pari&#8221; con qualcuno, e Pechino si è risentita per alcune provocazioni &#8211; come la massiccia vendita di armi a Taiwan (e qui ritorniamo all&#8217;Obama che sorride ma nel frattempo pugnala alle spalle).<br />
Oggi gli USA cercano piuttosto un asse con la Russia per arginare la Cina ma, come abbiamo visto, non mancano neppure le provocazioni a Mosca.<br />
Attualmente mi pare che la Cina navighi verso l&#8217;emancipazione: riduce le riserve in dollari e l&#8217;acquisto di buoni del Tesoro statunitensi, rafforza lo yuan per proporlo come valuta di riferimento in Oriente, ristruttura lentamente la propria economia verso il mercato interno, vara un importante programma di riarmo navale. L&#8217;incognita è la possibile prossima crisi finanziaria in Cina. Il governo si sta sforzando di sgonfiare in maniera controllata la bolla immobiliare. Se fallisse, molte cose potrebbero cambiare, ma non è scontato che lo facciano in meglio per gli USA. L&#8217;economia statunitense rimane in bilico sull&#8217;orlo del baratro, e l&#8217;onda lunga d&#8217;una eventuale crisi cinese potrebbe farle perdere l&#8217;equilibrio.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Usciamo infine dalle pagine del tuo volume per una incursione nella cronaca geopolitica. Analisti e commentatori si stanno dividendo sulle previsioni circa una possibile drammatica guerra prossima ventura in Medio Oriente. C&#8217;è chi sostiene, tra cui anche il sottoscritto, che si giungerà prima o poi ad un confronto bellico con Teheran; altri ritengono, se non sbaglio tu ti trovi su questa linea, che alla fine una guerra non ci sarà. Qual è la tua posizione e la tua analisi attuale?</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Io non so se la guerra ci sarà &#8220;alla fine&#8221;, perché si tratta di un tempo troppo poco determinato per pronunciarsi. Rimango dell&#8217;opinione che non ci sarà &#8220;a breve&#8221;, e questa previsione si è finora rivelata azzeccata &#8211; e spero, non solo per vanagloria personale, che continui ad esserlo ancora a lungo.<br />
Obama si è presentato come l&#8217;uomo che avrebbe risolto per via negoziale la crisi iraniana: sarebbe pronto ad affrontare il contraccolpo d&#8217;immagine che conseguirebbe ad uno sviluppo bellico della stessa?<br />
Gli USA hanno truppe in Iràq e Afghanistan: da ciò deriva che a) sono vulnerabili a rappresaglie iraniane e b) il loro esercito &#8220;di campagna&#8221; è in larga parte immobilizzato. Non sono le condizioni ideali per attaccare il paese persiano.<br />
Il debito pubblico di Washington è ormai fuori controllo, ed una nuova guerra non gli gioverebbe. A meno di pensare che, come successo spesso in passato, una nuova guerra possa rilanciare l&#8217;economia statunitense. Però ogni guerra dev&#8217;essere commisurata alla crisi che dovrebbe risolvere. Attaccare l&#8217;Iràq all&#8217;inizio degli anni &#8217;90 o dopo l&#8217;esplosione della bolla &#8220;IT&#8221; può risolvere piccole crisi congiunturali, ma per crisi sistemiche come quella attuale sarebbe necessario un conflitto mondiale (vedi il Ventinove).<br />
Molti di questi deterrenti non si applicano a Israele, che rimane perciò l&#8217;indiziato principale per un ipotetico attacco aereo contro l&#8217;Iràn. Credo ci siano discrete possibilità che Tel Aviv lanci una nuova aggressione bellica entro la fine dell&#8217;anno, ma la vittima più probabile è ancora una volta il Libano.<br />
Il programma nucleare iraniano non è ancora così minaccioso da giustificare un&#8217;opzione militare. Anche se, come si diceva in precedenza, spesso gli uomini sbagliano. E i dirigenti a Washington e Tel Aviv, più di molti altri, negli ultimi tempi ci hanno abituato a parecchi errori, soprattutto quando a pagarli col sangue sono altri popoli.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">Scheda libro:</span></strong><span style="font-size: small;"><br />
<a href="http://sfidatotale.wordpress.com/about/">http://sfidatotale.wordpress.com/about/</a> </span></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">Dove trovarlo:</span></strong><span style="font-size: small;"><br />
<a href="http://sfidatotale.wordpress.com/dove-trovarla/">http://sfidatotale.wordpress.com/dove-trovarla/</a> </span></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">Acquista on-line:</span></strong><span style="font-size: small;"><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788890465826/scalea-daniele-mini/sfida-totale-equilibri-e.html">http://www.ibs.it/code/9788890465826/scalea-daniele-mini/sfida-totale-equilibri-e.html </a></span></p>
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		<title>La collocazione geopolitica dell&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 07:32:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervento di Daniele Scalea al convegno “L'Iran e la stabilità del Medio Oriente”, tenutosi a Trieste giovedì 3 giugno 2010 presso l'Hotel Letterario Victoria e co-organizzato dall'Associazione Culturale “Strade d'Europa” e da “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4856/la-collocazione-geopolitica-delliran" title="La collocazione geopolitica dell&#8217;Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/persepolis_national_geographic.db9dga0mps84kcgoooos08ks8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La collocazione geopolitica dell&#8217;Iran" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Quella che segue è la trascrizione dell&#8217;intervento di Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e autore de </em><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/">La sfida totale</a><em> (Fuoco, Roma 2010), al convegno “<a href="../../4249/liran-e-la-stabilita-del-medio-oriente-il-3-giugno-a-trieste">L&#8217;Iran e la stabilità del Medio Oriente</a>”, tenutosi a Trieste giovedì 3 giugno 2010 presso l&#8217;Hotel Letterario Victoria e co-organizzato dall&#8217;Associazione Culturale “Strade d&#8217;Europa” e da “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le immagini sono le stesse che, proiettate nella sala, hanno accompagnato l&#8217;intervento originale.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4857" title="Trieste-Iran" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran.jpg" alt="" width="635" height="476" /></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;intervento è composto da due parti distinte. La prima, e principale, sarà un inquadramento generale dell&#8217;Iràn nel contesto geopolitico globale e in particolare eurasiatico. La seconda affronterà invece il problema delle ultime e contestate elezioni presidenziali nella Repubblica Islamica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Cominciamo dalla prima parte e, dunque, dalla collocazione geopolitica dell&#8217;Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4858" title="Trieste-Iran2" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran2.jpg" alt="" width="635" height="476" /></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa mappa, ripresa da un volume del geografo britannico Halford John Mackinder, mostra come i geopolitici classici, in particolare quelli anglosassoni, vedessero il mondo. La geopolitica classica centra la propria attenzione sul continente eurasiatico: infatti, in Eurasia si trovano la maggior parte delle terre emerse, della popolazione umana, delle risorse; e sempre in Eurasia sono sorte le principali civiltà della storia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il mondo è diviso in tre fasce, che dipartono concentriche proprio dal centro dell&#8217;Eurasia. Qui si trova la “area perno” (<em>Pivot area</em>) o “terra-cuore” (<em>Heartland</em>), la cui caratteristica è di essere impermeabile alla potenza marittima. Non ha infatti sbocchi sul mare (se si eccettua l&#8217;Artico, che non garantisce però collegamenti col resto del mondo), né vi è collegata neppure per via fluviale, in quanto i principali corsi d&#8217;acqua della regione sfociano nell&#8217;Artico o in mari chiusi. Nella Terra-cuore, pertanto, la potenza continentale non è contrastata da quella marittima.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Terra-cuore è avviluppata da una seconda fascia, la “mezzaluna interna” (<em>Inner Crescent</em>), che percorre tutto il margine continentale eurasiatico dall&#8217;Europa Occidentale alla Cina, passando per Vicino e Medio Oriente e Asia Meridionale: per tale ragione è detta anche “terra-margine” (<em>Rimland</em>). Qui la potenza continentale e quella marittima tendono a controbilanciarsi l&#8217;un l&#8217;altra.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine, al di fuori dell&#8217;Eurasia, si staglia la terza ed ultima fascia, la “mezzaluna esterna” (<em>Outer Crescent</em>), che comprende le Americhe, l&#8217;Africa, l&#8217;Oceania e pure Gran Bretagna e Giappone. Essa è la sede naturale della potenza marittima, dove quella continentale non può minacciarla.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo Mackinder, che scriveva all&#8217;inizio del Novecento, l&#8217;avvento della ferrovia avrebbe neutralizzato la superiore mobilità del trasporto marittimo, riequilibrando la situazione a favore della potenza tellurica (continentale, terrestre). John Spykman, mezzo secolo più tardi, ridimensionò il peso delle strade ferrate, sostenendo che la potenza talassica (marittima) manteneva il proprio vantaggio: la Terra-cuore è sì imprendibile per la talassocrazia (l&#8217;egemone sui mari), ma non può minacciare quest&#8217;ultima senza prima occupare la Terra-margine. Compito della talassocrazia – che in quegli anni, proprio come oggi, erano gli USA – è precludere il <em>Rimland</em> alla potenza continentale (allora l&#8217;URSS).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4859" title="Trieste-Iran3" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran3.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La strategia del contenimento, durante la Guerra Fredda, s&#8217;accorda con la visione del mondo della geopolitica classica. Contro un avversario che occupava l&#8217;<em>Heartland</em> (il riferimento è ovviamente all&#8217;URSS), gli USA talassocratici hanno messo in funzione un dispositivo che mantenesse sotto controllo il <em>Rimland</em>, impedendo a Mosca di raggiungere le coste continentali e proiettarsi sui mari. In tale dispositivo rientrano la NATO in Europa Occidentale, la CENTO nel Vicino e Medio Oriente, la SEATO in Asia Sudorientale e l&#8217;alleanza con Corea del Sud e Giappone (e in un secondo momento anche con la Cina) in Estremo Oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4860" title="Trieste-Iran4" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran4.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Della CENTO, o Patto di Baghdad, faceva parte anche l&#8217;Iràn, oltre a Turchia, Iràq, Pakistan e Gran Bretagna (in qualità di ex padrone coloniale). Dalla cartina è facile individuare nella CENTO un anello della catena di contenimento che corre lungo tutto il <em>Rimland</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran5.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4861" title="Trieste-Iran5" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran5.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa cartina mostra, semplificando un po&#8217; la situazione, quelli che erano gli schieramenti nei primi decenni della contrapposizione bipolare in Vicino Oriente. Se Egitto, Siria e Iràq si erano avvicinati all&#8217;URSS,  nella regione gli USA poggiavano sulla triade di potenze non arabe: Israele, Turchia e Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran6.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4862" title="Trieste-Iran6" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran6.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Rivoluzione Islamica del 1979 pone fine all&#8217;alleanza tra Iràn e USA, pur senza portare Tehr<span style="font-family: Arial,sans-serif;">ā</span>n nel campo sovietico. Ciò rafforza il peso dei due perni superstiti, Turchia e Israele, ed anche il maggiore appoggio che Washington garantisce ai due paesi, ed in particolare a Tel Aviv. Dal canto loro tutti i paesi arabi, ad eccezione di Siria, Iràq e Yemen del Sud, seguendo il voltafaccia egiziano prendono più o meno tiepidamente posizione per gli Stati Uniti d&#8217;America, disperando della possibilità che l&#8217;appoggio sovietico possa apportare loro grossi benefici. Preferiscono puntare sull&#8217;avvicinamento a Washington, sperando che ciò possa spezzare la “relazione speciale” tra la Casa Bianca e Tel Aviv, e quindi ricevere una più equa mediazione nei confronti dello Stato ebraico. Speranza che rimarrà delusa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran7.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4863" title="Trieste-Iran7" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran7.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;immagine, ripresa da <em>The Grand Chessboard</em> di Zbigniew Brzezinski, mostra la visione del continente eurasiatico da parte degli eredi della geopolitica classica nordamericana. La Federazione Russa continua a mantenere una posizione centrale, pur ristretta rispetto all&#8217;epoca sovietica, mentre la Terra-margine è divisa in tre settori. Per ognuno di essi Brzezinski suggerisce una politica regionale a Washington.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A Occidente – ossia in Europa –  si trova quella che Brzezinski definisce “la testa di ponte democratica”, ossia il <em>pied-à-terre</em> della talassocrazia nordamericana in Eurasia. L&#8217;integrazione europea pone una sfida agli USA: se dovesse fallire restituendo un&#8217;Europa frammentata e litigiosa, o se al contrario dovesse avere grosso successo creando un&#8217;Unione Europea monolitica e strategicamente autonoma, in entrambi i casi la presenza statunitense nella regione sarebbe messa in discussione. La soluzione prospettata da Brzezinski è quella di mettersi a capo dell&#8217;integrazione europea e dirigerla in modo che non leda gl&#8217;interessi nordamericani: esattamente quanto successo, con l&#8217;espansione della NATO a precedere ed indirizzare quella dell&#8217;UE, che ha demandato la propria sicurezza e guida strategica al capoalleanza d&#8217;oltreoceano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A Oriente gli USA hanno ulteriori basi avanzate, in Giappone e Corea, che debbono mantenere ad ogni costo. Ma Brzezinski, memore di una delle mosse che ha deciso la Guerra Fredda, consiglia pure di coltivare i rapporti con la Cina, che potrebbe diventare per gli USA una seconda testa di ponte in Eurasia, <em>pendant</em> dell&#8217;Europa a oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine c&#8217;è il Meridione, corrispondente al Vicino e Medio Oriente, dal Mediterraneo all&#8217;India.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran8.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4864" title="Trieste-Iran8" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran8.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In quest&#8217;area, Brzezinski ritiene che gli alleati naturali, anche se sovente involontari, della geostrategia statunitense siano Turchia e Iràn. Coi loro intenti panturanici la prima e panislamici la seconda, si proiettano nel Caucaso e nell&#8217;Asia Centrale controbilanciando l&#8217;influenza russa e frustrandone il tentativo di riconquistare quelle regioni alla propria area d&#8217;influenza. Questi “interessi competitivi” tra Turchia, Iràn e Russia, individuati da Brzezinski, corrispondono più alla situazione degli anni &#8217;90 che a quella del decennio appena trascorso, in cui i tre paesi hanno privilegiato la soluzione “cooperativa” su quella “competitiva”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran9.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4865" title="Trieste-Iran9" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran9.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Spostiamoci ora dal quadro propriamente geostrategico a quello energetico. La cartina schematizza la situazione dell&#8217;energia in Eurasia, individuando quattro regioni importatrici (Europa, Asia Orientale, Asia Meridionale e Asia Sudorientale) e quattro regioni esportatrici (Russia, Asia Centrale, Iràn, Vicino Oriente). Le quattro regioni produttrici potrebbero sostanzialmente ridursi a due: l&#8217;Asia Centrale non ha sbocchi sul mare, dipende dai paesi circostanti per lo smercio delle sue risorse, ed in particolare dalla Federazione Russa in ragione della rete d&#8217;oleodotti e gasdotti retaggio d&#8217;epoca sovietica; l&#8217;Iràn invece esporta molto meno del suo potenziale, come vedremo tra poco. Rimangono dunque la Russia e il Vicino Oriente, ma quest&#8217;ultimo è diviso in una pluralità di nazioni, spesso politicamente, economicamente e socialmente fragili. Ecco perché la Russia può essere individuata come la maggiore potenza energetica del continente eurasiatico (e del mondo).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran10.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4866" title="Trieste-Iran10" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran10.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;immagine mostra come la rete delle condotte energetiche esistenti faccia perno sul territorio della Federazione Russa. In particolare, l&#8217;Asia Centrale dipende quasi totalmente da Mosca per l&#8217;esportazione dei propri idrocarburi verso l&#8217;Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4867" title="Trieste-Iran11" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran11.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli USA hanno cercato d&#8217;inserirsi nella connessione Asia Centrale-Russia-Europa. Essa, infatti, crea un rapporto di <em>interdipendenza</em> tra i tre soggetti. In particolare, Mosca ne riceve importanti leve strategiche nei confronti dei paesi europei e centroasiatici. Il piano di Washington consiste nel creare nuove rotte energetiche dall&#8217;Asia Centrale all&#8217;Europa che scavalchino la Russia. Il primo importante progetto in tale direzione è stato l&#8217;oleodotto Bakù-Tblisi-Ceyhan. Aperto nel 2006, ha avuto un effetto meno dirompente di quanto s&#8217;attendessero gli Statunitensi: esso ha infatti raccolto il petrolio azero, ma solo in maniera marginale quello dei paesi centroasiatici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4868" title="Trieste-Iran12" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran12.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni il gas naturale ha acquisito un&#8217;importanza crescente nel paniere energetico, e per questo i progetti più recenti si sono concentrati proprio sul trasporto del “oro blu”. Gli USA hanno rilanciato con l&#8217;ambizioso progetto del <em>Nabucco</em> che, partendo dalla Turchia, dovrebbe giungere fino in Austria, rappresentando un canale alternativo al transito sul territorio russo. Mosca non è però rimasta a guardare: i Russi hanno già avviato la costruzione del <em>Nord Stream</em> e si preparano a lanciare quella del <em>South Stream</em>; i due gasdotti, passando rispettivamente sotto il Baltico e il Mar Nero, scavalcheranno l&#8217;Europa Orientale (che ha creato diversi problemi al transito di gas russo) ed accresceranno sensibilmente il volume delle forniture russe all&#8217;Europa Occidentale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran13.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4869" title="Trieste-Iran13" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran13.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il <em>Nabucco</em> ha un grave punto debole: l&#8217;incertezza riguardo i bacini d&#8217;approvvigionamento da cui dovrebbe trarre il gas per l&#8217;Europa. A parte il gas azero, è probabile che lo riceverà dall&#8217;Egitto e dall&#8217;Iràq. Tuttavia, ciò potrebbe essere insufficiente rispetto alle ambizioni per cui verrà creato. Inoltre, il suo palese scopo geopolitico è sottrarre gas centroasiatico, ed in particolare turkmeno, al transito per la Russia. Ma il gas turkmeno ha sole due vie per poter arrivare a Erzurum: un ipotetico gasdotto transcaspico (cui s&#8217;oppongono due nazioni rivierasche – Russia e Iràn – e sulla cui possibilità di realizzazione tecnica permangono numerosi dubbi), oppure un transito sul territorio iraniano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran14.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4870" title="Trieste-Iran14" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran14.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma il ruolo dell&#8217;Iràn rispetto al <em>Nabucco</em> potrebbe non essere soltanto quello d&#8217;un semplice canale di transito del gas turkmeno. Il paese persiano è già un grande esportatore di petrolio, ma potenzialità ancora maggiori le mostra rispetto al gas naturale, avendo riserve provate che sono le seconde più vaste al mondo. E sebbene sia il quinto maggiore produttore mondiale di gas, l&#8217;Iràn è a malapena il ventinovesimo esportatore. Ciò perché gran parte del gas prodotto viene consumato all&#8217;interno. Questa è una delle principali motivazioni del programma nucleare iraniano: soddisfare il fabbisogno energetico interno col nucleare, e liberare ingenti quantità di gas per l&#8217;esportazione. Esportazione che potrebbe passare proprio per il <em>Nabucco</em>, se si verificasse una distensione col Patto Atlantico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran15.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4872" title="Trieste-Iran15" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran15.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche per scongiurare quest&#8217;eventualità, la Russia si è prodigata a sponsorizzare il progettato gasdotto Iràn-Pakistan-India. Rivolgendo verso oriente il gas iraniano, Mosca s&#8217;assicura di rimanere la principale ed imprescindibile fornitrice energetica dell&#8217;Europa. Tehr<span style="font-family: Arial,sans-serif;">ā</span>n e Islamabad hanno già avviato la costruzione dei rispettivi tratti, mentre Nuova Dehli, complici anche le pressioni di Washington, è ancora titubante. I Pakistani hanno offerto ai Cinesi di prendere il posto degl&#8217;Indiani; per ora Pechino non ha né accettato né rifiutato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran16.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4873" title="Trieste-Iran16" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran16.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questa fase il Vicino Oriente sembra stia vivendo una nuova polarizzazione. Rispetto a quella della Guerra Fredda, il ruolo degli attori strategici esterni è inferiore rispetto a quello dei paesi locali, ma non per questo trascurabile. L&#8217;ascesa dell&#8217;Iràn intimorisce molti paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, che assieme a Giordania e Egitto hanno ormai concluso un&#8217;alleanza “inconfessata” con Israele, ovviamente benedetta dagli USA. L&#8217;Iràn, oltre all&#8217;alleato siriano e ad un paio di paesi in bilico (Iràq e Libano) sembra poter contare anche sulla Turchia: un paese che possiede proprie ambizioni di egemonia regionale, ma in questa fase ha scelto la cooperazione con l&#8217;Iràn. Questo secondo blocco coltiva buoni rapporti con la Russia e la Cina.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran17.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4874" title="Trieste-Iran17" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran17.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Passiamo quindi alla seconda parte di quest&#8217;esposizione, che concerne le elezioni presidenziali iraniane del 2009. In particolare, si cercherà di capire se davvero esse siano state viziate da brogli decisivi, ovvero se la vittoria di Ahmadinejad possa considerarsi sostanzialmente genuina. Ci si appoggerà alle risultanze d&#8217;una mia ricerca più particolareggiata, di cui riporterò solo alcuni dati più significativi tralasciando i calcoli intermedi ed altre argomentazioni accessorie – che si potranno comunque leggere consultando la ricerca stessa, che sarà citata in conclusione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran18.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4875" title="Trieste-Iran18" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran18.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questi sono i contestati risultati ufficiali delle elezioni. La prima cosa che balza all&#8217;occhio sono gli oltre 11 milioni di voti di scarto tra Ahmadinejad ed il secondo classificato, Musavì. In un paese in cui ogni seggio vede presenta osservatori indipendenti e dei vari candidati (compresi quelli sconfitti: in particolare, Musavì aveva più osservatori di Ahmadinejad) appare estremamente improbabile se non impossibile pensare ad una manomissione tanto massiccia delle schede già nei seggi. Non a caso, gli stessi oppositori di Ahmadinejad che hanno denunciato i presunti brogli propendono sempre per la tesi che i risultati siano stati semplicemente riscritti a tavolino dalle autorità. Anche se il riconteggio parziale delle schede in alcune delle circoscrizioni dai risultati più controversi ha confermato le risultanze iniziali, l&#8217;ipotesi dei brogli ha mantenuto ampio credito in tutto il mondo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran19.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4876" title="Trieste-Iran19" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran19.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure i risultati delle elezioni erano in linea con quanto predetto dalla maggior parte degli osservatori e dei sondaggi. Pur non fidandosi dei sondaggi d&#8217;opinione iraniani, ce n&#8217;è uno, molto significativo, che è stato realizzato con tutti i crismi di scientificità da tre importanti organizzazioni statunitensi: il centro <em>Terror Free Tomorrow</em> (non sospettabile d&#8217;essere benevolo verso Ahmadinejad, avendo tra i suoi consiglieri anche il senatore John McCain), il prestigioso istituto <em>New America Foundation</em> e la ditta di ricerche di mercato <em>KA</em>, tra i <em>leaders</em> mondiali del settore. Questo sondaggio, pur registrando un alto numero d&#8217;indecisi, mostrava una propensione di voto verso Ahmadinejad relativamente più alta, rispetto aMusavì, di quella effettivamente registratasi alle elezioni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran20.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4877" title="Trieste-Iran20" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran20.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span><span style="font-size: medium;">C&#8217;è un altro dato molto significativo. Se si sostituisse Musavì del 2009 col candidato Rafsanjani che nel 2005 sfidò Ahmadinejad al ballottaggio, si scoprirebbe che i risultati delle ultime due elezioni presidenziali in Iràn sono quasi coincidenti. Si tenga presente che nel 2005 in Iràn governava Khatamì, che alle ultime elezioni ha sostenuto Musavì, proprio come Rafsanjani.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran21.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4878" title="Trieste-Iran21" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran21.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span><span style="font-size: medium;">Secondo taluni commentatori, una “prova” di brogli sistematici alle elezioni del 2009 sarebbe l&#8217;eccessiva uniformità di voto da provincia a provincia. L&#8217;evidenza aritmetica, tuttavia, mostra che il voto del 2009 è stato più difforme localmente rispetto a quello del 2005 (che, ricordiamo, si è svolto sotto un governo “riformista”, retto dagli attuali avversari politici di Ahmadinejad).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran22.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4879" title="Trieste-Iran22" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran22.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La difformità locale del voto in Iràn nel 2009 è nettamente superiore a quella registratasi, ad esempio, alle elezioni italiane del 2008 – che però non per questo sono state tacciate d&#8217;invalidità.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran23.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4880" title="Trieste-Iran23" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran23.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alì Ansari, ricercatore della londinese <em>Chatham House</em>, ha individuato 10 province (su un totale di 30) in cui i voti ottenuti da Ahmadinejad sarebbero improbabili rispetto ai risultati del 2005. Ansari, al pari di molti sostenitori della tesi dei brogli, adotta sempre come metro di confronto il primo turno del 2005. Ciò è scorretto, poiché il quadro politico era completamente differente. Innanzitutto, nel 2005 non c&#8217;era un presidente uscente candidato – che invece nel 2009 era proprio Ahmadinejad – e perciò la contesa appariva più plurale: nel 2005 ben cinque candidati superarono il 10% dei voti al primo turno. La situazione registratasi nel 2009, con soli 4 candidati e la netta polarizzazione di voti sui due principali, richiama palesemente il secondo turno e non il primo del 2005. Rifacendo i calcoli di Ansari basandosi appunto su un raffronto col ballottaggio del 2005, e riconoscendo a Ahmadinejad il 61,75% dei nuovi votanti (ossia la percentuale che ottenne nel 2005), si nota che in 2 delle 10 province Ahmadinejad è addirittura in calo. In altre 4 ha incrementi percentuali inferiori al 10%; solo in 4 i suoi voti sono aumentati di più del 10%, con un picco in Lorestan del 17,72%. Vanno qui fatte due precisazioni: i voti guadagnati in queste 4 province, anche volendo ammettere che siano tutti fraudolenti, ammontano a poco più di mezzo milione, a fronte d&#8217;uno scarto complessivo su Musavì d&#8217;oltre 11 milioni di voti. In secondo luogo, non è scontato che incrementi anche così significativi non possano essere genuini. Riprendendo il confronto col caso italiano, si può osservare che – ad esempio – i partiti del Centro-destra (compreso l&#8217;UDC, che nel frattempo aveva abbandonato la coalizione) nella circoscrizione “Campania 1” ebbero un incremento percentuale dei consensi pari a quasi il 10% in soli due anni (dal 2006 al 2008). I flussi elettorali esistono, e non sono necessariamente indice di brogli diffusi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran24.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4881" title="Trieste-Iran24" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran24.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Queste sono le indicazioni per chi volesse approfondire i temi qui trattati, o conoscere le fonti delle affermazioni appena fatte.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran25.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4882" title="Trieste-Iran25" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran25.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per un quadro generale della politica internazionale odierna e recente, si rimanda al libro, da poco edito per i tipi di Fuoco Edizioni, <em>La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia”, è autore de </strong></em><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/"><strong>La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali</strong></a><strong><em> (Fuoco, Roma 2010).</em></strong></span></span></p>
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		<title>Phil Kelly commenta “La Russia chiave di volta del sistema multipolare” di Tiberio Graziani</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4261/phil-kelly-commenta-%e2%80%9cla-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare%e2%80%9d-di-tiberio-graziani</link>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 11:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il professore Philip Kelly (Emporia State University), politologo statunitense, Tiberio Graziani, direttore di "Eurasia", e Daniele Scalea, redattore della stessa, si confrontano sull'ultimo editoriale di Graziani dal titolo "La Russia chiave di volta del sistema multipolare", pubblicato nel numero 1/2010 di "Eurasia".

.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4261/phil-kelly-commenta-%e2%80%9cla-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare%e2%80%9d-di-tiberio-graziani" title="Phil Kelly commenta “La Russia chiave di volta del sistema multipolare” di Tiberio Graziani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pkelly4.7ycgpa2aavc4gokkwog8c00s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="112" alt="Phil Kelly commenta “La Russia chiave di volta del sistema multipolare” di Tiberio Graziani" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.emporia.edu/socsci/faculty/pkelly.htm">Philip Kelly</a> (foto) è docente di Scienze politiche presso l&#8217;<a href="http://www.emporia.edu/">Emporia State University</a> (Texas, USA). “Eurasia” ha pubblicato il suo saggio </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">“Il Sudamerica come zona di pace”</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nel <a href="../../59/lamerica-indiolatina">nr. 3/2007</a>, ed un suo contributo sulla geopolitica degli Stati Uniti d&#8217;America sarà pubblicato prima della fine dell&#8217;anno in un nuovo numero della rivista dedicato alla potenza nordamericana.</span></span></em></span></span></p>
<p><a href="../../3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare">“<span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia chiave di volta del sistema multipolare”</span></span></span></span></a><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> è l&#8217;editoriale, firmato dal direttore Tiberio Graziani, del numero 1/2010 di “Eurasia”.</em></span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Il professor Kelly ha inviato i commenti seguenti, che per sua gentile concessione riproduciamo in traduzione italiana integrale. Segue risposta della Redazione di “Eurasia”.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>***</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Commento di Phil Kelly:</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Riassunto di quella che reputo la tematica centrale</strong></span><strong>: </strong>La Russia diverrà presto il perno centrale, o la <em>chiave di volta</em>, del nuovo emergente sistema geopolitico globale multipolare, composto da quattro attori dominanti (USA, Cina, India e Russia) che interagiscono con gli <em>attori emergenti</em>, <em>subordinati</em> e quei paesi <em>esclusi</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In tale nuova configurazione, gli Stati Uniti risultano retrocessi dal rango di egemone globale del sistema unipolare che ha caratterizzato gli anni &#8217;90: ciò a causa dell&#8217;attuale crisi finanziaria, della sovraestensione (<em>elefantiasi imperialista</em>) e dei conflitti potenziali con Giappone, Europa e America Latina.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questi fattori segnalano il ritorno dell&#8217;Eurasia come super-continente dominante nella geopolitica mondiale, con la Russia ancora perno centrale e la Cina e l&#8217;India allineate alla Russia. Tuttavia, ciascuna di queste tre nazioni deve rimediare ad alcune debolezze prima che tale supremazia possa emergere: le problematiche interne legate alla modernizzazione, le tensioni socio-etno-culturali e le questioni demografiche.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia guiderà la formazione d&#8217;un <em>ponte eurasiatico</em> che collegherà Europa e Giappone attraversando l&#8217;Eurasia Centrale, che aprirà il Medio Oriente alla Russia e, ancora, marginalizzerà il Nordamerica dall&#8217;Europa e non solo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Trascuro altre teorizzazioni, ma quelle appena riportate mi paiono essere il succo dello scritto. A questo punto devo dichiarare che mi trovo in disaccordo con molti di questi argomenti sollevati dall&#8217;autore.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Valutazione</strong></span><strong>: </strong>non posso che plaudire alla consistenza geopolitica dell&#8217;autore. La sua presentazione è, secondo me, in gran parte geopolitica, benché occasionalmente vi diparta in taluni aspetti che menzionerò più sotto. Fondamentalmente, egli segue piuttosto da vicino gli approcci geopolitici sia di Saul Cohen sia di Zbigniew Brzezinski, benché le sue conclusioni tendano ad essere alquanto differenti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;articolo è incentrato fondamentalmente sull&#8217;<em>equilibrio di potere</em>, che a mio giudizio si configura qui come geopolitico. Scrivo questo perché, talvolta, la geopolitica trasborda in altre teorie delle relazioni internazionali, come ad esempio di il neo-realismo di Kenneth Waltz. Si potrebbe includere anche l&#8217;analisi dei <em>sistemi</em>, che concernerebbe le inter-relazioni geopolitiche del manuscritto. Apprezzo che nella descrizione che l&#8217;autore fa degli USA, l&#8217;analisi viri al post-modernismo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ciò detto, sono però in disaccordo con l&#8217;autore sui seguenti punti:</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- l&#8217;Europa 	Occidentale non dev&#8217;essere omessa tra gli attori dominanti nella 	geopolitica globale. Ritengo l&#8217;UE molto più influente e pivotale 	dell&#8217;India. Si mostra poco fiduciosa verso la Russia ed assai più 	confidente nell&#8217;alleanza con gli USA. Ma non ravviso il dominio 	statunitense sull&#8217;area, malgrado l&#8217;attuale crisi dell&#8217;Euro.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- L&#8217;America Latina non è 	un&#8217;area emergente nella politica mondiale. Rimango dell&#8217;opinione che 	l&#8217;America Centrale rientra nella sfera d&#8217;influenza del Nordamerica, 	e che il Sudamerica, benché indipendente, non ha e non può avere 	un grande impatto sulla geopolitica globale, in particolare su 	quella dell&#8217;Eurasia. Il Brasile potrebbe essere una remota 	eccezione, ma dubito che potrà esercitare una proiezione globale 	nel breve periodo. L&#8217;ondata politica che ha caratterizzato l&#8217;ultima 	decade, con l&#8217;elezione di numerosi presidenti di sinistra in America 	Latina, non indica l&#8217;interesse della regione a mettere in scacco 	l&#8217;egemonia statunitense, né un suo coinvolgimento nell&#8217;equilibrio 	di potere della diplomazia eurasiatica. Rientra semmai nei cicli 	destrorsi-sinistrorsi che ormai da decenni s&#8217;alternano nella 	politica latinoamericana. L&#8217;intera regione è semplicemente troppo 	debole e divisa e disinteressata ad un ruolo globale. E gli USA 	trascurano ampiamente il meridione solo perché poco importante 	nella politica mondiale, e considero ciò un indice di realismo.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- Per 	me gli Stati Uniti continueranno ancora per un certo periodo ad 	essere l&#8217;egemone o perno mondiale. La sua natura bioceanica, più 	vantaggiosa che svantaggiosa, permetterà loro di ricoprire il ruolo 	di <em>ago 	della bilancia</em> regionale sia sul fianco orientale dell&#8217;Eurasia (tra Giappone, Cina 	e India) sia su quello occidentale (tra Europa Occidentale e 	Orientale e Russia).</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- La 	Russia è un perno o <em>chiave 	di volta</em> molto debole (ed anche questa potrebbe essere un&#8217;esagerazione), e 	resterà incapace di forgiare una solida alleanza con la Cina o 	l&#8217;Europa, né tantomeno col Giappone. Maggiori possibilità le ha 	con l&#8217;India, non esattamente un forte soggetto eurasiatico. Non vedo 	neppure l&#8217;importanza del Medio Oriente per la Russia, suggerita 	invece dall&#8217;autore.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- Ravviso 	un tema post-modernista nella descrizione geopolitica resa 	dall&#8217;autore degli Stati Uniti e della loro <em>elefantiasi 	imperiale</em>. 	Ovviamente io sono un nordamericano ed un fermo sostenitore del 	presidente Obama e della segretaria di Stato Clinton. Non vedo 	spinte imperialiste, aggressive o cospirative nell&#8217;attuale politica 	estera statunitense. Il paese si prepara a lasciare l&#8217;Iràq in 	estate e, se possibile, a stabilire una tregua coi Talibani per 	evacuare pure l&#8217;Afghanistan. Non sembra l&#8217;atteggiamento di un 	imperialista. Semmai, gli USA sono in fase di introversione, decisi 	a focalizzarsi sulle riforme interne e lo stallo del sistema 	politico.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- L&#8217;India non partecipa 	all&#8217;equilibrio di potere eurasiatico. La sua geopolitica mira invece 	a mantenere lo stallo con la Cina e, in subordine, col Giappone. Gli 	Stati Uniti fungono qui da perno centrale.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- Sono 	abbastanza curioso del ruolo che la Russia potrebbe ricoprire in un 	<em>ponte</em> eurasiatico tra Giappone e Europa Occidentale che attraversi 	l&#8217;Eurasia Centrale. Non credo in realtà che la Russia possa 	realizzarlo; semmai, ritengo che questa regione (l&#8217;Eurasia Centrale) 	sia la maggiore candidata al ruolo di <em>shatterbelt</em> competitiva nella politica mondiale, la prima e sola ad apparire 	dalla fine degli anni &#8217;80 quando, assieme alla Guerra Fredda, svanì 	questo tipo di formazione geopolitica.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- A 	mio parere il <em>momento 	unipolare</em> continua: le principali potenze mondiali, Russia e Cina incluse, al 	momento sostengono tale equilibrio. Non vedo Russi e Cinesi opporsi 	alla dirigenza mondiale statunitense. Un giorno il mondo potrà 	strutturarsi in maniera multipolare, come suggerito dall&#8217;autore, ma 	non oggi.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- Non 	ravviso alcun consolidamento russo-cinese. Vedo semmai proseguire 	una struttura geopolitica a <em>scacchiera</em>, 	ancora una volta con gli USA nel ruolo di perno centrale e ago della 	bilancia tra le nazioni dei due estremi eurasiatici.</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- Ancora 	due appunti. La mia previsione è che il prossimo egemone mondiale 	sarà il paese o la regione che assumerà il controllo della fonte 	energetica del futuro, probabilmente il solare e/o una combinazione 	di nuove fonti (eolica, geotermica, gas, uranio, più petrolio). 	L&#8217;Europa Occidentale e gli USA sarebbero molto più avanzate di 	Russia, Cina o India. Inoltre, il prossimo egemone sarà il paese 	più forte in termini di unità etnoculturale e di solidità 	fiscale-monetaria. Anche sotto tali aspetti vedo USA e Europa 	Occidentale messi meglio di Russia, Cina o India.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<ul></ul>
<p>***</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Risposta di Tiberio Graziani e Daniele Scalea (redazione di “Eurasia”):</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il professor Philip Kelly, stimato esperto di geopolitica, ha rivolto interessanti osservazioni critiche all&#8217;editoriale di Tiberio Graziani relativo al nr. 1/2010 di “Eurasia”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Riassunto dell&#8217;editoriale di T. Graziani</strong></span><strong>: </strong>gli attori del quadro internazionale sono classificabili in alcune categorie. Gli <em>attori egemoni</em> sono quei paesi che per geografia, economia o potenza militare determinano le scelte e i rapporti internazionali degli altri paesi e delle organizzazioni globali: USA, Russia, Cina, India. Gli <em>attori emergenti</em> sono i paesi che, sfruttando proprie peculiarità geopolitiche o strategiche, cercano di smarcarsi dalle decisioni imposte dagli aa. egemoni: Venezuela, Brasile, Bolivia, Argentina, Uruguay, Turchia, Giappone e parzialmente Pakistan. Gli <em>attori inseguitori-subordinati</em> sono quei paesi che rientrano nella sfera d&#8217;influenza di uno degli aa. egemoni:  sono <em>inseguitori</em> quelli che giudicano utile permanere in tale sfera d&#8217;influenza, <em>subordinati</em> quelli che lo fanno per imposizione o totale mancanza di coscienza geopolitica. Gli <em>attori esclusi </em>sono quei paesi che non rientrano nel quadro finora delineato (insubordinati, ma incapaci di smarcarsi dagli egemoni).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Vista la presenza di quattro aa. egemoni,  il quadro internazionale può considerarsi multipolare. Tuttavia, gli USA cercano di difendere la posizione acquisita nel momento unipolare, principalmente attaccando la Russia e cercando l&#8217;acquiescenza di Cina e India.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia mantiene, in Eurasia, il ruolo di <em>Heartland</em> già individuato e descritto da Halford Mackinder, ma nell&#8217;ambito dell&#8217;ascesa di un nuovo ordine multipolare assume anche altre funzioni. Mosca ha costruito solidi rapporti con Cina e India, e meglio di queste due potenze può stringere legami positivi anche con l&#8217;Europa e il Giappone, fino a cooptarli in un sistema d&#8217;alleanze e cooperazione su scala continentale, che emargini dall&#8217;Eurasia la potenza talassocratica – vincendo dunque la sua resistenza al nuovo multipolarismo.<br />
Rimane però scoperta un&#8217;area fondamentale dell&#8217;Eurasia: il Vicino e Medio Oriente. Solo con una chiara scelta di campo la Russia potrà estromettervi l&#8217;influenza nordamericana.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Rilievi critici del prof. P. Kelly</strong></span><strong>: </strong>per facilità di risposta e di lettura, accorpiamo le dieci osservazioni di P. Kelly in un numero inferiore di punti più generali, che ci permettiamo di riassumere come segue:</span></span></p>
<ul>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il mondo non è 	multipolare ma ancora unipolare;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la Russia non è in 	grado di coinvolgere gli altri poli continentali in una comune 	geopolitica di sicurezza eurasiatica che escluda la talassocrazia;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">l&#8217;Unione Europea merita 	d&#8217;essere classificata come attore egemone più di altri paesi, e 	dell&#8217;India in particolare;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">l&#8217;America Latina non ha 	alcun ruolo significativo nella geopolitica mondiale.</span></span></li>
</ul>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Risposte</strong></span><strong>:</strong> mantenendo i medesimi quattro punti riassuntivi dei rilievi di P. Kelly, procediamo a rispondervi:</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- oggi 	numerosi commentatori ritengono che il “momento unipolare” sia 	passato, e si sia entrati o si stia entrando in un nuovo “momento 	multipolare”. La nostra opinione è che ci si trovi in tale fase 	di passaggio. Oggi gli USA godono ancora in una certa misura della 	propria egemonia. Washington ha capacità di proiezione globale, e 	può ingerire negli affari di qualsiasi area del pianeta. Non di 	meno, a differenza di quanto accadeva negli anni &#8217;90, alcune grandi 	potenze oggi esercitano una certa resistenza nelle proprie regioni. 	Attorno ai “poli” rappresentati da Russia, Cina e Brasile 	s&#8217;osservano aree in cui l&#8217;influenza degli USA è solo pari se non 	inferiore a quella del polo regionale: l&#8217;<em>estero 	vicino</em> per Mosca, l&#8217;Asia Sudorientale e Centrale per Pechino, il Sudamerica 	per Brasilia. La nostra opinione è che queste “egemonie 	regionali” andranno rafforzandosi nel tempo, e nuovi poli vi si 	aggiungeranno: la Turchia e la Germania sono tra i maggiori 	candidati. Oltre a ciò, s&#8217;osserva una crescente capacità di 	proiezione esterna da parte dei nuovi poli regionali: della Cina in 	Africa, di Russia e Cina in Centroamerica e Sudamerica. La nostra 	previsione è che, nel giro di qualche anno (un paio di decenni al 	massimo), la transizione all&#8217;ordine multipolare si potrà 	considerare pienamente compiuta;</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- già 	negli anni della Guerra Fredda la Russia aveva un rapporto molto 	positivo con l&#8217;India. Nelle ultime due decadi Mosca si è 	riappacificata con la Cina, in un rapporto che ormai rasenta 	l&#8217;alleanza strategica, ed ha instaurato legami positivi con diversi 	paesi europei di primo piano (Germania e Italia su tutti). Mosca 	appare perciò come il centro d&#8217;una trama di rapporti bilaterali tra 	grandi potenze eurasiatiche, trama che potrebbe evolversi in 	un&#8217;autentica rete multilaterale: in tal senso la Russia può essere 	la <em>chiave 	di volta</em> del nuovo sistema multipolare. Per quanto riguarda l&#8217;ipotesi che 	l&#8217;Asia Centrale possa configurarsi come <em>shatterbelt</em> competitiva tra Russia e Cina con gli USA <em>ago 	della bilancia</em>, 	non è questo ciò che s&#8217;osserva oggi. Russia e Cina stanno 	collaborando nell&#8217;area tramite l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione 	di Shanghai, evidentemente motivate ad escludere gli USA dalla 	regione. L&#8217;Asia Centrale potrà diventare un&#8217;area di 	contrapposizione russo-cinese, ma non prima che il tentativo di 	penetrazione dell&#8217;egemone sarà stato sventato dalle due potenze;</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- l&#8217;Unione 	Europea, e persino alcuni paesi europei presi singolarmente (su 	tutti la Germania), hanno il potenziale per diventare, o meglio 	tornare, grandi potenze mondiali, ma tale potenziale è ancora 	largamente inespresso. L&#8217;Unione Europea in questa fase non incide se 	non in minima parte nella politica internazionale. Essa potrà 	presentarsi come attore egemone quando: a) assumerà una 	configurazione istituzionale realmente unitaria, almeno per quanto 	riguarda i meccanismi decisionali e l&#8217;applicazione delle relative 	disposizioni in tutti quei settori di rilievo strategico; b) 	adotterà un&#8217;unità d&#8217;intenti in politica estera ed una chiara, 	condivisa e autonoma identità geopolitica; c) si sottrarrà alla 	tutela statunitense, ossia a quel rapporto “vassallatico” che la 	vede subordinata politicamente e militarmente al capoalleanza 	d&#8217;oltreoceano. Per quanto concerne l&#8217;India, è vero che al momento 	si tratta dell&#8217;ipotetico attore egemone meno forte – 	rassomigliando al Brasile come grande potenza emergente, ma con lo 	svantaggio d&#8217;essere attorniata da altre potenze pari o superiori. In 	particolare, l&#8217;India attualmente è pressoché priva di qualsivoglia 	capacità di proiezione globale o anche solo regionale (richiamando 	in ciò la situazione del Giappone). Tuttavia, l&#8217;India ha un enorme 	potenziale demografico che raggiungerà il suo momento più 	favorevole nei prossimi decenni e che, se debitamente sfruttato, 	permetterà a Nuova Delhi di recuperare, almeno in campo 	economico-produttivo, buona parte del <em>gap</em> accumulato rispetto ad altri paesi (la Cina su tutti);</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- l&#8217;America 	Latina (o “Indiolatina”, in omaggio alla sua sempre più 	importante componente d&#8217;origine amerindia) non sta solamente 	attraversando un ciclo politico interno, ma si sta impegnando in uno 	sforzo d&#8217;integrazione senza precedenti: anche volendo sottovalutare 	l&#8217;ALBA, non si può fare lo stesso dell&#8217;UNASUR. Inoltre la <em>Comunidad 	de Estados Latinoamericanos y Caribeños </em>si 	presenta apertamente quale alternativa all&#8217;OSA egemonizzata da 	Washington, rimarcando il progressivo affrancamento dall&#8217;ingombrante 	vicino settentrionale. Questa spinta integrativa è certo più 	marcata nei paesi governati dalla “sinistra”, ma coinvolge anche 	quelli “moderati” o persino “destrorsi”, perché 	evidentemente risponde ad un&#8217;effettiva esigenza ed interesse di 	questi Stati. Le conseguenze di un&#8217;America Indiolatina non più 	sottomessa agli USA potrebbero sconvolgere il panorama geopolitico 	globale. Infatti, gli USA – potenza continentale – hanno potuto 	tramutarsi in talassocrazia e proiettarsi al di là degli oceani 	principalmente perché privi di rivali o minacce sul proprio 	continente. L&#8217;affrancarsi dell&#8217;intera regione, l&#8217;ascesa d&#8217;una grande 	potenza mondiale come il Brasile ed il coagularsi attorno ad essa 	dei paesi vicini, costringeranno Washington a distogliere almeno 	parzialmente l&#8217;attenzione dal fondamentale teatro eurasiatico per 	volgerla al proprio ex “cortile di casa”. Ciò agevolerà le 	spinte multipolariste che, coscientemente (è il caso russo e 	cinese) o incoscientemente (è il caso indiano e giapponese), 	porteranno all&#8217;emarginazione ed infine all&#8217;esclusione della 	talassocrazia nordamericana dal continente eurasiatico.</span></span></p>
<ul></ul>
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		<title>Il tramonto del Leviathan statunitense</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 08:36:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Grego]]></category>
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		<description><![CDATA[Pur se in una fase di declino gli Stati Uniti sono ancora capaci di esercitare una residua forma di egemonia: l'attuale fase è da ritenersi potenzialmente più pericolosa della precedente fase unipolare perché è proprio quando l'animale è ferito mortalmente che la sua reazione diventa più sconsiderata e furente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4240/il-tramonto-del-leviathan-statunitense" title="Il tramonto del Leviathan statunitense"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/wallstreet.8oryar4d2qkg04o8kw0kow4kg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="61" alt="Il tramonto del Leviathan statunitense" ></div></a><p><span style="font-size: small;"><strong>Premessa sull&#8217;espansionismo statunitense</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel libro <em>Terra e Mare</em> (1) il grande giurista e teorico dello Stato Carl Schmitt interpreta la storia del mondo alla luce della centralità dello scontro geostrategico tra l&#8217;elemento tellurico e l&#8217;elemento marino, dai quali discendono due diverse concezioni della politica, del diritto e della civiltà. Lo scontro tra questi due elementi ha origine con la storia dell&#8217;uomo, basti pensare alla rivalità tra Roma e Cartagine, ma è solo con l&#8217;avvento della modernità che l&#8217;elemento marino, fino ad allora  sottomesso a quello tellurico sembra essere in grado di fronteggiarlo alla pari e anche di avere la meglio su di esso.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">L&#8217;Inghilterra, conquistando le terre al di là dell&#8217;oceano ed esercitando la supremazia sui mari, si è affermata come potenza marittima mondiale: essa è il Leviathan, che si oppone alla potenza terrestre (Behemoth) rappresentata dagli Stati continentali, fondati sull&#8217;identità collettiva della nazione e sulla difesa della patria e dell&#8217;integrità territoriale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Con il tramonto della potenza inglese sono gli Stati Uniti a prenderne il posto, rivendicando non solo l&#8217;egemonia sulle Americhe con la ‘dottrina Monroe’, ma anche la supremazia negli oceani, attraverso la forza aeronavale, e tramite quest&#8217;ultima il dominio globale. Nell&#8217;affermazione di questa egemonia marittima mondiale si nasconde, secondo Schmitt, il germe della rovina, perché conduce alla trasformazione del diritto fra gli Stati in diritto privato internazionale, cioè in diritto commerciale, e introduce una forma di moralismo universalistico, politicamente pericoloso, perché fa appello al concetto discriminatorio di guerra giusta. Sicché il forte radicamento tellurico caratteristico del Vecchio Mondo (Eurasia e Africa) si confronta con il Nuovo Mondo, il luogo dell&#8217;universalismo indistinto e delocalizzato, ricettacolo di progetti messianici e mondialisti. Di qua una visione imperiale tellurica, di là una talassocrazia che mira all&#8217;egemonia mondiale; di qua il <em>nomos</em> della terra, di là la ‘tirannia dei valori’, il relativismo e il nichilismo assoluto che derivano dallo sradicamento e dal primato dell&#8217;economia sulla politica. Si tratta quindi di due concezioni geopolitiche, giuridiche e spirituali radicalmente opposte. Tale percezione di uno scontro fatale tra due opposte visioni del mondo si giustifica anche con il vissuto contingente e le posizioni assunte da Schmitt, basti pensare che alla fine degli anni Trenta questi applaudì al Patto Ribbentrop-Molotov ed al contempo riconobbe nell&#8217;Occidente, Gran Bretagna e Stati Uniti, l&#8217;avversario irriducibile dell&#8217;Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Gli Stati Uniti infatti, fin dalla loro fondazione, si sono basati su un costrutto ideologico che postula la loro unicità come luogo della giustizia e della pace (Occidente) in contrapposizione all&#8217;Europa (Vecchio Mondo) luogo dell&#8217;oscurantismo e della tirannia. Tale forma di ideologia con venature messianiche trova il suo fondamento nel calvinismo professato dai Padri Pellegrini fuggiti dal Vecchio Continente per approdare sulle coste dell&#8217;America con l&#8217;intento di costruire la ‘Nuova Gerusalemme’. Riassumendo gli Stati Uniti si possono definire, per dirla con Damiano, «<em>una nazione ideocratica, ‘aiutata’, nel suo ‘tracciato’ espansionista, da una costellazione iniziale di favorevoli circostanze geostoriche, quali, l&#8217;immenso spazio a disposizione; l&#8217;isolamento geografico; l&#8217;assenza di potenti vicini; una forte immigrazione di popolamento; la conflittualità europea, specie nei primi decenni dopo l&#8217;indipendenza; il predominio inglese sui mari. A ciò va aggiunta la circostanza storica probabilmente più importante, ossia la “deriva suicidaria dell&#8217;Europa”, a partire dalla prima guerra mondiale</em>» (2).</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong> Segnali inequivocabili di decadenza</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">L&#8217;espansionismo statunitense, che ha avuto diverse fasi, arriva al suo culmine nel ventesimo secolo, quando Washington decide di superare la dottrina Monroe di egemonia continentale per passare alla fase ulteriore dell&#8217;egemonia globale imponendosi come agente di ‘sovversione’ mondiale (con, a partire dal 1948, Israele quale sub-agente di destabilizzazione regionale nel Mediterraneo e Vicino Oriente). Si badi bene che l&#8217;opera di ‘distruzione creativa’ messa in atto dagli Stati Uniti, parte essenziale del suo moto espansionistico, ha agito ed agisce ancora in tutti i campi: economico, culturale, giuridico, spirituale, ma soprattutto a livello politico e geopolitico. A partire dal 1945, l&#8217;emisfero occidentale, coincidente fino a quel momento con le Americhe secondo l&#8217;originaria formulazione della dottrina Monroe, si espande fino ad includere prima l&#8217;Europa occidentale ed il Giappone, sconfitti ed occupati militarmente, poi, con il crollo dell&#8217;Unione Sovietica, il mondo intero. La fine del bipolarismo est-ovest ha, difatti, prodotto un vuoto nel continente eurasiatico che, data l&#8217;estrema debolezza e mancanza di obiettivi degli Stati europei, gli Stati Uniti, come unica superpotenza rimasta, hanno cercato velocemente di colmare prima che nuovi attori sorgessero a contrastarla. All&#8217;interno di questa strategia americana rientra il fenomeno della globalizzazione, esso non rappresenta altro che il tentativo estremo da parte degli Stati Uniti di estendere al mondo la propria <em>Ordnung</em>. Nasce, infatti, proprio in questa fase il <em>Project for the New American Century</em> (PNAC, Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank americano, fondato nel 1997, che delineerà la politica americana negli anni successivi. Tra i fondatori del PNAC, in prevalenza ebrei americani, ci sono personaggi che durante i due mandati presidenziali di Bush Jr. assumeranno incarichi di governo, basti pensare a Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz. Il PNAC non è altro che un progetto scaturito dal filone neoconservatore che, preso il sopravvento nella seconda metà degli anni &#8217;90, fa l&#8217;esaltazione fanatica e millenarista dei predetti miti fondatori degli Stati Uniti e del ‘destino manifesto’ quale missione affidata da Dio di civilizzare il mondo, uniti alla crociata ideologica trockista per l&#8217;‘esportazione della democrazia’ e la ‘guerra permanente’. Proprio negli anni &#8217;90 si assiste ad una politica estremamente aggressiva e unilateralista di Washington che tuttavia nel mentre continua attivamente a stimolare negli altri Paesi, specialmente in Europa, il multilateralismo e l&#8217;interconnessione finanziaria, da utilizzare come leve per indebolire ulteriormente la loro sovranità. Tuttavia la ‘fine della storia’ pronosticata da Francis Fukuyama e il trionfo definitivo del capitalismo di stampo americano che avrebbe portato la globalizzazione e l&#8217;americanizzazione del mondo, non si sono verificati. La fase unipolare dell&#8217;espansionismo americano, iniziata approssimativamente nel 1991 e terminata approssimativamente nel 2001, rappresenta non l&#8217;inizio del “Nuovo Secolo Americano”, come auspicato dagli americanisti di tutte le risme, ma bensì la sua conclusione, il tentativo estremo da parte degli Stati Uniti di preservare l&#8217;egemonia globale e frenare la nuova fase multipolare subentrante. A ben vedere il momento di massimo unipolarismo americano ha coinciso con il culmine della globalizzazione.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il processo della globalizzazione, le cui origini risalgono al periodo 1944-1947 (Istituzione degli accordi di Bretton Woods, creazione del Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e accordi GATT), rappresenta la proiezione mondiale del sistema statunitense in una logica unipolare egemonica. Si può delimitare la fase ascendente della globalizzazione propriamente detta nel periodo che va dai primi anni &#8217;80 (1980: elezione di Reagan, 1982: morte di Brezhnev) al 1995, quando raggiunge il suo culmine con la creazione dell&#8217;OMC ovvero l&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio, attestando l&#8217;apparente trionfo dell&#8217;ideologia liberista che necessita della libera circolazione di capitali, beni e persone. Non è un caso che proprio in questo breve periodo di trionfo statunitense avviene quella che per Vladimir Putin è stata «<em>la peggior tragedia geopolitica del XX secolo</em>», ovvero il crollo e lo smembramento dell&#8217;Unione Sovietica. Un&#8217;altra ‘tragedia geopolitica’ avverrà in piena Europa con la dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, la conseguenti guerre separatiste e l&#8217;apice dell&#8217;aggressività anti-europea statunitense raggiunto nel 1999, con i bombardamenti sulla Serbia dietro il paravento della NATO. Tuttavia oggi possiamo affermare che il culmine del ‘momento unipolare’ degli Stati Uniti raggiunto negli anni &#8217;90 piuttosto che rappresentarne il trionfo ne segna già l&#8217;inizio della discesa nel baratro.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Al volgere del Terzo Millennio gli USA erano in forte difficoltà sul piano politico-economico, entrando in una vera e propria recessione dopo circa 10 anni di crescita economica forzata e drogata, sorretta da un fortissimo indebitamento interno, da un grande passivo della bilancia dei pagamenti con forte indebitamento esterno, da una tendenza fortemente al ribasso sulla quota imputabile di commercio internazionale. Anche sul piano internazionale la loro egemonia era messa in discussione dall&#8217;emersione del potenziale polo geopolitico e geoeconomico rappresentato dall&#8217;Unione Europea. La recessione ed il declino della superpotenza USA, la fine delle forme specifiche della globalizzazione, stavano, infatti, avvenendo da diversi anni prima dell&#8217;11 settembre 2001, ed evidenti ne erano i segnali. La situazione interna degli USA, già dagli inizi degli anni &#8217;90, presentava dei problemi: basti ricordare che nel 1992 il debito nazionale generale era di oltre 4.000 miliardi di dollari (3), l&#8217;assistenza sanitaria era carente e una gran parte della popolazione americana si ritrovava a non avere una minima protezione sociale, il livello degli investimenti e dei risparmi  erano inferiori a quelli dei paesi europei, e dal punto di vista produttivo vi era una bassa competitività con minimi tassi di crescita di produttività. La distanza esistente tra ricchi e poveri negli USA è aumentata a dismisura negli ultimi 30 anni; se nel 1969 infatti, l&#8217;1% della popolazione possedeva il 25% di ricchezza nazionale, nel 1999 questa percentuale è salita a circa il 40%, mentre l&#8217;indebitamento finanziario interno è passato da 12 a 22 trilioni di dollari tra il 1995 e il 2000. Se a ciò si aggiunge l&#8217;enorme indebitamento degli USA nei confronti del resto del mondo, coperto da appena il 4% delle riserve di valuta, e il sempre più alto disavanzo commerciale, si comprende quanto diventano forti le debolezze dell&#8217;economia americana negli anni ‘90, in piena era della globalizzazione. Inoltre, l&#8217;eccedenza degli investimenti  attuati da un esagerato afflusso di capitali esteri e da una politica monetaria troppo espansiva ha portato a valori artificialmente gonfiati in Borsa con la conseguente crisi che ne è seguita; i livelli di  profitto sono scesi, così come i consumi, ed è evidente che gli Stati Uniti erano in una seria fase di difficoltà economica, ben nascosta dai media e dalle istituzioni internazionali compiacenti, fino a giungere alla recessione, molto prima dei tragici eventi dell&#8217;11 settembre. Un falso grande boom americano sostenuto da un decennio in cui le famiglie e le imprese hanno speso molto di più di quanto guadagnavano e un indebitamento non più sostenibile che, con la successiva moderazione dei comportamenti economici, porta ad un forte rallentamento dell&#8217;economia, fino alla recessione. Ecco quindi che, nella seconda metà degli anni &#8217;90, attraverso la guerra del dollaro contro l&#8217;euro, la crisi petrolifera a guida americana e la gestione della New Economy nel contesto generale della finanziarizzazione dell&#8217;economia, gli Stati Uniti hanno cercato di nascondere la loro crisi ed hanno giocato le loro carte per soffocare le mire di affermazione ed espansionistiche innanzitutto del nuovo polo dell&#8217;Unione Europea e in misura via via maggiore anche degli altri poli geopolitici mondiali emergenti. Il gioco del caro dollaro e del caro petrolio si accompagna, quindi, alla ‘bolla finanziaria’ sui titoli della “Net Economy”; questo è uno specifico aspetto del modello complessivo neoliberista imposto dalla globalizzazione americana, una speculazione finanziaria che fa sì che società con scarso fatturato, o appena quotate, nel giro di un mese triplichino, quadruplichino il loro valore. Una globalizzazione finanziaria che da una parte crea forti condizioni e aspettative di guadagno facile e dall&#8217;altra determina in continuazione paure di disastrosi crolli. Un NASDAQ, il mercato azionario dei titoli tecnologici, continuamente sbalzato fra eccessi rialzisti ed eccessi ribassisti. E questi terremoti del NASDAQ trovano i loro mandanti proprio negli Stati Uniti, capaci di attirare attraverso i titoli della Net Economy enormi capitali europei sottoposti poi al rischio di continui ed improvvisi crolli. Tuttavia nemmeno la guerra contro l&#8217;Euro, l&#8217;imposizione del neoliberismo globale e la finanziarizzazione dell&#8217;economia sono riusciti ad impedire il declino della potenza americana e l&#8217;ascesa di poli geopolitici alternativi, già percepibile all&#8217;inizio del terzo millennio. A questo punto, persa la partita per imporre ‘con le buone’, attraverso la globalizzazione dei mercati e la finanziarizzazione speculativa, il loro dominio sul mondo e la ‘fine della storia’, gli Stati Uniti sono costretti a ricorrere ‘alle maniere cattive’, alla guerra, ultima risorsa per uscire dalla crisi sistemica. Dal cilindro viene tirato fuori Bin Laden e il terrorismo islamico, diviene vitale per evitare il disastro che sarebbe anche solo il rallentarsi dei movimenti di capitale verso New York, un attacco al cuore dell&#8217;Eurasia con il pretesto della “guerra infinita contro il terrorismo”.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Il declino della potenza americana nel mondo</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La fase finale e irreversibile del declino americano inizia nel 2001, volendo fare riferimento ad un evento spartiacque si può prendere l&#8217;attacco alle torri gemelle avvenuto l&#8217;11 settembre del 2001 come simbolo del ‘crollo’ del ‘sogno americano’ e della fine del dominio assoluto della sola superpotenza fino a quel momento.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">L&#8217;estrema aggressività e l&#8217;avventurismo di Washington nel periodo 1995 – 2001 sono stati una disperata reazione alla consapevolezza della fine della fase unipolaristica che ha subito un colpo mortale grazie a due eventi fondamentali: l&#8217;adozione dell&#8217;Euro nel 1999 e l&#8217;elezione di Vladimir Putin alla presidenza russa nel 2000. Come detto in precedenza, tramontato il sogno di egemonia mondiale non restava che la guerra quale <em>extrema ratio</em> per impedire o ritardare l&#8217;avvento del multipolarismo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il periodo 2001 – 2003 è il colpo di coda dell&#8217;unipolarismo morente, nel quale gli USA camuffandosi dietro una riesumata NATO si impadroniscono dell&#8217;Afghanistan e mettono piede nel Kirghisistan e dell&#8217;Uzbekistan, per poi passare all&#8217;occupazione dell&#8217;Iraq. Nel frattempo la NATO si espande all&#8217;inverosimile e attraverso le ‘rivoluzioni colorate’ finanziate da Soros in Ucraina e Georgia arriva a minacciare i confini della Russia. In questo periodo la dottrina della ‘stabilità’ politico-economica internazionale diventa elemento propagandistico prioritario nel tentativo di aggressione all&#8217;Eurasia e di dominio <em>manu militari</em> del mondo, dominio imposto attraverso il nuovo ruolo dell’ONU depotenziato e sostituito in pieno dalla NATO. In questo periodo la situazione interna degli USA si aggrava. La disoccupazione ha registrato un notevole aumento, dall&#8217;inizio del 2001 si sono avuti oltre 1 milione e 200.000 di disoccupati in più ed il tasso di disoccupazione nell&#8217;agosto di quell&#8217;anno è arrivato al 4,9%;  si è registrata una diminuzione nei consumi di oltre lo 0,5% mentre il PIL nel secondo semestre del 2001 cresce solo dello 0,2%, e il terzo trimestre è addirittura negativo (-0,4%) segnalando, anche ufficialmente, la fase recessiva. Negli anni successivi la situazione si aggrava a causa del drammatico legame fra disoccupazione e logiche liberiste di precarizzazione del vivere sociale. Si aggiunga un mercato di capitali ‘pompato’, dove anche i rialzi e le piccole riprese sono imputabili ai giochi a sostegno dei titoli delle imprese meglio proiettate nei nuovi scenari di economia di guerra post-globale. Si decide di marciare secondo i parametri del sostenimento della domanda e della produzione attraverso una sorta di keynesismo militare come tentativo di risolvere, o almeno gestire, la crisi; per questo l&#8217;economia di guerra dell&#8217;era Bush Jr. aveva carattere strutturale, cioè ampio respiro e lunga durata sostituendo il Warfare al Welfare, con continui tagli al sistema pensionistico, alla sanità e allo Stato sociale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Dopo l&#8217;iniziale apparente successo dell&#8217;avventurismo militare americano, nel periodo 2001 – 2003, dovuto all&#8217;incertezza internazionale che caratterizzava l&#8217;alba della nuova fase multipolare e alla disorganizzazione delle nazioni emergenti, il successivo periodo 2004 – 2009 sancisce la definitiva sconfitta del modello Bush–neocon di attacco al cuore dell&#8217;Eurasia quale misura estrema per uscire dall&#8217;impasse della crisi. Nel 2006 il PNAC chiude i battenti, attestando il fallimento del progetto di egemonia mondiale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La guerra russo-georgiana del 2008 o, meglio, la fallita aggressione alla Russia perpetrata per il tramite dell&#8217;esercito georgiano armato da Israele e Stati Uniti, ha definitivamente posto la pietra tombale sull&#8217;unipolarismo statunitense ed ha sancito e reso effettivo il sistema geopolitico multipolare.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Cause del declino americano</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">In un saggio del 2007 il giornalista Luca Lauriola afferma che l&#8217;attuale crisi dell&#8217;egemonia americana va imputata ad una molteplicità di cause quali: il ridimensionamento geopolitico del ruolo USA dovuto alla crescita economica e tecnologica dei poli rivali russo, cinese ed indiano; la crisi economica e finanziaria degli USA dovuta a cause sistemiche e non reversibile perché connaturata alla forma del capitalismo americano; il castello di menzogne su cui si basa la strategia di dominio americana per legittimare il proprio espansionismo ha ormai oltrepassato la soglia di tollerabilità ed è sul punto di crollare; le condizioni di vita di gran parte della popolazione statunitense sono simili a quelle di molti paesi sottosviluppati; il ruolo politico sempre maggiore ricoperto dalla lobby sionista. Per quanto riguarda l&#8217;aspetto economico e finanziario, esaminando il periodo 2001 – 2010 praticamente non c&#8217;è un solo dato che non indichi una crisi irreversibile del sistema americano. Basti dire tra il 2005 ed il 2010 il numero di disoccupati in USA è praticamente raddoppiato così come, tra questi, è più che quadruplicato il numero di quelli a lungo termine (6 mesi o più) (4). Giova ricordare che gli americani hanno già rischiato la bancarotta e la dissoluzione come entità statale nel 2008 con lo scoppio della ‘bolla immobiliare’ dalla quale si sono salvati <em>in extremis</em> solo grazie all&#8217;intervento di Giappone e Cina, timorosi di perdere il mercato di sbocco principale per i loro prodotti. Ma i dati che illustrano in maniera devastante la crisi americana sono quelli del debito pubblico e della bilancia commerciale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A cominciare dagli anni ‘80 (durante l’amministrazione Reagan) gli Stati Uniti hanno iniziato ad avere sia un grande debito pubblico sia un disavanzo commerciale. Il debito pubblico era intorno ai 50-75 miliardi di dollari alla fine degli anni ‘70 e crebbe a oltre 200 miliardi nel 1983. Il disavanzo della bilancia commerciale era attorno allo zero all’inizio degli anni ‘80 ma superò i 100 miliardi di dollari nel 1985. Oggi analizzando il disavanzo commerciale dei vari Paesi gli USA si situano all&#8217;ultimo posto della lista con un disavanzo che è piu&#8217; del doppio rispetto a quello della Cina che è in surplus e si situa al primo posto. Inoltre, il debito pubblico americano ha superato la quota record dei 12 mila miliardi di dollari e non accenna a diminuire risultando essere il più alto al mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ma come mai gli Stati Uniti dopo un ventennio di apparente prosperità, nel quale hanno guidato il processo di globalizzazione, sono oggi sul punto di collassare? Come mai gli Stati Uniti non sono stati in grado di imporre la propria <em>Ordnung</em> al mondo intero? La risposta, più che nell&#8217;economia, va ricercata nella natura e nella geopolitica degli USA: « <em>Gli Stati Uniti d&#8217;America – potenza talassocratica mondiale – hanno sempre perseguito, fin dalla loro espansione nel subcontinente sudamericano, una prassi geopolitica che in altra sede abbiamo definita “del caos”, vale a dire la geopolitica della “perturbazione continua” degli spazi territoriali suscettibili di essere posti sotto la propria influenza o il proprio dominio; da qui l&#8217;incapacità a realizzare un vero ed articolato ordine internazionale, quale ci si dovrebbe aspettare da chi ambisce alla leadership mondiale</em>» (5).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La natura talassocratica degli USA e l&#8217;incapacità di governare e amministrare il territorio sono l&#8217;origine del loro declino, perciocché non è dato loro il potere di esercitare una funzione regolatrice ed equilibratrice dei vari popoli ed etnie che vivono in un territorio delimitato e di fornire quel senso di unità spirituale basato sulla coscienza di appartenere ad una medesima ecumene, quali invece sono i tratti caratteristici di un impero propriamente detto.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Dopo l&#8217;America</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ricapitolando, l&#8217;ultimo ventennio del XX secolo (1980 – 2001), ha visto la potenza degli Stati Uniti raggiungere il suo picco massimo. Quella che oggi viene definita ‘era della globalizzazione’, che ha raggiunto il suo culmine nella metà degli anni &#8217;90, non è stata altro che il tentativo di egemonizzare il mondo, attraverso gli strumenti della finanza speculativa e del <em>soft power</em> (diffusione dei concetti di ‘esportazione della democrazia’, ‘diritti umani’, liberismo, utilizzando anche Hollywood, la musica pop-rock e i ‘nuovi media’, internet in testa), messo in campo dagli USA nel loro ‘momento unipolare’.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Fallito il tentativo di imporsi come soggetto egemone a livello mondiale attraverso l&#8217;esportazione dei propri ‘valori’ gli USA nel periodo 2001 – 2008 hanno deciso di puntare tutto in un attacco disperato all&#8217;Heartland con tutto il volume di fuoco di cui sono stati capaci, ma anche questa mossa dopo una iniziale serie di successi viene bloccata dalle potenze continentali emergenti. Sempre più si profila all&#8217;orizzonte il conflitto aperto, multipolare, tra la ormai ex superpotenza in declino degli USA e i nuovi poli emergenti costituiti dal BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) con in più l&#8217;Iran in crescita strepitosa. Non bisogna però sottovalutare l&#8217;attuale potenza degli USA ne la residua capacità di reazione al declino in corso, per due ordini di motivi: come detto all&#8217;inizio la natura dell&#8217;espansionismo talassocratico americano non si basa sulla sovranità e sul controllo del territorio, perché questo avviene sospinto da forze non-statali, finanziarie ed economiche, che ne costituiscono il vero motore. Sono forze ‘liquide’ come liquido è il mezzo che storicamente hanno prediletto per espandersi, cioè il mare. Questa ‘liquidità’ che contraddistingue l&#8217;impalcatura economica e geopolitica degli USA comporta una seria difficoltà a batterli sul loro terreno, che è quello, in senso fisico, dei mari e dei cieli, in senso lato, della finanza e del <em>soft power</em>. In secondo luogo gli USA sono riusciti negli anni addietro ad acquisire posizioni di predominio nel settore finanziario (attraverso il controllo di organismi quali lo SWIFT), in quello della sicurezza mondiale e nel controllo dei ‘nuovi media’, internet in testa. Dal punto di vista militare la NATO, strumento di accerchiamento della massa eurasiatica, è ancora vitale ed in grado di esercitare la sua funzione antieuropea e antieurasiatica, inoltre restano le centinaia di basi militari e avamposti che gli statunitensi sono riusciti a installare in giro per il mondo e attraverso i quali sono in grado di esercitare ancora una capacità di deterrenza e di controllo sugli Stati ‘ospitanti’. In conclusione pur se in una fase di declino gli Stati Uniti sono ancora capaci di esercitare una residua forma di egemonia, soprattutto nelle zone sotto la loro influenza diretta (Europa e Giappone, in quanto ‘colonizzati’ a tutti gli effetti), piuttosto l&#8217;attuale fase è da ritenersi potenzialmente più pericolosa della precedente fase unipolare perché è proprio quando l&#8217;animale è ferito mortalmente che la sua reazione diventa più sconsiderata e furente come dimostrano l&#8217;avventurismo in Georgia e le recenti esplicite minacce di attacco nucleare nei confronti di Iran e Corea del Nord.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tali minacce saranno scongiurate solo da una decisa azione di concerto tra le potenze del blocco eurasiatico e quelle dell&#8217;america indiolatina.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">NOTE</span></p>
<p><span style="font-size: small;">1) C. Schmitt, <em>Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung</em>, Reclam, Leipzig 1942, trad. it. <em>Terra e mare</em>, Adelphi, Milano 2002.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">2) G. Damiano, <em>L&#8217;espansionismo americano, un «destino manifesto»?</em>, Edizioni di Ar, Padova 2006, pp. 14-15. Il termine ‘ideocrazia’ riferito agli Stati Uniti è stato coniato da Costanzo Preve, cfr. C. Preve, <em>L&#8217;ideocrazia imperiale americana</em>, Settimo Sigillo, Roma 2004.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">3) Da questo punto in avanti e dove non specificato diversamente si tratta di dati ufficiali del governo americano. Cfr. <a href="http://www.whitehouse.gov/">http://www.whitehouse.gov/</a> e http://www.cbo.gov/</span></p>
<p><span style="font-size: small;">4) Fonte: Bureau of labor statistics, http://www.bls.gov/</span></p>
<p><span style="font-size: small;">5) T. Graziani, <em>America indiolatina ed Eurasia: i pilastri del nuovo sistema multipolare</em>, “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici”, XV, 3/2008, p. 7.</span></p>
<p><em>Il presente articolo è stato pubblicato nel numero 3-4 di Italicum</em></p>
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		<title>Le necessarie prospettive della geopolitica europea</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 11:23:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>

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		<description><![CDATA[L’indipendenza per l’Europa è vitale. Passa per la riappropriazione di basilari elementi di sovranità, fuori e dentro l’Unione Europea, dalle acque del mare nostrum alle steppe eurasiatiche. L’Europa o sarà potenza o non sarà.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4000/le-necessarie-prospettive-della-geopolitica-europea" title="Le necessarie prospettive della geopolitica europea"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cartina_europa_satellite.bwpex8h3674kk8wwk4ssg8k08.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="62" alt="Le necessarie prospettive della geopolitica europea" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il XXI secolo è il secolo delle nuove sfide.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Le spinte verso un rimescolamento degli assetti geopolitici sono molteplici.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Talvolta misurano delle contrapposizioni o delle contraddizioni, tal’altra delle linee di tendenza abbastanza marcate e inquadrabili. Sicchè, non pare azzardato configurare il futuro del globo nei termini di un </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>multipolarismo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> probabilmente già in essere ma ancora da sviscerarsi in maniera organica e costruttiva.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La tendenza </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>unipolare</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> recalcitra, anzi i </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>think thank</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> americani lasciano intendere che siamo in una fase di ridisegnamento del processo egemonico statunitense sovrapponibile a quello della globalizzazione, benché i due non coincidano esattamente, per quanto ad entrambi sia ascrivibile il ruolo indiscutibile degli Stati Uniti.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La fase in atto assume i caratteri di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>occidentalizzazione/contro -occidentalizzazione</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, con tutto il carico di effetti e sintomi che maturano a tutte le latitudini, tra </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>global</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> e </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>local</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, tra guerre e insurrezioni, tra modernizzazione e “democratizzazione” (non per forza speculari, come pure volevasi far credere), sullo sfondo del ritorno galvanizzato degli Stati-nazione, seppur in un contesto mutante.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Sin qui si è idealizzato il tempo dello </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>scontro della civiltà</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> (</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Huntington</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">), si è erroneamente creduto nella dimensione della </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>“fine della storia”</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, per dirla con </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Fukuyama</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, non nel senso della fine degli accadimenti ma in quello di una marcia globale verso gli standard più o meno univoci di democrazia e mercato. Era la prospettiva </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>dell’uomo unico</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, cioè moderno, dunque evoluto. Un messaggio omologante, totalitario nello spirito e persino nei suoi mezzi per affermarsi. Dovremmo chiederci cosa sarebbe un mondo con le sue identità ridotte a fossili, tanto quelle dei popoli che arricchiscono e diversificano l’umanità, quanto quelle degli uomini, cioè dell’Uomo nelle sue più variegate connotazioni, bisogni, emotività, sacralità. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Tant’è, popoli e uomini non volgono al crepuscolo.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Tra la dimensione </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>unipolare</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> e la dimensione </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>multipolare</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, che la logica vuole votate giammai alla sintesi ma all’alternatività o allo scontro (di che tipo?), avvertiamo un vuoto: è quello dell’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Europa</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">All’inizio era il mito, sopravvissuto poi in forma iconografica nei giorni nostri: il mito della ninfa Europa rapita da Zeus tramutatosi in toro. Europa appare così, per la prima volta nell’VIII secolo a.C. negli esametri di Esiodo: ancora non è una regione, né un intero continente, ma una nobile figura mitologica. Come termine geografico, la rintracciamo per la prima volta in un inno omerico del VII-VI secolo a.C. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Il nucleo della coscienza europea nasce e si sviluppa in Grecia, nel “Mondo Antico” che ha per centro il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Mediterraneo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, il luogo di incontro tra Europa, Asia e Africa, precisando come, in realtà, l’Europa costituisca, in senso geografico, la penisola occidentale del continente asiatico. Dal mito in poi ha maturato una sua coscienza, dunque, sicuramente identitaria e spirituale, fino ad assumere contenuti politici seppure anche diversi. Un processo di autocoscienza culturale certo, così come un processo politico idealizzato e proseguito, a fasi alterne, in varie forme fino ai nostri giorni; non frutto di un progetto studiato, definito e applicato, bensì di convergenze storiche che hanno avuto una maggiore e decisiva continuità dal secondo dopoguerra in poi. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Oggi registriamo passaggi rilevanti in seno al nostro continente, come la trasformazione della Comunità Europea in Unione, l’allargamento ai Paesi prima appartenenti al blocco sovietico, l’introduzione della moneta unica, il delinearsi di una forma limitata di strategia di difesa comune. Rileviamo significativi dati oggettivi quali l’imponente vastità del suolo comunitario, il volume demografico e quello del PIL. Eppure a queste caratteristiche e a questi strumenti bisogna conferire il valore reale, soppesarlo cioè alla luce di quanto esprime l’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Ue</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> nello scenario internazionale. Sul terreno politico l’Europa segna il passo e molteplici sono le cause. La debolezza politica è inevitabilmente indice del vuoto geopolitico europeo, un vuoto che significa mancanza di un’autorevole e forte autocoscienza continentale nonché di una efficace e concreta azione unitaria in grado di incidere sui destini del pianeta. Dopo la lunga parabola storica dall’eurocentrismo alla debolezza attuale, l’Europa necessita di una direzione specifica che sia in grado di forgiarla come un autentico soggetto attivo al proprio interno e protagonista di ritorno nelle vicende del mondo. Incontestabilmente, da decenni i singoli Paesi europei &#8211; o un concerto di alcuni di loro- non manifestano fondamentali indirizzi di politica internazionale nè determinano eventi forieri di effetti nel lungo periodo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">All’Europa spetta, insomma, di ritrovare un proprio ruolo nella storia, con una consapevolezza però ancora da maturare pienamente. Dovrà trattarsi di una consapevolezza degli europei tutti (almeno nelle loro forze trainanti) di appartenere finalmente ad un soggetto comune attraverso cui realizzare un proprio sistema di rappresentanza, di gestione, di sviluppo, di giustizia, di pace. L’Europa ha bisogno di un modello politico, dunque, che tale non potrà essere se non ci sarà un’anima capace di incarnare le identità dei popoli europei, di riscoprire il terreno culturale comune, di dare una prospettiva al futuro tra tradizione e modernità. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">L’uscita dalla settaria chiusura dei particolarismi nazionali non può, però, implicare un insensato tuffo in un’astratta dimensione </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>mondialista </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">dove il punto cardine sia il fattore </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>mercatocentrico</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. La realtà e la visione di uno spazio europeo come entità di mercato </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>tout court</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> è pienamente speculare al fenomeno della globalizzazione in atto che valorizza l’oggettività a discapito delle soggettività politico-identitarie. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta, innanzitutto, di recuperare una dimensione e una sfida di civiltà per ridefinire le linee guida del proprio modo europeo di essere. E si tratta, poi, di innalzarsi, e questa volta come una figura unitaria, a protagonista parallelamente all’ascesa degli altri protagonisti globali, come Russia, Cina, India che spingono per un sistema multipolare.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Alla necessità di un più equo e bilanciato disegno degli equilibri internazionali, l’Europa non può non rispondere, perché un suo vero e rinnovato ritorno non potrà che essere anche un ritorno del principio e del valore della </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>politica</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Della politica intesa come suprema arte dell’uomo, animale sociale, per realizzare se stesso nell’insieme organico della comunità. Andare all’origini, alle radici, riscoprendo la dimensione dei greci. Rinnovare il messaggio dell’oracolo delfico: “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>conosci te stesso”</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>forma mentis</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> moderna ha sviluppato l’idea della neutralità della politica, riducendola da arte a mera prassi gestionale, applicazione amministrativa e meccanica delle norme giuridiche, tecniche ed economiche. L’apparato burocratico di regolamentazione del modello Bruxelles e il predominio decisionale della Bce esprimono la prevalenza della prassi razionalista ed economicistica sull’arte della politica. Oggi sembra prevalere una tendenza alla </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>neutralizzazione</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> della politica attraverso la morale che sottende all’ideologia dei diritti dell’uomo, attraverso l’automatismo delle meccanica mercantilistica, attraverso il prodursi e riprodursi del diritto, come se le regole, per il solo fatto di nascere, possano vivere senza l’anima delle comunità che in esse dovrebbero identificarsi. Ecco perché la confisca delle sovranità nazionali non può racchiudersi in un modello superstatuale che ignora le rappresentanze intermedie delle comunità nazionali e sociali europee. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Di fronte alle grandi questioni poste dal sistema mondiale non bastano più le azioni singole di singoli Stati, ma si rende necessario un agire comune che riesca ad esprimere la vocazione continentale di un’Europa come </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>spazio di civiltà</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, come potere autocentrato e capace di misurarsi con le spinte e le influenze esterne. Non può ridursi ad una “potenza civile”, come qualcuno addita a soluzione, bensì divenire una </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>potenza geopolitica</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>L’Europa forte, l’Europa come potenza</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Da qui, dunque, il passaggio necessario di andare oltre il giuridico, affinchè l’Europa possa finalmente essere il luogo privilegiato di una storia e di un destino, affinchè possa segnare scelte politiche e strategiche decisive facendo valere il potenziale insito nelle diverse risorse dei suoi popoli, nella sua forza economica, tecnologica e auspicabilmente militare.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il diritto non si fonda da sé, ma è basato su di una sostanza storica, quella plurale dei popoli, su una dimensione culturale. Altrimenti la cessione delle sovranità nazionali costituirà solo la perdita degli spazi democratici. C’è bisogno di un progetto di potenza che non può costituirsi solo giuridicamente. Occorre un essenziale valore politico. Ciò dovrebbe implicare anche l’uscita dello spazio europeo dall’abusata identificazione con l’Occidente in senso lato. Il paradigma occidentalista, di fatti, sembra ridursi nella sostanza a diritti, “pace” e mercato senza valorizzare in maniera producente le specificità dei singoli popoli europei e le attitudini comuni.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Il senso della comunità, lo spirito dell’appartenenza, il principio della giustizia sociale soccombono alla logica dell’individualismo indistinto che ignora le radici e i legami profondi, dalla famiglia alla terra. Ai diritti dei singoli dovrebbero affiancarsi dei doveri, così come dovremmo riappropriarci dei </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>“diritti dei popoli”</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, una dimensione molto più consona alle nostre tradizioni comunitarie e non individualistiche. Una dimensione che ci porrebbe in una posizione migliore per il dialogo con le altre realtà identitarie del pianeta.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Una strada tra idealismo e pragmatismo si può percorrere. L’Europa si trova ad un bivio storico tra subalternità e sovranità.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Le dinamiche della nostra epoca ci impongono di costituirci come un attore globale pienamente responsabile e autosufficiente che abbia una propria autorità decisionale. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il proseguimento del processo di integrazione in senso identitario e politico deve condurci fuori dall’orbita atlantica, il che implicherebbe anche l’esclusione della Gran Bretagna, il principale responsabile di un’Europa oggi più mercantilistica e meno politica, come dimostra ulteriormente l’avventato processo di allargamento verso Est. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La nostra dimensione spaziale europea non è marittima ma </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>continentale</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Riappropriandosi del suo ruolo continentale, l’Europa potrebbe fungere da perno per un nuovo ordine delle relazioni internazionali poggiante sul confronto di civiltà e non sulla corsa all’imposizione di un modello unico e prevaricatore. Con un ruolo geopolitico continentale, essa riscoprirebbe la sua dimensione mediterranea e di ponte verso l’Oriente.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Queste, del resto, sono le due fondamentali sfide e prospettive da coltivare.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Un nuovo ritorno da protagonista nel </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Mar Mediterraneo</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> aprirebbe scenari capaci di imprimere svolte necessarie. Si tratta di un ritorno al </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>“Vecchio Mondo”</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, alla culla di civiltà che si è arricchita dello straordinario contributo dei tanti popoli affacciati su quel mare comune, luogo di scontro certo, ma anche di incontro tra Europa, Asia e Africa. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>crisi di Suez</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> del 1956 segnò, di fatto, l’uscita di scena degli europei dal Mediterraneo, svilendone una naturale propensione e determinandone l’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>impasse</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> al cospetto dei due blocchi. Una </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>pax mediterranea</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> oggi sarebbe la chiave di volta per controbilanciare le spinte verso una </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>pax anglosferica</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, foriera di crisi e scompensi che si ripercuotono in tutti i campi e a livello internazionale.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Un interesse concreto e valido al </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>mare nostrum</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> sarebbe non solo un ritorno alle radici, magari capace di riconsegnarci un’essenza spirituale smarrita, ma più pragmaticamente una strada privilegiata per risolvere la fondamentale </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>questione energetica</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. L’approvvigionamento energetico è uno dei fattori geopolitici principali attuali e del futuro, e gli europei si ritrovano nella condizione di trovare un’efficace soluzione con i Paesi situati sull’altra sponda. Insomma, è in gioco la nostra prioritaria autosufficienza.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Sposare la dimensione mediterranea, troncando quella atlantica, per avviare la fine delle autocrazie “moderate” arabo-islamiche e l’abbandono dell’etnocentrismo religioso, la fine delle istanze truccate del neocolonialismo, delle missioni più o meno velate di civilizzazione eterodiretta, delle forme di scontro che sorgono da razzismo e intolleranza. </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>L’Europa come forza di mediazione.</em></span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Fra il 1995 ed il 2004, la politica europea mediterranea si è sviluppata soprattutto attraverso il Partenariato Euro-Mediterraneo (</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Pem</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">), che fu avviato dalla dichiarazione di Barcellona. Successivamente all’allargamento Ue del 2004, è accaduto che i Paesi rientranti nel Pem siano convogliati nella nuova Politica Europea di Vicinato (</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Pev</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">), insieme a quelli del versante orientale rimasti fuori dall’Ue. In tal modo, l’azione comunitaria ha due direzioni: la </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Pev</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, che è inerente fondamentalmente alle questioni economiche, gestite dalla Commissione, e il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Pem</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, a carattere collettivo, riguardante la sicurezza e le relazioni socio-culturali, di cui si occupano i governi. Si è configurata, però, una situazione che vede una sproporzionata rappresentanza dei membri Ue rispetto a quelli non Ue, nonché una serie di accordi di vario tipo non inquadrabili in maniera omogenea. I risultati, come evidenziano molti analisti, sono insufficienti. Di recente il Presidente francese sta tentando una nuova carta, avviando </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>l’Unione per il Mediterraneo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, la quale costituirebbe un vertice dei capi di Stato e di governo e mirerebbe allo sviluppo di specifici progetti nell’ambito dell’ambiente, della crescita economica e sociale e della sicurezza. Il profilo è quello già consolidato di iniziative regionali e collettive.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, il nodo rimane quello della mancanza di un fattivo approccio geopolitico di ampio raggio, che risente a sua volta della mancanza di una visione comune costruttiva. La linea sembrerebbe, nella più ampia ipotesi, essere quella della creazione di un’area di libero scambio e di qualche accordo diplomatico multilaterale, confermando l’incapacità di procedere verso una progettualità politica risolutiva delle grandi questioni che gravano, come appunto la già citata sicurezza comune, fermo restando l’evanescenza politica per la risoluzione dei conflitti e delle tensioni nel Levante.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Ci ritroviamo con un Mediterraneo frammentato e conflittuale.  Anche qui si rivela la crisi dello Stato-nazione come strumento incapace di fronteggiare problemi sempre più transnazionali, come quello della scarsità delle risorse naturali, la ridistribuzione della ricchezza, lo squilibrio economico, i flussi migratori.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Un maturo grado di coscienza europea deve misurarsi con questo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>pluriverso di identità </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">che non può ridursi </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>ad unum</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, ma prosperare nelle sue diversità.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il Mediterraneo è un mare di frontiera che non può sottrarsi al suo destino di dialogo interculturale e che non può soccombere al fondamentalismo o all’universalismo. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Del resto, esso non ha mai conosciuto un’unica ortodossia religiosa o una sola lingua. Basta ritornare al valore delle radici, delle origini, per cogliere la sua essenza politeista, la nobile dimensione della filosofia, della tragedia, della logica, del metodo scientifico, della matematica.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Il dialogo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>arabo-europeo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> dovrebbe essere una naturale predisposizione da coltivare sulle sponde mediterranee, mentre prevalgono azioni bilaterali e le iniziative costruttive sono soffocate dalle aggressive politiche israelo-americane, con un colpevole sostegno o colpevole immobilismo europeo. Per di più, l’approccio </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>laico-modernista</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> “all’occidentale” non è propedeutico alla sintesi ma soltanto all’imposizione; il paradigma occidentalista svilisce le peculiarità dei popoli arabi e rinfocola gli integralismi. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">La logica della modernità vede la cultura arabo-islamica come una serie di vincoli e di ritardi e pretende di indicarle la dinamica tipica del mondo globalizzato, fondata sulla mobilità, sull’individualismo e sulla perdita dei legami tradizionali.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Quanto giova ai popoli l’aver sostenuto, noi europei, il consolidamento di regimi oligarchici, travestiti da democratici e moderati, che realizzano un business turistico come quello dei villaggi ignorando lo sviluppo delle comunità? Solo uscendo da tale </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>forma mentis</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> e dalla mera prassi affaristica, per di più di bottega nazionale (legittima e giustificata nel breve, ma quanto durevole nel lungo periodo?), sarà possibile costruire una politica che sia incontro tra le sponde di questo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>grande lago comune</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Si ritorna al punto: uscire dalla subalternità atlantica e agire finalmente come Europa. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">In quanto nuova Europa che non gareggia sul piano di un aggressivo neocolonialismo e che produce un modello da imporre, ma guarda alle sponde nordafricana e del Vicino Oriente mirando alla completa riacquisizione della sovranità politico-economico-culturale, necessaria per un modello di sviluppo organico che ottemperi ai principi di giustizia.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">E’ una sfida di civiltà.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La direttrice geopolitica mediterranea </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Sud-Est</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> deve essere parallela a quella verso </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Nord-Est</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, cioè all’interno dello </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>spazio eurasiatico</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Anche questa è una dinamica semplicemente naturale di aggregazione continentale. Se l’Europa è, geograficamente, un’appendice dell’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Eurasia</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, questa però è il suo formidabile spazio geopolitico. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Lo spazio eurasiatico è fondamentale in un’ottica di potenza. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Da ovest a Est corre il sogno della </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Grande Europa</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Dalla sponda atlantica di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Brest </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">nella Bretagna francese a quella sul Pacifico di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Vladivostok</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, lo spazio dove risiedono le principali ricchezze e la maggior parte della popolazione mondiali. Il territorio continentale è così naturale fusione di Europa e Asia, giacchè gli Urali, barriera morfologica, mai hanno rappresentato un ostacolo all’incontro politico e culturale.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Si svelano, così, le antitesi di fondo con le potenze atlantiche.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Gli Stati Uniti sono una potenza litoranea e marittima in successione alla Gran Bretagna, l’Europa sorge sulla massa terrestre. I connotati geografici si legano a quelli politici. L’egemonia </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>reticolare</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> americana si è forgiata con la pratica commerciale mercantilistica in sovra-ordine rispetto alla considerazione delle relazioni e attività umane, con il ricorso allo strumento bellico per colpire gli scambi e la tenuta economica dei suoi rivali, utilizzando sanzioni e blocchi navali.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Per le nazioni europee, invece, le guerre hanno avuto un carattere interstatale per fini maggiormente politici e territoriali. L’ordine socio-economico di derivazione anglosassone, più radicalizzato nella versione americana, è imperniato sull’individualismo e sul profitto come valore anche spirituale, mentre l’humus europeo risiede nelle tradizioni umanistiche e comunitarie.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il percorso geopolitico da battere conduce a Mosca. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">E’ fondamentale elaborare un’azione strategica di concerto con la </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Russia</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Certo, non è plausibile l’entrata di quest’ultima nell’Ue (quantomeno a breve), ma realizzare una cooperazione strategica su più livelli, ben oltre quella partita nel 1997, aprirebbe scenari nuovi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Determinerebbe la formazione di un polo potentissimo che indurrebbe ad un ripiegamento quello americano e darebbe la spinta decisiva nella direzione di un più proporzionato </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>policentrismo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">; consentirebbe di pesare sull’intero scacchiere asiatico; sanerebbe le distorsioni dei meccanismi della globalizzazione e rilancerebbe un nuovo modello economico; porterebbe ad una piattaforma comune di sicurezza e militare, con la costituzione di un esercito pienamente autonomo; porterebbe ad un incontro tra le diverse esigenze, energetiche, tecnologiche, infrastrutturali nell’ottica di uno scambio e arricchimento comune. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">L’esperienza dell’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>asse Parigi-Berlino-Mosca</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> è modulata proprio su questa dimensione eurasiatica. E’ lo strumento per girare a nostro vantaggio le tesi di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Halford Mackinder</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, per scongiurare lo scenario avverso idealizzato da </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Zbigniew Brzezinski</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> nel celebre e attualissimo saggio </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>“La Grande Scacchiera”.</em></span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">E’ la più significativa e affascinante avvenuta negli ultimi decenni. Non nasce dal nulla, ma gode di un proprio retroterra storico-politico-culturale formatosi nei secoli. I rapporti a più riprese e vario titolo, di contro alle fasi di rottura e di scontro, tra </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Francia</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Germania</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> e </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Russia</strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> sono risultati importanti per gli equilibri e gli sviluppi del continente.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Ci sono già state significative occasioni mancate che non gioverebbe all’Europa ripetere. Sul finire dell’800, i Ministri degli Esteri </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Hanotaux</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Witte</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> e </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>von Siemens</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> -che sottolineavano il valore delle infrastrutture civili, come ad esempio il progetto delle linee ferroviarie Parigi-Vladivostok e Berlino-Baghdad-, auspicavano una coalizione politico-economica concorrenziale rispetto a quella dei Paesi anglosassoni e che fosse in grado di gettare le basi per una costruzione comune per la pace e la stabilità. Un’occasione mancata cui, di lì a poco, sarebbe seguito il primo conflitto mondiale.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Di grande valenza fu il costituirsi della cooperazione strategica franco-tedesca a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, con le figure del generale </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>De Gaulle</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> e del cancelliere </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Adenauer</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Trattato dell’Eliseo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> che ne seguì si ritrovò poi depotenziato in termini di autonomia per l’aggiunta di un preambolo, redatto da Jean Monnet (che aveva una concezione della struttura europea diversa da quella del Generale), che lo subordinava agli obblighi atlantici della Germania (che aveva aderito alla forza multilaterale promossa da Kennedy) e preannunciava di fatto l’entrata della Gran Bretagna nel Mercato Comune, osteggiata da De Gaulle che considerava gli inglesi come il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>cavallo di Troia</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> degli USA in Europa.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Il pensiero del Generale viveva di un brillante europeismo che scavalcava le angustie e le chiusure preconcette della logica dei due blocchi già nel 1949: </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>“Io dico che occorre istituire l’Europa sulla base di un accordo tra francesi e tedeschi… Costituita su queste basi, … allora, potremo guardare alla Russia. Si potrà provare, una volta per tutte, a costruire l’Europa tutta intera, insieme alla Russia, pur dovendo considerare un suo cambiamento di regime. Ecco il programma dei veri europei. Ecco il mio programma”. </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Una svolta fu il riavvicinamento russo-alemanno con l’apertura negli anni ’70 dell’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Ostpolitik </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">da parte della </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Germania Federale</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, nella figura in particolare di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Willi Brandt</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">. Gli effetti di questa fase furono tra le premesse dell’unificazione tedesca e proseguono tuttora. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La guerra degli USA contro l’Iraq, costituendo un momento critico, è stata l’occasione per uscire allo scoperto e far pesare le posizioni assunte, ma oggi </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>l’asse Parigi-Berlino-Mosca</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, pur cambiando taluni protagonisti, mantiene un suo profilo anche se più dimesso e contenuto sul piano diplomatico, più vivo ed efficace su quello della strategia economica. La certezza è che rotture profonde non potranno più esserci. Dal nocciolo duro </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>franco-tedesco </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">così come dalla partnership </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>russo-tedesca</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, gli europei hanno solo da guadagnarci. Da quest’asse ed intorno ad essa vanno consolidati i progetti europei dotati di visione e pragmatismo. Si pensi al ruolo straordinario che spetterebbe all’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><strong>Italia </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">assumersi, come ponte europeo nel Mediterraneo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Ovviamente, la tendenza dovrebbe essere quella di integrare gli accordi bilaterali in un più ampio processo di cooperazione comune.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Alcuni analisti, diplomatici,  industriali, intellettuali sostengono come sia di totale interesse dell’Unione, sulla base di un’alleanza con la Russia, l’allestimento qui di un polo tecnologico, la realizzazione dei </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>grandi corridoi di trasporto </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">(come quello </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Parigi-Berlino-Varsavia-Minsk-Mosca</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">), uno scambio tecnologia-petrolio, un accordo borsistico tra Euronext, Francoforte e la borsa di Mosca; indurre i russi a preferire l’euro come moneta di riferimento per le esportazioni e di riserva per la loro banca centrale; costituire una banca europea continentale di sostegno all’industria.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">L’Europa non può prescindere, innanzitutto, dal </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>pilastro carolingio</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, un’entità politico-demografica simile a quella russa e inoltre propedeutica al ponte con Mosca.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">La Francia si impone sul versante occidentale europeo, è bagnata dalle acque atlantiche e da quelle mediterranee, è l’unico Paese ad appartenere al Nord e al Sud mediterraneo del continente.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La Germania è il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>perno continentale</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, il crocevia Ovest-Est e Nord-Sud. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Ambedue i Paesi insieme costituiscono l’incontro della dimensione mediterranea con quella renana nonché il motore obbligatorio politico-economico europeo, catalizzando per primi il Benelux e l’Italia, già fondatori della Comunità Europea. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Gli europei necessitano di una strategia operativa che sia tanto un prodotto univoco dell’Europa come soggetto singolo attivo, quanto un coordinamento e una messa in sintonia delle singole azioni dei Paesi che la compongono.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Il Trattato di Maastricht è l’unico produttivo collante dei Paesi dell’Ue, ma è la misura di un’area di libero scambio a carattere anglosassone. L’alternativa è un’Europa continentale a forte contenuto politico. Un po’ come </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>sovvertire l’esito di Waterloo</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">, verrebbe da dire. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">La </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>sovranità</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> si misura dalla piena, democratica, effettiva ed efficace operatività del Parlamento comunitario (se un ruolo esso deve avere), da un percorso autonomo dell’euro rispetto alle politiche del dollaro, dal mantenimento e dalla fioritura dei settori strategici nazionali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti, nelle tecnologie, nelle strutture spaziali; dalla nascita di un vero esercito libero dall’ormai mortificante vincolo della NATO; dall’edificazione di un modello di comunità partecipata in grado di assicurare prosperità e giustizia sociale; dal controllo delle istituzioni politiche sulla Bce, che non può monodirigere le linee economiche.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">E’ inammissibile che la cosiddetta “Nuova Europa” dei Paesi usciti dal Patto di Varsavia soggiaccia alle manovre atlantiche di scardinamento del sistema europeo e fungano da testa di ponte contro la Russia. Quanto è responsabile, se non in maniera grave, il lassismo delle istituzioni comunitarie relativamente alla influenza di Washington su questi Paesi membri, come dimostrano l’utilizzo dell’arma finanziaria e le mire egemoniche e di controllo legate al progetto dello “scudo antimissile”? </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">Il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>Trattato di Lisbona</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> è un esercizio giuridico che burocratizza i poteri elitari costituiti e non ridisegna una piattaforma politica. Ma avere una visione politica è avere sovranità.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;">L’indipendenza per l’Europa è vitale. Passa per la riappropriazione di basilari elementi di sovranità, fuori e dentro l’Unione Europea, dalle acque del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>mare nostrum</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"> alle </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><em>steppe eurasiatiche. </em></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;">L’Europa o sarà potenza o non sarà.</span> </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Alfredo Musto è dottore in Scienze politiche e relazioni internazionali (Università “La Sapienza” di Roma)</strong></em></span></span></p>
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		<title>Geopolitica tradizionale, geopolitica critica</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 14:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>

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		<description><![CDATA[L'illustre geopolitico argentino Bernardo Quagliotti de Bellis analizza le recenti tendenze nella teoria geopolitica, prendendo in esame, tra gli altri, anche il pensiero del direttore di "Eurasia" Tiberio Graziani. Secondo Quagliotti de Bellis le premesse basiche della geopolitica tradizionale sono state rivalutate negli ultimi vent'anni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3363/geopolitica-tradizionale-geopolitica-critica" title="Geopolitica tradizionale, geopolitica critica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/quagliotti_de_bellis1.df08uvco4cg00kccg0gssg4sw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Geopolitica tradizionale, geopolitica critica" ></div></a><p><font size="3">Nella cattedra di <em>Geopolitica del secolo XX</em>, Master Accademico in Geografia Universitaria della Politica Classica, sostenuto dall’Università di La Rioja (Argentina), è stato preso in considerazione un fecondo dibattito sul panorama del postmodernismo, il quale stabilisce che le basi teoriche fondamentali della Geopolitica tradizionale sono iniziate a essere fortemente contestate da parte di una nuova corrente di ricercatori, identificati con la Scuola Critica di questa disciplina.</p>
<p>Su questo argomento ne ho già fatto cenno in precedenti articoli apparsi su CRÓNICAS, analizzando, prioritariamente, l’opinione d’insigni geopolitici europei, come il belga Robert Steuckers, lo spagnolo Heriberto Cairo Carou, l’italiano Tiberio Graziani, il russo Alexander Dugin, senza tralasciare : Zbigniew K. Brzezinski, Samuel P. Huntington, George F. Kennan, e altri.</p>
<p>Con la fine della Guerra Fredda, considero che le premesse basiche della Geopolitica tradizionale sembrano essere state rivalutate. Mi riferisco, in particolare, alla teoria dello « heartland » di Halford Mackinder, al messaggio di George Kennan e alle sfere d’influenza.</p>
<p><strong>Gli anni novanta</strong></p>
<p>Ormai è assodato come questo decennio abbia rappresentato un cardine nella configurazione dello scenario internazionale. Due sono stati gli avvenimenti decisivi: la caduta dell’Unione Sovietica (URSS) e la conseguente scomparsa del socialismo reale. Entrambi gli eventi hanno provocato la disarticolazione del sistema bipolare e del vecchio ordine internazionale che le grandi potenze vincitrici della II Guerra Mondiale avevano posto in essere.</p>
<p>Secondo Cutrona –direttore della Cattedra- « <em>Il nuovo </em>status quo<em> ha strappato alla Geopolitica l’appoggio pratico di cui aveva goduto per molto tempo</em> ». in quei tempi di « <em>post Guerra Fredda</em> », fecero la voce grossa molti analisti, sollevando la necessità di promuovere un cambio paradigmatico nella Geopolitica. « <em>Decostruire questa disciplina promuovendo un inedito ripensamento della materia ».</em> Era giunta l’ora dei sostenitori della Geopolitica Critica, della quale « <em>è costituiva la cerchia post strutturalista che si è concepita nell’ambito della geografia umana </em>» (Agnew, Flint, 2002).</p>
<p><strong>Nei nostri tempi</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Lo stile attraverso il quale si stanno portando avanti gli attuali rapporti russo-americani, consentono di immaginare la riconfigurazione dello scenario internazionale e la ricomparsa pratica dei postulati tradizionali. Tale ipotesi dà luogo a nuovi interrogativi come quelli esposti dal porfessore Cutrona : « Le grandi potenze continuano ad agire secondo i postulati della Geopolitica classica ? La Geopolitica classica è l’unico valido strumento per capire la realtà ? Si sta verificando un ritorno ai classici, oppure sono tramontati ? Queste premesse gettano le fondamenta di una nuova edizione della Guerra Fredda ? Costituiscono la chiara manifestazione delle ambizioni imperialuste della Russia e degli Stati Uniti ? »</p>
<p>Robert Cox, analista economico britannico, radicato da ormai molti anni a Buenos Aires, ha realizzato una categorizzazione classica del cangiante ordine internazionale, considerando che nell’ultima decade del secolo XX le procedure e le istituzioni internazionali hanno sofferto forti alterazioni, nonostante in quel momento lo scenario internazionale non mostrasse la stabilità necessaria per strutturare una nuova classificazione assiomatica del sistema, tranne che per un paio di questioni che si erano presentate come indiscutibili.</p>
<p>Da una parte, gli Stati Uniti erano riusciti a imporsi formalmente (nonostante questo fatto si fosse consumato alcuni anni addietro) nei confronti dell’Unione Sovietica e, in questa forma, il modello capitalista trionfava sull’archetipo della pianificazione centralizzata. <em>Grosso modo</em> la nuova ingegneria internazionale si è caratterizzata con la supremazia degli Stati Uniti, con la formazione di diversi blocchi economici e politici all’interno di una cornice di regionalismo aperto. A ciò bisogna aggiungere « <em>il consolidamento progressivo del capitalismo, la crescita economica esplosiva di alcune nazioni che in passato erano considerate sottosviluppate</em> <em>; l’espansione del commercio industriale, l’accentuazione della polarizzazione economica mondiale, tra le altre</em> » (Cutrona).</p>
<p>Nella Cattedra di La Rioja sono state analizzate le conseguenze causate dal terrorismo internazionale, il quale è passato a occupare, a partire dal 11 settembre 2001, il nuovo ruolo di nemico internazionale. L’analisi effettuata ha messo in evidenza che al di là delle timide ed ambigue manifestazioni controegemoniche di Cina, Cuba, Iran, Iraq e Corea del Nord, nessuno Stato è riuscito a sfidare la supremazia americana fino al punto di mettere al repentaglio la stabilità del sistema.</p>
<p><strong>Ordini internazionali</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Secondo il parere del professore Cutrona, sembrerebbe che il classico avversario americano avesse preso la decisione di ritarsi definitivamente dallo scenario mondiale. Una economia impoverita, una corruzione galoppante e, fondamentalmente, una crescita militare insostenibile, avevano finito per minare la vitalità russa, e sulle sue macerie è stata eretta la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), sebbene questo nuovo sistema non si trovi sotto il classico e tenace controllo moscovita.</p>
<p>Tuttavia, una serie di manovre portate a termine dal governo di Washington oltrepassarono una linea che Mosca non era disposta a tollerare : a) l’installazione di uno scudo antimissili in Polonia; b) l’introduzione di un complesso sistema di radar nella Repubblica Ceca.; c) la possibile entrata della Georgia e dell’Ucraina nella NATO.</p>
<p>Dietro ad ogni manifestazione di rivendicazione e/o di censura da parte di entrambe le potenze, si cela una visione strategica e una forma in cui ciascuna di essa concepisce lo spazio e la geografia, le quali diventano le basi dei rispettivi codici geopolitici, che costituiscono gli assi fondamentali sui quali si diagramma la politica estera di tutti gli Stati (Gaddis, 1982).</p>
<p>La rinnovata rivalità russo-americana si fonderebbe nell’uso di una serie di codici geopolitici specifici, i quali sono reiteratamente influenzati dalle teorie geopolitiche classiche.</p>
<p>Facendo riferimento all’ultimo accadimento internazionale degli inizi del 2009, scoppiò la contesa russo-ucraino sul trasporto del gas moscovita attraverso territorio ucraino, azione che minacciò con l’esporre l’Europa alle dure condizioni dell’inverno. Dopo forti accuse incrociate da parte di ambedue i governi, Russia e Ucraina hanno dovuto accettare l’intervento dell’Unione Europea per frenare l’inasprirsi della diatriba. L’avvenimento ebbe il suo culmine quando Mosca decise di troncare totalmente l’erogazione di gas verso l’Europa, dopo aver accusato Kiev di rubare e dirigere altrove la risorsa ; fatto che motivò il vertice europeo a intercedere per evitare che la disputa si abbattesse più forte sull’Europa.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Tra le principali conclusioni, la Cattedra di La Rioja ha indicato che la Geopolitica si è caratterizzata, tra le discipline affini, per il carattere eminentemente statico. Molti dei suoi postulati classici sono prevalsi fino ad ora senza subire variazioni. Un fattore ha contribuito su questa direzione: la produzione intellettuale nella Geopolitica ha sofferto un forte rovescio per via del fatto che è stata sempre identificata come « l’attore intellettuale » dei grandi strateghi durante le guerre mondiali, diventando un tabù all’interno degli ambiti accademici e politici internazionali.</p>
<p>Ma sono forse le guerre del petrolio, i conflittuali problemi sull’acqua dolce, l’acquisto delle terre, le discussioni sui confini, la pesca nelle acque territoriali e tanti altri temi, fattori che s’iscrivono all’interno della tematica geopolitica ?</p>
<p>Durante gli ultimi anni, un gruppo d’intellettuali sta avviando forti trasformazioni all’interno di questa disciplina. La Scuola Critica ha messo in discussione molti dei suoi fondamenti, in una missione emancipatrice dal lascito intellettuale geopolitico classico.</p>
<p>Sembrava che tutto suggerisse che la congiuntura internazionale si era evoluta verso un percorso completamente nuovo. Tuttavia, una serie di fatti inattesi retrodatavano lo <em>status quo</em> di alcuni decenni . Entrambe le potenze (Russia &#8211; Stati Uniti) hanno deciso di riattivare i codici geopolitici di epoche precedenti e l’ingegneria teorica elementare di tali codici trova le sue profonde radici nel pensiero geopolitico tradizionale, come da me descritto nel mio libro : <em>« La geopolitica : un dialogo tra la geografia e la storia</em> », (2002, 2003).</p>
<p>È certa la conclusione del professore Cutrona ; nella sua esposizione, svolta nella Cattedra di Geopolitica del secolo XX, egli afferma : « <em>Il sistema internazionale è troppo complesso per incasellare i processi più recenti secondo i modelli e gli schemi del passato</em> ».</font></p>
<p>(trad. di V. Paglione)</p>
<p><font size="2"><strong>* Bernardo Quagliotti de Bellis è direttore della <em>Asociación Latinoamericana de Estudios Geopolíticos e Internacionales</em> e della rivista &#8220;Geosur&#8221;; attualmente è docente presso la <em>Escuela de Comando de la Fuerza Aérea</em> e il <em>Centro de Altos Estudios Nacionales</em>, ma in passato ha insegnato presso numerose istituzioni universitarie, tra cui la <em>Escuela de Guerra Naval</em>, dove ha lavorato per un ventennio, e l&#8217;<em>Instituto Militar de Estudios Superiores</em>, dove deteneva la cattedra di Geopolitica</strong></font></p>
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		<title>L&#8217;Eurasia, un caso di studio</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 13:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’area euro-asiatica rappresenta un case study. Per un duplice ordine di ragioni. In primo luogo, perché tale area, con tutte le sue risorse interne, definisce la portata e la stabilità dell’asset sistemico e “macroregionale” del mondo post-comunista, che anche oggi incorpora stratificazioni di ceti politici ed economici ereditati dal totalitarismo comunista. In secondo luogo, osserviamo che il capitalismo globalizzato si ristruttura seguendo il corso della destrutturazione del post-comunismo e il parallelo corso delle élites e dei poteri dominanti in questa area.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2770/leurasia-un-caso-di-studio" title="L&#8217;Eurasia, un caso di studio"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/eurasia.ev7lbsva99kog80s4osoc80s0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="L&#8217;Eurasia, un caso di studio" ></div></a><p><font size="2"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’area euro-asiatica rappresenta un <em>case study</em>. Per un duplice ordine di ragioni.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">In primo luogo, perché tale area, con tutte le sue risorse interne, definisce la portata e la stabilità dell’<em>asset</em> sistemico e “macroregionale” del mondo post-comunista, che anche oggi incorpora stratificazioni di ceti politici ed economici ereditati dal totalitarismo comunista. Come la sociologia della politica insegna, non si dà alcun ricambio reale nella storia, quel che accade – dopo la destrutturazione di complessi sistemi di potere, a forte valenza ideologico-simbolica – è la “partita di giro” tra vecchie <em>élites</em> e “nuove” <em>élites</em> patrocinate dal vecchio <em>establishment</em>. La Russia è l’effetto sintomatico di questa verità sociologica, con in più l’aggregato denso e oscuro di una criminalità mafiosa inserita nelle “stanze dei bottoni” ed attiva nella società. Il capitalismo mondiale è già di per sé spesso ostaggio di zone d’ombra di questa natura, non può non esserlo in un territorio vasto e privo di società civile responsabile e proattiva come la Russia. La Russia è un significativo caso di studio da affrontare con strumentazione aperta e non dogmatica.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">In secondo luogo, osserviamo che il capitalismo globalizzato si ristruttura seguendo il corso della destrutturazione del post-comunismo e il parallelo corso delle <em>élites</em> e dei poteri dominanti in questa area. Prova ne sia il ruolo della Russia sul piano degli equilibri energetici mondiali, dato che solo in pochi hanno osservato, tra i quali il ministro dell’economia Giulio Tremonti ed Edward Luttwak. L’attuale politica estera italiana rispecchia questo potenziale di potere accumulato nell’area euroasiatica e, con ciò, rideclina una posizione aperta nei confronti del Mediterraneo. Ciò garantisce la tenuta del corso politico italiano, da un lato, e, dall’altro, riapre la partita con il mondo occidentale, non più confinato al legame a doppio filo con gli Stati Uniti. La politica estera di Silvio Berlusconi è, per certi versi, omogenea e speculare a quella di Benito Mussolini e si fonda sulla ridefinizione del ruolo dell’Italia in relazione diretta a due fattori: da un lato, la mancanza di materie prime dell’Italia e della necessità di avere un <em>partner</em> come la Russia per agevolare l’approvvigionamento di gas e petrolio (questo dato differenzia Berlusconi da Mussolini); dall’altro, il rapporto con Gheddafi riequilibra lo sbilanciamento mondiale a favore dell’Atlantico e preserva il futuro dell’Italia nell’area mediterranea, in un ruolo di mediazione di alto profilo, pur senza <em>leadership</em> riconosciuta universalmente. Questa è la novità italiana nel contesto della crisi finanziaria mondiale. L’Europa gioca una partita a scacchiera aperta e con differenziazioni interne marcate, tanto che, per quest’area macroregionale si può parlare di una sorta di logica dei frattali, che scandisce i momenti della decisione politica a seconda dei singoli punti di vista e della percezione prospettiva. La prospettiva regionale è tornata a padroneggiare nel contesto macroregionale europeo.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La deriva degli USA è l’altro fattore che costituisce la cartina di tornasole dell’ipotesi dell’”Eurasia” come <em>case study</em>. Gli USA di Barack Obama, a causa della crisi finanziaria e della carenza infrastrutturale, sono alla mercè della Cina, che, grazie alla formidabile progressione di crescita economica ed all’<em>asset </em>infrastrutturale poderoso, dispongono di gigantesca liquidità di cui devono “liberarsi” per assicurare al corso mondiale di cui fanno parte la giusta fluidità. La <em>Bank of</em> <em>China</em> ha nelle sue casse i buoni del tesoro americani e paga i debiti americani. Gli USA stanno perdendo dinamismo nell’ambito del corso mondiale, costituito più che altro dalla forza delle infrastrutture e dall’assetto interno della società. Negli anni ’90, il corso clintoniano ha pensato di potersi sbarazzare della funzione stabilizzatrice e proattiva del <em>Government </em>– come documenta il lungo Rapporto sullo Stato dell’Unione di Bill Clinton del 1996 -, per fare spazio alla finanziarizzazione dell’economia, con una Wall Street che diventava, così, la sostanziale regolatrice della politica economica; ebbene, questa politica “economica” ha mostrato tutti i suoi limiti già nel biennio 1999-2000, con la prima grande crisi della “<em>New Economy</em>”. In seguito, nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il contesto si è acclarato per quel che era nell’oggettiva dimensione storica. Ma il <em>trend </em>ha origini clintoniane, dunque progressiste-mondialiste, non neoliberiste. Ma ciò sia detto <em>a latere </em>di un ragionamento che intende affrontare lo snodo dinamico e cruciale del ruolo degli USA. Un ruolo che vede non tanto e/o soltanto una oggettiva <em>diminutio </em>del suo peso storico, ma un affanno strutturale complessivo a fronte di una ripresa finanziaria che non fa altro che dilatare lo spazio delle contraddizioni rispetto alla crescita esponenziale della disoccupazione, giunta ormai a livelli epocali, il 10%. Questa ristrutturazione del peso dell’<em>American Empire</em> &#8211; ben al di là del “Secolo Americano” e dell’ideologia mondialista immanente alla sua forma e comunicazione culturale e politica – si colloca nel dominio analitico e storico – direi logico-storico, nei termini di critica dell’economia politica di Marx – della rinascita del blocco euro-asiatico. La crisi finanziaria mondiale non fa altro che rilanciare l’asse Russia-Cina-India e, con segmentazioni affini, l’Italia che, nella sua debolezza, rappresenta tuttavia un punto cruciale e strategico del Mediterraneo. Ma questo complesso di movimenti interni alla natura stessa di una globalizzazione organizzata per fattori macroregionali – con buona pace dell’ideologia mondialista e omologatrice – richiama ad elementi in qualche misura “antichi” che la storia politica ha variamente còlto, in una grande ricchezza di sfumature. Intanto, nella globalizzazione macroregionale vince chi ha più cultura, flessibilità, coesione sociale e potenza infrastrutturale. Chi è carente di tutto ciò è destinato a soccombere o, perlomeno, a cedere di fronte alla competizione mondiale. Competizione, poi, che si pone fino ad un certo punto, perché è universalmente acclarato il fatto che la Cina non può essere un <em>competitor </em>dell’Italia e neanche dell’Europa nel suo complesso, e viceversa evidentemente, per la semplice ragione che non c’è partita. La Cina ha trovato nel fondo – anche oscuro – della sua cultura nazionale un deposito infrastrutturale dovuto alla costruzione di un impero marxista a fondamento partitico-statolatrico; a ciò ha unito la “scoperta” del mercato, sempre mantenendo una regolazione statuale pesante, mostrando come il capitalismo sia sempre un “modo di produzione” (<em>Produktionsweise</em>, nel lessico della critica dell’economia politica marxiana) e raramente una metafisica astratta. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’insieme di queste riflessioni non intende rafforzare la tesi sul “crollo” dell’impero americano. La realtà geopolitica ci mostra altri dati sui quali riflettere. L’Eurasia è la cartina di tornasole di alcune “antiche” novità.</span></p>
<p><strong>* Raffaele Iannuzzi, giornalista de &#8220;Il Secolo d&#8217;Italia&#8221;, è autore de <em>Il Dio cercato </em>(Genova-Milano 2003), <em>Il suicidio della modernità </em>(Siena 2008) e co-autore (con don Gianni Baget Bozzo) de <em>Tra nichilismo e Islam. L&#8217;Europa come colpa </em>(Milano 2006)</strong>.</font></p>
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		<title>La grande deriva geopolitica</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 10:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>

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		<description><![CDATA[Da ormai più di mezzo secolo l’asse degli avvenimenti globali si sta spostando dall’Europa verso l’estremo Oriente. Questo fatto porta in primo piano i pesi massimi della storia: Cina, India e Russia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2113/la-grande-deriva-geopolitica" title="La grande deriva geopolitica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/map2.70suyr1cwp0ko4oswk0cw4gss.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="76" alt="La grande deriva geopolitica" ></div></a><p>Fonte: http://www.enriquelacolla.com/sitio/nota.php?id=152</p>
<p><font size="2"><em>Da ormai più di mezzo secolo l’asse degli avvenimenti globali si sta spostando dall’Europa verso l’estremo Oriente. Questo fatto porta in primo piano i pesi massimi della storia: Cina, India e Russia</em>.</p>
<p>Questi ultimi tempi sono contrassegnati dalle crisi delle ideologie e dalla messa in scena delle volontà più sfrenate nell’impiantare un’egemonia globale da parte di un capitalismo che ha esaurito la sua positività storica e che solo sembra indirizzarsi verso la distruzione di tutto e di tutti in onore di un’ingordigia che non si preoccupa di altro se non di concentrare i propri profitti – ubbidendo, in questo modo, alla sua più radicata legge naturale -; in questa realtà caleidoscopica e feroce, si confrontano due grandi principi, i quali a loro volta si agganciano a un nodo esplosivo. Il primo, concerne la persistenza delle grandi correnti di massa che hanno bisogno di essere accostate intorno a qualche bandiera che le rappresenti, in altre parole, che raffiguri l’espressione del loro desiderio di essere, di riconoscersi in un’ideologia vincolante -, e l’altro, concerne le grandi derive geopolitiche che rendono evidente la forza cieca della volontà di potere e della volontà d’imposizione che si colloca sopra qualsiasi altra determinazione che implichi l’esistenza di una volontà estranea al modulo dominante.<br />
La grande corrente che puntava a instaurare la giustizia e l’uguaglianza sociale e che si era manifestata nei fenomeni vincolati alla costruzione collettiva di un mondo migliore partiva, grosso modo, dalla rivoluzione Francese e finì provvisoriamente sconfitta dall’ostilità, ferocia e maggiore duttilità dal capitalismo e dal suo braccio esecutore, la società borghese, che alla fine del secolo XVIII conquistò la pienezza dei suoi poteri, al tempo stesso che costruiva contro il fenomeno che la negava i postulati della libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Dobbiamo prendere atto che la sconfitta di quest’ultima corrente fu dovuta ai suoi propri errori e alle sue limitazioni dottrinarie. Ma, nessuno è nato imparato.<br />
Dopo che era diventata evidente questa sconfitta, una buona parte dell’opinione contestatrice che condivideva il progressismo e si opponeva allo status quo, considerò la caduta del Muro di Berlino come un verdetto definitivo contro un proposito insurrezionale che implodeva dovuto alla propria fragilità interna e perché era portatore di valori la cui obsolescenza era (presumibilmente) messa in evidenza dalla sua incapacità d’imporsi. Durante la decade degli anni novanta si osservò in molti settori del progressismo intellettuale, che fino a quel momento aveva rivendicato la rivoluzione, l’avanzata di un diffuso scetticismo, associato a un edonismo assimilabile alla cultura light. È l’epoca de “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Questo edonismo, in fondo, era già presente in loro da ormai molto tempo e rispecchiava uno stato d’animo –ragguardevole, soprattutto negli strati intellettuali dei paesi del primo mondo – che prediligeva inserirsi nell’ambito privilegiato dell’Accademia, prima di vedersi presi a calci dai fatti violenti della storia. C’era e c’è in quest’ultima, troppa densità, troppe contraddizioni tra etica, politica, passato, presente e futuro eventuale; era una sfida molto grande da poter essere sorretta da coloro che si sforzarono nel costruire un mondo diverso. Un simile volume di problemi era di molto peso per essere risolto in un’equazione che consentisse ai nostri intellettuali di conservare la loro stanza imbottita nelle cattedre o nelle cappelle culturali ed essere, contemporaneamente, validi campioni delle cause giuste. Allora, cosa c’era di meglio nel considerare la partita come se fosse persa, sentenziare la morte dell’utopia e consentire il godimento senza colpa dei privilegi che sono contenuti in una posizione più o meno confortevole.<br />
Oggigiorno, l’utopia e la rivoluzione sono diventate turpi parole, come fino a non molto tempo fa era accaduto con il vocabolo imperialismo. Solo che, per quanto concerne quest’ultimo, dopo l’11 settembre 2001, partendo dal decreto di Bush junior sulla “guerra infinita” e dalle invasioni dell’Iraq e dell’Afganistan, è diventata impossibile negare la sua presenza, nonostante i mezzi di comunicazione e la Vulgata democratica continui a ignorarlo.<br />
Questo imperialismo, attualmente, dispiega i suoi tentacoli su tutto il mondo. Ma, come la lotta ideologica è passata in secondo ordine, i contorni della situazione globale tendono a manifestarsi dalla crudezza vincolata con la geopolitica. Vale a dire, allo scontro frontale delle volontà di potere, esacerbate dalla mancanza di referenti ideologici affidabili e inserite intorno agli imperativi categorici che si deducono dalla posizione geografica dei paesi che si contendono il possesso delle risorse naturali, e il dinamismo delle potenze che cercano d’imporsi l’una sull’altra, la geopolitica si trova infuocata dal carattere agonico del sistema capitalista, la cui febbre aumenta con l’acutizzarsi della crisi.</p>
<p>Un’epoca pericolosa</p>
<p>	Così come esiste un apogeo e un declino delle grandi potenze (Paul Kennedy dixit), esiste anche un apogeo e un declino del sistema economico che ha mantenuto in moto il mondo sin dagli albori della società moderna. Attualmente la sovrastruttura politica manifesta i dolori e le incertezze propri delle epoche di transizione: come ha osservato Gramsci, un mondo muore e quello che dovrebbe rimpiazzarlo non è partorito ancora.<br />
	Questa è un’epoca pericolosa, tanto per il potere distruttivo raggiunto dall’uomo in violazione delle leggi della natura, quanto per la gigantesca magnitudine dei rivali che si confrontano per il predominio. Il capitalismo aveva generato collisioni che nel suo grembo avevano, nonostante tutto, una positività innegabile: era troppo quello che si distruggeva, ma ancora di più quello che avanzava. Ad esempio, con la scoperta dell’altro, conseguenza dell’accelerazione della capacità di trasferimento e di continue rivelazioni geografiche e culturali; nella sagacità per scoprire le pieghe della psiche e nella scienza, che potenziava tutti quegli spostamenti e generava senza tregua nuovi orizzonti, si nutriva una grande speranza. La velocità di questa dinamica e la magnitudine dei protagonisti che la rappresentavano non giungevano a scompensare le possibilità di sopravvivenza del globo.<br />
	La situazione comincia a cambiare nel secolo XX, quando le grandi potenze industriali si battono le une contro le altre per il controllo delle materie prime in guerre sempre più devastanti e implacabili. Se fino alle guerre napoleoniche la questione si dirimeva tra Stati provvisti da una capacità di distruzione limitata e circoscritta in determinati spazi geografici che, sebbene si disperdessero per il mondo intero, operavano in scenari che incidevano solo nelle frazioni dei cinque continenti. Nel secolo XX, la motorizzazione, la socializzazione delle masse e il potere di distruzione coinvolsero il pianeta in un disordine dalle enormi proporzioni, dal quale nessuno è sfuggito senza essere stato, in un modo o nell’altro, compromesso. Europa e Asia sono state colpite da questo terremoto e il resto del mondo ne risentì, in qualche maniera, il rimbalzo delle onde espansive di questo sisma.<br />
	Le guerre religiose, le atrocità commesse durante la conquista dell’America o la colonizzazione dell’Africa, i conflitti per il predominio europeo che contraddistinsero le guerre della monarchia asburgica contro il potere ascendente dell’Inghilterra e della Francia, sono state nulla se comparate con le tattiche di sfinimento in atto nel 1914-1918, la distruzione diffusa dagli eserciti di Hitler ad Auschwitz, il terrorismo sistematico dei bombardamenti “a tappeto” praticati dalla Germania e dal Giappone, e le inclementi politiche di embargo impiegate in forma continuata durante e dopo il ciclo delle guerre mondiali, in certi casi verso piccoli paesi con un’insufficiente capacità di difendersi da quello strangolamento.<br />
	Attualmente la situazione si è aggravata. Non perché stanno accadendo avvenimenti così catastrofici come quelli fin qui registrati, ma perché l’asse dei conflitti – in corso o potenziali – si è spostato dall’Europa verso la gigantesca massa continentale euroasiatica, dove gli stati che eventualmente dovranno fare la parte dei protagonisti possiedono delle dimensioni fenomenali, proiettandosi come rivali dell’Occidente a tutti gli effetti, in lotta per il predominio.<br />
	Lo scacchiere geopolitico del secolo XXI è oggetto di studi e d’impegno da parte di specialisti in materia. Tra i più conosciuti tra di noi si trovano personalità come Walter Lutwak e Zbigniew Brzezinski, i quali (insieme a una miriade di pianificatori del Pentagono e del Dipartimento di Stato) si sono impegnati a tratteggiare una politica di grande portata diretta ad annullare la Russia, sottraendogli regioni che le erano vincolate da legami atavici, come nel caso dell’Ucraina e, allo stesso tempo, favorendo lo smembramento di tutti quegli Stati che sono strattonati da nazionalismi meschini. Divide et impera. Questo movimento è simultaneo all’assalto perpetrato verso quelle regioni che sono produttrici di materie prime strategiche o grandi riserve di gas o di petrolio, con la pretesa di controllare le vie dove attraversano i vettori attraverso i quali queste materie prime circolano, elaborando strategie che blocchino la Cina e la Russia nell’interferire in questi sviluppi. Che, certamente, tendono a subordinare queste potenze al diktat degli Stati Uniti e dell’Unione Europea in una reimpostazione delle regole del Grande Gioco che ha al suo centro la polemica tra l’Isola Mondiale (Eurasia) anche denominata Perno del Mondo o Centro del Mondo (l’Heartland) e la periferia esterna a quel “cuore del mondo” composta da una serie di gradazioni che partono dagli Stati “peninsulari” – l’Unione Europea, l’India e il Giappone, i quali si trovano alloggiati nei margini della massa continentale euroasiatica – agli Stati marittimi (Stati Uniti e Gran Bretagna), che si trovano nell’ago della bilancia e che, nel caso degli Stati Uniti, esso si avvantaggia di una condizione sia insulare sia continentale. Le tesi di Sir Halford Mackinder, che aveva concepito questo quadro nella prima metà del secolo scorso, conservano tutta la loro attualità.<br />
	Certamente, le coordinate di questa impostazione non implicano l’imposizione di comportamenti invariabili. Le congiunture politiche possono interessarlo e farlo giocare in una maniera imprevedibile. La geografia fisica come fattore determinante della storia non può agire per se stessa: i suoi grandi blocchi o unità in parte sono il risultato dell’attività degli uomini e della loro interazione in termini socio-economici e politici. In questo momento si sta disegnando nella cartina una dialettica dei rapporti di potere che cela un’enorme capacità di destabilizzazione al suo interno. Washington (che crede di essere il Deus ex machina di tutto quello che accade nel mondo) fomenta tali contraddizioni, ma gli effetti di queste possono essere così inaspettati come formidabili.</p>
<p>L’India e l’assedio della Cina</p>
<p>	Le pubblicazioni elettroniche e non, nelle quali si sperimentano punti di vista alternativi in materia di politica internazionale (Global Research, Foreign Policy Journal, Asia Times, Reseau Voltaire, eccetera) sono inquiete davanti alla situazione che è in gestazione nel subcontinente indiano e nel nucleo euroasiatico e rendono evidente l’importanza della loro evoluzione. Questa zona, in effetti, raggruppa il grosso della popolazione mondiale, ha enormi risorse ed è militarizzata o si sta militarizzando al massimo. Ospita quattro potenze nucleari – Russia, Cina, Pakistan e India -, si trova vicina alla polveriera del Medio Oriente e in essa si può decidere la sorte del Grande Gioco nel giro di questo secolo. Vale a dire, che in questo posto si può affermare o fare a pezzi la politica egemonica dell’Occidente capeggiata dagli Stati Uniti, il quale tende risolvere la sua crisi impadronendosi dell’enclave e delle risorse che gli consentiranno d’insediare ed eventualmente attaccare la Cina, la potenza che, secondo tutti i pronostici e i calcoli più realisti, si profila come la superpotenza più forte del futuro. La teoria della guerra preventiva o della dissuasione mediante la minaccia militare possiede una lunga storia; non è sorta dopo l’attentato alle Torri Gemelle, è un principio che, nel passato, più che prevenire finì col precipitare i conflitti.<br />
	Il Gruppo di Shangai collega Russia e Cina con vari stati dell’Asia centrale e ha come osservatori il Pakistan e l’India. La dislocazione di questo raggruppamento di stati è un obiettivo prioritario per gli Stati Uniti e il blocco occidentale. Questa pretesa attualmente starebbe trovando un’accoglienza molto marcata da parte dell’India che, secondo i termini del teorema di Mackinder, si definisce come parte del flusso esterno o marginale nei confronti dell’area perno euroasiatica e che manifesta profonde rivalità con la Cina e con il vicino Pakistan. Continuare per questa strada, tuttavia, implicherebbe un punto d’inflessione nella politica estera indiana, fin qui capace di rimanere su una linea di neutralità pragmatica tra l’emergente polo eurasiatico e il più consolidato polo periferico.<br />
	Ciò sta cambiando. Lungi dall’immagine di raccolta spirituale e di pacifismo, prodotto delle leggende che si sono tessute su questo immenso paese e la personalità di Gandhi, l’India è una nazione che, nonostante le contraddizioni che la percorrono, possiede una ben definita vocazione di potenza. Si è industrializzata vertiginosamente, è diventata un fattore mondiale e si è armata su grande scala. Il pacifismo gandhiano era un espediente per raggiungere l’indipendenza da una posizione di debolezza assoluta nei confronti delle armi dell’impero britannico. In questo momento non è più così, e l’India sa che si trova messa in mezzo agli smisurati contendenti del Grande Gioco, che non le consentiranno di circolare facilmente per il corrimano della neutralità. Deve scegliere o, per lo meno, si deve dotare di un arsenale e di un’attrezzatura scientifica che gli consentano, arrivato il momento, di pesare in forma decisiva sia nella neutralizzazione, sia nella risoluzione del conflitto tra l’Eurasia e il “flusso marginale”.<br />
	Ma l’India sembra che stia tendendo piuttosto verso quest’ultima ipotesi. Questo fatto è grave, poiché presuppone finire con la politica di non allineamento del Pandit Nehru e tornare, sotto forma più sottile, alle politiche dipendenti dell’epoca del Raj britannico. Un anello è cominciato a formarsi intorno alla Cina. Sotto questa inquadratura l’India si è unita tacitamente agli Stati Uniti, Giappone e Australia, configurando una coalizione a quattro che punta contro la Cina. Lo sviluppo della marina india che per il 2014 progetta introdurre una flotta di portaerei con il fine di controllare l’oceano indiano in concomitanza con la flotta americana, è sintomo di qualcosa più grande, nel senso che si vede verso dove vuole andare la pianificazione di Nuova Delhi. La conquista di un posto sotto il sole starebbe diventando un obiettivo per la politica estera india.<br />
	Ciò non dovrebbe verificarsi sotto forma d’identificazione con i paesi della periferia esterna. Vale a dire, con l’imperialismo globalizzatore della società di mercato. Ma esistono motivi ben concreti che spingono verso questa direzione. La rivalità con il Pakistan e il rischio di una frattura in quest’ultimo paese, la sua vicinanza con l’Afganistan e l’insediamento della NATO nell’area, dove può far pressione verso le frontiere della Cina e dell’Iran, sono tutti fattori che avvertono l’incombere della tormenta. L’India dovrà giocare le sue carte. Il posizionamento dei diversi attori sarà soggetto a molte vicissitudini e al caso della congiuntura, ma le tendenze generali sono fin troppo chiare.<br />
	Lo è anche per la Cina. La nuova base di sottomarini nucleari che sta costruendo a Sud dell’isola di Hainan, da poco confermata dalle fotografie satellitari ad alta risoluzione e la sua decisione di costruire alcuni gruppi di portaerei da combattimento (Task Force) che dovrebbero insediarsi nello stesso luogo, ha scompigliato gli alti comandi dell’Armata americana. Il comandante in capo delle forze americane in Asia, l’ammiraglio Timothy King, ha definito come terminali le scelte militari che Cina sta prendendo nei mari che la circondano. In un’intervista concessa in questi giorni alla Voce d’America, ha precisato che il suo paese “ha il fermo proposito di non abbandonare il suo ruolo predominante nel Pacifico”, avvertendo a Pechino che affronterebbe una sconfitta sicura se decidesse di animarsi a sfidare militarmente gli Stati Uniti.<br />
	Sembra essere evidente che nei conflitti che si stanno sviluppando, la posizione dell’India non potrà essere passiva. Ma una cosa è avere una presenza e un&#8217;altra è gettarsi a favore dell’Occidente. Giocare nei due bandi è l’espediente che ha per il momento, mentre osserva come si organizzano le cose, ma la sua posizione è molto decisiva perché possa evitare il compromesso nel caso in cui la situazione precipiti. In particolare, se si prende in considerazione la lunga rivalità di frontiera con la Cina e la spina inchiodata nel fianco rappresentata dal Pakistan, unico paese musulmano nel mondo provvisto di armi nucleari. La cosa migliore sarebbe che l’India evitasse di diventare la punta dilancia americana contro Cina e potesse agire come l’ago della bilancia nel caso in cui si diffondesse un conflitto. Ma non ci sono indizi che ciò accadrà.<br />
	Quale ruolo giocheranno le masse in questo processo? La domanda ci riporta all’impostazione iniziale. Le masse – non solo quelle dell’India, ma anche quelle di tutto il mondo – sprovviste d’ideologia, potranno recuperarla per scappare dal tornio che le opprime tra l’imperativo geopolitico e l’appetito di potere delle elite? La concentrazione di denaro del capitalismo senile sta perfino annullando il senso e la ragione di essere della borghesia. Le elite finanziarie e del mondo della comunicazione sono sempre più anonime e sempre più astratte. E, di conseguenza, sempre più elusive e difficili da fissare come obiettivo. Forse c’è bisogno di uno scuotimento della catastrofe, affinché i popoli comincino di nuovo a camminare nella ricerca di una strada.</font></p>
<p>(trad. di Vincenzo Paglione)</p>
<p>Enrique Lacolla, scrittore, giornalista e docente. Escritor, periodista y docente. Dal 1962 al 1975 è stato membro dei Servizi di Radiodiffusione dell’Università di Nazionale la Universidad Nacional de Córdoba. Tra il 1975 e il 2000 ha fatto parte del gruppo de La Voz del Interior, cui ha seguitato a collaborare fiono ad aprile del 2008. Professore ordinario di Storia del cinema presso la Scuola del Cinema dell’Università di Córdoba dal 1967 al 2002, eccetto durante il periodo della dittatura.<br />
Nle 2005 ha ricevuto il Premio Consagracion de Cordoba<br />
Ultimi libri pubblicati :<br />
El Cine en su Época &#8211; Aportes para una historia política del filme (2003)<br />
El Siglo Violento &#8211; Una lectura latinoamericana de nuestro tiempo (2005)<br />
Apuntes de Ruta (2006) </p>
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		<title>Il nazionalismo paneurasiatico</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/1219/il-nazionalismo-paneurasiatico</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 09:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/1219/il-nazionalismo-paneurasiatico" title="Il nazionalismo paneurasiatico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/tru1.9n3wohujse0wk84koscok80co.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="97" alt="Il nazionalismo paneurasiatico" ></div></a>Prima della Rivoluzione, la Russia era un paese in cui il padrone ufficiale di tutto il territorio dello Stato era il popolo russo. Inoltre, non si faceva alcuna distinzione di principio tra le regioni a popolazione propriamente russa e quella con popolazione “allogena”: il popolo russo era proprietario e signore delle une e delle altre, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/1219/il-nazionalismo-paneurasiatico" title="Il nazionalismo paneurasiatico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/tru1.9n3wohujse0wk84koscok80co.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="97" alt="Il nazionalismo paneurasiatico" ></div></a><p>Prima della Rivoluzione, la Russia era un paese in cui il padrone ufficiale di tutto il territorio dello Stato era il popolo russo. Inoltre, non si faceva alcuna distinzione di principio tra le regioni a popolazione propriamente russa e quella con popolazione “allogena”: il popolo russo era proprietario e signore delle une e delle altre, e gli “allogeni” erano semplicemente membri della famiglia.</p>
<p>La situazione è cambiata con la Rivoluzione. Nel processo di decomposizione anarchica proprio del periodo rivoluzionario, la Russia avrebbe rischiato di disintegrarsi, se il popolo russo non avesse salvato l’unità dello Stato sacrificando la sua posizione di padrone unico. Così, la spietata logica della storia ha modificato la relazione tra il popolo russo e gli allogeni. I popoli non russi dell’ex Impero russo hanno acquisito una posizione che prima non avevano. Il popolo russo ora è soltanto uno dei popoli, con pari diritti, che occupano il territorio. Certo, poiché supera per numero tutte le altre popolazioni e possiede una lunga tradizione del sistema statale, esso svolge naturalmente il primo ruolo tra i popoli dello Stato. Tuttavia, non è più il padrone di casa, ma soltanto il <em>primo tra i pari</em>. Tale cambiamento sopraggiunto nella situazione del popolo russo deve essere tenuto in conto da tutti coloro che riflettono sull’avvenire della nostra patria. Non si deve supporre che la nuova posizione del popolo russo tra gli altri popoli dell’ex Impero e dell’odierna URSS, posizione che si è creata con la Rivoluzione, sia transitoria e provvisoria. I diritti di cui dispongono ormai i popoli non russi dell’URSS non possono essere ritirati. Il tempo consolida tale situazione. Ogni tentativo di riprendere o di ridurre questi diritti provocherebbe una resistenza accanita. Se un giorno il popolo russo si azzardasse a riprendersi o ridurre questi diritti con la forza, esso condannerebbe se stesso a una lunga e dolorosa lotta con tutti questi popoli, e a uno stato di guerra aperta o larvata con loro. Non c’è alcun dubbio che tale guerra sarebbe molto opportuna per i nemici della Russia, e che, nella loro lotta contro le pretese del popolo russo, i popoli dell’ex Impero e della URSS attuale, divenuti autonomi, troverebbero sostegno e alleati tra le potenze straniere. Inoltre, dal punto di vista morale, la posizione del popolo russo sarebbe molto svantaggiosa, quasi indifendibile. Questa lotta per riprendere i diritti degli altri popoli sarebbe impopolare in seno anche allo stesso popolo russo, poiché esso si priverebbe di ogni fondamento morale. Quale che sia l’esito di questa lotta, esso significherebbe per il popolo russo la perdita del suo senso statale a profitto di un’autoaffermazione sciovinistica, che comunque sarebbe solo il segno premonitore della disintegrazione dello Stato.</p>
<p>È fuori di questione, dunque, riprendere o ridurre i diritti acquisiti dai differenti popoli dell’ex Impero russo con la Rivoluzione. La Russia in cui il solo padrone di tutta l’estensione del territorio statale era il popolo russo appartiene ora al passato. Ormai, il popolo russo è e sarà soltanto uno dei popoli di pari diritti che occupano il territorio dello Stato e che prendono parte alla sua direzione.</p>
<p>Il cambiamento del ruolo del popolo russo nello Stato pone una serie di problemi alla coscienza nazionale russa. Prima il nazionalista russo <em>più estremista</em> era, malgrado tutto, un patriota. Ora, lo Stato nel quale vive il popolo russo non è più di esclusiva proprietà di quest’ultimo, e il nazionalismo russo esclusivo è un fattore di squilibrio per le componenti dello Stato, sicché finisce per distruggere la sua unità. Un eccessivo orgoglio nazionale russo può sollevare contro il popolo russo tutti gli altri popoli dello Stato, e isolarlo. Se, prima, anche un estremo orgoglio nazionale russo era un fattore sul quale lo Stato poteva appoggiarsi, ora questo orgoglio, <em>se raggiunge un certo limite</em>, può rivelarsi un fattore antistatale, che, lungi dall’edificare l’unità dello Stato, la fa esplodere. Visto il ruolo che ormai il popolo russo svolge nello Stato, il nazionalismo russo estremista può portare al separatismo russo, ciò che prima era impensabile. Un nazionalista estremista, che desideri ad ogni costo che il popolo russo sia il solo padrone del suo Stato e che questo Stato sia di proprietà del solo popolo russo, deve accettare, nelle attuali circostanze, che tutte le “marche” si distacchino dalla sua Russia, cioè che le frontiere di questa “Russia” coincidano approssimativamente con quelle della compatta popolazione grande-russa della Russia al di qua degli Urali: questo sogno nazionalista radicale è ristabilito soltanto nei ristretti limiti geografici. Il nazionalista russo estremista è così, nel momento attuale, un separatista, esattamente come gli altri separatisti: ucraini, georgiani, azerbaigiani, ecc.</p>
<p align="center">*</p>
<p>Se, precedentemente, il fattore fondamentale che saldava l‘Impero russo in una totalità era l’appartenenza di tutto il territorio ad un solo padrone, il popolo russo diretto dal suo zar russo, adesso questo fattore è stato annullato. Si pone quindi la questione di sapere quale altro fattore possa ormai saldare tutte le parti di questo Stato in una totalità.</p>
<p>La Rivoluzione ha voluto fare della realizzazione di un certo ideale sociale il fattore unificante. L’URSS non è soltanto un raggruppamento di repubbliche, è un raggruppamento di repubbliche <em>socialiste</em>, che cercano di realizzare lo stesso sistema sociale, ed è precisamente questa comunanza di ideali che riunisce queste repubbliche in una totalità.</p>
<p>La comunanza dell’ideale sociale e, per conseguenza, della direzione verso cui tende la volontà statale di tutte le parti dell’URSS è, certo, un potente fattore di unificazione. Ed anche se, col tempo, il carattere di questo ideale cambierà, il principio stesso della necessaria presenza di un ideale comune di giustizia sociale e di orientamento comune verso questo ideale deve restare alla base del sistema statale dei popoli e delle regioni che si trovano ora riuniti nell’URSS. Ci si può tuttavia chiedere se questo fattore sia sufficiente a riunire popoli così differenti in uno stesso Stato. In realtà, il fatto che la Repubblica dell’Uzbekistan o quella della Bielorussia siano tutte e due guidate nella loro politica interna dall’aspirazione a raggiungere lo stesso ideale sociale non implica affatto che esse debbano essere riunite all’ombra dello stesso Stato. Né impedisce anche che queste repubbliche siano ostili tra loro o che si facciano la guerra. È chiaro che il comune ideale sociale non basta, e che qualcos’altro deve controbilanciare le tendenze separatiste nazionaliste delle differenti parti dell’URSS.</p>
<p>Nell’URSS contemporanea, l’antidoto contro il nazionalismo e il separatismo è l’odio di classe e la coscienza di solidarietà che ha il proletariato di fronte al pericolo che lo minaccia permanentemente. In ogni popolo che costituisce l’URSS soltanto i proletari sono riconosciuti come cittadini a pieno diritto, e, infatti, l’URSS è composta non da popoli, bensì dai proletari di questi popoli. Avendo conquistato il potere ed esercitando la sua dittatura, il proletariato dei diversi popoli dell’URSS si sente costantemente minacciato dai suoi nemici, tanto da quelli interni (il socialismo non è ancora instaurato e, durante l’attuale periodo di “transizione”, bisogna ammettere l’esistenza dei capitalisti e dei borghesi all’interno della stessa URSS) quanto da quelli esterni (cioè il resto del mondo che si trova completamente nelle mani del capitalismo mondiale e dell’imperialismo). E, per mantenere il loro potere contro le macchinazioni dei loro nemici, i proletari di tutti i popoli dell’URSS non hanno altra scelta che di unirsi in un solo Stato. Tale maniera di dare un senso all’esistenza dell’URSS permette al governo sovietico di combattere il separatismo: i separatisti cercano di distruggere l’unità statale dell’URSS, ma questa unità è indispensabile al proletariato per difendere il proprio potere; ne consegue che i separatisti sono i nemici del proletariato. Per la stessa ragione è possibile e necessario opporsi al nazionalismo, poiché quest’ultimo può essere facilmente interpretato come separatismo latente. Inoltre, secondo la dottrina marxista, il proletariato è sprovvisto di istinti nazionalisti, che sono soltanto attributi della borghesia ed il prodotto dell’ordine borghese. La lotta contro il nazionalismo si realizza già nel fatto stesso di spostare l’attenzione del popolo dalle preoccupazioni nazionali a quelle sociali. La coscienza dell’unità nazionale, premessa di ogni nazionalismo, è distrutta dall’intensificazione dell’odio di classe, mentre la maggioranza delle tradizioni nazionali è denigrata per i suoi legami con l’ordine borghese, con la cultura aristocratica o i “pregiudizi religiosi”. D’altra parte, l’orgoglio di ogni popolo è solleticato in una certa misura dal fatto che, entro i confini del territorio da esso occupato, la sua lingua è dichiarata lingua ufficiale, le funzioni amministrative ed altre sono svolte da persone del suo ambito, e che, molto spesso, la stessa regione riceve il nome del popolo che l’abita.</p>
<p>Si può così dire che il fattore che riunisce tutte le parti dell’URSS in una totalità statale è, una volta ancora, la presenza di un solo padrone ufficialmente riconosciuto per tutto il territorio dello Stato; ma precedentemente questo padrone era il popolo russo governato dal suo zar, mentre ora è il proletariato di tutti i popoli dell’URSS, governato dal partito comunista.</p>
<p align="center">*</p>
<p>I difetti della presente soluzione del problema sono evidenti. Senza parlare del fatto che la divisione in proletariato e borghesia è intollerabile per numerosi popoli dell’URSS, o priva di senso e artificiale, questa soluzione è essenzialmente provvisoria. Infatti, l’unione statale del popolo e del paese dove il potere è stato preso dal proletariato è opportuna unicamente allo stadio attuale, quello della lotta del proletariato contro i suoi nemici. E il proletariato stesso, in quanto classe oppressa, è, secondo Marx, un fenomeno transitorio, destinato a sparire. Si può dire altrettanto della lotta di classe. In queste condizioni, l’unità dello Stato riposa su una base non permanente, ma transitoria. Ciò produce una situazione assurda, e genera fenomeni anormali. Per giustificare la propria esistenza, il governo centrale deve gonfiare artificialmente i pericoli che minacciano il proletariato, esso stesso deve creare degli obiettivi di odio di classe, prendendo per bersaglio la nuova borghesia, per eccitare il proletariato contro essa, ecc. In breve, esso deve costantemente mantenere nel proletariato l’idea che la sua posizione di unico padrone è estremamente fragile.</p>
<p>Lo scopo di questo articolo non è di fare la critica del partito comunista in quanto tale. Si esamina qui l’idea della dittatura del proletariato sotto uno solo dei suoi aspetti, quello di fattore unificante tutte le popolazioni dell’URSS in una totalità statale e contrastante i movimenti nazionali e separatisti. Ora, sotto questo aspetto, l’idea della dittatura del proletariato, quale che sia l’efficacia avuta finora, non può rappresentare una soluzione stabile e permanente. Il nazionalismo dei differenti popoli dell’URSS si sviluppa man mano che questi popoli si abituano al loro nuovo statuto. Lo sviluppo dell’istruzione e dell’alfabetizzazione nei differenti linguaggi e il fatto che le funzioni amministrative ed altre siano svolte da autoctoni intensificano le distinzioni nazionali tra le regioni, e fanno nascere presso gli intellettuali locali un timore geloso degli “elementi venuti dall’esterno” e il desiderio di rinforzare la propria posizione. Ora, nello stesso tempo, le barriere di classe all’interno di ogni popolo dell’URSS tendono a cancellarsi e le contraddizioni di classe a offuscarsi, il che crea le condizioni più favorevoli per l’emergere del nazionalismo a tendenza separatista per ogni popolo dell’URSS. Contro ciò, l’idea della dittatura del proletariato è impotente. Il proletariato giunto al potere si trova a possedere, talvolta a un livello estremo, questi istinti nazionalisti che, secondo la dottrina comunista, dovrebbero essergli completamente estranei. E questo proletario al potere sente gli interessi del proletariato mondiale in minima parte, rispetto a quanto era stato previsto dalla dottrina comunista…</p>
<p align="center">*</p>
<p>La soluzione odierna per l’unificazione statale delle parti dell’ex Impero russo deriva logicamente dal dogma marxista della natura di classe dello Stato e dal disprezzo, tipicamente marxista, del sostrato nazionale della nozione stessa di Stato. I partigiani di questo dogma non hanno altra scelta che rimpiazzare il predominio di un <em>popolo</em> con la dittatura di una <em>classe</em>, cioè di rimpiazzare il sostrato nazionale dello Stato con un sostrato di classe. Da questa sostituzione deriva tutto il resto. I comunisti sono così molto più coerenti dei democratici, che negano ogni sostrato nazionale unico dello stato russo, pretendendo una larga autonomia regionale o una federazione, <em>senza</em> dittatura di classe, senza comprendere che, in queste condizioni, l’esistenza dello Stato unico è impensabile.</p>
<p>Affinché le differenti parti dell’ex Impero russo seguitino a esistere come parti di uno stesso Stato, deve esistere un sostrato unico del sistema statale. Questo sostrato può essere nazionale (cioè etnico) o di classe. Il sostrato di classe può unificare soltanto temporaneamente le parti dell’ex Impero russo. Una unificazione stabile e permanente è dunque realizzabile soltanto sulla base di un sostrato nazionale (etnico). Prima della Rivoluzione, questo sostrato era il popolo russo. Ma non si può tornare ad una soluzione dove il popolo russo era il solo padrone di tutto il territorio dello Stato. Ed è anche chiaro che nessun altro popolo può svolgere questo ruolo. Ne consegue che <em>il sostrato nazionale dello Stato che si chiamava precedentemente Impero russo e che ora si chiama URSS, può essere soltanto l’insieme dei popoli che abitano questo Stato, considerati come una nazione particolare, fatta di più popoli, e che, in quanto tale, possiede il suo nazionalismo</em>.</p>
<p>Noi chiamiamo questa nazione eurasiatica, il suo territorio Eurasia, e il suo nazionalismo l’eurasiatismo.</p>
<p align="center">*</p>
<p>Ogni nazionalismo deriva da una coscienza precisa della natura personale, individuale, di una unità etnica data, che gli fa affermare prima di tutto l’<em>unità</em> organica e l’<em>unicità</em> di questa entità etnica (popolo, gruppo di popoli o parti di un popolo). Ma in realtà non ci sono popoli perfettamente monolitici od omogenei; in ogni popolo, anche in quello più piccolo, ci sono molteplici suddivisioni etniche, che si differenziano spesso in maniera netta per la lingua, il tipo fisico, il carattere, i costumi, ecc. Parimenti, non ci sono in realtà popoli interamente specifici o isolati: ogni popolo fa sempre parte di un gruppo di popoli al quale è legato da alcuni tratti generali. Inoltre, uno stesso popolo fa parte di un gruppo di popoli per una serie di caratteristiche, e di un altro gruppo per un’altra serie. Si può dire che l’unità di un’entità etnica è inversamente proporzionale alla sua importanza numerica, mentre la sua specificità è ad essa direttamente proporzionale. Soltanto le più piccole entità etniche (per esempio una piccola sottodivisione tribale di un popolo) si avvicinano alla piena omogeneità e all’unità totale. E solo le grandi entità etniche (per esempio un gruppo di popoli) si avvicinano all’unità totale. Il nazionalismo si astrae così sempre in una certa misura dall’eterogeneità e dall’indistinzione della sua entità etnica, e, secondo il grado di questa astrazione, si potranno distinguere differenti tipi di nazionalismo.</p>
<p>In ogni nazionalismo, si trovano a volte degli elementi centralizzatori (affermazione dell’unità dell’entità etnica) e degli elementi separatisti (affermazione dell’unicità e della distintività). Poiché un’entità etnica è inclusa in un’altra (un popolo fa parte di un gruppo di popoli che comporta delle sottodivisioni tribali o regionali), possono esistere dei nazionalismi di ampiezza variabile, di scala variabile. Questi nazionalismi sono anche “inclusi” l’uno nell’altro come dei cerchi concentrici, in conformità con le entità etniche verso le quali essi sono orientati. È chiaro che gli elementi centralizzatori e separatisti di uno stesso nazionalismo non sono contraddittori, allorché questi due nazionalismi concentrici si escludono a vicenda: se una entità etnica A è “inclusa” nell’entità etnica B, l’elemento separatista del nazionalismo A e l’elemento centralizzatore del nazionalismo B si escludono reciprocamente</p>
<p>Affinché il nazionalismo di una entità etnica non degeneri in un puro separatismo, è necessario che esso si combini con quello di un’entità etnica più grande, inclusiva di questa entità. Per quanto concerne l’Eurasia, ciò vuol dire che il nazionalismo di ciascun popolo dell’Eurasia (l’odierna URSS) deve combinarsi con il nazionalismo pan-eurasiatico, cioè con l’eurasiatismo. Ogni cittadino dello stato eurasiatico deve aver coscienza non solo di appartenere a un dato popolo, o a un sottogruppo di un popolo, ma anche a un popolo che appartiene alla nazione eurasiatica. E la fierezza nazionale di questo cittadino deve trovare soddisfazione nell’uno e nell’altro dei suoi aspetti. È in funzione di questo che deve essere costruito il nazionalismo di ciascuno di questi popoli: il nazionalismo pan-eurasiatico deve nascere dall’allargamento del nazionalismo di ogni popolo dell’Eurasia, dalla fusione di tutti questi nazionalismi in un tutto.</p>
<p align="center">*</p>
<p>Tra i popoli dell’Eurasia sono sempre esistite (e stabilite facilmente) relazioni fraterne, che suppongono l’esistenza di attrazioni e simpatie incoscienti (il caso inverso, cioè il caso della repulsione e dell’antipatia incoscienti tra due popoli dell’Eurasia sono molto rari). Certo, questi sentimenti incoscienti nono sono sufficienti. Occorre che la fraternità dei popoli dell’Eurasia divenga un fatto cosciente essenziale. Occorre che ogni popolo dell’Eurasia sia cosciente di se stesso innanzitutto come membro di questa fraternità, occupando un posto determinato in questa fraternità. E occorre che questa coscienza della sua appartenenza alla fraternità eurasiatica dei popoli divenga per ciascun popolo più forte e più chiara della coscienza della sua appartenenza a qualche altro gruppo di popoli. È certo che, per alcuni aspetti, ogni popolo dell’Eurasia può essere incluso in un altro gruppo di popoli non esclusivamente eurasiatico. Così, se si prende il criterio della lingua, i Russi fanno parte del gruppo dei popoli slavi, i Tatari, i Ciuvasci, i Ceremissi ed altri fanno parte del gruppo dei popoli chiamati “turanici”; se si prende quello della religione, i Tatari, i Baschiri, i Sarti, ecc. fanno parte del gruppo dei popoli musulmani<a href="#_ftn1">[1]</a>. Ma questi legami devono essere per loro meno forti di quelli che li uniscono alla famiglia eurasiatica: né il panslavismo per i Russi, né il panturanismo per i Turanici d’Eurasia, né il panislamismo per i musulmani d’Eurasia devono trovarsi in primo piano, bensì l’eurasiatismo. Tutti questi “panismi”, che intensificano le forze centrifughe dei nazionalismi etnici particolari, mettono al primo posto il legame unilaterale tra un popolo e altri popoli mediante un solo insieme di criteri; è per questo che sono incapaci di fare di questi popoli una vera nazione multietnica vivente: una individualità personale. Ma nella fraternità eurasiatica i popoli sono legati tra loro non da un insieme unilaterale di criteri, bensì dalla loro <em>comunità di destino storico</em><a href="#_ftn2">[2]</a>. L’Eurasia è una totalità geografica, economica e storica. I destini dei popoli eurasiatici sono intrecciati, essi formano un immenso groviglio che non si può più disfare, al punto che il distacco di un popolo da questa unità non può avvenire se non con un atto di violenza contro la natura, che può apportare solo sofferenza. Non si può dire nulla di simile riguardo ai gruppi di popoli che formano la base del panslavismo, del panturanismo o del panislamismo. Nessuno di questi gruppi è unito a un tale grado dall’unità del destino storico dei popoli che ne fanno parte. Nessuno di questi “panismi” ha un valore pragmatico comparabile a quello del nazionalismo paneurasiatico. Questo nazionalismo non ha soltanto un valore pragmatico, esso è semplicemente una necessità vitale: soltanto il risveglio della coscienza dell’unità della nazione eurasiatica multietnica può dare alla Russia-Eurasia il sostrato etnico del sistema statale, senza il quale essa comincerà prima o poi a esplodere in pezzi, causando sofferenze e dolori infiniti a tutte le sue parti.</p>
<p>Affinché il nazionalismo paneurasiatico possa svolgere efficacemente il suo ruolo di fattore di unificazione dello Stato eurasiatico, bisogna rieducare la coscienza dei popoli dell’Eurasia. Certamente, si può dire che la vita stessa si incarica di questa rieducazione. Il solo fatto che tutti i popoli eurasiatici (e nessun altro popolo al mondo) da tanti anni sopportino insieme il regime comunista e tentino di sbarazzarsene crea tra loro migliaia di legami psicologici e storico-culturali nuovi e li costringe a vedere più chiaramente la comunità del loro destino storico. Ma questo non è tutto. È indispensabile che gli individui che hanno già pienamente e chiaramente coscienza dell’unità della nazione eurasiatica multietnica diffondano le loro convinzioni, ognuno nella nazione eurasiatica nella quale lavora. Ecco un terreno vergine da esplorare per i filosofi, i saggisti, i poeti, gli scrittori, i pittori, i musicisti e gli scienziati nei più diversi campi. Bisogna rivedere un certo numero di discipline scientifiche dal punto di vista dell’unità della nazione eurasiatica multietnica, e costruire nuovi sistemi scientifici per rimpiazzare quelli antichi, divenuti obsoleti. In particolare bisogna considerare in modo assolutamente nuovo la storia dei popoli dell’Eurasia, compresa quella del popolo russo…</p>
<p>In questo lavoro di rieducazione della coscienza nazionale, mirante a stabilire l’unità sinfonica (corale) della nazione multietnica d’Eurasia, è indubbio che il popolo russo deve fare lo sforzo maggiore. In primo luogo, esso dovrà più degli altri lottare contro gli antichi punti di vista, che hanno formato la coscienza nazionale russa al di fuori del contesto reale del mondo eurasiatico e che hanno isolato il passato del popolo russo dalla prospettiva generale della storia dell’Eurasia. In seguito, il popolo russo, che era prima della Rivoluzione il solo signore della Russia-Eurasia e che è ora il primo (per numero e per importanza) tra i popoli eurasiatici, deve naturalmente essere d’esempio per gli altri.</p>
<p>Il lavoro di rieducazione della coscienza nazionale che fanno gli eurasiatisti si svolge attualmente in condizioni eccezionalmente difficili. È sicuramente impossibile condurre apertamente questo lavoro sul territorio dell’URSS, e nell’emigrazione la maggior parte delle persone sono incapaci di prendere coscienza dei cambiamenti dovuti alla rivoluzione e delle loro conseguenze oggettive. Per costoro, la Russia è ancora un insieme di unità territoriali conquistate dal popolo russo e ad esso appartenenti in modo chiaro e netto. Essi non possono comprendere né lo scopo della costruzione di un nazionalismo paneurasiatico, né l’idea dell’unità della nazione eurasiatica multietnica. Per costoro, gli eurasiatisti sono dei traditori, che hanno rimpiazzato la nozione della “Russia” con quella dell’”Eurasia”. Essi non si rendono conto che non l’eurasiatismo, ma la vita stessa è responsabile di questa sostituzione; essi non comprendono che il loro nazionalismo russo nelle condizioni attuali è soltanto un separatismo grande-russo, che la Russia puramente russa ch’essi vorrebbero far “rinascere” è possibile solo a condizione che si separino tutte le province esterne, il che significa che essa può esistere solo nei limiti della Grande-Russia etnica. Altri movimenti di emigrati attaccano l’eurasiatismo dal punto di vista opposto, essi esigono l’abbandono di ogni specificità nazionale e pensano che si possa riorganizzare la Russia sui principi della democrazia europea, senza alcun sostrato etnico o di classe. In quanto rappresentati delle posizioni occidentalizzanti astratte delle vecchie generazioni dell’intellighenzia russa, essi non vogliono comprendere che, affinché uno Stato esista, bisogna prima di tutto che i cittadini di questo Stato abbiano coscienza della loro appartenenza organica a una totalità unica, a una unità organica che non può essere soltanto etnica o di classe, e che nel momento attuale ci sono solo due soluzioni: o la dittatura del proletariato, o la coscienza dell’unità e dell’unicità della nazione eurasiatica multietnica e il nazionalismo paneurasiatico.</p>
<p>(*) Articolo apparso in “Evrazijskaja Khronika”, 9, 1927, pp. 24-31, con il titolo originale <em>Obščevrazijskij nacionalizm</em>.</p>
<p>(estratto da Eurasia. Rivista di studi geopolitci, a. I, n. 1, 2004)</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> I Tatari sono il più numeroso tra i popoli della Volga (oltre 2.500.000); rappresentano la parte fondamentale della Repubblica Autonoma Tatara, sebbene gruppi consistenti di Tatari vivano anche in altre regioni della Russia. I Tatari parlano una lingua turca e sono di religione islamica (sunnita).</p>
<p>I Ciuvasci, che costituiscono il grosso della popolazione della Repubblica Autonoma Ciuvascia, sono un popolo di un milione e mezzo di anime, che parla una lingua turco-tatara. Si ritiene che discendano dai Bulgari medioevali, fusi con una popolazione finnica della Volga, i Mari. In parte sono ortodossi, in parte musulmani (sunniti).</p>
<p>I Ceremissi (o Mari) sono un popolo di mezzo milione di anime, che vive per lo più nella Repubblica Autonoma Mari. Assieme ai Mordvini, formano il ramo dei Finni della Volga; parlano quindi una lingua ugrofinnica. Benché ufficialmente ortodossi, i Ceremissi da una parte hanno conservato molti elementi dell&#8217;antica cultura sciamanica, dall&#8217;altra hanno subìto l&#8217;influsso dell&#8217;Islam.</p>
<p>I Baschiri, circa un milione di persone, vivono dentro e fuori i confini della Repubblica Autonoma Baschira, al di là degli Urali. Secondo alcuni, i Baschiri sarebbero gli antenati dei Magiari, o comunque una popolazione ugrofinnica assimilata dai Turchi; altri li considerano una popolazione originariamente turca, che avrebbe integrato alcuni gruppi ugrici o finnici. La lingua che parlano è turca e la religione è islamica (sunnita).</p>
<p>I Sarti sono la componente sedentaria (e maggioritaria) degli Usbechi, popolo di lingua turca e religione islamica (sunnita) stanziato principalmente nell&#8217;Uzbekistan. (nota di C.M.)</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> Confronta l’articolo del Principe K.A. Ckheidze in “Evrazijska Khronika”, 4.</p>
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		<title>Le dinamiche latitudinali e longitudinali</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Aug 2009 15:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/1056/le-dinamiche-latitudinali-e-longitudinali" title="Le dinamiche latitudinali e longitudinali"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/karl_ernst_haushofer.6x8d5p9ja40s4sooooc4s8cwo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="115" alt="Le dinamiche latitudinali e longitudinali" ></div></a>Quando i grandi spazi dell’Antichità si formano, seguono un’evoluzione di tipo latitudinale, favoriti dalla posizione del Mediterraneo romanizzato, dalla cintura desertica, dal tracciato dei massicci montuosi. Da allora, il posizionamento dei grandi spazi dell’Antichità segue un asse Est-Ovest, corrispondente al parallelismo della zona temperata settentrionale, della zona sub-tropicale e della zona tropicale. Solo i più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/1056/le-dinamiche-latitudinali-e-longitudinali" title="Le dinamiche latitudinali e longitudinali"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/karl_ernst_haushofer.6x8d5p9ja40s4sooooc4s8cwo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="115" alt="Le dinamiche latitudinali e longitudinali" ></div></a><p>Quando i grandi spazi dell’Antichità si formano, seguono un’evoluzione di tipo latitudinale, favoriti dalla posizione del Mediterraneo romanizzato, dalla cintura desertica, dal tracciato dei massicci montuosi. Da allora, il posizionamento dei grandi spazi dell’Antichità segue un asse Est-Ovest, corrispondente al parallelismo della zona temperata settentrionale, della zona sub-tropicale e della zona tropicale. Solo i più antichi imperi fluviali, come l’Impero egizio lungo il Nilo, la Mesopotamia, la cultura pre-ariana dell’Indo costituiscono delle eccezioni. L&#8217;orientamento di questi imperi, contrario a quello dell’Impero romano, è loro imposto  dal corso della loro arteria vitale (il fiume). Tale orientamento influenza tutto il corso della loro storia, fino al momento in cui essi vengono assorbiti dal primo grande spazio latitudinale del Medio Oriente, l’Impero achemenide degli Iraniani.</p>
<p>A partire da questo momento, si dispiega la dinamica latitudinale, con i Fenici, gli Elleni, i Romani, gli Arabi, i popoli della steppa, i Franchi, gli Iberi. In effetti, i popoli iberici traspongono dapprima la loro potenza da un mediterraneo ad un altro, dal Mediterraneo romano a quello dei Carabi, in America. Essi proseguono così la logica latitudinale. Quando raggiungono le rive del Pacifico, questa espansione latitudinale prende la forma di un ventaglio. Tra il 1511 e il 1520, i Portoghesi da Ovest e gli Spagnoli da Est raggiungono il primo grande spazio che tenta di svilupparsi longitudinalmente verso Sud, contando sulle proprie forze; all’epoca, questo grande spazio è il portabandiera dell’Asia orientale, vale a dire la Cina, potenza che spesso ha cambiato forma esterna pur mantenendo la sua cultura e il suo patrimonio razziale. Prima dell’arrivo degli Iberici e prima dell’adozione di questa logica di espansione longitudinale, anche la Cina si era estesa latitudinalmente.</p>
<p>Il flusso migratorio asiatico-orientale, cinese e giapponese, avviene su un asse Nord-Sud, nel momento in cui l’espansione coloniale spagnola lo attraversa costituendo nello stesso tempo il primo impero latitudinale “sul quale il Sole non tramonta mai”. La Spagna non conserva il suo monopolio che per 70 anni. Poi, sulle sue tracce, arrivano quelli che vogliono confiscarle la sua potenza e diseredarla. Il più potente di questi nuovi avversari è l’Inghilterra, che si mette rapidamente a costruire il suo primo e il suo secondo impero, la cui configurazione presenta numerose torsioni, ma rimane comunque il risultato di un’espansione latitudinale, determinata dalla posizione del Mediterraneo, il cui controllo garantisce il possesso dell’India. Quanto all’impero degli zar bianchi e poi rossi, esso segue in direzione Est l’estensione latitudinale della zona dei campi di grano. Tra i due imperi si situa una zona-tampone. Negli anni 40 del XX secolo, emergono quasi simultaneamente due costruzioni geopolitiche longitudinali, la costruzione panamericana e la costruzione grande asiatico-orientale, che sfuggono entrambe a questo campo di forze latitudinale, danno impulso ad espansioni lungo assi Nord-Sud e inquadrano le espansioni imperiali britanniche e russe.</p>
<p>Se si paragona questo nuovo stato di cose  alla concezione dinamica di avanguardia di Sir Halford Mackinder, da lui chiamata “the geographical pivot of history” ed enunciata nel 1904,  — essa corrisponde perfettamente alla situazione di quell’epoca —  il nuovo orientamento delle espansioni panamericana ed asiatico-orientale costituisce una formidabile modificazione del campo di forze sulla superficie della Terra; in questo nuovo contesto, il tentativo di realizzare l’idea di Eurafrica o gli sforzi dell’Unione Sovietica di abbandonare la sua dinamica latitudinale per orientare la sua espansione  verso il Sud e i mari caldi e per costituirsi uno spalto indiano, non dispiegano un’energia cinetica altrettanto potente.</p>
<p>Questa constatazione è tanto più preoccupante in quanto, nella vasta area asiatico-orientale, si può constatare una impulso interno che conduce ad una sorta di auto-limitazione centripeta, che intende concentrare tutti gli sforzi sul grande spazio in cui vivono dei popoli affini. Questa volontà centripeta è già operante e visibile. Ora, la potenza imperialista degli Stati Uniti non è centripeta ma, dopo la concretizzazione della dominazione nord-americana sullo spazio panamericano, essa estende i suoi tentacoli in direzione dell’Africa tropicale, dell’Iran, dell’India nonché dell’Australia. L&#8217;imperialismo americano parte dalla sua base, cioè da un territorio formato a partire da un’espansione longitudinale, per assicurarsi la dominazione del mondo, avviando a sua volta e a suo vantaggio una dinamica  latitudinale. Questo imperialismo già si prepara a contrastare l’espansionismo dei suoi futuri nemici preparando una terza guerra mondiale.</p>
<p>Dunque, a partire dall’espansione longitudinale panamericana, l’imperialismo di Washington mira senza pudori a diventare l’unica potenza imperialista del globo, se si eccettua tuttavia il pericolo rappresentato dalla rivoluzione mondiale sovietica. A fronte di questa rivoluzione sovietica, la grande area asiatico-orientale ha reso dinamico il proprio spazio culturale e innescato il dispiegamento della propria potenza. Essa pensa così di garantire il proprio futuro costituendo una zona-tampone.  Da una generazione, gli osservatori ritengono che pure l’Europa debba darsi una tale zona-tampone, come del resto già suggerito da uomini come Ito, Goto, etc., per fare opposizione alle mire espansionistiche dello zarismo.</p>
<p>La collisione frontale tra dinamica longitudinale e dinamica latitudinale è molto visibile in Africa, nello spazio islamico e nella zona in cui l’impero britannico sembra sfasciarsi. Constatiamo dunque l’esistenza di due esigue linee di traffico aereo e marittimo, che si lanciano molto lontano verso Sud e al termine delle quali sembra essere agganciata l’Australia, continente vuoto, situato tra i territori compatti dove vivono le popolazioni anglofone e sulla principale via di espansione verso Sud della grande area asiatico-orientale. Mackinder aveva parlato di un “esterno in crescita” che correva il pericolo di essere abbandonato al mare: in questa parte della Terra, tale previsione è quasi divenuta realtà. È anche la ragione per cui in questo momento l&#8217;Europa non sembra più solidamente collegata all’Africa. La spinta laterale contro i dominatori delle latitudini è slittata verso Sud-Est.</p>
<p>Oggi ai Sovietici, padroni di quello che Mackinder un tempo chiamava il “pivot of history”, e all’Asse, cioè alle potenze dell’ “interno in crescita”, non resta che registrare il fatto. Certo, i sanguinosi combattimenti che oggi si svolgono sul teatro pontico [del Mar Nero] e caspico sono importanti per il destino della cultura europea, come tutti i combattimenti avvenuti in questa zona nel corso della storia, tuttavia, per la nuova suddivisione della Terra in raggruppamenti di grandi spazi, suddivisione che s’impone, questo teatro di guerra è divenuto secondario.</p>
<p>L&#8217;evoluzione geopolitica decisiva futura è la seguente: l&#8217;espansione latitudinale anglo-americana diretta contro l’espansione longitudinale asiatica si manterrà o sarà bloccata? Sia che questa lotta abbia una fine positiva che negativa, gli Stati Uniti credono di essersi assicurati nell’ex impero britannico garanzie territoriali sufficienti  per far tornare i propri conti. Nella pratica, questo significa che essi vogliono conservare l’America tropicale e, in più, l’Africa tropicale. Se essi ritengono che l&#8217;Insulindia, terza grande regione tropicale fornitrice di materie prime, che l&#8217;Iran già fortemente intaccato, che l&#8217;India, valgano enormi  sanguinosi sacrifici e colossali investimenti in denaro, essi se ne impadroniranno concentrando altrettante forze di quelle che concentrano per cacciare le potenze della grande area asiatico-orientale dai loro possessi ben fortificati. Per coloro che danno il loro sangue o il loro denaro alla causa degli Alleati, al fine che questi siano beneficiari della grande eredità, questa è la domanda più evidente da porre in questa lotta planetaria.</p>
<p>E’ per essere gli eredi di questo grande patrimonio, e non per dei principi, che gli Stati Uniti mostrano all’Europa i loro denti da gangster; nella grande area asiatico-orientale, essi non fanno sentire che quel rullo di tamburi che sono le declamazioni di McArthur, sospinto a fallire nel Pacifico la sua chance di diventare, un giorno, Presidente, come a suo tempo Cripps in India. Tra la Cina di Nanchino e la Cina di Chungking sono possibili, come in precedenza, i compromessi più pazzeschi, più sorprendenti. Il vasto ambiente chiamato in causa dall’espansione longitudinale della grande area asiatico-orientale è ancora pieno di energie latenti. Sul piano cinetico, queste energie si sono viste all’opera solo a sinistra del Giappone, soprattutto in Cina, ma non abbiamo ancora visto niente a destra. Lì, ci si aspetta una guerra che durerà dai dieci ai quindici anni. La Cina ha tenuto duro per 32 anni di guerre civili, il Giappone ha alle sue spalle dodici anni di guerra sul continente. E ha dimostrato di essere veramente in grado di colpire duro in direzione del Pacifico. Bisognerà avere ampio respiro, essere capaci di affrontare i tempi lunghi, di cogliere le dinamiche di vasti spazi, per comprendere la lotta che oppone la dinamica latitudinale alla dinamica longitudinale, le quali si dispiegano entrambe da una parte e dall’altra del Pacifico.</p>
<p>(Z<em>eitschrift für Geopolitik, Nr. 8, 1943</em>)</p>
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