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	<title>eurasia-rivista.org &#187; venezuela</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Le espropriazioni in America Latina</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 08:45:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[Per comprendere il significato delle espropriazioni avvenute in America Latina nei primi anni del XXI secolo è fondamentale un’analisi del periodo che ha preceduto tale fase. Se teniamo conto dell’ideologia degli anni Novanta, saremo in grado di comprendere le motivazioni che portarono gli Stati indiolatini alla perdita delle loro imprese, oggi soggette ad esproprio. Ciò renderà più chiara la natura delle  espropriazioni, che ovviamente possono essere contestualizzate in uno scenario in cui i rapporti di forza sono diametralmente opposti a quelli dell'ultimo decennio del ventesimo secolo. Esamineremo i casi del Venezuela, della Bolivia e dell’Argentina. Essi diventano rilevanti perché sono esempi applicativi recenti della politica che andremo a delineare. Infine faremo una breve menzione su una tematica più ampia, e comprensiva delle stesse espropriazioni: la questione energetica.
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/le-espropriazioni-in-america-latina/15873/" title="Le espropriazioni in America Latina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/120551312_0e312869_abee_42db_8fb9_d269620983801.er7xzf3uj3ksoo4ck8c0w48oc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="89" alt="Le espropriazioni in America Latina" ></div></a><p><font size="2">Per comprendere il significato delle espropriazioni avvenute in America Latina nei primi anni del XXI secolo è fondamentale un’analisi del periodo che ha preceduto tale fase. Se teniamo conto dell’ideologia degli anni Novanta, saremo in grado di comprendere le motivazioni che portarono gli Stati indiolatini alla perdita delle loro imprese, oggi soggette ad esproprio. Ciò renderà più chiara la natura delle  espropriazioni, che ovviamente possono essere contestualizzate in uno scenario in cui i rapporti di forza sono diametralmente opposti a quelli dell&#8217;ultimo decennio del ventesimo secolo.</p>
<p>Esamineremo i casi del Venezuela, della Bolivia e dell’Argentina. Essi diventano rilevanti perché sono esempi applicativi recenti della politica che andremo a delineare. Infine faremo una breve menzione su una tematica più ampia, e comprensiva delle stesse espropriazioni: la questione <em>energetica</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>XX secolo</strong></p>
<p>Nell&#8217;ultimo quarto del secolo scorso un&#8217;ondata di privatizzazioni iniziò ad avanzare in tutto il globo. Questa era parte di un movimento più grande &#8211; il neoliberismo- che coinvolgeva gli Stati di ogni continente.</p>
<p>In America Latina il neoliberismo colpì con una forza senza eguali. In un modo quasi irresistibile esso diede un volto nuovo allo Stato-Nazione e di conseguenza alla società civile. Si lasciò il modello di accumulazione ormai logoro &#8211; <em>“l’iIndustrializzazione per la sostituzione delle importazioni</em>” (1) &#8211; e cominciò una nuova era, nella quale si cercò di sottrarre allo Stato il suo ruolo interventista. Il modello operativo si fondava sui seguenti meccanismi: applicazione di politiche monetarie e fiscali restrittive, riduzione del protezionismo tariffario e liberalizzazione del mercato &#8211; in particolare del settore finanziario.</p>
<p>L&#8217;adesione alle misure economiche proposte da parte del <em>Washington Consensus</em> (2), rappresenta simbolicamente un <em>contratto</em> tra gli Stati dell&#8217;America Latina e l’ortodossia economica. Il popolo latinoamericano avrebbe aderito esattamente alle misure neoliberiste in cambio di una crescita &#8220;imminente&#8221;.</p>
<p>Le privatizzazioni furono una delle misure applicate meglio. Si trattava della vendita delle imprese e dei monopoli pubblici a privati, che – in teoria &#8211; avrebbero permesso una gestione più efficiente di quella statale. Un valido esempio è l&#8217;Argentina di Carlos Menem, che divenne il &#8220;campione del mondo delle privatizzazioni&#8221;, come fu descritto dal Presidente George H. W. Bush durante la sua visita a Buenos Aires. La velocità e l&#8217;estensione delle privatizzazioni in breve tempo gli valsero tale appellativo; basti pensare che solo nel biennio 1990-1991 si privatizzarono le imprese di telecomunicazione, navigazione aerea, le partecipazioni nel settore petrolchimico, le aree centrali e secondarie di sfruttamento petrolifero, più di un terzo della rete stradale nazionale e più di 5000 linee ferroviarie (3).</p>
<p>A metà del decennio il diffuso ottimismo sparì. Il “Consenso di Washington” non raggiungeva i risultati attesi, le privatizzazioni aumentarono la disoccupazione e la corruzione  arricchì  politici e privati  smantellando di fatto lo Stato.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Svolta a sinistra</strong></p>
<p>Il fallimento del citato “Consenso” ed il suo sfortunato impatto sociale  sono due elementi essenziali per comprendere la svolta a <em>sinistra</em> dei Paesi della regione. Parliamo di svolta a sinistra, perché dopo l&#8217;arrivo di Hugo Chavez al potere in Venezuela nel 1999, si sono stabiliti una serie di governi che hanno rifiutato  l&#8217;ideologia  neoliberista e si sono avvicinati ad un modello eterodosso, sostenendo uno Stato forte impegnato nello sviluppo.</p>
<p>In questa nuova epoca ideologica, il Venezuela è il caso paradigmatico in relazione alle espropriazioni. L’espressione del Presidente: <em>“espropriasse!” </em>riassume la sua politica di stretto controllo e nazionalizzazione delle risorse strategiche<em>.</em></p>
<p>Nel 2007 ha avviato una forte <em>escalation </em>delle nazionalizzazioni delle risorse strategiche come il petrolio &#8211; si è sbarazzato della Exxon Mobil – le telecomunicazioni, l&#8217;elettricità ed ha acquisito persino il Banco Santander  &#8211; la Banca Nazionale del Venezuela (4).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Casi recenti</strong></p>
<p>Il progetto di legge d’espropriazione &#8211; recentemente approvato dal Congresso Argentino &#8211; sul 51% delle azioni della compagnia petrolifera Repsol YPF, ha portato alla ribalta lo spettro di una nuova ondata di espropri nel subcontinente. Quest’idea è stata rafforzata dal simultaneo annuncio del presidente Evo Morales di espropriazione nei confronti della Rete Elettrica Spagnola.</p>
<p>Entrambi i casi hanno in comune l’attacco rivolto principalmente agli azionisti spagnoli, ma si tratta di azioni con un impatto di diversa portata. La notizia dell&#8217;esproprio delle azioni di Repsol da parte del governo di Cristina Kirchner, è stata fortemente ripudiata dal governo spagnolo. La Spagna ha minacciato di applicare ritorsioni &#8211; come il divieto di ingresso nella penisola iberica di biodiesel argentino &#8211; non solo bilaterali, ma anche nell&#8217;Unione Europea ed in ambito internazionale.</p>
<p>La questione boliviana, invece, agli occhi del governo di Rajoy, ha avuto un impatto minore a causa delle dimensioni della compagnia e perché la compensazione corrispondente sarà negoziata con un arbitro “neutrale”.</p>
<p>La &#8220;compensazione&#8221; rappresenta il tema cruciale  nel caso argentino. Il Paese è stato più volte accusato di non rispettare gli impegni per gli investitori internazionali. A questo si aggiunge che Buenos Aires offrirebbe molto meno rispetto ai 10.000 milioni di dollari statunitensi richiesti da Repsol.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Risorse energetiche</strong></p>
<p>Sebbene si possa sostenere che le espropriazioni soddisfano le esigenze di dollari da parte dei governi, il tema profondo che attraversa questa politica è l&#8217;energia. Le privatizzazioni degli anni Novanta hanno lasciato sotto il controllo dei soggetti privati &#8211; transnazionali &#8211; le risorse naturali indispensabili per l’attore nazionale. In questo modo si sono trasformate in semplici <em>commodities</em> intercambiabili nel commercio internazionale, soggette agli interessi degli investitori del globo, invece di essere considerate come fondamentali risorse sovrane da utizzare per uno sviluppo interno nazionale.</p>
<p>L&#8217;energia è essenziale. Nessuno può crescere senza garantirsi l&#8217;approvvigionamento energetico. Ed in questa dipendenza energetica il petrolio ha un posto centrale, al punto che viviamo in una <em>civiltà materiale del petrolio</em><em> (5)</em><em>.</em></p>
<p>Vista l’importanza dell&#8217;energia per lo sviluppo nazionale, è facile comprendere più chiaramente il significato delle espropriazioni delle imprese private che controllano risorse come petrolio e gas. In Argentina, la Casa Rosada ha giustificato l&#8217;espropriazione sostenendo che la non esplorazione e la mancanza d’investimenti da parte di Repsol, ha portato il Paese ad importare petrolio per soddisfare la crescita della domanda interna di questa risorsa.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Riflessioni</strong></p>
<p>La parola <em>“espropriazione”</em> viene enfatizzata in senso negativo. Piuttosto che pensare ad essa come ad un diritto legittimo consacrato in molte costituzioni, si pensa il contrario e cioè ad un atto illegale così lontano dalla &#8220;desiderata&#8221; certezza del diritto. Ma l’espropriazione sarà sempre considerata una política poco morale per chi vede colpiti i propri interessi anche se si tratta di annullare contratti asimmetrici ed arbitrari e nei quali, quindi, non sussiste una compensazione equa tra le parti in causa.</p>
<p>L’aspetto cruciale è che tale politica non si allontana dai principi che la sostengono quali la sovranità nazionale sulle risorse e, da ciò, l’esclusivo beneficio per il Popolo proprietario di tali risorse.</p>
<p>Alla domanda se ci troviamo di fronte una nuova ondata di espropri in Sud America, si può rispondere: no.</p>
<p>I nuovi governi installati dall&#8217;inizio di questo secolo hanno cercato di rispettare l&#8217;ordinamento giuridico proveniente dalle privatizzazioni e dalle concessioni dei servizi pubblici. Uniche situazioni in cui le privatizzazioni hanno raggiunto forme scandalose (come nel caso boliviano) o erano irrilevanti nell&#8217;economia totale (come nel caso venezuelano) non hanno sostenuto lo status quo economico e giuridico: si è cercato generalmente di evitare scontri esterni (6).</p>
<p>Pochi giorni dopo la promulgazione della legge d’espropriazione, il Vicepresidente argentino Amado Boudou si è recato a Washington per  tranquillizzare gli investitori ed ha escluso  radicali espropriazioni.</p>
<p>Anche il caso boliviano punta a dissipare le preoccupazioni. Evo Morales ha cercato un equilibrio tra le esigenze di investimento e la protezione delle risorse nazionali, negoziando con Repsol &#8211; simultaneamente all’espropriazione &#8211; l&#8217;apertura di una compagnia del gas (7).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>*Maximiliano Barreto è laureando in Relazioni internazionali all’Università Nazionale di Rosario (Argentina)</em></strong></p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>1. Strategia economica il cui supposto fondamentale è che un Paese in via di sviluppo dovrebbe sostituire i prodotti importati con quelli di fabbricazione locale. Tipica impostazione del periodo 1930-1970.</p>
<p>2. Raccomandazioni politiche considerate come il migliore programma economico che l&#8217;America Latina avrebbe dovuto perseguire per aumentare la sua crescita; proposto dalle organizzazioni finanziarie internazionali.</p>
<p>3. MARTIN RODRIGUEZ, Amelia. <em>&#8220;L&#8217;IMPATTO DELLA CRISI IN ARGENTINA NELL’INVESTIMENTO DELLE IMPRESE SPAGNOLE: IL CASO DI REPSOL-YPF&#8221;. </em>Università di Salamanca. Disponibile all&#8217;indirizzo: <a href="http://halshs.archives-ouvertes.fr/docs/00/10/34/30/PDF/Rodriguez_Amelia.pdf">http://halshs.archives-ouvertes.fr/docs/00/10/34/30/PDF/Rodriguez_Amelia.pdf</a> [Accesso effettuato nel maggio 2012].</p>
<p>4. Quotidiano online &#8220;lainformación.com&#8221;. <em>¿Kirchnerismo = chavismo?</em> Disponibile sul sito: <a href="http://noticias.lainformacion.com/mundo/kirchnerismo-chavismo-los-derroteros-controladores-de-cristina_ckdfgnP9CMGHyyfdNfpCf7/">http://noticias.lainformacion.com/mundo/kirchnerismo-chavismo-los-derroteros-controladores-de-cristina_ckdfgnP9CMGHyyfdNfpCf7/</a> [Accesso effettuato nel maggio 2012].</p>
<p>5. Hernández,  Efraín León y LANDA, Octavio Rosas. <em>&#8220;Geopolitica critica della civiltà petroliera. Una visione dall’ America Latina&#8221;.</em> Disponibile sul sito: <a href="http://upcommons.upc.edu/revistes/bitstream/2099/3074/1/geopolitica%20critica%20de%20la%20civilizacion%20petrolera.pdf">http://upcommons.upc.edu/revistes/bitstream/2099/3074/1/geopolitica%20critica%20de%20la%20civilizacion%20petrolera.pdf</a>  [Accesso effettuato nel maggio 2012].</p>
<p>6. MOREIRA, Carlos, RAUS, Diego y GOMEZ LEYTON, Juan Carlos. <em>“La nuova política in América Latina.</em> <em>Rottura e continuità”.</em> Trilce. Montevideo, Uruguay, 2008.</p>
<p>7. “lainformacion.com”.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 18:36:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ALBA]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Rafael Chávez Frías]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/che-cosa-e-lalba-1/15738/" title="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cumbre_alba_chavez_mensajefidel_02_580x3861.f3ghmrxa4b48googwo80owc8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)" ></div></a>È necessario avanzare verso la stabilità del Continente: nel campo politico, in quello economico e in quello sociale, questo modello dell’ALBA punta verso la stabilitàe riprendendo le parole di Cristo:«L’unico sentiero verso la pace, è la Giustizia;la fratellanza, l’uguaglianza…non ci sarà pace, finché non ci sia giustizia nel mondo» Hugo Chávez Frías (2) &#160;   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/che-cosa-e-lalba-1/15738/" title="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cumbre_alba_chavez_mensajefidel_02_580x3861.f3ghmrxa4b48googwo80owc8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)" ></div></a><p><font size="2"><em>È necessario avanzare verso la stabilità del Continente: nel campo politico, in quello economico e in quello sociale,</em><em> questo modello dell’ALBA punta verso la stabilità</em><em>e riprendendo le parole di Cristo:</em><em>«L’unico sentiero verso la pace, è la Giustizia;</em><em>la fratellanza, l’uguaglianza…</em><em>non ci sarà pace, finché non ci sia giustizia nel mondo»</em></p>
<p style="text-align: left;">Hugo Chávez Frías (2)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
	<strong>I. </strong><strong>Cosa s’intende per ALBA</strong>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA) è, fondamentalmente, un modello d’integrazione dei popoli dei Caraibi e dell’America Latina, i quali condividono spazi geografici, vincoli storici e culturali, necessità e potenzialità comuni.</p>
<p>Si tratta, in sostanza, di uno schema d’integrazione basato sui principi di cooperazione, solidarietà e complementarità, che nasce come alternativa al modello neoliberale, il quale non ha fatto altro che approfondire le asimmetrie strutturali e favorire l’accumulazione delle ricchezze a minoranze privilegiate a scapito del benessere dei popoli.</p>
<p>L’ALBA poggia sulla creazione di meccanismi finalizzati a creare vantaggi cooperativistici tra le nazioni che consentano di compensare le asimmetrie esistenti tra i paesi dell’emisfero. Si muove contro gli ostacoli che impediscono la vera integrazione, come possono essere la povertà e l’esclusione sociale, lo scambio ineguale e le condizioni inique dei rapporti internazionali, l’accesso all’informazione, alla tecnologia e alla conoscenza; aspira a creare consensi, per ripensare gli accordi d’integrazione in funzione del raggiungimento di uno sviluppo nazionale e regionale endogeno che sradichi la povertà, corregga le ineguaglianze sociali e assicuri un innalzamento della qualità della vita dei popoli. In questo senso, la costruzione dell’ALBA nei Caraibi rafforzerà lo sviluppo endogeno, sovrano ed equilibrato dei paesi della regione.</p>
<p>Il suo principio si basa sulla cooperazione tramite fondi di compensazione per correggere le disparità che pongono in svantaggio i paesi meno sviluppati di fronte a quelli più sviluppati.</p>
<p>Per questo motivo la proposta dell’ALBA attribuisce priorità all’integrazione latinoamericana e alle negoziazioni tra alleanze subregionali, aprendo nuovi spazi di consultazione, al fine di approfondire la conoscenza delle nostre posizioni e identificare spazi d’interesse comune che consentano di costituire alleanze strategiche e presentare livelli simili nel processo di negoziazione.</p>
<p>L’ALBA è una proposta intesa a creare consensi che implichino il ripensamento degli accordi d’integrazione, in funzione del raggiungimento di uno sviluppo endogeno nazionale e regionale che contribuisca ad eliminare la povertà, corregga le ineguaglianze sociali e assicuri una crescente qualità di vita per i popoli. La proposta dell’ALBA si somma al risveglio della coscienza espressa nell’emergenza di una nuova <em>leadership</em> politica, economica, sociale e militare in America Latina e nei Caraibi; oggi più che mai, è vantaggioso effettuare l’unità latinoamericana e caraibica.</p>
<p>Il presidente Hugo Chávez nel suo intervento all’ALADI (3) ha sintetizzato l’ideologia dell’ALBA nei seguenti punti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Promuovere la lotta contro la povertà.</li>
<li>Preservare l’autonomia e l’identità latinoamericana.</li>
<li>Il trasferimento di tecnologia, l’assistenza tecnica.</li>
<li>La formazione di risorse umane.</li>
<li>Diritto di precedenza alle imprese nazionali come fornitrici degli enti pubblici.</li>
<li>Gli accordi non potranno essere ostacolati alla diffusione del progresso scientifico e tecnologico.</li>
<li>Affrontare l’arbitrio dei monopoli e degli oligopoli mediante efficaci meccanismi che assicurino una sana concorrenza.</li>
<li>Gli investitori stranieri non potranno citare in giudizio gli Stati per la gestione dei monopoli statali d’interesse pubblico.</li>
<li>Trattamento speciale e differenziato delle economie disuguali, in modo da poter offrire maggiori opportunità ai più deboli.</li>
<li>Processo di ampia partecipazione sociale, qualificabile come democratico.</li>
<li>I diritti economici, sociali, culturali e civili saranno indipendenti, indivisibili e irrinunciabili.</li>
<li>Gli interessi commerciali o quelli degli investitori non potranno godere di una superiorità assoluta, che travalichi i diritti umani e la sovranità degli Stati.</li>
<li>Assoggettare l’ALCA (4) agli accordi sulla protezione dei diritti umani, ambiente e generi attualmente esistenti.</li>
<li>Creazione di Fondi di Convergenza Strutturale per la correzione delle asimmetrie (5).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>II.</strong><strong> Principi che regolano l’ALBA</strong>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="1">
<li>L’integrazione neoliberale predilige il commercio e gli investimenti; invece l’Alternativa Bolivariana per l’America Latina (ALBA) è una proposta che fonda il suo interesse sulla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale.</li>
<li>La proposta dell’ALBA assegna un’importanza fondamentale ai diritti umani, al lavoro e alla donna, alla difesa dell’ambiente e all’integrazione fisica.</li>
<li>Nell’ALBA, la lotta contro le politiche protezioniste e i rovinosi sussidi da parte dei paesi industrializzati non possono negare il diritto dei paesi poveri di proteggere i loro contadini e produttori agricoli.</li>
<li>Per i paesi poveri nei quali l’attività agricola è fondamentale, le condizioni di vita di milioni di contadini e indigeni si vedrebbe irreversibilmente colpita qualora si verificasse un’invasione dei beni agricoli importati, compresi i casi in cui il sussidio non vi fosse.</li>
<li>La produzione agricola è qualcosa di più che la produzione di merci; è la base per preservare scelte culturali, costituisce una forma d’insediamento del territorio, definisce modalità di rapporto con la natura, ha a che fare direttamente con la sicurezza e l’autosufficienza alimentare. In questi paesi l’agricoltura è più che altro un modo di vita e non può essere trattata come qualsiasi altra attività economica.</li>
<li>L’ALBA deve colpire gli ostacoli che si frappongono all’integrazione sin dalle sue fondamenta, vale a dire: A) la povertà della maggioranza della popolazione; B) le profonde disparità e asimmetrie che esistono tra i paesi; C) lo scambio ineguale e le condizioni inique nei rapporti internazionali; D) l’onere di un debito impagabile; E) le imposizioni delle politiche di aggiustamento strutturale da parte del FMI e della BM e le regole rigide dell’OMC che intaccano le basi dell’appoggio sociale e politico; F) gli ostacoli per l’accesso all’informazione, la conoscenza e la tecnologia che derivano dagli attuali accordi sulla proprietà intellettuale; G) deve prestare attenzione ai problemi che compromettono il consolidamento di una vera democrazia, come il monopolio dei mezzi di comunicazione sociale</li>
</ol>
<ol start="7">
<li>Affrontare la cosiddetta Riforma dello Stato, la quale ha solo prodotto brutali processi di deregolamentazione, privatizzazione e smembramento delle capacità della gestione pubblica.</li>
<li>Come risposta alla selvaggia dissoluzione sofferta dallo Stato per più di un decennio di egemonia neoliberale, fin d’ora s’impone il rafforzamento dello stesso, fondato sulla partecipazione del cittadino agli affari pubblici.</li>
<li>Bisogna mettere in questione l’apologia del libero commercio, concepito sufficiente per garantire l’automatico avanzamento verso superiori livelli di crescita e benessere collettivo.</li>
<li>Senza un chiaro intervento dello Stato, volto a ridurre le disparità tra i paesi, la libera concorrenza tra disuguali non può condurre se non al consolidamento dei più forti a danno dei più deboli.</li>
<li>L’approfondimento dell’integrazione latinoamericana ha bisogno di un’agenda economica definita dagli Stati sovrani, svincolata dall’influenza nefasta degli organismi internazionali.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>III. L’ALBA nei Caraibi</strong><br />
<strong> </strong></p>
<p>L’ALBA acquista una dimensione speciale nei Caraibi, grazie all’esistenza di condizioni oggettive che consentirebbero di avanzare rapidamente nel processo d’integrazione, mediante lo sviluppo di un programma di cooperazione integrato e consistente, indirizzato a costruire le basi dello sviluppo socioeconomico sostenibile e il consolidamento di una comunità di nazioni.</p>
<p>Evidenziamo, pertanto, che le proposte dell’ALBA circa i Caraibi non hanno la pretesa di entrare in conflitto con gli accordi multilaterali o subregionali esistenti, i quali, invece, devono essere assunti come complementari.</p>
<p>Perciò, le iniziative devono mantenere una visione sistemica e integratrice, prendendo in considerazione la complessità dei processi e l’indivisibilità delle dimensioni politiche, sociali, economiche, culturali, ambientali, di sicurezza e sovranità dei popoli dei Caraibi.</p>
<p>I Caraibi sono una riserva di ricchezze energetiche e idrobiologiche, ricca di giacimenti minerali strategici. È una regione che diverrà una potenza turistica mondiale e di prestazione di servizi marittimi per la sua ubicazione geostrategica. È, ugualmente, una zona di ampio e ricco profilo culturale ed etnico.</p>
<p>D’altra parte, le comunità delle nazioni caraibiche mostrano un peso politico importante negli organismi multilaterali internazionali come l’ONU e l’OSA, nei quali hanno un’importante capacità di negoziazione al momento della presa di decisioni.</p>
<p>Senza dubbio, tutte queste capacità si potenzierebbero nell’ambito di un processo d’integrazione come quello proposta dall’ALBA.</p>
<p>I Caraibi sono un mercato relativamente piccolo, di 36,25 milioni di abitanti. Aggiungendo la CARICOM (6) (15,7 milioni), Cuba (11,3 milioni) e Repubblica Dominicana (9,1 milioni), la regione raggiunge i 62,8 milioni di abitanti, se includiamo anche il Venezuela; il PIL della regione raggiunge gli 80.000 MM USD (7) dei quali il 36,25% (28.000 MM USD) è fornito dai 15 paesi integranti della CARICOM e il rimanente 63,75% (52.000 MM USD) da Cuba e Repubblica Dominicana.</p>
<p>Troviamo degli svantaggi nel fatto che i paesi caraibici hanno sempre esibito bilanci commerciali in disavanzo e anche nel fatto che il commercio interregionale è basso per quanto rappresenta il volume delle esportazioni &#8211; l’11,75% del totale esportato e le importazioni &#8211; il 5,15%. Difatti, il 71% delle esportazioni della regione ha come destinatari l’America del Nord e l’Europa, mentre solo un 12% finisce in America Centrale e un 4% in Sudamerica.</p>
<p>I settori che riportano maggiori indici d’esportazione sono: prodotti minerali (compresi il petrolio e i suoi derivati), tessili, prodotti chimici, manifatture varie, bibite, alimenti e metalli comuni.</p>
<p>Bisogna far notare che esistono potenzialità di complementarità e sostituzione d’importazioni provenienti da paesi terzi per prodotti elaborati interregionalmente, in quanto esistono settori la cui richiesta di merci possiede una produzione interregionale, ma queste sono commercializzate con paesi terzi.</p>
<p>Per le ragioni summenzionate, si può concludere che esistono una grande sfida e grandi opportunità per lo sviluppo e l’approfondimento del commercio interregionale, che consentirebbe di portare a termine un’efficiente sostituzione d’importazioni provenienti da paesi terzi, in cambio di prodotti di origine interregionale.</p>
<p>Senza dubbio, come abbiamo appena rilevato, i settori corrispondenti a “Prodotti Minerali”, “Metalli Comuni” e “Turismo” presentano una maggiore potenzialità di sviluppo e complementarità tra i paesi dei Caraibi, grazie ai vantaggi comparativi apportati da ciascuna delle parti.</p>
<p>In campo sociale, si può anche affermare che esistono necessità e obiettivi comuni, poiché tutti i paesi della regione chiedono di contribuire allo sviluppo dei livelli dell’educazione primaria e colmare le lacune presenti nell’educazione superiore, la quale è stata storicamente bassa nei Caraibi, così come i livelli di scolarità.</p>
<p>Nel campo sanitario, l’ALBA riconosce sfide comuni: dopo l’Africa subsahariana, i Caraibi sono la zona più colpita dalla SIDA.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>IV.</strong><strong> Iniziative dell’ALBA per i Caraibi</strong>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<p>Le iniziative concrete nell’ambito dell’ALBA per i Caraibi sono le seguenti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>a.    Lotta contro la povertà e l’esclusione sociale</strong></p>
<p>Organizzare programmi abitativi, servizi fondamentali (acqua, elettricità e viabilità), alfabetizzazione, salute. Progettare un piano d’appoggio tecnico e finanziario per lo sviluppo del programma d’alloggi decorosi, tenendo conto delle caratteristiche etnoculturali della regione, nonché l’istituzione di basi d’appoggio tecnico e finanziario per l’erogazione dei servizi fondamentali (essenzialmente acqua ed elettricità), per l’infrastruttura viaria e quella medica di base nel campo della sanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>b.      </strong><strong>Piano d’insieme in materia di sicurezza alimentare</strong>
</ol>
<p>Introdurre un piano d’insieme sulla sicurezza alimentare mediante l’elaborazione di un quadro normativo che garantisca le condizioni per lo sviluppo della produzione e l’elaborazione degli alimenti, conforme a norme di corretta fabbricazione, analisi dei rischi e punti di controllo critico, così come il marketing e la commercializzazione dei prodotti alimentari a basso prezzo per le popolazioni di minori risorse presenti nella regione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>c.       </strong><strong>Sviluppo energetico e minerario</strong>
</ol>
<p>Intraprendere iniziative d’insieme per lo sviluppo energetico e minerario mediante l’articolazione di catene di aggregazione di valore integrate, capaci di aggiungere valore alle materie prime e capaci di stimolare lo sviluppo endogeno nella regione sulla base dell’innovazione tecnologica, al fine di conseguire la sovranità produttiva. Elaborare una cartina minerario-metallurgica dei Caraibi e lo studio delle sue potenzialità industriali, come fondamento di un piano strategico minerario della regione. Applicare strategie d’insieme di <em>marketing</em> e d’ingegneria dei mezzi logistici per il trasporto, lo stoccaggio e la distribuzione degli alimenti non lavorati e di altri prodotti presenti nella regione caraibica. Ampliare le opzioni d’energia primaria nei Caraibi, con particolare riguardo al gas naturale. Stabilire le basi per la creazione di un Fondo di Sviluppo Minerario finalizzato all’assistenza tecnica, finanziaria e d’investigazione e allo sviluppo scientifico e tecnologico del settore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>d.       </strong><strong>Portafoglio d’investimenti integrato</strong>
</ol>
<p>Progettare e promuovere un portafoglio d’investimenti volto a costruire le catene industriali integrate di aggregazione di valore delle materie prime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>e.      </strong><strong>Scambio accademico e culturale</strong>
</ol>
<p>Accomunare gli sforzi per ampliare il raggio d’azione dell’Università dei Caraibi, attraverso l’apertura di sedi in altri paesi della regione. Incentivare gli sforzi di scambio culturale tra i nostri Paesi allo scopo di rafforzare i vincoli storici e culturali. Stabilire alleanze strategiche rivolte alla formazione di risorse umane in diversi settori, condividendo le capacità e le potenzialità comuni nel settore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>f.       </strong><strong>Turismo</strong>
</ol>
<p>Condividere le esperienze e gli sviluppi raggiunti dall’industria turistica nella regione, per gettare le basi di una gestione integrata, approfittando dei vantaggi e delle capacità proprie di ciascun paese. Stabilire alleanze strategiche orientate alla formazione delle risorse umane nel settore turistico, allo sviluppo dell’infrastruttura dei trasporti, alla logistica in generale e alla costituzione di una linea aerea caraibica regionale, in previsione della realizzazione di una struttura turistica nella regione. Esplorare la formazione di una nuova iniziativa d’integrazione, attraverso il servizio della gestione, promozione, certificazione, logistica e commercializzazione dei servizi turistici nei Caraibi.</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
<strong>g.      </strong><strong>Conservazione ambientale</strong>
</ol>
<p>Elaborare programmi d’insieme di conservazione, sorveglianza e monitoraggio degli ecosistemi; promuovere il consolidamento di sistemi d’appoggio alla gestione ambientale comunitaria e la formazione di risorse umane in questa materia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>h.      </strong><strong>Mercato regionale caraibico</strong>
</ol>
<p>Sviluppare programmi di sostegno al produttore e al consumatore, programmi tributari, di finanziamento e accesso al credito, garanzie, promozione e indagine di mercato, agevolazione del commercio, infrastruttura d’appoggio alla produzione, istituzione di circuiti produttivi basati sullo sviluppo endogeno. Nuovo programma d’incentivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>i.        </strong><strong>Prevenzione e gestione delle calamità</strong>
</ol>
<p>Costruzione di un sistema di prevenzione e gestione delle calamità nella regione, mediante l’istituzione di un sistema di monitoraggio di azione congiunta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V. Conclusione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È possibile concludere affermando che la proposta del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Rafael Chávez Frías, costituisce un fatto storico ed epocale; essenzialmente presente nei sogni d’integrazione dei nostri padri della patria, essa offre una vera possibilità di sviluppo e indica una strada luminosa per il futuro dell’America Latina e dei Caraibi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione</em>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>1. Fonte: Relazione di Fernando Ramón Bossi, Segretario dell’Organizzazione del Congresso Bolivariano dei Popoli, presentata nel Foro del III Vertice dei Popoli, Mar del Plata, 3 novembre 2005,  Documento del Ministerio de Integración y Comercio Exterior (Ministero dell’Integrazione e Commercio Estero). in http://www.alternativabolivariana.org/pdf/alba_mice_es.pdf</p>
<p>2. Insediamento della V Assemblea Generale della Confederazione Parlamentare delle Americhe, 25 novembre 2003.</p>
<p>3. ALADI (<em>Asociación Latinoamericana de Integración</em>, Associazione Latinoamericana per l’Integrazione) (N.d.T.).</p>
<p>4. FTAA-ALCA (<em>Free Trade Area of the Americas</em>, Area di Libero Commercio delle Americhe) (N.d.T.).</p>
<p>5. Fonte: Bancoex. Proposta di Programma Culturale Educativo dell’ALBA.</p>
<p>6. CARICOM (<em>Caribean Community</em>. Comunità Caraibica) (N.d.T.).</p>
<p>7. MM USD (<em>Milliards United States Dollar,</em> Miliardi di dollari americani) (N.d.T.).</p>
<p><strong> </strong></font></p>
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		<title>America latina: quattro blocchi di potere</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/america-latina-quattro-blocchi-di-potere/15732/" title="America latina: quattro blocchi di potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/300px_latin_america_orthographic_projection_svg_.eur1w1oa5v4sg40kkk4w8sc8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="America latina: quattro blocchi di potere" ></div></a>Diversamente dal dualismo semplicistico con il quale la Casa Bianca e la maggioranza della sinistra descrivono il processo, in America Latina esistono quattro blocchi di nazioni in contesa tra loro. Ciascuno rappresenta differenti gradi di adeguamento o di opposizione alle politiche e agli interessi americani, che dipenderanno da come gli Stati Uniti definiscano o ridefiniscano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/america-latina-quattro-blocchi-di-potere/15732/" title="America latina: quattro blocchi di potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/300px_latin_america_orthographic_projection_svg_.eur1w1oa5v4sg40kkk4w8sc8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="America latina: quattro blocchi di potere" ></div></a><p><font size="2">Diversamente dal dualismo semplicistico con il quale la Casa Bianca e la maggioranza della sinistra descrivono il processo, in America Latina esistono quattro blocchi di nazioni in contesa tra loro. Ciascuno rappresenta differenti gradi di adeguamento o di opposizione alle politiche e agli interessi americani, che dipenderanno da come gli Stati Uniti definiscano o ridefiniscano i propri interessi secondo i nuovi scenari.</p>
<p>La sinistra radicale annovera la FARC (1) in Colombia; settori dei sindacati e i movimenti contadini e delle baraccopoli in Venezuela; la confederazione operaia CONLUTAS (2)  e settori del Movimento dei Senza Terra in Brasile; settori della Confederazione Operaia Boliviana, i movimenti contadini e le organizzazioni delle baraccopoli di El Alto; settori del movimento contadino-indigeno della CONAIE (3); i movimenti magistrali e indigeno-contadino in Oaxaca, Guerrero e Chiapas, in Messico; settori della sinistra contadino-nazionalista in Perù; settori dei sindacati e dei disoccupati in Argentina. È, questo, un blocco politico eterodosso, disperso, fondamentalmente antimperialista, che rifiuta qualsiasi concessione alle politiche socioeconomiche neoliberiste, si oppone al pagamento del debito estero ed in genere appoggia un programma socialista o nazionalista radicale.</p>
<p>La sinistra pragmatica comprende presidente Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e Fidel Castro a Cuba. Racchiude anche una molteplicità di grandi partiti elettorali e i principali sindacati e unioni contadine dell’America Centrale e del Sudamerica: i partiti elettorali di sinistra, il PRD (4) in Messico, il FMLN (5) nel Salvador, la sinistra elettorale e la confederazione operaia in Colombia, il partito comunista cileno, la maggioranza del partito parlamentare nazionalista peruviano Humala, settori degli esponenti del MST (6) in Brasile, il MAS (7) in Bolivia, la CTA (8) in Argentina e una minoranza del <em>Frente Amplio</em> e della confederazione operaia in Uruguay. Vi è compresa anche la maggioranza degli intellettuali latinoamericani di sinistra. Questo blocco è “pragmatico” perché non fa appello all’espropriazione del capitalismo né al rifiuto del debito estero e tanto meno alla rottura dei rapporti con gli Stati Uniti.</p>
<p>In Venezuela, tra il 2005 e il 2007, le banche private nazionali ed estere hanno ricavato un tasso d’interesse di oltre il 30%. Meno dell’1% del latifondo è stato espropriato per concedere titoli di proprietà ai contadini diseredati. I rapporti tra capitale e manodopera continuano a far pendere la bilancia a favore delle aziende e degli appaltatori. Il Venezuela e il presidente della Colombia, Álvaro Uribe, hanno firmato diversi accordi di cooperazione economica e di sicurezza di alto livello. Mentre promuove una maggiore integrazione latinoamericana, Chávez è alla ricerca di una “integrazione” con Brasile e Argentina, le cui produzioni e distribuzioni di greggio sono controllate dalle corporazioni multinazionali europee e dagli investitori americani. Nonostante Chávez denunci il tentativo americano di sovvertire il processo democratico in Venezuela, il paese fornisce il 12% delle importazioni totali di greggio agli Stati Uniti, è proprietario di 12.000 distributori di benzina CITGO (9) in quel paese e di diverse raffinerie. Il sistema politico del Venezuela è molto aperto all’influenza dei mezzi di comunicazione privati, ferocemente ostili al presidente eletto e al Parlamento. In questo paese sono presenti ONG finanziate dagli Stati Uniti, una dozzina di partiti e una confederazione di sindacati che agiscono a favore dei pianificatori americani. Quasi tutti i funzionari e i membri del Parlamento che sono a favore di Chávez si sono raccolti intorno al suo programma politico più per soddisfare i propri interessi personali che per lealtà populista. Il pragmatismo del Venezuela è un campo molto lucrativo per gli investitori statunitensi, è un affidabile fornitore di energia e stabilisce alleanze con la Colombia, principale cliente degli Stati Uniti in America Latina.</p>
<p>La retorica e il discorso radicale di Chávez non corrispondono alla realtà politica. Se non fosse per l’intransigente ostilità di Washington e per le sue tattiche di continua sfida e destabilizzazione, Chávez apparirebbe agli occhi di tutti come un moderato. È ovvio che settori della grande industria si lamentino per l’incremento dei pagamenti mediante <em>royalties</em>, dividendi sugli utili e imposte. Washington dipinge Chávez come se fosse un “pericoloso radicale”, perché paragona la sua politica a quella remissiva dei precedenti regimi clientelari del Venezuela degli anni ’90. Ma se giudichiamo le prese di posizione di Chávez in politica estera, ammetteremo che, tra il 2000 e il 2007, si è prodotto un cambiamento in ambito internazionale e, di conseguenza, le sue limitate riforme nel settore dell’assistenza sociale, delle imposte e altro, agli occhi degli americani fanno di lui un radicale pragmatico con il quale ci si deve adeguare.</p>
<p>Lo stesso ragionamento va applicato alla politica di Cuba e della Bolivia. Cuba ha stabilito, in America Latina, rapporti diplomatici con quasi tutti i clienti e alleati degli Stati Uniti. Sul fronte diplomatico, ha esplicitamente teso la mano ad Uribe, respinge la sinistra rivoluzionaria della FARC in Colombia e appoggia pubblicamente neoliberisti come Lula da Silva in Brasile, Néstor Kirchner in Argentina e Tabaré Vázquez in Uruguay; per di più ha firmato tutta una serie di accordi con grandi esportatori americani per l’acquisto di generi alimentari. Cuba offre gratuitamente servizi sanitari e di formazione professionale di medici e di educatori ad un esteso numero di regimi clienti degli Stati Uniti, che vanno dall’Honduras a Haiti al Pakistan. Ha aperto le porte agli investitori stranieri dei quattro continenti in tutti i suoi principali settori di sviluppo. Il paradosso è che, mentre Cuba approfondisce la sua integrazione nel mercato capitalista mondiale, sotto lo stimolo di una nuova <em>élite</em> orientata verso il mercato, la Casa Bianca incrementa la sua ostilità ideologica. Questo atteggiamento estremista è applicato anche al regime di sinistra pragmatica di Morales in Bolivia, la cui “nazionalizzazione” non ha espropriato né esproprierà nessuna società straniera. Uno dei suoi principali obiettivi è quello di stimolare gli accordi commerciali tra le <em>élites </em>delle aziende agricole della Bolivia e degli Stati Uniti.</p>
<p>Il terzo e più numeroso dei blocchi politici in America Latina è costituito dai neoliberisti pragmatici: il Brasile di Lula e l’Argentina di Kirchner. Molti sono gli imitatori di questi regimi che si trovano nelle file dell’opposizione liberale di sinistra in Ecuador, Nicaragua, Paraguay e in altri luoghi. Kirchner e Lula sostengono in modo deciso il loro pacchetto di privatizzazioni legali, semilegali e illegali. Entrambi hanno prepagato le loro obbligazioni ufficiali del debito estero e sono alla ricerca di strategie di crescita mediante l’esportazione di minerali e prodotti agricoli, ed hanno incrementato i profitti imprenditoriali e finanziari, diminuendo gli stipendi e i salari.</p>
<p>Esistono anche delle differenze. La strategia a favore dell’industria adottata da Kirchner ha portato ad un tasso di crescita che raddoppia quello raggiunto da Lula; ha ridotto la disoccupazione di un 50%, e ciò contrasta con il fallimento delle politiche d’impiego di Lula. In Argentina, il mercato degli investimenti costituisce, per gli imprenditori e per i banchieri, un terreno favorevole per il conseguimento di alti profitti. Le principali divergenze con Washington scaturiscono dalle negoziazioni intorno all’accordo di libero scambio. Maggiori opportunità di commercio globale e una posizione mercantile più forte conferiscono loro un atteggiamento più deciso sul tavolo dei negoziati. Né Lula né Kirchner avalleranno il tentativo militare statunitense di rovesciare o boicottare Chávez, perché lavorano congiuntamente moltiplicando investimenti e progetti lucrativi nel campo del petrolio e del gas. Riconoscono la natura fondamentalmente capitalista del regime di Chávez, anche se rifiutano la maggior parte del suo radicale discorso antimperialista. Entrambi i presidenti diversificano i loro soci commerciali e cercano di avere accesso nei mercati cinesi ed asiatici.</p>
<p>Washington non è ostile all’Argentina ed ha un rapporto amichevole con il Brasile, ma non è riuscita ad allargare la sua influenza nei confronti di questi governi per la sua incapacità di capire questi regimi di libero scambio “nazionalista”. Il fatto che Kirchner s’impegni a trovare accordi negoziati, investimenti regolati, riscossione delle tasse e rinegoziazione del debito estero, tutto ciò è visto come “nazionalista”, “di sinistra” e al limite del tollerabile. Washington si preoccupa perché le politiche di libero scambio di Lula pretendono che gli Stati Uniti pongano fine ai sussidi e alle quote agricole, così come ha fatto il Brasile. Ma pur di difendere le sue aziende agricole non competitive, Washington sacrifica con il suo estremismo la possibilità di entrare su vasta scala e a lungo termine nel settore industriale e dei servizi del Brasile.</p>
<p>Il quarto blocco politico è composto dai regimi, partiti e associazioni delle <em>élites</em> neoliberiste dottrinarie, che seguono alla lettera i dettami di Washington. È il regime di Felipe Calderón in Messico, che si appresta a privatizzare le lucrative aziende petrolifere e dell’elettricità. È il regime di Michelle Bachelet in Cile, perenne esportatore di minerali e prodotti agricoli; il Centroamerica esportatore di frutta tropicale e gremito di “<em>maquiladoras</em>”. La Colombia, che dalla fine degli anni ‘90 riceve da parte degli americani aiuti militari per cinquemila milioni di dollari. Il Perù, che per più di vent’anni ha privatizzato tutta la sua ricchezza mineraria, attualmente è governato da Alan García, un altro cliente degli Stati Uniti.</p>
<p>Secondo quanto affermano Washington e gli ideologi di destra, nella regione stravince un “populismo radicale”, semplificando in questo modo una complessa realtà per difendere i propri interessi. In realtà, quello che c’è in America Latina è un quadrilatero di forze che competono e si confrontano.</p>
<p>Washington insiste che l’influenza sovversiva del Venezuela e di Cuba indeboliscono la sua posizione in America Latina. Un fattore ancora più importante è dato dall’aumento generalizzato dei prezzi dei beni di consumo, il che significa maggiori entrate da esportazione nella regione. Dunque, i paesi latinoamericani dipendono meno dalle “condizioni” poste FMI al fine di accedere ai prestiti, e ciò limita ancora di più l’influenza americana. Una maggiore liquidità significa poter contare su prestiti commerciali senza dover fare ricorso alla Banca Mondiale. Gli estesi mercati dell’Asia, in particolare, e l’aumento degli investimenti asiatici nelle industrie estrattive latinoamericane erodono ancora di più la leva mercantile americana nella regione. Di fronte alla caduta dell’economia prevista nel 2007, è molto probabile che gli Stati Uniti riducano gli investimenti e il commercio con l’America Latina. In altre parole, a differenza degli anni ’90, l’America possiede minori margini di manovra sui radicali e i neoliberisti pragmatici. L’incapacità di distinguere tra i regimi e l’esagerare il grado e la classe dell’opposizione conduce all’esacerbazione dei conflitti. Continuare ad insistere nel tentativo di raggiungere accordi di libero scambio su scala continentale mediante concessioni non reciproche, vuol dire perdere l’opportunità di ottenere vantaggiosi rapporti commerciali.</p>
<p>Questa è la conseguenza di una configurazione ultraconservatrice da parte dei pianificatori americani e dei loro principali consulenti.</p>
<p>Washington descrive grossolanamente la realtà latinoamericana e legge in maniera scorretta il contesto regionale e internazionale presente, ma a loro volta gli intellettuali di sinistra esagerano sul radicalismo o sulla realtà rivoluzionaria di Cuba e di Venezuela. Sorvolano sulle contraddizioni presenti nella realtà di questi paesi e sugli adeguamenti pragmatici nei confronti dei regimi neoliberisti. Con ridottissima perspicacia storica, essi continuano a credere che i neoliberisti pragmatici come Lula, Kirchner e Vásquez siano dei “progressisti”, e li annoverano insieme con altri personaggi di sinistra pragmatici come Chávez, Castro e Morales. In alcune occasioni identificano i partiti e i regimi secondo le loro identità politiche di sinistra e non secondo le attuali politiche elitarie di libero scambio ed esportazioni agre minerali.</p>
<p>La sinistra deve affrontare il fatto che, nonostante il potere americano sia decaduto, questo si sta riprendendo e avanza da quando le ribellioni di massa hanno abbattuto i suoi clienti tra il 2000 e il 2002. Sono rimaste nel nulla le speranze riposte dalla sinistra nei confronti della vittoria dei vecchi partiti politici elettorali di centrosinistra, in quanto questi non sono stati in grado di modificare le politiche neoliberiste dei loro predecessori. È da ingenui ed è causa di maggiori confusioni considerare la conversione della sinistra al neoliberismo pragmatico come qualcosa di progressista o qualcosa che possa costituire un contrappeso allo strapotere americano.</p>
<p>Il declino dell’influenza statunitense in America Latina non è da considerarsi in maniera lineare: ad una inaspettata caduta ha fatto seguito una parziale ripresa. Nessuna ascesa appoggiata dalla sinistra radicale si salva da un calo d’influenza. I veri trionfatori sono i partiti di sinistra e i neoliberisti pragmatici, i quali sono arrivati al potere dopo la ritirata dei neoliberisti dottrinari e della favorevole congiuntura di sviluppo del mercato mondiale.</p>
<p>(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>* James Petras, professore emerito di Sociologia alla Binghamton University (New York, USA) e professore aggiunto alla Saint Mary&#8217;s University (Halifax,Nuova Scozia, Canada), si presenta come “attivista e scrittore rivoluzionario e antimperialista”. È autore di numerosi libri ed articoli. </em><em>Il presente articolo, tradotto dall’inglese da Ramón Vera Herrera, è apparso in spagnolo sul “Diario La Jornada” (Messico), edizione digitale, 10 marzo 2007 (<a href="http://www.jornada.unam.mx/2007/03/10/index.php?section=opinion&amp;article=030a1pol">http://www.jornada.unam.mx/2007/03/10/index.php?section=opinion&amp;article=030a1pol</a>).</em></p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>1. FARC-EP, Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) (N.d.T.)</p>
<p>2. CONLUTAS, Coordenação Nacional de Lutas, (Coordinamento Nazionale delle Lotte) (N.d.T.)</p>
<p>3. CONAIE, Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) (N.d.T.)</p>
<p>4. PRD, Partido de la Revolución Democrática (Partito della Rivoluzione Democrótica) (N.d.T.)</p>
<p>5. FMLN, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fronte farabundo Martí per la Liberazione Nazionale) (N.d.T.)</p>
<p>6. MST, Movimento Sem Terra (Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra) (N.d.T.)</p>
<p>7. MAS, Movimiento al Socialismo (Movimento per il Socialismo) (N.d.T.)</p>
<p>8. CTA, Central de los Trabajadores Argentinos (Sindacato dei Lavoratori Argentini) (N.d.T.)</p>
<p>9. Citgo Petroleum Corporation, è una società consociata della Petróleos de Venezuela, S.A (PDVSA) (N.d.T.)</font></p>
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		<title>Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/bielorussia-e-venezuela-la-costruzione-del-mondo-multipolare/15381/" title="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_lukashenko1_320x240.3lvel1s663i8cs8kc8sogwcok.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare" ></div></a>Gearoid Ó Colmáin, Dissident Voice , 24 Febbraio 2012 In tutto il pianeta milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Non è un segreto. I nostri media ci parlano di tali fatti abbastanza spesso. Parlare di disuguaglianza globale non è un tabù nelle democrazie liberali occidentali. Affermare che i ricchi diventano sempre più ricchi e i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/bielorussia-e-venezuela-la-costruzione-del-mondo-multipolare/15381/" title="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_lukashenko1_320x240.3lvel1s663i8cs8kc8sogwcok.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare" ></div></a><p><font size="2"><em>Gearoid Ó Colmáin, <a href="http://dissidentvoice.org/2012/02/belarus-and-venezuela-building-the-multi-polar-world/" target="_blank">Dissident Voice</a> , 24 Febbraio 2012</em></p>
<p>In tutto il pianeta milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Non è un segreto. I nostri media ci parlano di tali fatti abbastanza spesso. Parlare di disuguaglianza globale non è un tabù nelle democrazie liberali occidentali. Affermare che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è un cliché che si ripete, un luogo comune di cui in verità quasi nessuno è inconsapevole. Ma le cause strutturali della povertà sono raramente affrontate dalla stampa occidentale. Perché, per esempio, se il capitalismo è il migliore di tutti i possibili sistemi socio-economici, la maggior parte delle persone del pianeta vive in povertà?</p>
<p>Ci viene detto che i paesi in via di sviluppo hanno fatto uscire le loro popolazioni dalla povertà aprendo i propri mercati agli investimenti esteri diretti. Piuttosto che frenare gli eccessi del capitalismo, quindi, si deve intensificarne l’espansione, molti sostengono, per dare una soluzione alla povertà. Ma se è così, perché Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo? Haiti ha avuto investimenti esteri diretti per decenni, ma il tenore di vita è diminuito drasticamente. Lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’America Latina, che hanno venduto le loro risorse naturali alle multinazionali straniere.</p>
<p>Paesi come Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia hanno avuto un progresso socio-economico attraverso la nazionalizzazione, non la privatizzazione. Ma c’è uno stato, all’altro lato del mondo, che è riuscito a fornire il quasi pieno impiego ed un continuo aumento dei salari, investendo nell’istruzione, nella ricerca scientifica e tecnologica, nello sviluppo, e ha raggiunto l’autosufficienza nel settore agricolo, creando un ambiente di fiducia sociale presso i suoi cittadini. Quel paese è la Repubblica di Bielorussia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venezuela e Bielorussia. Multi-polarità e sviluppo endogeno</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Nel 2007 il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha descritto la Repubblica di Bielorussia come uno “stato modello”. Guidando per le strade di Minsk, non è difficile capire perché il presidente venezuelano aveva usato tali termini per descrivere la Bielorussia.<br />
Dall’elezione di Chavez in Venezuela nel 1998, la rivoluzione bolivariana ha ridotto della metà la povertà, ha sradicato l’analfabetismo e attuato riforme radicali per migliorare il tenore di vita della maggioranza povera del Venezuela. Tuttavia, c’è ancora molto da fare, le colline di Caracas sono ancora costellate di bassifondi di catapecchie, mentre l’elite economica cittadina, sul lato orientale della città, vive nel lusso sibaritico. Guidando attraverso Minsk, d’altro canto, si è colpiti da una visione di quello che potrebbe diventare Caracas. Non ci sono baraccopoli a Minsk. Gli abitanti della città vivono in moderni appartamenti di standard europeo. Ci sono molti spazi aperti puliti con eccellenti strutture ricreative per i bambini. Caracas ha un grave problema di rifiuti, laddove le strade e i quartieri di Minsk sono tra i più puliti al mondo. Il governo venezuelano sta attuando misure per ridurre la violenza e la delinquenza sociale. Ma Caracas rimane ancora una città pericolosa. Minsk, d’altra parte, è senza dubbio una delle città più sicure d’Europa.</p>
<p>Dopo decenni di dittatura plutocratica, corruzione e negligenza, l’agricoltura venezuelana non è ancora sufficientemente sviluppata e la popolazione dipende ancora dalle importazioni provenienti dagli Stati Uniti, la Bielorussia è autosufficiente nella produzione di alimentari di alta qualità. La Bielorussia è stata in grado di aiutare il Venezuela a sviluppare il proprio settore agricolo attraverso l’invio di consulenti e l’esportazione dei camion e macchine agricole di alta qualità. La costruzione delle agro-città da parte delle imprese bielorusse in Venezuela, concordata nel 2011, è un esempio convincente degli accordi bilaterali di una cooperazione sempre più stretta.</p>
<p>L’accordo bilaterale tra la compagnia petrolifera dello stato del Venezuela, PDVSA, e <em>Belarusnef</em> per creare una joint-venture denominata <em>Servicio Belovenezolana</em>, è un altro esempio dei vantaggi della politica estera multi-vettoriale della Bielorussia. La Repubblica di Belarus è stata in grado di diminuire la sua dipendenza dal petrolio della Russia attraverso la cooperazione con il Venezuela, ricco di petrolio, mentre il Venezuela ha potuto beneficiare delle competenze industriali e scientifiche bielorusse. Entrambi i paesi cercano di diversificare i loro mercati. Il Venezuela vuole ridurre la sua dipendenza dalle vendite di petrolio verso gli Stati Uniti, mentre la Bielorussia sta cercando di ridurre la dipendenza dal petrolio russo. Ed entrambi i paesi hanno a che fare con la quinta colonna finanziata dall’imperialismo euro-atlantico.</p>
<p>Il settore manifatturiero avanzato in Bielorussia è stata anche fonte di ispirazione per il Venezuela, che ha inviato i tecnici in Bielorussia per essere addestrati a costruire, in America Latina, la prima fabbrica nazionale di camion del Venezuela. Ci sono anche molti progetti per aumentare ulteriormente la cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, come l’aumento delle importazioni e delle esportazioni di prodotti agricoli, della tecnologia e delle forniture mediche, e le iniziative statali congiunte nel settore tessile.<br />
L’aumento degli scambi bilaterali e della cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, è il risultato diretto della comunanza nelle politiche sociali di entrambi i paesi. Le cinque priorità principali del governo bielorusso sono le seguenti:</p>
<p>1 Mantenere l’uguaglianza e l’innalzamento del tenore di vita dei lavoratori.<br />
2 Mantenere una piena occupazione dell’economia.<br />
3 Investimenti nell’istruzione e nella ricerca scientifica.<br />
4 La protezione e lo sviluppo di una forte base produttiva locale.<br />
5 Sovranità nazionale inviolabile.</p>
<p>Per il Venezuela, la Bielorussia è uno stato modello perché ha ottenuto quello a cui ogni governo progressista del mondo aspira: la quasi piena occupazione e l’eliminazione della povertà estrema. Ha sviluppato una imponente base produttiva, ha mantenuto l’autonomia nella produzione di alimentari e un tasso costantemente elevato di crescita economica, ha raggiunto uno standard di vita e un livello di uguaglianza sociale senza pari in nessun’altra parte del mondo in via di sviluppo. Questo è esattamente il sogno della Rivoluzione Bolivariana, ed è per questo che l’esperienza della Bielorussia dalla caduta dell’Unione Sovietica è così importante per il mondo in via di sviluppo. A differenza del Venezuela, che sta emergendo da una forma estrema di plutocrazia, dove una piccola minoranza controllava la ricchezza del paese, la Bielorussia è emersa dall’Unione Sovietica, dove le classi sociali erano state sradicate durante la costruzione del socialismo negli anni ’20 e ’30. In questo senso, la Bielorussia ha un netto vantaggio rispetto al Venezuela, in quanto non dispone di una borghesia super-ricca con le sue connessioni con gli Stati Uniti ad impedire la ri-distribuzione della ricchezza. La Bielorussia, tuttavia, ha a che fare con la quinta colonna di cui sopra, ma non possiede la ricchezza e il potere osceni dei suoi omologhi venezuelani.</p>
<p>La visione del presidente Lukashenko di un mondo multipolare minaccia i sostenitori del Nuovo Ordine Mondiale, in cui gli interessi dei molti sono subordinati a quelli delle elite finanziarie euro-atlantiche. A differenza di Stati vicini come la Polonia e la Lituania, per i quali la “libertà” dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha provocato la disoccupazione di massa, l’emigrazione e l’invio di truppe nelle guerre e nelle invasioni della NATO, la Bielorussia ha dimostrato che lo Stato ha un ruolo fondamentale nella regolazione del mercato per il bene generale.</p>
<p>Se la povertà globale deve essere sradicata, industrie sostenibili, sviluppo endogeno ed economie pianificate dovranno quindi diventare la norma. La Bielorussia, forse più di ogni altro paese, potrebbe svolgere un ruolo di primo piano nella transizione verso una nuova era globale delle economie socialmente orientate.</p>
<p>L’ambasciatore venezuelano in Bielorussia, Americo Diaz Nunez, ha recentemente dichiarato ai giornalisti, a Minsk, che:</p>
<p>“<em>I due paesi stanno attuando progetti comuni per la costruzione di impianti di produzione di mattoni, per l’assemblaggio di trattori e camion (questa infrastruttura sarà presto aperta in Venezuela), per la costruzione di agro-città, per la produzione di petrolio e gas, per la costruzione più di 20.000 appartamenti e per gli scambi di merci. E’ impossibile ignorare il fatto che la Bielorussia aiuta veramente a cambiare la vita dei venezuelani</em>.”</p>
<p>Il rapporto costruttivo e creativo tra i due paesi, in continenti diversi, è finalizzato a migliorare le condizioni di vita di molti, piuttosto che i privilegi di pochi, in netto contrasto con le cleptocrazie belligeranti e decadenti dell’Occidente, che mascherano la loro sete di lucro con altisonanti frasi su “diritti umani” e “democrazia”, mentre uccidono la speranza sociale di miliardi di persone. Le relazioni venezuelano-bielorusse sono un esempio unico di ciò che la diplomazia internazionale, in un mondo socialista, potrebbe significare per l’umanità.</p>
<p>La campagna mediatica internazionale di demonizzazione, calunnie, menzogne e disinformazione sul governo bielorusso ha ingannato non solo accaniti sostenitori dell’economia neo-liberale, ma anche molti cosiddetti “sinistri” e “progressisti” che sono caduti nella neolingua dei “diritti umani”, “libertà” e “democrazia”. L’assenza di solidarietà dalla “sinistra” europea verso la Repubblica di Bielorussia, è un sintomo di quanto corrosiva e pervadente sia diventata l’ideologia capitalista nelle società post-moderne dell’Occidente. Questa è una tendenza che porterà ad una catastrofe sociale e politica, se non viene invertita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ales Bialiatski: legalmente un criminale condannato, ideologicamente un “attivista dei diritti umani” </strong></p>
<p><strong></strong><br />
L’8 agosto, mentre i piani per l’assedio di Sirte in Libia erano in corso, il senatore statunitense John McCain aveva già segnalato che la Bielorussia sarebbe stata il prossimo obiettivo del cambiamento di regime degli Stati Uniti. McCain si riferiva alla detenzione di Ales Bialiatski, un cosiddetto attivista per i “diritti umani”, arrestato dalle autorità bielorusse per frode fiscale nel 2011.</p>
<p>Bialiatski è il vice-presidente della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, (<em>Fédération internationale des ligues des droits de l’Homme</em>), una sub-organizzazione che ha fornito al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani false informazioni, nel febbraio 2011, che accusavano il governo libico dei “massacri” a Bengasi. Queste informazioni false sono servite come pretesto per la guerra di aggressione che ha portato all’uccisione di decine di migliaia di persone, alla riduzione in macerie di una prospera economia socialmente orientata e all’imposizione di una dittatura corrotta scelta dagli stranieri, contro la volontà del popolo libico. La barbara distruzione della Jamahirya libica dovrebbe servire da lezione per qualsiasi persona intelligente, di ciò che i paesi della NATO intendono per “diritti umani”, “democrazia” e “dominio  della legge”.</p>
<p>La condanna di Amnesty International dell’azione penale contro Bialiatski, senza mostrare alcuna prova di una violazione della giustizia da parte dei tribunali bielorussi, dimostra che la cosiddetta organizzazione dei “diritti umani” è più preoccupata di fornire legittimità morale agli obiettivi della politica estera dei governi occidentali, che a rispettare i diritti umani. Bialiatski è stato arrestato dalla polizia polacca e lituana per frode fiscale, su informazione fornita dall’Interpol. Non è stato arrestato per la sua opposizione politica al governo bielorusso. Questa non è la prima volta che Amnesty International ha falsamente accusato la Bielorussia di violazioni dei diritti umani, ed è improbabile che sia l’ultima. Dall’incarcerazione di Bialiatski, il governo polacco si è mosso per evitare ulteriori mandati di arresto all’Interpol emessi da “paesi non democratici”. Questo è piuttosto farsesco, se proviene da uno stato in cui, chi indossa una maglietta con Che Guevara, potrebbe finire in prigione!</p>
<p>La farsa dei diritti umani sta diventando così ridicola che è probabile che gli si ritorcerà a lungo termine. Specialisti del cambio di regime, come Canvas, un centro per la formazione alle rivoluzioni colorate finanziato dagli statunitensi, con sede a Belgrado, ora orchestrano acrobazie che prevedono l’uso di donne nude che protestano davanti alla sede del KGB di Minsk. Un comportamento di questo tipo porterebbe all’arresto in qualsiasi paese.</p>
<p>Tuttavia, il punto è, infatti, essere arrestati e filmati, e quindi mettere in imbarazzo il KGB. Ma il KGB, essendo un agenzia di intelligence, ha anticipato i loro piani e le stupide nudiste sono solo riuscite a prendere un raffreddore e a  intrattenere allegramente i passanti, il tutto per la causa della “rivoluzione”. Dopo tutto, il capo di <em>Amnesty International – USA</em> è Suzanne Nossel, ex assistente della Segretaria di Stato Hillary Clinton e l’uomo che chiamano Dr. Stranamore, l’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, è anche ex membro del consiglio della stessa organizzazione per i diritti umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La minaccia della NATO e dei suoi tirapiedi</strong></p>
<p><strong></strong><br />
La guerra di aggressione scatenata contro la Libia nel 2011, e l’attuale guerra segreta condotta dalle agenzie della NATO contro la Siria, hanno dimostrato che le potenze euro-atlantiche sono, come in passato, decise a utilizzare la guerra come mezzo per ottenere una nuova divisione del mondo propizia ai loro interessi geopolitici. La sofisticata campagna di disinformazione condotta nei confronti della Libia dai social media e dai canali TV satellitari internazionali, che hanno visto il paese più ricco dell’Africa bombardato fino alla rovina, dovrebbe servire come monito al governo bielorusso del pericolo rappresentato dalla NATO per la pace nel mondo.</p>
<p>Grazie alle azioni esemplari delle forze di sicurezza bielorusse, durante i disordini post-elettorali del 19 dicembre 2010, una impopolare dittatura imposta dall’occidente è stata scongiurata. Il popolo bielorusso ha visto l’orrore e l’immiserimento del cambio di regime sostenuto dall’Occidente in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirghizistan e in altri paesi. I golpisti colorati finanziati dagli USA sono stati distrutti nella Repubblica di Belarus, e non hanno probabilità di successo nel prossimo futuro. Dato il fallimento delle rivoluzioni colorate della CIA in Bielorussia, nel recente passato, e la vicinanza del paese alla Russia, è difficile immaginare quale strategia si inventerà la NATO per piazzare i suoi burattini a Minsk. Tuttavia, una strategia della tensione che comporta l’uso di mercenari segreti travestiti da manifestanti pacifici, come abbiamo visto in Siria, nei prossimi mesi presenta un reale pericolo per la Repubblica di Belarus.</p>
<p>Rivolgendosi alle forze armate bielorusse il 23 febbraio, il presidente Lukashenko ha notato le tecnologie politiche e d’informazione delle ONG occidentali impiegate per il cambio di regime in tutto il Nord Africa. La Bielorussia, ha sottolineato, ha l’unità e la capacità tecnica per resistere a tale destabilizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Il presidente Lukashenko ha osservato una volta che i giornalisti disonesti possono essere peggio degli assassini. La centralità della disinformazione dei mass media, durante la guerra di Libia e la campagna di demonizzazione contro la Repubblica di Belarus, hanno evidenziato il pericolo che gli scribacchini del potere corporativo pongono all’umanità. Lo scontro tra le politiche di sviluppo umano endogene e la cancerosa politica dell’avidità è il conflitto interno che affronta il nostro mondo di oggi. Se ci deve essere un futuro per la prossima generazione, si dovrà costruire un mondo multipolare basato sulla sovranità westfaliana e sullo sviluppo socio-economico endogeno. Questo è il motivo per cui coloro che lottano per la pace nel mondo, lo sviluppo economico e il diritto internazionale, devono continuare a denunciare la campagna diffamatoria dei media corporativi contro la politica socialmente orientata, interna ed estera, della Repubblica di Belarus.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Gearoid Ó Colmáin</strong> è nato a Cork, in Irlanda, ed vive attualmente a Parigi. È un ex redattore di Metro Eireann. I suoi interessi includono la geopolitica, la globalizzazione, la filosofia e le arti. E’ membro del SISA, il sindacato italiano per l’ecologia e l’educazione. Leggi gli altri articoli o visita il </em><a href="http://metrogael.blogspot.com/" target="_blank"><em>sito di Gearóid.</em></a></p>
<p></font><font size="1"><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font></p>
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		<title>Prospettive geopolitiche  della politica venezuelana</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 05:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Rafael Chávez]]></category>
		<category><![CDATA[Maximiliano Barreto]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica Bolivariana del Venezuela]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/prospettive-geopolitiche-della-politica-venezuelana/15281/" title="Prospettive geopolitiche  della politica venezuelana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hugo_chavez_mural_in_venezuela.5a1t6n8xe1kwsc0ss4gwcs4ks.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Prospettive geopolitiche  della politica venezuelana" ></div></a>Senza dubbio Hugo Rafael Chávez Frías, attuale presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è un personaggio centrale nella dinamica delle relazioni internazionali nella regione. In questo articolo ci proponiamo di utilizzare alcuni elementi teorici che furono sviluppati dal filosofo economista Max Weber (1864-1920), che consideriamo utili per una comprensione più nitida del peso della funzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/prospettive-geopolitiche-della-politica-venezuelana/15281/" title="Prospettive geopolitiche  della politica venezuelana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hugo_chavez_mural_in_venezuela.5a1t6n8xe1kwsc0ss4gwcs4ks.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Prospettive geopolitiche  della politica venezuelana" ></div></a><p><font size="2">Senza dubbio Hugo Rafael Chávez Frías, attuale presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è un personaggio centrale nella dinamica delle relazioni internazionali nella regione. In questo articolo ci proponiamo di utilizzare alcuni elementi teorici che furono sviluppati dal filosofo economista Max Weber (1864-1920), che consideriamo utili per una comprensione più nitida del peso della funzione di guida del presidente venezuelano. L’analisi richiederebbe una maggiore trattazione per ottenere un esautiva comprensione della movimento “chavista”, ma gli elementi che apportiamo ci consentiranno di comprendere meglio la realtà interna del Venezuela e la sua proiezione in campo internazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella prima sezione ci occupiamo della descrizione del processo di formazione della sua guida carismatica nel tempo, menzionando gli aspetti teorici descritti da Weber. Tenendo presente la forza política che è insita nella sua persona, analizzeremo nella seconda sezione la situazione interna venezuelana in vista delle elezioni presidenziali di ottobre ed infine volgeremo la nostra attenzione alla politica estera di Chávez. Ci serviremo infine del contributo di Roberto Russell e Juan G. Tokatlian [1] sui modelli di politica estera in America Latina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I-La formazione del capo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1992 la società venezuelana, organizzata intorno al petrolio, era (e ancora rimane) profondamente polarizzata. L&#8217;oro nero sembrava un grande muro che separava i settori dell’ élite – beneficiarie delle risorse fiscali generate dalle attività – dalle masse per lo più vessate da ingiustizie sociali.</p>
<p>Il 4 febbraio Hugo Chávez irrompe sulla scena politica alla guida di un tentativo di colpo di Stato nei confronti del presidente Carlos Andrés Pérez. L&#8217;allora comandante del Battaglione Paracadutisti, consapevole della sconfitta, si assunse la responsabilità per il  movimento militare ribelle, ma da allora non sarebbe più tornato indietro: la formazione del suo “potere” ebbe inizio.</p>
<p>In prigione, la sua figura acquisirà le proprie caratteristiche di guida carismatica. Durante il soggiorno in carcere contribuisce alla stesura di un manifesto intitolato <em>Come uscire dal labirinto</em>, dove propone soluzioni alla grave crisi che colpisce i settori più deboli della popolazione venezuelana [2]. Di lì invia messaggi al popolo, chiedendone l&#8217;astensione dalle elezioni presidenziali del 1993; frattanto guadagna un maggiore sostegno e diventa come eroe popolare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Max Weber definisce il carisma del capo come <em>“(…) la qualità, straordinaria (…)” </em>e specifica<em>: “Il modo in cui sarebbe stata valutata &#8220;oggettivamente&#8221; la qualità in questione (…) è cosa del tutto indifferente rispetto al nostro concetto, perché ciò che conta è come si valora dai “dominati” carismatici, dai tifosi </em>[3]<em>”.</em><em> </em>Pertanto, per parafrasare Weber, il modo in cui sarebbe stato valutato oggettivamente il carisma di Chávez è indifferente, perché ciò che conta è essere valutato dai seguaci. In questo senso è innegabile che la maggioranza della società &#8211; stanca dell’emarginazione causata dall’ applicazione di misure economiche neoliberali – vide la figura di Chávez quale alternativa ad un sistema politico iniquo e di conseguenza gli diede il suo sostegno.</p>
<p>Le elezioni presidenziali del dicembre 1998 permisero a Chávez di fare un ulteriore passo nel consolidamento della sua funzione di capo; Weber dice in proposito: <em>“Nel caso che non sia puramente effimera, ma prenda il carattere di un rapporto duraturo (…) l&#8217;autorità carismatica (…) deve variare sostanzialmente il suo carattere: si razionalizza (legalizza) o tradizionalizza… (…) </em>[4]. Quindi, trionfando con il 56,5% dei voti, la sua figura si legittimava e si affermava come il governo normale e legale dello Stato venezuelano.</p>
<p>L&#8217;arrivo alla presidenza confermò quella frase che recita: <em>“Il carisma è la grande forza rivoluzionaria in tempi associati con la tradizione </em>[5]<em>”</em>.<strong> </strong>La sua ascesa al potere significò un cambiamento nella coscienza e nell&#8217;azione di un popolo tradizionalmente emarginato. Chávez, rivoluzionando le strutture, fece del popolo il soggetto politico principale. La Costituzione fu modificata: mettendo fine al bipartitismo, il legame con il popolo veniva consolidato ed il capo massimo si identificava con la rivoluzione bolivariana [6].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II-Dimensione interna</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chávez al potere ha rappresentato la continuazione di un conflitto sociale elevato. Nonostante i cambiamenti, sono persistite certe caratteristiche della &#8220;Democrazia puntofijista [7]&#8220;: lentezza burocratica, corruzione e inefficienza istituzionale.</p>
<p>Le elezioni parlamentari del 2010 hanno espresso l&#8217;erosione della base sociale della rivoluzione: il partito al governo ha perso la sua maggioranza qualificata &#8211; due terzi &#8211; in seno all&#8217;Assemblea Nazionale. La questione acquista maggiore rilevanza in relazione alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2012. Chávez non vincerebbe comodamente, per cui risulterebbero piuttosto deboli le basi di un progetto politico che invece richiede basi molto solide, se si vogliono realizzare le riforme rivoluzionarie necessarie per lo sviluppo del socialismo nel XXI secolo.</p>
<p>La malattia di Chávez aggiunge una difficoltà in più. E’ raro che i capi carismatici siano facilmente sostituibili, tanto strettamente la vita del presidente è associata con la vita del progetto. Roger Noriega ha detto a tale proposito che esiste un piano militare d&#8217;emergenza che garantirebbe la sopravvivenza del regime in caso di scomparsa fisica del capo [8].</p>
<p>Fino al 2010 l&#8217;opposizione era stata dura solo in termini di violenza (fallito colpo di Stato del 2002 e blocco petrolifero dello stesso anno), ma non aveva un peso popolare. Ora, consigliata dall’esterno, essa ha operato un cambiamento strategico mostrandosi al mondo come la resistenza al “regime totalitario”. Eppure, il partito al potere è sicuro per quanto riguarda la capacità destabilizzatrice degli avversari; a tal proposito l’11 aprile 2012 Hugo Chávez ha denunciato l’esistenza di un nuovo complotto contro di lui ed ha ordinato la creazione di un Comando Speciale “antigolpe”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III-Relazioni Internazionali</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli anni &#8217;90 furono il decennio del quasi totale allineamento latinoamericano a Washington; fu precisamente Hugo Chávez, alla fine del secolo, il primo ad abbandonare questa strategia. Secondo la tipologia di Russell e Tokatlian, il Venezuela si imbarcherebbe &#8211; soprattutto dopo il 2002 &#8211; su un modello di politica estera chiamato “la sfida”.</p>
<p>Chávez ha identificato gli Stati Uniti come un <em>nemico</em>; così ha interposto distanze politiche per controbilanciare il potere sia a livello regionale che globale.</p>
<p>A livello regionale &#8211; sempre seguendo il modello teorico proposto – è stato fatto un uso significativo di risorse simboliche e materiali per diffondere il progetto rivoluzionario.  La grande capacità discorsiva e l&#8217;uso di termini carichi di significato storico hanno aiutato Chavez ad ottenere un notevole consenso sociale nel subcontinente. Il IV Vertice delle Americhe, nel 2005, ha bocciato definitivamente il progetto di una zona di libero scambio continentale (ALCA) aggiungendo il rifiuto di Argentina e Brasile &#8211; fatto che ha segnato una significativa sconfitta per l &#8216;imperialismo statunitense.</p>
<p>La comunanza ideologica che unisce Chávez con Evo Morales (Bolivia), Rafael Correa (Ecuador) ed in generale con la maggioranza dei presidenti latinoamericani trasforma l’area ancor di più in un terreno fertile per il fiorire delle idee della rivoluzione bolivariana.</p>
<p>A livello extra-regionale è più evidente il revisionismo chavista. Le reti di alleanze favorite da Caracas attaccano direttamente gli interessi degli Stati Uniti – basti pensare ai legami con l&#8217;Iran. È interessante notare che queste relazioni sembrano ispirate da criteri della Guerra Fredda: Pechino e Mosca diventano di questo modo, sebbene simbolicamente, alleati vitali.</p>
<p>In ambito internazionale la rivoluzione trova un sentiero stretto. Grandi attori statali accompagnati dal potere economico e finanziario transnazionale non guardano con favore il presidente del Palazzo Miraflores e quindi le elezioni di ottobre sono fondamentali: se Chávez ottiene una vittoria di stretta misura, i suoi nemici esterni non esiteranno a lanciare l&#8217;offensiva finale, che ovviamente sarà sfruttata dai nemici interni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Riflessioni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La rivoluzione lotta su tre fronti: il primo avrà il suo momento culminante il 7 ottobre, nelle elezioni presidenziali. Chávez ha la possibilità di vincere, ma l’esito più favorevole sarebbe una vittoria con un ampio margine di voti, che gli consentirebbe di rilegittimarsi e di riaffermare con forza il progetto bolivariano. Potrebbe essere il momento per trasferire un certo margine di potere al popolo e quindi diminuire l’elevato livello di paternalismo. In caso contrario, la rivoluzione sarebbe un gigante dai piedi d&#8217;argilla ed i suoi avversari avrebbero l&#8217;opportunità di sferrare l&#8217;attacco finale.</p>
<p>Il secondo è il fronte regionale, potenzialmente fertile per le idee bolivariane.</p>
<p>La zona extraregionale è l&#8217;ultimo fronte della battaglia ideologica. Il suo esito appare al momento negativo, in quanto l&#8217;ordine internazionale è ancora influenzato da &#8220;nemici&#8221;. Non solo il Venezuela è in difficoltà, ma anche gli alleati (simbolici) come la Cina e la Russia vedono limitato il loro raggio d&#8217;azione. Per questo motivo è probabile, se i risultati delle elezioni di ottobre non saranno positivi per la rivoluzione, che il primo campo ed il terzo formino un unico blocco di opposizione e  si impegnino in una campagna finale contro Chávez, cercando di indebolire &#8211; forse invano – il fronte regionale.</p>
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<p style="text-align: justify;"><em><strong>*Maximiliano Barreto è laureando in Relazioni internazionali all’Università Nazionale di Rosario (Argentina)</strong></em></p>
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<strong>NOTE</strong>:</p>
<p>[1] Roberto Russell è professore di Relazioni Internazionali presso l&#8217;Universidad Di Tella (Argentina) e Juan G. Tokatlian è professore di Relazioni Internazionali presso l&#8217;Università di San Andrés (Argentina).</p>
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<font size="1"><br />
[2] Comunicazione popolare per la costruzione del socialismo nel XXI secolo. <em>&#8220;Chávez in carcere&#8221;</em>. Disponibile online: http://www.aporrea.org/tiburon/a93835.html</p>
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[3] Weber, Max. <em>Economia e  Società</em>.</p>
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[4] Ídem.</p>
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[5] Ídem.</p>
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[6] Termine coniato da Chávez per designare il cambiamento sociale economico e politico avviato dal suo accesso al governo, sulla base delle idee di Simon Bolivar, Simon Rodriguez e Ezequiel Zamora. Vedi: http://www.revolucionbolivariana.org.mx</p>
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[7] Sistema politico istituito dopo il patto “Punto Fijo”nell’ottobre 1958 tra i tre partiti politici venezuelani per garantire la stabilità della democrazia restaurata. Questo sistema non era visto da Chávez come una vera democrazia.</p>
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<font size="1"><br />
[8] Giornale “La Nación”. <em>&#8220;Rivelano un piano militare, nel caso della morte di Chávez&#8221;</em>. Disponibile sul sito: http://www.lanacion.com.ar/1464830-revelan-un-plan-militar-en-el-caso-de-que-muera-chavez</p>
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		<title>Perspectivas geopolíticas de la política venezolana</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 15:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Hugo Rafael Chávez]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/perspectivas-geopoliticas-de-la-politica-venezolana/15427/" title="Perspectivas geopolíticas de la política venezolana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=15427&amp;w=80" width="80" height="52" alt="Perspectivas geopolíticas de la política venezolana" ></div></a>Sin dudas Hugo Rafael Chávez Frías, actual presidente de la República Bolivariana de Venezuela, es un personaje central en la dinámica de las relaciones internacionales de la región. En este artículo nos proponemos usar algunos elementos teóricos que fueran desarrollados por el filósofo economista Max Weber (1864-1920), que consideramos útiles para comprender más nítidamente el [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/perspectivas-geopoliticas-de-la-politica-venezolana/15427/" title="Perspectivas geopolíticas de la política venezolana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=15427&amp;w=80" width="80" height="52" alt="Perspectivas geopolíticas de la política venezolana" ></div></a><p><font size="2">Sin dudas Hugo Rafael Chávez Frías, actual presidente de la República Bolivariana de Venezuela, es un personaje central en la dinámica de las relaciones internacionales de la región. En este artículo nos proponemos usar algunos elementos teóricos que fueran desarrollados por el filósofo economista Max Weber (1864-1920), que consideramos útiles para comprender más nítidamente el peso del liderazgo del presidente. Los límites del presente trabajo lógicamente no permitirán un análisis exhaustivo del liderazgo chavista; sin embargo los elementos que aportemos nos ubicarán mucho mejor al momento de comprender la realidad interna venezolana y su proyección al ámbito exterior.</p>
<p>En la primera sección intentaremos describir el proceso de construcción de su liderazgo carismático -a lo largo del tiempo- mencionando aspectos teóricos descriptos por Weber. Teniendo en mente la fuerza política que significa su persona, analizaremos en la segunda sección la situación interna de cara a las elecciones presidenciales de octubre; para finalmente pensar la política internacional de Chávez. Aquí nos serviremos del aporte que Roberto Russell y Juan G. Tokatlian[1] hicieran sobre los modelos de política exterior de América Latina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">I-La construcción del líder</span></strong></p>
<p>Corría el año 1992, la sociedad venezolana organizada en torno al petróleo, estaba-y aún lo sigue estando-profundamente polarizada. El oro negro venía a ser el gran muro que separaba a sectores de elite -beneficiados por los recursos fiscales que la actividad generaba- de amplias mayorías signadas por la injusticia social.</p>
<p>El 4 de febrero Hugo Chávez irrumpe en la escena política al encabezar un frustrado Golpe de Estado al presidente Carlos Andrés Pérez. El por entonces Comandante del Batallón de Paracaidistas es consiente de la derrota y asume la responsabilidad del movimiento militar sublevado, pero desde ese momento ya no habría vuelta atrás: la construcción de poder iniciaba.</p>
<p>Desde prisión su figura irá adquiriendo los rasgos propios de un liderazgo carismático. Durante su estadía en la cárcel suscribe un manifiesto titulado ‘Como salir del laberinto’ donde plantea soluciones a la inmensa crisis que golpea duramente a los sectores más débiles de la población venezolana[2]. Desde allí dirige al Pueblo mensajes, convoca a la abstención en las elecciones presidenciales de 1993 mientras no deja de ganar cada vez mayor apoyo y mitificarse como héroe popular.</p>
<p>Max Weber define al carisma del líder como: <em>“(…) la cualidad, que pasa por extraordinaria (…)” </em>y aclara:<em> “El modo como habría de valorarse “objetivamente” la cualidad en cuestión (…) es cosa del todo indiferente en lo que atañe a nuestro concepto, pues lo que importa es cómo se valora “por los dominados” carismáticos, por los “adeptos”[3]. </em> Por lo cual, parafraseando a Weber, el modo como habría de valorarse objetivamente el carisma de Chávez es indiferente, pues lo que importa es cómo es valorado por sus adeptos. En este sentido es inobjetable que una mayoría de la sociedad, cansada de la marginación a la que era sometida por la aplicación de medidas económicas de corte neoliberal, vio en la figura de Chávez una alternativa al desigual sistema político tradicional y por ello le brindó su apoyo.</p>
<p>Las elecciones presidenciales de diciembre de 1998 le permitieron a Chávez dar un paso más en la consolidación del liderazgo; dice Weber al respecto: <em>“En el caso de que no sea puramente efímera sino que tome el carácter de una relación duradera (…) la dominación carismática (…) tiene que variar esencialmente su carácter: se racionaliza (legaliza) o tradicionaliza… (…)[4]”.</em> Así, triunfando con el 56, 5% de los votos, su figura se legitimaba y se “rutinizaba” al establecerse como el gobierno legal-racional del Estado venezolano.</p>
<p>La llegada a la presidencia vino a verificar aquella consideración que expresa: <em>“El carisma es la gran fuerza revolucionaria en las épocas vinculadas a la tradición[5]”</em>. Su ascenso al poder significó una variación de la conciencia y de la acción de un Pueblo que por tradición se encontraba marginado. Chávez, revolucionando las estructuras, lo colocó como principal sujeto político. La Constitución Nacional fue modificada, se puso fin al bipartidismo, el vínculo con el Pueblo estaba consolidado, la misión del líder se encarnaba en la llamada revolución bolivariana[6].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">II-Dimensión interna</span></strong></p>
<p>Chávez en el poder significó la continuidad de una elevada conflictividad social. Pese a los cambios introducidos, persistieron ciertas características de la “Democracia Puntofijista[7]” persistieron-burocratismo, corrupción, ineficiencia institucional.</p>
<p>Las elecciones parlamentarias de 2010 expresaron el desgaste en la base social de la revolución: el oficialismo perdió la mayoría calificada-de dos tercios- en la Asamblea Nacional.  La cuestión adquiere relevancia si pensamos en las elecciones presidenciales de octubre de 2012. Chávez ganaría pero no holgadamente, lo cual dejaría con bases muy débiles un proyecto político que necesita de bases fuertes para llevar adelante reformas revolucionarias que apuntan a lograr el socialismo del siglo XXI.</p>
<p>La enfermedad de Chávez suma una dificultad extra. Los líderes carismáticos raramente son fáciles de sustituir, por lo cual la vida del presidente está estrechamente asociada a la vida del proyecto. Roger Noriega-ex secretario de Estados Unidos ante la OEA- se pronunció al respecto acusando la existencia de un plan militar de emergencia que aseguraría la supervivencia del régimen en caso de desaparición física del líder[8].</p>
<p>Hasta 2010 la oposición había sido dura solo en términos de violencia (responsable del fallido golpe de Estado de 2002 y del paro patronal petrolero del mismo año) pero no tenía peso popular. Ahora, asesorada externamente, dio un giro estratégico mostrándose ante el mundo como la resistencia al “régimen totalitario”. Aun así el oficialismo sigue seguro sobre la capacidad desestabilizadora de sus oponentes; al respecto Hugo Chávez advirtió el pasado 11 de abril de 2012 sobre una nueva conspiración en su contra, ante lo cual ordenó la creación de un Comando Especial “Antigolpe”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">III-Relaciones internacionales</span></strong></p>
<p>Los años ’90 fueron la década de un casi total alineamiento latinoamericano hacia Washington; fue precisamente Hugo Chávez-hacia finales de siglo-el primero en abandonar aquella estrategia.  De acuerdo a la tipología de Russell y Tokatlian, Venezuela se embarcaría-sobre todo  después de 2002- en un modelo de política exterior denominado <em>desafío</em>.</p>
<p>Chávez identificó  a EEUU como un <em>enemigo</em>, por lo cual se encaminó en políticas de distanciamiento para contrabalancear su poder tanto en el terreno regional como mundial.</p>
<p>A nivel regional-siempre siguiendo el modelo teórico propuesto- el uso de significativos recursos simbólicos y materiales sirvieron para propagar el proyecto revolucionario. La amplia capacidad discursiva y  la utilización de términos repletos de carga histórica, le sirvieron a Chávez para obtener un notable consenso social en el subcontinente. La IV Cumbre de las Américas en el año 2005 sepultó definitivamente el proyecto de un área de libre comercio continental (ALCA) al sumar la negativa de Argentina y Brasil -lo cual significó una importante derrota para el “imperialismo” estadounidense.</p>
<p>La comunión ideológica que Chávez encuentra con Evo Morales (Bolivia), Rafael Correa (Ecuador) y en general con la mayoría de presidentes latinoamericanos, hace que la zona sea aún hoy un terreno fértil para sembrar ideas de la revolución bolivariana.</p>
<p>A nivel extra regional se evidencia con mayor claridad el revisionismo chavista. Las redes de alianzas que Caracas privilegia atacan directamente los intereses de los EEUU: basta pensar sus vínculos con Irán. Es interesante notar como estas relaciones parecieran ser enmarcadas por criterios propios de la guerra fría: Pekín y Moscú se convierten de este modo –aunque sea en lo simbólico- en aliados (simbólicamente) vitales.</p>
<p>En el ámbito internacional la revolución encuentra un camino más estrecho. Grandes actores estatales acompañados por el <em>establishment</em> económico y financiero trasnacional no ven con buenos ojos al presidente del Palacio Miraflores. Y en este sentido, las elecciones de octubre son clave: si Chávez obtiene una victoria ajustada, sus “enemigos” externos no dudarán en emprender una ofensiva final, que obviamente será aprovechada por el “enemigo” interno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Reflexiones</span></strong></p>
<p>La revolución chavista tiene tres frentes de batalla: el primero tendrá su momento culminante el 7 de octubre en las elecciones presidenciales. Chávez tiene posibilidades de ganar; pero lo trascendente es un triunfo con amplio margen de votos, para relegitimarse y consecuentemente afirmar con fuerza el proyecto. Allí sería el momento de transferir parte del poder al Pueblo para mermar los altos niveles de paternalismo. En caso contrario la revolución sería un gigante con pies de barro; sus opositores tendrían la oportunidad de dar el ataque final.</p>
<p>El segundo es el frente regional, potencialmente fértil para las ideas bolivarianas.</p>
<p>El ámbito extra regional es el último frente de la batalla ideológica; adverso por el momento, dado que el orden internacional aún sigue siendo influenciado por “enemigos”. No solo Venezuela encuentra dificultades, sino que incluso aliados (simbólicos) como China y Rusia ven limitados sus márgenes de acción. Debido a esto, es probable si los resultados de las elecciones de octubre no son del todo positivos para la revolución, que el primer y tercer frente formen un único bloque de oposición y se empeñen en una campaña final contra Chávez; intentando incluso sumar-tal vez en vano-  al frente regional.</p>
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NOTE:</p>
<p>[1] Roberto Russell es profesor de Relaciones Internacionales de la Universidad Di Tella (Argentina) y Juan G. Tokatlian es profesor de Relaciones Internacionales de la Universidad de San Andrés (Argentina).</p>
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<p><font size="1"><br />
[2] Comunicación popular para la construcción del socialismo del siglo XXI. “<em>Chávez en la cárcel”</em>. Disponible en internet: <a href="http://www.aporrea.org/tiburon/a93835.html">http://www.aporrea.org/tiburon/a93835.html</a></p>
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<p><font size="1"><br />
[3] Weber, Max. <em>“Economía y Sociedad</em>”.</p>
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[4] Ídem.</p>
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<p><font size="1"><br />
[5] Ídem.</p>
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<p><font size="1"><br />
[6] Término acuñado por Chávez para designar el cambio político económico y social comenzado desde su acceso al gobierno, basado en el ideario de Simón Bolívar, Simón Rodríguez y Ezequiel Zamora. Consultar: http://www.revolucionbolivariana.org.mx</p>
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<p><font size="1"><br />
[7] Sistema político que se instauró tras el Pacto de Punto Fijo de octubre de 1958 entre los tres partidos políticos venezolanos para asegurar la estabilidad de la restaurada democracia. Este sistema no era visto por el chavismo como una auténtica democracia.</p>
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<p><font size="1"><br />
[8] Diario La Nación. <em>“Revelan un plan militar en el caso de que muera Chávez”.</em> Disponible en Internet: http://www.lanacion.com.ar/1464830-revelan-un-plan-militar-en-el-caso-de-que-muera-chavez</p>
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		<title>L&#8217;Ecuador aderisce al progetto petrolifero iraniano-venezuelano</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 06:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lecuador-aderisce-al-progetto-petrolifero-iraniano-venezuelano/14827/" title="L&#8217;Ecuador aderisce al progetto petrolifero iraniano-venezuelano"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ahmadinejad_ecuador_gennaio2012.djna698e38ggo4soco4g08c00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="L&#8217;Ecuador aderisce al progetto petrolifero iraniano-venezuelano" ></div></a>L’Ecuador si unirà al progetto di Venezuela e Iran nella zona petrolifera dell’Orinoco, nonostante le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e diversi paesi europei contro il petrolio iraniano, ha affermato il direttore generale di Petroecuador, Marco Calvopiña. Il funzionario ecuadoriano ha detto che presto Quito acquisirà il 14% delle azioni del progetto che la Petroleos [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lecuador-aderisce-al-progetto-petrolifero-iraniano-venezuelano/14827/" title="L&#8217;Ecuador aderisce al progetto petrolifero iraniano-venezuelano"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ahmadinejad_ecuador_gennaio2012.djna698e38ggo4soco4g08c00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="L&#8217;Ecuador aderisce al progetto petrolifero iraniano-venezuelano" ></div></a><p><font size="2">L’Ecuador si unirà al progetto di Venezuela e Iran nella zona petrolifera dell’Orinoco, nonostante le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e diversi paesi europei contro il petrolio iraniano, ha affermato il direttore generale di Petroecuador, Marco Calvopiña.<br />
Il funzionario ecuadoriano ha detto che presto Quito acquisirà il 14% delle azioni del progetto che la Petroleos de Venezuela (PDVSA) e l’iraniana Petropars condividono nel campo petrolifero di Dobokubi, situato nella predetta zona dell&#8217;Orinoco.<br />
Calvopiña, indicando che non intende fare &#8220;qualcosa di illegale o immorale&#8221;, s’è riferito alle sanzioni e ha precisato che non sono tenuti a rispettare il veto, in quanto la società non ha nulla a che fare con il governo degli Stati Uniti perché non ha capitale o cittadini statunitensi.<br />
La zona petrolifera dell&#8217;Orinoco è considerata una regione ricca che ha la più grande riserva di petrolio greggio, con circa 300 miliardi di barili recuperabili.</p>
<p><em>Dr. Giovanni Armillotta, PhD<br />
Sito studi: <a href="http://www.giovanniarmillotta.it">http://www.giovanniarmillotta.it</a></em><br />
 </font></p>
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		<title>Chávez solidarizza con Bashar al-Assad</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 06:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/chavez-solidarizza-con-bashar-al-assad/14823/" title="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_y_assad.cd00e93ksq8s8wc08owscsso4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="58" alt="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad" ></div></a>Il presidente venezuelano Hugo Chávez venerdì ha espresso solidarietà al suo omologo siriano Bashar al-Assad, attraverso una conversazione telefonica in cui entrambi i leader hanno discusso della situazione delle riforme e politiche da realizzare nel Paese arabo. Nello spiegare in dettaglio la situazione in Siria, Chávez ha detto che Assad &#8220;mi ha riferito che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/chavez-solidarizza-con-bashar-al-assad/14823/" title="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_y_assad.cd00e93ksq8s8wc08owscsso4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="58" alt="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad" ></div></a><p><font size="2">Il presidente venezuelano Hugo Chávez venerdì ha espresso solidarietà al suo omologo siriano Bashar al-Assad, attraverso una conversazione telefonica in cui entrambi i leader hanno discusso della situazione delle riforme e politiche da realizzare nel Paese arabo.<br />
Nello spiegare in dettaglio la situazione in Siria, Chávez ha detto che Assad &#8220;mi ha riferito che ci sono stati oltre 2.000 martiri militari e un maggior numero di innocenti che sono morti a causa del complotto terroristico per cacciarlo dal potere”.<br />
Inoltre, Chávez ha fatto riferimento alle interferenze straniere e ha sottolineato che, nonostante le riforme e il nuovo progetto di Costituzione, gli Stati Uniti ei suoi alleati creano un clima di violenza, sostenendo un complotto terroristico che mira a rovesciare il governo di Bashar al-Assad.<br />
Da parte sua, il presidente siriano ha sottolineato che la situazione della sicurezza in Siria migliorerà presto.<br />
Dal marzo 2011, la Siria vive in un precaria situazione di pericolosa instabilità, dovuta a incidenti con fini golpistici causati da gruppi armati sponsorizzati dall&#8217;Occidente.</font></p>
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		<title>Lo scacchiere elettorale a nord del Rio Delle Amazzoni</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 09:53:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
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		<description><![CDATA[1 Luglio e 7 Ottobre sono le date che in questo 2012 potranno dare delle risposte importanti alla Casa Bianca. Se in Messico il cambiamento sembra ininfluente per il proseguo dell’attuale politica, in Venezuela si vive in funzione dello stato di salute di Chavez e nel mentre Cuba attende il 6 Novembre per conoscere il nuovo volto di chi guiderà la pluridecennale politica anticastrista a stelle e strisce.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lo-scacchiere-elettorale-a-nord-del-rio-delle-amazzoni/14004/" title="Lo scacchiere elettorale a nord del Rio Delle Amazzoni"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bavone1.4bp0ami680sg0wgcg8ck4gg8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Lo scacchiere elettorale a nord del Rio Delle Amazzoni" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p><em>1 Luglio e 7 Ottobre sono le date che in questo 2012 potranno dare delle risposte importanti alla Casa Bianca. Se in Messico il cambiamento sembra ininfluente per il proseguo dell’attuale politica, in Venezuela si vive in funzione dello stato di salute di Chavez e nel mentre Cuba attende il 6 Novembre per conoscere il nuovo volto di chi guiderà la pluridecennale politica anticastrista a stelle e strisce.</em><br />
 <br />
Il 6 novembre l’attenzione globale sarà concentrata sul verdetto dell’elettorato statunitense che deciderà se dare fiducia a Obama o cambiare timoniere. Infatti negli U.S.A. si tratta di un cambio di rappresentanza, di immagine rappresentativa, ma non della rotta seguita. Decenni di studi della politica statunitense palesano un dirottamento del potere decisionale in altri ambiti: economia, interessi petroliferi, multinazionali. La Storia ben dimostra come la politica statunitense vada ben oltre la democrazia e lo sviluppo economico volto a beneficiare la propria popolazione. Molto spesso l’azione della Casa Bianca in ambito internazionale è stata funzionale alla diramazione di una rete extracontinentale allo scopo di favorire lo sviluppo di aziende o meccanismi economici che hanno ben poco a che vedere con il benessere della nazione intesa come agglomerato di persone che condividono, all’interno di uno spazio comune, un fine generale. </p>
<p>Tale visione sterile delle elezioni statunitensi non può che riguardare la Nazione che con gli U.S.A. condivide non solo i confini, ma anche un rilevantissimo volume di rapporti economici (più o meno leciti): il Messico. Il 1 Luglio 2012 si deciderà se il PAN (<em>Partido Acciòn Nacional</em>) potrà continuare il suo percorso politico o se sarà già il tempo di un “cambio” di guardia con il reinsediamento del PRI (<em>Partido Revolucionario Institucional</em>). Fondamentalmente possiamo affermare che la spunterà il cartello più forte e/o sanguinario e chi riuscirà a sviluppare una migliore rete clientelare. A differenza degli Stati Uniti, in Messico le elezioni sono un affare di droga e a ben poco vale la lotta al narcotraffico ufficialmente portata avanti durante la legislatura. Ogni partito non chiarisce mai – grazie ad un evidente vuoto legislativo in merito – la provenienza dei fondi privati impiegati per sostenere la propria campagna elettorale. Prassi vuole che le guerriglie aumentino in prossimità delle elezioni presidenziali messicane e già oggi, l’azienda leader nella produzione di indumenti antiproiettile – la colombiana <em>Miguel Caballero</em> – ha riscontrato un bum di vendite nel mercato messicano. Tra  PRI e PAN non mancano però le azioni di disturbo del PRD (<em>Partido de la Revoluciòn Democràtica</em>) che dopo la sconfitta sul filo del rasoio nel 2006 – elezioni fortemente contestate in merito alla loro regolarità – presentano come candidato Andrés Manuel Lòpez Obrador. I sondaggi, comunque, sembrano indirizzare la corsa a Los Pinos* ad una sfida a due: da un lato <em>Sara Josefina Vàsquez Mota</em> (PAN) e dall’altro <em>Enrique Peña Nieto</em> (PRI).</p>
<p>La candidatura della Vàsquez sembra un tentativo, da parte del PAN, di cavalcare “l’onda rosa” proveniente dal Brasile e dall’Argentina, per garantirsi il favore della popolazione stanca della sterilità economico-politica dei propri rappresentanti. I sei anni del governo Calderon (PAN) non sono stati propriamente volti allo sviluppo dell’intera popolazione. Il PIL crescente (+4%) non deve trarre in inganno: gli squilibri sociali in Messico sono sempre più evidenti e la gran parte della popolazione vive nella povertà e sotto l’assedio delle guerre sanguinarie tra i cartelli della droga.</p>
<p>Di contro, il PRI torna alla carica dopo una sosta di sei anni del suo monopolio politico (1929-2000). Il giovane candidato Peña Nieto (46 anni) sembra essere il vero favorito delle prossime elezioni, ma i sondaggi sono molto confusionari e molto discordanti tra loro quasi a rientrare tra i mezzi utilizzati in campagna elettorale dai diversi partiti perdendo la loro credibilità statistica. In questi giorni si è messo in evidenza il rapporto tra il PRI ed il cartello <em>“La Familia”</em>, ma allo stato attuale, la poca trasparenza dei vari schieramenti fa pensare che ogni partito abbia il proprio cartello <em>simpatizzante</em>.</p>
<p>Vedremo chi la spunterà solo a Luglio, ma possiamo dire già da ora che tali partiti oltre al nome, hanno ben poco di rivoluzionario e nulla varierà nella politica messicana. La vicinanza con il colosso statunitense sposta gran parte dell’economia al confine nord compresa quella sommersa – traffico di droga, emigrazione clandestina – e un cambiamento politico reale, non suscita grande entusiasmo in chi detiene le redini delle attività più produttive del Messico – tra cui anche chi è ben posizionato nel mercato energetico. Tutto ciò è un grave handicap per un Paese dal grande potenziale ed al quale gioverebbe senz’altro un avvicinamento a quel concetto di Latinoamericanità intrinseco nel progetto CELAC.</p>
<p><strong>In Venezuela invece</strong>, le elezioni del 7 ottobre hanno un ben altro peso e valore. Qui si giocherà una partita importante per le future relazioni tra Caracas e resto del Nuovo Continente: dovesse spuntarla Chavez, il Venezuela proseguirebbe nella sua rivoluzione economico-sociale fondata sull’emancipazione dall’influenza nordamericana. Di converso, un cambio di guardia potrebbe aprire – ma non va dato per scontato &#8211; un importante spiraglio alle relazioni asimmetriche predilette dalla strategia di Washington.</p>
<p>Il problema principale negli antichavisti, è stato creare un fronte d’opposizione che l’alta frammentazione politica non rendeva possibile. Oggi la <em>Mesa de la Unidad Democràtica</em> raccoglie ben 20 partiti caratterizzati da un’alta eterogeneità, visto che si palesano al suo interno sia compagini di destra che di sinistra. Ardua prova di equilibrio quindi nella sua programmazione elettorale e postelettorale in caso di vittoria. Il primo scoglio è stato comunque superato e le primarie hanno chiaramente indicato (63% di voti) il volto di colui che contenderà <em>Palacio Miraflores</em>** al popolare Chavez: Henrique Capriles Radonski. </p>
<p>Chavez dal canto suo, dopo 12 anni di presidenza, ha dimostrato di fondare la propria politica su due punti chiave: la lotta alla povertà e l’ampliamento dei settori economici sotto il controllo statale – considerevole nazionalizzazione nei settori chiave. Tutto ciò ha però messo in secondo piano altre criticità che oggi rappresentano il cuore della propaganda di Capriles: sviluppo nel settore privato e lotta alla criminalità. Lo stesso Capriles, nelle sue precedenti esperienze istituzionali – prima come sindaco della città di Baruta e poi come (attualmente in carica) governatore dello stato di Miranda – ha dimostrato di riuscire ad ottenere importanti risultati in tali ambiti. Tuttavia, nel curriculum del candidato della MUD, resta da chiarire il ruolo dello stesso nel tentativo di colpo di stato del 2002. Infatti, sembrerebbe che Capriles abbia avuto un ruolo attivo durante l’assedio all’Ambasciata Cubana nella quale cercarono rifugio, durante il golpe, alcune alte cariche governative fedeli a Chavez. A tal proposito va menzionato che, dopo l’archiviazione avvenuta nel 2006, il processo contro Capriles è stato riaperto nel 2008 e non sono da escludere colpi di scena da qui ad Ottobre.</p>
<p>In definitiva le elezioni venezuelane non sono da ritenersi scontate nel loro epilogo:</p>
<p>-         Il MUD ha già vinto le elezioni politiche attenendo la maggioranza dei seggi in Parlamento. D’altra parte va capito se e come, prima del voto e dopo un’eventuale vittoria, il MUD riesca a rimanere unito nei suoi obbiettivi nonostante l’eterogeneità. Al momento basa la sua forza sull’appoggio dei ceti medi e medio-alti, sull’imprenditoria privata – quella del golpe del 2002 per intenderci – e sul favore degli antichavisti.</p>
<p>-        Chavez dal canto suo ha il carisma del capo ed il favore dei ceti meno abbienti – la maggior parte del popolo venezuelano – ma tuttavia ma tuttavia la sua politica avrebbe bisogno di una riduzione dell’assistenzialismo in favore di un aumento dell’occupazione. Nonostante ciò trapela dai sondaggi che solo Chavez può battere Chavez e , nello specifico, solo il suo stato di salute può comprometterne la vittoria. Giorni fa il presidente venezuelano è uscito nuovamente dalla sala operatoria ostentando ottimismo sulla propria salute, ma in concreto c’è una scarsa informazione in merito.<br />
Sottolineando l’incertezza nell’esito finale di queste elezioni, proviamo ad ipotizzare tre possibili scenari nel caso di vittoria del trentanovenne Capriles:</p>
<p>1.     Il MUD riscopre la sua eterogeneità interna ed implode lasciando un governo ed una non più certa, maggioranza parlamentare. Capriles è destinato, in tale contesto, a non lasciare il segno nella storia venezuelana o, per lo meno, punterà ad una ricandidatura nel 2018 con un proprio partito omogeneo ed in grado di raccogliere il consenso popolare.</p>
<p>2.     Capriles spinge per una riduzione della presenza statale nell’economia del Paese e, seguendo il proprio modello politico-economico (il Brasile di Lula), percorre la strada di uno sviluppo reale volto alla crescita dell’intero Paese: liberalizzazione controllata, lotta alla criminalità ed al narcotraffico, diversificazione nella produzione energetica – per ridurre la forte dipendenza economica del Paese dal mercato petrolifero. Si configurerebbe un Venezuela sulla scia del miracolo brasiliano e argentino, pronto a proseguire, con una maggiore diplomazia in ambito internazionale, il proprio cammino verso uno sviluppo in un’America Latina emancipata e libera da vincoli “neo-coloniali” con gli Stati Uniti.</p>
<p>3.     L’insediamento di Capriles attiva un processo inverso alla nazionalizzazione di Chavez. Tale meccanismo riporta i capitali stranieri in terra venezuelana – pronti a comprare vantaggiosi accordi pluridecennali. Il Venezuela intensifica, in collaborazione con la Colombia, la “lotta” al narcotraffico o per lo meno coopera attivamente per dare uno stretto giro di vita alla FARC*** &#8211; che non è propriamente la stessa cosa dei cartelli della droga. Il tutto, ovviamente, consentirebbe agli U.S.A. di recuperare un importante tassello tra le zone sotto la propria influenza – almeno fino all’insediamento di un nuovo Comandante dalle idee bolivariane.</p>
<p>Cosa accadrà realmente non è possibile dirlo, ma le sensazioni portano a pensare che, in un’ipotetica vittoria di Capriles, per evitare il primo scenario, debba verificarsi un mix tra la seconda e la terza ipotesi.</p>
<p>Quanto detto sino ad ora sulle presidenziali statunitensi e venezuelane, susciterà se non altro l’interesse cubano. In Ottobre Fidel e Raul Castro scopriranno se potranno contare ancora su un importantissimo alleato come il Venezuela – ricordiamo che attualmente Cuba riceve rifornimenti di petrolio a prezzi vantaggiosissimi proprio dal Venezuela. Chavez si è sempre schierato in difesa dell’isola caraibica e la costituzione del CELAC sembrerebbe creare un’invisibile barriera protettiva per Cuba nei confronti della politica statunitense. In novembre, invece, Cuba conoscerà chi si incaricherà di portare avanti la crociata statunitense contro l’isola. Infatti, mettere all’ordine del giorno la questione cubana nei programmi politici dei candidati alla Casa Bianca, frutta un importante favore elettorale proveniente dalla Florida e più nello specifico da Miami – sede degli esuli anticastristi. Chi dovesse dimostrarsi più ostico nei confronti della rivoluzione cubana, potrebbe garantirsi un vantaggio considerevole nella corsa alle presidenziali del 6 novembre.</p>
<p> <br />
* Los Pinos è la residenza del Presidente della Repubblica Messicana</p>
<p>** Residenza del Presidente Venezuelano</p>
<p>*** <em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombi</em></p>
<p><strong>William Bavone è laureato in Economia Aziendale (Università degli Studi del Sannio, Benevento) </strong><em><br />
</em></font></p>
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		<title>I sionisti attaccano Chavez</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 10:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-sionisti-attaccano-chavez/13969/" title="I sionisti attaccano Chavez"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hugo_chavez2.aezhn2wkdlskssgk80cgg0sss.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="I sionisti attaccano Chavez" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p><em>Nil Nikandrov, <a href="http://www.strategic-culture.org/">Strategic Culture Foundation</a>, 28.02.2012</em> </p>
<p>Chavez ha avuto il suo primo round di martellamento per un presunto antisemitismo, nella fase iniziale della sua presidenza nel 1999, per la sua associazione con il politologo argentino e peronista Norberto Rafael Ceresole, che nei primi anni &#8217;90 aveva introdotto il futuro leader venezuelano alla sua dottrina Caudillo, Ejército, Pueblo (Leader, Esercito, Nazione) per l&#8217;ascesa al potere. Ceresole era un veemente critico della politica di Israele in Palestina, negava Olocausto e aveva steso un piano per un servizio di intelligence strategico venezuelano cui evidentemente si aspettava di dirigere personalmente. Era un segreto di Pulcinella che gli operatori del Mossad mantenessero al guinzaglio la comunità d&#8217;intelligence venezuelana, in epoca pre-Chavez. Anche se hanno dovuto fare le valigie e andarsene quando il regime populista è salito al potere, i sostenitori d&#8217;Israele, profondamente radicati nella macchina statale del Venezuela, si opposero fortemente alla presenza di Ceresole nel paese, e i rappresentanti della comunità ebraica del Venezuela inondarono la DISIP, la polizia segreta, di denunce che Ceresole, &#8220;un nazista&#8221;, rappresentasse un problema permanente. Allora Chavez era occupato a concentrare il potere e a preparare la nuova costituzione del Venezuela, e la deportazione di Ceresole  divenne una decisione scontata. Agenti del DISIP videro partire Ceresole dall&#8217;aeroporto, e più tardi dissero ai giornalisti che i sionisti lo costrinsero ad andarsene minacciandolo di omicidio. </p>
<p>Le forze sioniste hanno preso parte attiva al golpe anti-Chavez del 2002. Raduni di massa e proteste della classe media contro il regime furono orchestrati dai media che, con l&#8217;eccezione del statale Canale 8, erano uniformemente controllati da ebrei. La copertura distorta dei media diffuse i disordini e lasciò gran parte della popolazione con l&#8217;impressione che Chavez e la sua cerchia fossero sul punto di ricorrere alla forza armata, per mantenere il potere. Nel frattempo, sparatorie perpetrate da uomini armati non identificati sul ponte Llaguno, che causarono il decesso tra sostenitori e oppositori di Chavez, fu  visto da una parte della popolazione come il tentativo del regime di riprendere il controllo con la violenza. Non è ancora chiaro chi fossero gli uomini armati, però; secondo un&#8217;ipotesi abbastanza realistica, potrebbero essere stati agenti della polizia municipale il cui comando si schierò con l&#8217;opposizione. Un&#8217;ipotesi alternativa è che gli uomini armati fossero cecchini esperti venuti dall&#8217;estero, e la cosa in effetti rientrerebbe negli scenari ricorrenti in tutta l&#8217;era delle guerre &#8220;anti-terrorismo&#8221; degli anni &#8217;90. </p>
<p>Un grosso scandalo scoppiò nel gennaio 2006, quando il Centro Simon Wiesenthal chiese che Chavez si scusasse per una presunta dichiarazione antisemita. Presso il Centro di Sviluppo Umano del Comune di Acevedo, nello stato di Miranda, Chavez lasciò cadere la frase che aveva provocato conseguenze di vasta portata: &#8220;Il mondo ha un&#8217;offerta per tutti, ma si è scoperto che alcune minoranze &#8211; i discendenti di coloro che crocifissero Cristo, i discendenti di coloro che espulsero Bolivar da qui e anche coloro che, in un certo modo, lo crocifissero a Santa Marta, in Colombia &#8211; hanno preso possesso delle ricchezze del mondo, una minoranza ha preso possesso dell&#8217;oro, dell&#8217;argento, dei minerali, dell&#8217;acqua, delle terre buono, del petrolio del pianeta, ed hanno concentrato tutte le ricchezze nelle mani di pochi, meno del 10 per cento della popolazione mondiale possiede più della metà delle ricchezze del mondo&#8221;. Anche se, dopo un esame, nulla di quanto sopra sembrasse giustificare le accuse di antisemitismo, una campagna diffamatoria contro il leader venezuelano prontamente si diffuse fino a includere Liberation e Le Monde in Francia, Reuters, Associated Press, The Voice of America e miriadi di destroidi latino-americani. Alla fine, il Simon Wiesenthal Center dovette ammettere, pur ritenendo che Chavez avrebbe dovuto usare un linguaggio scelto con maggior cura, che il passaggio non conteneva nulla che indicasse che gli ebrei fossero responsabili della crocifissione di Cristo o che arraffassero la maggior parte della ricchezza mondiale, e che l&#8217;invettiva era diretta contro la classe dirigente venezuelana che espulse Simon Bolivar in Colombia, e contro il sistema globale che consegna in effetti la maggior parte della ricchezza esistente al 10% della popolazione mondiale. Ciò non ha risparmiato nuovi colpi a Chavez, con accuse simili emerse quando aveva criticato l&#8217;aggressione di Israele contro il Libano o le spietate incursioni nella Striscia di Gaza. </p>
<p>Il Venezuela aveva ordinato all&#8217;ambasciatore israeliano Shlomo Cohen di andarsene il 6 gennaio 2009, e ruppe le relazioni diplomatiche con Israele il 15 gennaio dello stesso anno, condannando la sua offensiva contro la Striscia di Gaza, il cui il bilancio di morti, soprattutto tra i civili, superava i 1000. Mentre Chavez aveva espresso indignazione per il trattamento da Israele del popolo palestinese, la propaganda occidentale trasmise la notizia come se fosse un&#8217;ulteriore prova della sua ostilità verso gli ebrei come gruppo etnico. Un attacco a una sinagoga di Caracas ebbe luogo, mentre la questione imperversava. Secondo la BBC, &#8220;Una banda armata ha saccheggiato la più antica sinagoga ebraica nella capitale venezuelana, Caracas, dopo aver occupato l&#8217;edificio per diverse ore. Circa 15 uomini non identificati hanno fatto irruzione nell&#8217;edificio prima di imbrattarne i muri con graffiti e scritti dissacranti. Inoltre chiedevano che gli ebrei fossero espulsi dal paese&#8221;. La BBC aveva anche citato i leader ebraici del Venezuela per aver detto che “Il clima è molto teso. Ci sentiamo minacciati, intimiditi, attaccati”. Il governo venezuelano ha ricevuto una valanga di critiche, mentre la polizia stava indagando sull&#8217;incidente. Il presidente della Confederazione venezuelana delle Associazioni Israelite, ad esempio, sosteneva che l&#8217;attacco era stato ispirato dalla posizione anti-israeliana di Chavez in merito alla guerra in Palestina, e gruppi ebraici si erano radunati davanti alla sede delle Nazioni Unite a Caracas, con slogan sull&#8217;odio che alimenta l&#8217;odio, cantando l&#8217;inno venezuelano, mostrando i loro passaporti venezuelani a chi passava, e spiegando che stavano difendendo la libertà religiosa. I diplomatici di Stati Uniti, Francia, Canada, Finlandia, Germania e Repubblica ceca ha visitato la sinagoga per solidarietà con la comunità venezuelana ebraica, e un coro di ONG in Venezuela, così come da tutta l&#8217;America Latina e l&#8217;Europa, rivolse accuse al regime di Chavez. Negli Stati Uniti, 16 parlamentari chiesero congiuntamente che Chavez ponesse fine alle intimidazioni della comunità ebraica locale. L&#8217;idea comune a tutte le critiche era che l&#8217;atto di vandalismo fosse stato in qualche modo benedetto dal governo venezuelano. </p>
<p>La polizia venezuelana, però, concluse l&#8217;indagine in un modo fulmineo e, mentre la campagna anti-Chavez era ancora in corso, il ministro degli interni venezuelano Tarek al-Aissami aveva riferito che l&#8217;attacco contro la sinagoga era stato guidato da Edgar Alexander Cordero, una guardia del corpo del rabbino Isaac Cohen e da un ufficiale della polizia metropolitana guidata dall&#8217;opposizione. I complici dell&#8217;uomo erano sette ex agenti di polizia, due individui con precedenti penali e la guardia della sinagoga. Cordero conosceva i dettagli del sistema di sicurezza della sinagoga e la guardia spense l&#8217;allarme dall&#8217;interno dell&#8217;edificio, mentre i graffiti anti-semiti e i danni ai rotoli avrebbero dovuto mascherare un furto ordinario e coinvolgere il Colectivo La Piedrita, l&#8217;UPV o altri gruppi dei sostenitori del regime venezuelano. In realtà, il piano di Cordero era rubare 200.000 bolivares da una cassetta di sicurezza. Come è emerso, poco prima dell&#8217;irruzione, Cordero aveva chiesto al rabbino Cohen di prestargli del denaro e si sentì profondamente offeso quando la richiesta venne respinta. </p>
<p>La Confederazione delle associazioni israelite venezuelana elogiarono la gestione governativa del caso, ma la maggior parte di coloro che avevano demonizzato Chavez per questa cosa, pretesero di non essere consapevoli della loro cantonata. In realtà, Chavez ha avuto diversi incontri con i rappresentanti della comunità ebraica venezuelana da quando è diventato presidente, esortandoli a non cedere alle provocazioni. Chavez sottolineò che un vero rivoluzionario non può essere un antisemita, e gli ebrei in Venezuela, come cittadini legittimi del paese, non hanno nulla di cui preoccuparsi. La comunità ebraica, tuttavia, sembra priva d&#8217;immunità nella propaganda sfornata dalle agenzie di Stati Uniti e Israele. Le storie di fantasia su campi di addestramento per i terroristi arabi in Venezuela, delle operazioni segrete di Chavez con l&#8217;Iran, ecc., sono volte a spingere gli ebrei venezuelani ad emigrare in massa. Il giornalista dell&#8217;opposizione Nelson Bocaranda dice che il 60-80% degli ebrei del Venezuela ha lasciato il paese nell&#8217;ultimo decennio. </p>
<p>Recentemente l&#8217;opposizione venezuelana ha convocato le primarie per nominare la sua speranza presidenziale. Il concorso è stato vinto in maniera convincente da Henrique Capriles Radonski, 40enne, propaggine tipica di un ricco e privilegiato clan ebraico. Radonski, però, tende a sottolineare in ogni occasione che lui è un cattolico romano praticante che, in tutta l&#8217;America Latina, è un prerequisito per comprare il biglietto per la grande politica. Da giovane, Radonski era un attivista della setta di destra nota come Tradición, Familia y Propiedad (Tradizione, Famiglia e Proprietà), e successivamente ha preso parte alla costruzione, con il sostegno finanziario della CIA e di concerto con i suoi colleghi del TFP, del partito d&#8217;opposizione Primero Justicia. L&#8217;estremismo politico di Radonski divenne manifesto durante il colpo di stato anti-Chavez dell&#8217;aprile 2002. A quel tempo, era l&#8217;alcalde di Baruta, un quartiere benestante di Caracas, che divenne teatro di una caccia ai sostenitori di Chavez. Radonski prese parte al assedio all&#8217;ambasciata cubana, quando gli insorti chiesero di entrare nella missione per perquisirla. I cubani respinsero l&#8217;ultimatum e la teppaglia guidata da Radonski tagliò le comunicazioni dell&#8217;ambasciata e vandalizzò le sue vetture. Senza essersi dichiarato colpevole, alla fine Radonski trascorse diversi mesi in carcere per l&#8217;episodio, ma è riuscito a trarne dei benefici con cui dare una svolta alla sua carriera: come la maggior parte dei rivoltosi attivi, è fuggito a Miami. </p>
<p>Il sito aporrea.org ha pubblicato un articolo intitolato La Rivoluzione Bolivariana contro il sionismo internazionale, che descrive la nomina di Radonski come un esperimento effettuato dalla borghesia locale e dagli imperialisti degli Stati Uniti, con il sionismo internazionale come base. L&#8217;alleanza dovrebbe spingere i sionisti al potere dopo la cacciata di Chavez, supponendo che di conseguenza, la locale classe politica borghese mancherebbe d&#8217;influenza. Radonski, ipoteticamente come nuovo presidente, dovrebbe poi aiutare la borghesia venezuelana e i capitalisti ebrei a riprendere il controllo del Venezuela. La proiezione prevede che il governo di destra attuerebbe una immediata repressione estrema, come unico modo per eliminare il regime di Chavez, la rivoluzione bolivariana e la resistenza popolare. </p>
<p>Al momento Radonski, sostenuto da Stati Uniti e Israele, si sta preparando nel ruolo di killer del regime di Chavez. I media sionisti, nel frattempo, lo ritraggono come un progressista liberale, di centro-sinistra e un umanista, nella speranza che il travestimento gli permetta di vincere nel prossimo scontro per il potere. </p>
<p><em>La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line <a href="http://www.strategic-culture.org/">Strategic Culture Foundation</a>.</em></p>
<p></font><font size="1"></p>
<p>FONTE: <a href="http://www.strategic-culture.org/pview/2012/02/28/zionists-attack-chavez.html">http://www.strategic-culture.org/pview/2012/02/28/zionists-attack-chavez.html</a></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font></p>
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