<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>eurasia-rivista.org &#187; usa</title>
	<atom:link href="http://www.eurasia-rivista.org/tag/usa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.eurasia-rivista.org</link>
	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 May 2012 08:45:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=</generator>
	<atom:link rel="next" href="http://www.eurasia-rivista.org/tag/usa/feed/?page=2" />

		<item>
		<title>Stati Uniti e Giappone: il futuro di un&#8217;alleanza</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/stati-uniti-e-giappone-il-futuro-di-unalleanza/15804/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/stati-uniti-e-giappone-il-futuro-di-unalleanza/15804/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 May 2012 06:34:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15804</guid>
		<description><![CDATA[La questione del dislocamento della U.S. Marine Corps Air Station Futenma (MCAS)  è probabilmente soltanto uno stratagemma politico utilizzato da Yukio Hatoyama per ridisegnare i nuovi confini dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti quando sono trascorsi più di cinquant’anni dalla stipulazione del “Treaty of Mutual Cooperation and Security”  (19 gennaio 1960). Parte della classe politica giapponese vorrebbe, infatti, che l’alleanza militare con gli Stati Uniti fosse improntata su criteri di parità e uguaglianza, sia in termini di peso politico che decisionale. Inoltre, la necessità del Paese del Sol Levante di sviluppare adeguate capacità militari difensive sarebbe giustificata da ragioni di sicurezza nazionale per l’esistenza di potenziali minacce alla sua integrità territoriale rappresentate dal programma nucleare-missilistico della Corea del Nord  e dalla costante crescita militare della Cina, oltre che da un declino dell’influenza americana (leverage)  in Asia Orientale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/stati-uniti-e-giappone-il-futuro-di-unalleanza/15804/" title="Stati Uniti e Giappone: il futuro di un&#8217;alleanza"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/japan_us_20110829091758.dmkpz6ufh3scscw0c4wg4w4o0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Stati Uniti e Giappone: il futuro di un&#8217;alleanza" ></div></a><p><font size="2"><em>La questione del dislocamento della U.S. Marine Corps Air Station Futenma (MCAS) (1) è probabilmente soltanto uno stratagemma politico utilizzato da Yukio Hatoyama (2) per ridisegnare i nuovi confini dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti (3) quando sono trascorsi più di cinquant’anni dalla stipulazione del “Treaty of Mutual Cooperation and Security” (4) (19 gennaio 1960). Parte della classe politica giapponese vorrebbe, infatti, che l’alleanza militare con gli Stati Uniti fosse improntata su criteri di parità e uguaglianza, sia in termini di peso politico che decisionale. Inoltre, la necessità del Paese del Sol Levante di sviluppare adeguate capacità militari difensive sarebbe giustificata da ragioni di sicurezza nazionale per l’esistenza di potenziali minacce alla sua integrità territoriale rappresentate dal programma nucleare-missilistico della Corea del Nord (5) e dalla costante crescita militare della Cina (6), oltre che da un declino dell’influenza americana (leverage)  in Asia Orientale. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’alleanza strategico-militare tra Stati Uniti e Giappone continua a rappresentare il principale deterrente contro le «ambizioni nucleari» della Guida nord-coreana Kim Jong-il ed è un elemento di dissuasione nei confronti della Cina impegnata nella modernizzazione del proprio apparato militare (7) e al cui interno si moltiplicano le spinte nazionalistiche e irredentistiche.</p>
<p>Tuttavia, nell’ipotesi, non escludibile <em>a priori</em>, che gli Stati Uniti recedessero dal loro impegno di mantenere una credibile forza deterrente in Asia Orientale, il governo di Tokyo si vedrebbe costretto ad intraprendere la strada dell’autonomia militare. Inoltre esso potrebbe rispolverare il vecchio progetto di Kiichi Miyazawa (8) di un Forum regionale sul modello della <em>Conference on Security and Cooperation in Europe </em>(CSCE) per il Nord-Est asiatico, di cui farebbe parte anche la Cina, dove poter discutere di questioni contingenti di sicurezza, il che rappresenterebbe un altro duro colpo per la tradizionale alleanza nippo-americana, il cui cardine principale è costituito dal Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza tuttora in vigore. Del resto il <em>Paese del Sol Levante</em>, che non vuole farsi coinvolgere dagli Stati Uniti in una guerra contro la Cina nello Stretto di Taiwan, ha riconosciuto la sovranità cinese sullo Stato-isola di Taiwan (Formosa) nel 1972, allorché furono normalizzate le relazioni diplomatiche tra i due Paesi (9).</p>
<p>Il Giappone ha una differente percezione della minaccia militare della Corea del Nord poiché teme la possibilità di un attacco diretto contro il suo territorio, mentre per gli Stati Uniti, sebbene il loro soldati siano esposti al fuoco nemico, è soprattutto un problema di sicurezza internazionale legato alla proliferazione di armi nucleari nella Penisola di Corea (10).</p>
<p>Nel dicembre del 1998, inoltre, dopo che le autorità nord-coreane avevano testato un missile <em>Taepodong 1 (11)</em> tra le vive proteste degli abitanti dell’arcipelago (12), il governo di Tokyo pianificò con gli Stati Uniti la costruzione di un sistema di difesa militare missilistico (Navy Theater-Wide Defense) (13). Il regime di Pyongyang si era giustificato asserendo che si era trattato, in realtà, di un tentativo maldestro di mettere in orbita un satellite per le telecomunicazioni (agosto 1998). Da allora, tuttavia, il governo di Tokyo diventa paranoico ogni volta che le autorità militari nord-coreane eseguono nuovi test missilistici dalle piattaforme che si trovano sulla sua costa orientale. Pur avendo firmato nel 2002 una moratoria con il Giappone (<em>Japan-North Korea Pyongyang Declaration</em>) (14), la Corea del Nord continua, infatti, a testare i suoi vettori (15), tra cui il noto <em>Taepodong 2 (16)</em>. Il Giappone, che dispone di sofisticati sistemi per il rifornimento in volo dei suoi caccia, potrebbe in qualsiasi momento, con un attacco preventivo (<em>preemptive strike</em>), radere al suolo gli impianti missilistici nord-coreani (17).</p>
<p>Gli Stati Uniti e il Giappone hanno dunque risposto alla politica militare della Corea del Nord (<em>military first</em>) con la progettazione di uno scudo missilistico difensivo. Il problema del suo finanziamento e la cautela mostrata da Washington per la decisa opposizione della Cina, che vedrebbe così ridotta la sua capacità deterrente (18), rischiano, però, di minare le basi su ci si fonda l’alleanza strategica tra Washington e Tokyo. Senza la protezione degli Stati Uniti, il Giappone sarebbe costretto a incrementare le sue spese militari e ad acquisire la sua bomba atomica. L’arma della «deterrenza nucleare» non è, del resto, un’ipotesi del tutto infondata considerato che il Giappone possiede il combustibile nucleare per produrre il materiale fissile (Pu-239) da impiegare nella fabbricazione delle testate nucleari e dispone di una tecnologia missilistica molto avanzata. Il lato positivo potrebbe, d’altra parte, essere costituito dal fatto che con la fine dell’alleanza nippo-americana cesserebbe del tutto il rischio per il Giappone di farsi trascinare in una guerra asiatica.</p>
<p>Una Corea del Nord dotata di armi nucleari è un vero e proprio grattacapo per la classe politica dirigente giapponese. La presenza di numerose basi militari americane nell’arcipelago giapponese, potenziale obiettivo di un attacco missilistico nord-coreano, rende, difatti, plausibile l’ipotesi di un nuovo conflitto nella Penisola di Corea dopo quello del 1950-‘53. Tra l’altro, il Giappone potrebbe subire un attacco con armi nucleari. E i due test atomici effettuati con successo dalle autorità militari nord-coreane rispettivamente nel 2006 e 2009, assieme a eventuali progressi scientifici nella miniaturizzazione dei vettori che conducono a bersaglio le testate nucleari, potrebbero indurre il governo di Tokyo a impiegare i suoi impianti nucleari anche per scopi bellici (19). Nell’era post-Guerra fredda, un valido deterrente contro un attacco militare è costituito, in realtà, non solo da efficaci sistemi militari difensivi che utilizzano al meglio armi convenzionali, ma soprattutto dalla «rappresaglia nucleare».</p>
<p>È dal 1947 che il Giappone affida alle forze americane di stanza nell’arcipelago la difesa del suo territorio. <em>Il quid pro quo </em>è: le basi miliari americane nell’arcipelago in cambio di precise garanzie sulla sua sicurezza. L’articolo 9 della Costituzione, imposto dagli Stati Uniti, vieta, dunque, al Giappone di acquisire una sua «capacità militare»(20). Oggi, comunque, una parte della leadership giapponese avverte sempre più la necessità di abbandonare il «principio di passivo allineamento» alla politica militare americana asserito dalla <em>Dottrina Yoshida (21)</em>. E pone un’enfasi sempre maggiore sull’autonomia del Paese in termini di capacità militari e operative (22).</p>
<p>Infine la disputa nippo-americana sul dislocamento della <em>U.S. Marine Corps Air Station Futenma</em> nella prefettura di Okinawa, che ospita più della metà delle forze americane di stanza in Giappone (circa 50.000 uomini incluso il personale civile), è il sintomo più evidente delle tensioni attuali nelle relazioni tra i governi di Washington e Tokyo. Essa ha innanzitutto un’origine economica; in altre parole, chi deve sostenerne i costi. Quanto sia inoltre tediosa, per la stessa ragione, anche la questione legata al ritorno dell’isola sotto l’amministrazione del Giappone è ampiamente comprovato da alcuni documenti diplomatici desegretati (23).</p>
<p>Oggi esistono tuttavia parecchi problemi, piuttosto che fattori critici, qui di seguito esposti, che potrebbero alla lunga indebolire la solida alleanza strategico-militare tra Stati Uniti e Giappone:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. la priorità della politica estera americana assegnata al Medio Oriente in ordine, in particolare, alla stabilizzazione dell’Afghanistan e allo smantellamento del programma di arricchimento dell’uranio (HEU) dell’Iran potrebbe «distogliere» l’attenzione degli Stati Uniti dai problemi legati alla sicurezza del Giappone, preoccupato per le «ambizioni nucleari» del regime di Kim Jong-il (e la crescita militare della Cina);</p>
<p>2. l’inquinamento acustico, dell’aria e del suolo dovuti alla presenza delle basi militari americane in Giappone è motivo di aspre diatribe tra i residenti e le autorità politiche locali e di scontri diplomatici tra i governi di Washington e Tokyo. I contrasti tra i due Paesi si sono acuiti per la spinosa «questione della <em>U.S. Marine Corps Air Station Futenma»</em> che si trova nella prefettura di Okinawa, il cui territorio è occupato per il 75% dagli americani (24). Al suo dislocamento dall’area residenziale densamente popolata di Ginowan, situata nella parte più meridionale dell’isola di Okinawa, alla baia di Henoko, nella sua estremità settentrionale che guarda verso il Kyushu, come ampliamento verso il mare dell’<em>U.S. Marine Corps Camp Schwab </em>e in cambio del trasferimento di 8.000 marines a Guam (25) entro il 2014, &#8211; secondo un accordo stipulato tra i governi di Washington e Tokyo nel 2006 (è stato l’ultimo atto rilevante della politica estera di Koizumi Junichiro)-, continuano, però, a opporsi gli abitanti di Nago (26) e il governatore di Okinawa, Hirokazu Nakaima (27). Poi, episodi di violenza sessuale come quello di cui fu vittima una dodicenne giapponese aggredita il 4 settembre del 1995 da due «marines» e da un marinaio americani e gli incidenti che vedono coinvolti mezzi militari americani, il più grave dei quali si è verificato nel 2004 quando un elicottero militare si schiantò contro un edificio dell’Università Internazionale di Okinawa, insieme concorrono a rendere più esplosivo il clima nell’isola;</p>
<p>3. il Giappone sostiene i costi maggiori per il mantenimento delle basi militari americane dislocate sul proprio territorio (all’incirca 4 miliardi di dollari annui);</p>
<p>4. i progressi scientifici della Corea del Nord sia nel settore nucleare che missilistico aumentano il livello di vulnerabilità del Giappone. Diventa prioritario per le forze difensive navali giapponesi (MSDF), indipendentemente dalle riassicurazioni degli Stati Uniti sull’efficacia del loro “ombrello nucleare”, incrementare il numero dei missili antibalistici SM-3 (Standard Missile-3) in grado di intercettare, fuori dell’atmosfera terrestre, missili di medio raggio come il <em>Taepodong 1</em>;  ciò anche in considerazione del fatto che la Cina è in grado di utilizzare il <em>Global Positioning System </em>(GPS) per individuare e colpire una portaerei americana, grazie ai dati sul suo posizionamento forniti da un satellite in orbita nello spazio extra-atmosferico;</p>
<p>5. il Giappone possiede le conoscenze scientifiche e il know-how necessari per costruire in tempi brevi armi atomiche da utilizzare come «deterrente» contro la Corea del Nord e altri potenziali nemici. Esso è l’unico Stato che non fa parte del club delle potenze nucleari al quale è concesso di sottoporre al «ritrattamento chimico» il combustibile utilizzato (<em>spent fuel</em>) nelle centrali nucleari. Ed è probabile che acquisisca la cosiddetta «second-strike nuclear capability» per deterrere attacchi nemici portati con armi convenzionali o nucleari (28);</p>
<p>6. l’arma strategica della «deterrenza nucleare» sarebbe impiegabile anche nei confronti della Cina legata, tra l’altro, alla Corea del Nord da un trattato di reciproca difesa siglato nel luglio del 1961 (<em>Sino-North Korean Alliance Treaty) (29)</em>, e con la quale è in corso un’accesa disputa per il possesso delle isole <em>Senkaku</em> (Diaoyu in cinese)  (30) che si trovano a nord di Taiwan. Il rapido ammodernamento della sua flotta aero-navale, dotata anche di sommergibili equipaggiati con testate nucleari, giustifica, di fatto, il comprensibile allarmismo del governo di Tokyo (31);</p>
<p>7. i giapponesi sono già in grado di difendersi da soli. La seconda flotta navale del Pacifico, che dispone di sofisticati cacciatorpediniere e di caccia di ultima generazione, può respingere qualsiasi attacco nemico condotto con armi convenzionali contro il Giappone o navi mercantili nipponiche che solcano le acque internazionali;</p>
<p>8. al fine di sviluppare un proprio apparato militare difensivo, in accordo alle <em>National Defense Program Guidelines del 2004 (32)</em>, il Giappone ha costruito il suo caccia FS-X (sul modello dell’F-16 Jet Fighter) utilizzando tecnologia aerospaziale americana, dispone di moderni sistemi di difesa anti-missile (che utilizzano l’<em>Aegis destroyer</em> ) e di un proprio sistema di allarme e di controllo aviotrasportato (<em>AWACS</em>), e, infine, può impiegare contro potenziali nemici le sue batterie di missili antibalistici <em>Patriot</em> (PAC-3) e una nuova generazione di aerei anti-sottomarino P-3C (con disegno e sviluppo completamente indigeni e originali). Il <em>Paese del Sol Levante</em>, in cambio, ha messo a disposizione degli Stati Uniti le sue conoscenze tecnologiche per la costruzione degli aerei da combattimento invisibili F-117° (stealth fighter), impiegati con successo nella guerra del Golfo;</p>
<p>9. infine, vi è il discorso della credibilità e del prestigio internazionale derivanti dall’acquisizione dello <em>status </em>di potenza nucleare per uno Stato che ambisce a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (mentre il presidente americano Barack Obama sembrerebbe intenzionato ad appoggiare la candidatura dell’India) (33).</p>
<p>La Cina è stata più volte menzionata nel corso del presente lavoro poiché essa costituisce con gli Stati Uniti e il Giappone il cosiddetto “triangolo strategico” dell’Asia Orientale. Il <em>Paese del Centro </em>ha, infatti, un ruolo non secondario nella preservazione della pace e della sicurezza nella regione asiatica (34).</p>
<p>Il consolidamento dei rapporti bilaterali sino-americani in termini di «strategic partenership» (35), d’altro canto, potrebbe indebolire la tradizionale alleanza militare tra Stati Uniti e Giappone. Né l’abnorme crescita militare della Cina può passare inosservata (36) in quanto sono in gioco gli equilibri di potere (<em>balance of power</em>) nella regione (37). In ogni caso, i rapporti economici privilegiati che gli Stati Uniti intrattengono con la Cina (38) e la loro cooperazione strategica nella regione (39) contribuiscono insieme al generale inasprimento delle relazioni tra Stati Uniti e Giappone. Alla Cina, invece, non piace affatto l’idea che il Giappone possa dotarsi di armi atomiche per contenere la minaccia militare della Corea del Nord poiché una corsa al riarmo in Asia Orientale (<em>domino effect</em>) limiterebbe la sua «capacità nucleare deterrente»; similmente, Pechino considera il sistema TDM nippo-americano uno strumento impiegato dagli Stati Uniti e dal Giappone per neutralizzare un attacco missilistico preventivo per impedire che Taiwan diventi, <em>de jure</em>, uno Stato indipendente. Inoltre la disputa territoriale in corso con il Giappone per l’appartenenza delle isole Senkaku/Diaoyu serve alla Cina, se non altro, per verificare la tenuta dell’alleanza nippo-americana (40).</p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Quantunque l’alleanza strategico-militare con gli Stati Uniti non sia per ora in discussione, il consenso dei giapponesi sulla permanenza delle basi americane nell’isola di Okinawa, a 66 anni circa dalla fine della seconda guerra mondiale, è notevolmente diminuito e potrebbe alla lunga rivelarsi un fattore critico o un motivo di dissidio insuperabile nei rapporti tra Tokyo e Washington. Tuttavia, nuovi scenari internazionali determinati, ad esempio, dalla progressiva riduzione dell’impegno politico-militare degli Stati Uniti in Asia Orientale, potrebbero spingere il Giappone a intraprendere la strada dell’autonomia militare.</p>
<p>Avere la stessa percezione del pericolo, rappresentato, <em>in primis</em>,<em> </em>dalla minaccia nucleare-missilistica nord-coreana e dalla smisurata crescita militare della Cina, contribuisce a rafforzare le relazioni tra i due Paesi.</p>
<p>Il perseguimento di obiettivi strategici comuni non può, in altre parole, che garantire la longevità del <em>Treaty of Mutual Cooperation and Security</em>. Ma è importante, a questo proposito, che Washington rinunci all’idea che il <em>Paese del Sol Levante</em> sia legato agli Stati Uniti da un rapporto di sudditanza o subalterno e stabilisca invece con esso relazioni «più eque» in ossequio ai principi di «integrazione», di «condivisione del potere decisionale», di «inter-operabilità» (<em>active alliance relationship</em>), mentre quest’ultimo mira a incrementare il numero dei mezzi militari a sua disposizione, oltre che ad acquisire una maggiore capacità d’intervento fuori dal proprio territorio, per mere ragioni di sicurezza nazionale (41).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>* Giuseppe Cursio è Dottore in Lingue e Letterature Straniere Moderne e in Scienze Politiche, specializzando in Politica e Diplomazia, Università Sungkyun Kwan, Seul, Repubblica di Corea.</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<p><font size="1"><br />
NOTE: </p>
<div>
<p>1.  Blaine Harden, “Obama, Japanese premier at odds over air station negotiations. Hatoyama says talks, as viewed by U.S., are ‘meaningless’”, <em>The Washington Post</em>, 17 novembre 2009.</p>
</div>
<div>
<p>2. Il leader del Partito Democratico del Giappone (DPJ) che ha dovuto rassegnare le proprie dimissioni da primo ministro per non aver mantenuto la promessa di far dislocare la base militare americana fuori dal territorio della prefettura di Okinawa e che ha consentito al suo partito di sconfiggere alle elezioni politiche del 2009 il Partito Liberale del Giappone (LPJ), ponendo fine al suo pressoché ininterrotto dominio politico (dal 1945).</p>
</div>
<div>
<p>3.  “Hatoyama girds to review security alliance with U.S.”, <em>The Japan Times</em>, 21 dicembre 2009.</p>
</div>
<div>
<p>4.  L’alleanza tra i due Paesi ha per obiettivo la «preservazione della pace e della sicurezza in Asia Orientale», nonché la difesa dell’integrità territoriale del Giappone.</p>
</div>
<div>
<p>5.  “Defense for the next decade”. <em>The Japan Times</em>, 23 dicembre 2010.</p>
</div>
<div>
<p>6.  Mark Dodd and Debbie Guest, “Japan bolsters forces amid Chinese military splurge”, <em>The Australian</em>, 2 maggio 2009.</p>
</div>
<div>
<p>7.  Edward Cody, “China Boosts Military Spending”, <em>The Washington Post</em>, 5 marzo 2007.</p>
</div>
<div>
<p>8.  Si tratta della cosiddetta «Miyazawa Doctrine» dal nome del primo ministro giapponese Kiichi Miyazawa (1991-1993).</p>
</div>
<div>
<p>9.  Si veda al riguardo il <em>Joint Communique of the Government of Japan and the Government of People’s Republic of China </em>[http://www.mofa.go.jp/region/asia-paci/china/joint72.html].</p>
</div>
<div>
<p>10.  Richard J. Samuels, “Securing Japan: Tokyo’s Grand Strategy and the Future of East Asia”, <em>Cornell University Press</em>, Ithaca (NY), 2007, p. 153.</p>
</div>
<div>
<p>11.  Si tratta di un missile di medio raggio (2,900km) in grado, si presume, di condurre a bersaglio testate nucleari.</p>
</div>
<div>
<p>12.  “Anger at North Korean missile launch”, <em>BBC NEWS</em>, 1 settembre 1998    [http://news.bbc.co.uk/2/hi/161513.stm].</p>
</div>
<div>
<p>13.  Esso utilizza cacciatorpediniere Aegis<em> </em>dotati di SM-3 (Standard Missile-3) e PAC-3 (Patriot Advanced Capability-3). È prevista anche costruzione di alcuni sistemi difensivi &#8211; spaziali per respingere attacchi nemici portati con armi nucleari; si veda al riguardo: Brian T. Kennedy, “Japanese Missile Defense Matters”, <em>The Wall Street Journal</em>, 9 novembre 2009.</p>
</div>
<div>
<p>14.  “Japan-North Korea Pyongyang Declaration”, <em>BBC NEWS</em>, 17 settembre 2002 [http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/2264163.stm].</p>
</div>
<div>
<p>15.  CHOE SANG-HUN, “U.S. Condemns North Korean Missile Tests”, <em>The New York Times</em>, 5 luglio 2009; Peter Foster, “North Korea launches missile in ‘satellite test’”, <em>Telegraph.co.uk</em>, 5 aprile 2009 [http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/northkorea/5108535/North-Korea-launches-missile-in-satellite-test.html].</p>
</div>
<div>
<p>16.  È un missile «strategico» che può coprire una distanza massima di 10.000 chilometri e, quindi, in grado, se perfezionato, di colpire  obiettivi posti alla stessa distanza dall’Alaska o dalla costa occidentale statunitense.</p>
</div>
<div>
<p>17.  Kevin Cooney, “Japan’s Foreign Policy Since 1945”, <em>M.E. Sharpe</em>, New York, 2007, p. 100.</p>
</div>
<div>
<p>18.  Edward Lanfranco, “China warns U.S., Japan against missile defense” <em>The Washington Times</em>,<em> </em>6 giugno 2007.</p>
</div>
<div>
<p>19.  Emma Chanlett-Avery, Sharon Squassoni, “North Korea’s Nuclear Test: Motivations, Implications, and US Options” Congressional Research Service, <em>The Library of Congress</em>, 24 ottobre 2006, p. 9 [http://www.fas.org/sgp/crs/nuke/RL33709.pdf].</p>
</div>
<div>
<p>20.  Il testo originale, in inglese, dell’art. 2 della Costituzione giapponese, modellato sul <em>Patto Briand-Kellogg </em>del 1928 è il seguente: «Aspiring sincerely to an international peace based on justice and order, the Japanese people forever renounce war as a sovereign right of the nation and the threat or use of force as a means of settling international disputes. In order to accomplish the aim of the preceding paragraph, land, sea and air forces, as well as other war potential, will never be maintained. The right of belligerency of the state will not be recognized» [http://afe.easia.columbia.edu/japan/japanworkbook/govpol/constitution.html#war].</p>
</div>
<div>
<p>21.  Dal nome del primo Ministro giapponese Yoshida Shigeru (1946-1947; 1948-1954), la cui attività politica aveva avuto come obiettivo primario la ricostruzione economica del Paese nel dopoguerra, confidando invece nella potenza militare americana per la difesa della sua integrità politico-territoriale.</p>
</div>
<div>
<p>22. «…Most recently, Tokyo has been expanding its military capability to hedge against both Chinese and North Korean assertiveness and because its uncertainty about America’s future role in Asia…», in Leslie H. Gelb, “Power Rules: How Common Sense Can Rescue American Foreign”, <em>HarperCollins Publishers</em>, New York, 2009, p. 201.</p>
</div>
<div>
<p>23.  “Declassified papers confirm existence of secret Okinawa financial pact”, <em>JapanToday</em>, 22 dicembre 2010.</p>
</div>
<div>
<p>24.  “Gov’t delays Futenma decision until next year”, <em>JapanToday</em>, 15 dicembre 2009; Martin Fackler, “Japan Delays Decision on Moving U.S. Marine Base”, <em>The New York Times, </em>16 dicembre 2009.</p>
</div>
<div>
<p>25.  Isola del Pacifico dove è operativa la <em>U.S. Andersen Air Force Base</em>.</p>
</div>
<div>
<p>26.  Martin Fackler, “Japan Relents on U.S. Base on Okinawa”, <em>The New York Times</em>, 23 maggio 2010.</p>
</div>
<div>
<p>27.  Hiroko Tabuchi, “Okinawa Re-elects Opponent of U.S. Base”, <em>The New York Times</em>, 28 novembre 2010.</p>
</div>
<div>
<p>28.  Judith F. Kornberg, John R. Faust, “China in World Politics: Policies, Processes, Prospects”, <em>Lynne Rienner Publishers</em>, Boulder (CO), 2005, p. 203.</p>
</div>
<div>
<p>29.  Peraltro la Cina fornisce alla Corea del Nord gli aiuti finanziari, alimentari ed energetici necessari per la sua sopravvivenza.</p>
</div>
<div>
<p>30.  Chris Buckley, “Japan and China seek agreement beyond islands row”, <em>REUTERS</em>, 28 febbraio 2009 [http://www.reuters.com/article/idUSTRE51R1AN20090228].</p>
</div>
<div>
<p>31.  David Pilling, “Japan feels threat of China’s military”, <em>The Financial Times</em>, 6 luglio 2007.</p>
</div>
<div>
<p>32.  Il <em>taikō </em>del 2004 (oggi chiamato il National Program Defense Guidelines – NDPG in inglese) è stato il primo documento sulla sicurezza nazionale che ha apertamente identificato nella modernizzazione militare della Cina una potenziale minaccia per il Giappone.</p>
</div>
<div>
<p>33.  Scott Wilson, Emily Wax, “Obama endorses India for U.N. Security Council seat”, <em>The Washington Post</em>, 8 novembre 2010.</p>
</div>
<div>
<p>34.  <em>Reinhard Drifte, “The US-Japan-China Security</em><strong> </strong>Triangle and the Future of East Asian Security”, in “Security in a Globalized World: Risks and Opportunities”, edito da <em>Laurent Goetschel</em>, Nomos Verlag: Baden-Baden, 1999, p. 1.</p>
</div>
<div>
<p>35.  “U.S.-China Joint Statement”, The White House, <em>Office of the Press Secretary</em>, 17 novembre 2009 [<a href="http://www.whitehouse.gov/the-press-office/us-china-joint-statement">http://www.whitehouse.gov/the-press-office/us-china-joint-statement</a>].</p>
</div>
<div>
<p>36.  Arnaud de La Grange, “Washington s’inquiète de la puissance militaire chinoise”, <em>Le Figaro</em>, 27 marzo 2009.</p>
</div>
<div>
<p>37.  Michael Richardson, “China’s navy changing the game”, <em>The Japan Times</em>, 13 maggio 2010.</p>
</div>
<div>
<p>38.  Funabashi Yōichi, “Where Does Japan Fit in the China-Japan-U.S. Relationship?”, in “New Dimensions of China-Japan-U.S. Relations”, edito da <em>Japan Center for International Exchange</em>, Tokyo, 1999, p. 79.</p>
</div>
<div>
<p>39.  Keith B. Richburg, “Obama, Hu vow to continue to strengthen partnership”, <em>The Washington Post</em>, 17 novembre 2009; “Obama and Hu – moving towards”, <em>russiatoday.com</em>, 22 novembre 2009 [http://rt.com/Top_News/2009-11-22/barack-obama-hu-jintao.html].</p>
</div>
<div>
<p>40.  Masami Ito, “Kan’s foreign policy plate full, waiting to be attacked”, <em>The Japan Times</em>, 1 gennaio 2011.</p>
</div>
<div>
<p>41.  Kosuke Takahashi, “Japan gets tough with new defense policy”, <em>Asia Times Online</em>, 21 dicembre 2010.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p></font></div>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/stati-uniti-e-giappone-il-futuro-di-unalleanza/15804/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il potenziale internazionale dell’Iran</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Ahmadinejad]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica islamica dell’Iran]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15726</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/" title="Il potenziale internazionale dell’Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ir_lgflag.8se279ygnokkso88084ogs0c4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Il potenziale internazionale dell’Iran" ></div></a>Dal punto di vista delle scienze strategiche, il potenziale e il ruolo internazionale di un Paese può essere approfondito da diverse visuali. La storia, l’economia, la società, la cultura, la politica, sono tutte sfere da analizzare, ma prima di ogni cosa bisogna valutare la questione  della posizione geografica di una nazione. Vi sono almeno tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/" title="Il potenziale internazionale dell’Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ir_lgflag.8se279ygnokkso88084ogs0c4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Il potenziale internazionale dell’Iran" ></div></a><p><font size="2">Dal punto di vista delle scienze strategiche, il potenziale e il ruolo internazionale di un Paese può essere approfondito da diverse visuali. La storia, l’economia, la società, la cultura, la politica, sono tutte sfere da analizzare, ma prima di ogni cosa bisogna valutare la questione  della posizione geografica di una nazione. Vi sono almeno tre fattori geografici da considerare: l’aria, l’acqua e la terra. Ad esempio un Paese che non abbia uno sbocco sui mari internazionali, come l’Austria, la Svizzera o la Mongolia, ha un ruolo molto inferiore rispetto alle altre nazioni. Dopo queste valutazioni geografiche, come appunto lo sbocco a mare o l’estensione geografica, bisogna valutare fattori molto più decisivi, come la politica, la cultura, la società, ma anche la forza militare e l’economia. Infine bisogna confrontare il fattore “geografico” con gli altri fattori e valutarne il complesso per comprendere il potenziale e il ruolo internazionale di un Paese. Ad esempio quando si parla di geopolitica, si intende quella scienza che studia il legame tra il fattore geografico e quello politico di un Paese. Quando si vuole studiare l’associazione tra il ruolo geografico e l’economia, allora si sta parlando di geoeconomia e così via. Una valutazione complessiva è fondamentale, altrimenti non si capirebbe come nel XIX secolo un Paese con un’estensione territoriale non molto grande come la Gran Bretagna, sia divenuta la principale potenza mondiale. L’attuale posizione iraniana ha delle peculiarità rispetto a qualche anno fa. Possiamo analizzare il potenziale iraniano da diversi punti di vista:</p>
<p>1-   Oggi l’Iran è diventato di fatto il cuore (“heartland”) dell’agglomerato continentale eurasiatico. Secondo gli studiosi della geopolitica, verso i primi anni del XX secolo, la terra centrale o “heartland” del mondo era rappresentato da quell’area geografica ad est del Mar Caspio, all’incirca coincidente con gli odierni Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, estremità meridionale della Russia, nord Afghanistan e nord est Iran. Gli studiosi quindi ritenevano che il controllo su questi territori avrebbe determinato l’egemonia mondiale (1). Si dice ad esempio che Hitler, molto affascinato da queste teorie, abbia ordinato l’aggressione all’URSS proprio per impossessarsi di quei territori, che per buona parte erano parte dell’impero sovietico. L’avanzata delle truppe tedesche però, come sappiamo, si fermò a ovest del Mar Caspio, decretando una sconfitta pesante per l’Asse. L’avventura militare degli USA e della NATO in Afghanistan, iniziata nel 2001 con la scusa della “lotta al terrorismo”, in realtà rappresenterebbe ancora una volta il tentativo di dominare questa zona. Per diversi motivi però, progressivamente, il “cuore” del continente eurasiatico, si è trasferito più verso ovest, e oggi questa zona coincide con i territori iraniani e quelli limitrofi alla Repubblica islamica dell’Iran. Questa posizione strategica, secondo molti analisti, durerà ancora per almeno cinquant’anni.</p>
<p>2-   Il ruolo fondamentale dell’Iran non riguarda solo la centralità “continentale” rispetto allo scacchiere eurasiatico, ma anche la sua centralità per ciò che riguarda l’egemonia sui mari. Fino al perdurare della “guerra fredda”, il “cuore” degli oceani e dei mari (“heart-sea”) era considerato l’Atlantico settentrionale, dalle coste britanniche a quelle americane, passando per il famigerato “triangolo delle Bermuda” e per il Mar dei Caraibi. Questo ruolo centrale era dovuto alla ricostruzione dell’Europa occidentale, che necessitava di transiti oceanici per e dagli Stati Uniti. Con la caduta dell’URSS, il centro dei mari è stato caratterizzato dal Golfo Persico, dal Mare di Oman e dalle coste settentrionali dell’Iran, ovvero il Mar Caspio, centri nevralgici tutti questi per le forniture energetiche del mondo. Qualche decennio fa tra lo “heartland” e lo “heart-sea” vi erano 10.000 km di distanza, mentre adesso sono coincidenti con il territorio e il mare dell’Iran. Ecco quindi il perché della centralità dell’Iran in tutte le questioni internazionali. Questo fatto è per la Repubblica islamica una grande opportunità di essere un attore internazionale di primaria importanza, ma allo stesso tempo è una minaccia, visto che tutte le potenze mondiali dovranno avere un’influenza su questo Paese se vorranno avere sogni di egemonia.</p>
<p>3-   L’Iran e i Paesi limitrofi ad esso sono i principali produttori di petrolio e gas naturale al mondo, e questa regione è il cuore economico del pianeta; chi vuole controllare le sorti dell’umanità nel XXI secolo deve avere una certa egemonia su buona parte dei territori e dei mari che hanno una contingenza con l’Iran. Non a caso in un discorso nel mese di marzo del 2012, la Guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sottolineato come le fonti energetiche in molte zone del mondo vanno verso l’esaurimento e, sempre secondo il capo di Stato iraniano, le riserve energetiche iraniane dovrebbero perdurare fino ai prossimi ottant’anni (2).</p>
<p>4-   Dal punto di vista politico l’Iran è un Paese indipendente e ha un ruolo regionale che, insieme ad altre realtà mediorientali (3), si trova in opposizione rispetto al regime sionista, quello che l’Occidente definisce “l’unica democrazia della regione”. Questa circostanza rende l’Iran “simpatico” a molti, ma “antipatico” ad altri, ed è un fatto che nelle relazioni internazionali va preso in considerazione. Il regime sionista infatti è l’unico “Paese” al mondo per cui la leadership americana spende parole come: “la sicurezza di Israele è la sicurezza degli Stati Uniti” (4).</p>
<p>5-   Per ciò che riguarda un approccio culturale, bisogna dire che l’influenza iraniana dal punto di vista linguistico si estende dal Kurdistan siriano al subcontinente indiano, fino all’Afghanistan e all’Asia centrale (5). Mentre se consideriamo il fattore religioso, l’Iran, in quanto cuore del mondo sciita, ha un’influenza fondamentale dal Mar Mediterraneo orientale (Libano) all’Afghanistan occidentale (la regione di Herat), dal Caucaso (Azerbaijan) al Pakistan, per arrivare alla Penisola araba (6).</p>
<p>Tutti questi fattori rendono l’Iran un Paese con un alto potenziale. Quando una nazione ha un’alta capacità di influenza nelle relazioni internazionali, indubbiamente le altre nazioni egemoni si adoperano per ostacolare un potenziale concorrente. Per ciò che concerne l’atteggiamento degli USA nei confronti dell’Iran come nuovo “heartland”, bisogna dire che gli americani hanno sempre considerato il continente eurasiatico come una sorta di “grande Oriente”, da suddividere in tre macro-aree: il Vicino Oriente (Europa), il Medio Oriente (l’Asia sud-occidentale), l’Estremo Oriente (la parte orientale dell’Asia). L’Iran, trovandosi nella macro-area mediorientale, rappresenta un Paese privilegiato per i piani espansionistici nordamericani, soprattutto per il potenziale energetico (petrolio e gas naturale) che caratterizza il sottosuolo iraniano e dei Paesi limitrofi all’altopiano iranico. Non a caso l’Amministrazione Bush Junior parlava di “Grande Medio Oriente” (7), non solo per ampliare il raggio di questa macro-area rispetto alla visione classica, ma anche per far capire all’opinione pubblica l’importanza del dominio su questa regione. Tutto ciò rappresenta per la Repubblica islamica dell’Iran una grande opportunità per tramutare l’enorme potenziale che ha in azione concreta, ma d’altro canto può essere considerata una minaccia, perché le varie Amministrazioni americane passeranno il proprio tempo a organizzarsi per ingerenze più o meno esplicite negli affari iraniani, non solo a livello nazionale o regionale, ma a livello mondiale.</p>
<p>Le principali minacce alla stabilità iraniana, che poi vengono utilizzate dagli USA, sono classificabili in due punti: la secolarizzazione della società iraniana e la diversità delle etnie che abitano il territorio iraniano. La secolarizzazione forzata è fomentata principalmente dall’estero e rappresenta una sfida culturale importante, in quanto il regime della Repubblica islamica basa la propria legittimazione sulla religione islamica sciita, e nel momento in cui i valori religiosi si dovessero ridimensionare nella società, per un potenziale nemico dell’Iran sarebbe più facile dividere lo Stato dal popolo, così da corrompere le radici popolari delle istituzioni (8). Un altro punto è il pericolo della cosiddetta “balcanizzazione”; questo pericolo è sempre dietro l’angolo in un Paese multietnico, come in buona parte degli Stati eurasiatici, ma il vantaggio che ha l’Iran rispetto ad altre realtà è che vi è nell’islam sciita duodecimano (9) un fattore di unità nazionale non riscontrabile in altri Paesi dell’area.</p>
<p><em>Il progetto “Iran 1414”</em></p>
<p>Vista l’importanza di questo Paese e la rinascita culturale, ideologica, scientifica (10) e sociale della nazione iraniana, soprattutto dalla rivoluzione del 1979 (senza dimenticare l’importante contributo del governo Ahmadinejad nella spinta verso uno sviluppo socialmente sostenibile che non schiacci i ceti meno abbienti, come purtroppo è accaduto in altri contesti nel cosiddetto Terzo Mondo), gli intellettuali e gli analisti si sono messi all’opera per programmare il futuro iraniano. Un ruolo importante è stato giocato dai centri di ricerca strategica, come quello diretto dal dott. Hasan Abbasi (“Centro studi Yaqin”), noto esperto iraniano di politica internazionale che apertamente parlano di un progetto denominato “Iran 1414”. Lo stesso Abbasi in un articolo apparso sul suo sito internet esprime questi concetti:</p>
<p>“Il progressivo deterioramento della potenza mondiale americana apre un vuoto colmabile nei prossimi decenni da chi riuscirà meglio ad organizzarsi, soprattutto per gli aspetti culturali. Infatti, tra il 2030 e il 2035 inizierà probabilmente una nuova epoca in cui il vero potere non sarà più nell’arma atomica o nell’egemonia economica, ma nel potenziale culturale e nella capacità di controllare i cuori e le menti delle persone del pianeta”. (11)</p>
<p>Egli in un altro articolo scrive:</p>
<p>“La vera sfida del futuro non sarà nella guerra classica, rappresentata dagli armamenti (“hard power”) o dall’influenza economica (“semi-hard power”), ma dalla capacità di una nazione di influenzare attraverso la cultura, i media, i film e lo sviluppo scientifico (“soft power”) gli altri popoli”. (12)</p>
<p>Questo programma, fatto proprio anche dal governo iraniano, ha come obiettivo quello di fare dell’Iran entro l’anno 1414 del calendario tradizionale iraniano, coincidente con il 2035 del calendario occidentale, una delle principali potenze mondiali, con un apparato economico all’avanguardia (13), strutture burocratiche moderne e soprattutto una capacità di impatto nelle relazioni internazionali senza precedenti nella storia iraniana, basato sulla cultura e la peculiarità della civiltà iraniana. In questa ottica il fattore “sciita” ha una valenza importantissima e il messaggio ideologico di questa corrente islamica può aprire frontiere inesplorate per gli iraniani. Non è un caso quindi che il presidente Ahmadinejad in tutti i suoi discorsi, sia a livello nazionale che a livello internazionale, esordisca con una preghiera rivolta al Signore per accelerare il ritorno del Messia, tratto tipico di tutte le religioni, ma dell’islam sciita in particolare (14). Lo stesso Mahmoud Ahmadinejad ha avuto modo di ricordare che se la Repubblica islamica dell’Iran fosse per qualche motivo privata del pensiero sciita non avrebbe più nessuna particolarità e non potrebbe presentarsi al mondo come un’alternativa all’attuale ordine mondiale. Gli intellettuali iraniani parlano addirittura di voler presentare in Iran un modello sociale definito come “società messianica” (in persiano “jame’eie mahdavi”), da contrapporre al modello sociale occidentale (“società civile”, di cui si parla tanto anche alla luce della cosiddetta “Primavera araba”). Per fare ciò vi è la necessità di grandi riforme e di una stretta collaborazione tra istituzioni, intellettuali e persone comuni.</p>
<p>Quindi, per concludere, si può dire che il ruolo internazionale dell’Iran ha una base molto forte nella posizione geografica e nel potenziale geopolitico e geoeconomico del Paese, ma queste caratteristiche “positive”, sono sotto la lente delle potenze aggressive, principalmente gli USA, sempre pronte ad approfittare delle varie situazioni per rimettersi in sesto, anche se ormai la loro egemonia sembra sulla via del tramonto. Le altre nazioni devono essere capaci di colmare il vuoto del dominio nordamericano attraverso la cooperazione, per un mondo più equo e meno unilaterale.</p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>(1)   Questa teoria fu elaborata dall’inglese Halford Mackinder che la sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904.</p>
<p>(2)               Bisognerebbe considerare alcuni numeri: l’area del Golfo Persico rappresenta circa il 2% della superficie del pianeta Terra, e in esso sono concentrate tra il 20% e il 25% delle riserve petrolifere e di gas naturale del mondo. Cioè, nel restante 98% del pianeta vi è circa il 75% degli idrocarburi. Non esiste al mondo una tale densità di risorse energetiche in un luogo così ristretto. Poi, queste risorse sono facilmente trasportabili via mare, mentre il petrolio e il gas naturale in altri contesti devono essere trasportati attraverso costosissimi oleodotti e gasdotti. Inoltre i mari meridionali dell’Iran si trovano in una posizione centrale nel contesto eurasiatico, facilitando il trasporto sia verso Est che verso Ovest.</p>
<p>(3)   Il celebre “Asse della Resistenza”, che unisce l’Iran, la Siria, la resistenza libanese e quella palestinese.</p>
<p>(4)   Questa frase è stata ripetuta più volte sia da Barack Obama che dal suo predecessore G.W. Bush Jr.</p>
<p>(5)   Lingue come il curdo, il pashtun, l’urdu, per non parlare poi del dari e del tagiko, sono tutte lingue indoeuropee affini al neopersiano.</p>
<p>(6)   I Paesi a maggioranza assoluta sciita sono l’Iran, l’Iraq, il Bahrain e l’Azerbaijan, mentre il Libano, la Siria, la Turchia, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi, il Qatar, l’Oman e lo Yemen ospitano importanti comunità sciite che variano dal 20% al 40% dell’intera popolazione. Per un confronto sulle varie statistiche disponibili a livello internazionale vedi Mohammad Ali Shomali, <em>Alla scoperta dell’islam sciita</em>, Jamiat Az-Zahra, Qom (Iran), 2004.</p>
<p>(7)   La famosa teoria neoconservatrice del “Grande Medio Oriente” venne elaborata dai centri di ricerca strategica vicini al governo Bush, come l’American Enterprise Institute, in concomitanza con la “guerra al terrorismo”, che poi si trasformò in “guerra preventiva”, e che a sua volta condusse al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Non a caso C. Rice, Segretario di Stato di G. W. Bush Jr., disse apertamente che la guerra del Libano del 2006 rappresentava “il dolore necessario per il parto del nuovo ordine mediorientale”, nel senso che una volta tolta la “spada di Damocle” degli Hezbollah dalla testa del regime sionista, la strada per un attacco israelo-americano all’Iran sarebbe più semplice. Come non leggere l’attacco alla Siria iniziato nel 2011, con l’infiltrazione nel Paese arabo-mediterraneo delle bande armate sostenute dagli USA e dai suoi alleati regionali, come la continuazione di quella politica?</p>
<p>(8)   Il movimento culturale e politico del “riformismo iraniano” rappresenta, in una certa misura, la quinta colonna della secolarizzazione forzata pubblicizzata dall’esterno. Gli ideali di umanesimo, in contrapposizione alle idee “teocentriche” della Costituzione iraniana, il liberismo economico sul modello occidentale, il sostegno alla borghesia sono alcuni dei principi fondamentali dei riformatori. Molti dei politici iraniani che hanno aderito all’esperienza riformista del governo Khatami, oggi sono commentatori ed analisti per il canale satellitare del governo americano “Voice of America”, come l’ex deputato al parlamento di Tehran e vicepresidente dell’assemblea Mohsen Sazegara o l’ex Ministro della Cultura Ataollah Mohajerani.</p>
<p>(9)   L’islam sciita duodecimano è la corrente che ha più fedeli all’interno dello sciismo. Più del 90% degli iraniani appartiene a questa confessione. Tra le altre scuole sciite più importanti vi sono gli Alawiti, presenti soprattutto in Siria, gli Alevi (Turchia), gli sciiti Zaiditi (Yemen) e i Drusi, da alcuni intellettuali considerati affini agli sciiti, in Libano.</p>
<p>(10) “Fino a 15 anni fa, l&#8217;Iran aveva una produzione scientifica in linea con quella di paesi come l&#8217;Iraq e il Kuwait, con circa 700 paper pubblicati ogni anno. Oggi, mentre Iraq e Kuwait faticano a spostare l&#8217;assicella di qualche tacca più in alto, la Repubblica Islamica dell&#8217;Iran sforna articoli scientifici a ritmo serrato, arrivando a toccare quota 13mila paper all&#8217;anno e posizionandosi come il paese con la più rapida crescita scientifica dell&#8217;ultimo decennio.” Vedi H<a href="http://it.notizie.yahoo.com/blog/wired/perch%C3%A9-il-progresso-scientifico-iran-fa-paura-093237105.html">Uhttp://it.notizie.yahoo.com/blog/wired/perch%C3%A9-il-progresso-scientifico-iran-fa-paura-093237105.htmlU</a>H.</p>
<p>(11) H<a href="http://drhasanabbasi.ir/">Uhttp://drhasanabbasi.irU</a></p>
<p>(12) Ibidem.</p>
<p>(13) Secondo le previsioni del progetto “1414” l’Iran nel 2035 dovrebbe diventare la settima potenza economica del mondo (PIL reale), mentre secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, oggi si troverebbe al 17° posto, con un PIL reale di circa 900 mld USD.</p>
<p>(14) Tutti i musulmani, ma anche ebrei, cristiani e appartenenti ad altre religioni concordano sull’avvento di un Salvatore che instaurerà la giustizia nel mondo prima della fine dei tempi. Nell’islam sciita duodecimano però la carica emotiva di questo credo è superiore per intensità rispetto alle altre religioni, rappresentando un tratto tipico della cultura sciita. La preghiera spesso ripetuta dal presidente Ahmadinejad inizia con questa formula: “Allahumma ajjel lewalyyek al-faraj” cioè, “Oh Dio, accelera l’avvento del Tuo vicario”.</p>
<p>&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Roma, 4 maggio 2012: “No alla guerra di aggressione all’IRAN”</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/roma-4-maggio-2012-no-alla-guerra-di-aggressione-alliran/15622/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/roma-4-maggio-2012-no-alla-guerra-di-aggressione-alliran/15622/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 12:37:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15622</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/roma-4-maggio-2012-no-alla-guerra-di-aggressione-alliran/15622/" title="Roma, 4 maggio 2012: “No alla guerra di aggressione all’IRAN”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/1_owmap_l.d9diqldqzzcos0044sk8k0s4o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="69" alt="Roma, 4 maggio 2012: “No alla guerra di aggressione all’IRAN”" ></div></a>Riportiamo qui di seguito l&#8217;intervento tenuto da Stefano Vernole, redattore di &#8220;Eurasia&#8221;, al convegno di Roma dedicato all&#8217;Iran. &#160; 1) Senza soffermarsi sull’evidente importanza della posizione geografica dell’Iran, che si affaccia contemporaneamente sul Golfo Persico e sul Mar Caspio e che controlla lo stretto di Hormuz, vanno sottolineati al contrario i motivi geopolitici di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/roma-4-maggio-2012-no-alla-guerra-di-aggressione-alliran/15622/" title="Roma, 4 maggio 2012: “No alla guerra di aggressione all’IRAN”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/1_owmap_l.d9diqldqzzcos0044sk8k0s4o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="69" alt="Roma, 4 maggio 2012: “No alla guerra di aggressione all’IRAN”" ></div></a><p><em><font size="2">Riportiamo qui di seguito l&#8217;intervento tenuto da Stefano Vernole, redattore di &#8220;Eurasia&#8221;, <a href="http://www.eurasia-rivista.org/basta-guerre-no-alla-guerra-di-aggressione-alliran-convegno-a-roma-venerdi-4-maggio-ore-21/15387/">al convegno di Roma  dedicato all&#8217;Iran</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p></font></em><br />
&nbsp;<br />
<font size="2">
<p style="text-align: justify;">1) Senza soffermarsi sull’evidente importanza della posizione geografica dell’Iran, che si affaccia contemporaneamente sul Golfo Persico e sul Mar Caspio e che controlla lo stretto di Hormuz, vanno sottolineati al contrario i<strong> motivi geopolitici</strong> di una possibile guerra di aggressione a Teheran. Questi ultimi vengono spiegati bene nella postfazione scritta da Carlo Terracciano al libro <em>Iraq trincea d’Eurasia</em> (Edizioni all’insegna del Veltro), dove si affronta la strategia dell’anaconda statunitense. <strong>Strangolare la Russia e ricattare economicamente la Cina</strong> che importa più del 14% del proprio petrolio dall’Iran; (nel 2004 la Sinopec e la Zhuhai hanno firmato un accordo di 25 anni per l’importazione di 250 milioni e 110 milioni di tonnellate di gas naturale, per un valore solo il primo accordo di 110 miliardi di dollari USA), rendendola dipendente da giacimenti di petrolio controllati dagli Stati Uniti e costringendola ad acquistare i dollari americani, di cui invece Pechino si sta disfacendo (vedi anche proposta cinese per una banca mondiale di sviluppo dei Paesi BRICS e per una nuova moneta di riferimento internazionale non più basata sul dollaro). Secondo <strong>Terracciano</strong>: “L’imposizione di governi collaborazionisti in Iraq e in Iran, dopo che per anni sono state sfruttate le loro rivalità confinarie, permetterebbe all’imperialismo di assicurarsi definitivamente le spalle nella marcia di penetrazione a nord, verso i giacimenti ancora intatti di petrolio e di gas nel Caspio, nonché nei territori dell’ex URSS fino al confine siberiano dell’attuale Federazione Russa. Una penetrazione della massa continentale eurasiatica, questa, che ha il suo pendant in Caucaso (Georgia) e, dall’altra parte del continente, nel Mare Cinese e in Corea, dove si preme sul regime di Pyongyang … una penetrazione che darebbe a Washington il controllo totale dell’Eurasia occidentale e meridionale, dall’Atlantico all’Indo. Sarebbe un risultato che oltretutto eliminerebbe ogni potenziale contenimento del dominio sionista sulla Palestina”.</p>
<p style="text-align: justify;">2)   L’attuale <strong>destabilizzazione della Siria</strong> rappresenta proprio il tentativo di lasciare l’Iran senza alleati nell’area mediorientale; un conflitto contro Damasco comporterebbe anche una guerra in <strong>Libano</strong> (Hizbollah filo-iraniano e Hariri filo-saudita), in <strong>Iraq</strong> dove Teheran esercita una discreta influenza e in <strong>Palestina</strong> contro le fazioni filo-iraniane. Impedire all’<strong>Iran</strong> di divenire una potenza regionale significa anche favorire gli alleati statunitensi nell’area, Turchia e Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">3)   Storia del <strong>tentativo di egemonia regionale statunitense-israeliana nel Mediterraneo e in Medio Oriente</strong>: si accentua con la <strong>guerra Iraq-Iran del 1980</strong> (subito dopo la <strong>Rivoluzione iraniana del 1979</strong>), Washington sostiene Saddam Hussein (CIA-BNL Atlanta), Tel Aviv sostiene Teheran (Iran-Contras), per la volontà di Kissinger di bilanciare le forze e far spossare le due potenziali potenze regionali, rivali di Israele, in una guerra durata 9 anni e conclusasi praticamente senza vincitori né vinti.</p>
<p style="text-align: justify;">4)   Nel 1990 scoppia la <strong>crisi iracheno-kuwaitiana</strong> con la <strong>Guerra del Golfo nel 1991</strong>, alla quale l’Iran rimane neutrale (sequestra alcuni velivoli militari iracheni atterrati in Iran); subito dopo il Dipartimento di Stato USA delinea la strategia dell’ “Asse del male” (arricchito successivamente con altre nazioni come Zimbabwe, Corea del Nord, Myanmar e Bielorussia) nel quale include proprio Siria ed Iran (<strong>Hamas</strong>, nata da una costola saudita, pian piano si avvicina a Teheran e a Damasco). Il <strong>2001</strong> sarà l’anno simbolo della <strong>“guerra al terrorismo</strong>” in seguito agli attentati dell’11 settembre, la pressione contro gli “Stati canaglia” si accentua.</p>
<p style="text-align: justify;">5)   <strong>Libano: nel 2000 Hizbollah</strong> diventa protagonista con la liberazione del Sud del Paese, ad eccezione di una piccola zona contesa nelle fattorie di Shebaa, che porterà nel <strong>2006 alla guerra israeliana-libanese </strong>voluta da Condoleeza Rice, primo tentativo di coinvolgere in un conflitto allargato Siria ed Iran. La guerra viene però vinta da Hizbollah anche grazie ai rifornimenti di armamenti russo-cinesi (sarà proprio Mosca ad imporre la tregua all’ONU, minacciando un massiccio invio di nuove armi ad Hizbollah).</p>
<p style="text-align: justify;">6)   La <strong>guerra russo georgiana del 2008, che comporta l’indipendenza di Abkhazia ed Ossezia del Sud</strong>, registra le forniture israeliane a Tiblisi di droni e contraerea. Il tentativo di <strong>“Rivoluzione verde in Iran”,</strong> dopo la vittoria elettorale di Ahmadinejad nel <strong>2009</strong>, si nutre di alcuni consensi tra la borghesia di Teheran (che storicamente ha sempre avversato la Rivoluzione islamica) ma ne conta davvero pochi tra la maggioranza della popolazione, che scende in piazza a fianco del Governo degli Ayatollah (così come succederà nel <strong>2011 a favore di Assad a Damasco</strong>). Ruolo decisivo di Khamenei che para i colpi scagliati da Rafsanjani e da altri capi religiosi, più noti per i loro affari che come guide spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">7)   <strong>Con Obama gli USA cambiano strategia e adottano una linea di <em>soft power</em></strong>,  con il discorso del Cairo, ingigantendo il ruolo delle tv arabe ecc. Si tratta di una sofisticata manovra propagandistica statunitense che vede protagonisti <strong>Qatar e Turchia</strong>, nella quale cascano molti paesi arabi, in parte anche Iran, Hizbollah ed Hamas quando scatterà <strong>l’aggressione alla Libia</strong>. La manovra inizia con la <strong>guerra a Gaza di Israele nel dicembre 2009, Al Jazeera ed Al Arabiya </strong>mostrano per la prima volta la gravità dei crimini israeliani a grandi masse arabe e si legittimano mediaticamente come tv indipendenti, schierate a favore della verità. A quel punto la loro <strong>propaganda contro la Libia nel 2011 diventa “credibile”</strong>. Da segnalare anche il massacro della <strong>Freedom Flottilla nel maggio 2010</strong>, con la legittimazione del ruolo mediorientale della <strong>Turchia di Erdogan</strong> che ambisce ad essere la principale potenza regionale e ad assumere la guida del mondo arabo, ergendosi a paladina dei diritti dei palestinesi (insieme al Qatar che finanzia la spedizione, mente pare che il quartier generale della seconda Flottilla abbia sede nel quartiere ebraico di Parigi). La Turchia assume una <strong>funzione importante nella destabilizzazione della Siria</strong>, fornendo armi e campi di addestramento agli insorti (vengono catturati oltre 40 ufficiali dell’intelligence turca dall’esercito siriano) e minaccia addirittura un intervento militare diretto. Significative le dichiarazioni del Ministro degli Esteri turco Davutoglu: “Assad avrebbe potuto essere un Gorbaciov ma ha deciso di finire come Milosevic”. Questa manovra ha portato alla <strong>rottura quasi definitiva tra Hamas e la Siria</strong>, nonostante Damasco abbia sempre sostenuto i palestinesi e protetto il suo capo Khaled Meshaal nella capitale siriana.</p>
<p style="text-align: justify;">8)   Continuano oggi le <strong>manovre atlantiste per separare gli alleati</strong>: così come nel 2011, la destabilizzazione della Siria prosegue anche nel 2012 per il rifiuto di Assad di: <strong>a</strong>) riconoscere Israele; <strong>b</strong>) togliere il sostegno ad Amal e ai gruppi della resistenza libanese; <strong>c</strong>) portare al Governo a Damasco almeno 3-4 ministri dei Fratelli Musulmani. <strong>Fallito il tentativo di convincere Assad a rompere con l’Iran</strong>, operazione condotta da Washington e da Ankara (con quest’ultima la Siria aveva riallacciato ottimi rapporti dopo le tensioni del passato, contrasti che ai tempi del <strong>caso Ocalan</strong> avevano rischiato di degenerare in un intervento militare turco anche per il controllo delle acque comuni), <strong>la Turchia ora sta provando a convincere Teheran a staccarsi da Damasco</strong>. Stavolta però l’Iran sembra aver compreso il gioco diplomatico degli Stati Uniti, che mirano a dividere i nemici per poi colpirli quando questi rimangono isolati e sta resistendo alle offerte, non ripetendo gli errori tattici già compiuti ai tempi della <strong>Bosnia nel 1995</strong> (quando appoggiò i musulmani favorendo il gioco di Washington) e della <strong>Libia lo scorso anno</strong>. L’Iran ha spesso “giocato col fuoco” guardando solo ai vantaggi a breve termine; dopo le aggressioni statunitensi all’Iraq di Saddam Hussein e ai talebani in Afghanistan, tradizionali nemici iraniani, si illuse forse che non sarebbe mai venuto il proprio turno. Gli USA invece hanno siglato un patto con la guerriglia sunnita in funzione antiraniana, per cui un cambio di guardia a Teheran consentirebbe loro di mettere sotto controllo atlantico anche l’Iraq. Sul sostegno iraniano alla “rivolte arabe” bisogna sottolineare che se è comprensibile appoggiare gli sciiti in Bahrein e in Arabia Saudita, non si capiscono i vantaggi di Teheran nell’appoggiare i “ribelli” libici, che infatti si sono successivamente rivoltati contro la Siria. Questi ultimi sono infatti molto più disponibili nei confronti delle lusinghe saudite, turche e qatariote.</p>
<p style="text-align: justify;">9)   Ora, se l’attacco USA-israeliano all’Iran non è ancora stato compiuto, ciò si deve a due fattori essenzialmente: <strong>a) La conoscenza solo parziale delle potenzialità della risposta militare iraniana; b) Le prevedibili contromosse della Russia nel Caucaso (Georgia) e della Cina nel Pacifico (Filippine)</strong>. La Russia ha già messo in allarme i propri alleati del OTSC, in particolare l’Armenia dove ha rafforzato la propria base militare, e ha schierato alcune divisioni corazzate al confine con la Georgia, nella previsione di fronteggiare direttamente la NATO in caso di attacco all’Iran. Si tratterebbe in ogni caso di una <strong>guerra con ripercussioni globali</strong>, sia a livello militare (possibili attentati e rappresaglie in giro per il mondo contro obiettivi USA/NATO) sia a livello economico (chiusura stretto di Hormuz, impennata dei prezzi del petrolio che come nel 1991 preoccupa e danneggerà più l’Europa, la Cina e il Giappone rispetto agli Stati Uniti che tengono ferme le proprie riserve di petrolio proprio per i casi di emergenza). Può essere che Obama, non molto convinto dell’attacco, dia il via libera ad Israele nel momento di passaggio dei poteri presidenziali, per correre in suo soccorso a conflitto già iniziato.</p>
<p style="text-align: justify;">10)        <strong>Conseguenze per l’Italia</strong>: disastrose sul piano economico, così come accaduto per la guerra alla Libia (300 imprese per un fatturato di oltre 100 miliardi di euro); la nostra partecipazione al conflitto comporterebbe la perdita definitiva della credibilità internazionale dell’Italia presso i popoli e i paesi amici del Vicino e Medio Oriente ma anche dell’Africa, le due aree geopolitiche più importanti. A causa delle sanzioni imposte da Washington le nostre esportazioni verso l’Iran, che nel 2004 ammontavano a 2,2 miliardi di euro, nel 2009 erano già scese a 1,5 miliardi per poi risalire a 2,061 nel 2010, oggi sono destinate a calare ulteriormente: <strong>primo partner commerciale dell’Iran, l’Italia rappresenta il 27% dell’interscambio Iran-Unione Europea</strong>). La SACE (ente preposto ad assicurare i nostri esportatori) ha chiuso ogni rubinetto e lo stesso vale per il sistema creditizio, mentre i grandi gruppi industriali italiani temono ritorsioni da parte del Governo USA e non si fidano ad investire in Iran a lungo termine.</p>
<p style="text-align: justify;">11)        In conclusione. <strong>Bisogna opporsi con tutte le forze a nostra disposizione per evitare una guerra che avrebbe conseguenze catastrofiche </strong>su una situazione economica mondiale già devastante per tutti, ad eccezione delle élites finanziarie che detengono il potere globale e il cui obiettivo è la destrutturazione degli Stati sovrani a favore delle società private; la loro concezione economica affonda le radici nella filosofia individualistico-liberale dell’Occidente e nella matrice puritana del capitalismo, quella delle sette (cfr. Max Weber). Per questa ragione va appoggiato il tentativo di “cambiamento morbido” teorizzato dai Paesi del Brics e portato avanti soprattutto dalla Cina, che sfrutta la propria crescita geoeconomica per modificare gli equilibri nel potere strategico e politico mondiale. Solo allora si potrà arrestare il processo di decadimento sociale e culturale dell’Europa, oggi in piena crisi di fronte all’avanzante marea della globalizzazione americanocentrica e al progetto di ristrutturazione capitalistica guidato dall’alta finanza ma imperniato sugli Stati Uniti e sul suo apparato militare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
● <strong><em>Qui di seguito riportiamo il link alla registrazione audiovideo dell&#8217;intervento disponibile su youtube.</em></strong><br />
&nbsp;<br />
<iframe width="640" height="360" src="http://www.youtube.com/embed/PFvBha_DK9k" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/roma-4-maggio-2012-no-alla-guerra-di-aggressione-alliran/15622/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 May 2012 09:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[arabia saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15603</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/" title="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/asohrabi201205060159322171.bcupw8qi3lwgw8084ccskgc8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele" ></div></a>Kourosh Ziabari, Eurasia Review, 14 aprile 2012 Il fatto che il Regno dell’Arabia Saudita abbia aderito al triangolo vizioso Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna per destabilizzare la Repubblica islamica dell’Iran per fare pressione su Teheran per il suo programma nucleare, non è più un segreto. I funzionari sauditi hanno apertamente dichiarato la loro opposizione all’accesso dell’Iran [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/" title="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/asohrabi201205060159322171.bcupw8qi3lwgw8084ccskgc8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele" ></div></a><p><font size="2">Kourosh Ziabari, <em><a href="http://www.eurasiareview.com/14042012-saudi-arabia-dancing-to-israels-tune-oped/">Eurasia Review</a></em>, 14 aprile 2012</p>
<p>Il fatto che il Regno dell’Arabia Saudita abbia aderito al triangolo vizioso Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna per destabilizzare la Repubblica islamica dell’Iran per fare pressione su Teheran per il suo programma nucleare, non è più un segreto. I funzionari sauditi hanno apertamente dichiarato la loro opposizione all’accesso dell’Iran all’energia nucleare civile ed hanno anche pubblicamente promesso di compensare la quantità di petrolio greggio, che gli Stati membri dell’UE perderanno dopo aver imposto l’embargo multilaterale sul petrolio dell’Iran, visto come un tentativo per costringere l’Iran a cedere i suoi diritti nucleari.</p>
<p>I sauditi sono ufficialmente considerati tra gli stati musulmani che non riconoscono il regime israeliano, tuttavia, non hanno esitato a pubblicizzare i loro legami con i funzionari israeliani nel corso degli ultimi anni, soprattutto quando si tratta della loro cooperazione con Tel Aviv contro l’Iran. Allearsi con il regime sionista e tradire un amico musulmano con cui avevano a lungo mantenuto legami saldi e ragionevoli, può essere considerato una manifestazione degli errori di calcolo dei sauditi e un’analisi errata della posizione dell’Iran nella comunità internazionale, una posizione che è stata rafforzata dalla partecipazione inaspettatamente massiccia degli iraniani, in occasione delle recenti elezioni parlamentari ai primi di marzo, mostrando la solidarietà e la fermezza del popolo di fronte alle dure sanzioni economiche e alle paralizzanti pressioni politiche.</p>
<p>Recenti rapporti di WikiLeaks suggeriscono che i funzionari sauditi abbiano lavorato a stretto contatto con il Mossad per aumentare la pressione contro l’Iran e le attività di intelligence sul programma nucleare del paese. Le e-mail di <em>Stratfor</em> (una di società d’intelligence globale del Texas) sono trapelate su Wikileaks e sono state riprese dal quotidiano di Beirut al-Akhbar; esse hanno rivelato che l’Arabia Saudita si è unita al Mossad, che aiuta il regno con, come riferisce al-Akhbar, la “<em>raccolta di informazioni e di consigli contro l’Iran</em>.” Secondo una fonte citata nelle e-mail, “<em>Alcuni intraprendenti ufficiali del Mossad, sia in pensione che operativi, stanno vendendo ai sauditi ogni sorta di apparecchiature di sicurezza, d’intelligence e di consulenza</em>.” Ci sono anche rapporti credibili che indicano che il capo del Mossad avrebbe recentemente visitato l’Arabia Saudita, parlato ai funzionari sauditi circa i possibili piani per attaccare gli impianti nucleari iraniani e circa il ruolo che la nazione araba potrebbe svolgere in questo pericoloso scenario anti-iraniano.</p>
<p>Come scritto da <em>Haaretz,</em> “<em>i colloqui in Arabia Saudita del capo dell’agenzia di spionaggio d’Israele, hanno affrontato l’Iran e il suo programma nucleare. Il resoconto segue una serie di recenti relazioni sul rafforzamento della cooperazione segreta tra Israele ed i sauditi, compreso il coordinamento della difesa sulle questioni relative alla possibile azione militare contro gli impianti nucleari iraniani</em>.” Un altro rapporto dal <em>Times</em> di Londra ha rivelato che, nel 2010, nel corso di un’esercitazione militare saudita, le operazioni della difesa aerea furono interrotte per alcune ore, per provare uno scenario in cui aerei da combattimento israeliani avrebbero attraversato lo spazio aereo saudita, durante un attacco contro l’Iran. Altri media indipendenti riferiscono, e inoltre confermano, che aerei ed elicotteri delle forze aeree israeliane sarebbero recentemente sbarcati in Arabia Saudita allo scopo di posizionarvi attrezzature belliche da utilizzare in un possibile attacco contro l’Iran. In realtà, è uno dei piani degli ufficiali israeliani per utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, il vicino a sud-ovest dell’Iran, per lanciare un attacco contro le installazioni nucleari del paese a cui, apparentemente, i sauditi non sono riluttanti a dare il via libero a Tel Aviv, al riguardo.</p>
<p>In retrospettiva, i funzionari sauditi hanno espressamente ed esplicitamente denunciato il programma nucleare iraniano e invitato i funzionari degli Stati Uniti ed europei a stringere il cappio delle sanzioni economiche sul loro vicino  musulmano, come se non fossero a conoscenza del fatto che molti dei report del NIE e dell’AIEA abbiano confermato che l’Iran non cerca, e non cercava, armi nucleari, e che non ha mai deviato dalla strada percorsa per usare la tecnologia nucleare per scopi pacifici. Due anni fa, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo statunitense, il ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal, aveva detto che le sanzioni economiche non possono garantire che l’Iran si ritiri dal suo programma nucleare, e che una soluzione più efficace era necessaria per via delle “<em>minacce poste dalle ambizioni nucleari dell’Iran</em>“. Al-Faisal descrisse le sanzioni come una soluzione a lungo termine e disse che la minaccia proveniente dall’Iran era imminente. “<em>Vediamo la questione nel più breve termine, perché siamo più vicini alla minaccia. Abbiamo bisogno di un’immediata risoluzione, piuttosto che di una risoluzione graduale</em>“, disse. Il principe saudita non aveva specificato alcuna risoluzione a breve termine, ma sembrava che la sua opzione implicita, che non aveva escluso, fosse un intervento militare contro l’Iran.</p>
<p>I sauditi stanno anche cercando di convincere gli Stati Uniti e l’Europa che il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia alla loro sicurezza e che dovrebbe essere ostacolato al più presto possibile. Ecco perché molti funzionari statunitensi ed europei, nei loro incontri bilaterali con i funzionari sauditi, dicono che un “<em>Iran nucleare</em>” sarebbe dannoso per la sicurezza del Golfo Persico. “<em>Io capisco che il mondo arabo non possa permettere che l’Iran continui a sviluppare armi nucleari</em>“, aveva detto Frank-Walter Steinmeier, il leader del partito d’opposizione nel parlamento tedesco ed ex ministro degli esteri, in una riunione di febbraio con il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal.</p>
<p>L’ostilità del regno saudita verso l’Iran, tuttavia, è andato al di là della superficie. Nei mesi scorsi, quando la retorica bellica e per le sanzioni economiche contro Teheran fluttuava nell’aria, i funzionari sauditi avevano inviato il segnale di esser pronti a compensare eventuali carenze che potessero colpire il mercato del petrolio greggio, dopo che i ministri degli esteri degli Stati membri dell’UE raggiunsero un accordo per imporre l’embargo petrolifero contro l’Iran, che entrerà in vigore all’inizio di luglio. Secondo un rapporto di Associated Press, il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita aveva detto il 14 marzo che il suo paese e altri paesi esportatori di petrolio, erano pronti a compensare eventuali carenze degli approvvigionamento a causa della volatilità dei mercati, un apparente riferimento alla prova di forza con l’Iran sul suo programma nucleare.</p>
<p>In ogni caso, la posizione che Riyadh ha adottato nei confronti di Teheran è assolutamente in linea con le politiche anti-iraniane del regime israeliano. Ballano sulle note di Israele ed eseguono ciò che Tel Aviv desidera di più: isolare l’Iran, aumentando le pressioni contro il popolo e creando discordia al suo interno, per spingerlo a ribellasi al proprio governo. Tuttavia, ciò che è chiaro è che tali pressioni non possono mettere in ginocchio gli iraniani e svelano soltanto il vero volto dei nemici di questa nazione. Nel corso dei tre decenni dalla vittoria della rivoluzione islamica, l’Iran è stato costantemente bersaglio delle ostilità e dell’aggressività delle superpotenze mondiali e dei loro alleati, per cui le recenti politiche antagoniste e l’ostilità dell’Arabia Saudita non sono nulla di nuovo o sorprendente.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em><strong>Kourosh Ziabari</strong> è un corrispondente iraniano, giornalista freelance e intervistatore. E&#8217; stato premiato in Finlandia da Ovi Magazine e dal Foreign Policy Journal. E’ membro della rete Tlaxcala dei traduttori per la diversità linguistica (Spagna). E’ anche membro World Student Community for Sustainable Development (WSC-SD). Gli articoli di Kourosh Ziabari sono apparsi in un certo numero di siti canadesi, belgi, italiani,  francesi e tedeschi.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Intervista a Claudio Mutti, direttore di “Eurasia”</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-claudio-mutti-direttore-di-eurasia/15580/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-claudio-mutti-direttore-di-eurasia/15580/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 May 2012 18:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Mutti]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
		<category><![CDATA[Unione euroasiatica]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15580</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-claudio-mutti-direttore-di-eurasia/15580/" title="Intervista a Claudio Mutti, direttore di “Eurasia”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/comunicato_editoriale_l_g6qtwy5.81xwluaqap8o008wcgsccc08w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Intervista a Claudio Mutti, direttore di “Eurasia”" ></div></a>Diamo qui di seguito la traduzione dell’intervista rilasciata il 2 maggio 2012 dal direttore di “Eurasia” alla radio ungherese “Szent Korona Radio”. &#160; &#160; Sz. K. R. &#8211; Claudio Mutti, direttore del periodico “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, è un valido studioso del folclore centroeuropeo e, in questa cornice, delle tradizioni popolari ungheresi. Diversi suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-claudio-mutti-direttore-di-eurasia/15580/" title="Intervista a Claudio Mutti, direttore di “Eurasia”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/comunicato_editoriale_l_g6qtwy5.81xwluaqap8o008wcgsccc08w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Intervista a Claudio Mutti, direttore di “Eurasia”" ></div></a><p><font size="2"><em>Diamo qui di seguito la traduzione dell’intervista rilasciata il 2 maggio 2012 dal direttore di “Eurasia” alla radio ungherese “Szent Korona Radio”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sz. K. R. &#8211; Claudio Mutti, direttore del periodico “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, è un valido studioso del folclore centroeuropeo e, in questa cornice, delle tradizioni popolari ungheresi. Diversi suoi saggi sono stati tradotti in ungherese. Inoltre, Mutti ha tradotto alcune opere di Béla Hamvas, tra le quali segnaliamo </em>Alberi<em>, apparsa in italiano pochi mesi fa. </em><em>Signor Mutti, il sito informatico di “Eurasia” ha pubblicato nei giorni scorsi una traduzione italiana della nuova Costituzione ungherese. “Eurasia” considera importanti, da un certo punto di vista, gli attuali sviluppi della politica ungherese. Qual è la Sua opinione a tale riguardo?</em></strong></p>
<p>C. M. &#8211; In seguito all&#8217;approvazione della nuova Costituzione, forze ideologiche e politiche sostenute dal potere bancario occidentale hanno intentato un vergognoso processo contro l&#8217;Ungheria, alimentando nel suo popolo sentimenti euroscettici o addirittura eurofobici. Questa situazione potrebbe indurre gli Ungheresi a rivolgere altrove il proprio sguardo, tant&#8217;è vero che il &#8220;Washington Post&#8221; ha ipotizzato che l&#8217;Ungheria possa diventare un avamposto della Russia. In ogni caso, all&#8217;Ungheria si presenta oggi la possibilità di instaurare un rapporto costruttivo con quel nucleo eurasiatico che, nato dall&#8217;accordo russo-bielorusso-kazako, presto si estenderà alla confinante Ucraina. Paese reietto in un&#8217;Unione Europea indegna di questo nome, l&#8217;Ungheria potrebbe svolgere il ruolo di avanguardia europea nella costruzione di un nuovo ordine eurasiatico.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sz. K. R. – Conosciamo i Suoi studi sul folclore ungherese e su quello romeno. In che modo il Suo interesse è stato attratto da questo campo di studi?</em></strong></p>
<p>C. M. &#8211; Cominciai ad interessarmi ai canti popolari ungheresi negli anni in cui studiavo lingua e letteratura ungherese all&#8217;università. Fui indotto a ciò dalla lettura delle pagine in cui Guénon e Coomaraswamy sostengono che la memoria popolare ha custodito, sebbene allo stato residuale e frammentario, elementi provenienti da forme tradizionali vere e proprie, per cui le fate e gli eroi delle fiabe sono in origine dèi e dee. In effetti il patrimonio etnografico ungherese ha conservato temi e simboli d&#8217;origine sciamanica che risalgono al periodo precedente l&#8217;&#8221;occupazione della patria&#8221; e rinviano ad una vasta area culturale eurasiatica. Analogo è il caso del folclore romeno: come fa notare Mircea Eliade, esso affonda le sue radici in un universo di valori spirituali antichissimo, che rivela l&#8217;unità fondamentale non solo dell&#8217;Europa, ma di tutta l&#8217;ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em><strong>Sz. K. R. – Lei è considerato uno dei portavoce più autorevoli della visione eurasiatista, che ispira posizioni politiche antiglobaliste, antimperialiste e antiamericane. Ci può sinteticamente illustrare questa concezione</strong>?</em></p>
<p>C. M. &#8211; Il presupposto della visione eurasiatista è espresso da Mircea Eliade, quando ci ricorda che esiste una &#8220;unità fondamentale non solo dell&#8217;Europa, ma di tutta l&#8217;ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylon&#8221;. Sul piano geopolitico, a questo concetto corrisponde il progetto di un raccordo tra i &#8220;grandi spazi&#8221; in cui il continente eurasiatico si articola: quello russo, quello estremo-orientale, quello indiano, quello islamico, quello europeo. Alcuni di questi grandi spazi sono già adesso riuniti intorno ad un &#8220;polo&#8221; geopolitico (ad esempio la neonata Unione Eurasiatica), mentre altri sono ancora privi, del tutto o in parte, di unità e di sovranità politica e militare. Quest&#8217;ultimo è il caso dell&#8217;Europa, la quale, vincolata agli Stati Uniti d&#8217;America per mezzo della NATO e governata da classi politiche collaborazioniste, ha saputo esprimere soltanto una precaria unità economica e monetaria.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sz. K. R. – In quale misura, secondo Lei, la concezione e la strategia geopolitica dell’eurasiatismo concorda con le posizioni della destra radicale? In quale misura le contrasta?</em></strong></p>
<p>C. M. &#8211; L&#8217;estrema destra europea è una nebulosa in cui si mescolano tendenze contraddittorie. Fra il 1945 e il 1989, individuando il nemico principale nel comunismo, essa si è schierata su posizioni di &#8220;difesa dell&#8217;Occidente&#8221; che l&#8217;hanno automaticamente portata a solidarizzare con l&#8217;imperialismo statunitense. Una volta scomparso il comunismo, l&#8217;estrema destra europea ha per lo più trovato nuovi nemici ad est e a sud, indirizzando le proprie energie contro gl&#8217;immigrati e lanciando l&#8217;allarme contro il &#8220;pericolo islamico&#8221; o il &#8220;pericolo giallo&#8221;. Attribuendo un valore assoluto all&#8217;appartenenza alla &#8220;razza bianca&#8221;, alcuni movimenti di estrema destra si sono condannati a svolgere il ruolo di pedine sulla scacchiera dello &#8220;scontro di civiltà&#8221;; altri gruppi si sono ulteriormente involuti passando dal piccolo nazionalismo al localismo; altri ancora si sono sclerotizzati nella celebrazione del carnevale neospiritualista o pseudopagano. Esistono, naturalmente, lodevoli eccezioni; ma il quadro generale è desolante.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em> </em><strong><em>Sz. K. R. – Osservando i recenti avvenimenti del Vicino Oriente, che cosa pensa che ci riservi il futuro? Penso innanzitutto alla situazione siriana ed all’Iran.</em></strong></p>
<p>C. M. &#8211; L&#8217;aggressione all&#8217;Iran, a lungo sollecitata dal regime sionista, è già cominciata con l&#8217;attacco terroristico alla Siria, patrocinato ed appoggiato da forze occidentali o alleate dell&#8217;Occidente. Questa nuova fase della strategia statunitense appartiene, in fin dei conti, al progetto geostrategico elaborato da Nicholas J. Spykman nel corso della Seconda Guerra Mondiale, secondo il quale gli USA devono controllare il bordo esterno (<em>Rimland</em>) del continente eurasiatico: dalle coste atlantiche e mediterranee dell&#8217;Europa fino al Giappone e alla Corea, passando per il Vicino ed il Medio Oriente, il Sudest asiatico, le Filippine e Taiwan. Solo in questo modo, accerchiando e strangolando il territorio centrale (<em>Heartland</em>) eurasiatico, gli USA possono conquistare stabilmente il potere mondiale. La crisi economica odierna &#8211; che ha gravemente compromesso l&#8217;egemonia unipolare statunitense &#8211; induce gli USA ad accelerare i tempi. Già in passato, d&#8217;altronde, gli USA hanno fatto ricorso alla forza militare per risolvere le crisi economiche. Così, anche questa volta siamo alle soglie di una guerra mondiale.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-claudio-mutti-direttore-di-eurasia/15580/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Bahrain, ovvero la rivoluzione dimenticata</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/bahrain-ovvero-la-rivoluzione-dimenticata/15515/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/bahrain-ovvero-la-rivoluzione-dimenticata/15515/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 May 2012 13:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[arabia saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Bahrain]]></category>
		<category><![CDATA[dinastia Al Khalifa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15515</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/bahrain-ovvero-la-rivoluzione-dimenticata/15515/" title="Bahrain, ovvero la rivoluzione dimenticata"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/5499551854_b99447dc99.dtjavubitts04scs4c4s0g4k8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Bahrain, ovvero la rivoluzione dimenticata" ></div></a>Le rivolte del Bahrain, iniziate nel febbraio del 2011, sono trattate dai media in modo diverso che non quelle di altri Paesi come la Siria. Perché questa diversa impostazione? Cosa di diverso ha questo piccolo Paese del Golfo Persico rispetto ad altre aree del mondo arabo? L’alleanza militare della Penisola araba con gli USA, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/bahrain-ovvero-la-rivoluzione-dimenticata/15515/" title="Bahrain, ovvero la rivoluzione dimenticata"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/5499551854_b99447dc99.dtjavubitts04scs4c4s0g4k8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Bahrain, ovvero la rivoluzione dimenticata" ></div></a><p><font size="2">Le rivolte del Bahrain, iniziate nel febbraio del 2011, sono trattate dai media in modo diverso che non quelle di altri Paesi come la Siria. Perché questa diversa impostazione? Cosa di diverso ha questo piccolo Paese del Golfo Persico rispetto ad altre aree del mondo arabo?</p>
<p>L’alleanza militare della Penisola araba con gli USA, il petrolio, la simpatia dell’opposizione del Bahrain nei confronti del temuto Iran, sono alcuni elementi che aiutano a capire cosa sta accadendo nella regione più “calda” del mondo.</p>
<p>In tutti questi mesi, l’attenzione dei principali media occidentali (lo stesso dicasi per quelli arabi), si è concentrata sulla cosiddetta “Primavera araba”. Dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria, passando per lo Yemen, tutte le rivolte sono state più o meno pubblicizzate, per di più in maniera unilaterale. Ma per quanto riguarda il Bahrein, i media hanno cercato di “rigirare la frittata”, presentando la rivoluzione popolare come una rivolta settaria della maggioranza sciita contro la minoranza sunnita al potere (la dinastia Al Khalifa). E anche quando si è voluto proporre un’analisi un po’ più approfondita, si è tirato in ballo un’ipotetica ingerenza iraniana negli affari interni dell’arcipelago del Bahrain.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>Più di un anno di rivolte </strong></p>
<p>Tutto ha inizio nel febbraio del 2011, con le prime manifestazioni pacifiche di gente disarmata che chiedeva semplicemente un sistema più democratico in cui il voto dei cittadini avesse un valore, visto che l’attuale regime si basa su una monarchia costituzionale di facciata, nella quale il parlamento è in buona parte nominato dal Re e i gruppi politici maggioritari nel Paese di fatto non hanno la possibilità di ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari. I manifestanti iniziarono a riunirsi in modo massiccio nella centrale “Meidan al-lo’lo’” (piazza della Perla), chiedendo inizialmente riforme democratiche, ma successivamente, vista la brutale repressione, gli slogan popolari arrivarono fino alla richiesta della fine del regime (1). Nonostante le manifestazioni fossero pacifiche, la repressione del regime fu violenta. Non solo, ma il Paese venne invaso militarmente dall’Arabia Saudita, su implicito assenso del governo americano, in quanto si disse che le rivolte erano fomentate da nemici esterni (cioè l’Iran).</p>
<p>Il governo del Bahrain aveva infatti chiamato in causa “lo Scudo della penisola”, una delle tante organizzazioni sovranazionali che legano i Paesi della Penisola araba, questa però di carattere militare, che prevede nella sua Carta l’intervento dei Paesi della Penisola in soccorso di un Paese membro sotto attacco militare. La cosa interessante è che i regimi autoritari e reazionari aderenti a questa ‘NATO del mondo arabo’, Paesi in cui una donna non può guidare una macchina (vedi l’Arabia Saudita), hanno considerato delle normali manifestazioni pacifiche di civili inermi come un attacco “militare portato da un Paese straniero”; la cosa più grave è che le organizzazioni per i diritti umani, i media filantropici occidentali, sempre alla ricerca di qualche “Sakineh” in giro per il mondo da salvare, non hanno detto niente; per non parlare del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sempre all’avanguardia per condannare questo o quel dittatore (a patto che sia considerato nemico dell’Occidente libero), ma che in questo caso non ha mosso un dito.</p>
<p>Di recente si è tornati a parlare delle rivolte, ma per il semplice fatto che in Bahrain c’era il GP di Formula Uno e i media sono stati costretti a dire qualcosa dei soprusi subiti un giorno sì e l’altro pure dagli abitanti di questo Regno, la cui rivoluzione pacifica è stata dimenticata.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>Perché nessuno parla del Bahrain? </strong></p>
<p>Ora dobbiamo capire il motivo o i motivi per cui nessuno vuole affrontare seriamente questo argomento. Alcuni potrebbero pensare che, vista l’irrisoria estensione territoriale di questo arcipelago del Golfo Persico, il ruolo geopolitico del Bahrain non è importante. O il fatto che il Bahrain abbia solo un milione di abitanti lo renda un Paese marginale nei rapporti internazionali (2). Ma queste evidentemente non sono argomentazioni serie. Un’argomentazione un po’ più ragionevole potrebbe essere quella riguardante le rivolte stesse, considerate non molto partecipate dalla popolazione, che in realtà sosterrebbe il regime, sia nella componente sunnita che in quella sciita. Però verrebbe da ribattere che se non c’è una situazione così drammatica, che bisogno c’era dell’intervento militare dell’Arabia Saudita? Questa ingerenza dimostra come la dinastia Al Khalifa sia ancora rimasta al potere solo grazie all’uso della violenza e all’intervento di un esercito straniero. Allora quali sono i veri motivi di questa omertà internazionale?</p>
<p>1- Il Bahrain si trova nel cuore del Golfo Persico, una delle regioni più importanti del mondo, se non la più importante in assoluto per i rifornimenti energetici, sia di petrolio sia di gas naturale, dove un cambio di regime in uno qualsiasi dei Paesi della zona porterebbe all’instabilità dei prezzi sui mercati internazionali, danneggiando molto i Paesi importatori, soprattutto quelli coinvolti maggiormente nella crisi economica, ovvero le nazioni industrializzate.</p>
<p>2- Il Bahrain ospita una delle più importanti basi della Marina militare americana nella regione (3) e un cambio di regime metterebbe in pericolo la presenza militare nordamericana nel Paese, portaerei naturale nel Golfo persico, in funzione del principale nemico delle politiche espansioniste degli USA, ovvero l’Iran.</p>
<p>3- Gli USA sono spaventati dal fatto che la caduta del Bahrain possa essere l’anticamera della caduta degli Al Sa‘ud, vera questione centrale della politica mediorientale americana, insieme alla questione della Palestina occupata.</p>
<p>4- Ultimo, ma non per questo meno importante, l’opposizione al regime degli Al Khalifa ha un’impronta ideologica ben precisa e guarda con forte simpatia all’Iran, mentre gli USA, l’Arabia Saudita e gli altri “alleati” non vogliono un altro Iraq sotto il naso (4).</p>
<p>Questi sembrano essere tra i principali motivi per cui è bene censurare la rivoluzione del Bahrain. La caduta della dinastia degli Al Khalifa determinerebbe rivolgimenti geopolitici molto importanti: aumenterebbe la potenza di Tehran a scapito degli USA, infliggendo un’altra sconfitta al governo di Washington dopo quella subita in Iraq, e costringerebbe ad una battuta d’arresto il tentativo di rovesciare Assad in Siria, nel quale vediamo impegnate – tra gli altri &#8211; le stesse monarchie del Golfo Persico.</p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>(1) Il monumento nella centrale piazza di Manama, capitale del Bahrain, rappresentante una gigantesca perla, fu distrutta dalle autorità per “cancellare” qualsiasi simbolo della rivolta. Da allora i rivoluzionari hanno ribattezzato la piazza “Maydân al-shuhadâ’” (Piazza dei martiri).</p>
<p>(2) Una stima delle Nazioni Unite del 2010 parla di 1.299.172 abitanti.</p>
<p>(3) Per la precisione si trova schierata in Bahrain la V Flotta della Marina americana.</p>
<p>(4) Parafrasando Julius Evola verrebbe da dire che gli USA in Bahrain fanno più fatica a ‘cavalcare la tigre’ rivoluzionaria che non in altri Paesi arabi.</font><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/bahrain-ovvero-la-rivoluzione-dimenticata/15515/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Siria e la Resistenza hanno sconfitto il complotto internazionale</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-e-la-resistenza-hanno-sconfitto-il-complotto-internazionale/15354/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-e-la-resistenza-hanno-sconfitto-il-complotto-internazionale/15354/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 10:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Presidente Assad]]></category>
		<category><![CDATA[Sheikh Qassem]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15354</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-e-la-resistenza-hanno-sconfitto-il-complotto-internazionale/15354/" title="La Siria e la Resistenza hanno sconfitto il complotto internazionale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/syrian_patriots1.6aufiz613n8ccog8wg8k4o448.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La Siria e la Resistenza hanno sconfitto il complotto internazionale" ></div></a>Il segretario generale aggiunto di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha annunciato il fallimento del complotto arabo-occidentale contro la Siria, fallimento provocato dall’unità del regime, dal sostegno popolare allo stesso e dalla debolezza dell’opposizione siriana. &#160; La Siria ha potuto sconfiggere il complotto internazionale   Esprimendosi sull’attualità regionale nel corso di un incontro con una delegazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-e-la-resistenza-hanno-sconfitto-il-complotto-internazionale/15354/" title="La Siria e la Resistenza hanno sconfitto il complotto internazionale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/syrian_patriots1.6aufiz613n8ccog8wg8k4o448.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La Siria e la Resistenza hanno sconfitto il complotto internazionale" ></div></a><p><font size="2"><br />
Il segretario generale aggiunto di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha annunciato il fallimento del complotto arabo-occidentale contro la Siria, fallimento provocato dall’unità del regime, dal sostegno popolare allo stesso e dalla debolezza dell’opposizione siriana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La Siria ha potuto sconfiggere il complotto internazionale</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Esprimendosi sull’attualità regionale nel corso di un incontro con una delegazione del sito di al-Manar, Sheik Qassem si è detto sicuro della tenuta del Presidente Assad e del popolo siriano di fronte alla crisi provocata dalle grandi potenze.</p>
<p>“L’opposizione armata non è riuscita a conseguire grandi successi territoriali, e i Paesi occidentali hanno fallito nel loro tentativo di rovesciare con la forza il regime di Assad. Nello stesso tempo il popolo ha votato in favore della nuova Costituzione. Tutto ciò ha consentito al regime siriano di fronteggiare questo grande complotto preparato fuori dalla Siria con l’obiettivo fondamentale di sradicare la volontà di resistenza della regione”, ha sottolineato Sheik Qassem.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il Piano Annan: un grande successo</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Per Sheikh Qassem il Piano di Kofi Annan rappresenta il passaggio a una  fase completamente nuova. “Si tratta di cercare una soluzione politica, anziché di cercare di rovesciare il regime. Una soluzione politica che però richiede del tempo, ed è perciò possibile che l’opposizione – divisa al suo interno e con una lotta per il potere in atto fra i suoi dirigenti – non reagisca positivamente a tale Piano”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Malgrado lo scacco subito, i Paesi arabi e quelli occidentali non desistono dal loro complotto Benché la soluzione politica guadagni terreno in Siria, il segretario generale aggiunto di Hezbollah non crede alla fine del complotto contro la Siria. “Ci si affida ora agli effetti dell’embargo economico e a qualche cambiamento nella regione che possa essere utilizzato per fare pressione sul regime. Il complotto contro la Siria non è terminato, ma ha dovuto scontrarsi con degli ostacoli che hanno fatto indietreggiare i complottisti. Un ritiro tattico in vista di nuove strategie”, ha precisato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La lotta contro il traffico di armi attraverso la frontiera richiama le responsabilità dell’esercito libanese</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>A proposito del traffico di armi tra Libano e Siria Sheik Naim Qassem richiama l’attenzione sulla responsabilità totale dell’esercito libanese. “Hezbollah non ha responsabilità né nel mantenimento della sicurezza alla frontiera né nelle conseguenti operazioni di carattere militare”, ha ribadito, deplorando che alcuni partiti libanesi manifestino senza remore il loro desiderio di trasformare il Libano in luogo di passaggio per seminare il caos in Siria, e che forniscano di denaro e di armi i gruppi armati presenti in quel Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Ostacoli che compromettono l’efficacia del governo libanese</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>In riferimento al Libano, Sheik Qassem si è espresso con franchezza sulle ragioni dell’inefficacia dell’azione del governo di cui Hezbollah fa parte. Egli ha argomentato che “la struttura politica del Paese – a cominciare dalle elezioni parlamentari, per continuare con la formazione del governo, la funzione legislativa ecc. – necessita sempre dell’accordo fra le varie parti politiche. Prendere decisioni diventa difficile per la presenza di molteplici posizioni confessionali, settarie, regionali e comunitarie, per non parlare degli interessi individuali. Hezbollah non ha le mani libere. È semmai partecipe di un gruppo di potere più vasto, e ogni cambiamento/miglioramento della situazione interna deve essere condiviso con le altre parti. Sfortunatamente vi sono alcuni che ostacolano – per dei calcoli che a loro risultano corretti – decisioni governative importanti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il rapporto di Hezbollah con Hamas non cambia</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Per quanto riguarda la posizione assunta dal movimento di resistenza Hamas nei confronti del regime siriano Sheikh Qassem ha assicurato che le relazioni fra Hezbollah e Hamas non cambiano.</p>
<p>“Questa relazione è fondata sulla comune lotta contro il nemico israeliano. Noi non interveniamo sulle posizioni assunte dalle parti con le quali siamo in contatto: quello che ci interessa è condividere degli aspetti essenziali e centrali”, ha rimarcato, ricordando che incontri e contatti con Hamas sono noti e pubblicamente documentati.</p>
<p>Quanto alle posizioni dei Fratelli Musulmani in Egitto o in altri Paesi della regione, Sheikh Qassem ha osservato che tali posizioni non sono ancora ben definite. “Non credo che la posizione di Hamas sia stata influenzata da quella dei Fratelli Musulmani. E’ troppo presto per giudicare la politica dei differenti movimenti che governano il mondo arabo”, ha concluso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.almanar.com.lb/main.php"><strong><em>Al-manar</em></strong></a></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-e-la-resistenza-hanno-sconfitto-il-complotto-internazionale/15354/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 05:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Galoppini]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Impero]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[teoria geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[URSS]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15327</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/" title="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/carta_geopolitica.bmmkhacggxkww4gog0k8ks4g8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico" ></div></a>Malgrado da quasi un ventennio la Geopolitica (dopo un ‘purgatorio’ datato dal 1945, ovvero dalla sconfitta delle potenze dell’Asse e dall’imposizione globale del bipolarismo Usa-Urss) sia stata riproposta attraverso riviste come “LiMes”, prima, “Eurasia”, poi, quale strumento in grado di fornire una chiave d’interpretazione delle relazioni internazionali, considerate come una costante, planetaria ‘partita a scacchi’, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/" title="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/carta_geopolitica.bmmkhacggxkww4gog0k8ks4g8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico" ></div></a><p><font size="2">Malgrado da quasi un ventennio la Geopolitica (dopo un ‘purgatorio’ datato dal 1945, ovvero dalla sconfitta delle potenze dell’Asse e dall’imposizione globale del bipolarismo Usa-Urss) sia stata riproposta attraverso riviste come <a href="http://temi.repubblica.it/limes/">“LiMes”</a>, prima, <a href="http://www.eurasia-rivista.org/">“Eurasia”</a>, poi, quale strumento in grado di fornire una chiave d’interpretazione delle relazioni internazionali, considerate come una costante, planetaria ‘partita a scacchi’, non pochi sono coloro che ancora nutrono dubbi sull’opportunità di affidarsi all’analisi geopolitica per orientarsi negli intricati meandri della politica mondiale.</p>
<p>Le remore e le obiezioni sono di carattere sostanzialmente ideologico, se con questo termine identifichiamo l’attitudine ad interpretare la realtà – nello specifico quella dei rapporti tra entità statuali – con parametri di tipo sentimentale e/o morale. L’ideologia, di per sé, non ha alcunché di “malvagio”, sia chiaro, se non per l’”errore” vero e proprio costituito dall’assolutizzazione di un punto di vista, di un’istanza, ed in suo nome possono essere compiuti i più sublimi slanci come i più aberranti crimini (e lo stesso vale per la religione): l’uomo è sempre l’uomo, quale che sia l’ideologia o la religione che adotta, senonché questa ‘scelta’ ha delle conseguenze sulla sua capacità di ‘comprendere’ (<a href="http://www.etimo.it/?term=comprendere">in senso letterale</a>) il mondo, dove ogni cosa ha un suo posto e un suo grado di “realtà”.</p>
<p>Pertanto – lungi da me l’intenzione di affibbiare giudizi a persone &#8211; ho inteso solo specificare che alla base della diffidenza verso l’approccio geopolitico soggiace un giudizio di valore nei suoi confronti che gli attribuisce (indebitamente) la tendenza ad una “oggettività”, addirittura una certa dose di ‘disumanità’, la quale tradurrebbe il sentire di esseri umani fondamentalmente insensibili a grida di dolore e richieste d’aiuto “sacrificate sull’altare della geopolitica”.</p>
<p>Lo si vede anche nel recente caso dei disordini in Siria, dove sigle ed esponenti del “mondo democratico” e “della Sinistra”, ponendosi dalla parte dei “manifestanti pacifici”[1], assimilati in toto al “popolo siriano”, non mancano di lanciare una stoccata polemica nei confronti di chi privilegia un approccio alla questione di tipo geopolitico[2]. Insomma, chi analizza la cosiddetta “primavera araba” anche e soprattutto dal punto di vista geopolitico per poi ricavarne qualche dubbio, quantomeno sulla sua genuinità, si renderebbe connivente di una grave “ingiustizia”.</p>
<p>Stabiliamo adesso che cosa sia diventata ormai “l’ideologia in Occidente”. Prediligere un approccio “ideologico” non significa semplicemente interpretare le questioni da un punto di vista “comunista”, “nazionalista”, “liberale” ecc. Ciò è ancora troppo grossolano e, nei fatti, superato. Concetti come “libertà” e “giustizia”, che a qualsiasi essere umano evocano da sempre senz’altro emozioni positive, una volta passata la seduzione delle ideologie otto-novecentesche hanno preso decisamente la scena ed occupato le menti dei più, declinate in senso liberal-democratico. Si pensi all’ideologia dei “Diritti umani” e alle “Corti di Giustizia internazionale”, che entusiasmano i fautori di “un mondo senza guerre”. Ma altri, sempre in nome della “libertà” e della “giustizia”, si oppongono a quelli che essi giudicano strumenti ideologici del “Nuovo Ordine Mondiale”, teso ad instaurare un unico governo sull’intero pianeta quale coronamento dell’inversione dell’Ordine tradizionale, o comunque percepiscono che va formandosi un “ordine” grottesco e particolarmente “ingiusto” per cui denunciano – se non altro per la contraddizione tra il dire e il fare di chi ne fa una bandiera &#8211; la “frode dei diritti umani”. Sia gli uni che gli altri, però &#8211; i primi praticando la geopolitica (gli atlantici non l’hanno mai abbandonata, ma hanno fatto credere agli altri che andava fatto), i secondi giudicandola un approccio “immorale” &#8211; sono di fatto concordi nella svalutazione degli argomenti e/o nel biasimo di coloro che utilizzano la chiave di lettura geopolitica per interpretare le relazioni internazionali.</p>
<p>Ma mentre non vi è da spiegare nulla ai primi, in malafede ontologica, ai secondi – caso mai intendessero rivedere il loro giudizio &#8211; potrà servire qualche delucidazione, non per conquistarli ad una “ideologia”, ma per far loro considerare il corretto peso del “fattore geopolitica”.</p>
<p>Ciascun territorio definito in termini di geografia fisica (ad esempio le penisole italiana, iberica, ellenica; oppure un’isola o un arcipelago “periferici” come l’Inghilterra o il Giappone; un territorio posto alla confluenza tra due mari o due “continenti”: si pensi a Costantinopoli/Istanbul e all’Anatolia) ha una sua vocazione geopolitica che, una volta assecondata, perseguita, è garante di prosperità[3] per gli uomini che lo abitano e, sopra ogni altra cosa, ne sviluppa le potenzialità di costituirsi in “polo egemone”. Questo, nell’essenza, poiché nel dettaglio entrano altri fattori quali la disponibilità di materie prime, la quantità di popolazione, la presenza di vicini ostili eccetera.</p>
<p>Prendiamo, per capirci, l&#8217;esempio dell&#8217;Italia: un centro di potere imperniato su Roma, per sfruttare al meglio le possibilità offerte dalla sua posizione geografica, al centro del Mediterraneo, deve per forza di cose perseguire l&#8217;unità della penisola (e così fece appunto Roma antica), per poi costituire un impero mediterraneo, che dovrà controllare in qualche modo, direttamente o indirettamente, i territori che si affacciano su quel mare e anche le vie d’accesso al medesimo specchio d’acqua (questione, ad esempio, del Mar Rosso e del Canale di Suez). La Russia, se può permettersi fino ad un certo punto di perdere i paesi dell’Europa orientale, non può transigere sulla Georgia, sulla libera circolazione dei suoi navigli nel Mar Nero o nel Caspio, sull’affaccio sul Pacifico, pena una minaccia troppo grave. Gli Stati Uniti non possono avere problemi nell’intero continente americano, e l’Inghilterra non può averne in Irlanda, altrimenti la loro potenza marittima proiettata sul resto del mondo ne risentirà[4].</p>
<p>Come s’intuisce, la regola generale è quella dell’espansione, in un quadro di “rapporti di forza”, per pervenire ad una “forma” che trascende quella della nazione, del semplice Stato nazionale-territoriale da cui si è partiti. Tanto per esser chiari, lo Stato-nazione così com’è stato concepito in passato (in particolare quando va a dare corpo alle aspirazioni di “piccoli popoli” che non aspirano ad alcuna “trascendenza”) ha senso dal punto di vista della Geopolitica storica come elemento di disgregazione particolaristica degli imperi (asburgico, tedesco, russo, ottomano[5]), ma può anche evolvere, in senso inverso, in una compagine di tipo imperiale. Il che ci ricorda l’analogia sul piano umano, dove l’individuo deve trascendere se stesso se intende ricollegarsi al Principio, alla sua Origine: deve far emergere il suo ‘Imperatore interiore’, e solo così sarà in grado di ‘comprendere’ il mondo, altrimenti le sue saranno solo vane pretese individualistiche, peraltro disseminate di varie ingiustizie (<em>in primis</em> contro se stesso), analoghe a quelle commesse dall’espansionismo di tipo sciovinista, di regola “ingiusto” verso le nazioni assoggettate ed incapace di concepire un mondo differenziato (la Rivoluzione francese esportò dappertutto il medesimo modello).</p>
<p>Non a caso, <a href="http://www.eurasia-rivista.org/claudio-mutti-imperium-epifanie-dellidea-di-impero-2/3136/">l’Impero è una funzione essenzialmente spirituale</a>, non un “super-Stato” o una “federazione”, e l’imperatore è di “diritto divino”, poiché ha il compito di ‘essere’, quindi di far applicare la Legge proveniente dal Cielo, provvidenzialmente, per la prosperità degli uomini in questa vita e nell’altra. Tutte le tradizioni regolari concordano su questo fatto, e tra queste quella islamica con <a href="http://librisenzacensura.files.wordpress.com/2010/10/califfato_eurasia.pdf">l’istituto del Califfato</a>.</p>
<p>È inoltre evidente che chi punta a costituire un “polo egemone” a partire da un dato territorio[6] non può concedere ad altri tutto il &#8216;circondario&#8217;, ovvero “l’estero vicino” (per quanto riguarda l’Italia, parliamo come minimo di: Albania, litorale adriatico, Libia ecc., senza trascurare la Sicilia, la più “americana” delle regioni italiane, di fatto fuori controllo), perché ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che nei rapporti internazionali vale l’aurea norma secondo cui “o comandiamo noi o ci comandano altri”. Contano, insomma, i rapporti di forza, noi i bei discorsi. Da cui discende la necessità, per chi vuol essere come minimo ‘rispettato’, di armarsi fino ai denti, se non altro come forza deterrente. Poi la Costa Rica, senza esercito, può anche suscitare tutta la nostra simpatia, ma questo lusso non se lo possono permettere tutti, specialmente quando vi è chi s’è messo in capo di dover assoggettare il mondo intero, prima con la forza delle sue armi, dopo col suo apparato di persuasione più o meno occulta (“lavaggio del cervello dei conquistati”: vedasi l’Italia e gli italiani tenuti in scacco da una miscela debilitante di “odio si sé”, sfiducia nelle proprie possibilità, paure d’ogni tipo e politiche oggettivamente attuate per remare sistematicamente contro la popolazione autoctona).</p>
<p>Invece, la maggioranza delle persone crede alla favola della &#8220;democrazia delle nazioni&#8221;, incarnata prima nella Società delle Nazioni, poi nell&#8217;ONU, la quale è un’impossibilità pura e semplice, al pari della “democrazia” – più o meno elettorale &#8211; quale forma istituzionale per far funzionare in maniera sana e virtuosa una comunità. Tanto per esser chiari: nessuna dottrina tradizionale ha mai postulato la “democrazia” in politica, e questo perché è sempre stato evidente che essa conduce alla <a href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/regnotempi.pdf">tirannide del numero e della quantità</a>, oltre che al governo dei peggiori. Eppure, a questa storiella della “democrazia” non credono quelli che l’hanno imposta prima e dopo la Seconda guerra mondiale (le potenze per l’appunto “democratiche”: si leggano gli scritti dei loro ideologi, nient’affatto “illusi”), ma vi si fa credere i sottomessi, tra cui, indirettamente, anche coloro che… professano nientemeno che la “autodeterminazione dei popoli” in maniera meccanicistica, sovente abbinata all’”antimperialismo”, salvo poi smentirsi all’atto pratico perché poi le “resistenze dei popoli” vengono classificate in buone o cattive a seconda del grado di “progressismo”, del nemico che affrontano (ci sta simpatico o antipatico?) eccetera. Altrimenti, se si trattasse di una “questione di principio”, qualsiasi “rivendicazione” dovrebbe suscitare un’automatica simpatia, compresa quella dei “padani” che invece fa schiumare di rabbia chi si esalta per le “cause progressiste” basca o curda (mentre trova parzialmente d’accordo i filo-tibetani, perché la Cina è “comunista”, e il “padano” è spesso “anticomunista”: miracoli dell’ideologia!).</p>
<p>Gli Stati di un certo rilievo, che intendono essere soggetti di politica estera e non subirla, quelli insomma che la geopolitica la praticano, sanno bene che anche le “lotte dei popoli” (che possono avere anche motivazioni endogene causate da patenti soprusi, sia chiaro) sono strumenti nelle loro mani, a seconda della convenienza: si pensi, in ordine sparso, ai ceceni, ai kosovari, ai karen birmani, ai tibetani, agli abkhasi, ai sahrawi, ai beluci, ai kordofaniani eccetera eccetera: ce n’è per tutti i gusti. Ed anche i palestinesi, che solitamente mettono tutti gli amanti delle “cause dei popoli” e gli “antimperialisti” d’accordo, se si va a scavare al loro interno non suscitano unanime consenso: chi preferisce i “progressisti”, chi gli “islamici” e così via, senza mai porsi il dubbio che quelle sigle traducano la <em>longa manus</em> dei vari attori che in Palestina muovono le rispettive leve… Niente da fare, l’ideologia prende sempre il sopravvento, ma spesso prepara cocenti delusioni[7].</p>
<p>Ma chiudiamo la parentesi sulle “resistenze dei popoli” e torniamo alla costituzione di un “polo egemone” in osservanza dei dati della Geopolitica che, ripetiamo, è da mettere in relazione alla geografia sacra (altrimenti, per citare di nuovo Roma, non si accanirebbero così tanto, da secoli, per occuparla, soggiogarla e snaturarne la funzione…). Aggiungiamo solo che una potenza regionale, in vista della costituzione di un Impero si scontrerà inevitabilmente con la resistenza delle popolazioni circostanti: è accaduto a Roma antica, ed anche alla parodia dell’Impero che è l’America (la cosiddetta “epopea del Far West”, ad esempio, con tutta la strage dei Pellerossa), e sempre accadrà. Questo per dire che se dovessimo applicare solo un criterio “morale” per giudicare l’agire delle compagini statuali, dovremmo imbastire un ‘tribunale perpetuo’, da quello a Giulio Cesare per la conquista della Gallia a quello al Faraone per l’asservimento del Basso Egitto eccetera, e tanti saluti all’ammirazione che ancora suscitano le “civiltà romana”, “egizia” ecc. Di questo passo, insomma, la Storia umana finisce – come in effetti sta accadendo &#8211; per trasformarsi in una moralistica messa sul “banco degli imputati”, e guarda caso a farla franca sono sempre i dominanti del momento, che nessun “grande esperto” o “famoso professore” ha mai il coraggio di ‘processare’. Bisogna, volenti o nolenti, mettere le cose sul piatto della bilancia: valeva di più l’indipendenza dei Sanniti (sicuramente degnissimi uomini) o l’edificazione dell’Impero romano? Questo per dire che ad un certo punto, se si vuole essere onesti intellettualmente, si deve avere il coraggio di percorrere per intero la strada che si è scelto abbracciando una “ideologia” e/o assolutizzando un’istanza quale può essere la “autodeterminazione dei popoli”. Eppure tutte queste “Ong” così solerti nell’individuare “ingiustizie” a destra e manca, affiancando i media globalisti nelle loro tirate propagandistiche che preparano il clima adatto ad una “guerra umanitaria” (col preludio della “rivolta pacifica”), non menzionano mai i casi scomodi dei popoli vessati dagli Occidentali, soprattutto dall’America e dall’Inghilterra: si pensi di nuovo agli irlandesi, che ne han subite di cotte e di crude, o ai nativi nordamericani ed australiani, come se per questi ultimi bastasse lo ‘zoo’ in cui sono stati confinati.</p>
<p>Se poi si vuole essere ancor più consequenziali con la “libertà” e la “giustizia” assurte a supremi valori di riferimento, tanto vale schierarsi – ebbene sì &#8211; dalla parte del Nuovo Ordine Mondiale, che promette – pur sulla punta di missili e bombe – d’instaurare la “libertà” e la “giustizia”, compendiate nella formula della “Pace universale”. Il che con tutta probabilità è verosimile, senonché si tratta di una “pace” parodistica, puramente esteriorizzata, senza alcun corrispettivo interiore (con esseri sempre più destabilizzati mentalmente, una volta venuta meno la ‘corazza spirituale’), alla quale possono sottrarsi solo coloro che si mantengono “saldi” alla tradizione, non quelli che aderiscono ideologicamente ad una “libertà” e una “giustizia” astratte, “troppo umane” e sganciate da un riferimento trascendente che solo è in grado di conferire loro l’autentico significato. Anzi, costoro sono senz’altro prima o poi affascinati da questo “Nuovo Ordine”, ed una prefigurazione di ciò lo vediamo nella progressiva ‘resa’ – aggressione dopo aggressione &#8211; di tutti quelli che fino a non molto tempo fa ancora organizzavano “proteste” e “manifestazioni” e che oggi in un modo o nell’altro trovano sempre nuovi argomenti per giustificare – seppure come un “male minore” &#8211; le “guerre umanitarie” preparate da richieste di “libertà” e “giustizia” da parte di “popoli in rivolta”. In un certo senso, si tratta dell’autonomizzazione illusoria di due qualità inerenti al Principio uno e unico, un po’ come se si trattasse di ‘devoti’ che adorano come ‘dio supremo’ le “dee della libertà” e “della giustizia”.</p>
<p>La tendenza a costituirsi in “polo egemone” si scontra inoltre con la concomitante azione di altri “poli” o aspiranti tali, dotati di una loro precipua vocazione geopolitica: vedasi il caso della Germania, e ciò è dimostrato anche in epoca fascista, quando l&#8217;Austria del cancelliere Dollfuss si rivelò un terreno di scontro tra le mire italiane e tedesche. Questo per dire che l’alleanza tra Italia e Germania non era affatto scontata come sostiene chi legge la politica internazionale con gli occhiali dell’ideologia, e che anche l’attacco all’Urss, alla fine, se aveva un senso dal punto di vista della geopolitica tedesca (ma ne avrebbe avuto, eccome, anche uno all’Inghilterra quand’era stato possibile!)[8], non lo aveva affatto da quello italiano, tant’è vero che anche le ultime bordate ad un governo italiano (quello Berlusconi) sono giunte a causa del ‘flirt’ con la Russia[9].</p>
<p>In questo senso, anche in un’epoca in cui le aspirazioni italiche all’Impero sono venute decisamente meno (e sarà già molto se l’Italia non andrà presto in mille pezzi!), la Geopolitica spiega non poco: indica quel che va fatto in politica estera, la quale è la “grande politica” perché mostra chiaramente chi è l’amico e chi il nemico, tant&#8217;è vero che la massa di sudditi catodici viene rincitrullita con la “politica interna”, l’unica che riesce a concepire, ridotta com’è a rituali e preconfezionate &#8220;polemiche&#8221; e “dichiarazioni” di questa o quell’altra nullità democratiche, compresi i vari “scandali” che vengono agitati sotto il naso del popolo-bue per distrarlo da quello che invece dovrebbe interessarlo.</p>
<p>È tuttavia evidente che se al potere vanno (o meglio, vengono piazzati da chi ha interesse ad indebolirti, a neutralizzarti) dei personaggi che remano contro (ad esempio, Eltsin in Russia, Sarkozy in Francia e l&#8217;attuale &#8220;Governo tecnico&#8221; in Italia), ciò può dare l&#8217;impressione che la geopolitica non spieghi un accidente&#8230; Invece è esattamente il contrario: si tratta di personaggi messi lì proprio per non dare seguito alla vocazione geopolitica del territorio che governano!</p>
<p>Quanto alla politica interna, essa rimanda al tipo di organizzazione sociale ed economica, il che non è da sottovalutare, tutt’altro! Ma invito a riflettere sul fatto che senza una politica estera in ordine con la &#8220;vocazione geopolitica&#8221; di un territorio organizzato in forma statuale, non è in alcun modo possibile darsi “libertà” e “giustizia” in casa propria agendo sulla leva della “politica interna”&#8230; I casi dell&#8217;Italia fascista e la sua politica mediterranea, di Mattei e la “geopolitica del petrolio”, di Craxi con la sua &#8220;politica filo-araba&#8221; stanno a dimostrarlo&#8230; Non a caso si è trattato dei periodi della storia italiana in cui si è avuta una maggiore equità sociale e prosperità per gli italiani.</p>
<p>Per quanto riguarda le alleanze in politica estera, non è affatto scritto che il simile vada col simile. Anzi, la storia ci propone esempi di dissidi fortissimi tra Stati “comunisti”, “nazionalisti arabi” (il Ba‘th siriano contro quello iracheno) eccetera. Di nuovo, questo è l’errore che si compie ragionando in termini “ideologici” e non geopolitici. Il che non significa che un tipo di organizzazione dello Stato valga l’altro (politica interna). È semmai vero l’esatto contrario: “libertà” e “giustizia” possono essere garantite solo partendo da una “Idea” (non un profano “progetto”), da una “affermazione assoluta” con cui si ha l’irruzione nella storia di una forza che è d’origine “sovrumana”, grazie alla quale i domini della politica, dell’economia, della società, della cultura eccetera trovano naturale sistemazione[10].</p>
<p>Ma “Libertà” e “giustizia” non le si può esplicare nell’orticello di casa, in una logica di “piccola patria”, ancorché la cosa ci possa sembrare esaltante ed “eroica”. Questi valori imperituri sono diretta emanazione dall’Alto e solo rivolgendosi all’Alto si può sperare di potervisi adeguare nella misura in cui la natura umana lo consente. Ma non si può partire dalla “libertà” o dalla “giustizia”, o da qualsiasi altra edificante “parola d’ordine” per poi farne una “questione di principio” con cui giudicare anche le relazioni internazionali. Per renderle operative sul piano umano innanzitutto servono gli uomini giusti, uomini con una “visione”, investiti dal Cielo. Una volta che la Verità si manifesta in questo mondo, tutto il resto si mette “in ordine”.</p>
<p>Anche la Geopolitica, quindi, non spiega tutto, non è il punto di partenza per ‘comprendere’ il mondo. E questo ‘tranquillizzerà’ chi nutre diffidenze verso l’approccio geopolitico: d’altra parte nessuno tra coloro che utilizzano con perizia lo strumento d’analisi geopolitico ha mai preteso di presentare la Geopolitica come una “scienza esatta”… Questo o è un addebito da parte di chi non ha capito o non vuol capire, o una distorsione, un abuso di chi crede d’aver individuato un nuovo “determinismo”.</p>
<p>Ma è fuori di dubbio che uomini “in ordine”, orientati verso il Principio, esprimono al meglio anche la vocazione geopolitica di un territorio da cui prende le mosse la loro azione civilizzatrice imperiale. Non a caso, le prime conquiste dell’Islam seguirono tre direttrici: Egitto e nord Africa, Vicino Oriente siro-palestinese, altopiano iranico, anticamera rispettivamente di Africa e Mediterraneo, territori bizantini, India ed estremo oriente; così come tra i Compagni del Profeta vi furono un africano (Bilâl al-Habashî), un ‘greco’ (Suhayb ar-Rûmî) e un persiano (Salmân al-Fârsî), come a prefigurare le future linee di espansione di una civiltà, quella islamica, posta in una posizione “intermedia” nella massa continentale euro-afro-asiatica.</p>
<p>Non si pensi che all’origine degli Imperi del passato, tra cui quello <a href="http://books.google.it/books?id=aVM4eH2adBcC&amp;pg=PA13&amp;lpg=PA13&amp;dq=de+giorgio+tradizione+romana&amp;source=bl&amp;ots=3DcP_7MMFs&amp;sig=ifwx0LK2YlilqFLna5XhMRBTaxs&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=rjaMT5OZC8OfOsz9pMQJ&amp;ved=0CFcQ6AEwBg#v=onepage&amp;q=de%20giorgio%20tradizione%20romana&amp;f=false">romano</a>, non vi fossero degli uomini “incaricati” dall’Alto. La prova che vi erano sta nella Legge che essi seppero imporre alle genti. Si fa un gran parlare a sproposito di <em>sharî‘a</em>, con toni tra lo scandalizzato e il terrifico, eppure Roma antica verrà sempre presa a modello per l’imperio della Legge, l’unica in grado di dare forma ad uno Stato garante di “libertà” e “giustizia” per tutti i popoli su cui si esercitò il suo dominio e fintanto che vi furono uomini degni di svolgere la gravosa e responsabile funzione di Imperatore. Del resto il <a href="http://www.azionetradizionale.com/2011/12/31/il-fascio-littorio-nell%E2%80%99antica-roma-i-parte/">simbolo del Fascio littorio</a> simboleggia “libertà” (le verghe, distinte, ma tenute insieme dai “fasci” di cuoio rosso, simbolo dell’unità) e “giustizia” (la scure, in posizione centrale e dominante).</p>
<p>Dopo di che l’ineluttabile decadenza, come si può osservare in ogni ciclo di civiltà: uomini non “in ordine” ricoprenti il ruolo di Imperatori (o Califfi ecc.) non sono in grado di difendere né l’applicazione della Legge né le frontiere dell’Impero, che finisce in mille pezzi, preda delle forze centrifughe e dei particolarismi. Lo Stato non pratica più una geopolitica atta a rafforzarlo e a garantire prosperità ai suoi cittadini, bensì subisce la politica di soggetti ostili.</p>
<p>Alla fine di questo ciclo dell’umanità, non poteva che risorgere un mostro che già Roma schiacciò: quello della parodia dell’Impero, geopoliticamente fondato sul controllo di scali ed empori marittimi e “ideologicamente” impostato secondo i valori del commercio, il quale ha sì una funzione (quella di “scambio”), ma se debordante dal suo alveo non può che produrre i disordini – su ogni piano &#8211; che abbiamo sotto gli occhi, oscurando i valori dell’onore, della fedeltà e, soprattutto, del sacro[11]. In una battuta, si potrebbe affermare che se l’ideale romano, imperiale, di “giustizia”– con l’Impero quale esito di un processo di evoluzione-espansione in cui anche la geopolitica ha un ruolo – è riassunto nella formula “a ciascuno il suo” (<em>cuique suum</em>), secondo i valori dell’equità e della temperanza, quello mercantile delle potenze d’oltremare esalta al massimo grado l’accumulazione e l’appropriazione indebita a beneficio di una casta di bottegai e grassatori addobbati da “aristocrazia”; col resto della popolazione che, non conoscendo più un “alto” né un “basso”, si adegua al tipo umano scaltro, senza onore e fedeltà, e che soprattutto non crede fondamentalmente a nulla, incarnato nel mercante e soprattutto nel banchiere e nell’usuraio.</p>
<p>Si noti infine un elemento importante che coinvolge l’analisi geopolitica. Questo particolare tipo umano dalla dubbia moralità (quando la morale non è più sostenuta da ciò che le è sovraordinato alla fine si traduce addirittura in una… immoralità!) non può in alcun modo prendere il sopravvento in un Impero della “terra”, esito di un processo che parte dall’irruzione del divino nella storia per poi evolversi, anche secondo una specifica vocazione geopolitica, in un Impero, compiendosi così il “destino” di una terra e di un popolo di “eroi”. Viceversa, questo tipo umano, caratteristicamente ipocrita, coi suoi infimi pseudo-valori, spadroneggia in una parodia di Impero qual è quello della talassocrazia a guida anglosassone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* <strong>Enrico Galoppini è redattore di “Eurasia- Rivista di studi geopolitici”</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>FONTE</strong>:<a href="http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/3-societa/287-la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico">http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/3-societa/287-la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico</a></p>
<p></font><font size="1"><br />
<strong>NOTE</strong>:</p>
<div>
<div>
<p>[1] Almeno si dovrebbe avere il buon gusto di non far passare una cosa per un’altra.</p>
</div>
<div>
<p>[2] “Noi non possiamo e non vogliamo arrenderci alle ragioni della “geopolitica” ma vogliamo schierarci con le ragione della libertà, della giustizia, della dignità”. <a href="http://appellosiriaegitto.blogspot.it/">http://appellosiriaegitto.blogspot.it/</a></p>
</div>
<div>
<p>[3] Prosperità che non si limita affatto alla sfera materiale. Si pensi alla “chiamata alla preghiera” nell’Islam: il <em>mu’adhdhin </em>(il “muezzin”) recita, tra le altre cose, “venite alla prosperità!”.</p>
</div>
<div>
<p>[4] A scanso di equivoci, siccome c’è sempre qualcheduno che vuol capire a modo suo, ciò non significa giustificare ed approvare le politiche degli Usa in Centro America e in America Latina, né quelle inglesi in Irlanda!</p>
</div>
<div>
<p>[5] In quest’ultimo caso si pensi alla creazione di Libano, Siria, Giordania eccetera: aspirazioni particolaristiche di “piccoli popoli” e di qualche avventuriero, più o meno indotte, che hanno destato l’interesse di grandi potenze. Lo stesso dicasi per la Jugoslavia o la Cecoslovacchia, dopo la frantumazione dell’Impero asburgico.</p>
</div>
<div>
<p>[6] Uno non vale l’altro: esiste una geografia sacra di cui l’analisi geopolitica deve tenere conto.</p>
</div>
<div>
<p>[7] Alcuni recenti comportamenti di Hamas hanno gettato sconcerto tra alcuni “antimperialisti” sin qui simpatizzanti col movimento di resistenza islamico palestinese.</p>
</div>
<div>
<p>[8] Qui, probabilmente, entra in ballo la questione delle affiliazioni e delle “obbedienze”…</p>
</div>
<div>
<p>[9] Si ricordi inoltre che l’Italia fu anche il primo Stato a riconoscere ufficialmente l’Unione sovietica… e per tutto il periodo fascista, checché ne pensino coloro per i quali esiste solo il “Nazifascismo”, i contatti con Mosca, per il tramite di Bombacci – fondatore del Pcd’I e poi aderente alla Rsi – non cessarono mai.</p>
</div>
<div>
<p>[10] È il caso, nella tradizione islamica, della <em>Laylat al-Qadr</em>, la “Notte della determinazione [di tutte le cose]” (chiamata in italiano anche “del Potere” – del <em>kun fa-yakun</em>: “sii, e la cosa è” &#8211; e, impropriamente, “del Destino”), nella quale venne “rivelato” al Profeta Muhammad l’intero Corano e pertanto ogni cosa è stata “rivelata” per quel che è. La “civiltà islamica”, con le sue istituzioni, le sue arti ecc. era contenuta <em>in nuce</em> in quell’evento. <em>Lâ ilâha illâ Llâh</em> (“Non v’è divinità, se non Allâh”) è l’“affermazione assoluta” – che non può che passare per una negazione – vanamente ricercata dai filosofi moderni, i quali non hanno mai avuto sentore di che cosa siano l’unicità del Principio e l’unità del Tutto.</p>
</div>
<div>
<p>[11] Valori, questi, rispettivamente dei “guerrieri” e dei “sacerdoti”, e che in epoche passate hanno dato forma alla vita di tutti quanti, compresi gli appartenenti al “popolo”.</p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 11:21:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geostrategia e Militaria]]></category>
		<category><![CDATA[Camp Bondsteel]]></category>
		<category><![CDATA[Croazia]]></category>
		<category><![CDATA[Eroina]]></category>
		<category><![CDATA[Hashim Thaci]]></category>
		<category><![CDATA[Heroin Transport Corridor]]></category>
		<category><![CDATA[Hillary Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
		<category><![CDATA[Macedonia]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[Slovenia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Traffico di eroina]]></category>
		<category><![CDATA[UCK]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15205</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/" title="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hillary_rodh31d4_adad9.578u35mp964o0skcggc8wocoo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="94" alt="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani" ></div></a>William Engdahl, 13 Aprile 2012 &#160; In uno degli annunci più bizzarri della politica estera della bizzarra amministrazione Obama, la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton, ha annunciato che Washington &#8216;aiuterà&#8217; il Kosovo ad aderire alla NATO e all&#8217;Unione europea. Ha fatto la promessa dopo un recente incontro a Washington con il Primo Ministro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/" title="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hillary_rodh31d4_adad9.578u35mp964o0skcggc8wocoo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="94" alt="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani" ></div></a><p><font size="2"><strong><em>William Engdahl, 13 Aprile 2012</em> </strong><br />
&nbsp;<br />
In uno degli annunci più bizzarri della politica estera della bizzarra amministrazione Obama, la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton, ha annunciato che Washington &#8216;aiuterà&#8217; il Kosovo ad aderire alla NATO e all&#8217;Unione europea. Ha fatto la promessa dopo un recente incontro a Washington con il Primo Ministro del Kosovo Hashim Thaci, dove ha elogiato i progressi del suo governo nel progredire verso “l&#8217;integrazione e lo sviluppo economico europeo”. [1] </p>
<p>Il suo annuncio ha senza dubbio causato seri maldipancia tra i funzionari governativi e militari delle varie capitali europee della NATO. Pochi comprendono la pazzia del piano della Clinton nel spingere il Kosovo nella NATO e nell&#8217;UE. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Kosovo base geopolitica </strong><br />
&nbsp;</p>
<p>La controversa proprietà oggi chiamata Kosovo, era parte della Jugoslavia ed era legata alla Serbia fino a quando la campagna dei bombardamenti NATO nel 1999, ha demolito quel che restava della Serbia di Milosevic, aprendo la strada agli Stati Uniti, con la dubbia assistenza delle nazioni dell&#8217;UE, soprattutto della Germania, nel spartire l&#8217;ex Jugoslavia in minuscoli pseudo-stati dipendenti. Il Kosovo ne è uno, così come la Macedonia. Slovenia e Croazia già in precedenza si erano separate dalla Jugoslavia, con il forte aiuto del ministero degli esteri tedesco. </p>
<p>Alcune brevi rassegne sulle circostanze che hanno portato alla secessione del Kosovo dalla Jugoslavia, aiutano a capire quanto sarà rischiosa la sua adesione alla NATO o all&#8217;Unione europea per il futuro dell&#8217;Europa. Hashim Thaci, l&#8217;attuale Primo Ministro del Kosovo, ha ottenuto il suo posto, per così dire, attraverso il Dipartimento di Stato degli USA, e non tramite libere elezioni democratiche nel Kosovo. Il Kosovo non è riconosciuto come Stato legittimo dalla Russia, dalla Serbia e da oltre un centinaio di altre nazioni. Tuttavia, è stato immediatamente riconosciuto quando ha dichiarato l&#8217;indipendenza nel 2008, dall&#8217;amministrazione Bush e da Berlino. </p>
<p>L&#8217;adesione all&#8217;Unione europea del Kosovo, sarebbe il benvenuto a un altro Stato fallito, cosa che non può disturbare la Segretaria Clinton, ma di cui l&#8217;Unione europea, in questo momento sicuramente, può fare a meno. Le migliori stime sulla disoccupazione nel paese, la danno a circa il 60%. Non è che il terzo a livello mondiale. L&#8217;economia era sempre la più povera della Jugoslavia, ed oggi è peggio. Ma il vero problema, per il futuro della pace e della sicurezza, è la natura dello stato del Kosovo, che è stato creato da Washington alla fine degli anni &#8217;90. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Stato mafioso e Camp Bondsteel </strong><br />
&nbsp;</p>
<p>Il Kosovo è una piccola parcella di terra in una delle posizioni più strategiche di tutta Europa, dal punto di vista geopolitico l&#8217;obiettivo militare degli Stati Uniti è controllare i flussi del petrolio e gli sviluppi politici del Medio Oriente, a danno di Russia ed Europa occidentale. L&#8217;attuale riconoscimento degli USA dell&#8217;auto-dichiarata Repubblica del Kosovo, è una continuazione della politica statunitense nei Balcani, fin dall&#8217;illegale bombardamento della NATO e degli USA della Serbia, nel 1999, dallo schieramento fuori area della NATO, approvato dal Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU, presumibilmente sulla premessa che l&#8217;esercito di Milosevic sarebbe stato sul punto di effettuare un genocidio degli albanesi del Kosovo.<br />
Alcuni mesi prima dei bombardamenti statunitensi degli obiettivi serbi, uno dei più pesanti bombardamenti dalla Seconda Guerra Mondiale, un alto funzionario dell&#8217;intelligence statunitense aveva parlato, in conversazioni private con alti ufficiali dell&#8217;esercito croato, a Zagabria, della strategia di Washington per l&#8217;ex Jugoslavia. Secondo questi rapporti, comunicati privatamente all&#8217;autore, l&#8217;obiettivo del Pentagono già alla fine del 1998 era prendere il controllo del Kosovo, al fine di garantirsi una base militare per controllare l&#8217;intera regione del sud-est europeo, fino alle terre petrolifere del Medio Oriente. </p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/010724-A-1549E-001.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/010724-A-1549E-001.jpg" alt="" title="010724-A-1549E-001" width="610" height="406" class="aligncenter size-full wp-image-15214" /></a></p>
<p>Dal giugno 1999, quando la Kosovo Force (KFOR) della NATO occupò il Kosovo, quindi una parte integrante dell&#8217;allora Jugoslavia, il Kosovo era tecnicamente nel quadro di un mandato delle Nazioni Unite, secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU. Russia e Cina avevano inoltre convenuto su tale mandato, che specificava il ruolo della KFOR nel garantire la fine dei combattimenti inter-etnici e le atrocità tra la minoranza serba, le altre e la maggioranza albanese islamica del Kosovo. Sotto il 1244 il Kosovo sarebbe rimasto parte della Serbia, in attesa di una risoluzione pacifica del suo status. Questa risoluzione delle Nazioni Unite è stata palesemente ignorata dagli Stati Uniti, dalla Germania e da altri elementi dell&#8217;Unione europea, nel 2008. </p>
<p>Il riconoscimento tempestivo del Kosovo da parte della Germania e di Washington, e l&#8217;indipendenza nel febbraio 2008, significativamente avvennero il giorno dopo le elezioni del presidente della Serbia, che confermarono il filo-Washington Boris Tadic, che aveva avuto un secondo mandato di quattro anni. Con Tadic assicurato, Washington poteva contare su una reazione serba compatibile al suo sostegno al Kosovo. </p>
<p>Subito dopo il bombardamento della Serbia, nel 1999, il Pentagono aveva sequestrato 1000 acri di terra a Uresevic, in Kosovo, vicino al confine con la Macedonia, e aggiudicò un contratto alla Halliburton, quando Dick Cheney ne era l&#8217;amministratore delegato, per costruire una delle più grandi basi militari degli USA all&#8217;estero, Camp Bondsteel, oggi con più di 7000 soldati. </p>
<p>Il Pentagono si era già assicurato sette nuove basi militari in Bulgaria e Romania, sul Mar Nero e nei Balcani settentrionali, comprese le basi aeree di Graf Ignatievo e Bezmer in Bulgaria, e la base aerea di Mihail Kogalniceanu in Romania, utilizzate per &#8220;ridurre&#8221; le operazioni militari in Afghanistan e in Iraq. L&#8217;installazione rumena ospita la Joint Task Force East del Pentagono. Il colossale Camp Bondsteel degli Stati Uniti, in Kosovo, e l&#8217;utilizzo e il potenziamento dei porti croati e montenegrini dell&#8217;Adriatico, per le implementazioni della Marina degli Stati Uniti, completano la militarizzazione dei Balcani. [2] </p>
<p>L&#8217;agenda strategica degli Stati Uniti per il Kosovo è in primo luogo militare, secondariamente, a quanto pare, riguarda il traffico di stupefacenti. Il suo obiettivo principale è opporsi alla Russia e il controllo dei flussi di petrolio dal Mar Caspio e dal Medio Oriente all&#8217;Europa occidentale.  Dichiarandone l&#8217;indipendenza, Washington ottiene uno stato debole che può controllare completamente. Finché fosse rimasto parte della Serbia, il controllo militare della NATO sarebbe stato politicamente insicuro. Oggi il Kosovo è controllato come una satrapia militare della NATO, la cui KFOR vi ha posto 16.000 soldati, per una popolazione di soli 2 milioni di abitanti. Camp Bondsteel fa parte di una serie di cosiddette basi operative avanzate o &#8220;ninfee&#8221; (elistazioni NdT), come li chiamava Donald Rumsfeld, per l&#8217;azione militare a est e a sud. Ora, portando formalmente il Kosovo nell&#8217;UE e nella NATO, rafforzerà la base militare, dopo che la Repubblica di Georgia dominata dal protetto degli USA Saakashvili, aveva così miseramente fallito, nel 2008, nel ricoprire quel ruolo per conto della NATO. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Heroin Transport Corridor</strong><br />
&nbsp;</p>
<p>Il controllo militare USA-NATO del Kosovo serve a diversi scopi dell&#8217;agenda geo-strategica di Washington. In primo luogo, consente un maggiore controllo degli Stati Uniti sul petrolio e sulle potenziali rotte degli oleodotti e dei gasdotti dal Mar Caspio e dal Medio Oriente all&#8217;UE, nonché il controllo dei corridoi di trasporto che collegano l&#8217;Unione europea al Mar Nero. Inoltre, protegge il traffico di eroina multi-miliardario che, significativamente, è cresciuto fino a registrare dei record in Afghanistan dall&#8217;inizio dell&#8217;occupazione statunitense, secondo funzionari dei narcotici delle Nazioni Unite. </p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Balkans_regions_map.png"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Balkans_regions_map.png" alt="" title="Balkans_regions_map" width="610" height="458" class="aligncenter size-full wp-image-15215" /></a></p>
<p>Kosovo e Albania sono le principali rotte di transito dell&#8217;eroina verso l&#8217;Europa. Secondo un rapporto annuale del 2008 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sul traffico internazionale di stupefacenti, alcune importanti rotte del traffico di droga passano attraverso i Balcani. Il Kosovo viene indicato come un punto chiave per il passaggio di eroina dalla Turchia e dall&#8217;Afghanistan all&#8217;Europa occidentale. Questo flusso di droga passa sotto l&#8217;occhio vigile del governo Thaci.</p>
<p>Dall&#8217;epoca dei suoi rapporti con la tribù Meo, in Laos, durante l&#8217;epoca del Vietnam, la CIA ha protetto il traffico di stupefacenti in luoghi chiave, per finanziare in parte le sue operazioni segrete. La dimensione del traffico internazionale di sostanze stupefacenti, oggi, è tale che le principali banche statunitensi come Citigroup, ricaverebbero una quota significativa dei loro profitti dal riciclaggio del traffico. </p>
<p>Una delle caratteristiche più notevoli della corsa indecente di Washington e degli altri Stati a riconoscere immediatamente l&#8217;indipendenza del Kosovo, è il fatto che ben sapevano che il suo governo e i suoi due principali partiti politici, sono in realtà gestiti dalla criminalità organizzata albanese del Kosovo. Hashim Thaci, Primo Ministro del Kosovo e capo del Partito Democratico del Kosovo, è l&#8217;ex leader dell&#8217;organizzazione terroristica che gli Stati Uniti e la NATO addestrarono e chiamarono Esercito di liberazione del Kosovo, KLA, o in albanese UCK. Negli ambienti della criminalità del Kosovo, è conosciuto come Hashim &#8216;il Serpente&#8217; per la sua spietatezza personale verso gli avversari. </p>
<p>Nel 1997, l&#8217;Inviato Speciale per i Balcani del presidente Clinton, Robert Gelbard, descrisse l&#8217;UCK, come indubbiamente un gruppo terrorista. Era molto di più. E&#8217; una mafia clanistica, impossibile quindi infiltrarvisi, che controlla l&#8217;economia sommersa del Kosovo. Oggi il Partito Democratico di Thaci, secondo fonti delle polizie europee, mantiene i suoi legami con il crimine organizzato.<br />
Un rapporto del BND tedesco del 22 febbraio 2005, etichettato Top Secret, che da allora è trapelato,  dichiarava: “Tramite elementi chiave, per esempio Thaci, Haliti, Haradina, vi è uno stretto legame tra politica, l&#8217;economia e la criminalità organizzata internazionale nel Kosovo. Le organizzazioni criminali favoriscono l&#8217;instabilità politica e non hanno alcun interesse nella costruzione di uno stato ordinato e funzionante, che potrebbe nuocere ai loro affari crescenti.” [3]</p>
<p>L&#8217;UCK ha iniziato le azioni nel 1996 con il bombardamento dei campi profughi serbi che ospitavano i rifugiati dalle guerre in Bosnia e Croazia. L&#8217;UCK aveva ripetutamente fatto appello alla &#8216;liberazione&#8217; di aree di Montenegro, Macedonia e della Grecia settentrionale. Thaci non è certo una figura della stabilità regionale, per dirla morbidamente. </p>
<p>Il 44enne Thaci era un protetto personale della Segretaria di Stato di Clinton Madeleine Albright, durante gli anni &#8217;90, quando era  solo un gangster 30enne. L&#8217;UCK è stato sostenuto fin dall&#8217;inizio dalla CIA e dal BND tedesco. Durante la guerra del 1999, l&#8217;UCK è stata sostenuta direttamente dalla NATO. Nel momento in cui venne assunto dagli Stati Uniti, nella metà degli anni &#8217;90, Thaci aveva fondato il &#8216;Gruppo di Drenica&#8217;, un sindacato criminale del Kosovo con legami con le mafie albanese, macedone e italiana. Un rapporto classificato del gennaio 2007, preparato per la Commissione UE, intitolato &#8216;VS-Nur fur den Dienstgebrauch&#8217;, venne fatto trapelare ai media. Contiene in dettaglio l&#8217;attività criminale organizzata del KLA e del suo successore, il Partito democratico di Thaci. </p>
<p>Nel dicembre 2010, la relazione del Consiglio d&#8217;Europa venne pubblicata, il giorno dopo che la commissione elettorale del Kosovo aveva detto che il partito dell&#8217;onorevole Thaci aveva vinto le prime elezioni post-indipendenza, e accusava le potenze occidentali di complicità nell&#8217;ignorare le attività criminali della cerchia guidata da Thaci: &#8220;Thaci e questi altri membri &#8216;del Gruppo di Drenica&#8217; sono costantemente indicati come &#8216;attori chiave&#8217; nei rapporti di intelligence sulle strutture della criminalità organizzata della mafia del Kosovo&#8221;, dice il rapporto. &#8220;Abbiamo scoperto che il &#8216;Gruppo di Drenica&#8217; ha avuto come capo o, per usare la terminologia delle reti della criminalità organizzata, un suo &#8216;boss&#8217; nel rinomato politico &#8230; Hashim Thaci&#8221;. [4]</p>
<p>La relazione afferma che Thaci esercitava un &#8220;controllo violento&#8221; sul traffico di eroina. Dick Marty, l&#8217;investigatore dell&#8217;Unione europea, ha presentato il rapporto ai diplomatici di tutti gli Stati membri dell&#8217;UE. La risposta è stata il silenzio. Washington è dietro Thaci. [5] </p>
<p>La stessa relazione del Consiglio d&#8217;Europa sulla criminalità organizzata del Kosovo accusava  l&#8217;organizzazione mafiosa di Thaci di trattare il commercio di organi umani. Figuri della cerchia intima di Thaci, sono stati accusati di aver tenuto dei prigionieri oltre il confine con l&#8217;Albania, dopo la guerra, dove si dice che un certo numero di serbi sono stati uccisi affinché i loro reni fossero venduti sul mercato nero. In un caso, rivelato nei procedimenti giudiziari in un tribunale distrettuale di Pristina del 2008, si diceva che gli organi erano stati presi dalle povere vittime in una clinica conosciuta come Medicus, &#8220;collegata all&#8217;espianto di organi da parte del Kosovo Liberation Army (KLA), nel 2000”. [6]</p>
<p>La questione diventa allora, perché Washington, la NATO, l&#8217;UE e annessi e, soprattutto, il governo tedesco, sono così desiderosi di legittimare il distacco del Kosovo? Un Kosovo gestito internamente dalle reti della criminalità organizzata, è facile da controllare per la NATO. Essendo sicuro che uno Stato debole è molto più facile da sottomettere al dominio della NATO. In combinazione con l&#8217;Afghanistan controllato dalla NATO, da cui arriva l&#8217;eroina, con il Kosovo controllato dal Primo Ministro Thaci, il Pentagono sta costruendo una rete di accerchiamento attorno alla Russia, che è tutto tranne che pacifica. </p>
<p>La dipendenza di Thaci dalle buone grazie degli Stati Uniti e della NATO, assicura che il governo di Thaci farà ciò che gli viene chiesto. Questo, a sua volta, assicura agli Stati Uniti un vantaggio importante, consolidando la propria presenza militare permanente nel strategicamente vitale sud-est Europa. Si tratta di un passo importante nel consolidamento del controllo NATO sull&#8217;Eurasia, e fornisce agli Stati Uniti un notevole margine di oscillazione nell&#8217;equilibrio di potere europeo. Meraviglia poco che Mosca non abbia accolto con favore la vicenda, così come numerosi altri Stati. Gli Stati Uniti stanno letteralmente giocando con la dinamite, e potenzialmente anche con la guerra nucleare nei Balcani. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>F. William Engdahl, è autore di <em><a href="http://www.amazon.com/Century-War-Anglo-American-Politics-World/dp/074532309X/sr=1-1/qid=1165788589/ref=pd_bbs_1/103-9935134-1529436?ie=UTF8&#038;s=books">A Century of War: Anglo-American Oil Politics in the New World Order</a></em>. Collabora con BFP e può essere contattato attraverso il suo sito web <a href="http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/">www.engdahl.oilgeopolitics.net</a>, dove questo articolo è stato originariamente pubblicato. </strong><br />
&nbsp;</p>
<p>FONTE: <a href="http://www.boilingfrogspost.com/2012/04/13/washingtons-bizarre-kosovo-strategy-could-destroy-nato/#more-13795">http://www.boilingfrogspost.com/2012/04/13/washingtons-bizarre-kosovo-strategy-could-destroy-nato/#more-13795</a></p>
<p></font><font size="1"></p>
<p>NOTE:</p>
<p>[1] RIA Novosti, US to Help Kosovo Join EU NATO: Clinton, 5 aprile 2012, <a href="http://en.rian.ru/world/20120405/172621125.html">http://en.rian.ru/world/20120405/172621125.html</a>. </p>
<p>[2] Rick Rozoff, Pentagon and NATO Complete Their Conquest of The Balkans, Global Research, 28 novembre 2009, <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&#038;aid=16311">www.globalresearch.ca/index.php?context=va&#038;aid=16311</a>. </p>
<p>[3] Tom Burghardt, The End of the Affair: The BND, CIA and Kosovo&#8217;s Deep State, <a href="http://wikileaks.org/wiki/The_End_of_the_Affair%3F_The_BND%2C_CIA_and_Kosovo%27s_Deep_State">http://wikileaks.org/wiki/The_End_of_the_Affair% 3F_The_BND% 2C_CIA_and_Kosovo% 27s_Deep_State</a> . </p>
<p>[4] The Telegraph, Kosovo&#8217;s prime minister &#8216;key player in mafia-like gang ,&#8217; 14 dicembre 2010.</p>
<p>[5] Ibid.</p>
<p>[6] Paul Lewis, Kosovo PM is head of human organ and arms ring Council of Europe reports , The Guardian, 14 dicembre 2010.</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/puskhov-a-roma-spiega-le-direttrici-strategiche-del-terzo-mandato-di-putin/15198/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/puskhov-a-roma-spiega-le-direttrici-strategiche-del-terzo-mandato-di-putin/15198/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksej Pushkov]]></category>
		<category><![CDATA[Brics]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[unione eurasiatica]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<category><![CDATA[vladimir putin]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15198</guid>
		<description><![CDATA[Martedì 17 aprile, presso la sala di Palazzo Santacroce a Roma, sede del Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma, è andata in archivio la conferenza dal titolo “Il ritorno del presidente Putin: le prospettive della politica estera". I lavori sono stati introdotti dal presidente dell’ISPI, Giancarlo Aragona, seguito dal presidente della commissione Affari Esteri della Duma di Stato e presidente della delegazione russa presso l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, Aleksej Pushkov. Sono intervenuti anche Luisa Todini, presidente della sezione italiana del Foro di Dialogo Italo-Russo, e Franco Venturini del Corriere della Sera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/puskhov-a-roma-spiega-le-direttrici-strategiche-del-terzo-mandato-di-putin/15198/" title="Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/vladimir_putin.dv1rprassvco4kg840okc8gcw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="105" alt="Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin" ></div></a><p><font size="2">Martedì 17 aprile, presso la sala di Palazzo Santacroce a Roma, sede del Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma, è andata in archivio la conferenza dal titolo “<em>Il ritorno del presidente Putin: le prospettive della politica estera</em>&#8220;. I lavori sono stati introdotti dal presidente dell’ISPI, Giancarlo Aragona, seguito dal presidente della commissione Affari Esteri della Duma di Stato e presidente della delegazione russa presso l&#8217;Assemblea Parlamentare del Consiglio d&#8217;Europa, Aleksej Pushkov. Sono intervenuti anche Luisa Todini, presidente della sezione italiana del Foro di Dialogo Italo-Russo, e Franco Venturini del Corriere della Sera.<br />
Riportiamo di seguito l’intervento del diplomatico russo:<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em>“Putin ha una visione chiara e ben conosciuta della politica estera della Federazione Russa e anche quando Medvedev era presidente si continuava a seguire la politica tracciata da Putin. Da un punto di vista strategico i primi anni del XXI secolo vedono affacciarsi la Russia come un centro di potere indipendente. In passato molto volte è stato chiesto alla Russia di entrare o aderire all&#8217;Unione Europea e alla NATO ma questo si è visto che non è possibile. La NATO, in quanto alleanza strategica politico-militare tra UE e NATO è un&#8217;alleanza diseguale. Innanzitutto, anche a causa della crisi economica, gli Stati Uniti coprono le spese della NATO in enorme misure rispetto agli alleati europei. Oltre a questo la NATO è una organizzazione dove formalmente sono tutti uguali ma gli USA sono &#8220;più uguali degli altri&#8221; e dettano le regole del gioco. In terzo luogo la Russia è contro il concetto di &#8220;interventi umanitari&#8221; e contro il loro utilizzo in giro per il mondo. In Iraq, come abbiamo visto, non si è trattato di un intervento umanitario, anche perché le pretese armi di distruzione di massa si sono rivelate un falso pretesto per coprire altri scopi. Quella in Iraq è una guerra di invasione con scopi geopolitici frutto della strategia attuata durante la presidenza Bush ed in cui le prime vittime sono state i civili iracheni. Anche in Libia si è trattata di una guerra di aggressione e l&#8217;uccisione di Gheddafi non è assolutamente legittima in quanto viola il diritto internazionale oltre a non essere in nessun modo prevista dalla risoluzione votata da Russia e Cina e anzi in aperta violazione della stessa. La risoluzione 1973 dell&#8217;ONU è stata quindi un inganno per coprire gli interessi geopolitici e militari degli USA e della NATO. Per quanto riguarda la situazione in Siria, la Russia ha già posto il veto due volte nel consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU per evitare il ripetersi di una nuova Libia. La situazione venutasi a creare con la guerra civile in Siria è sotto ogni punto di vista insostenibile e gravissima, ma quelli come il francese Bernard-Henri Lévy che sostengono l&#8217;intervento armato occidentale sono degli incoscienti e mentono o non conoscono la realtà della Siria. La Siria è un Paese complesso dove convivono molte etnie e religioni, gli Alauiti, il gruppo che detiene il potere politico e militare sono il 13% della popolazione, mentre i cristiani sono il 10%. Chi va in Siria e chiede ai cristiani cosa pensano di Assad scopre che la maggior parte dei cristiani sono contro la deposizione di Assad perché sanno che in caso di caduta del regime loro sarebbero i primi ad essere trucidati. Il cosiddetto &#8220;esercito di liberazione siriano&#8221; è in gran parte composto da estremisti islamici e gente che viene dall&#8217;esterno. L&#8217;opposizione siriana, che esiste, non chiede l&#8217;intervento armato ma il dialogo con Assad. Se volete chiedere a qualcuno chi sono le forze che cercano di rovesciare il presidente Assad, non è certo un mistero, basta chiederlo a Hillary Clinton che insieme ad altri Stati occidentali e non arma e finanzia le bande armate dell&#8217;opposizione. Anche in Libia, del resto, dopo la caduta di Gheddafi non si è instaurata nessuna democrazia né c&#8217;è libertà, ma c&#8217;è un regime tribale-confessionale oppressivo ed ancora in molte zone impazza la guerra civile. LA ragione per cui Assad è ancora al potere è perché Damasco, la popolazione, non vuole la guerra civile, se Assad perde il potere sarà il caos. A Damasco ci sono 5 milioni di abitanti, non c&#8217;è oppressione, le donne sono libere, poche portano il velo, la società è praticamente laica e moderna. Non c&#8217;è bisogno di spiegare il tipo di società in vigore in quei Paesi &#8220;interventisti&#8221; come il Quatar e L&#8217;Arabia Saudita che annunciano di voler portare la democrazia in Siria con le bombe, un simile proclama suona alquanto strano. Le moschee in Siria sono molto presenti e frequentate ma non esiste un islam radicale ed estremista, però gli islamisti sono pronti e scalpitano per trasformarle in scuole coraniche dove si insegna l&#8217;estremismo e si fabbricano terroristi. E&#8217; un fatto accertato che Al Qaida sta spostando le sue azioni in Siria, addirittura nel centro di Damasco, spedendo i suoi militanti dai Paesi limitrofi come Giordania e Iraq.<br />
Da un parte, certamente, c&#8217;è la repressione del regime che provoca vittime ma dall&#8217;altra parte abbiamo gruppi armati pronti a scatenare massacri di civili. Questi &#8220;amici della Siria&#8221; che hanno la loro centrale operativa a Istanbul e sono coordinati dalla NATO e dalle monarchie arabe che vogliono il rovesciamento di Assad, non fanno il bene della Siria. La vera opposizione siriana infatti non vuole il rovesciamento del regime perché sa bene che si creerebbe il caos e la Siria si trasformerebbe in un nuovo Iraq. La soluzione giusta della crisi consiste nel radunare le forze dell&#8217;opposizione e proseguire nella mediazione per andare alle elezioni in un clima di sicurezza. La missione di Kofi Annan è stata possibile proprio grazie al veto russo e cinese che hanno bloccato l&#8217;intervento armato. In questo contesto in cui la Russia si schiera contro la guerra le prospettive di collaborazione con l&#8217;Occidente sono buone. La Russia lavora per realizzare una soluzione condivisa da tutti, la Russia non vuole chiudere la porta al dialogo con l&#8217;Europa e gli USA, la Russia ha bisogno dell&#8217;Occidente per modernizzarsi e servono gli investimenti.<br />
Gli USA hanno bisogno della Russia per risolvere le crisi in Corea e in Iran e quasi tutte le crisi regionali hanno bisogno di passare per il Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU per trovare una soluzione. Inoltre l&#8217;apporto della Russia è necessario per risolvere la situazione in Afghanistan ed agevolare la ritirata dei soldati delle forze occidentali. Oggi l&#8217;Occidente non ha più solo la Russia come interlocutore isolato ma essa fa ora parte di due organizzazioni importanti come l&#8217;Unione Eurasiatica e i BRICS, che sono due attori emergenti importanti con cui bisogna avere a che fare”</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/puskhov-a-roma-spiega-le-direttrici-strategiche-del-terzo-mandato-di-putin/15198/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

