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	<title>eurasia-rivista.org &#187; usa</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 20:27:17 +0000</lastBuildDate>
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		<title>L&#8217;enigma dell&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 18:12:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[L'embargo petrolifero dell'UE che ha recentemente colpito l'Iran e le minacce espresse dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali di future ulteriori sanzioni contro il paese, hanno portato gli osservatori a concludere che alla fine un conflitto armato tra l'Iran e l'Occidente può essere imminente. Gli osservatori prospettano due possibili scenari: la guerra o la destabilizzazione interna della Repubblica Islamica...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lenigma-delliran/13413/" title="L&#8217;enigma dell&#8217;Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/iran_map1.7b55gzoc524g4w8s8gkk04scg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="L&#8217;enigma dell&#8217;Iran" ></div></a><p><span style="font-size: small;">L&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE che ha recentemente colpito l&#8217;Iran e le minacce espresse dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali di future ulteriori sanzioni contro il paese, hanno portato gli osservatori a concludere che alla fine un conflitto armato tra l&#8217;Iran e l&#8217;Occidente può essere imminente.</p>
<div> <span style="font-size: small;">Il primo scenario potenziale nel contesto è che l&#8217;attuale situazione di stallo degeneri in una guerra. Le forze degli USA nell&#8217;area del Golfo attualmente contano 40.000 effettivi, oltre 90.000 sono schierati in Afghanistan, appena ad est dell&#8217;Iran, e molte migliaia di truppe di supporto sono dispiegate in diversi paesi asiatici. Aggiungendo ciò a un notevole potenziale militare che comunque non può fornire quello che serve per tenere tutto sotto controllo, se le ostilità armate dovessero scoppiare. Per esempio, Colin H. Kahl sostiene in un recente articolo su Foreign Affairs che, anche se &#8220;non c&#8217;è alcun dubbio che Washington vincerà in senso strettamente operativo&#8221;¹, gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione una vasta gamma di problemi pertinenti.</p>
<p>Al momento, mantenere lo status quo non è nell&#8217;interesse degli Stati Uniti, ritiene Stratfor, un&#8217;agenzia di intelligence globale statunitense: &#8220;Se al-Assad sopravvive e se la situazione in Iraq procede come ha proceduto, allora l&#8217;Iran sta creando una realtà che definirà la regione. Gli Stati Uniti non hanno una coalizione ampia ed efficace, e certamente non una che si possa radunare in caso di guerra. Hanno solo Israele&#8230; &#8220;² Se il conflitto con l&#8217;Iran prende la forma di una lunga campagna di bombardamenti e si presenta come un prologo all&#8217;occupazione del paese, gli Stati Uniti avranno bisogno di rafforzare la loro posizione nelle regioni adiacenti, il che significa che Washington cercherà di trascinare le repubbliche caucasiche (Georgia, Azerbaijan) e quelle dell&#8217;Asia centrale nella sua orbita politica, e quindi stringendo la &#8220;stretta dell&#8217;anaconda&#8221; intorno alla Russia.</p>
<p>Uno scenario alternativo merita, però attenzione. Le sanzioni UE farebbero sicuramente male a molte  economie europee &#8211; in particolare, Grecia, Italia e Spagna &#8211; di rimbalzo. Infatti, il capo della diplomazia spagnola, José Manuel García-Margallo, ha descritto senza mezzi termini la decisione delle sanzioni come un sacrificio³. Per quanto riguarda l&#8217;Iran, il blocco petrolifero può causare al suo bilancio annuale una contrazione di 15-20 miliardi di dollari, che in genere non sarebbe critica ma, con le elezioni parlamentari del paese e le elezioni presidenziali del 2013 che si stanno avvicinando e l&#8217;Occidente che è attivo nel puntellare l&#8217;opposizione interna, potrebbero derivarne dei disordini interni.</p>
<p>Teheran ha già messo in chiaro che farà seri sforzi per trovare acquirenti alle sue esportazioni di petrolio altrove. Cina e India, rispettivamente numero uno e numero tre dei clienti dell&#8217;Iran, hanno momentaneamente spazzato via l&#8217;idea delle sanzioni USA. Il Giappone ha garantito il supporto a Washington sulla questione, ma non avvierà alcun tipo di piano specifico per ridurre i volumi di petrolio che importa dall&#8217;Iran. Il Giappone, tra l&#8217;altro, è stato duramente colpito nel 1973 quando Wall Street ha provocato una crisi petrolifera e le garanzie degli Stati Uniti si dimostrarono vane. Di conseguenza, ci si può aspettare che Tokyo approcci alle sanzioni suggerite da Washington con la massima cautela e chieda agli Stati Uniti garanzie inequivocabili che la Casa Bianca non sarà in grado di fornire. Inoltre, gli Stati Uniti stanno corteggiando la Corea del Sud con l&#8217;obiettivo di farle tagliare le importazioni di petrolio dall&#8217;Iran.</p>
<p>L&#8217;opposizione crescente ai piani che preparano lo scenario militare di Cina, Russia, e India sembra mantenere la promessa di una alleanza di paesi che cercano di domare l&#8217;egemonia e l&#8217;unilateralismo furioso degli Stati Uniti. Gli analisti di Stratfor hanno puntato sul fatto che il tempo non è dalla parte degli Stati Uniti, considerando che i paesi BRIC hanno qualche opportunità di influenzare la situazione nella zona del potenziale conflitto, con il lancio di manovre congiunte anti-terrorismo e anti-pirateria nel Mare Arabico e nel Golfo Persico.</p>
<p>Indurre il cambiamento di regime in Iran, l&#8217;obiettivo finale di Washington, ha ancora un pretesto. Gli Stati Uniti hanno da tempo adocchiato varie fazioni in Iran, nella speranza di sfruttare le rivalità nazionali esistenti nel paese, impiegando parallelamente la tecnica consolidata delle rivoluzioni colorate, come il sostegno al Movimento Verde o la creazione di una ambasciata virtuale per l&#8217;Iran. </p>
<p>Richard Sanders, un critico della politica estera degli Stati Uniti, ha rilevato che, almeno dall&#8217;invasione del Messico alla fine del secolo XIX, gli Stati Uniti hanno sempre invocato il meccanismo degli incidenti come pretesto per la guerra, avanzando varie giustificazioni per i suoi interventi militari⁴. L&#8217;arciconservatore statunitense Patrick J. Buchanan ha evocato, nel suo articolo di opinione intitolato &#8220;Did FDR Provoke Pearl Harbor?&#8221;, una visione abbastanza comune secondo cui circoli finanziari statunitensi hanno deliberatamente provocato l&#8217;attacco di Pearl Harbor per trascinare gli Stati Uniti in una guerra lontana, con l&#8217;obiettivo di assicurarsi il primato mondiale dell&#8217;impero del dollaro⁵. La lezione da trarre dalla storia della guerra del Vietnam, e cioè del golfo del Tonchino, in cui l&#8217;USS Maddox entrò nelle acque territoriali del Vietnam e aprì il fuoco sui natanti della sua marina militare, è che il conflitto iniziale venne similmente provocato dai servizi d&#8217;informazione USA, e il risultato fu che il Congresso degli USA autorizzò LBJ a impegnarsi militarmente in Vietnam. (A proposito, nessuna reazione fece seguito, nel giugno del 1967, quando gli israeliani attaccarono la USS Liberty, uccidendo 34 persone e ferendone 172). I concetti moralmente caricati di interventi umanitari e guerra al terrore furono giustamente invocati anche per legittimare le aggressioni ingiustificabili contro la Jugoslavia, l&#8217;Iraq e l&#8217;Afghanistan.</p>
<p>Parlando degli sviluppi in corso nel Golfo Persico, la scelta di Washington dei pretesti per un&#8217;aggressione comprende almeno tre opzioni, vale a dire¹ il dossier nucleare dell&#8217;Iran² una escalation progettata nello Stretto di Hormuz,³ accuse che l&#8217;Iran sostenga il terrorismo internazionale. L&#8217;obiettivo degli Stati Uniti dietro la pressione sull&#8217;Iran per il suo programma nucleare &#8211; spingere tutto il mondo ad accettare le regole del gioco di Washington &#8211; non è mai stato veramente nascosto. Il discorso abbondantemente allarmista ha lo scopo di distogliere l&#8217;attenzione dalla semplice verità che la costruzione di un arsenale nucleare con l&#8217;aiuto di tecnologie nucleari civili, è assolutamente impossibile, ma Matthew H. Kroenig del Council on Foreign Relations di recente è andato sul punto avvertendo che l&#8217;Iran un giorno passerà le sue tecnologie nucleari al Venezuela⁶. La motivazione deve essere quella di, in qualche modo, raggruppare tutti i critici della politica estera degli Stati Uniti.</p>
<p>Lo Stretto di Hormuz, che è il collo di bottiglia marittimo del Golfo Persico, è considerato l&#8217;epicentro della imminente nuova guerra. Serve come via per le forniture di petrolio da Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, ed è quindi strettamente monitorato da tutte le parti suscettibili di entrare in conflitto. Secondo il dipartimento dell&#8217;energia degli Stati Uniti, nel 2011 il transito del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz ammontava a 17 miliardi di barili, ovvero circa il 20% del totale mondiale⁷ . I prezzi del petrolio dovrebbero aumentare del 50% se succedesse qualcosa di inquietante nello Stretto di Hormuz⁸.</p>
<p>Passando attraverso lo Stretto di Hormuz, si naviga attraverso le acque territoriali di Iran e Oman.  L&#8217;Iran concede a titolo di cortesia il diritto di navigare attraverso le sue acque sulla base del trattato delle Nazioni Unite sul trasporto merci marittimo. Ciò deve essere inteso in relazione alle dichiarazioni ricorrenti di Washington relative alla Stretto di Hormuz, che a questo proposito gli Stati Uniti e Iran hanno lo stesso peso giuridico, come i paesi che hanno scritto ma non ratificato il trattato, e quindi gli Stati Uniti non hanno alcun diritto morale di riferirsi al diritto internazionale. L&#8217;amministrazione iraniana ha sottolineato recentemente, dopo consultazioni con gli organi legislativi nazionali, che Teheran sarebbe forse oggetto di una revisione della normativa in base al quale sono ammesse navi straniere nelle acque territoriali iraniane⁹.</p>
<p>Le marine dovrebbero anche rispettare certe leggi internazionali, in particolare, quelle che definiscono la distanza minima da mantenere dalle navi di altri paesi. Si parla costantemente nei media statunitensi di navi iraniane che rischiosamente si avvicinano alle navi statunitensi ma, come notano gli osservatori, provocatori come i separatisti del Baluchistan iraniano, sponsorizzati dalla CIA, in alcuni casi potrebbero essere usati per trucchi sotto mentite spoglie.</p>
<p>Le probabilità sono che una parte del piano dell&#8217;embargo petrolifero sia quello di procurare all&#8217;Occidente difficoltà nell&#8217;approvvigionamento di petrolio e iniziare la costruzione di oleodotti in Arabia Saudita, Bahrain, Oman, Yemen, Qatar e Iraq, come percorsi alternativi per raggiungere le rive del Mar Arabico, Mar Rosso e Mar Mediterraneo. Alcuni di questi progetti, la Hashan-Fujairah pipeline, per esempio, sono oggi in fase di attuazione. Se questa è l&#8217;idea, la spiegazione dietro la tendenza di Washington a convincere i suoi alleati a creare una infrastruttura &#8220;più sicura&#8221; è semplice. La geopolitica è una realtà ineludibile, che deve essere presa in considerazione, però, se i paesi della regione rimangono chiusi in una varietà di conflitti e, per ragioni geografiche Teheran sarà un giocatore chiave, anche se gli oleodotti vengono avviati.</p>
<p>Poiché la nuova strategia militare degli Stati Uniti implica la concentrazione su due regioni &#8211; il Grande Medio Oriente e il Sud Est Asiatico &#8211; la questione dello stretto di Hormuz sembra accoppiarsi a quella dello Stretto di Malacca, che offre il percorso più breve per la fornitura di petrolio dall&#8217;Oceano Indiano a Cina, Giappone, Corea del Sud e resto del Sud Est Asiatico. La disposizione implicita dei fattori nel processo decisionale dei paesi asiatici riguardo l&#8217;Iran.</p>
<p>Il precedente della &#8220;guerra al terrore&#8221; &#8211; una campagna durante la quale gli Stati Uniti occuparono sotto dubbi pretesti Iraq e Afghanistan, al costo di migliaia di vite &#8211; deve anche essere tenuto a mente. Tempo fa, la Casa Bianca ha sancito le attività sovversive contro varie parti dell&#8217;amministrazione iraniana, compresi i Guardiani della Rivoluzione Islamica. L&#8217;ex agente della CIA Philip Giraldi scrive che gli agenti statunitensi e israeliani sono stati attivi in Iran per un bel po&#8217; di tempo e sono responsabili dell&#8217;epidemia del virus Stuxnet e per la serie di omicidi di fisici nucleari iraniani. I gruppi in Iran che si sono allineati con i nemici del paese sono Mujahidin del Popolo Iraniano, i separatisti del Baluchistan del Jundallah, il cui leader Abdolmajid Rigi è stato arrestato nel febbraio del 2010 dalle forze di sicurezza iraniane e ha ammesso di aver collaborato con la CIA, e il curdo Vita Libera del Kurdistan¹⁰.</p>
<p>In sostanza, una guerra contro l&#8217;Iran &#8211; a livello di guerra segreta &#8211; è in corso. Il problema che le parti in causa stanno cercando di risolvere è trovare un modo di prevalere senza entrare nella fase &#8220;calda&#8221; del conflitto.</span></div>
<div align="right"><span style="font-size: small;">(Traduzione di Alessandro Lattanzio)</span></div>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: small;"><strong>NOTE:</strong><br />
<span style="font-size: x-small;">1. Colin H. Kahl. Not Time to Attack Iran. 17 gennaio, 2012.<br />
2. Iran, the US and the Strait of Hormuz Crisis. 17 gennaio, 2012. http://www.stratfor.com/weekly/iran-us-and-strait-hormuz-crisis?utm_source=freelist<br />
3. La UE acuerda vetar las importaciones de petroleo de Iran. 23.01.2012<br />
4. Richard Sanders. How to Start a War: The American Use of War Pretext Incidents. Global Research, January 9, 2012. Global Research, 9 gennaio 2012. http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&#038;aid=28554<br />
5. http://buchanan.org/blog/did-fdr-provoke-pearl-harbor-4953<br />
6. Recent Events in Iran and the Progress of Its Nuclear Program. 17 gennaio, 2012.<br />
7. http://www.eia.gov/cabs/world_oil_transit_chokepoints/full.html<br />
8. Michael T. Klare. Danger Waters. 10 gennaio 2012. http://aep.typepad.com/american_empire_project/2012/01/danger-waters.html<br />
9. Mahdi Darius Nazemroaya. La Geo-Politica dello Stretto di Hormuz: Può la Marina degli Stati Uniti essere sconfitta dall&#8217;Iran nel Golfo Persico? Global Research, 8 gennaio 2012. http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&#038;aid=28590<br />
10. Philip Giraldi. Washington&#8217;s Secret Wars. Washington, Secret Wars. 8 Dic 2011.</p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: small;"><strong>Fonte:</strong> http://www.strategic-culture.org/pview/2012/01/27/the-conundrum-of-iran.html</p>
<p></span></span></span></span></p>
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		<title>Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:06:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Per i non illuminati, il momento presente, dopo la guerra di Libia e la febbre di Cairo, mentre la stampa evoca aneddoticamente la situazione in Yemen, Bahrain e Somalia, sussistono in Medio Oriente, mediaticamente parlando, due epicentri di queste crisi, per contro, che sono quotidianamente sotto i riflettori: la Siria e l'Iran, con una estensione e un contrappeso nella guerra nascosta in Pakistan. Guerra dei robot volanti - droni assassini incaricati per sostituire le truppe di carne e ossa - che riscopriamo periodicamente nel corso di un "errore" sempre sanguinoso: in questo caso la distruzione per errore una unità del Pakistan il 26 novembre; un centinaio di uomini colpiti e 24 finito all'obitorio. Errore notevole perché rivela il livello di intensità dei combattimenti sul suolo pakistano cui si dedicano le forze aeree degli Stati Uniti, e di cui la ferma intenzione di Obama ... è quella di non "scusarsi".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-iran-pakistan-un-anello-di-fuoco-in-tutto-il-continente-eurasiatico/12961/" title="Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/middle_east1.45wrwflcwyo08w4kgckwo4g0g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="84" alt="Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.geopolintel.fr/">Geopolintel </a></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">,18 dicembre 2011</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per i non illuminati, il momento presente, dopo la guerra di Libia e la febbre di Cairo, mentre la stampa evoca aneddoticamente la situazione in Yemen, Bahrain e Somalia, sussistono in Medio Oriente, mediaticamente parlando, due epicentri di queste crisi, per contro, che sono quotidianamente sotto i riflettori: la Siria e l&#8217;Iran, con una estensione e un contrappeso nella guerra nascosta in Pakistan. Guerra dei robot volanti &#8211; droni assassini incaricati per sostituire le truppe di carne e ossa &#8211; che riscopriamo periodicamente nel corso di un &#8220;errore&#8221; sempre sanguinoso: in questo caso la distruzione per errore una unità del Pakistan il 26 novembre; un centinaio di uomini colpiti e 24 finito all&#8217;obitorio. Errore notevole perché rivela il livello di intensità dei combattimenti sul suolo pakistano cui si dedicano le forze aeree degli Stati Uniti, e di cui la ferma intenzione di Obama &#8230; è quella di non &#8220;scusarsi&#8221; [NYT].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per l&#8217;Iran, l&#8217;evento principale è l&#8217;assalto dell&#8217;ambasciata britannica a Teheran, la stessa che ospitò la riunione tripartita Churchill, Roosevelt, Stalin, esattamente 72 anni prima [1]. Qualunque sia la natura spontanea di questa &#8220;manifestazione&#8221; di rabbia legittima [2], salutiamo la memoria lunga – insolita tra le classi dirigenti occidentali decisamente provinciali &#8211; che sembra abitare nell&#8217;elite della teocrazia parlamentare iraniana. Aggiungendo che l&#8217;attacco contro l&#8217;enclave britannica si è verificata in occasione dell&#8217;anniversario dell&#8217;assassinio a Teheran, il 29 novembre 2010, di Majid Shahriani, responsabile dei sistemi informatici del programma di decontaminazione dell&#8217;impianto di Natanz, infettati con lo <em>Stuxnet</em> di concezione israelo-statunitense, con ogni probabilità. Lo stesso attacco &#8211; che ha ucciso Shahriani – ha ferito gravemente il professor Feredoun Abbasi-Davani, responsabile delle centrifughe per l&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio &#8211; sempre a Natanz. La pista del Mossad in collaborazione con il britannico MI-6, è stata naturalmente subito presa &#8211; non prestate che ai ricchi? – sul sito di intelligence <em>Debka-online</em>. Con ogni probabilità, attraverso o con l&#8217;appoggio dei curdi irredentisti in Azerbaigian, a Occidente, o del Sistan-Baluchistan in Oriente, è chiaro che i confini iraniani sono porosi e che commando e materiale vi transitano, tra l&#8217;altro, da queste regioni dall&#8217;instabilità cronica [3]. Ma quattro giorni dopo il richiamo del suo rappresentante a Londra e del personale diplomatico [4], senza alcun collegamento causale che una divina coincidenza, l&#8217;Iran ha annunciato di aver abbattuto, domenica 4 dicembre, sul suo confine con Afghanistan-Pakistan, un drone senza pilota da ricognizione statunitense RQ-170 <em>Sentinel</em>, un dispositivo di ultima generazione schierato in Afghanistan, appositamente per la raccolta di informazioni&#8230; in Iran e Pakistan.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per la Siria, noi &#8211; la brava gente &#8230; maiali paganti e votanti, volti a ingrassare e a legittimare, sotto l&#8217;apparenza della democrazia, i nostri parassiti – beneficiamo del conteggio giornaliero di cadaveri, senza dettagli su chi, come e in che campo è morto? Le voci più selvagge che circolano sulle onde radio e sui lucernari, sulla spietata repressione che conduce inesorabilmente la nazione siriana nella guerra civile.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una informazione di interesse pubblico passata sotto silenzio sui 15 mila combattenti dell&#8217;esercito libero siriano &#8211; secondo le cifre fornite da un&#8217;opposizione che pretende ancora di essere <em>&#8220;pacifica&#8221;!</em> – che opera in territorio siriano, senza che si sappia con precisione se si tratti di disertori delle forze regolari, di milizie sunnite salafite provenienti da Libano o dall&#8217;Iraq, o da soggetti equipaggiati e addestrati dalla Turchia e mascherati da cecchini&#8230; Ankara si è precipitata – capovolgendo l&#8217;inclinazione negli ultimi dieci anni, cioè l&#8217;emancipazione dalla tutela atlantista &#8211; in un pericoloso gioco al fianco delle petromonarchie, soprattutto del Qatar, allineato con l&#8217;asse Washington, Londra, Parigi, Berlino&#8230;<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Parigi, che anche soffia caldo e freddo, chiede la partenza del presidente Assad e la creazione di corridoi umanitari, mentre annunciava con faccia tosta che ogni intervento diretto è escluso, mentre la rivista ufficiale &#8220;<em>della Repubblica dei compari e dei ladri</em>&#8220;, apparentemente responsabile della comunicazione dell&#8217;opposizione siriana, favorisce l&#8217;acuirsi della violenza &#8230; dalla penna dell&#8217;ex ostaggio G. Malbrunot [vedi <em>Le Figaro</em> del 29 novembre].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo questa inviato molto speciale, &#8220;<em>Parigi sostiene logisticamente i ribelli siriani fornendo attrezzature a infrarossi e mezzi di comunicazione</em>&#8220;. A Beirut, il giornalista riceve la conferma che i francesi dirigono in Libano e Turchia … i disertori siriani, &#8230;reti di trafficanti di armi che operano in Libano, sono messi al lavoro &#8220;<em>per rafforzare la potenza dei ribelli &#8230; moltiplicando dall&#8217;altro lato, le operazioni di confine contro le forze di sicurezza siriane</em>&#8220;, mentre vengono gentilmente fornite delle &#8220;<em>informazioni satellitari relative alle posizioni dell&#8217;esercito siriano</em>&#8220;&#8230; Insieme, [ibid.] &#8220;<em>ai servizi segreti giordani, che non sono da meno nel sud della Siria, al confine con il regno</em>&#8220;. Nel frattempo, a Londra, William Hague, ministro degli esteri incontra i rappresentanti della ribellione siriana per garantire che la Turchia intende creare, a breve termine, una zona franca all&#8217;interno della Siria!<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un solo ostacolo: la Russia avrebbe fornito alla difesa costiera siriana 72 formidabili missili antinave [<em>Interfax</em> e AFP, 1 dicembre]. Dei sistemi antiaerei S-300PMU2 sono stati installati nella base navale russa di Tartus] &#8230; così stroncando il progetto in esame alle Nazioni Unite, di istituire un embargo internazionale sulla vendita di armi alla Siria. La vendita in questione aveva rappresentato la notevole somma di circa 300 milioni di dollari, su un totale, nei contratti per gli armamenti, di 10 miliardi di dollari nel 2010&#8230; Inoltre, il ministro degli esteri della Russia, Sergej Lavrov, non ha esitato ad evocare, a questo proposito, il precedente libico, per opporsi fermamente a nuove sanzioni contro Damasco e a rivendicare il diritto di vendere armi <em>ab libitum</em>: &#8220;<em>Abbiamo visto cosa è successo in Libia quando l&#8217;embargo sulle armi è stato applicato. Solo l&#8217;opposizione le ha ricevute e paesi come la Francia e il Qatar se ne sono vantate spudoratamente!</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia, di cui la stampa occidentale non ha esitato a screditare i risultati delle elezioni parlamentari e il calo significativo di &#8220;Russia Unita&#8221;, il partito del futuro Primo Ministro e del nuovo presidente della Federazione russa, fino a rilanciare le voci più maligne su una massiccia frode elettorale, ha evidentemente avviato un duro braccio di ferro con i fautori del ritorno alla guerra fredda, e su due fronti. Il primo, e non meno importante, è lo scudo missilistico USA in Europa orientale che, in linea di principio, mira a contrastare un ipotetico attacco dei missili balistici dell&#8217;Iran … un dispositivo progettato per &#8220;contenere&#8221; la Russia, una potenza emergente, senza debiti e titolare di fondi sovrani disponibili. Il secondo è, per la Russia, il la salvaguardia, a qualunque costo, della sua influenza nel Levante, che richiede, ovviamente, il supporto al Baath siriano, il suo ultimo alleato che ospita l&#8217;unica base navale russa nel Mediterraneo. È per questo, che la vicenda siriana non è solo un problema regionale, e certamente non umanitario, ma è la ripresa virulenta del vecchio antagonismo Est-Ovest.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;ultima parola sulla crisi siriana, questa volta dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, dove i capi delle forze USA &#8211; certamente stanchi di essere i grandi cornuti delle guerre impossibile da vincere, contro-produttive, costose e ingiuste &#8211; si mobiliterebbero per evitare la guerra. Il 30 novembre 2011, la rivista EIR, specializzata nell&#8217;&#8221;intelligence&#8221; degli Stati Uniti, ha confermato che lo Stato Maggiore Generale Interarma, il <em>Joint Chiefs of Staff</em>, è stato mobilitato per evitare la guerra contro l&#8217;Iran e/o la Siria, esprimendo il timore che il Presidente Obama ora sia diventato &#8220;imprevedibile&#8221;. Questi uomini, in realtà, hanno paura di essere trascinati in una guerra imprevista causata da un attacco israeliano contro l&#8217;Iran, con una successiva risposta iraniana contro l&#8217;entità sionista, le forze statunitensi e i loro alleati nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti sono vincolati dagli accordi bilaterali con alcuni membri del <em>Gulf Cooperation Council,</em> di doversi allineare, volenti o nolenti, a loro fianco.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un conflitto in cui l&#8217;uso di armi nucleari non sarebbe escluso, a credere alla linea dura del Likud a Tel Aviv e del Congresso USA. Inoltre, non ancora sganciati da Iraq e Afghanistan, gli Stati Maggiori Congiunti <em>yankees</em> vogliono mantenere la capacità di affrontare qualsiasi evenienza, in caso di una grave crisi con il Pakistan, temendo più l&#8217;ulteriore apertura di una crisi in Punjab, che un conflitto artificialmente provocato con la Siria. Conoscendo anche la situazione in Libia, che è tutt&#8217;altro che stabilizzata, la guerra tra fazioni tribali e religiose, puà di diventare forse una vera guerra civile. Per questo motivo &#8211; per questo insieme di ragioni &#8211; i funzionari del Pentagono sono fermamente contrari a qualsiasi escalation contro la Siria o l&#8217;Iran inappropriati [5].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda il Pakistan, dove la guerra degli USA contro i pashtun – ribattezzati &#8220;taliban&#8221; per catturare meglio il terrore dell&#8217;immaginario collettivo &#8211; si estende dall&#8217;Afghanistan al Waziristan, zona tribale del Pakistan, dove la situazione sta gradualmente diventando critica con i ripetuti errori dei droni killer statunitensi, che colpiscono pesantemente le truppe di Islamabad. Resta che il Pakistan è da tempo sotto l&#8217;ala protettiva della Cina Popolare, che osserva vigile gli eccessi e le violazioni della sovranità, di cui rendono colpevoli i velivoli di <em>Enduring Freedom</em>.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Da questo punto di vista, dal caso di Abbottabad e della liquidazione dello pseudo bin Ladin, i rapporti Pechino-Mosca si sono tesi all&#8217;estremo, anche se di ciò appare poco o nulla sulla scena dei media. A questo punto della storia, l&#8217;Occidente è entrato in conflitto latente con l&#8217;Asia &#8230; dove le controversie sono molteplici, e a volte molto taglienti: pensiamo, lasciando il Tibet da parte, ai contenziosi di Formosa che oppone le due Cina. Causa del tutto possibile per un principio di incendio che arroventerebbe un vasto arco di territori che va dal Mediterraneo orientale all&#8217;Oceano Pacifico, a est di Taiwan. Considerazioni che non sono pura speculazione che nasce da una fervida immaginazione &#8211; e da paranoia scandalosamente cospirazionista &#8211; che circolano nei corridoi degli stati maggiori francese ed europea, e non solo dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, dove sono numerosi gli ufficiali superiori che sostengono il consolidamento delle forze armate nazionali e la creazione di una vera e propria integrazione della difesa europea, con o senza la NATO, che sarebbe al miglio o al peggio dei casi, europeizzata! Perché, dicono, &#8220;non c&#8217;è dubbio staremo con gli americani in ogni avventura a Taiwan.&#8221; In poche parole, questi ufficiali che esprimono oggi apertamente un pensiero che mormoravano ieri, dicendo che non vogliono morire per Formosa, come una già volta i francesi sono stati stupidamente sacrificati per Danzica [6]. Ma tutti noi sappiamo, che al contrario dell&#8217;economia, in questo settore cruciale della pace e della guerra, è la politica che dirige il gioco entro parametri e criteri soggettivi ed ideologici dove, in ogni caso, i militari sono ancora richiamati, delicatamente ma fermamente, al loro inviolabile dovere di riservatezza &#8230; a meno di un <em>golpe de estado</em>, naturalmente? </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Note </strong></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(1) I due rappresentanti della talassocrazia anglo-americana e quella dell&#8217;Heartland sovietico tennero consiglio dal 28 Novembre al 1 Dicembre sulla divisione futuro dell&#8217;Europa. Prefigurando la Conferenza di Yalta, nel febbraio 1945 durante la quale venne decisa la divisione del mondo in blocchi rivali. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(2) Martedì 29 novembre degli studenti &#8220;<em>arrabbiati</em>&#8221; investono l&#8217;ambasciata britannica a Teheran, nello stesso modo con cui occuparono la rappresentanza degli USA il 9 novembre 1979, tenendone in ostaggio il personale&#8230; La maggior parte non ha recuperato la libertà che dopo 444 giorni! I manifestanti del 2011 volevano protestare contro il peggioramento delle sanzioni economiche e finanziarie &#8211; compreso il congelamento delle transazioni bancarie con la Banca Centrale dell&#8217;Iran &#8211; adottato congiuntamente da Londra, Washington e Ottawa il 21 novembre, e contro il disegno di legge per bloccare le esportazioni di greggio iraniano sul mercato europeo, da cui l&#8217;Iran trae l&#8217;80% del suo reddito dall&#8217;estero. Allo stesso tempo, circa 200 Basij &#8211; la milizia nata nel 1979 su iniziativa l&#8217;ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica &#8211; era entrata in un ufficio annesso all&#8217;ambasciata, a nord della città, in cerca di informazioni sul &#8220;<em>ruolo nel Regno Unito nell&#8217;assassinio del fisico nucleare iraniano Majid Shahriari</em>.&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(3) Anche negli USA, il segreto di Pulcinella comincia ad essere stantio e il Los Angeles Times del 4 novembre sembra vedere, di punto in bianco, che la recente combustione spontanea di un deposito di missili balistici [del 12 novembre, che ha ucciso 36 persone, tra cui il generale Hassan Moghadam, responsabile, responsabile dei programmi degli armamenti], in una base delle Guardie rivoluzionarie vicino a Teheran, sarebbe una operazione congiunta USA-Israele. Il giornale, che scopre mezzogiorno alle diciassette, ci informa che in questo caso sarebbe stata una guerra segreta del XXI secolo per neutralizzare il programma nucleare iraniano, al fine di evitare un costoso attacco aereo diretto di USA e/o Israele contro l&#8217;Iran. Vedasi anche “<em>Iran: minorités nationales, forces centrifuges et fractures endogènes</em>”, Jean-Michel Vernochet in “<em>Maghreb Machrek”</em> N°201, “L&#8217;Iran et le Moyen-Orient” automne 2009.</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(4) La Francia, nel frattempo, ha richiamato il suo ambasciatore &#8220;<em>per consultazione &#8230; dato la violazione flagrante e inaccettabile della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e la gravità delle violenze</em>&#8220;. Idem per Germania, Paesi Bassi, Svezia e Italia. Si noti che quando si tratta di alimentare tensioni internazionali, gli europei, come per magia, sanno finalmente &#8220;<em>parlare con una sola voce</em>&#8220;! </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(5) &#8220;<em>L&#8217;unica guerra in cui il Pentagono intenderebbe essere coinvolto immediatamente, sarebbe una guerra contro il Congresso e i tagli previsti nel bilancio della difes</em>a&#8221;! I capi delle forze armate ritengono anche che la posizione russa sullo scudo missilistico in Europa dell&#8217;Est, dovrebbe essere considerata come del tutto legittima&#8230; Né l&#8217;amministrazione Obama, né la NATO, hanno fatto alcuno sforzo per stabilire una relazione reale con la Russia su questo tema, a rischio di mettere in discussione gli accordi START sulla reciproca limitazione delle armi strategiche. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(6) Nel 1939, la Francia, sulla scia dell&#8217;Inghilterra, diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale dichiarando guerra al Reich tedesco, presumibilmente per salvare una Polonia che gli Alleati consegnerà sei anni più tardi, legata mani e piedi, ai suoi aguzzini comunisti, il giornalista Marcel Deat, vecchio seguace socialista di Leon Blum, con il quale ruppe nel 1933, quando divenne capo del partito socialista della Francia. Nel 1939, si rifiutò di &#8220;<em>morire per Danzica</em>&#8220;. Direttore de <em>L&#8217;Œuvre</em> dal 1940 e fondatore del <em>Rassemblement National Populaire</em> nel 1944, venne nominato Segretario di Stato per il Lavoro. Fu condannato a morte in contumacia nel 1945. (Insomma era un collaborazionista dei nazisti, cosa di cui l&#8217;autore evita di informarci, come evita di dirci che la Polonia venne occupata dai tedeschi e dai sovietici assieme, quindi semi-sovietizzata già nel 1939, e non dopo sei anni. NdT)</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">[</span></span></span><a href="http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28267"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28267</span></span></span></span></a><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">]</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">[Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</span></span></span></span></a>]</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>Il ruolo degli USA nel traffico mondiale di droga &#8211; Intervista a Sandro Donati</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 07:16:07 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
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		<description><![CDATA[Sandro Donati, esperto di problematiche legate al narcotraffico (è consulente della WADA, agenzia internazionale anti-doping, ed è stato consulente del Ministero della Solidarietà Sociale), è direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di cocaina a livello globale. Giacomo Guarini ha incontrato ed intervistato per noi il direttore Donati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ruolo-degli-usa-nel-traffico-mondiale-di-droga-intervista-a-sandro-donati/12836/" title="Il ruolo degli USA nel traffico mondiale di droga &#8211; Intervista a Sandro Donati"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/sandro_donati.7clxj9203twkwwkwc8g0gkwc0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Il ruolo degli USA nel traffico mondiale di droga &#8211; Intervista a Sandro Donati" ></div></a><p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Sandro Donati, esperto di problematiche legate al narcotraffico (è consulente della WADA, agenzia internazionale anti-doping, ed è stato consulente del Ministero della Solidarietà Sociale), è direttore scientifico del progetto </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://narcoleaks.wordpress.com/il-progetto/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di cocaina a livello globale. Pochi giorni fa abbiamo dedicato un </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../il-traffico-internazionale-di-cocaina-gli-usa-contro-narcoleaks/12705/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>pezzo</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> a Narcoleaks, in merito all’apprensione suscitata presso la Casa Bianca dalla diffusione di un </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://dl.dropbox.com/u/13210473/NARCOLEAKS%20EMBARGO%207%20dicembre%202011.pdf"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>documento</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato “</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>”. Ora Giacomo Guarini ha incontrato ed intervistato per noi il direttore Donati.</em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Può farci una breve presentazione del progetto Narcoleaks, che lei anima in veste di Direttore Scientifico?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Narcoleaks nasce da un’idea di Giovanni Augello, <span style="color: #000000;">giornalista del </span><span style="color: #000000;"><em>Redattore Sociale</em></span><span style="color: #000000;">,</span> che partecipò assieme ad altri giornalisti ad una conferenza stampa che io e don Ciotti <span style="color: #000000;">[presidente dell’associazione </span><span style="color: #000000;"><em>Libera ndr</em></span><span style="color: #000000;">]</span> facemmo nel gennaio del 2009, in cui rendemmo noti i primi risultati dello studio che stavo realizzando sulla produzione e sui traffici mondiali di cocaina. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Narcoleaks riguarda solo una parte <span style="color: #000000;">dello</span> studio e si occupa del monitoraggio e della pubblicazione continuativa nel corso dell’anno dei dati relativi ai sequestri mondiali di cocaina. Abbiamo creato uno staff composto da giovani giornalisti motivati, che abbiamo addestrato anzitutto alle modalità di raccolta dei dati, le quali sono molto minuziose. Nel reperire i dati privilegiamo le fonti istituzionali (organi governativi dei vari paesi coinvolti nel traffico) e in subordine una grossa catena di <em>media</em> che assumiamo per credibili nel momento in cui ritroviamo le loro notizie sulle fonti istituzionali, nella stessa formulazione e riferite a un responsabile antidroga o comunque ad un’autorità del paese del sequestro. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Pur muovendovi semplicemente in ambiti ufficiali – senza evidentemente diffondere documenti ed informazioni dell’intelligence o confidenziali di vario tipo – avete pubblicato un </strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>documento</strong></em></span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> lo scorso 7 dicembre, dal quale emergono dati molto interessanti e discrepanze anche forti nelle pubblicazioni dei dati sul traffico di cocaina diffusi dagli USA. Inoltre la vostra, per quanto ben organizzata, resta una piccola realtà ed il documento pubblicato ha sì avuto una certa rilevanza in Italia e all’estero ma ciononostante era ancora ben lungi dal far parlare di sé sulle pagine delle principali testate nazionali e internazionali. Ciononostante la Casa Bianca è subito intervenuta con</strong></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>un </strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.whitehouse.gov/blog/2011/12/07/cocaine-seizures-outstripping-production-not-exactly"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>comunicato</strong></em></span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> ufficiale di smentita delle conclusioni del vostro studio. Una reazione a dir poco anomala.</strong></em></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le discrepanze nei dati che abbiamo rilevato non sono forti, sono abissali. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La risposta della Casa Bianca al nostro comunicato assume carattere inusitato, quasi incredibile per <span style="color: #000000;">l’organismo</span><span style="color: #000000;">in questione,</span> ma si spiega in maniera chiara: il Dipartimento di Stato sa bene quale voragine viene occultata e quindi in quei dati ha visto il cuneo o il segnale premonitore o una sorta di avamposto di uno scavo che potrebbe portare lontano. Ma sono gli organi di stampa che dovrebbero chiedersi come mai il Dipartimento di Stato si è premurato di dare questa risposta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>C’è da dire che probabilmente la Casa Bianca era già in allerta su certe questioni scottanti, nella misura in cui anche sul New York Times emergevano &#8211; nei giorni immediatamente precedenti &#8211; dei rumors su gravi coinvolgimenti della DEA (agenzia antidroga USA) nel narcotraffico centro e sudamericano.</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ evidente che il quadro è complesso e vi è tutta una serie di fattori di cui hanno tenuto conto: quello che ha scritto il <em>New York Times </em>in questi giorni ma anche ciò che aveva scritto tempo fa, quando parlò del fratello di Karzai – coinvolto nel narcotraffico in Afghanistan – che era sul libro paga della CIA. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>E mi permetto di aggiungere un tassello particolarmente interessante: alcuni giorni dopo la pubblicazione del documento &#8211; siamo al 13 di dicembre &#8211; giunge la notizia che procuratori federali degli Stati Uniti accusano Hezbollah di coinvolgimento nel narcotraffico in Centro e Sudamerica. In sostanza gli USA rilanciano le accuse mosse nei loro confronti verso Hezbollah, che è chiaramente un avversario politico molto forte e tanto più insidioso in questa fase di destabilizzazione del Mediterraneo orientale. Vuol dirci qualcosa al riguardo?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sono ormai abituato in questi 4 anni di ricerca giornaliera ad esaminare i loro comunicati o le loro analisi, che mirano sempre ad obiettivi di carattere politico. Mi chiedo: un organismo che nel trattamento dei dati e nella diffusione mondiale di analisi sullo stato del narcotraffico si è comportato in maniera così inaccettabile, in che modo può essere credibile nel momento in cui produce analisi specifiche ora su questo ora su quell’altro soggetto, come nel caso di Hezbollah? E’ noto che le banche statunitensi e non solo loro (anche quelle panamensi, ad esempio), sono fortemente coinvolte nel riciclaggio. E quindi quest’accusa ad Hezbollah &#8211; limitata ad una cifra di 250 milioni di dollari, mi pare &#8211; costituisce al più una goccia nel mare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Posso fare un esempio analogo a quello appena proposto: seguo con costante attenzione quei comunicati che gli USA organizzano in simbiosi con il governo colombiano, nei quali cercano di prospettare l’idea che tutto il narcotraffico sia nelle mani delle <span style="color: #000000;">FARC</span>, che è un’idea assolutamente inconsistente. Le FARC sono sì uno dei gruppi che trattano il narcotraffico; non possiamo infatti negare che siano un’organizzazione di tipo ideologico, ma hanno anche forti responsabilità nel narcotraffico. Eppure c’è uno sterminato ruolo dei paramilitari nel settore, il quale viene invece sistematicamente coperto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In una recente </strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.articolotre.com/2011/12/intervista-narcoleaks-smentiti-i-dati-usa-sulla-produzione-di-cocaina-nel-mondo/50556"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>intervista</strong></em></span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>,</strong></em></span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> uscita all’indomani della pubblicazione del documento, lei fa riferimento a gravi casi di coinvolgimento di elementi degli organi statunitensi (CIA e DEA) nel narcotraffico in America Latina. Quale valore geopolitico e geoeconomico assume il narcotraffico nell’area per la superpotenza statunitense e per eventuali altri attori continentali e globali?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Purtroppo il ruolo degli USA nel narcotraffico della cocaina in Centro e Sud America è nient’altro che l’ennesimo episodio storico. Molti studiosi hanno già approfondito il loro ruolo nel conflitto in Vietnam; è con l’inizio di quel conflitto che esplose la produzione d’oppio nel triangolo d’oro (area compresa fra Myanmar, Laos e Thailandia, <em>ndr</em>) e soprattutto è esplosa la quota che veniva trasformata in eroina (storicamente l’oppio veniva consumato tal quale era in Asia) e che poi veniva trasportata evidentemente in Europa e negli stessi Stati Uniti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quel che riguarda l’area latinoamericana, il ruolo non chiaro degli Stati Uniti emerge dalle stesse inchieste del Senato americano, come quella di fine anni ’80 condotta da <span style="color: #000000;">John Kerry</span> &#8211; che poi diventerà candidato alla presidenza &#8211; la quale non poté non ammettere che c’erano numerosi casi di coinvolgimento della CIA e della DEA nella vendita della cocaina per il rifornimento di armi ai <em>contras</em> in Nicaragua.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Vi sono, d’altro canto, le accuse che parti del governo messicano hanno mosso agli Stati Uniti anche recentemente e la stessa Chiesa Cattolica, ai vertici episcopali messicani, ha preso posizione di aperta condanna dei <span style="color: #000000;">sordidi t</span>raffici tra gli Stati Uniti ed il Messico sullo scambio cocaina-armi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non dimentichiamo inoltre significativi episodi accaduti in altri paesi dell’area, come Panama, che è un crocevia importantissimo non solo del traffico di cocaina ma anche del riciclaggio di denaro. In questo paese nel 2006 è morto per avvelenamento il capo dell’antidroga<span style="color: #000000;">, Franklin Brewster, </span>in circostanze assolutamente sospette. C’è un ruolo molto forte dell’ambasciata americana e dell’FBI nel prospettare i risultati di un esame autoptico che &#8211; non si sa per quale ragione &#8211; non è stato effettuato a Panama, pur avendo Panama a disposizione tutte le apparecchiature necessarie. Si disse che il <span style="color: #000000;">gascromatografo</span>, un’apparecchiatura di analisi sofisticata, in quei giorni non funzionava a Panama, anche se poi altri testimoni smentirono tale asserzione. In ogni <span style="color: #000000;">caso i referti autoptici della vittima furono</span>mandati negli Stati Uniti e tornarono in una maniera assolutamente strana: su carta non intestata e con riferimenti a matricole di catalogazione che non corrispondevano a questo Franklin Brewster, bensì ad altre persone, di cui una morta a sua volta, un’altra invece viva e vegeta, entrambe allora ricoverate nello stesso ospedale. Una manipolazione incredibile dei dati. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ed in quel periodo Panama era diventato un crocevia di passaggio non soltanto di una quantità crescente e smisurata di cocaina, ma anche di traffico di armi. Ci sono anche documenti delle stesse FARC, sequestrati in occasione dell’uccisione di <span style="color: #000000;">Reyes</span><span style="color: #ff0000;">,</span> il capo di allora delle FARC, che indicano in maniera chiara che le stesse trattavano con le autorità panamensi per acquisire armi attraverso uno scambio con la cocaina. Abbiamo quindi un contesto specifico in cui erano coinvolte sia le FARC sia parti dell’<em>intelligence</em> americana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Vorrei adesso spostare l’attenzione sulla massa continentale eurasiatica e confrontarmi con lei sul rapporto fra narcotraffico e guerre ‘umanitario-securitarie’, partendo dall’Afghanistan. Dati delle Nazioni Unite segnalavano nel 2001 un calo della produzione di oppio pari al 94% rispetto all’anno precedente; un calo avvenuto contestualmente all’</strong><span style="color: #000000;"><strong>emissione</strong></span><span style="color: #000000;"><strong>di una fatwa</strong></span><strong> che vietava simili attività. Poi è arrivata la guerra, la produzione è ripresa e più volte sono emerse notizie relative al coinvolgimento nel narcotraffico di elementi delle forze occidentali intervenute nel conflitto. Può presentarci un suo quadro della situazione?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitt<span style="color: #000000;">o</span> afghano &#8211; mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan &#8211; la produzione nel paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i <span style="color: #000000;"><em>mujahidin </em></span>all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altr<span style="color: #000000;">a</span>. Sul versante del triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del paese e che i talebani non sono <span style="color: #000000;">certo</span> in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazio<span style="color: #000000;">ne </span>in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai <em>report</em> dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà &#8211; in sostanza &#8211; sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei paesi che consumano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>E’ un problema </strong><span style="color: #000000;"><strong>geopolitico</strong></span><strong>a monte…</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Chiaramente. Non si tratta di scelte dei consumatori: i consumatori sono un branco di pecore che vanno a mettersi in fila come per ogni prodotto commerciale che viene opportunamente propagandato. Questa regola vale anche e ancor più per questo tipo di sostanze.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Lei ha parlato di consumo ed io vorrei spostarmi da un estremo ad un altro e parlare dei Balcani, che rappresentano lo sbocco ultimo dei traffici verso l’Europa. In quest’area abbiamo assistito a tragiche guerre negli anni ’90 e da ultimo l’intervento per l’indipendenza del Kosovo, nel quale si è anche sostenuta quell’UCK coinvolta poi in accuse legate al narcotraffico, al traffico d’armi e finanche d’organi. Vorrei chiederle allora di dirci qualcosa sui Balcani e sull’effetto che simili interventi militari hanno potuto avere sul narcotraffico. </strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Premetto che il passaggio dell’oppio dall’Afghanistan si diparte in diverse direzioni. Una di queste è il Pakistan, poi c’è un passaggio attraverso l’Iran, sbocchi immensi che vanno verso le ex-repubbliche dell’Unione Sovietica ed altri verso i Balcani. E ciò comporta una serie di conseguenze perché laddove passa la droga anzitutto lascia come scia un aumento del consumo locale. Questo per una ragione molto semplice: diverse persone implicate nel traffico della droga vengono pagate con la droga stessa e poi la rivendono e quindi fanno da moltiplicatori <em>in loco</em> della droga; molto spesso diventano essi stessi tossicodipendenti.<strong> </strong>E la droga si va sempre ad abbinare in maniera perfetta con altri traffici fra cui quello delle armi; questo è un punto importante. E quindi che cosa accade? Popoli o fazioni che nelle diverse zone comunque ambiscono ad armamenti possono rendersi complici del traffico della droga non soltanto perché pagati, ma anche <span style="color: #000000;">perché in</span> cambio ricevono accesso alle forniture di armi. Questo è un punto chiave importante da tener presente, anche per i Balcani. Tenga poi presente che in quest’area non c’è solo passaggio di oppio: per incredibile che possa essere, i Balcani stanno diventando anche snodi fondamentali per il passaggio della cocaina e recentemente c’è stato per esempio un sequestro gigantesco e senza precedenti di cocaina in Albania pari a 1 tonnellata. Vi sono degli arrivi documentati sul Mar Nero che poi ritrovano un passaggio attraverso i Balcani per portare in Europa tonnellate di cocaina senza precedenti; un numero impressionante di <em>mulas</em> (così sono chiamati in spagnolo i corrieri della droga) che arrivano dall’America con la cocaina per via aerea soprattutto, ma anche per via marittima, e ne sono stati censiti migliaia in diversi paesi balcanici. Ci sono degli arrivi ‘macro’ (parliamo di tonnellate) &#8211; come nell’esempio del Mar Nero e dell’Albania &#8211; e ‘micro’ attraverso questi corrieri che ingeriscono gli ovuli o li attaccano sul corpo sotto forma di cintura, etc.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Anche qui dunque possiamo registrare un drastico aumento del traffico a seguito della destabilizzazione causata all’interno e anche indotta dall’esterno di questi paesi? </strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, dal momento che si sono creati tanti spazi di anarchia in quest’area e un fenomeno analogo è avvenuto nelle ex-repubbliche dell’Unione Sovietic<span style="color: #000000;">a</span> caucasiche, con l’emergere di nuovi e strani poteri e forme di democrazia incompiuta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Prima ha citato l’Iran, come uno dei canali del traffico d’oppio che parte dall’Afghanistan. In effetti fra l’area di sbocco balcanica e quella di produzione afghana l’Iran rappresenta un importante paese di transito; quest’ultimo si impegna contro il narcotraffico anche con particolare durezza (la maggior parte delle condanne a morte comminate nel paese avverrebbero per reati connessi alla droga). Quali conseguenze avrebbe secondo lei, sul piano del narcotraffico, una destabilizzazione radicale del paese persiano più volte evocata in ‘Occidente’?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Iran sembra opporsi con molta decisione e sembra – perché queste sono le informazioni che trapelano – che le autorità iraniane paghino anche un alto prezzo in termini di vite umane di militari e di doganieri addetti al controllo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La destabilizzazione del paese porterebbe ad una facilitazione del narcotraffico: in qualche maniera l’Iran è una spina nel fianco, che in parte si evita seguendo altre rotte. E al riguardo non escluderei nemmeno che gli aerei militari portino con sé anche eroina… </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In effetti, testate giornalistiche autorevoli hanno già riportato in questi anni casi di eroina aviotrasportata dall’Afghanistan su mezzi militari. </strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Appunto. Come dicevo, al momento l’Iran rappresenta una spina nel fianco ma se dovesse servire potrebbe bypassarsi completamente. Certo è che l’intera questione dei sequestri di eroina a livello mondiale è molto strana: di eroina se ne sequestra poca, mentre la produzione stimata è elevata. Chiaramente l’Iran è di gran lunga il paese che sequestra più di tutti e questo dà uno schiaffo agli altri paesi – in particolare a quelli circostanti &#8211; perché questi ultimi non sequestrano. Anche qui è un mistero: non si scoprono laboratori, non si sequestra eroina. C’è una protezione totale su questo prodotto e mi chiedo anche quanta parte di questo serva per finanziare la guerra. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Come commenta le parole dell’ex Direttore Esecutivo dell’Unodc (ufficio ONU contro la droga e il crimine) Antonio Maria Costa, il quale avrebbe dichiarato che “nel 2008 [all’apice della grande crisi finanziaria, ndr] la liquidità era il problema principale per il </strong><strong>sistema bancario</strong><strong> e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da </strong><strong>denaro che proviene dal traffico della droga</strong><strong> e da altre attività illecite. E&#8217; ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”? </strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Io rispondo in questa maniera: Costa in origine è un economista e quindi sicuramente nel fare queste analisi ha utilizzato anche le sue competenze di economista oltre che – essendo il direttore dell’ Unodc – di conoscitore della problematica. Certo, poi trovo divertente il fatto che Costa abbia sviluppato la sua capacità di analisi solo in parte. Perché Costa è stato uno di coloro che ha gestito l’Unodc nel lungo periodo della sottostima della produzione mondiale ed è quindi singolare che denunci poi la gravità del riciclaggio. Personalmente ho avuto modo di incontrarlo alla presenza dell’allora Ministro della Solidarietà Sociale italiano &#8211; per il quale svolgevo ruolo di consulente &#8211; e alla presenza dell’Ambasciatore italiano a Vienna. E ho incontrato anche i suoi esperti, estensori dei <em>report</em> e quando ho chiesto loro spiegazioni sulla stranezza dei dati mi sono state date risposte assolutamente vaghe ed insoddisfacenti. Di fronte alle grosse perplessità da me espresse, Costa rispose con la proposta di assumere alcuni dei miei collaboratori nell’Agenzia per migliorare il flusso dei dati – proposta molto strana, fatta per giunta davanti alle autorità – e quando gli spiegai che avevo compiuto da solo i miei studi, fece direttamente a me la proposta. Poi cadde il Governo Prodi, lui si sentì in una botte di ferro perché questo Donati non avrebbe più potuto infastidirlo e così non seppi più nulla. Allora è buffo poi rileggere le sue considerazioni, peraltro condivisibili, sul riciclaggio: lui proprio che sa che quei dati erano sottostimati e che quindi il riciclaggio ha delle proporzioni ben più ampie! </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Possiamo dunque affermare che l’attuale sistema economico-finanziario internazionale sia fortemente condizionato e sostenuto dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le attività criminali sono molteplici, quindi non c’è soltanto la droga, ed è chiaro che il traffico della droga si tramuta sempre al dettaglio in danaro contante e quindi nella possibilità &#8211; anzi nell’urgenza &#8211; di liberarsi di questo danaro che scotta e immetterlo in un sistema che richiede liquidità. La domanda che mi sono sempre posto è: cosa provoca tutta questa massa di denaro sporco nel momento in cui viene reinvestita nelle tre branche dell’attività economica (industriale, commerciale o finanziaria)? Ed in subordine continuo a chiedermi: quale economia si continua ad insegnare agli studenti nelle facoltà di scienze economiche? Perché &#8211; mi auguro di essere smentito &#8211; non mi risulta che in queste sedi venga insegnato il risultato combinato e perverso dell’intreccio tra l’economia cosiddetta delle regole e l’economia di origine criminale. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Credo che per vigliaccheria &#8211; non voglio pensare per ottusità &#8211; i manovratori, i gestori scientifici del sapere, evitino di approfondire le analisi in tal senso.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>A vent’anni dalla fine dell’era post-bipolare assistiamo all’emergere di nuovi attori globali. Ritiene che questi, singolarmente o congiuntamente, possano dare nuova linfa ad un serio impegno alla lotta al narcotraffico internazionale? A titolo di mero esempio, penso alla Cooperazione di Shanghai, un’organizzazione che vede coinvolte Russia e Cina assieme ai paesi del Centro Asia per la sicurezza e la stabilità dell’area, anche in risposta al problema del narcotraffico. </strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le rispondo citandole un esempio che conosco meglio, senza addentrarmi in altri che conosco meno. L’esempio è il Brasile e le do un dato nuovo, che non si conosce, ed emergerà prossimamente proprio grazia al lavoro che abbiamo fatto con Narcoleaks. Il Brasile quest’anno ha aumentato a dismisura i sequestri di cocaina. Ormai sfioriamo le 40 tonnellate che è una quantità molto rilevante. Teniamo presente che attraverso il Brasile passa solo una parte della cocaina, quella proveniente dall’asse Perù-Bolivia. Che peraltro non trova solo sbocco attraverso il Brasile ma passa anche attraverso <span style="color: #000000;">l’Argentina,</span>il Cile, il Paraguay e l’Uruguay. Consideriamo poi che questi due paesi insieme hanno una produzione rilevante di cocaina, ma non sterminata come quella della Colombia, e per questo direi che quelli del Brasile sono ottimi risultati. Avendo studiato con attenzione la ripartizione dei sequestri, ho constatato che molti di questi si realizzano nelle zone di frontiera; ciò vuol dire che le frontiere brasiliane sono protette piuttosto bene. Un 40% dei sequestri si realizza invece all’interno del paese e quindi anche oltre la frontiera, all’interno del paese, c’è un forte controllo. Ora è certo che queste 40 tonnellate rappresenteranno una quota parte magari di 100-120 tonnellate che realmente circolano, ma se altri paesi realizzassero queste percentuali di sequestri direi che saremmo un pezzo avanti. In questo senso nel Brasile vedo un paese nuovo, una forza nuova, però mi chiedo: nel momento in cui questi entrerà a far parte in maniera più salda e <span style="color: #000000;">perfusa </span>della comunità internazionale, potrebbe l’abbraccio di qualche grosso paese vicino spingere verso altro tipo di interessi per la legge dei vasi comunicanti? Potrebbe allora darsi che magari si cominci a chiudere un occhio sul traffico. Comunque per ora devo dare una risposta affermativa; effettivamente l’impostazione della sua domanda mi sembra corretta e il Brasile ne è un esempio: un paese giovane, pulito e sinceramente responsabile. Le autorità governative, convinte della pericolosità del flagello del narcotraffico, lo combattono realmente e con impegno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Lei giustamente si dimostra attendista per il futuro: si chiede se prevarranno logiche meno genuine nella lotta brasiliana al narcotraffico, nella misura in cui il Brasile stesso andrà ad integrarsi sempre più nell’attuale assetto internazionale. Tuttavia, assistiamo negli ultimi anni alla cauta ma decisa configurazione delle potenze globali emergenti in un vero e proprio blocco conosciuto come BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), al quale è anche dedicato l’ultimo </strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../brics-i-mattoni-del-nuovo-ordine/12719/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>numero</strong></em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> della rivista dell&#8217;IsAG. I BRICS hanno già maturato posizioni comuni su questioni cruciali sul piano politico, economico, giuridico, etc. Proprio nella misura in cui i centri di potere possano andarsi a spostare e riequilibrare nel globo, e quindi il Brasile possa trovare perno e sponda in questo blocco emergente, può secondo lei tutto questo avere effetti positivi anche sulla lotta al narcotraffico?</strong></em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si, perché tutta questa situazione è legata essenzialmente agli Stati Uniti; inutile che ci giriamo intorno. Non viene detto perché c’è una paura o una complicità con gli USA. Quindi è probabile che con una redistribuzione del potere politico ed economico globale, questo problema possa essere smussato. Sono ottimista soprattutto per la droga che deriva dalle piantagioni, la cui esistenza attuale è un <em>nonsense</em>: le piantagioni per forza hanno bisogno della luce del sole per crescere e quindi sono visibili dall’alto. E siccome per definizione sono immobili, se non vengono distrutte è perché ci sono complicità dei paesi ospitanti. E siccome il prodotto delle piantagioni deve uscire in grosse quantità nei paesi adiacenti, queste grosse quantità possono passare solo con la complicità dei governi dei paesi di transito. Ma tutto nasce con la presenza di un collante complessivo: nel momento in cui gli Stati Uniti la smetteranno di proporsi come il gendarme dell’America centrale e meridionale nella lotta alla droga &#8211; con risultati che fino a questo momento sono quantomeno imbarazzanti &#8211; allora potrebbe anche mettersi in movimento una situazione diversa. Tra l’altro vorrei specificare che a dire che questi risultati sono imbarazzanti non sono solo io, ma una commissione del Senato nel 2005, di cui faceva parte anche Barack Obama.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Come ricordate anche nel vostro documento.</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Esattamente. La commissione studiò attentamente la situazione colombiana dicendo che era lungi dall’essere risolta e che quindi il <em>Plan Colombia</em> non era servito per raggiungere gli obiettivi prefissati: non quello di abbattere la produzione di cocaina, che era rimasta inalterata, e nemmeno il problema dei conflitti e quindi del sangue che si versa in quel paese. La commissione ovviamente non è andata troppo oltre nell’inchiesta, ma con la stessa ci si era quantomeno chiesti come fossero stati impiegati quei soldi approvati dal Congresso americano. Bisognava solo approfondire altrove i risultati di quel lavoro, ma tutto il mondo ha una paura folle e finge di non vedere certe questioni.</span></span></p>
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		<title>La collera di Brzezinski</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 04:12:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, ancora attivo nel valutare lo stato del sistema e la politica estera degli Stati Uniti, era presente a una tavola rotonda tenutasi nel corso di una serata omaggio a Brent Scowcroft de The Atlantic Council.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-collera-di-brzezinski/12819/" title="La collera di Brzezinski"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/even_zbigniew1.bfnz5amqff488o0wossg8scoc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="La collera di Brzezinski" ></div></a><p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><a href="http://www.dedefensa.org/article-la_colere_de_brzezinski_15_12_2011.html">Bloc notes</a>, 15 dicembre 2011</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, ancora attivo nel valutare lo stato del sistema e la politica estera degli Stati Uniti, era presente a una tavola rotonda tenutasi nel corso di una serata omaggio a Brent Scowcroft de <em>The Atlantic Council.</em> Nel testo sull&#8217;evento che l&#8217;istituzione ha messo in linea il 14 Dicembre 2011, vi è questo passaggio che riguarda gli interventi di Brzezinski:<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Brzezinski è stato il più schietto, dichiarando &#8220;Abbiamo questa strana situazione in cui il partito al potere è alquanto congelato di fronte a questa complessità, e il partito fuori dal potere è pazzo furioso</em>.&#8221; C&#8217;è molto da biasimare in giro, ha dichiarato l&#8217;ex alto consigliere di Jimmy Carter. &#8220;I<em>l pubblico americano è abissalmente ignorante riguardo il mondo</em>&#8221; e &#8220;<em>Noi non abbiamo dei mass media che forniscano un grado significativo di informazioni relative al mondo</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Principalmente, però, ha incolpato i nostri leader politici, osservando che George HW Bush è stato l&#8217;ultimo presidente a capire veramente come condurre il mondo, accusando tutti i presidenti successivi &#8211; tra cui quelli del suo stesso partito, Bill Clinton e Barack Obama – si sono &#8220;chiusi in sé&#8221; e mancano di una grande strategia. Inoltre, il clima politico e la necessità di assecondare un elettorato semplicista porta alla &#8220;demagogia&#8221;, che a sua volta &#8220;mette in pericolo un processo decisionale intelligente</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">I verbali di questi interventi americanisti, vanno nella stessa direzione, mettendo in evidenza la critica metodica alla politica statunitense di Brzezinski, così come la situazione politica interna del paese, la condizione generale di tutto ciò, una sconcertante paralisi, o addirittura un&#8217;ossessione per la sicurezza caratterizzata da cecità, inefficienza, automatismi grotteschi che vi prevalgono. Così Brzezinski indica questo aneddoto dimostrando, dopo tutto, che non manca di umorismo:<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Anche le guardie di sicurezza dell&#8217;edificio hanno ricevuto da Brzezinski una lavata di capo trattamento. Beffandosi di come gli edifici governativi di Washington siano più difficili da accedere che a punti di riferimento importanti come il Kennedy Center, Brzezinski ha detto che era stufo di tirare fuori la sua carta d&#8217;identificazione, per farla controllare da gaurdie giurate, negli uffici del centro. Non si può andare in un qualsiasi edificio sulla K street senza essere fermato da qualcuno che pretende di essere una guardia di sicurezza</em>”, ha detto. &#8220;<em>Mi sono così stancato e irritato di tutto questo</em>”, ha aggiunto. &#8220;<em>A volte firmo, quando mi chiedono il mio nome, letteralmente, firmo &#8216;Osama bin Laden.&#8217; Non sono mai stato fermato</em>.&#8221;<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Questo estratto proviene da un testo di <em>US News &amp; World Report </em>del 14 dicembre, 2011. Questo stesso testo sottolinea i vari aspetti sopra evocati, su questa critica che trascende i partiti, poiché fustiga tutti i presidenti dopo George HW Bush, che aveva lasciato la Casa Bianca nel gennaio del 1993, tra cui, quindi, due presidenti del partito di Brzezinski (democratico).<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Il sito iraniano </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>PressTV.com</em></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"> si è occupato della questione aggredendola su un aspetto completamente ignorato dai testi sopra citati, ma che è stato ripreso altrove (dalla AFP, citata dal sito iraniano). Naturalmente, si tratta dell&#8217;Iran o della politica iraniana degli Stati Uniti. Brzezinski mostra la stessa severità che ha sollevato in precedenza, circa la situazione interna negli USA. (Il testo di </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>PressTV.com</em></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">, 14 Dicembre 2011 &#8211; <a href="http://www.presstv.com/detail/215613.html">http://www.presstv.com/detail/215613.html</a>.)<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Pensiamo che eviteremo la guerra spostandoci verso la costrizione</em>&#8220;, avrebbe detto secondo l&#8217;AFP, presso il pensatoio del Consiglio Atlantico di Washington, il Martedì sera. &#8220;<em>Ma più puntate sulla costrizione, più la scelta diventa la guerra, se non funziona. Ciò restringe le nostre scelte in maniera molto drammatica</em>&#8220;, ha notato l&#8217;ex consulente del presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Brzezinski si è detto preoccupato per un&#8217;escalation nella &#8220;retorica&#8221;, mentre l&#8217;approccio degli Stati Uniti al programma nucleare iraniano appare unicamente rivolto a costringere Teheran a soddisfare le richieste internazionali, lasciando a Washington poca flessibilità. &#8220;Molte piccole decisioni possono esere prese, mentre nel frattempo si restringe la libertà di scelta nel futuro”, ha detto.</em>&#8221;<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">È indiscutibile che Zbigniew Brzezinski sia un servitore informato, esperto ed intelligente del sistema. Le sue parola sono quindi più interessanti. Le differenze di trattamento del suo discorso, che compaiono tra il testo puramente americanista e il resto, compresi tra gli iraniani, mostrano preoccupazioni diverse; pertanto, queste preoccupazioni diverse si riferiscono alla stessa situazione, che è quella del sistema dell&#8217;americanismo.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">E&#8217; vero che la situazione del potere americanista è nella condizione descritta da Brzezinski, e probabilmente questa debolezza è fatale: impotente, paralizzata, è persa nelle faziosità interne e nelle straordinarie esacerbazioni psicologiche. Il termine di coazione che Brzezinski impiega per caratterizzare la politica iraniana degli Stati Uniti, vale anche per la situazione della leadership politica di Washington, e in realtà anche per una patologia della psicologia. (Il comportamento compulsivo è caratterizzato in questo senso, effettivamente come una patologia, come dice ad esempio <em>Wikipedia</em>: &#8220;<em>Il disturbo ossessivo-compulsivo (abbreviato OCD ) è un disturbo d&#8217;ansia caratterizzato dalla comparsa di pensieri intrusivi ricorrenti, relativi o meno a una fobia. &#8230;</em>&#8220;, ecc) Quindi ce n&#8217;è per tutti, e l&#8217;una cosa o l&#8217;altra, delle loro caratterizzazioni comuni: il sistema dell&#8217;americanismo, come il sistema stesso, è malato, si tratti dei giochi politici a Washington o della politica iraniana, e la malattia ha a che fare con le dinamiche dell&#8217;auto-distruzione del sistema.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Brzezinski, grande stratega dalle ambizioni egemoniche globali dell&#8217;americanismo, ci permette di avere una buona percezione del declino, del crollo del sistema. Parla di un tempo in cui il sistema (il sistema dell&#8217;americanismo) ancora funzionava in modo efficace e brillante. Le ambizioni del sistema, la sua crudeltà, le sue pretese universali e il suo disprezzo per la sovranità degli altri erano grandi allora come lo sono oggi, ma li ha affermato con abilità e intelligenza, con misura tattica quando necessaria, accompagnati da una retorica rassicurante, senza l&#8217;ebbrezza e la cecità, senza quella patologia psicologica che le caratterizzano oggi. Brzezinski non ha rimpianti, né rigetta nulla delle azioni del sistema dell&#8217;americanismo, e deplora e respinge furiosamente la malattia che ha infettato la psicologica del sistema, e il comportamento &#8220;<em>compulsivo</em>&#8220;, irregolare, inconsistente, paralizzato e impotente che ne deriva. La salute mentale di Brzezinski non è diminuita, quella del sistema sì; Brzezinski parla della dinamica da superpotenza del sistema quando trionfava, e che aveva saputo mantenere la sua applicazione operativa; ha espresso tutta la sua furia sulla dinamica dell&#8217;autodistruzione che ha preso piede nel sistema. Ne siamo così perfettamente consapevoli &#8211; o meglio, diciamo che ha confermato la nostra convinzione.</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">[Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://aurorasito.wordpress.com/"><span style="color: #000080"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><span style="text-decoration: underline">http://aurorasito.wordpress.com</span></span></span></span></a><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">]</span></span></span></p>
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		<title>IRAN-DRONEGATE: l&#8217;acrimonia di Washington per l&#8217;abbattimento del drone da spionaggio Top Secret</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 03:55:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[CIA]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[L'abbattimento del drone spia è un segno che l'Iran è militarmente potente ed efficiente. Tuttavia, la missione segreta del drone, che si presume fosse la raccolta di dati segreti sui siti nucleari iraniani, consolida l'idea che Washington è più che mai intenzionata a realizzare operazioni segrete in Iran e che cova un piano malintenzionato per orchestrare un attacco contro i siti nucleari iraniani, se non un Armageddon nella regione. 
In quello che sembra essere nient'altro che la sfacciata arroganza in stile USA, il presidente Barack Obama ha chiesto la restituzione del drone spia che ha violato lo spazio aereo della Repubblica islamica, ma il cui abbattimento dall'esercito iraniano, ha umiliato i funzionari degli Stati Uniti. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/iran-dronegate-lacrimonia-di-washington-per-labbattimento-del-drone-da-spionaggio-top-secret/12785/" title="IRAN-DRONEGATE: l&#8217;acrimonia di Washington per l&#8217;abbattimento del drone da spionaggio Top Secret"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/drone_iran_gps_542311.67itl4d2l7cwow4cs8kg4kkw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="51" alt="IRAN-DRONEGATE: l&#8217;acrimonia di Washington per l&#8217;abbattimento del drone da spionaggio Top Secret" ></div></a><p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em><a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=28208">Global Research</a></em>, 14 Dicembre 2011 </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="color: #800000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><strong>Nota del redattore:<br />
</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><strong>LA SAGA IRAN-DRONEGATE<br />
</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Benvenuti in quello che potrebbe essere descritto come la &#8220;Saga Iran-DroneGate&#8221;, un finale di partita diplomatico diretti contro la Repubblica Islamica dell&#8217;Iran. </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Global Research fornirà una copertura dettagliata di questo importante argomento.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-size: small">Michel Chossudovsky, 14 dicembre 2011</span></span></span></span> </p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;abbattimento del drone spia è un segno che l&#8217;Iran è militarmente potente ed efficiente. Tuttavia, la missione segreta del drone, che si presume fosse la raccolta di dati segreti sui siti nucleari iraniani, consolida l&#8217;idea che Washington è più che mai intenzionata a realizzare operazioni segrete in Iran e che cova un piano malintenzionato per orchestrare un attacco contro i siti nucleari iraniani, se non un Armageddon nella regione.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">In quello che sembra essere nient&#8217;altro che la sfacciata arroganza in stile USA, il presidente Barack Obama ha chiesto la restituzione del drone spia che ha violato lo spazio aereo della Repubblica islamica, ma il cui abbattimento dall&#8217;esercito iraniano, ha umiliato i funzionari degli Stati Uniti.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Il drone top-secret RQ-170 <em>Sentinel</em>, che è usato da Washington nelle operazioni segrete che i funzionari degli Stati Uniti hanno già promesso di condurre in Iran, è stato vittima di un agguato elettronico ed è atterrato con un minimi danni nella città di Kashmar, a circa 140 miglia nell&#8217;Iran.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Consapevolmente ciechi sulle realtà della politica abissale di Washington, i media occidentali hanno trattato l&#8217;argomento con una predilezione per il sospetto e l&#8217;incredulità, e hanno usato il termine alquanto innocuo di &#8216;drone da ricognizione&#8217;. Tuttavia, quando più tardi, il Pentagono ha riconosciuto la &#8220;<em>misteriosa perdita di un drone da sorveglianza</em>&#8220;, non avevano altra scelta che affrontare la verità.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Ciò che colpisce come bizzarramente ridicolo, è il fatto che Washington abbia chiesto la restituzione del drone che hanno confessato di aver inviato in missione segreta per la raccolta delle informazioni.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>&#8216;L&#8217;abbiamo chiesto indietro. Vedremo come gli iraniani risponderanno&#8217;</em>, ha detto Obama.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Ciò nonostante, l&#8217;Iran dice che non ha alcuna intenzione di restituire il drone e che Washington dovrebbe risarcire Teheran per aver violato lo spazio aereo del paese.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Spazzando via la possibilità di restituire il drone, il presidente della Commissione per la sicurezza nazionale e politica estera del <em>Majlis</em> iraniano, Alaeddin Boroujerdi, ha detto che la Casa Bianca deve affrontare le conseguenze della violazione dello spazio aereo iraniano.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;insistenza di Washington nel riavere il drone scaturisce dalla preoccupazione sulla natura segreta di ciò che gli iraniani avrebbero raccolto dalla tecnologia dal drone spia.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Esperti militari iraniani hanno riferito della fase finale di estrazione delle informazioni dal drone. Le informazioni estratte verranno utilizzate per citare in giudizio gli Stati Uniti, dice un funzionario iraniano.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Quando è stato chiesto, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, se lui era preoccupato che l&#8217;Iran potesse indebolire la sicurezza nazionale degli USA ottenendo informazioni dal drone abbattuto, Obama ha detto, &#8220;<em>non ho intenzione di commentare questioni dell&#8217;intelligence classificate</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Senza riferirsi direttamente al drone spia, Obama in precedenza aveva ripetuto la stessa vecchia minaccia che <em>&#8216;tutte le opzioni sono sul tavolo nel trattare con l&#8217;Iran</em>&#8216;, dicendo: &#8220;<em>Oggi l&#8217;Iran è isolato, e il mondo è unificato dall&#8217;applicazione delle sanzioni più dure che l&#8217;Iran abbia mai sperimentato. Si può rompere questo isolamento, agendo in modo responsabile e abbandonando lo sviluppo di armi nucleari&#8230; oppure possono continuare ad operare in modo da isolarsi dal resto del mondo intero</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Le parole minacciose di Obama contro l&#8217;Iran evidentemente odorano della letteratura del suo predecessore George W. Bush. Infatti, sta seguendo le orme di Bush e si è metaforicamente trasformato nella personalità belligerante di quest&#8217;ultimo.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">È evidente che Washington ha recentemente intensificato la sua attività di spionaggio in Iran.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Il 21 maggio 2011, il Ministero dell&#8217;Intelligence iraniano aveva arrestato una rete di spionaggio composta da 30 persone che lavoravano per la CIA, e altri 42 agenti della CIA che avevano collegamenti con la rete. La rete della CIA era composta di cittadini ingannati per spiare per conto dell&#8217;agenzia, con il pretesto di rilascio dei visti, aiutandoli con la residenza permanente negli Stati Uniti e con l&#8217;offerta di lavoro e opportunità di studio nelle università statunitensi.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Secondo il Ministero dell&#8217;Intelligence iraniano, la rete dissolta è stata principalmente focalizzata sulle centrali nucleari del paese, i giacimenti e i centri gasiferi e petroliferi più sensibili, con lo scopo principale di sabotare queste aree.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Funzionari dei servizi segreti iraniani hanno appreso che gli agenti della CIA avevano raccolto informazioni provenienti da università e centri di ricerca scientifica, del settore delle industrie aerospaziale, della difesa e delle biotecnologie.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Inoltre, il 24 novembre 2011, l&#8217;Iran ha arrestato altri 12 agenti della CIA che stavano lavorando con il <em>Mossad</em> israeliano e miravano al programma militare e nucleare del paese. Il membro della Commissione per la sicurezza nazionale e politica estera del <em>Majlis</em> iraniano, Parviz Sorouri, ha detto che la CIA e gli apparati di spionaggio del <em>Mossad</em>, stavano facendo sforzi per danneggiare l&#8217;Iran sia all&#8217;interno che all&#8217;esterno, e che organizzavano un duro colpo con l&#8217;aiuto dei servizi segreti regionali.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Fortunatamente, con la rapida reazione del dipartimento d&#8217;intelligence iraniani, i loro tentativi si sono rivelati vani</em>&#8220;, ha detto Sorouri. Se dice la verità, l&#8217;abbattimento del drone spia ha sicuramente inferto un colpo pesante all&#8217;apparato di intelligence della CIA e fatto svolazzare molte piume a Washington. In maniera atrocemente antagonista, l&#8217;ex vicepresidente statunitense Dick Cheney ha scatenato le sue ire sul presidente Barack Obama, dicendo che avrebbe dovuto reagire, nell&#8217;essere colti a spiare, con un attacco aperto contro l&#8217;Iran.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>La risposta giusta sarebbe stata quella di farlo subito, dopo che era stato abbattuto</em>&#8220;, ha detto Cheney. Confondendo l&#8217;Iran con l&#8217;Iraq e l&#8217;Afghanistan, ha suggerito che questo potrebbe essere fatto sia con una invasione di terra, per recuperare il drone perso, o bombardando la zona fino a quando il drone veniva distrutto.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>La giusta risposta a ciò sarebbe stata andarci subito dopo che era stato abbattuto e distruggerlo. Potete farlo dal cielo. Potete farlo con un rapido attacco aereo, e in effetti rendergli impossibile trarre benefici dal drone che hanno catturato. Mi è stato detto che il presidente aveva tre opzioni sulla sua scrivania. Le ha respinte tutte. Sono tutti coinvolti nell&#8217;inviare qualcuno a cercare di recuperarlo, o se non potete farlo, ammettendo che sarebbe stata un&#8217;operazione difficile, avreste certamente potuto andarci e distruggerlo a terra con un attacco aereo. Ma lui non ha preso nessuna delle opzioni. Ha chiesto loro di restituirlo. E non hanno intenzione di farlo</em>.&#8221;<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">La furia del povero Cheney è abbastanza sensibile e patetica, e la difficile situazione del presidente Obama non è difficile da immaginare.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Tuttavia, sarebbe meglio se i funzionari degli Stati Uniti confessassero il valore militare dell&#8217;Iran, invece di attribuire disperatamente la perdita del loro drone alla inettitudine del loro Presidente.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;abbattimento del drone spia è un buon segno che l&#8217;Iran è militarmente potente ed efficiente. Tuttavia, la missione segreta del drone, che si presume fosse la raccolta di dati sui siti nucleari segreti iraniani, consolida l&#8217;idea che Washington è più che mai intenzionata a realizzare operazioni segrete in Iran e che cova un piano malintenzionato per orchestrare un attacco contro i siti nucleari iraniani, se non un Armageddon nella regione. </span></span></span></p>
<p align="justify"> <span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Dr. Ismail Salami è uno scrittore e analista politico iraniano. Scrittore prolifico, ha scritto numerosi libri e articoli sul Medio Oriente. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"> [</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Traduzione di Alessandro Lattanzio  </span></span></span><a href="http://aurorasito.wordpress.com/"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">http://aurorasito.wordpress.com</span></span></span></a>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nel mezzo di guerre di fede e di droni</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 02:34:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’ascesa dei partiti islamici terrorizza Israele. E così sulla sponda Sud del mediterraneo sono tornati a volare i droni, i velivoli che non hanno bisogno di pilota perché basta schiacciare da lontano un bottone, e la macchina parte e bombarda scatenando le guerre senza uomini. Sono le unmanned wars (così le chiamano) nelle quali traiettorie e bersagli da colpire sono decisi da cerchie di tecnici e politici che sfuggono ad ogni controllo poiché non hanno le salme dei propri soldati di cui devono dar conto. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/nel-mezzo-di-guerre-di-fede-e-di-droni/12767/" title="Nel mezzo di guerre di fede e di droni"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12767&amp;w=80" width="80" height="74" alt="Nel mezzo di guerre di fede e di droni" ></div></a><p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’ascesa dei partiti islamici terrorizza Israele. E così sulla sponda Sud del mediterraneo sono tornati a volare i droni, i velivoli che non hanno bisogno di pilota perché basta schiacciare da lontano un bottone, e la macchina parte e bombarda scatenando le guerre senza uomini. Sono le <em>unmanned wars</em> (così le chiamano) nelle quali traiettorie e bersagli da colpire sono decisi da cerchie di tecnici e politici che sfuggono ad ogni controllo poiché non hanno le salme dei propri soldati di cui devono dar conto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto accade perché l’Egitto si è affidato ad <em>Allah</em>. L’altra settimana, quando sono stati diffusi dalla commissione elettorale i primi risultati ufficiali delle elezioni che si concluderanno a gennaio, si è profilata una maggioranza assoluta islamista nel futuro parlamento egiziano. Infatti, i gruppi di ispirazione religiosa hanno stravinto ottenendo più del 65 per cento dei consensi. I Fratelli musulmani, ufficialmente al bando ma semi-tollerati sotto Hosni Mubarak¹ hanno ottenuto il 36,62 per cento, gli integralisti salafiti di <em>Al-Nur</em> il 24,36 per cento, il moderato <em>Al-Wasat</em> il 4,27 per cento. Non è possibile ipotizzare quanti seggi otterrà ciascuna coalizione perché con questo sistema elettorale bisogna attendere tutti i dati nazionali per conoscerne la ripartizione. Tuttavia quel che si può desumere dai risultati finora forniti è che il Partito della Libertà e della Giustizia dei Fratelli musulmani ha ottenuto 3 milioni e 560mila voti sui 9 milioni e 730 milioni di voti validi, mentre ai salafiti di <em>Al-Nur</em> sono andati 2 milioni e 370 mila voti e al partito <em>Wasat</em> 415.590 voti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I numeri, evidentemente, si devono ancora assestare, ma i rapporti di forza nel più popoloso paese arabo confermano che dopo la cosiddetta “primavera araba” c’è la volontà – in tutto il Nord Africa – di realizzare un nuovo ordine sociale su base religiosa. E’ una spinta che proviene dal basso, e – come sostiene Gilles Kepel² &#8211; essa rappresenta il rimedio o meglio ancora l’alternativa ogni qual volta le identità imposte dall’alto non soddisfano. Infatti, se nell’analisi dei fatti nei quali sono coinvolte le religioni si accantonano gli strumenti analitici di impostazione cristiana, si scopre che il fondamentalismo prima di ogni altra cosa difende o afferma i valori della fede, la quale non può essere sepolta sotto frasi d’effetto come “il tribalismo rinato” per spiegare gli eventi degli ultimi tempi. In ogni caso le credenze, islamiche, ebraiche, cristiane, indù, (l’elenco potrebbe continuare), non possono essere svalutate facilmente poiché ciascuna religione non è in una posizione completamente irrazionale dal momento che in ogni caso essa privilegia la ragione. Dopo tutto, la via del dialogo cosmopolita si percorre imparando a conoscere i percorsi storici di ogni singola fede, cercando di coglierne le somiglianze e le differenze. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Egitto i risultati seppure parziali indicano comunque l’affermarsi di un blocco religioso che con ogni probabilità conquisterà la maggioranza del Parlamento. I numeri, ripeto, si devono ancora assestare, ma il quadro si è già delineato poiché lo schieramento laico e liberale prevede di riuscire a conquistare non più di un quinto dei voti destinati alle liste di partito. Cosicché nel giro di qualche mese, le chiavi della politica egiziana saranno custodite nel pretenzioso palazzotto pseudo barocco, costruito in pochi mesi dai Fratelli musulmani nella periferia di Moqattam e pagato, si dice, con i soldi dell&#8217;Arabia Saudita (un miliardo di dollari di finanziamenti). Se poi i Fratelli musulmani per governare dovessero coalizzarsi con i salafiti potrebbero dover accettare l’introduzione di una buona dose di leggi coraniche³. Il che potrebbe voler dire: divieto per le donne, o gli appartenenti alle minoranze religiose, di occupare incarichi dirigenziali, divieto di consumare bevande alcoliche, di diffondere l’arte non islamica e il divieto del turismo balneare. Questo accade perché, come ricorda Lawrence Sudbury⁴, siccome «in tutto il Corano ogni riferimento ad <em>Allah</em> avviene con il pronome di terza persona maschile, risulta chiaramente la qualità evidentemente e prettamente maschilista dell’Islam, che non lascia alcuno spazio ad alcuna forma di femminilizzazione del divino. Almeno apparentemente». </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In buona sostanza quella che è stata definita la “primavera araba” è tra i fenomeni più interessanti e disarmanti del mondo del dopo-muro diventato globalizzato. Essa ha conquistato &#8211; continuando a mantenerla &#8211; la ribalta sebbene molti autorevoli osservatori culturali occidentali sentenziassero che la religione non avrebbe più giuocato un ruolo importante negli avvenimenti del mondo. Nemmeno l’Iran che ha dato l’ avvio al fondamentalismo religioso era stato tenuto in considerazione, poiché s’è continuato per molti anni a considerare quella vicenda come un fenomeno isolato, proprio della componente rivoluzionaria della quale la religiosità sciita si vanta. Sono valutazioni oggi smentite dagli avvenimenti che delineano la prospettiva di grandi masse governate dall’autorità dei testi sacri. Questo sgomenta in Occidente e altrove. Ne è un esempio recente l’ennesima barriera che Israele sta costruendo lungo i suoi confini. Non a caso il progetto riguarda la frontiera egiziana, che dopo la rivoluzione che ha deposto Hosni Mubarak per le autorità israeliane è diventata potenzialmente molto pericolosa. Esso prevede una barriera alta poco meno di 5 metri e lunga 225 chilometri, tanto misura appunto il confine con l’Egitto da Rafah a Ein Netafim. I lavori proseguono come sono iniziati e cioè con ritmi forsennati. Entro il prossimo gennaio la recinzione (sormontata da filo spinato, torri di controllo alte 30 metri, telecamere di sicurezza e allarmi laser) avrà coperto i primi cento chilometri. Si dovrebbe completare nell’ottobre 2012. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l’analisi del Washington Post⁵, la barriera sarebbe un’ulteriore conferma dell’isolamento (sempre più imbarazzante per il governo americano) di Israele in Medio Oriente. Eppure, le affinità culturali e spirituali tra le genti di quella sponda del Mediterraneo ci sarebbero poiché come spiega Lawrence Sudbury, «il Giudaismo è con l’Islam la religione più rigidamente monoteistica: il “tawheed” (la concezione dell’unicità di Dio) è così fondamentale che la prima frase della “Shahadada”, la dichiarazione di fede che costituisce il primo pilastro dell’Islam, proclama, in modo non dissimile dal “Sh’ma Yisrael” ebraico, il più inequivocabile credo monoteistico (“Ash-hadu an laa ilaaha illallah”, letteralmente “io testimonio che non vi è alcun Dio all’infuori di Allah”)». Naturalmente queste sono citazioni che gli studiosi si scambiano e sono perciò elitarie. Dopo tutto gli aspetti religiosi vanno sempre verificati nei luoghi dove la gente vive e lotta per sopravvivere. Pertanto &#8211; per rimanere in tema &#8211; Mohamed Morsy, il presidente del Partito della Libertà e della Giustizia dei Fratelli musulmani, per tutelarsi i consensi dovrà recuperare anche quei militanti che scrivono su Facebook o urlano dai marciapiede che le «donne non possono essere parlamentari perché la carica sarebbe troppo pesante per loro». E che così facendo rischiano di compromettere quell’immagine di Islam moderato che il Partito propaganda per non allarmare l’Occidente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">D’ altro canto pure la tradizione cattolica è costretta a inseguire la gente che si muove ansiosa e disorientata &#8211; tra mondi tecnologici avanzati e fenomeni come «guarigioni, visioni celestiali, interventi provvidenziali» &#8211; alla ricerca di nuove conferme poiché la modernità ha spostato l’attenzione dal passato al presente, o per essere più precisi: il passato è stato messo da parte per dar maggior risalto al tempo reale. Che comunque si dipana sia con modelli di comportamento orientati dal consumismo e dal piacere, sia con modelli di controllo che tengono a freno determinati impulsi o ne sollecitano degli altri. Accade in tutte le comunità con una cultura a prevalenza religiosa in ogni angolo di mondo. Pure questo è un fenomeno nuovo legato alla globalizzazione. Soprattutto in quei luoghi dove a far da fondale sono gli spostamenti di masse di lavoratori che emigrano e di flussi di rifugiati. Costoro rappresentano l’Altro, l’estraneo, l’emarginato sul quale l’attenzione dei religiosi si appunta poiché più di ogni altro essere umano è come la “ruota dentro la ruota” di Ezechiele, cioè uno strumento di diffusione di un insieme di valori culturali che il mercato, il consumismo inevitabilmente vorrebbe cancellati. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Malauguratamente il mondo dei media si è trovato del tutto impreparato a spiegare il rapporto vero tra modernità e nuova religiosità, tra i sacri testi e il capitalismo informatico. Va pure aggiunto che esso non ha fatto nulla o quasi nulla per aggiornarsi. Tutto è improntato alla superficialità. Infatti, quasi sempre i panorami mediatici sulle religiosità si soffermano sugli aspetti più folclorici, più truculenti, più sensazionali offrendo immagini deformate che si ripercuotono su scala globale. Un esempio tra i tanti è la frase di Manuele II Paleologo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava» che Papa Ratzinger⁶ ebbe (http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo=La gaffe di Ratisbona#) l&#8217;infelice idea di citare a Ratisbona, e che rilanciata in maniera esponenziale dai media ancora oggi – cinque anni dopo &#8211; scatena violente reazioni nel mondo islamico ogni volta che le circostanze ne stimolano il ricordo. Oppure come è accaduto di recente ha offerto il pretesto al presidente iraniano Ahmadinejad di ricordare come, malgrado i valori cristiani contengano un ripudio della violenza, «tutte le guerre del XX secolo sono state provocate da nazioni europee e dagli Stati Uniti». </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A far da sfondo nello scenario del mondo globalizzato c’è il capitalismo consumistico determinato con tutti i mezzi delle tecnologie della comunicazione ad imporre gli stili di vita consumistici. E’ una cultura che viaggia su spazi incommensurabili dove ha conquistato posizioni prioritarie. Siccome essa mira soltanto al trionfo del profitto, essa non incoraggia la conoscenza della fede, della spiritualità, dei valori culturali. Anzi si adopera per offrirne un’immagine stemperata e distorta nel tentativo non ultimo di far implodere il tempo in un presente perenne, il quale possiede la pericolosa capacità di attenuare la memoria e di svuotare la speranza di significati. Insomma, il mondo dell’istante e dell’immediato è allo stesso tempo il mondo del consumo il quale per principio investe sul futuro. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Stando così le cose, ogni giorno di più sembra di vivere nella commedia dell’assurdo come lo è l’impiego del drone, al quale Obama ricorre assai più sistematicamente di Bush. Infatti l’altro giorno uno di quei velivoli ha sorvolato Iran che l’ha abbattuto. Naturalmente altri velivoli senza pilota volano anche in Afghanistan, hanno volato in Libia e continuano a volare su paesi come la Siria, lo Yemen. Siccome i droni sono gestiti dalla Cia ai cittadini è pressoché impossibile bloccare i governi che impartiscono quegli ordini di morte. Va pure detto che le nuove regole imposte dal mercato del consumo si impongono più rapidamente <span style="color: #000000;">e con</span><span style="color: #000000;"> più efficacia eludendo la legge internazionale, sottraendole ai controlli democratici, alimentando i conflitti.</span><span style="color: #000000;">Lo scandalo è che nessuna discussione seria è iniziata, tra europei e americani, sul futuro in cui siamo entrati e che la “primavera araba” per molti versi suggella. Eppure ce ne sarebbero di cose da ripensare.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><em><strong>* Vincenzo Maddaloni è giornalista e saggista</strong></em></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">¹ </span><a href="http://www.vincenzomaddaloni.it/?p=1082">http://www.vincenzomaddaloni.it/?p=1082</a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">² </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Kepel">http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Kepel</a></p>
<p align="JUSTIFY">³ <a href="http://www.reuters.com/article/2011/12/02/us-egypt-election-idUSTRE7AR08V20111202">http://www.reuters.com/article/2011/12/02/us-egypt-election-idUSTRE7AR08V20111202</a></p>
<p align="JUSTIFY">⁴ <a href="http://www.lawrence.altervista.org/"><span style="font-family: Verdana,serif;">http://www.lawrence.altervista.org/</span></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">⁵</span><a href="http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/on-israels-uneasy-border-with-egypt-a-fence-rises/2011/11/28/gIQAZt19JO_story.html">http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/on-israels-uneasy-border-with-egypt-a-fence-rises/2011/11/28/gIQAZt19JO_story.html</a></p>
<p align="JUSTIFY">⁶ http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo=La gaffe di Ratisbona#</p>
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		<title>Francesco Brunello Zanitti: &#8220;Progetti di egemonia&#8221;. Recensione e intervista all&#8217;autore</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 13:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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		<description><![CDATA[Perché gli Stati Uniti sono vicini a un Paese così distante sia culturalmente che geograficamente? Questo è l’aspetto più interessante del libro Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto, poiché evidenzia come gli interessi di questo legame speciale risiedano non solo in questioni “morali”, ma soprattutto economiche. La cosiddetta Israel Lobby, di cui anche Walt e Mearsheimer hanno recentemente parlato in un loro libro, è portatrice di grandi interessi (in termini di pecunia) e spinge affinché Israele non sia minacciata dagli stati arabi confinanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-recensione-e-intervista-allautore/12764/" title="Francesco Brunello Zanitti: &#8220;Progetti di egemonia&#8221;. Recensione e intervista all&#8217;autore"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12764&amp;w=80" width="80" height="56" alt="Francesco Brunello Zanitti: &#8220;Progetti di egemonia&#8221;. Recensione e intervista all&#8217;autore" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://ildemocratico.com/2011/12/18/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-neoconservatori-statunitensi-e-neorevisionisti-israeliani-a-confronto/" target="_blank">Il Democratico</a>&#8221;</p>
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<div style="font-size: medium;">Sempre più spesso Stati Uniti e Israele appaiono come due facce della stessa medaglia, questo perché la loro <em>special relationship</em> è qualcosa che va aldilà di un semplice credo politico, ma arriva quasi al trascendentale. Due nazioni distanti fra loro, per posizione e storia, ma accomunate dall’idea della propria superiorità morale, dalla convinzione che esse siano le “prescelte” e, perciò, entrambe portatrici sane di un “eccezionalismo” di fondo, abbondantemente e continuamente propagandato. Ecco perché Neoconservatori da una parte e Neorevisionisti dall’altra presentano degli elementi che li accomunano. Ma questi elementi bastano, di per sé, a legare le due nazioni? Perché, dunque, gli Stati Uniti sono vicini a un Paese così distante sia culturalmente che geograficamente? Questo è l’aspetto più interessante del libro <em>Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</em>, poiché evidenzia come gli interessi di questo legame speciale risiedano non solo in questioni “morali”, ma soprattutto economiche. La cosiddetta <em> Israel Lobby</em>, di cui anche Walt e Mearsheimer hanno recentemente parlato in un loro libro, è portatrice di grandi interessi (in termini di <em>pecunia</em>) e spinge affinché Israele non sia minacciata dagli stati arabi confinanti.L’approccio atlantista è di sicuro effetto fra “Noi Occidentali”, grazie anche ai mezzi di comunicazione che lo supportano: Israele, dopotutto, è l’unico “baluardo occidentale” all’interno di una regione a “connotazione araba”, e noi, gli occidentali, siamo spinti a credere che la difesa di tale territorio sia prioritaria. Dopotutto, dopo la “Liberazione” del 1945, l’Europa si è sempre più sentita “in debito” con uno Stato che non ha mai nascosto il fatto di ritenersi superiore al resto del mondo: gli USA, la nazione <em>bound to lead</em>, ci inducono ad abbracciare e a ritenere giuste le cause che loro stessi abbracciano, anche se i motivi sono economici piuttosto che idealistici. Troppo spesso gli esperti, i vari studiosi, ma anche gli stessi <em>mass media</em> giocano sulla indubbia somiglianza dei concetti “antisemita” e “antisionista”, portando chi ascolta (e troppo spesso non ha conoscenza di ciò di cui si parla) a ritenere che salvare Israele significa salvare il popolo ebraico e che chi critica gli israeliani è, per partito preso, un antisemita. Gli Stati Uniti non sono da meno e, seguendo i propri enormi interessi economici (ricordiamoci che la <em>Lobby</em> ha al suo interno personaggi di spicco del mondo politico statunitense e non solo, e che è in grado di influenzare notevolmente i risultati elettorali all’interno della nazione), incitano l’Occidente alla salvaguardia di Israele. E lo fanno anche se ciò significa l’uccisione di centinaia di innocenti, se implica l’uso smodato della forza militare, o se va contro lo <em>ius cogens</em>. Come è possibile, dunque?</p>
<p>Il libro di Brunello Zanitti è molto interessante perché aiuta il lettore a capire non solo le origini della nascita dei due movimenti politici di riferimento, ma anche perché si addentra nelle dinamiche che la nascita di tali partiti ha creato, offre spiegazioni puntuali rispetto ad avvenimenti storici del passato e apre la strada all’interpretazione dei nuovi possibili scenari futuri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><em><strong>Il tuo libro è molto interessante perché  delinea degli elementi comuni fra due movimenti politici distanti fra di loro, non solo geograficamente ma anche ideologicamente. Da una parte un movimento che nasce dalla sinistra democratica disillusa, dall’altra vediamo un movimento ultraconservatore. Come mai hai voluto concentrare la tua analisi su questo argomento? C’è stato qualche particolare elemento o avvenimento, più o meno recente, che ti ha spinto ad approfondire questo tema e a elaborare la tua tesi?</strong></em></p>
<p>La scelta di questo argomento è dovuta al mio interesse per il conflitto tra israeliani e palestinesi, contraddistinto storicamente da un particolare ruolo svolto dagli Stati Uniti. Alcuni avvenimenti recenti mi hanno spinto ad approfondire questa tematica, ad esempio l’intervento statunitense contro l’Iraq nel 2003 e, pochi anni dopo, la guerra tra Israele e Libano del 2006, così come l’operazione “Piombo Fuso” contro Gaza tra dicembre 2008 e gennaio 2009. In tutti questi eventi di guerra riscontravo una certa somiglianza e una medesima “giustificazione morale”, nonostante i contesti diversi. Gli interventi militari furono favoriti dai gruppi politici al potere a quell’epoca, neoconservatori negli Stati Uniti e destra israeliana neorevisionista nello Stato ebraico. A questo proposito, prendendo spunto da alcuni articoli di autori israeliani e statunitensi che già avevano analizzato le possibili similitudini tra i due movimenti, su tutti, come ricordo nel libro, l’articolo di Ilan Peleg e Paul Scham <em>Israeli Neo-Revisionism and American Neoconservatism: The Unexplored Parallels</em> pubblicato nel 2007 sul “The Middle East Journal”, ho messo a confronto <em>neocons</em> e rappresentanti del <em> Likud</em>, soprattutto per quanto riguarda l’adozione di simili procedure in politica estera. Fermo restando che siano esistiti medesimi obiettivi, soprattutto negli ultimi anni, non ho presentato un disegno cospiratorio o un comune progetto politico. A questo proposito ho utilizzato numerosi articoli, pubblicati nel periodo che va dagli anni ’70 al 2000, nei quali si può individuare il pensiero degli appartenenti a queste correnti. Ho analizzato anche le idee degli intellettuali che successivamente non hanno ricoperto cariche pubbliche nei rispettivi Paesi, ma senza dubbio il loro pensiero politico ha influito decisamente nelle successive scelte in politica estera. La rivista dei neoconservatori “Commentary” è stata fondamentale per comprendere le idee dei due gruppi, diverse a seconda dei contesti storici, la maggior parte delle quali sono state messe coerentemente in pratica, soprattutto tra il 2001 e il 2008.</p>
<p>Vorrei comunque ricordare che un altro aspetto che mi ha spinto ad approfondire l’analisi di questi due movimenti sono stati l’avversione e i pregiudizi che percepivo nei confronti dei musulmani, causati soprattutto dagli eventi dell’11 settembre, ma in generale verso le culture diverse da quella occidentale. Il tema dello “scontro tra civiltà”, paradossalmente favorito dagli stessi <em>neocons</em> a causa della loro ideologia fortemente intrisa da interventismo ad ogni costo (economico e militare), così come dalla percezione di minacce continue, è un aspetto che considero molto importante. Questi due gruppi, non tenendo conto delle differenze culturali e se effettivamente una determinata società ha il desiderio di adottare particolari sistemi di stampo occidentale, hanno favorito questo “scontro” per motivazioni di carattere geopolitico ed economico, nascoste da giustificazioni di tipo morale per il diritto-dovere statunitense e occidentale di esportare il modello corretto e legittimo di società.</p>
<p><em><strong>Nella tua analisi mi ha colpito il riferimento che fai alla cosiddetta “lobby ebraica”. Se ne è sentito parlare abbastanza di recente con il libro, a cui tu peraltro fai riferimento, di Walt e Mersheimer. Come loro, anche tu abbracci l’idea che questa lobby influenza la politica estera statunitense, sempre rivelatasi filoisraeliana. Fino a che punto ritieni che questa abbia pesato nelle scelte di Washington e perché? Si può affermare che il suo ruolo si è evoluto?</strong></em></p>
<p>Il sistema politico statunitense consente a diversi gruppi di pressione d’influenzare la politica interna ed estera. Esiste anche la cosiddetta <em>Israel Lobby</em> che influisce sulla politica estera del Paese in Vicino Oriente e ha naturalmente un importante peso in termini elettorali. Nonostante sia una lobby molto potente e organizzata che pubblicizza le proprie azioni, non ritengo sia l’unico gruppo di pressione o il più importante, ma in ogni caso il suo ruolo si è evoluto nel tempo. L’appoggio statunitense nei confronti d’Israele, soprattutto a partire dagli anni ’60 è spiegato in diversi modi e la lobby ha avuto in questo senso un ruolo fondamentale. Nel contesto della Guerra Fredda, lo Stato ebraico rappresentava strategicamente gli interessi del blocco guidato dagli Stati Uniti in Vicino Oriente, contenendo l’ascesa sovietica nell’area, una zona vitale per gli interessi energetici. Israele era considerato un baluardo della democrazia, della libertà e dei valori occidentali contrapposti al comunismo, nonostante l’Unione Sovietica abbia favorito la nascita del paese nel 1948; il legame tra URSS e Israele entrò in crisi per la sempre più stretta relazione israelo-statunitense e per il rapporto privilegiato che Mosca stabilì con alcuni Stati arabi. Nonostante il rapporto di <em>special relationship</em> tra Israele e Stati Uniti, ci sono stati momenti storici in cui alcune amministrazioni statunitensi non hanno avuto una linea totalmente filo-israeliana, come avvenuto durante l’epoca di maggiore influenza neoconservatrice. Fino agli ’70 la comunità ebraica statunitense era tradizionalmente vicina a posizioni <em>liberal</em> più che all’universo rappresentato dal Partito Repubblicano; i <em>neocons </em> criticarono proprio la scarsa politica filo-israeliana del Partito Democratico e per questo motivo si spostarono verso i repubblicani di Ronald Reagan. Esistono altre motivazioni di tipo morale, accentuate dai <em>neocons</em>: si ritiene che Israele sia una democrazia, moralmente superiore ai paesi arabi e circondata da una serie di nemici intenzionati a distruggerlo; Israele condivide i medesimi valori occidentali ed esistono, inoltre, motivazioni di carattere religioso da non sottovalutare. Negli Stati Uniti i sionisti cristiani ritengono necessario un concreto sostegno a Israele poiché la Bibbia attesta l’esistenza dello Stato ebraico come volontà divina.</p>
<p>La seconda comunità ebraica a livello mondiale risiede negli Stati Uniti e anche per questo motivo esercita una considerevole pressione politica. Sarà interessante valutare come agirà Obama in questi mesi in vista delle elezioni del prossimo anno.</p>
<p><em><strong>Nella tua analisi delinei, con riferimenti ad avvenimenti storici più  o meno recenti, quali sono le caratteristiche di questa special relationship fra i due Paesi e come tale rapporto è nato. Questa situazione sembra essersi ben consolidata nel tempo. Quindi, spostandoci alla situazione attuale, come descriveresti i rapporti reciproci fra le due nazioni, in che modo credi che influenzino gli equilibri geopolitici odierni e futuri, e come ritieni che i due movimenti leggano e, eventualmente, influenzino lo scenario politico? </strong></em></p>
<p>I rapporti tra i due Paesi sono ottimi, testimoniati dalla recente condanna statunitense nei confronti della dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Palestina all’ONU. Gli Stati Uniti hanno anche votato contro la presenza della stessa Palestina nell’Unesco.</p>
<p>Nonostante ciò, visto il declino geopolitico degli Stati Uniti e il confronto sempre più aperto con nuovi attori emergenti, in particolare la Cina, in alcuni casi esistono delle visioni in politica estera che sembrano essere discordanti, se si pensa, ad esempio, alle rivolte arabe. Esistono delle pressioni occidentali per l’emergere delle sommosse popolari, pur esistendo un malcontento generale all’interno dei paesi arabi. In questo contesto gli interessi israeliani potrebbero essere messi in discussione, poiché sono stati modificati alcuni scenari che garantivano lo <em>status quo</em> regionale favorevole ad Israele. Questo aspetto è evidente soprattutto per quanto riguarda l’Egitto nel caso in cui prevarranno le componenti islamiste del panorama politico egiziano. Un altro aspetto importante riguarda la Turchia, Paese della NATO e alleato di primo piano degli Stati Uniti nell’area. Washington sta tentando di ricucire i rapporti tra i due alleati, i quali competono per la supremazia geopolitica nell’area. Per quanto riguarda Ankara, si parla recentemente di un possibile intervento in Siria, sostenuto dalla NATO, colpendo allo stesso tempo gli interessi iraniani. Il problema, in ottica israeliana, è il potenziale aumento d’influenza turca nell’area ai danni dello Stato ebraico, il quale osserva negativamente alcuni risvolti del nuovo ruolo “neo-ottomano” assunto dalla Turchia nel Vicino Oriente. Il modello politico turco per le rivolte arabe potrebbe invece essere favorito da Washington.</p>
<p>Israele e Stati Uniti hanno invece una comune percezione della minaccia iraniana, ma lo Stato ebraico sembra più evidentemente propenso all’intervento militare preventivo e unilaterale rispetto all’alleato nordamericano. Nonostante le sanzioni imposte recentemente da Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, un ipotetico intervento militare è improbabile vista l’avversione dei sempre più influenti BRICS. In ogni caso, il nucleare iraniano è una prospettiva sgradita per l’aumento di potere deterrente dell’Iran nei confronti di Stati Uniti e Israele; allo stesso tempo sarebbe una sfida inaccettabile per l’Arabia Saudita nella contemporanea competizione tra sunniti e sciiti nell’area, nonché una mossa che potrebbe generare una corsa al nucleare in altri Stati del Vicino Oriente.</p>
<p>Per quanto riguarda l’influenza politica dei due movimenti, ritengo che il neorevisionismo, essendo ancora al potere, mantenga la sua costante influenza. Nonostante abbia messo in crisi con la sua ideologia l’asse turco-israeliano, potenziale danno per gli stessi Stati Uniti poiché elemento importante nella concezione geopolitica dell’area da parte statunitense, la radicalizzazione dell’area, vista la situazione in Egitto e in generale nel mondo arabo, così come un eventuale aumento delle tensioni con l’Iran potrebbero comportare il rafforzamento di posizioni più intransigenti e radicali nella società israeliana. Dunque, i partiti della destra hanno buone probabilità di mantenere il potere, nonostante ci siano dei movimenti interni contrari alle politiche di Netanyahu, soprattutto in campo economico.</p>
<p>I neoconservatori, in particolare dopo l’intervento in Iraq, sono in una fase di declino e per le elezioni del 2012 non sembra che il futuro leader che rappresenterà il Partito Repubblicano, visti gli attuali candidati, sarà legato al movimento. L’influenza neoconservatrice è in deciso calo, ma senza dubbio è stato valutato positivamente dai <em>neocons</em> l’intervento militare in Libia. Allo stesso tempo però viene richiesta una decisa azione militare contro Siria e Iran, così come una politica più aggressiva nei confronti della Cina.</p>
</div>
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		<title>I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 13:32:44 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è un segreto, gli eventi che hanno scosso il Medio Oriente hanno per scopo proteggere Israele dalle gravi conseguenze della sconfitta del progetto statunitense in Iraq. E tutto ciò l’alleanza occidentale, guidata dagli Stati Uniti, lo compie come parte della “primavera araba”, rientra in questa categoria. L’accordo raggiunto tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani al Cairo, è stato presentato dalla Assistente per gli Affari del Vicino Oriente della Segretaria di Stato USA, Jeffrey Feltman, che ha solo confermato ciò che gli osservatori avevano già intuito analizzando le dichiarazioni dei leader del movimento islamista in molti paesi arabi e musulmani]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-fratelli-musulmani-ed-il-piano-per-la-protezione-di-israele/12761/" title="I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12761&amp;w=80" width="80" height="48" alt="I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele" ></div></a><p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><a href="neworientnews.com">New Orient News </a>(Libano), </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Tendances de l&#8217;Orient No 61, 12 dicembre, 2011</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Non è un segreto, gli eventi che hanno scosso il Medio Oriente hanno per scopo proteggere Israele dalle gravi conseguenze della sconfitta del progetto statunitense in Iraq. E tutto ciò l&#8217;alleanza occidentale, guidata dagli Stati Uniti, lo compie come parte della &#8220;primavera araba&#8221;, rientra in questa categoria. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;accordo raggiunto tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani al Cairo, è stato presentato dalla Assistente per gli Affari del Vicino Oriente della Segretaria di Stato USA, Jeffrey Feltman, che ha solo confermato ciò che gli osservatori avevano già intuito analizzando le dichiarazioni dei leader del movimento islamista in molti paesi arabi e musulmani. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Si sono aggiunte, di seguito, nel medesimo contesto, le affermazioni del presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul, Burhan Ghalioun, che ha gettato la maschera, sostenendo che l&#8217;opposizione avrebbe cercato, se fosse andata al potere, di spezzare legami con l&#8217;Iran e i movimenti della resistenza libanese e palestinese. Ghalioun ha rifiutato la lotta armata per liberare il Golan occupato, che dovrebbe essere ottenuto, ha detto, attraverso il negoziato. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Ma ancora più importante: i leader dei Fratelli musulmani siriani hanno rivelato le loro vere intenzioni, dicendo che, se prendessero il potere, invierebbero l&#8217;esercito siriano in Libano per combattere <em>Hezbollah</em>. Vale a dire, che partirebbero volontari per la missione che Israele non era riuscita a realizzare nel 2006, nonostante il sostegno di trenta paesi arabi e occidentali. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Queste posizioni dei movimenti e degli individui che affermano di rappresentare la &#8220;<em>legittimità popolare</em>&#8221; si inseriscono perfettamente nel contesto delle politiche degli Stati Uniti, il cui scopo primario è proteggere lo Stato ebraico. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">E non è un caso. Ciò conferma ciò che abbiamo scritto su questo bollettino da più di sette mesi. Inoltre, i centri di ricerca occidentali sono più propensi a denunciarlo, e l&#8217;ex ministro degli esteri francese, Hubert Védrine, ha chiaramente detto, in una conferenza a Beirut la scorsa settimana: &#8220;<em>Gli Stati Uniti sostengono la Fratellanza Musulmana</em>&#8220;. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Questo spiega in gran parte, la sfiducia del patriarca maronita mons. Bishara Rai contro la &#8220;primavera araba&#8221;, che rischia di provocare, ha detto, una frammentazione del Medio Oriente in entità religiose, servendo gli interessi di Israele, e ponendo una seria minaccia alla presenza dei cristiani e delle altre minoranze religiose in questa regione. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;assegno in bianco per l&#8217;arrivo degli islamisti al potere in Tunisia, Libia e ora in Egitto, dovrebbe convincere, chi ha ancora dubbi, le reali intenzioni dell&#8217;occidente, guidato dagli Stati Uniti. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Il tentativo di distruggere lo stato nazionale siriano e di dividere il paese, è uno dei pezzi principali di questo puzzle che l&#8217;Occidente sta cercando di raccogliere. È per questo che ignora i crimini commessi in Siria da parte dei gruppi estremisti armati, cui ora aggiunge l&#8217;etichetta di &#8220;disertori&#8221;, meno ripugnante agli occhi dell&#8217;opinione pubblica occidentale che non salafiti o estremisti musulmani. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Dominata dagli Stati Uniti, ignara delle conseguenze che può subire, Europa, srotola il tappeto rosso al movimento islamista, poco considerato come un serio pericolo. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>La tendenza in Siria: il potere in sè, l&#8217;opposizione nella confusione </strong></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Lo sviluppo degli eventi in Siria non può essere separato dal contesto regionale e internazionale. L&#8217;autorità ha accettato di firmare il protocollo elaborato dalla Lega Araba per l&#8217;invio di osservatori, in piena collaborazione con la Russia. Inoltre, fonti diplomatiche russe in Libano dicono che la Russia non abbandona il regime siriano, e questo supporto è una questione strategica per Mosca. Queste assicurazioni sono contrarie alle previsioni dei responsabili della coalizione pro-occidentale del 14 marzo. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Di fronte al supporto russo alla Siria, diventa difficile rovesciare il regime militare, nonostante i preparativi a questo scopo in Turchia, Libano e, in misura minore, Giordania. Per contro, la pressione sulla Siria continuerà, in particolare mentre ci avviciniamo alla fine del ritiro USA dall&#8217;Iraq. Gli statunitensi vogliono creare problemi, per distogliere l&#8217;attenzione pubblica da questo ritiro e dall&#8217;atmosfera di sconfitta che la circonda. Inoltre, i moti in Siria sono destinati a sostituire l&#8217;attacco militare contro l&#8217;Iran, che sta diventando sempre più difficile in questo clima di crisi e con i problemi finanziari che agitano l&#8217;Europa e gli Stati Uniti. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">La situazione in Siria dovrebbe rimanere instabile, anche se il regime ha finalmente deciso di firmare il protocollo della Lega Araba, senza dubbio troveranno altri angoli per mantenere la pressione. Tuttavia, le sanzioni della Lega araba avrebbero rafforzato il sentimento patriottico tra i siriani, un popolo con un grande orgoglio nazionale. Inoltre, i Fratelli Musulmani sono stati praticamente debellati nel paese negli anni &#8217;80, e non hanno avuto il tempo di acquisire una larga base popolare e sono costretti a portare armi e a commettere veri e propri massacri, per marcare la loro presenza. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">In parallelo, le dichiarazioni del capo del Consiglio nazionale siriano a Istanbul, Bourhan Ghalioun, contro l&#8217;Iran, <em>Hezbollah</em> e <em>Hamas</em>, hanno scosso gran parte della popolazione siriana. Voci su un incontro che avrebbe tenuto in ottobre a Washington, tra funzionari dell&#8217;amministrazione degli Stati Uniti, un rappresentante del CNS e un funzionario israeliano, hanno iniziato a circolare. Secondo queste voci, il rappresentante del CNS avrebbe chiesto aiuto finanziario, riconoscimento diplomatico dalla comunità internazionale e l&#8217;intervento militare contro il suo paese. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Sul campo, le violenze continuano, e le dimostrazioni contro e in favore del regime. Ma esso è riuscito a mettere in imbarazzo la Lega Araba, esprimendo la sua disponibilità a firmare il protocollo per l&#8217;invio di osservatori. Il processo dovrebbe richiedere alcuni giorni o settimane, mentre gli sviluppi in tutta la regione rimangono più o meno incontrollabili, e la situazione rimane instabile in Egitto, Bahrein e Yemen. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Gli Stati Uniti avevano tranquillamente cercato di aprire un dialogo con l&#8217;Iran, ma la Repubblica islamica avrebbe opposto un netto rifiuto a questa richiesta. Per contro, Teheran avrebbe richiesto l&#8217;apertura di un dialogo con l&#8217;Arabia Saudita, che pure ha respinto il suggerimento. Questo significa che per il momento, i canali dei negoziati sono bloccati a livello regionale e internazionale. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">La situazione interna in Siria è solida, mentre il piano per crea una zona cuscinetto al confine con la Turchia, è in difficoltà. Per non parlare del fatto che la Russia ha, a sua volta, esercitato pressioni sulla Turchia, che ha anch&#8217;essa un tessuto sociale fragile. Il primo ministro turco Recep Erdogan Tayyeb ha alzato i toni verso la Siria, mentre cerca di nascondere la sua incapacità di agire sul terreno. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Le dichiarazioni di Hassan Sayyed Nasrallah, segretario generale di <em>Hezbollah</em> </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Questo è un messaggio a tutti coloro che cospirano contro la Resistenza e puntano su un cambiamento. Non rinunceremo mai alle nostre armi. Giorno dopo giorno, la resistenza recluta sempre più combattenti, addestra al meglio i combattenti e si arma sempre più pesantemente. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Gli Stati Uniti cercano di distruggere la Siria per compensare la loro sconfitta in Iraq. Gli Stati Uniti hanno cercato di spacciarsi come i difensori dei diritti umani e della democrazia nel mondo arabo. Questi ipocriti sono noti per avere sostenuto tutte le dittature che hanno rinnegato, subito dopo la loro caduta. Ciò è il segno di Satana. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>L&#8217;opposizione siriana è sottomessa agli Stati Uniti e ad Israele. Fin dall&#8217;inizio, abbiamo detto chiaramente che siamo con il regime siriano, un regime di resistenza contro Israele. Vuole distruggere la Siria. Il cosiddetto Consiglio Nazionale siriano, formato a Istanbul, e il suo leader Burhan Ghalioun, cercano di presentare le loro credenziali a Stati Uniti e Israele. Le parole di alcuni, secondo cui le armi della resistenza sono fonte di caos, confusione o altri problemi di sicurezza in Libano, sono un inganno. Avete mai visto un problema di sicurezza in Libano o una guerra civile, durante la quale vengono sparato missili Zelzal, Khaibar o Raad. Le armi leggere sono presenti nelle mani di tutti i libanesi. Se vogliamo che ci sia sicurezza al suo interno, dobbiamo considerare il problema di queste armi</em>.&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Estratti da un&#8217;intervista a Jeffrey Feltman, Assistente del Segretario di Stato USA per il Medio Oriente su un quotidiano vicino al 14 Marzo, al-Jumhuria, dell&#8217;8 dicembre: </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Il modo migliore per evitare la guerra civile in Siria, sono le dimissioni di Bashar al-Assad ora. È necessario anche che la mafia sicuritaria che lo circonda smetta di uccidere la gente. Sappiamo che il futuro della Siria deve basarsi sullo stato di diritto e la democrazia. Sono sicuro che i libanesi approvano le decisioni della Lega Araba, dell&#8217;Unione europea e degli Stati Uniti. per discutere e trovare il modo pacifico di porre fine alla barbarie in Siria. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Vogliamo ricorrere al Consiglio di Sicurezza se l&#8217;iniziativa araba non avesse successo. Se Bashar al-Assad non è responsabile per le violenze, come egli sostiene, perché lui ed il suo entourage non permettono agli osservatori di giungere nel paese a scoprire chi sia la parte responsabile? </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Prima si dimette Assad, meglio sarà la situazione. Il presidente Obama ha ricordato, il 18 agosto, che è tempo per Assad di andare via e che di assistere alla transizione pacifica e democratica del potere. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>L&#8217;esercito siriano, a cui è stato chiesto di lasciare il territorio del Libano, è ora il territorio siriano. Il ritorno dell&#8217;ambasciatore Ford a Damasco non è un dono a Bashar al-Assad. Questo è un modo per mostrare il nostro sostegno al popolo siriano e di ottenere informazioni più precise sulla situazione in Siria. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Quello che sta accadendo in Siria non dovrebbe estendersi al Libano. Funzionari libanesi hanno detto che il loro principale obiettivo è quello di proteggere il Libano dagli eventi in Siria. È compito del capo del governo e dei funzionari libanesi trovare il modo perfetto per proteggere il Libano. Nello stesso tempo, crediamo che il Libano dovrebbe anche aiutare a trovare i mezzi necessari per fermare le violenze (&#8230;) </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Noi non trattiamo con Hezbollah, un&#8217;organizzazione che non segue le regole democratiche anche se ha una grande base popolare. Quando queste regole le vanno bene, Hezbollah le sostiene, ma nel caso contrario, ricorre all&#8217;uso della forza e delle armi per imporre la propria volontà. La decisione del Primo Ministro libanese Mikati di dare un contributo al bilancio della STL non è stata presa dagli Stati Uniti o da un altro paese, ma dal Libano. Accogliamo con favore la decisione che proverà alla comunità internazionale, che il Libano rispetta i suoi impegni internazionali.</em>&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Pierre Khalaf: Ricercatore presso il Centro per gli studi strategici arabi e internazionali di Beirut. </span></span></span></p>
<p align="justify"><a href="http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28171"><span style="color: #000080"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><span style="text-decoration: underline">http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28171</span></span></span></span></a></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">[Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://aurorasito.wordpress.com/"><span style="color: #000080"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><span style="text-decoration: underline">http://aurorasito.wordpress.com</span></span></span></span></a>]</p>
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		<title>T. Graziani sulle elezioni russe a Sky TG24 e Radio Vaticana</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:05:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tiberio Graziani, presidente dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e direttore della sua rivista ufficiale "Eurasia", è stato invitato a commentare le recenti elezioni russe, ed in particolare il complesso dopo-elezioni, ai microfoni di Radio Vaticana (confrontandosi con Fabrizio Dragosei del "Corriere della Sera") e Sky TG 24 (ospite in studio durante l'edizione serale). Di seguito le trascrizioni dei due interventi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/t-graziani-sulle-elezioni-russe-a-sky-tg24-e-radio-vatic/12707/" title="T. Graziani sulle elezioni russe a Sky TG24 e Radio Vaticana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/sky_tg24.eejhvyve10oo8wcsswc8sw8sc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="T. Graziani sulle elezioni russe a Sky TG24 e Radio Vaticana" ></div></a><div style="font-size: medium;"><em>Tiberio Graziani, presidente dell&#8217;Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e direttore della sua rivista ufficiale &#8220;Eurasia&#8221;, è stato invitato a commentare le recenti elezioni russe, ed in particolare il complesso dopo-elezioni, ai microfoni di Radio Vaticana (confrontandosi con Fabrizio Dragosei del &#8220;Corriere della Sera&#8221;) e Sky TG 24 (ospite in studio durante l&#8217;edizione serale).</em><br />
<em> L&#8217;intervista a Radio Vaticana può essere riascoltata cliccando <a href="http://212.77.9.15/audiomp3/00292081.MP3" target="_blank">qui</a>. Di seguito le sintesi dei due interventi.</em>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Radio Vaticana</em></strong></p>
<p><strong><em></em></strong>Il presidente Graziani ha fatto notare che al calo di Russia Unita ha fatto da contraltare la crescita del Partito Comunista: il senatore statunitense McCain sbaglia a predire l&#8217;arrivo della &#8220;primavera araba&#8221; in Russia. Negli ultimi anni il presidente russo Medvedev si è concentrato sulle liberalizzazioni e si è appoggiato a tecnocrazie e oligarchie: questo fatto è stato avvertito dagli elettori, che si sono spostati verso Zjuganov. Il futuro presidente Putin dovrà tenerne conto, cosicché il pungolo dei comunisti sarà per lui un valore aggiunto: Zjuganov è una personalità di spessore, uno studioso di geopolitica cui preme innanzi tutto la centralità della Russia nel nuovo scenario multipolare. Con strumenti, metodologie, linguaggi e sensibilità diversi, alla fine è però sinergico alla strategia di Putin. A vincere le elezioni, in ultima analisi, è stata una certa concezione della Russia, proiettata come potenza nel XXI secolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sky TG24</em></strong></p>
<p>Il presidente Graziani ha affermato che il calo della popolarità di Russia Unita era fisiologica dopo la presidenza di Medvedev, che ha trascurato molti strati sociali critici in omaggio ad una logica tecnocratica e neoliberista. Ma le manifestazioni vanno lette anche come conseguenza del <em>soft power</em> statunitense, vista l&#8217;ingerenza di Hillary Clinton negli affari interni russi subito dopo le elezioni. Il discorso statunitense tende prima a screditare il governo del paese-bersaglio, per poi passare alla sollevazione di piazza enfatizzata a livello massmediatico. I casi recenti, da quello jugoslavo a quello libico, insegnano come tali manifestazioni facciano perno su alcune ONG. Questo schema risponde alla logica della geopolitica del caos, alla destabilizzazione di quell&#8217;area che dal Mediterraneo va all&#8217;Asia Centrale, per separare l&#8217;Europa dai suo vicini, per poi giungere alla Russia, il grande obiettivo finale della strategia di Washington. Per quanto riguarda la democrazia russa, non si tratta di una &#8220;finta democrazia&#8221; ma di una &#8220;democrazia autoritaria&#8221;, che risente del suo retroterra culturale molto diverso da quello occidentale.</p>
</div>
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		<title>Il traffico internazionale di cocaina: gli USA contro Narcoleaks</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 02:04:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il gruppo di Narcoleaks ha cercato di suscitare con il suo documento un certo interesse nel mondo del giornalismo e dei centri di studio sul narcotraffico nazionali ed esteri ma probabilmente non si aspettava di poter ricevere immediata ed ufficiale attenzione dallo stesso governo USA; Narcoleaks è infatti una piccola e recente realtà italiana, composta da appena sette membri operativi che non fanno affidamento ad alcun mezzo finanziario o tecnico che non sia, in quest’ultimo caso, come già ricordato, l’analisi e l’interpretazione di dati ufficiali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-traffico-internazionale-di-cocaina-gli-usa-contro-narcoleaks/12705/" title="Il traffico internazionale di cocaina: gli USA contro Narcoleaks"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12705&amp;w=80" width="80" height="71" alt="Il traffico internazionale di cocaina: gli USA contro Narcoleaks" ></div></a><p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mercoledì 7 Dicembre il progetto </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://narcoleaks.wordpress.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> diffonde sulla sua </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">piattaforma web un </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://dl.dropbox.com/u/13210473/NARCOLEAKS%20EMBARGO%207%20dicembre%202011.pdf"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">documento</span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> interessante, dal titolo particolarmente incisivo: “Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina”. Narcoleaks è un gruppo di lavoro sorto un anno fa con lo scopo di monitorare il traffico internazionale di stupefacenti &#8211; cocaina in particolare &#8211; e lo fa con un attento e meticoloso monitoraggio dei dati forniti al riguardo da fonti ufficiali di governi, istituzioni internazionali e </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>media</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Metodologicamente ben lontani dunque dalla famigerata </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Wikileaks</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> &#8211; a cui pure parrebbero richiamarsi nella denominazione &#8211; giacché nulla del lavoro del gruppo si basa su fonti confidenziali e documenti</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> top secret</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Eppure già la ‘semplice’ raccolta e il confronto incrociato di dati ufficiali ha portato ad evidenziare anomalie davvero interessanti riguardo al traffico internazionale di cocaina e a dir poco imbarazzanti per il governo statunitense. Dal testo del documento apprendiamo infatti che “ad un mese dalla fine dell’anno, sono state intercettate sulle rotte mondiali oltre </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">734 tonnellate [di cocaina]</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” mentre “il Dipartimento di Stato americano afferma che al mondo se ne producono soltanto 700”, senza contare le previsioni del gruppo di studio, che stimano un totale della merce sequestrata fra le 744 e le 794 tonnellate entro il termine dell’anno solare.<br />
Prosegue il documento affermando che “non tornano i conti neanche con le ultime dichiarazioni ufficiali dell’Unodc (Ufficio Onu per la droga e la criminalità), delle autorità Usa e del Governo colombiano secondo cui la produzione di cocaina in Perù avrebbe superato quella colombiana”. Questo perché di tutta la cocaina sequestrata nel 2011 nel mondo, della quale sia stato appurato e reso noto il Paese d’origine, l’80% è di provenienza colombiana e solo poco più del 10% peruviana.<br />
Apprendiamo poi che “l’ultima stima fornita dagli americani sulla produzione annua di cocaina in Colombia parla di 290 tonnellate. Ad oggi, però, i sequestri di cocaina colombiana effettuati da diversi paesi è pari a </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">351,8 tonnellate</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, cioè al </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">121.3% </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">della produzione colombiana stimata dal Dipartimento di Stato americano”. E gli stessi dati forniti dalla polizia colombiana riguardo a numero e capacità produttiva dei </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>cristalizaderos </em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">nel paese rende ancora meno credibili le stime di cui sopra.<br />
Da ultimo una imbarazzante smentita ‘interna’, con un dispaccio ufficiale della </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>U.S. Cost Guard</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che dichiara di aver accertato un traffico di cocaina entro i propri confini pari a 771 tonnellate, smentendo miseramente gli stessi dati diffusi dal Dipartimento di Stato (e dalle Nazioni unite), secondo i quali il traffico verso gli Stati Uniti negli ultimi anni si sarebbe ridotto a 200 tonnellate, attestandosi per l’anno in corso – come ricordato &#8211; a circa 700 tonnellate.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ricorda infine come nel 2005 la stessa </span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>United States Senate Committee on Foreign Relations</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (SFRC), di cui Obama era allora membro, riconosceva in buona parte i deludenti risultati della lotta al traffico di cocaina verso gli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>States </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">dalla Colombia, nonostante gli ingenti mezzi forniti dal Congresso al </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Plan Colombia </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">appositamente elaborato. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Il gruppo di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> ha cercato di suscitare con il suo documento un certo interesse nel mondo del giornalismo e dei centri di studio sul narcotraffico nazionali ed esteri ma probabilmente non si aspettava di poter ricevere immediata ed ufficiale attenzione dallo stesso governo USA; Narcoleaks è infatti una piccola e recente realtà italiana, composta da appena sette membri operativi che non fanno affidamento ad alcun mezzo finanziario o tecnico che non sia, in quest’ultimo caso, come già ricordato, l’analisi e l’interpretazione di dati ufficiali.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ed invece, poche ore dopo la diffusione del documento, giunge un </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.whitehouse.gov/blog/2011/12/07/cocaine-seizures-outstripping-production-not-exactly"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">comunicato ufficiale</span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (1) dalla Casa Bianca che cerca di smentire la portata delle affermazioni di Narcoleaks; quest’ultima risponde con un </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://dl.dropbox.com/u/13210473/Replica%20ITA.pdf"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">nuovo comunicato</span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che decostruisce le affermazioni governative e ripropone le domande alle quali </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>l’Office of National Drug Control Policy</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha glissato nel suo comunicato ufficiale, ovvero: </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">1. Come è possibile che il Dipartimento di Stato affermi che nel mondo si producono 700 tonnellate di cocaina, quando la </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em>U.S. Coast Guard</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> afferma che il solo traffico di cocaina dal Sud America agli Usa è di ben 771 tonnellate?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2. Come è possibile che diverse autorità americane siano in netta contraddizione tra di loro?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">3. Perché si continua ad affermare che la produzione di cocaina colombiana è calata quando tutti i dati disponibili dicono il contrario?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">4. Alla luce di queste contraddizioni, sono giustificati i miliardi di dollari spesi per finanziare il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em>Plan Colombia</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Senza contare che l’unica risposta ricevuta nel comunicato (alla domanda che chiedeva il motivo della discrepanza notevole fra i dati sulla cocaina prodotta e su quella effettivamente sequestrata) viene controargomentata e neutralizzata nella sostanza.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Ma perché, in ogni caso, la premura di diffondere addirittura un comunicato ufficiale, per rispondere ai rilievi di un piccolo gruppo di ricercatori volontari il cui documento – per quanto già oggetto di certo interesse – non è di certo giunto alla ribalta fra i titoli della grande stampa? </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alcune interessanti considerazioni preliminari ad una possibile risposta sono offerte da Sandro Donati, direttore scientifico della stessa </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, in una </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.articolotre.com/2011/12/intervista-narcoleaks-smentiti-i-dati-usa-sulla-produzione-di-cocaina-nel-mondo/50556"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">intervista</span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> pubblicata all’indomani della diffusione del documento. Donati fa riferimento ad esempi interessanti della strumentalizzazione geopolitica della lotta al narcotraffico; si pensi alla sovrastima dei dati sul narcotraffico nel 2001, atta a giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Colombia, con il famigerato </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Plan Colombia </em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">prima ricordato. O ancora l’inversa operazione di sottostima dei dati sul traffico (oggetto d’interesse – come si è visto – anche del documento di </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) che ha permesso di giustificare davanti al Congresso gli ingenti finanziamenti stanziati per lo stesso </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Plan Colombia </em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">dopo alcuni anni di attività. Ma di là da certe, pur rilevanti, contingenze politiche, Donati fa riferimento a questioni ben più spinose quale – ad esempio – l’atterraggio fortuito di un aereo statunitense in Messico, nel 2008. Individuato dall’esercito messicano, il velivolo trasportava 1300 chili (2) di cocaina e gli occupanti dello stesso chiesero immediatamente di poter parlare con il console statunitense. Prosegue Donati affermando che “dai documenti di bordo emerse che l’aereo aveva all’attivo due viaggi dall’Europa a Guantanamo e diversi viaggi dalla Colombia agli Stati Uniti: era un aereo della Cia. E queste sono solo poche pennellate di un affresco enorme”. Il ricercatore chiude l’intervista affermando che un’altra importante finalità della sottostima del traffico di stupefacenti nasce dalla necessità di “non sollevare il problema dell’immissione dei capitali sporchi nell’economia legale”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tornando alla domanda formulata più sopra &#8211; il motivo di tanta premura nei riguardi del documento da parte di organi governativi statunitensi – vi sarebbe una ipotetica ed interessante chiave di lettura, che è data da quei </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>rumors</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, riportati anche dal </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/12/04/world/americas/us-drug-agents-launder-profits-of-mexican-cartels.html?_r=3&amp;nl=todaysheadlines&amp;emc=tha2&amp;fb_source=message"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>New York Times</em></span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di alcuni giorni fa, che preannunciano un’inchiesta sulle operazioni coperte della DEA (agenzia antidroga statunitense). Una simile scottante questione potrebbe aver messo in allerta il Dipartimento di Stato che avrebbe agito con troppa fretta e poca accortezza di fronte al documento di </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Narcoleaks</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ed è intervenuto pubblicamente per controbatterlo, nel timore che simili denunce fossero un preludio ed un collegamento alle indagini sulle operazioni coperte; in sostanza un passo falso. Che l’ipotesi sopra espressa risulterà o meno fondata, resta il fatto che il comunicato governativo ha svelato tutto il nervosismo (3) che simili temi suscitano a Washington, senza nemmeno riuscire a dare risposte soddisfacenti ai ricercatori di Narcoleaks. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Giacomo Guarini è ricercatore presso l&#8217;IsAG</strong></em></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Note</strong></span></span></span></p>
<ol>
<li><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Traduzione del comunicato: </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://dl.dropbox.com/u/13210473/Traduzione%20ONDCP.pdf"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">http://dl.dropbox.com/u/13210473/Traduzione%20ONDCP.pdf</span></span></a></span></span></li>
<li><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">C’è un refuso nella trascrizione dell’intervista. In realtà il carico era ben più consistente e ammontava a più di 3 tonnellate (vedi anche la fonte indicata nell’intervista stessa). </span></span></span></li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Interessante al riguardo notare che il comunicato ufficiale è stato preceduto da stizziti </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>tweets</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> alla pagina </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>Twitter</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> di Narcoleaks da parte di Rafael Lemaitre, Direttore della Comunicazione dell’Ufficio Politiche di Controllo sulla droga (ONDCP) della Casa Bianca. </span></span></span></p>
</li>
</ol>
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