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	<title>eurasia-rivista.org &#187; UE</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Martedì 17 aprile, presso la sala di Palazzo Santacroce a Roma, sede del Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma, è andata in archivio la conferenza dal titolo “Il ritorno del presidente Putin: le prospettive della politica estera". I lavori sono stati introdotti dal presidente dell’ISPI, Giancarlo Aragona, seguito dal presidente della commissione Affari Esteri della Duma di Stato e presidente della delegazione russa presso l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, Aleksej Pushkov. Sono intervenuti anche Luisa Todini, presidente della sezione italiana del Foro di Dialogo Italo-Russo, e Franco Venturini del Corriere della Sera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/puskhov-a-roma-spiega-le-direttrici-strategiche-del-terzo-mandato-di-putin/15198/" title="Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/vladimir_putin.dv1rprassvco4kg840okc8gcw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="105" alt="Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin" ></div></a><p><font size="2">Martedì 17 aprile, presso la sala di Palazzo Santacroce a Roma, sede del Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma, è andata in archivio la conferenza dal titolo “<em>Il ritorno del presidente Putin: le prospettive della politica estera</em>&#8220;. I lavori sono stati introdotti dal presidente dell’ISPI, Giancarlo Aragona, seguito dal presidente della commissione Affari Esteri della Duma di Stato e presidente della delegazione russa presso l&#8217;Assemblea Parlamentare del Consiglio d&#8217;Europa, Aleksej Pushkov. Sono intervenuti anche Luisa Todini, presidente della sezione italiana del Foro di Dialogo Italo-Russo, e Franco Venturini del Corriere della Sera.<br />
Riportiamo di seguito l’intervento del diplomatico russo:<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em>“Putin ha una visione chiara e ben conosciuta della politica estera della Federazione Russa e anche quando Medvedev era presidente si continuava a seguire la politica tracciata da Putin. Da un punto di vista strategico i primi anni del XXI secolo vedono affacciarsi la Russia come un centro di potere indipendente. In passato molto volte è stato chiesto alla Russia di entrare o aderire all&#8217;Unione Europea e alla NATO ma questo si è visto che non è possibile. La NATO, in quanto alleanza strategica politico-militare tra UE e NATO è un&#8217;alleanza diseguale. Innanzitutto, anche a causa della crisi economica, gli Stati Uniti coprono le spese della NATO in enorme misure rispetto agli alleati europei. Oltre a questo la NATO è una organizzazione dove formalmente sono tutti uguali ma gli USA sono &#8220;più uguali degli altri&#8221; e dettano le regole del gioco. In terzo luogo la Russia è contro il concetto di &#8220;interventi umanitari&#8221; e contro il loro utilizzo in giro per il mondo. In Iraq, come abbiamo visto, non si è trattato di un intervento umanitario, anche perché le pretese armi di distruzione di massa si sono rivelate un falso pretesto per coprire altri scopi. Quella in Iraq è una guerra di invasione con scopi geopolitici frutto della strategia attuata durante la presidenza Bush ed in cui le prime vittime sono state i civili iracheni. Anche in Libia si è trattata di una guerra di aggressione e l&#8217;uccisione di Gheddafi non è assolutamente legittima in quanto viola il diritto internazionale oltre a non essere in nessun modo prevista dalla risoluzione votata da Russia e Cina e anzi in aperta violazione della stessa. La risoluzione 1973 dell&#8217;ONU è stata quindi un inganno per coprire gli interessi geopolitici e militari degli USA e della NATO. Per quanto riguarda la situazione in Siria, la Russia ha già posto il veto due volte nel consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU per evitare il ripetersi di una nuova Libia. La situazione venutasi a creare con la guerra civile in Siria è sotto ogni punto di vista insostenibile e gravissima, ma quelli come il francese Bernard-Henri Lévy che sostengono l&#8217;intervento armato occidentale sono degli incoscienti e mentono o non conoscono la realtà della Siria. La Siria è un Paese complesso dove convivono molte etnie e religioni, gli Alauiti, il gruppo che detiene il potere politico e militare sono il 13% della popolazione, mentre i cristiani sono il 10%. Chi va in Siria e chiede ai cristiani cosa pensano di Assad scopre che la maggior parte dei cristiani sono contro la deposizione di Assad perché sanno che in caso di caduta del regime loro sarebbero i primi ad essere trucidati. Il cosiddetto &#8220;esercito di liberazione siriano&#8221; è in gran parte composto da estremisti islamici e gente che viene dall&#8217;esterno. L&#8217;opposizione siriana, che esiste, non chiede l&#8217;intervento armato ma il dialogo con Assad. Se volete chiedere a qualcuno chi sono le forze che cercano di rovesciare il presidente Assad, non è certo un mistero, basta chiederlo a Hillary Clinton che insieme ad altri Stati occidentali e non arma e finanzia le bande armate dell&#8217;opposizione. Anche in Libia, del resto, dopo la caduta di Gheddafi non si è instaurata nessuna democrazia né c&#8217;è libertà, ma c&#8217;è un regime tribale-confessionale oppressivo ed ancora in molte zone impazza la guerra civile. LA ragione per cui Assad è ancora al potere è perché Damasco, la popolazione, non vuole la guerra civile, se Assad perde il potere sarà il caos. A Damasco ci sono 5 milioni di abitanti, non c&#8217;è oppressione, le donne sono libere, poche portano il velo, la società è praticamente laica e moderna. Non c&#8217;è bisogno di spiegare il tipo di società in vigore in quei Paesi &#8220;interventisti&#8221; come il Quatar e L&#8217;Arabia Saudita che annunciano di voler portare la democrazia in Siria con le bombe, un simile proclama suona alquanto strano. Le moschee in Siria sono molto presenti e frequentate ma non esiste un islam radicale ed estremista, però gli islamisti sono pronti e scalpitano per trasformarle in scuole coraniche dove si insegna l&#8217;estremismo e si fabbricano terroristi. E&#8217; un fatto accertato che Al Qaida sta spostando le sue azioni in Siria, addirittura nel centro di Damasco, spedendo i suoi militanti dai Paesi limitrofi come Giordania e Iraq.<br />
Da un parte, certamente, c&#8217;è la repressione del regime che provoca vittime ma dall&#8217;altra parte abbiamo gruppi armati pronti a scatenare massacri di civili. Questi &#8220;amici della Siria&#8221; che hanno la loro centrale operativa a Istanbul e sono coordinati dalla NATO e dalle monarchie arabe che vogliono il rovesciamento di Assad, non fanno il bene della Siria. La vera opposizione siriana infatti non vuole il rovesciamento del regime perché sa bene che si creerebbe il caos e la Siria si trasformerebbe in un nuovo Iraq. La soluzione giusta della crisi consiste nel radunare le forze dell&#8217;opposizione e proseguire nella mediazione per andare alle elezioni in un clima di sicurezza. La missione di Kofi Annan è stata possibile proprio grazie al veto russo e cinese che hanno bloccato l&#8217;intervento armato. In questo contesto in cui la Russia si schiera contro la guerra le prospettive di collaborazione con l&#8217;Occidente sono buone. La Russia lavora per realizzare una soluzione condivisa da tutti, la Russia non vuole chiudere la porta al dialogo con l&#8217;Europa e gli USA, la Russia ha bisogno dell&#8217;Occidente per modernizzarsi e servono gli investimenti.<br />
Gli USA hanno bisogno della Russia per risolvere le crisi in Corea e in Iran e quasi tutte le crisi regionali hanno bisogno di passare per il Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU per trovare una soluzione. Inoltre l&#8217;apporto della Russia è necessario per risolvere la situazione in Afghanistan ed agevolare la ritirata dei soldati delle forze occidentali. Oggi l&#8217;Occidente non ha più solo la Russia come interlocutore isolato ma essa fa ora parte di due organizzazioni importanti come l&#8217;Unione Eurasiatica e i BRICS, che sono due attori emergenti importanti con cui bisogna avere a che fare”</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</font></p>
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		<title>L&#8217;Ungheria nel mirino Occidentale</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 11:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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		<category><![CDATA[Claudio Mutti]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lungheria-nel-mirino-occidentale/14146/" title="L&#8217;Ungheria nel mirino Occidentale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cartina_ungheria.46hb6yhls62oo4kcgo0c88g4k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="L&#8217;Ungheria nel mirino Occidentale" ></div></a>Organi di stampa ungheresi riferiscono che a metà febbraio, nel corso di una riunione del Fidesz (il partito ungherese di governo), il primo ministro Viktor Orbán avrebbe detto che in Ungheria è stato sventato un tentativo di colpo di Stato per rovesciare il governo in carica, tentativo sostenuto da diplomatici stranieri e da organi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lungheria-nel-mirino-occidentale/14146/" title="L&#8217;Ungheria nel mirino Occidentale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cartina_ungheria.46hb6yhls62oo4kcgo0c88g4k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="L&#8217;Ungheria nel mirino Occidentale" ></div></a><p><span style="font-size: small;">Organi di stampa ungheresi riferiscono che a metà febbraio, nel corso di una riunione del Fidesz (il partito ungherese di governo), il primo ministro Viktor Orbán avrebbe detto che in Ungheria è stato sventato un tentativo di colpo di Stato per rovesciare il governo in carica, tentativo sostenuto da diplomatici stranieri e da organi di stampa occidentali.</p>
<div><span style="font-size: small;">Il quotidiano &#8220;Magyar Nemzet&#8221; scrive che nel corso della medesima riunione il primo ministro avrebbe accusato in particolare la CNN. Secondo &#8220;Népszabadság&#8221;, Orbán avrebbe dichiarato che i servizi della CNN sull&#8217;Ungheria hanno cercato di far credere ad un calo della sua popolarità. Orbán avrebbe anche sostenuto che i diplomatici stranieri, al fine di indebolire la sua autorità, si sono serviti dei loro legami coi membri del governo precedente.</p>
<p>Che da parte occidentale si stia tramando per dare il via ad una &#8220;rivoluzione colorata&#8221; in Ungheria, era chiaro da un pezzo.</p>
<p>Un&#8217;ulteriore conferma di ciò viene fornita da un recente servizio apparso sul &#8220;Washington Post&#8221;. Gli autori (Mark Palmer, Miklos Haraszti e Charles Gati) sostengono la necessità di far rinascere &#8220;Free Europe&#8221;, l&#8217;emittente di propaganda americana che nel periodo comunista trasmetteva nelle varie lingue dei paesi d&#8217;Oltrecortina e che continuò a trasmettere in ungherese fino al 1993. La ripresa delle emissioni radio di &#8220;Free Europe&#8221;, secondo il giornale statunitense, &#8220;potrebbe costituire un passo decisivo per promuovere valori corretti e giusti in Ungheria e per proteggere gl&#8217;investimenti di democrazia nell&#8217;Europa centrale ed orientale&#8221;.</p>
<p>	Sono tre, spiega il &#8220;Washington Post&#8221;, i motivi che rendono necessaria una ripresa delle attività di &#8220;Radio Europa Libera&#8221;.</p>
<p>	Il primo è che l&#8217;Ungheria, sotto il regime autoritario e populista di Orbán, non dispone più di una stampa libera e indipendente.<br />
	Il secondo è che esiste il pericolo di un contagio, vale a dire di una imitazione del modello ungherese da parte degli Stati vicini, in particolare la Romania e la Slovacchia.<br />
	Il terzo motivo è che non bisogna permettere che l&#8217;Ungheria diventi un avamposto della Russia. &#8220;Considerando la somiglianza dei recenti attacchi ungheresi e russi contro gli Stati Uniti d&#8217;America, &#8211; si legge nel giornale statunitense &#8211; l&#8217;Ungheria potrebbe diventare il primo avamposto ideologico della dittatura costituzionale di Putin. Washington dovrebbe sostenere i ripetuti avvertimenti dell&#8217;Unione Europea concernenti il deficit democratico dell&#8217;Ungheria e intraprendere certe misure per prevenire la crescita dell&#8217;autoritarismo nell&#8217;Europa centrale, prima che questa tendenza si imponga&#8221;.</span></div>
<p></span></p>
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		<title>Guerra Valutaria: quali sono i veri obiettivi dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran?</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 10:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[embargo petrolifero]]></category>
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		<description><![CDATA[Contro chi è rivolto in realtà  il cosiddetto "embargo petrolifero contro l'Iran" dell'Unione Europea? Si tratta di una importante questione geostrategica. Oltre a rifiutare le nuove misure dell'UE contro l'Iran come controproducenti, Teheran ha messo in guardia gli Stati membri dell'Unione Europea che l'embargo petrolifero contro l'Iran danneggerà loro e le loro economie, molto più che non l'Iran. Teheran ha così avvertito i dirigenti dei paesi dell'Unione Europea che le nuove sanzioni sono stolte e contrarie ai loro interessi nazionali e comunitari; ma ciò è corretto? Alla fine, chi beneficerà della catena di eventi che vengono messi in moto? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/guerra-valutaria-quali-sono-i-veri-obiettivi-dellembargo-petrolifero-dellue-contro-liran/13458/" title="Guerra Valutaria: quali sono i veri obiettivi dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/petrolio_iran1.1ka53k5ffkw0sk00so4sg08wk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="Guerra Valutaria: quali sono i veri obiettivi dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran?" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Contro chi è rivolto in realtà  il cosiddetto &#8220;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran&#8221; dell&#8217;Unione Europea? Si tratta di una importante questione geostrategica. Oltre a rifiutare le nuove misure dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran come controproducenti, Teheran ha messo in guardia gli Stati membri dell&#8217;Unione Europea che l&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran danneggerà loro e le loro economie, molto più che non l&#8217;Iran. Teheran ha così avvertito i dirigenti dei paesi dell&#8217;Unione Europea che le nuove sanzioni sono stolte e contrarie ai loro interessi nazionali e comunitari; ma ciò è corretto? Alla fine, chi beneficerà della catena di eventi che vengono messi in moto?</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran è nuovo? </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;embargo del petrolio contro l&#8217;Iran non è una cosa nuova. Nel 1951, l&#8217;amministrazione del primo ministro iraniano Mohammed Mossadegh, con il sostegno del parlamento iraniano, nazionalizzò l&#8217;industria petrolifera iraniana. In risposta al programma di nazionalizzazione del Dr. Mossadegh, gli inglesi bloccarono militarmente  le acque territoriali e i porti nazionali dell&#8217;Iran con la Royal Navy inglese, e impedirono all&#8217;Iran di esportare il suo petrolio. Inoltre impedirono militarmente il commercio iraniano. Londra congelò anche beni iraniani e iniziò una campagna per isolare l&#8217;Iran con le sanzioni. Il governo del Dr. Mossadegh era democratico e non poteva essere facilmente diffamato internamente dagli inglesi; così cominciarono a ritrarre Mossadegh come una pedina dell&#8217;Unione Sovietica che avrebbe trasformato l&#8217;Iran in un paese comunista con i suoi alleati politici marxisti.<br />
L&#8217;embargo illegale navale internazionale britannico fu seguito da un cambio di regime a Teheran, attraverso un colpo di stato progettato dagli anglo-statunitensi nel 1953. Il colpo di stato del 1953 trasformò lo Scià di Persia da figura costituzionale a monarca assoluto e in un dittatore, come i sovrani di Giordania, Arabia Saudita, Bahrain e Qatar. L&#8217;Iran fu trasformato in una notte da monarchia costituzionale democratica in dittatura.<br />
Oggi, un embargo petrolifero imposto militarmente contro l&#8217;Iran non è possibile, come lo fu nei primi anni &#8217;50. Invece Londra e Washington usano il linguaggio della giustizia e si nascondono dietro i falsi pretesti sulle armi nucleari iraniane. Come negli anni &#8217;50, l&#8217;embargo sul petrolio contro l&#8217;Iran è legato al cambio di regime. Eppure, ci sono anche più ampi obiettivi che vanno oltre i confini dell&#8217;Iran, legati al progetto di Washington d&#8217;imporre un embargo petrolifero contro gli iraniani.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;Unione Europea e la vendita del petrolio iraniano </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il principale cliente del petrolio iraniano è la Repubblica Popolare Cinese. Secondo l&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia (AIE) di Parigi, che fu creata dopo l&#8217;embargo petrolifero arabo del 1973 come ala strategica del Blocco occidentale dell&#8217;organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), l&#8217;Iran esporta 543.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina. Gli altri clienti di grandi dimensioni dell&#8217;Iran sono India, Turchia, Giappone e Corea del Sud. L&#8217;India importa 341.000 barili al giorno dall&#8217;Iran, la Turchia 370.000 barili al giorno, il Giappone 251.000 barili e la Corea del Sud 239.000 barili al giorno.<br />
Secondo il ministero iraniano del Petrolio, l&#8217;Unione europea rappresenta solo il 18% delle esportazioni di petrolio iraniano, il che significa meno di un quinto delle vendite di petrolio iraniano. Solo &#8220;collettivamente&#8221; l&#8217;Unione europea è il secondo cliente più grande dell&#8217;Iran. In tutto i paesi dell&#8217;UE importano 510.000 barili al giorno dall&#8217;Iran. La posizione collettiva che tutti i paesi dell&#8217;UE importatori di petrolio iraniano hanno, è stato evidenziato da coloro che vogliono sottolineare l&#8217;efficacia dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea contro l&#8217;Iran.<br />
L&#8217;Iran può sostituire le vendite di petrolio verso l&#8217;Unione europea attraverso nuovi acquirenti o incrementando le vendite ai clienti esistenti, come Cina e India. Un accordo iraniano per cooperare con la Cina per lo stoccaggio delle riserve strategiche cinesi, riempirebbe gran parte del vuoto lasciato dall&#8217;Unione europea. Così, l&#8217;embargo del petrolio contro l&#8217;Iran avrà minimi effetti diretti contro l&#8217;Iran. Piuttosto, è più probabile che uno qualsiasi degli effetti che l&#8217;economia iraniana subirà, sarà legato alle conseguenze globali dell&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;Iran e la guerra globale delle valute </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), sia il dollaro che l&#8217;euro costituiscono insieme l&#8217;84,4% delle riserve valutarie mondiali scambiate alla fine del 2011. Il dollaro statunitense da solo, compone il 61,7% di questo dato, costituendo la maggior parte delle riserve valutarie mondiali scambiate nel 2011. La vendita di energia è una parte importante di questa equazione, perché il dollaro statunitense è legato al commercio del petrolio. Così, il commercio di petrolio attraverso quello che viene chiamato petro-dollaro, aiuta a sostenere il prestigio internazionale del dollaro statunitense. I paesi di tutto il mondo sono stati praticamente costretti a utilizzare il dollaro statunitense per mantenere le loro esigenze commerciali e le loro transazioni energetiche.<br />
Per evidenziare l&#8217;importanza del commercio internazionale del petrolio per gli Stati Uniti, tutti i membri del Gulf Cooperation Council (GCC) &#8211; Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti &#8211; hanno le loro valute nazionali ancorate al dollaro statunitense e sostengono il petro-dollaro col commercio petrolifero in dollari statunitensi. Inoltre, le valute di Libano, Giordania, Eritrea, Gibuti, Belize e di diverse isole tropicali nel Mar dei Caraibi, sono anch&#8217;esse tutte ancorato al dollaro statunitense. A parte i territori d&#8217;oltremare degli Stati Uniti, anche El Salvador, Ecuador e Panama ufficialmente utilizzano il dollaro statunitense come moneta nazionale.<br />
L&#8217;euro invece è contemporaneamente sia un rivale del dollaro statunitense che una valuta alleati. Entrambe le valute lavorano insieme contro le altre valute, in molti casi, e sembrano essere sempre più controllati da centri di potere finanziario in fusione. A parte i diciassette membri dell&#8217;Unione europea, che utilizzano l&#8217;euro come moneta propria, il Principato di Monaco, San Marino e Città del Vaticano hanno la concessione di diritti e anche il Montenegro e la provincia serba a maggioranza albanese del Kosovo usano l&#8217;euro come valuta nazionale. Al di fuori dell&#8217;area dell&#8217;euro (zona euro), le valute di Bosnia, Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, in Europa, e le valute di Capo Verde, Comore, Marocco, Repubblica democratica di São Tomé e Príncipe e le due zone CFA in Africa, e le valute di diverse colonie occidentali extraeuropee, come la Groenlandia, sono tutte ancorate all&#8217;euro.<br />
Diverse zone monetarie sono direttamente legate all&#8217;euro. In Oceania, il franco Comptoirs Français du Pacifique (PCP), chiamato semplicemente Franco del Pacifico (franc pacifique), utilizzato in un&#8217;unione monetaria alle dipendenze francesi di Polinesia francese, Nuova Caledonia e Territorio delle Isole Wallis e Futuna è ancorato all&#8217;euro. Come accennato in precedenza, le zone CFA in Africa sono anch&#8217;esse ancorate all&#8217;euro. Così, sia il franco della Comunità Finanziaria dell&#8217;Africa (Communauté financière d&#8217;Afrique, CFA) o franco CFA dell&#8217;Africa occidentale, viene utilizzato da Benin, Burkina Faso, Costa d&#8217;Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo &#8211; che il franco della Cooperazione Finanziaria dell&#8217;Africa centrale (Coopération financière en Afrique centrale, CFA) o franco CFA dell&#8217;Africa centrale – viene utilizzato da Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Guinea Equatoriale e Gabon -, hanno il loro destino legato al valore monetario dell&#8217;euro.<br />
L&#8217;Iran non è alla ricerca di un confronto militare tra le crescenti ostilità con gli Stati Uniti e l&#8217;Unione Europea. Nonostante la narrazione deformata che viene presentata, Teheran ha detto che chiuderebbe lo Stretto di Hormuz come ultima risorsa. Gli iraniani hanno anche detto che non lasceranno che le navi degli Stati Uniti o nemiche, attraversino le acque territoriali iraniane, loro diritto legale, e che invece le navi ostili possono attraverso le acque territoriali dell&#8217;Oman nello Stretto di Hormuz. Come nota a margine, tra l&#8217;altro, il problema per gli Stati Uniti e gli altri avversari dell&#8217;Iran, è che le acque dell&#8217;Oman nello Stretto di Hormuz sono troppo basse.<br />
Invece di un confronto militare, Teheran sta reagendo  economicamente in diversi modi. Il primo passo, iniziato prima del 2012, sono stati la diversificazione della vendita e degli scambi internazionali del petrolio iraniano, riguardo le rispettive valute di transazione. Questo fa parte di una mossa calcolata dall&#8217;Iran per abbandonare l&#8217;utilizzo del dollaro statunitense, proprio come Saddam Hussein in Iraq fece nel 2000, come mezzo per combattere contro le sanzioni imposte all&#8217;Iraq. In questo contesto, l&#8217;Iran ha creato una borsa internazionale dell&#8217;energia in competizione con il New York Mercantile Exchange (NYMEX) e l&#8217;International Petroleum Exchange (IPE) di Londra, che operano entrambe con il dollaro statunitense per le transazioni. Questa borsa dell&#8217;energia, chiamata Kish Oil Bourse, è stata ufficialmente inaugurata nell&#8217;agosto del 2011 sull&#8217;isola di Kish nel Golfo Persico. Le sue prime operazioni sono state effettuate utilizzando l&#8217;euro e il dirhem degli Emirati.<br />
Nel contesto delle rivalità tra di euro e dollaro statunitense, gli iraniani in origine volevano mettere l&#8217;euro in un sistema di petro-euro, con la speranza che la competizione tra il dollaro statunitense e l&#8217;euro potesse rendere l&#8217;Unione europea un alleato dell&#8217;Iran e scollegare l&#8217;Unione europea dagli Stati Uniti. Con le tensioni politiche crescenti con l&#8217;UE, il petro-euro è diventato sempre meno allettante per Teheran. L&#8217;Iran ha capito che l&#8217;Unione europea è sottomessa agli interessi degli Stati Uniti ed è guidata da capi corrotti. Così, in misura minore, l&#8217;Iran ha anche cercato di allontanarsi dall&#8217;euro.<br />
Inoltre, l&#8217;Iran ha ampliato il proprio abbandono dell&#8217;uso del dollaro statunitense e dell&#8217;euro, come politica nelle relazioni commerciali bilaterali. Iran e India discutono di pagamenti in oro per il petrolio iraniano. Il commercio iraniano-russo viene condotto in rial iraniani e rubli russi, mentre il commercio iraniano con la Cina e altri paesi asiatici, viene effettuato utilizzando il renminbi cinese, Rial iraniano, yen giapponese e altre valute che non siano il dollaro e l&#8217;euro.<br />
Mentre l&#8217;euro avrebbe potuto essere il grande vincitore in un sistema di petro-euro, le azioni dell&#8217;Unione europea hanno lavorato contro ciò. L&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea contro l&#8217;Iran ha solo piantato i chiodi nella bara. A livello globale, la matrice emergente del commercio e delle transazioni eurasiatici e internazionali al di fuori degli ombrelli del dollaro statunitense e dell&#8217;euro, sta indebolendo entrambe queste valute. Il Parlamento iraniano ha appena passato una legge che tagliare le esportazioni di petrolio ai membri dell&#8217;Unione europea che faranno parte del regime di sanzioni, fino alla revoca delle sanzioni petrolifere all&#8217;Iran. La mossa iraniana sarà un duro colpo per l&#8217;euro, soprattutto perché l&#8217;Unione europea non avrà il tempo di prepararsi per i tagli energetici iraniani.<br />
Ci sono diverse possibilità che possono emergere. Uno di queste è che ciò potrebbe essere parte di quello che Washington vuole, e che potrebbe essere giocata contro l&#8217;Unione europea. Un altro è che gli Stati Uniti e specifici Stati membri dell&#8217;UE, stanno lavorando insieme contro i rivali strategici economici e altri mercati.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Chi se ne avvantaggia? Gli obiettivi economici non sono l&#8217;Iran&#8230; </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La fine delle esportazioni di petrolio iraniano verso l&#8217;Unione europea e il declino dell&#8217;euro vanno direttamente a beneficio degli Stati Uniti e del loro dollaro. Ciò che l&#8217;Unione europea sta facendo è semplicemente indebolire se stessa e consentire al dollaro statunitense di avere il sopravvento nella sua rivalità nei confronti dell&#8217;euro. Inoltre, qualora vi fosse il crollo dell&#8217;euro, il dollaro statunitense riempirà rapidamente gran parte del vuoto. Nonostante il fatto che la Russia possa beneficiare dei prezzi del petrolio e di una maggiore leva sulla sicurezza energetica dell&#8217;Unione europea come fornitrice, il Cremlino ha anche messo in guardia l&#8217;Unione europea che sta lavorando contro i propri interessi, subordinandosi a Washington.<br />
Molte importanti questioni sono in gioco, circa le conseguenze economiche dell&#8217;aumento dei prezzi del petrolio. L&#8217;Unione europea sarà in grado di resistere alla tempesta economica o al collasso della valuta? Ciò che l&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea contro l&#8217;Iran farà sarà destabilizzare l&#8217;euro e creare una valanga globale, danneggiando le economie extra-UE. A questo proposito, Teheran ha avvertito che gli Stati Uniti mirano a danneggiare le economie concorrenti mediante l&#8217;adozione delle sanzioni petrolifere dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran. All&#8217;interno di questa linea di pensiero, questa è la ragione per cui gli Stati Uniti stanno cercando di costringere Cina, India, Corea del Sud e Giappone in Asia, a ridurre o tagliare le importazioni di petrolio iraniano.<br />
Nell&#8217;Unione Europea, saranno le economie dei membri più fragili e in lotta, come la Grecia e la Spagna, che saranno ferite dall&#8217;embargo  petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran. Le raffinerie di petrolio nei paesi dell&#8217;Unione europea che importano petrolio iraniano, dovranno trovare nuovi venditori come fonti e saranno costrette ad adeguare le loro operazioni. Piero De Simone, uno dei leader dell&#8217;Unione Petrolifera d&#8217;Italia, ha avvertito che circa settanta  raffinerie di petrolio dell&#8217;UE potrebbero essere chiuse e che i paesi asiatici potrebbero iniziare a vendere petrolio raffinato iraniano all&#8217;Unione europea a scapito delle raffinerie locali e della locale industria petrolifera. Nonostante le rivendicazioni politiche in sostegno all&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran, l&#8217;Arabia Saudita non sarà in grado di colmare il vuoto delle esportazioni petrolifere iraniane verso l&#8217;Unione europea o altri mercati. Una carenza di forniture di petrolio e i cambiamenti della produzione potrebbero avere effetti a spirale nell&#8217;Unione europea e sui costi di produzione industriale, dei trasporti e sui prezzi di mercato. La previsione è che che l&#8217;UE effettivamente aggraverà la crisi nella zona euro o eurozona.<br />
Inoltre, l&#8217;aumento continuo dei prezzi, che vanno dal cibo ai trasporti, non sarà limitato all&#8217;Unione europea, ma avrà ramificazioni globali. Coll&#8217;aumentare dei prezzi su scala globale, le economie in America Latina, Caraibi, Africa, Medio Oriente, Asia e Pacifico si troveranno ad affrontare nuove difficoltà, mentre il settore finanziario negli Stati Uniti e di molti dei suoi partner &#8211; tra cui i membri dell&#8217;Unione europea &#8211; potrebbe capitalizzare attraverso l&#8217;acquisizione di alcuni settori e mercati. Il FMI e la Banca Mondiale, in rappresentanza di Bretton Woods a Wall Street, potrebbero gettarsi nella mischie e imporre altri programmi di privatizzazione a vantaggio dei settori finanziari degli Stati Uniti e dei loro principali partner. Inoltre, come l&#8217;Iran decide di vendere il 18% del petrolio e di smettere di vendere ai membri dell&#8217;UE, sarà inoltre un fattore di mediazione.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">I fantasmi dell&#8217;embargo petrolifero arabo del 1973: la Libia e l&#8217;AIEA</span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Mentre i paesi in Africa o del Pacifico non hanno riserve strategiche di petrolio e saranno alla mercé degli aumenti dei prezzi mondiali, gli Stati Uniti e l&#8217;Unione europea hanno lavorato strategicamente cercando di isolarsi da questi scenari. Questo è dove l&#8217;International Energy Agency (IEA) di  Parigi entra in scena. Le riserve di petrolio libico sono anch&#8217;esse un fattore delle ostilità e della petro-politica che coinvolgono l&#8217;Iran.<br />
L&#8217;AIE è stata creata dopo l&#8217;embargo petrolifero arabo del 1973. Come accennato in precedenza, si tratta dell&#8217;&#8221;ala strategica Blocco occidentale dell&#8217;organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico (OCSE).&#8221; L&#8217;OCSE è un club di paesi che comprende Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Danimarca, Giappone, Canada, Corea del Sud, Turchia, Australia, Israele e Nuova Zelanda. Si basa essenzialmente sui contorni del blocco occidentale, che è composto da alleati e satelliti degli USA. A parte Israele, Cile, Estonia, Islanda, Slovenia, e Messico, tutti i membri dell&#8217;OCSE, sono membri dell&#8217;AIE.<br />
Dalla sua creazione nel 1974, uno dei compiti dell&#8217;IEA è quello di stoccare riserve strategiche di petrolio per i paesi OCSE. Durante la guerra della NATO contro la Libia, l&#8217;AIE in realtà ha aperto le sue riserve strategiche di petrolio per compensare il vuoto lasciato dalla mancanza di esportazioni di petrolio libico. Le uniche altre due volte cui questo è accaduto, fu nel 1991, quando Washington ha guidato la coalizione militare nella sua prima guerra contro l&#8217;Iraq, e nel 2005, quando l&#8217;uragano Katrina ha devastato gli Stati Uniti.<br />
La guerra in Libia aveva molti scopi. I fini perseguiti sono stati i seguenti: (1) impedire l&#8217;unità africana, (2) scacciare la Cina fuori dall&#8217;Africa, (3) controllare le riserve strategiche energetiche più importanti, e (4) preservare le forniture di petrolio nello scenario di conflitti degli USA contro la Siria e l&#8217;Iran. Ciò che la guerra della NATO alla Libia aveva come scopo, era assicurarsi la produzione petrolifera dalla Libia, perché c&#8217;era la possibilità che la Libia del Colonnello Muammar Gheddafi potesse sospendere le vendite di petrolio all&#8217;Unione europea, a sostegno della Siria o dell&#8217;Iran in possibili conflitti con gli Stati Uniti, la NATO e Israele. E&#8217; anche interessante notare che una delle figure libiche nelle Nazioni Unite, che hanno contribuito a permettere la guerra contro la Libia, vi è Sliman Bouchuiguir, il capo della Lega libica per i diritti umani (LLHR) e attuale ambasciatore libico in Svizzera, che ha lavorato a formulare una strategia per impedire che il petrolio venisse usato come arma strategica, per assicurarsi che la crisi petrolifera del 1973 si ripeta mai per gli Stati Uniti e i loro alleati.<br />
A parte l&#8217;Iran, i siriani sono stati una fonte di importazioni di petrolio per l&#8217;Unione europea. Come l&#8217;Iran, l&#8217;UE ha anche bloccato il petrolio siriano attraverso un regime di sanzioni progettato dal governo statunitense. Con il petrolio iraniano e siriano escluso dall&#8217;UE, il valore strategico del petrolio libico aumenta. A questo proposito, le relazioni circa il dispiegamento di migliaia di soldati degli Stati Uniti nei giacimenti di petrolio libici, possono essere analizzate come coordinato o collegato alla crescente ostilità degli Stati Uniti e dell&#8217;Unione europea verso la Siria e l&#8217;Iran. Dirottare l&#8217;invio di petrolio libico verso l&#8217;UE prima destinato alla Cina, può anche essere parte di tale strategia.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La guerra psicologica </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In realtà, il regime di sanzioni progettato dal governo statunitense contro l&#8217;Iran è andato fin dove può andare. Tutti gli interventi sull&#8217;isolamento iraniani sono bravate e sono lontane dalla realtà delle attuali relazioni e commercio internazionali. Brasile, Russia, Cina, India, Iraq, Kazakistan, Venezuela e altri paesi dello spazio post-sovietico, Asia, Africa e America Latina, hanno tutti rifiutato di aderire alle sanzioni contro l&#8217;economia iraniana.<br />
L&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea, insieme alle più ampie sanzioni contro l&#8217;Iran, ha un aspetto più ampiamente psicologico. L&#8217;Iran e il suo alleato siriano, affrontano una guerra multi-dimensionale che ha scopi economici, occulti, diplomatici e psicologici. La guerra psicologica, che coinvolge i media mainstream come strumento di politica estera e di guerra, è un&#8217;opzione molto economica per gli Stati Uniti, a causa del suo costo molto basso. Maggiore enfasi viene inoltre data ad essa, nel contesto dell&#8217;attuale situazione economica del mondo.<br />
Eppure, la guerra psicologica può essere combattuta su entrambi i lati. Gran parte del potere degli Stati Uniti è psicologico e legato alla paura. Come la geografia del Golfo Persico, il tempo è dalla parte dell&#8217;Iran e lavora contro gli Stati Uniti. Se l&#8217;Iran continua il suo corso attuale e resterà insensibile alle sanzioni, questo l&#8217;aiuterà a spezzare la soglia psicologica che scoraggia globalmente i paesi ad opporsi agli Stati Uniti. Nel caso in cui molti altri paesi continuino a rifiutarsi ad inchinarsi all&#8217;amministrazione Obamam, nell&#8217;imporre sanzioni contro l&#8217;Iran, questo sarà anche un duro colpo per il prestigio e il potere degli Stati Uniti, che si tradurrà nei campi economico e finanziario.<br />
Inoltre, alla fine l&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE colpirà l&#8217;UE invece dell&#8217;Iran. Nel lungo termine potrebbe anche danneggiare gli Stati Uniti. Strutturalmente, gli effetti dell&#8217;embargo dell&#8217;UE sul petrolio radicherà ulteriormente l&#8217;Unione europea nell&#8217;orbita di Washington, ma questi effetti catalizzeranno una crescente opposizione sociale a Washington, che alla fine si manifesteranno in ambito politico ed economico. </span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Traduzione di Alessandro Lattanzio</span></span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Fonte:  <a href="http://www.strategic-culture.org/pview/2012/01/31/currency-warfare-what-are-the-real-targets-of-the-e.u.-oil-embargo-against-iran.html">Strategic Culture Foundation</a></span></span></span></strong></p>
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		<title>Cipro. L’isola dell’unione che non c’è</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 11:30:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vantando un’importante posizione strategica nel Mar Mediterraneo, Cipro è stata da sempre contesa sin dall’Età antica. Durante gli ultimi due secoli, a contendersi il dominio dell’isola sono state le due principali comunità della popolazione, ovvero quella greco-cipriota e quella turco-cipriota, sostenute rispettivamente da Grecia e Turchia. Il 1974 è stato l’anno di svolta: a seguito dell’occupazione militare della zona settentrionale da parte della Turchia, si costituirono due Stati, ma quello turco-cipriota non è ancora riconosciuto dalla comunità internazionale. Dal 2000, i due Stati ciprioti tentano di risolvere le questioni che li separano, come la demarcazione delle acque territoriali e il trattamento delle rispettive minoranze, condizionati comunque dalle scelte dei governi di Atene ed Ankara.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cipro-l%e2%80%99isola-dell%e2%80%99unione-che-non-c%e2%80%99e/12362/" title="Cipro. L’isola dell’unione che non c’è"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zzcarta_cipro_big.c7vw1d718o0g0c4goksw00k04.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Cipro. L’isola dell’unione che non c’è" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium;"><em>Vantando un’importante posizione strategica nel Mar Mediterraneo, Cipro è stata da sempre contesa sin dall’Età antica. Durante gli ultimi due secoli, a contendersi il dominio dell’isola sono state le due principali comunità della popolazione, ovvero quella greco-cipriota e quella turco-cipriota, sostenute rispettivamente da Grecia e Turchia. Il 1974 è stato l’anno di svolta: a seguito dell’occupazione militare della zona settentrionale da parte della Turchia, si costituirono due Stati, ma quello turco-cipriota non è ancora riconosciuto dalla comunità internazionale. Dal 2000, i due Stati ciprioti tentano di risolvere le questioni che li separano, come la demarcazione delle acque territoriali e il trattamento delle rispettive minoranze, condizionati comunque dalle scelte dei governi di Atene ed Ankara.</em></span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>Crocevia del Mediterraneo</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Cipro è una delle principali isole del Mar Mediterraneo: al di là delle dimensioni, che le consentono essere la terza isola dello stesso mare, Cipro vanta un’importante posizione strategica che, assieme alle proprie risorse naturali, le ha permesso di ricoprire un ruolo di primo piano nella storia. L’isola, storicamente e culturalmente europea ma geograficamente appartenente al Medio Oriente, presenta i caratteri tipici dell’area mediterranea, rivelandosi anche un’importante meta geologica. La storia di Cipro passa dal dominio greco-romano alle lotte tra Venezia e Impero turco-ottomano per aggiudicarsi il potere sull’isola e dalla spartizione del territorio cipriota tra greci e turchi fino ai recenti tentativi di riunificazione.</span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>Dall’indipendenza alla divisione</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">L’istituzione dello Stato greco, avvenuta nel XIX secolo, provocò le insistenti richieste da parte della popolazione greco-cipriota di annettere l’isola di Cipro alla Grecia, dato il sentimento di comune storia culturale e religiosa. Alla fine del XIX, dopo l’inaugurazione del Canale di Suez, il Regno Unito si interessò particolarmente all’isola di Cipro, data la sua adeguata posizione strategica per il controllo del canale: nel 1878, a seguito della Conferenza di Cipro, il Regno Unito otteneva l’amministrazione dell’isola, che divenne definitivamente una colonia britannica nel 1925. Durante gli anni successivi, la popolazione greco-cipriota non abbandonava il desiderio di annettere l’isola alla Grecia (<em>énosis</em>), mentre la popolazione turco-cipriota preferiva la separazione (<em>taksim</em>). Raggiunta l’indipendenza dal Regno Unito nel 1960, si costituirono le condizioni tali da favorire uno scontro indiretto fra la Grecia e la Turchia per la definizione del nuovo Stato cipriota. Infatti, nonostante l’adozione di equilibrate misure costituzionali, l’attrito tra greco-ciprioti e turco-ciprioti sfociò definitivamente nella spartizione dell’isola tra Grecia e Turchia. Quest’ultima occupò militarmente l’area settentrionale di Cipro, provvedendo immediatamente a istituire una nuova entità statale, nota come la Repubblica Turca di Cipro del Nord, ed espellendo dal nuovo Stato la popolazione greco-cipriota. L’Organizzazione delle Nazioni Unite tentò di avviare le negoziazioni fra i greci e i turchi, ma l’unico risultato fu l’istituzione della “zona cuscinetto” tra le due parti territoriali. Va precisato che la dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Turca di Cipro del Nord non è stata riconosciuta giuridicamente valida dal Consiglio di Sicurezza della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Nonostante ciò, i turco-ciprioti si dichiararono comunque indipendenti, non riconoscendo l’altra entità statale dell’isola, ovvero la Repubblica di Cipro, che rappresenta la popolazione greco-cipriota. Durante i primi anni del XXI secolo, il Segretario Generale dell’O.N.U., Kofi Annan, intraprese una nuova serie di negoziati per la riunificazione dell’isola. Tali negoziati consentirono, nel 2004, la proposta di un piano di unificazione territoriale, che fu sostenuto dall’Assemblea Generale dell’O.N.U., dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti: sebbene fosse stato accettato dallo Stato turco-cipriota, il piano fu respinto da quello greco-cipriota che, nel frattempo, era divenuto membro dell’Unione Europea. </span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>I recenti tentativi di conciliazione</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">La vittoria alle elezioni politiche greco-cipriote di Dimitri Christofias (2008) e a quelle greche di George Papandreou (2009, ora defenestrato) hanno permesso di sperare in una proficua collaborazione con la Turchia. Oltre alla disponibilità del nuovo Presidente dello Stato turco-cipriota, Dervish Eroglu, a riprendere i negoziati con il governo greco-cipriota, la Turchia ha avanzato la proposta di istituire un Alto Consiglio di cooperazione tra il governo greco e quello turco, con il compito di affrontare e risolvere in modo definitivo tutto il contenzioso bilaterale che separa da decenni i due Paesi. Nel frattempo, la principale assente alle trattative è stata l’Unione Europa che, finora, non è apparsa in grado di proporre una politica adeguatamente risolutiva. Tuttavia, aver permesso l’ammissione di un “quasi Stato”  fra i propri membri, si sta rivelando un difficile ostacolo da risolvere. L’attuale mancata risoluzione della questione cipriota ha diminuito le possibilità di adesione della Turchia all’Unione Europea e, inoltre, ha consentito che i forti interessi “neo-coloniali” del Regno Unito e, soprattutto, quelli strategici degli Stati Uniti, interessati alla posizione strategica dell’Isola dal punto di vista militare ed energetico, e della Russia, continuassero a dettare l’agenda dell’isola. Con la fine della Guerra Fredda, l’importanza di Cipro per gli Stati Uniti è aumentata, viste le nuove sfide sia globali che regionali e, altrettanto si può dire per la Russia dal momento che l’isola non solo è vicina alle aree di crisi del Caucaso e dei Balcani, ma è anche uno strategico punto di appoggio in tutta l’area Mediorientale. <strong>[1]</strong></span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>La soluzione passa per Ankara</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Sebbene gli Stati Uniti sostengano l’adesione della Turchia all’Unione Europea, con l’obiettivo di rendere la Turchia a tutti gli effetti parte dell’Occidente, ad impedire che ciò accada è stata anche la forte ostilità pregiudiziale di Paesi come la Francia, che preferiscono istituire un partenariato con il Mediterraneo piuttosto che accettare l’adesione di uno Stato povero e musulmano nell’Unione Europea. I rapporti tra la Turchia e le istituzioni europee si sono recentemente complicati: la Turchia ha infatti sollecitato il governo greco-cipriota ad interrompere i lavori preparatori per le esplorazioni petrolifere attorno all’isola, affermando che, in caso contrario, navi da guerra turche potrebbero presidiare le prospezioni petrolifere sottomarine, sulla base di un accordo siglato con la Repubblica turca di Cipro Nord. Secondo la Turchia, i proventi dell’estrazione di gas e petrolio spettano anche ai turco-ciprioti che vivono nel Nord dell’isola. A seguito della controversia sulle trivellazioni, il governo turco ha annunciato che, qualora nel 2012 fosse assegnata a Cipro la presidenza di turno del Consiglio dell’U.E., sarebbe pronto a sospendere le proprie relazioni con l’Unione Europea. <strong>[2]</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Mentre appare più adeguata l’ipotesi di risoluzione tramite un ampliamento dei negoziati, coinvolgendo la Turchia, la Grecia e l’Unione Europea, il Segretariato e il Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., oltre ai due Stati ciprioti, al momento, il ruolo internazionale dello Stato turco potrebbe stravolgere qualsiasi previsione: secondo l’analista Semih Idiz, oltre al sostegno economico e militare allo Stato turco-cipriota, la Turchia vanta, rispetto a venti anni fa,  un’autorità internazionale, dovuta particolarmente alla posizione seria e coerente assunta nel tentativo di risoluzione della questione cipriota. </span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Giacomo Morabito, dottore in Scienze delle Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Messina)</strong></em></span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: small;"><strong>Note:</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"><strong>[1]</strong></span></span> <span><span style="font-size: small;">(G. Natali, </span></span><span><span style="font-size: small;"><em>Cipro tra Europa e Medio Oriente</em></span></span><span><span style="font-size: small;">, temi.repubblica.it/limes &#8211; 02/07/2007)</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"><strong>[2]</strong></span></span> <span><span style="font-size: small;">(Autore anonimo, </span></span><span><span style="font-size: small;"><em>Cipro, disputa petrolio: Ankara minaccia invio navi da guerra</em></span></span><span><span style="font-size: small;">, www.peacereporter.net &#8211; 19/09/2011)</span></span></p>
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		<title>La Turchia ha il vigore di cui l’Unione Europea ha tanto bisogno</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 09:29:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ più di mezzo secolo che la Turchia bussa alla porta dell’Europa. In passato la sua vocazione europea era puramente di tipo economico, oggi è diverso: non siamo più un Paese che rimane in attesa supplicando di entrare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-turchia-ha-il-vigore-di-cui-l%e2%80%99unione-europea-ha-tanto-bisogno/7857/" title="La Turchia ha il vigore di cui l’Unione Europea ha tanto bisogno"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/erdo__an_recep_tayyip_2.2bz62b2mpgis4440884cgkk0k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="83" alt="La Turchia ha il vigore di cui l’Unione Europea ha tanto bisogno" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.newsweek.com/2011/01/17/the-robust-mam-of-europe.html">http://www.newsweek.com/2011/01/17/the-robust-mam-of-europe.html</a></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Alla fine degli anni Dieci del XXI secolo possiamo osservare come il centro del potere si sia spostato nella politica mondiale. Il G20 sta rimpiazzando il G7 come guardiano dell’economia globale. La necessità di riformulare il Consiglio di sicurezza dell’Onu in senso più rappresentativo è profondamente avvertita. E potenze emergenti come Brasile, India, Turchia e altre stanno giocando ruoli sempre più importanti sulla scena dell’economia mondiale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’Unione Europea non può essere immune da questi cambiamenti nell’equilibrio del potere. La crisi finanziaria ha reso evidente la necessità di cambiamento e di un maggiore dinamismo europeo : i mercati del lavoro e i sistemi sociali e di sicurezza in Europa sono allo stato comatoso.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le economie sono stagnanti, le popolazioni invecchiano. Può l’Europa  mantenere potere e credibilità nel nuovo scenario internazionale senza occuparsi di queste tematiche ?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel frattempo la Turchia, candidata all’ingresso nell’Unione, sta agendo risolutamente sulla scena globale con il suo rilevante progresso economico e la sua stabilità politica. L’economia turca attraversa una crescita senza pari in Europa e così sarà anche nel 2011. Secondo le previsioni dell’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica la Turchia sarà nel 2050 la seconda più importante economia dell’Europa. Si tratta di un Paese dove investimenti diretti stranieri possono ottenere ritorni importanti, un Paese il cui slancio vigoroso manca all’Unione Europea.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E non si tratta solo di economia. La Turchia sta diventando attore globale e regionale con la sua azione equilibrata. Essa sta riscoprendo il suo rapporto con i Paesi vicini, trascurato per decenni. Sta praticando una politica estera propositiva, dai Balcani al Medio Oriente e al Caucaso. La politica turca dello “zero problemi” e della collaborazione con i Paesi di una più vasta area geografica mira a costituire una riserva di stabilità per tutti, perscindendo da approcci dogmatici. Con 61 Stati abbiamo stipulato un accordo che elimina il reciproco visto di ingresso. Non si tratta di un romantico neo-ottomanesimo, si tratta di <em>realpolitik </em>fondata su una visione nuova dell’ordine globale. Penso che tale visione possa aiutare l’Unione Europea nel prossimo decennio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I nostri intensi sforzi diplomatici hanno dato frutti in Iraq, in Afghanistan, nei Balcani e anche sulla questione del nucleare iraniano. La Turchia è stata protagonista in tutte le maggiori aree della politica mondiale, e non intendiamo abbandonare questo ruolo. Una volta che diventerà parte dell’Unione la Turchia contribuirà agli interessi europei in un ampio ventaglio di questioni, dalla politica estera a quella economica, alla sicurezza regionale e all’armonia sociale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sebbene la questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione sia semplice e richieda pochi approfondimenti, il processo per la sua adesione ha suscitato  resistenze, orchestrate da taluni Stati membri. Sfortunatamente la procedura di negoziazione non si è sviluppata come avrebbe dovuto. Diciotto dei ventidue capitoli di negoziazione ancora in corso sono bloccati per ragioni politiche. Nessun altro Paese candidato ha subito una tal sorta di bizantinismo intrigante : la Turchia è un caso unico per il tipo di trattamento subito.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I nostri amici europei dovrebbero capire che le relazioni fra Turchia e Unione Europea sono a un punto di svolta. Nei casi recenti di allargamento l’Unione ha accolto senza problemi Paesi relativamente piccoli, con economie deboli, per contribuire alla loro crescita, consolidare la loro democrazia, fornire loro una protezione. Non prenderli in considerazione avrebbe significato abbandonarli alle turbolenze che potrebbero sorgere nell’area di loro pertinenza. Ma questo orientamento non è stato esteso alla Turchia. Diversamente dai Paesi cui accennavo, essa è attore regionale e internazionale con una capacità crescente di azione politica e un’economia duttile e robusta. E il fatto che, respinta, essa rimane in piedi non è un buon motivo per escluderla. A volte mi viene da pensare con stupore a ciò : e se veramente il motivo di ripulsa fosse questo, ci sarebbe da riflettere sui calcoli strategici europei.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E’ più di mezzo secolo che la Turchia bussa alla porta dell’Europa. In passato la sua vocazione europea era puramente di tipo economico, oggi è diverso: non siamo più un Paese che rimane in attesa supplicando di entrare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Alcuni sostengono che la Turchia non dispone di vere alternative all’Europa. Da una parte il discorso potrebbe valere, tenuto conto del livello di integrazione economica fra Turchia e Unione e, in particolare, del fatto che l’Europa democratica e liberale costituisce sempre un riferimento per una politica di riforme in Turchia. Tuttavia si potrebbe anche sostenere il contrario : l’Europa non dispone di una vera alternativa alla Turchia. Specialmente in un ordine globale ove i rapporti di forza stanno cambiando, l’Unione Europea ha bisogno della Turchia per diventare più forte, più ricca, più inclusiva e più sicura. Io spero che non sia troppo tardi nel momento in cui i nostri amici europei scopriranno questa realtà.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>*Recep Tayıp Erdoğan è Primo Ministro della Turchia</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Traduzione dall’inglese di Aldo Braccio</em> </span></p>
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		<title>La nuova Entente Cordiale franco-britannica nella difesa europea</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 21:43:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È stato siglato lo scorso 2 novembre, nel corso del “UK-France Summit” di Londra, un accordo bilaterale fra Francia e Gran Bretagna in materia di cooperazione militare e di difesa. Tale intesa – già in qualche modo preannunciata nel corso dell’ultima campagna elettorale inglese e da una serie di dichiarazioni dell’ex Ministro della Difesa francese Hervé Morin – permetterà ai due Stati europei di dare non solo nuova linfa all’industria di settore, ma soprattutto di affrontare con decisione la nuove sfide poste dall’attuale quadro internazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-nuova-entente-cordiale-franco-britannica-nella-difesa-europea/7015/" title="La nuova Entente Cordiale franco-britannica nella difesa europea"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/entente_cordiale.81s7q1q225wcso804g084gss8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="70" alt="La nuova Entente Cordiale franco-britannica nella difesa europea" ></div></a><p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">È stato siglato lo scorso 2 novembre, nel corso del “UK-France Summit” di Londra, un accordo bilaterale fra Francia e Gran Bretagna in materia di cooperazione militare e di difesa. Tale intesa – già in qualche modo preannunciata nel corso dell’ultima campagna elettorale inglese e da una serie di dichiarazioni dell’ex Ministro della Difesa francese Hervé Morin – permetterà ai due Stati europei di dare non solo nuova linfa all’industria di settore, ma soprattutto di affrontare con decisione la nuove sfide poste dall’attuale quadro internazionale e di rilanciare, ad un secolo di distanza dall’<em>Entente cordiale</em> con cui si definirono le sfere di influenza nel Mediterraneo (1904), le proprie aspirazioni geopolitiche sia a livello regionale che a livello globale. Il rinnovo di questa alleanza, inoltre, pone con forza l’accento sul futuro dell’intera architettura della sicurezza europea: da un lato sulla Politica Estera di Sicurezza e Difesa (PESD) che è attualmente di natura intergovernativa; dall’altro sulle relazioni fra Unione Europea (e singoli Paesi europei) e NATO e, quindi, sull’elaborato nuovo Concetto Strategico della NATO da cui deriveranno i prossimi obiettivi e le prossime strategie da applicarsi su scala regionale e internazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>L’asse franco-britannico</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Gran Bretagna e Francia – entrambe maggiori ex imperi coloniali del Vecchio Continente – rappresentano, soprattutto dopo la dichiarazione congiunta anglo-francese di Saint Malo che ha dato avvio alla PESD (1998), lo zoccolo duro della sicurezza in Europa: esse, da sole, coprono il 43% delle spese nel settore della difesa dell’Unione Europea, sono membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e sono le uniche due potenze nucleari europee, impegnate in prima persona sui principali scenari di crisi internazionali e in grado di incidere sugli equilibri di alcune regioni mondiali. La nuova intesa, dunque, non potrà far altro che rafforzare le loro capacità militari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’accordo in questione, infatti, è costituito da due trattati, uno riguardante una cooperazione militare di ordine generale, l’altro relativo ad una collaborazione nell’industria difensiva con particolare riferimento al settore nucleare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Riguardo alla cooperazione militare, l’accordo prevede per la prima volta la formazione dal 2011 di un corpo d’armata congiunto formato da una componente terrestre, una marittima ed una aerea per un totale di circa 5000 uomini. Tale contingente, non permanente, sarà capeggiato da Francesi o da Britannici a seconda della natura dell’operazione da svolgere e potrà prestare il proprio servizio anche per la NATO, per l’Unione Europea e per la Nazioni Unite. Inoltre, grazie al potenziamento logistico e tecnologico di alcune portaerei, nei prossimi anni potrà essere costituita una vera e propria forza aeronavale integrata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quanto alla collaborazione in materia nucleare, Francia e Gran Bretagna hanno previsto di simulare, a partire dal 2014, il funzionamento del loro arsenale e di testarne la validità e la sicurezza a lungo termine: il centro di simulazione sarà costruito a Valduc (in Borgogna), presso un sito del Commissariato per l’Energia Atomica (CEA), e ad Aldermaston, nel Regno Unito, sarà invece allestito un centro di ricerca comune. Inoltre, sarà messa a punto una nuova generazione di equipaggiamenti, tra cui nuovi sottomarini nucleari, missili, sistemi antimine e lo sviluppo di microelicotteri UAV di media altitudine e di autonomia a lunga durata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Secondo quanto dichiarato da Sarkozy e Cameron, questo approccio permetterà ai due Stati, dal punto di vista nazionale, di fronteggiare l’attuale crisi economica riducendo la spesa pubblica nel settore della difesa, e, dal punto di vista internazionale, di unire le forze nella lotta alla proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei missili balistici, di intensificare la lotta al terrorismo e agli attacchi cibernetici e di garantire, così, la sicurezza marittima e spaziale. Tutto ciò, secondo quanto affermato dai due leader europei, avverrà non solo in stretta collaborazione con le politiche comunitarie e con le forze della NATO, ma favorirà anche una più stretta collaborazione fra le due istituzioni. Eppure, proprio il fatto che l’iniziativa dei due Stati è stata avviata autonomamente rispetto alle strutture di difesa occidentali, apre il dibattito su quali siano i reali obiettivi di Francia e Gran Bretagna e come questi si pongano nei confronti non solo  della  politica di sicurezza e difesa dell’Unione Europea, ma anche e soprattutto della NATO, la quale, in particolar modo, a causa delle difficoltà incontrate nella missione in Afghanistan, sta vivendo un periodo di ridefinizione della sua stessa identità e dei suoi prossimi obiettivi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Prospettive geopolitiche</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Entrambi i Paesi, infatti, hanno negli ultimi tempi intrapreso un nuovo corso di politica estera, ridefinendo le proprie priorità geopolitiche. Da un lato la Francia, dopo la pubblicazione del “<em>Libro Bianco sulla Difesa e la Sicurezza nazionale</em>”, con il reintegro nella NATO e con il mantenimento delle relazioni politico-economiche con la Germania, punta a rilanciarsi come potenza regionale e globale, soprattutto nel contesto euro-atlantico, in quello euro-mediterrano, in quello euro-asiatico e, come si faceva riferimento in un altro <a href="../../5832/francia-e-australia-verso-un-nuovo-equilibrio-del-pacifico">articolo apparso su Eurasia</a>, in quello del Pacifico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dall’altra parte, la Gran Bretagna, con la recente pubblicazione del documento contenente le nuove linee in materia di sicurezza e difesa – “<em>The Strategic Defence and Security Review</em>” (SDSR) – e con la decisione di rinnovare il programma nucleare basato sui sottomarini “<em>Trident</em>”, punta a mantenere e a rafforzare la propria autonomia militare in modo da agire in maniera più incisiva non solo in contesti di crisi come l’Afghanistan, ma anche nei nuovi conflitti per l’acqua e per le risorse energetiche e nella lotta alla proliferazione nucleare che caratterizza in particolar modo il Medio Oriente. Al tempo stesso, il rafforzamento dei rapporti bilaterali – anche con le potenze emergenti come Cina, India e Brasile – permetterà al Regno Unito di operare, anche grazie all’istituzione di un “<em>National Security Council</em>”, sempre più indipendentemente dagli Stati Uniti e di avere una maggiore influenza globale, non solo in Europa, ma anche in contesti complessi come quello asiatico e latino-americano. Sul piano regionale, invece, l’accordo con la Francia le permetterà di rafforzare il suo ruolo all’interno dell’Unione Europea e, soprattutto, come ha dichiarato il neoministro degli Esteri Liam Hague nel corso dell’ultima campagna elettorale, di cooperare con quei Paesi europei che hanno un bilancio della difesa significativo e impiegano i loro soldati in operazioni complesse come quella in Afghanistan. Proprio questa linea dimostra che è improbabile che Londra, nonostante la presenza nel Governo delle forze liberal-democratiche, possa vincere definitivamente il suo tradizionale scetticismo verso le istituzioni di Bruxelles. Anzi, ciò che con ogni probabilità più interessa alla Gran Bretagna è riuscire a bilanciare l’enorme influenza della Germania in Europa, alla luce non solo della revisione del Patto di Stabilità, ma anche del consolidarsi del cosiddetto “<em>Triangolo di Weimar</em>” (costituito da Francia, Germania e Polonia), attualmente punto di riferimento per il problema della sicurezza dei confini orientali – e non solo – del continente europeo. Ciò vorrà dire che la Gran Bretagna avrà la possibilità di essere più influente nei rapporti con la Russia e che, quindi, i Governi di Berlino e Varsavia (quest’ultimo si appresta a detenere nel 2011 per la prima volta la Presidenza europea di turno) saranno con ogni probabilità costretti a rivedere le proprie strategie. Ne sarà agevolata certamente la Francia, che avrà, infatti, la possibilità di giocare su più tavoli nel quadro della sicurezza europea e di riuscire a realizzare un’Europa sotto il segno di Parigi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Una nuova difesa europea?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Autorevoli think tank europei suggeriscono, dunque, tre possibili scenari per la sicurezza in Europa. Il primo dipenderebbe dalla capacità della Francia di riuscire a gestire il suo potenziale diplomatico e di incoraggiare, in questo modo, gli altri partner europei a stringere una più stretta collaborazione fra di loro e a costituire una forza integrata sotto l’egida francese. È tuttavia possibile anche il contrario, ossia che gli altri Stati europei, a seguito dell’incertezza delle ultime missioni internazionali, avvertano un senso di sfiducia nei confronti di nuove iniziative militari e che ritengano anacronistiche le posizioni francesi e britanniche: l’intesa potrebbe favorire, infatti, quella che il Segretario alla Difesa americano Robert Gates ha definito una cultura della “smilitarizzazione” in Europa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ma lo scenario più realisticamente prospettabile è quello secondo il quale l’asse franco-britannico riesca progressivamente a costruire intorno a sé una serie di gruppi di Stati europei divisi a seconda del loro contributo alla difesa europea. Si tratterebbe, insomma, della costruzione di un modello a “geometria variabile” in cui il primo partner sarebbe ovviamente la Germania, non solo per la maggiore stabilità dell’economia tedesca, ma anche perché essa intrattiene con la Francia importanti legami industriali principalmente nel settore aerospaziale. Sarebbe, in fondo, qualcosa di abbastanza simile al sistema proposto dal Trattato di Lisbona, ma attuata – per vincere l’euroscetticismo britannico – senza alcun coinvolgimento delle istituzioni comunitarie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il futuro della NATO</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Un nuovo assetto della difesa europea solleva infine il quesito relativo al futuro del Patto Atlantico. Ventuno dei ventotto membri della NATO, infatti, sono anche membri dell’Unione Europea e ventiquattro fanno parte dell’Unione Europea Occidentale (UEO), che con il Trattato di Lisbona è passata sotto il controllo dell’UE. Come possono dunque conciliarsi gli obiettivi dei maggiori contribuenti della NATO in termini di forze militari – e, più in generale, di un’Europa che sembra richiedere più autonomia – con la NATO stessa?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nonostante la diffusa sfiducia – specialmente nei Paesi dell’Est Europa – nei confronti del Patto Atlantico, Francia e Gran Bretagna hanno riaffermato in più di un’occasione il loro impegno all’interno delle strutture politiche e militari della NATO. Anzi, al fine di rafforzarne la struttura e di garantirne l’efficienza, esse si sono adoperati, nel corso del Vertice NATO di Lisbona, a definire i progetti di riforma e il nuovo Concetto Strategico. Perfettamente in linea con la loro volontà di rafforzare la loro capacità nucleare e di utilizzarla all’interno di una deterrenza globale, i due Paesi europei hanno sostenuto con forza il potenziamento della difesa antimissilistica all’interno dei territori alleati e lo sviluppo, soprattutto, del Programma “<em>Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence</em>” (ALTBMD) che sia coerente con il livello della minaccia nucleare proveniente dal Medio Oriente e che permetta un partenariato con la Russia. Per Francesi e Britannici la difesa antimissili è un complemento e non un sostituto della deterrenza, la quale, allo stato attuale delle cose, può essere solo garantita da una maggior coesione dell’Alleanza Atlantica. In questo senso, quindi, se pur sorto su iniziativa bilaterale, l’accordo di cooperazione anglo-francese non potrà che apportare un cambiamento sostanziale all’interno della NATO, non solo in termini di razionalizzazione e gestione delle risorse, ma anche in termini di ridistribuzione delle decisioni, bilanciando, cioè, l’attuale preponderanza degli Stati Uniti. L’obiettivo finale di Francia e Gran Bretagna è, infatti, proprio quello di riuscire ad essere potenze concorrenti e alternative a quella americana nella sicurezza internazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Se è possibile, dunque, ipotizzare più scenari sul futuro assetto della Politica Estera di Sicurezza e Difesa, è più difficile, invece, immaginare come gli Stati europei possano effettivamente trovare una via autonoma rispetto alla NATO, che per sessant’anni ha rappresentato il vero punto di riferimento della sicurezza occidentale: lo dimostrerebbero, d’altra parte, i recenti allargamenti a diversi Stati europei strategici in chiave euro-asiatica e l’istituzione e il mantenimento di importanti relazioni esterne (si pensi al “Partenariato Euro-Atlantico” – EAPC).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il problema della difesa in Europa è, dunque, quanto mai complesso e suscettibile di cambiamenti. A distanza di sessant’anni dal fallimento della Comunità Europea di Difesa e dopo innumerevoli tentativi di raggiungere un’integrazione anche in campo militare, per un verso gli Stati europei si dimostrano ancora riluttanti ad adottare una linea effettivamente comune, ma per l’altro, la nuova Entente franco-britannica è sintomo di una rinnovata vitalità della geopolitica del nostro Continente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Maria Serra è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)</em></span></span></strong></p>
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		<title>Libera Europa?</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 09:41:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In molti casi la potenza altrui dipende dalla propria debolezza e dall’incapacità di saper cogliere quelle opportunità concesse dalla fase storica che rende effettivi i processi di trasformazione degli assetti globali, in seguito ai quali è poi possibile rincorrere e agguantare un’autonomia decisionale prima insperata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/libera-europa/3566/" title="Libera Europa?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3566&amp;w=80" width="80" height="30" alt="Libera Europa?" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://conflittiestrategie.splinder.com">http://conflittiestrategie.splinder.com</a></p>
<p><font size="3">In molti casi la potenza altrui dipende, soprattutto quando ci spostiamo sul campo della geopolitica, dalla propria debolezza e dall’incapacità di saper cogliere quelle opportunità concesse dalla fase storica che rende effettivi i processi di trasformazione degli assetti globali, in seguito ai quali è poi possibile rincorrere e agguantare un’autonomia decisionale nella sfera politica, economica, militare ecc. ecc. prima insperata. <a name="more-22457383"></a><br />
I nostri governati europei sono presi in questa gabbia anacronistica che risale alla fine della seconda guerra mondiale &#8211; allorché gli Usa, sbarazzatisi della concorrenza della Germania e dell’Inghilterra, sono assurti al rango di superpotenza, in coabitazione con l’URSS, attirando nella propria traiettoria i paesi dell’Europa occidentale – e per dissimularla si crogiolano dietro slogan di consolazione utili a materializzare molteplici illusioni che, tuttavia, non colmano, ed anzi aggravano, il vuoto decisionale che li pietrifica. Non serve all’Europa far passare l’idea che essa può raggiungere i suoi obiettivi attraverso forme discrete di intervento nell’arena mondiale (sempre più in preda alle convulsioni multipolaristiche) con il soft power o la complementarità con gli organismi atlantici; non esiste potere di dissuasione che non abbia alle spalle l’eventualità o la minaccia dell’uso della forza in proprio. Semmai, il potere di condizionamento e di convincimento si accresce proprio laddove gli strumenti dell’offesa, come sanno bene gli americani, sono preponderanti e sproporzionati in confronto al potenziale bellico dei nemici reali e anche dei propri temporanei “affini”.<br />
Le cosiddette coalizioni di paesi sfocianti in patti o intese, ed è una lezione che ci ha lasciato già il Machiavelli, sono effettivamente tali solo se si è in grado di fare a meno dell’alleato quando si tratta di consolidare i propri interessi specifici, senza esserne condizionati o deviati su obiettivi secondari. Gli Usa, per esempio, non metterebbero mai il Patto atlantico davanti alla propria sicurezza vitale, come fa questa debole Europa, a meno che non siano del tutto sicuri di poter raggiungere lo stesso scopo attraverso la compartecipazione e il coinvolgimento subordinato dei paesi associati.<br />
Adesso l’Europa sta, quantomeno, tentando con la PESD (<strong>Politica europea di sicurezza e di difesa) di ricavarsi un ruolo più indipendente in tema di politiche internazionali ma l’ingombrante presenza della Nato sul suo suolo ne riduce di molto la portata. Sebbene i burocrati europei ostentino sovranità ed autogoverno, sui rischi e sulle sfide dell’epoca attuale si sono finora semplicemente accodati a quanto stabilito dall’Amministrazione americana che li ha chiamati alla mera ratifica della proprie deliberazioni. Consiglio la lettura di una notevole relazione del Comandante spagnolo </strong>Joaquin Broch Hueso disponibile sul sito Diploweb intitolata “La relation UE-OTAN : complémentarité ou subordination” [1] che mette in evidenza le problematicità rinvenienti dall’ingombranza degli assetti atlantici sullo sviluppo di una politica di difesa e di  sicurezza comune tra i paesi membri dell’UE, in un mondo profondamente cambiato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.<br />
Senza entrare nei dettagli tecnici, che chi vorrà potrà approfondire come consigliato, occorre far emergere il vero problema di questo particolare periodo storico. Esso attiene ai rapporti ancora confusionari e non appropriati tra l’Europa e il suo più forte vicino, la Russia.<br />
E’ inutile negare che se l’UE vuole davvero occupare un posto più confacente al suo potenziale, perlomeno regionale, deve fare i conti con questo Paese, il quale non può più essere tenuto ai margini della comunità europea. Ciò che ha impedito di consolidare e rinnovare le relazioni tra Russia e Europa è stata propria l’alleanza con gli Usa; quest’ultimo paese ha sempre visto nel gigante dell’Est un pericolo concreto in grado di causare un assottigliamento della sua influenza nell’area occidentale. Se l’atteggiamento del patto atlantico verso Mosca va bene al governo degli Stati Uniti esso, al contrario, danneggia gli interessi europei come molti episodi degli ultimi tempi hanno dimostrato. Lo stesso mantenimento della Nato dopo il disfacimento del Patto di Varsavia ha avuto come motivazione propulsiva l’esclusiva volontà americana di allargarsi nella direzione di quegli Stati precedentemente rientranti nell’orbita russa, al fine di approfondire il suo dominio mondiale e conquistare l’heartland. Il grande progetto per un XXI secolo americano è però fallito in virtù della rinascita delle potenze asiatiche. L’Europa ne paga lo scotto impelagata a fronteggiare, per il suo atteggiamento conservativo e privo di visione globale, una situazione che la vede stretta tra due fuochi. In questo senso, aver permesso alla Nato di estendersi ipertroficamente oltre le sue competenze militari e di contingente contenimento del “pericolo rosso”, fino a metamorfosarla in un organismo politico con autorità generale, nelle salde mani degli Usa, le impedisce ora di reagire e di ricavarsi spazi di manovra adeguati.<br />
La Nato ha precluso all’Europa persino la capacità di intervenire sulle proprie faccende come ha dimostrato l’aggressione della Serbia nel 1999 e l’ampliamento della stessa alleanza alle ex repubbliche sovietiche. Quest’ultime, fedelissime agli Usa, hanno sbilanciato i rapporti di forza in seno al patto consolidandone la guida di Washington. Inoltre, essendo alcuni di questi paesi entrati pure a far parte dell’UE hanno complicato il processo di riavvicinamento alla Russia che viene vista dai suoi ex-vicini come un pericolo ancora troppo presente per la loro sovranità.<br />
Insomma, altrimenti detto, se l’Europa non svilupperà una propria visione del mondo e del suo ruolo in esso, nessun accordo tra i paesi membri basterà a proiettarla verso un futuro meno misero del suo presente di subordinazione agli Usa. Ne va della stessa libertà dei popoli europei. Cominciare a mettere in discussione il Patto atlantico, senza troppi infingimenti, sarebbe di certo un auspicabile inizio.  </font></p>
<p>1. <em>L&#8217;analisi del Comandante Broche-Hueso sarà pubblicata nei prossimi giorni nel sito di Eurasia (ndr)</em></p>
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		<title>Parlamento europeo : battuta d’arresto per l’egemonia USA?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 10:42:17 +0000</pubDate>
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<p>Il testo sottoposto ai deputati accordava ai servizi degli USA il diritto di raccogliere, sul suolo europeo, le informazioni relative alle transazioni finanziarie transnazionali che uscivano dai paesi membri della UE</p>
<p>Con larga maggioranza, l’Assemblea ha seguito l’istruzione della Commissione delle Libertà e della Giustizia che, il 4 febbraio, aveva chiesto all’Assemblea di rigettare l’accordo del 30 novembre 2009, validato dal Consiglio dei ministri degli Interni dell’UE.</p>
<p>Tale accordo permetteva alle autorità americane di prendere, dai <em>server</em> della società Swift allocati nel territorio del Vecchio Continente, dati finanziari di cittadini europei. Per la Commissione delle Libertà, il testo non offriva sufficienti garanzie per la protezione dei dati personali trasmesse all’Amministrazione USA. Inoltre, la Commissione era insorta contro il carattere unilaterale del testo, giacché gli Americani sarebbero i soli a poter disporre di tali dati. Gli investigatori europei non hanno infatti accesso ai dati americani custoditi nel <em>server</em> allocato negli USA.</p>
<p>A partire dagli attentati dell’11 settembre 2001, Swift, società americana di diritto belga, ha trasmesso clandestinamente al Dipartimento del Tesoro degli USA dozzine di milioni di dati confidenziali concernenti le operazioni dei suoi clienti. Nonostante la flagrante violazione dei diritti europeo e belga sulla protezione dei dati personali, questo trasferimento non è mai stato messo in causa. Al contrario, l’UE e gli USA hanno firmato diversi accordi destinati a legittimare questo tipo di  raccolta di dati. È l’ultimo di questi accordi che ora viene rifiutato dal Parlamento europeo. L’accordo in questione fa seguito ad una riorganizzazione del sistema Swift che ha lo scopo di non far più uscire i dati inter-europei dal suolo del Vecchio Continente, e di non inviarli più, cioè, nel server situato negli USA. Questo cambiamento implicava che gli USA avessero accesso diretto ai dati presenti nei server europei. Ciò significa il riconoscimento di un trasferimento di sovranità all’esecutivo statunitense.</p>
<p>L’opposizione del Parlamento a questo trasferimento unilaterale dei dati finanziari degli Europei costituisce una battuta d’arresto nel processo del riconoscimento dell’egemonia USA sui cittadini del Vecchio Continente. Tuttavia, il rapporto di dominazione statunitense resta intatto, poiché gli americani non hanno mai cessato di aver accesso ai dati, anche quando la violazione del diritto dell’Unione era stata denunciata e quando ancora nessun accordo che legittimava la raccolta era stato firmato. È ancora adesso il caso.</p>
<p>Il nuovo server situato sul suolo europeo è operativo dalla fine del 2009 e le autorità statunitensi vi accedono direttamente, giustificando la loro azione con l’emergenza della lotta al terrorismo. Si può supporre che questa situazione di fatto non sarà modificata dal voto del Parlamento europeo.</p>
<p>Le conseguenze della reazione del Parlamento europeo devono essere lette anche su un altro piano, quello dell’evoluzione dell’insieme delle relazioni tra gli USA e l’UE, in particolare le relazioni relative al progetto di realizzazione di un grande mercato transatlantico, vero atto d’integrazione dell’Unione Europea in una struttura politica “imperiale”  organizzata dall’esecutivo statunitense. In questo progetto, è prevista la creazione di un’assemblea transatlantica destinata a legittimare l’azione in corso. Alla luce della reazione del Parlamento, quest’ultimo obiettivo potrebbe non essere raggiunto così facilmente, come sperato dalle autorità statunitensi, dalla Commissione e dal Consiglio dell’UE.  </font></p>
<p><em><strong>Jean-Claude Paye</strong>, sociologo, autore  de </em><em>La fine dello Stato di diritto.</em> Manifestolibri. In &#8220;Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici&#8221; ha pubblicato: <em>Spazio aereo e giurisdizione statunitense</em> (nr. 4/2007, pp. 109-113), <em>Gli scambi finanziari sotto controllo USA</em> (nr. 1/2009, pp. 109-120).</p>
<p>(traduzione a cura di O.S.)</p>
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