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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Ucraina</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>L’Ucraina entrerà a far parte dell’Unione Eurasiatica a prescindere dalla presenza di Putin</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 18:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<category><![CDATA[unione eurasiatica]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante tutte le aspirazioni dell’Ucraina di entrare nell’Unione Europea, il suo cammino verso questa coalizione è chiuso – mentre l’Unione Eurasiatica appare come una scelta naturale. Dopo le trattative di giugno con Nikolaj Azarov, il primo ministro della Federazione Russa Vladimir Putin si è vivamente rallegrato per l’adesione dell’Ucraina a un unico spazio economico: “il vantaggio immediato già nel primo anno ammonterebbe a 10 miliardi di dollari… ecco, a voi col prezzo del gas”. Nel novembre del 2011 nel sito di un gruppo del partito “Edinaja Rossija” è stata pubblicata una comunicazione del presidente della Duma Boris Gryslov: “Noi vogliamo vedere l’Ucraina nella futura Unione Eurasiatica e riteniamo che senza la sua presenza l’unione non sarà compiuta”. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lucraina-entrera-a-far-parte-dellunione-eurasiatica-a-prescindere-dalla-presenza-di-putin/13908/" title="L’Ucraina entrerà a far parte dell’Unione Eurasiatica a prescindere dalla presenza di Putin"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/russia_ukraine1.5c804gq2eyw4www4gwco4gk4k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="L’Ucraina entrerà a far parte dell’Unione Eurasiatica a prescindere dalla presenza di Putin" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p>Ekaterina Peško, <a href="http://glavcom.ua/">“Glavkom”</a>, 20.01.2012</p>
<p><em>Nonostante tutte le aspirazioni dell’Ucraina di entrare nell’Unione Europea, il suo cammino verso questa coalizione è chiuso – mentre l’Unione Eurasiatica appare come una scelta naturale </em></p>
<p>Dopo le trattative di giugno con <strong>Nikolaj Azarov</strong>, il primo ministro della Federazione Russa <strong>Vladimir Putin</strong> si è vivamente rallegrato per l’adesione dell’Ucraina a un unico spazio economico: “il vantaggio immediato già nel primo anno ammonterebbe a 10 miliardi di dollari… ecco, a voi col prezzo del gas”. Nel novembre del 2011 nel sito di un gruppo del partito “Edinaja Rossija” è stata pubblicata una comunicazione del presidente della Duma <strong>Boris Gryslov</strong>: “Noi vogliamo vedere l’Ucraina nella futura Unione Eurasiatica e riteniamo che senza la sua presenza l’unione non sarà compiuta”. Il deputato <strong>Sergej Markov </strong>ha annunciato che “a differenza dalla precedente, l’attuale autorità ucraina è razionale.. perciò, attualmente Kiev non opera verso una qualsiasi integrazione europea – ma la considera solamente come una gara d’appalto”. Mosca periodicamente ha fatto capire: nel caso di creazione di una zona di libero commercio dell’Ucraina con l’Unione Europea, la Russia si vedrebbe obbligata ad adottare misure di difesa a tutela del proprio mercato.</p>
<p>Nonostante le sue promesse (soprattutto pre-elettorali) <strong>Viktor Janukovic</strong> non si distingue per particolare fermezza, su questo punto le sue posizioni sono rimaste invariate: l’Ucraina è pronta alla collaborazione, ma solo nel format “3+1”. Il summit Ucraina-UE, tenutosi a Kiev ha posto, anche senza nessun punto, almeno una virgola sulla questione di una rapida integrazione europea del paese. I media sono ricorsi a una nuova e “vecchia” idea di Vladimir V. Putin. In alcuni siti è apparso un pronostico di Putin, secondo il quale, l’Ucraina tra tre anni sarà nell’Unione Eurasiatica. Per informazioni da fonti attendibile di “Glavkom” il premier russo, in risposta all’intesa con l’Ucraina per una sua integrazione nell’Unione Doganale, ha persino dato il proprio consenso ad un abbassamento del prezzo del gas.   </p>
<p>Aleksandr Dugin, leader del movimento internazionale eurasista è convinto che l’Ucraina entrerà nell’Unione Eurasiatica.  </p>
<p><strong>Aleksandr Dugin</strong>: &#8220;Certamente l’Ucraina entrerà nell’Unione Eurasiatica tra tre anni oppure, entro un termine un po’ più lungo. Prima, è poco probabile. Il vantaggio di un’integrazione in uno spazio post-sovietico rimane nei suoi piani&#8221;.    </p>
<p> <strong>“Glavkom”</strong>: &#8220;Secondo la sua opinione, questa integrazione chiuderà all’Ucraina il cammino verso l’Europa?&#8221;</p>
<p><strong>Aleksandr Dugin</strong>: &#8220;E&#8217; chiaro che questa unificazione non si contrappone all’Europa. Ma è ugualmente chiaro che in Europa l’Ucraina non entrerà mai. Oltre a ciò l’Unione Europea si trova sull’orlo di una disgregazione. Ora noi vediamo che nell’Europa orientale, i paesi che hanno strappato il loro ingresso all’Europa: Ungheria, Bulgaria, Polonia Repubblica Ceca, Romania, stanno maturando una profonda delusione verso l’Unione Europea. Paesi nei quali alcune loro componenti manifestano già il loro desiderio di uscirne. In modo particolare la situazione è critica in Romania. Per l’Ucraina che non entrerà nell’Unione Europea, la stessa eurozona che sembra sul punto di sfasciarsi, inizia certamente a diventare meno attraente.<br />
Penso che la situazione in Ucraina cambierà precipitosamente. Gli ucraini se ne renderanno conto gradualmente; conservare la propria identità unicamente ucraina, slavo-orientale, e la propria statualità, sarà possibile solo in una cornice, diciamo, di un’istituzione di maggior affinità di origini. L’Unione Eurasiatica appare la scelta più naturale. È ottimo che Putin se ne sia reso conto. Io, riguardo a ciò, lo ripeto già da vent’anni&#8221;.    </p>
<p> <strong>“Glavkom”</strong>: &#8220;Allora perché nel suo programma elettorale non appare una nitida posizione riguardo a questo ragione?&#8221;</p>
<p><strong>Aleksandr Dugin</strong>: &#8220;Putin ha perso molta fiducia tra i cittadini russi. Ora le persone in maggior misura non pensano né a lui e né alla sua elezione, ma al motivo per il quale, in generale, lui sarebbe necessario. L’unica cosa positiva nel suo programma sono le sue parole riguardo all’Unione Eurasiatica. Ma Putin non è coerente. Dice una cosa, poi un’altra, per poi ritornare alla precedente variante. Ora condanna i governatori, ora ne decide la scelta. Lo stesso vale per la politica estera. Non si da un valore autorevole nei confronti di una persona che dieci volte al giorno cambia la propria opinione.<br />
L’Unione Eurasiatica verrà realizzata indipendentemente dal fatto che Putin ci sia o non ci sia. Questo è un imperativo della storia, un imperativo della Russia, un imperativo dello sviluppo. L’Ucraina entrerà nell’Unione Eurasiatica a prescindere dalla presenza o meno di Putin. Entrerà nell’Unione Eurasiatica e Doganale&#8221;.    </p>
<p><strong>“Glavkom”</strong>: &#8220;Nell’anno 2015?&#8221; </p>
<p><strong>Aleksandr Dugin</strong>: &#8220;Presto o tardi. Ecco, ma quando infatti? Io la penso proprio come dalle riflessioni dei dirigenti russi, forse, per la prima volta circa agli interessi della Russia, quando le politiche ucraine guarderanno alle prospettive strategiche di sviluppo del paese e non ai litigi interni, allora ciò si realizzerà. Poiché questo è un realistico percorso di sviluppo delle nostre relazioni nello spazio post-sovietico – la formazione dell’Unione Eurasiatica. Bisogna pensare a come salvaguardare gli interessi dell’Ucraina, a come mantenere e rafforzare l’indipendenza ucraina a prescindere dalla Russia e dall’Europa. Ecco quello che si dovrebbe discutere. Nel realizzare ciò, che siano Janukovic e Putin, oppure qualche altro politico sarà indifferente&#8221;.    </p>
<p>                    <em>Traduzione dal russo di Eliseo Bertolasi</em></font></p>
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		<title>La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldavia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 13:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
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		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli stati ex-sovietici dell'Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l'ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L'Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l'Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall'Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell'unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell'Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all'interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall'altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-successiva-fase-della-rinascita-della-russia-ucraina-bielorussia-e-moldavia/13669/" title="La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldavia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/883669.84wd8bo1gp8os80sc0gc48w8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldavia" ></div></a><p><span style="font-size: small;"><em>8 Febbraio,</em> <a href="http://www.stratfor.com"><em>Stratfor Global Intelligence</em></a></p>
<p><span style="font-size: small;">Gli stati ex-sovietici dell&#8217;Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l&#8217;ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L&#8217;Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l&#8217;Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall&#8217;Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell&#8217;unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell&#8217;Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all&#8217;interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall&#8217;altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><strong>Ucraina </strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Diversi fattori rendono l&#8217;Ucraina cruciale per la Russia. La sua posizione sulla pianura del Nord Europa e lungo il Mar Nero, ha fatto dell&#8217;Ucraina un percorso tradizionale per l&#8217;invasione da ovest. L&#8217;Ucraina è anche il secondo paese più grande dell&#8217;ex Unione Sovietica in termini di popolazione. Inoltre, l&#8217;Ucraina è la terza più grande economia dell&#8217;Unione Sovietica, e le sue industria, agricoltura ed energia sono integrate con quelle della Russia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Le Leve della Russia </em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Politica: il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo Partito delle Regioni godono di una relazione di sostegno con Mosca. La Russia ha anche legami con i leader dell&#8217;opposizione ucraina come l&#8217;ex primo ministro Julija Timoshenko e il politico di spicco Arsenij Jatsenjuk. Inoltre, gli oligarchi ucraini, come Dmitrij Firtash e Rinat Akhmetov, hanno mantenuto relazioni commerciali con la Russia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano il 17 per cento della popolazione ucraina, e il 30 per cento degli ucraini parla russo come lingua madre. Inoltre, gli ucraini provengono dallo stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale dei russi (e dei bielorussi). La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, e oltre il 10 per cento della popolazione ucraina è sotto il patriarcato di Mosca. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sicurezza: La Russia mantiene una presenza militare in Ucraina, stazionando la sua Flotta del Mar Nero in Crimea. Il servizio di sicurezza federale della Russia e il suo omologo ucraino collaborano nell&#8217;intelligence e nell&#8217;addestramento. Anche se l&#8217;Ucraina non è un membro dell&#8217;Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia, non è neanche un membro della NATO. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Economica: l&#8217;Ucraina ottiene più del 60 per cento del suo gas naturale dalla Russia, con cui può manipolare l&#8217;infrastruttura delle pipeline ucraina, tagliandone i rifornimenti. La Russia possiede molte risorse nel settore dell&#8217;industria metallurgica dell&#8217;Ucraina e rifornisce l&#8217;energia all&#8217;industria (oltre a mantenere rapporti commerciali con gli oligarchi del settore). La Russia fornisce all&#8217;Ucraina anche assistenza finanziaria o prestiti tramite la Sberbank e altre istituzioni finanziarie. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Successi, ostacoli e ambizioni della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tra il 2010 e il 2012, la Russia ha raggiunto molti dei suoi obiettivi in Ucraina. Mosca ha esteso il contratto di affitto di Sebastopoli per la Flotta del Mar Nero fino al 2042. La legislazione ucraina ha reso illegale l&#8217;appartenenza alla NATO, limitando i legami di Kiev con il blocco, e la fazione filo-occidentale del governo ucraino, guidata dall&#8217;ex presidente Viktor Jushchenko e il suo partito Nostra Ucraina-Autodifesa popolare sono stati emarginati. Una grave minaccia per i piani della Russia, gli accelerati negoziati tra Kiev e l&#8217;Unione europea, non sono stati completati nel 2011 come previsto, lasciando Ucraina senza accordi di associazione e di libero scambio con l&#8217;Unione e senza prospettive esplicite di adesione all&#8217;UE. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel 2012, Mosca spera di ottenere un certo grado di controllo sulle pipeline e sul sistema di immagazzinamento energetici dell&#8217;Ucraina, mantenendo elevati i prezzi del gas naturale e costringendo l&#8217;Ucraina a scambiare risorse energetiche con un gas più economico. La Russia vuole anche impedire che l&#8217;Ucraina si avvicini troppo all&#8217;Unione europea attraverso la creazione e la manipolazione di sfide interne che non mancheranno di tenere occupato Janukovich, e rendere l&#8217;Ucraina meno desiderabile agli europei. Inoltre, Mosca prevede di impedire a specifici stati membri dell&#8217;UE, in particolare Svezia e Polonia, e alla loro iniziativa di Partnership orientale, dal concentrarsi sull&#8217;Ucraina, mantenendo quei paesi divisi e concentrati su altre questioni. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tuttavia, questo non significa che Mosca può fare quello che vuole in Ucraina. La più grande sfida alle ambizioni della Russia in Ucraina proviene dal governo ucraino, nonostante gli stretti legami del governo con Mosca. Non è nell&#8217;interesse di Janukovich o degli oligarchi che compongono la sua base di potere, cedere il controllo del sistema di transito del gas del Paese alla Russia, che non è solo una risorsa economica di vitale importanza, ma anche un simbolo della sovranità dell&#8217;Ucraina. È per questo che l&#8217;Ucraina ha continuato ad opporsi a vendere il sistema alla Russia e ad entrare nelle istituzioni guidate dai russi, come l&#8217;unione doganale, che minerebbe ulteriormente la sovranità economica di Kiev. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Oltre il 2012, Mosca vuole preparare l&#8217;Ucraina a una maggiore integrazione attraverso l&#8217;adesione all&#8217;Unione Eurasiatica, evolventesi in unione doganale e spazio economico comune. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>La posizione e la strategia dell&#8217;Ucraina</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Poiché storicamente è stata governata da molte potenze estere &#8211; Russia, Polonia, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, &#8211; il territorio che costituisce la moderna Ucraina comprende popoli provenienti da culture diverse e con diverse visioni del mondo. La divisione più ampia in Ucraina è tra l&#8217;est, economicamente e culturalmente più integrato con la Russia, e l&#8217;ovest, più nazionalista, più vicino all&#8217;occidente e più favorevole all&#8217;adesione dell&#8217;Ucraina alle istituzioni occidentali, come l&#8217;Unione Europea. L&#8217;imperativo principale per ogni Stato ucraino è evitare che il paese si spacchi ed essere in equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Così, Janukovich, nonostante provenga dall&#8217;est dell&#8217;Ucraina e sostenga una piattaforma molto più amichevole verso la Russia di quella del suo predecessore, non è stato solo un alleato incondizionato di Mosca, durante la sua presidenza. Anche se ha fatto numerosi gesti favorevoli alla Russia, all&#8217;inizio del suo mandato, come passare la normativa giuridica per bloccare l&#8217;adesione alla NATO e la firma dell&#8217;accordo Gas – Flotta del Mar Nero, Janukovich ha poi cercato di bilanciarli con i negoziati dell&#8217;Ucraina con l&#8217;Unione europea, per firmare l&#8217;accordo di associazione e libero scambio (con cui Kiev spera di includere una disposizione per un&#8217;eventuale adesione all&#8217;UE). </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tuttavia, il fallimento dei negoziati dell&#8217;Ucraina con l&#8217;Unione europea, a causa della detenzione della Timoshenko, ha indebolito il contrappeso dell&#8217;Ucraina verso la Russia e costretto Kiev a una posizione difficile. L&#8217;Ucraina può soltanto cercare di pagare più di 400 dollari ogni mille metri cubi di gas della Russia, per un tempo sufficiente lungo, prima che i prezzi alti creino una crisi finanziaria; così si tratta davvero della questione di quando – e non se &#8211; l&#8217;Ucraina dovrà dare alla Russia almeno un certo controllo, o l&#8217;accesso al suo sistema energetico, in cambio di prezzi più bassi. Questo diminuirà la capacità di Kiev di manovrare ulteriormente nei confronti di Mosca, e farà in modo che, lo voglia o no, l&#8217;Ucraina infine debba tenere in conto gli interessi della Russia. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><strong>Bielorussia</strong> </span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La geografia gioca un grande ruolo nell&#8217;importanza della Bielorussia per la Russia. Il paese è situato sulla pianura nord europea, un percorso tradizionale d&#8217;invasione da ovest, e non ci sono barriere geografiche significative agli invasori, a causa del terreno pianeggiante del paese. La Bielorussia funge da tampone per il nucleo territoriale della Russia. La Bielorussia ha anche una delle maggiori economie dell&#8217;ex Unione Sovietica, e le sue industrie, energia e sicurezza sono integrate con quelle della Russia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Le Leve delle Russi</em></strong><strong><em>a</em></strong> </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Politica: la Bielorussia e la Russia sono partner nello Stato dell&#8217;Unione, e il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko riceve il sostegno di Mosca. La Russia ha legami con i leader della sicurezza bielorussa e l&#8217;élite economica della Bielorussia ha rapporti d&#8217;affari con la Russia.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano l&#8217;11 per cento della popolazione bielorussa. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo come lingua madre, e il russo e il bielorusso sono entrambe lingue ufficiali del paese. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, con circa il 60 per cento della popolazione sotto il patriarcato di Mosca. Bielorussi e russi hanno radici nello stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale e quindi hanno affinità culturali. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sicurezza: il complesso militare-industriale della Bielorussia è integrato con quella della Russia, e i due paesi hanno un sistema unificato di difesa aerea. La Bielorussia è un membro della CSTO a guida russa e ospita installazioni militari russe, come i sistemi di difesa aerea S-300. Inoltre, gli organismi d&#8217;intelligence bielorussi e russi hanno un rapporto di collaborazione, compresa l&#8217;addestramento. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Economica: La Russia fornisce il 99 per cento del gas naturale della Bielorussia e la maggior parte del suo petrolio. La Russia possiede anche una quota del 100 per cento di Beltransgaz, dandogli la piena proprietà dei gasdotti del paese. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono importanti per l&#8217;economia bielorussa, la metà delle esportazioni bielorusse va in Russia. Inoltre, la Russia fornisce alla Bielorussia assistenza finanziaria, tra cui un prestito di 3 miliardi dollari attraverso la Comunità economica eurasiatica, e 1 miliardo di dollari di prestito dalla Sberbank. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Successi, ostacoli e ambizioni della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">L&#8217;influenza della Russia in Bielorussia non è stata incontrastata negli ultimi due anni. All&#8217;inizio del 2010, Lukashenko s&#8217;è scagliato contro Mosca per gli elevati prezzi dell&#8217;energia e ha iniziato a prendere in considerazione fornitori alternativi (Venezuela e Azerbaigian, in particolare), come modo per fare pressione sulla Russia ad abbassare i prezzi. Ma la Russia ha mantenuto alti i prezzi e tagliato il gas naturale alla Bielorussia, fino a quando Minsk ha accettato di cedere il controllo completo del proprio sistema di pipeline e di Beltransgaz a Mosca. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Russia ha seguito diverse strategie per aumentare la sua influenza in Bielorussia. A partire dal 2010, Russia e Bielorussia si sono integrate economicamente e la Bielorussia ha aderito all&#8217;unione doganale russa, una entità che è diventata lo Spazio economico comune nel 2012. La Russia è stata in grado di limitare i legami verso occidente della Bielorussia e le aperture, attraverso la Polonia, dell&#8217;UE a Minsk, in vista delle elezioni bielorusse. Dopo le elezioni, l&#8217;Occidente ha scelto di isolare la Bielorussia, dando alla Russia la possibilità di aumentare il suo sostegno economico e politico a Lukashenko. Mosca ha anche migliorato la sua integrazione della sicurezza con Minsk, quando la Bielorussia ha aderito alla forza di reazione rapida della CSTO e ospitato lo schieramento di S-300. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel 2012, la Russia vuole proseguire i suoi sforzi di integrazione della Bielorussia. Lo spazio economico comune servirà gli interessi economici della Russia, ma Mosca vuole accedere agli asset economici più strategici della Bielorussia, quali le raffinerie e l&#8217;azienda dei sali di potassio Belaruskali. Politicamente, Mosca vuole che Minsk rimanga isolata dall&#8217;Unione europea e dall&#8217;Occidente. Militarmente, la Russia vuole utilizzare le vendite di armi e la partecipazione alla CSTO per avvicinare la Bielorussia. Dopo il 2012, la Russia vuole una completa integrazione strategica della Bielorussia, attraverso l&#8217;Unione Eurasiatica.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Posizione e strategia della Bielorussia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">A differenza della Russia o dell&#8217;Ucraina, la Bielorussia è una società relativamente omogenea, sia culturalmente che politicamente. Questo ha facilitato la centralizzazione del potere di Lukashenko, che domina politicamente la Bielorussia dal 1994. Inoltre, a differenza della Russia o dell&#8217;Ucraina, la Bielorussia non ha sviluppato una potente classe di oligarchi; piuttosto, Lukashenko ha mantenuto un modello sociale ed economico molto simile al vecchio sistema sovietico, sin dai primi anni dell&#8217;indipendenza della Bielorussia. Governa il paese con un affiatato gruppo di élite, molti dei quali hanno legami con l&#8217;apparato di sicurezza e d&#8217;intelligence.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Anche se questa dinamica ha reso più facile il consolidamento del potere, complica un altro imperativo: l&#8217;equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità economica, militare e politica.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Bielorussia non si è mai allontanata troppo dalla Russia in termini di sicurezza o economia, tenuto conto dei requisiti delle riforme democratiche ed economiche necessarie per essere considerati membri della NATO e dell&#8217;UE. Tuttavia, i rapporti politici della Bielorussia con la Russia non sono stati così costanti, i due paesi hanno formato lo Stato dell&#8217;Unione nel 1997, ma questa vicinanza non ha impedito divergenze sulle questioni economiche che hanno portato periodicamente Lukashenko a guardare verso Occidente per la cooperazione, al fine di ottenere una leva sulla Russia. Data l&#8217;integrazione delle infrastrutture della Bielorussia con quelle della Russia, e le connotazioni politiche delle relazioni economiche, questo è più facile a dirsi che a farsi. I test di Minsk su Mosca su questioni quali i prezzi dell&#8217;energia, di solito sono fallite, come la recente acquisizione da parte di Gazprom di Beltransgaz ha dimostrato. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Paesi come la Polonia e la Lituania hanno interessi geopolitici nel corteggiare la Bielorussia, come il desiderio di stabilire ad est lo stesso tipo di tampone territoriale che la Russia desidera avere da ovest. Ma questi paesi non possono eguagliare l&#8217;influenza della Russia sulla Bielorussia, così hanno fatto ricorso a manovre di soft power, come la creazione di legami con gruppi di opposizione bielorussi e guidato sanzioni dell&#8217;UE contro il governo Lukashenko. Il successo della prima strategia è stato limitato, dal momento che i gruppi di opposizione affrontano numerosi vincoli. La seconda strategia è una minaccia più grave per il governo bielorusso, in quanto il governo di Lukashenko dipende da un modello populista economico e tali modelli s&#8217;indeboliscono in ambienti economicamente e finanziariamente poveri. Tuttavia, questo isolamento economico ha dato alla Russia la possibilità di fornire assistenza finanziaria e servire come ancora di salvezza economica della Bielorussia, un ruolo che Mosca continuerà a giocare per tutto il tempo in cui Lukashenko sarà sulla cresta dell&#8217;onda. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Andando avanti, la Bielorussia non avrà altra scelta, se non supportare la strategia e una più ampia rinascita della Russia, date le limitate opzioni di Minsk di ottenere sostegno da altre potenze. Pertanto, la Russia continuerà a integrare la Bielorussia, muovendosi verso la creazione dell&#8217;Unione Eurasiatica nel 2015. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><strong>Moldova</strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La posizione della Moldova la rende importante per la Russia. Si trova nella Bessarabia, tra i Carpazi e il Mar Nero, un percorso tradizionale d&#8217;invasione da sud-ovest e dagli Stati balcanici. Si trova vicino al porto strategico di Odessa e alla penisola di Crimea, dove la Russia staziona la sua Flotta del Mar Nero, e serve come parte della rete di transito dell&#8217;energia che collega la Russia all&#8217;Europa e alla Turchia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Le leve della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Politica: L&#8217;ex presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo partito comunista si trovano in partnership con la Russia. Mosca ha anche legami con i leader dell&#8217;Alleanza per l&#8217;Integrazione Europea (AEI), tra cui il primo ministro moldavo Vlad Filat e il presidente Marian Lupu. In particolare, la Russia sovvenziona la leadership della regione secessionista della Transnistria. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sociale: solo circa il 6 per cento della popolazione moldava è etnicamente russa, anche se in Transnistria il 30 per cento della popolazione è russa (e un altro 30 per cento è ucraino). Circa l&#8217;11 per cento dei moldavi parla russo come lingua madre, e circa il 16 per cento della popolazione ha il russo come lingua primaria. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, ma divisa tra ortodossa rumena e ortodossa russa.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sicurezza: La Russia mantiene circa 1.100 truppe in Transnistria (insieme ad un piccolo contingente di soldati ucraini). Anche se la Moldavia non fa parte del CSTO a guida russa, non è neanche membro della NATO.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Economica: la Moldova dipende dalla Russia per il 100 per cento del gas naturale e invia il 20 per cento delle sue esportazioni in Russia (particolarmente importante è il vino, importazione che la Russia ha tagliato per ragioni politiche). La Russia controlla gran parte dell&#8217;economia in Transnistria &#8211; che pur essendo una regione separatista, è il cuore industriale della Moldova &#8211; e fornisce assistenza finanziaria e sovvenzioni alla Transnistria. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Successi, ostacoli e ambizioni della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Russia ha respinto i tentativi di smilitarizzare la Transnistria o consentire una presenza occidentale sul suo territorio. Tuttavia, Mosca ha dovuto fronteggiare alcune battute d&#8217;arresto in Moldova; i comunisti non sono al potere da quando il filo-occidentale AEI li ha cacciati dal potere nel 2009, dopo la &#8220;Rivoluzione Twitter&#8221;. Nonostante la sua posizione, l&#8217;AEI non è abbastanza forte da eleggere un presidente, per cui la Moldova è in stallo politico da quasi tre anni.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Gli obiettivi della Russia per il 2012 sono migliorare la propria posizione in Moldova, attraverso il rafforzamento del Partito comunista e formando relazioni indipendenti con i leader e i membri dell&#8217;AEI. Se la Russia non può aiutare i comunisti a riconquistare il potere, almeno vuole far rimanere divisa la Moldova e l&#8217;AEI incapace di eleggere un presidente filo-occidentale. Mosca potrebbe ottenere questo risultato complicando il processo politico e ostacolando i negoziati tra Moldavia e Transnistria. La Russia vuole anche mantenere la propria presenza militare e influenza politica in Transnistria, e iniziare a gettare le basi per un eventuale inserimento della Moldova nell&#8217;Unione Eurasiatica.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>La posizione e la strategia della Moldova</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Come l&#8217;Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell&#8217;Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Moldova è divisa sia territorialmente che politicamente. Il governo moldavo non detiene la sovranità territoriale sulla Transnistria, che ospita una base militare russa ed è popolata in gran parte da russi e ucraini. La spaccatura all&#8217;interno della Moldova è politicamente dominata da due grandi gruppi: i comunisti filo-russi e la AEI, una coalizione di partiti che vogliono portare la Moldova verso occidente. L&#8217;AEI si articola ulteriormente, con alcuni elementi impegnati in stretti legami con la Romania e la NATO, mentre altri sono più flessibili nelle loro lealtà, ma in generale, tutti i partiti dell&#8217;AEI supportano l&#8217;integrazione moldava con l&#8217;Unione europea. Dal 2009, né il Partito comunista, né l&#8217;AEI sono in grado di ottenere abbastanza voti in parlamento (61 su 101) per eleggere un presidente, in modo che il paese è paralizzato e incapace di formare una politica estera decisiva da quasi tre anni. Queste divisioni significano che la visione e la strategia della Moldova non sono unificate. Tutti i leader della Moldova devono superare queste divisioni, al fine di consolidare il paese, solo allora la questione della Transnistria e le più ampie questioni di politica estera, saranno affrontate da Chisinau. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell&#8217;Ucraina) appartenevano alla Romania, come provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d&#8217;Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall&#8217;influenza della Russia, le prospettive di adesione all&#8217;UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell&#8217;Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell&#8217;UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all&#8217;occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">La paralisi della Moldavia &#8211; politico, territoriale e geopolitica – dovrebbe persistere fino a che una potenza straniera sarà in grado di contestare la Russia nella regione in termini di hard power, piuttosto che soft power. Questo non è probabile che accada nel breve e medio termine.</span></p>
<p>FONTE: <a href="http://www.stratfor.com/analysis/next-stage-russias-resurgence-ukraine-belarus-and-moldova ">http://www.stratfor.com/analysis/next-stage-russias-resurgence-ukraine-belarus-and-moldova<br />
</a><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></span></p>
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		<title>L&#8217;identità ucraina. Intervista a Pëtr Simonenko</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 09:41:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[Pëtr Nikolàevič Simonenko è primo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Ucraino. Politologo nativo di Doneck, è stato più volte candidato alla presidenza dell'Ucraìna, giungendo al ballottaggio nel 1999. Lo ha intervistato per noi Eliseo Bertolasi, antropologo che nei suoi studi si occupa della questione identitaria del popolo ucraino. Nell’intervista oltre ad esprimere il suo parere sulle questioni identitarie, con Pëtr Simonenko si sono toccati anche argomenti di più stretta attualità, come la crisi finanziaria e il conflitto in Libia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lidentita-ucraina-intervista-a-petr-simonenko/12534/" title="L&#8217;identità ucraina. Intervista a Pëtr Simonenko"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12534&amp;w=80" width="80" height="53" alt="L&#8217;identità ucraina. Intervista a Pëtr Simonenko" ></div></a><p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>P</em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>ë</em></span><em>tr Nikolàevi</em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>č</em></span><em> Simonenko è primo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Ucraino. Politologo nativo di Doneck, è stato più volte candidato alla presidenza dell&#8217;Ucraìna, giungendo al ballottaggio nel 1999. Lo ha intervistato per noi Eliseo Bertolasi, antropologo che nei suoi studi si occupa della questione identitaria del popolo ucraino. Nell’intervista oltre ad esprimere il suo parere sulle questioni identitarie, con P</em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>ë</em></span><em>tr Simonenko si sono toccati anche argomenti di più stretta attualità, come la crisi finanziaria e il conflitto in Libia. L&#8217;intervista è stata realizzata il 3 novembre scorso.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Eliseo Bertolasi: </strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em><strong>In Ucraina continua la discussione riguardo all’identità nazionale degli ucraini. Cosa significa secondo la sua opinione essere “autentici” ucraini? </strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Petr Simonenko:</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> Dico subito che la questione identitaria non è prioritaria per la popolazione ucraina. Gli ucraini attualmente sentono le stesse preoccupazioni degli italiani: aumento dei prezzi, brusco calo del livello di vita, disoccupazione, assenza di efficaci politiche sociali da parte dello stato borghese. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Ma si può certamente rispondere anche alla sua domanda. Si può facilmente capire che in Ucraina esiste una certa forma di conflitto tra le regioni orientali e quelle occidentali. Suppongo che tali discorsi possano provenire dai racconti degli ucraini, che in qualità di lavoratori secondari o stagionali giungono nel vostro paese. Da voi arrivano soprattutto persone dalle regioni occidentali dell’Ucraina, quelle meno sviluppate economicamente.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Per aiutavi nella comprensione di questa nostra divisione tra Est e Ovest, potrei fare un’analogia con la differenza che sussiste in Italia tra Nord e Sud.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La parte orientale dell’Ucraina rappresenta i ¾ del territorio e della popolazione del Paese, è caratterizzata da un alto sviluppo economico, sopratutto nelle grandi città (in 5 di queste la popolazione supera il milione di abitanti) dove sono presenti enormi complessi industriali. Anche le aziende agricole sono molto sviluppate, essenzialmente basate sulle nostre incomparabili “terre nere”. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Nelle regioni occidentali la situazione è sensibilmente diversa, il loro livello di sviluppo economico è rimasto indietro rispetto alla media del Paese, oltre a ciò, anche da un punto di vista storico Ovest e Est dell’Ucraina hanno avuto dei percorsi diversi. Tuttavia, riguardo alla questione di chi in Ucraina si definisce autentico ucraino e chi no, ritengo che tale differenza non esista. Noi ci sentiamo una sola nazione pur con le nostre peculiarità regionali.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Secondo la sua opinione, quali sono le radici dell’identità ucraina? Quale ruolo ha giocato per la sua formazione la lingua, la religione? Quale relazione esiste tra l’identità ucraina e l’identità slava nella nazione ucraina?</strong></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Storicamente l’Ucraina è nata e si è sviluppata all’inizio dell’Alto Medio Evo. Esistono tre popoli slavi fratelli: ucraini, bielorussi e russi. Si differenziano a livello della lingua (ognuno ha evoluto una sua propria letteratura), della mentalità e della cultura. Allo stesso tempo questi tre popoli sono estremamente simili tra loro. Ad esempio ci sono molto meno differenze tra di loro che verso i polacchi e i bulgari; hanno in comune la stessa chiesa, quella ortodossa, condividono anche una lingua transnazionale, il russo.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Tra gli ucraini, i russi e i bielorussi c’è una chiara comprensione del loro comune destino storico e la necessità di conservare, tra di loro, un rapporto fraterno indipendentemente dal proprio paese.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">All’interno dello stesso popolo ucraino è possibile distinguere gli ucraini occidentali. Tra gli abitanti delle regioni occidentali, che per molto tempo hanno vissuto sotto il dominio della Polonia e dell’Impero austo-ungarico, è visibile l’influenza della chiesa cattolica e uniata, inoltre la loro lingua si caratterizza dall’ucraino letterario per aver assimilato l’accento e una parte di termini dal polacco.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Ma noi siamo comunisti, non pensiamo che tale differenza possa essere la base di un conflitto interno nella nazione ucraina tra ucraini orientali e occidentali. È inammissibile dividere la società, limitare i diritti e la libertà delle persone in nome dei regionalismi o dei principi linguistici.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Al contrario, la società deve riunirsi in base alla parità delle concessioni regionalistiche e delle lingue. In relazione a ciò, il Partito Comunista è molto attivo per mantenere a livello nazionale la presenza delle due lingue storiche sorelle: non solo l’ucraino ma anche il russo. Inoltre, noi ci battiamo contro il tentativo da parte del potere degli oligarchi di dividere il popolo. Vorrebbero questa divisione in nome del cinico principio: “dividi e impera”. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Quale ruolo ha giocato la storia nella formazione dell’attuale popolo ucraino? </strong></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Per lunghi periodi storici russi, ucraini e bielorussi hanno vissuto nello stesso paese: alle origini nella </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Kievskaja Rus’</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> poi nell’Impero russo e nell’Unione Sovietica. Questa esperienza di convivenza congiunta si è rivelata favorevole sin dall’inizio, infatti tutti i successi del popolo ucraino sono stati raggiunti nell’ambito dell’unione dei tre paesi. Rendo noto che in questi paesi gli ucraini hanno sempre svolto un ruolo guida, hanno occupato alte posizioni nell’amministrazione, nella gerarchia militare, nelle scienze e nella cultura. Per esempio: dei sette segretari generali del PCUS dell’URSS due erano ucraini: Nikita Chruščëv e Leonid Brežnev.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">I territori dell’Ucraina occidentale entrarono invece a far parte di un paese slavo orientale solo nel 1939; per tale ragione la popolazione di queste regioni ha vissuto una storia contrassegnata, in alcune delle sue fasi, da grandi sofferenze e sacrifici. L’Ucraina occidentale era infatti sottoposta all’amministrazione di paesi stranieri per i quali gli ucraini erano semplicemente cittadini di seconda classe, “servi”. Diversamente, per gli ucraini delle regioni centrali e orientali le valutazioni relative alla propria storia sono più favorevoli.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La questione principale di tale differenza non risiede però nella mentalità o nei ricordi storici, ma nel diverso sviluppo economico delle rispettive regioni. Le regioni sud-orientali (Donbass, Char’kov, Dnepropetrovsk, Zaparodž’e, Odessa) già alla fine del XIX presentavano un intenso sviluppo industriale. Le regioni occidentali, invece, avviarono il loro sviluppo industriale appena dopo la fine della seconda Guerra Mondiale e per tale ragione oggi appaiono più depresse. Ai tempi dell’URSS questo dislivello di sviluppo economico venne rapidamente pareggiato, come allo stesso modo, vennero meno i problemi legati alle questioni identitarie della popolazione. Questioni che si stanno però ripresentando nell’Ucraina di oggi, dove sta maturando un conflitto sociale e di classe: tra il lavoro e il capitale, tra il potere degli oligarchi e la miseria delle persone semplici, indipendentemente dalle regioni di residenza, che siano quelle orientali o occidentali.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La storia, in modo particolare durante il periodo sovietico, ha portato gli ucraini a vivere in una sola nazione. Creare artificiosamente o gonfiare contrapposizioni e conflitti all’interno del Paese, è solo un atto criminale davanti al popolo. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Qual è l’importanza dell’eredità sovietica nella vita dell’Ucraina contemporanea? </strong></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Principalmente consiste nella potenzialità economica dell’Ucraina, nella sua cultura, nella sua sfera sociale, tutti elementi che hanno preso forma nel periodo sovietico. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il settore idroenergetico, quello dell’ingegneria aerospaziale, quello metalmeccanico, l’alto sviluppo della ricerca e delle scienze, i moderni complessi agro-industriali&#8230; tutto ciò è una diretta eredità della potenza dell’URSS. In quel periodo l’Ucraina divenne un paese con competenze globali. Il suo alto livello di istruzione e formazione hanno addirittura guidato l’URSS. Inoltre prese vita un sistema culturale ben organizzato a livello nazionale: teatro, cinema, case editrici, collettivi popolari.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Tornando alle questioni identitarie posso affermare che fu proprio durante gli anni del periodo sovietico che l’Ucraina ricevette un tale impulso verso lo sviluppo. Nella cornice dei programmi di cooperazione economica e scientifica con l’URSS, l’Ucraina arrivò ad avere un ruolo di fucina nel campo delle scienze e della tecnica, e di base per la realizzazione di grandi complessi industriali: nell’elettronica, nella produzione missilistica e nella cantieristica navale.. Verso l’Ucraina arrivarono i migliori specialisti, scienziati, lavoratori specializzati da tutta l’URSS. Legittimamente, sono rimasti qui come dimora permanente. Si può dire che l’identità ucraina ricevette, in quegli anni, un innesto complementare di ingegno, un afflusso di sangue fresco. Dovendo quindi definire la nazione ucraina potrei usare queste parole: “le menti migliori”. L’Ucraina nel periodo sovietico ottenne lo </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>status</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> di potenza economica e di sviluppo, posizionandosi sulla stessa linea dei paesi guida dell’Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Cito questo dato: nel periodo sovietico l’ONU collocò l’Ucraina ai primi posti nel mondo per indice di sviluppo umano. Questo indice prendeva in considerazione tre dati importanti: durata della vita, livello d’istruzione e parte del PIL. Quando finì l’URSS finì anche questo periodo, in Ucraina s’instaurò il capitalismo, fu allora che si formarono le nostre attuali elite che iniziarono a vivere in maniera parassitaria sui residui della potenza economica sovietica. Sempre su indicazione dell’ONU, ora l’Ucraina è al 69° posto. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Lei non teme che una politica ucraina in direzione dell’Europa e dell’integrazione europea possa portare ad un ridimensionamento della indipendenza dell’Ucraina?</strong></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Certamente! I comunisti ucraini quotidianamente parlano di questo pericolo, di questa minaccia. L’indipendenza del nostro paese è gia sottoposta a grandi incertezze per l’eccessiva influenza che subisce da parte dell’Europa, degli USA, e da vari organismi internazionali, primo tra tutti il FMI. Nel contesto dell’URSS, l’Ucraina era molto più libera e indipendente di oggi, anche se a quei tempi possedeva meno attributi formali d’indipendenza.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le corporazioni transnazionali hanno trascinato l’Ucraina nei loro loschi affari. Il FMI imprigiona il nostro paese con la concessione di crediti che ci portano in condizioni d’incompatibilità per l’esercizio di un’autentica sovranità.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Gli USA e l’UE con il pretesto di “difendere la democrazia” si arrogano il diritto d’interferire apertamente anche negli affari della politica interna ucraina.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">In modo particolare, il FMI e altre corporazioni transnazionali cercano di costringere il nostro paese alla svendita della propria terra agricola a favore dei loro interessi. Se ciò dovesse verificarsi, allora l’Ucraina avrà di fatto perso la propria sovranità politica. Non può esistere un paese libero e sovrano, nel quale la sua principale ricchezza, nel nostro caso “la terra”, non appartenga più né al suo popolo né al suo stato. Con la terra non si mercanteggia!</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Senza dubbio l’Ucraina è parte di un più ampio contesto europeo e mondiale di popoli e paesi. Noi ci sentiamo compartecipi  nell’integrazione e nella cooperazione mondiale. Ma solo a condizione che sia un’integrazione di diversi partner e non ciò che oggi ci impongono le corporazioni transnazionali e gli organismi internazionali per compiacere agli interessi degli USA e ai vertici dell’UE. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Qual’è il suo parere sulle condizioni della crisi in Europa? L’economia europea si trova sempre di più nelle mani degli speculatori finanziari, il risultato si manifesta nella bancarotta d’interi paesi, come l’Italia</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">. </span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’economia mondiale si trova nelle mani di oligarchi senza scrupoli che mirano soltanto ad aumentare i loro super profitti. Il progetto del fallimento della bolla liberal-speculativa di Wall Street, è solo uno dei tanti episodi di quel sistema criminale nei confronti dei popoli, che segue solo i principi del capitalismo mondiale. Contemporaneamente la crisi attuale è un sintomo palese dell’avvicinarsi del crollo del sistema capitalistico di produzione e di ridistribuzione.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Volgete l’attenzione ai risultati di quei paesi di orientamento socialista e comunista, o di quei paesi che pur avendo un’economia di mercato hanno un forte orientamento sociale, nei quali è stato dato un maggior sostegno allo sviluppo delle imprese piuttosto che alla speculazione finanziaria. Cina, Vietnam, Brasile Russia, Bielorussia sopravvivono alla crisi molto meglio dei paesi europei e degli USA.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Un’importante caratteristica del momento attuale è il rapido aumento del livello di protesta tra le masse popolari, le quali hanno già sufficientemente compreso che a pagare i costi della crisi non dovrebbe spettare a loro, la classe operaia, ma allo stesso capitale speculativo che l’ha prodotta. Ha creato la crisi, ora deve saldarne i debiti.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Rivolgo un’attenzione particolare ai fatti della Grecia dove il popolo ha obbligato il governo ad emanare un referendum riguardo ai rapporti con il FMI. È stata una richiesta assolutamente legale e democratica che ha scatenato il panico in borsa, tra gli oligarchi e le marionette del potere. Il FMI e  i dirigenti europei  hanno addirittura dichiarato con clamore: “Non è troppa la democrazia che il popolo vuole per se?”. Questa reazione ha mostrato concretamente che preferiscono tacere sul fatto che la crisi si è sviluppata dal sistema capitalistico, che nella crisi fanno la propria fortuna gli oligarchi e che vorrebbero far pagare la crisi alle persone comuni, costrette dai loro governi borghesi. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Dico a tutti noi che dovremmo imparare dal popolo greco: l’organizzazione, la militanza e in primo luogo la consapevolezza di quali sono i nostri interessi. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Si! Certo! Il popolo italiano ha una ricca esperienza di lotta per i suoi diritti, e di azioni congiunte. Anche questi dettagli ci aiutano a capire il fenomeno della nazione ucraina: l’attuale generazione di ucraini è cresciuta in un contesto di confortante socialismo in circostanze di autentico potere del popolo. Ora però deve recuperare, ma sarà possibile soltanto attraverso un corso accelerato di lotta di classe.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Io sono convinto che nella lotta contro il capitalismo mondiale i lavoratori d’Italia e d’Ucraina potrebbero levarsi saldamente spalla contro spalla nella stessa parte della barricata. La vittoria del socialismo è un fatto certo.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Non le pare che la guerra per le risorse sotto copertura di “lotta per la democrazia” possa essere considerata una nuova forma di colonialismo occidentale?</strong></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Noi siamo completamente d’accordo con questa valutazione della situazione attuale.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Effettivamente il neocolonialismo occidentale sta portando avanti una feroce e spietata guerra per le risorse sotto copertura dello slogan “democratizzazione”. Nello stesso tempo per condurre queste guerre sono state realizzate delle nuove tecnologie, spesso anche senza il contributo diretto delle forze armate, ma solamente in presenza del sostegno determinato dalla pressione d’informazioni esterne, dal massiccio utilizzo dei mezzi borghesi di comunicazione di massa, e da diverse organizzazioni della società civile. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La guerra in Libia è il più limpido esempio di aggressione straniera contro uno stato sovrano, condotta principalmente da mano esterne. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’Ucraina va costantemente in collisione con esempi di pressione diplomatica caratterizzati da un doppio livello: di moralità e di politica estera degli USA e dell’Europa. Un chiaro esempio è stata l’aggressione camuffata, da parte del capitale occidentale contro l’Ucraina nella “rivoluzione arancione”, nel corso della quale un gruppo oligarchico è stato semplicemente sostituito da un altro più orientato verso gli USA e l’Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">I comunisti, di conseguenza, si oppongono fermamente a tutte le manifestazioni di questo neocolonialismo. Noi sosteniamo che il vero contenuto della richiesta di “maggior democrazia” sia molto distante da un’autentica democrazia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Noi siamo convinti che alla fine, questa aggressione possa favorire, nei vari paesi del mondo, il completo passaggio di potere dalle mani del capitale alle mani dei lavoratori. Solo in questo caso si potrà affermare che le relazioni internazionali si basano sulla fraterna e reciprocamente vantaggiosa collaborazione tra gli stati e non sulle guerre per le risorse e il capitale. </span></span></p>
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		<title>L’Ucraina sospesa tra Est e Ovest</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 16:33:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
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		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Tymoshenko]]></category>
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		<description><![CDATA[Da circa un mese, Yulia Tymoshenko è in carcere con l’accusa di abuso d’ufficio nella risoluzione della crisi energetica russo-ucraina del 2009. Nei giorni scorsi, Kiev ha insistito sulla rinegoziazione dei contratti, in particolare per quanto riguarda il prezzo del gas naturale che importa. Tutto fa pensare a un inverno freddo alle porte, ma considerare solamente la “guerra energetica” quale causa degli ultimi avvenimenti risulterebbe parziale e non permetterebbe un giudizio equilibrato dei rapporti tra Mosca e Kiev e, più in generale, della situazione politica in Ucraina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99ucraina-sospesa-tra-est-e-ovest/11269/" title="L’Ucraina sospesa tra Est e Ovest"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/timoshenko1.ajiq0lfj8xs0sww0sgokcsws0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="L’Ucraina sospesa tra Est e Ovest" ></div></a><div style="font-size: medium">
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Le cronache delle relazioni russo-ucraine dello scorso decennio si soffermano con regolarità sulle questioni energetiche. Attraverso l’Ucraina passano i più importanti condotti che trasportano gli idrocarburi russi (e centroasiatici) in Europa. Fino all’apertura del Nord Stream dello scorso 6 Settembre, la via ucraina di creazione sovietica rappresentava l’unico percorso per le forniture di petrolio e gas, tanto desiderate dai clienti europei di Mosca.</p>
<p>Dopo l’avvento di Putin al Cremlino e, ancor di più, dopo la “Rivoluzione arancione” in Ucraina, si sono succedute due crisi sulle forniture di gas, nel 2006 e nel 2009 – se ne prevede una terza durante il prossimo inverno. Il ruolo di Gazprom e dei suoi sussidiari è fondamentale nel rapporto tra Mosca e Kiev. Tuttavia, per giudicare in maniera distaccata e obiettiva, bisogna fare un passo indietro nel tempo e un passo in alto sui gradini della scala di astrazione. Come vedremo, è necessario prendere in considerazione la situazione politica interna, le politiche speculari di Unione Europea e Federazione Russa nel loro “vicino estero” e il ruolo degli Stati Uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Arancione sbiadito</strong></p>
<p>L’arresto di Yulia Tymoshenko sembra chiudere la fenomenologia involutiva della c.d. “Rivoluzione arancione” ucraina cominciata nel 2004. La vittoria elettorale del duo Yushchenko-Tymoshenko fu accolta con grande soddisfazione dai circuiti politici occidentali, che ancora fremevano per la “Rivoluzione delle rose” georgiana. Si credeva allora che la moltitudine che affollava le piazze di Kiev fosse un segnale dell’emancipazione ucraina dalla transizione post-sovietica e che potesse ingenerare un avvicinamento alle istituzioni e alle pratiche occidentali.</p>
<p>Era il periodo di “massima assenza” russa dallo spazio ex-sovietico: Mosca stava ancora leccandosi le ferite economiche della crisi del 1998 e le ferite, quelle vere, della seconda guerra di Cecenia. Tra 2003 e 2004, però, il potere di Putin al Cremlino si consolidò permettendogli di riconsiderare le tesi della nostalgia post-sovietica.</p>
<p>La riconquista del “vicino estero” passava per una rinnovata influenza economica e politica oltreconfine. L’Ucraina era designata come uno degli obbiettivi principali, non solo perché nel suo territorio si snodavano i condotti che convogliavano gli idrocarburi russi verso l’Europa, ma anche per affinità linguistiche e culturali, e per soddisfare la mai sopita volontà di potenza russa.</p>
<p>Le rivoluzioni colorate vengono spesso considerate una risposta alla pressione russa degli anni Novanta per la riconquista dell’influenza sul “vicino estero”. Aleksandr Solženicyn e Andranik Migranyan pubblicarono scritti molto forti<a href="#_edn1">[i]</a> sul <em>near abroad </em>(termine inglese con il quale si traduce l’espressione russa <em>blizhnee zarubezh’e</em>, letteralmente, “immediato oltreconfine”). Ma Yeltsin e il ministro degli affari esteri, Andrej Kozyrev, non risposero a tali iniziative, preoccupati com’erano di risolvere i problemi domestici l’uno e i rapporti con l’Occidente l’altro. Con l’avvento di Primakov al Ministero degli Affari Esteri nel 1996 la Comunità degli Stati Indipendenti entrò nei fatti tra le priorità di Mosca.</p>
<p>Decisiva sarebbe stata l’elezione di Vladimir Putin, a cui Yeltsin aveva dato il vantaggio di preparare la celebrazione elettorale nominandolo Primo Ministro <em>ad</em> <em>interim</em> alla fine del 1999. Una volta consolidato il suo potere e insediato uomini di fiducia nei ministeri più importanti e all’interno del personale del Cremlino, Putin cominciò a fare la voce grossa con l’Ucraina che, diventata “arancione”, voleva rinegoziare i contratti per le forniture energetiche e intensificare il dialogo con UE e NATO. Questo clima portò alla prima crisi del gas (2006), contribuì ad raffreddare ulteriormente i rapporti tra Russia ed Occidente durante la guerra georgiana in Ossezia del Sud (2008) ed infine riaccese la seconda crisi del gas (2009).</p>
<p>Quest’ultima rappresenta la circostanza del reato della Tymoshenko che, secondo l’accusa, avrebbe facilitato la ripresa delle forniture di gas durante la crisi del 2009, procurando un danno economico al suo paese e non ottemperando alle procedure necessarie per il raggiungimento di un accordo. L’abuso d’ufficio si concretizzò con il negoziato tra il Primo Ministro ucraino e l’omologo russo, Vladimir Putin, che diede luogo a un accordo che garantiva gli approvvigionamenti dietro la maggiorazione del prezzo del gas naturale fornito. Allora, l’Unione Europea esercitò una forte pressione per il raggiungimento dell’accordo, che tuttavia non seguì l’iter parlamentare, come previsto dalla legislazione ucraina. L’attuale Primo Ministro Mykola Azarov ritiene la Tymoshenko responsabile per la crisi e per le negative ripercussioni economiche causate.</p>
<p>Una terza crisi potrebbe verificarsi qualora il tiro alla fune sui prezzi continuasse. Anche il filorusso Yanukovich, per conquistare il favore della popolazione dopo l’<em>affaire</em> Tymoshenko e per marcare il suo nuovo approccio alle relazioni con Mosca, sta provando a rinegoziare al ribasso i contratti di fornitura del gas. Sarà un compito indubbiamente difficile, visto che Gazprom ha forzato la firma di contratti <em>take or pay </em>attraverso i suoi sussidiari ucraini. Alla luce di tali contratti, l’Ucraina deve ottemperare alla richiesta del prezzo stabilito dalla Russia e non può comprimere la sua domanda, visto che il pagamento viene effettuato sul volume stabilito, non su quello effettivamente consumato. Il tentativo di Yanukovich di ridurre il prezzo di un terzo potrebbe essere anche un modo per mostrare i muscoli dopo le critiche del Cremlino sugli ultimi sviluppi nella politica interna ucraina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Russia e Ucraina: due strane gemelle</strong></p>
<p>Da almeno un decennio, la Russia sta provando a riportare sotto la propria influenza il suo vicino. Per ottenere il risultato, Mosca ha utilizzato mezzi economici e culturali, ma nessuno strumento si è rivelato tanto efficace quanto l’arma energetica. Quello russo-ucraino è appunto uno dei casi paradigmatici (anche se rimane uno dei pochi) che vede l’utilizzo dell’energia quale strumento di proiezione del potere statale. La nazionalizzazione di gran parte del settore dall’inizio del decennio (Gazprom, Rosneft) e la garanzia del monopolio sull’<em>export </em>per Gazprom (con la conseguente emarginazione di Itera, la compagnia russa più forte in Ucraina negli anni 2000) hanno aiutato a far coincidere gli interessi industriali ed economici con quelli governativi. Le “oligarchie” che si muovevano in maniera indipendente negli anni Novanta sono state smantellate (su tutti, si veda il caso Yukos) e la concentrazione industriale nel settore energetico ha creato una struttura di “potere verticale” che collega direttamente i giacimenti e le <em>pipelines</em> alle stanze del Cremlino.</p>
<p>Non del tutto originali sono le radici dell’ascesa al potere della Tymoshenko. Anche in Ucraina, infatti, la liberalizzazione dell’economia, la transizione democratica, e l’apertura ai mercati occidentali avevano lasciato spazio ad individui e piccoli gruppi imprenditoriali che conoscevano bene il sistema di potere. Questi si arricchirono rapidamente e lottizzarono interi settori dell’economia ucraina. Insieme al marito Oleksandr, di cui acquisì il cognome, la “principessa del gas”<a href="#_edn2">[ii]</a> era alla guida di una grande compagnia energetica formatasi dalle ceneri dell’impalcatura statale (The Ukranian Petrol Corporation). In seguito, fu nominata presidente della United Energy Systems of Ukraine (<em>Yedinye Energeticheskie Sistemy Ukrainy</em>), che si occupava principalmente delle importazioni di gas dalla Russia. Le sue crescenti ambizioni politiche, insieme alla sua posizione privilegiata nell’economia ucraina, portarono la donna più influente in Ucraina, originaria di Dnipropetrovsk, ad occupare il posto di Ministro dell’Energia per qualche mese durante il primo governo Yushchenko, sotto la presidenza Kuchma.</p>
<p>L’energia è il mezzo principale utilizzato da Mosca per esercitare la propria influenza, ma è anche quello che l’Occidente usa per strumentalizzare la vicenda, fregiando l’Ucraina di uno sviluppo democratico che ancora non si è concretizzato e tacciando la Russia di comportamento scorretto. Tuttavia, sono proprio le agenzie economiche occidentali che spingono per l’abbattimento dei sussidi alle esportazioni, senza i quali l’Ucraina non potrebbe permettersi le forniture che le arrivano da Est. Entrambi i Paesi hanno vissuto due storie molto simili dalla caduta dell’Unione Sovietica e, pur perseguendo a volte obiettivi dissimili, si sono comportate in maniera speculare: la gestione “verticale” dei rapporti politici, la privatizzazione poco trasparente e l’incertezza del diritto ne sono esempi chiari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’Occidente nel gioco geopolitico sull’Ucraina</strong></p>
<p>Il comportamento dell’Occidente nei confronti dei due paesi è stato altrettanto altalenante: agli applausi per le politiche di liberalizzazione post-sovietica sono succeduti gli sguardi accigliati verso l’accentramento del potere e la mancanza di trasparenza. L’Unione Europea ha mantenuto un comportamento ambivalente nei confronti di Kiev, evidente quando si considera la dimensione del Partenariato orientale (<em>Eastern</em> <em>Partnership</em>) che ha subito numerosi cambiamenti di rotta specie a cavallo tra gli anni Novanta e il nuovo secolo. Ultimamente, l’UE ha ritardato le sue considerazioni sull’arresto della Tymoshenko e sulla questione della rinegoziazione dei contratti energetici, a testimonianza della difficoltà di Bruxelles di portare avanti una politica estera coerente nell’area post-sovietica che non confligga con gli interessi particolari degli Stati membri.</p>
<p>I circoli culturali europei si sono espressi – anche loro con un po’ di ritardo – sulla vicenda Tymoshenko. Una lettera apparsa sul <em>Corriere della Sera</em> a firma di intellettuali e politici del vecchio continente (e non solo<a href="#_edn3">[iii]</a>) chiede che l’Ucraina ritorni sulla via democratica che era stata imboccata dopo le dimostrazioni del 2004. L’elenco degli abusi che l’amministrazione Yanukovich favorirebbe è molto pesante. Forse però il tono usato è duro anche perché le aspettative per un’Ucraina democratica e “occidentale” sono state disattese, <em>in primis</em> dagli stessi protagonisti della Rivoluzione arancione.</p>
<p>Gli Stati Uniti avevano scommesso sull’Ucraina quale testa di ponte della NATO per contrastare il rigurgito egemonico post-sovietico di Mosca verso lo spazio della CSI. La firma del Partenariato per la Pace (<em>Partnership</em> <em>for</em> <em>Peace</em>) nel febbraio 1994 con l’Ucraina funse da viatico per tutti gli altri nuovi Stati indipendenti. Ma questo, che doveva essere il primo passo verso l’inclusione dello spazio ex-sovietico nell’area del Patto Atlantico, non diede luogo ad evoluzioni sostanziali: l’ultimo grave errore dei quartieri generali di Bruxelles (e dell’amministrazione G.W. Bush) è stato quello di illudere Ucraina e Georgia al <em>meeting</em> di Bucarest del 2008 che si sarebbe configurata la possibilità di accelerare l’ingresso di Kiev e Tbilisi nella NATO. Tale atteggiamento poco lungimirante rappresentò la miccia che portò allo scontro militare dell’Agosto 2008 tra Georgia e Russia sul territorio delle regioni indipendentiste di Abkhazia e Ossezia del Sud.</p>
<p>Il racconto delle relazioni tra NATO ed Ucraina non è il tema principale di questo articolo, ma vale la pena sottolineare che esse sono state in linea con l’atteggiamento ostile statunitense verso la Russia di Putin, le cui mire egemoniche verso il “vicino estero” sono state progressivamente arginate, almeno fino al periodo del <em>reset</em> (fine 2009).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Un altro passo indietro forse aiuterebbe ancora di più l’osservatore di oggi, perso tra le dozzine di cognomi e luoghi che caratterizzano l’Ucraina. La divisione della popolazione ucraina lungo le sponde del Dnepr è geograficamente quasi perfetta: a ovest, la parte filopolacca, che fa riferimento a Leopoli e simpatizza per l’UE; a est, la parte filorussa, che ha radici comuni con Mosca.</p>
<p>Gli anni bui di Kuchma avevano favorito l’emergere di oligarchie economiche che sfruttavano con perizia i legami quasi ambivalenti che l’ex presidente intesseva ora con Mosca (Trattato di Amicizia del 1997, esteso di altri dieci anni nel 2008), ora con Washington e Bruxelles (PfP NATO del 1994, MAP NATO del 2002). Anche queste oligarchie nacquero nel solco della divisione demografica ucraina<a href="#_edn4">[iv]</a>. È importante comprendere come anche oggi il Dnepr rappresenti la frontiera tra due nazioni di frontiera dal destino comune<a href="#_edn5">[v]</a>.</p>
<p>Lo sforzo occidentale per portare l’Ucraina dentro la rosa dei “Paesi amici” ha spinto fortemente per la Rivoluzione arancione e sembra che gli ultimi eventi (la sconfitta della Tymoshenko alle elezioni nel 2010 e il recente arresto) siano la testimonianza della sconfitta della strategia di democratizzazione a tappe forzate consigliata da Brzezinski<a href="#_edn6">[vi]</a>.</p>
<p>D’altra parte, l’atteggiamento egemonico russo nei confronti di Kiev si adatta alle contingenze economiche e politiche avvicinando e poi scartando i protagonisti dei processi governativi ucraini.</p>
<p>I problemi di quella che veniva chiamata “Piccola Russia” (<em>Malorossiya</em>) ai tempi di Gogol’, forse non sono poi tanto “piccoli” e anche qualora non riguardino gli interessi energetici europei, rimangono geopoliticamente rilevanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>* Paolo Sorbello ha ottenuto la Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche dall’Università di Bologna (sede di Forlì). La sua tesi di ricerca è stata successivamente pubblicata da Lambert Academic Publishing con il titolo “The Role of Energy in Russian Foreign Policy towards Kazakhstan” (Giugno 2011). L’autore ha condotto i suoi studi presso istituzioni accademiche in Spagna, Russia e negli Stati Uniti. Ha lavorato presso importanti istituti di ricerca negli Stati Uniti e attualmente collabora con il centro di ricerca IECOB pubblicando articoli e approfondimenti su tematiche inerenti alla geopolitica dell’energia.</strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
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</div>
<hr size="1" />
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<p><a href="#_ednref1">[i]</a> Andranik Migranyan, “Rossiya i blizhnee zarubezh’e”, <em>Nezavisimaya Gazeta</em>, 12 e 18 gennaio 1994 (in russo) e Aleksandr Solženicyn, <em>Rebuilding Russia</em>, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1991.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ednref2">[ii]</a> Piero Sinatti, “L’Ucraina in bilico tra Russia e Occidente”, <em>Limes</em>, n. 3, 2008, p. 228.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ednref3">[iii]</a> “Il Paese è al bivio tra democrazia e autocrazia: l’Europa alzi la voce”, lettera firmata da André Gluksmann, Vaclav Havel, Michael Novak, Yohei Sasakawa, Karel Schwarzenberg, Desmond Tutu, Richard von Weizsäcker e Grigory Yavlinsky, apparsa in traduzione italiana sul <em>Corriere della Sera</em> di domenica 4 settembre 2011 a pagina 19.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ednref4">[iv]</a> Donato Bianchi, <em>La Russia nel mondo multipolare</em>, Lotta Comunista, Milano, 2008.</p>
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<div>
<p><a href="#_ednref5">[v]</a> Ucraina infatti si traduce come “frontiera esterna” o “periferia estrema”.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ednref6">[vi]</a> Jean-Marie Chauvier, “Elezioni in Ucraina: fallimento della “rivoluzione arancione”, <em>Eurasia</em>, 15 febbraio 2010, <a href="../../elezioni-in-ucraina-fallimento-della-rivoluzione-arancione/3076/">http://www.eurasia-rivista.org/elezioni-in-ucraina-fallimento-della-rivoluzione-arancione/3076/</a></p>
</div>
</div>
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		<title>Riflessi internazionali del “mancato arresto” di Yulia Tymoshenko</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 07:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il seguente articolo si cercherà di comprendere gli eventuali sviluppi internazionali del turbine giudiziario che ha visto protagonista – suo malgrado – l’ex Premier dell’Ucraina Yulia Tymoshenko. Dopo aver riassunto le vicende giuridiche che hanno coinvolto la donna politica ucraina dal 2010 ad oggi, saranno esposte alcune considerazioni sul peso politico del caso, in particolare in relazione agli interessi russi ed europei sul posizionamento internazionale del’Ucraina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/riflessi-internazionali-del-%e2%80%9cmancato-arresto%e2%80%9d-di-yulia-tymoshenko/9808/" title="Riflessi internazionali del “mancato arresto” di Yulia Tymoshenko"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9808&amp;w=80" width="80" height="65" alt="Riflessi internazionali del “mancato arresto” di Yulia Tymoshenko" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Lo smentito arresto dell’ex Primo Ministro dell’Ucraina Yulia Tymoshenko avvenuto tra il 23 ed il 24 maggio di quest’anno offre l’occasione per effettuare una serie di riflessioni sulla vita politica ucraina e sulla posizione internazionale delle fazioni che si contendono il controllo del Paese ex-sovietico.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il presente articolo è suddiviso in tre parti principali: </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">- un breve quadro delle fazioni politiche attualmente al potere in Ucraina e le loro velleità internazionali;</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">- una sintesi delle vicende giuridiche della Tymoshenko, onde comprendere quale sia il background di tale recente vicenda giuridica e, più in generale, per tentare di descrivere la “qualità” dei rapporti tra la superstite leader dell’opposizione ed il governo in carica;</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">- una serie di riflessioni sul peso degli eventi citati nei rapporti internazionali dell’Ucraina.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Prima di iniziare, è d’uopo fare una foto delle varie fazioni politiche in Ucraina.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Attualmente il partito di governo è il Partito delle Regioni di Viktor Yanukovich, uscito vincitore grazie al verdetto delle urne di gennaio 2010. In Parlamento, il partito è alleato con il Partito Comunista Ucraino (ex alleato del blocco “liberale” solo una legislatura fa) e col Blocco Lytvyn, partito di cultura agraria. Il Partito delle Regioni, portavoce degli interessi della “classe operaia” e dintorni e soprattutto delle popolazioni russofone dell’est del Paese è di allineamento filorusso con riscoperte “radici sovietiche” sulla falsariga di Russia Unita. Ricordiamo che, a testimonianza delle velleità internazionali “duplici” di Yanukovich, il Partito delle Regioni ha un accordo di cooperazione con il gruppo socialista al Parlamento Europeo. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">All’opposizione, dopo il tracollo di Viktor Yushchenko, le redini sono nelle mani di Yulia Tymoshenko e del BYUT (Blocco Yulia Tymoshenko), partito di coalizione che assimila varie forze apparentemente incoerenti, spazianti da un blando centro-sinistra fino al nazionalismo. Il partito centrista-liberale di Yushchenko si è spostato maggiormente a destra, in alcuni casi arrivando a prendere contatti persino con fazioni estreme come il partito Svoboda (“Libertà”), su posizioni xenofobe.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il gioco oramai è una partita a due: il blocco filorusso guidato da “ex comunisti” e comunisti contro quello che comprende i residui della Rivoluzione Arancione, riuniti sotto un nuovo stendardo liberal-europeista e ora vicino al Partito Popolare Europeo.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Fatte queste dovute notazioni, è il caso di entrare in tema. Dopo la vittoria di Yanukovich, in molti – non solo dall’opposizione attiva in politica – hanno visto negativamente l’evento, temendo un probabile ritorno di un clima di scarsa trasparenza e democrazia. Eventi da questo punto di vista “sospetti”, perpetrati ai danni dell’opposizione e dei membri del caduto governo Yushchenko-Tymoshenko, sono iniziati in tribunale già dal marzo 2010, con l’incriminazione dei Ministri Danylyshyn (Min. Economia) e Lutsenko (Interni) per reati legati all’abuso d’ufficio. L’ormai politicamente “morto” Yushchenko non è stato coinvolto nelle indagini fino allo scorso 2 giugno, quando è stato convocato per un interrogatorio su temi legati al suo periodo di governo.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">La Tymoshenko</span></span> <span><span style="font-size: medium">era già finita sotto accusa a maggio 2010 per la corruzione di un giudice nel 2004, un vecchio caso apparentemente insabbiato nel 2005. La stessa Tymoshenko azzardò l’ipotesi che il caso fosse stato rispolverato in concomitanza della visita del Presidente russo Medvedev, in una sorta di particolare </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>captatio benevolentiae</em></span></span><span><span style="font-size: medium">.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le vicende legate al recente “arresto” sono invece iniziate il 15 dicembre, con l’apertura di un’indagine da parte della Procura Generale di Kiev sul “cattivo uso” di fondi ricevuti dal Ministero per l’Ambiente ucraino nell’ambito operativo del Protocollo di Kyoto: dopo cinque giorni la Tymoshenko è divenuta la sospettata numero uno per l’abuso dei fondi. L’ex Premier ha negato il fatto che i fondi fossero stati sottratti al Ministero in questione, per poi definire l’intero procedimento penale come una “caccia alle streghe” nei suoi confronti. Ella non fu subito arrestata, ma solo messa in condizione di non poter lasciare la capitale per tutta la durata (indefinita!) delle indagini. Le autorità hanno messo in stato di fermo l’ex Ministro per l’Ambiente Georgiy Filipchuk, in carica durante il secondo governo Tymoshenko; Filipchuk è dunque il terzo Ministro di quel governo a finire sotto accusa da marzo 2010. I membri del BYUT bloccarono fisicamente il Parlamento dopo la messa in accusa della loro leader. Lo stesso giorno, il Partito Popolare Europeo – “supporter comunitario” del BYUT &#8211; ha espresso la sua vicinanza alla Tymoshenko dichiarando di condannare “la crescita di una pressione aggressiva e politicamente motivata da parte delle autorità ucraine nei confronti dell’opposizione e del suo leader Yulia Tymoshenko”. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A margine, ricordiamo come già ai primi di dicembre 2010, il Procuratore Generale Viktor Pshonka avesse affermato di non avere motivi politici per portare alla sbarra la Tymoshenko e Lutsenko (senza però esprimersi sugli altri). Il 27 gennaio alle accuse ufficiali alla Tymoshenko si è aggiunta quella dell’uso – ovviamente illecito – di mille veicoli originariamente destinati a funzioni medico-sanitarie per potenziare la propria campagna elettorale, per un conto totale di 6,1 miliardi di euro pagati dai contribuenti ucraini. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In data 10 aprile la Procura ha accusato nuovamente l’ex Premier di abuso di potere durante la crisi del gas russo-ucraina del 2009, abuso che si sarebbe concretizzato nell’aver firmato un contratto decennale di forniture gas senza avere l’approvazione del resto del governo. E’ proprio tale capo d’accusa che ha rischiato di portare la Tymoshenko in prigione: il 24 maggio, dal suo stesso sito web, è trapelata la notizia del possibile arresto, smentita subito dopo dalle autorità. L’ex Premier ha affermato che la Procura non ha potuto trattenerla non solo a causa della non sussistenza del reato, ma soprattutto perché la pressione popolare per una sua “liberazione” è stata talmente forte da trasformare l’arresto in uno smacco politico troppo forte per il governo attuale. Invero, la Procura ha comunque deciso di fare “poker” qualche giorno dopo accusando in blocco tutto l’ex governo Tymoshenko di numerose frodi in tema di compravendita vaccini durante la crisi dell’influenza suina. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’ultimo step del caso – risalente al 3 giugno – vede la Procura impedire alla Tymoshenko di lasciare il Paese per recarsi ad un incontro del Partito Popolare Europeo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A margine, ricordiamo come la Rappresentante per la Politica Estera UE Catherine Ashton abbia espresso la sua preoccupazione e quella dell’intera Unione per i fatti giudiziari legati alla Tymoshenko ed i membri del suo governo; la Ashton ha inoltre sottolineato il fatto che un Paese con velleità “europee” come l’Ucraina non può prescindere dal rispetto di pluralismo e democraticità – dando dunque un chiaro segnale alle autorità ucraine.</span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">A chiosa di quanto scritto, va ricordato come, al proliferare dei capi d’accusa, dalle autorità viene detto poco o nulla sull’andamento delle indagini, oggettivamente incrementando i sospetti sulla fondatezza delle stesse.</span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">Detto questo, è doveroso effettuare alcune riflessioni per comprendere la rilevanza internazionale del caso.</span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">Come nota iniziale, possiamo inquadrare questo “giustizialismo” dell’era Yanukovich come messa in atto di quanto da lui promesso e paventato sin dalla campagna elettorale presidenziale. Egli doveva scrollarsi di dosso l’immagine di Presidente “dei brogli”, rimastagli addosso dalla Rivoluzione Arancione, ed al tempo stesso doveva presentarsi come alternativa “onesta” ad un governo che dal punto di vista della trasparenza aveva innumerevoli falle. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A prescindere da tutto, comunque, l’operazione sistematica di attacco giudiziario a praticamente tutti i membri dell’opposizione non può che generare sospetti, senza contare il fatto che spesso parlamentari dell’opposizione decidono tutt’a un tratto di migrare nelle fila del Partito delle Regioni. Di contro, la linea difensiva della Tymoshenko sembra avere le stesse evanescenti basi dell’accusa, sembrando più che altro una sorta di “grido d’aiuto” all’esterno del Paese, come a voler attirare l’attenzione di enti e soggetti esteri sui soprusi da lei subiti – veri o presunti che siano. </span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">Il punto saliente della vicenda si manifesta nel modo in cui – e forse qui ci sarà la tendenza ad usare logiche e terminologie che si credevano abbandonate dal 1989, ma in fondo mai sparite – lo scontro politico/giudiziario è lo specchio in patria dello scontro tra i due “blocchi”, quello filorusso e quello europeo-atlantico. L’opposizione della Tymoshenko ostenta e mette in pratica un europeismo forse ancor più intenso di quello mantenuto durante i turbolenti anni di governo: la sua azione è volta non solo a proporre un programma differente da quello di governo, ma soprattutto a screditare a livello internazionale oltre che nazionale l’esecutivo attuale, principalmente sui punti della vicinanza alla Russia e dell’alleanza con il Partito Comunista, evocando vecchi spettri di “oppressione sovietica”. A margine, ricordiamo comunque che, in maniera indesiderata o meno, i comunisti erano anche nella vecchia maggioranza degli “arancioni”. Il graduale spostamento verso un conservatorismo destrorso sul piano prima internazionale che nazionale dei partiti “arancioni” testimonia come l’attuale opposizione abbia un maggior desiderio di accaparrarsi il supporto occidentale mostrandosi “antisovietica” più che quello di fare una politica propositiva. Vero è che i consensi si allargano: i Popolari Europei li supportano, e l’attenzione dell’Unione Europea è sempre più viva sulle faccende interne ucraine, visto il timore di regresso democratico e “russificazione” di Kiev. A margine, in ogni caso, da Mosca sul caso Tymoshenko non ci sono state reazioni degne di nota, al contrario di quanto accaduto in Europa.</span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">Paradossalmente, il progetto di graduale adesione all’Unione, tanto voluto dagli “arancioni”, potrebbe avere più chances di accelerare ora che al governo non vi sono i suoi maggiori sostenitori: il tutto dipenderà dalla volontà europea di fare pressione esterna contro il governo filorusso ergendosi a scudo dei diritti fondamentali, approfittando di una ghiotta occasione per togliere a Mosca la fondamentale pedina ucraina nel campo dell’Europa Orientale. </span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">Dall’altro lato, è chiaro per Yanukovich e i suoi che la Tymoshenko e la sua rete di contatti internazionali siano fin troppo dannose per portare avanti una legislatura senza “intoppi” e per sviluppare le relazioni desiderate con la Russia e l’ex blocco sovietico. Distruggere la reputazione della Tymoshenko – sia su basi reali che fasulle – porterebbe alla legittimazione definitiva di Yanukovich in patria, rassicurando chi per lui simpatizza da est su di un futuro senza derive occidentalistiche. Di contro, se il piano di “eliminazione” della Tymoshenko dovesse riuscire, non sono prevedibili le reazioni dal fronte occidentale: anche se un eventuale arresto della Tymoshenko dovesse avere basi solide, Yanukovich potrebbe continuare ad essere visto come “il leader filorusso antidemocratico”. In ogni caso, già ora si può affermare che i ripetuti attacchi giudiziari all’opposizione hanno confermato la pessima reputazione di Yanukovich tra i Paesi europei occidentali: se davvero il Presidente ucraino, come la sua azione politica recente pareva stesse dimostrando, non voleva “inimicarsi” eccessivamente il partner europeo, questa epopea giuridica è un oggettivo errore di strategia internazionale.</span></span></p>
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<p><span><span style="font-size: medium">In conclusione, gli sviluppi del caso dovranno essere osservati in primo luogo dal punto di vista giudiziario, dal quale si spera si otterranno delle risposte univoche o quantomeno soddisfacenti; in secondo luogo, l’intera questione dovrà ancora essere tenuta d’occhio dal duplice punto di vista delle relazioni politiche interne all’Ucraina e dei contatti internazionali tra le maggiori fazioni di questo Paese.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per ora, ci si può solo limitare a dire che il Paese è diviso tra tendenze europeistiche forzate e un andamento verso una “democrazia protetta” che fa l’occhiolino a quella moscovita. Altre riflessioni saranno forzosamente subordinate a quanto verrà fuori dalle carte dei giudici di Kiev e alle reazioni nazionali e soprattutto internazionali a quanto potrà accadere.</span></span></p>
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<p><span style="font-size: medium"><em><strong>*Giuliano Luongo collabora come analista per il progetto “Un Monde Libre” della Atlas Economic Research Foundation</strong></em></span></p>
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		<title>L’Ucraina, in bilico tra atlantismo e riavvicinamento alla “Madrepatria”</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 15:29:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con il seguente articolo si cercherà di fare il punto sull’allineamento politico internazionale dell’Ucraina, Paese di grande interesse strategico per la strategia occidentale/atlantica e quella russa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99ucraina-in-bilico-tra-atlantismo-e-riavvicinamento-alla-%e2%80%9cmadrepatria%e2%80%9d/9105/" title="L’Ucraina, in bilico tra atlantismo e riavvicinamento alla “Madrepatria”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9105&amp;w=80" width="80" height="48" alt="L’Ucraina, in bilico tra atlantismo e riavvicinamento alla “Madrepatria”" ></div></a><p><span style="font-size: small"><em>Con il seguente articolo si cercherà di fare il punto sull’allineamento politico internazionale dell’Ucraina, Paese di grande interesse strategico per la strategia occidentale/atlantica e quella russa. L’articolo descrive come la posizione internazionale dell’Ucraina si sia spostata da un potenziale atlantismo sotto il governo filo-occidentale di Viktor Yushchenko ad una curiosa posizione di non-allineamento internazionale garantito da una legge nazionale sotto il governo di Viktor Yanukovich; la visita del Vice Presidente degli Stati Uniti Joe Biden dell’estate 2009 e la dichiarazione sul non-allineamento internazionale dell’Ucraina del 2010 sono i due eventi chiave analizzati per stilare delle osservazioni sugli sviluppi futuri della posizione strategica del governo di Kiev.</em></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le recenti dichiarazioni della NATO e dell’Ambasciatore degli Stati Uniti John Tefft riguardo l’intensificazione delle cooperazione militare con l’Ucraina, accanto a quelle del Presidente Viktor Yanukovich sul mantenimento della neutralità del suo Paese, aprono un’interessante serie di dubbi sul futuro militare prossimo e meno prossimo dello Stato post-sovietico. Allo scopo di comprendere meglio l’attuale posizione strategica di un Paese di grande peso geopolitico come l’Ucraina e di intuire i potenziali sviluppi futuri, il seguente articolo sarà strutturato nel seguente modo:</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">- riassumere la tendenza all’atlantismo dell’ultima fase del governo Yushchenko (fine 2009) e le sue motivazioni, legate a prospettive europeiste</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">- descrivere l’apparente inversione di tendenza del governo Yanukovich (da gennaio 2010 ad oggi), tra il bilanciamento degli interessi legati a Stati Uniti ed Europa con quelli legati alla Russia e la “legge di neutralità” </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Iniziamo dunque questa breve trattazione riprendendo i punti fondamentali della politica estera di Viktor Yushchenko. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Presidente “liberale” dell’Ucraina è stato l’iniziatore della collaborazione più intensa con la NATO già nel lontano 2005 (dunque a pochi mesi dalla sua elezione) con  il lancio di un “dialogo intensificato” per l’ingresso dell’Ucraina nell’Organizzazione – procedura questa che aveva le sue radici nell’ancor più lontano 1997, anno di fondazione della NUC (Commissione Nato-Ucraina), ente con funzioni di forum di discussione per lo sviluppo di una strategia condivisa tra i due soggetti. Almeno negli intenti, il vertice NATO di Bucarest del 2008 vide i leaders alleati dichiarare con piacere che l’Ucraina sarebbe presto divenuta un membro dell’Organizzazione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli alti e bassi del governo Yushchenko in politica interna – e soprattutto le sue indecisioni – erano bilanciate da una linea teorica in politica estera alquanto chiara, basata sostanzialmente su tre punti: potenziare la partnership con la NATO fino ad un’eventuale ammissione, disfarsi dell’influenza militare russa (della quale la presenza della base in Crimea rimaneva un chiaro segnale) e concretizzare l’avvicinamento all’Unione Europea – da far culminare a breve termine con l’ottenimento di un regime <em>visa-free</em> per i cittadini del suo Paese. Il sentimento del popolo ucraino nei confronti di queste particolari ambizioni governative pareva tutt’altro che univoco, seguendo le tipiche differenze di opinione che dividono gli abitanti dell’est da quelli dell’ovest. La parte occidentale del Paese, da sempre avversa a Mosca e con forti aspirazioni indipendentiste, era largamente favorevole alla NATO ancor prima che all’Europa; le regioni orientali, quasi tutte di lingua russa, sono state sempre poco accese nel supporto al leader arancione ed in generale più vicine alla “Madre Russia”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’ultimo anno al potere per Yushchenko, il 2009 appunto, ha avuto come primo evento chiave delle relazioni con il governo di Washington la visita del Vice Presidente USA Joe Biden, dal 20 al 22 luglio. Avvenuto proprio poco dopo la visita di Obama a Mosca, l’incontro si rivelò l’occasione discutere i passi successivi della tanto attesa &#8211; da Yushchenko &#8211; integrazione nel sistema atlantico. La risposta di Biden fu positiva sì, ma quantomeno diplomatica nell’uso dei termini: gli Stati Uniti avrebbero supportato il desiderio ad entrare nella NATO dell’Ucraina se in quest’ultima fossero state appianate le divergenze in proposito. Va notato inoltre come Biden avesse evitato attentamente di citare la sigla indicante l’Organizzazione per il Trattato dell’Atlantico del Nord, preferendo la più diplomatica locuzione “integrazione atlantica”, onde non rendere ancora più tesi i rapporti con Mosca (senza dimenticare gli stessi elettori ucraini). </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Si parlò anche di economia: Yushchenko cercava infatti di sfruttare la sua benevolenza verso Washington in cambio di supporto tecnico ed economico nella ristrutturazione dei gasdotti ed in generale supporto nell’ennesima disputa per il gas. Inoltre, Yushchenko cercò di mostrare a Biden l’impegno dell’Ucraina nelle riforme economiche: lo stesso Biden infatti augurava una riappacificazione tra Yushchenko ed il Primo Ministro Yulia Timoshenko per far divenire finalmente realtà le riforme necessarie per il risanamento economico e per l’ottenimento del vitale prestito del Fondo Monetario Internazionale. In ogni caso, la sortita ucraina di Biden non si limitò all’appena ricordato “colloquio amichevole” con Yushchenko, ma si concretizzò anche come una “esplorazione” del futuro politico prossimo di Kiev. Biden infatti volle incontrare personalmente gli altri candidati impegnati nella lunga campagna elettorale, onde avere un’idea delle direzione nelle quali la politica estera dell’Ucraina avrebbe potuto svilupparsi: azione più che comprensibile, visto il sensibile calo nel consenso del Presidente in carica. A seguito di questi incontri, Biden iniziò ad esporre in patria (e non) le preoccupazione proprie e degli Stati Uniti per una vittoria di Viktor Yanukovich, il sospettato di “brogli” del 2003-04 e personaggio vicino al Cremlino. Nonostante le palesi inferiori possibilità di vittoria, allo staff di Washington sembrava piacere l’agenda politica di Arseniy Yatsenyuk, leader dell’iniziativa popolare “Fronte del Cambiamento” (“Фронт Змін”), oggi partito politico a tutti gli effetti. Yatsenyuk, ex-membro del partito di Yushchenko, si presentava come politico “pulito” (poteva vantarsi di essere l’unico candidato presidenziale a non essere mai stato incriminato), sembrava un buon partner per gli USA: come anti-russo e dichiarato anti-comunista pareva avere parecchi punti a Washington, anche se bisogna ricordare che la sua “qualità” come partner derivava anche dal fatto di essere tra un gruppo di candidati presidenziali tutti generalmente indigesti per gli Stati Uniti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In ogni caso, in seguito alla visita di Biden, nonostante tutti i problemi di stabilità governativa restassero clamorosamente irrisolti, Yushchenko riuscì a far muovere altri pesanti passi verso ovest al suo Paese: il 21 agosto il Segretario Generale NATO Rasmussen e l’Ambasciatore ucraino presso la NATO stessa Ihor Sagach firmarono la dichiarazione per una “<em>Distinctive Partnership</em>” volta all’incremento del dialogo politico e militare tra l’Ucraina e l’Organizzazione, con lo scopo di accelerare il processo di ammissione del paese ex-sovietico, guadagnando un’ulteriore pedina nel processo di assedio dei confini russi. Tutto questo, mentre i rapporti con Mosca non facevano che precipitare: mentre il problema del gas rimaneva irrisolto, l’affare Lisenko riportava in auge il problema della flotta del Mar Nero. La Russia aveva ancora in affitto l’importante base della Crimea, con scadenza fissata al 2017, e Yushchenko aveva costruito uno dei suoi cavalli di battaglia proprio attorno al secco rifiuto di estendere tale contratto agli ingombranti vicini: pertanto, una maggiore vicinanza alla NATO avrebbe pesantemente perorato la causa dello “sfratto” dell’imponente flotta russa. Purtroppo per Yushchenko, i suoi errori in politica interna portarono all’inevitabile fiasco elettorale alle successive elezioni del 2010, spingendo nel baratro anche le speranze di “occidentalizzazione” geopolitica di Kiev.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il tracollo di Yushchenko alle elezioni politiche pareva aprire, attraverso l’approdo di Viktor Yanukovich al seggio presidenziale, una nuova era caratterizzata dall’abbandono dell’atlantismo in favore di un profondo riavvicinamento a Mosca: ebbene, nonostante alcuni cambiamenti di rotta interessanti, il Presidente ha scelto ufficialmente una linea di “non allineamento”, che più praticamente si concreta in una politica di bilanciamento dei “tre fronti” di politica estera del paese. E’ una scelta indubbiamente difficile, vista la suscettibilità dei due principali interlocutori – Stati Uniti e Russia – senza dimenticare il peso che le relazioni con l’Unione Europea hanno sull’opinione pubblica.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Onorando le sue promesse di miglioramento dei rapporti con la Russia, il 21 aprile 2010 Yanukovich e Dimitri Medvedev firmavano un accordo per il rinnovo fino al 2042 (con un’opzione per altri 5 anni) del mantenimento della flotta del Mar Nero in Ucraina, in cambio di una revisione degli accordi in materia di transito e acquisto gas.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">E’ interessante notare come lo status di Paese non allineato fatto assumere all’Ucraina dal governo Yanukovich non è stato desunto da comportamenti riscontrabili de facto né è stato preso tramite una semplice dichiarazione d’intenti del governo, ma è stato ufficialmente discusso ed approvato da una legge del Parlamento, in data 3 giugno 2010. Tale atto blocca – almeno sul piano giuridico e formale – l’adesione dell’Ucraina a qualsivoglia blocco militare, pur lasciando spazio alla cooperazione esterna nel settore strategico-militare: in parole povere, finché l’atto sarà in vigore, non vedremo mai ad esempio l’Ucraina nella NATO, ma potremo vederla “accanto” ad essa, tramite azioni di supporto truppe e aiuti logistici in differenti scenari di crisi. Senza dimenticare che già il 7 giugno alcuni ufficiali dell’esercito ucraino visitavano la base NATO di Hohenfels per uno scambio di <em>know-how</em> logistico-militare nel quadro del PARP (<em>Partnership for Peace Planning and Review Process</em>); in più, solo tre giorni dopo, la Marina ucraina inviava una nave da guerra in supporto alle operazioni anti-terrorismo della NATO nel Mediterraneo – cosa, per la verità, fatta in precedenza anche dalla Russia stessa. Un evento ancor più rilevante invece è stato l’incontro tra il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e Yanukovich in persona, avvenuto il 24 febbraio di quest’anno. Durante tale meeting, Rasmussen ha affermato l’impegno della NATO nel supportare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, come una sorta di ringraziamento per l’impegno del paese ex-sovietico a mantenere comunque una sottile apertura alla collaborazione con l’occidente.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In linea generale, l’impegno ucraino in teatri d’interesse degli Stati Uniti e della NATO si è generalmente affievolito con l’uscita di scena di Yushchenko: sono pochi i militari impiegati direttamente nelle attività ISAF ed in Iraq, mentre è maggiore il supporto logistico indiretto. In ogni caso, il Presidente Yanukovich ha spesso cercato di “smorzare” il peso politico e mediatico delle attività svolte “a braccetto” di queste imponenti controparti occidentali, proponendole all’elettorato come atti dovuti a causa di contingenze internazionali (leggasi “lotta al terrorismo”, ad esempio), ma esterni ad un quadro di impegno militare più stretto. Di contro, si mantiene costante il supporto di NATO e Stati Uniti sul territorio ucraino in numerosi settori, dallo sviluppo infrastrutturale a quello della sicurezza territoriale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Alla luce di tutto questo, l’Ucraina può davvero essere definita come un paese “non allineato”? Non propriamente: più che altro, pare che voglia mirare a divenire un paese “allineato con tutti”. Il Presidente Yanukovich sta palesemente camminando sulla (sottile?) linea di demarcazione che separa il blocco occidentale (USA-NATO-UE) dall’orbita russa, sfruttando le rivalità delle diverse controparti internazionali per poi massimizzare i vantaggi. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ma dunque, può essere rischioso per l’Ucraina mantenere questa linea? Probabilmente no, almeno in breve periodo. Riflettiamo sui seguenti punti: la “legge di neutralità” è stata un’ottima iniziativa per guadagnarsi la fiducia di Mosca, già resa più che discretamente stabile dal mantenimento della base navale del Mar Nero. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I veri rischi di un’incrinatura nei rapporti con la Russia potrebbero venire innescati non tanto da questioni di politica estera, quanto da temi di politica interna e di revisionismo storico. In tale frangente, restano in prima linea il tema della rivalutazione storica dei “partigiani” ucraini dell’ovest che si opposero all’Unione Sovietica prendendo le parti della Wermacht e, andando ancora più indietro nella storia, il dibattito sull’“eroismo” di Ivan Mazera, condottiero cosacco anti-russo considerato un pioniere dell’indipendentismo ucraino.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per Washington, nonostante il fatto che &#8211; almeno sul piano formale &#8211; l’Ucraina rifiuti di impegnarsi in ogni tipo di “cooperazione ufficiale”, l’ex repubblica socialista rimane un tassello possibile da conquistare sulla scacchiera geopolitica eurasiatica. Come abbiamo visto, nonostante “l’eroico” decreto, l’Ucraina continua a supportare la NATO, ma soprattutto persevera nello “sfruttare” tale organizzazione non solo in maniera militare e civile, ma anche per avvicinarsi all’Unione Europea. Nei piani statunitensi, è più che evidente che la “conquista” Ucraina rimane un passo possibile, solo rinviato in avanti nel tempo da un politico scaltro come Yanukovich: questa attuale mutua assistenza, più lontana dal clamore delle cronache di una vera e propria adesione alla NATO, può aiutare l’ovest ad entrare più sottilmente sul territorio ucraino, creando le condizioni ideali per una futura repentina adesione dell’Ucraina all’Organizzazione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per concludere, non resta che chiedersi per quanto tempo l’Ucraina potrà continuare con questa “duplice” linea politica: probabilmente solo fino a quando non si giungerà di fronte ad una situazione ove mantenere una posizione di neutralità non corrisponderà alla massimizzazione dei profitti in campo strategico ed economico. Meno probabile è un allineamento “forzato” imposto da uno dei due ingombranti alleati, che di fatto spingerebbe il tanto anelato territorio sotto l’egida del “blocco” rivale.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em><strong>*Giuliano Luongo collabora come analista per il progetto “Un Monde Libre” della Atlas Economic Research Foundation</strong></em></span></p>
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		<title>Turchia, Israele e il grande gioco nei Balcani</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 12:24:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I rapporti tra Israele e Turchia, nell’anno appena trascorso, sembrano essere irrimediabilmente deteriorati. L’attuale governo israeliano sembra aver trovato una soluzione all’aggravarsi della crisi con la Turchia: si tratta della penisola balcanica. È su quest’area che Israele ha concentrato i propri sforzi diplomatici nell’ultimo anno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/turchia-israele-e-il-grande-gioco-nei-balcani/7628/" title="Turchia, Israele e il grande gioco nei Balcani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/2374_up.1rvv3lzskj0kgkcgcwgsscw44.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="Turchia, Israele e il grande gioco nei Balcani" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I rapporti tra Israele e Turchia, nell’anno appena trascorso, sembrano essere irrimediabilmente deteriorati.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fin dal 1949, quando la Turchia fu il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo Stato di Israele, Ankara e Gerusalemme si sono mossi nella direzione di un costante avvicinamento reciproco, accelerato negli anni ’90 e culminato nel 1996 con il primo accordo di cooperazione militare.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il nuovo millennio si era aperto con prospettive positive. Se l’invasione dell’Iraq, nel 2003, da parte della “Coalizione dei Volonterosi” aveva creato una certa ulteriore turbolenza nell’area mediorientale, questa si era ripercossa anche negli equilibri strategici dei paesi vicini. In un tale scenario, la Turchia fu considerata da Israele un importante attore di mediazione tra lo Stato ebraico e i paesi a maggioranza musulmana del Medio Oriente. In accordo con tale prospettiva, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si era impegnato nel 2008 in un notevole sforzo diplomatico come mediatore nella crisi ormai quarantennale tra la Siria e lo Stato di Israele.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, con la salita al potere, nel 2002, del “Partito per la giustizia e lo sviluppo”, di matrice islamico-conservatrice di centro-destra, sulla scia dei partiti cristiano-conservatori o cristiano democratici d&#8217;Europa, le relazioni tra i due paesi hanno subito un certo raffreddamento.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se da un lato, infatti, la politica estera turca si è orientata verso un maggiore attivismo nei confronti dei vicini mediorientali, tra cui l’Iran, la Siria, e, recentemente, l’Egitto, questo fatto ha necessariamente comportato un rallentamento della cooperazione con Israele. Nel tentativo di mediare tra le istanze provenienti dall’Occidente europeo e dall’Oriente vicino, due poli che rappresentano, in ultima analisi, le due anime del tessuto storico e sociale turco, la Turchia ha cercato di ricoprire il ruolo che diversi attori si aspettavano da Ankara, ponendosi come vero e proprio ponte tra le due aree. Sotto questo punto di vista, il nuovo orientamento della politica turca ha richiesto un necessario allentamento dei rapporti con Israele, durante i primi anni del 2000.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Successivamente, alcuni eventi internazionali hanno accentuato un tale distacco. Così, se nel 2008 Erdogan era riuscito a mettere in contatto telefonico il Presidente siriano Assad e il Primo Ministro israeliano Olmert, la tragica operazione </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Piombo Fuso</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> da parte delle forze israeliane verso Gaza, alla fine dello stesso anno, aveva interrotto bruscamente il tentativo di dialogo tra i due paesi, vanificando lo sforzo diplomatico turco e provocando ad Ankara delusione e disappunto.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, è nel 2010 che si consuma la rottura ufficiale tra i due paesi, con il grave incidente avvenuto in acque internazionali ai danni della nave </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Mavi Marmara</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, battente bandiera turca, e con l’uccisione da parte delle forze israeliane di sette attivisti turchi e di uno statunitense di origini turche. In quell’occasione, il Presidente turco Erdogan descrisse l’attacco israeliano come “terrorismo di stato” e ritirò il proprio ambasciatore da Israele. Da quel momento, i rapporti tra i due paesi hanno subito una brusca interruzione.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La Turchia si rivolge ad Est, Israele ad Ovest</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’attuale governo israeliano sembra aver trovato una soluzione all’aggravarsi della crisi con la Turchia. Perseguendo la politica, che tanto cara sembra essere allo Stato di Israele, di creazione di alleanze strategiche con paesi lontani a discapito dei rapporti con i paesi vicini, il Ministro degli Esteri Avigdor Liberman, assieme ai suoi collaboratori, si è impegnato nell’ultimo anno in una serie di incontri con Ministri e Capi di Stato di diversi paesi dell’area balcanica, con i quali ha inteso creare una serie di relazioni economiche, politiche e militari in funzione anti-turca.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Pertanto, se la Turchia sembra guardare verso Oriente e verso i paesi vicini ad est dei propri confini, Israele, d’altra parte, sembra rivolgersi al lato opposto, verso occidente. Questa volta, però, Israele si sta avvicinando ad un occidente nuovo, un occidente più vicino rispetto a quello oltreoceano, un occidente malleabile, e, soprattutto, situato a ridosso della Turchia. Si tratta della penisola balcanica, dell’area geografica che va dai Mari Adriatico e Ionio fino al Mar Egeo ed al Mar Nero, che partendo dalla linea Trieste &#8211; Odessa, a Nord, scende verso Sud fino a coprire tutta la Grecia.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> su quest’area che Israele ha concentrato i propri sforzi diplomatici nell’ultimo anno, attraverso una frequenza di visite e incontri ufficiali tutt’altro che sporadica, attraverso la conclusione di accordi di natura economico-militare con diversi paesi della regione, attraverso riferimenti diretti, nei discorsi ufficiali tenuti durante tali missioni, alla Turchia e al pericolo di reviviscenza del terrorismo islamico che i paesi balcanici starebbero correndo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Le missioni israeliane del 2010 nei Balcani</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Già dai primi giorni del 2010, l’apparato diplomatico israeliano ha mosso i primi passi verso l’area balcanica.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Così, il 5 gennaio il Ministro degli Esteri Liberman ha incontrato il Primo Ministro macedone </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gruevski a Gerusalemme. Durante l’incontro, Liberman ha affermato che gli Stati balcanici rappresenterebbero la prossima destinazione della &#8220;Jihad globale&#8221;, che mirerebbe a stabilire infrastrutture nella regione e centri di reclutamento di attivisti. Una settimana dopo, il 13 gennaio, Lieberman ha visitato Cipro, dal cui Presidente ha ottenuto una serie di accordi di carattere commerciale, mentre il 27 gennaio ha incontrato il Primo Ministro ungherese a Budapest. Il giorno seguente, il Vice Ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon si è recato in visita in Slovacchia, nell’intento dichiarato di creare un fronte di opposizione al Rapporto Goldstone. A febbraio, Ayalon ha siglato un protocollo di rinnovo degli accordi sul trasporto aereo con il Ministro dei Trasporti ucraino, stabilendo una serie di agevolazioni di carattere commerciale negli scambi tra i due paesi e abolendo l’obbligo del visto per le visite tra i cittadini di Israele e Ucraina. A marzo, si è svolto a Gerusalemme l’annuale incontro delle delegazioni greca e israeliana, occasione per ribadire i saldi rapporti tra i due paesi e per parlare di sicurezza nella regione mediterranea, in particolare della minaccia rappresentata dall’Iran. In aprile, Liberman si è impegnato in una visita di tre giorni in Romania, dove ha discusso con il Presidente Băsescu di questioni di sicurezza, dilungandosi sulle minacce rappresentate da Iran e Siria. In maggio, si sono svolti incontri tra Liberman e rappresentanti dei governi di Macedonia, Croazia e Bulgaria, durante i quali sono stati discussi piani di cooperazione in ambito economico e commerciale. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fino a maggio, quindi, gli incontri tra il Ministro israeliano e i suoi colleghi dei diversi paesi balcanici sembravano presentare finalità perlopiù economico-commerciali e di creazione di un consenso in funzione anti-iraniana. Dopo l’attacco alla </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Freedom Flottilla</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, avvenuto nel maggio del 2010, e la conseguente rottura delle relazioni con la Turchia, i toni degli incontri di Liberman con i leader balcanici sono cambiati.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Durante l’estate, Liberman ha ricevuto a Gerusalemme il Primo Ministro greco Papandreou. In quell’occasione, il Ministro israeliano ha ringraziato apertamente la Grecia per aver cooperato con Israele in occasione dei recenti fatti della </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Freedom Flottilla</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e ha invitato l’Unione Europea a prendere posizione proattiva nei confronti di Libano, Siria e Turchia, affinché questi paesi evitino dannose provocazioni future. L’inclusione della Turchia tra i paesi ostili, a fianco di Libano e Siria, segna da un lato il fallimento del progetto di mediazione, da parte di Erdogan, tra Gerusalemme e Damasco e sancisce, dall’altro, la rottura ufficiale con Ankara. A luglio, si è riunito a Gerusalemme il Comitato Economico Israelo-Ucraino, durante il quale rappresentanti dei due paesi hanno discusso di questioni di carattere economico e commerciale. Con il Ministro degli Esteri ucraino Gryshchenko, poi, Liberman ha firmato un accordo di cancellazione del visto per le visite reciproche dei cittadini dei due paesi. All’inizio di settembre, Liberman si è recato a Cipro e in Repubblica Ceca per discutere con i Ministri degli Esteri locali delle relazioni tra i rispettivi paesi e della sicurezza nella regione. Ad ottobre, Liberman ha siglato un trattato sull’aviazione con il Ministro degli Esteri greco Droutsas. Il trattato prevede, tra l’altro, l’estensione del numero delle rotte aeree tra i due paesi e nuovi meccanismi di negoziazione delle tariffe reciproche. A dicembre, i giornali bulgari hanno mostrato le foto di un incontro a Sofia tra il Primo Ministro bulgaro Borisov e il capo dei servizi segreti israeliani Meir Dagan. Il Presidente bulgaro Borisov avrebbe infatti chiesto, subito dopo la propria elezione, di incontrare Netanyahu per offrire la cooperazione del proprio paese ad Israele in diversi campi: da sicurezza e intelligence al permesso per i piloti israeliani di svolgere esercitazioni sui cieli della Bulgaria. In cambio, Borisov auspicherebbe di ottenere l’aiuto israeliano nello sviluppo di più moderne tecnologie per il proprio paese e l’incremento verso la Bulgaria del flusso di turisti israeliani, che sembrano finora preferire la Turchia. </span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche la Grecia avrebbe accordato all’aeronautica israeliana il permesso di esercitarsi sui propri cieli, e altrettanto avrebbe concesso la Romania.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sempre a dicembre, Liberman ha incontrato in visite ufficiali i Capi di Stato di Bulgaria, Slovenia e Bosnia Erzegovina, ribadendo con tutti i solidi legami tra Israele e i rispettivi paesi. Inoltre, Israele ha fornito all’Albania una serie di aiuti per supportare il Governo locale nell’affrontare gli allagamenti che hanno colpito il paese all’inizio di dicembre.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I vantaggi per Israele e per i Balcani</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo il quotidiano israeliano </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Haaretz</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, i paesi balcanici sarebbero favorevoli ad un avvicinamento con Israele per diversi motivi. Innanzitutto, la crisi nei rapporti tra Israele e Turchia aprirebbe per i Balcani diverse possibilità per insinuarsi e per sottrarre alla Turchia stessa le relazioni speciali che godeva con Gerusalemme. I paesi balcanici sono tendenzialmente insofferenti alla Turchia per diverse ragioni di carattere storico, religioso, culturale. Molti Stati della regione balcanica hanno subito per lunghi secoli la dominazione ottomana, alcuni (i paesi abitati da Bosniaci ed Albanesi) sarebbero preoccupati da una minaccia di diffusione del fondamentalismo islamico nei propri territori, altri hanno dispute di natura territoriale con la Turchia, altri ancora sperano di risollevare le proprie economie attraverso una stretta cooperazione con Israele. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In quest’ottica, la Bulgaria e la Grecia sembrano essere i due paesi più interessati ad approfondire i rapporti con Israele. La disputa con la Turchia in relazione al futuro di Cipro e la forte crisi economica che ha colpito la Grecia, spingerebbero il Presidente Papandreou verso una comunanza di interessi con Gerusalemme in funzione anti-turca e verso uno sbocco ad est di natura economico-commerciale. D’altra parte, Israele si trova a dover colmare il vuoto di alleanze strategiche lasciato dal deterioramento dei rapporti con la Turchia. La Grecia, in quest’ottica, risulta particolarmente attraente per Gerusalemme, poiché, oltre a presentare un’aperta ostilità nei confronti di Ankara e ad essere posizionata al confine con la Turchia, risulta essere membro dell’Unione Europea e, pertanto, potrebbe rivelarsi una risorsa strategica importante per Gerusalemme all’interno del Consiglio a Bruxelles, assieme ad altri paesi balcanici membri. Per questi motivi, Grecia e Israele hanno dichiarato il 2011 come l’anno della propria collaborazione strategica.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Alcune conclusioni</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La regione balcanica assume per Israele, nella congiuntura attuale, un’importanza strategica fondamentale.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli ultimi eventi riguardanti Israele e l’uso della forza da parte del suo esercito (si vedano l’operazione </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Piombo Fuso</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> a Gaza del 2008 o l’attacco alla </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Freedom Flottilla</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> del 2010) hanno guastato l’immagine del paese sullo scenario internazionale e lo hanno privato di un importante alleato a maggioranza musulmana, la Turchia. Risulta pertanto necessario per Israele recuperare un certo consenso internazionale e colmare il vuoto lasciato ad ovest dall’alleato turco.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La politica del governo di Netanyahu sembra attestarsi, in tali circostanze, in linea con le strategie seguite dallo Stato israeliano fin dalla sua formazione. Piuttosto di instaurare un dialogo con i propri vicini, che nella fattispecie sarebbero rappresentati da Turchia ad ovest e dai paesi mediorientali suoi confinanti ad est, Israele sembra preferire l’avvicinamento con paesi più lontani, ma in grado di effettuare una certa pressione nei confronti dei paesi vicini. In quest’ottica, i paesi balcanici si configurano come l’obiettivo ideale per Israele.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Innanzitutto per motivi geografici: la regione balcanica, infatti, rappresenta il contatto territoriale della Turchia ad ovest del Bosforo con l’Europa. Il confine terrestre turco infatti tocca la Bulgaria e la Grecia, che abbiamo visto essere i principali interlocutori di Israele nei Balcani, e anche via mare la Turchia si affaccia ad ovest sulle coste greche e cipriote. Di fatto, i Balcani rappresentano la porta d’ingresso della Turchia in Europa. Sotto questo punto di vista, l’eventuale ostilità balcanica nei confronti della Turchia rappresenterebbe un ostacolo simbolico e reale non indifferente per le prospettive future del paese di Erdogan. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il ruolo di ponte tra Occidente ed Oriente che Ankara ha assunto e che molti leader europei ed extraeuropei auspicano non può prescindere da buone relazioni tra Turchia e gli stati confinanti ad ovest come ad est. Tale ruolo è uno degli argomenti più importanti usato dalle voci che stanno promuovendo l’accesso della Turchia all’Unione Europea. Se, come è già stato sottolineato, il governo turco si è mosso negli ultimi anni verso un avvicinamento dei paesi mediorientali anche in chiave di mediazione (ne è esempio la telefonata del 2008 tra Assad e Olmert organizzata da Erdogan), un rafforzamento dei rapporti con l’Europa risulta di fondamentale importanza. In una tale ottica, uno svilimento delle relazioni tra la Turchia e la regione che rappresenta l’ingresso all’Europa, i Balcani, risulterebbe oltremodo dannosa per il processo di costituzione del ponte turco tra Oriente ed Occidente. Tra i paesi balcanici, la Slovenia, la Romania, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Bulgaria e la Grecia sono già membri dell’Unione Europea, mentre Croazia, Montenegro e Macedonia sono, assieme alla Turchia stessa, i principali candidati. L’ostilità, da parte di questi paesi, verso la Turchia e verso il suo ingresso nell’Unione Europea potrebbe compromettere la saldatura di Ankara con Bruxelles e far crollare uno dei due lati del ponte, quello occidentale.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In quest’ottica, Israele può soltanto guadagnare da un tale scenario. Se, infatti, il progetto del ponte turco fosse portato a termine e la Turchia diventasse veramente un mezzo di mediazione delle istanze occidentali ed orientali, l’importanza del consenso dello Stato di Israele nella regione passerebbe in secondo piano. Infatti, le pressioni da parte mediorientale e da parte europea, una volta coese dalla mediazione turca, risulterebbero insopportabili per Gerusalemme, che si troverebbe costretta ad accordare condizioni di pace, magari non così vantaggiose per Israele, ai palestinesi e ai paesi vicini, come la Siria, con cui sussistono ancora dispute territoriali.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Giovanni Andriolo, dottore magistrale in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani (Università degli studi di Torino), collabora con la rivista Eurasia.</strong></em></span></span></p>
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		<title>Ucraina: rischi ed opportunità del progetto South Stream</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 13:41:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il South Stream rappresenta uno dei progetti più interessanti, e allo stesso tempo controversi, tra quelli proposti per incrementare la sicurezza energetica europea. Gli interessi in gioco, politici ed economici, sono vastissimi e non tutti facilmente ricomponibili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/ucraina-rischi-ed-opportunita-del-progetto-south-stream/7609/" title="Ucraina: rischi ed opportunità del progetto South Stream"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pm_pipeline.2tw3sqfip7uo0gggw8g8k0kw8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="Ucraina: rischi ed opportunità del progetto South Stream" ></div></a><p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le scelte politiche ed economiche con cui garantire la sicurezza degli approvigionamenti gasiferi nello spazio europeo sono temi sempre più dibattuti e, del resto, non potrebbe essere altrimenti visto e considerato che esso rappresenta una delle sfide maggiori che i Paesi europei sono chiamati, fin d&#8217;ora, a fronteggiare al fine di evitare che in futuro si ripetano disagi per i cittadini ed inutili tensioni tra gli Stati. </em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;">È</span> certo che nei prossimi decenni il gas giocherà un ruolo centrale nella salvaguardia della sicurezza energetica di uno spazio così vasto come quello europeo. Per quanto concerne l&#8217;oro blu, l&#8217;obiettivo di creare flussi energetici ininterrotti dipenderà prima di tutto dalla capacità dei policy makers europei di creare un equilibrio stabile tra gli interessi dei Paesi produttori, di transito e consumatori. </em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Nello specifico, ci sembra di poter dire che senza ombra di dubbio il South Stream rappresenti uno dei progetti più interessanti, e allo stesso tempo controversi, tra quelli proposti per incrementare la sicurezza energetica europea. Gli interessi in gioco, politici ed economici, sono vastissimi e non tutti facilmente ricomponibili: guardare al progetto dal punto di vista di Kiev ci permetterà di mostrare la natura profondamente geopolitica di un progetto così importante che non rappresenta solo un pericolo per l&#8217;Ucraina ma anche una possibilità.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Gli ultimi sviluppi del progetto South Stream</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive per il futuro del South Stream: in un&#8217;intervista rilasciata poche settimane fa al quotidiano <em>Il Sole 24 ore</em>, il presidente dell&#8217;Eni, Roberto Poli, ha affermato che la compagnia prenderà la decisione finale sulla partecipazione alla realizzazione del progetto solo nel caso in cui lo studio di fattibilità tecnico, commerciale, economico e finanziario commissionato alla fine del 2010 dia un esito positivo. Requisiti inderogabili, sempre secondo Poli, sono l&#8217;economicità e la finanziabilità del progetto. </span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="size-full wp-image-7610 aligncenter" title="South_Stream_map" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/South_Stream_map.png" alt="" width="531" height="334" /><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> chiaro che, sebbene le relazioni tra l&#8217;italiana Eni e la russa Gazprom siano consolidate e mutualmente benefiche (e l&#8217;estensione dell&#8217;accordo strategico firmato dai rispettivi amministratori delegati lo scorso 29 dicembre ne è la conferma), tale affermazione denota una differenza negli approcci che i vertici delle due compagnie tengono verso il progetto comune: mentre i russi ostentano sicurezza ed ottimismo, al punto che l&#8217;AD di Gazprom Alexei Miller ha recentemente affermato che il gasdotto potrebbe essere messo in funzione con quattro mesi di anticipo, vale a dire nell&#8217;agosto 2015, gli italiani si mostrano più cauti, sebbene altrettanto interessati alla realizzazione del progetto. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tralasciando tutte quelle critiche ed elogi riservati al South Stream che sono basati più su stereotipi che non su un&#8217;analisi politica ed economica razionale, sembra chiaro che Eni voglia fare chiarezza, prima di procedere, su una serie di punti quali il tracciato esatto della parte <em>off-shore</em> del tracciato, le fonti di approvvigionamento e le risorse per finanziare il progetto. Quest&#8217;ultimo punto è molto importante visto e considerato che Miller, parlando del programma di investimento di Gazprom per il 2011, ha affermato che esso sarà solo un po&#8217; più grande di quello del 2010&#8230;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se realizzato, il South Stream sarà in grado, in virtù del suo tracciato <em>off-shore</em> che partirà dalla città russa di Dzhubga fino alla bulgara Varna e proseguirà poi <em>on-shore</em> attraversando la Bulgaria e dividendosi in due tronconi che correranno uno verso nord e l&#8217;altro verso sud, di trasportare circa 63 miliardi di m2 di gas all&#8217;anno connettendo direttamente la fornitrice Federazione Russa alla consumatrice Unione Europea (evitando così di transitare sul turbolento territorio ucraino) e rafforzando la sicurezza energetica dell&#8217;Europa centro-meridionale, area che risultò essere la più colpita dall&#8217;interruzione delle forniture di gas dalla crisi russo-ucraina del gennaio 2009. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al momento quello italo-russo (a cui dovrebbe aggiungersi presto, attraverso l&#8217;acquisizione di quote detenute da Eni, la fancese Edf) rappresenta il progetto più ambizioso nel cosiddetto &#8216;corridoio meridionale&#8217;. Non solo, esso è anche il più costoso: sebbene la cifra per la realizzazione del progetto non sia ancora stata stabilita con certezza si suppone che il costo totale si aggirerà tra i 15 ed i 25 miliardi di euro (laddove il progetto <em>Nabucco</em>, a fronte di una capacità di trasporto annuo pari alla metà del South Stream, dovrebbe costare circa 8 miliardi di euro). Sembra comprensibile che Eni, a fronte di costi stimati di realizzazione così elevati, si riservi il diritto di decidere se impegnarsi in un progetto così importante ed impegnativo solo dopo che uno studio di fattibilità serio sarà in grado di dissipare i dubbi legittimi che pesano sulla realizzazione del medesimo. Chiaramente, nel caso in cui Eni dovesse ricevere un responso positivo e decidesse di impegnarsi nel progetto, la <em>partnership</em> con Gazprom ne uscirebbe ancor più rafforzata influendo in modo positivo sui rapporti italo-russi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il punto di vista ucraino: uno sguardo critico</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I tentativi condotti da più parti di interpretare gli avvenimenti politici utilizzando semplici schemi dicotomici e inutili automatismi sono sempre destinati al fallimento. Ciò è ancor più vero quando si decide di analizzare un&#8217;area complessa ed instabile come quella  post-sovietica europea. Come molti di noi ricorderanno, in un numero elevato di analisi apparse in seguito alla vittoria alle elezioni presidenziali di Viktor Yanukovich veniva presentato come l&#8217;uomo che avrebbe consegnato il Paese nelle mani del potente vicino ponendo fine, sotto il profilo sostanziale, alla sovranità della giovane Repubblica post-sovietica. L&#8217;impeto con cui le relazioni economiche e politiche russo-ucraine migliorarono dopo il nadir toccato durante la presidenza Yuschenko parvero, almeno per un attimo, dare ragione a coloro che sostenevano la semplice equazione <em>&#8216;Yanukovich = pro-russo = perdita di sovranità&#8217;. </em>Nel corso dei mesi il quadro delle relazioni tra Kiev e Mosca si è complicato ed ha fatto piazza pulita di tutte quelle teorie basate su assunti eccessivamente semplicistici. Infatti, come molti osservatori acuti hanno fatto notare, la <em>&#8216;luna di miele&#8217;</em> tra i due Paesi può dirsi ormai conclusa. Ciò significa che, superata la fase iniziale di euforia per il ritorno alla presidenza di un politico più aperto alle istanze di Mosca, le relazioni tra i due Paesi si sono stabilizzate e d&#8217;ora in avanti è probabile che si assisterà ad una normalizzazione dei rapporti con dei tentativi di <em>engagement</em> reciproci che dovranno però salvaguardare il più possibile gli interessi nazionali di entrambi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eccessivamente distratti dalle visioni catastofiche di un&#8217;Ucraina ormai sul punto di collassare e scomparire come soggetto geopolitico indipendente, pochi hanno in realtà notato che il Paese, sebbene ancora in modo confuso e spesso incoerente, abbia raggiunto un certo grado di consolidamento tale da permettergli di delineare una serie di interessi (che ancora mescolano pubblico e privato) che devono essere perseguiti e tutelati dal governo nazionale indipendentemente dal colore politico dei governanti e dalle resistenze degl&#8217;interlocutori stranieri, Russia <em>in primis</em>. Ci sembra di poter affermare che uno dei settori in cui tale tendenza è visibile sia quello del gas e delle relative infrastrutture per il trasporto e la distribuzione.  La posizione ucraina verso il progetto South Stream ci premetterà di fare chiarezza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In una serie di interviste rilasciate il 24 dicembre scorso, il presidente ucraino non ha esitato ad affermare che il South Stream altro non sia che una forma di pressione che il governo russo vuole esercitare su quello ucraino rispondendo, in modo indiretto, alle parole del presidente russo Medvedev che poche settimane prima aveva rigettato l&#8217;idea che dietro al South ed al Nord Stream ci fossero motivazioni politiche. Inoltre Yanukovich ha rinnovato la proposta di Kiev su quale sia il modo migliore per garantire la sicurezza degli approvigionamenti gasiferi nello spazio europeo (proposta su cui torneremo a breve). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Con tali parole il presidente ucraino non fa altro che ribadire la linea del suo Paese volta ad identificare nel progetto South Stream una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale del Paese: infatti la volontà russa (sostenuta da molti Paesi europei) di bypassare la turbolenta Ucraina che più di una volta ha creato problemi ed imbarazzi ad un Paese che ha fornito ininterrottamente gas all&#8217;Europa per 40 anni indipendentemente dalle recrudescenze della guerra fredda, rischia di mettere in seria difficoltà Kiev che teme la marginalizzazione nel continente europeo e potrebbe vedere dimezzata la quota di gas che attualmente transita sul proprio territorio verso i consumatori europei con conseguente perdita di denaro proveniente dalle imposte di transito (che oggi si aggirano attorno al miliardo di euro annui). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla luce di quanto appena detto, l&#8217;Ucraina cerca di opporsi alla realizzazione del progetto (il tentativo di Yanukovich di inserire l&#8217;Ucraina nella realizzazione del South Stream non ebbe, chiaramente, alcun esito&#8230;) mette in campo tutta una serie di misure che per comodità possono essere suddivise in due categorie: le <span style="text-decoration: underline;">minacce</span> (o bastone) e le <span style="text-decoration: underline;">offerte</span> (o carota).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A nostro avviso esistono due minacce degne di nota:</span></span></p>
<ol>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;Ucraina cerca di 	aumentare i costi di realizzazione del progetto rifiutandosi di 	concedere il permesso di far transitare le tubature <em>off-shore</em> nella propria zona economica esclusiva. In tal modo Eni e Gazprom 	sono obbligate a rivolgersi alla Turchia, che sebbene sia ben lieta 	di concedere il permesso chiede in cambio delle contropartite. 	Inoltre passando nella zona economica esclusiva turca aumenterà la 	profondità e la lunghezza del tracciato e dunque i costi;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene non sia mai 	stata esplicitata, appare chiaro che l&#8217;Ucraina sappia di essere in 	una condizione migliore di quella che potrebbe apparire. 	Politicamente, i continui rifiuti ucraini di prendere parte alle 	iniziative russe volte a ricomporre il frammentato spazio post 	sovietico rendono i tentativi di Mosca più fragili. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> molto probabile che al Cremlino siano ben consapevoli del fatto che 	la realizzazione del South Stream potrebbe rafforzare la tacita 	opposizione ucraina ad essere coinvolta. Inoltre, sotto il profilo 	economico, essendo il maggior consumatore di gas russo (nonché un 	interlocutore commerciale importante), Kiev sa bene di poter 	esercitare una certa pressione sul fornitore.</span></span></li>
</ol>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul lato opposto, vi è una grande offerta ucraina che come contropartita  richiede la rinuncia al South Stream:</span></span></p>
<ol><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A) 	Sebbene molti sostengano che l&#8217;unica vera contropartita per la 	rinuncia da parte russa alla costruzione del gasdotto sia la 	cessione e/o la condivisione della proprietà del <em>gas 	transport system</em> (GTS) ucraino 	attraverso una fusione tra Gazprom e Naftogaz (che molti vedono come 	una pura e semplice acquisizione della seconda da parte della prima) 	tale ipotesi è, almeno per il momento, esclusa dal novero delle 	possibilità dalla stessa classe dirigente ucraina poiché il GTS è 	unanimamente considerato uno dei più importanti e strategici <em>asset</em> del Paese. Al contrario Kiev propone l&#8217;idea di una gestione 	condivisa, attraverso la creazione di un <em>consorzio 	tripartito</em> UE-Ucraina-Russia, 	del GTS ucraino. Secondo il governo ucraino tale soluzione è molto 	più conveniente della costruzione del South Stream in quanto con 	una spesa stimata in circa 6.5 miliardi di dollari si potrebbe 	modernizzare il loro GTS e, volendo, decidere di ampliarlo con nuove 	condutture. </span></span></ol>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;importanza di tale mix di minacce ed offerte non deve essere né esagerata né sminuita: sebbene l&#8217;Ucraina persegua l&#8217;obiettivo di impedire la realizzazione del progetto in modo abbastanza coerente e con tutti i mezzi a propria disposizione è molto probabile che nel caso in cui lo studio di fattibilità dia un esito positivo Eni e Gazprom (e forse Edf) procederanno nell&#8217;implementazione del South Stream indipendentemente dalle minacce e dalle offerte ucraine. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> chiaro che il suo bastone non è abbastanza robusto nè la sua carota  abbastanza succosa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Chiaramente, quanto detto fin qui si basa sul presupposto che la realizzazione del gasdotto avrà sull&#8217;Ucraina un impatto a dir poco catastrofico. Tuttavia, a ben vedere, la questione è molto più sfumata e soprattutto molto meno tragica di quanto si potrebbe immaginare. Come abbiamo sottolineato precedentemente, la realizzazione del South Stream potrebbe privare Kiev di circa il 50% dei flussi di gas che attualmente transitano sul suo territorio per raggiungere gli acquirenti europei (ad oggi non meno di 112 miliardi di m<sup>3</sup> all&#8217;anno fino al 2015). Ovviamente, è innegabile che tale riduzione avrà, nell&#8217;immediato, un impatto negativo ma ciò non implica, come invece molti affermano a Kiev, la concretizzazione della temutissima marginalizzazione del GTS ucraino dai circuiti energetici europei con relativo <em>fall out</em> negativo sulla posizione geopolitica dell&#8217;Ucraina, almeno non nel breve periodo. Al contrario, la realizzazione del South Stream e la conseguente diminuzione delle entrate ucraine derivanti dalle imposte di transito del gas potrebbe contribuire a creare quel clima di urgenza necessario a realizzare una serie di riforme volte a rendere il settore gasifero ucraino più trasparente, efficiente e competitivo permettendogli così di attrarre i capitali esteri necessari non solo alla modernizzazione ma anche alla sua espansione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla luce di ciò è chiaro che la marginalizzazione del GTS ucraino, con il suo pesantissimo impatto sulla capacità ucraina di proiettare e proteggere in modo credibile i propri interessi geopolitici, o il suo rilancio attraverso riforme strutturali non dipende in modo diretto e meccanico dalla realizzazione o meno del progetto South Stream bensì dalla volontà e dalla capacità delle elite politiche ed economiche ucraine di impegnarsi in un processo di riforme tanto doloroso quanto necessario sia per il sistema economico del Paese sia per la capacità dell&#8217;Ucraina di agire come attore geopolitico regionale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poiché indisponibile a cedere, anche solo parzialmente, la proprietà del proprio GTS, è probabile che le altre misure adottate dall&#8217;Ucraina per ostacolare ed impedire la realizzazione del South Stream falliscano a causa della loro inadeguatezza nel raggiungimento di un obiettivo così ambizioso. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, come abbiamo cercato di mostrare, la realizzazione del progetto italo-russo non solo potrebbe non generare automaticamente i risultati catastrofici temuti da molti ma potrebbe fungere da vero e proprio pungolo per l&#8217;implementazione di riforme troppo a lungo rimandate per paura di danneggiare gli interessi oligarchici di pochi a beneficio dell&#8217;intero sistema.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La marginalizzazione del GTS ucraino è un pericolo reale, ma se ciò  dovesse concretizzarsi non sarà certo per colpa del South Stream bensì dell&#8217;incapacità politica di Kiev di riformare un sistema obsoleto al momento  caratterizzato da inefficienze, sprechi, corruzione e parassitismo oligarchico. Da quanto affermato, se ne deduce che il futuro dell&#8217;Ucraina dipende dalle scelte delle sue elite politiche. Pochi, purtroppo, hanno il coraggio di ammetterlo e preferiscono affidarsi a letture più semplicistiche volte a dipingere l&#8217;Ucraina come un Paese in balia degli eventi e manovrato dall&#8217;esterno&#8230;</span></span></p>
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		<title>L’Azerbaijan diversifica i canali d&#8217;esportazione energetica</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 20:35:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Azerbaigian]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Azerbaijan, che continua a scoprire riserve di gas naturale al largo delle sue coste, si sta ora preparando ad inserire l’Ucraina nella lista (costantemente in espansione) di compratori esteri e canali di esportazione delle sue vitali risorse naturali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99azerbaijan-diversifica-i-canali-desportazione-energetica/6720/" title="L’Azerbaijan diversifica i canali d&#8217;esportazione energetica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/odessa_brody.7zo51kr95gsokww8cocw8sk4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="41" alt="L’Azerbaijan diversifica i canali d&#8217;esportazione energetica" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;">Fonte: <a href="http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/LK05Ag01.html">http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/LK05Ag01.html</a></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">MONTREAL – L’Azerbaijan, che continua a scoprire riserve di gas naturale al largo delle sue coste, si sta ora preparando ad inserire l’Ucraina nella lista (costantemente in espansione) di compratori esteri e canali di esportazione delle sue vitali risorse naturali.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Ucraina si sta preparando a costruire il suo primo terminale per GNL (gas naturale liquefatto) per ridurre la dipendenza dall’importazione di gas dalla Russia, la quale ha tagliato le esportazioni al suo vicino meridionale già tre volte negli ultimi cinque anni. Una prima fase del progetto potrebbe limitarsi alla capacità di 5 miliardi di metri cubi per anno (mmc/a) ma le fasi successive prevedono il raddoppio a 10 mmc/a. L’Ucraina produce circa 20 mmc/a di gas e ne importa dalla Russia all’incirca 35 mcc/a.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Azerbaijan esporta già  in Turchia ed in Russia ed ha in progetto di alimentare il pianificato gasdotto Nabucco, che raggiungerà l&#8217;Europa passando per il paese anatolico. Ha promosso progetti per l’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) come l&#8217;Interconnessione Azerbaijan – Georgia – Romania (AGRI) dalla costa del Mar Nero georgiano verso la Romania,  piano ancora in fase di sperimentazione, e l’esportazione di gas naturale compresso (CNG) verso la Bulgaria. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questi progetti si vanno ad aggiungere a quei progetti europei come l&#8217;Interconnessione Italia- Turchia- Grecia (ITGI) e la Condotta Trans-Adriatica (TAP)(si veda l’articolo <a href="http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/LD23Ag04.html">Caspian pipeline knots tighten</a>, Asia Times Online, 23 aprile 2010).</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Attualmente l’Ucraina importa circa tre quinti del suo fabbisogno di gas dalla Russia,  che continua ad aumentarne il prezzo. Questo, di conseguenza, aumenta il costo di produzione dei beni industriali in Ucraina, rendendoli non competitivi. La capacità del pianificato terminale GNL, è equivalente a circa il 20% del bilancio di gas del paese, rappresentando una “seria diversificazione nel nostro sistema di importazione del  gas”, come sostiene il capo del progetto Petro Miroshnikov, citato da Reuters. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Miroshnikov ha affermato che il costo del progetto si aggira su circa 4 miliardi di dollari, per il quale ci sarà presto un’offerta. Bloomberg News ha annunciato un costo di circa 1.3 miliardi di dollari, che però sembrerebbero finanziarne solo la prima parte.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta di un&#8217;importante iniziativa dell’Ucraina per limitare la sua dipendenza da gas. Il governo ha di recente firmato un memorandum d’intesa (MoU) con la TKN –BP per spendere da 1 a 2 miliardi di dollari per aumentare le ricerche di gas di scisto (quel gas che rimane intrappolato nella roccia stratificata) nella parte orientale dell’Ucraina. La tecnologia sta accogliendo consensi anche in altre regioni dell’Europa centro-orientale, come l’Ungheria. Nel caso in cui questo progetto avesse successo, esso potrebbe finire per produrre 5 mmc/a. Altre potenziali risorse di gas per il nuovo terminale GNL, a parte l’Azerbaijan, includono Algeria, Egitto, Libia, Qatar e gli Emirati Arabi. In ogni caso il gas dall’Azerbaijan percorrerebbe il tragitto minore (un terzo della distanza dagli Emirati Arabi, per esempio).   Possibili posizioni per il terminale comprendono Feodosija in Crimea e Ochakov nella regione Mykolaiv, ma al momento la posizione più plausibile è il porto di Yuzhny, vicino ad Odessa, non lontano dal capolinea sud-orientale dell’oleodotto Odessa-Brody. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il mese scorso il presidente azero IIham Aliev ha manifestato l’interesse del suo governo ad aiutare l’Ucraina a diminuire la sua dipendenza dal gas, e la settimana scorsa, Aliev ed il suo omologo ucraino Viktor Yanukovych hanno deciso di istituire a Kiev un gruppo di lavoro congiunto per elaborare un accordo strategico al fine di aumentare le forniture di petrolio e gas dall’Azerbaijan all’Ucraina. Aliev ha osservato che l’Azerbaijan aveva già fornito oltre 50 milioni di barili di petrolio in Ucraina quest’anno e “ ci aspettiamo di aumentare le forniture in futuro”. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Yanukovych ha, da parte sua, dichiarato il suo interesse a riempire la condotta Odessa-Brody (OBP, anche conosciuta come Sarmatia) grazie al petrolio dell’Azerbaijan pompato dal Mare Nero verso il confine polacco. Egli ha persino affermato che “ tutti i nostri passi successivi saranno volti a riempire l’oleodotto e a renderlo operativo” nell’originale direzione da sudest a nordovest. ( Dalla sua costruzione, è o rimasto vuoto o ha servito nella direzione opposta per il trasporto interno ucraino, riempito di petrolio russo.)</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questo è degno di nota se si pensa che l’integrazione dell’OBP nel corridoio euro -asiatico di trasporto del petrolio (EAOTC), con la partecipazione anche di Georgia, Lituania e Polonia, era un progetto che la precedente amministrazione presidenziale di Viktor Yushchenko, (con l’approvazione dell’allora primo ministro Yulia Tymoshenko), aveva avviato e sostenuto. Nel 2008 Tymoshenko aveva con successo bloccato quella che chiamò la “privatizzazione occulta” dell’OBP. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Yankovich non ha detto ciò, ma sotto la nuova maggioranza parlamentare e con il ritorno ad una struttura politica incentrata sul presidente anziché sul parlamento (alla luce di una recente sentenza della Corte Costituzionale), forse pianifica nuovamente di privatizzare la OBP. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(si veda: <a href="http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/LB05Ag02.html">Ukraine poll may deliver oil to Europe</a>, Asia Times Online, 5 febbraio 2010). </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">(traduzione di Eleonora Ambrosi)</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Dr. Robert M.Cutler (<a href="http://www.robertcutler.org/">http://www.robertcutler.org</a>) istruito presso il Massachussets Institute of Technology e l’Università del Michigan, ha lavorato come ricercatore ed insegnante presso università negli Stati Uniti, Canada, Francia, Svizzera e Russia. Ora ricercatore anziano presso l’istituto di studi europei, russi ed euroasiatici all’Università di Carleton, Canada, fornisce consulenze su svariati temi. </strong></em></span></span></span></p>
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		<title>Le priorità strategiche dell&#8217;Ucraina: tavola rotonda a Kiev</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 09:31:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 28 maggio è stata organizzata la prima tavola rotonda nell’ambito di un nuovo progetto di analisi sulle questioni energetiche. Il titolo dell’incontro è stato Strategic priorities for increasing Ukraine’s energy security through 2030]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/le-priorita-strategiche-dellucraina-tavola-rotonda-a-kiev/4478/" title="Le priorità strategiche dell&#8217;Ucraina: tavola rotonda a Kiev"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=4478&amp;w=80" width="80" height="73" alt="Le priorità strategiche dell&#8217;Ucraina: tavola rotonda a Kiev" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’International Center for Political Studies è un prestigioso </span><span style="font-size: medium;"><em>think tank</em></span><span style="font-size: medium;"> ucraino che ha sede a Kiev e che gode di una buona fama per le sue analisi serie ed equilibrate e per la sua capacità di proporsi come forum di discussione sulle questioni politiche interne ed internazionali dell’Ucraina in grado di attirare ai propri eventi nomi importanti della politica ucraina, delle rappresentanze diplomatiche straniere presenti nel Paese e del mondo degli affari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il 28 maggio è stata organizzata la prima tavola rotonda </span><span style="font-size: medium;">nell’ambito di un nuovo progetto di analisi sulle questioni energetiche. Il progetto è finanziato dall’Ambasciata Britannica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il titolo dell’incontro è stato </span><span style="font-size: medium;"><em>Strategic priorities for increasing Ukraine’s energy security through 2030</em></span><span style="font-size: medium;">. All’evento hanno preso parte molti ospiti illustri tra i quali Ivan Plachnov, ministro ucraino dell’energia dal 2005 al 2006; molti rappresentanti delle Compagnie energetiche presenti nel Paese; alcuni membri della delegazione della Commissione Europea e rappresentanti di alcune missioni diplomatiche. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poichè in quel periodo mi trovavo a Kiev ho avuto la possibilità di prendere parte alla tavola rotonda. Seppur l’incontro sia durato non più di tre ore ho avuto la possibilità di ascoltare molte cose interessanti a proposito di un settore importante per l’Ucraina quale quello del gas di cui vorrei brevemente dare conto.</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>In gas we trust!</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Durante gli interventi fat</span><span style="font-size: medium;">ti dai vari ospiti sono state fornite tutta una serie di informazioni che vale la pena ripetere al fine di fornire un quadro più chiaro della situazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Ucraina possiede un sistema di trasporto e distribuzione (il primo è parte integrante del secondo) che è un tra i più lunghi al mondo (38000 km circa) ed il suo sistema di stoccaggio, con i suoi 34 miliardi di </span></span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chilometro_quadro"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">m²</span></span></span></a></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, è il più grande d’Europa dopo quello russo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tale </span><span style="font-size: medium;"><em>network</em></span><span style="font-size: medium;"> rappresenta uno dei più importanti </span><span style="font-size: medium;"><em>asset</em></span><span style="font-size: medium;"> economici e strategici del Paese, per una serie di motivi:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">1) circa il 75% del gas che la Russia esporta in Europa transita attraverso l’Ucraina (ed i progetti South e North stream saranno in grado di diminuire tale percentuale non più del 25%);</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2) circa il 20% del gas che l’Europa consuma transita nelle condutture ucraine,</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">3) l’economia ucraina, il cui sistema è altamente inefficiente sotto il profilo dei consumi energetici, ha un disperato bisogno del gas per tenersi in piedi;</span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questo sistema è gestito dalla compagnia di Stato </span><span style="font-size: medium;"><em>Naftogaz</em></span><span style="font-size: medium;">, una compagnia che ha più volte evitato la bancarotta solo grazie all’intervento provvidenziale del governo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La profonda corruzione che affligge il Paese, che nel settore del gas raggiunge livelli indescrivibili, combinati con la cronica assenza di capitali da parte di Naftogaz hanno impedito l’implementazione di un programma generalizzato di modernizzazione del sistema, il cui costo si aggira attorno ai 4.6 miliardi di dollari. </span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il problema è che il sistema sta diventando sempre più  obsoleto. Se si tiene conto del fatto che le autorità ucraine, nel 2004, hanno stabilito che l’aspettativa di vita di una conduttura è di 33 anni, capiamo che la situazione è abbastanza se</span><span style="font-size: medium;">ria perchè il 21.2% dei tubi aveva già superato quel limite, il 65.8% aveva un’età compresa tra i 10 e i 33 anni e solo il 13% si trovava sotto i 10 anni di vita.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il sistema di trasporto e distribuzione ucraino necessita dunque, per rimanere efficiente e credibile, di riforme profonde. Questo è il punto su cui tutte le persone che hanno preso parte alla tavola rotonda concordavano senza riserve poichè la situazione attuale, anche tenendo conto dello sconto sul gas che i russi hanno accettato di concedere, è ritenuta insostenibile.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In modo schematico potremmo elencare le idee più significative </span><span style="font-size: medium;">emerse nel corso del dibattito nel modo che segue:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">1) E’ stata sottolineata con forza la necessità di creare un’ autorità pubblica di regolazione che goda di poteri reali e dell’indipendenza necessaria per mettere ordine nell’attuale situazione caratterizzata da una scarsa trasparenza e da una eccessiva frammentazione del processo decisionale. Questo probabilmente richiederà delle modifiche alla Costituzione e non è chiaro se il governo voglia/possa intraprendere tale passo;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2) E’ stato denunciato il fatto che mentre l’Unione Europea punta su un processo di liberalizzazione e la Russia sulla concentrazione monopolista, l’Ucraina sembra incapace di capire quale sia il modo più efficiente di servire i propri interessi nazionali. La causa di ciò è stata individuata nell’ assenza di una </span><span style="font-size: medium;"><em>politica energetica nazionale</em></span><span style="font-size: medium;"> degna di questo nome che sia al passo con i tempi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">3) Si è ribadito con forza la necessità di implementare riforme economiche volte a rendere l’economia ucraina più efficiente. Ad oggi il sistema produttivo ucraino consuma una quantità di gas eccessivo rispetto a ciò che produce. Non è possibile dunque attuare riforme del sistema di trasporto e distribuzione del gas lasciando inalterata la struttura economica del Paese.</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’importanza del sistema di trasporto e distribuzione del gas ucraino è difficilmente sottovalutabile e l’attuale situazione in cui versa, non critica certo ma sicuramente problematica, rappresenta una grande incognita per la sicurezza energetica </span><span style="font-size: medium;">europea e per le vendite russe. Come tutti i presenti hanno convenuto, sono necessari degli interventi strutturali seri e rapidi al fine di modernizzare un sistema che gioca e giocherà un ruolo centrale nella sicurezza energetica del continente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sia ben chiaro che quella che attende l’Ucraina è una sfida molto grande: non si tratta solo di una questione di affari ma soprattutto di credibilità politica di fronte ai partners internazionali poichè gestire un tale sistema è un onore ma anche un onere. In ballo c’è dunque la credibilità del Paese. Resta da capire se le elite politiche ed economiche ucraine avranno la capacità di rispondere costruttivamente a questa sfida o se porteranno avanti una politica di sfruttamento della gallina dalle uova d’oro fino ad ucciderla. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Molto significativamente nessuno tra i presenti si è sbilanciato facendo previsioni sulla capacità ucraina di riuscire in tale impresa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">* Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)</span></span></strong></em><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
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