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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Turchia</title>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 07:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2_e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1.3wmak7zgxtyc4k84kwg88808g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari" ></div></a>È uscito il numero XXVI (2/2012) della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, un volume di 264 pagine intitolato: &#160; IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve sommario per ciascuno di essi. &#160; IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE di Claudio Mutti “Chi controlla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2_e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1.3wmak7zgxtyc4k84kwg88808g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari" ></div></a><p><font size="2">È uscito il numero XXVI (2/2012) della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, un volume di 264 pagine intitolato:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE</a></strong></span></p>
<p>Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve sommario per ciascuno di essi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/">IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE </a></strong></span><strong><em>di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p>“Chi controlla il territorio costiero governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo”. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della “primavera araba”. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un’area fondamentale per l’egemonia mondiale: si tratta di quel “territorio costiero” (<em>Rimland</em>) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il “territorio centrale” (il mackinderiano <em>Heartland</em>), comprendendo le coste atlantiche dell’Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l’Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone. Non appare perciò infondata una lettura della “primavera araba” alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l’esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il “territorio costiero” – nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>AL DI LÀ DELL’<em>ETHOS </em>DELL’OCCIDENTE</strong><strong><em> di Fabio Falchi</em></strong></p>
<p>Nella conferenza “La fine della filosofia e il compito del pensiero” Martin<strong> </strong>Heidegger non esita ad asserire che «la fine della filosofia significa: inizio della civilizzazione mondiale fondata sul pensiero occidentale-europeo».Tuttavia, se da un lato si deve riconoscere nella tecnoscienza il centro ordinatore della nostra epoca, dall’altro è innegabile che l’Occidente non possa non entrare in relazione con culture “diverse”, in grado di “resistergli” sotto il profilo geopolitico, e che esso stesso rechi in sé ciò che lo “contraddice”, vuoi sotto l’aspetto economico e antropologico (Karl Marx e Karl Polanyi), vuoi sotto quello politico e culturale (Carl Schmitt). Non si dovrebbe allora vedere in ciò, tenendo anche conto che “occidentale” ed “europeo” non sono affatto sinonimi, il segno di «un primo incalzante lampeggiare dell’Ereignis», cioè di una “luce” al di là dell’ethos dell’Occidente?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA LIBIA CHE È STATA DISTRUTTA</strong><strong><em> di Giovanni Armillotta </em></strong></p>
<p>Nel saggio si esaminano essenzialmente i processi istituzionali e l’ingegneria costituzionale che hanno presieduto alla fondazione della Prima Repubblica Libica (1969-1977) e della Jamâhîriyya (1977-2011). Analizziamo la tal forma di governo venuta alla luce nella comunità internazionale: le novità e le differenze rispetto ai tradizionali significati della repubblica nei sensi liberal-democratico “occidentale” che democratico-popolare in adozione nei Paesi marxisti posti sia ad Ovest che in Estremo Oriente. Vediamo le cause che hanno favorito l’emergere della Libia quale primo Paese africano ai vertici del prodotto interno lordo procapite, fino al crollo – auspici le liberalizzazioni economiche – della Jamâhîriyya, il cui soffocamento da parte delle potenze postcolonialiste ha fatto precipitare l’ex Stato maghrebino nel tribalismo, nella violenza e nell’integralismo islamico a tutto vantaggio dell’imperialismo e dello sfruttamento dei popoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>QUO VADIS, TURCHIA?</strong><strong></strong><strong><em> di Aldo Braccio</em></strong></p>
<p>C’è una duplice possibilità, un diverso destino che incombe sulla Turchia nel medio e lungo termine: sovranità e indipendenza, ovvero essere parte integrante dell’”asse del male” di occidentale invenzione, o essere “serva (alleata di ferro) della NATO”, in prosecuzione dell’impegno filoatlantico imposto al Paese a partire dal secondo dopoguerra. In altri termini, vi è la possibilità di una Turchia ancorata  a una concezione unipolare del mondo, a guida occidentale e particolarmente a guida statunitense, e quella di un Paese che fa affidamento su una futura, prossima dimensione multipolare del pianeta e cerca di favorirne l’avvento.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>TURCHIA E SIRIA</strong><strong><em> di Aldo Braccio</em></strong></p>
<p>Il dipanarsi delle relazioni storiche fra queste due nazioni – sorte dalla dissoluzione dell’impero ottomano – è significativo della difficoltà di ricostruire uno stabile centro geopolitico nell’area vicinorientale. Le contraddittorie strategie di Ankara sono oggi all’origine di una nuova fase di tensione che non corrisponde agli interessi e alle aspirazioni né dello Stato turco né di quello siriano e che provoca evidente imbarazzo nell’opinione pubblica dei due Paesi.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>BOICOTTAGGIO CONTRO IL REGIME SIONISTA</strong><strong><em> di Claudia Ciarfella</em></strong></p>
<p>La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro le politiche del governo israeliano in Palestina, avviata il 9 luglio 2005, costituisce ad oggi il caso più cruciale e delicato di boicottaggio per fini politici e umanitari: la campagna fu lanciata attraverso un appello della società civile palestinese, sottoscritto poi da numerose altre associazioni, sindacati e personalità di spicco in tutto il mondo, e punta a colpire Israele su vari fronti. Il movimento BDS non tenta di salvaguardare solamente la categoria dei palestinesi nei Territori Occupati, bensì mira al rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele ed, infine, di quelli dei profughi palestinesi, in primis circa il loro diritto al ritorno nelle proprie terre, così come stabilito dalla Risoluzione 194/1948 delle Nazioni Unite. Il grado di incisività della campagna BDS in relazione alla forza politica ed economica di Israele è ancora oggetto di accesi dibattiti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>“TRIPOLI, SUOL DEL DOLORE&#8230;”</strong><strong><em> di Alessandra Colla</em></strong><em></em></p>
<p>Dopo una gestazione trentennale, il 29 settembre 1911 le ambizioni colonialistiche del giovane Regno d’Italia sfociano nell’aggressione alla Libia: dichiarata guerra con un pretesto all’Impero ottomano, possessore di quella regione nordafricana, l’Italia si imbarca in un’avventura destinata a segnare irrimediabilmente il corso degli eventi futuri che vedranno protagonista il bacino del Mediterraneo e le terre che vi si affacciano. Sorta di prova generale della guerra 1915-1918, il conflitto italo-turco costituisce da un lato la prima grande campagna di informazione/disinformazione di massa della storia italiana, e dall’altro il terreno ideale per la sperimentazione della nuova tipologia bellica che s’imporrà nel XX secolo: il bombardamento aereo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA “PRIMAVERA” DELLA LEGA ARABA</strong><strong><em> di Finian Cunningham</em></strong></p>
<p>Dal 1945 in poi, la Lega degli Stati Arabi ha sospeso due soli Stati membri: la Libia e la Siria, ambedue nel 2011. L’organizzazione araba ha fornito un sostegno all’azione neocolonialista degli USA e dei loro alleati.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>L’EVOLUZIONE NEOOTTOMANA</strong><strong><em> di Federico Donelli</em></strong><em></em></p>
<p>L’articolo analizza il fondamento ideologico e culturale dell’attuale politica estera della Turchia. Definita da molti analisti come una politica di stampo neoottomano, questa, fonda le proprie radici negli anni ottanta e nella carismatica figura di Turgut Ozal che per primo cercò di rilanciare le ambizioni turche attraverso un deciso richiamo del glorioso passato imperiale. L’idea che l’odierna Turchia possa rivivere il ruolo centrale degli antichi fasti ottomani è alla base della dottrina e dell’azione politica del Primo Ministro Erdoğan e del suo ideologo Davutoğlu. In un Vicino Oriente in cui regna un clima di generale instabilità la Turchia è quindi sempre più legittimata a proporsi come il Paese guida della regione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>UN PERICOLO PER L’EURASIA</strong><strong><em> di Andrea Fais</em></strong></p>
<p>Mentre negli USA e in Europa i canali d’informazione hanno scatenato un clima di entusiasmo per le “primavere arabe”, altrove le reazioni a questi eventi hanno registrato toni contrastanti e umori controversi. Mosca ed Astana avvertono la minaccia di una destabilizzazione che, come auspicato negli USA, potrebbe far saltare le cerniere eurasiatiche comprese tra Egitto e Xinjiang e tra Siria e Tatarstan; Pechino vede nello sconvolgimento del Nordafrica un attacco occidentale all’Unione Africana e ai programmi di sviluppo patrocinati dalla Cina nel Continente Nero.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>CHE COSA VUOL DIRE REPUBBLICA ISLAMICA?</strong><strong><em> di Ali Reza Jalali</em></strong><em></em></p>
<p>Il sistema politico iraniano si basa sull’Islam ed in particolare sulla forma sciita, corrente minoritaria per numero di fedeli rispetto all’Islam sunnita. Le istituzioni iraniane quindi sono sottoposte alla tutela di una guida religiosa di alto rango, che ha il compito di intervenire nelle attività dei tre poteri dello Stato (legislativo, esecutico, giudiziario) quando questi si allontanano dai principi islamici. I fondatori della Repubblica Islamica dell’Iran hanno però voluto adattare all’idea tradizionale di Stato islamico i precetti di un moderno sistema costituzionale: questa interessante sfida,che si è concretizzata con la Rivoluzione islamica del 1979, continua oggi ad affascinare gli intellettuali, iraniani e non.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>INTRIGO CONTRO LA SIRIA</strong><strong><em> di Alessandro Lattanzio</em></strong></p>
<p>La Siria è sottoposta a una pressione internazionale, che viene esercitata tramite diversi mezzi: militari, spionistici, terroristici, economici e mediatici. Organizzare una simile operazione ha richiesto molto tempo, grandi risorse ed un’ampia rete internazionale, che comprende sia capi di stato ed ex-ministri, sia docenti, politici e militanti arabi, turchi e occidentali, ovviamente con il necessario sostegno di dissidenti, terroristi e traditori di origine siriana. L’articolo si propone di definire il quadro dell’intrigo contro la Siria.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA SFIDA DELLA MEZZALUNA TURCA</strong><strong><em> di Vincenzo Maddaloni</em></strong></p>
<p>Se si pensa che fino ad alcuni mesi fa la marina israeliana e quella turca compivano le manovre congiunte sotto l’egida della NATO, si può capire l’ansia di Tel Aviv quando si è saputo che nei radar della flotta turca le navi e gli aerei israeliani non sono più segnalati come «amici» ma come «ostili». Con i suoi ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica la Turchia è il secondo paese NATO per potenza militare e ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>GUERRA DI LIBIA: BANCHE, PETROLIO E GEOPOLITICA</strong><em> <strong>di Claudio Moffa</strong></em><em></em></p>
<p>Gen. Wesley Clark: “… Una decina di giorni dopo l’11 settembre 2011, andai al Pentagono. Un Generale che aveva collaborato con me mi chiamò: ‘Sir, vi devo parlare un secondo … abbiamo preso la decisione di attaccare l’Iraq’. ‘Una guerra contro l’Iraq? E perché?’ ‘Non lo so! Credo che non sanno più che fare’ . ‘Hanno trovato forse qualche prova di legami tra Saddam e Al Qaeda?’ ‘No, No ..” … Tornai a trovarlo qualche settimana dopo, erano cominciati i bombardamenti in Afghanistan. ‘Stiamo ancora preparandoci ad attaccare l’Iraq?’ ‘Ancora peggio, Sir!’. Prese un foglietto dal tavolo e disse: ‘l’ho appena avuto dalla Segreteria della Difesa. E’ un promemoria che illustra un piano per prendere (to take) 7 paesi in 5 anni’ ” “Cominciamo con l’Iraq, poi la Siria e il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e infine l’Iran” (http://blog.alexanderhiggins.com/2011/05/22/general-wesley-clark-revealsplan-invade-iraq-syria-lebanon-lybia-somalia-sudan-iran-22858/)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA FUNZIONE EURASIATICA DELL’IRAN</strong><strong><em> di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p>La strategia statunitense, finalizzata a conseguire il controllo del bordo esterno del continente eurasiatico, ha individuato nell’Iran il segmento centrale di quella fascia islamica che rappresenta il potenziale presidio dell’Eurasia sul versante meridionale. Nell’area che va dall’Asia centrale al Vicino Oriente, l’influenza iraniana è in grado di contrastare la penetrazione occidentale, che ha i suoi attuali veicoli nei movimenti settari appoggiati dalle petromonarchie del Golfo. L’asse Mosca-Teheran può risolvere le contraddizioni esistenti tra la Russia e i musulmani dell’Asia centrale e caucasica, contraddizioni alimentate ed utilizzate dall’Occidente per destabilizzare l’area.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA DESTABILIZZAZIONE DELLA SIRIA</strong><strong><em> di Carlo Remeny</em></strong></p>
<p>Ma che cosa c’entra la violenza in Siria con la “Primavera araba”, ammesso che di primavera si possa parlare? Nulla. Si tratta, invece, di un attacco ben preparato da Paesi che per anni hanno recitato la parte degli amici di Damasco con l’obiettivo di monitorare la Siria per lanciare al momento opportuno la loro sfida mortale ad una componente fondamentale dell’alleanza tra Iran, Siria e Resistenza libanese, tanto temuta dall’Occidente.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA PRIMAVERA EGIZIANA DEL 1919</strong><strong><em> di Lorenzo Salimbeni</em></strong></p>
<p>Nell’autunno del 1919 l’Egitto, all’epoca sotto protettorato britannico ed ancora unito con il Sudan, fu attraversato da un movimento rivoluzionario che si opponeva al persistere della presenza britannica, nonostante le promesse di piena indipendenza con le quali era stato stimolato il coinvolgimento egiziano nella Prima Guerra Mondiale. Gli insorti ricevettero la solidarietà di Gabriele d’Annunzio e della Lega dei popoli oppressi che stava prendendo corpo nell’ambito dell’impresa che aveva portato il poeta abruzzese a prendere il controllo di Fiume: non mancarono gli abboccamenti fra emissari fiumani ed egiziani, però non vi furono risultati concreti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>STRATEGIA E GEOPOLITICA DELL’AMERICA LATINA</strong>, <strong>parte seconda</strong>,<strong><em> di Miguel Ángel Barrios</em></strong></p>
<p>Di fronte alle novità geopolitiche di grandezza epocale di cui è apportatore il secolo XX, l’autore si domanda se l’America Latina possa trasmettere un suo specifico contributo ad un mondo multipolare, che affermerà e sottolineerà le differenze, le diversità e le pluralità. Egli ritiene che, perconseguire un tale scopo, sia indispensabile recuperare l’esercizio del pensiero strategico, al fine di riscattarlo e renderlo capace di far fronte alle molteplici sfide della globalizzazione. L’argomentazione si articola dunque in tre parti, tre veri e propri saggi, il primo dei quali (“Approssimazioni teorico-pratiche”) si prefigge di mettere in luce l’importanza del pensiero strategico e dell’azione strategica. L’autore effettua preliminarmente una panoramica storica della strategia, dalla prospettiva in cui prende forma una teoria generale della guerra; quindi egli colloca la strategia, in quanto metodo di ragionamento, nel campo dell’azione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INTERVISTA AD ALDO COLLEONI, ex Console della Corea del Nord</strong><strong><em> a cura di Marco Bagozzi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>A COLLOQUIO CON MASSIMO FINI</strong><strong><em> di Luca Bistolfi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>INTERVISTA A FRANCO CARDINI</strong> <strong><em> a cura di Enrico Galoppini</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>INTERVISTA A SERGEI MARTYNOV, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia</strong> <strong><em> a cura di Stefano Vernole</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>L’INDIPENDENZA DELL’EGITTO NEI PIANI DELL’ASSE</strong><em> <strong>a</strong> <strong>cura di Stefano Fabei</strong></em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Alessandro Lattanzio, <em>Songun</em>, Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 2012.</strong><strong><em> Recensione di Augusto Marsigliante</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Domenico Quirico, <em>Primavera araba. Le rivoluzioni dall&#8217;altra parte del mare</em>, </strong><strong> Bollati Boringhieri, Torino 2011.</strong><strong><em> Recensione di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Paolo Sensini, <em>Libia 2011</em>, Jaca Book, Milano. 2011.</strong><strong><em> Recensione di Alfio Neri</em></strong></font><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Intervista a Massimo Campanini</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 05:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-massimo-campanini/15823/" title="Intervista a Massimo Campanini"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/l43_110218193545_big.6ibsviqxgjwoc4ss4ggg4ssg8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="77" alt="Intervista a Massimo Campanini" ></div></a>In occasione dell&#8217;uscita del n. 2/2012, dedicato in buon parte alla &#8220;Primavera araba&#8221;, &#8220;Eurasia&#8221; offre ai suoi lettori un&#8217;intervista esclusiva a Massimo Campanini, esperto di questioni mediorientali. L&#8217;intervista è stata realizzata tre mesi fa. &#160; &#160; Professor Campanini, vorrei cominciare con la domanda forse più impegnativa, alla quale nessuno finora ha saputo dare una risposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-massimo-campanini/15823/" title="Intervista a Massimo Campanini"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/l43_110218193545_big.6ibsviqxgjwoc4ss4ggg4ssg8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="77" alt="Intervista a Massimo Campanini" ></div></a><p><font size="2"><em>In occasione dell&#8217;uscita <a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">del n. 2/2012, dedicato in buon parte alla &#8220;Primavera araba&#8221;</a>, &#8220;Eurasia&#8221; offre ai suoi lettori un&#8217;intervista esclusiva a Massimo Campanini, esperto di questioni mediorientali. L&#8217;intervista è stata realizzata tre mesi fa.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professor Campanini, vorrei cominciare con la domanda forse più impegnativa, alla quale nessuno finora ha saputo dare una risposta esauriente, ammesso che ciò sia possibile ricorrendo ai consueti strumenti dell’analisi sociale e politica. Esiste a Suo avviso un filo conduttore, un motivo comune, in quella che è stata definita la “primavera araba”? Vi è chi la spiega con un diffuso desiderio di “libertà”, che però non può bastare come categoria analitica, anche perché la “libertà” è un concetto che va riempito di contenuti concreti. Per di più, gli occidentali, se davvero tenessero per principio alla “libertà” (che resterebbe pur sempre un concetto vago), aiuterebbero sia i “ribelli libici”, verso i quali sono stati così solerti, che i manifestanti del Bahrain, sommamente ignorati e peraltro più pacifici (visto che anche il “pacifismo” pare costituire per gli occidentali una “questione di principio” da cui far derivare simpatie ed appoggi). Non si è, piuttosto, in presenza di un “grande gioco” tra potenze nel quale il mondo arabo-islamico funge, per l’ennesima volta, da “campo di battaglia” e le relative popolazioni da ‘comparse’ di un dramma i cui protagonisti risiedono altrove?</strong></p>
<p>Esistevano motivi oggettivi a giustificare le rivolte arabe. Il desiderio di libertà e partecipazione, il desiderio di essere protagonisti della vita politica e istituzionale dei singoli paesi è certamente uno di questi. Un membro dell’assemblea costituente tunisina, appartenente al partito islamico moderato al-Nahda, mi ha detto che la rivoluzione tunisina è stata la rivoluzione della dignità, della riacquisita consapevolezza di essere protagonisti e al centro della storia, come cittadini e come uomini. Naturalmente, tutto ciò non è sufficiente. Non bisogna trascurare le motivazioni economiche, la crisi del mondo del lavoro, la disoccupazione, la povertà ingigantite dal saccheggio delle risorse nazionali da parte dei regimi al potere, da quello di Ben ‘Ali a quello di Mubarak. È naturalmente anche vero che le rivolte o rivoluzioni arabe si sono inquadrate in un più ampio orizzonte di geopolitica internazionale dove gli interessi neo-imperialistici delle grandi potenze hanno avuto il loro ruolo. Questo giustifica i due pesi e le due misure che sono stati applicati, per esempio, in Libia e in Siria. Questa proiezione internazionale però non credo abbia avuto effetto sulla scaturigine e sullo svolgimento delle rivolte (fatto salvo il caso molto ambiguo della Libia) quanto piuttosto potrebbe averne sui potenziali esiti nel futuro dei cambiamenti istituzionali. Bisognerà verificare sul campo quanto la Tunisia e l’Egitto, ma anche la Libia e la Siria (poco si dice ormai dell’Algeria o dello Yemen) saranno in grado di determinare liberamente il proprio futuro. In ogni caso, nutro una visione relativamente positiva delle ribellioni che hanno agitato il mondo arabo mediterraneo nel 2011: sono convinto che, nella maggior parte dei casi, si sia trattato di autentici moti popolari che molto potevano dire riguardo alla sperimentazione, in paesi per lungo tempo di democrazia bloccata, di nuovi modelli politici. Questo a prescindere dagli sguardi interessati che dall’estero potevano essere gettati sulle rivolte, soprattutto nel timore che avrebbero potuto aprire la strada a un’affermazione dell’Islam (come in parte si sta verificando).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel cosiddetto “Occidente” viene sistematicamente diffusa dai media “autorevoli” l’idea secondo cui dovremmo tremare all’idea di un mondo islamico “in mano agli estremisti”. Ora, per chi s’informa solo dalla televisione e dai giornali più conformisti, anche i Fratelli Musulmani rientrano nel calderone del “fondamentalismo/estremismo/terrorismo”… Ma non le pare schizofrenico che, da una parte, i governi occidentali sostengano “rivolte” guidate da movimenti “islamisti” (i “liberal-democratici” arabi a mio avviso sono poco più che folclore) e, dall’altra, continuino ad alimentare questa paura del “terrorismo islamico”, di “al-Qâ‘ida” eccetera? Questo, se restiamo su un piano propagandistico. Gli occidentali, difatti, non si fanno alcuno scrupolo nell’essere “alleati” di chicchessia, compresi “regimi islamici” che “governano con la sharî‘a” (altra definizione “terrificante”) come quelli della Penisola araba, e ciò dimostra che l’unico criterio che per essi vale – come per chiunque altro, del resto – è sempre stato quello di considerare “alleato” chi accetta di “collaborare” e/o si sottomette, specialmente in campo economico e finanziario. Alla luce di tutto ciò, anche il tanto sbandierato “laicismo” – che sembrerebbe un valore non negoziabile in casa propria &#8211; non risulta affatto essere <em>conditio sine qua non</em> per lo stabilimento di solide “alleanze”: si pensi alla Siria, più “laica” (definizione che lascia il tempo che trova) dell’Arabia Saudita, eppure totalmente invisa a Washington e ai suoi alleati. Come spiega queste contraddizioni?</strong></p>
<p>La spiegazione deve essere individuata, com’è ovvio, negli interessi geopolitici e di potenza che motivano le decisioni dei paesi occidentali. Il fatto che il regime siriano sia “laico” non è sufficiente a far dimenticare il suo costante legame con l’Unione Sovietica, prima, e la Russia dopo, oppure le convergenze strategiche che manifesta nei confronti del regime più vituperato del mondo contemporaneo, quello sciita rivoluzionario dell’Iran. Si tratta dunque di supportare tutti quei capi di Stato o quei movimenti o quelle tendenze ideologiche che in qualche modo risultano congrue o almeno utili ai disegni di potenza dell’Occidente in una regione “calda” e instabile come il Medio Oriente. In questa luce è evidente che l’islamismo politico o islamismo radicale, sostenitore, almeno sul piano teorico, di posizioni fortemente critiche per non dire ostili all’<em>outlook</em> e al sistema politico internazionale occidentale, venga additato come il principale nemico dell’ordine mondiale, come il destabilizzatore, ideologico e pratico, della democrazia internazionale. Da ciò derivano le condanne, spesso pregiudiziali e disinformate, di movimenti come i Fratelli Musulmani, che indubbiamente godono di consenso popolare e che stanno conseguendo importanti risultati in elezioni che possono essere considerate sostanzialmente libere e democratiche. Del resto, l’alternativa rappresentata dai movimenti islamici si innesta in un quadro di grave crisi, di idee e di rappresentatività, dei partiti liberal-democratici nei Paesi arabi, partiti che non hanno radicamento di massa e sono fondamentalmente elitari. Questi ultimi non hanno di fatto accettato il risultato elettorale che ha premiato gli islamisti e agitano lo spettro di un boicottaggio del processo di trasformazione istituzionale in atto dimostrando di essere ben poco coerenti con quei principi democratici che vanno sbandierando.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Alcuni sostengono che dietro questa “primavera araba” vi sarebbe una “regia occulta” dei Fratelli Musulmani, sostenuta dagli occidentali (con la Turchia a svolgere un ruolo di appoggio) e dalle “petromonarchie” del Golfo. Tra l’altro, è stato anche osservato che gli ex “moderati” Ben ‘Ali e Mubarak, ostili alla Fratellanza islamica, prima della loro defenestrazione stavano intensificando le loro relazioni con la Cina (similmente alla Grecia poco prima l’esplosione del “problema del debito greco”). Adesso, dopo il “cambiamento”, Tunisia ed Egitto, per non parlare della Libia, vengono ricondotti nell’alveo “atlantico” grazie alla collaborazione di dirigenze per anni tenute “al caldo” a Londra. E non stupisce, a questo punto che la “nuova Tunisia”, seguita immediatamente da altri, abbia espulso l’ambasciatore siriano ufficialmente per motivi di carattere “morale”, ma non il rappresentante diplomatico israeliano (che dovrebbe essere invece come il “fumo negli occhi” per chi dell’Islam fa una sorta di “programma politico”)! Ci può aiutare a comprendere meglio tutto ciò e a capire quali alleanze svilupperanno i Paesi arabi dopo le “rivolte”? </strong></p>
<p>Che ci sia stata una regia occulta dei Fratelli Musulmani in combutta con l’Occidente dietro le rivolte arabe è una tale sciocchezza che non merita neppure di essere esaminata; e del resto risulta in palese contraddizione con quanto ipotizzato (e analizzato) nella domanda precedente. I Fratelli Musulmani stanno tentando di approfittare delle rivolte per imprimere un marchio islamico alle società in via di trasformazione di Tunisia, Egitto, Marocco e anche Libia, ma la loro proposta politica è lungi dal venire accettata dai <em>policy-makers</em> occidentali, ossessionati dal problema securitario “islamico”. Nel quadro del riassetto e del riassestamento delle relazioni internazionali dopo le rivolte, di tutto rilievo appare la posizione della Turchia che ambisce, da una parte, a un ruolo di potenza regionale grazie al suo peso demografico, economico e militare, e, dall’altra, a un ruolo di potenziale guida e punto di riferimento nei confronti dei nuovi regimi “islamicamente moderati”, alla luce del carattere altrettanto “islamicamente moderato” dell’AKP. Il problema del rapporto con Israele è ovviamente molto delicato. Credo che nessuno dei Paesi arabi abbia voglia di rischiare una nuova guerra con Israele, che sarebbe devastante per i rapporti internazionali oltre che per l’economia della regione. E tuttavia c’è da aspettarsi un raffreddamento o almeno una più consapevole presa di distanza dei nuovi governi islamisti moderati nei confronti dello Stato ebraico, rispetto alla politica succube e rinunciataria, per esempio, di un Mubarak. In ogni caso non credo ci sia da aspettarsi un profondo sconvolgimento delle alleanze internazionali della regione. Non foss’altro che per questioni economiche, i rapporti tra nuovi Paesi arabi e mondo occidentale rimarranno privilegiati rispetto, per esempio, a quelli con la Russia, che sta disperatamente cercando di non abbandonare la Siria di Assad per non perdere il suo principale punto di appoggio in Medio Oriente. Naturalmente l’espansionismo cinese cercherà di ingerirsi anche negli affari mediorientali, ma la Cina gode di maggiori credenziali di neutralità e di passato disimpegno rispetto alla Russia, e in ogni caso, se vorrà svolgere un ruolo significativo nell’area, dovrà calibrare e riequilibrare i suoi disegni strategici. Il Medio Oriente non è territorio “vergine” come l’Africa nera. <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dopo il suicidio del giovane tunisino Bou ‘Azizi, che ha rappresentato la miccia in grado di far esplodere la polveriera, i “disperati economici” che s’immolano in Tunisia non si contano, mentre in Libia si va già diffondendo &#8211; più rapidamente di quanto si è formata in Iraq &#8211; l’idea secondo cui “si stava meglio quando si stava peggio”. In Libia, inoltre, il “tenore di vita” non era quello delle masse di diseredati che comprensibilmente, in Egitto, appoggiano le “rivolte”… Vi sono poi dichiarazioni dei “salafiti” egiziani che denotano un certo attaccamento ai principi del “libero mercato”… Non c’è il concreto rischio che le speranze di molti di veder migliorare le proprie condizioni socio-economiche venga platealmente frustrato?</strong></p>
<p>Le rivoluzioni o le rivolte su larga scala hanno sempre per conseguenza una crisi economica più o meno profonda, di riassestamento e di trasformazione. La storia rivoluzionaria dell’Unione sovietica e della Cina lo dimostra ampiamente. I Paesi arabi che hanno conosciuto le rivolte non sfuggono a questa regola: le economie di Tunisia ed Egitto sono in crisi e non è inverosimile che, almeno per un prevedibile futuro, la povertà si diffonderà piuttosto che diminuire. Molto dipenderà dalle politiche economiche che sapranno implementare i nuovi governi la cui operatività è comunque di là da venire. Indubbiamente la Libia godeva di una certa affluenza sotto Gheddafi e di certe garanzie di <em>welfare</em>. È giustificabile che esistano alcuni scontenti della situazione presente. Ma in ogni caso, anche qui non si può divinare il futuro. Il carattere liberista che indubbiamente prenderà il sistema economico libico – come già profondamente liberista era il carattere, sotto Ben ‘Ali e Mubarak, dei sistemi economici tunisino ed egiziano – dovrà essere attentamente programmato e monitorato.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Veniamo ora alla “questione palestinese”, che per decenni ha costituito il coperchio, la giustificazione, la valvola di sfogo di ogni tensione presente nella regione vicino-orientale. Come giudica il fatto che proprio durante questi sconvolgimenti nella regione arabo-islamica, sia la Palestina con la relativa “questione” ad essere passata in sott’ordine? Il “nuovo Egitto” non dovrebbe fare di più per i palestinesi? È notizia di questi giorni (12 febbraio 2012) che il gasolio egiziano è esaurito, e Gaza, pertanto, è rimasta al buio e al gelo!</strong></p>
<p>Sono convinto che, purtroppo, per i palestinesi non ci sia una reale via d’uscita. Ormai nessuno dei Paesi arabi – peraltro secondo me con ragione – ha la possibilità o la volontà di mettere a rischio gli equilibri interni e internazionali per risolvere con una azione di forza la “questione palestinese”. I palestinesi sono sempre stati (dopo Nasser) fondamentalmente abbandonati a se stessi e questa situazione non cambierà anche se, per esempio, il nuovo Egitto potrà ulteriormente raffreddare (ma non rompere) la pace con Israele. Dovrebbe piuttosto essere Israele, se condizionato dalla maggioranza aggressiva e nazionalista che attualmente lo domina, a rendere la situazione più tesa e incandescente. I palestinesi devono in ogni caso contare sulle proprie forze per strappare qualche concessione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il ruolo della Turchia (membro della Nato, ricordiamolo), che sta proponendosi come uno degli attori principali delle sommosse nella vicina Siria, secondo Lei è coerente con quello sin qui svolto finora? Gli arabi – penso alla vicenda della Freedom Flotilla e ad alcune uscite eclatanti del primo ministro Erdogan contro Israele  – guardano con molto favore alla Turchia “islamica”, visto che gli arabi stessi si dimostrano patologicamente incapaci di esprimere una guida capace di andare al di là dei particolarismi nazionali e settari. Ma non c’è il rischio, invece, che la Turchia si faccia prendere la mano inseguendo sogni d’egemonia regionale, e non solo (penso ai Balcani) rischiando di provocare oltre il limite di sopportazione altre medie e grandi potenze d’Eurasia (penso alla Russia e all’Iran)?</strong></p>
<p>Come ho già detto in precedenza, la Turchia sogna di essere la bandiera e la guida di un Medio Oriente islamicamente moderato, fondamentalmente liberista, comunque prioritariamente interessato a un equilibrio internazionale regionale. Non credo che i dirigenti turchi vogliano comunque tirare a tal punto la corda da rischiare guerre. Il loro appoggio, almeno morale, alle rivolte arabe e il loro disegno strategico di indebolimento della Siria attuale o comunque di possibile controllo di un’eventuale nuova Siria si inquadrano in un medesimo orizzonte strategico di egemonia regionale. Un conflitto potenziale con l’Iran è possibile, ma allo stato attuale delle cose non conviene a nessuno.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non ritiene che vi sia il rischio che gli arabi, infatuatisi in una sorta di “nazionalismo religioso”, possano prestarsi di buon grado a svolgere un ruolo attivo in un’ipotetica prossima campagna militare occidentale contro l’Iran? Non crede che un innalzamento della provocazione nei confronti di Tehran potrebbe innescare una fase particolarmente grave dello scontro in atto per il predominio mondiale, se non addirittura una guerra mondiale?</strong></p>
<p>Lei evoca scenari apocalittici che non tengono conto della <em>realpolitik</em>. Certi regimi arabi, come l’Arabia Saudita o gli emirati del Golfo, vedrebbero sicuramente di buon occhio un indebolimento o addirittura un rovesciamento dell’Iran. Ma non hanno la forza militare per imporsi. D’altro canto, nuovi Paesi arabi come la Tunisia o l’Egitto non hanno alcuna convenienza ad inasprire le tensioni regionali, come ho già detto in precedenza. Un attacco israeliano (o israelo-americano) all’Iran rimane possibile, anche se, credo, non probabile perché scoperchierebbe un vaso di Pandora dalle conseguenze  imprevedibili.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Un’ultima domanda: ne vale la pena di “fare la rivoluzione” per poi mantenere intangibili i confini, specialmente nel Vicino Oriente arabo-islamico? Voglio dire: che senso ha illudere le masse, sovente infiammate col sogno dell’unità dall’Atlantico al Golfo, se poi l’obiettivo non è quello di unire la “patria araba e islamica” in un&#8217;unica entità politico-amministrativa? A chi spetterebbe, a suo avviso, la guida di una siffatta entità? Vengono in mente i dibattiti sul Califfato che tennero banco ancora per tutti gli anni Trenta dopo la (illegittima, poiché l’Assemblea di Ankara non aveva alcun potere per farlo) abolizione del Califfato ottomano… Per non parlare delle crescenti aspettative messianiche che circolano nel mondo islamico proprio a proposito dell’esito finale di questa “primavera”…</strong></p>
<p>I sogni universalistici, siano essi panarabi o panislamici, sono retaggi del passato e sono sostanzialmente improponibili e impraticabili nel mondo contemporaneo. Non vedo aprirsi prospettive né per l’uno né per l’altro. I particolarismi e gli egoismi nazionali e locali sono ormai dovunque predominanti. I Fratelli Musulmani per esempio potrebbero avere nel loro DNA una vocazione panislamista, ma soltanto dal punto di vista teorico. Dal punto di vista pratico sono interessati a ottenere il controllo di quei Paesi in cui stanno vincendo le elezioni, come in Tunisia o in Egitto. A questo fine nazionale o francamente nazionalistico, la rivoluzione indubbiamente può servire.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>* Massimo Campanini (Milano 1954) ha insegnato nelle Università di Urbino, Milano e Napoli l’Orientale. Attualmente è professore associato di storia dei paesi islamici all’università di Trento. Si occupa di studi coranici, di pensiero politico islamico e di movimenti islamici contemporanei. Tra i suoi ultimi libri: </em>Ideologia e politica nell’Islam<em> (Mulino 2008) e </em>I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo<em> (Utet 2010). È in corso di stampa </em>L’alternativa islamica<em> (Bruno Mondadori 2012).</em></p>
<p><em> </em></font></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 18:36:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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<p>&nbsp;<br />
&#8220;Chi controlla il territorio costiero governa l&#8217;Eurasia; chi governa l&#8217;Eurasia controlla i destini del mondo&#8221;<sup>1</sup>. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della &#8220;primavera araba&#8221;. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un&#8217;area fondamentale per l&#8217;egemonia mondiale: si tratta di quel &#8220;territorio costiero&#8221; (<em>Rimland</em>) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il &#8220;territorio centrale&#8221; (il mackinderiano <em>Heartland</em>), comprendendo le coste atlantiche dell&#8217;Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l&#8217;Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone.</p>
<p>Non appare perciò infondata una lettura della &#8220;primavera araba&#8221; alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l&#8217;esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il &#8220;territorio costiero&#8221; &#8211; nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.</p>
<p>Già una decina d&#8217;anni or sono un geopolitico francese aveva preventivato un&#8217;azione occidentale intesa a frammentare la Libia avvalendosi di manodopera locale: &#8220;sul tracciato delle vecchie reti senussite, l&#8217;agitazione islamista potrebbe provocare l&#8217;esplosione di questo paese artificiale e recene. Nella Cirenaica si concentrano le ricchezze petrolifere; e il regime di Gheddafi irrita certe capitali occidentali che non vedrebbero male una divisione della Libia&#8221;<sup>2</sup>.</p>
<p>Oggi, pur concedendo che i movimenti di protesta e di eversione nel Nordafrica e nel Vicino Oriente abbiano avuto un&#8217;origine endogena e un&#8217;esplosione imprevista, non si può non constatare che gli Stati Uniti, dopo alcune iniziali esitazioni del loro Presidente, li hanno guardati con simpatia, patrocinati e sostenuti (con l&#8217;ovvia eccezione dell&#8217;insurrezione popolare sciita nel Bahrein, repressa dall&#8217;intervento militare saudita).</p>
<p>D&#8217;altronde Obama manifestò fin dall&#8217;inizio del suo mandato la volontà di favorire la transizione alla democrazia nel mondo arabo (così come in altre parti del mondo musulmano), magari in maniera formalmente più garbata rispetto al suo predecessore, ma comunque premendo sui governanti locali per imporre loro una <em>perestrojka</em> in versione araba.</p>
<p>Così le organizzazioni &#8220;non governative&#8221; e le varie associazioni dirittumaniste sostenute dalla CIA e dallo <em>State Department </em>intensificarono le loro attività, in conformità con la raccomandazione che fin dal 1993 Samuel Huntington aveva rivolta al governo americano: allacciare stretti legami con tutti coloro che, all&#8217;interno del mondo islamico, difendono i valori e gl&#8217;interessi occidentali. Lo stesso &#8220;New York Times&#8221; ha riconosciuto che &#8220;alcuni movimenti e capi direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (&#8230;) hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall&#8217;<em>International Republican Institute</em>, dal <em>National Democratic Institute </em>e da <em>Freedom House</em>&#8220;<sup>3</sup>. Quest&#8217;ultima organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di attivisti egiziani e tunisini, per insegnar loro a &#8220;trarre beneficio dalle opportunità della rete attraverso l&#8217;interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e i media&#8221;<sup>4</sup>.</p>
<p>Anche il <em>National Endowment for Democracy</em> ha comunicato ufficialmente, tramite il suo sito informatico<sup>5</sup>, di aver versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane impegnate nella difesa dei &#8220;diritti umani&#8221; e nella promozione dei valori democratici: 21.000 dollari USA al <em>Democratic Forum for Youth</em>, 25.000 all&#8217;<em>Egyptian Democratic Academy</em>, 89.000 alla <em>Freedom House</em>, 55.000 all&#8217;<em>Ibn Khaldun Center for Development Studies</em>, oltre un milione al <em>Center for International Private Enterprise</em>, 35.000 all&#8217;<em>Egyptian Democracy Institute</em>, 23.000 all&#8217;<em>El-hak Center for Democracy and Human Rights</em>, 25.000 alla <em>Human Development Association</em>. Altri finanziamenti del NED sono stati destinati alla Tunisia (213.000 dollari, ripartiti fra il <em>Center for International Private Enterprise </em>e il <em>Mohamed Ali Center for Research, Studies and Training</em>), alla Libia (145.000 dollari: metà all&#8217;<em>Akhbar Libya Cultural Limited </em>e metà al <em>Libya Human and Political Development Forum</em>), alla Siria (148.000 per <em>Human Rights</em> e 400.000 per l&#8217;<em>International Republican Institute</em>), allo Yemen (674.000 dollari ripartiti fra varie organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani). Ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono aggiunti i fondi stanziati dalla <em>Open Society Foundation </em>di George Soros, che nel 2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in particolare in Egitto e in Tunisia. Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare l&#8217;Egitto, il bilancio dei fondi dell&#8217;USAID destinati alle organizzazioni democratiche e dirittumaniste ammonta complessivamente a 62.334.187 dollari<sup>6</sup>. Una cifra enorme, che in Egitto è superata soltanto dai cento milioni di dollari elargiti dall&#8217;Emiro del Qatar ai Fratelli Musulmani<sup>7</sup>.</p>
<p>Il movimento eversivo finanziato dagli USA ha rovesciato i governi della Tunisia e dell&#8217;Egitto e grazie all&#8217;intervento militare occidentale si è impadronito della Libia; però non è riuscito ad abbattere il governo siriano, nonostante il ricorso al terrorismo e alla lotta armata e nonostante l&#8217;appoggio britannico, francese, turco e qatariota. Quanto all&#8217;Algeria, il progetto di destabilizzazione del paese è costretto a puntare soprattutto sulle pulsioni secessioniste berbere, dal momento che gli Algerini, oltre a non essersi ancora ripresi del tutto dal trauma di una guerra civile che ha fatto 200.000 morti, hanno assistito da vicino agli effetti catastrofici prodotti dalla &#8220;primavera araba&#8221; in Libia.</p>
<p>In ogni caso, il mondo arabo offre agli eversori occidentali ampie possibilità di manovra, poiché a collaborare con loro non sono soltanto le minoranze &#8220;illuminate&#8221; fautrici dei diritti umani, dello Stato laico e della democrazia capitalista, ma anche movimenti e gruppi che si richiamano formalmente all&#8217;Islam e quindi dovrebbero teoricamente osteggiare l&#8217;intrusione occidentale. Qualora però si vada ad esaminare più da vicino l&#8217;identità dei movimenti integralisti, si può facilmente constatare che, quando non si tratta di residui del vecchio collaborazionismo anglofilo (come i senussiti libici), la loro matrice ideologica è generalmente riconducibile a correnti eterodosse (wahhabite e salafite); le quali, essendo ostili all&#8217;Islam tradizionale e visceralmente nemiche dell&#8217;Islam sciita, ricevono il sostegno politico e il generoso aiuto economico delle monarchie petrolifere alleate dell&#8217;Occidente e dell&#8217;entità sionista. Risulta quindi condivisibile la diagnosi di chi individua lo scopo degli &#8220;islamisti&#8221; non nell&#8217;instaurazione di un ordine islamico, ma in una versione islamizzata della cultura occidentale: &#8220;tutti questi neofondamentalisti, ben lungi dall&#8217;incarnare la resistenza di un&#8217;autenticità musulmana nei confronti dell&#8217;occidentalizzazione, sono al contempo prodotti ed agenti della deculturazione in un mondo globalizzato&#8221;<sup>8</sup>.</p>
<p>Un caso esemplare è rappresentato dal movimento &#8220;fondamentalista moderato&#8221; dei Fratelli Musulmani, il risultato più consistente di quella linea riformista che, inaugurata da Muhammad Ibn &#8216;Abd al-Wahhâb (1703-1792), assunse con Jamâl ad-Dîn al-Afghânî (1838-1897) e con Muhammad &#8216;Abduh (1849-1905) forme apertamente occidentalizzanti e antitradizionali. Nonostante gli aspetti equivoci del loro comportamento nel periodo di Nasser, i Fratelli Musulmani hanno tuttavia mantenuto a lungo una posizione antimperialista, tanto che sono stati inseriti nella lista nera del <em>National Security Council</em>. Poi però, se non già negli anni Ottanta al tempo dell&#8217;Afghanistan, sicuramente dopo l&#8217;11 Settembre 2001 il rapporto tra i Fratelli e gli USA è cambiato. Si potrà anche sorridere delle furibonde invettive di Gheddafi<sup>9</sup> o delle rivelazioni del giornale libanese &#8220;Al-Dinar&#8221; circa gli incontri di David Petraeus coi capi del movimento, ma è un fatto certo che nel luglio 2011 Hillary Clinton dichiarò di voler instaurare una nuova relazione con la Fratellanza, la quale aveva ed ha &#8220;un impatto significativo e crescente sull&#8217;Islam in America&#8221;<sup>10</sup>, tanto che il 10 gennaio 2012 il portavoce dell&#8217;organizzazione, Ahmed Sobea, ha dato ufficialmente notizia di un colloquio di esponenti della Fratellanza con William Burns, numero due del Dipartimento di Stato, e con l&#8217;assistente segretario Jeff Feltman. Parlando agli studenti della Georgetown University, i membri della delegazione hanno detto: &#8220;Siamo qui perché riconosciamo il ruolo davvero importante degli Stati Uniti nel mondo e vorremmo che le nostre relazioni con loro fossero migliori di quanto lo sono ora. I nostri principi sono universali: libertà, diritti umani, giustizia per tutti&#8221;<sup>11</sup>.</p>
<p>D&#8217;altra parte i Fratelli Musulmani sembrano aver avuto da tempo un rapporto piuttosto stretto con l&#8217;Inghilterra. A Londra infatti il fuoruscito tunisino Rashid al-Ghannushi ha fondato <em>Al-Nahda</em>; a Londra risiede Tariq Ramadan<sup>12</sup>, nipote del fondatore dell&#8217;organizzazione e consigliere del governo britannico per le questioni relative all&#8217;estremismo islamico; Londra fu scelta come luogo d&#8217;esilio dal multimilionario Khayrat al-Shater, designato dai Fratelli come candidato per le presidenziali egiziane, il quale &#8220;ha incontrato Hillary Clinton, decine di politici, diplomatici e finanzieri di Wall Street&#8221;<sup>13</sup>.</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d&#8217;onda dei Fratelli Musulmani si colloca l&#8217;AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), la forza turca di governo che da un lato cerca di conciliare l&#8217;identità islamica con la democrazia liberale e l&#8217;appartenenza al blocco occidentale, mentre dall&#8217;altro mira ad attribuire alla Turchia una funzione egemone nell&#8217;area che appartenne all&#8217;Impero ottomano. Nel progetto &#8220;neoottomano&#8221; che ne risulta, però, il ruolo regionale della Turchia a guida demoislamica sembra condannato a rimanere strumentalmente inserito nella strategia atlantista di dominio mediterraneo &#8211; come dimostrato dalla complicità turca con l&#8217;eversione libica e siriana &#8211; e quindi ad esplicarsi nella forma di un deuteragonismo subordinato ai disegni d&#8217;Oltreoceano. Non solo, ma la scelta turca di incoraggiare i fermenti &#8220;primaverili&#8221; del mondo arabo rischierebbe di creare una collisione con la Russia e con l&#8217;Iran, rovinando tutto il lavoro fatto dai politici di Ankara per stabilire buone relazioni con queste due potenze. Finché la Turchia non si deciderà a tagliare il nodo che la tiene vincolata all&#8217;Alleanza Atlantica (e all&#8217;entità sionista), il &#8220;neoottomanesimo&#8221; sarà soltanto una caricaturale parodia di quella funzione imperiale che invece potrebbe essere svolta nell&#8217;area mediterranea da una Turchia solidale con le potenze eurasiatiche.</p>
<p>Analogo discorso vale per il mondo musulmano di lingua araba, che le centrali della sovversione settaria vorrebbero allontanare dal suo modello tradizionale, per vincolarlo, in un&#8217;unione innaturale, al modello di democrazia liberale proposto dall&#8217;Occidente come il solo possibile e pensabile. La scelta che si impone ad Arabi e Turchi è dunque la stessa: o con l’Eurasia o con l’Occidente.</p>
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<p>NOTE:</p>
<p>1. Nicholas Spykman, <em>The Geography of Peace</em>, Harcourt Brace, New York 1944, p. 43.</p>
<p>2. François Thual, <em>La planète émiettée. Morceler et lotir: une nouvelle art de dominer</em>, Arléa, Paris 2002, p. 124; ed. it. <em>Il mondo fatto a pezzi</em>, Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 2008, p. 92.</p>
<p>3. <em>U.S. groups Helped Nurture Arab Uprising</em>, &#8220;The New York Times&#8221;, 15 aprile 2011.</p>
<p>4. <em>New Generation of Advocates: Empowering Civil Society in Egypt</em>, dal sito di <em>Freedom House </em>(<em>www.freedomhouse.org</em>).</p>
<p>5. <em>www.ned.org</em></p>
<p>6. Alfredo Macchi, <em>Rivoluzioni S.p.A.</em>, Alpine Studio 2012, p. 282.</p>
<p>7. Alfredo Macchi, op. cit., p. 208.</p>
<p>8. Olivier Roy, <em>Généalogie de l&#8217;islamisme</em>, Hachette, Paris 2001, p. 10.</p>
<p>9. &#8220;Quelli che oggi si chiamano Fratelli Musulmani? [...] Sono servi dell&#8217;imperialismo. Sono la destra reazionaria, i nemici del progresso, del socialismo e dell&#8217;Unità araba. Sono un mucchio di teppisti, bugiardi, sporcaccioni, fumatori di hashish, ubriaconi, vigliacchi, delinquenti. Ecco chi sono i Fratelli Musulmani. Tutto ciò ha fatto di loro i servi dell&#8217;America. Chi apparteneva alla fazione dei Fratelli Musulmani, oggi si vergogna a dirlo. Sono diventati qualcosa di marcio, di sporco, di detestato in tutto il mondo arabo e in tutto il mondo musulmano&#8221; (Christian Bouchet, <em>Islamisme</em>, Pardès, Puiseaux 2002, p. 77).</p>
<p>10. Karim Mezran, <em>La Fratellanza musulmana negli Stati Uniti</em>, in: <em>I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo</em>, a cura di Massimo Campanini, Karim Mezran, UTET, Torino 2010, p. 195.</p>
<p>11. Daniele Raineri, <em>Vecchia spia al Cairo. Fratelli musulmani in tour in America per convincere Washington. Il salafita fuori gara</em>, &#8220;Il Foglio quotidiano&#8221;, 10 aprile 2012.</p>
<p>12. Si veda <em>Intervista a Tariq Ramadan</em>, a cura di C. Mutti, &#8220;Eurasia&#8221;, n. 1/2010.</p>
<p>13. Cecilia Zecchinelli, <em>Il milionario islamico che vuole guidare l&#8217;Egitto</em>, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 2 aprile 2012.</p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 18:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2.e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a>EURASIA 2/2012, (aprile-giugno 2012), 264 pagine &#160; Editoriale Claudio Mutti, Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente Geofilosofia Fabio Falchi, Al di là dell’ethos dell’Occidente Dossario: Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente Giovanni Armillotta, La Libia che è stata distrutta Aldo Braccio, Quo vadis, Turchia? Aldo Braccio, Turchia e Siria Claudia Ciarfella, Boicottaggio contro il regime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2.e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a><p><font size="2"><strong><em>EURASIA  2/2012, (aprile-giugno 2012), 264 pagine</em></strong></p>
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<p><strong>Editoriale</strong></p>
<p>Claudio Mutti, <em><ins datetime="2012-05-12T18:28:07+00:00"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/">Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</a></ins></em></p>
<p><strong>Geofilosofia</strong></p>
<p>Fabio Falchi, <em>Al di là dell’ethos dell’Occidente</em></p>
<p><strong>Dossario: Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</strong></p>
<p>Giovanni Armillotta, <em>La Libia che è stata distrutta</em><br />
Aldo Braccio, <em>Quo vadis, Turchia?</em><em></em><br />
Aldo Braccio, <em>Turchia e Siria</em><br />
Claudia Ciarfella, <em>Boicottaggio contro il regime sionista</em><br />
Alessandra Colla, <em>“Tripoli, suol del dolore…”</em><br />
Finian Cunningham, <em>La “primavera” della Lega Araba</em><br />
Federico Donelli, <em>L’evoluzione neoottomana</em><br />
Andrea Fais, <em>Un pericolo per l’Eurasia</em><br />
Ali Reza Jalali, <em>Che cosa vuol dire Repubblica Islamica?</em><br />
Alessandro Lattanzio, <em>Intrigo contro la Siria</em><br />
Vincenzo Maddaloni, <em>La sfida della Mezzaluna turca</em><br />
Claudio Moffa, <em>Guerra di Libia. Banche, petrolio e geopolitica</em><br />
Claudio Mutti, <em>La funzione geopolitica dell’Iran</em><br />
Carlo Remeny, <em>La destabilizzazione della Siria</em><br />
Lorenzo Salimbeni, <em>La primavera egiziana del 1919</em></p>
<p><strong>Continenti</strong></p>
<p>Miguel A. Barrios, <em>Strategia e geopolitica dell’America Latina</em> (seconda parte)</p>
<p><strong>Interviste</strong></p>
<p>Marco Bagozzi, <em>Intervista all’ex console della Corea del Nord</em><br />
Luca Bistolfi, <em>A colloquio con Massimo Fini</em><br />
Enrico Galoppini, <em>Intervista a Franco Cardini</em><br />
Stefano Vernole, <em>Intervista al Ministro degli Esteri della Bielorussia</em></p>
<p><strong>Documenti</strong></p>
<p>Stefano Fabei, <em>L’indipendenza dell’Egitto nei piani dell’Asse</em></p>
<p><strong>Recensioni</strong></p>
<p>Augusto Marsigliante, <em>Alessandro Lattanzio, Songun</em><br />
Claudio Mutti, <em>Domenico Quirico, Primavera araba</em><br />
Alfio Neri, <em>Paolo Sensini, Libia 2011</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/"><ins datetime="2012-05-21T07:36:07+00:00"><strong>Leggi l’elenco degli articoli con un breve sommario per ciascuno di essi</strong></ins></a></p>
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		<title>Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 09:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ponte-terrestre-della-cina-verso-leuropa-lalta-velocita-ferroviaria-cina-turchia/15585/" title="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bombardier_high_speed_train_photo03.6ve3fff81v4s0sgk8c4sgg48o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia" ></div></a>La prospettiva di un boom economico eurasiatico senza precedenti, che duri fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano. I primi passi che vincolano il vasto spazio economico sono stati fatti con numerosi e poco pubblicizzati collegamenti ferroviari che connettono Cina, Russia, Kazakistan e parti dell&#8217;Europa occidentale. Sta diventando chiaro a più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ponte-terrestre-della-cina-verso-leuropa-lalta-velocita-ferroviaria-cina-turchia/15585/" title="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bombardier_high_speed_train_photo03.6ve3fff81v4s0sgk8c4sgg48o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia" ></div></a><p><font size="2">
<div align="justify"><em>La prospettiva di un boom economico eurasiatico senza precedenti, che duri fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano. I primi passi che vincolano il vasto spazio economico sono stati fatti con numerosi e poco pubblicizzati collegamenti ferroviari che connettono Cina, Russia, Kazakistan e parti dell&#8217;Europa occidentale. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte a un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Le infrastrutture ferroviarie sono una chiave importante per la costruzione di nuovi grandi mercati economici, in tutta l&#8217;Eurasia.</em></div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">
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&nbsp;<br />
Cina e Turchia sono in trattative per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Turchia. Se completato, sarebbe il più grande progetto ferroviario del paese, compreso anche il collegamento ferroviario Berlino-Baghdad precedente alla prima guerra mondiale. Il progetto è stato forse il punto all&#8217;ordine del giorno più importante, molto più della Siria durante i colloqui a Pechino tra il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e la leadership cinese, ai primi di aprile. Il collegamento ferroviario proposto passerebbe da Kars, al confine orientale con l&#8217;Armenia, e attraverso la Turchia fino ad Istanbul, dove si collegherà al tunnel ferroviario Marmaray, attualmente in costruzione, che corre sotto lo stretto del Bosforo. Poi continuerà fino a Edirne, vicino al confine con Grecia e Bulgaria dell&#8217;Unione europea. Costerà una cifra stimata a 35 miliardi di dollari. La realizzazione del collegamento turco completerebbe il progetto cinese del ponte ferroviario Trans-Eurasia che porterebbe merci dalla Cina a Spagna e Inghilterra (1). </p>
<p>La linea Kars-Edirne dovrebbe ridurre i tempi di viaggio attraverso la Turchia di due terzi, da 36 ore a 12. In base ad un accordo siglato tra la Cina e la Turchia, nell&#8217;ottobre 2010, la Cina ha acconsentito a concedere prestiti per 30 miliardi di dollari per la prevista rete ferroviaria. (2) Inoltre, una ferrovia Baku-Tbilisi-Kars (BTK) che collega la capitale dell&#8217;Azerbaijan Baku a Kars è in costruzione, aumentando notevolmente l&#8217;importanza strategica della linea Edirne-Kars. Per la Cina, ciò inserirebbe una nuova linea critica alla sua infrastruttura ferroviaria, che attraversa l&#8217;Eurasia fino ai mercati d&#8217;Europa e oltre.</p>
<p>La visita di Erdogan a Pechino è stata significativa per altri motivi. E&#8217; stato il primo viaggio ad alto livello di un Primo Ministro turco in Cina, dal 1985. Il fatto che Erdogan abbia inoltre fissato un incontro ad alto livello con il vicepresidente cinese Xi Jinping, l&#8217;uomo che potrebbe essere il prossimo presidente cinese, e che gli sia stata concessa una visita straordinaria nella ricca zona petrolifera della Cina, la provincia dello Xinjiang, mostra anche l&#8217;alta priorità che la Cina sta mettendo nelle sue relazioni con la Turchia, una forza strategica chiave emergente in Medio Oriente.<br />
Lo Xinjiang è una parte molto sensibile della Cina, in quanto ospita circa 9 milioni di uiguri che condividono un patrimonio turco con la Turchia, nonché l&#8217;adesione nominale al ramo turco sunnita dell&#8217;Islam. Nel luglio 2009 il governo degli Stati Uniti, agendo attraverso il National Endowment for Democracy, l&#8217;ONG che finanzia i cambi di regime, ha sostenuto una grande rivolta degli uiguri, in cui furono uccisi o feriti molti proprietari di negozi cinesi Han. Washington a sua volta, aveva accusato dei disordini Pechino, come parte di una strategia di crescente pressione sulla Cina. (3) Durante i disordini degli uiguri nello Xinjiang, del 2009, Erdogan accusò Pechino di &#8220;genocidio&#8221; e attaccò i cinesi sui diritti umani, un problema rischioso per la Turchia, dato i suoi problemi con i curdi. </p>
<p>Chiaramente le priorità economiche di entrambe le parti hanno, ora, cambiato i calcoli politici.</p>
<p>Contrariamente al dogma di Milton Friedman e dei suoi seguaci, i mercati non sono mai &#8220;liberi.&#8221; Sono sempre prodotti dall&#8217;uomo. L&#8217;elemento essenziale per creare nuovi mercati è la costruzione di infrastrutture e la massa enorme dei collegamenti ferroviari dell&#8217;Eurasia è essenziale per questi nuovi mercati.</p>
<p>Con la fine della Guerra Fredda nel 1990, il grande spazio terrestre sotto-sviluppato dell&#8217;Eurasia è diventato di nuovo aperto. Questo spazio contiene il 40 per cento della superficie totale nel mondo, in gran parte terra incontaminata principalmente dedita all&#8217;agricoltura, che contiene tre quarti della popolazione mondiale, un patrimonio di valore incalcolabile. Si compone di 88 paesi del mondo e dei tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute, così come di ogni minerale noto necessario per l&#8217;industrializzazione. L&#8217;America del Nord come potenziale economico, ricco com&#8217;è, impallidisce al confronto.</p>
<p>La discussione sulla linea ferroviaria Turchia-Cina è solo una parte di una vasta strategia cinese, volta a tessere una rete di collegamenti ferroviari interni in tutto il continente eurasiatico. L&#8217;obiettivo è creare letteralmente il più grande nuovo spazio economico del mondo e, a sua volta, un nuovo grande mercato non solo per la Cina, ma per tutti i paesi eurasiatici, il Medio Oriente e l&#8217;Europa occidentale. Un servizio ferroviario diretto è più veloce e meno costoso delle navi o dei camion, e molto meno rispetto agli aerei. Per i  prodotti cinesi o altri eurasiatici, i collegamenti ferroviari del ponte terrestre creano una grande attività economica di scambio su tutta la linea ferroviaria.</p>
<p>Due fattori hanno fatto realizzare questa prospettiva per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale. Prima, il crollo dell&#8217;Unione Sovietica ha aperto lo spazio terrestre dell&#8217;Eurasia in modi completamente nuovi, come ha fatto l&#8217;apertura della Cina verso la Russia e i suoi vicini eurasiatici, superando decenni di diffidenza. Questo risponde all&#8217;ampliamento ad est dell&#8217;Unione europea verso i paesi dell&#8217;ex Patto di Varsavia.</p>
<p>La domanda di un trasporto ferroviario più veloce sulle grandi distanze eurasiatiche è chiara. L&#8217;attività dei porti dei contenitori della Cina e quella delle sue destinazioni europee e del Nord America, sta raggiungendo un punto di saturazione con i volumi del traffico dei contenitori che balzano sulla doppia cifra. Singapore ha recentemente sostituito Rotterdam come più grande porto del mondo in termini di volume. Il tasso di crescita dei porto per container nella Cina, nel 2006, prima dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, era circa il 25% annuo. Nel 2007, i porti cinesi rappresentavano circa il 28 per cento di tutto il traffico nei porti per container del mondo. (4) Tuttavia c&#8217;è un altro aspetto delle strategie cinese e, in una certa misura russa, per il ponte terrestre. Spostando i flussi commerciali via terra, li rende più sicuri di fronte alle crescenti tensioni militari tra le nazioni della Shanghai Cooperation Organization, in particolare Cina e Russia, e la NATO. Il trasporto marittimo deve attraversare stretti passaggi altamente vulnerabili, o colli di bottiglia, come lo Stretto di Malacca malese.</p>
<p>La ferrovia turca Kars-Edirne sarebbe parte integrante di una intera rete di corridoi ferroviari cinesi, avviata in tutto il continente eurasiatico. Seguendo l&#8217;esempio di come le infrastrutture ferroviarie hanno trasformato lo spazio economico dell&#8217;Europa, e più tardi dell&#8217;America, nel corso del tardo 19° secolo, il governo cinese, che oggi si pone come costruttore di ferrovie più efficiente del mondo, ha tranquillamente esteso i suoi collegamenti ferroviari in Asia centrale e oltre, per diversi anni. Ha proceduto per segmenti, uno dei motivi per cui l&#8217;ampia ambizione della propria grande infrastruttura ferroviaria abbia attirato così poco attenzione, fino ad oggi, in Occidente, al di fuori del settore dei trasporti marittimi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La Cina costruisce il secondo ponte eurasiatico</strong></div>
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&nbsp;<br />
</strong>Entro il 2011 la Cina aveva completato un secondo ponte terrestre eurasiatico, che va dal porto cinese di Lianyungang sul Mar Cinese Orientale, fino a Druzhba in Kazakistan, e in Asia centrale, Asia occidentale e in Europa con varie destinazioni europee e, infine, a Rotterdam, il porto dell&#8217;Olanda sulla costa atlantica.</p>
<p>Il secondo ponte eurasiatico è una nuova linea ferroviaria che collega il Pacifico e l&#8217;Atlantico che è stato completato dalla Cina a Druzhba, in Kazakhstan. Questo nuovo ponte terrestre dell&#8217;Eurasia si estende nell&#8217;ovest della Cina attraverso sei province &#8211; Jiangsu, Anhui, Henan, Shaanxi, Gansu e regione autonoma di Xinjiang, che rispettivamente confinano con la provincia dello Shandong, la provincia dello Shanxi, la provincia di Hubei, la provincia del Sichuan, la provincia di Qinghai, la Regione Autonoma Ningxia Hui e la Mongolia Interna. Coprendo circa 360.000 chilometri quadrati, il 37% dello spazio totale terrestre della Cina. Circa 400 milioni di persone vivono nella zona, rappresentando il 30% della popolazione totale del paese. Al di fuori della Cina, il ponte terrestre copre oltre 40 paesi e regioni, sia in Asia che in Europa, ed è particolarmente importante per i paesi dell&#8217;Europa centrale e dell&#8217;Asia occidentale che non hanno sbocchi sul mare.</p>
<p>Nel 2011 il vice premier cinese Wang Qishan aveva annunciato che i piani per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Kazakhstan, collegando le città di Astana e Almaty, sarebbero stati pronti nel 2015. La linea Astana-Almaty, con una lunghezza totale di 1050 chilometri, impiegando l&#8217;avanzata tecnologia ferroviaria della Cina, consentirà ai treni ad alta velocità di viaggiare ad una velocità di 350 chilometri all&#8217;ora.</p>
<p>La DB Schenker Rail Automotive trasporta ricambi auto da Lipsia a Shenyang, nel nordest della Cina, per la BMW. I treni carichi di parti e componenti partono dal terminale carichi della DB Schenker, a Lipsia, per un viaggio di tre settimane, 11.000 km, verso lo stabilimento BMW di Shenyang nella provincia di Liaoning, in cui vengono utilizzati i componenti per l&#8217;assemblaggio dei veicoli BMW. A partire dalla fine del novembre 2011, i treni con destinazione Shenyang partivano da Lipsia una volta al giorno. &#8220;Con un tempo di transito di 23 giorni, i treni diretti sono due volte più veloci del trasporto marittimo, seguito dal trasporto stradale verso l&#8217;entroterra cinese&#8221;, dice il Dott. Karl-Friedrich Rausch, membro del consiglio di amministrazione della la divisione logistica e trasporto della DB Mobility Logistics. Il percorso raggiunge la Cina passando per la Polonia, la Bielorussia e la Russia. I contenitori devono essere trasferiti da gru di portata diversa per due volte, prima per lo scartamento russo, al confine tra Polonia e Bielorussia, poi di nuovo, per lo scartamento normale al confine Russia-Cina di Manzhouli. (5)</p>
<p>Nel maggio 2011, un servizio diretto di trasporto merci ferroviario quotidiano venne avviato tra il porto di Anversa, il secondo porto più grande in Europa, e Chongqing, il polo industriale nel sud-ovest della Cina. Ciò ha notevolmente velocizzato il trasporto ferroviario di merci dall&#8217;Eurasia all&#8217;Europa. Rispetto ai 36 giorni per il trasporto marittimo dai porti ad est della Cina all&#8217;ovest dell&#8217;Europa, il servizio di trasporto ferroviario delle merci Anversa-Chongqing occupa ora da 20 a 25 giorni, e l&#8217;obiettivo è quello di ridurlo da 15 a 20 giorni. I cargo verso occidente includono beni automobilistici e tecnologici, le spedizioni in direzione est per lo più sostanze chimiche. Il progetto è una priorità importante per il porto di Anversa e il governo belga, in cooperazione con la Cina e altri partner. Il servizio è gestito dal fornitore di servizi logistici intermodale svizzero Hupac, e dai partner russi Russkaja Trojka e Eurasia Good Transport su una distanza di più di 10.000 km, con partenza dal porto di Anversa, attraverso Germania e Polonia, e in seguito Ucraina, Russia e Mongolia prima di arrivare a Chongqing, in Cina. (6)</p>
<p>Il secondo ponte eurasiatico ha 10.900 chilometri di lunghezza, circa 4.100 km in Cina. All&#8217;interno della Cina la linea corre parallela ad una delle antiche rotte della Via della Seta. La linea ferroviaria continua in tutta la Cina, fino a Druzhba dove si collega con le linee ferroviarie a scartamento più ampio del Kazakistan. Il Kazakhstan è il paese interno più grande del mondo interno. Da quando le ferrovie e autostrade cinesi si sono espanse ad ovest, il commercio tra Kazakistan e Cina è in pieno boom. Da gennaio a ottobre 2008, le merci che attraversavano il porto di Khorgos tra le due nazioni, aveva raggiunto le 880.000 tonnellate, oltre 250% di crescita rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno prima. Gli scambi commerciali tra la Cina e il Kazakistan sono destinati a crescere da 3 a 5 volte entro il 2013. A partire dal 2008, solo l&#8217;1% delle merci spedite dall&#8217;Asia all&#8217;Europa sono state consegnate per vie terrestri, ovvero la possibilità di espansione è considerevole. (7)</p>
<p>Dal Kazakhstan le linee attraversano la Russia, la Bielorussia e la Polonia fino ai mercati dell&#8217;Unione europea.</p>
<p>Un&#8217;altra linea va a Tashkent, in Uzbekistan, la più grande città dell&#8217;Asia centrale, con circa due milioni di abitanti. Un&#8217;altra linea va ad ovest, verso Asgabat capitale del Turkmenistan, e al confine con l&#8217;Iran. (8) Con alcuni investimenti aggiuntivi, questi collegamenti, oltre a collegare la vastità e i mercati della Cina, potrebbero aprire nuove possibilità economiche nelle regioni in gran parte trascurate dell&#8217;Asia Centrale. La Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbe fornire un veicolo adatto al coordinamento di un ampio collegamento delle infrastrutture ferroviarie eurasiatiche, massimizzando questi primi collegamenti ferroviari. I membri della SCO, formata nel 2001, includono Cina, Kazakhstan, Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan con Iran, India, Mongolia e Pakistan quali paesi con status di osservatore.<br />
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<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/ASIAHIGHSPEEDRAIL5.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/ASIAHIGHSPEEDRAIL5.jpg" alt="" title="ASIAHIGHSPEEDRAIL5" width="900" height="665" class="aligncenter size-full wp-image-15593" /></a><br />
&nbsp;<br />
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<p><strong>Il ponte terrestre della Russia</strong></div>
<div align="justify"><strong></strong><br />
&nbsp;<br />
La Russia è ben posizionata per trarre notevoli benefici da una tale strategia della SCO. Il primo ponte eurasiatico corre attraverso la Russia lungo la Transiberiana, completata nel 1916 per unificare l&#8217;impero russo. La Transiberiana rimane la più lunga linea ferroviaria unica al mondo, con 9.297 chilometri, un omaggio alla visione del russo Sergej Witte, nel 1890. La Transiberiana, chiamata anche Corridoio settentrionale Est-Ovest, va dal porto dell&#8217;oriente russo di Vladivostok e si collega al porto di Rotterdam in Europa, dopo circa 13.000 chilometri. Al momento è il meno attraente per il trasporto merci Pacifico-Atlantico, a causa dei problemi di manutenzione e della velocità massima di 55 km/h.</p>
<p>Ci sono tentativi di utilizzare meglio il ponte terrestre Transiberiano. Nel gennaio 2008, un servizio di trasporto ferroviario merci su lunga distanza eurasiatica, la &#8220;Pechino-Amburgo Container Express&#8221; fu testato con successo dalle ferrovie tedesche Deutsche Bahn. Ha completato il viaggio di 10.000 km in 15 giorni, collegando la capitale cinese alla città portuale tedesca, passando per Mongolia, Federazione Russa, Bielorussia e Polonia. In nave, per gli stessi mercati, ciò richiede il doppio del tempo o circa 30 giorni. Questo percorso, di cui è iniziato il servizio commerciale nel 2010, comprende la sezione dell&#8217;esistente Transiberiana , un collegamento ferroviario con uno scartamento più ampio di quello dei treni cinesi o europei, vale a dire scarico e ricarico su altri treni, al confine tra Cina e Mongolia e, di nuovo, al confine Bielorussia-Polonia.</p>
<p>Il percorso ferroviario della Transiberiana in tutto lo spazio eurasiatico russo è stato ammodernato e ampliato per accogliere il traffico ad alta velocità delle merci, ciò aggiungerà una nuova dimensione economica significativa allo sviluppo economico delle regioni interne della Russia. La Transiberiana è a doppio binario ed elettrificata. Ciò necessita di minime migliorie ad alcuni segmenti, per assicurare una migliore integrazione di tutti gli elementi e per renderlo un&#8217;opzione più attraente per il trasporto di merci eurasiatiche verso ovest.</p>
<p>Ci sono forti indicazioni che la nuova presidenza Putin farà più attenzione all&#8217;Eurasia. La modernizzazione del primo ponte terrestre eurasiatico sarebbe un modo logico di realizzare parecchio sviluppo, creando letteralmente nuovi mercati e nuove attività economiche. Con i mercati obbligazionari degli Stati Uniti e dell&#8217;Europa inondati di rifiuti tossici e dai timori di bancarotta statali, l&#8217;emissione di titoli di stato russi per l&#8217;ammodernamento o addirittura una nuova parallela linea ferroviaria ad alta velocità, collegando il ponte terrestre al traffico merci in sicura crescita in tutta l&#8217;Eurasia, avrebbe poca difficoltà a trovare investitori desiderosi.</p>
<p>La Russia attualmente discute con la Cina e i costruttori ferroviari cinesi, che avanzano offerte per un programma di costruzioni da 20 miliardi, di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità russa, da completare prima che i russi ospitino la Coppa del Mondo di calcio del 2018. L&#8217;esperienza della Cina nella costruzione di circa 12.000 km di ferrovia ad alta velocità in tempi record, è una risorsa importante per l&#8217;offerta della Cina. Significativamente, la Russia prevede di raccogliere 10 miliardi di dollari mediante l&#8217;emissione di buoni per la nuova ferrovia. (9)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un terzo ponte eurasiatico?</strong></div>
<div align="justify"><strong></strong></div>
<p>&nbsp;</p>
<div align="justify">Nel 2009 in occasione del V Forum per la cooperazione e lo sviluppo del Delta Pan-Regionale del Fiume delle Perle (PPRD), un evento sponsorizzato dal governo, il governo provinciale dello Yunnan aveva annunciato la sua intenzione di accelerare la costruzione di infrastrutture necessarie per costituire un terzo ponte terrestre continentale eurasiatico, che collegherà il sud della Cina a Rotterdam passando per la Turchia. Questo è parte di ciò che Erdogan e il primo ministro cinese Wen Jiabao hanno discusso a Pechino, lo scorso aprile. La rete di strade interne per il ponte terrestre nella provincia di Yunnan, sarà completata entro il 2015, ha detto il governatore dello Yunnan, Qin Guangrong.  Il progetto parte dai porti costieri del Guangdong, con il più importante porto di Shenzhen. E in ultima analisi passerà, attraverso Kunming, in Myanmar, Bangladesh, India, Pakistan e Iran, entrando in Europa dalla Turchia. (10)</p>
<p>Il percorso avrebbe ridotto di circa 6.000 km il viaggio per mare tra il Delta del Fiume delle Perle e Rotterdam, consentendo ai prodotti dei centri di produzione della Cina orientale di raggiungere Asia, Africa ed Europa. La proposta prevede il completamento di una serie di tratte mancanti e di moderni collegamenti autostradali, per un totale di circa 1.000 Km, cosa che non è inconcepibile. Nella vicina Myanmar, solo 300 km di ferrovie e autostrade mancano al fine di collegare le ferrovie della Yunnan con la rete autostradale del Myanmar e del Sud Asia. Ciò aiuterà la Cina ad aprire la strada per la costruzione di un canale terrestre verso l&#8217;Oceano Indiano.<br />
Il terzo ponte terrestre eurasiatico attraverserà 20 paesi di Asia ed Europa, ed avrà una lunghezza totale di circa 15.000 chilometri, cioè da 3.000 a 6.000 chilometri più corta della via del mare che entra dall&#8217;Oceano Indiano, dalla costa sud-orientale attraverso lo Stretto di Malacca. Il volume totale del commercio annuo delle regioni che la rotta attraversa, era quasi pari a 300 miliardi di dollari nel 2009. In definitiva, il piano è una linea del ramo che dovrebbe anche partire in Turchia, attraversare la Siria e la Palestina, e alla fine arrivare in Egitto, facilitando il trasporto dalla Cina all&#8217;Africa. È chiaro che la rivolta della Primavera araba, sostenuta dal Pentagono e dall&#8217;AFRICOM USA, impatta direttamente contro tale estensione, anche se per quanto tempo, a questo punto, non è chiaro. (11)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La dimensione geopolitica</strong></div>
<div align="justify"><strong><br />
</strong>Non tutti i principali attori internazionali sono soddisfatti dei crescenti legami che legano le economie dell&#8217;Eurasia con l&#8217;Europa occidentale e l&#8217;Africa. Nel suo ormai famoso libro del 1997, &#8220;La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici&#8221;, l&#8217;ex consigliere presidenziale Zbigniew Brzezinski notava, &#8220;<em>In breve, per gli Stati Uniti, la geo-strategia Eurasiatica comporta la gestione mirata di stati dinamici geo-strategicamente&#8230; Per dirla in una terminologia che richiama l&#8217;età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geo-strategia imperiale sono impedire la collusione, mantenere la dipendenza della sicurezza tra i vassalli, mantenere i tributari docili e protetti, e impedire ai barbari di coalizzarsi</em>.&#8221; (12)</p>
<p>I &#8220;barbari&#8221; cui si riferisce Brzezinski sono la Cina e la Russia, e tutto quello che c&#8217;è in mezzo. Il termine di Brzezinski per &#8220;geo-strategia imperiale&#8221; si riferisce alla politica estera strategica degli Stati Uniti. I &#8220;vassalli&#8221;, sono identificati nel libro in paesi come Germania, Giappone e altri &#8220;alleati&#8221; della NATO degli Stati Uniti. Tale nozione geopolitica di Brzezinski, resta la politica estera statunitense di oggi. (13)</p>
<p>La prospettiva di un boom senza precedenti dell&#8217;economica eurasiatica che perdurerà fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano.</p>
<p>I primi tendini per legare il vasto spazio economico sono stati messi in atto o sono stati costruiti con questi collegamenti ferroviari. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, è stata la decisione di Berlino di costruire un collegamento ferroviario attraverso la Turchia ottomana, da Berlino a Baghdad, ad essere stata il catalizzatore degli strateghi britannici per incitare gli eventi che gettarono l&#8217;Europa nella guerra più distruttiva della storia, a tale data.  Questa volta abbiamo la possibilità di evitare un simile destino con lo sviluppo eurasiatico. Sempre più le economie stressate dell&#8217;UE stanno cominciando a guardare ad est, e meno all&#8217;ovest, oltre Atlantico, per il futuro economico dell&#8217;Europa.</p></div>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">
<em><strong>* F. William Engdahl è autore di molti libri sulla geopolitica contemporanea tra cui A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. E&#8217; raggiungibile tramite il suo sito web, all&#8217;indirizzo <a href="http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/">www.engdahl.oilgeopolitics.net</a> </strong></em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;
</div>
<p></font><font size="1"></p>
<div align="justify">NOTE:<br />
<span style="font-size: x-small;">1 Sunday&#8217;s Zaman, Turkey, China mull $35 bln joint high-speed railway project, Istanbul, 14 aprile 2012,<a href="http://www.sundayszaman.com/sunday/newsDetail_getNewsById.action?newsId=277360.">http://www.sundayszaman.com/sunday/newsDetail_getNewsById.action?newsId=277360.</a><br />
2 Ibid.<br />
3 F. William Engdahl, Washington is Playing a Deeper Game with China, Global Research, 11 luglio 2009,<a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=14327.">http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=14327.</a><br />
4 UNCTAD, Port and multimodal transport developments, 2008<br />
5 Joseph O&#8217;Reilly, BMW Rides Orient Express to China, Global Logistics, ottobre 2011,<a href="http://www.inboundlogistics.com/cms/article/global-logistics-october-2011/">http://www.inboundlogistics.com/cms/article/global-logistics-october-2011/.</a><br />
6 Aubrey Chang, Antwerp-Chongqing Direct Rail Freight Link Launched, 12 maggio 2011,<a href="http://www.industryleadersmagazine.com/antwerp-chongqing-direct-rail-freight-link-launched/">http://www.industryleadersmagazine.com/antwerp-chongqing-direct-rail-freight-link-launched/</a><br />
7 CNTV, Eurasian land bridge, 12 marzo 2011, <a href="http://english.cntv.cn/program/china24/20111203/108360.shtml.">http://english.cntv.cn/program/china24/20111203/108360.shtml.</a><br />
8 Shigeru Otsuka, Central Asia&#8217;s Rail Network and the Eurasian Land Bridge, Japan Railway &amp; Transport Review, 28 settembre 2001, pp. 42-49.<br />
9 CNTV, Russian rail official: Chinese bidder competitive, 21 novembre 2011,<br />
<a href="http://english.cntv.cn/program/bizasia/20111121/110092.shtml">http://english.cntv.cn/program/bizasia/20111121/110092.shtml</a><br />
10 Xinhua, Yunnan accelerates construction of third Eurasia land bridge, 2009, <a href="http://www.shippingonline.cn/news/newsContent.asp?id=10095">http://www.shippingonline.cn/news/newsContent.asp?id=10095</a><br />
11 Li Yingqing and Guo Anfei, Third land link to Europe envisioned, 2 luglio 2009<a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2009-07/02/content_8345835.htm.">http://www.chinadaily.com.cn/china/2009-07/02/content_8345835.htm.</a><br />
12 Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, 1997, Il Saggiatore, pag. 40. Vedasi F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, Wiesbaden, 2011, edition.engdahl, per i dettagli del ruolo del tedesco collegamento ferroviario Baghdad nella prima guerra mondiale<br />
13 Zbigniew Brzezinski, op. cit. p.40.</p>
<p></span>FONTE: <a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=30575">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=30575</a></div>
<div align="justify"></div>
<p></font></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></p>
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		<title>I rapporti con la Chiesa cattolica e con i cristiani nella prospettiva della nuova Costituzione turca</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 13:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Nello scorso febbraio il Patriarca ecumenico e arcivescovo ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, è stato ricevuto dalla commissione parlamentare che lavora alla redazione della nuova Costituzione turca. Nel corso dell’audizione si era discusso della possibilità di un riconoscimento della personalità giuridica delle comunità religiose, condizione imprescindibile – fra l’altro – per l’acquisizione diretta di proprietà senza l’intervento di problematici intermediari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-con-la-chiesa-cattolica-e-con-i-cristiani-nella-prospettiva-della-nuova-costituzione-turca/15372/" title="I rapporti con la Chiesa cattolica e con i cristiani nella prospettiva della nuova Costituzione turca"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/turchia10.86qef39tc6o8cs480gcg4cko4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="I rapporti con la Chiesa cattolica e con i cristiani nella prospettiva della nuova Costituzione turca" ></div></a><p><font size="2">Nello scorso febbraio il Patriarca ecumenico e arcivescovo ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, è stato ricevuto dalla commissione parlamentare che lavora alla redazione della nuova Costituzione turca. Nel corso dell’audizione si era discusso della possibilità di un riconoscimento della personalità giuridica delle comunità religiose, condizione imprescindibile – fra l’altro – per l’acquisizione diretta di proprietà senza l’intervento di problematici intermediari.</p>
<p>Si ha ora notizia di un ulteriore incontro fra la commissione parlamentare per la Riconciliazione e il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Ruggero Franceschini, incontro richiesto dallo stesso ambasciatore turco presso la Santa Sede, Kenan Gűrsoy; monsignor Franceschini nell’occasione era accompagnato dal vicario apostolico di Istanbul, dall’arcivescovo armeno e dall’esarca patriarcale dei cattolici siriani. Anche se sembra che la questione del riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica non sia stato direttamente affrontato nel corso di quest’ultima audizione – tenutasi a metà aprile – la commissione ha però preso in considerazione l’ipotesi di una restituzione di una serie di proprietà (chiese, scuole, orfanotrofi e altro) confiscate dal governo di Atatűrk alla Chiesa cattolica, e questo non potrà avvenire senza riconoscimento della personalità giuridica della Chiesa.</p>
<p>Sotto l’impero ottomano il sistema dei <em>millet </em>– le comunità religiose legalmente protette – assicurava in effetti il rispetto delle identità religiose e addirittura, in alcuni casi, il sostegno allo sviluppo di Chiese, come quella ortodossa serba. Con appositi capitolati l’impero permetteva inoltre alle potenze a maggioranza cristiana (Francia, Inghilterra, Russia, Austria – Ungheria fra gli altri) di farsi protettrici di Chiese presenti in territorio ottomano: la Francia era ad esempio protettrice della Chiesa cattolica.</p>
<p>Il sistema dei <em>millet</em> garantiva, in cambio della lealtà verso l’impero, ampia autonomia in campo giudiziario e amministrativo, oltre che ovviamente in quello religioso. Ancora nel 1914 esistevano una quindicina di <em>millet</em>, fra cui quelli riguardanti i cattolici latini, quelli armeni e quelli caldei, i greco-ortodossi, gli ebrei e i bulgari ortodossi.</p>
<p>Con l’avvento della Repubblica kemalista e il suo marcato laicismo di tipo massonico questo sistema organico e pluriculturale venne in buona sostanza cancellato: uno degli obiettivi della futura Costituzione – tacciata di “neottomanesimo” dai suoi avversari, che sembrano ignorare quanto di buono ha espresso l’”ottomanesimo” – potrà essere quello di riconoscere e di valorizzare le molteplici forme religiose di impronta cristiana presenti in Turchia.</font></p>
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		<title>Anche la Turchia nel mirino delle banche d&#8217;affari</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 09:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Fondo Monetario Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[JP Morgan Chase all’attacco proprio dopo un recente rialzo della Borsa di Istanbul: la grande banca d’affari ha consigliato gli investitori di vendere le azioni turche, in forza di un asserito indebolimento della lira turca, del deficit delle partite correnti e …dell’aumento del costo del petrolio. Identica indicazione proviene dalla Goldman Sachs, che già a dicembre 2011 pronosticava l’hard landing, il pesante atterraggio dell’economia turca con conseguente recessione causata dall’impatto della crisi dell’Eurozona sull’export di Ankara. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/anche-la-turchia-nel-mirino-delle-banche-daffari/14548/" title="Anche la Turchia nel mirino delle banche d&#8217;affari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/prestiti_turchia_781363.7cnwzvyj9n8ckk0040sksks8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="54" alt="Anche la Turchia nel mirino delle banche d&#8217;affari" ></div></a><p><font size="2">JP Morgan Chase all’attacco proprio dopo un recente rialzo della Borsa di Istanbul: la grande banca d’affari ha consigliato gli investitori di vendere le azioni turche, in forza di un asserito indebolimento della lira turca, del deficit delle partite correnti e …dell’aumento del costo del petrolio. Identica indicazione proviene dalla Goldman Sachs, che già a dicembre 2011 pronosticava l’hard landing, il pesante atterraggio dell’economia turca con conseguente recessione causata dall’impatto della crisi dell’Eurozona sull’export di Ankara. </p>
<p>“Il PIL nel 2012 subirà un netto calo” ha sentenziato Ahmet Akarlı, analista turco della Goldman Sachs. Il Fondo Monetario Internazionale, da parte sua, aveva parimenti suonato campane a morto con una previsione di crescita del 2,2 % per il 2012 (nel 2010 è stata dell’8,9 %, la percentuale più alta del G20 dopo la Cina, e nel 2011 non risulta essere di molto inferiore), reclamando tassi più alti dalle banche per “non surriscaldare” l’economia.</p>
<p>Le richieste degli “analisti internazionali” – quelli sui libri paga delle grandi banche d’affari – sono sempre le stesse, e suonano uguali in tutto il mondo: attenzione parossistica al “debito pubblico”, austerità, riduzione del “peso” dello Stato. E anche disincentivazione dei finanziamenti a buon mercato al mondo produttivo: in Turchia i dati del 2010 parlano di un aumento dei prestiti al consumatore pari al 42 %, il che ha garantito un impulso molto forte all’espansione economica del Paese, e questo viene considerato eccessivo &#8211; e visto con disappunto &#8211; da detti analisti.<br />
La Turchia è un obiettivo importante della speculazione finanziaria: una nazione in crescita, dotata di grande liquidità, che in passato (in particolare negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso) ha dimostrato una spiccata propensione all’indebitamento nei confronti del Fondo Monetario Internazionale ma che ora sembra aver cambiato strada.</p>
<p>Una nazione che – per la sua importante e delicata posizione geopolitica – va controllata e messa sotto tutela, “globalizzandola” e sradicandone le pretese di sovranità; la tutela di tipo politico – ben visibile nei casi delle emergenze libica e siriana, in cui la Turchia si è conformata ai dettami occidentali, a dispetto di un’opinione pubblica alquanto perplessa – va completata con la tutela di tipo economico/finanziario, e in questo senso gli appelli provenienti dal mondo della speculazione internazionale si moltiplicano.</p>
<p></font></p>
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		<title>Una riflessione su un possibile intervento militare turco in Siria</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 05:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/una-riflessione-su-un-possibile-intervento-militare-turco-in-siria/14403/" title="Una riflessione su un possibile intervento militare turco in Siria"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mappa_turchia_siria.8dml26oe2hs0s8w00oo8s8gsc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="Una riflessione su un possibile intervento militare turco in Siria" ></div></a>Questo articolo è una mera riflessione sui rapporti instabili tra la Turchia e la Siria. Benchè di gran lunga migliorati negli ultimi anni grazie agli accordi economici e commerciali, sono completamente rifranati alla luce della Primavera Araba. Riesaminandoli mi sono chiesta, alla stregua di ogni cittadino turco d’oggi, se fosse ipotizzabile o ragionevole un eventuale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/una-riflessione-su-un-possibile-intervento-militare-turco-in-siria/14403/" title="Una riflessione su un possibile intervento militare turco in Siria"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mappa_turchia_siria.8dml26oe2hs0s8w00oo8s8gsc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="Una riflessione su un possibile intervento militare turco in Siria" ></div></a><p><font size="2"><em>Questo articolo è una mera riflessione sui rapporti instabili tra la Turchia e la Siria. Benchè di gran lunga migliorati negli ultimi anni grazie agli accordi economici e commerciali, sono completamente rifranati alla luce della Primavera Araba. Riesaminandoli mi sono chiesta, alla stregua di ogni cittadino turco d’oggi, se fosse ipotizzabile o ragionevole un eventuale intervento militare in Siria.</em> </p>
<p>Mentre migliaia di profughi continuano a riversarsi nei campi di Yayladağı e Altınőzű, allestiti dalla Croce Rossa turca nella provincia di Hatay, la Turchia vaglia, dubbiosa e tentennante, la possibilita’ di un intervento militare.</p>
<p>La Siria, al confine nord, incontra lungo tutta la sua estensione la Turchia, che ha assistito alle vicende dello stato limitrofo con profonda perplessità. Storicamente le province di Damasco e Aleppo, per via della loro posizione geografica cosi distante, sono state culturalmente piu’ vicine, taluna al mondo arabo, talaltra all’ ottomano e di conseguenza, i rapporti tra i due Stati hanno vissuto una relazione altalenante a partire dal secondo dopoguerra, sia per la controversia dell’acqua che per quella del PKK.</p>
<p>A proposito dell’inimicizia dovuta al problema delle scarse risorse idriche, Vandana Shiva, nel suo saggio <em>Le guerre dell’acqua </em> (1), marca il problema idrico come orgine dei conflitti tra Turchia, Siria e Iraq, che si intreccia con quello kurdo per l’ utilizzo delle acque del Tigri e dell’Eufrate. Nel 1998 il capo di Stato maggiore turco ha annunciato uno ‘stato di guerra non dichiarata’ con la Siria (2).  La volonta’ della Turchia di costruire la diga di Ilisu, secondo un membro della polizia di Stato: ‘significa potere – chi possiede l’acqua ha il potere’ (3).  E’ innegabile quindi, che esistano dissidi tra Turchia e Siria (e Iraq), per quella che viene definita dagli studiosi una ‘idro- <em>jihad’</em>.</p>
<p>E se é vero che il tempo porta consiglio, i vecchi rancori tra i due Stati, potrebbero apparire ai nostri giorni mitigati e stemperati e, ci sarebbe da chiedersi, quali sono gli interessi della Turchia per un possibile intervento in un momento tanto delicato nella storia della Siria? E’ questa una risoluzione avverabile?</p>
<p>Un articolo di Erica Aiazzi del gennaio 2011, pubblicato sul sito della rivista di studi geopolitici <em>Eurasia</em>, mette in rilievo l’avvicinamento tra Turchia e Siria. Quest’ultima, alla fine della guerra fredda, aveva abbandonato il ruolo di satellite russo e trovato nell’Iran e nella Turchia dei forti alleati. In piu’ la<br />
Turchia, opponendosi nel 2003 al transito delle truppe americane per la guerra in Iraq, ha guadagnato la stima e la credibilita’ degli Assad. Scrive Erica Aiazzi : “Sullo sfondo di questi cambiamenti generali, i due paesi hanno stipulato numerosi accordi di natura economica, hanno abolito reciprocamente i visti d’ingresso e, come dimostra il recente meeting, continuano sulla strada della cooperazione militare” (4).</p>
<p>Sul piano economico e delle relazioni commerciali infatti, come riporta il sito ufficiale del Ministero degli Affari Esteri turco, la Turchia investe in vari settori dell’economia siriana. In un quadro normativo, l’accordo commerciale, il protocollo sulla cooperazione economica, l’accordo per l’impedimento della doppia tassazione, quello sulla mutua promozione e protezione degli investimenti e l’accordo di libero scambio, costituiscono il fondamento giuridico delle relazioni economiche e commerciali bilaterali turco-siriane.(5)</p>
<p>E perché la Turchia dovrebbe intervenire militarmente in uno Stato con il quale, il volume dei suoi scambi, ha superato i 2,2 miliardi di dollari nei primi 11 mesi del 2010 e che prevede di arrivare ad un target di 5 miliardi (6) in breve tempo? </p>
<p>In più, come protagonista euroasiatica dell’ <em>hub </em>energetico, la Turchia ha  avviato la costruzione di un gasdotto che si snoda tra la citta’ turca di Kilis ed Aleppo (7). </p>
<p>L’ago della bilancia si sposta a favore nel non intervento turco in Siria, inseguendo il tanto discusso motto ‘<em>zero problems with neighbors</em>’, proposto dall’architetto della nuova strategia politica turca, Ahmet Davutoğlu, ma ideato, secondo alcuni, dallo stesso M. Kemal Atatürk.</p>
<p>Bisogna accettare pero’ che questo slogan si sarebbe poi convertito –secondo un articolo della stampa italiana datato 15 marzo 2012 – da “<em>zero problems with neighbors</em>’ in ‘<em>zero vicini senza problemi</em>’(8)  proprio da quando Erdoğan ha preso coscienza dell’acuirsi della politica repressiva siriana, giungendo allo sgretolamento di quella che era stata definita da Damasco una ‘rinnovata fratellanza’ (9). </p>
<p>Percio’, sebbene in passato i rapporti tra i due Stati siano stati abbastanza ‘<em>dovish</em>’, non si puo’ sottovalutare l’attuale clima di tensione esistente, da quando, lo scorso 9 gennaio, il Ministro della difesa siriano Daoud Rajha ha visitato le navi russe a Tartous, la sola base russa del Mediterraneo. Il generale Rijha, accolto a bordo della portaerei Kuznetsov (10), ha lodato le storiche relazioni siro-russe, basate sul rispetto e la mutua cooperazione.</p>
<p>In questo clima di apprensione, con la Russia pronta a procedere, qualora la Turchia decidesse di adoperarsi per un intervento in Siria a favore dell’opposizione sunnita ad al-Assad, lo farebbe solo sotto l’ombrello riparatore della Nato, lasciandoci assistere forse, all’ennesimo fiasco e allontanamento della teoria kantiana dalla ‘pace perpetua’. </p>
<p><strong>Veronica Musardo, <em>Master biennale in IR and Political Science all’Università Yeditepe di Istanbul</em></strong></p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE:<br />
1 Vandana Shiva, <em>Le guerre dell’acqua</em>, Feltrinelli Editore, Milano 2003, pp. 83-84 (Original Title: <em>Water Wars: Privatization, Pollution and Profit</em>, South End Press, Cambridge USA 2002)<br />
2 Cit. in <em>Ibid</em>., p.84<br />
3 Cit. in <em>Ibid</em>.<br />
4 Erica Aiazzi, <em>Cooperazione militare turco-siriana</em>, “Eurasia, Rivista di studi geopolitici”, www.eurasia-rivista.org<br />
5 Ministry of Foreign Affair, Republic of Turkey (Official Website):<em>Turkye- Syria economic and trade relations</em>, www.mfa.gov.tr<br />
6 <em>Ibid</em>.<br />
7 Laura Canali, 3. <em>Lo snodo energetico turco</em>, “Limes, rivista italiana di geopolitica”, Le carte a colori di Limes 4/2010, http://temi.repubblica.it/limes/la-turchia-energetica/14840<br />
8 Valeria Giannotta,  <em>La dottrina turca di ‘Zero vicini senza problemi’</em>, “Post internazionale, settimanale di politica internazionale”, www.thepostinternazionale.it<br />
9 <em>Ibid</em>.<br />
10 <em>Siria /Ministro difesa siriano visita navi russe a Tartous</em>, Agenzia giornalistica multicanale, TMNews, www.tmnews.it</p>
<p></font></p>
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		<title>Cipro, un enigma da risolvere per la Turchia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 16:06:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il ministro per gli Affari europei di Ankara, Egemem Bağış, ha sottolineato sulla stampa nazionale e in incontri pubblici la soluzione più gradita alla Turchia della questione cipriota: l’unificazione dell’isola, nella traccia di quel piano Annan del 2004 (previsione di uno Stato federale unito e indipendente) accolto dal 64,9 % dei turcociprioti e bocciato dal 75,8 % dei grecociprioti, con conseguente fallimento del progetto sostenuto dall’ONU.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cipro-un-enigma-da-risolvere-per-la-turchia/14085/" title="Cipro, un enigma da risolvere per la Turchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cipromuromappa2.8wl5vvbmo4kkg88sok8cs8wgc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Cipro, un enigma da risolvere per la Turchia" ></div></a><p><span style="font-size: small;">Il ministro per gli Affari europei di Ankara, Egemem Bağış, ha sottolineato sulla stampa nazionale e in incontri pubblici la soluzione più gradita alla Turchia della questione cipriota: l’unificazione dell’isola, nella traccia di quel piano Annan del 2004 (previsione di uno Stato federale unito e indipendente) accolto dal 64,9 % dei turcociprioti e bocciato dal 75,8 % dei grecociprioti, con conseguente fallimento del progetto sostenuto dall’ONU.</p>
<div><span style="font-size: small;">Le altre ipotesi prospettate da Bağış – due Stati entrambi riconosciuti dalla comunità internazionale, annessione turca dell’attuale Repubblica turcocipriota – sono da considerare in subordine, e probabilmente interlocutorie.</p>
<p>Comunque sia, l’importanza geopolitica di Cipro è considerevolmente aumentata da quando importanti giacimenti di idrocarburi sono stati rinvenuti nei pressi delle sue coste e – altro aspetto abbastanza recente – da quando le relazioni fra Turchia e Israele sono sensibilmente peggiorate: Tel Aviv infatti ha lavorato in profondità nel consolidamento dei suoi rapporti con la Grecia – uno Stato economicamente in ginocchio  e privato di sovranità politica, come purtroppo le cronache quotidiane testimoniano – e con la Repubblica cipriota, con la quale sono stati firmati all’inizio di quest’anno due accordi di cooperazione nella difesa e nell’intelligence. A ciò si aggiunge il contenzioso fra Turchia e Unione europea che vede la questione cipriota come elemento di contrasto e di difficoltà nel dispiegarsi del dialogo fra le parti. Qui l’incapacità  e la cattiva volontà  delle istituzioni europee &#8211; sommate alla passata scarsa lungimiranza turca e greca &#8211; sono evidenti, e hanno contribuito alla persistente chiusura della Ue nei confronti di Ankara. L’intervento di Israele nell’area non fa che rendere più difficile una soluzione, rafforzando la diffidenza delle istituzioni “europee” verso la Turchia. E’ pure da sottolineare come l’importazione di risorse energetiche costituisca il maggior peso per l’espansione dell’economia turca, un’economia che corre agli stessi ritmi di quella cinese (con un aumento del PIL del 9,6 % nei primi nove mesi del 2011) ma che deve preoccuparsi in prospettiva dell’acquisizione di tali risorse, che ora il mar del Levante sembra garantire in una certa misura.</p>
<p></span></div>
<p></span></p>
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		<title>Guerra di movimento e &#8220;geopolitica del caos&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 22:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/guerra-di-movimento-e-geopolitica-del-caos/13985/" title="Guerra di movimento e &#8220;geopolitica del caos&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/scacchi.bj9brr980so4c80wwko0w44o0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Guerra di movimento e &#8220;geopolitica del caos&#8221;" ></div></a>Non sono passati neanche due anni dacché, l&#8217;11 maggio 2010, si verificò l&#8217;incidente della Freedom Flotilla, ovvero l&#8217;attacco, in acque internazionali, da parte della marina militare israeliana contro la flottiglia di attivisti filo-palestinesi diretta a Gaza, con un carico di aiuti umanitari di vario genere. Com&#8217;è noto, l&#8217;intervento israeliano causò la morte di nove attivisti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/guerra-di-movimento-e-geopolitica-del-caos/13985/" title="Guerra di movimento e &#8220;geopolitica del caos&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/scacchi.bj9brr980so4c80wwko0w44o0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Guerra di movimento e &#8220;geopolitica del caos&#8221;" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p>Non sono passati neanche due anni dacché, l&#8217;11 maggio 2010, si verificò l&#8217;incidente della <em>Freedom Flotilla</em>, ovvero l&#8217;attacco, in acque internazionali, da parte della marina militare israeliana contro la flottiglia di attivisti filo-palestinesi diretta a Gaza, con un carico di aiuti umanitari di vario genere. Com&#8217;è noto, l&#8217;intervento israeliano causò la morte di nove attivisti, tutti a bordo della nave turca Mavi Marmara, e sembrò aver compromesso definitivamente le relazioni tra Ankara e Tel Aviv.</p>
<p>Inoltre, con il venir meno della tradizionale &#8220;amicizia&#8221; tra Israele e Turchia pareva perfino che la mappa geopolitica del Medio e Vicino Oriente stesse per cambiare in senso tutt&#8217;altro che favorevole non solo per i sionisti, ma anche per i circoli atlantisti. Infatti, fallito il disegno americano di controllare direttamente l&#8217;<em>Heartland</em>, i buoni rapporti tra Turchia, Siria ed Iran potevano evolversi in modo tale da rendere assai più difficile per gli Usa accerchiare la Russia, contrastare efficacemente l&#8217;influenza cinese in Asia e al tempo stesso sostenere le monarchie petrolifere e la politica di potenza sionista.</p>
<p>Vi è poco da stupirsi allora che né gli Usa, né Israele né le monarchie petrolifere siano rimasti ad assistere passivamente al nuovo corso della politica turca, ma abbiano reagito tenendo conto di tutta la complessa, multiforme e, sotto certi aspetti, contraddittoria galassia musulmana, allo scopo di difendere le proprie posizioni e di non perdere l&#8217;iniziativa strategica in un&#8217;area ancora di vitale importanza per l&#8217;America e, in generale, per l&#8217;oligarchia occidentale. Naturalmente questo non significa che la cosiddetta &#8220;primavera araba&#8221; sia stata pianificata a tavolino dagli americani e dai loro alleati, ma è indubbio che la situazione creatasi in Africa Settentrionale sia stata sfruttata per distruggere la Giamahiria e destabilizzare la Siria, facendo leva proprio su quei movimenti islamisti, come la stessa &#8220;fratellanza musulmana&#8221; (che in realtà ha sempre avuto rapporti niente affatto chiari con i servizi occidentali), che fino a pochi anni fa, secondo il “circo mediatico” a stelle e strisce, si dovevano addirittura considerare i più temibili nemici della &#8220;civiltà occidentale&#8221;.</p>
<p>Del resto, la liquidazione in perfetto &#8220;stile hollywoodiano&#8221; di Bin Laden, aveva indotto non pochi analisti a interpretarla come una svolta radicale nella politica degli Stati Uniti nei confronti dell&#8217;Islam, all&#8217;insegna del <em>divide et impera</em>, sbarazzandosi pure di &#8220;vecchi amici&#8221; che ormai avevano fatto il loro tempo ed erano diventati &#8220;oggettivamente&#8221; inutili, se non addirittura dannosi, per gli interessi occidentali. Una svolta che ha portato anche a &#8220;ricucire&#8221;, in qualche modo, le relazioni tra Ankara e Tel Aviv, sebbene la politica di Erdogan rimanga ancora in larga misura indecifrabile e sia quasi del tutto &#8220;coperta&#8221; l&#8217;azione diplomatica volta ad ancorare saldamente alla Nato la Turchia, &#8220;separandola&#8221; definitivamente dalla Siria e dall&#8217;Iran.</p>
<p>In questo contesto, anche la presa di posizione della Russia e della Cina a favore di Assad non pare decisiva, pur avendo per ora evitato che si ripetesse quanto già accaduto in Libia, dato che le pressioni per un &#8220;intervento umanitario&#8221; in Siria sono ancora fortissime. D&#8217;altronde, ove ciò avesse a verificarsi, la situazione potrebbe facilmente sfuggire di mano, non solo perché il regime siriano è assai più strutturato di quello libico, ma perché è una &#8220;partita&#8221; in cui si confrontano pressoché tutti i &#8220;soggetti geopolitici&#8221; che veramente contano. E che non vede nemmeno una “semplice” contrapposizione degli amici di Damasco ai nemici di Damasco, ché non è nemmeno un mistero che vi sia chi ritiene che Damasco sia solo una tappa sulla via che porta a Teheran.</p>
<p>Comunque sia, si deve soprattutto tener conto del ruolo estremamente importante svolto dalla Siria di Assad per quanto concerne il delicato assetto geopolitico della regione, dato che la repubblica siriana, se ha sempre appoggiato la causa palestinese ed anche Hamas (un&#8217;organizzazione che è nata dall&#8217;azione dei Fratelli musulmani nei campi profughi palestinesi e che anche per questo motivo ha voltato le spalle ad Assad), non ha mai avuto neanche particolari pregiudizi nei confronti degli sciiti, al punto da fungere da tramite tra Hezbollah e l&#8217;Iran. Non a caso la Siria è forse stato il Paese che con maggiore coerenza si è opposto alla prepotenza sionista, tanto che a giudizio di Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita libanese filo-iraniano Hezbollah, il fondamento del regime siriano è la lotta contro Israele, nonché il sostegno alla resistenza in Libano e in Iraq contro gli Stati Uniti</p>
<p>D&#8217;altra parte, si potrebbe osservare che neppure gli sciiti sono stati particolarmente lungimiranti sostenendo la rivolta contro Gheddafi, mentre gli aerei della Nato riducevano la Giamahiria ad un cumulo di macerie, aprendo così la strada per Tripoli ai “tagliagole bengasini”- alcuni dei quali adesso combattono contro le forze governative siriane, con lo stesso entusiasmo con cui hanno combattuto contro le forze governative libiche sventolando la bandiera americana accanto a quella che era la bandiera della Libia quando questo Paese era un protettorato angloamericano. Che è probabilmente, <em>mutatis mutandis</em>, quel che diventerebbe la Siria se Assad dovesse cadere, dato che il nuovo regime non potrebbe fare a meno dell&#8217;aiuto americano. Nondimeno, in questo caso, sia Hezbollah che l&#8217;Iran sono perfettamente consapevoli che l&#8217;Occidente sta cercando di stabilire un nuovo (dis)ordine nella regione, fondato sulla divisione etnica e religiosa.</p>
<p>Di questo tuttavia sono consapevoli non solo i dirigenti politici sciiti, ma pure quelli russi e cinesi; mentre per gran parte degli europei in Siria si starebbe combattendo un&#8217;altra guerra tra buoni e cattivi, tra pacifici manifestanti (anche se armati con missili anticarro <em>Milan</em>), che vogliono la libertà e la democrazia, e feroci militari fedeli al “tiranno” di Damasco. Di fatto, è palese che l&#8217;opera di (dis)informazione dei <em>media mainstream</em> non solo non aiuti a comprendere come il conflitto geopolitico possa articolare le relazioni internazionali e perfino la vita politica ed economica dei singoli Paesi, ma riesca a far sì che l&#8217;opinione pubblica non si domandi seriamente come e perché nel giro di poco meno di due anni si sia potuti giungere ad un mutamento così radicale della strategia atlantista.</p>
<p>Pertanto, se da un lato non si possono escludere altri “capovolgimenti di fronte”, fino a quando gli equilibri geopolitici mondiali continueranno ad essere così “fluidi”, dall&#8217;altro si deve riconoscere che la battaglia che si combatte sul fronte della (dis)informazione è essenziale anche per giustificare tali capovolgimenti. Vale a dire che probabilmente i gruppi dominanti (filo)occidentali non avrebbero rischiato di interpretare la parte dell&#8217;apprendista stregone giocando la “carta islamista”, se non fossero sicuri di poter in ogni caso contare sulla passività e acquiescenza dell&#8217;opinione pubblica internazionale (e in particolare di quella europea). Di questo sembra essersi reso conto lo stesso Assad affermando: «Sul terreno siamo noi i più forti […] C&#8217;è un attacco dei media contro di noi e loro possono essere più forti nella blogosfera, ma noi vogliamo vincere [...] sul terreno e nella blogosfera» (evidentemente Assad ha usato il termine &#8220;blogosfera&#8221; come una sineddoche, ossia per denotare il mondo dell&#8217;informazione nel suo complesso).</p>
<p>Si tratta appunto di due piani che non sono separati, bensì &#8220;congiunti&#8221;. Ed è questa &#8220;congiunzione&#8221; che si deve prendere in esame per decifrare, senza la presunzione di capire tutto o di non poter errare, un &#8220;di-segno&#8221; geopolitico che non è affatto frutto di un complotto, ma che &#8220;risulta&#8221; dall&#8217;azione di diversi centri di potere (sovente anche in competizione tra di loro) capaci di combattere una guerra di movimento, tanto sul &#8220;terreno&#8221; quanto nella &#8220;blogosfera&#8221;. Una guerra scatenata dalla stessa macchina bellica occidentale di cui i <em>media mainstream</em> sono parte costitutiva e che ha generato lo tsunami finanziario che sta facendo vacillare il “modello sociale europeo”. Una guerra che ben difficilmente i popoli dell&#8217;Eurasia potranno vincere, finché la retorica della libertà e della democrazia impedirà di comprendere che la “geopolitica del caos” (sia politico che economico) è conseguenza necessaria della volontà di potenza dell&#8217;Occidente, cioè di una determinata “struttura di potere”, delle cui reali finalità, peraltro, solo raramente sono del tutto consapevoli gli stessi “soggetti geopolitici.”</p>
<p><strong>* Fabio Falchi è redattore di Eurasia</strong></font></p>
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