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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Turchia</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>L&#8217;IsAG al Forum italo-turco: l&#8217;intervento di Aldo Braccio</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 09:39:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Tre rappresentanti dell'IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) hanno partecipato all'VIII Forum di Dialogo Italo-Turco, svoltosi a Istanbul i giorni 24 e 25 novembre scorsi presso l'Hotel Hilton: il segretario scientifico Daniele Scalea, il ricercatore Pietro Longo e il redattore di "Eurasia" Aldo Braccio. Presentiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato da Aldo Braccio durante la sessione a porte chiuse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lisag-al-forum-italo-turco-lintervento-di-aldo-braccio/12548/" title="L&#8217;IsAG al Forum italo-turco: l&#8217;intervento di Aldo Braccio"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12548&amp;w=80" width="80" height="41" alt="L&#8217;IsAG al Forum italo-turco: l&#8217;intervento di Aldo Braccio" ></div></a><div style="font-size: medium;">Tre rappresentanti dell&#8217;IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) hanno partecipato all&#8217;<a href="http://www.itaturk-forum.eu/tmpl/home.aspx?page=home" target="_blank">VIII Forum di Dialogo Italo-Turco</a>, svoltosi a Istanbul i giorni 24 e 25 novembre scorsi presso l&#8217;Hotel Hilton. Il Forum è organizzato da Unicredit e dal SAM (centro di ricerca strategica del Ministero degli Affari Esteri turco) in collaborazione con &#8220;East&#8221; e IAI e sotto l&#8217;alto patronato dei ministeri degli Affari esteri di Italia e Turchia. Aperto dai discorsi dei ministri Terzi di Sant&#8217;Agata e Davutoğlu, il Forum è proseguito con una tavola rotonda a porte aperte e con una, più ampia, a porte chiuse. In quest&#8217;ultima, si sono trovati a discutere sulle prospettive dell&#8217;integrazione turca nell&#8217;UE alcune decine d&#8217;esperti delle due nazioni. Tra essi, i tre rappresentanti dell&#8217;IsAG: il segretario scientifico Daniele Scalea, il ricercatore Pietro Longo e il redattore di &#8220;Eurasia&#8221; Aldo Braccio.<br />
Presentiamo di seguito il testo dell&#8217;intervento pronunciato da Aldo Braccio durante la sessione a porte chiuse.</div>
<div style="font-size: medium; text-align: center;">***</div>
<div style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-12551" style="margin: 5px; float: left;" title="Aldo Braccio e Pietro Longo" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/100_13112-e1322991497365.jpg" alt="" width="341" height="208" /></div>
<div style="font-size: medium;">
<p><em><span style="font-size: medium;">Grazie, Presidente.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Indubbiamente rafforzare le relazioni fra Italia e Turchia – fra governi ed enti locali, fra corpi intermedi e anche fra operatori economici – rappresenta anche un positivo passaggio nel miglioramento dei rapporti fra Europa e Turchia.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Queste relazioni devono necessariamente tener conto di uno scenario internazionale che sta cambiando anche al di là delle “primavere arabe”, fenomeno questo che è ancora abbastanza incerto nei suoi esiti e nel suo significato. Assistiamo infatti al tramonto progressivo ma inesorabile di un sistema mondiale unipolare a guida statunitense, cui va sostituendosi un mondo multipolare più aperto ed equilibrato, basato su grandi aggregazioni di forze di carattere regionale o continentale.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">In questo senso il sistema economico e concettuale, culturale, della globalizzazione è entrato in crisi e mostra tutti i suoi limiti : una crisi che sta attraversando – come tutti possono constatare – i Paesi del cosiddetto Occidente e sta minacciando di spingere nel baratro anche altre parti del mondo, distruggendo l’economia produttiva a solo beneficio di una finanza incontrollata e speculatrice.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">D’altra parte, come giustamente osserva il ministro degli Esteri Davutoğlu in </span><span style="font-size: medium;">Stratejik Derinlik : Tűrkiye’nin Uluslararası Konumu</span><span style="font-size: medium;">, il superamento dei parametri della Guerra Fredda implica la reinterpretazione del proprio ruolo geopolitico &#8211; e questo vale per la Turchia quanto per l’Italia. Un ruolo geopolitico e quindi – sottolineo – politico – di riconquista di una dimensione decisionale e non di contorno della politica nei confronti dell’economia.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">E’ ben vero che l’enorme rilievo dell’interscambio commerciale con quasi tutti i Paesi limitrofi, a cominciare dall’Iran, e il fatto che Russia e Cina siano in assoluto il secondo e il terzo partner commerciale traducono anche in termini economici le nuove proiezioni geopolitiche della Turchia; l’Italia, quarto partner commerciale in assoluto del Paese della Mezzaluna, potrà indirettamente giovarsi di tale “apertura al mondo” della Turchia, se saprà acquisire una visione lungimirante delle relazioni internazionali, non fondata su pregiudizi ideologici e non sbilanciata aprioristicamente in senso transatlantico, ma invece più attenta all’area mediterranea e a quella del Vicino Oriente, e in generale ai nuovi attori emergenti nello scenario mondiale.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Grazie per l’attenzione.</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="font-size: medium;">Aldo Braccio</span></em></p>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Dopo la “Primavera”. Dalle rivolte arabe ai nuovi assetti globali</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 23:22:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Presentiamo di seguito l'intervento pronunciato da Giacomo Guarini, ricercatore presso l'IsAG, alla conferenza “Dopo la Primavera: dalle rivolte arabe ai nuovi assetti globali”, svoltasi a Fontenuova (RM) il 26 novembre scorso presso la Biblioteca Provinciale. L'evento è stato organizzato dall'associazione culturale Millennium in collaborazione con l'IsAG e Fuoco Edizioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/dopo-la-%e2%80%9cprimavera%e2%80%9d-dalle-rivolte-arabe-ai-nuovi-assetti-globali/12482/" title="Dopo la “Primavera”. Dalle rivolte arabe ai nuovi assetti globali"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12482&amp;w=80" width="80" height="53" alt="Dopo la “Primavera”. Dalle rivolte arabe ai nuovi assetti globali" ></div></a><p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Presentiamo di seguito l&#8217;intervento pronunciato da Giacomo Guarini [primo a sinistra nella foto], ricercatore presso l&#8217;IsAG, alla conferenza “<a href="../../dopo-la-primavera-il-26-novembre-a-fontenuova/12280/">Dopo la Primavera: dalle rivolte arabe ai nuovi assetti globali</a>”, svoltasi a Fontenuova (RM) il 26 novembre scorso presso la Biblioteca Provinciale. L&#8217;evento è stato organizzato dall&#8217;associazione culturale Millennium in collaborazione con l&#8217;IsAG e Fuoco Edizioni.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Buonasera a tutti,</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ringrazio anzitutto gli organizzatori per avermi dato possibilità di essere qui con voi a discutere della tematica proposta: lo sviluppo delle cosiddette Primavere arabe e i nuovi assetti globali che ne derivano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Proverò a dividere la mia esposizione in tre parti:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- una panoramica descrittiva delle rivolte nell’area mediterranea, che è quella che ha goduto di grande attenzione mediatica in ‘Occidente’ con i rivolgimenti in Tunisia ed Egitto prima, i disordini libici cui ha fatto seguito il ben noto intervento militare esterno nel paese, la crisi siriana che va evolvendosi in forme sempre più acute;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- cenni a quelle ‘Primavere’ quasi del tutto ignorate dalle nostre parti, che hanno coinvolto i paesi della penisola araba; </span></span></p>
<ul>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">cenni 	ai nuovi possibili assetti regionali e globali, anche alla luce 	dell’atteggiamento che le grandi potenze  vanno assumendo 	nell’area.</span></span></li>
</ul>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">Una prima precisazione:</span> la decisione di trattare separatamente i rivolgimenti in corso nell’area mediterranea e nella penisola araba non scaturisce da mero criterio geografico ma nasce da più profonde implicazioni. Di fatto, le rivolte dell’area mediterranea sono state oggetto di grande attenzione mediatica e incisive risposte politiche; i rivolgimenti della penisola non hanno invece avuto pressoché alcuna eco significativa né sul piano mediatico né sul piano politico internazionale.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Primavere” mediterranee</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Comincio dunque con alcuni cenni agli sviluppi delle rivolte nei paesi mediterranei, trattando di Tunisia, Egitto e Siria (il caso libico sarà di specifica pertinenza del correlatore Di Ernesto).</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Tunisia: </strong>è stato il primo paese nel quale il malcontento popolare è esploso in forme incontenibili. Estesosi dall’entroterra verso la capitale costiera Tunisi, renderà vane le violente repressioni di Ben Alì, presidente del paese dal 1987, che sarà infine costretto alla fuga in Arabia Saudita. Alla sua dipartita seguiranno ancora scontri di piazza a più riprese, dovuti soprattutto all’insofferenza del popolo per governi provvisori caratterizzati ancora da una forte presenza di membri del vecchio <em>establishment</em>. Nuove elezioni avranno luogo  il 23 Ottobre, inizialmente previste per la fine di Luglio.<br />
L’esito elettorale porterà ad una vittoria quasi scontata del partito definito “islamico-moderato” <span style="color: #000000;">Ennahda</span><span style="color: #ff0000;"> </span><span style="color: #000000;">che conquisterà 90 seggi su 217 con circa il 41% delle preferenze espresse. Rachid Gannouchi è il </span><span style="color: #000000;"><em>leader</em></span><span style="color: #000000;"> della forza politica uscita vincitrice dalla competizione. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;">Il paese all’indomani delle competizioni elettorali:</span></span><span style="color: #000000;"> Gannouchi sembrerebbe al momento assumere funzione equilibratrice fra le istanze più radicalmente islamiste e quelle più laiche del paese. Da un lato ha riconosciuto legittimità politica alla formazione islamista radicale Ettahir, la cui partecipazione alla competizione elettorale era stata esclusa dal governo di transizione. D’altro canto, l’assetto istituzionale si è consolidato sulla base del legame con partiti di estrazione laica quali l’Ettakatol e il Congresso per la Repubblica (in merito alla designazione rispettivamente del presidente dell’Assemblea costituente e del Capo dello Stato </span><span style="color: #000000;"><em>ad interim</em></span><span style="color: #000000;">) e di rilievo è stato l’ammiccare al modello turco ed alla figura di Erdo</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">ğ</span></span><span style="color: #000000;">an, la cui formazione politica richiama chiaramente le radici islamiche ma ripudia quello che definiremmo “fondamentalismo”. Indicativo della volontà di Gannouchi di emergere come </span><span style="color: #000000;"><em>leader </em></span><span style="color: #000000;">moderato dalla competizione è stato anche l’aver posto l’accento sulla grande partecipazione politica femminile nelle stesse file di Ennhada, nonché il ripudio di provvedimenti proibizionisti nella vita civile ispirati a ragioni confessionali.</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><strong>Egitto: </strong></span><span style="color: #000000;">l’11 Febbraio Mubarak, dopo aver tentato alcune riforme cosmetiche in seno all’</span><span style="color: #000000;"><em>establishment</em></span><span style="color: #000000;">, si vedrà costretto a lasciare il potere in seguito ad indomabili proteste, nonostante &#8211; anche qui &#8211; l’intervento di forze di repressione governative e para-governative. Il potere è delegato provvisoriamente al Consiglio supremo delle forze armate. Attualmente, anche a seguito dell’approvazione di modifiche costituzionali, l’art. 56 della costituzione provvisoria prevede la prerogativa eccezionale per le stesse forze armate di adottare atti normativi. E possiamo dire che proprio il potere del Consiglio militare rappresenta ancora oggi un forte fattore di impedimento alla pacificazione sociale (non l’unico, per la verità, considerando i casi di violenza inter-religiosa che continuano a manifestarsi nel paese) dal momento che Piazza Tahrir al Cairo, assurta a simbolo della mobilitazione popolare contro Mubarak, ha continuato anche dopo la caduta dello stesso ad essere popolata in segno di protesta e proprio in questi giorni assistiamo a manifestazioni ‘oceaniche’ come quelle di Febbraio. Elezioni non hanno ancora avuto luogo (il primo turno si svolgerà il 28 Novembre), ma il fermento socio-politico di questi mesi non ha fatto che dimostrare la grande forza di cui gode un movimento come quello dei Fratelli Musulmani, confermata anche dalla capacità di mobilitazione nelle proteste di cui abbiamo fatto cenno. Dovrà dunque passare del tempo, prima di poter assistere ad una più chiara ridefinizione dei rapporti di forza fra i soggetti politico-sociali provenienti “dal basso” (presso i quali, le componenti islamiste  assumono grande peso) e “dall’alto” (il Consiglio militare, la cui presenza nelle istituzioni è ancora forte).</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I rivolgimenti in Egitto e Tunisia, elementi comuni di riflessione:</strong></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><strong>- </strong></span><span style="color: #000000;">Abbiamo assistito alla caduta di regimi pluridecennali, autocratici, ‘laici’ (1),  appoggiati dall’ ‘Occidente’.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">-  In entrambi i paesi forti spinte alla rivolta sono nate da malcontento sociale. Disoccupazione, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità (fenomeno per il quale si è diffusamente denunciata l’influenza delle speculazioni finanziarie), cleptocrazia sono stati tutti elementi che hanno giocato un importante ruolo come scintilla dei fenomeni di destabilizzazione.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">- La caduta dei regimi ha lasciato il posto ad un fermento politico dalle forti connotazioni religiose, già carsicamente radicato nel tessuto sociale. Un elemento – la componente islamista – che pure se in forme diverse ritroveremo anche nella crisi siriana di cui andremo a parlare e in quella libica di cui dirà Di Ernesto. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">- Si è detto come i governi di Ben Alì e Mubarak godessero di solidi rapporti con i paesi occidentali, per quanto le stesse relazioni fossero soggette ad alti e bassi. Tuttavia non può tacersi il ruolo che ha giocato nelle rivolte un fattore controverso quale la presenza di attivisti ed ong caratterizzati da legami diretti o indiretti con l’ ‘Occidente’ e con gli USA in particolare. Si pensi a quelle rivelazioni di Wikileaks diffuse nei giorni dell’infiammare delle proteste egiziane, le quali facevano riferimento a legami fra diplomazia USA e attivisti egiziani volti a favorire un </span><span style="color: #000000;"><em>regime change</em></span><span style="color: #000000;"> nel paese. Vi sarebbe molto altro da dire su questi legami, per alleggerire la trattazione preferisco farlo per immagini più che per parole: </span></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span></span></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></strong></p>
<div id="attachment_12483" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-12483" title="Egiziani dissidenti accolti a Washington presso la Freedom House (2008)" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/12.jpg" alt="" width="400" height="266" /><p class="wp-caption-text">Egiziani dissidenti accolti a Washington presso la Freedom House (2008)</p></div>
<div id="attachment_12484" class="wp-caption aligncenter" style="width: 437px"><img class="size-full wp-image-12484 " title="Attivisti per i diritti umani egiziani accolti presso il Dipartimento di Stato (2009)" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/21.jpg" alt="" width="427" height="286" /><p class="wp-caption-text">Attivisti per i diritti umani egiziani accolti presso il Dipartimento di Stato (2009)</p></div>
<div id="attachment_12485" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-12485" title="Simbolo di Otpor, organizzazione serba               per i diritti civili, sostenuta e finanziata da  Freedom House il cui ruolo è stato determinante nella caduta del presidente Milosevic " src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/31.jpg" alt="" width="200" height="238" /><p class="wp-caption-text">Simbolo di Otpor, organizzazione serba               per i diritti civili, sostenuta e finanziata da  Freedom House il cui ruolo è stato determinante nella caduta del presidente Milosevic </p></div>
<div id="attachment_12486" class="wp-caption aligncenter" style="width: 394px"><img class="size-full wp-image-12486  " title="Nelle proteste egiziane,  il movimento 6 Aprile fa largo  uso di simboli che richiamano Otpor; esponenti dell’organiz- zazione stessa e fonti giornalistiche hanno fatto riferimento  agli intensi legami fra le due organizzazioni" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/41.jpg" alt="" width="384" height="238" /><p class="wp-caption-text">Nelle proteste egiziane,  il movimento 6 Aprile fa largo  uso di simboli che richiamano Otpor; esponenti dell’organiz- zazione stessa e fonti giornalistiche hanno fatto riferimento  agli intensi legami fra le due organizzazioni</p></div>
</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="Sezione2">
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div id="Sezione3">
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">I legami diretti o indiretti fra movimenti ed ong di protesta e governo USA sembrano dunque rispettare la strategia delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, applicata in particolare nei Balcani, nell’Est Europa ed in Centro Asia e consistente nel promuovere cambi di regime favorevoli a Washington proprio mediante il massiccio finanziamento di gruppi e movimenti locali finalizzati al sovvertimento non-violento di governi autocratici o presunti tali. Certamente vi è nel contesto ‘egizio-tunisino’ una grande anomalia, data dal fatto che qui non si è agito contro governi ostili agli USA, tutt’altro. Tenteremo in conclusione di accennare  ai possibili motivi di simili scelte strategiche.</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><strong>Siria: </strong></span><span style="color: #000000;">rappresenta sicuramente lo scenario più delicato al momento nell’area mediterranea, suscettibile di brusche e sconvolgenti evoluzioni nel breve periodo. Si è cominciato a parlare di Siria in relazione alle rivolte arabe</span><span style="color: #000000;"><em> </em></span><span style="color: #000000;">nel mese di Marzo, con i primi disordini di Deraa. Per lungo tempo i principali </span><span style="color: #000000;"><em>media</em></span><span style="color: #000000;"> panarabi (Al-Jazeera e Al-Arabiya) ed occidentali hanno esclusivamente trattato delle violente repressioni governative, spesso in verità anche riportando notizie e testimonianze audiovisive di dubbia  &#8211; quando non nulla – attendibilità. Con questo non si vuole negare la violenza delle repressioni governative, soprattutto in particolari frangenti, ma si vuole mettere in luce un aspetto della crisi parecchio trascurato dai </span><span style="color: #000000;"><em>media </em></span><span style="color: #000000;">nel corso dei mesi e solo ora parzialmente emerso. A fare da contraltare alle notizie di violenze arbitrarie su pacifici manifestanti, infatti, vi è la versione del governo siriano, che ha denunciato sin dall’inizio un “complotto dall’estero” e l’azione di terroristi autori di attentati contro i militari e contro i civili. Diverse testimonianze audiovisive sono state riportate al riguardo dalle tv di Stato. Negli ultimi giorni, invece sta acquisendo certa visibilità l’ “Esercito Siriano Libero”, che ha rivendicato diversi attentati a luoghi di rilevanza politica e militare. Per simili fatti, dunque, anche la stampa occidentale è giunta infine a fare riferimento esplicito alla realtà di una guerra civile nel paese. Da rilevare anche che il governo ha proposto e promulgato diversi provvedimenti di riforma sin dall’inizio della crisi (apertura del web, riforme istituzionali finalizzate al pluripartitismo, amnistia per gli autori di disordini, fine dello stato di emergenza in vigore da decenni, etc.) ma questi non sono mai stati posti alla base di un dialogo fra le parti, a causa del rifiuto pregiudiziale dei ‘ribelli’ che hanno presto alzato la posta, chiedendo non più determinate riforme, ma un immediato ed incondizionato </span><span style="color: #000000;"><em>regime change</em></span><span style="color: #000000;">. Ultimo elemento che vorrei mettere in luce è il sostanziale sostegno di cui Assad sembra di fatto godere presso larghe fasce della popolazione e – elemento degno di nota – presso le minoranze religiose, fra cui quella cristiana. Il timore espresso da diversi esponenti di quest’ultima è che l’attuale pace confessionale e rispetto religioso garantiti politicamente, verrebbero meno a causa del forte radicamento islamista degli oppositori governativi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;">La crisi siriana nel contesto internazionale:</span></span><span style="color: #000000;"> </span><span style="color: #000000;">la crisi in corso vede il governo in serie difficoltà e semi-isolato internazionalmente. Con accuse basate su una condotta repressiva del governo contro le istanze del popolo, le prime dure critiche sono arrivate dall’ ‘Occidente’. La Turchia – negli ultimi tempi impegnata in un riavvicinamento a Damasco, sancito da importanti forme di cooperazione strategica – ha avuto negli ultimi mesi un atteggiamento di crescente ostilità, sfociato nella minaccia di intervento ‘umanitario’ degli scorsi giorni, per di più accolta favorevolmente da esponenti dei Fratelli Musulmani siriani, anche qui in opposizione al governo costituito. Abbiamo poi la Lega Araba, che si è visto aver agito politicamente contro la Siria con la sospensione della </span><span style="color: #000000;"><em>membership</em></span><span style="color: #000000;"> nell’organizzazione ed elaborando sanzioni da applicare. A difendere il governo di Assad resta la Russia, per la quale la Siria ha una funzione strategica troppo importante come sbocco sempre ricercato nei “mari caldi”, dal momento che le è garantito l’accesso al porto di Tartus. Anche la Cina avrebbe interesse a difendere il paese da un eventuale intervento ‘umanitario’, soprattutto dopo che la risoluzione ONU 1973 per la Libia è stata interpretata a puro arbitrio delle forze intervenute. Per ora però le sue reazioni sono parse abbastanza tiepide. L’Iran resta infine uno strenuo difensore della Siria, trovando in essa un alleato vitale, un punto di riferimento fondamentale nella regione, come lo è d’altronde anche per la milizia islamico-sciita libanese di Hezbollah, nonché come elemento di raccordo fra quest’ultima e lo stesso Iran. </span></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><strong>Le ‘Primavere’ ignorate: la penisola araba</strong></span></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Anche la penisola araba è stato centro di disordini di non indifferente portata, eppure questi sono stati sistematicamente ignorati dai nostri media, a parte forse certi riferimenti allo Yemen. In Arabia Saudita vi sono state tensioni soprattutto nella parte orientale del paese, a maggioranza sciita (della stessa confessione religiosa dell’Iran, a differenza dell’</span><span style="color: #000000;"><em>establishment</em></span><span style="color: #000000;"> saudita radicato nella tradizione del sunnismo wahabita) e particolarmente tesa è stata ed è la situazione in Bahrein; è noto a chi ha seguito con più attenzione i fenomeni in corso nel mondo arabo che il governo saudita è intervenuto con carri armati nella piccola isola per facilitare la repressione delle proteste pacifiche di civili disarmati. Da rilevare che in questi due scenari la rivolta coinvolge sostanzialmente la popolazione di confessione sciita in paesi dove l’assetto istituzionale è di forte ispirazione sunnita e l’orientamento confessionale si riflette anche nella vita civile e sociale, causando forti discriminazioni. La Repubblica Islamica dell’Iran ha fortemente simpatizzato con simili proteste, per comunanza confessionale, ma anche perché si tratta di spine nel fianco del regime saudita e dei suoi alleati, con i quali l’Iran è in competizione per l’egemonia regionale. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;">‘<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Occidente’ e monarchie del Golfo: un progetto strategico comune? </span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="color: #000000;">Perché, tuttavia, queste proteste non hanno avuto la stessa risonanza ed impatto di quelle ‘mediterranee’ precedentemente trattate? Proviamo a rispondere. Le cosiddetta petro-monarchie del Golfo costituiscono un fondamentale serbatoio energetico per l’ ‘occidente’, USA </span><span style="color: #000000;"><em>in primis </em></span><span style="color: #000000;">e per questi ultimi vi è anche una valenza strategica fondamentale. Si pensi alle varie basi militari USA ivi dislocate (si parla di più di 40.000 truppe statunitensi presenti nel Golfo), le quali hanno anche  una importante funzione di accerchiamento dell’Iran, nemico comune agli USA e ai paesi peninsulari. Insomma, simili esigenze di grande interesse strategico hanno evidentemente portato ad allontanare l’attenzione dalle rivolte in corso in questi scenari; tuttavia dobbiamo far riferimento anche ad altre esigenze strategiche di più immediata contingenza e –aggiungo – cruciali per comprendere l’evolvere dei sommovimenti in corso. Mi riferisco ad una sostanziale convergenza strategica – pur fra inevitabili divergenze di second’ordine – fra i più influenti paesi dell’area (Arabia Saudita e Qatar </span><span style="color: #000000;"><em>in primis</em></span><span style="color: #000000;">) da un lato e gli USA (seguiti a ruota dagli altri paesi occidentali) dall’altro, nel promuovere</span><span style="color: #000000;"><em> </em></span><span style="color: #000000;">la caduta dei governi costituiti nel Mediterraneo o quantomeno nel sostenere le forze politiche successivamente insediatesi. L’aiuto sostanziale di questi paesi arabi in tal senso si è avuto su più fronti:</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">- Copertura mediatica: Al-Jazeera ed Al-Arabiya sono due emittenti rispettivamente facenti capo all’emiro del Qatar e alla famiglia dei Saud, al potere in Arabia Saudita (anche se la sede dell’emittente è negli E.A.U.). E’ noto ormai come simili emittenti abbiano letteralmente taciuto i pur rilevanti sommovimenti in corso nella penisola araba mentre abbiano intensamente sponsorizzato quelli nell’area mediterranea, arrivando spesso a storture – quando non a vere e proprie menzogne – per promuovere la caduta dei regimi mediterranei. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">- Sostegno finanziario: concretizzatosi in più forme, soprattutto da parte saudita e qatariota; si pensi all’impulso agli investimenti e ai prestiti al ‘nuovo’ Egitto e alla ‘nuova’ Libia. Ma meriterebbe una trattazione a parte la questione del sostegno agli stessi movimenti politico-religiosi sunniti operanti nell’area. Per inciso, si noti come massicci fondi siano stati invece stanziati per finalità inverse (garantire la sopravvivenza dei regimi politici al potere) nel Golfo ed in paesi alleati.  L’Arabia Saudita, ad esempio, si è impegnata a stanziare una quantità enorme di denaro (130 miliardi di dollari, pari al 36% del suo pil) per promuovere riforme sociali interne e salvare sé stessa, ma anche ingenti risorse destinate ai governi amici destabilizzati dalle rivolte grazie al Consiglio di Cooperazione del Golfo. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">- Appoggio militare e para-militare: Qatar e E.A.U. hanno dato il loro sostegno all’operazione militare in Libia. In particolare il Qatar ha anche lavorato nelle operazioni più delicate, quale la dislocazione di truppe speciali a terra che ha permesso la presa di Tripoli. Riguardo alla destabilizzazione in corso in Siria, anche analisti occidentali – tutt’altro che sospetti di simpatie baathiste – ipotizzano il sostegno indiretto dei sauditi ai gruppi armati antigovernativi, contando sull’appoggio di Hariri dal Libano e sulle frontiere porose dell’Iraq, nonché sulla collaborazione dell’alleato giordano.</span></span></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Attività 	politica: la Lega Araba ha mostrato piena ostilità nei confronti di 	Gheddafi ed Assad mentre – ovviamente – nessun provvedimento di 	sanzione è stato preso nei confronti dei governi della penisola a 	causa delle repressioni attuate (in base ai rapporti di forza in 	seno alla Lega, la cosa avrebbe significato accusare sé stessi).</span></span></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Abbiamo visto come i sommovimenti nell’area mediterranea (Egitto, Tunisia, Libia e Siria) stiano vedendo come attori protagonisti in primo luogo forze islamiste (tendenti all’oltranzismo o a posizioni moderate a seconda dei luoghi); fra queste, i Fratelli Musulmani parrebbero rappresentare la forza più dirompente, che emerge in paesi ‘laici’ dove aveva sempre subìto forti forme di contenimento o effettiva repressione. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">I paesi del Golfo hanno dato un sostanziale sostegno a simili fermenti, scommettendo sul forte ascendente politico che potranno avere sulle forze politiche emergenti ispirate all’islamismo sunnita. Hanno invece taciuto, contenuto e represso ogni forma di dissenso nella propria area di riferimento.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I paesi occidentali, USA in testa, hanno contribuito alla caduta di regimi pure ad essi legati (Tunisia, Egitto) e promosso parimenti un cambio politico di regimi ad essi ostili (Libia, Siria in corso).</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">La domanda che sorge spontanea è: perché l’egemone USA ha assecondato un generale stravolgimento degli assetti mediterranei, anche quando questo ha coinvolto governi tutto sommato affidabili e ad essi legati?</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Diverse risposte possono provarsi a dare sulle finalità di tale scelta e possiamo individuare scopi strategici a valenza regionale e globale:</span></span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"> </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">1. A 	livello regionale: l’appoggio alle “Primavere” ha portato alla 	caduta di regimi ‘fidati’, i quali però erano causa di forte 	malcontento presso la popolazione e di certa preoccupazione presso 	gli stessi USA (vedi i crescenti legami con la Cina). La loro caduta 	ha portato ad un rilancio d’immagine, con il quale gli USA hanno 	potuto presentarsi come sensibili alle istanze democratiche delle 	popolazioni; l’instabilità ivi creatasi ha inoltre permesso di 	rendere le frontiere di Tunisia ed Egitto con la Libia ancora più 	porose, favorendo operazioni militari contro le forze di Gheddafi 	nel conflitto libico; infine il ‘caos’ propagatosi ha 	irrimediabilmente turbato importanti processi di autonoma 	integrazione mediterranea che rischiavano di estromettere 	pericolosamente gli stessi USA dall’area (</span><span style="color: #000000;"><em>partnership </em></span><span style="color: #000000;">italo-libica, fronte 	Roma-Ankara-Mosca, progetto di gasdotto Iran-Iraq-Siria).</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"> </span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">2. La 	particolarità della crisi siriana: abbiamo visto in queste 	settimane la Siria e l’Iran nel mirino. La caduta del regime di 	Assad rappresenterebbe nell’area sicuramente un evento dagli 	effetti imprevedibili. E tuttavia rappresenterebbe un colpo 	fortissimo inferto all’Iran (di cui è saldo alleato) e di  un 	certo fastidio anche per la Russia. Inoltre – come accennato – è 	proprio la possibilità che forze sunnite islamiste rimpiazzino il 	Baath al potere ad allettare le mire dei sauditi e dei loro alleati 	nella lotta regionale per l’egemonia contro il bastione sciita di 	Persia. La caduta del regime siriano è in effetti un obiettivo più 	vicino e probabile che non lo scontro diretto con l’Iran, il quale 	rappresenta in ogni caso il nemico ultimo nell’area per sauditi e 	statunitensi (2).</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">3. Finalità 	a valenza globale: i  fenomeni di destabilizzazione in corso 	compromettono sicuramente la forza della penetrazione di nuovi 	attori globali emergenti, Cina </span><span style="color: #000000;"><em>in 	primis</em></span><span style="color: #000000;">, nel Vicino Oriente e 	possono collocarsi in un contesto di ricercata ostruzione da parte 	USA dell’accesso alle più importanti aree strategiche del globo 	ai nuovi competitori internazionali; si veda l’attività del 	comando militare statunitense per l’Africa (Africom), per la quale 	anche diversi analisti occidentali sottolineano l’importante 	funzione di contenimento e sbarramento della emergente presenza 	cinese nel continente africano;  così come i recenti moniti di 	Obama alla Cina, durante la sua visita in Australia, in merito alla 	presenza nel Pacifico. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Abbiamo visto come il cerchio si stia stringendo sul grande nemico iraniano con pressioni contestuali e ancor più pericolose sull’alleato siriano. L’indebolimento della potenza iraniana potrebbe dare nei progetti USA linfa vitale alla loro penetrazione eurasiatica, a scapito grandi rivali continentali cinese e russo. La porta per una simile avanzata sarebbe costituita dall’area centroasiatica; identificata dal grande stratega statunitense Brzezinski (attuale consigliere dell’amministrazione Obama) come “Balcani eurasiatici”. Trattasi di un’area ricca di risorse e tuttavia lungi dall’essere sotto pieno controllo delle grandi potenze continentali (Russia e Cina, appunto), nonché  polveriera di conflitti etnico-religiosi suscettibili di esplosione (non a caso è stata creata un’organizzazione di cooperazione – quella di Shanghai – che ha come primo scopo la sicurezza e la stabilità dell’area). In un simile scenario, un forte impegno degli USA volto a far leva  sul fattore islamista nonché  su frizioni etniche, potrebbe portare a creare una vasta zona di frattura nell’area centroasiatica, in grado di colpire duramente la stabilità dei due giganti asiatici anche perché suscettibile di facili sconfinamenti entro i loro confini interni (vedi le aree di crisi russa a considerevole presenza musulmana e lo Xinjiang cinese). Una lunga fascia di destabilizzazione che darebbe dunque non pochi pensieri ai grandi rivali eurasiatici degli USA.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">In ogni caso, tornando al contingente e al nostro scenario di riferimento, vi sono al momento l’incognita siriana e quella iraniana. Un intervento armato in Iran vorrebbe dire scatenare un conflitto di imprevedibili proporzioni e conseguenze ma in effetti i recenti</span><span style="color: #000000;"><em> rumors</em></span><span style="color: #000000;"> su di un intervento militare sono stati talmente amplificati da far pensare più ad una volontà di fare pressione su Cina e Russia che non a reale volontà bellica, almeno nel breve periodo. Tuttavia anche l’intervento in Siria sarebbe probabilmente foriero di conseguenze e reazioni tutt’altro che circoscritte entro i suoi confini come – in un certo senso – può essere stato nel caso libico; non ha torto Assad quando paventa conseguenze disastrose per tutto il Vicino Oriente in caso di attacco al proprio paese. Vi è da constatare che l’</span><span style="color: #000000;"><em>establishment</em></span><span style="color: #000000;"> occidentale ha dimostrato in questi mesi tutto fuorché senso della misura e quindi un conflitto a breve, soprattutto in Siria, non può totalmente escludersi, tanto più se sulla questione siriana ci si potrà avvalere di una ‘procura’ turca. Determinante sarà la reazione di Russia e Cina, che già hanno fatto abortire tentativi di risoluzione al riguardo in sede ONU. I due paesi hanno spesso dimostrato molta cautela, evitando di fare “muro contro muro” con gli USA su questioni che non riguardavano le proprie immediate pertinenze territoriali o interessi vitali. La Cina, in particolare, cerca di potenziare al massimo il proprio sviluppo economico, rimandando nel tempo uno sforzo più strettamente politico a livello internazionale. Sinora, l’atteggiamento di Pechino è stato dunque di attesa: si è ritenuto da parte sua non proficuo sviluppare contrapposizioni frontali con gli USA, sulla base del fatto che la superpotenza è in fase di declino evidente. Inutile dunque rispondere in maniera frontale, quando il  tempo potrà da solo portare ulteriori frutti amari al grande rivale americano.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Tuttavia, si fa vicino il momento in cui diventa necessario che un pur saggio atteggiamento attendista venga a confrontarsi in misura politicamente più assertiva contro l’aggressivo attivismo militare, politico e finanziario della potenza egemone. Sulla questione siriana la Russia sembra pronta a questo e ha già dato dei segnali con una serie di atti politici e ‘para-politici’. Vedremo allora quanto sarà forte la volontà degli USA e dei paesi ostili alla Siria (Turchia </span><span style="color: #000000;"><em>in primis</em></span><span style="color: #000000;">) ad intraprendere nuove tragiche avventure belliche nella regione – o anche solo ad alzare in maniera indiretta il livello di destabilizzazione e conflittualità interne &#8211; e se nel caso la Cina e la Russia saranno disposte a lasciare di nuovo carta bianca alla sclerotica aggressività di una potenza incapace di accettare la crisi strutturale che l’attraversa e il conseguente declino. </span></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>NOTE</strong></span></span></span></span></p>
<ol>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;">Simili 	contesti culturali sono caratterizzati da un forte permeare 	dell’espressione religiosa nella vita civile e sociale. Per 	questo, se si parla di “regime laico”, non si intende di certo 	un modello istituzionalmente ispirato al laicismo francese, ma in 	ogni caso delle realtà politiche che hanno contenuto – quando non 	violentemente soppresso – le espressioni politico-sociali più 	radicalmente legate all’ispirazione confessionale. </span></span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;">In 	merito a i punti 1) e 2) il tempo limitato non ci permette di 	analizzare approfonditamente la questione dei “giri di valzer” 	diplomatici che hanno caratterizzato la Turchia con l’incalzare 	degli avvenimenti,  così come l’ancor più complessa e delicata 	posizione di Israele nei fenomeni in corso, meritevole di autonoma 	trattazione. </span></span></span></li>
<li></li>
</ol>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE</strong></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Si rimanda per approfondimenti a </span></span></span><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivoltearabe.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">“Capire le rivolte arabe”</span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> di Pietro Longo e Daniele Scalea (Edizioni Avatar, 2011), prima pubblicazione dell’Istituto di studi geopolitici ISAG. </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Intelligence turca informa i siriani del piano di assassinare Assad</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 13:01:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fonti siriane ben informate hanno rivelato che ufficiali turchi hanno detto ai loro omologhi siriani che gli statunitensi avevano un piano per assassinare il presidente siriano Bashar al-Assad. La fonte ha detto al sito web di al-Manar che i siriani sono stati informati di questo piano degli Stati Uniti nel marzo scorso. La caduta di al-Assad sarebbe una grande vittoria per gli USA. La fonte ha anche detto che i funzionari della amministrazione degli Stati Uniti avevano valutato l’importanza dell’eliminazione di al-Assad.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lintelligence-turca-informa-i-siriani-del-piano-di-assassinare-assad/12457/" title="L&#8217;Intelligence turca informa i siriani del piano di assassinare Assad"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12457&amp;w=80" width="80" height="56" alt="L&#8217;Intelligence turca informa i siriani del piano di assassinare Assad" ></div></a><p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Fonte: <a href="http://counterpsyops.com/2011/11/25/turkish-intelligence-informed-syrians-of-plan-to-assassinate-assad/#more-3044">MKERone</a></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"> 25 novembre 2011</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Fonti siriane ben informate hanno rivelato che ufficiali turchi hanno detto ai loro omologhi siriani che gli statunitensi avevano un piano per assassinare il presidente siriano Bashar al-Assad. La fonte ha detto al sito web di <em>al-Manar</em> che i siriani sono stati informati di questo piano degli Stati Uniti nel marzo scorso. La caduta di al-Assad sarebbe una grande vittoria per gli USA. La fonte ha anche detto che i funzionari della amministrazione degli Stati Uniti avevano valutato l&#8217;importanza dell&#8217;eliminazione di al-Assad. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Eliot Abrams, Consigliere della Sicurezza Nazionale USA, ha pubblicato un articolo il 24 novembre, sulla rivista Foreign Policy, in cui parlava dell&#8217;assassinio, considerandolo uno dei possibili principali modi per porre fine al regime di al-Assad</em>&#8220;, ha aggiunto. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Abrams ha dichiarato, nel suo articolo, che &#8220;<em>La fine del regime di Assad sarebbe una grande vittoria per gli Stati Uniti&#8230; ospitando Hamas e altri gruppi palestinesi, ed essendo l&#8217;unico alleato arabo dell&#8217;Iran, il percorso attraverso il quale l&#8217;Iran invia armi ad Hezbollah</em>&#8221; e ha indicato che il regime di al-Assad ha avuto un ruolo importante nell&#8217;assistere il campo contrario all&#8217;occupazione USA in Iraq, così come è un complice dell&#8217;uccisione e del ferimento di molti soldati statunitensi.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>Scenario n. 2: L&#8217;uccisione di al-Assad </strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">La fonte ha confermato le informazioni precedentemente rivelate dall&#8217;ex ministro libanese Michel Samaha, nella sua intervista ad <em>al-Manar TV</em>, in cui ha parlato di un piano franco-qatariota per assassinare il presidente al-Assad, aggiungendo che la fonte del piano erano gli Stati Uniti, ma l&#8217;esecuzione era francese e qatariota. Ha inoltre citato una delegazione statunitense che aveva visitato in precedenza la Siria, che avrebbe detto che &#8220;<em>l&#8217;amministrazione statunitense stava lavorando su tre scenari, e gli eventi che hanno avuto luogo rientrano nello scenario numero 3, che parla di istigare l&#8217;opinione pubblica</em>&#8220;. &#8220;<em>Ci sono due altri scenari: il primo è una guerra lampo e il secondo è uccidere il presidente</em>&#8220;, ha aggiunto la fonte. &#8220;<em>La situazione si trasformerebbe in un disastro, se tali scenari venissero stati attuati, e una guerra civile potrebbe scoppiare, questa è probabilmente la loro intenzione</em>&#8220;, ha continuato.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>Noureddin: Mirare alla Siria è mirare al regime </strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Da parte sua, il giornalista libanese ed esperto di questioni turche, Dr. Mohammad Noureddin, ha detto che queste informazioni sono molto probabilmente vere, se sono state consegnati ai siriani prima del 10 Aprile, perché allora i rapporti tra i due paesi erano buoni. In un&#8217;intervista con il sito web di al-Manar, il Dott. Noureddin ha fatto notare che la dichiarazione del ministro degli esteri turco, Ahmet Devutoglou, che aveva dato una conferenza stampa il 5 novembre, in cui anticipava il colpo di stato militare in Siria, dicendo: &#8220;<em>Anche noi siamo in questa regione, e la nostra intelligence è molto forte</em>&#8220;. L&#8217;analista ha aggiunto che &#8220;<em>i turchi hanno questo approccio, lo stanno cercando e vi lavorano giorno e notte</em>.&#8221; </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;Abbiamo assistito a un&#8217;escalation dalla Lega Araba, che è giunta a sospendere l&#8217;appartenenza della Siria alla Lega, imponendole sanzioni economiche&#8230; questo perché l&#8217;opzione militare è fuori questione, in quanto è inefficace&#8221;, ha detto il dott. Noureddin. Poi ha detto che l&#8217;imminente nuova fase sarà caratterizzata da pressioni politiche ed economiche accompagnate con il supporto a qualsiasi movimento che intenda cacciare il regime dall&#8217;interno, il dott. Noureddin ha inoltre chiarito, che i turchi hanno rivelato questo in una dichiarazione del loro ministro degli esteri, che aveva annunciato che il suo paese aveva deliberato con la Lega Araba, prima di rilasciare l&#8217;ultima decisione sulla sospensione della Siria. &#8220;<em>Stanno ancora coordinando su tutti i passi futuri che verranno intrapresi riguardo la Siria</em>&#8220;, ha aggiunto. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Mentre si ritiene che la posizione araba sia un aiuto alla Turchia, per aver trovato un partner nella sua ostilità al regime siriano, Noureddin ha dichiarato: &#8220;<em>E&#8217; evidente che la crisi in Siria non è legata alle riforme &#8230; dopo le prese di posizione araba, francese e turca, è ovvio che l&#8217;obiettivo è il regime, e tutti i sistemi ad esso correlati, come Iran e Hezbollah. Abbattere la Siria significa abbattere tutti questi sistemi, cosa non facile, a meno che un evento imprevisto si verifichi.</em>&#8220;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>La scena regionale indica delle guerre </strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;analisi del dr. Noureddin può essere sostenuta. Il giornalista arabo di primo piano, Abdul Bari Atwan (del quotidiano <em>al-Quds al-Arabi</em>) ritiene che la regione, oggi, affronti una feroce guerra regionale che potrebbe cambiare la mappa politica, così come quella demografica. Ritiene che &#8220;l<em>&#8216;obiettivo di questa guerra sia cambiare due regimi che ancora resistono al sistema</em>&#8220;, indicando la Siria e l&#8217;Iran. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">In un suo articolo pubblicato in arabo, Atwan ha affermato che &#8220;<em>la decisione dei ministri degli esteri arabi, che è stata presa in fretta, apre la porta alle interferenze militari straniere in Siria, con il pretesto di proteggere il popolo siriano. Negli ultimi 20 anni, il ruolo della Lega Araba si è limitato a fornire una copertura araba, a prescindere dalla sua legittimità o meno, a questi interventi. Questo ruolo è iniziato in Iraq, poi in Libia e la Siria sembra essere la terza stazione&#8230; e solo Dio e gli Stati Uniti sanno chi sarà il quarto.&#8221; Questa stessa analisi è stata fatta dall&#8217;analista politico libanese Nasri as-Sayegh, che ha ritenuto che &#8220;la scena regionale indica l&#8217;incubo della guerra</em>&#8220;. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">In un suo articolo pubblicato in arabo sul giornale libanese <em>as-Safir</em>, col titolo &#8220;<em>chi viene prima &#8230; la rivoluzione siriana o la Resistenza libanese</em>&#8221; As-Sayegh ha dichiarato: </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">- Una guerra civile in Siria. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">- Una guerra feroce contro il regime da parte di forze armate protette dalle potenze regionali e armato da quelle internazionali. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">- Guerra politica che potrebbe richiedere un qualche tipo di intervento di sicurezza e militare, accompagnato da un assedio economico. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">- Il trasferimento della guerra dall&#8217;interno della Siria alla regione: il Libano sarà probabilmente parte di questa, nei suoi Sud e Nord, e la posizione dell&#8217;UNIFIL sarà suddivisa in base alla posizione della nazionalità di ogni brigata. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">- La violenza si espanderà fino a raggiungere il Golfo, che è significativamente influenzata dalle dichiarazioni anti-nucleari dell&#8217;Iran.</span></span></span> </p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Fonte: </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><em><a href="http://www.almanar.com.lb/english/adetails.php?eid=35276&amp;cid=23&amp;fromval=1&amp;frid=23&amp;seccatid=20&amp;s1=1">al-Manar</a></em></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">(Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://aurorasito.wordpress.com"><span style="color: #000080"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="text-decoration: underline">http://aurorasito.wordpress.com</span></span></span></span></a>)</p>
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		<title>Cipro. L’isola dell’unione che non c’è</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 11:30:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vantando un’importante posizione strategica nel Mar Mediterraneo, Cipro è stata da sempre contesa sin dall’Età antica. Durante gli ultimi due secoli, a contendersi il dominio dell’isola sono state le due principali comunità della popolazione, ovvero quella greco-cipriota e quella turco-cipriota, sostenute rispettivamente da Grecia e Turchia. Il 1974 è stato l’anno di svolta: a seguito dell’occupazione militare della zona settentrionale da parte della Turchia, si costituirono due Stati, ma quello turco-cipriota non è ancora riconosciuto dalla comunità internazionale. Dal 2000, i due Stati ciprioti tentano di risolvere le questioni che li separano, come la demarcazione delle acque territoriali e il trattamento delle rispettive minoranze, condizionati comunque dalle scelte dei governi di Atene ed Ankara.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cipro-l%e2%80%99isola-dell%e2%80%99unione-che-non-c%e2%80%99e/12362/" title="Cipro. L’isola dell’unione che non c’è"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12362&amp;w=80" width="80" height="60" alt="Cipro. L’isola dell’unione che non c’è" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium;"><em>Vantando un’importante posizione strategica nel Mar Mediterraneo, Cipro è stata da sempre contesa sin dall’Età antica. Durante gli ultimi due secoli, a contendersi il dominio dell’isola sono state le due principali comunità della popolazione, ovvero quella greco-cipriota e quella turco-cipriota, sostenute rispettivamente da Grecia e Turchia. Il 1974 è stato l’anno di svolta: a seguito dell’occupazione militare della zona settentrionale da parte della Turchia, si costituirono due Stati, ma quello turco-cipriota non è ancora riconosciuto dalla comunità internazionale. Dal 2000, i due Stati ciprioti tentano di risolvere le questioni che li separano, come la demarcazione delle acque territoriali e il trattamento delle rispettive minoranze, condizionati comunque dalle scelte dei governi di Atene ed Ankara.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>Crocevia del Mediterraneo</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Cipro è una delle principali isole del Mar Mediterraneo: al di là delle dimensioni, che le consentono essere la terza isola dello stesso mare, Cipro vanta un’importante posizione strategica che, assieme alle proprie risorse naturali, le ha permesso di ricoprire un ruolo di primo piano nella storia. L’isola, storicamente e culturalmente europea ma geograficamente appartenente al Medio Oriente, presenta i caratteri tipici dell’area mediterranea, rivelandosi anche un’importante meta geologica. La storia di Cipro passa dal dominio greco-romano alle lotte tra Venezia e Impero turco-ottomano per aggiudicarsi il potere sull’isola e dalla spartizione del territorio cipriota tra greci e turchi fino ai recenti tentativi di riunificazione.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>Dall’indipendenza alla divisione</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">L’istituzione dello Stato greco, avvenuta nel XIX secolo, provocò le insistenti richieste da parte della popolazione greco-cipriota di annettere l’isola di Cipro alla Grecia, dato il sentimento di comune storia culturale e religiosa. Alla fine del XIX, dopo l’inaugurazione del Canale di Suez, il Regno Unito si interessò particolarmente all’isola di Cipro, data la sua adeguata posizione strategica per il controllo del canale: nel 1878, a seguito della Conferenza di Cipro, il Regno Unito otteneva l’amministrazione dell’isola, che divenne definitivamente una colonia britannica nel 1925. Durante gli anni successivi, la popolazione greco-cipriota non abbandonava il desiderio di annettere l’isola alla Grecia (<em>énosis</em>), mentre la popolazione turco-cipriota preferiva la separazione (<em>taksim</em>). Raggiunta l’indipendenza dal Regno Unito nel 1960, si costituirono le condizioni tali da favorire uno scontro indiretto fra la Grecia e la Turchia per la definizione del nuovo Stato cipriota. Infatti, nonostante l’adozione di equilibrate misure costituzionali, l’attrito tra greco-ciprioti e turco-ciprioti sfociò definitivamente nella spartizione dell’isola tra Grecia e Turchia. Quest’ultima occupò militarmente l’area settentrionale di Cipro, provvedendo immediatamente a istituire una nuova entità statale, nota come la Repubblica Turca di Cipro del Nord, ed espellendo dal nuovo Stato la popolazione greco-cipriota. L’Organizzazione delle Nazioni Unite tentò di avviare le negoziazioni fra i greci e i turchi, ma l’unico risultato fu l’istituzione della “zona cuscinetto” tra le due parti territoriali. Va precisato che la dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Turca di Cipro del Nord non è stata riconosciuta giuridicamente valida dal Consiglio di Sicurezza della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Nonostante ciò, i turco-ciprioti si dichiararono comunque indipendenti, non riconoscendo l’altra entità statale dell’isola, ovvero la Repubblica di Cipro, che rappresenta la popolazione greco-cipriota. Durante i primi anni del XXI secolo, il Segretario Generale dell’O.N.U., Kofi Annan, intraprese una nuova serie di negoziati per la riunificazione dell’isola. Tali negoziati consentirono, nel 2004, la proposta di un piano di unificazione territoriale, che fu sostenuto dall’Assemblea Generale dell’O.N.U., dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti: sebbene fosse stato accettato dallo Stato turco-cipriota, il piano fu respinto da quello greco-cipriota che, nel frattempo, era divenuto membro dell’Unione Europea. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>I recenti tentativi di conciliazione</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">La vittoria alle elezioni politiche greco-cipriote di Dimitri Christofias (2008) e a quelle greche di George Papandreou (2009, ora defenestrato) hanno permesso di sperare in una proficua collaborazione con la Turchia. Oltre alla disponibilità del nuovo Presidente dello Stato turco-cipriota, Dervish Eroglu, a riprendere i negoziati con il governo greco-cipriota, la Turchia ha avanzato la proposta di istituire un Alto Consiglio di cooperazione tra il governo greco e quello turco, con il compito di affrontare e risolvere in modo definitivo tutto il contenzioso bilaterale che separa da decenni i due Paesi. Nel frattempo, la principale assente alle trattative è stata l’Unione Europa che, finora, non è apparsa in grado di proporre una politica adeguatamente risolutiva. Tuttavia, aver permesso l’ammissione di un “quasi Stato”  fra i propri membri, si sta rivelando un difficile ostacolo da risolvere. L’attuale mancata risoluzione della questione cipriota ha diminuito le possibilità di adesione della Turchia all’Unione Europea e, inoltre, ha consentito che i forti interessi “neo-coloniali” del Regno Unito e, soprattutto, quelli strategici degli Stati Uniti, interessati alla posizione strategica dell’Isola dal punto di vista militare ed energetico, e della Russia, continuassero a dettare l’agenda dell’isola. Con la fine della Guerra Fredda, l’importanza di Cipro per gli Stati Uniti è aumentata, viste le nuove sfide sia globali che regionali e, altrettanto si può dire per la Russia dal momento che l’isola non solo è vicina alle aree di crisi del Caucaso e dei Balcani, ma è anche uno strategico punto di appoggio in tutta l’area Mediorientale. <strong>[1]</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>La soluzione passa per Ankara</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Sebbene gli Stati Uniti sostengano l’adesione della Turchia all’Unione Europea, con l’obiettivo di rendere la Turchia a tutti gli effetti parte dell’Occidente, ad impedire che ciò accada è stata anche la forte ostilità pregiudiziale di Paesi come la Francia, che preferiscono istituire un partenariato con il Mediterraneo piuttosto che accettare l’adesione di uno Stato povero e musulmano nell’Unione Europea. I rapporti tra la Turchia e le istituzioni europee si sono recentemente complicati: la Turchia ha infatti sollecitato il governo greco-cipriota ad interrompere i lavori preparatori per le esplorazioni petrolifere attorno all’isola, affermando che, in caso contrario, navi da guerra turche potrebbero presidiare le prospezioni petrolifere sottomarine, sulla base di un accordo siglato con la Repubblica turca di Cipro Nord. Secondo la Turchia, i proventi dell’estrazione di gas e petrolio spettano anche ai turco-ciprioti che vivono nel Nord dell’isola. A seguito della controversia sulle trivellazioni, il governo turco ha annunciato che, qualora nel 2012 fosse assegnata a Cipro la presidenza di turno del Consiglio dell’U.E., sarebbe pronto a sospendere le proprie relazioni con l’Unione Europea. <strong>[2]</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Mentre appare più adeguata l’ipotesi di risoluzione tramite un ampliamento dei negoziati, coinvolgendo la Turchia, la Grecia e l’Unione Europea, il Segretariato e il Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., oltre ai due Stati ciprioti, al momento, il ruolo internazionale dello Stato turco potrebbe stravolgere qualsiasi previsione: secondo l’analista Semih Idiz, oltre al sostegno economico e militare allo Stato turco-cipriota, la Turchia vanta, rispetto a venti anni fa,  un’autorità internazionale, dovuta particolarmente alla posizione seria e coerente assunta nel tentativo di risoluzione della questione cipriota. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Giacomo Morabito, dottore in Scienze delle Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Messina)</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: small;"><strong>Note:</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"><strong>[1]</strong></span></span> <span><span style="font-size: small;">(G. Natali, </span></span><span><span style="font-size: small;"><em>Cipro tra Europa e Medio Oriente</em></span></span><span><span style="font-size: small;">, temi.repubblica.it/limes &#8211; 02/07/2007)</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;"><strong>[2]</strong></span></span> <span><span style="font-size: small;">(Autore anonimo, </span></span><span><span style="font-size: small;"><em>Cipro, disputa petrolio: Ankara minaccia invio navi da guerra</em></span></span><span><span style="font-size: small;">, www.peacereporter.net &#8211; 19/09/2011)</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;IsAG all&#8217;VIII Forum di Dialogo Italo-Turco</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 10:30:40 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Aldo Braccio, Pietro Longo e Daniele Scalea rappresenteranno l'IsAG, l'istituto di cui Eurasia è rivista ufficiale, all'VIII Forum di Dialogo Italo-Turco, organizzato dal Centro di Ricerca Strategica del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Turca (SAM) e da Unicredit (in collaborazione con "East" e IAI), che si svolgerà a Istanbul, presso l'Hotel Hilton, il 24 e 25 novembre prossimi. Il Forum si tiene ogni anno, alternativamente a Roma e Istanbul, per rinforzare i rapporti bilaterali tra i due paesi mediterranei.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lisag-allviii-forum-di-dialogo-italo-turco/12338/" title="L&#8217;IsAG all&#8217;VIII Forum di Dialogo Italo-Turco"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12338&amp;w=80" width="80" height="47" alt="L&#8217;IsAG all&#8217;VIII Forum di Dialogo Italo-Turco" ></div></a><div style="font-size: medium;">Aldo Braccio, Pietro Longo e Daniele Scalea rappresenteranno l&#8217;IsAG, l&#8217;istituto di cui <em>Eurasia</em> è rivista ufficiale, all&#8217;VIII Forum di Dialogo Italo-Turco, organizzato dal Centro di Ricerca Strategica del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Turca (SAM) e da Unicredit (in collaborazione con &#8220;East&#8221; e IAI), che si svolgerà a Istanbul, presso l&#8217;Hotel Hilton, il 24 e 25 novembre prossimi. Il Forum si tiene ogni anno, alternativamente a Roma e Istanbul, per rinforzare i rapporti bilaterali tra i due paesi mediterranei.</p>
<p>Il Forum si articolerà in due sessioni, una a porte aperte ed una a porte chiuse.<br />
La sessione a porte aperte tratterà del tema &#8220;Ripensare il futuro del Mediterraneo alla luca della Primavera araba&#8221;. Interverranno, tra gli altri, i ministri degli Esteri Giulio Terzi di Sant&#8217;Agata e Ahmet Davutoglu.<br />
La sessione a porte chiuse tratterà invece di &#8220;Contributo della società civile e proposte per rilanciare il processo d&#8217;associazione alla UE della Turchia&#8221;. Presieduta da Stefano Silvestri (presidente dello IAI) e Fuat Keyman (direttore del Centro Politico di Istanbul, Università Sabanci), vedrà dibattere esperti turchi ed italiani. Tra i 58 esperti italiani, oltre ai tre rappresentanti dell&#8217;IsAG (A. Braccio, P. Longo e D. Scalea), vi saranno anche i parlamentari Pietro Paolo Amato, Emma Bonino e Lapo Pistelli, oltre a docenti universitari e rappresentanti di centri di ricerca indipendenti.</p></div>
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		<title>La Siria nel mirino</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 22:19:20 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<category><![CDATA[Spartaco Puttini]]></category>
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		<description><![CDATA[È in corso un tentativo di stabilire tramite il caos un riassetto del Medio Oriente funzionale agli interessi dell’imperialismo e dei suoi alleati locali. Gli Usa sfruttano la loro ampia esperienza nella strategia di frantumazione delle nazioni puntando su forze endogene disgregatrici. Bisogna avere coscienza che queste forze possono esistere e manifestarsi in qualsiasi paese. Qualsiasi Stato-nazione è composto da elementi più o meno eterogenei e basta un momento di crisi e del volgare mercenariato politico per accendere la miccia. Ancora una volta gli Usa, paladini dell’Occidente, cantori dell’esportazione della democrazia o profeti dello scontro di civiltà a seconda delle convenienze propagandistiche, si alleano con i terroristi islamici contro un paese laico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-nel-mirino/12206/" title="La Siria nel mirino"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12206&amp;w=80" width="80" height="45" alt="La Siria nel mirino" ></div></a><div style="font-size: medium;">
<p>Vi sono molti modi per accostarsi alla crisi in corso in Siria.</p>
<p>Il primo è ripetere ciò che vanno raccontando i media, a partire dall’emittente dell’emiro del Qatar, Al-Jazeera, già ampiamente compromessa con le frottole diffuse ad arte sulla crisi libica per fomentare lo scontro settario e preparare il terreno ad un’invasione militare della Jamahiria. È quanto vanno facendo i principali organi di informazione nazionale che sembra passino qualsiasi presunta notizia battuta dalle agenzie, senza preoccuparsi minimamente di controllarne l’attendibilità. </p>
<p>Per giorni siamo stati tenuti con il fiato sospeso per la sorte di Amina, la giovane blogger siriana lesbica e attivista dei diritti umani. I giornali italiani hanno dato ampio risalto alla sua storia. Amina è stata prelevata dai servizi di sicurezza siriani e di lei, non giungono più notizie¹. A dare l’allarme è la cugina, sul suo stesso blog. L’allarme è poi ripreso dalla fidanzata di Amina, una ragazza di Montreal. Qualche giorno dopo aver martellato il pubblico italiano con questa storia cominciano a serpeggiare i primi, incontenibili, dubbi sulla vicenda. Una donna croata residente a Londra si riconosce infatti nelle foto di Amina su Facebook che sono state riprese e diffuse dai media. Ma la mobilitazione per il suo rilascio continua². In effetti la sua stessa fidanzata non l’ha mai vista di persona, la conosce solo tramite la rete. La vicenda si tinge di giallo. Infine emerge la realtà: Amina non esiste, è un personaggio inventato. Come la sua storia del resto. In realtà, come è ormai ampiamente noto, l’autore del blog “A Gay Girl in Damascus” è un americano di nome Tom McMaster (?), e scrive comodamente da casa sua.</p>
<p>La bufala di Amina, bisogna ammetterlo, è piuttosto clamorosa. Ma è solo la punta dell’iceberg della disinformazione diffusa dai media per demonizzare la Siria. </p>
<p>Siamo in effetti sicuri di trovarci davanti solamente a presunte manifestazioni pacifiche represse nel sangue dal governo siriano, così come ci viene raccontato? Esse ricordano troppo da vicino la montante e totalmente artefatta campagna anti-libica cui abbiamo assistito per mesi ed è quindi legittimo nutrire seri dubbi. Serissimi dubbi è poi lecito nutrire circa le fonti primarie delle informazioni cui i media attingono o sulle cifre di morti e feriti che diffondono.</p>
<p>Ciò non significa che in Siria non stia succedendo niente. Si può in effetti sostenere che il paese arabo attraversa la crisi più grave della sua storia recente, più grave ancora dell’insurrezione islamista di Hama del 1982, se non altro perché quella rivolta fu localmente più circoscritta. </p>
<p>Ma vi è un altro modo di guardare alla crisi siriana. Consiste nel tentare, con i pochi e frammentari elementi di cui siamo in sicuro possesso, un analisi storica della Siria e del suo ruolo geopolitico nella regione, della portata di una sua destabilizzazione o di un suo regime-change. L’accanimento mediatico in corso contro il governo siriano lascia infatti presupporre che gli Usa ritengano giunto il momento di chiudere i conti con un loro storico antagonista.</p>
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<p><strong>Il braccio di ferro con gli Usa</strong></p>
<p>La Siria ha sempre rappresentato la cittadella contro le cui mura si sono infranti i progetti egemonici degli Usa sul Medio oriente³. Dagli anni Cinquanta i vari governi patriottici che si sono succeduti hanno sempre condotto una politica estera antimperialista ed i tentativi americani di fagocitare Damasco nella loro orbita si sono tradotti nel loro contrario: nell’avvento al potere del Baath alla guida di un Fronte nazionale progressista nel quale figura anche il Partito comunista siriano e nella scelta antimperialista (e fino a che è stato possibile filo-sovietica) in campo internazionale. </p>
<p>Con la guerra dei Sei Giorni Israele cercò di rovesciare il regime militare baathista nato dalla rivoluzione del 1963 per spezzare il fronte arabo. Ma nonostante la secca sconfitta patita con l’occupazione del Golan la Siria restò in piedi. E con il “movimento correttivo” che seguì la presa del potere da parte del presidente Hafez al-Assad il paese si preparò alla rivincita del 1973, con la guerra del Kippur scatenata d‘intesa con l’Egitto di Sadat. Ma l’epilogo del Kippur fu la pace separata tra l’Egitto e Israele. Sostanzialmente si tradusse nell’isolamento della Siria nella regione. Fu in questo contesto che esplose la guerra civile libanese e il pesante coinvolgimento israeliano in essa. L’imposizione di una pax israeliana al Libano avrebbe significato una sconfitta totale per la Siria, che sarebbe stata costretta a capitolare. Così Damasco entrò  pesantemente in gioco nella crisi libanese ed Assad iniziò una complessa partita a scacchi con Israele e gli Stati Uniti (ma anche con la miriade di milizie e fazioni in cui si era frammentato il paese dei cedri). </p>
<p>Fu proprio in una delle fasi più delicate della partita libanese, nel 1982, quando Israele lanciò le sue forze corazzate oltre il fiume Litani in direzione di Beirut, che scoppiò la rivolta degli integralisti islamici ad Hama. Anche allora una rivolta estremamente violenta. Anche allora fomentata dall’esterno. Il pericolo per il governo siriano fu grande ed Assad reagì con la massima fermezza facendo circondare la città dall’esercito. Il bilancio della repressione fu pesantissimo ma lasciò il regime in piedi e la Siria in grado di difendersi. Alla fine (1991) la Siria vinse il confronto in Libano. Tutti i tentativi successivi di estrometterla dal Libano per farla capitolare attuati dal 2005 in poi sono sostanzialmente falliti. Se, a seguito dell&#8217;affaire Hariri, l&#8217;esercito siriano si è dovuto ritirare entro i suoi confini, i tentativi di utilizzare il Libano per assediare la Siria tramite l’aggressione esterna (guerra di Israele dell’estate 2006) o tramite la destabilizzazione interna (insurrezione degli islamisti a Nahr el-Bared prima e scontri da guerra civile dopo) non hanno prodotto alcun risultato. Anzi, le posizioni delle forze filo-occidentali a Beirut sono crollate, tanto che ora il miliardario di origine saudita Saad Hariri, già fiduciario di Washington, non è più alla guida del paese e che il governo è composto unicamente dai partiti dello schieramento patriottico vicino a Hezbollah. Ed Hezbollah (come Hamas del resto) è notoriamente una forza politica sostenuta dall’alleanza tra Damasco e Teheran. </p>
<p>Le cose stavano dunque andando bene per Damasco. L’alleanza con l’Iran, il cauto ritorno dei vecchi partner russi sulla scena della politica mediorientale, la crescente autonomia manifestata dalla Turchia in ambito internazionale e di fronte al dossier palestinese, la vittoria politica dei propri alleati in Libano erano tutti elementi che premiavano la fermezza mostrata dalla Siria nel difficile dopo-guerra fredda. A questi dati si potevano sommare le eventuali evoluzioni della situazione in Egitto, paese perno della regione, dove una rivolta popolare aveva costretto Mubarak alle dimissioni e dove si apriva una partita tutta da giocare per valutare il futuro allineamento egiziano. Nonostante per il momento le aspettative di una rivoluzione paiano completamente frustrate ed il futuro si presenti fosco, tuttavia Il Cairo ha ristabilito le relazioni diplomatiche con l’Iran. </p>
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<strong>Come una bomba</strong></p>
<p>Poi è scoppiata la crisi che abbiamo sotto gli occhi.  </p>
<p>Il collasso della Siria rappresenterebbe per gli Usa e per Israele la sconfitta dell’ultimo paese arabo che può giocare un ruolo strategico nel frenarne le ambizioni nel Vicino Oriente. A quel punto l’Iran sarebbe completamente tagliato fuori dalla regione e circondato da paesi ostili.</p>
<p>Visto il quadro è obbligatorio chiedersi se sia un caso lo scoppio (con ben determinate modalità) di questa crisi siriana proprio ora. Cioè dopo il fallimento della strategia del salto della pulce, che consisteva nel conquistare il Libano per piegare la resistenza della Siria e nel piegare la Siria per strozzare l’Iran, e dopo le rivolte arabe che hanno fatto tremare la satellizzazione filo-statunitense di un paese dell’importanza dell’Egitto. </p>
<p>Quali sono le modalità con cui si è manifestata la crisi in corso in Siria?<br />
“E&#8217; possibile spiegare quanto sta accadendo in Siria considerandolo alla stregua di un esempio di rivoluzione popolare araba allo stato puro, come un&#8217;insurrezione caratterizzata da una protesta non violenta e liberale contro la tirannia che ha finito per imbattersi in una pura e semplice operazione repressiva? A mio parere si tratta di un&#8217;ottica completamente errata e deliberatamente messa in piedi per servire ambizioni di tutt&#8217;altro genere”⁴. E’ il parere dell’ex consigliere di Xavier Solana (non certo un invasato antimperialista dunque), Alistair Crooke.</p>
<p>Più tranciante è il giudizio di padre Razouk Hannoush, diocesano cristiano: “I disordini sono opera di gruppi armati, e non sono manifestazioni pacifiche. Se fossero pacifiche avrebbero utilizzato altri mezzi, senza destabilizzare il paese con la distruzione e la violenza. Siamo schierati con Assad e con il governo siriano perché non ci ha fatto mai un torto. Sono certo che la Siria supererà questa crisi, e si rialzerà contro la volontà di tutti quelli che le vogliono male”⁵.</p>
<p>E un prete salesiano racconta: “Quello che sta accadendo ora non sono manifestazioni pacifiche: la maggior parte sono gruppi armati con pistole e mitragliatrici che compiono atti terroristici. Due giorni fa, mentre tornavamo da un villaggio vicino Hama, siamo stati fermati da alcuni giovani armati (15/25 anni), che ci hanno controllato le carte d’identità e ci hanno perquisito, ed essendo cristiani ci hanno lasciati, dopo aver costretto uno dei nostri amici a bestemmiare contro il Presidente. Di quale rivoluzione e democrazia parliamo? Sono ancora scosso da questo incidente, soprattutto pensando che se fossimo stati alawiti saremmo stati di certo uccisi. Sì, ci sono un sacco di ribelli armati nelle città in Siria, distruggono, seminano terrore e uccidono i civili. Quale paese che si trova di fronte ad una rivolta armata resta immobile? L’esercito interviene per fermare queste bande armate e per riportare la sicurezza e la stabilità al paese”⁶.</p>
<p>Di fatto anche in Siria, come prima in Libia, non siamo di fronte a pacifiche dimostrazioni di un popolo inerme stanco di una dittatura quanto a una rivolta armata nella quale sono ben riconoscibili gruppi estremisti islamici filiazione della Fratellanza musulmana foraggiati dalle retrograde petro-monarchie assolute del Golfo. In questa partita gioca un ruolo di primo piano presumibilmente l’Arabia Saudita, supporto degli Usa nella regione dall’incontro del Quincy e da sempre baluardo della reazione nel mondo arabo, ricettacolo delle bande legate al network del terrorismo di matrice islamico-wahhabita da noi note con il nome riassuntivo e un po’ impreciso di al-Qaida. </p>
<p>Indubbiamente vi sono delle tensioni endogene nella società siriana che, in relazione alla presente crisi economica mondiale, si sono acuite. Né si vogliono qui negare i lati oscuri del regime siriano. Ma non è questo il punto. Il punto è che non pare minimamente attendibile la favola edificante presentata dai media. La forza pervasiva di questa tesi consiste nell’essere ossessivamente ripresa e data in pasto ad una opinione pubblica disinformata e disorientata. </p>
<p>Nel racconto della situazione siriana che viene offerto sono opportunamente passati sotto silenzio gli elementi che poterebbero indurre una riflessione critica al riguardo della tesi ufficiale e dei secondi fini dei suoi alfieri. </p>
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<strong>La Siria…e il suo contrario</strong></p>
<p>La Siria ha una solida coscienza nazionale. La Repubblica gode di un certo prestigio. Il punto debole del paese potrebbe essere rappresentato dalla molteplicità delle confessioni religiose che finora hanno sempre convissuto benissimo. La gran parte del popolo siriano è di fatto dalla parte del governo e del suo presidente. Forse perché è cosciente della diversità della Siria rispetto agli altri paesi della regione, dal punto di vista economico e sociale (nonostante tutto) e dal punto di vista della garanzie offerte dalla laicità del regime. Forse perché è orgogliosa dell’indipendenza del paese sul piano internazionale e di fronte a Israele e all’Occidente. Forse anche perché è timorosa del salto nel vuoto. Anche in questo caso l’alternativa all’attuale regime sarebbe costituita da una guerra settaria tra confessioni e gruppi (essendo la Siria un paese pluri-confessionale) che porterebbe ad una disintegrazione dello stato sul modello irakeno. E i siriani, che ospitano una numerosa comunità di esuli irakeni, sanno bene quale inferno esista oltre il confine dell’Iraq occupato. Comprensibile che non vogliano fare la stessa fine. Ecco il semplice motivo delle oceaniche manifestazioni che si sono tenute in questi mesi in sostegno di Bashar al-Assad. Ma ai media occidentali è bastato non dare alcuno spazio a questa notizia. Come del resto non ha trovato alcun eco la notizia che alcuni giornalisti ed editorialisti delle catene mediatiche arabe in primo piano nell’opera di disinformazione sulla crisi siriana abbiano dato le dimissioni in segno di protesta per la manipolazione della verità attuata. </p>
<p>In Siria è in corso un’opera di destabilizzazione che mira scientemente a precipitare il paese nel caos. Le iniziative di gruppi, bande e veri e propri commandos che seminano il terrore nei paesi e in alcuni quartieri di città Hama e Latakia e che si sono già macchiati di orribili delitti e nefandezze a spese della popolazione e delle forze di sicurezza (che hanno contato dall’inizio di questa serpeggiante rivolta numerose perdite) smentisce in modo eloquente le favole raccontateci da tv e giornali. E’ noto che gli islamisti radicali cerchino la loro rivincita ed è assai probabile che ricevano supporto dall’esterno sfruttando i porosi confini del paese arabo. Di fatto, stando a testimoni e a numerose testimonianze disponibili in rete, girano armati di mitragliatrici pesanti e dispongono di esplosivi. Non è esattamente il corredo di dimostranti pacifici. Ma per certi lacchè dell’imperialismo anche i peggiori tagliagole possono essere venduti così all’opinione pubblica. Come i “pacifici pastori” di cui sproloquiava Bettizza nei suoi servizi sull’Afghanistan negli anni ’80: erano i mujaheddin di Bin Laden! </p>
<p>Il ruolo degli islamisti influenzati dall’Arabia saudita è ormai abbastanza scoperto. E le relazioni diplomatiche tra la Siria ed il Qatar sono arrivate sulla soglia della rottura. Secondo il giornalista francese Thierry Meyssan della partita sarebbe anche un’organizzazione attiva in Asia centrale con base a Londra che è stata accusata di avere organizzato attentati nella valle di Ferghana (Hizb ut-Tahrir). Ma nonostante le questioni poste anche in sede di Camera dei Comuni non è mai stata aperta nessuna inchiesta sul gruppo, molti dei cui membri lavorano per multinazionali anglo-americane⁷. </p>
<p>La paura della comunità cristiana siriana di essere annientata ha fatto filtrare la notizia della presenza massiccia di gruppi integralisti. Del resto era difficile nascondere i sanguinari appelli dell&#8217;ulema saudita Saleh El-Haidan che ha invitato ad uccidere un terzo dei siriani affinché i due terzi possano vivere⁸. La scomessa sullo scontro settario è il vero scenario su cui si gioca la crisi siriana. Lo sforzo di delegittimare il Presidente Assad perché appartenente alla minoranza alawita e perché in politica estera avrebbe favorito l’ascesa degli sciiti nella regione (dall’Iran ad Hezbollah) è di per sé eloquente. Un messaggio che traccia la linea sottile della divisione tra le confessioni religiose in cui si articola la nazione e soffia sul fuoco dell’odio additando a male assoluto un improbabile nemico interno. Quanto possa essere efficace e dolorosa una strategia simile nel momento in cui un paese deve già affrontare crisi economiche è ben noto. Nella storia contemporanea si possono citare numerosi esempi. E’ un messaggio che porta la firma dell’Arabia saudita in lotta contro la rivoluzione nel mondo arabo-islamico, sia essa laica nasseriana, baathista, comunista oppure islamica come fu quella di Khomeini. Riyad si erge a baluardo della reazione islamica. Ecco perché gli ayatollah hanno espresso la loro preoccupazione per queste sommosse dicendo che esse mirano a invertire la tendenza aperta con la rivoluzione islamica iraniana del 1979 e alimentata dalle rivolte della primavera passata.<br />
E’ in corso un tentativo di stabilire tramite il caos un riassetto del Medio Oriente funzionale agli interessi dell’imperialismo e dei suoi alleati locali. Gli Usa sfruttano la loro ampia esperienza nella strategia di frantumazione delle nazioni puntando su forze endogene disgregatrici. Bisogna avere coscienza che queste forze possono esistere e manifestarsi in qualsiasi paese. Qualsiasi Stato-nazione è composto da elementi più o meno eterogenei e basta un momento di crisi e del volgare mercenariato politico per accendere la miccia. Ancora una volta gli Usa, paladini dell’Occidente, cantori dell’esportazione della democrazia o profeti dello scontro di civiltà a seconda delle convenienze propagandistiche, si alleano con i terroristi islamici contro un paese laico che è sempre stato un baluardo contro queste bande. Il coinvolgimento occidentale non è nemmeno troppo nascosto, l’ambasciatore americano e quello francese avrebbero partecipato ad un’iniziativa degli oppositori ad Hama e per questo sarebbero stati cacciati da una chiesa da Mons. Khoury, vicario patriarcale della Chiesa Ortodossa⁹.</p>
<p>Ma come reagiranno le altre Potenze? </p>
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<p><strong>Uno scenario aperto</strong></p>
<p>Dopo l’aggressione alla Libia Russia e Cina lasceranno avanzare nuovamente gli Usa in Medio oriente? Dopo ciò che è successo alla risoluzione dell’Onu riguardo all’imposizione del non sorvolo sui cieli libici potrebbe essere lecito dubitarne. In fondo gli occidentali hanno abusato spudoratamente di una minima concessione per fare tutto ciò che volevano. Ma per la Cina la Libia non rappresentava un terreno su cui si giocava la sua sicurezza nazionale. Ancor meno la Siria. Pechino si troverebbe in prima fila solamente nel caso di un progettato attacco alla Corea del Nord, al Pakistan o, molto probabilmente, all’Iran. </p>
<p>Per la Russia è diverso. La Siria è lo storico alleato in Medio oriente e Mosca non dovrebbe correre il rischio di perderlo. E di perdere l’unica base che le resta nel Mediterraneo. Inoltre la caduta di Damasco lascerebbe esposto l’Iran e a questo punto la sfida diverrebbe vitale. La strategia russa di vanificare le mire statunitensi, volte al monopolio delle fonti energetiche, funziona solo se tiene l’intesa con Teheran e se l’Asia centrale resta chiusa alla penetrazione Usa. Ma senza una stretta concertazione tra Russia, Cina e Iran è impossibile. Ecco perché un’eventuale aggressione occidentale alla Siria (già minacciata) avvicinerebbe comunque il rischio di un confronto tra le Potenze. Per il momento pare che Mosca stia arginando l’aggressività statunitense in sede ONU. Ma la situazione permane fluida, anche per i giochi di potere in corso a Mosca in vista delle prossime presidenziali.</p>
<p>Gli attori regionali più prevedibili sono la Repubblica islamica iraniana (storico alleato della Siria a dispetto della differenza del regime politico al potere nei due paesi), che difficilmente potrebbe assistere impotente ad un’aggressione Usa contro Damasco, e Israele, il nemico di vecchia data. Voci insistenti parlano di una prossima guerra israeliana. Con la Siria assorbita a gestire una delicatissima crisi interna la tentazione di attaccare nuovamente il Libano per riprendersi la rivincita dopo la sconfitta del 2006 potrebbe essere forte per Tel Aviv. Esattamente come nel 1982. Ma che probabilità ha Israele di vincere politicamente la partita libanese e stabilizzare a Beirut un regime satellite? Ammesso e non concesso che riesca a sbaragliare sul campo Hezbollah ed i suoi sempre più numerosi alleati. Per questo è contemporaneamente possibile ma difficile credere all’eventualità di un’altra guerra a breve. </p>
<p>L’incognita vera è la Turchia. E qui le domande superano di gran lunga i punti fermi. Ankara si era riavvicinata a Damasco ed era in progetto la realizzazione di uno spazio doganale comune. I turchi hanno tutto da perdere da un collasso siriano. Eppure si parla di un loro coinvolgimento nel sostegno alla rivolta. Se ciò venisse confermato dovremmo interpretarlo come un nuovo capitolo dello scontro che oppone il vertice civile e politico della Turchia (l’Akp) alle forze armate tradizionalmente filo-atlantiche? O vi è dell’altro? Quanto pesano le relazioni tra AKP e Fratellanza musulmana? Nella prima ipotesi andrebbero valutati attentamente gli incontri che i politici turchi hanno avuto con oppositori del regime siriano. Cioè come un modo per stabilire un percorso di composizione del braccio di ferro prima che la situazione sfugga di mano a tutti. La Turchia cercherebbe cioè di limitare i danni. E’ un’ipotesi. Ma per il momento il rapporto tra Erdogan e Assad si è raffreddato. Più probabile, ma non in totale alternativa all’ipotesi di cui sopra, è che la Turchia annaspi, aspetti il futuro svilupparsi degli eventi per non perdere il treno della sua scommessa politica sul ritorno ad un ruolo di punta nel mondo islamico. Non a caso mentre la Siria fronteggia le forze della sedizione, Erdogan si reca al Cairo per imbastire una relazione proficua con il nuovo Egitto. O vi è anche, in questa visita, un po&#8217; di diplomazia parallela, di partito per così dire? E la rottura delle relazioni con Israele e la sospensione della collaborazione in campo militare tra i due pesi sono fatti da circoscrivere solamente al caso della Freedom Flotilla? La crisi siriana non c’entra proprio nulla? O si tratta di un messaggio esplicito a non fare il passo più lungo della gamba scatenando una nuova guerra nella regione approfittando del fatto che la Siria è posta sulla difensiva?</p>
<p>Sono domande destinate a restare, per ora, senza risposta. Nodi che solo lo svilupparsi degli eventi potrà sciogliere. </p>
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<p style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><em>* Spartaco Alfredo Puttini, dottore in Storia, è frequente contributore a Eurasia dove ha pubblicato: L’immagine della Sfinge: l’Egitto nasseriano e l’opinione pubblica italiana (nr. 3/2005, pp. 115-124), Il Patto di Shanghai (nr. 3/2006, pp. 77-82), USA e Siria: storia di un antagonismo (nr. 2/2007, pp. 189-200), La zuffa per l’Africa (nr. 3/2009, pp. 169-178), La rivoluzione islamica dell’Iran (nr. 1/2010, pp. 249-262).</em></strong></p>
<p>&nbsp;<br />
<em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;</em><br />
&nbsp;</p>
<div style="font-size: small;">1. Si veda per tutti “La Repubblica” del 7 giugno 2011 (versione online) http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/07/news/blogger_rapita-17345230/<br />
2. Si veda “La Stampa”, 8 giugno 2011 (versione online) www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/406219/<br />
3. Per un trattazione più esaustiva di questa storia mi permetto di rinviare a: S. Puttini, USA e Siria, storia di un antagonismo; in: “Eurasia”, n.2, 2007 pp.189-200<br />
4. A. Crooke, Una spiegazione del paradosso siriano; in: www.megachip.it<br />
5. N. Tarcha, I cristiani nella Siria in tempesta, tra ribelli armati, Assad e l’Occidente; in: www.megachip.it<br />
6. Ibidem<br />
7. T. Meyssan, La contre-rèvolution au Proche-orient; www.voltairenet.org<br />
8. Ibidem<br />
9. N. Tarcha, op. cit.
</div>
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		<title>La Turchia dopo lo scacco ai militari</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 09:31:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 29 luglio scorso resterà nella storia della repubblica turca. Per la prima volta nello storico braccio di ferro tra istituzioni civili ed esercito è stato il secondo a fare un passo indietro: che si tratti di “aria di seconda repubblica” o meno il bastione del modello di stato ataturkiano è stato colpito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-turchia-dopo-lo-scacco-ai-militari/11523/" title="La Turchia dopo lo scacco ai militari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11523&amp;w=80" width="80" height="53" alt="La Turchia dopo lo scacco ai militari" ></div></a><p><span><em><span style="font-size: medium">Il 29 luglio scorso resterà nella storia della repubblica turca. Per la prima volta nello storico braccio di ferro tra istituzioni civili ed esercito è stato il secondo a fare un passo indietro: che si tratti di “aria di seconda repubblica” o meno il bastione del modello di stato ataturkiano è stato colpito.</span></em></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Quel ruolo di arbitro delle faccende politiche che ha spinto l’esercito ad intervenire per ben tre volte nella sfera civile sembra appartenere ormai al passato. Archiviato anche il cosiddetto e-coup, l’avvertimento online contro la candidatura dell’allora ministro degli esteri Gül alla presidenza della repubblica, la Turchia è passata nelle mani di una nuova élite. Un élite che si dice islamica e democratica e che ora eleva con orgoglio l’esperienza politica turca a modello per il nuovo Medio Oriente. C’è chi pensa che dal 2002 la Turchia sia cambiata e che il ruolo dell’esercito debba cambiare a sua volta e chi teme che il cambiamento non sia altro che una mera sostituzione alle redini del paese. Anche il tradizionale scontro tra potere politico e militare segue ormai schemi diversi. Il 29 luglio scorso il Capo di Stato Maggiore Işık Koşaner insieme ai capi dell’esercito, della marina e dell’aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi, lasciando scoperti i vertici del secondo esercito più grande della Nato. Questa volta, motivo dello scontro istituzionale è stato il respingimento della promozione di alcuni generali coinvolti nel processo “Balyoz”. Il cosiddetto “piano Balyoz”, piano martello, è un presunto progetto di destabilizzazione economica e sociale risalente al 2003 che avrebbe creato le condizioni necessarie all’intervento militare. Con la scoperta del piano, avvenuta nel 2010 durante l’inchiesta Ergenekon, e l’apertura delle investigazioni, sono state arrestate circa 200 persone tra militari in servizio e ufficiali in pensione. Teatro del nuovo scontro, lo YAS (Yüksek Askeri Şuma), il consiglio militare supremo dove vengono discussi gli avanzamenti di grado e dove, questa volta, Erdoğan è stato ritratto sedere a capotavola da solo invece che alla destra del Capo di Stato Maggiore come di norma. Il vuoto dei vertici è stato rapidamente colmato con la nomina di Necdet Özel, unico generale a non essersi dimesso, come capo delle forze armate. Ciò che è innegabile è l’inizio di un nuovo corso nei rapporti tra militari e politica come dimostra il fatto che in occasione dello “Zafer Bayramı”, il giorno in cui si celebra la vittoria contro la Grecia del 1922, è stato lo stesso Özel a congratularsi con il Presidente Gül e non il contrario. Ad aggravare il colpo ai militari, si è aggiunto poi il caso delle registrazioni contenenti le clamorose dichiarazioni di Koşaner. Nelle intercettazioni, pubblicate su internet pochi giorni dopo l’attentato del 17 agosto che ha visto l’uccisione di dieci soldati per mano del PKK, Koşaner denuncia l’impreparazione dei militari e il mal coordinamento delle operazioni condotte contro la guerriglia separatista. Altre dichiarazioni riguardano la distruzione di documenti relativi al piano Balyoz, documenti che i militari hanno sempre sostenuto appartenere ad un seminario di addestramento poi manipolati per screditare le forze armate. Messo alle strette, l’ex capo di stato maggiore ha voluto rilasciare una dichiarazione pubblica in cui riconosce le affermazioni in oggetto non come una confessione ma come un’auto-critica al funzionamento dell’esercito: “Queste affermazioni erano un’autocritica rivolta a chiarire alcune questioni importanti sul futuro delle Forze Armate, un avvertimento e una motivazione a non commettere gli stessi errori (…) Non ho mai detto che i documenti del piano Balyoz sono stati rubati (&#8230;) Come può un piano che non è ancora stato provato essere distrutto? Mi riferivo ai documenti del seminario sul piano di addestramento. Non c’è relazione con il caso Balyoz”(1). La recente richiesta di pensionamento del giudice Şeref Akçay, presidente dell’XI corte penale di Istanbul responsabile delle investigazioni sul caso Balyoz, lascia intravvedere nuovi sviluppi. Il giudice infatti si era opposto agli arresti sostenendo che i sospetti vengano trattenuti troppo a lungo in stato di detenzione e che ciò dimostra che le prove non sono state ancora assemblate(2). Sapere chi abbia pubblicato le dichiarazioni di Koşaner su internet certo aiuterebbe a capire meglio cosa sta succedendo tra militari e politica in Turchia. Erdoğan cavalca l’onda degli ultimi successi, dal referendum plebiscitario del 2010 alle recenti elezioni parlamentari, con le spalle coperte dalla sempre più influente maggioranza conservatrice. D’altra parte l’esercito come istituzione gode sempre di alta considerazione in un opinione pubblica dove il culto del generale padre della patria, Kemal Atatürk, è trasversale agli orientamenti politici. La separazione tra sfera civile è militare è essenziale ad un sistema democratico così come, ai fini di una democratizzazione sostanziale, è fondamentale che questa volta sia la società turca a svolgere un ruolo importante nel processo di riequilibrio istituzionale. </span></span></p>
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<p><span style="font-size: medium"><em>*<strong>Irene Compagnone è dottoressa in Relazioni e Politiche Internazionali (Università Orientale di Napoli)</strong></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: small">Note:<br />
1) “Işık Koşaner&#8217;den ilk açıklama” (La prima spiegazione di Isik Kosaner), Radikal, 27 agosto 2011,</p>
<p>http://www.radikal.com.tr/Radikal.aspx?aType=RadikalDetayV3&#038;ArticleID=1061575&#038;Date=27.08.2011&#038;CategoryID=77</p>
<p>2) Usta, A. “Emeklilik istedi HSYK oynaladi”( Ha chiesto le dimissioni la HSYK ha dato l’approvazione) , Hurriyet, 6 ottobre 2011. http://www.hurriyet.com.tr/gundem/18912760.asp </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cause e conseguenze dell’allontanamento tra Turchia e Israele</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 07:22:12 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[La recente crisi dei rapporti diplomatici tra Turchia e Israele può essere spiegata in diversi modi. Vi sono delle ragioni di carattere geopolitico, ma anche della cause connesse alle strategie in politica estera adottate negli ultimi anni dai gruppi politici al potere ad Ankara e Tel Aviv, intenti a potenziare il ruolo regionale dei rispettivi paesi. La crisi diplomatica s’inserisce, inoltre, in un delicato contesto, connesso alla questione palestinese, alle rivolte arabe e all’attuale situazione in Siria ed Egitto, alla competizione tra l’Iran e l’Arabia Saudita, nonché agli interessi statunitensi nel Vicino Oriente. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cause-e-conseguenze-dell%e2%80%99allontanamento-tra-turchia-e-israele/11389/" title="Cause e conseguenze dell’allontanamento tra Turchia e Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11389&amp;w=80" width="80" height="58" alt="Cause e conseguenze dell’allontanamento tra Turchia e Israele" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><em>La recente crisi dei rapporti diplomatici tra Turchia e Israele può essere spiegata in diversi modi. Vi sono delle ragioni di carattere geopolitico, ma anche della cause connesse alle strategie in politica estera adottate negli ultimi anni dai gruppi politici al potere ad Ankara e Tel Aviv, intenti a potenziare il ruolo regionale dei rispettivi paesi. La crisi diplomatica s’inserisce, inoltre, in un delicato contesto, connesso alla questione palestinese, alle rivolte arabe e all’attuale situazione in Siria ed Egitto, alla competizione tra l’Iran e l’Arabia Saudita, nonché agli interessi statunitensi nel Vicino Oriente. </em></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Israele ha raggiunto il proprio apice in seguito alla pubblicazione del Rapporto Palmer, commissionato dal Segretario Generale dell’ONU per indagare sull’incidente della Freedom Flottilla del 31 maggio 2010. In quell’occasione nove passeggeri turchi della Mavi Marmara furono uccisi dalle forze speciali israeliane per impedire alla flotilla di raggiungere Gaza. Lo stesso giorno della pubblicazione del rapporto, Ankara ha declassato al livello più basso le relazioni diplomatiche con Israele, con il conseguente ritiro del proprio ambasciatore e l’espulsione del personale diplomatico israeliano dalla Turchia. La rottura tra i due paesi è legata ai mancati risarcimenti danni per l’incidente e per l’assenza di scuse ufficiali da parte del governo israeliano pretese da Ankara. Netanyahu ha affermato che tali scuse potrebbero «fiaccare il morale degli israeliani». </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crisi tra i due paesi non è dovuta solamente al pur grave incidente dell’anno scorso, ma è legata a una serie di ulteriori questioni di carattere geopolitico e strategico, caratterizzanti il Mediterraneo Orientale da alcuni anni. La Turchia, guidata dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), ha assunto da alcuni anni una politica estera molto più incline ad aumentare la propria influenza regionale, grazie anche alla sua posizione geografica strategica, ponte tra Europa e Asia (vedi il recente il libro di Aldo Braccio, </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://turchiapontedieurasia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Turchia: ponte d&#8217;Eurasia</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). E’ evidente come Israele, la cui politica interna ed estera è stata fortemente influenzata dagli ideali neorevisionisti nell’ultimo decennio, osservi con preoccupazione l’ascesa della Turchia, trasformatasi da alleato a potenziale concorrente nell’area vicino-orientale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le questioni geopolitiche più importanti che hanno messo in forse il legame strategico tra Ankara e Tel Aviv sono legate al conflitto israelo-palestinese, alle recenti rivolte scoppiate nel mondo arabo, al variegato approccio nei confronti di Arabia Saudita e Iran, nonché alla competizione energetica, la quale, come in altre aree del globo, è spesso foriera di scontri tra interessi contrapposti. Tutto ciò è inoltre collegato ai disegni strategici statunitensi nel Vicino Oriente, dal momento che gli Stati Uniti sono i principali alleati sia della Turchia sia d’Israele. Washington osserva con preoccupazione la crisi diplomatica tra i due paesi, cercando una qualche forma di compromesso per arginare le incompresioni tra i due alleati. Gli Stati Uniti comprendono bene il ruolo di fondamentale importanza dal punto di vista geostrategico della Turchia, uno dei principali paesi della NATO. Nel 2000 i neoconservatori, nel momento in cui si apprestavano ad offrire il proprio appoggio alla candidatura alle presidenziali di Bush, suggerivano la potenziale importanza strategica di Ankara strettamente alleata agli Stati Uniti e allo Stato ebraico. La futura amministrazione statunitense, avendo come obiettivo la costruzione del Grande Medio Oriente a guida statunitense, avrebbe dovuto favorire una salda alleanza turco-israeliana, potenzialmente la più grande forza strategica della regione (Per un confronto tra neoconservatori e neorevisionisti israeliani vedi il libro </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Progetti di egemonia</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- Una causa della crisi: la politica interna turca e israeliana</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dal 2001 ad oggi la situazione è decisamente mutata. Dal punto di vista della politica interna, sia la Turchia sia Israele hanno attualmente al potere due gruppi politici che hanno come obiettivo primario della propria politica estera l’egemonia regionale. Per quanto riguarda Ankara, negli ultimi anni l’AKP </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ha intrapreso un nuovo percorso, definito sovente come neo-ottomano, nostalgico del passato di superpotenza dell’Impero turco tra XVI e XVII secolo. Questa strategia ricalcherebbe il pensiero del ministro degli esteri Ahmet Davutoglu che cerca il consolidamento dei propri rapporti con la maggior parte dei vicini, avendo come obiettivo primario il soddisfacimento degli interessi strategici turchi. Il nuovo corso politico ha abbondonato una sorta di isolazionismo che contraddistingueva la politica estera turca prima dell’avvento di Erdogan, prediligendo al contempo una strategia maggiormente indipendente da Washington e attiva in diversi contesti geopolitici. La Turchia, nonostante l’esercito sia ancora fortemente legato alle prospettive della NATO, è diventata un’interlocutrice autonoma capace di “sfidare” simultaneamente l’Unione Europea, Israele e gli Stati Uniti, assumendo un ruolo di primo piano, come guida e modello politico, nel mondo arabo. Il rapporto con Israele ha registrato delle significative modifiche nel corso degli ultimi anni, dal momento che Ankara ha individuato nell’attuale politica estera israeliana un importante ostacolo ai propri interessi strategici. A questo proposito si può fare riferimento alla politica interna dello Stato ebraico e all’ascesa nell’ultimo decennio del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Likud</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, partito politico erede del revisionismo di Vladimir Jabotinsky. Il forte nazionalismo, unitamente all’utilizzo di politiche espansionistiche che prediligano l’azione militare preventiva piuttosto che la diplomazia; la concezione del carattere eccezionale della propria nazione, così come l’avversione per la nascita di uno Stato palestinese e per i vicini arabi o i critici interni, sono tutti elementi caratterizzanti l’ideologia della destra israeliana. L’intransigenza dimostrata da Tel Aviv nei confronti della questione palestinese, esemplificata dalla costruzione del muro di divisione con la Cisgiordania, dal blocco internazionale nei confronti di Gaza, dalla continua colonizzazione della West Bank, dalla mancata volontà al ritorno ai confini pre-1967, sfidando il tal senso una recente richiesta di Obama, e da alcuni conflitti militari (guerra del Libano nel 2006 e Operazione Piombo Fuso nel 2008), sono tutti fattori che hanno comportato l’allontanamento turco nei confronti d’Israele. Anche il recente avvicinamento dell’Egitto post-Mubarak alla Turchia può essere letto come una diretta conseguenza della politica estera del governo Netanyahu, il quale ha reso Israele maggiormente isolato nel contesto geopolitico vicino-orientale. La Turchia, soprattutto dopo l’incidente della Mavi Marmara, è diventata un’importante sostenitrice della causa palestinese, ha appoggiato la dichiarazione d’indipendenza presentata da Abu Mazen all’ONU, così come ha condannato il blocco internazionale imposto da Israele nei confronti della striscia di Gaza. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- Le relazioni turco-israeliane e le rivolte arabe</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Turchia è </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">anche un’importante sostenitrice del mondo arabo e ha promosso le rivolte degli ultimi mesi per evidenti interessi di carattere egemonico e geopolitico, favorendo nello stesso tempo una connessione di non poco conto tra la questione palestinese e le sommosse. Se, infatti, i ribelli nei diversi paesi arabi, secondo la prospettiva turca, avrebbero diritto a manifestare fino al rovesciamento dei regimi, perché i palestinesi dovrebbero continuare a rimanere nella loro condizione di popolo senza Stato? In questo caso la “primavera araba” non viene naturalmente letta dalla Turchia come un’azione fortemente incentivata dalla NATO e dalle potenze occidentali. Mentre Washington non è propensa a collegare la questione palestinese alle rivolte arabe, Israele sembra osservare negativamente la “primavera araba”, individuando in essa delle pericolose conseguenze per la propria sicurezza. Il fatto che l’amministrazione USA abbia favorito indirettamente le ribellioni e incentivato alcuni gruppi islamisti dal passato assolutamente non democratico (Vedi l’articolo </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../come-al-qaida-e-arrivata-al-potere-a-tripoli/11054/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) testimonia come Israele e Stati Uniti, nonostante il veto che questi ultimi porranno sulla richiesta palestinese all’ONU, abbiano posizioni differenti su alcune questioni geopolitiche fondamentali. Tel Aviv è preoccupata che i paesi rivali dell’area, su tutti l’Iran, possano trarre dei vantaggi dalle rivolte arabe. Come ricordato correttamente da Daniele Scalea, «Le odierne rivolte arabe aprono nuovi scenari e nuovi fronti di disaccordo tra Israele e USA, nel momento in cui quest’ultimi corteggiano sempre più palesemente la Fratellanza Musulmana ed altri movimenti islamisti» (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../la-speciale-relazione-usa-israele-prefazione-al-libro-progetti-di-egemonia/10686/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>La “speciale relazione” USA-Israele: prefazione al libro “Progetti di Egemonia”</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Le alleanze internazionali non rappresentano un sistema di relazioni schematico e uniforme, ma sono caratterizzate, a seconda dei periodi storici e delle circostanze geopolitiche, da mutamenti e incomprensioni, come nel caso della diversa prospettiva a riguardo delle rivolte arabe adottata da Israele e Stati Uniti. Attualmente, un ipotetico intervento militare statunitense in difesa dell’alleato israeliano nell’area sembra improbabile, vista la crisi economica di Washington e l’avversione dell’opinione pubblica statunitense nei confronti di una simile opzione. Il quadro è in realtà molto più complesso, nel quale, unitamente all’intervento occidentale per i propri interessi strategici, esistono all’interno dei singoli paesi arabi dinamiche dal carattere variegato, molteplici gruppi politici, movimenti religiosi e correnti, pronti a sfruttare l’occasione e a utilizzare a proprio vantaggio le richieste della popolazione (Per un’approfondita analisi delle rivolte arabe vedi il libro di Pietro Longo e Daniele Scalea </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivoltearabe.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Capire le rivolte arabe</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Un esempio calzante può essere offerto dall’Egitto. Nonostante ufficialmente non siano stati messi in discussione gli accordi di pace con Israele del 1979, l’opinione pubblica egiziana preme fortemente per una revisione del rapporto diplomatico del paese con lo Stato ebraico. Alcuni esponenti della giunta militare, i quali hanno mantenuto il potere nel paese dopo la cacciata di Mubarak, osservano come alcune questioni riguardanti il rapporto con Israele siano completamente da riconsiderare: ad esempio, la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>pipeline</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> trasportante gas naturale dall’Egitto a Israele; il blocco internazionale israeliano di Gaza; l’intera questione palestinese; la presenza di un maggior numero di truppe egiziane nel Sinai. Senza dimenticare la recente apertura del canale di Suez al passaggio di navi da guerra iraniane dirette in Siria, la quale ha allarmato Israele. E’ probabile che la Fratellanza Musulmana, nonostante la forte competizione dell’apparato militare, acquisti sempre più potere all’interno del contesto politico egiziano, grazie anche all’alleanza esistente con l’AKP e la crescente influenza turca nel paese, con una successiva possibile revisione del rapporto con Israele. Tel Aviv quindi, in seguito alla cacciata di Mubarak, potrebbe aver perso un alleato. La stessa Turchia, la quale ha appoggiato, nonostante le titubanze iniziali, l’intervento NATO in Libia, potrebbe favorire l’emergere delle forze musulmane moderate sia in Egitto sia in Libia, a discapito degli interessi dell’Arabia Saudita, la quale predilige le frange estremiste. Nel contesto libico, l’azione turca appare comunque molto più difficile. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- Il ruolo di Arabia Saudita, Iran e la questione siriana</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La stessa Arabia Saudita potrebbe comunque mettere in difficoltà il governo israeliano e gli Stati Uniti nell’immediato futuro, dato anche il suo approccio ambivalente alla questione delle rivolte arabe. Come osservato dall’editoriale del principe ed ex ambasciatore saudita negli Stati Uniti Turki al-Faisal, pubblicato sul “New York Times” l’11 settembre scorso,</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/09/12/opinion/veto-a-state-lose-an-ally.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Veto a State, Lose an Ally</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, gli USA dovrebbero appoggiare le richieste palestinesi d’indipendenza. Un veto statunitense verrebbe letto negativamente dal mondo arabo e comporterebbe delle ripercussioni nefaste per la strategia statunitense e saudita in Vicino Oriente. E’ evidente, come ricordato dallo stesso autore, che le preoccupazioni primarie saudite sono esclusivamente rivolte all’Iran, il quale potrebbe trarre vantaggi da questa situazione e aumentare la propria influenza nell’area. L’Arabia Saudita osserva l’attuale situazione vicino-orientale nell’ottica della propria competizione con Tehran. L’ex ambasciatore saudita a Washington afferma che potrebbero essere messe in discussione le relazioni tra sauditi e statunitensi, con una conseguente politica estera dell’Arabia Saudita molto più autonoma. Riyad potrebbe dunque aumentare la propria influenza, incentivando l’esportazione del proprio sistema politico, sociale, religioso ed economico legato al Wahhabismo sia in Afghanistan sia in Iraq, ma anche altrove, creando un potenziale arco d’instabilità dalla Libia al Pakistan. In Iraq, Riyad potrebbe non riconoscere, come richiesto dagli Stati Uniti, il governo dello sciita al-Maliki. Uno degli obiettivi dell’Arabia Saudita è l’indebolimento dell’Iran, concretamente attuabile, ad esempio, rovesciando il governo di Assad in Siria. Riyad potrebbe utilizzare a proprio vantaggio la caduta del regime siriano, presentandosi in maniera diversa verso le masse arabe dopo aver interrotto con la forza le rivolte sciite in Bahrain e ostacolato, le sommosse in Yemen. A riguardo della questione siriana, mentre l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono favorevoli a un cambio di regime, principalmente in funzione anti-iraniana, Israele e Turchia sembrano più cauti. Tel Aviv, nonostante auspichi senza dubbio la caduta del regime di Assad, poiché vedrebbe la fine di uno dei principali nemici dello Stato ebraico nonché stretto alleato dell’Iran, correrebbe comunque il rischio di una Siria futura con una situazione politica interna simile o peggiore all’Egitto; un potenziale nuovo nemico insomma, un paese sunnita non alleato come l’Arabia Saudita, maggiormente propenso a sostenere le aspirazioni palestinesi e a non accettare la politica intransigente israeliana. Le preoccupazioni d’Israele rappresentano una delle possibili spiegazioni del momentaneo  rinvio dell’intervento militare occidentale in Siria per la mancata individuazione di un’alternativa filo-occidentale sicura ad Assad, nonostante la pressione verso Damasco sia sempre più crescente. La stessa Turchia, oltre alla naturale condanna del regime di Assad, osserva con preoccupazione le possibili ripercussioni per le minoranze curde in Siria, considerate una minaccia per la propria stabilità interna: nel caso in cui l’area settentrionale del paese si trasformi in una zona autonoma ricalcante quella presente in Iraq, questa potrebbe favorire i gruppi curdi autonomisti presenti in Turchia. Inoltre, Ankara non sembra disposta ad accettare la presenza lungo i propri confini di uno Stato instabile, ricalcante la situazione libanese o irachena; così come i paesi del  BRICS non sembrano intenzionati ad avvallare una situazione caotica simile a quella che si è delineata in Libia. Nonostante ciò la recente installazione di un impianto missilistico NATO nel paese è stata valutata da alcuni analisti come un’esemplificazione dell’interesse turco per un’azione turca in Siria in funzione anti-iraniana. L’Iran e la Russia hanno protestato per l’installazione della batteria missilistica NATO, individuando in essa una potenziale minaccia per la propria sicurezza. La Turchia ha spiegato ufficialmente che in realtà si tratta di un’installazione difensiva. Nonostante, infatti, la competizione tra Turchia e Iran sia molto forte, sembra che i due paesi siano alleati in diverse questioni di carattere geostrategico, come, ad esempio, nella comune avversione nei confronti degli indipendentisti curdi. A questo proposito la Turchia e l’Iran hanno recentemente discusso di possibili azioni militari congiunte nell’Iraq settentrionale. L’allontanamento tra Turchia e Israele è legato anche all’avvicinamento tra Ankara e Tehran, visto che i due paesi stanno consolidando il proprio rapporto diplomatico. La recente vicenda dello sblocco dei pagamenti indiani via Turchia dei rifornimenti petroliferi iraniani è legata a questo nuovo rapporto turco-iraniano (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../le-relazioni-indo-iraniane-cooperazione-regionale-e-pressioni-statunitensi-su-nuova-delhi/10978/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le relazioni indo-iraniane: cooperazione regionale e pressioni statunitensi su Nuova Delhi</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- Una nuova fonte di scontro: Cipro </strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli Stati Uniti sono intenti a ricucire i rapporti tra Ankara e Tel Aviv, dato il grande ruolo geopolitico ricoperto dalla Turchia, l’importanza del suo eser</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">cito per la NATO e la possibile azione di erosione che potrebbe compiere nei confronti del potere iraniano. In ogni caso esiste un’ulteriore competizione geostrategica di primo livello tra Israele e Turchia, foriera di interessanti implicazioni; si tratta delle esplorazioni per il gas naturale nel Mediterraneo Orientale. Ankara sta ostacolando infatti l’esplorazione dei giacimenti di idrocarburi ad opera di Israele e Cipro nell’area, sostenendo che la parte settentrionale dell’isola, guidata da un governo filo-turco, non godrebbe dei dovuti vantaggi. Cipro sembra dunque essere un’ulteriore fonte di conflittualità nella regione, dal momento che Israele, in risposta all’ostacolo turco, ha intensificato i propri rapporti diplomatici con Nicosia, ma anche con la Grecia, l’Armenia e i paesi balcanici avversi alla Turchia; Ankara, oltre ad ostacolare i progetti ciprioti e israeliani legati al gas naturale, ha stretto i propri legami energetici e militari con l’Egitto e intimato all’Unione Europa di non offrire a Nicosia la presidenza dell’Unione il prossimo anno. E’ un’altra esemplificazione di come la Turchia abbia modificato il proprio approccio e sia disposta a mettere in secondo piano l’adesione all’Unione Europea, grazie anche all’ascesa della propria economia. </span></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><strong>Progetti di egemonia</strong></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
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		<title>Pronti, partenza …</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 06:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle acque pericolose della crisi economica internazionale, uno sguardo alla Turchia, attore regionale e mondiale di ormai indubbio valore i cui destini politico-economico sono evidentemente legati a quanto sta accadendo negli ultimi mesi, in particolare. Ecco alcune considerazioni sullo stato effettivo dell'economia turca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/pronti-partenza-%e2%80%a6/11363/" title="Pronti, partenza …"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11363&amp;w=80" width="80" height="80" alt="Pronti, partenza …" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il lettore avrà notato che manca il ‘via’. È la sensazione che si ha dando un’occhiata all’economia turca. Anzi, in realtà, più che una mancata partenza, sarebbe più corretto parlare di falsa partenza, e chi ha familiarità con il mondo dell’atletica leggera converrà che la metafora rende bene l’idea.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Scorrendo complicati indici economici si apprende che, negli ultimi tempi, la Turchia ha attraversato una crescita incredibile, talmente incredibile al punto che non ci si crede. È un gioco di parole, d’accordo, ma realmente gli economisti non pensano, non credono – appunto – che possa durare.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crescita e i suoi freni</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene le previsioni fissassero al 9% il tasso di crescita che sarebbe stato raggiunto quest’anno, la realtà potrebbe deludere tali prospettive; anzi, il condizionale sembra superfluo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Contrariamente alle aspettative degli esperti, l’inflazione ad agosto è aumentata</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Purchasing Managers Index</em></span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> rivela che è in corso una continua contrazione dell’economia, che rimane regolarmente al di sotto del livello neutrale di 50, e che tale ‘irrigidimento’ è accompagnato da una produzione industriale diminuita dello 0.9 % da luglio, dopo che i sei mesi precedenti erano stati parimenti caratterizzati dal segno meno. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure, la Turchia non si trova sull’orlo di un burrone e non sta aspettando che qualcuno la spinga: il Fondo Monetario Internazionale aveva stimato una crescita per l’anno in corso superiore di uno 0.8 % rispetto a quella di solo un anno fa, la cui percentuale era già di tutto rispetto (8 %). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli ultimi anni dell’economia turca hanno seguito un andamento da montagna russa:  le azioni hanno perso più del 50% del loro valore nel 2008, il 2009 ha fatto registrare una ripresa formidabile che a sua volta ha preparato i nuovi picchi degli anni successivi – nel 2010 hanno segnato il terzo tasso di crescita più veloce tra tutti i paesi del G 20 &#8211; per poi tornare ad un rallentamento agli inizi del corrente anno, diventato arresto all’ inizio dell’estate. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A questo però, bisogna affiancare il dato non di poco conto che non una banca è fallita dall’inizio di queste crisi ravvicinate e devastanti per tutto il mondo occidentale; a tale proposito il governatore della banca centrale turca, Erdem Basci, vuole essere cauto, ed a ragione: ‘la Turchia è una barca ferma, il mare è mosso e una tempesta può erompere da un momento all’altro’, ha dichiarato. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se ne rendono conto anche a Londra: un economista della Goldman Sachs, lungamente fiducioso nello sviluppo positivo della Sublime Porta, ha dichiarato invece quest’anno che il quadro (turco, ma non solo) si presenta piuttosto malmesso, e ciò è dovuto agli squilibri che si stanno accumulando e alla vulnerabilità finanziaria che sta crescendo. </span></span></p>
<p><strong> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Perché?</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Turchia è un paese in via di sviluppo. Quando questo termine fu creato trent’anni fa da Antoine van Agtmael, questi paesi producevano un terzo del Prodotto Interno Lordo mondiale; ora, ne producono la metà e più dei quattro quinti della crescita reale del PIL mondiale. Oltre a queste cifre da capogiro, questi paesi hanno anche altri fattori che li accomunano: inflazione, interessi bancari galoppanti e ingenti afflussi di capitale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questi elementi sembrano suggerire che tutte le economie dei suddetti paesi si stiano surriscaldando, ma in realtà non è giusto fare di tutt’erba un fascio; come sempre, c’è chi sta meglio e chi sta peggio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il surriscaldamento di un’economia si determina sulla base di sei fattori i cui risultati vengono poi sommati per produrre un indice complessivo; 100, come lo schema dimostra, significa che l’economia è surriscaldata sulla base di tutti e sei gli elementi presi in considerazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’inflazione, primo degli indicatori considerati, è cresciuta più velocemente, anche se non uniformemente, nei paesi in via di sviluppo piuttosto che in quelli sviluppati; questo è riconducibile all’alto prezzo dei beni di prima necessità, cibo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>in primis</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, che pesano in maniera più considerevole nel paniere dei beni di consumo di un paese in via di sviluppo  rispetto ad un paese del cosiddetto primo mondo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il secondo indicatore misura la capacità di risparmio confrontando il tasso di crescita del PIL di un determinato paese dal 2007 con quello dei dieci anni precedenti. Il potenziale di crescita di una certa economia può sicuramente aumentare nel corso del tempo, grazie alle riforme per esempio; tuttavia, un mercato del lavoro chiuso e stagnante – che rappresenta il terzo indicatore – palesa che in realtà la crescita è avvenuta in modo eccessivamente veloce, e pertanto è insostenibile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il quarto indicatore è il credito bancario eccessivo, che può essere la causa di bolle economiche e/o inflazione. Lo strumento più adatto che denuncia un eccessivo credito è la differenza tra la crescita del tasso di credito bancario e il PIL nominale; per una banca, specie in un paese in via  di sviluppo, è naturale prestare denaro per crescere più velocemente del PIL man mano che si sviluppa il settore finanziario; in alcuni paesi però, tra i quali figura la nostra Turchia, il credito sta oltrepassando in modo preoccupante il tasso di crescita del PIL.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il quinto indicatore è il tasso d’interesse reale, che è negativo in circa la metà delle economie prese in esame, dato che non è appropriato per un’economia che cresce rapidamente perché in tal modo si alimenta l’ inflazione, tra le altre cose. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’ultimo fattore che contribuisce a far salire la temperatura economica è il debito estero: un ampio deficit di bilancio è un classico indice di surriscaldamento dell’economia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Turchia, secondo un esperto dell’Economist, non è in una situazione disperata ma gli indicatori lampeggiano pericolosamente sul colore più acceso. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La Turchia e l’Europa</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ahinoi, sappiamo bene quale sia la situazione nel vecchio continente, ma ne sono consapevoli anche in tutti gli altri paesi del globo; tra questi la Turchia, che si preoccupa per noi, ci guarda con apprensione: ‘lo stiamo dicendo da mesi, l’Europa non vuole scegliere’.  Ha ragione ad essere preoccupato il Primo Ministro turco: se la crisi peggiora ulteriormente, il tutto potrebbe avere ripercussioni anche sull’economia del Bosforo &#8211; che tra i suoi problemi non annovera un debito pubblico da capogiro – per cui l’obbiettivo è diventato evitare il rischio recessione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se un certo nervosismo o impazienza è percepibile nell’atteggiamento delle alte sfere turche è dovuto principalmente all’ incapacità dimostrata dai leader europei di evitare che la crisi dei debiti coinvolga i mercati a livello mondiale. Sarà superfluo sottolineare come questo non solo è plausibile ma, come dimostrano gli ultimissimi anni della finanza mondiale (gli USA </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>docent</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in particolare), è assolutamente certo: se un’entità politico – economica come l’Europa viene travolta da una grave crisi, quest’ultima avrà ripercussioni a livello globale; in un 2011 oramai globalizzato, è ineluttabile.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>L’indifferenza paga</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Partendo dalla situazione appena descritta &#8211; che non possiamo definire propriamente di boom economico &#8211; e collocando la Turchia su un planisfero, si capisce la motivazione che soggiace alla scelta del titolo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La vicina Siria ormai da qualche mese è bagnata dal sangue dei suoi stessi cittadini e la Turchia non ci sta; esponenti del governo hanno dichiarato che il paese non ha intenzione di rimanere indifferente al massacro in corso e, per cominciare, si stanno valutando le modalità e la tempistica per costituire una </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>buffer zone</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> al confine.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’ultima volta che Ankara ha avuto uno scontro con il suo vicino meridionale è stato nel 1998 quando minacciò di invaderlo se non avesse rilasciato Abdullah Ocalan, leader del partito dei lavoratori del Kurdistan, fazione dichiarata fuori legge. La Siria ha ceduto e da allora le relazioni tra i due paesi sono sbocciate: il traffico commerciale è più che triplicato nel volume, i visti sono stati aboliti e gli incontri tra gli esponenti del governo dei due paesi avvengono spesso e volentieri, come comunemente si direbbe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Naturalmente, questa mossa ha avuto importanti conseguenze a livello internazionale per la Sublime Porta: non soltanto ha potuto rivestire un ruolo di mediatore tra Damasco e Tel Aviv – salvo poi veder andare tutto in fumo in seguito all’attacco sulla Striscia del 2008 – ma soprattutto ha permesso a qualcuno di sperare che il binomio Erdogan &#8211; al-Assad potesse portare quest’ultimo fuori dall’orbita di Ahmadinejad, il vicino che nessuno vorrebbe avere, e mettere il governatore alawita sulla strada di una riforma politica profonda. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’atteggiamento turco nei riguardi di ciò che sta succedendo in Siria sembra essere diverso da quello occidentale, nonostante non se ne discosti nelle apparenze; infatti, mentre da questa parte del mondo (l’Occidente) gli stati non sembrano intenzionati ad andare troppo oltre la via diplomatica e le parole di biasimo o ammonimento che, però, potrebbero rivelarsi poco efficaci – per usare un eufemismo – quelle della Turchia sembrano davvero essere parole di avvertimento prima che si proceda a qualcosa di più impegnativo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le posizioni assunte ultimamente da Erdogan, del resto, non fanno dormire sonni sereni ai capi di stato occidentali: sebbene abbia acconsentito ai piani NATO per uno scudo missilistico che è chiaramente anti – Iran, la mossa immediatamente precedente a questa sullo scacchiere internazionale è stata quella di opporsi all’imposizione di ulteriori sanzioni all’Iran. Non che le motivazioni alla reticenza del presidente turco a confrontarsi con Teheran siano completamente prive di fondamento: rappresenta il suo maggior fornitore di gas naturale e il principale sbocco delle sue esportazioni in Asia centrale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per queste motivazioni, e perché richiederebbe un costo non indifferente, forse la Turchia sta ancora esitando nell’intervenire; del resto, oltre ad un accresciuto prestigio a livello internazionale e maggior potere nell’area, ci si chiede quali possano essere le motivazioni che soggiacerebbero ad una tale decisione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Perché, come la politica internazionale ci insegna, ma non solo quella internazionale, gli uomini di potere non si muovono mai per </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>pietas</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">* </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Paola Saliola è dottoressa in Lingue e civiltà orientali presso l’Università La Sapienza di Roma</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <sup></sup> Soltanto un mese fa la lira turca ha raggiunto il 	valore più basso dal marzo 2009, con il cambio fissato a 1.5 	rispetto al dollaro.</p>
</div>
<div>
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> <sup></sup> L&#8217;indice PMI è l&#8217;acronimo di Purchasing Managers 	Index. Indice sintetico del Napm, ne include cinque componenti 	destagionalizzati: nuovi ordini, produzione, occupazione, consegne e 	scorte. È un sondaggio che viene compiuto su un campionario, in 	ogni paese, sui responsabili d&#8217;acquisti (o professionisti che hanno 	responsabilità simili) delle aziende (nel settore manifatturiero, 	edile e terziario). Vengono monitorate variabili quali il livello di 	produzione, nuove commesse, impiego e prezzi.</p>
</div>
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		<title>Turchia e Qatar: i nuovi leader regionali?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 07:04:23 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Qatar]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo la cosiddetta “Primavera Araba” che ha contagiando diversi paesi arabi, il Vicino Oriente sta vivendo la mancanza di un leader. Questa situazione permette alla Turchia e al Qatar di assumere un ruolo strategico, che alla fine potrebbe portare ad un conflitto politico tra i due ambiziosi stati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/turchia-e-qatar-i-nuovi-leader-regionali/11244/" title="Turchia e Qatar: i nuovi leader regionali?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11244&amp;w=80" width="80" height="77" alt="Turchia e Qatar: i nuovi leader regionali?" ></div></a><p><span style="font-face: Arial; font-size: medium;"><em>Dopo la cosiddetta “Primavera Araba” che ha contagiando diversi paesi arabi, il Vicino Oriente sta vivendo la mancanza di un </em><em>leader</em>. Questa situazione permette alla Turchia e al Qatar di assumere un ruolo strategico, che alla fine potrebbe portare ad un conflitto politico tra i due ambiziosi stati.</span></p>
<div style="font-face: Arial; font-size: medium;"><strong>La Turchia sogna i tempi degli Ottomani </strong></p>
<p>È chiaro che quello che accade nel mondo arabo abbia influenzato la politica turca che da molto tempo cerca di riprendere il suo ruolo nel Vicino Oriente. Il grande sogno turco affrontava degli ostacoli rappresentati dal continuo ruolo strategico dell’Iran in Libano, in Siria e in Iraq, e dalla solida alleanza tra i due paesi Arabi più influenti: l’Arabia Saudita e l’Egitto.</p>
<p>Ma l’attacco israeliano contro la nave turca  Marvi Marmara nel maggio 2010 e l’inizio della rivoluzione tunisina  nel 2011, hanno contribuito alla modifica della mappa geopolitica del Vicino Oriente aggiungendo nuovi attori desiderosi di ricoprire un ruolo di primo piano nella geopolitica vicino e mediorentale.</p>
<p>Il rifiuto di Israele di presentare le scuse al popolo turco, e l&#8217;inaspettato risultato della commissione Ballmer, che ha considerato legittimo l’<em>embargo</em> israeliano contro Gaza, affermando che quanto accaduto nel luglio 2010 contro la flotilla non è un atto terroristico e criminale come sostiene Ankara, ma un semplice uso eccessivo della forza, hanno portato il governo turco ad espellere l’ambasciatore Israeliano e a congelare i rapporti commerciali con Tel Aviv.</p>
<p>Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ha inoltre annunciato l’inizio di  una campagna legale presso il tribunale penale internazionale con l&#8217;obbiettivo di condannare i crimini israeliani.</p>
<p>L’azione turca nei confronti di Israele arriva dopo diversi tentativi da parte di Ankara di assicurarsi un ruolo strategico nella regione e di apparire come la salvatrice della democrazia, il frutto della “ Primavera Araba ” .</p>
<p>La domanda che ci si può porre è la seguente: riuscirà Ankara a riprendere il suo potere nel Vicino Oriente ?</p>
<p>Vi sono numerosi elementi che possono aiutare la diplomazia turca a riacquistare un ruolo importante nella regione:</p>
<p>a.	L’attuale mancanza di un paese arabo leader. Tale mancanza è dovuta al fatto che l’Arabia Saudita sta affrontando un conflitto politico all’interno della famiglia reale; L’Egitto dopo la caduta del governo di Mubark è occupato a portare avanti le riforme interne; mentre la Siria sta affrontando una grave situazione interna.</p>
<p>b.	La notevole ambizione dell’amministrazione turca che, dopo le fallite trattative con l’Unione Europea, ha preferito concentrarsi nel Vicino Oriente. Nel 2006 Ankara ha condannato il severo attacco israeliano contro il Libano, nel 2009 ha condannato l’attacco israeliano contro Gaza ed ha considerato l’embargo illegale e disumano.</p>
<p>c.	La vittoria di Giustizia e Sviluppo, il partito “laico -Islamico” di Erdoğan, nelle ultime elezioni ha consolidato il suo potere e ha indebolito il potere dell’esercito considerato il primo alleato di Israele. Tutto ciò permette a quest’uomo di grande potere e alla sua squadra di realizzare il loro progetto sulla nuova Turchia ricca ed influente.</p>
<p>d.	L’importanza strategica che gli Stati Uniti e l’Europa danno alla Turchia. Attraverso l&#8217;accoglimento della richiesta NATO di installare il “sistema radar di difesa”, il leader turco continua a giocare un ruolo fondamentale tra l’Occidente e il Vicino Oriente.</p>
<p>e.	La crescita dell’economia turca che ha permesso al Paese di occupare  il tredicesimo posto nell’economia mondiale.</p>
<p>Tutti questi sono elementi che possono aiutare la Turchia ad assumere un potere strategico specialmente dopo la rivoluzione sentimentale che sta portando avanti Erdoğan nel mondo arabo e islamico, una rivoluzione il cui obbiettivo è dire no a Tel Aviv.</p>
<p>Alla luce di quanto segue, sembra che la Turchia stia andando nella direzione giusta per conquistare il cuore del popolo arabo.</p>
<p>Non bisogna però sottovalutare ciò che stanno sottolineando gli analisti, ossia il fatto che gli Arabi non hanno dimenticato la sofferenza che hanno vissuto durante l’occupazione dell&#8217;impero Ottomano. La nomina della Turchia come leader nel mondo arabo e islamico, potrebbe affrontare delle difficoltà rappresentate dalla futura ripresa dell’Egitto e della Siria e dall&#8217;attuale ruolo che sta assumendo un nuovo stato ambizioso, il Qatar.</p>
<p><strong>Il Qatar alla ricerca di un ruolo strategico</strong></p>
<p>Il Qatar che ha conquistato una fama internazionale nel settore commerciale e del Gas, l’anno scorso ha voluto dimostrare la sua capacità di organizzare i mondiali del 2022. Con l’inizio delle “rivoluzioni” nel mondo arabo, il Qatar ha preso una posizione politica tramite la sua Al Jazeera, il più noto canale televisivo arabo.</p>
<p>Tale posizione ha creato nuovi amici e nuovi nemici all&#8217;Emiro che, come hanno riferito i quotidiani arabi, il mese scorso si è salvato da un attacco suicida nella capitale Ad Dawhah.</p>
<p>Cosa vuole il Qatar della “Primavera araba”? 	Questa è una domanda che ormai si pongono tutti sia nel mondo arabo che in Occidente. La risposta è chiara: il Qatar ambisce ad avere un ruolo strategico nella regione. Da anni il Qatar ha iniziato un programma politico per uscire dal gruppo dei paesi non influenti e attraverso tale piano vuole diventare un nuovo leader arabo.</p>
<p>L’emirato è stato il primo paese arabo ad ospitare il congresso mondiale per la ricostruzione della Libia, oltre ad essere stato l’unico componente della lega Araba ad avere preso parte alla guerra con i suoi aerei militari e ad  aver finanziato i ribelli contro Gheddafi.</p>
<p>Il canale satellitare Al Jazeera, ha seguito gli eventi in Tunisia ed Egitto sin dal primo giorno, ed in Siria si considera il primo nemico mediatico del governo di Bashār al-Asad.</p>
<p>Al Jazeera che ha voluto proteggere le “rivoluzione arabe” e i diritti umani non ha reagito nello stesso modo quando è scoppiata la rivoluzione in Bahrein, alleato dell&#8217;Emiro e dell&#8217;Arabia Saudita. Tale comportamento ha messo a rischio la professionalità del canale e ha fatto sorgere dei dubbi sui reali  obiettivi dell&#8217;emirato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-face: Arial; font-size: medium;">Gli elementi sopracitati, a cui si aggiunge il fatto che il paese non è stato ancora soggetto a manifestazioni, sono elementi che rafforzano la teoria secondo la quale il Qatar è alla ricerca di un nuovo ruolo strategico nella regione. Tale ruolo però si scontrerà alla fine con la volontà dell’Egitto di riprendere il suo ruolo e con il sempre più crescente ruolo politico di Ankara, fenomeno confermato dal fatto che nei giorni scorsi il primo ministro turco ha concluso la sua missione in Egitto, Tunisia e in Libia, aprendo un nuovo rapporto con i paesi della cosidetta “Primavera araba”. </span></p>
<p><strong><em>*Hamze Jammoul, giurista Libanese, esperto nella gestione dei conflitti internazionali</em><br />
</strong></div>
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