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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Sri Lanka</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 12:59:25 +0000</lastBuildDate>
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		<item>
		<title>La difficile riconciliazione nazionale in Sri Lanka</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-difficile-riconciliazione-nazionale-in-sri-lanka/6282/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 14:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Sri Lanka]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la fine della guerra, la riconciliazione nell'isola è ancora lontana e passa attraverso la risoluzione di numerose problematiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-difficile-riconciliazione-nazionale-in-sri-lanka/6282/" title="La difficile riconciliazione nazionale in Sri Lanka"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=6282&amp;w=80" width="80" height="77" alt="La difficile riconciliazione nazionale in Sri Lanka" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Quando, il 19 maggio 2009, il presidente della Repubblica Mahinda Rajapaksa proclamò la conclusione delle ostilità contro lo sconfitto LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), ebbe finalmente fine una lunga e sanguinosa guerra civile durata ventisei anni, che aveva tolto la vita a circa 80,000 persone e che aveva diviso il Paese secondo spaccature etniche e religiose.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tuttavia, la riunificazione dell’isola, il termine della guerra civile e l’eliminazione di un’organizzazione a stampo terroristico, non deve far pensare che la questione nazionale, a sua volta derivante dalla “questione Tamil” debba considerarsi risolta. Anzi, il futuro del Paese richiede una strategia che attiri il consenso non solo della maggioranza cingalese (che annovera il 75% della popolazione), ma anche delle minoranze tamil e musulmane. Tale consenso passa necessariamente attraverso un’approfondita analisi non solo delle cause che hanno scatenato il conflitto, ma anche, in ragione della lunga durata dello stesso, il fatto che le conseguenze della guerra abbiano creato dei problemi che esulano dalle cause originarie del conflitto. Tali aspetti riguardano le esperienze di autogoverno di regioni fino allo scorso anno completamente autonomo dal potere centrale, il ritorno dei profughi, la ricostruzione delle infrastrutture e dell’economia, il problema della rappresentanza etnica nei partiti nazionali.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"> </span></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/zltte.jpg"><img class="size-full wp-image-6283    aligncenter" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/zltte.jpg" alt="" width="275" height="267" /></a></p>
<p style="text-align: center">Figura : territorio Tamil secondo l&#8217;LTTE</p>
<p><span><span style="font-size: medium">A tali aspetti se ne aggiunge uno di pari importanza, legato alle gravi sofferenze patite dalla popolazione civile nel corso della guerra e, in particolar modo, dalle gravi perdite che hanno caratterizzato gli ultimi mesi della guerra civile. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Crimini di guerra.</strong></span></span><span><span style="font-size: medium"> La guerra civile in Sri Lanka scoppiò nel 1983, vedendo contrapposti le forze governative e l’LTTE, a causa della questione concernente i diritti politici e civili della minoranza tamil nell’isola. Dopo una tregua durata quattro anni, tra il 2002 ed il 2006, interrotta da sporadiche violazioni dall’una e dall’altra parte, il conflitto riprese su larga scala nel 2006, dopo l’avvento del presidente Rajapaksa, forte del sostegno popolare ad una politica nazionalista volta a spegnere in modo definitivo l’insorgenza tamil. Nel 2006 il governo fu capace di riguadagnare il controllo delle regioni costiere orientali, mentre l’offensiva contro le roccaforti del nord iniziò nel 2008, per concludersi con il trionfo delle forze governative nel corso della prima metà del 2009.</span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: xx-small"> </span></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le ultime fasi dello scontro furono particolarmente cruente, coinvolgendo la popolazione civile. Secondo stime prudenziali rilasciate dalle Nazioni Unite, il bilancio delle perdite civili tra il gennaio e l’aprile 2009 ammonterebbe a 7,500 decessi e 15,000 feriti</span></span><a name="sdendnote1anc" href="#sdendnote1sym"><sup>i</sup></a><span><span style="font-size: medium">.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A causa dell’avanzare delle forze governative, infatti, l’LTTE obbligò la popolazione civile delle aree controllate a insediarsi in piccoli fazzoletti di terra, utilizzandola, di fatto, come un enorme scudo umano, che contava centinaia di migliaia di persone. Al fine di evitare che i civili potessero riversarsi verso zone controllate dal governo, o comunque esterne rispetto alla zona del conflitto, l’LTTE iniziò la pratica sistematica di sparare a vista a chi cercava di fuggire. Inoltre, a causa delle crescenti carenze logistiche e di organico, molti civili furono costretti ad arruolarsi o ad eseguire </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>corvée. </em></span></span><span><span style="font-size: medium">Appare dunque insensato avere rimpianti per l’eliminazione di una organizzazione che manifestò tutta la propria crudeltà nelle fasi terminali del conflitto.</span></span><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tuttavia, dal canto suo, il governo non fece nulla per lenire le sofferenze civili, ma utilizzò, anzi, strategie criminali che deliberatamente portarono ad un aggravarsi della situazione. Una stima delle perdite procurate direttamente dall’azione del governo risulta impossibile, poiché fu proibito ogni tentativo delle organizzazioni umanitarie, governative e non, di portare soccorso alle popolazioni che si trovavano nel turbine del conflitto, anzi disturbandone ed intimidendone l’operato tramite il bombardamento deliberato di ospedali da campo e punti di distribuzione di aiuti umanitari.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Parimenti, il governo sottostimò in modo importante il numero di civili tenuti sotto ostaggio dall’LTTE, non consentendo il passaggio di aiuti umanitari adeguati al numero dei civili nelle aree in questione. Possibilmente ancora più grave è stato il bombardamento deliberato di aree che il governo aveva unilateralmente dichiarato </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>No-Fire-Zones</em></span></span><span><span style="font-size: medium">.</span></span><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/zunosat.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6284" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/zunosat.jpg" alt="" width="585" height="435" /></a></p>
<p style="text-align: center">Immagine 2: Immagini UNOSAT che dimostrano il bombardamento delle no-fire-zones da parte del governo.</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel complesso, la tattica utilizzata dal governo per venire a capo della guerra civile e distruggere l’LTTE ha richiesto una certa erosione del principio di distinzione tra popolazione civile e combattenti. Il pretesto di utilizzare la lotta al terrorismo, all’insorgenza, per giustificare la sistematica violazione dei più basilari diritti umanitari appare particolarmente grave, e potrebbe creare effetti di emulazione in altre aree del mondo con problematiche simili a quelle dello Sri Lanka</span></span><a name="sdendnote2anc" href="#sdendnote2sym"><sup>ii</sup></a><span><span style="font-size: medium">.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Al termine del conflitto, il governo si trovò inoltre a gestire la situazione dei profughi, per un numero che nel maggio 2009, arrivava a contare le 300,000 persone, un decimo della popolazione tamil complessiva.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Anche in questo caso, il comportamento del governo può essere etichettato di negligenza, quando non di volontaria e deliberata violazione dei diritti umani. I rifugiati furono infatti confinati in campi profughi, ribattezzati in modo piuttosto eufemistico come “</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>welfare centers</em></span></span><span><span style="font-size: medium">”, in situazioni pressoché di prigionia. Ai profughi fu infatti impedito il diritto alla libertà di movimento, sebbene molti tra di essi potessero contare su nuclei familiari o parenti disposti ad ospitarli nelle vicinanze. Inoltre, in violazione delle osservazioni proposte dalle Nazioni Unite, i campi furono affetti da gravi problemi di sovrappopolamento, che a loro volta sottolinearono difficoltà logistiche e sanitarie. Ancora, le autorità negarono sistematicamente di passare informazioni ai profughi circa le motivazioni della detenzione, il tempo necessario perché fosse autorizzato il rientro, la possibilità di conoscere la collocazione dei parenti. Inoltre, al fine di evitare critiche circa il proprio operato, il governo interdette l’accesso ai campi tanto alle organizzazioni delle Nazioni Unite, quanto all’ICRC, quanto ai media.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La motivazione addotta dalle autorità per giustificare le condizioni di semi-prigionia cui erano sottoposti i profughi era rappresentata dalla necessità di identificare i combattenti dell’LTTE e distinguerli dai civili. Nel corso del 2009 le autorità trattennero in detenzione circa 11,000 persone, tra cui oltre 550 minori, sospettate di affiliazione all’LTTE. Pur garantendo una amnistia per la maggior parte di costoro, desta preoccupazione il fatto che un numero così consistente di persone sia trattenuto in custodia senza poter essere a conoscenza delle esatte ragioni della detenzione, senza assistenza legale, come neppure di avere la possibilità di ricorrere di fronte ad autorità giudiziarie per contestare la propria detenzione o, semplicemente, di informare le proprie famiglie delle proprie condizioni. Per queste persone, il governo prevede il rilascio dopo un periodo passato presso un centro di “riabilitazione”. Anche in questo caso l’accesso a tali centri è proibito agli osservatori indipendenti ed alle agenzie umanitarie.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Giustizia? No, grazie. </strong></span></span><span><span style="font-size: medium">Sebbene la riunificazione del Paese e la sconfitta di un gruppo terroristico e crudele abbia strappato il plauso da parte delle dirigenze politiche di tutto il mondo, man mano che le notizie circa i crimini di guerra perpetuati dalle parti iniziarono ad emergere, la richiesta, da parte dei governi occidentali, di una indagine che verificasse i crimini commessi ed assicurasse alla giustizia gli eventuali colpevoli.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tuttavia, mentre la leadership dell’LTTE è stata sterminata nel corso degli ultimi giorni della campagna militare, restano ancora oggi aperte e spinose le questioni circa chi debba giudicare le violazioni commesse da parte dei militari cingalesi e di chi abbia trasmesso loro direttive che violavano apertamente i diritti della popolazione civile in area di guerra.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nonostante le pressioni dei paesi occidentali, volte all’istituzione di una inchiesta internazionale, in osservanza della Convenzione di Ginevra, secondo la quale i crimini di guerra non possono essere considerati una “questione interna”, il governo Rajapaksa ha costantemente rifiutato ogni ipotesi di inchiesta internazionale, affermando che sarebbe una violazione della sovranità nazionale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel consesso internazionale, il supporto alle istanze cingalesi da parte dei paesi del sud del mondo, tradizionalmente legati al concetto di “sovranità nazionale”, ha reso lo Sri Lanka immune da possibili censure da parte degli organi delle Nazioni Unite. Ne è un esempio la bocciatura di una proposta di inchiesta circa possibili crimini di guerra, formulata nel maggio 2009 in seno al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che, al contrario, adottò una risoluzione che elogiava il governo cingalese. Inoltre, in quanto Paese non ratificante della Corte Criminale Internazionale, tale Corte non può agire senza un mandato da parte del Consiglio di Sicurezza, presso il quale lo Sri Lanka può contare sul determinante appoggio di Pechino.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le pressioni internazionali si sono dunque tradotte solamente nella creazione di una commissione di inchiesta interna</span></span><a name="sdendnote3anc" href="#sdendnote3sym"><sup>iii</sup></a><span><span style="font-size: medium">, denominata “</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Lessons Learnt and Reconciliation Commission”</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> avente l’obiettivo di ricercare possibili violazioni del diritto umanitario internazionale, le circostanze in cui le violazioni sarebbero avvenute e l’identificazione delle persone colpevoli, senza però determinare qualora tali persone possano essere sottoposte a giudizio secondo la legge cingalese o se ci saranno azioni giuridiche da intraprendere nei loro confronti. Come denuncia lo Human Right Watch e rileva un recente report del Dipartimento di Stato statunitense, i risultati raccolti dalle dieci commissioni di inchiesta, stabilite dall’indipendenza ad oggi sono scarsi. Nulla lascia pensare che questa commissione, circa la quale sono insorti dubbi circa la professionalità dei commissari, possa ottenere dei risultati positivi.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La creazione di tale organo, ad ogni modo, risulta dalle ulteriori pressioni portate dai Paesi occidentali e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, tramite l’istituzione di un panel, formato da tre esperti nominati da Ban-Ki-Moon allo scopo di indagare circa i crimini di guerra. Il governo insulare ha rifiutato l’accesso nel Paese al panel, ribattezzando la creazione del comitato come un atto “non richiesto” ed “ingiustificato”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Le questioni di lungo termine per una riconciliazione nazionale.</strong></span></span><span><span style="font-size: medium"> Appare fondamentale comprendere come la fine del conflitto non significa che la riconciliazione nazionale debba considerarsi acquisita. Anzi, è proprio nella fase della ricostruzione (economica, infrastrutturale e politica) delle aree settentrionali ed orientali del Paese quella in cui si deve risolvere la “questione tamil” per raggiungere infine la riconciliazione nazionale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Anche con riguardo a questo aspetto, tuttavia, l’approccio del governo appare in qualche modo aumentare, anziché diminuire, i timori della minoranza tamil. Lo sviluppo e la ricostruzione del nord e dell’est del Paese pone infatti diversi ostacoli potenziali al raggiungimento della pace sociale nella regione. Le necessità umanitarie, infrastrutturali ed economiche di tali aree sono enormi, e il governo Rajapaksa, pur riconoscendo l’importanza di affrontare tale questione, appare presentare una visione della “questione tamil” come provocata da motivazioni di sottosviluppo economico dell’area, negando gli aspetti politici ed etnici della stessa.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Presentando una tale visione del problema, appare possibile che lo sviluppo economico dell’area possa presentare aspetti problematici che abbiano il potenziale di acuire l’astio tamil nei confronti della maggioranza cingalese. Come sottolinea l’International Crisis Group (gennaio 2010), i piani del governo rimangono poco chiari, e sarebbero caratterizzati da una marginalizzazione dell’importanza delle comunità locali e dei partiti politici tamil, la militarizzazione del territorio, restrizioni sulle attività delle ONG locali e internazionali, il rischio di conflitti circa la proprietà della terra, la possibilità che cambiamenti demografici possano diluire il carattere prevalentemente tamil nella regione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel complesso, dunque, la ricostruzione, pur portando a un miglioramento delle condizioni economiche della popolazione, sarebbe caratterizzata da una marginalizzazione politica ed economica dei tamil. In un tale contesto appare impossibile comprendere come il processo di sviluppo possa evitare di produrre discriminazioni etniche, creando invece fondati timori verso una possibile colonizzazione economica da parte dei cingalesi delle aree precedentemente sotto il controllo dell’LTTE.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A tutto ciò si aggiunge il vivo risentimento contro il governo dell’isola da parte della consistente diaspora tamil, ancora oggi strettamente legata a concetti di indipendenza e di lotta armata, anche alla luce dei crimini di guerra perpetuati dalle forze governative e della mancanza di una chiara volontà di fare giustizia.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Anche la situazione dei profughi appare tutt’altro che risolta. Sebbene i campi profughi si siano progressivamente svuotati, consentendo al governo cingalese di evitare ulteriori critiche a livello internazionale, il rientro è stato caotico e mal preparato, creando timori riguardo alle condizioni dei “ritornati”. È necessario notare come molti profughi apparentemente rientrati presso le loro località di origine siano ancora stazionati in “centri di transito” nel proprio distretto, che il processo di ricostruzione delle abitazioni (peraltro saccheggiate di ogni bene di valore economico) e di sminamento proceda molto lentamente, che a molti di essi non sia stata fornita una assistenza finanziaria, fondamentale al fine di ricostruire una attività economica, e che tutta la fase del “ritorno” non sia stata monitorata da organizzazioni indipendenti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Conclusioni. </strong></span></span><span><span style="font-size: medium">La riconciliazione nazionale in Sri Lanka richiede una revisione delle politiche governative da adottarsi nel territorio precedentemente sotto il controllo dell’LTTE, così come di una imparziale ed attenta indagine circa le responsabilità delle forze governative con riguardo ai massacri di popolazione civile che hanno caratterizzato le ultime fasi della guerra civile.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Parimenti, le organizzazioni internazionali, ed in particolare le organizzazioni che concentrano le proprie attività sullo sviluppo e la ricostruzione, da un lato, e sull’assistenza umanitaria dall’altro, dovrebbero subordinare il proprio intervento all’adozione da parte del governo cingalese di misure atte a creare un ambiente di stabile e duratura pace etnica e sociale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Purtroppo, in entrambi i casi, si è teso sinora ad ignorare tali aspetti. In tal senso, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale dovrebbero rivedere l’accesso ai fondi stanziati per la ricostruzione, al fine di garantire una maggiore equità e trasparenza nella loro allocazione, subordinandone l’accesso a misure che cerchino di risolvere in modo equo la “questione tamil”. Sarebbe inoltre auspicabile, alla luce dell’indebolimento dell’influenza dei paesi occidentali in Sri Lanka, che gli sforzi economici da parte delle potenze asiatiche, in primis Cina, India e Giappone, comprendano l’importanza della questione, e agiscano in modo da facilitare una risoluzione delle fratture interne del Paese che non comporti la marginalizzazione della minoranza tamil e la colonizzazione economica cingalese nelle aree interessate.</span></span></p>
<p><span> </span></p>
<p><span><span style="font-size: x-small"> </span></span></p>
<p lang="en-US"><span><span style="font-size: small">Bibliografia:</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Human Rights Watch, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka: Government Proposal Won’t Adress War Crimes”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 7 maggio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Human Rights Watch, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka: US Report Shows No Progress on Accountability”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 11 agosto 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">The Guardian, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka is Still Denying Civilian Deaths”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 5 settembre 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">India Times, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Rajapaksa using Sino-Indian rivalry in SL”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 16 settembre 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Human Rights Watch, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka’s War: Time for Accountability”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 28 aprile 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Asian Tribune, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“The United States has lost clout in Sri Lanka”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 9 settembre 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Asian Tribune, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka shuns West, finds solace in East”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 10 settembre 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Internal Displacement Monitoring Centre, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Continuing humanitarian concerns and obstacles to durable solutions for recent and longer-term IDPs”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, dicembre 2009.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Human Rights Watch, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka events of 2009”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, gennaio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">The Huffington Post, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Seeking Justice after Sri Lanka’s Elections”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 27 gennaio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Digital Journal, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka commission begins civil war inquiry amid skepticism”, </em></span></span><span><span style="font-size: small">11 agosto 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Daily Mirror, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Can Mahinda Rajapaksa vanquish the UN?”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 15 settembre 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">International Crisis Group, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“War Crimes in Sri Lanka: Executive Summary and Reccomendations”,</em></span></span><span><span style="font-size: small"> Asia Report n°191, 17 maggio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Human Rights Watch, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Legal Limbo: the Uncertain Fate of Detained LTTE Suspects in Sri Lanka”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, febbraio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">International Crisis Group, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“The Sri Lankan Tamil Diaspora after the LTTE</em></span></span><span><span style="font-size: small">”, Asia Report n°186, 23 febbraio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">Asian Tribune, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“What is Happening to the Ex-LTTE Cadre Surrenders?”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, 30 luglio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: small">International Crisis Group, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>“Sri Lanka: a Bitter Peace”</em></span></span><span><span style="font-size: small">, Asia Briefing n°99, 11 gennaio 2010.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<div>
<p><a name="sdendnote1sym" href="#sdendnote1anc">i</a><span><span style="font-size: x-small">A 	tale numero bisogna comunque aggiungere le persone decedute nelle 	ultime fasi del conflitto, durante il corso delle prime settimane di 	maggio 2009, stimabili in alcune migliaia. Alcune organizzazioni non 	governative, come International Crisis Group e Human Right Watch, 	ritengono verosimile un numero di decessi, nel corso del 2009, 	stimabile tra le 20,000 e le 30,000 persone.</span></span></p>
</div>
<div>
<p><span><a name="sdendnote2sym" href="#sdendnote2anc">ii</a>Come 	riporta l’International Crisis Group (maggio 2010), discussioni 	circa la possibilità di utilizzare la “Sri Lanka Option” 	sarebbero iniziate ad emergere in Myanmar e nelle Filippine.</span></p>
</div>
<div>
<p><span><a name="sdendnote3sym" href="#sdendnote3anc">iii</a>Come 	riconosce il Comitato del Senato statunitense per le Relazioni 	Estere, in un report rilasciato nel dicembre 2009, la generalizzata 	inefficacia delle pressioni americane (ma si può leggere 	“occidentali”) nei confronti del governo Rajapaksa si iscrive in 	un contesto generale in cui l’influenza statunitense nell’area 	si sta indebolendo, sostituita dagli investimenti cinesi, meno 	inclini a esprimere atti di censura nei confronti della violazione 	dei diritti umani. Circa i rapporti tra India e Sri Lanka, e la 	relativa influenza del primo nei confronti del secondo, c’è da 	notare come l’India si trovi nella complessa situazione di dover 	bilanciare, da un lato, l’interesse per la situazione umanitaria 	dei tamil, numerosi nel sud del paese, e le necessità di 	fronteggiare la penetrazione cinese in Sri Lanka, dando quindi al 	presidente Rajapaksa la possibilità di utilizzare con abilità le 	contraddizioni nella politica estera indiana.</span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em><strong>* Davide Ambrosio è dottore in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università degli Studi di Trieste)</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em><strong><br />
</strong></em></span></p>
<p>Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore, e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”</p>
<p><span> </span></p>
<p lang="en-US">
</div>
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		<title>Sviluppi post-elettorali in Sri Lanka</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/sviluppi-post-elettorali-in-sri-lanka/3253/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 17:35:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Sri Lanka]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 9 febbraio scorso il presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapakse, ha sciolto il parlamento dopo aver fatto incarcerare il leader dell’opposizione, nonché ex-comandante dell’esercito, Sarath Fonseka, sconfitto alle recenti elezioni del 26 gennaio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/sviluppi-post-elettorali-in-sri-lanka/3253/" title="Sviluppi post-elettorali in Sri Lanka"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3253&amp;w=80" width="80" height="67" alt="Sviluppi post-elettorali in Sri Lanka" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il 9 febbraio scorso il presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapakse </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>(nella foto)</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, ha sciolto il parlamento dopo aver fatto incarcerare il leader dell’opposizione, nonché ex-comandante dell’esercito, Sarath Fonseka, sconfitto alle recenti elezioni del 26 gennaio, che hanno visto la riconferma del presidente Rajapakse. Fonseka è stato arrestato con l’accusa di pianificare un golpe contro l’attuale presidente. Tutto ciò ha provocato le proteste dell’opposizione.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Aria di crisi si iniziava già ad avvertire durante le elezioni, con continue accuse tra i due candidati alla presidenza; Fonseka ha denunciato di aver subito delle intimidazioni mentre il presidente Rajapakse ha sostenuto che il rivale non potesse prendere parte alle elezioni in quanto non iscritto alle liste elettorali (1).</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il giorno delle elezioni soldati dell’esercito nazionale hanno circondato l’albergo dove si trovava il generale Fonseka; il portavoce dell’esercito ha dichiarato che le truppe sono state mandate in maniera preventiva, in seguito al sospetto che un gruppo di disertori fosse pronto a lanciare un attacco contro il governo e che l’hotel fosse il loro quartier generale. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Fonseka ha annunciato di non voler riconoscere il risultato elettorale e ha accusato pubblicamente il presidente Rajapakse di aver utilizzato fondi pubblici e media di Stato sia per fare campagna elettorale che per boicottare il voto degli sfollati tamil nel nord del paese, che venivano considerati potenziali elettori di Fonseka in virtù del sostegno accordatogli dal Tna (</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Alleanza Nazionale Tamil</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">), il maggior partito della minoranza tamil.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Questi fatti avvengono all’indomani della fine della guerra civile tra il governo del Paese e l’esercito delle </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Tigri Tamil</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> (2), durata 26 anni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il generale Fonseka è in stato di detenzione presso la sede centrale della Marina. Il governo vorrebbe portarlo davanti ad un tribunale militare ma il generale sostiene che, siccome è andato in pensione, dev’essere soggetto solo alla legge civile.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La moglie del generale, Anoma Fonseka, ha raccontato in una conferenza stampa che un ufficiale dell’esercito si è presentato a casa loro con un centinaio di soldati per arrestare il marito, di cui da allora non si hanno più notizie. La signora Fonseka si è rivolta alla Corte Suprema dello Stato, che ha rifiutato la sua richiesta per il rilascio immediato del generale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’avvocato del generale, Chrishmal Warnasuriya, ha rilasciato un’intervista alla BBC in cui ha dichiarato che il giudice ha accolto alcune delle richieste che sono state fatte a favore del generale Fonseka e cioè la sua sicurezza e che gli sia consentita la visita di un medico e che possa vedere anche la famiglia, i colleghi e gli avvocati.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Lo Sri Lanka è un’isola strategica, in bilico tra le sfere d’influenza occidentale e cinese, e le recenti elezioni erano molto seguite dalle due superpotenze. La Cina cerca di proteggere i suoi traffici marittimi e ha sempre fornito, durante la guerra nel Paese, armi, aiuti e sostegno diplomatico chiedendo in cambio benefici economici. Da parte loro, gli Stati Uniti cercano di limitare la crescente influenza cinese in Asia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’esito delle elezioni è stato molto contestato dalla stampa locale, soprattutto dopo la scomparsa, il 24 gennaio scorso, del giornalista politico Prageeth Ekanligoda, sostenitore di Fonseka. Il 24 febbraio, dopo che ancora non si erano ricevute notizie del giornalista, è stata organizzato una manifestazione per il suo rilascio, alla quale hanno partecipato giornalisti, rappresentati della società civile e semplici cittadini. Fonseka ha fatto sapere dal carcere che questa sparizione, tuttora inspiegata, è un attentato alla democrazia e alla libertà di stampa del Paese e che perciò ogni tipo di dissenso non è tollerato(3).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>* Carla Pinna, dottoressa in Scienze politiche (Università di Cagliari), si occupa dell&#8217;Asia Sudorientale per “Eurasia”</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Note: </strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(1) Diversi costituzionalisti e il Commissario elettorale Dayananada Dissanayaka avevano fatto presente che il problema non sussisteva e che la Costituzione consentiva la candidatura di Fonseka.</span></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(2) Sono un gruppo separatista organizzato militarmente che combatteva per la creazione di uno stato indipendente nel nord-est dello Sri Lanka, chiamato Tamil Eelam.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">(3) Secondo dati semiufficiali, dal 2006 in Sri Lanka sono stati assassinati almeno 14 tra giornalisti e operatori dei media e non sono mai stati trovati i colpevoli. In compenso molti giornalisti hanno lasciato il Paese per minacce di morte.</span></span></p>
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		<title>Conflitti politici interni in Sri Lanka: la rivalità tra gli Stati Uniti e la Cina</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 15:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cina]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulla scia delle elezioni presidenziali nello Sri Lanka, Colombo è diventato un focolaio d'intrighi e di voci: le due fazioni della classe dirigente, quella che supporta il vincitore, Mahinda Rajapakse, e gli l'altra il perdente, il Generale Sarath Fonseka, manovrano e si preparano ad aprire una guerra politica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/conflitti-politici-interni-in-sri-lanka-la-rivalita-tra-gli-stati-uniti-e-la-cina/3057/" title="Conflitti politici interni in Sri Lanka: la rivalità tra gli Stati Uniti e la Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3057&amp;w=80" width="80" height="67" alt="Conflitti politici interni in Sri Lanka: la rivalità tra gli Stati Uniti e la Cina" ></div></a><p>Fonte: Peter Symonds WSWS <a href="http://www.wsws.org/" target="_blank">http://www.wsws.org/</a> 29 gennaio 2010<br />
<font size="2"><br />
Sulla scia delle elezioni presidenziali nello Sri Lanka, Colombo è diventato un focolaio d&#8217;intrighi e di voci: le due fazioni della classe dirigente, quella che supporta il vincitore, Mahinda Rajapakse, e gli l&#8217;altra il perdente, il Generale Sarath Fonseka, manovrano e si preparano ad aprire una guerra politica. Lungi dal porre fine alla lotta elettorale, l&#8217;elezione ha spianato la strada a una crescente instabilità.</p>
<p>Eventi straordinari si sono verificati durante gli ultimi tre giorni: l&#8217;assedio da parte dei soldati, dell’albergo in cui alloggiava Fonseka, col governo che l’accusava di preparare un colpo di stato, le contraccuse di Fonseka, che dice che il governo è sul punto di arrestarlo o di assassinarlo, la richiesta della cancellazione delle elezioni, e le minacce di azioni legali da entrambi le parti.</p>
<p>Che cosa c&#8217;è dietro questa forte rivalità? I due uomini hanno essenzialmente la stessa agenda politica interna. Il Generale Fonseka era nella cerchia del presidente Rajapakse, quando guidò la spietata guerra comunitaria contro le <em>Tigri di Liberazione del Tamil Eelam</em> (LTTE), che ha portato alla sconfitta delle LTTE, nel maggio scorso. Fonseka ora s’è impegnato a ripristinare la democrazia in Sri Lanka, ma come Rajapakse, è responsabile di crimini di guerra e di attacchi contro i diritti democratici. Se ha paura di essere assassinato, è perché conosce benissimo le operazioni degli squadroni della morte filo-governativi, che hanno ucciso centinaia di politici, giornalisti e persone comuni nel corso degli ultimi quattro anni.</p>
<p>Il programma economico dei due uomini è identico. Entrambi hanno attuato la campagna elettorale facendo promesse fantasiose, che sapevano di non poter mantenere. Rajapakse ha promesso di trasformare l&#8217;isola in un &#8220;<em>miracolo asiatico</em>&#8221; e di raddoppiare il PIL pro capite in sei anni. Fonseka ha detto, in modo demagogico, che potrebbe risolvere tutti i problemi del paese eliminando &#8220;<em>gli sprechi e la corruzione</em>&#8220;, come se l&#8217;impatto di 26 anni di guerra civile e crisi economica potessero essere cancellati, semplicemente mettendo fine alle pratiche corrotte dei fratelli Rajapakse. In realtà, Rajapakse e Fonseka si sono impegnati ad imporre l&#8217;intero onere del peggioramento della crisi economica sulle spalle dei lavoratori, e a usare l’apparato della polizia di stato, costruito durante la guerra, per reprimere l&#8217;opposizione.</p>
<p>La ragione principale delle beghe politiche non si trova a Colombo. Dalla sconfitta del LTTE, il paese è stato trascinato nel vortice delle rivalità tra le grandi potenze. La posizione strategica dello Sri Lanka in Asia meridionale, a cavallo delle vie principali marittime che vanno dal Medio Oriente e dall’Africa all’Asia e al Nord-est del Pacifico, l’ha messo, sempre più, al centro dell’attenzione da parte delle grandi potenze. La Cina, che cerca di proteggere i suoi traffici marittimi, ha utilizzato la guerra per sostenere la sua posizione a Colombo &#8211; fornendo armi, aiuti e sostegno diplomatico in cambio di concessioni economiche e politiche, tra cui un nuovo importante porto nel sud, ad Hambantota. India, Pakistan, e le potenze europee, sono in competizione per guadagnare influenza in Sri Lanka.</p>
<p>Tuttavia, il principale fattore di destabilizzazione si trovano a essere gli Stati Uniti, decisi a contrastare la crescente influenza della Cina in Asia, e internazionale, anche nello Sri Lanka. Dopo la sconfitta del LTTE, l&#8217;amministrazione Obama, che aveva espresso il proprio sostegno alla guerra di Rajapakse, ha cinicamente giocato la carta dei &#8220;<em>diritti umani</em>&#8220;. Di concerto con gli europei, Washington ha presentato una risoluzione al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che chiede un&#8217;inchiesta sui crimini di guerra nello Sri Lanka, per esercitare pressioni sul governo Rajapakse. La Cina è anch’essa coinvolto nel gioco diplomatico, bloccando la risoluzione degli europei e degli Stati Uniti e fornendo supporto alla risoluzione del governo dello Sri Lanka, che elogiava la sua vittoria nella guerra contro il terrorismo.</p>
<p>All&#8217;inizio di dicembre, gli Stati Uniti hanno cambiato la loro posizione. Un importante rapporto intitolato &#8220;<em>Sri Lanka: Definizione della strategia americana dopo la fine della guerra</em>”, della commissione affari esteri del Senato US, ha evidenziato il pericolo che rappresentava per gli Stati Uniti, l’aumentata influenza della Cina a Colombo, e dichiara apertamente che gli Stati Uniti &#8220;<em>non possono permettersi di perdere lo Sri Lanka</em>&#8220;. Esso propone &#8220;<em>un nuovo approccio che farebbe aumentare l&#8217;influenza degli Stati Uniti nello Sri Lanka</em>&#8220;, che avrebbe utilizzato incentivi economici, commerciali e di sicurezza. Per quanto riguarda i &#8220;<em>diritti umani</em>&#8220;, anche se questa è  una questione importante, dice il rapporto, &#8220;<em>la politica americana nello Sri Lanka può essere considerata sotto un solo aspetto. Questo non è efficace nel realizzare una vera riforma, e noi perderemo sul tema cruciale degli interessi strategici degli Stati Uniti in questa regione</em>.&#8221;</p>
<p>Rajapakse è ben consapevole che non può permettersi di alienarsi gli Stati Uniti. Nelle recenti elezioni presidenziali, si vantava di essersi opposto un complotto &#8220;<em>internazionale</em>&#8221; che avrebbe salvato l&#8217;LTTE e infangato l’esercito con accuse di crimini di guerra. Ma la sua posizione anti-occidentale e la sua difesa del &#8220;<em>piccolo Sri Lanka</em>” è sempre stata molto prudente. Se ha ricordato i crimini di guerra di Washington in Afghanistan, è stato solo per meglio giustificare i suoi. E&#8217; sempre stato molto attento a non fare nomi, e dice con tutti i mezzi, che vuole migliorare le sue relazioni con i &#8220;<em>cospiratori</em>&#8220;: gli Stati Uniti e in Europa.</p>
<p>Le relazioni di Fonseka con Washington sono molto confuse. Ha visitato gli Stati Uniti alla fine di ottobre 2009, presumibilmente per rinnovare la sua carta verde (permesso di lavoro negli Stati Uniti) e per visitare i parenti. In questa occasione, gli è stato abbiamo chiesto di andare volontariamente al Dipartimento di Sicurezza Nazionale, presumibilmente per rispondere domande riguardanti crimini di guerra commessi dal ministro della Difesa, Gotabhaya Rajapakse. Con rabbia, Colombo si era opposta alla riunione, che è stata poi annullata. Se la natura delle discussioni tra i funzionari degli Stati Uniti e Fonsaka, sono circondate dal segreto, egli ha annunciato che lasciava l&#8217;esercito, pochi giorni dopo il suo ritorno a Colombo, e ha iniziato una campagna in opposizione alle posizioni anti-occidentali di Rajapakse.</p>
<p>Quale sarà il futuro delle relazioni tra Washington e Rajapakse, è difficile da prevedere. Ma è certo che la rivalità tra le grandi potenze, principalmente tra gli Stati Uniti e la Cina, ha aumentato l&#8217;instabilità di una situazione politica già esplosiva e instabile nello Sri Lanka. Qualunque sia l&#8217;esito, la guerra tra fazioni che imperversa nella élite al potere, aggraverà la crisi economica dell&#8217;isola e, di conseguenza, la determinazione di chi emergerà come vincitore per l’avvio di assalto selvaggio alla posizione sociale della classe operaia.<br />
</font><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
<p><a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a></p>
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		<title>Il Grande Gioco raggiunge lo Sri Lanka</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 08:18:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Sri Lanka]]></category>
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		<description><![CDATA[La vittoria del presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, nelle elezioni presidenziali svoltesi il 26 gennaio, diventa un momento decisivo per la sicurezza regionale. La velocità con cui i paesi occidentali hanno approvato la sua vittoria ha un significato più profondo di quello che appare ad occhio, in quanto giunto al culmine di una valanga di critiche incessanti sul regime Rajapaksa, nei mesi passati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-grande-gioco-raggiunge-lo-sri-lanka/2956/" title="Il Grande Gioco raggiunge lo Sri Lanka"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=2956&amp;w=80" width="80" height="80" alt="Il Grande Gioco raggiunge lo Sri Lanka" ></div></a><p>Fonte:<em> Strategic Culture Foundation</em> <a href="http://en.fondsk.ru/print.php?id=2745" target="_blank">http://en.fondsk.ru/print.php?id=2745</a> 01.02.2010<br />
<font size="2"><br />
La vittoria del presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, nelle elezioni presidenziali svoltesi il 26 gennaio, diventa un momento decisivo per la sicurezza regionale. La velocità con cui i paesi occidentali hanno approvato la sua vittoria ha un significato più profondo di quello che appare ad occhio, in quanto giunto al culmine di una valanga di critiche incessanti sul regime Rajapaksa, nei mesi passati. In sostanza, è nella natura di fare ammenda e venire rapidamente a patti con un ‘<em>fait accompli’</em>. Sono seguite le indebite ingerenze dell&#8217;ambasciata americana a Colombo, durante il picco della campagna elettorale, esprimendo preoccupazione per delle elezioni libere ed eque.</p>
<p>Dato il sistema di governo presidenziale, Rajapaksa era destinato ad essere più uguale degli altri candidati, ma in ultima analisi, la sua vittoria è stata convincente. Nel caso, la decisione dell&#8217;alleanza dell’opposizione al ex-comandante dell&#8217;esercito Sarath Fonseka, come proprio candidato comune, ha lavorato a favore di Rajapaksa. Infatti, Fonseka mancava di carisma e buonsenso politico, affrontando un vecchio cavallo di battaglia come Rajapaksa.</p>
<p>Ma il risultato delle elezioni ha mandato all’aria tale insipienza. Nonostante la gaffe di Fonseka, la quota dei voti dell&#8217;alleanza di opposizione, probabilmente, rimane intatto attorno al 40 per cento, il che evidenzia un livello apprezzabile di disaffezione del pubblico verso il regime Rajapaksa. Ciò ha implicato che le elezioni parlamentari venissero indette al più presto.</p>
<p>Anche in questo caso, l&#8217;elettorato Sinhala ha votato in massa per Rajapaksa, mentre Fonseka è accolto sorprendentemente bene tra le minoranze tamil e musulmana, che dominano le regioni del nord, nord-est e gli altipiani centrali. Come Rajapaksa definirà il suo mandato dal nazionalismo cingalese, che dovrebbe mantenere nel suo approccio al problema Tamil, che ha lacerato il paese per diversi decenni, rimane una questione aperta.</p>
<p>L&#8217;India ha ragione di essere tranquillamente soddisfatto per la vittoria di Rajapaksa. Nelle stima indiane, una forte leadership a Colombo sarà nella posizione migliore per prendere decisioni difficili, affrontando il problema Tamil. Anche se la vittoria militare sui separatisti Tamil ha dato risultati conclusivi, la pace è ben lungi dall&#8217;essere raggiunta, e le profonde ferite avranno bisogno di tempo per guarire. Il tempo si avvicina per riflettere e iniziare a preparare una tabella di marcia.</p>
<p>Tuttavia, questo è anche il luogo dove il &#8220;<em>frattura</em>&#8221; verdetto di Rajapaksa diventa problematico. Il nazionalismo Sinhala ha agito storicamente come un freno alla volontà politica di Colombo, nell’accogliere le aspirazioni della minoranza Tamil. In che misura Rajapaksa avrà il coraggio di rompere il vecchio paradigma, è la grande domanda. Le regioni Sinhala del sud rurale, che gli diede un ferreo supporto, sono anche divenute il cuore dello sciovinismo, che prospera sulle paure ataviche dello Sri Lanka di essere l&#8217;ultimo bastione rimasto del buddhismo theravada.</p>
<p>Delhi deve procedere con cautela, mentre dispiega il suo potere di persuasione con Rajapaksa, avanzando una soluzione politica del problema Tamil, che è critica per la sicurezza della regione. Dopo aver profuso un sostegno incondizionato allo sforzo di Colombo nella guerra contro l&#8217;LTTE, Delhi dovrebbe sfruttare i dividendi della pace, ma l&#8217;apparenza a volte può essere ingannevole. La verità è che l&#8217;India si occupa, ora, di un enormemente rafforzato Rajapaksa e l&#8217;alchimia dell’oscura politica interdipendenza tra Delhi e Colombo, potrebbe trasformarsi in un notevole vantaggio per quest&#8217;ultimo.</p>
<p>Nel frattempo, un modello completamente nuovo è teso a comparire nel panorama politico dello Sri Lanka. Senza dubbio, la geopolitica della regione dell&#8217;Oceano Indiano sta mutando. Gli Stati Uniti sono determinati a fissare un &#8220;<em>controverso condominio</em>&#8221; nell&#8217;Oceano Indiano, che collega il Golfo Persico con il Mar Cinese Meridionale. L’Oceano Indiano è divenuto anche una arteria vitale per l&#8217;economia cinese. Un recente studio <em>&#8220;Contested Commons: The Future of American Power in a Multipolar World</em>&#8220;, del Centro per un Nuovo Secolo Americano, un influente <em>think tank</em> di Washington, lamenta che il dominio militare USA è sempre più sfidato dalle nuove potenze mondiali, con &#8220;<em>strategie e dottrine potenzialmente ostili</em>&#8220;. Lo studio espone una nuova strategia nella politica degli Stati Uniti, e l’indirizzo con cui &#8220;<em>rafforzare le capacità per difendere e sostenere il patrimonio mondiale, conservare la sua libertà di azione militare negli ambiti in cui è contestato e coltivare le capacità che consentiranno efficaci operazioni militari, quando un bene comune (commons) è inutilizzabile o inaccessibile</em>.&#8221;</p>
<p>Lo Sri Lanka diventa un pezzo vitale in questo grande gioco. Paradossalmente, il Grande Gioco moltiplica le opzioni di Colombo. Rajapaksa è già un beneficiario di sorta. Tutte le pressioni anglo-statunitensi su Rajapaksa, per i suoi presunti crimini di guerra, si sono vanificate, in ultima analisi, a causa del sostegno di Mosca e di Pechino presso le Nazioni Unite. A sua volta, Washington è stata costretta a rivalutare la saggezza del mettere Rajapaksa in un angolo &#8211; come è stato costretta a un ripensamento radicale sul regime del Myanmar.</p>
<p>Ma Rajapaksa, è un solido politico locale. Più importante, è un politico ben radicato che non deve nulla ad una potenza straniera per la sua ascesa nella politica Sinhala. Allo stesso modo, egli è un «<em>outsider</em>» per l&#8217;élite di Colombo, tradizionalmente pro-occidentale. Con ogni probabilità, Rajapaksa offrirà un livello di parità di condizioni a tutti i paesi che possono aiutarlo nella grave crisi economica dello Sri Lanka, ma ci si può fidare nel tenere il guinzaglio nelle sue mani. La sua naturale inclinazione sarà quello di ricucire con gli Stati Uniti, ma avrà una linea di fondo, quando si tratterà di questioni delicate legate alla condotta della guerra brutale contro i separatisti tamil.</p>
<p>La Cina è oggi, un investitore serio e è disposto a mettere i soldi sul tavolo, laddove i suoi interessi principali sono coinvolti. E lo Sri Lanka è un paese chiave per la Cina. L&#8217;importanza dell&#8217;isola è destinata ad aumentare ulteriormente, con la Cina che fa progressi nel sviluppare una rotta commerciale alternativa che dalla regione del Golfo, via Myanmar, aggira lo Stretto di Malacca. Gli Stati Uniti avranno difficoltà a rispondere alla tenacia politica e all’abilità finanziaria di Pechino, alzando la posta a Colombo. Ugualmente, quanto a lungo il problema Tamil dello Sri Lanka rimane irrisolto, tanto esisteranno ampi spazi per gli Stati Uniti, per creare punti di pressione su Rajapaksa. Come la vite di Colombo, Rajapaksa probabilmente visiterà la Russia, nel prossimo futuro. Questa sarà la sua prima visita all&#8217;estero, dopo le elezioni.</p>
<p>L&#8217;India ha anch’essa delle scelte da fare. L&#8217;India ha fatto bene a sottolineare la sua distanza dal chiasso, sollevato dall’occidente, sulla situazione dei diritti umani sotto Rajapaksa. Gli Stati Uniti si aspettano di legare l’India come un complice nella sua strategia per contrastare l&#8217;influenza della Cina nello Sri Lanka. Ma l&#8217;India ha i suoi interessi specifici nello Sri Lanka. Inoltre, nonostante le vicissitudini nei legami India-Sri Lanka, che sono endemiche in due paesi vicini con tale manifesta asimmetria, l&#8217;India sarà sempre un partner privilegiato. La sfida dell’India è quella di capire come arricchire il partenariato con un maggiore contenuto &#8211; molto più della stessa sfida che essa deve affrontare con tutti i suoi vicini.</p>
<p><strong>* M. K. Bhadrakumar è stato ambasciatore per la Repubblica Indiana</strong><br />
</font><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
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