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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Silvio Berlusconi</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>&#8220;Contro l&#8217;Italia una guerra finanziaria&#8221;. Intervista all&#8217;on. Biancofiore</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 17:40:01 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
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		<description><![CDATA[L'onorevole Michaela Biancofiore, imprenditrice e politica altoatesina, è rappresentante della Campania alla Camera dei Deputati e segretaria della Commissione Affari Esteri e Comunitari. L'8 novembre scorso ha denunciato quello che a suo avviso sarebbe un «disegno internazionale che sta dietro la speculazione sui nostri titoli» e mirato a «impoverire gli italiani». Enrico Verga l'ha intervistata per noi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/contro-litalia-una-guerra-finanziaria-intervista-allon-biancofiore/12299/" title="&#8220;Contro l&#8217;Italia una guerra finanziaria&#8221;. Intervista all&#8217;on. Biancofiore"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/biancofiore.cab1hhvhqvwwswg8gkoc8wks4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="81" alt="&#8220;Contro l&#8217;Italia una guerra finanziaria&#8221;. Intervista all&#8217;on. Biancofiore" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;onorevole Michaela Biancofiore, imprenditrice e politica altoatesina, è rappresentante della Campania alla Camera dei Deputati e segretaria della Commissione Affari Esteri e Comunitari. L&#8217;8 novembre scorso ha denunciato quello che a suo avviso sarebbe un «disegno internazionale che sta dietro la speculazione sui nostri titoli» e mirato a «impoverire gli italiani». Enrico Verga l&#8217;ha intervistata per noi.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Onorevole, chi avrebbe elaborato e starebbe promuovendo questo disegno internazionale?</strong></em></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’8 novembre ho cercato di mettere in evidenza la realtà che si vuole celare e che è alla base di un’anomala crisi di governo. Confermo che</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">vi è un disegno internazionale che anima la speculazione sui nostri titoli e che il Presidente del Consiglio uscente non ha alcuna responsabilità in merito all’aumento esponenziale dell’ormai famigerato </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>spread</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> tra BTP e Bund tedeschi! E non può esserlo nessun governo, come i dati deprimenti della Borsa di Milano, -2% in chiusura nel giorno del conferimento dell’incarico a Mario Monti ed ancora peggiori oggi </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>[ieri, ndr</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">] nel giorno dell&#8217;insediamento</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>,</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> hanno ancora una volta dimostrato. Alcuni mercati stanno attaccando l&#8217;Italia perché è un paese ricco, è il quarto paese al mondo per riserve auree, è ricco di mezzi finanziari privati, di beni architettonici artistici e ambientali e di ottime aziende che si basano sul lavoro concreto e non sulla finanza fittizia. Paesi che non hanno più tessuto industriale – vedasi  Inghilterra ed altri (Francia) che hanno perso montagne di denaro con i titoli tossici – stanno cercando di rientrare a spese nostre. “Svegliamoci tutti” è l&#8217;appello accorato che ho rivolto soprattutto agli eletti sotto il simbolo PDL che sono stati strumentalizzati per far cadere il governo, e a quanti hanno a cuore davvero la Patria e l’interesse dei cittadini: le banche sono affamate di utili e fanno </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>trading</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> dove c&#8217;è più da guadagnare. Spillare interessi più alti ad un paese ricco è un gioco molto proficuo, specie se si è perso tanto su paesi poveri. Chi, avendo un’infarinatura economica di massima, può davvero pensare che  qualcuno nel mercato possa credere in un </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>default</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di un grande Paese come l&#8217;Italia? Io non credo al fallimento dell’Italia, anzi; ma credo ci sia qualcuno che pensa di poterci porre in liquidazione, e sono gli stessi che la crisi l’hanno cagionata. Vi è il tentativo di sottrarre quattrini agli italiani (risparmiatori) e magari comprare aziende </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>for a song</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (come dicono gli inglesi). In poche parole, paesi con scarsa propensione al risparmio, grosso indebitamento bancario e privato, vogliono spartirsi la ricchezza degli Italiani e possibilmente averla a costo zero. Tutto qui. Spesso le grandi verità si nascondono dietro le risposte più semplici, che pochi vedono, o che i più fingono di non vedere. Mi auguro che i media che non sono strumentalmente avversi al Presidente del Consiglio uscente lo dicano forte e chiaro: gli italiani devono sapere che probabilmente l&#8217;Italia verrà depauperata come fossimo in guerra, la neo guerra finanziaria del terzo millennio. Berlusconi era certamente di ostacolo e nel mirino di coloro che vogliono impoverire gli italiani impossessandosi della nostra liquidità, perché è l’ultimo grande capitalista italiano.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">Ha motivo di credere che vi siano cittadini italiani che stiano adoperandosi per ledere gli interessi nazionali dell’Italia a favore di entità private o pubbliche non italiane? Nel caso può suggerire dei nomi?</span></strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Mi pare evidente, e non sono pochi. Albergano nelle istituzioni italiane, nei consessi economici, nelle </span><span style="color: #000000;"><em>merchant bank</em></span><span style="color: #000000;">, nei partiti&#8230; insomma in  ogni livello sociale che conta. Una rete che si autoalimenta con la speculazione che è riconducibile essenzialmente ai più noti poteri forti emergenti e della borghesia tradizionale che si muove su commissioni estere. Nomi è inutile e superfluo farne, sono facilmente individuabili e sarebbero troppi per elencarli. Trovano terreno nella tradizionale mancanza di patriottismo italiano e nel relativismo culturale e valoriale che  ormai attanaglia la nostra società.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ritiene che un obbiettivo della speculazione internazionale sia costringere l’Italia a privatizzare i “gioielli di casa”, per esempio Eni, Poste Italiane, Enel, Ansaldo, Finmeccanica? </strong></em></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> già accaduto in passato con l’IRI, l’Italtel, Sme ecc. L’obiettivo finale è quello, ma non si limita alla privatizzazione ma punta alla svendita a costo zero di aziende sane che valgono e producono miliardi di euro. Basti pensare al titolo di Finmeccanica, che non è casuale abbia chiuso a -20% in borsa in questi giorni. Se l’Italia fallisce, va in <em>default</em> (come va di moda dire ultimamente), ogni nostro bene privato o pubblico è svalutato e alla portata di investitori stranieri. Il gioco è semplice: ecco perché la speculazione che sta tentando di portare l’Italia sull’orlo del baratro non si ferma nemmeno innanzi al sacrificio degli italiani, che hanno rinunciato ad un governo politico legittimamente eletto dal popolo sovrano. L’aumento dello <em>spread</em> di questi ultimi giorni ormai nel segno di Monti, della  borsa che apre e chiude in assoluto ribasso, non fa che confermare che l’Italia è sotto attacco per via innanzitutto della mancanza di coesione nazionale e dunque per l’impossibilità di varare riforme strutturali. In nessun Paese al mondo con una speculazione evidente come quella che stiamo subendo, l’opposizione si sarebbe esercitata, com’è accaduto da noi, nel costante vilipendio del Presidente del Consiglio.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Avendo la Cassa depositi e Prestiti dichiarato di aver aumentato i crediti alle Pmi, anzichè concedere ulteriore liquidità alle banche, ritiene che questo istituto possa essere obbiettivo di speculazioni internazionali?</strong></em></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dietro la speculazione, dietro la grande crisi economica internazionale, come abbiamo detto, ci sono i maggiori gruppi bancari, soprattutto quelli privati americani e probabilmente anche alcune agenzie di <em>rating</em> da essi co-finanziate, con evidente conflitto di interesse. Non è un caso che gli “indignados” di tutto il mondo si sono accaniti verso gli istituti bancari, centrali e non. Da noi accade paradossalmente che – fatta salva la stima personale per il Presidente del Consiglio Monti – mettiamo il destino della nazione proprio nelle mani delle banche e dunque di coloro che la crisi l’hanno cagionata. Certamente quindi la Cassa Depositi e Prestiti è un obiettivo succulento, come tutti quegli organismi e istituzioni che si sono posti e si pongono di traverso al potere delle banche e agiscono in favore dei reali interessi dei cittadini. Per smascherare questi conflitti di interessi macroscopici mi sono spinta recentemente a presentare un disegno di legge per istituire una commissione d’inchiesta sulle Agenzie che hanno declassato il nostro <em>rating</em> senza peraltro averne titolo.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">L’onorevole Mario Monti e l’attuale italiano alla guida della BCE (entrambi gli uomini godono della fiducia dei “mercati”) hanno collaborato con una specifica banca di affari. Ritiene che questi uomini, nelle loro funzioni, svolgeranno i loro compiti in modo indipendente, senza esser influenzati da compagnie o gruppi di pressione?</span></strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span></span><span style="color: #000000;"> nell’indole umana non riuscire a sfuggire all&#8217;influenza dell’ambiente che si frequenta. Materiale da antropologia. Ciò premesso Mario Draghi ha svolto il suo compito in maniera eccellente in Banca d’Italia ed appena arrivato alla Presidenza della BCE su proposta del governo Berlusconi, si è subito contraddistinto con il taglio dello 0,25% dei tassi di interesse dell’area euro. Per quanto concerne il Presidente del Consiglio, Mario Monti, non vorrei giudicarlo, non è il mio stile, prima di vederlo all’opera. Come Commissario europeo ha lasciato il segno ed è certamente un uomo di grande levatura culturale e scientifica. Ciò che balza certamente all’occhio è che nonostante entrambi siano, come lei ha ricordato, “di fiducia dei mercati”, i mercati non volano – anzi – e lo </span><span style="color: #000000;"><em>spread</em></span><span style="color: #000000;"> aumenta. La speculazione va dunque cercata lontano dalla nota banca d’affari della quale sono stati consulenti o dipendenti   gran parte dei così detti poteri forti italiani. Certo vigileremo sulla privatizzazione dei nostri grandi gruppi aziendali, visto che la coincidenza di collaborazione con </span><span style="color: #000000;"><em>Goldman Sachs</em></span><span style="color: #000000;">, </span><span style="color: #000000;"><em>Think Thank Bruegel</em></span><span style="color: #000000;">, finanziato da 16 Stati e 28 multinazionali con lo scopo di influire privatamente sulle politiche economiche comunitarie, Trilaterale – organizzazione non governativa e apartitica ispirata dagli Stati Uniti, Europa e Giappone dove i potenti si incontrano per discutere delle strategie mondiali, interculturali e di affari, senza perdersi nelle lungaggini dettate dalle democrazie parlamentari –, gruppo Bilderberg – organismo sovranazionale noto per la segretezza delle sue risoluzioni e del quale fa  parte anche il Ministro dell’economia uscente Giulio Tremonti – ecc. è altamente curiosa e tendenzialmente inopportuna.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">Quali nazioni occidentali, e rispettive istituzioni finanziarie, ritiene possano eventualmente trarre maggior beneficio economico dal governo tecnico che ha sostituito quello eletto?</span></strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Come ho detto sopra, in primis l’Inghilterra e la Francia per il venir meno di un’economia basata sulla forza lavoro e l’ingente perdita di capitali delle loro banche. E poi la Germania alla quale è ascrivibile, insieme alla Francia, l’ideazione di una moneta unica che aveva come fine il congelamento delle monete competitive per la svalutazione di Italia e Spagna e col fine di tagliare i redditi di quelli che non a caso oggi si chiamano PIIGS ,cioè i paesi a rischio </span><span style="color: #000000;"><em>default</em></span><span style="color: #000000;">, tra i quali da qualche mese troviamo anche l’Italia. Ma anche e soprattutto l’area del dollaro dalla quale la crisi è iniziata e dalla quale derivano i cosìdetti titoli tossici, è altamente sospetta, nonché le tradizionali aree della grande finanza come la stessa Svizzera.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">Ritiene che il supporto economico di alcuni paesi dei BRICS, come Russia o Cina, sia maggiormente auspicabile e positivo per l’Italia se paragonato al sostegno che possono fornire la BCE o il FMI?</span></strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Come ho avuto modo di dire ad un recente convegno a Mosca, ritengo che per salvare l’economia e l’unità stessa dell’Europa, c’è solo una possibilità: ovvero che la Russia non ci comperi ma entri pienamente nell’Unione. Ciò creerebbe un tale spazio di mercato libero che farebbe volare l’economia europea e renderebbe la vecchia Europa del </span><span style="color: #000000;"><em>know how</em></span><span style="color: #000000;"> ma dal mercato ristretto, un continente realmente competitivo con le economie emergenti indo-cinesi e dei Brics. Quanto al sostegno economico, do ragione a quel cittadino che ha comprato una pagina intera del Corriere della Sera per sollecitare gli italiani che hanno il maggior risparmio privato d’Europa (9000 miliardi) ad acquistare il debito pubblico italiano. Io l’ho fatto, secondo le mie possibilità ovviamente, e auspico che lo facciano tutti i cittadini abbienti: prima che ci comperino cinesi, brasiliani, russi ecc., sarebbe bene che il nostro debito ce lo comprassimo noi stessi in un moto di amore per la nostra Italia. Ciò premesso la BCE è il problema e quindi non può essere la soluzione a mio modesto parere. La BCE per risolvere il problema di liquidità di alcuni stati, come l’Italia, cioè per consentire che onorino il loro debito sovrano, dovrebbe stampare moneta, cioè rendere gli stati “</span><span style="color: #000000;"><em>ability to pay</em></span><span style="color: #000000;">”, come potevano fare con le vecchie monete. Non è un caso che l’Inghilterra ha mantenuto la sterlina e onora il suo debito così come il Giappone che, pur registrando il 200% di debito/pil, non è aggredito dai mercati per via dello YEN che è moneta sovrana e mantiene un’inflazione pari allo 0%. Stessa situazione che aveva l’Italia della Lira sovrana.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">Recentemente il Nord Stream è stato inaugurato. La grande conduttura collegherà direttamente Russia e Germania, evitando le nazioni dell’Europa Orientale. Esiste un progetto “gemello” chiamato South Stream che dovrebbe portare idrocarburi nel Sud Europa. Tale progetto, una volta attivo e sostenuto da un consorzio eurasiatico (russo ed europeo) di cui è parte ENI, di fatto limiterebbe e renderebbe antieconomico il progetto Nabucco (sostenuto dagli USA e dal blocco atlantico). Ritiene che la posizione di Eni, del governo italiano e del primo ministro nel sostenere il progetto South Stream siano motivo di stress per il progetto energetico nordamericano in Eurasia? Tale “stress”  ritiene che possa essere uno dei fattori che hanno accresciuto la pressione internazionale sul primo ministro?</span></strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Nabucco è un progetto ambizioso, molto costoso, che nasce nel 2002 con la precisa idea di affrancare parte dell’Europa dalla dipendenza dal gas russo. E ha subito una fase di sviluppo emergenziale con la crisi del gas tra Russia e Ucraina del gennaio 2009. A questo progetto aderiscono l’Austria, la Germania, la Turchia, l’Ungheria, la Bulgaria, la Romania ed è gradito agli Stati Uniti, che nel luglio 2009 hanno firmato l’accordo intergovernativo dei paesi </span><span style="color: #000000;"><em>partners</em></span><span style="color: #000000;"> alla presenza stessa dell’inviato speciale statunitense dell’Energia. Dunque non vi è dubbio che </span><span style="color: #000000;"><em>South Stream</em></span><span style="color: #000000;"> provochi “stress” anche agli Stati Uniti e che la presenza della nostra ENI nel consorzio euro-asiatico non sia gradita. Ne consegue che nei confronti dell’Italia è in atto certamente un golpe ai danni della sovranità popolare, ma anche evidentemente energetico, e la guerra in Libia è rientrata chiaramente nell’obiettivo  di ridimensionare il nostro  primato energetico nella ex Colonia. Per quanto attiene i rapporti Italia-Usa, lo dico con dolore da americanista convinta che ha avuto l’onore di essere scelta per l’IVLP, l’</span><span style="color: #000000;"><em>International Visitors Leadership Program</em></span><span style="color: #000000;"> degli USA, è superfluo negarlo: non sono gli stessi che caratterizzavano l’epoca Bush-Berlusconi, sia per programmi politici ed affinità tra i repubblicani e l’area del centro-destra italiano, sia per intesa personale. In quel periodo anche le legittime divergenze di obiettivi strategici venivano appianate ed anzi  grazie all&#8217;allora Presidente del Consiglio col vertice di Pratica di Mare si riuscì addirittura ad avvicinare la Russia di Putin alla Nato con l’istituzione del vertice permanente. Oggi quella collaborazione, sebbene sia proficua e corretta a livello diplomatico, sembra scolorita  e non c’è dubbio che la perseveranza  del Presidente Berlusconi nel voler conseguire gli interessi degli italiani e migliorare il fabbisogno energetico dell’Italia che è priva di materie prime, non sia stata troppo gradita negli USA di un’Obama che, a sua discolpa, si è trovato alle prese con la più grande crisi economica post ’29; e nella lotta per salvarsi, può infierire anche sulle più antiche alleanze.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">Lucas Papademos, economista formatosi negli USA, membro della Commissione Trilaterale in precedenza nella BCE e nella Federal Reserve di Boston, ha sostituito Papandreou alla guida della Grecia. Mario Monti, economista, collaboratore di un&#8217;importante banca d’affari ha sostituito Silvio Berlusconi. Vede delle coincidenze nella scelta dei sostituti?</span></strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Dopo l’Euro, che ha  fatto venir meno la moneta sovrana che – come abbiamo detto – ha salvato in passato molti stati oggi in crisi, la BCE sta coniando anche governi sottratti alla sovranità popolare. Non vi è dubbio che è in atto un goffo tentativo di fare e disfare governi graditi ai mercati, che però i mercati mostrano paradossalmente di non gradire. Non si può curare un tumore con l’aspirina, bisogna andare al fulcro della crisi che a mio parere è riposto nell’Euro e nella mancanza di reale unità politica ed economica dell’Europa. Questo non significa ritornare alle monete sovrane, cosa che ormai sarebbe letale per tutte le economie europee, ma che bisogna ideare in fretta una riforma dell’euro e dei trattati. Di certo la politica in Europa vive un momento di inquietante commissariamento e dunque di palese sottrazione di democrazia.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><span style="color: #000000;">Il 9 novembre LCH Clearnet (una “camera di compensazione” interbancaria) ha alzato i margini per utilizzare titoli di stato italiani come collaterale (garanzia) per operazioni bancarie di rifinanziamento. Di fatto questo ha reso i nostri titoli meno interessanti e forzato alla liquidazione molti operatori di mercato. Tutto questo zelo non le sembra sospetto?</span></strong></em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><em>LCH Clearnet</em></span><span style="color: #000000;"> ha le sue radici sia alla </span><span style="color: #000000;"><em>London Clearing House</em></span><span style="color: #000000;">, dunque in Inghilterra ovviamente, che a Parigi. Ho risposto alla sua domanda?</span></span></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><em>Enrico Verga</em><br />
</span></span></span></p>
<blockquote>
<div style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"><strong>ALTRI ARTICOLI sulla crisi del debito e il cambio di governo in Italia:</strong><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/litalia-sta-diventando-terra-di-conquista-intervista-allon-polledri/12261/"><em>“L’Italia sta diventando terra di conquista”. Intervista all’on. Polledri</em> (Daniele Scalea), 16 novembre 2011</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lo-stato-di-eccezione/12235/"><em>Lo stato di eccezione</em> (Giacomo Gabellini), 16 novembre 2011</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-fallimento-controllato-dellitalia/12184/"><em>Il &#8220;fallimento controllato&#8221; dell&#8217;Italia</em> (Daniele Scalea), 12 novembre 2011</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-del-debito-in-italia-e-la-lezione-argentina/12189/"><em>La crisi del debito in Italia e la lezione argentina</em> (Maximiliano Barreto), 12 novembre 2011</a><br />
<strong>PER APPROFONDIRE:</strong><br />
<em><a href="http://www.eurasia-rivista.org/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza/5638/">Italia, 150 anni di una piccola grande potenza</a></em></div>
</blockquote>
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		</item>
		<item>
		<title>&#8220;L&#8217;Italia sta diventando terra di conquista&#8221;. Intervista all&#8217;on. Polledri</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 15:41:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Polledri]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12261</guid>
		<description><![CDATA[Durante la recente discussione generale sul ddl stabilità – che ha portato alla caduta del Governo – un parlamentare ha concluso così il proprio discorso: «Preferiamo morire in piedi che vivere strisciando, come forse farà – ahinoi – una parte di questo Parlamento. Devo però registrare che quando uno straniero si è presentato in questo paese due “schioppettate” le ha sempre prese […]. Oggi si presentano da noi e in qualche modo metteranno un'ipoteca sulla democrazia». Si tratta dell'onorevole Massimo Polledri. Daniele Scalea lo ha intervistato per noi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/litalia-sta-diventando-terra-di-conquista-intervista-allon-polledri/12261/" title="&#8220;L&#8217;Italia sta diventando terra di conquista&#8221;. Intervista all&#8217;on. Polledri"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/polledri_massimo.ca8jd4fmuhsk0owsosw0oo0gc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="&#8220;L&#8217;Italia sta diventando terra di conquista&#8221;. Intervista all&#8217;on. Polledri" ></div></a><p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Durante la recente discussione generale sul ddl stabilità – che ha portato alla caduta del Governo – un parlamentare ha preso la parola e, dopo aver provocatoriamente iniziato il suo discorso in francese, lo ha così concluso: «Preferiamo morire in piedi che vivere strisciando, come forse farà – ahinoi – una parte di questo Parlamento. Devo però registrare che quando uno straniero si è presentato in questo paese due “schioppettate” le ha sempre prese […]. Oggi si presentano da noi e in qualche modo metteranno un&#8217;ipoteca sulla democrazia<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>. Si tratta dell&#8217;onorevole Massimo Polledri, deputato per l&#8217;Emilia-Romagna e membro della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione. Daniele Scalea lo ha intervistato per noi.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Onorevole, lei ha rivolto delle dure parole all&#8217;indirizzo di Francia e Germania. Ma in che modo questi due paesi starebbero minacciando la nostra democrazia?</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">All&#8217;origine dei più recenti problemi sul debito c&#8217;è la scelta della <em>Deutsche Bank</em> di vendere 7 miliardi di obbligazioni italiane. L&#8217;Autorità Bancaria Europea ha ultimamente preteso capitale aggiuntivo dalle banche italiane, valutando negativamente la loro esposizione ai BTP; ma nel contempo non ha riservato il medesimo trattamento ai ben più pericolosi “titoli tossici” di cui sono piene le banche francesi e tedesche. Un esempio d&#8217;ingerenza francese è quanto sta succedendo con Edison <em>[la francese EDF è diventata azionista di controllo della compagnia milanese, ndr]</em>. La verità è che l&#8217;Italia rischia di ridursi a terreno di conquista. Il recente crollo in borsa delle azioni di Finmeccanica potrebbe rappresentare un fosco presagio in tal senso.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ma perché Francia e Germania dovrebbero avercela con l&#8217;Italia? Si tratterebbe solo d&#8217;interessi economici, oppure intravede anche qualche motivazione politica?</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sicuramente Berlusconi si è mosso, durante il suo governo, in maniera molto libera rispetto a quanto desiderato da Parigi e Berlino. Ne sono esempi l&#8217;asse con Londra e Washington durante l&#8217;era Bush, o le aperture alla Russia e la Libia. Forse si è mosso “troppo” liberamente. Ed oggi l&#8217;Italia è stata posta sotto tutela.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Francia, poi, ha la tendenza storicamente radicata (si pensi alla Rivoluzione, cui seguì il tentativo di conquistare l&#8217;Europa intera) a diventare aggressiva verso i vicini nei momenti di crisi.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ed effettivamente la Francia si è fatta molto aggressiva negli ultimi mesi, quanto meno in Africa: Costa d&#8217;Avorio e Libia ne sanno qualcosa. Ma in Libia, secondo lei, la Francia (e gli altri paesi) hanno davvero agito per proteggere la popolazione, come da motivazione ufficiale, ovvero s&#8217;è trattato d&#8217;un pretesto per coprire secondi fini politico-economici? Ad esempio, Parigi potrebbe essere stata gelosa del rapporto privilegiato che l&#8217;Italia aveva con la Libia; rapporto di cui beneficiavano l&#8217;ENI e numerose aziende, anche piccole e medie imprese, italiane.</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non credo che la Francia si sia mossa per fare dispetto a noi, ma senz&#8217;altro i motivi umanitari erano molto relativi. Gli attuali reggenti della Libia, che includono gente descritta come vicina a <em>Al Qaeda</em>, non danno ragione di sperare che saranno migliori di Gheddafi. La stessa uccisione di quest&#8217;ultimo dimostra che, per ora, non v&#8217;è un cambio di passo. La motivazione economica, d&#8217;altro canto, è ben presente. Tant&#8217;è vero che autorevoli ricostruzioni giornalistiche lasciano supporre che la rivolta fosse stata programmata in anticipo dall&#8217;estero.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma lo zampino straniero potrebbe esserci anche dietro a molte vicende scandalistiche che hanno coinvolto il presidente Berlusconi negli ultimi anni&#8230;</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In effetti, tra i documenti pubblicati da “Wikileaks” c&#8217;è anche un dispaccio dell&#8217;Ambasciata statunitense a Roma, in cui s&#8217;afferma che, scontenta del rapporto italo-russo, l&#8217;Ambasciata stessa s&#8217;era attivata presso gli ambienti giornalistici e politici (anche del PDL) per creare un clima ostile alla troppa stretta relazione tra Roma e Mosca </strong></em><span style="font-family: Times New Roman,serif;">[clicca <a href="../../i-rapporti-italia-russia-lambasciata-usa-ed-il-declino-di-berlusconi/7194/">qui</a> per leggere il documento commentato]</span><strong><em>. Era il 26 gennaio 2009. Poco dopo cominciarono a venir fuori gli scandali relativi al Presidente del Consiglio, e si consumò una scissione all&#8217;interno del suo partito. Un caso?</em></strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ritengo credibile che possa non essersi trattato di un caso. Sappiamo bene come l&#8217;operato dell&#8217;ENI talvolta confligga con gl&#8217;interessi statunitensi. Ma noi italiani non possiamo sempre piegarci.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Uno dei leit motiv degli ultimi vent&#8217;anni di politica italiana è stato il conflitto d&#8217;interessi. Ma non se ne può ravvisare uno nel dopo-Berlusconi? Mario Monti, nuovo capo del Governo, è </strong></em><strong>“advisor</strong><strong><em>” della banca statunitense Goldman Sachs. La stessa che, <a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201111100904011010&amp;chkAgenzie=PMFNW&amp;sez=news&amp;testo&amp;titolo=CRISI:+Goldman+Sachs+ha+innescato+vendite+Btp+%28MF%29" target="_blank">secondo la ricostruzione d&#8217;un organo accreditato come “Milano Finanza”</a>, avrebbe condotto il gioco speculativo contro i BTP italiani negli ultimi giorni, fino alla caduta di Berlusconi. Monti avrà come interlocutore alla BCE Mario Draghi, già dirigente proprio di Goldman Sachs&#8230;</em></strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il giorno dopo le dimissioni di Berlusconi le sue aziende hanno perduto pesantemente in borsa: un messaggio preciso, a mio giudizio, che gli è stato lanciato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Chi ha giocato sul debito delle famiglie statunitensi è lo stesso che ha giocato sul debito italiano. La politica avrebbe dovuto riservare due randellate a costoro: invece ha consegnato le chiavi del potere ai loro amici. A europeisti e mondialisti avrebbe dovuto venire in mente di dare qualche regola; ma forse non l&#8217;hanno fatto coscientemente, perché c&#8217;è chi si è arricchito, e molto, sulle spalle dell&#8217;economia reale. Gli USA sono cresciuti a debito per anni. Oggi possiamo dire ch&#8217;era meglio l&#8217;Italia che cresceva con i capannoni, anziché chi cresceva con la finanza. Ma purtroppo nessuno ha controllato la speculazione. Forse perché gli stessi che la praticano hanno finanziato qualche campagna elettorale?</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Un&#8217;ultima domanda: cosa ne pensa della possibile privatizzazione di aziende strategiche come ENI, ENEL, Poste, Finmeccanica?</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le privatizzazioni degli anni &#8217;90 hanno dimostrato che tale processo, oltre a non essere condotto in maniera trasparente, non abbatte il debito ma anzi lo alza. Misure come la patrimoniale e le privatizzazioni sono strumenti utili per la politica clientelare, ma la realtà è che il debito s&#8217;abbatte solo con lo sviluppo.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><span style="font-size: medium;">Daniele Scalea</span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><span style="font-size: medium;"><br />
</span></em></span></p>
<blockquote><div style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">
<strong>ALTRI ARTICOLI sulla crisi del debito e il cambio di governo in Italia:</strong><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lo-stato-di-eccezione/12235/"><em>Lo stato di eccezione</em> (Giacomo Gabellini), 16 novembre 2011</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-fallimento-controllato-dellitalia/12184/"><em>Il &#8220;fallimento controllato&#8221; dell&#8217;Italia</em> (Daniele Scalea), 12 novembre 2011</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-del-debito-in-italia-e-la-lezione-argentina/12189/"><em>La crisi del debito in Italia e la lezione argentina</em> (Maximiliano Barreto), 12 novembre 2011</a><br />
<strong>PER APPROFONDIRE:</strong><br />
<em><a href="http://www.eurasia-rivista.org/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza/5638/">Italia, 150 anni di una piccola grande potenza</a></em>
</div>
</blockquote>
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		<title>L&#8217;ultimo messaggio di Gheddafi all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 11:59:43 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Muammar Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri, 24 ottobre, il settimanale patinato francese "Paris Match" ha rivelato e pubblicato quello che si presume essere l'ultimo messaggio del colonnello Mu'ammar Gheddafi, Guida della Giamahiriya Libica, a Silvio Berlusconi e - per suo tramite - all'intero popolo italiano. Riportiamo di seguito la traduzione integrale della lettera del colonnello Gheddafi al presidente Berlusconi e all'Italia. Questa lettera, a quanto è dato sapere, non solo è stata mantenuta segreta dal Governo italiano, ma non ha avuto seguito in nessuna iniziativa italiana di mediazione o negoziazione per fermare la guerra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lultimo-messaggio-di-gheddafi-allitalia/11771/" title="L&#8217;ultimo messaggio di Gheddafi all&#8217;Italia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/gheddafi_berlusconi_400x300.4ha1jiobsy04w848sccksok4k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="L&#8217;ultimo messaggio di Gheddafi all&#8217;Italia" ></div></a><div style="font-size: medium;">
<em>Ieri, 24 ottobre, il settimanale patinato francese &#8220;Paris Match&#8221; ha rivelato e pubblicato quello che si presume essere l&#8217;ultimo messaggio del colonnello Mu&#8217;ammar Gheddafi, Guida della Giamahiriya Libica, a Silvio Berlusconi e &#8211; per suo tramite &#8211; all&#8217;intero popolo italiano.</em></p>
<p><em>Il messaggio, secondo quanto riportato da &#8220;Paris Match&#8221; e confermato dal diretto interessato alla stampa italiana, fu portato nel nostro paese da Alessandro Londero. Presidente e amministratore dell&#8217;agenzia Hostessweb, dopo aver fornito le partecipanti ad alcune conferenze a porte chiuse tenute dal colonnello Gheddafi in Italia, Londero ha continuato a frequentare la Libia e la sua Guida. Assieme alla moglie Yvonne Di Vito e ad altre persone che avevano potuto conoscere Mu&#8217;ammar Gheddafi in quegli incontri (tra cui l&#8217;attrice Clio Evans,<a href="http://www.eurasia-rivista.org/libia-intervista-a-clio-evans/11399/"> la cui testimonianza è stata raccolta in esclusiva dal nostro sito alcune settimane fa</a>), Londero ha animato alcune iniziative a favore della Libia e contro la campagna bellica avviata dalla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU.</em></p>
<p><em>Riportiamo di seguito la traduzione integrale della lettera del colonnello Gheddafi al presidente Berlusconi e all&#8217;Italia. Questa lettera, a quanto è dato sapere, non solo è stata mantenuta segreta dal Governo italiano, ma non ha avuto seguito in nessuna iniziativa italiana di mediazione o negoziazione per fermare la guerra. La traduzione è realizzata dalla versione francese pubblicata da &#8220;Paris Match&#8221;.</em> (Daniele Scalea)</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><div style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Caro Silvio,</p>
<p>ti faccio pervenire questa lettera per il tramite di tuoi concittadini, venuti in Libia per portarci il loro sostegno in un momento così difficile per il popolo della Grande Giamahiriya.<br />
Sono rimasto sorpreso dall&#8217;atteggiamento d&#8217;un amico con cui avevo già siglato un trattato d&#8217;amicizia favorevole ai rispettivi popoli. Avrei sperato, da parte tua, che almeno t&#8217;interessassi ai fatti e tentassi una mediazione, prima di dare il tuo sostegno a questa guerra.<br />
Non ti biasimo per ciò di cui non sei responsabile, perché so bene che non eri favorevole a quest&#8217;azione nefasta, che non fa onore né a te né al popolo italiano.<br />
Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere l&#8217;interesse dei nostri due popoli.<br />
Stai certo che io ed il mio popolo siamo disposti a voltare e dimenticare questa pagina nera nelle relazioni privilegiate che legano il popolo libico e il popolo italiano.<br />
Ferma i bombardamenti che uccidono i nostri fratelli libici ed i nostri figli. Parla con i tuoi amici ed alleati affinché cessi quest&#8217;aggressione contro il mio paese.</p>
<p>Spero che Dio onnipotente ti guidi sul cammino della giustizia.</p></div>
</blockquote>
<div style="font-size: medium;"><strong>Altri articoli sulla morte del colonnello M. Gheddafi:</strong></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-prossimo-nobel-per-la-pace/11733/"><em>Il prossimo Nobel per la pace</em> (Daniele Scalea)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-prezzo-del-sangue-perche-gheddafi-e-stato-ucciso-ma-la-guerra-non-finira-lo-stesso/11757/"><em>Il &#8220;prezzo del sangue&#8221;: perché Gheddafi è stato ucciso (ma la guerra non finirà lo stesso)</em> (Matteo Finotto)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brevi-considerazioni-dopo-la-morte-di-muammar-gheddafi/11743/"><em>Brevi considerazioni dopo la morte di Muammar Gheddafi</em> (Costanzo Preve)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-linciaggio-di-muammar-gheddafi/11727/"><em>Il linciaggio di Muammar Gheddafi</em> (Thierry Meyssan)</a></p>
<p><strong>Per approfondire (dalla rivista &#8220;Eurasia&#8221;):</strong></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza/5638/"><em>Geopolitica dell’energia: l’Italia nello scacchiere euro-mediterraneo</em> (Dario Giardi)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza/5638/"><em>La politica estera italiana nel Vicino Oriente</em> (Pietro Longo)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/africa/2398/"><em>La nostra Africa</em> (Fabio Mini)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/africa/2398/"><em>Il ruolo della Libia nel Nordafrica e nel Mediterraneo</em> (Claudio Mutti)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/africa/2398/"><em>L’Africa nella politica estera italiana</em> (Daniele Scalea)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/tra-la-russia-e-il-mediterraneo/244/"><em>L’Italia tra l’Europa e il Mediterraneo</em> (Daniele Scalea)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo/546/"><em>Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente</em> (Alberto B. Mariantoni)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo/546/"><em>L’Europa e l’area euro-mediterranea</em> (Costanzo Preve )</a></p>
<p>&nbsp;</p></div>
</div>
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		<title>Finale di partita</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 19:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[E’ ormai palese a chiunque che il ciclo storico che si era iniziato con la liquidazione della classe dirigente che aveva retto le sorti del Paese negli anni del bipolarismo si sta per compiere definitivamente. Svenduta gran parte del patrimonio pubblico, consegnato il Paese a banche e ad istituti finanziari italiani e stranieri, americanizzato il sistema educativo, penalizzato in ogni modo lo Stato sociale a vantaggio dello Stato assistenzialepersa la sovranità monetaria con la creazione di Eurolandia, non rimane che privatizzare le ultime imprese strategiche della Nazione: Eni, Enel e Finmeccanica, in particolare. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/finale-di-partita/10447/" title="Finale di partita"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=10447&amp;w=80" width="80" height="36" alt="Finale di partita" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://www.cpeurasia.eu/1565/finale-di-partita" target="_blank">CPE</a>&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="font-size: medium;">E’  ormai palese a chiunque che il ciclo  storico che si era iniziato con la  liquidazione della classe dirigente  che aveva retto le sorti del Paese  negli anni del bipolarismo si sta  per compiere definitivamente. Svenduta  gran parte del patrimonio  pubblico, consegnato il Paese a banche e ad  istituti finanziari  italiani e stranieri (se negli anni Novanta il  debito pubblico italiano  era ancora nelle mani delle famiglie italiane,  nel 2010 queste ultime  ne possedevano solo il 9,58%, contro il 44,27%  allocato all’estero)  (1), americanizzato il sistema educativo,  penalizzato in ogni modo lo  Stato sociale a vantaggio dello Stato  assistenziale (cioè a vantaggio  di lobbies e gruppi d’interesse vari),  integrati del tutto, una volta  abolita la leva, i vertici delle Forze  armate nella Nato, persa la  sovranità monetaria con la creazione di  Eurolandia, senza alcuna reale  contropartita, se non quella di  contribuire al fallimento politico  dell’Unione europea, non rimane che  privatizzare le ultime imprese  strategiche della Nazione: Eni, Enel e  Finmeccanica, in particolare. Il  “sonnifero” Berlusconi, sotto questo  profilo, ha funzionato benissimo:  gli italiani dopo essersi divisi tra  sudditi di destra e sudditi di  sinistra, potranno finalmente essere  “unicamente” sudditi del mercato,  mettendo da parte vecchi e nuovi  rancori, ed essere tutti debitori,  tranne i “soliti noti”, ossia quelli –  per capirsi – che sono soliti  trarre profitto dall’Italia dell’otto  settembre permanente.&nbsp;</p>
<p>Tuttavia,  è innegabile che la  cosiddetta “casta” offra la corda a chi la vuole  impiccare, così come  la offriva il ceto politico di tangentopoli: vere  erano le tangenti,  veri sono i privilegi ignominiosi della “casta”; ma è  vero pure che la  terapia proposta dai “soliti noti” è peggio del male  (reale) che si  dovrebbe curare. Vent’anni di privatizzazioni hanno  portato il Paese  sull’orlo del baratro e chi avesse tempo potrebbe  leggere l’incredibile  quantità di sciocchezze pubblicate, negli anni  Ottanta e Novanta,  dalla grande stampa italiana (in specie dal Corsera e  da Repubblica)  sui “vizi pubblici” e le “virtù private”, nonché sulle  magnifiche e  progressive sorti del “libero mercato” angloamericano, per  rendersi  conto a che cosa in realtà mirano coloro che pretendono di  voler  risanare il Paese. Allora però a complicare le cose scese in campo  il  Cavaliere, naturalmente allo scopo di difendere i propri interessi,  ma  ostacolando così il completo smantellamento del nostro apparato   strategico, non fosse altro perché troppo impegnato a prendersi cura del   proprio patrimonio e della propria persona, dentro e fuori le aule dei   tribunali, tanto che non sembrava infondata l’ipotesi che certi   “ambienti” sia cattolici sia del “vecchio” ceto politico, democristiano e   socialista, potessero usare il Cavaliere come uno scudo, ovvero  (anche)  allo scopo di impedire la totale subordinazione dell’Italia ad   interessi stranieri. Una ipotesi confermata, secondo alcuni, dagli   accordi con Putin e con Gheddafi, in quanto segno di una politica estera   tale da poter implementare programmi strategici di medio-lungo  periodo,  smarcando (benché, per così dire, soltanto “in potenza”)  l’Italia da  una “alleanza” che, dopo la scomparsa dell’Unione  Sovietica, si è  ridotta, inevitabilmente, ad essere mero rapporto tra  Paese dominante e  Paese dominato. Nel giro però di pochissimo tempo  tutto è finito: con la  ignobile partecipazione all’intervento militare  della Nato contro la  Libia, è evidente che il Cavaliere ormai pensa  soltanto a salvarsi  tirando i remi in barca (di lusso), dopo aver  letteralmente “sputtanato”  il Bel Paese, avendo un comportamento con il  “gentil sesso” che si  addice più ad un fenomeno da baraccone che non  ad un Presidente del  Consiglio. Danno gravissimo però non tanto questo,  al di là di facili  battute, quanto piuttosto la perdita “secca” di  peso sulla scena  internazionale, che, sommata alla politica  antinazionale dell’oligarchia  atlantista (gli Amato, i Prodi, i Ciampi,  i Draghi, i Montezemolo, i De  Benedetti, i D’Alema, i Fini, i Casini e  tutti gli altri “nostri bravi  ragazzi” in doppiopetto a stelle e  strisce) ed alla incapacità dei  governi del Cavaliere di porre un  argine all’indebitamento del Paese,  dopo l’entrata in Eurolandia, fa sì  che la Penisola sia alla mercé di  potenze e potentati economici  stranieri e delle loro quinte colonne.  Nessuna manovra, come anche gli  italiani più sprovveduti o meno attenti  hanno intuito, potrà infatti  evitare che la speculazione e le agenzie di  rating facciano lievitare i  tassi d’interesse sul debito, costringendo  il Paese a fare ciò che i  “mercati” hanno deciso che il Paese debba fare  (”perfetta logica” della  democrazia di mercato). E il fatto che vi  possano essere anche più  “soggetti” in competizione tra di loro per  spartirsi la torta, o meglio  quel che rimane (ma non è poco) della torta  tricolore, non solo non  smentisce che il “libero mercato” pare una  libera volpe (quasi sempre  “English speaking”) in un libero pollaio, ma  rende ancora più difficile  trovare una soluzione, ammesso che vi sia  qualcuno che la voglia  trovare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’altra  parte, non è solo questione di  finanza ed economia, ma di lacune  strutturali che, da un lato, non  hanno permesso di fare le riforme  necessarie (a partire da quella della  pubblica amministrazione, vera e  propria vacca da mungere per alcuni  gruppi sociali, assai ben  organizzati, che, come si era già compreso  negli anni Settanta,  contribuiscono in modo determinante allo “sfascio”  del Welfare) per  rendere “produttiva” la spesa pubblica e migliorare  la qualità dei  servizi fondamentali (sanità, scuola etc.), onde  rafforzare la coesione  sociale e l’etica pubblica, notoriamente quasi  del tutto assente nel  nostro Paese. Dall’altro, hanno reso pressoché  impossibile promuovere un  sapere strategico per superare la  incapacitante dicotomia sapere  umanistico versus sapere  tecnico-scientifico, di modo che si è  rinunciato a formare le nuove  generazioni secondo un punto di vista  “nazionalpopolare”, ovvero  tenendo conto sia della esigenza di  modernizzare il sistema sociale,  sia di quella di tutelare e valorizzare  il più possibile la propria  identità culturale e la propria storia,  anche per non perdere  l’effettiva capacità di “orientarsi” in un mondo  in rapida e continua  trasformazione, e non essere costretti a mutare  direzione ogni volta  che muta il vento della storia, con l’ingrato  compito di fare i  rappresentanti degli interessi dei padroni  d’oltreoceano e/o dei loro  “bravi”, come se fossero anche i propri  (sotto questo aspetto, le  recenti vicende della Libia sono più che  istruttive). Ne è derivato un  impoverimento politico e culturale, che si  vorrebbe compensare con  massicce iniezioni di “razionalità tecnomorfa”,  quasi che oggettività  fosse sinonimo di adeguatezza. Non stupisce  allora che perfino il  sociologo Luciano Gallino, dopo avere affermato  che “se l’industria  italiana ebbe negli anni Sessanta e Ottanta un  notevole sviluppo e una  importante affermazione, lo si deve al fatto che  la scuola pubblica,  attraverso gli istituti specifici, formava decine  di migliaia di  tecnici, di periti, di capi”, abbia precisato che oggi  però “di sapere  tecnologico e tecnico ce n’è già molto nella scuola  [mentre ci sarebbe]  bisogno di persone che, accanto a una ragionevole  dose di  specializzazione, [avessero] ampie competenze generali e  strategiche  per comprendere i grandi fenomeni del mondo in movimento. Ci  sarebbe  molto più bisogno di quanto non si creda di pensiero critico in  tutti  campi”. (2) Ma ai disastri combinati negli ultimi due decenni non  si  può porre rimedio in breve tempo, mentre il tempo del Paese pare  essere  veramente scaduto.</p>
<p>D’altronde,  se si dovesse ritenere che  queste considerazioni, in definitiva, non  siano pertinenti, giacché i  problemi da risolvere sono essenzialmente di  natura economica, ci si  lasciarebbe sfugggire che è proprio la  debolezza strategica del nostro  sistema che rende possibile un attacco  contro l’Italia, senza correre  eccessivi rischi, dacché, nonostante  tutto, vi sarebbero ancora molte  “carte” da giocare, se alla guida del  Paese vi fosse una classe  dirigente degna di questo nome ed una opinione  pubblica ben informata e  capace di valutare con cognizione di causa  qual è l’interesse  nazionale, senza pregiudizi ideologici, ma anche  senza rinunciare a  (ri)definire il Politico e l’Economico alla luce di  una idea di bene  comune intersoggettivamente condivisa. (Al riguardo,  non si può non  criticare il pregiudizio, tipico del nominalismo, secondo  cui esistono  solo gli individui. Basta aprire un qualsiasi libro di  storia per  comprendere, come insegna il filosofo francese Paul Ricoeur,  che i  singoli Paesi, ma anche entità come il Mediterraneo – si pensi, ad   esempio, alle opere di Fernand Braudel – agiscono come “personaggi” di   un racconto, sono cioè “entità seconde” – nel senso che non sono   “riducibili” agli individui, pur se esistono solo in quanto esistono gli   individui. Ed è naturale che per definire, su basi storiche e   razionali, l’interesse nazionale si debba tener conto di questo   “secondo” o, se si vuole, “emergente” livello di realtà).</p>
<p>Pertanto,  occorre riconoscere che sono  le condizioni generali del sistema  italiano che impediscono a priori  quel rinnovamento sociale e politico  senza il quale è del tutto  illusorio pensare di evitare il declino del  Paese, anche se si  riuscisse non a risolvere ma perlomeno a “gestire”,  in qualche modo, la  crisi economica. Di fatto, in politica vale, mutatis  mutandis, quel  che vale per le istituzioni militari; ossia sono tre i  fattori che  contano: preparazione tecnica e materiale, azione di comando  e  preparazione morale. E poiché in Italia difettano tutt’e tre, occorre   prendere atto che non v’è alcun punto, se così è lecito esprimersi, su   cui poter far leva per una autentica rifondazione della società e dello   Stato. Del resto, i primi ad opporre resistenza ad un autentico e   radicale rinnovamento sociale e politico sarebbero, con ogni   probabilità, proprio i ceti medi (sebbene, paradossalmente, siano i ceti   più “tartassati” e più bisognosi di riforme di struttura) dacché –   oltre alla tradizionale idiosincrasia per la cultura (solo il 46,8%   degli italiani “si accosta” ad un libro almeno una volta l’anno rispetto   al 70% dei Paesi dell’Unione europea),   alla propensione a premiare i furbi e punire i meritevoli, al   pressappochismo ed a scambiare la (vuota) forma per la sostanza (non è   il nostro Paese quello dei “dottori” e dell’ordine dei giornalisti?) –   nell’arco di qualche decennio si è pure diffuso un modello di consumismo   tra i più grossolani e volgari dell’Occidente, che ha ulteroriormente   indebolito la coscienza civica, la memoria storica e la maturità   intellettuale dei ceti medi italiani (né ciò è forse senza relazione con   l’ondata pseudorivoluzionaria del ’68 italiano, dato che non è affatto   un caso che gran parte dei sessantottini siano diventati i – peggiori o   migliori, a seconda di chi giudica – consiglieri di Mammona). Sicché, è   lecito ritenere che anche la parola d’ordine “sovranità” (politica,   militare, culturale), per quanto condivisibile, rischi di essere nulla   più di un “wishful thinking”, a meno che la storia di questi ultimi anni   non generi essa stessa quel “contraccolpo” necessario per un radicale   mutamento di paradigma, che non dovrebbe concernere solo l’Italia,  bensì  la stessa Europa. Non solo perché la questione della sovranità   nazionale, volenti o nolenti, passa attraverso le istituzioni della   Unione europea, ma perché il sistema italiano, per le ragioni   sopraccitate, non può essere (o è assai poco probabile che possa essere)   “ri-formato” dall’interno. Nondimeno, la crisi dell’euro – niente   affatto di natura contingente ed al tempo stesso causa ed effetto di una   trasformazione della Unione europea in una sorta di gigantesco   supermercato, di gran lunga più utile alle banche cha non ai popoli   europei – lascia pensare che la “vera crisi” sia ancora all’inizio, con   quel che ne può conseguire sia per l’Europa che per l’Italia. Crisi di   sistema, quindi, non intepretabile secondo un’ottica economicistica,   tanto quella dell’Italia quanto quella della Unione europea. Ovviamente,   si tratta di crisi indubbiamente diverse, ma non irrelate. Ciò non   significa che possano essere gli europei a risolvere i problemi degli   italiani – ché sarebbe ridicolo anche solo pensarlo – ma che si dovrebbe   prestare attenzione soprattutto al modo in cui si può evolvere la   “relazione” tra la crisi italiana e quella dell’Euro(pa), considerando   questa stessa relazione in connessione con il passaggio, ancora in atto,   da una fase storica tendenzialmente unipolare ad una che sembra essere   multipolare, ma la cui configurazione non può non variare al variare   della potenza (relativa) degli Usa. In questa prospettiva, certamente   complessa, si gioca dunque un finale di partita che non potrebbe avere   esito felice per il Paese, rebus sic stantibus. Questa non è una   profezia, ma, lo si concederà, una semplice, anche se spiacevole,   constatazione. Ciononostante, in politica le regole possono cambiare di   punto in bianco – anzi, in un certo senso, sono le regole la vera posta   in gioco – e non è azzardato ritenere che tanto più si ridurrà la   potenza (relativa) degli Usa, ovverosia quanto minori saranno le   possibilità degli Stati Uniti di realizzare il loro disegno di egemonia   globale, tanto maggiori saranno le possibilità strategiche e operative   di quei giocatori, non tutti di poca importanza, che, nell’attuale fase   storica, potrebbero avere interesse a non rispettare più le regole del   gioco. Non che si debba essere ottimisti, ché l’ottimismo, si sa, è   l’oppio degli imbecilli; ma si dovrebbe evitare di farsi gabbare da chi,   in buonafede o in malafede, pretende di vincere una partita che è   irrimediabilmente persa. Ed essere invece consapevoli che la condizione   necessaria per una soluzione, se non la soluzione, della crisi che   attanaglia l’Italia (e non solo l’Italia) consiste, appunto, nel   cambiare le regole del gioco, posto che anche l’attuale sistema sociale   non è piovuto dal cielo, ma è l’effetto (benché non necessariamente   quello voluto) di precise scelte strategiche.</p>
</div>
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<p>Note</p>
<p>1)<a href="http://www.bancaditalia.it/statistiche/finpub/pimefp/2011/sb23_11/suppl_23_11.pdf" target="_blank">http://www.bancaditalia.it/statistiche/finpub/pimefp/2011/sb23_11/suppl_23_11.pdf</a></p>
<p>2)<a href="http://diversamentestrutturati.noblogs.org/post/2011/05/02/i-precari-e-linganno-della-flessibilita-luciano-gallino/" target="_blank">http://diversamentestrutturati.noblogs.org/post/2011/05/02/i-precari-e-linganno-della-flessibilita-luciano-gallino/</a></p>
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		<title>Attacco all&#8217;oro dell&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 20:04:27 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa si nasconde dietro gli attacchi all’italia? L’italia è un paese in crisi economica con un debito pubblico che rappresenta praticamente il 120% del PIL, ma ha ancora enormi ricchezze e tante imprese pubbliche che fanno grossi guadagni e quindi molto appetibili. Ma c’è una ricchezza di cui nessuno parla: l’Italia ha la quarta riserva di oro al mondo. L’attacco all’Italia è finalizzato a “derubarla” delle sue imprese pubbliche e delle sue immense riserve auree. L’oro è un prodotto strategico e lo sarà sempre di più nel futuro immediato, per cui fa gola. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/attacco-alloro-dellitalia/10382/" title="Attacco all&#8217;oro dell&#8217;Italia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=10382&amp;w=80" width="80" height="57" alt="Attacco all&#8217;oro dell&#8217;Italia" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://attiliofolliero.blogspot.com/2011/07/attacco-alloro-dellitalia.html" target="_blank">Attilio Folliero</a>&#8220;, 16.07.11</p>
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<div style="font-size: medium;">
<em>Cosa si nasconde dietro gli attacchi all’italia? L’italia è un paese in crisi economica con un debito pubblico che rappresenta praticamente il 120% del PIL, ma ha ancora enormi ricchezze e tante imprese pubbliche che fanno grossi guadagni e quindi molto appetibili. Ma c’è una ricchezza di cui nessuno parla: l’Italia ha la quarta riserva di oro al mondo. L’attacco all’Italia è finalizzato a “derubarla” delle sue imprese pubbliche e delle sue immense riserve auree. L’oro è un prodotto strategico e lo sarà sempre di più nel futuro immediato, per cui fa gola. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div><strong>Attacco all’oro dell’Italia</strong></div>
<div>Lo scorso mese di maggio l’agenzia di rating, <strong>Standard &amp; Poor&#8217;s</strong>, aveva tagliato la prospettiva italiana da stabile a negativa, con la motivazione che il potenziale ingorgo politico poteva contribuire ad un rilassamento nella gestione del debito pubblico, da cui derivava un impegno incerto nelle riforme a sostegno della produttività. Quindi per S&amp;P&#8217;s diminuiscono le prospettive dell&#8217;Italia per ridurre il debito pubblico.</div>
<p>&nbsp;</p>
<div>Dpo Standard &amp; Poor&#8217;s anche <strong>Moody&#8217;s</strong> inizia il pressing contro l’Italia, annunciando che il rating italiano ”Aa2” è sotto osservazione e potrebbe essre ridotto. Le motivazioni, ovviamente sono le solite: le debolezze strutturali dell’Italia, la probabile crescita degli interessi, l’incapacità di tenere sotto controllo i conti pubblici e quindi il debito pubblico.</div>
<div>Dalla settimana scorsa, l’attacco all’Italia si concretizza: inizia il crollo della borsa, aumentano gli interessi sul debito pubblico Italiano e la manovra presentata dal Governo con l’inasprimento di bolli e balzelli sui titoli di stato potrebbe far allontanare gli investitori da questi titoli, con la conseguenza di far aumentare ulteriormente gli interessi. Successivamente tale manovra è stata ritirata.</div>
<div>Nella sola giornata del’11 luglio i buoni italiani a due anni sono crollati del 19,88%, pssando da 3,53 a 4,203; negli ultimi giorni hanno un po recuperato, ma siamo sempre a livelli che triplicano i tassi dell’aprile del 2010, poco più di un anno fa; infatti il 16 aprile i bond a 2 anni erano a 1,27.</div>
<div>Anche la borsa italiana è scesa fino a 18.295,19 l’11 luglio, per poi risalire leggermente nei giorni successivi e chiudere la settimana del 15 luglio a 18.450,45; se consideriamo che lo scorso 18 febbraio aveva raggiunto il massimo per l’anno in corso a 23.273,80, significa che da allora, in questi ultimi cinque mesi ha perso il 20% circa.</div>
<div>Inoltre, se consideriamo che l’indice della borsa italiana era a 41.074,00 il 9 di ottobre del 2007, giorno in cui il <a href="http://attiliofolliero.blogspot.com/2011/03/il-dow-jones-al-massimo-storico.html" target="_blank">Dow Jones fece registrare il suo massimo storico</a>, significa che da allora sta perdendo circa il 55% e se, infine, consideriamo che approssimativamente 4 anni fa, il 18 maggio del 2007 l’indice della borsa italiana era a 44.364,00 significa che da allora sta perdendo il 60% circa. Ricordiamo anche, che il 9 marzo del 2009 l’indice <strong>FTSE MIB</strong> era sceso a 12.332,00; quindi al momento è ancora ben sopra quella quota e dunque se dovesse continuare a scendere non sarebbe una novità. Due anni fa, insomma la borsa era in una situazione peggiore.</div>
<div><strong>Come mai l’attacco all’italia?</strong></div>
<div>Il <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e1b83238-aae6-11e0-b4d8-00144feabdc0.html#axzz1RmxBdpM5" target="_blank"><strong>Financial Times</strong></a> in un articolo dello scorso 10 luglio titolava: <strong>&#8220;Gli hedge fund Usa scommettono contro i bond italiani&#8221;. </strong>In realtà, da anni i giornali anglo-americani ed in particolare gli organi ufficiali del capitalismo, come il “<strong>The Economist</strong>” o il “<strong>Financial Times</strong>” sono all’attacco dell’Italia. Si sono scagliati anche contro <strong>Silvio Berlusconi</strong>, massimo rappresentante del capitalismo italiano, praticamente da 17 anni alla guida del paese, alternandosi con i rappresentanti del liberismo del centro-sinistra (Ciampi, Dini, Amato, Prodi).</div>
<div><a href="http://1.bp.blogspot.com/-vVjVacT1-GA/TfhVRAaiHoI/AAAAAAAAAP0/FNvhE3yC5o0/s1600/economist_berlusconi_1_basta.jpg"> </a><a href="http://4.bp.blogspot.com/-jOJ_zkrZ5xA/TfhVRiDJuwI/AAAAAAAAAP4/0HKMtzOpNXc/s1600/economist_berlusconi_2_scredita_italia.jpg"> </a><a href="http://4.bp.blogspot.com/-2cLxQMxSfkA/TfhVSEXN1YI/AAAAAAAAAP8/3JyS7iSbIRI/s1600/economist_berlusconi_3_mamma_mia.jpg"> </a><a href="http://2.bp.blogspot.com/-bq6qgGqnZr8/TfhVSmKFQuI/AAAAAAAAAQA/qAZL6VHkHQc/s1600/economist_berlusconi_5_so.jpg"> </a></div>
<div>
Come abbiamo già scritto in varie occasioni, il signor Berlusconi, sceso in política per risolvere esclusivamente i suoi problemi, nel pensare troppo agli affari suoi ha finito per frapporsi agli interessi delle grandi multinazionali, della globalizzazione, dei fautori di progetti vuoti come il &#8220;Nabucco&#8221;.</div>
<div>Il Cavaliere sa bene che le necessità energetiche (primariamente quelle sue e poi, indirettamente quelle degli italiani) non possono essere coperte dai globalisti, dagli anglo-statunitensi e con la sua adesione al progetto di oleodotto South Stream, che si contrappone all’oleodotto “Nabucco”, di interesse anglo-statunitense, necessariamente ha finito per inimicarsi gli USA, che evidentemente hanno deciso di scaricarlo, di liberarsi di lui quanto prima (consiglio sul tema l’articolo: “<a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=6174" target="_blank">Gli Stati Uniti, il gasdotto South Strean, Berlusconi e la sinistra</a>”).</div>
<div>Per questa ragione, ultimamente abbiamo assistito a continui viaggi in Usa di politici italiani, alleati (oggi ex) ed avversari di Berlusconi. Negli USA sono stati il suo ex alleato <strong>Gianfranco Fini</strong> (Vedasi: &#8220;<a href="http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2009-11-28" target="_blank">E&#8217; Fini la nuova carta degli USA</a>&#8221; oppure &#8220;<a href="http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/gianfranco-fini-interlocutore-privilegiato-degli-stati-uniti-159319/" target="_blank">Giancarlo Fini interlocutore privilegiato degli USA</a>&#8220;) e <strong>Massimo D&#8217;Alema</strong>, rappresentante del partito anglo-statunitense in Italia, di cui la fedeltà al liberismo è ben provata, fin dall&#8217;epoca dei bombardamenti della ex Jugoslavia, quando era capo del governo italiano; negli USA è stato perfino <strong>Nichi Vendola</strong> che ha incontrato il non certo progressista Schwarzenegger (Vedasi: &#8220;<a href="http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-d981e461-707c-4d1e-a3e3-ea33a7e1c33b.html#p2" target="_blank">Vendola incontra S</a><a href="http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-d981e461-707c-4d1e-a3e3-ea33a7e1c33b.html#p2" target="_blank"><em>chwarzenegger</em></a>&#8220;).</div>
<div>Sembra veramente strano, ma tutti stanno giocando contro l’Italia ed in particolare contro Berlusconi che alla fine, per certi versi, un po&#8217; facendo marcia indietro, un po&#8217; grazie alle circostanze è risucito, almeno per il momento, a salvare la pelle, ovviamente quella politica, ossia la sua carica di capo del governo. In ogni caso il suo destino è segnato; non andrà avanti per troppo tempo.</div>
<div>E gli italiani, in particolare il proletariato italiano, andrà di male in peggio! I neo moralisti e <a href="http://www.viruslibertario.it/Religione.htm#I%20PURITANI" target="_blank">puritani</a> nostrani che stanno attaccando Berlusconi per via degli scandali sessuali e che presto si sostituiranno al governo di Silvio Berlusconi, sono i rappresentanti di Goldman Sachs, della BCE, del FMI, del partito dei globalisti e degli anglo-statunitensi, che continuamente attaccano l’Italia.</div>
<div>Dunque, perchè i continui attacchi anglosassoni al Cavaliere ed all’Italia? Berlusconi certamente non è attaccato per i suoi scandali sessuali! E’ da ingenui credere una cosa del genere.</div>
<div><strong>L’Italia è un paese in crisi, in profonda crisi economica, con un debito pubblico praticamente impagabile, attorno al 120% del PIL e con le principali imprese del paese che a causa della caduta dei tassi di guadagno si stanno riubicando altrove, in zone che permettono guadagni superiori a quelli dell’Italia. Ma l’italia, pur in profonda crisi ha ancora tanti gioielli, molto appetibili e che le multinazionali anglo-americane sperano di “comprare” a prezzi stracciati. </strong></div>
<div>Gli interessi dei globaloisti e degli anglosassoni puntano a privatizzare quanto c&#8217;è rimasto da privatizzare in Italia: dall&#8217;ENI, di cui una parte è ancora in mano allo stato, così come pure l’Enel, oltre a Finmeccanica, Fincantieri, Trenitalia, Poste, Televisione pubblica, Ospedali e centri sanitari all’avanguardia nella ricerca, Università, Scuole e imprese municipalizzate, come quelle dell&#8217;acqua e della raccolta dei rifuti. A tutto ciò va aggiunto che l’Italia possiede un ricco patrimonio paesaggistico e ambientale, decisamente invidiabile e un ricchissimo patrimonio artístico; in Italia è concentrato il 60/65% di tutti i beni artistici e archeologici dell’umanità.</div>
<div><strong>A tutto questo va aggiunta una ulteriore ricchezza posseduta dall’Italia, di cui nessuno parla: il suo oro!</strong></div>
<div>Nessuno ne parla, ma l’Italia ha la <a href="http://attiliofolliero.blogspot.com/2011/07/tab-3-graduatorie-delle-riservee-auree.html" target="_blank">quarta riserva di oro del mondo</a>, che allo scorso giugno ammontava a ben 2.451,80 tonnellate, che al prezzo odierno dell’oro equivale a circa 100 miliardi di euro. Solo FMI e due stati, USA e Germania, hanno riserve auree superiori alla riserva italiana. L’oro è un prodotto altamente strategico destinato a rivalutarsi fortemente nel futuro inmediato, per cui questa ricchezza è molto appetibile.</div>
<div><strong>In questo momento, l’oro italiano è il principale obiettivo su cui hanno messo gli occhi i globalizzatori.</strong></div>
<div>Quindi, l’Italia pur essendo un paese in forte crisi, possiede ingenti ricchezze. <strong>Come impossessarsi o meglio derubare queste ricchezze all’Italia ed al popolo italiano?</strong> Approfittando dell’enorme debito pubblico, i grandi predatori con l’aiuto dei propri rappresentanti all’interno del paese, ovvero i liberisti nostrani, gli stipendiati di Goldman Sachs, FMI, BCE, Federal Reserve, World Bank, WTO ed affini faranno pressione per ridurre il debito pubblico attraverso la privatizzazione, la vendita, ovviamente a prezzi fortemente scontati, dei beni sopra citati. Come <a href="http://www.stavrogin2.com/2011/06/il-sacco-ditalia.html" target="_blank">già successo con la privatizzazione</a> delle grandi banche statali, ad esempio, negli anni novanta, lo stato incasserà delle somme che andranno ad incidere in minima parte sulla riduzione del debito, ma allo stesso tempo l’Italia perderà definitivamente i grandi guadagni che queste imprese producono.</div>
<div>La <strong>privatizzazione</strong>, come insegna la storia, non è mai servita a risolvere i problema di un paese, anzi li ha ingigantiti. Pertanto, nei prossimi anni l’Italia andrà incontro a problemi economici moltio più gravi. Il mancato introito dei guadagni derivanti dalle imprese pubbliche privatizzate, la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento del welfare state, dello stato assistenziale, ma anche l’incremento della disoccupazione e la riduzione dei consumi accentuerà la crisi, che porterà alla chiusura di ulteriori imprese; tutto ciò si ripercuote ovviamente anche sugli introiti dello stato, dato che si determina una riduzione del gettito fiscale, una riduzione delle imposte dirette ed indirette e per conseguenza lo stato avrà sempre meno soldi da distribuire. Come insegna la storia recente, per esempio dell’Argentina o dell’Ecuador, per restare all’America Latina, la conseguenza diretta sarà una <strong>inevitabile esplosione sociale</strong>, placabile solo con la repressione, con la forza ovvero con una dittatura.</div>
<div><strong>Il futuro dell’Italia appare sempre più nero ed inveitabilmente il popolo italiano sarà costretto a riprendere la via dell’emigrazione.</strong></div>
<div>Come mai gli attacchi a Berlusconi, uno dei massimi rappresentati del capitalismo italiano? Berlusconi, da quando è al governo, fra una orgia e l’altra non ha avuto il tempo di continuare con la svendita del patrimonio italiano, occupandosi esclusivamente degli affari suoi, ovvero di come risolvere i propri problema giudiziari. Ai globalizzatori ha concesso poco, certamente molto meno di chi lo ha preceduto e quindi è normale che sia attaccato. Berlusconi, però dovrebbe comuqnue essere ringraziato dai globalizzatori anglo-aemricani, perchè con la sua política ha contribuito non poco ad incrementare il debito pubblico italiano, dando quindi una grossa mano ai globalizzatori che sulla base del forte debito pubblico, lasciato in eredità anche da Berlusconi, potranno chiedere a gran voce che si proceda con la massima urgenza alla privatizzazione di tutto quanto è possibile svendere.</div>
<div>Ricordiamo che Berlusconi, la prima volta che arriva al Governo era stato preceduto da Carlo Azeglio Ciampi, e questi poco dopo essere diventato capo del governo, il 30 giugno del 1993 nomina un <strong>Comitato di consulenza per le privatizzazioni, </strong>presieduto da <strong>Mario Draghi</strong>, uomo Goldman Sachs, non a caso, oggi, arrivato alla presidenza della BCE.</div>
<div>Ciampi aveva proseguito la svendita del patrimonio italiano iniziata dal socialista <strong>Giuliano Amato</strong>, braccio destro di Craxi (inspiegabile miracolato dai giudici che provvidero a far piazza pulita della classe politrica italiana di allora) e dal “lottizzatore” democristiano <strong>Romano Prodi</strong>; Romani Prodi venne così definito, per il suo comportamento quando era presidente dell’IRI, da <strong>Franco Bechis</strong> in un articolo pubblicato su <strong><em>Milano Finanza</em></strong><em>: “<strong>Prodi, all&#8217;Iri, lottizzò come un democristiano</strong></em>“.</div>
<div>Sul tema delle privatizzazioni in Italia, invitiamo ancora una volta a leggere l&#8217;articolo di Eugenio Caruso su <strong>Impresa oggi</strong>: &#8220;<a href="http://www.impresaoggi.com/it/stampa.asp?cacod=60" target="_blank"><strong>Iri tra conservazione e privatizzazioni</strong></a>&#8220;</div>
<div>Insomma l’attacco al Cavaliere si spiega perchè non è considerato all&#8217;altezza dei suoi predecessori privatizzatori e quindi si preme per un immediato ritorno di questi.</div>
<div><strong>L’attacco all’italia è finalizzato al furto del suo oro, del suo enorme patrimonio ambientale, artístico e archeologico e delle imprese pubbliche dai grandi guadagni.</strong></div>
</div>
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		<title>«Berlusconi rientrato nel solco della tradizione diplomatica italiana»: D. Scalea all&#8217;IRIB</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2011 11:48:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il nostro redattore Daniele Scalea è stato intervistato giovedì 28 aprile da “Radio Italia”, emissione italiana dell'IRIB, a proposito della decisione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di utilizzare velivoli italiani per missioni di bombardamento contro la Libia. Segue la trascrizione integrale dell'intervista, che può essere riascoltata tramite la registrazione incorporata in questa pagina. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/%c2%abberlusconi-rientrato-nel-solco-della-tradizione-diplomatica-italiana%c2%bb-d-scalea-allirib/9284/" title="«Berlusconi rientrato nel solco della tradizione diplomatica italiana»: D. Scalea all&#8217;IRIB"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9284&amp;w=80" width="80" height="53" alt="«Berlusconi rientrato nel solco della tradizione diplomatica italiana»: D. Scalea all&#8217;IRIB" ></div></a><p><span style="font-size: medium;">Il nostro redattore Daniele Scalea è stato intervistato giovedì 28 aprile da “Radio Italia”, emissione italiana dell&#8217;IRIB, a proposito della decisione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di utilizzare velivoli italiani per missioni di bombardamento contro la Libia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Segue la trascrizione integrale dell&#8217;intervista, che può essere riascoltata tramite la registrazione incorporata in questa pagina. La fonte originale è: </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><a href="http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/91597-daniele-scalea-a-radio-italia-dell%E2%80%99irib-dire-sempre-di-s%C3%AC-agli-alleati-pratica-tradizionale-nella-diplomazia-italiana">http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/91597-daniele-scalea-a-radio-italia-dell%E2%80%99irib-dire-sempre-di-s%C3%AC-agli-alleati-pratica-tradizionale-nella-diplomazia-italiana</a></span></p>
<p><object style="width: 300px; height: 20px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="100" height="100" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://italian.irib.ir/plugins/content/jw_allvideos/includes/players/mediaplayer/player.swf" /><param name="quality" value="high" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="bgcolor" value="#010101" /><param name="autoplay" value="false" /><param name="allowfullscreen" value="false" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="flashvars" value="file=http://italian.irib.ir/media/k2/videos/91597.mp3&amp;autostart=false" /><param name="src" value="http://italian.irib.ir/plugins/content/jw_allvideos/includes/players/mediaplayer/player.swf" /><embed style="width: 300px; height: 20px;" type="application/x-shockwave-flash" width="100" height="100" src="http://italian.irib.ir/plugins/content/jw_allvideos/includes/players/mediaplayer/player.swf" flashvars="file=http://italian.irib.ir/media/k2/videos/91597.mp3&amp;autostart=false" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="false" autoplay="false" bgcolor="#010101" wmode="transparent" quality="high" data="http://italian.irib.ir/plugins/content/jw_allvideos/includes/players/mediaplayer/player.swf"></embed></object></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Signor Scalea, l&#8217;Italia parteciperà ai bombardamenti NATO sulla Libia: lo ha annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in una telefonata al presidente degli Stati Uniti. Qual è il suo parere in merito?</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Bisogna notare che questa è stata una delle pochissime decisioni di politica estera di Berlusconi ad aver ricevuto il plauso, pur titubante, anche delle forze di opposizione. Al di là dei distinguo che si fanno per giochi di politica interna, la posizione del Centro-Sinistra era per una partecipazione più decisa alla guerra: non a caso alcuni esponenti del Partito Democratico hanno già garantito l&#8217;appoggio alle scelte di Berlusconi. Penso che questo ci offra la giusta chiave di lettura.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Berlusconi finora aveva rappresentato una sorta di anomalia, nel bene e nel male, a livello di politica estera dell&#8217;Italia. Aveva preferito una sua politica personalistica, anche a costo d&#8217;allontanarsi talvolta dall&#8217;ortodossia diplomatica imperante dal secondo dopoguerra ad oggi. La decisione di mettere da parte tutti i dubbi che nutriva ed aveva anche espresso fino a pochissimi giorni fa sull&#8217;intervento libico per schierare l&#8217;Italia a pieno titolo nella coalizione bellica, rivela secondo me la decisione di Berlusconi di reinserirsi nella tradizionale linea di politica estera italiana. Essa è stata ben descritta da un alleato di Berlusconi, in quest&#8217;occasione critico, come Umberto Bossi, il quale ha rinfacciato al Presidente del Consiglio di non capire che non si diventa importanti dicendo sempre “sì”; ogni tanto bisogna anche essere capaci di dire di “no” per difendere i propri interessi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma questa pratica di cercare d&#8217;assumere rilievo internazionale dicendo sempre “sì” è una pratica tradizionale della diplomazia italiana, almeno dal &#8217;45 in poi. Si è pensato che l&#8217;Italia, sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, per tornare a pesare ed avere voce in capitolo nelle grandi questioni internazionali, dovesse essere sempre a disposizione dei suoi alleati. Dire sempre di “sì” alla NATO e sempre di “sì” agli altri paesi europei. L&#8217;Italia è stata uno degli attori più positivi nel processo d&#8217;integrazione europeo, perché tra tutti i grandi paesi continentali è stato quello che più volte ha rinunciato a difendere l&#8217;interesse nazionale pur di agevolare l&#8217;integrazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa pratica, in vigore ormai da decenni, non ha portato ai risultati che probabilmente ci si attendeva: infatti l&#8217;Italia a livello internazionale non ha un grosso peso, e lo avrà sicuramente meno dopo questa scelta. Tuttavia, la nostra diplomazia soffre d&#8217;una serie di complessi. Per usare un&#8217;espressione usata da Lucio Caracciolo nei giorni immediatamente successivi alla decisione del Governo italiano d&#8217;appoggiare la campagna dell&#8217;ONU contro la Libia, uno dei complessi è quello del “posto a tavola”: volere a tutti i costi schierarsi con questa coalizione, benché andasse chiaramente contro i nostri interessi, nell&#8217;illusione che avendo un ruolo anche minore si potesse poi partecipare dei profitti di questa missione. Evidentemente non è stato il caso, perché fin da subito l&#8217;Italia è stata esclusa dal comando e dalla gestione delle operazioni contro la Libia. Malgrado quest&#8217;ultima assunzione d&#8217;ancora maggiori responsabilità (per giunta tardiva, e dunque debole), si può supporre che l&#8217;Italia continuerà a non contare. Il vertice italo-francese si è concluso con l&#8217;accettazione da parte di Berlusconi di tutte le condizioni poste da Sarkozy. L&#8217;unica contropartita ottenuta dall&#8217;Italia è l&#8217;assenso francese alla nomina di Mario Draghi alla BCE. Considerando che Draghi è un elemento più legato alla finanza statunitense che alla nazione italiana, il beneficio per l&#8217;Italia è minimo, posto che ve ne sia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Si apprende da una nota di Palazzo Chigi che l&#8217;Italia ha deciso di aumentare la flessibilità operativa dei propri velivoli contro specifici obiettivi militari sul suolo libico. Ma è così che si può proteggere la popolazione civile?</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il pregio di questo conflitto è che la maggior parte dell&#8217;opinione pubblica ha compreso fin da subito quali fossero le reali motivazioni dietro ai pretesti propagandistici. A differenza d&#8217;altri casi – Serbia, Afghanistan, Iraq – in cui i pretesti della prima ora sono creduti, almeno inizialmente, veritieri dalla maggior parte della popolazione, le giustificazioni dell&#8217;intervento in Libia hanno subito suscitato perplessità. Non credo sia necessario un grosso sforzo per dimostrare che lo scopo dell&#8217;intervento in Libia non è certo quello di difendere la popolazione civile, bensì favorire una delle due parti impegnate nella guerra civile; parte che tra l&#8217;altro, in base a rivelazioni abbastanza attendibili avvenute nel corso delle ultime settimane, è stata armata e finanziata e coordinata da un centro estero, cioè dai Francesi. Questo è quindi un intervento schiettamente imperialista e neocolonialista; quelli che davvero credono sia in corso un intervento umanitario per impedire a Gheddafi di massacrare il proprio popolo sono una netta minoranza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Quali sono state le prese di posizione delle organizzazioni “no war”?</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Precisiamo subito che il movimento pacifista paga, secondo me, un vizio di fondo. Ha avuto un buon seguito ed un ruolo vistoso in occasione delle guerra contro la Serbia o di quella contro l&#8217;Iraq, perché erano conflitti che venivano dopo alcuni anni di pace, mentre oggi siamo completamente assuefatti alla guerra: è dal 2001 che vi sono conflitti ininterrotti. Inoltre, si situava in un clima particolare: quello del post-Guerra Fredda, dell&#8217;idea che la storia fosse finita e che non vi sarebbero state più guerre. Oggi prevale invece lo scetticismo: si è capito che la politica internazionale è ancora dinamica, che ci sono degli attori che fanno i propri interessi, che ci sono degl&#8217;interessi confliggenti che talvolta danno vita a conflitti armati. Il fascino del movimento pacifista è diminuito. Gran parte della popolazione accoglie le guerre con rassegnazione, talvolta persino con disinteresse. Essa non pare toccare i suoi interessi più tangibili: è vero che le guerre sono costose, ma vengono finanziate non attraverso tasse ad hoc, bensì stornando discretamente i fondi da altri capitoli di spesa. Le vittime sono quasi esclusivamente dal lato dell&#8217;avversario, perché si tratta di guerra coloniali e non tra paesi di pari potenza. Anche oggi l&#8217;ostilità alla guerra in Libia deriva principalmente dal timore, giustificato, che essa comporterà un maggiore afflusso di profughi ed immigrati nel nostro paese. Quest&#8217;argomento è particolarmente sentito nell&#8217;elettorato di Centro-Destra, mentre paradossalmente quello di Centro-Sinistra appare il più convinto della bontà di questa guerra neocolonialista. Ciò indebolirà notevolmente la capacità di mobilitazione popolare del movimento pacifista, che non può certo rivolgersi agli elettori della Lega Nord: la quale, tuttavia, potrebbe ottenere un grosso successo elettorale alle prossime elezioni amministrative. Ciò potrebbe avere un suo effetto e mutare nuovamente l&#8217;atteggiamento del Governo verso l&#8217;aggressione subita dalla Libia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* <a href="../../?s=daniele+scalea">Daniele Scalea</a>, segretario scientifico dell&#8217;<a href="../../listituto">IsAG</a> e redattore di “<a href="../../">Eurasia</a>”, è autore de </strong></em><strong><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/">La sfida totale</a> </strong><strong><em>(Roma 2010) e co-autore con Pietro Longo d&#8217;un libro di prossima pubblicazione sulle rivolte arabe.</em></strong></span></span></p>
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		<title>L&#8217;Italia al tempo di Wikileaks</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jan 2011 13:57:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se l’Italia riuscirà a portare avanti una politica energetica autonoma dalle direttive degli Usa, farà un importante passo verso la conquista del proprio diritto a una politica estera indipendente. L’indipendenza nella politica estera potrà permettere all’Italia un giusto inserimento nei nuovi equilibri globali basato sulle proprie esigenze geopolitiche e non su quelle imposte dagli altri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/litali-al-tempo-di-wikileaks/7560/" title="L&#8217;Italia al tempo di Wikileaks"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/berlusconi_president_medvedev_russia_italy.9hv34ydjg2skk4s4wsokg4s80.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="62" alt="L&#8217;Italia al tempo di Wikileaks" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Gli attori</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Italia non è una superpotenza e non potrà mai diventare tale, ma non è neppure uno stato piccolo, quindi non può limitarsi ad osservare in disparte ciò che sta succedendo nella vita internazionale. L’Italia è una media potenza e come tale è destinata a cercare continuamente una propria posizione tra le superpotenze di turno.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia è una ex-superpotenza la quale, desiderosa di riprendersi le posizioni perse sullo scacchiere della politica internazionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sta riemergendo con una nuova forza, rimettendo in discussione gli attuali equilibri geopolitici. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli Stati Uniti sono una superpotenza che a seguito del passaggio del mondo da unipolare al multipolare deve far fronte al ridimensionamento della propria influenza nel mondo. E come insegna la storia le grandi potenze non lasciano senza combattere le proprie sfere di influenza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il contesto</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per una serie di motivi storici l’Italia per oltre mezzo secolo è stata influenzata dagli Stati Uniti nelle sue scelte di politica estera. Oggi, invece, in un contesto geopolitico mondiale non più bipolare e neanche più unipolare, ma quasi multipolare, l’Italia sembra si stia staccando dalla storica influenza statunitense mediante l’avvicinamento a un nuovo polo di influenza rappresentato dalla Russia. Ed è comprensibile che in tale situazione gli Usa non possono non mettere in atto azioni volte a conservare la loro influenza sull’Italia, come testimonia l’ormai famoso <a href="../../7194/i-rapporti-italia-russia-lambasciata-usa-ed-il-declino-di-berlusconi">cablogramma pubblicato da &#8220;Wikileaks&#8221; del 26 gennaio 2009</a> in cui l’allora Ambasciatore degli Usa in Italia Ronald Spogli scrive: “</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per attaccare frontalmente il problema, l’Ambasciata </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">[Usa]</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha messo in campo una vigorosa strategia diplomatica e d’affari pubblici diretta a figure chiave, interne ed esterne al Governo </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">[italiano]</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Il nostro scopo è duplice: istruire più profondamente i nostri interlocutori </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">[coloro che non vedono di buon occhio l’avvicinamento italo-russo]</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> circa le attività russe e dunque sul contesto della politica statunitense, e costruire a mo’ di contrappeso un’opinione dissenziente sulla politica russa, specialmente dentro il partito politico di Berlusconi.</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” Bisogna notare che l’Italia non è l’unico paese dell’Europa occidentale che si sta avvicinando alla Russia, basta guardare al crescente sviluppo dei rapporti tra la Russia e la Germania. Chiaramente, neanche questo rapporto è ben visto dal Governo statunitense, con la sostanziale differenza che mentre <a href="../../7302/%C2%ABrapporti-con-la-russia-in-germania-non-ci-sono-le-polemiche-italiane%C2%BB-s-grazioli">nel caso tedesco gli USA “</a></span></span></em><a href="../../7302/%C2%ABrapporti-con-la-russia-in-germania-non-ci-sono-le-polemiche-italiane%C2%BB-s-grazioli"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">non hanno potuto certo far nulla</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”</span></span></em></a><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, in Italia, invece, hanno potuto contare sull’<a href="../../7366/%C2%ABper-gli-usa-e-facile-influenzare-la-politica-italiana%C2%BB-d-scalea-allirib">appoggio di una parte della stampa italiana</a>. E se l’Italia si sta avvicinando alla Russia, ciò non vuol dire che stia rinnegando i rapporti con gli Usa perché, come riconosce lo stesso Spogli “</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">i rapporti tra gli Usa e l’Italia sono eccellenti</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”.</span></span></em></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I vantaggi</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tralasciando le polemiche circa gli interessi personali che entrerebbero in gioco nel rapporto Italia-Russia, cerchiamo, invece, di capire oggettivamente quali sono i vantaggi geopolitici che l’Italia potrebbe trarre dalla stretta collaborazione con la Russia nel campo energetico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Prima di tutto gli <a href="http://wikileaks.ch/origin/56_0.html">impegni decennali tra Eni e Gazprom</a> potrebbero garantire la stabilità nell’approvvigionamento energetico dell’Italia. Ma ciò non vuol dire diventare dipendenti dalla Russia. Infatti, sempre Spogli scrive che “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>l’Italia non è totalmente cieca verso il pericolo di diventare dipendente dalla Russia, in quanto essa comunque sta prendendo dei provvedimenti per prevenire l’aumento della percentuale dell’energia importata dalla Russia</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”; inoltre, “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>dopo il ritorno al potere, Berlusconi ha annunciato che avrebbe volto nuovamente il paese verso l’energia nucleare</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”. Spogli sottolinea il fatto che l’Italia, pur non avendo una precisa politica energetica, è tuttavia consapevole che “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>la vicinanza geografica alle risorse del Nord Africa la rende meno dipendente dalla Russia rispetto alla Germania o ai paesi dell’ex Blocco sovietico</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”. Secondo, l’Italia pur rimanendo negli ottimi rapporti con gli Usa ha bisogno di far capire a Washington che le sue decisioni riguardo alle scelte di politica estera non vanno contrastate attraverso le pressioni sulla politica interna italiana, ma vanno rispettate, così come avviene per gli altri paesi europei (come, ad esempio, la Germania).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se l’Italia riuscirà a portare avanti una politica energetica autonoma dalle direttive degli Usa, farà un importante passo verso la conquista del proprio diritto a una politica estera indipendente. L’indipendenza nella politica estera potrà permettere all’Italia un giusto inserimento nei nuovi equilibri globali basato sulle proprie esigenze geopolitiche e non su quelle imposte dagli altri.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Konstantin Zavinovskij è dottore in Lingue e comunicazione internazionale (Università degli Studi di Roma III)</strong></em></span></span></span></strong></p>
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		<title>Breve nota sulle rivelazioni di &#8220;Wikileaks&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 21:07:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Tiberio Graziani]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=7185</guid>
		<description><![CDATA[Dietro a "Wikileaks" si nasconde un'operazione di intelligence. Probabilmente proveniente dagli USA stessi, ossia da una parte del suo establishment, che ha messo in imbarazzo l'amministrazione Obama ma fatto in modo che Washington, tra tutte le capitali coinvolte dalle rivelazioni, fosse quella che ne esce meno peggio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/breve-nota-sulle-rivelazioni-di-wikileaks/7185/" title="Breve nota sulle rivelazioni di &#8220;Wikileaks&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/www_reuters_com_.374h3jsy1ywwk0sccc044k88g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Breve nota sulle rivelazioni di &#8220;Wikileaks&#8221;" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le recenti rivelazioni di &#8220;Wikileaks&#8221;, a detta del ministro Frattini, rappresenterebbero <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«</span>l&#8217;11 settembre<span style="font-family: Arial,sans-serif;">»</span> della diplomazia, la manovra di chi vorrebbe <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«</span>distruggere il mondo<span style="font-family: Arial,sans-serif;">»</span> colpendo il fondamento della diplomazia, ossia la reciproca fiducia tra gl&#8217;interlocutori.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tale valutazione è probabilmente esagerata. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> nozione comune che la diplomazia sia l&#8217;arte della dissimulazione, ed includa la menzogna e l&#8217;inganno tra le sue tecniche. E gran parte delle rivelazioni di &#8220;Wikileaks&#8221; non sono altro che la conferma di fatti già risaputi da tutti gli addetti ai lavori, e da quella parte più informata e consapevole dell&#8217;opinione pubblica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ciò non toglie che sottrarre centinaia di migliaia di documenti riservati ad una grande potenza non sia cosa da poco. Tanto che riesce difficile credere che davvero &#8220;Wikileaks&#8221; possa essere riuscita ad impossessarsi di tali documenti, a pubblicarli, a farne parlare il mondo intero, eppure ad essere ancora disponibile <em>on line</em> ed il suo portavoce Julian Assange ancora libero, vivo e vegeto – è difficile credere a tutto questo, senza assumere che dietro a &#8220;Wikileaks&#8221; si nasconda un&#8217;operazione di <em>intelligence</em>. Probabilmente proveniente dagli USA stessi, ossia da una parte del suo <em>establishment</em>, che ha messo in imbarazzo l&#8217;amministrazione Obama – ma più che altro Hillary Clinton, ch&#8217;è sì una ministra di Obama ma anche la sua principale rivale in seno al Partito Democratico – ma fatto in modo che Washington, tra tutte le capitali coinvolte dalle rivelazioni, fosse quella che ne esce meno peggio. Infatti, un vantaggio di essere la potenza egemone è quello che tutti gli altri paesi sono ansiosi di piacerti. Se la fuga di notizie avesse riguardato, ad esempio, l&#8217;Italia, ciò avrebbe rovinato i rapporti di Roma col mondo intero. Avendo riguardato gli USA, ha prima di tutto rovinato l&#8217;immagine di quegli statisti di cui si parla male nelle rivelazioni. Rivelazioni che, per l&#8217;appunto, sembrerebbero concernere prima di tutto il giudizio della diplomazia statunitense su vari statisti mondiali, e quello di paesi terzi sui propri vicini. Vediamo qualche esempio di come le rivelazioni di &#8220;Wikileaks&#8221; mettano in imbarazzo gli altri paesi più degli USA.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Di Ahmadinejad si ripete l&#8217;immancabile <em>refrain</em> del &#8220;nuovo Hitler&#8221; e si asserisce che avrebbe armi in grado di colpire Russia e Europa. In più, si conferma la notizia, già trapelata mesi fa, che l&#8217;Arabia Saudita ed altri paesi arabi avrebbero chiesto agli USA di attaccare l&#8217;Iràn. Ahmadinejad dovrà giustificare in patria l&#8217;isolamento regionale del paese. La situazione è così scottante che si è subito prodigato per tacciare di falsità i documenti statunitensi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Erdo<span style="font-family: Arial,sans-serif;">ğ</span>an è dipinto come un fanatico islamista pieno di conti in Svizzera. Nuovi succulenti argomenti per l&#8217;opposizione laicista in Turchia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ch<span style="font-family: Arial,sans-serif;">ávez e la Fernandez-Kirchner sono descritti come dei pazzi. Anche in questo caso, le opposizioni interne ringraziano.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Della Cina si dice che condurrebbe azioni di pirateria informatica – un messaggio rivolto soprattutto all&#8217;Europa, dove già si sospettava Pechino in tal senso – e che mediterebbe di scaricare l&#8217;alleato nordcoreano. Facile immaginare che i prossimi colloqui tra Pechino e Pyongyang saranno meno cordiali del solito.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Dei giudizi su Berlusconi sarà superfluo ragguagliare i lettori. Ci permettiamo però d&#8217;evidenziare un paio di cose. Berlusconi ha indispettito gli USA per i suoi rapporti troppo stretti con Putin: ciò era affermato sulle pagine di &#8220;Eurasia&#8221; – e non solo sulle nostre, a dire la verità – già da parecchio tempo. A parte il nodo Berlusconi-Putin, l&#8217;Italia è tirata in ballo da un documento secondo cui Frattini avrebbe criticato pesantemente l&#8217;atteggiamento della Turchia. Questo è molto più grave, perché potrebbe incrinare i rapporti con Ankara. Probabilmente è stata proprio questa notizia ad innervosire a tal punto Frattini. È comunque interessante che &#8220;Wikileaks&#8221; tiri in ballo, per il nostro paese, proprio i rapporti con Russia e Turchia, ossia i due paesi che il direttore Graziani, <a href="../../5648/la-geopolitica-nellitalia-repubblicana">nel suo ultimo editoriale</a>, indicava come i necessari punti di riferimento della politica estera dell&#8217;Italia. Ciò fa supporre che l&#8217;analisi della diplomazia statunitense confermi quella di &#8220;Eurasia&#8221;, pur da una prospettiva opposta.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">E chiudiamo proprio con la Russia. A parte le scontate e per nulla originali né imbarazzanti valutazioni sul rapporto Putin-Medvedev, della Russia si afferma che sarebbe uno Stato legato a filo doppio con la mafia nazionale. Questo sì è un giudizio pesante. Ed arriva proprio a proposito d&#8217;un paese con cui Obama sta cercando di distendere i rapporti dopo le tensioni dell&#8217;era Bush. A breve i parlamentari di Washington dovranno decidere se ratificare o meno il nuovo trattato START con la Russia, ed il fatto che i loro diplomatici considerino mafioso l&#8217;interlocutore non depone a favore dell&#8217;approvazione.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Daniele Scalea, redattore di &#8220;Eurasia&#8221;, è autore de </strong></em><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/"><strong>La sfida totale</strong></a><strong><em> (Fuoco, Roma 2010)</em></strong></span></span></p>
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		<title>Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 08:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Romano]]></category>
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		<description><![CDATA[L'ambasciatore Sergio Romano ha concesso un'intervista esclusiva a "Eurasia", in cui ha commentato la politica estera dell'attuale Governo italiano: tra i temi trattati, i rapporti con Russia, Libia, Iran e Israele, il ruolo dell'ENI e l'opzione nucleare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/sergio-romano-commenta-la-politica-estera-italiana-per-eurasia/6566/" title="Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/90991.1p7lk6qt6t28ookcsgckcc8g0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo storico, diplomatico ed editorialista del &#8220;Corriere della Sera&#8221; <strong>Sergio Romano</strong> è stato intervistato per <a href="../../5638/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza">l&#8217;ultimo numero di &#8220;Eurasia&#8221;</a> dal direttore Tiberio Graziani e da Daniele Scalea. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Con Romano, che fa parte del Consiglio scientifico di &#8220;Eurasia&#8221;, si è discusso delle scelte compiute in politica estera dall&#8217;attuale <strong>Governo Berlusconi</strong>, ed in particolare dei rapporti da esso instaurati con Libia, Russia, Israele e Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l&#8217;ex Ambasciatore, le scelte del presidente Berlusconi andrebbero inquadrate nella sua <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«</span><strong>politica degli affari</strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;">» (Russia e Libia) oppure lette in chiave di ripercussioni sulla politica interna (Israele e Iràn). In particolare, il rapporto d&#8217;amicizia con </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Israele</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> è motivato, secondo Romano, dal desiderio di conquistarsi il favore delle comunità ebraiche in Italia. Egli intravede comunque, sullo sfondo, un prosieguo della tradizionale politica mediterranea dell&#8217;Italia, e la riprova si troverebbe nell&#8217;accordo con la </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Libia</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, giudicato «un successo». Romano non ha mancato d&#8217;esprimere le sue perplessità circa la gestione del </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>dossier iraniano</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">: «La politica italiana nei confronti dell&#8217;Iràn è fotocopiata su quella delle altre potenze del Gruppo dei Sei; l&#8217;Italia sta dicendo cose che ritiene politicamente corrette, ma forse non pensa».</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La discussione si è quindi spostata sul piano energetico. Romano ha elogiato l&#8217;atteggiamento del presidente dell&#8217;ENI </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Scaroni</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> ed espresso appoggio all&#8217;ipotesi dell&#8217;apertura di </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>centrali nucleari</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nel nostro paese. Ma ha anche lamentato l&#8217;assenza d&#8217;una politica energetica comune tra i paesi dell&#8217;</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Unione Europea</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../5638/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>L&#8217;INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO ROMANO PUÒ ESSERE LETTA NELL&#8217;ULTIMO NUMERO DELLA RIVISTA &#8220;EURASIA&#8221; (clicca) </em></span></span></a></span></span></p>
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		<title>I rapporti Italia-Iran-Israele, tra affinità elettive e relazioni pericolose</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 12:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[La recente visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello Stato di Israele è stata caratterizzata da diversi sensazionalismi. Sembrerebbe che la diplomazia italiana stia adattando bene il principio geopolitico per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-italia-iran-israele-tra-affinita-elettive-e-relazioni-pericolose/3024/" title="I rapporti Italia-Iran-Israele, tra affinità elettive e relazioni pericolose"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3024&amp;w=80" width="80" height="59" alt="I rapporti Italia-Iran-Israele, tra affinità elettive e relazioni pericolose" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La recente visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello Stato di Israele è stata caratterizzata da diversi sensazionalismi. Il sogno espresso dal Cavaliere durante il primo giorno di visita, dinnanzi al <em>Premier</em> Netanyahu, è stato quello di poter vedere un giorno Tel Aviv nel novero dei paesi dell’Unione Europea. Le relazioni tra Israele e Italia sono sempre state floride e ricche di collaborazione. La missione italiana ha avuto modo di ribadire questa affinità nelle intenzioni e nelle visioni su diverse problematiche, derivante nelle parole del Primo ministro Berlusconi anche dalla comune matrice culturale giudaico-cristiana. Dal punto di vista operativo sono stati siglati ben otto accordi, durante il <em>summit</em>, ed è stato deciso di ripetere a scadenza annuale le visite bilaterali tra i due paesi, indice della volontà di rafforzare la cooperazione. I settori coperti dai nuovi accordi spaziano dalla previdenza sociale alla cooperazione economica ed alla partecipazione di Israele alla Expo di Milano del 2015.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tra un trattato e l’altro c’è stato tempo per discutere di politica e di problemi scottanti come la questione israelo-palestinese o il programma nucleare iraniano. Il Presidente del Consiglio ha espresso la sua sincera costernazione per i continui attacchi verbali lanciati da Tehran, inserendo il Presidente Ahmadi Nejad tra i cattivi della storia e confermando l’allineamento della posizione italiana tra quanti si oppongono al programma di nuclearizzazione iraniano, avvertito come minaccia di tutta la regione. La delegazione italiana ha detto che la comunità internazionale deve reagire prontamente alle “ambizioni pericolose del regime iraniano” tramite una supervisione multilaterale sul programma di arricchimento dell’uranio a scopo militare. Infine Berlusconi in prima persona si è esposto anche sulle conseguenze della guerra di Gaza dell’inverno scorso, dichiarando ingiusto il rapporto Goldstone che ha tentato di incriminare Israele per il bombardamento sulla Striscia, ritenuto questo “giustificato”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dal canto loro, le autorità israeliane hanno accolto con altrettanto calore la visita italiana e hanno espresso gratitudine sulle speranze e aspettative italiane. Il Presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, Reuven Rivlin, ha acutamente osservato che, stante l’importanza di una dichiarazione d’auspicio, come quella di vedere un giorno una delegazione israeliana permanente a Bruxelles, l’Italia può svolgere un ruolo di immediata importanza, dal momento che da una prospettiva geo-politica, si ritrova di fronte alla sponda sud del Mediterraneo ed entro il <em>range</em> di eventuali missili nucleari. Per il momento Roma deve a tutti i costi fare da tramite con i paesi dell’Unione Europea, svelando il pericolo imminente costituito dal regime della <em>“Velayat-e Faqih” </em>e chiedendo che si passi dalle parole ai fatti. La dirigente del partito d’opposizione <em>Khadima</em>, Tzipi Livni, ha nettamente distinto coloro che nel momento del bisogno non rispondono all’aiuto e quanti, come l’Italia, al contrario hanno sempre avuto un rapporto di sincera lealtà e di proficua amicizia. Benjamin Netanyahu ha definito Berlusconi “<em>leader</em> coraggioso che è sempre stato al fianco di Israele”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dopo una tappa a Bayt Hanassi dove la delegazione italiana ha incontrato Shimon Peres, attuale Presidente d’Israele, il programma ha previsto una conferenza a Betlemme con alcuni dei membri dell’Autorità Nazionale Palestinese. Con il Presidente Abu Mazen è stato affrontato il problema della ripresa dell’economia nei Territori, preludio necessario per ogni azione di <em>State-building</em>. I negoziati quindi vanno riaperti e perseguiti con celerità, sotto la mediazione del Quartetto (USA, Russia, ONU e UE). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Secondo Nasser Laham, dell’agenzia palestinese Ma’an, la visita del Premier italiano non è stata solo una formula di cortesia, legata ai protocolli, conseguente al fatto che la delegazione si trovava in Israele. Al contrario rivela la presenza di un progetto concreto per il rilancio dei negoziati. Per il medesimo analista, addirittura il Premier potrebbe essere il regista del processo di pace ed Abu Mazen potrà presto tornare al tavolo delle trattative una volta soddisfatta da parte di Israele la richiesta di congelare gli insediamenti in Cisgiordania per almeno tre mesi. Parallelamente Hamas, come auspicato da Berlusconi, dovrà firmare al Cairo un accordo di riconciliazione, non avendo altra scelta. In questo <em>frame-work</em> Israele starà a guardare, anzi accoglierà tali eventi con compiaciuta contentezza. Perché? Per Laham, Israele potrebbe lanciare entro breve un’offensiva ai danni dell’Iran e quindi necessiterebbe della massima tranquillità ai propri confini. Insomma da più parti si ritiene che la visita italiana abbia segnato una riconfigurazione dei rapporti di Roma con il Medio Oriente, nel senso di una ancor più stretta <em>partnership</em> con lo Stato ebraico, un tentativo di rilanciare il processo di pace, con l’accondiscendenza israeliana ed addirittura la regia italiana, ed infine una sorta di resa dei conti nei confronti dell’Iran. Questi fatti recenti dimostrerebbero in buona sostanza che “c’è qualcosa nell’aria”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Al di là delle dichiarazioni summenzionate sinteticamente, al di sopra di ogni teatrale affermazione e roboante accusa, sembrerebbe che la diplomazia italiana stia adattando bene il principio geopolitico per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Varrebbe dunque la pena di soffermarsi ad ipotizzare che impatto potrebbe avere questa vicenda sugli interessi italiani in Medio Oriente. In realtà le ipotesi non sono nemmeno necessarie, considerando le conclusioni desumibili dalla cronaca più recente. Due fattori, soprattutto, bisogna considerare: a) la reazione economica che le imprese italiane in Iran, soprattutto l’ENI, hanno avuto a seguito della visita in Israele della missione italiana e ovviamente b) la reazione delle stesse istituzioni iraniane.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I rapporti tra l’Italia e l’Iran sono già da tempo caratterizzati da una <em>partnership</em> strategica. Fin dalla tarda età dei sovrani Qajari (1794-1925) e soprattutto durante i successivi Shah Safavidi (1925-1979), la presenza italiana sul territorio persiano era finalizzata a scopi puramente economici o al massimo di addestramento militare. L’Italia, non costituendo di certo una potenza coloniale del calibro di Francia e Inghilterra, ha perseguito spesso quella che nel campo della Teoria dei Giochi, applicata alle Relazioni Internazionali, è definita una strategia <em>win-win</em> ossia di mutuo vantaggio. In quest’ottica nel 1957 fu raggiunto il culmine della collaborazione, con la firma di un accordo tra l’ENI e le autorità persiane (NIOC) in materia di petrolio. Grazie alla lungimiranza di Enrico Mattei, lo Shah Reza Pahlavi acconsentì a stravolgere le consuete norme riguardanti le <em>royalties</em> del petrolio che, basandosi sulla regola del <em>fifty-fifty</em> assicuravano l’equa spartizione dei proventi tra il paese produttore e le compagnie straniere. La nuova formula mirava alla costituzione di una società in cui il 50% delle <em>royalties </em>erano assicurate allo Stato persiano ed il restante 50% veniva equamente diviso tra la compagnia monopolista locale, la NIOC e l’ENI. Dato che le industrie persiane erano tutte statalizzate, nei fatti il governo di Tehran godeva del 75% dei proventi della produzione, in cambio però di una partecipazione diretta nelle attività di ricerca ed estrazione del greggio. La nuova società venne chiamata SIRIP, Società Irano-Italiana di Petroli. In questo modo l’ENI non soltanto alleggeriva i propri carichi nella filiera della produzione petrolifera, ma era riuscita anche ad assicurarsi la <em>primacy </em>nei rapporti con il secondo produttore al mondo di greggio, fatto che destò non pochi fastidi nelle restanti “Sette Sorelle”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Al di là dell’importanza economica, la strategia di Mattei rivela almeno due fattori: a) la rapida diffusione in Medio Oriente di questa nuova prassi negoziale dimostrò che i governi produttori preferivano di gran lunga la contrattazione “alla pari” b) la <em>partnership </em>tra Roma e Tehran, già allora profonda, ancor di più riuscì a rafforzarsi, mettendo il governo dello Shah nella condizione di poter avere voce in capitolo (e quindi anche responsabilità economica) nella linea di produzione e nella politica energetica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Oggi l’ENI è impegnata in Iran nella seconda fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin. L’operazione vorrebbe portare la produzione dai 50 milioni di bpd <em>(barrels per day)</em> attuali a ben 160 milioni, per un valore complessivo di un miliardo di dollari. Inoltre, nel campo del gas naturale, continua a sviluppare anche il giacimento <em>off-shore</em> di Pars Sud, iniziato nel 2004. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tornando alla storia, il rapporto di commercio tra i due paesi continuò a fiorire anche dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, sebbene con discontinuità a causa delle turbolenze interne al paese e a causa della sfiducia nutrita dalla Comunità Internazionale nei confronti del nuovo Iran e della sua dirigenza, costituita dalla “Guida Suprema”. Nel 1999 a Roma fu aperta la Camera di Commercio Italo-Iraniana e due anni più tardi la Bank-e Markazi e la Arab Italian Bank siglarono un accordo per aumentare il volume degli scambi tra i due paesi. In conseguenza di ciò gli affari fecero registrare una rapida crescita del 9% tra il 2001 ed il 2003 e tutt’ora il <em>Made in Italy </em>trova nel mercato iraniano uno dei suoi più floridi sbocchi. L’Italia è al terzo posto fra le sorgenti di importazione iraniane, coprendo il 6% del fabbisogno nazionale totale. Parimenti importa il 17,1% delle esportazioni iraniane, soprattutto nel campo energetico. I primi due soci economici sono la Germania che esporta beni per l’11,2% e la Cina che, giunta di recente (come dovunque in Medio Oriente), soddisfa il 6,4% della domanda iraniana. Ma fra il 2001 e il 2007 l’Italia è stata il primo socio commerciale di Tehran, con uno scambio pari al valore di 6 miliardi di euro. Nel 2008 infine si è verificato un aumento delle esportazioni italiane (dell’1,2%) mentre sono diminuite le importazioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Oltre l’ENI, diverse altre imprese italiane conducono affari in Iran, a cominciare da Montedison ed Ansaldo. Quest’ultima è attiva da diversi anni anche se la realizzazione del suo ultimo progetto, la partecipazione alla costruzione di quattro centrali elettriche del valore di circa 350 milioni di euro, risale al 2004. Inoltre la stessa compagnia ha anche prodotto delle turbine, come quelle impiantate a Karaj, per 870 milioni di euro. L’accordo di fornitura e trasferimento di tecnologia risale al 1999 e contemplava la costruzione di 32 turbine a gas, l’ultima delle quali è stata consegnata nel 2005. Altre aziende impegnate in Iran sono la Iveco del gruppo FIAT, fornitore ufficiale dei camion dell’esercito iraniano e dei Guardiani della Rivoluzione e la Fb Design di Lecco che produce invece i motoscafi Levriero. Infine la compagnia Carlo Giavazzi Space Spa, con sede legale a Milano progetterebbe e venderebbe satelliti <em>Mesbah </em>per la comunicazione. Tali accordi però comprendono anche il consueto trasferimento di importanti tecnologie e conoscenze.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Da parte iraniana, le ragioni di una tale disponibilità e propensione all’acquisto in un paese con un così alto indice di povertà (88° posto su 182 secondo i dati del 2007 dell’<em>Human Poverty Index</em> della Nazioni Unite) dipendono da almeno due fattori strutturali: la situazione demografica ed il settore agricolo in espansione. Quanto al primo dato, bisogna considerare che il 61% della popolazione è compresa tra i 14 e 61 anni, cioè l’età lavorativa di coloro che possono permettersi un consumo minimo. Un altro 33% è costituita da coloro che hanno meno di 14 anni e solo il 6% è composto dagli ultra 65enni, meno propensi al consumo. Quanto al settore agricolo ed in parte anche quello dell’industria petrolchimica, l’impossibilità di soddisfare il fabbisogno di prodotti, componenti e macchinari, induce ovviamente gli imprenditori iraniani ad acquistare dall’estero i beni necessari per la produzione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Come si evince da questi dati, l’Italia e l’Iran hanno costruito rapporti profondi, sedimentati ed articolati, decisamente da un tempo ancora più remoto che nei confronti di Israele, non foss’altro che per la sua recente creazione. Avendo apostrofato il regime di Tehran come la causa di un problema di sicurezza per Israele ed avendo dichiarato la necessità di sorreggere l’opposizione, l’Italia ha rischiato di compromettere i suoi interessi economico-politici nella Repubblica Islamica e potrebbe aver esposto ad un qualche rischio, se non il territorio nazionale, almeno le missioni diplomatiche presenti a Tehran e nei paesi suoi alleati. Perché allora la diplomazia italiana ha deciso di intraprendere questa politica, rassomigliante a quei “giri di valzer” dal sapore primo-novecentesco? </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sicuramente Roma deve uniformarsi al pilastro PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nel cui quadro si inserisce il suo comportamento internazionale. L’UE, sulla base dei valori condivisi dai suoi membri, ha sempre dichiarato di avere un enorme potenziale nelle relazioni con l’Iran, attualmente ostacolate in modo compromettente dalla questione dei diritti umani e ovviamente dall’implementazione del programma nucleare. Il 9 febbraio scorso Catherine Ashton, Alto Rappresentate per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’UE, ha firmato un proclama per bocciare l’annuncio, già concretizzato e verificato dall’AIEA, di avviare l’arricchimento dell’uranio al 20% comunicato dalle istituzioni iraniane. La quota 20% non è di per sé pericolosa né indicativa di alcunché. Per poter essere impiegato nella costruzione di ordigni nucleari, l’uranio deve essere arricchito almeno ad una percentuale pari al 90% o più. Di conseguenza l’Iran è ancora lontano e probabilmente sta utilizzando questo processo d&#8217;arricchimento come una sorta di conto alla rovescia a scopi di “compellenza”. È pur vero però che i fisici ritengono sia ben minore il tempo necessario a portare l’uranio dal livello di 20% ad un arricchimento del 90%, rispetto a quello impiegato per portarlo dalla quota di 3,5% a quella attuale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Parallelamente il Ministro degli Esteri Frattini ha manifestato la necessità di applicare sanzioni economiche alle imprese iraniane in Europa, come parte di una strategia europea comune. Il Presidente Obama ha già applicato, tramite il Tesoro, dei provvedimenti sfavorevoli ai danni di quattro compagnie iraniane e di un individuo. Sono stati colpiti con buona probabilità gli interessi dei Pasdaran, ossia di quel corpo paramilitare fedele alle gerarchie religiose, radicato nel tessuto economico delle Repubblica Islamica. Anche la Russia si è unita all’appello alle sanzioni, da attuarsi a mezzo di risoluzione ONU, fatto curioso dato che il governo di Mosca non si era mai, fino ad ora, esposto in questo modo. Da sempre contraria è invece la posizione della Cina che ha invitato le parti a raggiungere un accordo. Se i russi possono decidere con facilità di votare per le sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza, dato che possono surrogare il petrolio con il gas e anzi possono moltiplicare le vendite di Gazprom, al contrario i cinesi vedono in Tehran il loro secondo fornitore di petrolio (il primo è l’Arabia Saudita) acquistando circa il 15% (544,000 bdp) della produzione iraniana totale. Per convincere Pechino, già si prospetta una visita del Segretario di Stato Hilary Clinton in Qatar ed Arabia Saudita, al fine di intercedere nelle negoziazioni per forniture verso la Cina, durante il periodo di eventuali sanzioni che azzerando l’acquisto di energia mirerebbero ad affamare l’Iran ma priverebbero la Comunità Internazionale di una grande fonte di approvvigionamento. Non è del tutto chiaro cosa potrà decidere il governo cinese, considerando le recenti ostilità contro gli USA che recentemente hanno venduto armamenti al governo di Taiwan, in piena violazione della <em>One China Policy</em>, ed hanno richiesto di incontrare il Dalai Lama. Inoltre auto-privarsi del petrolio persiano è possibile esclusivamente se i Sauditi affermano di essere in grado di aumentare la produzione, cosa che però rischia di fare decollare ulteriormente il prezzo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quanto allo scontro verbale in corso tra Italia e Iran, tali eventi sono accaduti a seguito delle manifestazioni di protesta da parte del <em>Nīrūy-e Muqāwamat-e Basīğ</em>, ovvero il Movimento di Resistenza di Mobilitazione, che hanno preso di mira proprio l’ambasciata italiana, il 9 febbraio. Le dimostrazioni di protesta, collegate alla visita del governo italiano in Israele, non sono sfociate in scontri a fuoco, né sono degenerate in violenze. I dimostranti hanno però lanciato pietre e intonato <em>slogan </em>morte contro l’Italia ed il Presidente del Consiglio. In conseguenza di ciò, si è verificata una sorta di <em>escalation</em> mediatica con il Ministero degli Affari Esteri italiano che ha bollato questi eventi come una manifestazione ostile, ed ha richiesto con insistenza garanzie di incolumità per il personale della propria missione diplomatica, ed i vertici iraniani che hanno ritenuto le parole di Frattini una “offesa alla nazione”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Se le relazioni politiche si stanno velocemente deteriorando, quelle economiche non sono da meno. Già durante la visita di Berlusconi in Israele, fonti attendibili avevano riportato che l’ENI avrebbe onorato i contratti già pattuiti ma non ne avrebbe siglati di nuovi. L’ENI, dopo essersi giovata del silenzio stampa in un primo tempo, ha poi confermato quanto era stato annunciato in precedenza. Il ritiro della multinazionale del petrolio, a partecipazione statale, è indice (e a suo modo coerente) del ricercato ritiro politico e diplomatico. Ovviamente la compagnia ha risentito del contraccolpo, perdendo in borsa lo 0,24% del valore dei titoli. Questa strategia, ha dichiarato Frattini, è stata richiesta dagli alleati israeliani che hanno auspicato come primo passo la diminuzione del volume degli scambi. Da qui le critiche persiane di servilismo italiano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non tutte le imprese con il tricolore hanno comunque aderito a questa iniziativa, oltretutto avvallata dagli USA e suggerita come esempio dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini: Edison ha firmato contratti di esplorazione di idrocarburi per il blocco marino del <em>Šahristān </em>(provincia) di Dayyir nel Golfo Persico. Quanto ad Ansaldo, Finmeccanica e Fiat hanno dichiarato di voler continuare con gli investimenti, rassicurando però sulla loro natura e su quelle delle esportazioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’Iran al momento si trova stretto in una morsa. Quasi senza sosta, dalla scorsa estate all’interno della Repubblica Islamica si verificano scontri e manifestazioni anti-governative guidate dai partiti di opposizione. Il governo di Ahmadi Nejad presumibilmente sta vacillando e raccoglie ogni occasione valida per attaccare l’Occidente. È anche vero però che questa occasione è stata fornita facilmente dagli attacchi gratuiti della delegazione italiana, che certo non potevano sortire altro effetto. Tehran polarizza verso l’esterno le sue difficoltà interne e, cogliendo il pretesto dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, sta tentando di rafforzare il collante nazionalistico. Alle difficoltà provenienti dalla società civile (una delle più attive nel novero dei paesi arabi e/o islamici) si aggiunge ovviamente l’isolamento internazionale, cui l’Iran era già destinato ma che adesso sembra subire un nuovo giro di inasprimento. Durante una comunicazione telefonica con il suo amico Bashar al-Asad, Presidente siriano, Ahmadi Nejad ha riaffermato l’intenzione di distruggere lo Stato sionista una volta per tutte, se questo dovesse sferrare un primo attacco. Se questa affermazione dimostra che in Iran non c’è volontà di attaccare per primi, c’è già chi sostiene che se le sanzioni dovessero fallire nel tentativo di arrestare l’arricchimento dell’uranio, il “partito internazionale del bombardamento” potrà avere una risonanza maggiore. In quel caso l’Iran si troverebbe a doversi difendere, senza aver ancora raggiunto la disponibilità nucleare. Presumibilmente l’attacco sarebbe condotto contro i siti di arricchimento che, bisogna dire, sono parecchi (almeno 12 quelli conosciuti) e tutti ben protetti da sistemi difensivi terra-aria. La difficoltà israeliana consiste nel fatto che quei 1598 kilometri circa separanti Tel Aviv da Tehran sono costituiti in buona parte da territorio ostile. Aerei con la stella di David difficilmente potrebbero passare attraverso il cielo siriano o quello saudita senza rischiare colpi di mortaio o di RPG. L’unica strada sicura sarebbe quella che punta al Nord, attraverso la Turchia anche se recentemente i vertici israeliani hanno espresso il rammarico derivante dal fatto che Erdogan non sia certo come Berlusconi. L’alternativa dunque potrebbe essere, nel caso di un attacco (per ora comunque improbabile) l’impiego di missili balistici (col rischio di imprecisione) ovvero l’uso della Marina a largo delle coste omanite, per i soli siti nucleari del sud dell’Iran, come il ben noto Bushihr.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’Italia dal canto suo ha sicuramente incrinato le relazioni con l’Iran, ufficialmente in forza di un sentimento di lealtà nei confronti di Israele. Questo Stato geograficamente più vicino e culturalmente più affine non può certamente offrire quanto Tehran stava già facendo. In buona sostanza Roma ha scelto di sacrificare i propri interessi, nel campo energetico soprattutto, pur di unirsi al gruppo di quanti a tutti i costi vogliono fermare la nuclearizzazione iraniana e la proliferazione in Medio Oriente. La copertura assicurativa SACE per gli operatori italiani in Iran è già stata disdetta. Ciò significa che oltre all’ENI, tutte le imprese italiane troveranno maggiori difficoltà che faranno alzare i costi, a tutto vantaggio della spregiudicatezza cinese. Fette di mercato perdute, bilancia commerciale sicuramente in ribasso ed esposizione a critiche e proteste (nella migliore delle ipotesi) dei funzionari e dei militari italiani all’estero, questo è quanto fin’ora la strategia della Farnesina ha potuto raccogliere. Il 28 gennaio scorso, a margine di una conferenza sull’Afghanistan tenutasi a Londra, si è svolto anche un convegno su iniziativa americana. In quell’occasione è stato riconosciuto il contributo italiano sulla questione del nucleare. L’Italia in buona sostanza può e deve essere consultata in tali argomenti, dal momento che ha rapporti privilegiati con paesi come Libano o Turchia, coinvolti seppur marginalmente in questa partita. Già allora, quindi ben prima della visita dei rappresentati del governo in Israele, il Ministro Frattini aveva affermato estrema lealtà nei confronti degli alleati. La Presidenza francese di turno al Consiglio di Sicurezza potrebbe decidere di adottare delle sanzioni a mezzo di risoluzione. Se Pechino dovesse convincersi e nessuno dei membri permanenti dovesse porre il veto, le sanzioni potrebbero essere adottate davanti ad un nuovo rifiuto persiano delle proposte, ancora valide, avanzate in precedenza per scongiurare un ulteriore arricchimento dell’uranio. In quel caso, l’Italia desidera che i guadagni di una tale decisione siano condivisi, onde evitare che provvedimenti negativi per Tehran possano diventare “un’arma spuntata”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>* Pietro Longo si occupa di paesi arabofoni e paesi islamici per il sito di “Eurasia”</strong> </span></span></p>
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