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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Russia</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 May 2012 08:45:02 +0000</lastBuildDate>
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		<title>BRICS: stato e prospettive</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 18:54:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il gruppo dei paesi BRICS, nato come conseguenza dei profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale, è uscito ormai dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta un’influente struttura internazionale. Esso sta rapidamente acquisendo potere sia come promotore delle riforme dei meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, sia come importante forum macroeconomico. La maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-stato-e-prospettive/15863/" title="BRICS: stato e prospettive"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/suez_canal02.8ccwf34eufc4ggcggs8k8ggkg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="BRICS: stato e prospettive" ></div></a><p><font size="2"><em>Il gruppo dei paesi BRICS,</em> <em>nato come conseguenza dei profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale, è uscito ormai dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta un’influente struttura internazionale. Esso sta rapidamente acquisendo potere sia come promotore delle riforme dei meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, sia come importante forum macroeconomico. La maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale.</em><em></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il gruppo dei paesi BRICS, del cui impatto sui processi mondiali e delle cui prospettive oggi si discute tanto, è nato quale conseguenza di profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale.</p>
<p>I processi di globalizzazione che hanno investito tutto il mondo alla fine del secolo scorso non solo hanno esercitato una enorme influenza sull’economia mondiale, ma hanno prodotto cambiamenti radicali nel clima politico del pianeta, nelle relazioni internazionali, nella sfera politica, militare, dell’informazione, umanitaria, nella cultura mondiale. Si è fatta sentire sempre più la voce dei paesi in via di sviluppo e dei paesi ad economia in fase di transizione ai modelli di mercato. D’altra parte, anche se in seguito alla globalizzazione il tenore di vita in molti paesi è aumentato alquanto, il divario tra i paesi “poveri” e quelli “ricchi” ha continuato a crescere. Come è stato più volte notato, tale divario e la combinazione della povertà e del libero accesso ai flussi d’informazione possono dar luogo ad una miscela esplosiva. Non è, forse, ciò che succede oggi nei paesi arabi del Vicino Oriente e del Nordafrica? I paesi del “miliardo d’oro” sentono sempre più la pressione dei paesi in via di sviluppo e di quelli poveri. Tale pressione diventa sempre più tangibile, e viene accentuata da tutta una serie di fattori.</p>
<p>Primo, la limitatezza delle risorse naturali e il loro impoverimento, in particolare di quelle energetiche non rinnovabili, nonché dell’acqua potabile, dei viveri (proteine vegetali e animali), da un lato, e il pompaggio da parte dei paesi industrializzati di risorse di ogni genere appartenenti ad altri paesi, mentre il contributo dei paesi industrialmente sviluppati al PIL mondiale si sta gradualmente riducendo. Si tratta non solo delle risorse naturali, ma anche di quelle intellettuali e di lavoro. Si capisce che nei paesi in via di sviluppo cresce il timore di rimanere, in fin dei conti, “con un pugno di mosche”, alla periferia del processo tecnologico mondiale.</p>
<p>Secondo, la non corrispondenza del sistema internazionale giuridico e di quello economico-finanziario globale a nuove condizioni di esistenza e di sviluppo della civiltà, ad un nuovo clima delle relazioni internazionali.</p>
<p>Il terzo fattore è l’ideologia di egemonismo statale cui si ispirano gli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, sentendosi l’unica superpotenza al mondo. In realtà hanno scelto la strada diretta all’ottenimento dell’egemonia a livello mondiale anche se in confezione moderna, camuffata con discorsi sui principi democratici e i valori umanitari.</p>
<p>Ben presto è divenuto evidente per tanti che la strategia di unilateralismo seguita dagli Usa nella politica mondiale, rafforzata dalla potenza economica e dalla gigantesca forza militare, può far imboccare al mondo una strada che non porta da nessuna parte, può trasformarlo in una “fattoria” come quella descritta nel libro di George Orwell, <em>Animal Farm: A Fairy Story</em>,<em> </em>in cui vige il principale comandamento: <em>”Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”</em>. Si trattava, né più né meno, di un’altra rivoluzione a livello mondiale. <em>“I nostri sforzi si devono estendere oltre ai nostri confini,</em> &#8211; diceva il presidente americano Clinton in uno dei suoi messaggi annuali al congresso, &#8211; <em>per guidare la rivoluzione che spazzi via barriere e formi nuovi legami tra gli stati e tra le persone, tra i sistemi economici e tra le culture”.</em> La stessa idea della “rivoluzione democratica globale” cercava di realizzarla anche il presidente George W. Bush Junior. Dove ha portato una tale politica lo hanno mostrato l’Irak, l’Afganistan e le rivolte del 2011 nei paesi dell’Oriente arabo.</p>
<p>È estremamente pericoloso anche l’orientamento unilaterale dell’economia mondiale al dollaro americano, qualsiasi oscillazione del quale, dovuta a operazioni speculative, a calamità naturali, a catastrofi tecnologiche, all’acuirsi della situazione internazionale, in particolare nelle aree del mondo produttrici di energia, all’interruzione di comunicazioni transcontinentali o perfino ai disguidi nella rete telematica mondiale, può provocare crolli di portata globale.</p>
<p>Non c’è da meravigliarsi che in varie parti del mondo stiano crescendo forze politiche, movimenti, partiti, unioni interstatali che cercano di cambiare l’ordine esistente, di renderlo più adeguato alle condizioni odierne e alle prospettive immediate e, in fin dei conti, di difendere con più efficacia gli interessi nazionali.</p>
<p>Va notato anche che i processi di globalizzazione economica hanno portato alla situazione in cui la crescita industriale dei paesi sviluppati che dominano finora sul nostro pianeta sta rallentando. Tali processi diventano irreversibili. Lo sviluppo dei paesi ad economia in crescita accelerata è impedito dai meccanismi obsoleti di regolamentazione globale e da una certa cristallizzazione delle istituzioni internazionali che furono create in condizioni del tutto diverse e con finalità, bisogna pur confessarlo, dirette prevalentemente alla tutela degli interessi dei paesi sviluppati. Ma oggi il paesaggio economico-finanziario è sostanzialmente cambiato, in particolare grazie alla crescita dei grandi stati ad economia in fase di transizione verso i modelli di mercato. In tali condizioni lo schema di regolamentazione globale ha cominciato a manifestare non solo semplici inconvenienti, ma dimostra sempre più spesso l’incapacità di funzionare debitamente.</p>
<p>Di solito l’origine del gruppo interstatale noto oggi come BRICS viene riferita all’analista Jim O’Neill, che nel novembre 2011 battezzò quattro paesi emergenti che si sviluppano a ritmi accelerati – Brasile, Russia, India e Cina &#8211; con l’acronimo BRIC. Ma ciò significa che “in principio c’era la parola”? Niente affatto. La vita stessa, la logica dello sviluppo mondiale hanno fatto nascere processi di attrazione dei paesi che, da una parte, hanno cominciato a dimostrare ritmi accelerati di crescita economica: nel periodo tra il 2000 e il 2008 i quattro paesi in questione hanno contribuito per il 50% alla crescita economica mondiale; verso il 2014, secondo certe stime, questo indice dovrebbe aumentare di un altro 10%. D’altra parte, l’avvicinamento dei paesi BRICS &#8211; paesi chiave dell’Asia e di tutto il continente euroasiatico, dell’America Latina, dell’Africa – testimonia del fatto che l’area euroatlantica (Europa occidentale più America del Nord) sta perdendo gradualmente il suo status informale di “quartier generale geopolitico” del mondo contemporaneo. Anche nel rapporto del NIC (<em>National Intelligence Council</em>) degli USA “Mondo dopo crisi. Tendenze globali -2025: mondo in evoluzione” si nota il perdurare “del trasferimento senza precedenti delle relative ricchezze e dell’influenza economica dall’Occidente all’Oriente”.</p>
<p>Nel periodo 2006-2010, nell’ambito del BRIC/BRICS si sono tenuti sei incontri a livello dei ministri degli esteri (oltre al gruppo dei viceministri costituitosi col secondo incontro dei capi della diplomazia dei “quattro”, nel settembre del 2007 a New York). Diventano regolari gli incontri dei ministri delle finanze e di quelli dell’agricoltura.  All’incontro dei ministri degli esteri a Ekaterinburg nel maggio del 2008 sono state tracciate le direttrici della collaborazione dei paesi BRIC: diritto internazionale, ricostruzione del sistema economico-finanziario mondiale, sicurezza globale nel campo di armamenti, clima, energia, generi alimentari, antiterrorismo [1].</p>
<p>Il primo incontro di lavoro dei capi di stato dei paesi BRIC nel formato dei “quattro” si è tenuto nel luglio 2007 in Giappone. Due anni dopo, nel giugno 2009, a Ekaterinburg si è tenuto il primo vertice ufficiale del BRIC. Il secondo vertice si è svolto nell’aprile 2010 in Brasile, dove è stato firmato il memorandum di cooperazione tra gli istituti  pubblici finanziari nel campo di sviluppo e di sostegno alle esportazioni degli stati membri del BRIC. Ambedue i vertici erano dedicati principalmente all’esame dei problemi relativi alla crisi economico-finanziaria, alle norme e principi vigenti nella gestione dell’economia e del sistema finanziario mondiale. Come è noto, i paesi dei “quattro” hanno vissuto la crisi degli anni 2008-2009 senza particolari sconvolgimenti e con più successo rispetto ai paesi avanzati, mantenendo abbastanza alti i ritmi di sviluppo economico, che sono impressionanti sullo sfondo della stagnazione dei centri tradizionali dell’economia mondiale. I paesi del BRIC hanno cominciato a svolgere un ruolo sempre più marcato nella lotta alle consequenze della crisi finanziaria nell’ambito del G20, nella politica finanziaria e monetaria globale. Tutto sommato, la crisi ha dato un nuovo impulso allo sviluppo dei rapporti tra i paesi del BRIC e senza dubbio ha aumentato la forza d’attrazione del gruppo verso altri paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Già al terzo vertice, in Cina nell’aprile 2011, al gruppo ha aderito la Repubblica del Sud Africa. È interessante che il rapporto del NIC (<em>National Intelligence Council</em>) degli USA “Mondo dopo crisi. Tendenze globali -2025: mondo in evoluzione”, pubblicato nel 2009, presentava quale uno degli scenari globali di sviluppo del mondo multipolare una distruzione del BRIC.</p>
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<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che cosa è il BRICS oggi, quali sono le sue prospettive e  opportunità nella correzione dei meccanismi internazionali esistenti nella sfera politica ed economico-finanziaria e, più in generale, nel risanamento dell’economia mondiale malata e del sistema finanziario mondiale?</p>
<p>Oggi i paesi del BRICS rappresentano quasi la metà della popolazione del pianeta e occupano un quarto della terraferma, producono quasi un quarto del totale mondiale del gas e un quinto del totale mondiale del petrolio, possiedono un terzo delle terre arabili, quasi il 40% delle riserve valutarie e in oro, il loro PIL è pari al 23% del PIL mondiale e la loro quota nel commercio mondiale costituisce il 16%. Secondo i dati del WTO nel 2009 la quota dei paesi BRIC nelle esportazioni mondiali era pari al 14,5% (di cui il 9,6% &#8211; la Cina) e  all’8,4% nei servizi (di cui il 3,8% &#8211; la Cina). [2]</p>
<p>Si tratta di cifre impressionanti. Esse dimostrano che il potenziale del BRIC è enorme, in particolare sul piano economico. È chiaro che il rafforzamento dei rapporti di associazione tra di loro può cambiare radicalmente il sistema attuale di relazioni macroeconomiche. Bisogna tener presente che i paesi BRICS dispongono non solo delle risorse necessarie per sopravvivere indipendentemente dai paesi sviluppati, ma anche per uno sviluppo attivo. L’insieme delle loro economie garantisce l’autosufficienza nei principali settori dell’economia mondiale – nelle risorse naturali, comprese le materie prime energetiche (petrolio, gas, carbone), nel settore agricolo, nella produzione industriale e nelle alte tecnologie. Questi paesi sono avvantaggiati anche dalla presenza di risorse intellettuali e di lavoro a buon mercato.</p>
<p>Respingendo con la propria politica e col fatto stesso della loro esistenza l’idea di un mondo unipolare, i paesi del gruppo BRICS, al contempo, non desiderano diventare un nuovo centro di forza globale. Dialogo e cooperazione con altri stati ed alleanze, ma non confronto; partenariato e concorrenza d’affari, ma non pressione: ecco la linea principale che essi seguono nell’arena internazionale. Proponendo un proprio programma di riforma per il FMI e la Banca mondiale, i paesi del gruppo BRICS partono non solo dai propri interessi, ma tengono anche conto degli interessi di tutti i paesi in via di sviluppo, in fase di transizione verso le economie di mercato. C’è da sperare che proprio una tale linea coordinata sarà seguita dal gruppo BRICS all’importante vertice G20 nel novembre 2011 in Francia, il che produrrà, in ultima analisi, frutti positivi per l’economia e finanze mondiali.</p>
<p>Si esprime spesso il parere (a nostro avviso, ben fondato) che i paesi BRICS trasformeranno, in un modo o nell’altro, la loro crescente potenza economica e l’influenza sulla sfera economico-finanziaria globale nel capitale politico e faranno indebolire l’influenza dei paesi del “miliardo d’oro”. In tal caso, il mondo non deve attendersi di fare ritorno all’epoca di Kipling ed al suo “l’Ovest è l’Ovest, l’Est è l’Est, e non si sposteranno da dove stanno”? Il rafforzamento e l’allargamento di questo gruppo di paesi, la crescita della sua potenza economica e dell’influenza politica non rappresentano una minaccia di un nuovo confronto globale?</p>
<p>Riteniamo che tali preoccupazioni siano prive di ogni fondamento. Le guide dei paesi BRICS hanno più volte dichiarato che non intendono creare un’alleanza politica, tanto meno un’alleanza politico-militare, che serva da alternativa, ad esempio, alla NATO. “La nostra collaborazione, sottolinea la Dichiarazione finale del vertice 2011, non è diretta contro nessun paese terzo. Siamo aperti all’estensione dell’interazione e della cooperazione con gli stati che non fanno parte del BRICS, &#8230; nonché con rispettive organizzazioni internazionali e regionali”.</p>
<p>Allo stesso tempo, non si può ritenere che i paesi del gruppo BRICS, nella loro attività comune puntando principalmente ai problemi economici del mondo contemporaneo, abbiano scelto come uno dei principi guida quello della passività politica assoluta. È difficile che oggi si possa tracciare un limite tra una grande economia e una grande politica. Per creare un ordine mondiale più equilibrato e più equo nel campo economico e nella finanza mondiale, i paesi del gruppo BRICS devono farsi valere, elevare il livello della loro partecipazione anche ai processi decisionali della politica mondiale. A questo riguardo va notato che il peso del loro parere nell’adozione di importanti decisioni attinenti all’economia e alla politica mondiale sta costantemente crescendo, al che contribuiscono sia la crescita delle loro economie, sia il livello di cooperazione tra gli stati membri BRICS, che sta aumentando. Il peso politico del gruppo BRICS è rafforzato anche dal fatto che due dei suoi partecipanti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, mentre altri tre stati sono considerati seri candidati alla qualità di membri nello stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU in vari scenari di riforma della più importante organizzazione internazionale. È del tutto logico che negli ultimi tempi i paesi del BRICS cerchino di elaborare una presa di posizione concordata su alcuni problemi politici di attualità.</p>
<p>Così, ad esempio, al vertice 2011 essi hanno esaminato la situazione nel Vicino Oriente, nel Nordfrica e nell’Africa occidentale e, in particolare, in Libia. Hanno sottolineato l’inaccettabiltà della linea dei paesi NATO partecipanti all’operazione militare in Libia, che stanno cercando di sostituire le risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di Sicurezza sulla Libia coi loro propri obiettivi: intervento umanitario e abbattimento del regime di Gheddafi. Il conflitto in Libia deve essere risolto senza l’uso della forza, con metodi politici e diplomatici, &#8211; sottolinea la Dichiarazione approvata al termine del vertice, mentre gli stati BRICS devono consolidare il coordinamento delle loro azioni nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Dichiarazione dei paesi BRICS sulla Libia di per sé non avrà sensibilizzato tanto l’opinione pubblica mondiale, ma conta molto il fatto stesso della sua apparizione, il fatto che, come scriveva il quotidiano italiano “La Repubblica”, per la prima volta i paesi “emergenti” ad economia in sviluppo hanno parlato sull’arena internazionale con voce comune.</p>
<p>Tuttavia non bisogna pensare che gli orizzonti del BRIC siano assolutamente sereni. Sulla via di strutturazione dei ”cinque” esiste tutta una serie di ostacoli molto seri.</p>
<p>Anzitutto bisogna riconoscere che i paesi dei “cinque” non hanno una base politica consolidata, tranne l’unità delle loro posizioni sulla non accettabilità del mondo unipolare. Non favoriscono il consolidamento delle loro posizioni le loro diverse preferenze politiche, diversi approcci nella definizione del corso strategico nelle nuove condizioni, nonché le contraddizioni interne.</p>
<p>Così, gli analisti del menzionato rapporto del NIC (<em>National Intelligence Council</em>) degli USA considerano che una di tali contraddizioni sia la competizione tra la Cina e l’India nel campo delle forniture energetiche, il che potrebbe portare a contrasti tra di loro. Secondo gli analisti la probabilità di un tale conflitto aumenterebbe nella misura in cui aumenteranno le difficoltà nell’accedere alle risorse che diminuiscono, nonché in seguito al confronto su altri problemi, in particolare, ad esempio, sulle nuove barriere commerciali.</p>
<p>Esistono anche problemi nei rapporti tra la Russia e la Cina. Malgrado le trattative pluriennali, le società russe e quelle cinesi non sono riuscite a raggiungere un accordo sui prezzi di importazione del gas naturale dalla Russia in Cina. I dirigenti cinesi e russi hanno annunciato più volte imponenti transazioni petrolifere e di gas che non sono mai state concluse. Un altro problema che oscura i rapporti bilaterali sono gli investimenti reciproci limitati (alla fine del 2009 il volume complessivo degli investimenti non finanziari della Cina nell’economia russa è stato pari a due soli miliardi di dollari).</p>
<p>La politica regionale della Russia e della Cina coincide raramente. Pechino e Mosca seguono prevalentemente linee autonome  indipendenti nei confronti della situazione nella penisola coreana ed a Taiwan, nonché nei confronti del Giappone. Nell’Asia meridionale la Russia e la Cina occupano in sostanza posizioni diametralmente opposte in importantissime questioni.</p>
<p>Per ora il gruppo BRICS non ha di fatto una precisa struttura organizzativa, né ha progetti in comune in molti campi; in alcuni problemi chiave i loro interessi si intersecano. Così, ad esempio, nella sfera economica i paesi BRICS per ora stanziano pochi mezzi per iniziative multilaterali collettive, offrono l’assistenza finanziaria per lo sviluppo prevalentemente su basi unilaterali o bilaterali, non mostrano troppa voglia di assumere impegni corporativi e di rinunciare alla loro influenza individuale. Lo sviluppo del commercio dei “cinque” è ostacolato dall’assenza di una zona di libero scambio e della partecipazione comune all’OMC. Gli stati associati più importanti della maggioranza dei paesi BRICS sono, di regola, quelli che non fanno parte del gruppo stesso.</p>
<p>Bisogna anche tener presente che è difficile che i paesi BRICS agiscano per indebolire il dollaro, perché il crollo della moneta americana colpirà duramente anche gli interessi della stessa alleanza emergente. Tutti i paesi membri detengono le loro enormi attività in dollari, comprese le obbligazioni di stato americane appartenenti alla Cina per molti miliardi. Così, anche se è evidente l’aspirazione dei paesi BRICS all’indipendenza dall’Occidente sul piano economico, il collegamento sensibile delle loro economie con gli USA durerà per molto tempo.</p>
<p>La non coincidenza degli interessi dei paesi membri BRICS nella sfera economica impedisce spesso la loro collaborazione nel campo delle relazioni internazionali. Così ad esempio la Cina contrasta il rafforzamento dell’India, la quale a sua volta è il suo potenziale nemico nel campo della sicurezza, essendo contraria alla sua partecipazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU quale membro permanente di questo. L’India e la Russia sono preoccupate per le crescenti potenzialità militari della Cina, che potrebbero nel lungo periodo diventare una minaccia per la loro sicurezza nazionale ecc. .</p>
<p>Come si vede, non sono poche le contraddizioni esistenti tra i paesi BRICS. Per questo il gruppo non riuscirà a diventare un’organizzazione potente e ben articolata nella prospettiva immediata. Ma trattasi di un gruppo di grandi stati ad economie in sviluppo accelerato, che hanno un’incontestabile influenza politica e rappresentano vari continenti del mondo, sicché crescerà la loro pressione sui processi economici globali, così come sull’elaborazione di certe decisioni politiche che toccano i loro interessi. Non è da escludere che il BRICS, coll’andar del tempo, si trasformi in un gruppo internazionale simile al G20 o G8, che non prenderà direttamente decisioni “sulle sorti del pianeta”, ma influirà attivamente sulla loro approvazione. Seguendo tale cammino, il gruppo dovrà superare ancora molti ostacoli.</p>
<p>Oggi, a nostro avviso, è assolutamente chiaro che il gruppo BRICS è già uscito dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta una influente struttura internazionale. Creato nei tempi in cui si manifestò la crisi dei precedenti meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, questo gruppo interstatale sta acquisendo rapidamente potere sia come promotore delle riforme di tali meccanismi, sia come importante forum macroeconomico; la maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale. Anche se l’esistenza di questa alleanza non risolverà di per sé il problema di modernizzazione dell’attuale ordine del mondo, il BRICS può diventare coll’andar del tempo parte integrante di un nuovo meccanismo internazionale che sarà fondato su principi più equi e democratici, uno dei più importanti pilastri<em> </em>per la costruzione di un nuovo ordine del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>* Il maggiore generale Vagif Aliovsatovich Gusejnov, membro del Comitato Scientifico di “Eurasia”, è direttore dell&#8217;Istituto di Analisi e Valutazioni Strategiche di Mosca e caporedattore della rivista russa “Vestnik Analitiki”.</em></strong></p>
<div></div>
<div><br clear="all" /></p>
<div>
<p><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>[1] <a href="http://www.memoid.ru/node/Geopoliticheskie_perspektivy_Rossii_v_ramkah_BRIK">http://www.memoid.ru/node/Geopoliticheskie_perspektivy_Rossii_v_ramkah_BRIK</a></p>
<p></font></div>
<div>
<font size="1"><br />
[2] Idem</p>
<p></font></div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
</font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Ministro degli Esteri romeno: “Dobbiamo normalizzare i rapporti con la Russia: si sono raffreddati oltremodo”</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 12:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ministro-degli-esteri-romeno-dobbiamo-normalizzare-i-rapporti-con-la-russia-si-sono-raffreddati-oltremodo/15855/" title="Il Ministro degli Esteri romeno: “Dobbiamo normalizzare i rapporti con la Russia: si sono raffreddati oltremodo”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/flag_pins_russia_romania.dlap72z46lcgksoksw4s0kw4o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="Il Ministro degli Esteri romeno: “Dobbiamo normalizzare i rapporti con la Russia: si sono raffreddati oltremodo”" ></div></a>Il ministro degli Affari esteri romeno, Andrei Marga, ha dichiarato di essere propenso a una normalizzazione dei rapporti con la Russia, precisando che invece non ha mai dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin sia un politico modello. «Non ho mai detto che questi sia un modello politico. Non mi sono posto la questione perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ministro-degli-esteri-romeno-dobbiamo-normalizzare-i-rapporti-con-la-russia-si-sono-raffreddati-oltremodo/15855/" title="Il Ministro degli Esteri romeno: “Dobbiamo normalizzare i rapporti con la Russia: si sono raffreddati oltremodo”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/flag_pins_russia_romania.dlap72z46lcgksoksw4s0kw4o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="Il Ministro degli Esteri romeno: “Dobbiamo normalizzare i rapporti con la Russia: si sono raffreddati oltremodo”" ></div></a><p><font size="2">Il ministro degli Affari esteri romeno, Andrei Marga, ha dichiarato di essere propenso a una normalizzazione dei rapporti con la Russia, precisando che invece non ha mai dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin sia un politico modello.</p>
<p>«Non ho mai detto che questi sia un modello politico. Non mi sono posto la questione perché ritengo che all’oggi in politica non esistano modelli… Ho invece detto che la Romania deve costruire un altro tipo di relazione e che dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia, poiché si sono raffreddate oltremodo e oltre il necessario. Inoltre mi chiedo perché non sfruttare le possibilità offerte dal mercato di un Paese così grande», ha dichiarato Marga durante un’intervista a “The Money Channel”.</p>
<p>Il ministro ha ancora affermato che oggi i rapporti russo-romeni non sono semplici, però la classe politica dirigente dei due Paesi ha il dovere di trovare soluzione per una cooperazione. «Gli uomini politici hanno l’obbligo di trovare le soluzioni al di là di episodi che possono non piacere a una parte o all’altra. I rapporti russo-romeni non sono semplici, ma noi, in quanto persone che rivestono determinati ruoli, abbiamo il dovere di creare una cooperazione reciprocamente benefica tra Romania e Russia».</p>
<p>Il ministro ha fatto riferimento anche alle parole di uno storico e politico liberale del periodo tra le due guerre mondiali, Gheorghe Bratianu, il quale disse che, vista la sua collocazione geografica, la Romania non può trarre profitto dalla relazione con l’Europa se ignora chi si trova a Oriente.</p>
<p>Andrei Marga ha ricordato che durante il governo di Radu Vasile, quando egli era ministro dell’Educazione, si recò in visita a Mosca, nell’ambito d’un incontro tra l’allora primo ministro romeno e Putin, allora al suo primo mandato. «Putin sfogliò dei dossari e ci chiese perché la Romania non esportasse porcellane, vetro, mobili, vini. Per la Romania la Russia è un mercato enorme cui non dobbiamo rinunciare».</p>
<p>Inoltre Marga ha fatto riferimento anche al sua rapporto con Vladimir Vladimir Filipov, del quale ha parlato davanti alle commissioni parlamentari, sottolineando di esserne amico e che Filipov, a sua volta, è un amico di Putin.</p>
<p>Marga ha aggiunto che conobbe Filipov durante la visita di allora in qualità di ministro dell’Educazione, in occasione di un accordo bilaterale relativo all’equiparazione delle lauree, e ha precisato che non ha mai saputo se Filipov fosse un ufficiale del Gru (il servizio segreto di informazioni dell’esercito russo), così come la stampa della Repubblica della Moldova ha affermato. «Vladimir Filipov è stato ministro della Russia per sei anni, è docente universitario, ha preparato e prepara studenti russi e di altri Paesi per conto dell’Università, è un intellettuale… A un certo punto è stato anche il candidato russo per alte funzioni all’Onu. Non so niente di suoi legami con i servizi segreti. Si possono chiedere informazioni anche ai suoi colleghi francesi e statunitensi, che lo conoscono. Di tutto il resto non saprei…»</p>
<p>Marga ha concluso affermando che certi tipi di accuse dovrebbero essere sostenuti da prove.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>Traduzione dal romeno di Luca Bistolfi</em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.gandul.info/">www.gandul.info</a>, 16 maggio 2012</font></p>
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		<title>Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 09:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ponte-terrestre-della-cina-verso-leuropa-lalta-velocita-ferroviaria-cina-turchia/15585/" title="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bombardier_high_speed_train_photo03.6ve3fff81v4s0sgk8c4sgg48o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia" ></div></a>La prospettiva di un boom economico eurasiatico senza precedenti, che duri fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano. I primi passi che vincolano il vasto spazio economico sono stati fatti con numerosi e poco pubblicizzati collegamenti ferroviari che connettono Cina, Russia, Kazakistan e parti dell&#8217;Europa occidentale. Sta diventando chiaro a più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ponte-terrestre-della-cina-verso-leuropa-lalta-velocita-ferroviaria-cina-turchia/15585/" title="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bombardier_high_speed_train_photo03.6ve3fff81v4s0sgk8c4sgg48o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="Il ponte terrestre della Cina verso l&#8217;Europa: l&#8217;alta velocità ferroviaria Cina-Turchia" ></div></a><p><font size="2">
<div align="justify"><em>La prospettiva di un boom economico eurasiatico senza precedenti, che duri fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano. I primi passi che vincolano il vasto spazio economico sono stati fatti con numerosi e poco pubblicizzati collegamenti ferroviari che connettono Cina, Russia, Kazakistan e parti dell&#8217;Europa occidentale. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte a un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Le infrastrutture ferroviarie sono una chiave importante per la costruzione di nuovi grandi mercati economici, in tutta l&#8217;Eurasia.</em></div>
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&nbsp;<br />
Cina e Turchia sono in trattative per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Turchia. Se completato, sarebbe il più grande progetto ferroviario del paese, compreso anche il collegamento ferroviario Berlino-Baghdad precedente alla prima guerra mondiale. Il progetto è stato forse il punto all&#8217;ordine del giorno più importante, molto più della Siria durante i colloqui a Pechino tra il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e la leadership cinese, ai primi di aprile. Il collegamento ferroviario proposto passerebbe da Kars, al confine orientale con l&#8217;Armenia, e attraverso la Turchia fino ad Istanbul, dove si collegherà al tunnel ferroviario Marmaray, attualmente in costruzione, che corre sotto lo stretto del Bosforo. Poi continuerà fino a Edirne, vicino al confine con Grecia e Bulgaria dell&#8217;Unione europea. Costerà una cifra stimata a 35 miliardi di dollari. La realizzazione del collegamento turco completerebbe il progetto cinese del ponte ferroviario Trans-Eurasia che porterebbe merci dalla Cina a Spagna e Inghilterra (1). </p>
<p>La linea Kars-Edirne dovrebbe ridurre i tempi di viaggio attraverso la Turchia di due terzi, da 36 ore a 12. In base ad un accordo siglato tra la Cina e la Turchia, nell&#8217;ottobre 2010, la Cina ha acconsentito a concedere prestiti per 30 miliardi di dollari per la prevista rete ferroviaria. (2) Inoltre, una ferrovia Baku-Tbilisi-Kars (BTK) che collega la capitale dell&#8217;Azerbaijan Baku a Kars è in costruzione, aumentando notevolmente l&#8217;importanza strategica della linea Edirne-Kars. Per la Cina, ciò inserirebbe una nuova linea critica alla sua infrastruttura ferroviaria, che attraversa l&#8217;Eurasia fino ai mercati d&#8217;Europa e oltre.</p>
<p>La visita di Erdogan a Pechino è stata significativa per altri motivi. E&#8217; stato il primo viaggio ad alto livello di un Primo Ministro turco in Cina, dal 1985. Il fatto che Erdogan abbia inoltre fissato un incontro ad alto livello con il vicepresidente cinese Xi Jinping, l&#8217;uomo che potrebbe essere il prossimo presidente cinese, e che gli sia stata concessa una visita straordinaria nella ricca zona petrolifera della Cina, la provincia dello Xinjiang, mostra anche l&#8217;alta priorità che la Cina sta mettendo nelle sue relazioni con la Turchia, una forza strategica chiave emergente in Medio Oriente.<br />
Lo Xinjiang è una parte molto sensibile della Cina, in quanto ospita circa 9 milioni di uiguri che condividono un patrimonio turco con la Turchia, nonché l&#8217;adesione nominale al ramo turco sunnita dell&#8217;Islam. Nel luglio 2009 il governo degli Stati Uniti, agendo attraverso il National Endowment for Democracy, l&#8217;ONG che finanzia i cambi di regime, ha sostenuto una grande rivolta degli uiguri, in cui furono uccisi o feriti molti proprietari di negozi cinesi Han. Washington a sua volta, aveva accusato dei disordini Pechino, come parte di una strategia di crescente pressione sulla Cina. (3) Durante i disordini degli uiguri nello Xinjiang, del 2009, Erdogan accusò Pechino di &#8220;genocidio&#8221; e attaccò i cinesi sui diritti umani, un problema rischioso per la Turchia, dato i suoi problemi con i curdi. </p>
<p>Chiaramente le priorità economiche di entrambe le parti hanno, ora, cambiato i calcoli politici.</p>
<p>Contrariamente al dogma di Milton Friedman e dei suoi seguaci, i mercati non sono mai &#8220;liberi.&#8221; Sono sempre prodotti dall&#8217;uomo. L&#8217;elemento essenziale per creare nuovi mercati è la costruzione di infrastrutture e la massa enorme dei collegamenti ferroviari dell&#8217;Eurasia è essenziale per questi nuovi mercati.</p>
<p>Con la fine della Guerra Fredda nel 1990, il grande spazio terrestre sotto-sviluppato dell&#8217;Eurasia è diventato di nuovo aperto. Questo spazio contiene il 40 per cento della superficie totale nel mondo, in gran parte terra incontaminata principalmente dedita all&#8217;agricoltura, che contiene tre quarti della popolazione mondiale, un patrimonio di valore incalcolabile. Si compone di 88 paesi del mondo e dei tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute, così come di ogni minerale noto necessario per l&#8217;industrializzazione. L&#8217;America del Nord come potenziale economico, ricco com&#8217;è, impallidisce al confronto.</p>
<p>La discussione sulla linea ferroviaria Turchia-Cina è solo una parte di una vasta strategia cinese, volta a tessere una rete di collegamenti ferroviari interni in tutto il continente eurasiatico. L&#8217;obiettivo è creare letteralmente il più grande nuovo spazio economico del mondo e, a sua volta, un nuovo grande mercato non solo per la Cina, ma per tutti i paesi eurasiatici, il Medio Oriente e l&#8217;Europa occidentale. Un servizio ferroviario diretto è più veloce e meno costoso delle navi o dei camion, e molto meno rispetto agli aerei. Per i  prodotti cinesi o altri eurasiatici, i collegamenti ferroviari del ponte terrestre creano una grande attività economica di scambio su tutta la linea ferroviaria.</p>
<p>Due fattori hanno fatto realizzare questa prospettiva per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale. Prima, il crollo dell&#8217;Unione Sovietica ha aperto lo spazio terrestre dell&#8217;Eurasia in modi completamente nuovi, come ha fatto l&#8217;apertura della Cina verso la Russia e i suoi vicini eurasiatici, superando decenni di diffidenza. Questo risponde all&#8217;ampliamento ad est dell&#8217;Unione europea verso i paesi dell&#8217;ex Patto di Varsavia.</p>
<p>La domanda di un trasporto ferroviario più veloce sulle grandi distanze eurasiatiche è chiara. L&#8217;attività dei porti dei contenitori della Cina e quella delle sue destinazioni europee e del Nord America, sta raggiungendo un punto di saturazione con i volumi del traffico dei contenitori che balzano sulla doppia cifra. Singapore ha recentemente sostituito Rotterdam come più grande porto del mondo in termini di volume. Il tasso di crescita dei porto per container nella Cina, nel 2006, prima dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, era circa il 25% annuo. Nel 2007, i porti cinesi rappresentavano circa il 28 per cento di tutto il traffico nei porti per container del mondo. (4) Tuttavia c&#8217;è un altro aspetto delle strategie cinese e, in una certa misura russa, per il ponte terrestre. Spostando i flussi commerciali via terra, li rende più sicuri di fronte alle crescenti tensioni militari tra le nazioni della Shanghai Cooperation Organization, in particolare Cina e Russia, e la NATO. Il trasporto marittimo deve attraversare stretti passaggi altamente vulnerabili, o colli di bottiglia, come lo Stretto di Malacca malese.</p>
<p>La ferrovia turca Kars-Edirne sarebbe parte integrante di una intera rete di corridoi ferroviari cinesi, avviata in tutto il continente eurasiatico. Seguendo l&#8217;esempio di come le infrastrutture ferroviarie hanno trasformato lo spazio economico dell&#8217;Europa, e più tardi dell&#8217;America, nel corso del tardo 19° secolo, il governo cinese, che oggi si pone come costruttore di ferrovie più efficiente del mondo, ha tranquillamente esteso i suoi collegamenti ferroviari in Asia centrale e oltre, per diversi anni. Ha proceduto per segmenti, uno dei motivi per cui l&#8217;ampia ambizione della propria grande infrastruttura ferroviaria abbia attirato così poco attenzione, fino ad oggi, in Occidente, al di fuori del settore dei trasporti marittimi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La Cina costruisce il secondo ponte eurasiatico</strong></div>
<div align="justify"><strong><br />
&nbsp;<br />
</strong>Entro il 2011 la Cina aveva completato un secondo ponte terrestre eurasiatico, che va dal porto cinese di Lianyungang sul Mar Cinese Orientale, fino a Druzhba in Kazakistan, e in Asia centrale, Asia occidentale e in Europa con varie destinazioni europee e, infine, a Rotterdam, il porto dell&#8217;Olanda sulla costa atlantica.</p>
<p>Il secondo ponte eurasiatico è una nuova linea ferroviaria che collega il Pacifico e l&#8217;Atlantico che è stato completato dalla Cina a Druzhba, in Kazakhstan. Questo nuovo ponte terrestre dell&#8217;Eurasia si estende nell&#8217;ovest della Cina attraverso sei province &#8211; Jiangsu, Anhui, Henan, Shaanxi, Gansu e regione autonoma di Xinjiang, che rispettivamente confinano con la provincia dello Shandong, la provincia dello Shanxi, la provincia di Hubei, la provincia del Sichuan, la provincia di Qinghai, la Regione Autonoma Ningxia Hui e la Mongolia Interna. Coprendo circa 360.000 chilometri quadrati, il 37% dello spazio totale terrestre della Cina. Circa 400 milioni di persone vivono nella zona, rappresentando il 30% della popolazione totale del paese. Al di fuori della Cina, il ponte terrestre copre oltre 40 paesi e regioni, sia in Asia che in Europa, ed è particolarmente importante per i paesi dell&#8217;Europa centrale e dell&#8217;Asia occidentale che non hanno sbocchi sul mare.</p>
<p>Nel 2011 il vice premier cinese Wang Qishan aveva annunciato che i piani per costruire un nuovo collegamento ad alta velocità ferroviaria in Kazakhstan, collegando le città di Astana e Almaty, sarebbero stati pronti nel 2015. La linea Astana-Almaty, con una lunghezza totale di 1050 chilometri, impiegando l&#8217;avanzata tecnologia ferroviaria della Cina, consentirà ai treni ad alta velocità di viaggiare ad una velocità di 350 chilometri all&#8217;ora.</p>
<p>La DB Schenker Rail Automotive trasporta ricambi auto da Lipsia a Shenyang, nel nordest della Cina, per la BMW. I treni carichi di parti e componenti partono dal terminale carichi della DB Schenker, a Lipsia, per un viaggio di tre settimane, 11.000 km, verso lo stabilimento BMW di Shenyang nella provincia di Liaoning, in cui vengono utilizzati i componenti per l&#8217;assemblaggio dei veicoli BMW. A partire dalla fine del novembre 2011, i treni con destinazione Shenyang partivano da Lipsia una volta al giorno. &#8220;Con un tempo di transito di 23 giorni, i treni diretti sono due volte più veloci del trasporto marittimo, seguito dal trasporto stradale verso l&#8217;entroterra cinese&#8221;, dice il Dott. Karl-Friedrich Rausch, membro del consiglio di amministrazione della la divisione logistica e trasporto della DB Mobility Logistics. Il percorso raggiunge la Cina passando per la Polonia, la Bielorussia e la Russia. I contenitori devono essere trasferiti da gru di portata diversa per due volte, prima per lo scartamento russo, al confine tra Polonia e Bielorussia, poi di nuovo, per lo scartamento normale al confine Russia-Cina di Manzhouli. (5)</p>
<p>Nel maggio 2011, un servizio diretto di trasporto merci ferroviario quotidiano venne avviato tra il porto di Anversa, il secondo porto più grande in Europa, e Chongqing, il polo industriale nel sud-ovest della Cina. Ciò ha notevolmente velocizzato il trasporto ferroviario di merci dall&#8217;Eurasia all&#8217;Europa. Rispetto ai 36 giorni per il trasporto marittimo dai porti ad est della Cina all&#8217;ovest dell&#8217;Europa, il servizio di trasporto ferroviario delle merci Anversa-Chongqing occupa ora da 20 a 25 giorni, e l&#8217;obiettivo è quello di ridurlo da 15 a 20 giorni. I cargo verso occidente includono beni automobilistici e tecnologici, le spedizioni in direzione est per lo più sostanze chimiche. Il progetto è una priorità importante per il porto di Anversa e il governo belga, in cooperazione con la Cina e altri partner. Il servizio è gestito dal fornitore di servizi logistici intermodale svizzero Hupac, e dai partner russi Russkaja Trojka e Eurasia Good Transport su una distanza di più di 10.000 km, con partenza dal porto di Anversa, attraverso Germania e Polonia, e in seguito Ucraina, Russia e Mongolia prima di arrivare a Chongqing, in Cina. (6)</p>
<p>Il secondo ponte eurasiatico ha 10.900 chilometri di lunghezza, circa 4.100 km in Cina. All&#8217;interno della Cina la linea corre parallela ad una delle antiche rotte della Via della Seta. La linea ferroviaria continua in tutta la Cina, fino a Druzhba dove si collega con le linee ferroviarie a scartamento più ampio del Kazakistan. Il Kazakhstan è il paese interno più grande del mondo interno. Da quando le ferrovie e autostrade cinesi si sono espanse ad ovest, il commercio tra Kazakistan e Cina è in pieno boom. Da gennaio a ottobre 2008, le merci che attraversavano il porto di Khorgos tra le due nazioni, aveva raggiunto le 880.000 tonnellate, oltre 250% di crescita rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno prima. Gli scambi commerciali tra la Cina e il Kazakistan sono destinati a crescere da 3 a 5 volte entro il 2013. A partire dal 2008, solo l&#8217;1% delle merci spedite dall&#8217;Asia all&#8217;Europa sono state consegnate per vie terrestri, ovvero la possibilità di espansione è considerevole. (7)</p>
<p>Dal Kazakhstan le linee attraversano la Russia, la Bielorussia e la Polonia fino ai mercati dell&#8217;Unione europea.</p>
<p>Un&#8217;altra linea va a Tashkent, in Uzbekistan, la più grande città dell&#8217;Asia centrale, con circa due milioni di abitanti. Un&#8217;altra linea va ad ovest, verso Asgabat capitale del Turkmenistan, e al confine con l&#8217;Iran. (8) Con alcuni investimenti aggiuntivi, questi collegamenti, oltre a collegare la vastità e i mercati della Cina, potrebbero aprire nuove possibilità economiche nelle regioni in gran parte trascurate dell&#8217;Asia Centrale. La Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbe fornire un veicolo adatto al coordinamento di un ampio collegamento delle infrastrutture ferroviarie eurasiatiche, massimizzando questi primi collegamenti ferroviari. I membri della SCO, formata nel 2001, includono Cina, Kazakhstan, Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan con Iran, India, Mongolia e Pakistan quali paesi con status di osservatore.<br />
&nbsp;<br />
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<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/ASIAHIGHSPEEDRAIL5.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/ASIAHIGHSPEEDRAIL5.jpg" alt="" title="ASIAHIGHSPEEDRAIL5" width="900" height="665" class="aligncenter size-full wp-image-15593" /></a><br />
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<p><strong>Il ponte terrestre della Russia</strong></div>
<div align="justify"><strong></strong><br />
&nbsp;<br />
La Russia è ben posizionata per trarre notevoli benefici da una tale strategia della SCO. Il primo ponte eurasiatico corre attraverso la Russia lungo la Transiberiana, completata nel 1916 per unificare l&#8217;impero russo. La Transiberiana rimane la più lunga linea ferroviaria unica al mondo, con 9.297 chilometri, un omaggio alla visione del russo Sergej Witte, nel 1890. La Transiberiana, chiamata anche Corridoio settentrionale Est-Ovest, va dal porto dell&#8217;oriente russo di Vladivostok e si collega al porto di Rotterdam in Europa, dopo circa 13.000 chilometri. Al momento è il meno attraente per il trasporto merci Pacifico-Atlantico, a causa dei problemi di manutenzione e della velocità massima di 55 km/h.</p>
<p>Ci sono tentativi di utilizzare meglio il ponte terrestre Transiberiano. Nel gennaio 2008, un servizio di trasporto ferroviario merci su lunga distanza eurasiatica, la &#8220;Pechino-Amburgo Container Express&#8221; fu testato con successo dalle ferrovie tedesche Deutsche Bahn. Ha completato il viaggio di 10.000 km in 15 giorni, collegando la capitale cinese alla città portuale tedesca, passando per Mongolia, Federazione Russa, Bielorussia e Polonia. In nave, per gli stessi mercati, ciò richiede il doppio del tempo o circa 30 giorni. Questo percorso, di cui è iniziato il servizio commerciale nel 2010, comprende la sezione dell&#8217;esistente Transiberiana , un collegamento ferroviario con uno scartamento più ampio di quello dei treni cinesi o europei, vale a dire scarico e ricarico su altri treni, al confine tra Cina e Mongolia e, di nuovo, al confine Bielorussia-Polonia.</p>
<p>Il percorso ferroviario della Transiberiana in tutto lo spazio eurasiatico russo è stato ammodernato e ampliato per accogliere il traffico ad alta velocità delle merci, ciò aggiungerà una nuova dimensione economica significativa allo sviluppo economico delle regioni interne della Russia. La Transiberiana è a doppio binario ed elettrificata. Ciò necessita di minime migliorie ad alcuni segmenti, per assicurare una migliore integrazione di tutti gli elementi e per renderlo un&#8217;opzione più attraente per il trasporto di merci eurasiatiche verso ovest.</p>
<p>Ci sono forti indicazioni che la nuova presidenza Putin farà più attenzione all&#8217;Eurasia. La modernizzazione del primo ponte terrestre eurasiatico sarebbe un modo logico di realizzare parecchio sviluppo, creando letteralmente nuovi mercati e nuove attività economiche. Con i mercati obbligazionari degli Stati Uniti e dell&#8217;Europa inondati di rifiuti tossici e dai timori di bancarotta statali, l&#8217;emissione di titoli di stato russi per l&#8217;ammodernamento o addirittura una nuova parallela linea ferroviaria ad alta velocità, collegando il ponte terrestre al traffico merci in sicura crescita in tutta l&#8217;Eurasia, avrebbe poca difficoltà a trovare investitori desiderosi.</p>
<p>La Russia attualmente discute con la Cina e i costruttori ferroviari cinesi, che avanzano offerte per un programma di costruzioni da 20 miliardi, di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità russa, da completare prima che i russi ospitino la Coppa del Mondo di calcio del 2018. L&#8217;esperienza della Cina nella costruzione di circa 12.000 km di ferrovia ad alta velocità in tempi record, è una risorsa importante per l&#8217;offerta della Cina. Significativamente, la Russia prevede di raccogliere 10 miliardi di dollari mediante l&#8217;emissione di buoni per la nuova ferrovia. (9)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un terzo ponte eurasiatico?</strong></div>
<div align="justify"><strong></strong></div>
<p>&nbsp;</p>
<div align="justify">Nel 2009 in occasione del V Forum per la cooperazione e lo sviluppo del Delta Pan-Regionale del Fiume delle Perle (PPRD), un evento sponsorizzato dal governo, il governo provinciale dello Yunnan aveva annunciato la sua intenzione di accelerare la costruzione di infrastrutture necessarie per costituire un terzo ponte terrestre continentale eurasiatico, che collegherà il sud della Cina a Rotterdam passando per la Turchia. Questo è parte di ciò che Erdogan e il primo ministro cinese Wen Jiabao hanno discusso a Pechino, lo scorso aprile. La rete di strade interne per il ponte terrestre nella provincia di Yunnan, sarà completata entro il 2015, ha detto il governatore dello Yunnan, Qin Guangrong.  Il progetto parte dai porti costieri del Guangdong, con il più importante porto di Shenzhen. E in ultima analisi passerà, attraverso Kunming, in Myanmar, Bangladesh, India, Pakistan e Iran, entrando in Europa dalla Turchia. (10)</p>
<p>Il percorso avrebbe ridotto di circa 6.000 km il viaggio per mare tra il Delta del Fiume delle Perle e Rotterdam, consentendo ai prodotti dei centri di produzione della Cina orientale di raggiungere Asia, Africa ed Europa. La proposta prevede il completamento di una serie di tratte mancanti e di moderni collegamenti autostradali, per un totale di circa 1.000 Km, cosa che non è inconcepibile. Nella vicina Myanmar, solo 300 km di ferrovie e autostrade mancano al fine di collegare le ferrovie della Yunnan con la rete autostradale del Myanmar e del Sud Asia. Ciò aiuterà la Cina ad aprire la strada per la costruzione di un canale terrestre verso l&#8217;Oceano Indiano.<br />
Il terzo ponte terrestre eurasiatico attraverserà 20 paesi di Asia ed Europa, ed avrà una lunghezza totale di circa 15.000 chilometri, cioè da 3.000 a 6.000 chilometri più corta della via del mare che entra dall&#8217;Oceano Indiano, dalla costa sud-orientale attraverso lo Stretto di Malacca. Il volume totale del commercio annuo delle regioni che la rotta attraversa, era quasi pari a 300 miliardi di dollari nel 2009. In definitiva, il piano è una linea del ramo che dovrebbe anche partire in Turchia, attraversare la Siria e la Palestina, e alla fine arrivare in Egitto, facilitando il trasporto dalla Cina all&#8217;Africa. È chiaro che la rivolta della Primavera araba, sostenuta dal Pentagono e dall&#8217;AFRICOM USA, impatta direttamente contro tale estensione, anche se per quanto tempo, a questo punto, non è chiaro. (11)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La dimensione geopolitica</strong></div>
<div align="justify"><strong><br />
</strong>Non tutti i principali attori internazionali sono soddisfatti dei crescenti legami che legano le economie dell&#8217;Eurasia con l&#8217;Europa occidentale e l&#8217;Africa. Nel suo ormai famoso libro del 1997, &#8220;La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici&#8221;, l&#8217;ex consigliere presidenziale Zbigniew Brzezinski notava, &#8220;<em>In breve, per gli Stati Uniti, la geo-strategia Eurasiatica comporta la gestione mirata di stati dinamici geo-strategicamente&#8230; Per dirla in una terminologia che richiama l&#8217;età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geo-strategia imperiale sono impedire la collusione, mantenere la dipendenza della sicurezza tra i vassalli, mantenere i tributari docili e protetti, e impedire ai barbari di coalizzarsi</em>.&#8221; (12)</p>
<p>I &#8220;barbari&#8221; cui si riferisce Brzezinski sono la Cina e la Russia, e tutto quello che c&#8217;è in mezzo. Il termine di Brzezinski per &#8220;geo-strategia imperiale&#8221; si riferisce alla politica estera strategica degli Stati Uniti. I &#8220;vassalli&#8221;, sono identificati nel libro in paesi come Germania, Giappone e altri &#8220;alleati&#8221; della NATO degli Stati Uniti. Tale nozione geopolitica di Brzezinski, resta la politica estera statunitense di oggi. (13)</p>
<p>La prospettiva di un boom senza precedenti dell&#8217;economica eurasiatica che perdurerà fino al prossimo secolo e oltre, è a portata di mano.</p>
<p>I primi tendini per legare il vasto spazio economico sono stati messi in atto o sono stati costruiti con questi collegamenti ferroviari. Sta diventando chiaro a più persone in Europa, Africa, Medio Oriente e Eurasia, tra cui Cina e Russia, che la loro naturale tendenza a costruire questi mercati si trova di fronte un solo grande ostacolo: la NATO e la completa ossessione per la Spectrum Dominance del Pentagono degli Stati Uniti. Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, è stata la decisione di Berlino di costruire un collegamento ferroviario attraverso la Turchia ottomana, da Berlino a Baghdad, ad essere stata il catalizzatore degli strateghi britannici per incitare gli eventi che gettarono l&#8217;Europa nella guerra più distruttiva della storia, a tale data.  Questa volta abbiamo la possibilità di evitare un simile destino con lo sviluppo eurasiatico. Sempre più le economie stressate dell&#8217;UE stanno cominciando a guardare ad est, e meno all&#8217;ovest, oltre Atlantico, per il futuro economico dell&#8217;Europa.</p></div>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">
<em><strong>* F. William Engdahl è autore di molti libri sulla geopolitica contemporanea tra cui A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. E&#8217; raggiungibile tramite il suo sito web, all&#8217;indirizzo <a href="http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/">www.engdahl.oilgeopolitics.net</a> </strong></em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;
</div>
<p></font><font size="1"></p>
<div align="justify">NOTE:<br />
<span style="font-size: x-small;">1 Sunday&#8217;s Zaman, Turkey, China mull $35 bln joint high-speed railway project, Istanbul, 14 aprile 2012,<a href="http://www.sundayszaman.com/sunday/newsDetail_getNewsById.action?newsId=277360.">http://www.sundayszaman.com/sunday/newsDetail_getNewsById.action?newsId=277360.</a><br />
2 Ibid.<br />
3 F. William Engdahl, Washington is Playing a Deeper Game with China, Global Research, 11 luglio 2009,<a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=14327.">http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=14327.</a><br />
4 UNCTAD, Port and multimodal transport developments, 2008<br />
5 Joseph O&#8217;Reilly, BMW Rides Orient Express to China, Global Logistics, ottobre 2011,<a href="http://www.inboundlogistics.com/cms/article/global-logistics-october-2011/">http://www.inboundlogistics.com/cms/article/global-logistics-october-2011/.</a><br />
6 Aubrey Chang, Antwerp-Chongqing Direct Rail Freight Link Launched, 12 maggio 2011,<a href="http://www.industryleadersmagazine.com/antwerp-chongqing-direct-rail-freight-link-launched/">http://www.industryleadersmagazine.com/antwerp-chongqing-direct-rail-freight-link-launched/</a><br />
7 CNTV, Eurasian land bridge, 12 marzo 2011, <a href="http://english.cntv.cn/program/china24/20111203/108360.shtml.">http://english.cntv.cn/program/china24/20111203/108360.shtml.</a><br />
8 Shigeru Otsuka, Central Asia&#8217;s Rail Network and the Eurasian Land Bridge, Japan Railway &amp; Transport Review, 28 settembre 2001, pp. 42-49.<br />
9 CNTV, Russian rail official: Chinese bidder competitive, 21 novembre 2011,<br />
<a href="http://english.cntv.cn/program/bizasia/20111121/110092.shtml">http://english.cntv.cn/program/bizasia/20111121/110092.shtml</a><br />
10 Xinhua, Yunnan accelerates construction of third Eurasia land bridge, 2009, <a href="http://www.shippingonline.cn/news/newsContent.asp?id=10095">http://www.shippingonline.cn/news/newsContent.asp?id=10095</a><br />
11 Li Yingqing and Guo Anfei, Third land link to Europe envisioned, 2 luglio 2009<a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2009-07/02/content_8345835.htm.">http://www.chinadaily.com.cn/china/2009-07/02/content_8345835.htm.</a><br />
12 Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, 1997, Il Saggiatore, pag. 40. Vedasi F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, Wiesbaden, 2011, edition.engdahl, per i dettagli del ruolo del tedesco collegamento ferroviario Baghdad nella prima guerra mondiale<br />
13 Zbigniew Brzezinski, op. cit. p.40.</p>
<p></span>FONTE: <a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=30575">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=30575</a></div>
<div align="justify"></div>
<p></font></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Siria: la guerra per il gas! Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 11:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Imad Fawzi Shueibi]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-la-guerra-per-il-gas-un-conflitto-internazionale-dalla-manifestazione-regionale/15542/" title="Siria: la guerra per il gas! Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/yasaman_hashemi20111111083422483.7xcwced2wakg8ksos8gc4ss4g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Siria: la guerra per il gas! Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale" ></div></a>La Siria si trova di fronte a due piani machiavellici che si combinano per distruggere il suo Stato, colpire il suo popolo e annettere il suo territorio. Il primo piano, pubblicamente dichiarato e più volte evocato, ma superbamente ignorato dai cosiddetti umanitari o umanisti&#8230; è il piano sionista di Oded Yinon, intitolato &#8220;Strategia per Israele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-la-guerra-per-il-gas-un-conflitto-internazionale-dalla-manifestazione-regionale/15542/" title="Siria: la guerra per il gas! Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/yasaman_hashemi20111111083422483.7xcwced2wakg8ksos8gc4ss4g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Siria: la guerra per il gas! Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale" ></div></a><p><span style="font-size: small;"><em>La Siria si trova di fronte a due piani machiavellici che si combinano per distruggere il suo Stato, colpire il suo popolo e annettere il suo territorio.  Il primo piano, pubblicamente dichiarato e più volte evocato, ma superbamente ignorato dai cosiddetti umanitari o umanisti&#8230; è il piano sionista di Oded Yinon, intitolato &#8220;Strategia per Israele negli anni &#8217;80&#8243; [1]. Piano adottato dai neoconservatori di tutti i tipi per un &#8220;Nuovo Medio &#8211; Oriente&#8221; ricolonizzato a volontà. Piano sconfitto nel 1982 da Hafez al-Assad &#8230; ma ripresentato all&#8217;ordine del giorno di oggi. Il secondo piano corrisponde a un&#8217;ambizione ancora più ampia, dal momento che non si accontenta più di fabbricare il suo &#8220;Grande Medio Oriente&#8221;, ma punta alla &#8220;Grande Asia Centrale&#8221;. E la Siria non è altro che il pezzo del domino in cui destabilizzazione, crollo o scomparsa avrebbe dato la vittoria ai giocatori.</em><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-grande-1.gif"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-grande-1-205x300.gif" alt="" title="Siria grande 1" width="205" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-15561" /></a></p>
<div><span style="font-size: small;"><em>Quindi ora tocca alla Siria essere oltraggiata, spezzata, martirizzata&#8230; e purtroppo calunniata. La stragrande maggioranza dei siriani è ferita da questa guerra terribile di cui non si osa pronunciare il nome, ma che ogni giorno per 13 mesi, ha inventato e messo in scena delle menzogne che vanno oltre la comprensione e il consentito, se non per benedire i crimini senza precedenti commessi su questa terra fecondata da secoli di creatività, conoscenza e credenza, ma anche dal sangue di tutti i siriani massacrati da ogni tipo di invasori: re, principi, barbari &#8230; provenienti da qualche altra parte. Possa questa traduzione della riflessione del dottor Imad Fawzi Shueibi, un cittadino siriano, aprire gli occhi di coloro che non vogliono vedere, e il cuore e la mente di coloro che non vogliono sentire. Gli altri seguiranno perché è la verità!</em> [Mouna Alno-Nakhal].<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
La Siria martirizzata non è mai stata lontana dalla battaglia per il gas nel mondo in generale, e del Medio Oriente in particolare. Nel momento in cui sembra esserci un collasso della zona euro, insieme ad una gravissima crisi economica che ha portato gli Stati Uniti ad avere un debito di 14.940 miliardi di dollari, vale a dire il 99,6 % del PIL, e dove la loro influenza è minima di fronte alle potenze emergenti come Cina, India e Brasile, è diventato assai chiaro che il potenziale del potere non risiede più nell&#8217;arsenale nucleare militare, ma piuttosto si trova nei porti di esportazione dell&#8217;energia. E questo è ciò che meglio spiega la battaglia russo-americana. </p>
<p>Dopo la caduta dell&#8217;Unione Sovietica, i russi hanno capito che la corsa agli armamenti li aveva esauriti, soprattutto in assenza delle fonti di energia necessarie per qualsiasi paese industrializzato, mentre l&#8217;ultradecennale presenza degli Stati Uniti nelle zone petrolifere gli aveva consentito di sviluppare e decidere la politica internazionale senza troppe difficoltà. Quindi, i russi si sono rivolti alle fonti dell&#8217;energia, come il petrolio e il gas. Ma con il settore petrolifero, data la sua distribuzione internazionale, non più molto promettente in termini di concorrenza, Mosca ha deciso di capitalizzare il gas e relativi produzione, trasporto e commercializzazione su larga scala.</p>
<p>Il calcio d&#8217;inizio è stato dato nel 1995, quando Putin (non c&#8217;era Putin al vertice della Federazione Russa, nel 1995. NdT) decise la strategia di Gazprom   partendo dalle zone gasifere della Russia verso Azerbaigian, Turkmenistan, Iran [per la commercializzazione], e poi il Medio Oriente. È certo che i progetti Nord Stream e South Stream testimoniano nella Storia i distinti meriti e sforzi di Vladimir Putin per portare la Russia sulla scena internazionale e influenzare l&#8217;economia europea che dipenderà, per decenni, dal gas come alternativa al petrolio, o dalle due fonti contemporaneamente, ma con una priorità evidente per il gas. A questo punto, è diventato urgente per Washington creare un progetto simile, il Nabucco, per competere con i progetti russi e disporre delle risorse che determineranno la strategia e la politica del prossimo secolo. </p>
<p>Il gas è la fonte principale di energia di questo secolo, come alternativa al petrolio, a causa del declino delle riserve, o come fonte di energia pulita. Pertanto, il controllo delle aree ricche di gas del mondo, da parte delle varie potenze, vecchie ed emergenti, è la base di un conflitto internazionale, la cui manifestazione è regionale. Chiaramente, la Russia ha letto le carte e ha imparato la lezione dal suo collasso per mancanza di fonti energetiche, che non erano controllate dall&#8217;URSS, ma che sono comunque indispensabili per alimentare le industrie di tutti i paesi.<br />
Una prima lettura indica che il gas si trova nelle seguenti zone: </p>
<p>1. Russia, da Vyborg a Beregvya<br />
2. Turkmenistan<br />
3. Azerbaigian e Iran<br />
4. Georgia<br />
5. Siria e Libano<br />
6. Qatar ed Egitto.</p>
<p>Mosca si è affrettata a lavorare su due strategie principali: la prima costituita dall&#8217;istituzione di un progetto russo-cinese focalizzato sulla crescita economica del Blocco di Shanghai, la seconda per controllare le risorse del gas. Così questa divenne la base di due progetti [South Stream e Nord Stream] con l&#8217;intento di affrontare il progetto Nabucco degli Stati Uniti [supportato dall'Europa] che punta al gas del Mar Nero e dell&#8217;Azerbaigian. Seguì una gara strategica tra i due per il controllo dell&#8217;Europa e delle risorse del gas: </p>
<p>● Il progetto del gasdotto Nabucco [2] si concentra su Asia centrale, Mar Nero e dintorni. I suoi impianti di stoccaggio sono in Turchia, mentre il suo percorso inizia in Bulgaria e attraversa Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Italia. Doveva passare attraverso la Grecia, ma questa idea è stata abbandonata a favore della Turchia.<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-2-grande.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-2-grande.jpg" alt="" title="Siria 2 grande" width="610" height="455" class="aligncenter size-full wp-image-15562" /></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
● Il progetto Nord Stream collega [3] la Russia direttamente alla Germania attraverso il Mar Baltico, verso Weinberg e Sassnitz, bypassando la Bielorussia. </p>
<p>&nbsp;<br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-3-grande.png"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-3-grande.png" alt="" title="Siria 3 grande" width="610" height="468" class="aligncenter size-full wp-image-15563" /></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
● Il progetto South Stream [4] inizia in Russia e si dirige su Mar Nero e Bulgaria, poi attraversa la Grecia, sud d&#8217;Italia, Ungheria e Austria.<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-4-grande.png"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-4-grande.png" alt="" title="Siria 4 grande" width="610" height="338" class="aligncenter size-full wp-image-15564" /></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Il progetto Nabucco doveva competere con i due progetti russi, ma a causa di problemi tecnici, è stato rinviato al 2017, quando era previsto per il 2014. Attualmente, il vantaggio della disputa sul gas è quindi a favore della Russia, da qui la necessità per gli Stati Uniti di assicurasi delle zone gasifere addizionali: </p>
<p>● Il gas iraniano per alimentare il gasdotto Nabucco, che passerebbe in Georgia [e in Azerbaigian, se possibile] per raggiungere il punto d&#8217;incontro di Erzurum, in Turchia. </p>
<p>● Gas dal Mediterraneo orientale: Siria, Libano [5] e Israele.<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-5-grande.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Siria-5-grande.jpg" alt="" title="Siria 5 grande" width="610" height="515" class="aligncenter size-full wp-image-15565" /></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Tuttavia, nel luglio 2011 l&#8217;Iran ha firmato accordi relativi al trasporto di gas attraverso l&#8217;Iraq e la Siria, accordi che rendono la Siria un punto di incontro e di produzione in collegamento con le riserve del Libano. Si tratta di quindi di uno spazio geografico, strategico ed energetico che si apre e che include Iran, Iraq, Siria e Libano. Gli ostacoli che il progetto ha sofferto per oltre un anno, suggeriscono il grado della battaglia per la Siria e il Libano, e allo stesso tempo illuminano il ruolo svolto dalla Francia, che vede storicamente l&#8217;area del Mediterraneo orientale come una sua zona d&#8217;influenza che dovrebbe sempre servire ai suoi interessi, dalla necessità di compensare la sua assenza nella regione dalla 2° Guerra Mondiale. In altre parole, la Francia vuole giocare un ruolo nel mondo [del gas], ora che ha acquisito una sorta di assicurazione che si estenderebbe dalla Libia a Siria e Libano.<br />
Quanto alla Turchia, si rende conto che finirà per perdere, essendo il Nabucco ritardato ed essendo essa stessa esclusa dai due progetti South Stream e Nord Stream; il gas del Mediterraneo orientale le sfugge.<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Storia del gioco</strong><br />
&nbsp;<br />
Per entrambi i progetti, Mosca ha creato la compagnia Gazprom negli anni &#8217;90. La Germania, che voleva liberarsi una volta per tutte dell&#8217;impatto della seconda guerra mondiale, era pronta a essere un partner, sia in termini di strutture, che di revisione del gasdotto del Nord Stream o degli impianti di stoccaggio in prossimità della linea South Stream, in particolare in Austria.<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Gazprom</strong><br />
&nbsp;<br />
La Gazprom è stata fondata in collaborazione con Hans-Joachim Gornig, un tedesco vicino a Mosca, ex vicepresidente della società tedesca del petrolio e del gas, che aveva curato la costruzione della rete dei gasdotti della DDR. È stata diretta fino all&#8217;ottobre 2011 da Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Gazprom ha firmato una serie di transazioni con aziende tedesche, soprattutto con quelle che collaborano al Nord Stream, come il gigante per l&#8217;energia E.ON e quello dei prodotti chimici BASF, con delle tariffe preferenziali per E.ON, in caso di aumento dei prezzi; cpsa che può essere considerata come una sorta di sostegno [politico] alle imprese tedesche da parte della Russia. </p>
<p>Mosca ha beneficiato della liberalizzazione dei mercati europei del gas e ha monopolizzato questi mercati scollegandole dalle altre reti di distribuzione. La pagina degli scontri e delle ostilità tra la Russia e Berlino è stata voltata, perseguendo una fase di cooperazione economica e riduzione del peso dell&#8217;enorme debito dell&#8217;Europa che grava sulle spalle della Germania, che ritiene che il gruppo germanico [Germania, Austria, Repubblica Ceca, Svizzera] non debba sopportare le conseguenze della senescenza di un intero continente, o la caduta di un gigante. </p>
<p>Gazprom ha collaborato con aziende tedesche come Wingas, di proprietà della BASF [attraverso la sua controllata Wintershall], il più grande produttore tedesco di petrolio e gas che controlla il 18% del mercato del gas, e ha offerto ai partner principali vantaggi senza precedenti negli asset russi. Così BASF e E.ON controllano ognuna circa un quarto dei giacimenti di gas di Louzhno-Russkoe, che alimenteranno in gran parte Nord Stream a un certo punto; non è una mera coincidenza che la controparte tedesca di Gazprom, chiamata &#8216;Gazprom Germania&#8217;, arriverà a possedere fino il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co, specializzata nello stoccaggio di gas, e destinata a estendersi fino a Cipro. </p>
<p>Un&#8217;espansione che certamente non piace alla Turchia, che ha un disperato bisogno di partecipare al progetto Nabucco. Vorrebbe stoccare, commerciare, e quindi trasferire 31 &#8211; 40 miliardi di metri cubi di gas all&#8217;anno; un progetto che la rende sempre più asservita alle decisioni di Washington e della NATO, soprattutto dopo che la sua adesione all&#8217;Unione europea è stata respinta più volte. </p>
<p>Pertanto, i collegamenti strategici relativi al gas sono diventati cruciali nella politica internazionale, con Mosca che può fare pressione sul partito socialdemocratico tedesco del Nord Reno-Westfalia, una base industriale importante e centro del conglomerato tedesco RWE che opera nel settore dell&#8217;energia elettrica attraverso la sua controllata E.ON. </p>
<p>Una tale influenza è stata riconosciuta da Hans-Josef Fell, responsabile della politica energetica [del partito dei Verdi, secondo cui sono coinvolte quattro società tedesche, legate alla Russia, nella definizione della politica energetica tedesca attraverso una rete molto complessa che fa pressione sui ministri e manipola l'opinione pubblica attraverso la Commissione per le relazioni economiche dell'Europa orientale, che rappresenta le aziende e mantiene stretti rapporti con la Russia e alcuni paesi dell'ex blocco sovietico.] Ma la Germania si obbliga alla discrezione per quanto riguarda la crescente influenza della Russia, discrezione basata sulla pretesa necessità di migliorare la &#8220;sicurezza energetica&#8221; dell&#8217;Europa. </p>
<p>Attualmente, la Germania ritiene che la politica dell&#8217;Unione europea per risolvere la crisi dell&#8217;euro, potrebbe ostacolare gli investimenti russo-tedeschi per un lungo periodo. Questa ragione, tra le altre, spiega perché si sforza di salvare l&#8217;euro appesantito dai debiti europei, anche se il blocco germanico potrebbe, da solo, sopportare questi debiti. Inoltre, ogni volta che gli europei si oppongono alla sua politica nei confronti della Russia, afferma che i piani utopici dell&#8217;Europa non sono fattibili e possono spingere la Russia a vendere il proprio gas in Asia. </p>
<p>Questo impegno tra la Russia e la Germania non data solo a partire dal momento in cui Putin poté beneficiare dell&#8217;eredità della guerra fredda, facendo sì che tre milioni di russofoni vivano in Germania e siano la comunità più grande dopo i turchi. Da allora, avrebbe usato una rete di ex funzionari della DDR per studiare gli interessi delle aziende russe in Germania, per non parlare del reclutamento di ex agenti della STASI, compresi i direttori del personale e delle finanze di Gazprom Germania e il direttore delle finanze del consorzio Nord Stream, Matthias Warnig che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe aiutato Putin a reclutare delle spie a Dresda, quando era un giovane dirigente del KGB. Ma per essere chiari, l&#8217;uso da parte della Russia delle sue vecchie relazioni non è stato dannoso per la Germania, gli interessi di entrambe le parti sono stati serviti senza che nessuno domini l&#8217;altro. </p>
<p>Il progetto Nord Stream, il principale collegamento tra la Russia e la Germania, è stato inaugurato di recente con un oleodotto che è costato 4,7 miliardi di euro. Anche se questo gasdotto collega Russia e Germania, è stato riconosciuto come parte della sicurezza energetica europea, e Francia e l&#8217;Olanda si sono affrettate a dichiarare che si trattava di un progetto europeo. A questo proposito, occorre ricordare che il signor Lindner, direttore esecutivo del Comitato tedesco per le relazioni economiche con i paesi dell&#8217;Europa orientale  ha detto, senza esitazione, che si trattava di un progetto europeo e non di un progetto tedesco, e che non si può bloccare la Germania in una maggiore dipendenza nei confronti della Russia. Tale dichiarazione indica il timore di un&#8217;influenza russa sempre più importante in Germania; resta vero che il progetto Nord Stream è strutturalmente un piano di Mosca e non europeo. </p>
<p>I leader russi hanno così i mezzi per paralizzare la distribuzione dell&#8217;energia in diversi paesi, quando lo vorrebbero, e di vendere il gas al miglior offerente. Tuttavia, l&#8217;importanza pratica della Germania risiede nel fatto che si tratta di una piattaforma da cui la Russia può lanciare la sua strategia continentale, Gazprom Germania detiene ancora partecipazioni in 25 progetti incrociati, in particolare con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria&#8230; Suggerendo che Gazprom potrebbe diventare una delle più grandi aziende del mondo, se non la più grande. </p>
<p>I dirigenti di Gazprom non solo hanno costruito i loro progetti, hanno cercato di affrontare la seria sfida del progetto Nabucco. Di conseguenza, Gazprom che detiene il 30% di un progetto volto a costruire un secondo gasdotto per l&#8217;Europa, che avrebbe seguito approssimativamente il percorso di Nabucco, è anche, secondo il parere dei suoi sostenitori, un progetto &#8220;politico&#8221; volto in modo deciso a rallentare o addirittura bloccare il progetto Nabucco. D&#8217;altronde Mosca si è affrettata a comprare il gas dell&#8217;Asia Centrale e del Mar Caspio, al fine di farli tacere proprio quando doveva affrontare Washington politicamente, economicamente e strategicamente.<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Lettura russa della carta. L&#8217;Europa e la mappa del Mondo futuro</strong><br />
&nbsp;<br />
Gazprom sfrutta i suoi impianti gasiferi in Austria e affitta impianti in Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, il crescente numero di impianti di stoccaggio in Austria sarà la base per sviluppare la mappa energetica dell&#8217;Europa, dato che servono a rifornire Slovenia, Slovacchia, Croazia, Ungheria e Italia con un indubbio vantaggio per la Germania, che opererà come snodo per l&#8217;esportazione del gas all&#8217;Europa occidentale. </p>
<p>Gazprom ha anche facilitato un deposito comune con la Serbia verso la Bosnia-Erzegovina. Studi di fattibilità sono stati condotti sulle modalità di stoccaggio simili a quelli di Repubblica Ceca, Romania, Belgio, Gran Bretagna, Slovacchia, Turchia, Grecia e anche la Francia. Gazprom rafforza la posizione di Mosca come fornitrice del 41% delle gas necessario all&#8217;Europa. Ciò significa che un cambiamento sostanziale nelle relazioni tra Oriente e Occidente a breve termine, mette in evidenza il declino dell&#8217;influenza degli Stati Uniti, con un scudo antimissile interposto per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale in cui il gas sarebbe uno dei pilastri; e questo fornisce le ragioni dell&#8217;escalation nella battaglia per il gas del Medio Oriente e della costa orientale del Mediterraneo.<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Nabucco nei guai</strong><br />
&nbsp;<br />
Nabucco è stato progettato per convogliare il gas per 3.900 chilometri, dalla Turchia all&#8217;Austria, e trasportare 31 miliardi di metri cubi di gas naturale all&#8217;anno, dal Medio Oriente e dalla regione del Caspio ai mercati europei. La coalizione NATO-USA-Francia ha cercato frettolosamente di mettere fine ai problemi del Medio Oriente [Siria e Libano in particolare], che non coinciderebbero con i suoi interessi sul gas. La Siria ha risposto firmando un contratto per avere gas dall&#8217;Iran attraverso l&#8217;Iraq. La realtà dei fatti è che sul gas siriano e libanese si concentra la battaglia; questo gas che andrà ad alimentare Nabucco o Gazprom, in altre parole South Stream. </p>
<p>Il consorzio Nabucco è costituito da diverse società: tedesca [REW], austriaca [OML], turca [Botas], bulgara [Energy Holding Company] e rumena [Transgaz]. Cinque anni fa, i costi iniziali del progetto sono stati stimati in 11,2 miliardi dollari, ma questi costi potrebbero raggiungere i 21,4 miliardi dollari entro il 2017. Ciò solleva molte domande sulla sua redditività, dato che Gazprom ha fatto offerte a sufficienza a diversi paesi che dovrebbero alimentare Nabucco, che non si può più contare sul surplus del Turkmenistan, soprattutto dopo i tentativi falliti di accaparrare il petrolio dell&#8217;Iran. Questo è uno dei segreti sconosciuti della battaglia per l&#8217;Iran, che è andato troppo lontano nel sfidare gli USA e l&#8217;Europa, scegliendo l&#8217;Iraq e la Siria quali percorsi per il trasporto di parte del suo gas. </p>
<p>Così, la migliore speranza per Nabucco è l&#8217;Azerbaigian, che è diventato quasi l&#8217;unica fonte di un progetto che sembra fallire prima ancora di iniziare. Da qui le offerte accelerate a Mosca per l&#8217;acquisto di fonti originariamente previste per il Nabucco, e le difficoltà ad imporre un cambiamento geopolitico a Iran, Siria e Libano. Questo in un momento in cui la Turchia è pronta a reclamare la sua quota del progetto Nabucco, sia firmando un contratto con l&#8217;Azerbaigian per l&#8217;acquisto di 6 miliardi di metri cubi di gas nel 2017, che con l&#8217;annessione di Siria e Libano, con la speranza di bloccare il transito del petrolio iraniano, o di ricevere una quota del gas del Libano e/o della Siria, e la sua corsa per un posto nel nuovo ordine mondiale che va dai piccoli servizi ai più grandi: stoccaggio di gas, azione militare e scudo missilistico! </p>
<p>Ma la minaccia più grave al progetto Nabucco, potrebbe essere dato dal fatto che la Russia stia cercando di farlo fallire negoziando contratti migliori dei propri, in favore di Nord o South Stream di Gazprom, tali da inficiare gli sforzi di Stati Uniti ed Europa, riducendo la loro influenza e nuocendo alla loro politica energetica verso l&#8217;Iran e/o il Mediterraneo. Infatti, Gazprom potrebbe diventare un investitore o un gestore importante di alcuni nuovi giacimenti di gas in Siria o in Libano. La data del 16 agosto 2011 non è stata scelta a caso dal Ministero del Petrolio siriano per annunciare la scoperta di un giacimento di gas a Qara, nei pressi di Homs. La sua capacità produttiva sarebbe di 400.000 metri cubi al giorno [146 milioni di metri cubi l'anno]. Tuttavia, il ministero non aveva detto nulla circa il gas del Mediterraneo.<br />
Nord Stream e South Stream hanno quindi influenzato la politica degli Stati Uniti, che sembrano in ritardo. I segni delle ostilità tra gli Stati dell&#8217;Europa centrale e la Russia si sono attenuati, ma la Polonia e gli Stati Uniti non sembrano disposti a lasciare il gioco, perché alla fine di ottobre 2011 hanno annunciato il cambio della politica energetica a seguito della scoperta dei giacimenti di carbone europei, che dovrebbero far ridurre la dipendenza dalla Russia … e dal Medio Oriente. Questo sembra essere un obiettivo ambizioso ma a lungo termine, a causa delle molte procedure necessarie prima della commercializzazione; questo carbone corrisponde a delle rocce sedimentarie trovate a migliaia di metri sottoterra, e richiede tecniche di fratturazione idraulica ad alta pressione per rilasciare il gas, per non parlare dei rischi ambientali.<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>La partecipazione della Cina</strong><br />
&nbsp;<br />
La cooperazione sino-russa nel settore dell&#8217;energia è il motore che accelera e dirige il partenariato strategico tra questi due giganti, e costituirà la base del loro doppio veto ribadito a favore della Siria. Questa cooperazione non riguarda solo il problema dell&#8217;approvvigionamento della Cina a condizioni preferenziali. Questo è un processo che impegna la Cina a partecipare alla distribuzione del gas attraverso la vendita di prodotti e servizi, più un proposto controllo comune delle reti di distribuzione del gas. Gli esperti di entrambi i paesi hanno concordato che avrebbero potuto lavorare insieme nei seguenti settori: &#8220;Coordinamento delle strategie energetiche, previsione e prospezione, sviluppo del mercato, efficienza energetica e fonti energetiche alternative&#8221;. </p>
<p>Altri interessi strategici si riferiscono al mutuo rischio di fronte al progetto di &#8220;scudo missilistico&#8221; statunitense. Washington ha coinvolto non solo il Giappone e la Corea del Sud, ma a partire dal settembre 2011, ha anche invitato l&#8217;India a diventarne un partner. Di conseguenza, le preoccupazioni dei due paesi si intersecano quando Washington rilancia la sua strategia in Asia centrale, vale a dire, sulla Via della Seta. Questa strategia è la stessa di quella lanciata da George Bush [il progetto della Grande Asia centrale], al fine di respingere l&#8217;influenza di Russia e Cina, in cooperazione con la Turchia,  risolvendo la situazione in Afghanistan entro il 2014, e con l&#8217;imposizione con la forza militare della NATO in tutta la regione. L&#8217;Uzbekistan ha già fatto trapelare che potrebbe ospitare la NATO, e Putin ha detto che ciò che potrebbe contrastare l&#8217;invasione occidentale e impedire agli Stati Uniti di indebolire la Russia, sarebbe l&#8217;espansione dello spazio Russia-Kazakhstan-Bielorussia in cooperazione con Pechino! </p>
<p>Questa intuizione nei meccanismi della battaglia internazionale, fornisce l&#8217;accesso a uno dei versanti del processo di formazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla supremazia militare e i combustibili fossili, in primo luogo: il gas!</p>
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<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/siria-6-grande.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/siria-6-grande.jpg" alt="" title="siria 6 grande" width="610" height="418" class="aligncenter size-full wp-image-15566" /></a><br />
&nbsp;<br />
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&nbsp;<br />
<strong>Il gas dalla Siria</strong></p>
<p>Dal momento in cui Israele ha iniziato l&#8217;estrazione di petrolio e gas, è diventato chiaro che il bacino del Mediterraneo è entrato in gioco, che la Siria sarebbe stata attaccata, e che l&#8217;intera regione avrebbe potuto godere della pace, in quanto il ventunesimo secolo dovrebbe essere quello dell&#8217;energia pulita.<br />
Secondo l&#8217;Istituto di Washington, il Mediterraneo è ricco di gas, la Siria ne sarebbe lo stato più ricco. Questo stesso istituto ha inoltre ipotizzato che la battaglia tra la Turchia e Cipro si espanderà, a causa dell&#8217;incapacità di sopportare la perdita del progetto Nabucco nonostante il contratto firmato con Mosca nel dicembre 2011, per il trasporto di parte del gas di South Stream attraverso la Turchia.<br />
Ora che il segreto del gas siriano è stato tolto, tutti dovrebbero comprendere le ragioni e la portata delle menzogne sulla Siria. Chi controlla la Siria è in grado di controllare il Medio Oriente. E a partire dalla Siria, porta per l&#8217;Asia, si può &#8220;possedere la chiave per la casa Russia&#8221; come affermava la zarina Caterina II, in quanto potrebbe disporre della Via della Seta della Cina. Inoltre, coloro che riuscissero a invadere la Siria avranno la capacità di dominare il mondo, dal momento che questo secolo è il &#8220;secolo del gas.&#8221; Ma dopo il contratto firmato da Damasco per trasportare gas iraniano dall&#8217;Iraq, dopo aver attraversato il Mediterraneo, lo spazio geopolitico della Siria si aprirebbe, mentre avrebbe chiuso lo spazio agli attori del progetto Nabucco, boa di salvataggio di Europa e Turchia. Pertanto, la Siria è la chiave per la prossima era.<br />
<span style="font-size: x-small;">
<div align ="right">(Traduzione di Alessandro Lattanzio)</div>
<p><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"><em><strong>*Filosofo e geopolitico siriano. Presidente del Centro di Documentazione e Studi Strategici di Damasco &#8211; Siria. </strong></em></p>
<p><span style="font-family: Arial;"><strong>Note:</strong><br />
<span style="font-size: x-small;">1. Stratégie pour Israël dans les années 80,  http://members.tripod.com/alabasters_archive/zionist_plan.html<br />
2. Mappa del percorso del Nabucco, http://www.jpnews-sy.com/ar/news.php?id=41136<br />
3. Mappa del percorso del North Stream, http://fr.wikipedia.org/wiki/Nord_Stream<br />
4. Mappa Nabucco vs South Stream, http://www.nouvelle-europe.eu/node/780<br />
5. Mappa del Mediterraneo, http://www.defencegreece.com/index.php/2012/04/southeastern-mediterranean-hydrocarbons-a-new-energy-corridor-for-the-eu/</p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Fonte:</strong><a href="http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=30652">http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=30652</a></p>
<p></span></span></span></span></span></span></div>
<p></span></p>
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		<title>Manovre militari sino-russe</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 05:53:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/manovre-militari-sino-russe/15333/" title="Manovre militari sino-russe"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/751827_120422_china_russia_navy_drills1.6zwna16cnckc8go4gg84s4s00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="45" alt="Manovre militari sino-russe" ></div></a>Senza dubbio, questa intesa non è che la continuazione di una lunga serie di accordi che verranno intrapresi nel settore della difesa. In una conversazione telefonica con il suo omologo russo, il generale Nikolai Makarov, Chen Bingde (Capo di Stato Maggiore della Repubblica Popolare Cinese) ha espresso l&#8217;importanza di queste manovre congiunte tra Cina e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/manovre-militari-sino-russe/15333/" title="Manovre militari sino-russe"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/751827_120422_china_russia_navy_drills1.6zwna16cnckc8go4gg84s4s00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="45" alt="Manovre militari sino-russe" ></div></a><p><font size="2">Senza dubbio, questa intesa non è che la continuazione di una lunga serie di accordi che verranno intrapresi nel settore della difesa.</p>
<p>In una conversazione telefonica con il suo omologo russo, il generale Nikolai Makarov, Chen Bingde (Capo di Stato Maggiore della Repubblica Popolare Cinese) ha espresso l&#8217;importanza di queste manovre congiunte tra Cina e Russia che si terranno dal 22 al 27 aprile.</p>
<p>Tenuto conto delle relazioni amichevoli tra Pechino a Mosca in tutte le aree, queste manovre si tradurranno nel rafforzamento delle capacità e delle abilità difensive e di combattimento per entrambe le parti.</p>
<p>Makarov ha detto, da parte sua, che Mosca vuole una maggiore cooperazione per rafforzare il livello di entrambi gli eserciti soprattutto in campo marittimo. Lo scopo di queste esercitazioni in cui partecipano 16 navi da guerra, due sottomarini cinesi e sette navi da guerra russe, è quello di difendere le acque territoriali e la libera navigazione.</p>
<p>Anche se la Cina e la Russia hanno già tenuto a partire dal 2005 diverse manovre congiunte nell&#8217;ambito della Shanghai Cooperation Organization, queste rappresentano le prime manovre marittime in acque territoriali cinesi nel Mar Giallo, che è in realtà una parte della zona di cooperazione militare tra i due paesi.</p>
<p>Precisiamo che il loro accordo riguarda anche alcune prese di posizione comuni come il blocco delle risoluzioni anti-siriane al Consiglio di sicurezza, esempio di questa cooperazione strategica con l&#8217;obiettivo di proteggere i propri interessi internazionali ed extraregionali.</p>
<p>Dopo l&#8217;eliminazione delle barriere politiche e ideologiche, la Cina è diventata uno dei principali acquirenti di armi russe.</p>
<p><a href="http://www.almanar.com.lb/main.php"><strong><em>Al-manar</em></strong></a></font></p>
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		<title>La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 05:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/" title="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/carta_geopolitica.bmmkhacggxkww4gog0k8ks4g8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico" ></div></a>Malgrado da quasi un ventennio la Geopolitica (dopo un ‘purgatorio’ datato dal 1945, ovvero dalla sconfitta delle potenze dell’Asse e dall’imposizione globale del bipolarismo Usa-Urss) sia stata riproposta attraverso riviste come “LiMes”, prima, “Eurasia”, poi, quale strumento in grado di fornire una chiave d’interpretazione delle relazioni internazionali, considerate come una costante, planetaria ‘partita a scacchi’, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico/15327/" title="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/carta_geopolitica.bmmkhacggxkww4gog0k8ks4g8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="La Geopolitica  è “immorale”?  Note su alcune obiezioni all’approccio geopolitico" ></div></a><p><font size="2">Malgrado da quasi un ventennio la Geopolitica (dopo un ‘purgatorio’ datato dal 1945, ovvero dalla sconfitta delle potenze dell’Asse e dall’imposizione globale del bipolarismo Usa-Urss) sia stata riproposta attraverso riviste come <a href="http://temi.repubblica.it/limes/">“LiMes”</a>, prima, <a href="http://www.eurasia-rivista.org/">“Eurasia”</a>, poi, quale strumento in grado di fornire una chiave d’interpretazione delle relazioni internazionali, considerate come una costante, planetaria ‘partita a scacchi’, non pochi sono coloro che ancora nutrono dubbi sull’opportunità di affidarsi all’analisi geopolitica per orientarsi negli intricati meandri della politica mondiale.</p>
<p>Le remore e le obiezioni sono di carattere sostanzialmente ideologico, se con questo termine identifichiamo l’attitudine ad interpretare la realtà – nello specifico quella dei rapporti tra entità statuali – con parametri di tipo sentimentale e/o morale. L’ideologia, di per sé, non ha alcunché di “malvagio”, sia chiaro, se non per l’”errore” vero e proprio costituito dall’assolutizzazione di un punto di vista, di un’istanza, ed in suo nome possono essere compiuti i più sublimi slanci come i più aberranti crimini (e lo stesso vale per la religione): l’uomo è sempre l’uomo, quale che sia l’ideologia o la religione che adotta, senonché questa ‘scelta’ ha delle conseguenze sulla sua capacità di ‘comprendere’ (<a href="http://www.etimo.it/?term=comprendere">in senso letterale</a>) il mondo, dove ogni cosa ha un suo posto e un suo grado di “realtà”.</p>
<p>Pertanto – lungi da me l’intenzione di affibbiare giudizi a persone &#8211; ho inteso solo specificare che alla base della diffidenza verso l’approccio geopolitico soggiace un giudizio di valore nei suoi confronti che gli attribuisce (indebitamente) la tendenza ad una “oggettività”, addirittura una certa dose di ‘disumanità’, la quale tradurrebbe il sentire di esseri umani fondamentalmente insensibili a grida di dolore e richieste d’aiuto “sacrificate sull’altare della geopolitica”.</p>
<p>Lo si vede anche nel recente caso dei disordini in Siria, dove sigle ed esponenti del “mondo democratico” e “della Sinistra”, ponendosi dalla parte dei “manifestanti pacifici”[1], assimilati in toto al “popolo siriano”, non mancano di lanciare una stoccata polemica nei confronti di chi privilegia un approccio alla questione di tipo geopolitico[2]. Insomma, chi analizza la cosiddetta “primavera araba” anche e soprattutto dal punto di vista geopolitico per poi ricavarne qualche dubbio, quantomeno sulla sua genuinità, si renderebbe connivente di una grave “ingiustizia”.</p>
<p>Stabiliamo adesso che cosa sia diventata ormai “l’ideologia in Occidente”. Prediligere un approccio “ideologico” non significa semplicemente interpretare le questioni da un punto di vista “comunista”, “nazionalista”, “liberale” ecc. Ciò è ancora troppo grossolano e, nei fatti, superato. Concetti come “libertà” e “giustizia”, che a qualsiasi essere umano evocano da sempre senz’altro emozioni positive, una volta passata la seduzione delle ideologie otto-novecentesche hanno preso decisamente la scena ed occupato le menti dei più, declinate in senso liberal-democratico. Si pensi all’ideologia dei “Diritti umani” e alle “Corti di Giustizia internazionale”, che entusiasmano i fautori di “un mondo senza guerre”. Ma altri, sempre in nome della “libertà” e della “giustizia”, si oppongono a quelli che essi giudicano strumenti ideologici del “Nuovo Ordine Mondiale”, teso ad instaurare un unico governo sull’intero pianeta quale coronamento dell’inversione dell’Ordine tradizionale, o comunque percepiscono che va formandosi un “ordine” grottesco e particolarmente “ingiusto” per cui denunciano – se non altro per la contraddizione tra il dire e il fare di chi ne fa una bandiera &#8211; la “frode dei diritti umani”. Sia gli uni che gli altri, però &#8211; i primi praticando la geopolitica (gli atlantici non l’hanno mai abbandonata, ma hanno fatto credere agli altri che andava fatto), i secondi giudicandola un approccio “immorale” &#8211; sono di fatto concordi nella svalutazione degli argomenti e/o nel biasimo di coloro che utilizzano la chiave di lettura geopolitica per interpretare le relazioni internazionali.</p>
<p>Ma mentre non vi è da spiegare nulla ai primi, in malafede ontologica, ai secondi – caso mai intendessero rivedere il loro giudizio &#8211; potrà servire qualche delucidazione, non per conquistarli ad una “ideologia”, ma per far loro considerare il corretto peso del “fattore geopolitica”.</p>
<p>Ciascun territorio definito in termini di geografia fisica (ad esempio le penisole italiana, iberica, ellenica; oppure un’isola o un arcipelago “periferici” come l’Inghilterra o il Giappone; un territorio posto alla confluenza tra due mari o due “continenti”: si pensi a Costantinopoli/Istanbul e all’Anatolia) ha una sua vocazione geopolitica che, una volta assecondata, perseguita, è garante di prosperità[3] per gli uomini che lo abitano e, sopra ogni altra cosa, ne sviluppa le potenzialità di costituirsi in “polo egemone”. Questo, nell’essenza, poiché nel dettaglio entrano altri fattori quali la disponibilità di materie prime, la quantità di popolazione, la presenza di vicini ostili eccetera.</p>
<p>Prendiamo, per capirci, l&#8217;esempio dell&#8217;Italia: un centro di potere imperniato su Roma, per sfruttare al meglio le possibilità offerte dalla sua posizione geografica, al centro del Mediterraneo, deve per forza di cose perseguire l&#8217;unità della penisola (e così fece appunto Roma antica), per poi costituire un impero mediterraneo, che dovrà controllare in qualche modo, direttamente o indirettamente, i territori che si affacciano su quel mare e anche le vie d’accesso al medesimo specchio d’acqua (questione, ad esempio, del Mar Rosso e del Canale di Suez). La Russia, se può permettersi fino ad un certo punto di perdere i paesi dell’Europa orientale, non può transigere sulla Georgia, sulla libera circolazione dei suoi navigli nel Mar Nero o nel Caspio, sull’affaccio sul Pacifico, pena una minaccia troppo grave. Gli Stati Uniti non possono avere problemi nell’intero continente americano, e l’Inghilterra non può averne in Irlanda, altrimenti la loro potenza marittima proiettata sul resto del mondo ne risentirà[4].</p>
<p>Come s’intuisce, la regola generale è quella dell’espansione, in un quadro di “rapporti di forza”, per pervenire ad una “forma” che trascende quella della nazione, del semplice Stato nazionale-territoriale da cui si è partiti. Tanto per esser chiari, lo Stato-nazione così com’è stato concepito in passato (in particolare quando va a dare corpo alle aspirazioni di “piccoli popoli” che non aspirano ad alcuna “trascendenza”) ha senso dal punto di vista della Geopolitica storica come elemento di disgregazione particolaristica degli imperi (asburgico, tedesco, russo, ottomano[5]), ma può anche evolvere, in senso inverso, in una compagine di tipo imperiale. Il che ci ricorda l’analogia sul piano umano, dove l’individuo deve trascendere se stesso se intende ricollegarsi al Principio, alla sua Origine: deve far emergere il suo ‘Imperatore interiore’, e solo così sarà in grado di ‘comprendere’ il mondo, altrimenti le sue saranno solo vane pretese individualistiche, peraltro disseminate di varie ingiustizie (<em>in primis</em> contro se stesso), analoghe a quelle commesse dall’espansionismo di tipo sciovinista, di regola “ingiusto” verso le nazioni assoggettate ed incapace di concepire un mondo differenziato (la Rivoluzione francese esportò dappertutto il medesimo modello).</p>
<p>Non a caso, <a href="http://www.eurasia-rivista.org/claudio-mutti-imperium-epifanie-dellidea-di-impero-2/3136/">l’Impero è una funzione essenzialmente spirituale</a>, non un “super-Stato” o una “federazione”, e l’imperatore è di “diritto divino”, poiché ha il compito di ‘essere’, quindi di far applicare la Legge proveniente dal Cielo, provvidenzialmente, per la prosperità degli uomini in questa vita e nell’altra. Tutte le tradizioni regolari concordano su questo fatto, e tra queste quella islamica con <a href="http://librisenzacensura.files.wordpress.com/2010/10/califfato_eurasia.pdf">l’istituto del Califfato</a>.</p>
<p>È inoltre evidente che chi punta a costituire un “polo egemone” a partire da un dato territorio[6] non può concedere ad altri tutto il &#8216;circondario&#8217;, ovvero “l’estero vicino” (per quanto riguarda l’Italia, parliamo come minimo di: Albania, litorale adriatico, Libia ecc., senza trascurare la Sicilia, la più “americana” delle regioni italiane, di fatto fuori controllo), perché ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che nei rapporti internazionali vale l’aurea norma secondo cui “o comandiamo noi o ci comandano altri”. Contano, insomma, i rapporti di forza, noi i bei discorsi. Da cui discende la necessità, per chi vuol essere come minimo ‘rispettato’, di armarsi fino ai denti, se non altro come forza deterrente. Poi la Costa Rica, senza esercito, può anche suscitare tutta la nostra simpatia, ma questo lusso non se lo possono permettere tutti, specialmente quando vi è chi s’è messo in capo di dover assoggettare il mondo intero, prima con la forza delle sue armi, dopo col suo apparato di persuasione più o meno occulta (“lavaggio del cervello dei conquistati”: vedasi l’Italia e gli italiani tenuti in scacco da una miscela debilitante di “odio si sé”, sfiducia nelle proprie possibilità, paure d’ogni tipo e politiche oggettivamente attuate per remare sistematicamente contro la popolazione autoctona).</p>
<p>Invece, la maggioranza delle persone crede alla favola della &#8220;democrazia delle nazioni&#8221;, incarnata prima nella Società delle Nazioni, poi nell&#8217;ONU, la quale è un’impossibilità pura e semplice, al pari della “democrazia” – più o meno elettorale &#8211; quale forma istituzionale per far funzionare in maniera sana e virtuosa una comunità. Tanto per esser chiari: nessuna dottrina tradizionale ha mai postulato la “democrazia” in politica, e questo perché è sempre stato evidente che essa conduce alla <a href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/regnotempi.pdf">tirannide del numero e della quantità</a>, oltre che al governo dei peggiori. Eppure, a questa storiella della “democrazia” non credono quelli che l’hanno imposta prima e dopo la Seconda guerra mondiale (le potenze per l’appunto “democratiche”: si leggano gli scritti dei loro ideologi, nient’affatto “illusi”), ma vi si fa credere i sottomessi, tra cui, indirettamente, anche coloro che… professano nientemeno che la “autodeterminazione dei popoli” in maniera meccanicistica, sovente abbinata all’”antimperialismo”, salvo poi smentirsi all’atto pratico perché poi le “resistenze dei popoli” vengono classificate in buone o cattive a seconda del grado di “progressismo”, del nemico che affrontano (ci sta simpatico o antipatico?) eccetera. Altrimenti, se si trattasse di una “questione di principio”, qualsiasi “rivendicazione” dovrebbe suscitare un’automatica simpatia, compresa quella dei “padani” che invece fa schiumare di rabbia chi si esalta per le “cause progressiste” basca o curda (mentre trova parzialmente d’accordo i filo-tibetani, perché la Cina è “comunista”, e il “padano” è spesso “anticomunista”: miracoli dell’ideologia!).</p>
<p>Gli Stati di un certo rilievo, che intendono essere soggetti di politica estera e non subirla, quelli insomma che la geopolitica la praticano, sanno bene che anche le “lotte dei popoli” (che possono avere anche motivazioni endogene causate da patenti soprusi, sia chiaro) sono strumenti nelle loro mani, a seconda della convenienza: si pensi, in ordine sparso, ai ceceni, ai kosovari, ai karen birmani, ai tibetani, agli abkhasi, ai sahrawi, ai beluci, ai kordofaniani eccetera eccetera: ce n’è per tutti i gusti. Ed anche i palestinesi, che solitamente mettono tutti gli amanti delle “cause dei popoli” e gli “antimperialisti” d’accordo, se si va a scavare al loro interno non suscitano unanime consenso: chi preferisce i “progressisti”, chi gli “islamici” e così via, senza mai porsi il dubbio che quelle sigle traducano la <em>longa manus</em> dei vari attori che in Palestina muovono le rispettive leve… Niente da fare, l’ideologia prende sempre il sopravvento, ma spesso prepara cocenti delusioni[7].</p>
<p>Ma chiudiamo la parentesi sulle “resistenze dei popoli” e torniamo alla costituzione di un “polo egemone” in osservanza dei dati della Geopolitica che, ripetiamo, è da mettere in relazione alla geografia sacra (altrimenti, per citare di nuovo Roma, non si accanirebbero così tanto, da secoli, per occuparla, soggiogarla e snaturarne la funzione…). Aggiungiamo solo che una potenza regionale, in vista della costituzione di un Impero si scontrerà inevitabilmente con la resistenza delle popolazioni circostanti: è accaduto a Roma antica, ed anche alla parodia dell’Impero che è l’America (la cosiddetta “epopea del Far West”, ad esempio, con tutta la strage dei Pellerossa), e sempre accadrà. Questo per dire che se dovessimo applicare solo un criterio “morale” per giudicare l’agire delle compagini statuali, dovremmo imbastire un ‘tribunale perpetuo’, da quello a Giulio Cesare per la conquista della Gallia a quello al Faraone per l’asservimento del Basso Egitto eccetera, e tanti saluti all’ammirazione che ancora suscitano le “civiltà romana”, “egizia” ecc. Di questo passo, insomma, la Storia umana finisce – come in effetti sta accadendo &#8211; per trasformarsi in una moralistica messa sul “banco degli imputati”, e guarda caso a farla franca sono sempre i dominanti del momento, che nessun “grande esperto” o “famoso professore” ha mai il coraggio di ‘processare’. Bisogna, volenti o nolenti, mettere le cose sul piatto della bilancia: valeva di più l’indipendenza dei Sanniti (sicuramente degnissimi uomini) o l’edificazione dell’Impero romano? Questo per dire che ad un certo punto, se si vuole essere onesti intellettualmente, si deve avere il coraggio di percorrere per intero la strada che si è scelto abbracciando una “ideologia” e/o assolutizzando un’istanza quale può essere la “autodeterminazione dei popoli”. Eppure tutte queste “Ong” così solerti nell’individuare “ingiustizie” a destra e manca, affiancando i media globalisti nelle loro tirate propagandistiche che preparano il clima adatto ad una “guerra umanitaria” (col preludio della “rivolta pacifica”), non menzionano mai i casi scomodi dei popoli vessati dagli Occidentali, soprattutto dall’America e dall’Inghilterra: si pensi di nuovo agli irlandesi, che ne han subite di cotte e di crude, o ai nativi nordamericani ed australiani, come se per questi ultimi bastasse lo ‘zoo’ in cui sono stati confinati.</p>
<p>Se poi si vuole essere ancor più consequenziali con la “libertà” e la “giustizia” assurte a supremi valori di riferimento, tanto vale schierarsi – ebbene sì &#8211; dalla parte del Nuovo Ordine Mondiale, che promette – pur sulla punta di missili e bombe – d’instaurare la “libertà” e la “giustizia”, compendiate nella formula della “Pace universale”. Il che con tutta probabilità è verosimile, senonché si tratta di una “pace” parodistica, puramente esteriorizzata, senza alcun corrispettivo interiore (con esseri sempre più destabilizzati mentalmente, una volta venuta meno la ‘corazza spirituale’), alla quale possono sottrarsi solo coloro che si mantengono “saldi” alla tradizione, non quelli che aderiscono ideologicamente ad una “libertà” e una “giustizia” astratte, “troppo umane” e sganciate da un riferimento trascendente che solo è in grado di conferire loro l’autentico significato. Anzi, costoro sono senz’altro prima o poi affascinati da questo “Nuovo Ordine”, ed una prefigurazione di ciò lo vediamo nella progressiva ‘resa’ – aggressione dopo aggressione &#8211; di tutti quelli che fino a non molto tempo fa ancora organizzavano “proteste” e “manifestazioni” e che oggi in un modo o nell’altro trovano sempre nuovi argomenti per giustificare – seppure come un “male minore” &#8211; le “guerre umanitarie” preparate da richieste di “libertà” e “giustizia” da parte di “popoli in rivolta”. In un certo senso, si tratta dell’autonomizzazione illusoria di due qualità inerenti al Principio uno e unico, un po’ come se si trattasse di ‘devoti’ che adorano come ‘dio supremo’ le “dee della libertà” e “della giustizia”.</p>
<p>La tendenza a costituirsi in “polo egemone” si scontra inoltre con la concomitante azione di altri “poli” o aspiranti tali, dotati di una loro precipua vocazione geopolitica: vedasi il caso della Germania, e ciò è dimostrato anche in epoca fascista, quando l&#8217;Austria del cancelliere Dollfuss si rivelò un terreno di scontro tra le mire italiane e tedesche. Questo per dire che l’alleanza tra Italia e Germania non era affatto scontata come sostiene chi legge la politica internazionale con gli occhiali dell’ideologia, e che anche l’attacco all’Urss, alla fine, se aveva un senso dal punto di vista della geopolitica tedesca (ma ne avrebbe avuto, eccome, anche uno all’Inghilterra quand’era stato possibile!)[8], non lo aveva affatto da quello italiano, tant’è vero che anche le ultime bordate ad un governo italiano (quello Berlusconi) sono giunte a causa del ‘flirt’ con la Russia[9].</p>
<p>In questo senso, anche in un’epoca in cui le aspirazioni italiche all’Impero sono venute decisamente meno (e sarà già molto se l’Italia non andrà presto in mille pezzi!), la Geopolitica spiega non poco: indica quel che va fatto in politica estera, la quale è la “grande politica” perché mostra chiaramente chi è l’amico e chi il nemico, tant&#8217;è vero che la massa di sudditi catodici viene rincitrullita con la “politica interna”, l’unica che riesce a concepire, ridotta com’è a rituali e preconfezionate &#8220;polemiche&#8221; e “dichiarazioni” di questa o quell’altra nullità democratiche, compresi i vari “scandali” che vengono agitati sotto il naso del popolo-bue per distrarlo da quello che invece dovrebbe interessarlo.</p>
<p>È tuttavia evidente che se al potere vanno (o meglio, vengono piazzati da chi ha interesse ad indebolirti, a neutralizzarti) dei personaggi che remano contro (ad esempio, Eltsin in Russia, Sarkozy in Francia e l&#8217;attuale &#8220;Governo tecnico&#8221; in Italia), ciò può dare l&#8217;impressione che la geopolitica non spieghi un accidente&#8230; Invece è esattamente il contrario: si tratta di personaggi messi lì proprio per non dare seguito alla vocazione geopolitica del territorio che governano!</p>
<p>Quanto alla politica interna, essa rimanda al tipo di organizzazione sociale ed economica, il che non è da sottovalutare, tutt’altro! Ma invito a riflettere sul fatto che senza una politica estera in ordine con la &#8220;vocazione geopolitica&#8221; di un territorio organizzato in forma statuale, non è in alcun modo possibile darsi “libertà” e “giustizia” in casa propria agendo sulla leva della “politica interna”&#8230; I casi dell&#8217;Italia fascista e la sua politica mediterranea, di Mattei e la “geopolitica del petrolio”, di Craxi con la sua &#8220;politica filo-araba&#8221; stanno a dimostrarlo&#8230; Non a caso si è trattato dei periodi della storia italiana in cui si è avuta una maggiore equità sociale e prosperità per gli italiani.</p>
<p>Per quanto riguarda le alleanze in politica estera, non è affatto scritto che il simile vada col simile. Anzi, la storia ci propone esempi di dissidi fortissimi tra Stati “comunisti”, “nazionalisti arabi” (il Ba‘th siriano contro quello iracheno) eccetera. Di nuovo, questo è l’errore che si compie ragionando in termini “ideologici” e non geopolitici. Il che non significa che un tipo di organizzazione dello Stato valga l’altro (politica interna). È semmai vero l’esatto contrario: “libertà” e “giustizia” possono essere garantite solo partendo da una “Idea” (non un profano “progetto”), da una “affermazione assoluta” con cui si ha l’irruzione nella storia di una forza che è d’origine “sovrumana”, grazie alla quale i domini della politica, dell’economia, della società, della cultura eccetera trovano naturale sistemazione[10].</p>
<p>Ma “Libertà” e “giustizia” non le si può esplicare nell’orticello di casa, in una logica di “piccola patria”, ancorché la cosa ci possa sembrare esaltante ed “eroica”. Questi valori imperituri sono diretta emanazione dall’Alto e solo rivolgendosi all’Alto si può sperare di potervisi adeguare nella misura in cui la natura umana lo consente. Ma non si può partire dalla “libertà” o dalla “giustizia”, o da qualsiasi altra edificante “parola d’ordine” per poi farne una “questione di principio” con cui giudicare anche le relazioni internazionali. Per renderle operative sul piano umano innanzitutto servono gli uomini giusti, uomini con una “visione”, investiti dal Cielo. Una volta che la Verità si manifesta in questo mondo, tutto il resto si mette “in ordine”.</p>
<p>Anche la Geopolitica, quindi, non spiega tutto, non è il punto di partenza per ‘comprendere’ il mondo. E questo ‘tranquillizzerà’ chi nutre diffidenze verso l’approccio geopolitico: d’altra parte nessuno tra coloro che utilizzano con perizia lo strumento d’analisi geopolitico ha mai preteso di presentare la Geopolitica come una “scienza esatta”… Questo o è un addebito da parte di chi non ha capito o non vuol capire, o una distorsione, un abuso di chi crede d’aver individuato un nuovo “determinismo”.</p>
<p>Ma è fuori di dubbio che uomini “in ordine”, orientati verso il Principio, esprimono al meglio anche la vocazione geopolitica di un territorio da cui prende le mosse la loro azione civilizzatrice imperiale. Non a caso, le prime conquiste dell’Islam seguirono tre direttrici: Egitto e nord Africa, Vicino Oriente siro-palestinese, altopiano iranico, anticamera rispettivamente di Africa e Mediterraneo, territori bizantini, India ed estremo oriente; così come tra i Compagni del Profeta vi furono un africano (Bilâl al-Habashî), un ‘greco’ (Suhayb ar-Rûmî) e un persiano (Salmân al-Fârsî), come a prefigurare le future linee di espansione di una civiltà, quella islamica, posta in una posizione “intermedia” nella massa continentale euro-afro-asiatica.</p>
<p>Non si pensi che all’origine degli Imperi del passato, tra cui quello <a href="http://books.google.it/books?id=aVM4eH2adBcC&amp;pg=PA13&amp;lpg=PA13&amp;dq=de+giorgio+tradizione+romana&amp;source=bl&amp;ots=3DcP_7MMFs&amp;sig=ifwx0LK2YlilqFLna5XhMRBTaxs&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=rjaMT5OZC8OfOsz9pMQJ&amp;ved=0CFcQ6AEwBg#v=onepage&amp;q=de%20giorgio%20tradizione%20romana&amp;f=false">romano</a>, non vi fossero degli uomini “incaricati” dall’Alto. La prova che vi erano sta nella Legge che essi seppero imporre alle genti. Si fa un gran parlare a sproposito di <em>sharî‘a</em>, con toni tra lo scandalizzato e il terrifico, eppure Roma antica verrà sempre presa a modello per l’imperio della Legge, l’unica in grado di dare forma ad uno Stato garante di “libertà” e “giustizia” per tutti i popoli su cui si esercitò il suo dominio e fintanto che vi furono uomini degni di svolgere la gravosa e responsabile funzione di Imperatore. Del resto il <a href="http://www.azionetradizionale.com/2011/12/31/il-fascio-littorio-nell%E2%80%99antica-roma-i-parte/">simbolo del Fascio littorio</a> simboleggia “libertà” (le verghe, distinte, ma tenute insieme dai “fasci” di cuoio rosso, simbolo dell’unità) e “giustizia” (la scure, in posizione centrale e dominante).</p>
<p>Dopo di che l’ineluttabile decadenza, come si può osservare in ogni ciclo di civiltà: uomini non “in ordine” ricoprenti il ruolo di Imperatori (o Califfi ecc.) non sono in grado di difendere né l’applicazione della Legge né le frontiere dell’Impero, che finisce in mille pezzi, preda delle forze centrifughe e dei particolarismi. Lo Stato non pratica più una geopolitica atta a rafforzarlo e a garantire prosperità ai suoi cittadini, bensì subisce la politica di soggetti ostili.</p>
<p>Alla fine di questo ciclo dell’umanità, non poteva che risorgere un mostro che già Roma schiacciò: quello della parodia dell’Impero, geopoliticamente fondato sul controllo di scali ed empori marittimi e “ideologicamente” impostato secondo i valori del commercio, il quale ha sì una funzione (quella di “scambio”), ma se debordante dal suo alveo non può che produrre i disordini – su ogni piano &#8211; che abbiamo sotto gli occhi, oscurando i valori dell’onore, della fedeltà e, soprattutto, del sacro[11]. In una battuta, si potrebbe affermare che se l’ideale romano, imperiale, di “giustizia”– con l’Impero quale esito di un processo di evoluzione-espansione in cui anche la geopolitica ha un ruolo – è riassunto nella formula “a ciascuno il suo” (<em>cuique suum</em>), secondo i valori dell’equità e della temperanza, quello mercantile delle potenze d’oltremare esalta al massimo grado l’accumulazione e l’appropriazione indebita a beneficio di una casta di bottegai e grassatori addobbati da “aristocrazia”; col resto della popolazione che, non conoscendo più un “alto” né un “basso”, si adegua al tipo umano scaltro, senza onore e fedeltà, e che soprattutto non crede fondamentalmente a nulla, incarnato nel mercante e soprattutto nel banchiere e nell’usuraio.</p>
<p>Si noti infine un elemento importante che coinvolge l’analisi geopolitica. Questo particolare tipo umano dalla dubbia moralità (quando la morale non è più sostenuta da ciò che le è sovraordinato alla fine si traduce addirittura in una… immoralità!) non può in alcun modo prendere il sopravvento in un Impero della “terra”, esito di un processo che parte dall’irruzione del divino nella storia per poi evolversi, anche secondo una specifica vocazione geopolitica, in un Impero, compiendosi così il “destino” di una terra e di un popolo di “eroi”. Viceversa, questo tipo umano, caratteristicamente ipocrita, coi suoi infimi pseudo-valori, spadroneggia in una parodia di Impero qual è quello della talassocrazia a guida anglosassone.</p>
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<p>* <strong>Enrico Galoppini è redattore di “Eurasia- Rivista di studi geopolitici”</strong></p>
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<p><strong>FONTE</strong>:<a href="http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/3-societa/287-la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico">http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/3-societa/287-la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico</a></p>
<p></font><font size="1"><br />
<strong>NOTE</strong>:</p>
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<p>[1] Almeno si dovrebbe avere il buon gusto di non far passare una cosa per un’altra.</p>
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<p>[2] “Noi non possiamo e non vogliamo arrenderci alle ragioni della “geopolitica” ma vogliamo schierarci con le ragione della libertà, della giustizia, della dignità”. <a href="http://appellosiriaegitto.blogspot.it/">http://appellosiriaegitto.blogspot.it/</a></p>
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<p>[3] Prosperità che non si limita affatto alla sfera materiale. Si pensi alla “chiamata alla preghiera” nell’Islam: il <em>mu’adhdhin </em>(il “muezzin”) recita, tra le altre cose, “venite alla prosperità!”.</p>
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<p>[4] A scanso di equivoci, siccome c’è sempre qualcheduno che vuol capire a modo suo, ciò non significa giustificare ed approvare le politiche degli Usa in Centro America e in America Latina, né quelle inglesi in Irlanda!</p>
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<p>[5] In quest’ultimo caso si pensi alla creazione di Libano, Siria, Giordania eccetera: aspirazioni particolaristiche di “piccoli popoli” e di qualche avventuriero, più o meno indotte, che hanno destato l’interesse di grandi potenze. Lo stesso dicasi per la Jugoslavia o la Cecoslovacchia, dopo la frantumazione dell’Impero asburgico.</p>
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<p>[6] Uno non vale l’altro: esiste una geografia sacra di cui l’analisi geopolitica deve tenere conto.</p>
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<p>[7] Alcuni recenti comportamenti di Hamas hanno gettato sconcerto tra alcuni “antimperialisti” sin qui simpatizzanti col movimento di resistenza islamico palestinese.</p>
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<p>[8] Qui, probabilmente, entra in ballo la questione delle affiliazioni e delle “obbedienze”…</p>
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<p>[9] Si ricordi inoltre che l’Italia fu anche il primo Stato a riconoscere ufficialmente l’Unione sovietica… e per tutto il periodo fascista, checché ne pensino coloro per i quali esiste solo il “Nazifascismo”, i contatti con Mosca, per il tramite di Bombacci – fondatore del Pcd’I e poi aderente alla Rsi – non cessarono mai.</p>
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<p>[10] È il caso, nella tradizione islamica, della <em>Laylat al-Qadr</em>, la “Notte della determinazione [di tutte le cose]” (chiamata in italiano anche “del Potere” – del <em>kun fa-yakun</em>: “sii, e la cosa è” &#8211; e, impropriamente, “del Destino”), nella quale venne “rivelato” al Profeta Muhammad l’intero Corano e pertanto ogni cosa è stata “rivelata” per quel che è. La “civiltà islamica”, con le sue istituzioni, le sue arti ecc. era contenuta <em>in nuce</em> in quell’evento. <em>Lâ ilâha illâ Llâh</em> (“Non v’è divinità, se non Allâh”) è l’“affermazione assoluta” – che non può che passare per una negazione – vanamente ricercata dai filosofi moderni, i quali non hanno mai avuto sentore di che cosa siano l’unicità del Principio e l’unità del Tutto.</p>
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<p>[11] Valori, questi, rispettivamente dei “guerrieri” e dei “sacerdoti”, e che in epoche passate hanno dato forma alla vita di tutti quanti, compresi gli appartenenti al “popolo”.</p>
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<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Puskhov a Roma spiega le direttrici strategiche del terzo mandato di Putin</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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Riportiamo di seguito l’intervento del diplomatico russo:<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em>“Putin ha una visione chiara e ben conosciuta della politica estera della Federazione Russa e anche quando Medvedev era presidente si continuava a seguire la politica tracciata da Putin. Da un punto di vista strategico i primi anni del XXI secolo vedono affacciarsi la Russia come un centro di potere indipendente. In passato molto volte è stato chiesto alla Russia di entrare o aderire all&#8217;Unione Europea e alla NATO ma questo si è visto che non è possibile. La NATO, in quanto alleanza strategica politico-militare tra UE e NATO è un&#8217;alleanza diseguale. Innanzitutto, anche a causa della crisi economica, gli Stati Uniti coprono le spese della NATO in enorme misure rispetto agli alleati europei. Oltre a questo la NATO è una organizzazione dove formalmente sono tutti uguali ma gli USA sono &#8220;più uguali degli altri&#8221; e dettano le regole del gioco. In terzo luogo la Russia è contro il concetto di &#8220;interventi umanitari&#8221; e contro il loro utilizzo in giro per il mondo. In Iraq, come abbiamo visto, non si è trattato di un intervento umanitario, anche perché le pretese armi di distruzione di massa si sono rivelate un falso pretesto per coprire altri scopi. Quella in Iraq è una guerra di invasione con scopi geopolitici frutto della strategia attuata durante la presidenza Bush ed in cui le prime vittime sono state i civili iracheni. Anche in Libia si è trattata di una guerra di aggressione e l&#8217;uccisione di Gheddafi non è assolutamente legittima in quanto viola il diritto internazionale oltre a non essere in nessun modo prevista dalla risoluzione votata da Russia e Cina e anzi in aperta violazione della stessa. La risoluzione 1973 dell&#8217;ONU è stata quindi un inganno per coprire gli interessi geopolitici e militari degli USA e della NATO. Per quanto riguarda la situazione in Siria, la Russia ha già posto il veto due volte nel consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU per evitare il ripetersi di una nuova Libia. La situazione venutasi a creare con la guerra civile in Siria è sotto ogni punto di vista insostenibile e gravissima, ma quelli come il francese Bernard-Henri Lévy che sostengono l&#8217;intervento armato occidentale sono degli incoscienti e mentono o non conoscono la realtà della Siria. La Siria è un Paese complesso dove convivono molte etnie e religioni, gli Alauiti, il gruppo che detiene il potere politico e militare sono il 13% della popolazione, mentre i cristiani sono il 10%. Chi va in Siria e chiede ai cristiani cosa pensano di Assad scopre che la maggior parte dei cristiani sono contro la deposizione di Assad perché sanno che in caso di caduta del regime loro sarebbero i primi ad essere trucidati. Il cosiddetto &#8220;esercito di liberazione siriano&#8221; è in gran parte composto da estremisti islamici e gente che viene dall&#8217;esterno. L&#8217;opposizione siriana, che esiste, non chiede l&#8217;intervento armato ma il dialogo con Assad. Se volete chiedere a qualcuno chi sono le forze che cercano di rovesciare il presidente Assad, non è certo un mistero, basta chiederlo a Hillary Clinton che insieme ad altri Stati occidentali e non arma e finanzia le bande armate dell&#8217;opposizione. Anche in Libia, del resto, dopo la caduta di Gheddafi non si è instaurata nessuna democrazia né c&#8217;è libertà, ma c&#8217;è un regime tribale-confessionale oppressivo ed ancora in molte zone impazza la guerra civile. LA ragione per cui Assad è ancora al potere è perché Damasco, la popolazione, non vuole la guerra civile, se Assad perde il potere sarà il caos. A Damasco ci sono 5 milioni di abitanti, non c&#8217;è oppressione, le donne sono libere, poche portano il velo, la società è praticamente laica e moderna. Non c&#8217;è bisogno di spiegare il tipo di società in vigore in quei Paesi &#8220;interventisti&#8221; come il Quatar e L&#8217;Arabia Saudita che annunciano di voler portare la democrazia in Siria con le bombe, un simile proclama suona alquanto strano. Le moschee in Siria sono molto presenti e frequentate ma non esiste un islam radicale ed estremista, però gli islamisti sono pronti e scalpitano per trasformarle in scuole coraniche dove si insegna l&#8217;estremismo e si fabbricano terroristi. E&#8217; un fatto accertato che Al Qaida sta spostando le sue azioni in Siria, addirittura nel centro di Damasco, spedendo i suoi militanti dai Paesi limitrofi come Giordania e Iraq.<br />
Da un parte, certamente, c&#8217;è la repressione del regime che provoca vittime ma dall&#8217;altra parte abbiamo gruppi armati pronti a scatenare massacri di civili. Questi &#8220;amici della Siria&#8221; che hanno la loro centrale operativa a Istanbul e sono coordinati dalla NATO e dalle monarchie arabe che vogliono il rovesciamento di Assad, non fanno il bene della Siria. La vera opposizione siriana infatti non vuole il rovesciamento del regime perché sa bene che si creerebbe il caos e la Siria si trasformerebbe in un nuovo Iraq. La soluzione giusta della crisi consiste nel radunare le forze dell&#8217;opposizione e proseguire nella mediazione per andare alle elezioni in un clima di sicurezza. La missione di Kofi Annan è stata possibile proprio grazie al veto russo e cinese che hanno bloccato l&#8217;intervento armato. In questo contesto in cui la Russia si schiera contro la guerra le prospettive di collaborazione con l&#8217;Occidente sono buone. La Russia lavora per realizzare una soluzione condivisa da tutti, la Russia non vuole chiudere la porta al dialogo con l&#8217;Europa e gli USA, la Russia ha bisogno dell&#8217;Occidente per modernizzarsi e servono gli investimenti.<br />
Gli USA hanno bisogno della Russia per risolvere le crisi in Corea e in Iran e quasi tutte le crisi regionali hanno bisogno di passare per il Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU per trovare una soluzione. Inoltre l&#8217;apporto della Russia è necessario per risolvere la situazione in Afghanistan ed agevolare la ritirata dei soldati delle forze occidentali. Oggi l&#8217;Occidente non ha più solo la Russia come interlocutore isolato ma essa fa ora parte di due organizzazioni importanti come l&#8217;Unione Eurasiatica e i BRICS, che sono due attori emergenti importanti con cui bisogna avere a che fare”</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</font></p>
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		<title>Centralità della Romania</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 08:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/centralita-della-romania/14981/" title="Centralità della Romania"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cartina_romania.a0p0vtlrv6woscs04w0ocs000.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="86" alt="Centralità della Romania" ></div></a><p><font size="2"><em>Riportiamo qui di seguito il testo della relazione del direttore di &#8220;Eurasia&#8221;, Claudio Mutti, esposta in occasione della conferenza: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/conducator-ledificazione-del-socialismo-romeno-resoconto-foto-e-video/14972/">&#8220;CONDUCĂTOR, l’edificazione del socialismo romeno&#8221;</a>.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Attraverso una serie di dati desunti dalle culture tradizionali, Mircea Eliade ha mostrato che &#8220;l&#8217;uomo delle società premoderne aspira a vivere il più possibile vicino al Centro del Mondo e sa che il suo paese si trova effettivamente nel centro della superficie terrestre&#8221; (1).<br />
	Questa concezione, lungi dall&#8217;essersi estinta insieme con la visione arcaica del mondo, è sopravvissuta in maniera più o meno consapevole in contesti storico-culturali più recenti: basti pensare al fatto che ancor oggi la Cina è chiamata dai suoi abitanti <em>Chong-kuo</em>, ossia &#8220;Paese del Centro&#8221;, e che sono parecchi i paesi e le regioni che vengono pensati come centrali rispetto allo spazio geografico al quale appartengono, cosicché abbiamo un&#8217;Europa centrale o un&#8217;Europa di Mezzo (<em>Mitteleuropa</em>, <em>Zwischeneuropa</em>), un&#8217;Italia centrale, un&#8217;Asia centrale, un&#8217;America centrale ed anche una <em>République Centrafricaine</em>.<br />
Anche la Romania rientra nel novero dei paesi ai quali è stata attribuita una posizione centrale. Da un&#8217;analisi elementare dei dati forniti da quella che Eliade chiama la &#8220;geografia oggettiva&#8221;, emergono in tutta la loro evidenza quei fondamentali fattori naturali e culturali che nel corso della storia hanno determinato la centralità dello spazio romeno.<br />
	I principali elementi <em>naturali</em> della geografia romena sono i Monti Carpazi, il Danubio e il Mar Nero. I Carpazi, che sono stati definiti &#8220;colonna vertebrale del territorio e del popolo romeno&#8221; (H. Grothe), chiudono entro un anello la Transilvania, la quale, nella visione dei geopolitici romeni, rappresenta per il Paese quel <em>Kernland</em> (&#8220;regione nocciolo”) e quel <em>Mittelpunkt</em> (&#8220;punto centrale&#8221;) di cui parlano i classici del pensiero geopolitico.<br />
	I fattori <em>culturali</em> caratteristici sono l&#8217;identità neolatina, in virtù della quale il popolo romeno appartiene ad una famiglia linguistica che in Europa si estende fino al Portogallo ed al Belgio, e la confessione ortodossa, per cui la Romania rientra in un&#8217;area di dimensioni eurasiatiche, estesa da Belgrado a Vladivostok.<br />
	La simultanea appartenenza alla famiglia ortodossa e alla famiglia neolatina costituisce un potenziale elemento di raccordo tra le confessioni cristiane occidentali e quelle del cristianesimo orientale.<br />
	La centralità della Romania emerge ulteriormente se si considera che la Transilvania è una regione storicamente mediana, in quanto dopo la battaglia di Mohács fu un principato indipendente che svolse il ruolo di Stato-cuscinetto fra l&#8217;impero absburgico e l’area ottomana. Ma non solo: è una regione culturalmente centrale, poiché costituisce il punto di contatto storico di tre settori della geografia linguistica europea (quello neolatino, quello germanico e quello ugrofinnico) e delle tre principali confessioni cristiane (la ortodossa, la cattolica, la protestante).</p>
<p>	Questa posizione centrale della Romania è stata sottolineata in vario modo dagli studiosi di geopolitica, romeni e non romeni.<br />
	Negli anni Trenta del secolo scorso il fondatore della scuola geografica romena, Simion Mehedinţi (1869-1962), scrive che la Romania, trovandosi lungo una diagonale di navigazione privilegiata quale è il corso del Danubio, è predestinata dalla sua stessa posizione geografica ad agevolare le relazioni fra i paesi industriali dell’Europa occidentale da una parte e quelli del Vicino e del Medio Oriente dall’altra.<br />
	Ho citato Simion Mehedinţi; ma nel periodo interbellico l&#8217;immagine di una Romania ubicata in una posizione geograficamente cruciale è generalmente condivisa dagli studiosi europei di geopolitica, molti dei quali (come Giselher Wirsing o Emmanuel de Martonne) inseriscono la Romania nello spazio centroeuropeo.<br />
	Nicolae Alexandru Rădulescu (1905-1989), analizzando la posizione geostrategica della Romania a partire dallo statuto geopolitico del Danubio, colloca la Romania nell&#8217;Europa centrale, assieme a Polonia, Cecoslovacchia ed Ungheria.<br />
	Anche il geopolitico Ion Conea (1902-1974), che abborda la geopolitica come una scienza delle relazioni tra gli Stati e delle loro pressioni reciproche, all&#8217;inizio degli anni Quaranta  ritiene essenzialmente centrale la posizione geopolitica della Romania. &#8220;Lo Stato romeno &#8211; scrive Conea &#8211; non può essere definito &#8211; per la sua posizione &#8211; uno Stato periferico, ma uno Stato per eccellenza <em>centrale</em>&#8221; (2).<br />
Sempre negli anni Quaranta, anche per Vintilă Mihăilescu (1890-1978) la Romania occupa uno spazio centrale, in quanto si trova nel punto in cui convergono linee di tendenza provenienti dall&#8217;Europa centrale, dai Balcani e dalla Russia. Mihăilescu evidenzia il ruolo di crocevia geografico e geopolitico della Romania e ne sottolinea la capacità di attenuare e neutralizzare i conflitti.<br />
	La collocazione della Romania in un crocevia, cioè in un punto di intersezione dei grandi imperi, è ribadita anche dallo statista Gheorghe I. Brătianu (1898-1953), l&#8217;opera del quale pone in rilievo la funzione geostrategica delle tre componenti che definiscono lo spazio geografico romeno: i Carpazi, il Danubio e il Mar Nero.</p>
<p>	<em>&#8220;Noi viviamo qui ad una confluenza di strade (&#8220;la o răspântie de drumuri&#8221;), ad una confluenza di culture e, purtroppo, ad una confluenza di invasioni e di imperialismi. Noi non possiamo essere separati dall&#8217;intero complesso geografico che (&#8230;) delimita e confina il nostro destino tra i due elementi che lo dominano: la montagna e il mare. Quello che vorrei fosse chiaro è che, per capire il nostro passato, dobbiamo capire innanzitutto l&#8217;intero complesso geografico, storico, geopolitico, di cui esso fa parte&#8221; </em>(3).</p>
<p>	In seguito, negli anni della Guerra Fredda, venne spesso citato un brano che il geopolitico britannico Halford John Mackinder (1861-1947) aveva posto a conclusione di un suo studio del 1919, <em>Democratic Ideals and Reality</em>: &#8220;Chi guida l&#8217;Europa orientale domina il <em>Heartland</em> [lett. "la regione-cuore", cioè il "territorio centrale", in sostanza la Russia]. Chi guida il <em>Heartland</em> domina il <em>World Island</em> [l'Isola-Mondo, originale espressione con cui Mackinder designava il Continente Antico: Eurasia ed Africa]. Chi guida l&#8217;Isola-Mondo domina il mondo&#8221;.<br />
	Nel periodo della Guerra Fredda molti analisti riferirono questa celebre formula all&#8217;importanza dell&#8217;Europa orientale nel confronto bipolare USA-URSS. La Romania veniva dunque considerata come parte integrante di quello spazio che si trova al <em>centro</em> della lotta per il potere mondiale.</p>
<p>	Ma qual era, nel periodo succeduto alla Seconda Guerra Mondiale, il punto di vista dei diretti interessati circa la posizione del loro Paese?<br />
	Nella Romania postbellica, la scuola geopolitica romena dovette bruscamente cessare le proprie attività, poiché in tutto il cosiddetto &#8220;campo socialista&#8221; la geopolitica era <em>ufficialmente</em> messa al bando, in quanto assimilata alla <em>Geopolitik</em> di Karl Haushofer e degli altri geopolitici del Terzo Reich e quindi condannata come &#8220;pseudoscienza nazista&#8221;.<br />
	D&#8217;altra parte, anche nel cosiddetto &#8220;mondo libero&#8221; la geopolitica era aspramente criticata in ambito accademico, nonostante venisse studiata negli ambienti militari e dagli studiosi di strategia. In Italia, per esempio, la rivista &#8220;Geopolitica&#8221; dovette cessare le pubblicazioni in seguito all&#8217;invasione angloamericana, per cui il suo ex direttore Ernesto Massi, padre della geopolitica italiana, poteva scrivere nel 1947: &#8220;La geopolitica è prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; però quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla: è perciò logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla&#8221; (4).<br />
	Tornando alla Romania, è vero che &#8220;l&#8217;instaurazione del regime comunista comportò una discontinuità di oltre 45 anni nelle preoccupazioni geopolitiche [e molte opere di geopolitica] furono tolte dal circuito scientifico&#8221; (5); tuttavia  la geopolitica continuò ad esistere anche nel periodo comunista: la si insegnava, in maniera informale, nei corsi di strategia, geostrategia, storia militare, arte militare.</p>
<p>	Ma, come diceva Ernesto Massi, i popoli che la praticano non la studiano. Infatti anche la Romania socialista, pur senza avere istituito corsi ufficiali di teoria geopolitica, nella pratica delle relazioni internazionali si ispirò ad una sua coerente linea d&#8217;azione, ispirata ad un preciso progetto geopolitico.<br />
	Ciò avvenne quando, in seguito alla svolta avviata da Gheorghe Gheorghiu-Dej e condotta a termine da Nicolae Ceauşescu, la Romania mirò a diventare un Paese autonomo, capace di svolgere una sua specifica ed originale funzione nella politica internazionale e di acquisire quella <em>centralità</em> che le avevano assegnata le elaborazioni geopolitiche interbelliche.<br />
	La nozione di <em>centralità</em>, alla quale i geopolitici d&#8217;anteguerra avevano fatto ricorso per individuare la collocazione della Romania rispetto agli altri Stati, con Ceauşescu tese ad assumere un significato di sostanziale <em>equidistanza</em>, tant&#8217;è vero che Bucarest, pur non mettendo mai in discussione la sua appartenenza al &#8220;campo socialista&#8221;, riuscì ad intessere una fitta rete di relazioni con paesi appartenenti a schieramenti internazionali diversi. 	Esemplare, in proposito, fu la posizione romena nel quadrante balcanico, che può essere riassunta con le parole dello stesso <em>Conducător</em>:</p>
<p>	<em>&#8220;La Romania sviluppa buone relazioni con tutti i paesi socialisti dei Balcani: con la Bulgaria, (&#8230;) con la Repubblica Popolare d&#8217;Albania (&#8230;) Per quanto concerne le nostre relazioni con la Jugoslavia socialista, vicina ed amica, desidero sottolineare che esse conoscono uno sviluppo continuo (&#8230;) Coerente con la sua politica di estensione dei rapporti con tutti i paesi, indipendentemente dal loro ordinamento sociale e politico, la Romania si pronuncia per lo sviluppo delle relazioni con la Grecia e con la Turchia. (&#8230;) Anche se Romania e Turchia appartengono ad alleanze politiche e militari diverse, nelle conversazioni coi dirigenti turchi abbiamo concordato nella convinzione che le differenze di sistema sociale e politico, l&#8217;appartenenza ad un&#8217;alleanza o ad un&#8217;altra non possono &#8211; e non devono &#8211; impedire lo sviluppo di relazioni normali tra Stati&#8221;</em> (6).</p>
<p> 	A questa equidistanza positiva, finalizzata ad allacciare e rinsaldare le relazioni tra paesi europei appartenenti ai due diversi schieramenti internazionali, corrispose la presa di posizione con cui la Romania, anziché prender partito nel dissidio russo-cinese, si propose di collocarsi <em>super partes</em>, anzi, <em>inter partes</em>, e svolgere una funzione di raccordo tra le due grandi potenze eurasiatiche. Tale presa di posizione fu così illustrata da Ceauşescu nel corso di un&#8217;assemblea internazionale di partiti comunisti ed operai:</p>
<p>	<em>&#8220;Il nostro Partito, già molti anni fa, ha osservato con preoccupazione l&#8217;acuirsi della polemica pubblica e l&#8217;aggravarsi delle divergenze tra i partiti comunisti ed operai, in particolare tra il Partito Comunista dell&#8217;Unione Sovietica e il Partito Comunista Cinese. (&#8230;) Nella primavera del 1964 il Partito Comunista Romeno si è rivolto tanto al Partito Comunista dell&#8217;Unione Sovietica quanto al Partito Comunista Cinese con un appello a non estendere ed acuire la polemica, ad agire per trovare vie di soluzione delle questioni su cui esistono divergenze. (&#8230;) Come abbiamo dichiarato pubblicamente e come abbiamo detto ai compagni cinesi, noi non siamo d&#8217;accordo con le accuse che essi fanno al Partito Comunista dell&#8217;Unione Sovietica e ad altri partiti comunisti. Contemporaneamente, abbiamo mostrato ai compagni sovietici ed ai compagni di altri partiti fratelli che non siamo d&#8217;accordo neanche con le accuse che essi fanno al Partito Comunista Cinese&#8221;</em> (7).</p>
<p>	L&#8217;aspetto &#8211; a mio parere &#8211; negativo dell&#8217;equidistanza romena si manifestò invece allorché il <em>Conducător</em>, in seguito alla visita di Nixon a Bucarest, vestì i panni dell&#8217;intermediario ed operò ai fini del riavvicinamento cino-americano, che Henry Kissinger riteneva necessario per la sua strategia antisovietica.<br />
	Altrettanto negativa fu la posizione di equidistanza e di neutralità assunta da Bucarest nel 1967, in seguito all&#8217;aggressione sionista contro i paesi arabi. Mentre gli Stati del blocco socialista (che pure avevano gravi colpe per quanto riguarda la nascita del regime d&#8217;occupazione sionista in Palestina) si schieravano formalmente col mondo arabo e ritiravano le rappresentanze diplomatiche da Tel Aviv, la Romania colse l&#8217;occasione per accentuare la propria distanza dall&#8217;URSS, mantenendo e coltivando le relazioni col regime sionista insediatosi in Palestina. Nel progetto ceauscista, l&#8217;equidistanza tra l&#8217;aggredito e l&#8217;aggressore offriva alla Romania la possibilità di svolgere un ruolo di mediazione che ne avrebbe confermato la posizione di Stato indipendente e sovrano, impegnato nell&#8217;attività di arbitro di pace. Cito ancora Ceauşescu:</p>
<p>	<em>&#8220;La Romania non ha nessun genere di interessi speciali nel Vicino Oriente. La sua posizione nel problema della guerra tra i paesi arabi ed Israele parte dalle realtà create come conseguenza dello sviluppo del mondo postbellico: l&#8217;esistenza degli Stati arabi indipendenti e lo Stato d&#8217;Israele. Come amici dei popoli arabi, abbiamo sempre manifestato la nostra solidarietà e il nostro sostegno alle loro aspirazioni di unità nazionale, di progresso economico e sociale, di indipendenza nazionale. (&#8230;) Ma desideriamo dire onestamente agli amici arabi che non comprendiamo e non condividiamo la posizione di quei circoli che si pronunciano per la liquidazione dello Stato d&#8217;Israele. (&#8230;) A nostro parere, l&#8217;unica via razionale per risolvere il conflitto nel Vicino Oriente è il ritiro immediato delle truppe israeliane dai territori occupati, lo svolgimento delle trattative con la partecipazione delle parti interessate per la soluzione delle controversie&#8221;</em> (8).</p>
<p>	Per comprendere bene la posizione ceauscista circa il Vicino Oriente, riassumibile nei termini dell&#8217;odierna formula &#8220;due popoli, due Stati&#8221;, bisogna poi tener presente un fatto determinante: dopo la seconda guerra mondiale gran parte degli ebrei residenti nel paese danubiano era andata a stabilirsi in Palestina, cosicché i Romeni erano indotti a vedere, nell&#8217;esistenza di una colonia ebraica lontana dai loro confini, la soluzione di quel problema che li aveva a lungo assillati. &#8220;Per i Romeni la Romania, per i giudei la Palestina&#8221;: era stata questa, fin dagli anni Venti del secolo scorso, la parola d&#8217;ordine di un popolo esasperato dalla massiccia invasione ebraica.<br />
	Questa linea, che a dire il vero nel periodo interbellico non aveva trovato in Romania soltanto sostenitori (9), fu seguita con convinzione da Ceauşescu, il quale, mentre da un lato allontanò gli ultimi ebrei dalle posizioni di potere che ancora occupavano nel Partito e nello Stato e favorì l&#8217;emigrazione ebraica dalla Romania, dall&#8217;altro adottò nei confronti del regime sionista una posizione di sostanziale benevolenza.<br />
	Questa tattica compromissoria non riuscì tuttavia ad impedire che personaggi riconducibili all&#8217;ambiente sionista quali Silviu Brucan e Petre Roman, avvalendosi di una rete internazionale di complicità ormai definitivamente chiarite, riuscissero a tessere in Romania le fila della congiura sfociata nel colpo di Stato del 1989.<br />
	Circa il significato politico di tale evento, si può dire che esso rappresentò la liquidazione definitiva di quella posizione di indipendenza e di centralità che il nazionalcomunismo si era sforzato di rivendicare alla Romania. Il ruolo svolto dai servizi segreti sovietici nella &#8220;rivoluzione&#8221; del 1989 aveva ovviamente lo scopo di recuperare all&#8217;egemonia moscovita lo spazio romeno; ma, alla fin dei conti, il sostegno fornito da Mosca al movimento eversivo si risolse in un attivo contributo alla conquista statunitense dell&#8217;Europa orientale. Così, anche in Romania, Gorbaciov lavorò, se non per il Re di Prussia, per il Presidente americano.</p>
<p>	Nel ventennio successivo al 1989, la Romania è stata oggetto del disegno egemonico statunitense, che la ha assegnata d&#8217;autorità alla cosiddetta <em>&#8220;New Europe&#8221;</em>, cioè al gruppo di quei paesi ex comunisti che, al momento dell&#8217;aggressione angloamericana contro l&#8217;Iraq, si misero a disposizione di Washington, dissociandosi in tal modo dalla politica della Francia e della Germania.<br />
	Nel prevedibile futuro confronto delle potenze atlantiche con la Russia, è molto probabile che la Romania, assieme alla Bulgaria, alla Repubblica Ceca, alla Polonia ed agli staterelli baltici, diventi il tassello di un potenziale &#8220;cordone sanitario&#8221; antirusso. In un tale contesto geostrategico, la Romania svolgerebbe, in particolare, il ruolo di sentinella della NATO sul Mar Nero, più o meno come la dirimpettaia Georgia, mentre gli altri paesi dell&#8217;Europa centro-orientale egemonizzati dall&#8217;Alleanza Atlantica potrebbero servire ad impedire alla Russia l&#8217;accesso al Baltico e all&#8217;Adriatico.<br />
	Se non vuole ridursi ad essere una semplice pedina della strategia atlantista, la Romania deve necessariamente ridefinire la propria identità geopolitica ed assumere la funzione più conforme alla sua posizione, proponendosi  non come sentinella dell&#8217;Occidente, ma come elemento di raccordo, come <em>ponte</em> tra l&#8217;Europa e la Russia.<br />
	Ma purtroppo l&#8217;attuale classe politica romena non sembra affatto in grado di far proprio, un progetto geopolitico di questo genere. </p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE: </p>
<p>1. M. Eliade, <em>Il sacro e il profano</em>, Boringhieri, Torino 1967, p. 42.<br />
2. Ion Conea, &#8220;Geopolitica şi Geoistoria&#8221;, III, 1942, pp. 64-100. Il brano è stato ripreso in &#8220;Geopolitica&#8221;, cit., p. 29.<br />
3. Gh. I. Brătianu, <em>Chestiunea Mării Negre</em>, Curs 1941-1942, Universitatea Bucureşti, Facultatea de Filozofie şi Litere, ed. Ioan Vernescu, pp. 11-12.<br />
4. E. Massi, P<em>rocesso alla Geopolitica</em>, &#8220;L&#8217;ora d&#8217;Italia&#8221;, 8 giugno 1947.<br />
5. V. Simileanu &#8211; R. Săgeată, <em>Geopolitica României</em>, Top Form, Bucureşti 2009, p. 106.<br />
6. M.-P. Hamelet, <em>Nicolae Ceauşescu. Biografie şi texte selectate</em>, Editura politică, Bucureşti 1971, pp. 215-216.<br />
7. M.-P. Hamelet, op. cit., pp. 186-188.<br />
8. M.-P. Hamelet, op. cit., pp. 220-221.<br />
9. Cfr. C. Mutti, <em>Il dibattito sulla &#8220;soluzione&#8221; sionista negli ambienti nazionalisti europei degli anni Trenta</em>, in: H. de Vries de Heekelingen, Israele. Il suo passato, il suo avvenire, Effepi, Genova 2004, pp. 11-13. </p>
<p> </font></p>
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		<title>Il Politico e i “Mercati”</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 17:19:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scrive Massimo Riva che «non c'è bisogno di rifarsi ai recenti allarmi della Corte dei conti per sapere che, togliendo ancora più soldi dalle tasche dei contribuenti, si deprime la crescita». (1) E si potrebbe aggiungere che non c'è bisogno di essere economisti per capire che far cadere la domanda interna per evitare il tracollo finanziario non può che danneggiare gravemente l'economia del nostro Paese - notoriamente fondata sulle Pmi e su quelle (poche) grandi imprese strategiche (pubbliche) che non sono state "liquidate" negli anni Novanta. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-politico-e-i-mercati/14799/" title="Il Politico e i “Mercati”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/crisi_eurozona1.2w1hh5evvjc4skw4c04kossw8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="45" alt="Il Politico e i “Mercati”" ></div></a><p><font size="2">Scrive Massimo Riva che «non c&#8217;è bisogno di rifarsi ai recenti allarmi della Corte dei conti per sapere che, togliendo ancora più soldi dalle tasche dei contribuenti, si deprime la crescita». (1) E si potrebbe aggiungere che non c&#8217;è bisogno di essere economisti per capire che far cadere la domanda interna per evitare il tracollo finanziario non può che danneggiare gravemente l&#8217;economia del nostro Paese &#8211; notoriamente fondata sulle Pmi e su quelle (poche) grandi imprese strategiche (pubbliche) che non sono state &#8220;liquidate&#8221; negli anni Novanta. Di conseguenza, afferma Riva che le misure approvate dal governo Monti nei mesi scorsi, sotto la pressione cogente degli attacchi speculativi sui titoli del Tesoro, fanno correre al nostro Paese il rischio di precipitare in una spirale perversa, di avvitarsi sempre più velocemente verso il basso. Ma, sebbene questa affermazione sia indubbiamente corretta e condivisibile, si deve pure rilevare che Massimo Riva, secondo cui una volta «salvata l&#8217;Italia, è bene che Mario Monti si occupi di salvare gli italiani», non prende affatto in considerazione che l&#8217;interesse dei &#8220;mercati&#8221; possa essere assai diverso da quello degli italiani (ovvero da quello della stragrande maggioranza del popolo italiano). </p>
<p>Al riguardo, è opportuno ricordare che il sociologo Luciano Gallino ha messo chiaramente in luce come sia del tutto inutile cercare di risolvere la crisi economica senza riformare il sistema finanziario. (2) Difatti, secondo Gallino, la crisi dei bilanci pubblici è in realtà la crisi dei bilanci delle banche, manifestatasi appieno nel 2007-2008. Eppure, nota Gallino, i gruppi finanziari «salvati dallo Stato a suon di trilioni di dollari e di euro spesi o impegnati (più di 15 in Usa, almeno 3 nella Ue) sono ora, in termini di attivi in bilancio, grandi il doppio». Insomma, nulla è cambiato in questi ultimi anni e lo tsunami finanziario adesso minaccia di travolgere l&#8217;economia dei Paesi dell&#8217;Eurozona – e si badi che anche al collasso finanziario del 1929 seguì, pochi anni dopo, il crollo dell&#8217;economia reale, la &#8220;Grande Depressione&#8221;, che l&#8217;America non superò grazie al New Deal (che invece fu un mezzo fallimento, tanto che negli Usa, se la spesa pubblica civile crebbe dai circa 10 miliardi di dollari del 1929 ai 17,2 del 1939, nello stesso arco di tempo il Pil calò da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari e la disoccupazione aumentò dal 3,2% al 17,2%), bensì perché al termine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti erano diventati, dal punto di vista economico, i padroni del mondo.</p>
<p>Del resto, l&#8217;analisi di Gallino è confermata dal fatto che nel dicembre scorso la Bce ha immesso nel sistema bancario quasi 500 miliardi di euro, ad un tasso di interesse dell&#8217;1%, affinché le banche potessero acquistare nuovi titoli di Stato ad alta redditività, e non al fine di aiutare le famiglie in difficoltà e promuovere, come si potrebbe credere, le attività produttive e gli investimenti in settori chiave del sistema economico dell&#8217;Eurozona. Scopo di questa generosa iniezione era, infatti, quello di «perpetuare il meccanismo della speculazione finanziaria che ha generato per anni la parte più consistente dei guadagni delle banche nell&#8217;ultimo decennio e che è stata poi, con le sue gigantesche perdite, le cui dimensioni non sono ancora mai state quantificate, la vera origine della crisi». (3)</p>
<p>D&#8217;altronde, dovrebbe essere ovvio &#8211; anche se la maggior parte dei cosiddetti &#8220;analisti&#8221; pare non rendersene pienamente conto &#8211; che i &#8220;mercati&#8221; agiscono anche secondo determinate &#8220;tendenze geostrategiche&#8221;, di cui non necessariamente sono del tutto consapevoli perfino i principali attori geopolitici. Si dovrebbe allora prendere atto che il terremoto finanziario che fa vacillare l&#8217;Occidente si origina da complessi processi storici che vedono emergere nuovi &#8220;soggetti&#8221; sullo scacchiere internazionale (Brics, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Unione Eurasiatica). Si è in presenza cioè di “tensioni di struttura” che fanno pure comprendere perché una potenza (geo)economica come la Germania tenda a rafforzare le sue relazioni commerciali con i Paesi dell&#8217;Est (Russia, Cina e India, in particolare), nonostante che la Germania non abbia (per ora) manifestato l&#8217;intenzione di preferire una strategia geopolitica basata su una autentica (e, a nostro giudizio, necessaria) <em>Neue Ostpolitik</em>.(4)</p>
<p>In quest&#8217;ottica, comunque, si dovrebbero interpretare anche le vicende della nostra Penisola, per quanto non sia un compito facile. Ovvero, si dovrebbe tener conto, pur dando per scontata l&#8217;incapacità dei vari governi Berlusconi (sul cui americanismo nessuno ha mai avuto dubbi), che gli accordi con la Russia (<em>South Stream</em>) e con la <em>Giamahiria</em> (un giro d&#8217;affari, secondo alcuni, di circa duecento miliardi di euro) erano un chiaro indice di quale doveva &#8211; e dovrebbe &#8211; essere l&#8217; “orientamento geopolitico” dell&#8217;economia italiana, al di là di ogni altra (pur essenziale) considerazione, posto che si ritenga fondamentale l&#8217;interesse degli italiani, anziché quello dei &#8220;mercati&#8221;. Non a caso, questi ultimi, dopo l&#8217;aggressione contro la Libia (aggressione che Berlusconi in un primo momento sembrava voler condannare, anche se poi, con il crescere della pressione &#8220;interna&#8221; e soprattutto &#8220;esterna&#8221;, il “nostro condottiero” cedeva su tutta la linea, buttando a mare il Trattato di Bengasi e con esso pure ogni parvenza di autonomia del Bel Paese), hanno preteso che alla guida dell&#8217;Italia vi fosse un &#8220;loro uomo&#8221; e che Difesa ed Esteri fossero saldamente sotto il controllo di Washington, onde evitare il ripetersi di altri &#8220;giri di valzer&#8221; e che certe &#8220;posizioni&#8221; potessero essere sfruttate da  “giocatori&#8221; assai più abili dello gnomo (in senso politico, sia chiaro) di Arcore.</p>
<p>Se però è palese che “mercati” e centri di potere atlantisti agiscano sulla base delle medesime logiche di potere, sì da configurarsi come due facce di un&#8217;unica medaglia, sarebbe pure indispensabile che la politica del nostro Paese (e ovviamente quella dell&#8217;Europa continentale) non fosse in contraddizione con i “movimenti tettonici” che stanno mutando il volto geopolitico del pianeta, mentre si sa che i “mercati” spingono in ben altra direzione. Perciò, non sorprende che si sia venuta a creare una situazione internazionale in cui ai suddetti “movimenti tettonici” si sommano le esigenze di un sistema finanziario, che per sopravvivere deve sia imporre l&#8217;ideologia delle merce in tutti gli strati sociali e in tutti i mondi vitali – dato che il <em>Welfare</em> europeo sarebbe morto, come Mario Draghi, un altro “condottiero italiano” al servizio dello straniero d&#8217;oltreoceano, ha esplicitamente dichiarato (lasciando intendere per quale Europa gli italiani si devono sacrificare) -, sia favorire quella “geopolitica del caos” che articola la volontà di potenza atlantista e che è a fondamento della stessa prepotenza dei “mercati”.</p>
<p>Il che, naturalmente, significa che mancano (ancora?) le condizioni geopolitiche per attuare quella radicale riforma del sistema finanziario (che in definitiva consisterebbe nell&#8217;imporre ai “mercati” la logica e la volontà di un “Politico sovrano”), senza la quale, come giustamente sostiene Gallino, la crisi dell&#8217;economia reale è destinata a continuare, se non addirittura a peggiorare. E tuttavia, nulla è più lontano dalla realtà che l&#8217;immagine di un unico centro di potere “politico-finanziario” in grado di dominare l&#8217;intero Occidente, dacché il capitalismo, pur nelle sue molteplici e complesse configurazioni, si caratterizza proprio per lo scontro tra gli stessi gruppi (sub)dominanti. Il “sistema” cioè non può non essere strutturato anche da “contraddizioni interne”, che derivano dalla lotta politica, riguardo alla distribuzione delle quote di potere e di ricchezza, tra i diversi membri dei gruppi(sub)dominanti. Una lotta che si combatte in Europa anche (ma indubbiamente non solo) “a colpi di <em>spread</em>”, ma senza che vi sia più il “paracadute” dell&#8217;anticomunismo. Sicché, anche se nulla garantisce all&#8217;Italia, o meglio agli italiani di venire salvati dagli “alleati” &#8211; i quali, nel migliore dei casi, fanno dipendere la salvezza degli italiani da quella dei “mercati” &#8211; è logico che una prolungata e forte contrazione della nostra economia non possa non preoccupare i “mercati”, considerando anche le notevoli dimensioni del nostro debito pubblico.</p>
<p>Si spiega dunque perché sia terminata la luna di miele tra il nostro “Commissario tecnico” e i grandi quotidiani angloamericani, come il <em>Wall Street Journal</em> e il <em>Financial Times</em>, che adesso nutrono parecchi dubbi per quanto concerne la manovra “salva Italia”, al punto che il <em>Wall Street Journal</em> non esita a ritenerla controproducente: «Le misure di austerity in Italia stanno bloccando l&#8217;attività nella terza principale economia dell&#8217;eurozona, secondo quanto appare dai dati economici più recenti che dimostrano come queste misure sono controproducenti [dato che] i recenti aumenti delle tasse stanno aiutando l&#8217;Italia a tagliare il suo deficit, ma al contempo stanno spingendo l&#8217;attività economica a contrarsi ancora più velocemente». (5) </p>
<p>In sostanza, se da un lato, difficilmente vi può essere crescita economica, dato che si devono pagare (e in buona parte a investitori stranieri) alti tassi d&#8217;interesse su un debito pubblico nettamente superiore al Pil, dall&#8217;altro, difficilmente si possono pagare tali interessi, senza crescita economica. E più aumenta lo <em>spread</em> più si aggravano le condizioni economiche del nostro Paese. Una “aporia” (anche nel senso letterale del termine ossia ”vicolo cieco”) che non consente di farsi illusioni, anche perché la vulnerabilità finanziaria è conseguenza di una vulnerabilità strategica a cui nessuno può seriamente credere si possa porre rimedio con la flessibilità del lavoro e le privatizzazioni di alcuni servizi. Inoltre, i “mercati” non possono non tirare la corda, rischiando perfino che si spezzi, vuoi per evitare di pagare il prezzo del divario tra economia reale e sistema finanziario (tanto è vero che «mentre il valore dell&#8217;intero prodotto mondiale nel 2010 è stato di circa 70.000 miliardi di dollari, la &#8220;sola&#8221; speculazione finanziaria sui titoli derivati fuori dai circuiti controllati, escludendo quindi il valore dei mercati borsistici internazionali e del mercato dei cambi, è valutata nel 2011 da <em>Der Spiegel</em> in ben 708.000 miliardi di dollari!»), (6) vuoi per costringere l&#8217;Eurozona a “farsi carico” della crisi di un “sistema” tuttora imperniato sull&#8217;egemonia del dollaro &#8211; ovverosia su quella funzione politica “mistificata” dell&#8217;Economico che è il tratto costitutivo dell&#8217;Occidente.</p>
<p>“Crisi” allora, in primo luogo, non finanziaria, ma politica e strategica quella che attanaglia l&#8217;Occidente e in specie l&#8217;Eurozona, sebbene il nostro Paese “sconti” pure un europeismo superficiale e “ingenuo”, che ha portato a giustificare la svendita di gran parte del nostro patrimonio strategico, nella convinzione che una volta “entrati in Europa” non ci sarebbero stati più italiani ma “unicamente” europei. Una scelta politica che si potrebbe definire “euroamericana”, piuttosto che europeista, e che non si può non ritenere assai poco “lungimirante”, se gli italiani, orfani da almeno due decenni di una classe dirigente degna di questo nome, hanno ormai ben poche possibilità di impedire che l&#8217;Italia divenga terra di conquista per potentati stranieri. Se poi in ciò qualcuno vedesse il concreto superamento del nazionalismo, anche ammesso e non concesso che fosse in buonafede, evidentemente confonderebbe il nazionalismo con il diritto di un Paese a non essere colonizzato, né da altri Paesi né dai “mercati”. </p>
<p>Per questa ragione, a nostro avviso, non solo l&#8217;Italia ma l&#8217;Europa dovrebbe riconoscere che i “mercati”, lungi dall&#8217;essere neutrali, sono “veicolo” di interessi (geo)strategici e (geo)economici, che sono opposti a (più che diversi da) quelli di gran parte degli europei. Vale a dire che ci si dovrebbe porre il problema di “salvare” non i “mercati”, ma i popoli europei. Un problema però che l&#8217;attuale classe politica europea non vuole porsi, avendo già scelto da tempo di lasciare proprio ai “mercati” il compito di “decidere”. <em>Rebus sic stantibus</em>, non ci vuole molto a capire che è la stessa l&#8217;Europa a trovarsi in un “vicolo cieco”, per aver creduto di poter aggirare gli ostacoli della geopolitica. E adesso che quest&#8217;ultima bussa alla porta del Vecchio Continente, si deve temere il peggio per gli europei, se non per l&#8217;Unione Europea. Nondimeno, è anche vero che i “mercati” non sono affatto in grado di risolvere la crisi del “sistema”, mentre il Politico può “decidere” di cambiare le regole del gioco, benché non occorra dire che sia assai improbabile che ciò si verifichi. Eppure, prima o poi, i nodi verranno il pettine. Ma se di questo si può essere certi, allora può darsi pure che non tutto il male venga per nuocere.</p>
<p></font><font size="1"><br />
<strong>NOTE: </strong></p>
<p>1) M. Riva, <em>Così ci si avvita: verso il baratro</em>, <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-ci-si-avvita-verso-il-baratro/2177258">http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-ci-si-avvita-verso-il-baratro/2177258</a>.</p>
<p>2) Vedi L. Gallino, <em>Tutto inutile senza la riforma della finanza</em>, <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutto-inutile-senza-la-riforma-della-finanza/">http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutto-inutile-senza-la-riforma-della-finanza/</a>.</p>
<p>3) G. Colonna, <em>Il Natale delle banche</em>, <a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41703">http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41703</a>.</p>
<p>4) Vedi G. Friedman, <em>The State of the World: Germany’s Strategy</em>, <a href="http://www.stratfor.com/weekly/state-world-germanys-strategy">http://www.stratfor.com/weekly/state-world-germanys-strategy</a>, e la nostra analisi di questo articolo di Friedman, La strategia della Germania , <a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-strategia-della-germania/14511/">http://www.eurasia-rivista.org/la-strategia-della-germania/14511/</a>.</p>
<p>5) <em>Wall Street Journal: &#8220;L&#8217;austerity in Italia è una minaccia per l&#8217;economia dell&#8217;Eurozona&#8221;</em> <a href="http://www.repubblica.it/economia/2012/04/04/news/wall_street_journal_l_austerity_in_italia_blocca_l_economia_dell_eurozona-32729610/">http://www.repubblica.it/economia/2012/04/04/news/wall_street_journal_l_austerity_in_italia_blocca_l_economia_dell_eurozona-32729610/</a> .</p>
<p>6) Vedi nota 3.<br />
</font></p>
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		<title>Intervista al Dr. Viaceslav Chirikba,  Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Abkhazia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 16:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Nella sostanza come secondo previsione l’incontro tra noi e i georgiani si è risolto con un nulla di fatto. Nella pratica però qualcosa abbiamo ottenuto, poco ma ugualmente importante: a livello internazionale si continua a parlare di Abkhazia, l’attenzione nei nostri confronti è elevata e questo oggi è fondamentale”. Nessun giro di parole, va subito al sodo il Dr. Viaceslav Chirikba, Ministro degli Esteri della Repubblica di Abkhazia, il 27-28 marzo scorsi protagonista a Ginevra, presso le Nazioni Unite per un nuovo incontro con i rappresentanti della Georgia riguardo l’indipendenza del suo Paese (indipendenza che i georgiani continuano a negare), mentre il 30 marzo e il 3 aprile è stato a Roma, per presentare il paese di cui è rappresentante agli organi di informazione italiani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-dr-viaceslav-chirikba-ministro-degli-affari-esteri-della-repubblica-di-abkhazia/14788/" title="Intervista al Dr. Viaceslav Chirikba,  Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Abkhazia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/560px_flag_of_abkhazia_svg_3.2q5kf8ewxz8ks4owsksgswcso.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="40" alt="Intervista al Dr. Viaceslav Chirikba,  Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Abkhazia" ></div></a><p><font size="2"><em>A cura di Filippo Pederzini</em></p>
<p>“Nella sostanza come secondo previsione l’incontro tra noi e i georgiani si è risolto con un nulla di fatto. Nella pratica però qualcosa abbiamo ottenuto, poco ma ugualmente importante: a livello internazionale si continua a parlare di Abkhazia, l’attenzione nei nostri confronti è elevata e questo oggi è fondamentale”. Nessun giro di parole, va subito al sodo il Dr. Viaceslav Chirikba, Ministro degli Esteri della Repubblica di Abkhazia, il 27-28 marzo scorsi protagonista a Ginevra, presso le Nazioni Unite per un nuovo incontro con i rappresentanti della Georgia riguardo l’indipendenza del suo Paese (indipendenza che i georgiani continuano a negare), mentre il 30 marzo e il 3 aprile è stato a Roma, per presentare il paese di cui è rappresentante agli organi di informazione italiani.</p>
<p>Il nuovo ‘round’ ha visto di fronte nuovamente abkhazi e russi da una parte e georgiani e statunitensi dall’altra. Sul piatto, il riconoscimento all’indipendenza dello stato caucasico che si affaccia sul Mar Nero, che di fatto lo è – dal momento della sua auto proclamazione risalente al 1992, e ribadita per altro nel 2008, dopo il tentativo di aggressione georgiana, sventata celermente dall’intervento russo, col conseguente riconoscimento di Russia, Venezuela, Nicaragua, Nauru, Vanuatu e Tovalu – nonostante l’ambigua posizione di Nazioni Unite ed Unione Europea. Nei panni queste ultime, ancora una volta e per chissà quanto tempo, di un arbitro sulla cui imparzialità si potrebbe discutere, considerando la propensione – è avvenuto in più di un’occasione &#8211; alla politica dei due pesi e delle due misure. È stato così per il Kosovo dal riconoscimento ‘indispensabile’, lo è oggi per quei territori definiti a <em>status conteso</em> come appunto l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud, il Nagorno Karabagh, la Transnistria, sui quali si preferisce diplomaticamente sottrarsi alla considerazione della realtà attuale, o rimandare eventualmente il tutto a data da destinarsi. Senza dimenticare poi, utile ricordarlo, che nel caso specifico dell’Abkhazia ogni volta in cui sono in programma incontri presso le Nazioni Unite i georgiani non mancano mai di avanzare la richiesta di evitare di invitare al tavolo delle trattative i rappresentanti abkhazi.</p>
<p><strong>Innanzitutto, signor Ministro, la ringraziamo per averci concesso questa intervista. È stato così anche questa volta, i georgiani non vi volevano come controparte? Quale è stato l’esito dei colloqui di Ginevra?</strong></p>
<p>Negli incontri del 27-28 marzo con la Georgia, avvenuti alla presenza di Stati Uniti, Russia ed Unione Europea, non si è giunti ad alcuna soluzione. Con i Georgiani non siamo riusciti assolutamente a dialogare. L’impedimento è sorto anche dalla presenza a Ginevra dei rappresentanti dei Paesi Baltici e della Polonia che hanno esercitato una sorta di ostruzionismo nei nostri confronti come sempre. È noto che questi Paesi hanno sostituito l&#8217;anticomunismo con la russofobia, e tutto ciò come nel nostro caso rappresenta amicizia e rapporti di buon vicinato con la Russia, si trasforma in blocco, a prescindere dai contenuti. Come già le volte precedenti tengo a ribadire che è molto difficile arrivare ad un tipo di risoluzione che vada incontro alle esigenze di entrambi. Le posizioni sono diametralmente opposte. C’è comunque da parte dei georgiani ancora oggi, nonostante la figura del presidente georgiano si stia incrinando sempre di più anche in merito a questa vicenda, nessuna volontà di riconoscere l’indipendenza del nostro paese. Siamo due realtà completamente differenti. Questo però non esclude di istaurare, e ci stiamo impegnando ormai da anni a tal senso, un dialogo costruttivo finalizzato al riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia. Passo a cui seguirebbe una ripresa dei rapporti tra i due stati e di conseguenza alla riapertura del confine. Non siamo noi però a non volere il dialogo con i georgiani, tengo a sottolineare, ma loro, fermi su posizioni assolutamente controproducenti e condizionati da terzi.</p>
<p><strong>Ma quali sono oggi appunto, le posizioni georgiane in merito alla vicenda abkhaza?</strong></p>
<p>In primo luogo l’irrinunciabilità e la rivendicazione dell’intero territorio abkhazo, come parte integrante dello stato georgiano. Sono forti di questa posizione, sostenuta per altro dagli Stati Uniti, grazie al mancato riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia sia parte delle Nazioni Unite, come della stessa Unione Europea. La Georgia come ribadito in passato l’unica concessione che sarebbe eventualmente disposta a fare sarebbe quella di una sorta di autonomia culturale dell’Abkhazia. Una formalità semplicemente irrisoria priva di valore; molto meno di quanto è concesso per fare un paragone, dallo stato italiano, alle provincie autonome di Trento e Bolzano. Il sostegno degli Stati Uniti alla Georgia fa sì poi che molti paesi a livello internazionale evitando di analizzare ed approfondire le questioni inerenti alla situazione abkhaza, si allineano su posizioni filo georgiane. Posizione per altro che trovano schierati anche tanti media occidentali: nel 2008 ad esempio alla stregua degli osseti del sud siamo finiti da ‘aggrediti’ ad aggressori, quando è vero l’esatto contrario. Nemmeno il web a tal senso ci viene incontro. Nonostante l’impegno profuso da parte nostra, dei russi e di altri che contribuiscono alla circolazione di notizie vere relative alla realtà abkhaza, come pure l’attività condotta da Mauro Murgia e recentemente la rivista Eurasia, che intervistandolo ha fatto sì che si parlasse di Abkhazia in un trimestrale di studi geopolitici così autorevole e soprattutto degli abkhazi, molte informazioni veicolate su internet non solo non sono veritiere, ma rasentano il falso. Su wikipedia la libera enciclopedia multimediale ad esempio è riportato che l’indipendenza dell’Abkhazia va contro il diritto internazionale. Curioso vero? E quella del Kosovo, senza aver nulla contro i kosovari sia chiaro, invece no? È stato smembrato uno stato, la culla della Serbia, oltretutto per crearne uno, privo di radici storiche, culturali, senza tradizione alcuna, che non ha avuto particolari difficoltà ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale…    </p>
<p><strong>L’indipendenza del Kosovo però, non avrebbe potuto costituire un precedente su cui fare leva, in sede delle Nazioni Unite?</strong></p>
<p>Diciamo che non ci siamo mai fatti illusioni: nei nostri confronti, ci si è mossi e questo appare abbastanza evidente oggi, quasi esclusivamente in funzione antirussa. Come antirussa, col beneplacito dell’occidente continua ad essere la politica estera georgiana: l’ultima novità giusto perché gli esempi non mancano mai e sono sempre di varia natura è che a maggio prossimo la Georgia inaugurerà un monumento sul confine della Circassia a ricordo dei circassi che hanno resistito all’occupazione sovietica. Come la si vuol definire questo tipo di azione? Sono pronto a scommettere che non mancherà di trovare spazio su qualche organo di informazione europeo o statunitense di rilievo, con ovviamente il giusto risalto. Non trova però spazio se non in termini a noi avversi la nostra vicenda. Tornando al Kosovo e scusandomi per questa parentesi, tengo però a chiarire una cosa: rispetto alla ‘neo nazione europea’, l’Abkhazia, oltre a vantare due millenni di storia ha sempre goduto di uno statuto speciale già dai tempi dello Zar, rinnovato anche nel 1931 quando è entrata a far parte dell’Unione Sovietica (solo l’avvento di Stalin ha cambiato le cose: con la deportazione di migliaia di abkhazi e l’accorpamento del territorio alla Georgia). Se non altro storicamente e a livello di diritto internazionale qualche ragione in più pensiamo di averla e cerchiamo di farla valere. Già il fatto comunque che oggi, lo ribadisco si parli di Abkhazia a Ginevra, presso le Nazioni Unite, come è avvenuto a Roma nei giorni scorsi è un importante passo in avanti. </p>
<p><strong>Queste resistenze a livello internazionale nei vostri confronti, paiono celare però anche altri argomenti al momento sottaciuti, sia dalla Georgia che dal loro primo sponsor, gli Stati Uniti. Ecco, non è che ci siano ragioni di natura economica alla base della ferma volontà di non riconoscere la vostra indipendenza, da parte dei georgiani come dei loro ‘alleati’?     </strong></p>
<p>Posso risponderle che l’Abkhazia oggi è tra i primi paesi al mondo per l’elevata quantità in suo possesso e qualità, di acqua dolce. Difficile pensarlo per uno stato di così piccole dimensioni, ma è così. Lo sfruttamento di questa ricchezza naturale, senza inquinamento alcuno ci permette di produrre energia di tipo idroelettrico in abbondanza. A parte quella utile al fabbisogno del nostro paese, il resto lo vendiamo alla Russia: una quantità tale che permette di soddisfare le esigenze di una larga fetta del territorio russo meridionale. È chiaro dunque che una risorsa naturale come l’acqua, guardando anche alle condizioni in cui cominciano a versare molti paesi causa siccità, mutamenti atmosferici e altro e per usare la nota frase <em>“Che la prossima guerra si combatterà per l’acqua”</em>, già adesso si rileva oltre che importante per la sopravvivenza, strategica per i paesi che ne possiedono in grandi quantità. Ma non è l’unico fattore. Ci sono ben altre risorse naturali su cui si concentra l’attenzione. A poche miglia nautiche dalla costa, in acque territoriali abkhaze a tutti gli effetti sono stati individuati nel sottosuolo marino enormi giacimenti di gas naturale e di petrolio. Sgombrando il campo da ogni sorta di equivoco e cioè che sono dell’Abkhazia e del suo popolo, il Governo non è attualmente e non lo sarà nemmeno in futuro interessato a sfruttare questo tipo di risorse. Puntiamo per altro invece ad uno sfruttamento maggiore dell’acqua come delle tante bellezze naturali di cui è ricco il paese. Il mare, i laghi, le montagne i parchi. Il fatto che ora già oltre 2 milioni di russi ogni anno trascorrono le vacanze presso di noi, indica che la via che siamo intenzionati a percorrere è quella dello sviluppo turistico, prima che industriale, dato che il territorio va preservato. Le Olimpiadi Invernali di Soci nel 2014 rappresentano anche per noi una seria e concreta opportunità di crescita. Molto a livello di riqualificazione e valorizzazione si sta già facendo, ma tanto ancora ci sarà da fare soprattutto a livello infrastrutturale. Per questo ci rivolgiamo agli investitori stranieri, italiani compresi, offrendo loro un regime fiscale molto agevolato per imprendere in Abkhazia.</p>
<p><strong>Diceva dei russi. Che rapporto c’è attualmente con loro, al di là del fatto che molti media occidentali parlano espressamente di sudditanza?  </strong>     </p>
<p>Con l’avvento di Vladimir Putin, il rapporto è stato fin da subito costruttivo e di estrema collaborazione. Sono lontani ormai i tempi di Eltsin quando le relazioni con la Russia erano ridotte al lumicino. Basti pensare che dal suo primo insediamento al Cremlino Putin ha iniziato a guardare all’Abkhazia con occhi diversi. O meglio ha capito subito e trasmesso che il nostro stato non è parte integrante della Georgia, ma indipendente e come tale deve avere vita propria. La Federazione Russa inoltre dopo la crisi diplomatica coi georgiani non ha esitato solo un attimo a riconoscerci, contribuendo ad elevarci a nazione tra le nazioni. È venuta incontro alle esigenze della popolazione, in primo luogo mediante la concessione del passaporto russo, che consente ai cittadini abkhazi la libera circolazione al di fuori dei confini del proprio Stato, come avviene per i cittadini delle altre nazioni. Gli Abkhazi possono entrare liberamente nel territorio russo, così come in tutti quei Paesi che hanno riconosciuto l&#8217;Abkhazia. Non va dimenticato poi il sostegno in termini economici sociali e tecnici offerto dalla Federazione Russa all’Abkhazia, teso allo sviluppo dello Stato, come pure quello militare. Come potrebbe fare altrimenti la nazione abkhaza a difendere e monitorare le proprie acque territoriali, in mancanza di una marina propria? Non è passato molto tempo, è utile ricordarlo, da quando unità navali georgiane si frapponevano e bloccavano tutte le imbarcazioni che volevano approdare nei nostri porti, arrestandone addirittura gli equipaggi. Inoltre è sicuramente meglio che siano le unità russe a controllare il confine con la Georgia, al fine di evitare ulteriori tensioni. Soprattutto il supporto offertoci dalla Federazione Russa ha contribuito a far parlare gli abkhazi del loro paese e non altri, come purtroppo continua in larga parte ad avvenire.</p>
<p><strong>Da ultimo, che bilancio trae da questa sua visita in Italia?</strong></p>
<p>Mi sento di dire che si è trattato di un viaggio, il primo nel vostro paese, di assoluta importanza e che ha determinato un passo anche seppur piccolo, in avanti con l’Unione Europea. Sta passando, in Europa, la giusta logica del ‘Fare parlare l&#8217;Abkhazia’, iniziando ad emarginare il cosiddetto ‘Parlare dell&#8217;Abkhazia’, senza minimamente conoscere il Paese e più in generale i problemi del Caucaso. A Pesaro, San Marino e Roma, gli incontri effettuati, sia politici che economici, sono stati seguiti con estrema attenzione da molti soprattutto esponenti del mondo economico. A Roma poi in particolar modo: in occasione della conferenza presso la stampa estera con i giornalisti italiani e quando, accompagnato dal Senatore del Partito Radicale Marco Perduca, ho incontrato privatamente il Senatore Lamberto Dini, presidente della Commissione Esteri del Senato. Il piacere dell’affermazione da lui pronunciata, &#8220;L&#8217;Abkhazia ha diritto alla sua autodeterminazione, senza se e senza ma&#8221;, dimostra che il nostro lavoro inizia a dare frutti concreti, impensabili ed impossibili solo poco tempo fa.<br />
</font></p>
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