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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Russia</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:06:57 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Per i non illuminati, il momento presente, dopo la guerra di Libia e la febbre di Cairo, mentre la stampa evoca aneddoticamente la situazione in Yemen, Bahrain e Somalia, sussistono in Medio Oriente, mediaticamente parlando, due epicentri di queste crisi, per contro, che sono quotidianamente sotto i riflettori: la Siria e l'Iran, con una estensione e un contrappeso nella guerra nascosta in Pakistan. Guerra dei robot volanti - droni assassini incaricati per sostituire le truppe di carne e ossa - che riscopriamo periodicamente nel corso di un "errore" sempre sanguinoso: in questo caso la distruzione per errore una unità del Pakistan il 26 novembre; un centinaio di uomini colpiti e 24 finito all'obitorio. Errore notevole perché rivela il livello di intensità dei combattimenti sul suolo pakistano cui si dedicano le forze aeree degli Stati Uniti, e di cui la ferma intenzione di Obama ... è quella di non "scusarsi".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-iran-pakistan-un-anello-di-fuoco-in-tutto-il-continente-eurasiatico/12961/" title="Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/middle_east1.45wrwflcwyo08w4kgckwo4g0g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="84" alt="Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.geopolintel.fr/">Geopolintel </a></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">,18 dicembre 2011</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per i non illuminati, il momento presente, dopo la guerra di Libia e la febbre di Cairo, mentre la stampa evoca aneddoticamente la situazione in Yemen, Bahrain e Somalia, sussistono in Medio Oriente, mediaticamente parlando, due epicentri di queste crisi, per contro, che sono quotidianamente sotto i riflettori: la Siria e l&#8217;Iran, con una estensione e un contrappeso nella guerra nascosta in Pakistan. Guerra dei robot volanti &#8211; droni assassini incaricati per sostituire le truppe di carne e ossa &#8211; che riscopriamo periodicamente nel corso di un &#8220;errore&#8221; sempre sanguinoso: in questo caso la distruzione per errore una unità del Pakistan il 26 novembre; un centinaio di uomini colpiti e 24 finito all&#8217;obitorio. Errore notevole perché rivela il livello di intensità dei combattimenti sul suolo pakistano cui si dedicano le forze aeree degli Stati Uniti, e di cui la ferma intenzione di Obama &#8230; è quella di non &#8220;scusarsi&#8221; [NYT].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per l&#8217;Iran, l&#8217;evento principale è l&#8217;assalto dell&#8217;ambasciata britannica a Teheran, la stessa che ospitò la riunione tripartita Churchill, Roosevelt, Stalin, esattamente 72 anni prima [1]. Qualunque sia la natura spontanea di questa &#8220;manifestazione&#8221; di rabbia legittima [2], salutiamo la memoria lunga – insolita tra le classi dirigenti occidentali decisamente provinciali &#8211; che sembra abitare nell&#8217;elite della teocrazia parlamentare iraniana. Aggiungendo che l&#8217;attacco contro l&#8217;enclave britannica si è verificata in occasione dell&#8217;anniversario dell&#8217;assassinio a Teheran, il 29 novembre 2010, di Majid Shahriani, responsabile dei sistemi informatici del programma di decontaminazione dell&#8217;impianto di Natanz, infettati con lo <em>Stuxnet</em> di concezione israelo-statunitense, con ogni probabilità. Lo stesso attacco &#8211; che ha ucciso Shahriani – ha ferito gravemente il professor Feredoun Abbasi-Davani, responsabile delle centrifughe per l&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio &#8211; sempre a Natanz. La pista del Mossad in collaborazione con il britannico MI-6, è stata naturalmente subito presa &#8211; non prestate che ai ricchi? – sul sito di intelligence <em>Debka-online</em>. Con ogni probabilità, attraverso o con l&#8217;appoggio dei curdi irredentisti in Azerbaigian, a Occidente, o del Sistan-Baluchistan in Oriente, è chiaro che i confini iraniani sono porosi e che commando e materiale vi transitano, tra l&#8217;altro, da queste regioni dall&#8217;instabilità cronica [3]. Ma quattro giorni dopo il richiamo del suo rappresentante a Londra e del personale diplomatico [4], senza alcun collegamento causale che una divina coincidenza, l&#8217;Iran ha annunciato di aver abbattuto, domenica 4 dicembre, sul suo confine con Afghanistan-Pakistan, un drone senza pilota da ricognizione statunitense RQ-170 <em>Sentinel</em>, un dispositivo di ultima generazione schierato in Afghanistan, appositamente per la raccolta di informazioni&#8230; in Iran e Pakistan.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per la Siria, noi &#8211; la brava gente &#8230; maiali paganti e votanti, volti a ingrassare e a legittimare, sotto l&#8217;apparenza della democrazia, i nostri parassiti – beneficiamo del conteggio giornaliero di cadaveri, senza dettagli su chi, come e in che campo è morto? Le voci più selvagge che circolano sulle onde radio e sui lucernari, sulla spietata repressione che conduce inesorabilmente la nazione siriana nella guerra civile.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una informazione di interesse pubblico passata sotto silenzio sui 15 mila combattenti dell&#8217;esercito libero siriano &#8211; secondo le cifre fornite da un&#8217;opposizione che pretende ancora di essere <em>&#8220;pacifica&#8221;!</em> – che opera in territorio siriano, senza che si sappia con precisione se si tratti di disertori delle forze regolari, di milizie sunnite salafite provenienti da Libano o dall&#8217;Iraq, o da soggetti equipaggiati e addestrati dalla Turchia e mascherati da cecchini&#8230; Ankara si è precipitata – capovolgendo l&#8217;inclinazione negli ultimi dieci anni, cioè l&#8217;emancipazione dalla tutela atlantista &#8211; in un pericoloso gioco al fianco delle petromonarchie, soprattutto del Qatar, allineato con l&#8217;asse Washington, Londra, Parigi, Berlino&#8230;<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Parigi, che anche soffia caldo e freddo, chiede la partenza del presidente Assad e la creazione di corridoi umanitari, mentre annunciava con faccia tosta che ogni intervento diretto è escluso, mentre la rivista ufficiale &#8220;<em>della Repubblica dei compari e dei ladri</em>&#8220;, apparentemente responsabile della comunicazione dell&#8217;opposizione siriana, favorisce l&#8217;acuirsi della violenza &#8230; dalla penna dell&#8217;ex ostaggio G. Malbrunot [vedi <em>Le Figaro</em> del 29 novembre].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo questa inviato molto speciale, &#8220;<em>Parigi sostiene logisticamente i ribelli siriani fornendo attrezzature a infrarossi e mezzi di comunicazione</em>&#8220;. A Beirut, il giornalista riceve la conferma che i francesi dirigono in Libano e Turchia … i disertori siriani, &#8230;reti di trafficanti di armi che operano in Libano, sono messi al lavoro &#8220;<em>per rafforzare la potenza dei ribelli &#8230; moltiplicando dall&#8217;altro lato, le operazioni di confine contro le forze di sicurezza siriane</em>&#8220;, mentre vengono gentilmente fornite delle &#8220;<em>informazioni satellitari relative alle posizioni dell&#8217;esercito siriano</em>&#8220;&#8230; Insieme, [ibid.] &#8220;<em>ai servizi segreti giordani, che non sono da meno nel sud della Siria, al confine con il regno</em>&#8220;. Nel frattempo, a Londra, William Hague, ministro degli esteri incontra i rappresentanti della ribellione siriana per garantire che la Turchia intende creare, a breve termine, una zona franca all&#8217;interno della Siria!<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un solo ostacolo: la Russia avrebbe fornito alla difesa costiera siriana 72 formidabili missili antinave [<em>Interfax</em> e AFP, 1 dicembre]. Dei sistemi antiaerei S-300PMU2 sono stati installati nella base navale russa di Tartus] &#8230; così stroncando il progetto in esame alle Nazioni Unite, di istituire un embargo internazionale sulla vendita di armi alla Siria. La vendita in questione aveva rappresentato la notevole somma di circa 300 milioni di dollari, su un totale, nei contratti per gli armamenti, di 10 miliardi di dollari nel 2010&#8230; Inoltre, il ministro degli esteri della Russia, Sergej Lavrov, non ha esitato ad evocare, a questo proposito, il precedente libico, per opporsi fermamente a nuove sanzioni contro Damasco e a rivendicare il diritto di vendere armi <em>ab libitum</em>: &#8220;<em>Abbiamo visto cosa è successo in Libia quando l&#8217;embargo sulle armi è stato applicato. Solo l&#8217;opposizione le ha ricevute e paesi come la Francia e il Qatar se ne sono vantate spudoratamente!</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia, di cui la stampa occidentale non ha esitato a screditare i risultati delle elezioni parlamentari e il calo significativo di &#8220;Russia Unita&#8221;, il partito del futuro Primo Ministro e del nuovo presidente della Federazione russa, fino a rilanciare le voci più maligne su una massiccia frode elettorale, ha evidentemente avviato un duro braccio di ferro con i fautori del ritorno alla guerra fredda, e su due fronti. Il primo, e non meno importante, è lo scudo missilistico USA in Europa orientale che, in linea di principio, mira a contrastare un ipotetico attacco dei missili balistici dell&#8217;Iran … un dispositivo progettato per &#8220;contenere&#8221; la Russia, una potenza emergente, senza debiti e titolare di fondi sovrani disponibili. Il secondo è, per la Russia, il la salvaguardia, a qualunque costo, della sua influenza nel Levante, che richiede, ovviamente, il supporto al Baath siriano, il suo ultimo alleato che ospita l&#8217;unica base navale russa nel Mediterraneo. È per questo, che la vicenda siriana non è solo un problema regionale, e certamente non umanitario, ma è la ripresa virulenta del vecchio antagonismo Est-Ovest.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;ultima parola sulla crisi siriana, questa volta dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, dove i capi delle forze USA &#8211; certamente stanchi di essere i grandi cornuti delle guerre impossibile da vincere, contro-produttive, costose e ingiuste &#8211; si mobiliterebbero per evitare la guerra. Il 30 novembre 2011, la rivista EIR, specializzata nell&#8217;&#8221;intelligence&#8221; degli Stati Uniti, ha confermato che lo Stato Maggiore Generale Interarma, il <em>Joint Chiefs of Staff</em>, è stato mobilitato per evitare la guerra contro l&#8217;Iran e/o la Siria, esprimendo il timore che il Presidente Obama ora sia diventato &#8220;imprevedibile&#8221;. Questi uomini, in realtà, hanno paura di essere trascinati in una guerra imprevista causata da un attacco israeliano contro l&#8217;Iran, con una successiva risposta iraniana contro l&#8217;entità sionista, le forze statunitensi e i loro alleati nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti sono vincolati dagli accordi bilaterali con alcuni membri del <em>Gulf Cooperation Council,</em> di doversi allineare, volenti o nolenti, a loro fianco.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un conflitto in cui l&#8217;uso di armi nucleari non sarebbe escluso, a credere alla linea dura del Likud a Tel Aviv e del Congresso USA. Inoltre, non ancora sganciati da Iraq e Afghanistan, gli Stati Maggiori Congiunti <em>yankees</em> vogliono mantenere la capacità di affrontare qualsiasi evenienza, in caso di una grave crisi con il Pakistan, temendo più l&#8217;ulteriore apertura di una crisi in Punjab, che un conflitto artificialmente provocato con la Siria. Conoscendo anche la situazione in Libia, che è tutt&#8217;altro che stabilizzata, la guerra tra fazioni tribali e religiose, puà di diventare forse una vera guerra civile. Per questo motivo &#8211; per questo insieme di ragioni &#8211; i funzionari del Pentagono sono fermamente contrari a qualsiasi escalation contro la Siria o l&#8217;Iran inappropriati [5].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda il Pakistan, dove la guerra degli USA contro i pashtun – ribattezzati &#8220;taliban&#8221; per catturare meglio il terrore dell&#8217;immaginario collettivo &#8211; si estende dall&#8217;Afghanistan al Waziristan, zona tribale del Pakistan, dove la situazione sta gradualmente diventando critica con i ripetuti errori dei droni killer statunitensi, che colpiscono pesantemente le truppe di Islamabad. Resta che il Pakistan è da tempo sotto l&#8217;ala protettiva della Cina Popolare, che osserva vigile gli eccessi e le violazioni della sovranità, di cui rendono colpevoli i velivoli di <em>Enduring Freedom</em>.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Da questo punto di vista, dal caso di Abbottabad e della liquidazione dello pseudo bin Ladin, i rapporti Pechino-Mosca si sono tesi all&#8217;estremo, anche se di ciò appare poco o nulla sulla scena dei media. A questo punto della storia, l&#8217;Occidente è entrato in conflitto latente con l&#8217;Asia &#8230; dove le controversie sono molteplici, e a volte molto taglienti: pensiamo, lasciando il Tibet da parte, ai contenziosi di Formosa che oppone le due Cina. Causa del tutto possibile per un principio di incendio che arroventerebbe un vasto arco di territori che va dal Mediterraneo orientale all&#8217;Oceano Pacifico, a est di Taiwan. Considerazioni che non sono pura speculazione che nasce da una fervida immaginazione &#8211; e da paranoia scandalosamente cospirazionista &#8211; che circolano nei corridoi degli stati maggiori francese ed europea, e non solo dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, dove sono numerosi gli ufficiali superiori che sostengono il consolidamento delle forze armate nazionali e la creazione di una vera e propria integrazione della difesa europea, con o senza la NATO, che sarebbe al miglio o al peggio dei casi, europeizzata! Perché, dicono, &#8220;non c&#8217;è dubbio staremo con gli americani in ogni avventura a Taiwan.&#8221; In poche parole, questi ufficiali che esprimono oggi apertamente un pensiero che mormoravano ieri, dicendo che non vogliono morire per Formosa, come una già volta i francesi sono stati stupidamente sacrificati per Danzica [6]. Ma tutti noi sappiamo, che al contrario dell&#8217;economia, in questo settore cruciale della pace e della guerra, è la politica che dirige il gioco entro parametri e criteri soggettivi ed ideologici dove, in ogni caso, i militari sono ancora richiamati, delicatamente ma fermamente, al loro inviolabile dovere di riservatezza &#8230; a meno di un <em>golpe de estado</em>, naturalmente? </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Note </strong></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(1) I due rappresentanti della talassocrazia anglo-americana e quella dell&#8217;Heartland sovietico tennero consiglio dal 28 Novembre al 1 Dicembre sulla divisione futuro dell&#8217;Europa. Prefigurando la Conferenza di Yalta, nel febbraio 1945 durante la quale venne decisa la divisione del mondo in blocchi rivali. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(2) Martedì 29 novembre degli studenti &#8220;<em>arrabbiati</em>&#8221; investono l&#8217;ambasciata britannica a Teheran, nello stesso modo con cui occuparono la rappresentanza degli USA il 9 novembre 1979, tenendone in ostaggio il personale&#8230; La maggior parte non ha recuperato la libertà che dopo 444 giorni! I manifestanti del 2011 volevano protestare contro il peggioramento delle sanzioni economiche e finanziarie &#8211; compreso il congelamento delle transazioni bancarie con la Banca Centrale dell&#8217;Iran &#8211; adottato congiuntamente da Londra, Washington e Ottawa il 21 novembre, e contro il disegno di legge per bloccare le esportazioni di greggio iraniano sul mercato europeo, da cui l&#8217;Iran trae l&#8217;80% del suo reddito dall&#8217;estero. Allo stesso tempo, circa 200 Basij &#8211; la milizia nata nel 1979 su iniziativa l&#8217;ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica &#8211; era entrata in un ufficio annesso all&#8217;ambasciata, a nord della città, in cerca di informazioni sul &#8220;<em>ruolo nel Regno Unito nell&#8217;assassinio del fisico nucleare iraniano Majid Shahriari</em>.&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(3) Anche negli USA, il segreto di Pulcinella comincia ad essere stantio e il Los Angeles Times del 4 novembre sembra vedere, di punto in bianco, che la recente combustione spontanea di un deposito di missili balistici [del 12 novembre, che ha ucciso 36 persone, tra cui il generale Hassan Moghadam, responsabile, responsabile dei programmi degli armamenti], in una base delle Guardie rivoluzionarie vicino a Teheran, sarebbe una operazione congiunta USA-Israele. Il giornale, che scopre mezzogiorno alle diciassette, ci informa che in questo caso sarebbe stata una guerra segreta del XXI secolo per neutralizzare il programma nucleare iraniano, al fine di evitare un costoso attacco aereo diretto di USA e/o Israele contro l&#8217;Iran. Vedasi anche “<em>Iran: minorités nationales, forces centrifuges et fractures endogènes</em>”, Jean-Michel Vernochet in “<em>Maghreb Machrek”</em> N°201, “L&#8217;Iran et le Moyen-Orient” automne 2009.</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(4) La Francia, nel frattempo, ha richiamato il suo ambasciatore &#8220;<em>per consultazione &#8230; dato la violazione flagrante e inaccettabile della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e la gravità delle violenze</em>&#8220;. Idem per Germania, Paesi Bassi, Svezia e Italia. Si noti che quando si tratta di alimentare tensioni internazionali, gli europei, come per magia, sanno finalmente &#8220;<em>parlare con una sola voce</em>&#8220;! </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(5) &#8220;<em>L&#8217;unica guerra in cui il Pentagono intenderebbe essere coinvolto immediatamente, sarebbe una guerra contro il Congresso e i tagli previsti nel bilancio della difes</em>a&#8221;! I capi delle forze armate ritengono anche che la posizione russa sullo scudo missilistico in Europa dell&#8217;Est, dovrebbe essere considerata come del tutto legittima&#8230; Né l&#8217;amministrazione Obama, né la NATO, hanno fatto alcuno sforzo per stabilire una relazione reale con la Russia su questo tema, a rischio di mettere in discussione gli accordi START sulla reciproca limitazione delle armi strategiche. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(6) Nel 1939, la Francia, sulla scia dell&#8217;Inghilterra, diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale dichiarando guerra al Reich tedesco, presumibilmente per salvare una Polonia che gli Alleati consegnerà sei anni più tardi, legata mani e piedi, ai suoi aguzzini comunisti, il giornalista Marcel Deat, vecchio seguace socialista di Leon Blum, con il quale ruppe nel 1933, quando divenne capo del partito socialista della Francia. Nel 1939, si rifiutò di &#8220;<em>morire per Danzica</em>&#8220;. Direttore de <em>L&#8217;Œuvre</em> dal 1940 e fondatore del <em>Rassemblement National Populaire</em> nel 1944, venne nominato Segretario di Stato per il Lavoro. Fu condannato a morte in contumacia nel 1945. (Insomma era un collaborazionista dei nazisti, cosa di cui l&#8217;autore evita di informarci, come evita di dirci che la Polonia venne occupata dai tedeschi e dai sovietici assieme, quindi semi-sovietizzata già nel 1939, e non dopo sei anni. NdT)</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">[</span></span></span><a href="http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28267"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28267</span></span></span></span></a><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">]</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">[Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</span></span></span></span></a>]</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>L’Unione Eurasiatica: proiezioni e potenzialità di un nuovo polo geopolitico</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 09:52:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il primo ministro Vladimir Putin ha scelto l’obiettivo da raggiungere durante il prossimo mandato presidenziale: la creazione di un grande spazio economico e politico nel cuore dell’Eurasia. Un nuovo polo nello scacchiere internazionale che possa interpretare ruoli diversi: quello di referente alternativo per i paesi delusi da Bruxelles, così come di ponte tra l’Europa e l’Asia, nonché di elemento di contrasto all’unilateralismo occidentale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lunione-eurasiatica-proiezioni-e-potenzialita-di-un-nuovo-polo-geopolitico/12846/" title="L’Unione Eurasiatica: proiezioni e potenzialità di un nuovo polo geopolitico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/unione_rbk.dozwn0035d4ocwcwcw0okkog8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="L’Unione Eurasiatica: proiezioni e potenzialità di un nuovo polo geopolitico" ></div></a><div style="font-size: medium">
<p>«Cercare di restaurare o di copiare ciò che è confinato nel passato è da ingenui, ma una stretta integrazione su basi economiche e su nuovi valori è un imperativo dei tempi»: così Vladimir Putin approccia il tema dell’Unione Eurasiatica, uno dei pilastri della sua campagna elettorale e del suo eventuale prossimo mandato presidenziale. L’intento dell’attuale Primo ministro appare sempre più quello di costruire un grande progetto, attraverso il quale la Federazione possa ritrovare il suo ruolo nelle relazioni internazionali, conformemente a quello spirito che da sempre contraddistingue i leader e la storia russi. Se questa volontà di essere protagonisti della storia ha segnato il passo all’indomani del crollo dell’Urss, Putin ha saputo recuperarla attraverso un’attitudine ambiziosa e realista al tempo stesso.<br />
Quello dell’Unione Eurasiatica rappresenta l’ultimo degli strumenti di cooperazione internazionale che la Russia intende creare per non essere messa al margine tanto dalla preponderanza politica statunitense, che tenta di arginare il suo potenziale di attrazione sul resto della regione eurasiatica, quanto dalla potenza economica di Pechino, con la quale, non a caso, già è legata attraverso la Shangai Cooperation Organization.<br />
Appare tuttavia fuorviante etichettare quello di Putin come il tentativo di ripristinare l’Unione Sovietica: nata come un’unione doganale tra Russia, Kazakistan e Bielorussia, che il prossimo gennaio si trasformerà in un unico spazio commerciale, l’Unione Eurasiatica è un progetto sottoscritto da stati indipendenti e sul quale ognuno proietta aspettative e strategie in parte differenti. Ciascuno dei soggetti coinvolti, tanto i paesi membri quanto quelli che ne stanno valutando l’adesione, ha interesse affinché si crei un sistema di cooperazione efficace ma “leggero”, ossia scevro da quei vincoli ideologici che sembrano ormai far parte di una visione geopolitica superata. Lo stesso Putin, inoltre, ha sempre votato la sua azione ad un estremo pragmatismo e lo strumento teorico-dottrinario si rivelerebbe certo meno efficiente di quello economico; d’altro canto, nonostante la consapevolezza della necessità di relazionarsi con Mosca, non si vede perché gli stati nati dal crollo dell’Urss dovrebbero rinunciare ad interpretare il ruolo di interlocutore attivo, che fino a poco più di venti anni fa gli era negato.<br />
Tra i tre stati firmatari, la Bielorussia appare forse come l’anello debole, data la sua dipendenza economica da Mosca, tanto dal punto di vista dei flussi commerciali quanto da quello dell’approvvigionamento energetico: tuttavia, questa condivisione di vincoli culturali, economici e politici potrebbe rendere la cooperazione ancor più proficua. La presenza di Minsk, inoltre, “aggancia” il gruppo all’Occidente e può fungere da ponte per attrarre i paesi dell’Europa Orientale, Ucraina in primis.<br />
Astana, dal canto suo, rappresenta pienamente lo spirito delle ex repubbliche sovietiche: forte delle proprie risorse e della stabilità interna raggiunta, la classe dirigente kazaka guidata da Nazarbayev da tempo promuove il raggiungimento di forme di cooperazione nell’area eurasiatica attraverso le quali interloquire con Mosca senza cadere nella subalternità. Il presidente kazako è il primo sostenitore della creazione di uno spazio economico comune nel quale non solo emarginare il ruolo del dollaro nelle transazioni, ma anche unificare le reti energetiche.<br />
Già l’unione doganale aveva segnato una modifica quantitativa e qualitativa degli scambi: gli oltre cinquanta trattati che ne costituiscono l’ossatura prevedono l’adozione di tariffe esterne comuni, l’uniformazione delle regole in merito ai controlli e ai procedimenti doganali, ma, soprattutto, la creazione di organi esecutivi come la Commissione, al fine di prendere decisioni, verificarne il rispetto e dirimere le controversie che dovessero sorgere dalla loro applicazione.<br />
Partendo da questa struttura, la volontà è quella di creare uno spazio nel quale merci, capitali, lavoratori e studenti possano muoversi liberamente, al fine di attrarre investimenti e innovazione; quest’area è ormai oggetto di sempre maggiore interesse da parte degli investitori occidentali e non è un segreto che il sogno di Mosca sarebbe poter estendere la cooperazione economica fino all’Unione Europea. D’altro canto, è proprio all’UE che l’Unione Eurasiatica sembra ispirarsi nel delineare le sue tappe evolutive. E dinanzi ai fallimenti di Bruxelles, le élites eurasiatiche, come dichiarato dallo stesso ministro dell’economia e del commercio russo Viktor Khristenko, dispongono anche della possibilità di integrare le loro politiche economiche e finanziarie in modo tale da evitare l’empasse in cui oggi l’Europa sembra intrappolata.<br />
Con la creazione dello Spazio economico comune (1 gennaio 2012) si arricchisce ulteriormente la struttura cooperativa: i tre Stati, con un PIL complessivo di 2000 miliardi di dollari e un settore industriale valutato circa 600 miliardi di dollari, si assoceranno sulla base del rispetto dei principi di uguaglianza, non ingerenza negli affari interni, della sovranità e dell’inviolabilità delle frontiere nazionali. La progressiva integrazione si estrinsecherà anche attraverso la creazione di organismi sovranazionali operanti per consensus, ma soprattutto per mezzo di iniziative da parte degli imprenditori, per i quali questo processo rappresenta una grande sfida in termini di adattamento e competitività, della società civile e del mondo scientifico e culturale.<br />
Ma l’attenzione degli analisti è centrata non tanto sullo status quo attuale, quanto piuttosto su ciò che l’Unione Eurasiatica, una volta istituzionalizzatasi (nel 2015, secondo le intenzioni russe), sarà in grado di esprimere nel contesto internazionale, soprattutto per quanto concerne le sue prospettive di allargamento.<br />
Se l’adesione di Kirghizistan e Tagikistan sembra già vicina, uno degli snodi fondamentali sarà verificare la capacità di sottrarre l’Ucraina alla sfera di Bruxelles. Uno dei pilastri dell’Unione sarà il mercato del gas e per Kiev è di fondamentale importanza trovare accordi in merito, come hanno insegnato gli eventi degli ultimi anni. Tuttavia un suo avvicinamento al fronte orientale potrebbe essere dettato anche da altri motivi: nel popolo ucraino, e non solo nella minoranza russa, sta crescendo il malcontento nei confronti dell’Unione Europea, la quale ha appoggiato il suo distacco da Mosca per poi lasciarla sola ad affrontarne le conseguenze: basti pensare agli accordi energetici bilaterali con la Russia patrocinati da Berlino, proprio negli anni in cui le crisi del gas si inasprivano sempre di più.<br />
Kiev, in definitiva, si troverà a dover scegliere l’opzione che meglio risponda alle sue esigenze nazionali, posto che, da un lato, il paese è guidato dal presidente filorusso Yanukovich e che, dall’altro, l’Unione Eurasiatica non intende porsi in contrasto con Bruxelles, quanto piuttosto offrire un’alternativa che non precluda il dialogo e la cooperazione con l’Europa. Non a caso, infatti, qualche mese fa il governo russo ha auspicato la creazione di una macroarea di cooperazione economica che vada da Lisbona a Vladivostok: un’idea che al momento appare prematura, ma che tuttavia evidenzia come i soggetti cui Mosca vuole contrapporsi non siano da cercare nel Vecchio Continente, quanto piuttosto nel Nuovo.<br />
Da non sottovalutare, inoltre, il potenziale di attrazione di un paese come il Kazakistan, che negli ultimi anni ha saputo intessere una ricca tela di rapporti, tanto in Oriente quanto in Occidente. Esso, ad esempio, intrattiene ottime relazioni con la Turchia, con la quale condivide l’appartenenza al Parlamento dei paesi turcofoni, che rappresenta una delle tante questioni irrisolte dell’Unione Europea e che potrebbe per questo orientarsi verso nuove partnership.<br />
Astana rappresenta anche un punto di riferimento per gli “Stan Countries” centroasiatici, desiderosi di confrontarsi con le potenze regionali in modo attivo, ossia cercando di massimizzare le potenzialità delle proprie risorse (idrocarburi, posizione geografica strategica, forza lavoro) senza cadere nei vecchi schemi di egemonizzazione. Sul fronte orientale, invece, si intensificano sempre più i rapporti economici con la Cina, verso la quale esporta quantità via via maggiori di idrocarburi, soprattutto attraverso il Turkestan occidentale e lo Xingjiang, aree di fondamentale importanza geopolitica.<br />
A questo proposito, il filosofo e politologo Aleksandr Dugin ritiene fondamentale, per il successo dell’Unione Eurasiatica, la possibilità di creare due assi di cooperazione, quello UE-Eurasia e quello Cina-Eurasia. Queste tre realtà, infatti, rappresentano tre sistemi politici e valoriali profondamente diversi, che tuttavia potrebbero proficuamente interagire: per l’Unione Eurasiatica, ad esempio, significherebbe accedere più agevolmente all’alta tecnologia, al know how industriale, al processo di sviluppo tecnologico e ad un mercato di dimensioni importanti.<br />
Dugin, inoltre, colloca l’Unione Eurasiatica all’interno di uno schema multipolare delle relazioni internazionali, differente tanto dal mondo globale, caratterizzato dall’assenza di poli, quanto dal mondo unipolare, guidato dall’egemonia statunitense. In questo nuovo scenario geopolitico, il ruolo del polo eurasiatico sarà appunto quello di interagire con Europa e Cina, al fine di limitare l’intromissione di Washington, così come la costituzione di partnership strategiche in detrimento degli interessi degli attori regionali.</p>
<p><strong><em>* Francesca Malizia, laureata in Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.</em></strong></p>
</div>
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		<title>Russia e India: aspettando futuri cambiamenti positivi</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 08:41:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 15 Dicembre il Primo Ministro dell’India, il Dott. Manmohan Singh, ha iniziato una visita ufficiale in Russia. Come previsto, la natura del business verrà enfatizzata: i leader dei due paesi stanno per firmare alcuni contratti a lungo termine. Per quanto riguarda le questioni separate, ovvero quelle nelle quali si sta lavorando su significativi progetti bilaterali, ci imbattiamo costantemente in problemi di natura comune, come il concetto (strategia) a lungo termine delle relazioni tra Russia e India che non è ancora stato elaborato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/russia-e-india-aspettando-futuri-cambiamenti-positivi/12826/" title="Russia e India: aspettando futuri cambiamenti positivi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/manmohan_singh_dmitry_medvedev.95tzuuv5z50kckgg84ccogw8w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="Russia e India: aspettando futuri cambiamenti positivi" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.strategic-culture.org/news/2011/12/15/russia-india-expecting-positive-changes-to-come.html" target="_blank">&#8220;Strategic Culture Foundation&#8221;</a>, 15.12.11</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il 15 Dicembre il Primo Ministro dell’India, il Dott. Manmohan Singh, ha iniziato una visita ufficiale in Russia. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come previsto, la natura del business verrà enfatizzata: i leader dei due paesi stanno per firmare alcuni contratti a lungo termine. Le questioni sulle quali si farà particolare attenzione saranno l’ulteriore estensione della cooperazione nel campo dell’energia nucleare (la sicurezza energetica è in testa nella lista delle priorità strategiche dei nostri partner indiani), la pianificazione di un concetto a lungo termine di cooperazione tecnico-militare (un argomento di particolare importanza sullo sfondo delle presenti difficoltà che attraggono un’ampia attenzione dell’opinione pubblica), ed infine, il ritorno ad una cooperazione in politica estera di lunga durata e di larga scala.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dal momento che la logica suggerisce un costante avanzamento lungo la tabella di marcia dello sviluppo dei rapporti economici, è possibile l’incremento del commercio bilaterale fino a 20 miliardi di dollari per il 2015-2016. Questo non è il momento adatto per confrontare la scala dei nostri rapporti economici, dati come la borsa merci, i servizi, la competenza e la tecnologia, con l’India e nemmeno con la Cina. Come non è il momento di addossare le responsabilità dei risvolti tortuosi ed intricati “dell’era di El&#8217;cin” riguardo le relazioni tra Russia ed India (che ci hanno recato considerevoli danni in India e in tutto l’Oriente).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda le questioni separate, ovvero quelle nelle quali si sta lavorando su significativi progetti bilaterali, ci imbattiamo costantemente in problemi di natura comune, come il concetto (strategia) a lungo termine delle relazioni tra Russia e India che non è ancora stato elaborato. Questo tipo di concetto, com’è noto, esisteva all’epoca dell’Unione Sovietica. Parlando dell’implementazione del concetto comune di strategia sovietico-indiano, era possibile per i rappresentanti dei partiti precisare quali erano i loro ruoli e le loro missioni. La cosa di cui la cooperazione russo-indiana necessita di più al momento è l’introduzione di elementi di pianificazione in questo processo complesso, multi-sfaccettato e a “diverse fasi”, minimizzando gli impulsi di spontaneità che influenzano i legami bilaterali.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre sviluppa i rapporti economici con l’India, la parte russa dovrebbe tenere a mente il fatto che l’intero mondo civilizzato utilizza gli strumenti della pianificazione in forma strategica e indicativa. Concretamente questo significa che lo stato russo (ossia le sue istituzioni corrispondenti e le agenzie) seleziona, da avanzati punti di vista delle forze produttive mondiali, alcuni tra i progetti e le tecnologie più promettenti, riservando sostegno prioritario al modo in cui le innovazioni verrebbero incentivate.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Uno dei progetti sopraccitati è la produzione di caccia di quinta generazione. L’idea dietro questo progetto è quella di rimettere immediatamente un certo numero di gruppi di produzione nazionale “al passo” con il livello mondiale di Scienza e Tecnologia, livello che è molto importante venga raggiunto dall’intera economia nazionale.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I rapporti economici esterni sono un potente stimolatore che facilitano i cambiamenti interni sulla via della modernizzazione economica della Russia. Nell’incoraggiare la cooperazione con l’India, come con la Cina, il Brasile, l’Indonesia, l’Iran e altri nuovi paesi influenti, la Russia può dare un forte impulso al suo stesso progresso. Persino questo è sufficiente a far capire che la visita del Primo Ministro indiano a Mosca è un evento di straordinaria importanza.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il punto di forza delle nostre relazioni con l’India era inizialmente basato sull’unità organica tra economia e politica. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> un peccato che recentemente abbiamo visto emergere problemi politici, che la parte russa diplomaticamente chiama imprecisioni. Penso che tutto ciò cominciò 10-12 anni fa. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al tempo della prima visita di V. Putin in India all’inizio di ottobre 2000, ho avuto la possibilità di partecipare ad una conferenza accademica internazionale dedicata alla regione asiatica e a quella pacifica. La conferenza si svolse a Delhi sotto l’auspicio di un influente Consiglio Indiano di Ricerca nelle Scienze Sociali. Fu difficile ignorare l’attiva partecipazione di coloro che rappresentavano la comunità indiana negli Stati Uniti, i quali asserivano che l’America era il maggiore alleato strategico dell’India. A quei tempi pensavo che questo tipo di mossa “non-accademica” fosse uno sforzo risoluto da parte di alcuni appartenenti all’elite indiana per determinare le nuove linee guida della politica estera della “democrazia più grande del mondo”. Probabilmente, come studioso dell’India con qualche esperienza nel campo, sono alquanto incline ad essere sospettoso. Adesso, invece, ho una crescente e solida convinzione che sia in atto una deviazione “dal corso politico di Nehru”. E se ci vediamo ancora come amici, è chiaro che i problemi di ‘natura delicata’ dovrebbero essere discussi in modo franco.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Davvero, non stiamo assistendo ad un graduale rifiuto dell’idea del mondo multi-polare? Non è che l’establishment della politica estera indiana (o la sua fazione più influente) utilizza i vigorosi progressi economici della Cina come giustificazione ideologica del suo allontanamento da orientamenti indipendenti nello spazio mondiale? Questa non è una domanda inutile. Ecco perché. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’India è sempre stata irremovibile nella sua determinazione a rafforzare la sicurezza nella regione che gli americani chiamano la “Grande Asia Centrale”. Questo spazio geo-politico comprende: l’Asia Centrale, l’Asia meridionale, l’Afganistan e l’Iran. Fino a poco tempo fa Delhi è stata una forte sostenitrice dell’idea che i paesi della regione erano i responsabili nel trovare soluzioni ai complessi problemi regionali.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, l’approccio ha concluso il climax logico in relazione allo stabilizzarsi della situazione in Afganistan al tempo in cui Pechino continuava a basarsi sull’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. A me sembra che, al giorno d’oggi, l’approccio indiano sta attraversando una metamorfosi difficile da spiegare: la diplomazia indiana ha sostenuto in qualche modo l’idea americana della “nuova via della seta” nel recente forum ad Istanbul (2 novembre 2011). L’essenza celata dietro a questa idea è la salvaguardia “dell’equilibrio” delle forze esterne nella “Grande Asia Centrale”. Naturalmente sorge una domanda: contro chi le così dette forze esterne nella regione creeranno un equilibrio (Cina, Russia) e, considerando le evidenti attività geo-politiche, quale ruolo strategico giocherà l’India?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Procedendo con il discorso, è importante sottolineare che stanno aumentando le agenzie di media asiatici (e molto spesso anche quelle mondiali) che raccontano sovente ai lettori del “riarmo’” su larga scala e dei programmi di modernizzazione delle forze armate in India. Non ci sono dubbi riguardo l’idea di questa modernizzazione, specialmente se si considerano le recenti azioni intraprese dall’Occidente nel Medio Oriente arabo che compromettono l’equilibrio dell’esistente sistema delle relazioni internazionali ed incoraggiano la corsa agli armamenti. La diversificazione delle risorse per ricavare materiali ed armamenti di difesa può essere giustificata. Ma esiste un altro punto di vista.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In primo luogo, il ravvivarsi del concetto “dell’alleanza delle quattro democrazie” (Stati Uniti, Giappone, Australia ed India) attraverso un “dialogo strategico” tra Stati Uniti, Giappone ed India nella fase iniziale, comincia ad essere considerato come una faccenda che sta seriamente preoccupando la Cina, la quale non può definire questa alleanza in altro modo se non la “NATO orientale”. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alcuni cinesi studiosi di politica hanno già consigliato il loro governo di “rispondere” a questa alleanza attraverso l’intensificazione degli sforzi di politica estera, incoraggiando anche i rapporti economici esterni con l’Asia meridionale, una regione sensibile per l’India.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In secondo luogo, certe tendenze tra alcuni rappresentanti dell’establishment della politica estera indiana riportano alla mente un imperativo politico una volta definito dal Primo Ministro Manmohan Singh: nei prossimi dieci anni il tasso di crescita dell’economia del paese non dovrebbe essere inferiore al 9%. (Lasciatemi aggiungere che prendendo in considerazione la complessità della situazione interna, che comprende anche l’aumento della generazione dei giovani &#8211; cioè il numero di giovani sotto i 35 anni ovvero il 70% dell’intera popolazione, la crescita economica del paese non dovrebbe essere inferiore ad almeno il 7%). Come si possono associare l’assenza di alternative alla forte crescita economica e l’intensivo riarmo nelle attuali condizioni dell’India? Questa è la domanda che non ha ancora una risposta convincente.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Terzo, le nuove tendenze di pensiero della politica estera da parte di alcuni che fanno parte dell’elite indiana, evocano giustificata perplessità tra quelli dei circoli russi di alto livello, che vedono il posto della Russia nel mondo basato su di in un concetto di diplomazia multivettoriale. Mettendolo in parole semplici, questa traiettoria di pensiero può essere definita come: “L’amore non può essere forzato”. Se gli Stati Uniti sono il miglior amico, partner e alleato per l’India, allora intensificheremo la nostra relazione con la Cina.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A maggior ragione, come credono i sostenitori di questa corrente di pensiero, il Celeste Impero non ha meno problemi della Russia, e gli sforzi comuni delle due immense entità potrebbero innescare un “effetto moltiplicatore” per lo sviluppo della Russia.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Qualcuno che conosco del Ministero degli Affari Esteri ha provato a farsi un’idea della logica che i partner indiani utilizzano riguardo alle politiche verso l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Costui, in modo confidenziale, mi ha detto: «Non riesco a capire i nostri colleghi indiani. Facciamo di tutto per incontrarli a metà via, ma sembra che in qualche modo ci spingano leggermente da parte. Hanno forse già fatto la loro scelta strategica in favore degli Stati Uniti?». Per la verità, non potevo replicare al diplomatico diversamente. Forse, in virtù del fatto che non tutte le nostre iniziative relative alla direzione della politica estera indiana sono capite, la Russia dovrebbe dare una pausa ai colleghi di Delhi e allo stesso tempo continuare nello sviluppo delle relazioni con la Cina e l’Asia meridionale per soddisfare i nostri interessi strategici.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Penso che la vitalità del “nehruismo” sia spiegabile con il fatto che il primo capo del governo indiano l’ha sempre spuntata difendendo gli interessi nazionali. Come dimostra il tempo, solo questo tipo di “gioco” può farti vincere. Forse questa riflessione era impercettibilmente presente nel testo dei recenti auguri di compleanno del Presidente russo a Sonia Gandhi, leader del Congresso Nazionale Indiano.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma il “nehruismo” non è solo un successo in politica estera. Come ha notato uno degli eminenti economisti mondiali contemporanei, l’indiano Sukhamoy Chakravarty, “il nehruismo” è una strategia a lungo termine di progresso sociale ed economico. I suoi principi fondamentali permettono la costante perfezione degli strumenti per influenzare la società rendendola maggiormente attenta verso la modernizzazione. Aggiungerei che la constante aspirazione per la trasformazione della società, complessa ed in grande misura polarizzata, ha reso leader mondiale la scuola economica indiana. Guardando in modo critico all’esperienza raccolta dai nostri colleghi indiani, questa potrebbe diventare un’importante componente della nostra relazione.</span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">(Traduzione di Serena Bonato)</span></span></span></p>
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		<title>Colpo di Stato sotto mentite spoglie: il modello della &#8216;democratizzazione&#8217; di Washington</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 16:01:59 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’azione “globale” di protesta a favore di «elezioni giuste in Russia», organizzata dai suoi promotori per il 10 dicembre, ha cominciato a coinvolgere le capitali europee e, come ci si attende, le maggiori città statunitensi... L’opposizione liberale non ha alcuna possibilità di avere un ruolo significativo nella vita politica russa senza il grande sostegno finanziario di Washington. In questo modo, mostra i propri punti e le carte senza valore. L’isteria odierna riguardo alle elezioni della Duma russa rappresenta un test, oppure un modo di preparare il terreno per bandire Putin dalle elezioni presidenziali. Lo scopo è quello di destabilizzare la situazione nel paese e di rendere impossibile lo svolgimento delle elezioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/colpo-di-stato-sotto-mentite-spoglie-il-modello-della-democratizzazione-di-washington/12797/" title="Colpo di Stato sotto mentite spoglie: il modello della &#8216;democratizzazione&#8217; di Washington"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/color_revolutions_map1.8b65f59bpw4cwwok8w0k8kg00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="47" alt="Colpo di Stato sotto mentite spoglie: il modello della &#8216;democratizzazione&#8217; di Washington" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.strategic-culture.org/news/2011/12/14/coup-etat-in-disguise-washington-democratization-templete.html">www.strategic-culture.org</a></p>
<div style="font-size: medium;">
<p>L’azione “globale” di protesta a favore di «elezioni giuste in Russia», organizzata dai suoi promotori per il 10 dicembre, ha cominciato a coinvolgere le capitali europee e, come ci si attende, le maggiori città statunitensi. Sto scrivendo queste righe a Boston. Posso vedere, qui, le pagine su Facebook «Per un voto corretto» piene di frasi come: «Abbiamo nessuno in Olanda? &#8230; Dovrò andarci di persona»; «Che ne dite di San Francisco? &#8230; Forte! Potete davvero far arrivare lì un centinaio di partecipanti? Benissimo!» Tutti gli interventi esprimono la stessa cosa. E queste persone, che ottengono le proprie informazioni sulla Russia da Internet, si stanno affrettando ad unirsi alla «lotta contro l’ingiustizia».L’opposizione cosmopolita ha lanciato in questi giorni un attacco specifico, nella speranza di ritornare agli anni Novanta. La famosa RTVI di Gusinsky, l’emittente televisiva russo-statunitense più potente, che sta ora diffondendo la propaganda della stazione radio <em>L</em>’<em>Eco di Mosca</em> e l’ideologia russofoba dell’establishment di Washington, ha già dichiarato la propria vittoria il 9 dicembre. Vladimir Kara-Murza junior, corrispondente permanente di RTVI presso il Congresso degli Stati Uniti, ha riportato per l’American Enterprise Institute (un importante centro strategico repubblicano) l’idea per la quale «sta iniziando la fine dell’era Putin». Il giornalista televisivo ha riportato, sorridendo, che «i maggiori esperti USA intravedono la fine dell’epoca di Putin». Si possono anche osservare le espressioni serie di Andrew Kuchins, Leon Aron e Anders Aslund predire in modi differenti «la fine del dittatore» e suggerire con forza l’idea di non avere più pazienza nei confronti del suo governo. Il telegiornale in prima serata ha anche presentato un grande spettacolo sui «leader da migliaia di contestatori», presentando il proprio ultimatum sotto forma di programmi. Michael Schneider, uno di questi leader e rappresentante di <em>Solidarietà</em>, ha reso pubblico il programma dei “dimostranti”: l’annullamento degli esiti delle elezioni del 4 dicembre, nuove elezioni in marzo, la registrazione dei partiti d’opposizione, la liberazione dei prigionieri politici, le dimissioni di Vladimir Churov – presidente del Comitato Centrale per le Elezioni – e nessun potere «al partito dei criminali e dei ladri».</p>
<p>L’opposizione liberale non ha alcuna possibilità di avere un ruolo significativo nella vita politica russa senza il grande sostegno finanziario di Washington. In questo modo, mostra i propri punti e le carte senza valore. L’isteria odierna riguardo alle elezioni della Duma russa rappresenta un test, oppure un modo di preparare il terreno per bandire Putin dalle elezioni presidenziali. Lo scopo è quello di destabilizzare la situazione nel paese e di rendere impossibile lo svolgimento delle elezioni.</p>
<p>Molti media statunitensi hanno titolato i propri editoriali con la risposta di Putin alle parole della signora Clinton, sotto una luce chiaramente negativa. L’8 dicembre Putin ha incontrato i rappresentanti del Fronte Nazionale Pan-russo. Parlando della situazione russa nel dopo-elezioni, egli ha affermato che «il processo interno è stato influenzato da ordini dati da qualcuno all’estero. Ed il Segretario di Stato americano ha già dato il segnale a chi, in Russia, doveva udirlo. Il Paese deve difendere la propria sovranità». Putin ha allora suggerito di «rendere più dura la responsabilità [penale, <em>ndt</em>] di coloro che eseguono gli ordini provenienti da altri stati».</p>
<p>Il New York Times ha recentemente pubblicato un’intervista a Gene Sharp, vecchia conoscenza e padre delle «rivoluzioni colorate», il quale ha descritto nei minimi particolari le sue tecniche di attuazione di colpi di stato nei paesi dello spazio ex-sovietico.</p>
<p><strong>Una «rivoluzione colorata» rappresenta un caso a sé nella suddivisione del mondo, dove un golpe interno mascherato da movimento democratico ne costituisce la componente chiave.</strong></p>
<p>Il famoso ricercatore britannico Jonathan Mowat l’ha fatta pagare, agli americani, nel suo lavoro dal titolo «Colpo di Stato sotto mentite spoglie: Il modello di “Democratizzazione” di Washington». Una provocazione, in tempi di elezioni in presenza di «osservatori internazionali» ed exit polls. Ci sono giovani arrabbiati, dotati di apparecchi di comunicazione di ultima generazione, blog e siti Internet in grado di fornire collegamenti istantanei, per precisare la modalità con cui le attività sono condotte. Lo “stormo” può essere raggruppato in ogni momento ed i media globali rendono possibile l’internazionalizzazione di qualsiasi evento, anche il più insignificante. <strong>Il modello di Washington è costituito da un attacco pianificato  e finanziato all’estero contro le istituzioni di un altro stato&#8230;</strong></p>
<p>Non è semplice difendersi da questo schema – deve essere bloccato in modo duro ed intransigente!</p>
<p>Il canale di notizie Fox News sta spaventando le persone sulle crescenti proteste russe, mostrando loro le foto di anarchici greci armati di bombe Molotov.</p>
<p>La medesima distorsione dell’informazione è avvenuta in Libia. Ora sta accadendo in Siria – la Russia fa anch’essa parte del copione?</p>
<p>Il gergo politico contemporaneo definisce tali imitazioni «tecnologie politiche cognitive», un’«arma memetica». Vi sono molti libri dedicati allo studio di tale materia, in Occidente, con un’intera scuola di pensiero che la insegna. L’essenza del fenomeno consiste nel contagio psicologico attraverso la diffusione, in un modo particolare, di un’«informazione virale». I memi – unità di tale informazione – vengono introdotti in un determinato ambiente (in questo caso, la rete sociale) e vengono attivati secondo il principio dell’auto-induzione, installando così un preciso stato d’animo (rabbia, entusiasmo, crollo emotivo, ecc.).</p>
<p>La «presa cognitiva» è un argomento molto in voga negli USA. Cass Sunstein, Amministratore dell’Office of Information and Regulatory Affairs della Casa Bianca nell’amministrazione Obama, ha reputazione di convinto sostenitore del cognitivismo. Nuova terminologia – vecchie idee.</p>
<p>Negli Stati Uniti si stanno studiando i segmenti dell’Internet russo all’interno del contesto cognitivista, analizzando i concetti di potenziali amici e nemici. Lo stesso Cass Sunstein ha addirittura pubblicato un lavoro sulla necessità di intervenire apertamente o segretamente nei social network per raggiungere gli scopi predefiniti della «dissonanza cognitiva».</p>
<p>Lo studioso politico Valery Korovin ha spiegato cosa significa «dissonanza cognitiva» con un linguaggio semplice usando il <em>Progetto Navalny</em> come esempio. (1) Navalny presenta al suo pubblico di Internet una formula semplice – «Russia Unita è un partito di criminali e ladri» – che viene ripetuta da migliaia di utenti sui social network. Un uomo distante dalla politica incontra questa formula ovunque su Internet, sui fumetti, nelle caricature. Passo dopo passo, egli si convince che ciò sia opinione di tutti. Una persona ci si abitua, la vede come una cosa ovvia, come una percezione comune. Tale convinzione potrebbe avere delle conseguenze serie. Quando qualcuno cerca questo tipo di memi in migliaia di blog, essi diventano un fattore in grado di influenzare il potere. La pubblicazione dei risultati delle elezioni porta la popolazione ad una condizione di «dissonanza cognitiva». Tutti sono infatti convinti che «il partito di criminali e ladri» sia visto sotto questa luce da tutti, e che quindi non sia possibile che abbia ottenuto così tanti voti. Korovin afferma che è questa la dissonanza, «come gli autori dei memi la intendono; la popolazione è chiamata a scendere in strada a protestare. Dopodiché il copione è noto e funziona bene, è una questione tecnica».</p>
<p>E’ da notare che questa tecnica ottiene un ampio sostegno finanziario dato dall’Occidente ai memi dei difensori dei diritti umani. Valery Korovin ha ragione, quando afferma che le loro attività sono coordinate da «persone addestrate in maniera specifica». Non è un caso che essi appartengano tutti al Dipartimento di Stato, sebbene non vi sia alcun dubbio che quello è il luogo da dove proviene la maggior parte dei principali “moderatori”. I social network della Federazione Russa, così come quelli di altri paesi, vengono coinvolti da qualcuno che risiede in luoghi molto lontani e sono letteralmente comprati (ad esempio, tramite sovvenzioni).</p>
<p>Eccovi un esempio. Le proteste sono centrali, nel sito Internet di un movimento giovanile per i diritti umani – <em>International Network</em>. (2) Il denaro arriva da fondi USA ed europei. Il sito offre informazioni dettagliate sulla «geografia globale» dei memi di azioni di protesta in atto. Vi sono istruzioni su come difendersi dalla polizia – una citazione del sito web di Garry Kasparov. Ci si può perdere, nei network, ma essi vi riportano sempre ed inevitabilmente alla feccia dell’«Altra Russia» ed agli onnipresenti «memoriali» nascosti da minacciosi indizi quali «controllo strategico» oppure citando quartieri generali situati in luoghi molto distanti come Voronezh, ad esempio. Nessuna meraviglia, dunque, se il «comitato regionale» di Washington invia centinaia di migliaia di dollari proprio a Voronezh attraverso la Fondazione MacArthur. E’ in questa città che le voci sulla «falsificazione» delle elezioni hanno avuto una diffusione particolarmente ampia. Provocazioni, cospirazioni, «operazioni sotto mentite spoglie» per discreditare l’opposizione – queste sono attività di routine per i datori di lavoro statunitensi dei difensori dei diritti umani.</p>
<p>Il sito web di <em>International Network</em> afferma l’esistenza di numerose strutture create per offrire informazioni e fonti agli utenti del network. Vi è l’impressione per la quale il numero di questi membri simil-umanoidi costituiscano una legione, e che questa legione abbia una missione di incredibile importanza. Una di queste strutture a difesa dei diritti umani è il Comitato Contro la Tortura. Il suo capo è una persona molto conosciuta che ha ricevuto di recente un premio presso una delle capitali mondiali. L’argomento «Le camere di tortura russe» verrà connessa di proposito alle proteste pianificate contro la frode elettorale. Un altro membro del network è uno dei destinatari delle sovvenzioni statunitensi – il sito web <em>Il nodo caucasico</em> è quello ove si descrivono le cose orribili che stanno accadendo nelle “camere di tortura” russe.</p>
<p>La procedura per un colpo di stato coperto è stata avviata. Bisognerà trattarla con la necessaria risolutezza e durezza.</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>Il copione dell’”impensabile” è divenuto pratica corrente delle “riforme Occidentali” già da molto tempo. Come raccontò qualche tempo fa uno dei «sostenitori della giustizia» alla TV di Gusinsky, un’”opposizione pacifica” che non ha rotto una sola finestra verrà affiancata da un cecchino, quando i tempi saranno propizi. Il cecchino ucciderà qualcuno, meglio se un bambino o un adolescente (in questo modo la protesta seguirà lo schema) – ed una catena di eventi estremamente destabilizzanti verrà auto-indotta.</p>
<p>Non è possibile enumerare l’intera pletora di memi – attori non statali, esperti, entità, pubblicazioni “indipendenti”, stazioni radio, questioni religiose, campioni dei diritti umani ed innumerevoli media in un solo articolo. Ciò che unisce tutti loro, però, è l’ottenimento di un sostanzioso sostegno finanziario per minare ampiamente la sovranità della Russia.</p>
<p>Non è possibile scendere a compromessi con questo tipo di opposizione! Anche Gene Sharp concorda sul fatto che le cose sono andate oltre il compromesso. Qui il maestro delle «rivoluzioni colorate» trova l’espediente per preparare una sostituzione, un meme-simulacro. La regola principale dei rovesciamenti di stato è che coloro che vengono coinvolti devono essere convinti di agire di propria iniziativa. Convinzioni, ideologia e fede creano immunità verso i memi-virus. Ci sono tre volumi scritti su questo argomento. Ma non sappiamo come difendere noi stessi, permettendo una discussione circa ciò di cui non si può discutere – le cose fondamentali come la vita di un individuo e la società nel suo insieme. Dimentichiamo che i manipolatori hanno bisogno della discussione come dell’aria, per implementare i propri schemi di sostituzione&#8230;</p>
<p style="text-align: right;"><em> (Tradotto da Eleonora Fuser)</em></p>
</div>
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		<title>BRICS: i mattoni del nuovo ordine</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 01:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Numero dedicato al BRICS, con saggi di: Giovanni Andriolo, Miguel Angel Barrios, Aldo Braccio, Francesco Brunello Zanitti, Come Carpentier de Gourdon, Ignazio Castellucci, Tommaso Cozzi, José Filho, Eleonora Gentilucci, Tiberio Graziani, Vagif A. Gusejnov, Rémy Herrera, Hans Koechler, Alessandro Lattanzio, Marco Marinuzzi, Vincenzo Mungo, Roberto Nocella, Zorawar Daulet Singh, Hendrik Strydom, Cristiana Tosti, Konstantin Zavinovskij; interviste a: Mohammad Alì Hosseini, Enzo Scotti; recensioni a: Emanuele Aliprandi, Johann Jakob Bachofen, Francesco Brunello Zanitti, Roj A. e Zores A. Medvedev, Farzana Shaikh.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-del-nuovo-ordine/12719/" title="BRICS: i mattoni del nuovo ordine"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/242.cwyp7ouzwpkc84o8s40k4g4kc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="114" alt="BRICS: i mattoni del nuovo ordine" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><br />
<strong>Editoriale:</strong><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-delledificio-multipolare/12715/">Tiberio Graziani, <em>BRICS: i mattoni dell’edificio multipolare</em></a></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dossario: <strong>BRICS: i mattoni del nuovo ordine</strong><br />
Come Carpentier de Gourdon, <em>L’ascesa del BRICS. Da scenario finanziario a blocco strategico</em><br />
Vagif Gusejnov, <em>BRICS: stato e prospettive</em><br />
Konstantin Zavinovskij, <em>Cina e Russia in mezzo agli altri “mattoni”</em><br />
Amb. José Filho, <em>Il Brasile e i BRICS: lettera dell’Ambasciatore brasiliano</em><br />
Roberto Nocella, <em>Il Brasile e il Consiglio Diritti Umani</em><br />
Vincenzo Mungo, <em>L’India contemporanea: un progresso tra luci e ombre</em><br />
Francesco Brunello Zanitti, <em>L’ascesa geopolitica di Nuova Delhi: ostacoli e paradossi</em><br />
Zorawar Daulet Singh, <em>L’India dev’essere orientale o eurasiatica?</em><br />
Alessandro Lattanzio, <em>Le forze strategiche del BRICS</em><br />
Aldo Braccio, <em>E se il BRICS diventasse BRICST?</em><br />
Hendrik Strydom, <em>Potenze emergenti e governo mondiale?</em><br />
Ignazio Castellucci, <em>Il diritto nel mondo dei molti imperi</em><br />
Marco Marinuzzi, <em>Le relazioni tra i paesi lusofoni e la Cina</em><br />
Giovanni Andriolo, <em>Lega Araba e Nazioni Sudamericane</em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Continenti</strong><br />
Miguel Angel Barrios, <em>Europa-Mercosur nella dinamica geopolitica del XXI secolo</em><br />
Tommaso Cozzi, <em>Europa: evoluzione dei consumi e dei costumi</em><br />
Eleonora Gentilucci e Rémy Herrera, <em>Gli effetti economici sulle spese militari</em><br />
Hans Koechler, <em>Collasso della globalizzazione e nuovo ordine mondiale</em><br />
Cristiana Tosti, <em>Seggio europeo all’ONU: un primo passo?</em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Interviste e recensioni</strong><br />
Enrico Galoppini, <em>Intervista all&#8217;ambasciatore M.A. Hosseini</em><br />
Orazio M. Gnerre, Claudio Mutti, <em>Intervista al console Istvan Manno</em><br />
Enrico Verga, <em>Intervista al sottosegretario Enzo Scotti</em><br />
Luca Bionda, recensione a Emanuele Aliprandi, <em>Le ragioni del Karabakh</em><br />
Claudio Mutti, recensione a Johann Jakob Bachofen, <em>Matriarcato mediterraneo. Il popolo licio</em><br />
Matteo Finotto, recensione a Francesco Brunello Zanitti, <em>Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</em><br />
Alessandro Lattanzio, recensione a Roj A. Medvedev e Zores A. Medvedev, <em>Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici</em><br />
Zorawar Daulet Singh, recensione a Farzana Shaikh, <em>Making Sense of Pakistan</em></span></span></span></span></p>
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		<title>BRICS: I mattoni dell&#8217;edificio multipolare</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 01:06:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dieci anni fa l’acronimo BRIC entrava nel lessico dell’economia e della finanza internazionali. Da allora la cooperazione tra i Paesi emergenti che tale sigla raggruppa ha assunto un registro sempre più marcatamente geoeconomico e geopolitico. Il consolidamento delle relazioni tra Brasile, Russia, India, Cina e, dal 2010, Sudafrica è stato possibile non solo a causa delle evidenti comuni necessità economiche in materia di modernizzazione e sviluppo – tipiche dei paesi emergenti – ma anche in virtù di una condivisa visione della politica internazionale. Il coordinamento politico sviluppatosi in ambito BRICS nel corso di pochi semestri costituisce un elemento di accelerazione della transizione uni-multipolare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-delledificio-multipolare/12715/" title="BRICS: I mattoni dell&#8217;edificio multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12715&amp;w=80" width="80" height="114" alt="BRICS: I mattoni dell&#8217;edificio multipolare" ></div></a><p><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-del-nuovo-ordine/12719/">Editoriale del numero XXIV (3-2011)</a></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><em>Dieci anni fa l’acronimo BRIC entrava nel lessico dell’economia e della finanza internazionali. Da allora la cooperazione tra i Paesi emergenti che tale sigla raggruppa ha assunto un registro sempre più marcatamente geoeconomico e geopolitico. Il consolidamento delle relazioni tra Brasile, Russia, India, Cina e, dal 2010, Sudafrica è stato possibile non solo a causa delle evidenti comuni necessità economiche in materia di modernizzazione e sviluppo – tipiche dei paesi emergenti – ma anche in virtù di una condivisa visione della politica internazionale. Il coordinamento politico sviluppatosi in ambito BRICS nel corso di pochi semestri costituisce un elemento di accelerazione della transizione uni-multipolare.</em></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I BRICS tra geoeconomia e geopolitica</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nell’autunno del 2001, l’analista Jim O’Neill della Banca di investimenti Goldman Sachs, sulla base di dati macroeconomici di alcuni Paesi emergenti, riguardanti in particolare la demografia, il tasso di crescita e le risorse naturali strategiche, certificava con l’acronimo BRIC un nuovo potenziale aggregato geo-economico. I paesi presi in considerazione erano, come noto, il Brasile, la Russia, l’India e la Cina. Secondo O’Neill queste nazioni avrebbero verosimilmente dominato l’economia mondiale del secolo appena iniziato. Risultava dunque necessario inglobarle nell’economia mondiale egemonizzata, dopo il collasso sovietico, dal sistema occidentale a guida statunitense. I Paesi BRIC, come poi vennero chiamati, cercavano fin da allora, ma unilateralmente, un proprio posizionamento geopolitico nello scacchiere globale. Alcuni, in particolare il Brasile, l’India e la Cina, tentavano di aumentare i propri gradi di libertà nell’agone mondiale facendo leva su una serie articolata di intese economiche e commerciali in ambito sia regionale sia internazionale. Il tasso di crescita elevato di queste nazioni-continenti costituiva, indubbiamente, il carburante necessario per un loro nuovo ruolo nello scenario post bipolare. Anche la Russia, con alla guida Putin, tentava di riaffermare, almeno nello spazio ex-sovietico, un proprio primato, dopo la disastrosa presidenza di El’cin.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel corso di pochi anni, il nuovo aggregato geoeconomico è diventato, da mera ipotesi analitica utile alla descrizione degli scenari economico-finanziari del XXI secolo, un attore globale a tutti gli effetti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’agenda dei lavori dei forum dei Paesi BRIC ormai contiene tutti i punti nodali della economia mondiale: dalla questione climatica a quella del paniere delle valute, da quella inerente i processi di modernizzazione e di sviluppo innovativo a quella relativa alla sicurezza di particolari settori industriali; oltre questi temi, i BRIC si pronunciano, con tempestività e determinazione, anche su <em>dossier</em> “caldi”, quali quelli concernenti i conflitti e le tensioni internazionali. Nel corso del 2011, tanto per fornire alcuni esempi, i BRIC hanno preso posizione sui casi dell’aggressione alla Libia e sull’isolamento della Siria operati principalmente dagli euroatlantici, votato per il riconoscimento della Palestina in ambito UNESCO e richiesto la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il coordinamento tra i Paesi del <em>club</em> BRIC, irrobustitosi nel 2010 con l’inclusione del Sudafrica<sup>1</sup>, ha assunto pertanto un carattere sempre più accentuatamente “politico”, tale da incidere profondamente sugli attuali equilibri mondiali. Sul piano generale possiamo osservare che già la sola costituzione del nuovo <em>club</em> ha di fatto accelerato la transizione verso il sistema multipolare e posto altresì le premesse per il suo consolidamento su base continentale. Il raggruppamento BRICS sembra, tra l’altro, confermare l’ipotesi geopolitica, avanzata proprio su queste stesse pagine<sup>2</sup>, secondo cui i pilastri del nuovo ordinamento <em>in fieri</em> sarebbero costituiti dall’America indiolatina e dall’Eurasia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I BRICS, infatti, non solo influenzano, come noto, gli ambiti economici, finanziari ed industriali<sup>3</sup>, ma anche quelli geostrategici e, da ultimo, quelli relativi all’ordine giuridico internazionale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il club BRICS e l’ambito geostrategico</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto concerne l’ambito geostrategico, occorre considerare che il coordinamento tra i Paesi BRICS costituisce (e predilige) di fatto un asse pressoché diagonale – procedente dal lato orientale dell’emisfero settentrionale (l’Eurasia) a quello occidentale dell’emisfero meridionale (l’America indiolatina) – che potremmo definire “asimmetrico”, rispetto a quelli definiti rispettivamente dalle traiettorie orizzontale (Est-Ovest) e verticale (Nord-Sud), cui ci aveva abituato la pubblicistica dei periodi bipolare e unipolare. Tale asse asimmetrico NE-SO, articolato su tre nuclei costituiti rispettivamente dal polo eurasiatico, dal vertice sudafricano e dal polo brasiliano, scompaginerà, prevedibilmente nel medio lungo periodo, le linee di intervento del sistema occidentale a guida statunitense, tuttora egemone sul piano militare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’assetto BRICS, per ora soltanto diplomatico ed economico, tuttavia, a cagione del suo potenziale militare<sup>4</sup> e del suo posizionamento geostrategico, potrebbe costituire una prima risposta organizzata alla “marcia” degli USA che, avanzando lungo la direttrice “orizzontale” atlantico-mediterranea, tenta di spingersi fino ai Paesi dell’Asia Centrale. La pressione statunitense sulla massa euroafroasiatica, giova ricordarlo, ha assunto negli ultimi dodici anni un carattere spiccatamente militare. La militarizzazione della politica estera del sistema USA-centrico, attuata dalle varie amministrazioni d’Oltreoceano, da Bush padre a Obama, costituisce l’elemento principale della prassi geopolitica dell’intero sistema occidentale, volta alla frammentazione di particolari aree strategiche quali il Vicino Oriente e il Nord Africa<sup>5</sup>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul piano diplomatico, economico e militare il <em>club</em> BRICS appare evidentemente sbilanciato a favore della sua componente eurasiatica. Tale situazione apre almeno due scenari possibili. In un caso lo sbilanciamento potrebbe costituire, già nel medio periodo, un fattore di tensione all’interno del coordinamento politico della nuova aggregazione, con il ritorno sotto l’ombrello statunitense del Brasile e forse del Sudafrica. Un secondo scenario, forse più realistico, valuta l’attuale squilibrio un motivo di accelerazione dell’integrazione procontinentale dell’America meridionale, incardinata sul polo Brasile-Argentina-Venezuela. In questo ultimo caso, peraltro auspicabile giacché rafforzerebbe lo scenario multipolare in via di consolidamento, l’elemento più debole dell’attuale composizione della compagine BRICS, ossia la Repubblica Sudafricana, assumerebbe, in virtù della sua particolare posizione geografica, una evidente funzione di equilibrio geostrategico all’interno del nuovo ordinamento mondiale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un nuovo modello di cooperazione multipolare</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In riferimento all’incidenza dei paesi BRICS sull’ordine giuridico internazionale, concordiamo con quanto sostiene Paulo Borba Casella, professore di diritto internazionale presso l’Università di San Paolo, secondo il quale siamo in presenza di un modello di cooperazione innovativo, indipendente ed originale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per il docente brasiliano, “<em>il carattere innovativo della prospettiva BRIC risiede precisamente nel fatto che questi paesi possono occuparsi di se stessi e contemporaneamente formulare un nuovo modello di inserimento internazionale e di cooperazione. </em><em>La prospettiva è questa. </em><em>Occorrerà metterla in pratica</em>”<sup>6</sup>. Il <em>club</em> dei Paesi BRICS introduce infatti una prassi cooperativa che, rispettando le appartenenze culturali dei propri membri, mal si coniuga con le impostazioni universalistiche delle strutture internazionali quali sono, tanto per citarne alcune, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), la Banca Mondiale (BM) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), basate, come noto, sui criteri individualistici e mercantili propri delle concezioni di stampo occidentale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il nuovo <em>club</em>, seppur nato per evidenti motivi economici, sembra tuttavia evolvere verso una concezione dei rapporti tra Stati più concreta, imperniata su un sostrato culturale affine che potremmo definire di tipo solidarista<sup>7</sup>, attento alla “cosa pubblica” ed agli interessi concreti delle variegate comunità etnoculturali che popolano le rispettive nazioni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La nuova prospettiva che il modello BRICS introduce si scontrerà, giocoforza, con quella della cosiddetta “regolamentazione mondiale” (la <em>global governance</em> di scuola anglostatunitense) la quale, giacché “<em>incardinata nella concezione individualistica della società e nel pensiero unico “democratico”, rifiuta le diversità culturali delle varie popolazioni (se non nei termini strumentali della dottrina dello “scontro di civiltà”)”</em><sup>8</sup>. Di fatto, il nuovo modello di cooperazione promosso dai Paesi BRICS testimonia la fine o il riorientamento dell’ONU e il declino o la ristrutturazione delle organizzazioni mondiali quali l’FMI, la BM e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Tiberio Graziani è direttore di “Eurasia” e presidente dell&#8217;IsAG – Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie.</em></span></span></p>
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<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Note</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>1 </sup>L’inclusione del Sudafrica nel nuovo club multipolare preannuncia la possibile aggregazione di altre Nazioni, tra cui la Turchia; vedi a tal proposito, in questo numero: Aldo Braccio, <em>E se il BRICS diventasse BRICST? Dati e prospettive dei cinque emergenti più la Turchia</em>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>2 </sup>Tiberio Graziani, <em>America indiolatina ed Eurasia: i pilastri del nuovo sistema multipolare</em>, Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici, a. V, v<span style="color: #000000;">ol. XXIV, n. 3/2008, pp. 5-12.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>3 </sup>IPaesi BRICS nel loro insieme costituiscono circa il 27% del territorio, il 43% della popolazione e il 15% del PIL mondiali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>4</sup> In questo numero: Alessandro Lattanzio, <em>Le forze strategiche del BRICS</em>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">5. Pietro Longo, Daniele Scalea, <em>Capire le rivolte arabe</em>, Avatar-IsAG, Dublino 2011.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>6</sup> Paulo Borba Casella, <em>BRIC: a l’heure d’un nouvel ordre juridique</em>, Edition A. Pedone, Paris 2011.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>7</sup> In questo numero: Ignazio Castellucci, <em>Il diritto nel mondo dei molti “imperi”.</em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>8</sup> Tiberio Graziani, <em>Prefazione</em> a Claudio Mutti, <em>Esploratori del Continente. L’unità eurasiatica nello specchio della filosofia e dell’orientalistica</em>, Edizioni Effepi, Genova 2011.</span></span></p>
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		<title>T. Graziani sulle elezioni russe a Sky TG24 e Radio Vaticana</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:05:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tiberio Graziani, presidente dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e direttore della sua rivista ufficiale "Eurasia", è stato invitato a commentare le recenti elezioni russe, ed in particolare il complesso dopo-elezioni, ai microfoni di Radio Vaticana (confrontandosi con Fabrizio Dragosei del "Corriere della Sera") e Sky TG 24 (ospite in studio durante l'edizione serale). Di seguito le trascrizioni dei due interventi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/t-graziani-sulle-elezioni-russe-a-sky-tg24-e-radio-vatic/12707/" title="T. Graziani sulle elezioni russe a Sky TG24 e Radio Vaticana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/sky_tg24.eejhvyve10oo8wcsswc8sw8sc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="T. Graziani sulle elezioni russe a Sky TG24 e Radio Vaticana" ></div></a><div style="font-size: medium;"><em>Tiberio Graziani, presidente dell&#8217;Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e direttore della sua rivista ufficiale &#8220;Eurasia&#8221;, è stato invitato a commentare le recenti elezioni russe, ed in particolare il complesso dopo-elezioni, ai microfoni di Radio Vaticana (confrontandosi con Fabrizio Dragosei del &#8220;Corriere della Sera&#8221;) e Sky TG 24 (ospite in studio durante l&#8217;edizione serale).</em><br />
<em> L&#8217;intervista a Radio Vaticana può essere riascoltata cliccando <a href="http://212.77.9.15/audiomp3/00292081.MP3" target="_blank">qui</a>. Di seguito le sintesi dei due interventi.</em>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Radio Vaticana</em></strong></p>
<p><strong><em></em></strong>Il presidente Graziani ha fatto notare che al calo di Russia Unita ha fatto da contraltare la crescita del Partito Comunista: il senatore statunitense McCain sbaglia a predire l&#8217;arrivo della &#8220;primavera araba&#8221; in Russia. Negli ultimi anni il presidente russo Medvedev si è concentrato sulle liberalizzazioni e si è appoggiato a tecnocrazie e oligarchie: questo fatto è stato avvertito dagli elettori, che si sono spostati verso Zjuganov. Il futuro presidente Putin dovrà tenerne conto, cosicché il pungolo dei comunisti sarà per lui un valore aggiunto: Zjuganov è una personalità di spessore, uno studioso di geopolitica cui preme innanzi tutto la centralità della Russia nel nuovo scenario multipolare. Con strumenti, metodologie, linguaggi e sensibilità diversi, alla fine è però sinergico alla strategia di Putin. A vincere le elezioni, in ultima analisi, è stata una certa concezione della Russia, proiettata come potenza nel XXI secolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sky TG24</em></strong></p>
<p>Il presidente Graziani ha affermato che il calo della popolarità di Russia Unita era fisiologica dopo la presidenza di Medvedev, che ha trascurato molti strati sociali critici in omaggio ad una logica tecnocratica e neoliberista. Ma le manifestazioni vanno lette anche come conseguenza del <em>soft power</em> statunitense, vista l&#8217;ingerenza di Hillary Clinton negli affari interni russi subito dopo le elezioni. Il discorso statunitense tende prima a screditare il governo del paese-bersaglio, per poi passare alla sollevazione di piazza enfatizzata a livello massmediatico. I casi recenti, da quello jugoslavo a quello libico, insegnano come tali manifestazioni facciano perno su alcune ONG. Questo schema risponde alla logica della geopolitica del caos, alla destabilizzazione di quell&#8217;area che dal Mediterraneo va all&#8217;Asia Centrale, per separare l&#8217;Europa dai suo vicini, per poi giungere alla Russia, il grande obiettivo finale della strategia di Washington. Per quanto riguarda la democrazia russa, non si tratta di una &#8220;finta democrazia&#8221; ma di una &#8220;democrazia autoritaria&#8221;, che risente del suo retroterra culturale molto diverso da quello occidentale.</p>
</div>
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		<title>La crociera dell&#8217;Admiral Kuznetsov</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 14:30:25 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Geostrategia e Militaria]]></category>
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		<description><![CDATA[Le cose si mettono bene... Un anno fa, si era deciso, proprio per il prossimo periodo di questo inizio dicembre, una visita della portaerei Admiral Kuznetsov, con il suo gruppo di battaglia (due navi di scorta) in Siria, a Tartus, che risulta essere un porto e anche una base per la flotta russa. (L'unico approdo navale della flotta russa nel Mediterraneo.) Lo prova, dicono fonti della marina russa, che altre visite sono previste, oltre a Tartus, a Beirut, Genova, Malta e Cipro. Cosa di più rilassante e più amichevole, come ci dice Russia Today il 28 novembre 2011. 
Questa scrive, dobbiamo riconoscere che "le cose si mettono bene". L'ammiraglio Viktor Kravchenko, che comanda il gruppo di battaglia non lo nega. "Tuttavia, aggiunge che la presenza di una forza militare oltre alla NATO, è molto utile per questa regione, perché impedirà lo scoppio di anni di conflitto armato", avrebbe detto Kravcenko alle Izvestia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crociera-delladmiral-kuznetsov/12640/" title="La crociera dell&#8217;Admiral Kuznetsov"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12640&amp;w=80" width="80" height="57" alt="La crociera dell&#8217;Admiral Kuznetsov" ></div></a><p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Fonte:   <a href="http://www.dedefensa.org/article-la_croisiere_de_l_amiral-kouznetzov_29_11_2011.html">Dedefensa.org</a> Bloc-Notes, 29 novembre 2011</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em><strong>Nota del Traduttore:</strong></em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>A Tartus, contrariamente a quanto dice l&#8217;articolo, non vi sono oggi, navi russe. La fregata Ladnij, che appartiene al MGB, ministero degli interni, dopo un breve sosta a Tartus, si reca in Mar Nero, e non a Gibilterra ad incontrare la Kuznetsov, poiché quest&#8217;ultima giungerà nelle acque siriane nella Primavera del 2012. Per quanto riguarda la portaerei Bush, essa proveniente dall&#8217;Oceano Indiano, ha attraversato il canale di Suez, per andare ad attraccare, il 25 novembre, a Marsiglia, in Francia.</em></span></span></span></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Le cose si mettono bene&#8230; Un anno fa, si era deciso, proprio per il prossimo periodo di questo inizio dicembre, una visita della portaerei Admiral Kuznetsov, con il suo gruppo di battaglia (due navi di scorta) in Siria, a Tartus, che risulta essere un porto e anche una base per la flotta russa. (L&#8217;unico approdo navale della flotta russa nel Mediterraneo.) Lo prova, dicono fonti della marina russa, che altre visite sono previste, oltre a Tartus, a Beirut, Genova, Malta e Cipro. Cosa di più rilassante e più amichevole, come ci dice </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Russia Today</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">il 28 novembre 2011. </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Questa scrive, dobbiamo riconoscere che &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>le cose si mettono bene</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8220;. L&#8217;ammiraglio Viktor Kravchenko, che comanda il gruppo di battaglia non lo nega. &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Tuttavia, aggiunge che la presenza di una forza militare oltre alla NATO, è molto utile per questa regione, perché impedirà lo scoppio di anni di conflitto armato</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8220;, avrebbe detto Kravcenko alle Izvestia. </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">L&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, si trascina un po&#8217;. Viene dal Mare di Barents, con l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Chabanenko</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, un incrociatore pesante anti-sommergibile. Le due navi effettueranno il tour dell&#8217;Europa occidentale fino allo stretto di Gibilterra, arriveranno nel Mediterraneo quando saranno raggiunte dalla fregata </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Ladnij</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, della Flotta del Mar Nero. Al termine della crociera, dopo lo scalo centrale di Tartus, passeranno il Bosforo. Nessun danno sarà fatto, l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">è registrato come &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>incrociatore portaerei lanciamissili</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8221; e non </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>&#8220;portaerei&#8221;</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">o &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>portaeromobili</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8220;, il cui passaggio è vietato dalla Convenzione di Montreux e, in ogni caso, la Turchia non ha certo intenzione di fare la misera con le navi russe. (Vedasi la versione inglese di </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Wikipedia</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">relativa alla convenzione, molto più esplicita di quella francese.) </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Resta che l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">trasporta otto caccia multiruolo Sukhoi Su-33 estremamente potenti, una significativa dotazione di MiG-29K da intercettazione e combattimento aereo, due elicotteri Kamov Ka-27 e un armamento navale fisso assai pesante (12 missili superficie-superficie anti-nave </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Granit,</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">due sistemi ASM UDAV-1, un sistema missilistico superficie-aria </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Kinzhal</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">e otto batterie di cannoni da difesa aerea ravvicinata </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Kashtan).</em></span> </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Aggiungiamo qualche altro dettaglio politico e strategico, tra cui alcune parole dell&#8217;ammiraglio Kravchenko, con una interessante precisione finale, sottolineato in grassetto da noi. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Notizie dello spiegamento navale russo a Tartus giungono poco dopo che la portaerei a propulsione nucleare statunitense USS George HW Bush sia al largo della Siria, insieme a ulteriori navi da guerra. Il Battle Group degli Stati Uniti rimarrà nel Mediterraneo, presumibilmente per condurre operazioni di sicurezza marittima e missioni di supporto nell&#8217;ambito delle operazioni Enduring Freedom e New Dawn. La sesta flotta degli Stati Uniti pattuglia la zona, riferisce Interfax. Naturalmente, le forze navali russe nel Mediterraneo non saranno commensurabili a quelle della sesta flotta degli Stati Uniti, che include una o due portaerei e diverse navi scorta</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8220;, ha spiegato l&#8217;ammiraglio Kravchenko. &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Ma oggi, nessuno parla di possibili scontri militari, </em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em><strong>poiché l&#8217;attacco a una nave russa dovrebbe essere considerata come una dichiarazione di guerra, con tutte le conseguenze</strong></em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">.&#8221; </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">L&#8217;&#8221;avventura&#8221; del gruppo di combattimento dell&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, diventa interessante e più complessa rispetto a quanto previsto, poiché il nuovo movimento della portaerei è avvenuta senza fornire ulteriori dettagli. Questa notizia ha causato uno &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>choc di comunicazione</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8221; sufficiente a rendersi conto che ora intorno alla Siria vi è una situazione di potenziale scontro tra due potenze nucleari e non, come è stato finora, un campo lasciato completamente libero alle forze strategiche di supporto al blocco BAO (principalmente navale e degli Stati Uniti, nel caso). Questo situazione, naturalmente, esiste senza che l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, e due o tre navi russe siano a Tartus, con forse, o probabilmente, con capacità di ECM (contromisure elettroniche) e dopo, forse o probabilmente, aver consegnato batterie di missili S-300 alla Siria. Queste navi sono una efficace presenza strategica di una potenza nucleare ostile all&#8217;intervento del blocco BAO, ma la loro presenza non ha avuto impatto reale nella comunicazione. A causa della immagine di potenza centrale strategica collegata ad una nave da attacco come una portaerei, l&#8217;annuncio del viaggio della </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, ha avuto questo impatto nella comunicazione &#8211; che è qualcosa di assolutamente essenziale nell&#8217;equazione del potere di oggi. L&#8217;annuncio, non l&#8217;arrivo effettivo, è sufficiente per questo, perché non c&#8217;è dubbio che l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, gioca un ruolo attivi in ogni eventuale intervento straniero in Siria, in una situazione di confronto con il blocco BAO. Infatti, si tratta di comunicazione, non di una vera e propria disposizione strategica. Le dichiarazioni dell&#8217;ammiraglio Kravchenko completano la narrativa della comunicazione, dando tutte le garanzie rassicuranti circa le intenzioni dei russi, ma termina con l&#8217;osservazione che se le navi russe (l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, ma anche quelle già a Tartus), non sono lì per un confronto armato, resta il fatto che qualsiasi attacco contro una nave russa è un atto di guerra &#8220;con tutte le conseguenze&#8221; di un atto di guerra; una battuta che ha un senso estremamente pesante da parte di una potenza con un arsenale nucleare, come la Russia. </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8230; In un certo senso, i russi stanno cercando di giocare in vantaggio della Siria, un sostituto del deterrente nucleare che la Siria non ha. Poiché sappiamo che un Paese con armi nucleari è praticamente protetto contro ogni attacco dal blocco BAO, la Russia piazza le navi (quelle di Tartus, in particolare), sia per una missione militare precisa ma passiva, sia (nel caso dell&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">), per una missione che richiede un&#8217;alta visibilità che obblighi i pianificatori del blocco BAO a considerare la possibilità di una &#8220;gaffe&#8221; che coinvolgesse una nave russa, e che costituirebbe un &#8220;atto di guerra&#8221; contro una potenza nucleare. Le opportunità di azioni antiaeree passive delle navi (capacità di interferenze elettroniche) e la fornitura ai Siriani di S-300 completerà il dispositivo. L&#8217;intervento passivo o indiretto dei russi è un dato operativo complesso per le forze del blocco BAO (la paura degli USA per gli S-300 è proverbiale), pur mantenendo i russi stessi pericolosi fuori dal cerchio di provocazione diretta. </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Pertanto, si capisce che l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">non si affretta oltre misura. L&#8217;effetto della comunicazione che, speriamo, sia un efficace deterrente sul posto, intorno alla Siria, con l&#8217;annuncio del viaggio del gruppo di battaglia; l&#8217;interesse politico dei russi (sempre per la comunicazione) è piuttosto quello di prolungare il tempo di questo viaggio, e di mettere in prospettiva i termini di una &#8220;crociera&#8221; pacifica, per non drammatizzare la situazione e portare avanti un&#8217;azione politica contro qualsiasi intervento straniero in Siria. (L&#8217;ultima in corso è una proposta di mediazione nella crisi siriana, accettato dai siriani.) I russi sperano di bloccare temporaneamente la situazione militare, per contrastare ogni velleità d&#8217;intervento. Il tempo ci dirà se il blocco è sufficiente – cosa che non è garantita &#8211; ma in ogni caso la manovra, un misto di forze effettive, azione politica misurata e soprattutto comunicazione, è stata condotta brillantemente ed efficientemente. (E lo è stata, precisione non priva d&#8217;interesse, con l&#8217;implicita approvazione del BRICS, che ha firmato una dichiarazione che chiede d&#8217;impedire qualsiasi intervento militare straniero in Siria.) </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">In modo generale e piuttosto economico, i russi hanno dimostrato che il blocco BAO non ha più la garanzia di intervenire dove vuole, secondo la strategia di BHL ora seguita senza gravi interferenze e senza, in alcuni casi, correre un rischio che potrebbe essere legato al confronto di una situazione che si potrebbe definire come una sorta di tecnica della &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>deterrenza nucleare itinerante</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">.&#8221; (La cosa ha più o meno funzionato, di fatto, parzialmente in vari conflitti secondari durante la Guerra Fredda. Fu la presenza russa -Sovietica al tempo- che ha limitato gli attacchi degli Stati Uniti sul Vietnam del Nord, compresa l&#8217;istituzione di aree off-limits per gli attacco aerei statunitensi nel 1965-1968 contro il porto di Haiphong (assieme alla capitale Hanoi), dove passava la maggior parte del massiccio aiuto militare sovietico al Vietnam del Nord, per paura di toccare l&#8217;una o l&#8217;altra nave sovietica lì ancorata, a scaricare le loro attrezzature, causando una grave crisi con l&#8217;URSS. Queste limitazioni erano, secondo i militari statunitensi, e perché Haiphong svolgeva un ruolo centrale nell&#8217;equipaggiamento per la guerra in Vietnam del Nord, la causa principale del fallimento dell&#8217;offensiva aerea strategica del 1965-1968, e del fallimento totale degli USA nella guerra del Vietnam). </span></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Compiuta la sua missione di comunicazione e, eventualmente, &#8220;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>deterrenza nucleare itinerante</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">&#8220;, l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, può effettivamente prendere tempo e navigare lungo le coste dell&#8217;Europa. Serve anche a ricordare agli europei, che il loro partner russo è anche una potenza militare, che può svolgere un ruolo nel caos globale sviluppato dal blocco BAO. I russi lo ricordano ai tedeschi, che hanno una cooperazione economica con la Russia, e i francesi, che hanno dato tanta importanza, compresa importanza strategica, alla vendita della portaelicotteri </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Mistral</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">alla Russia. Siamo così condotti a concludere che si potrebbe vedere, un giorno, l&#8217;</span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Admiral Kuznetsov</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif">, insieme una portaelicotteri </span><span style="font-family: Arial, sans-serif"><em>Mistral,</em></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif">stazionare di fronte a un paese dove il maresciallo BHL richiederebbe un intervento delle forze franco-sarkozyste. La cosa non mancherebbe di sale marino.</span></span></span></span></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">[Traduzione di Alessandro Lattanzio <a href="http://aurorasito.wordpress.com/">http://aurorasito.wordpress.com</a>]</p>
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		<title>I forum economici in Russia: dialogo e investimenti</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 09:50:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mosca cerca di attrarre sempre più investitori stranieri per modernizzare e irrobustire la sua economia. Il vasto panorama di forum economici internazionali che si tengono ogni anno sul territorio russo ben rappresentano come, pur partendo da logiche differenti, gli operatori economici occidentali (ed europei soprattutto) riescano ad inserirsi e a comprendere il paese meglio di quanto riescano a fare le rispettive élite politiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-forum-economici-in-russia-dialogo-e-investimenti/12514/" title="I forum economici in Russia: dialogo e investimenti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12514&amp;w=80" width="80" height="60" alt="I forum economici in Russia: dialogo e investimenti" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Mosca cerca di attrarre sempre più investitori stranieri per modernizzare e irrobustire la sua economia. Il vasto panorama di forum economici internazionali che si tengono ogni anno sul territorio russo ben rappresentano come, pur partendo da logiche differenti, gli operatori economici occidentali (ed europei soprattutto) riescano ad inserirsi e a comprendere il paese meglio di quanto riescano a fare le rispettive élite politiche.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia si conferma sempre più un partner economico irrinunciabile. Nonostante la crisi economica internazionale abbia costretto Mosca a rivedere le stime di crescita dell’anno in corso, le autorità hanno avviato una politica di riforme finalizzata ad agevolare gli investimenti degli operatori nazionali: la stessa Banca Mondiale si è positivamente pronunciata in merito, sottolineando come nell’ultimo biennio la Federazione Russa si sia distinta per la creazione di un clima maggiormente favorevole agli investimenti, agendo sull’imposizione fiscale, sulle modalità di rilascio delle licenze edilizie e sull’accesso al credito.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul fronte dell’interscambio con l’estero, la crescita è ancora decisamente vincolata all’andamento del mercato energetico e alla volatilità del prezzo delle materie prime. Ad ogni modo, la struttura dell’economia russa fa sì che gli operatori internazionali guardino ad essa con estremo interesse: il vantaggio comparato russo in termini di materie prime e costi di produzione attrae i paesi che, in cambio, possono offrire capitali e tecnologie. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Soprattutto per l’Europa, la Russia costituisce un partner economico “naturale”, non solo per l’interdipendenza energetica che caratterizza le loro relazioni, ma anche per la prossimità geografica che facilita l’interscambio di beni e capitali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se si osservano, in particolar modo, i dati relativi agli investimenti esteri sul territorio russo, otto tra i primi dieci paesi investitori sono europei ad eccezione di Cina e Giappone, che nella prima metà del 2011 si sono collocate rispettivamente al quinto e ottavo posto</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote1anc" href="#sdendnote1sym"><sup>i</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questo breve quadro può essere utile per dare una spiegazione di come negli ultimi anni nella Federazione stiano crescendo in maniera esponenziale le occasioni di incontro e di dibattito su come e perché investire nei diversi segmenti dell’economia russa: questi forum economici stanno diventando un appuntamento fondamentale tra i rappresentanti del mondo politico, amministrativo e imprenditoriale russi con gli operatori internazionali del settore privato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Altrettanto interessante è porre l’attenzione sugli ambiti di cui si occupano i forum più importanti, poiché ci forniscono un’indicazione di quali siano i settori più appetibili per gli investitori stranieri, anche solo in via potenziale.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Non solo idrocarburi: le innumerevoli opportunità di investimento in Russia</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo scenario si presenta davvero vasto: basta consultare un qualsiasi sito internet che si occupi di investimenti in Russia per reperire liste infinite di incontri, conferenze, fiere e forum internazionali nei quali si discute di pressoché qualsiasi frammento di mercato. A partire dal mercato energetico, si passa attraverso il mercato alimentare, quello del lusso, quello farmaceutico (l’importazione di farmaci copre attualmente circa il 75% del mercato e solo di recente molti produttori stranieri stanno avviando produzioni proprie sul territorio russo), quello dell’edilizia, dell’arredamento, fino a giungere a settori più innovativi come quello del risparmio energetico e delle fonti alternative.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La panoramica dei forum più importanti sul suolo russo non può che partire dal Forum Economico Internazionale di S. Pietroburgo, il quale, giunto ormai alla quindicesima edizione, può considerarsi una delle più illustri occasioni di incontro tra mondo politico, accademico ed imprenditoriale a livello mondiale, tanto da meritarsi l’appellativo di “Davos russa”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Organizzato sotto l’alto patronato del Presidente della Federazione Russa e per opera di un comitato che affianca agli esponenti politici che si occupano di sviluppo economico le alte personalità del mondo imprenditoriale e finanziario, il forum ha lo scopo di proporre le tematiche e le sfide chiave che l’economia russa e internazionale deve affrontare con l’intento di trovare una strategia comune per affrontarle. I dibattiti hanno toccato argomenti salienti come la salvaguardia della crescita economica, la costruzione del capitale creativo in Russia e l’espansione degli orizzonti tecnologici, tutti estremamente importanti per lo sviluppo russo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, ciò che occorre evidenziare è costituito da due elementi che ci aiutano ad interpretare la direzione in cui va l’economia russa e il ruolo che essa sta assumendo sullo scenario internazionale: le dichiarazioni del Presidente Dmitrij Medvedev e le </span><span style="font-size: medium;"><em>partnership</em></span><span style="font-size: medium;"> siglate a conclusione del forum. Per quanto concerne il primo aspetto, il Presidente si è espresso a favore di una progressiva marginalizzazione del ruolo statale nel settore imprenditoriale, finalizzata ad una maggiore competitività, che ha suscitato la positiva reazione degli investitori stranieri presenti. Lo stesso colosso statunitense Goldman Sachs, scelto da Mosca come consulente per il processo di privatizzazione degli </span><span style="font-size: medium;"><em>asset </em></span><span style="font-size: medium;">statali (tra cui il 7,58% della SberBank), sta vivamente raccomandando di investire quanto prima nel territorio russo, prima ancora delle elezioni presidenziali del 2012.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Allo stesso modo, è di rilievo notare che il forum si è concluso con il perfezionamento di oltre cinquanta contratti, per un valore complessivo di più di cinque miliardi di euro, a coronamento della consapevolezza dell’importanza strategica della Russia come </span><span style="font-size: medium;"><em>partner</em></span><span style="font-size: medium;"> economico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche nel corso del </span><span style="font-size: medium;"><em>Russia Forum 2011</em></span><span style="font-size: medium;"> le parole chiave sono state crescita, investimenti e privatizzazione: questo </span><span style="font-size: medium;"><em>meeting</em></span><span style="font-size: medium;">, ancorché nato solo nel 2008, accoglie ogni anno i leader della finanza e dell’imprenditoria internazionali, alti esponenti del mondo politico e accademici del calibro di Roudini e Stiglitz, solo per citarne alcuni. Lo scopo è comprendere le potenzialità dell’economia russa nel mutevole contesto economico internazionale all’indomani della crisi. Lo sviluppo di tali potenzialità passa attraverso alcuni nodi fondamentali: capire, ad esempio, che il traino della crescita economica non sarà più il consumo statunitense ma quello delle economie emergenti (constatazione però non completamente condivisa, a causa dell’incognita demografica che potrebbe influire pesantemente sul potere d’acquisto) è essenziale per indirizzare la produzione. Allo stesso modo, una modernizzazione ad ampio spettro, che coinvolga cioè tanto le infrastrutture e la tecnologia quanto l’istruzione e l’amministrazione, è l’occasione che la Russia deve cogliere al volo per aumentare la competitività e stimolare l’economia; le esportazioni di idrocarburi e materie prime sono importanti (basti pensare ai consumi europei o al fabbisogno delle economie emergenti), ma lasciare che da esse dipenda lo sviluppo rende il paese vulnerabile al loro andamento, laddove la chiave sta nel far crescere parallelamente il mercato e gli investimenti domestici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’energia, d’altro canto, non può non essere oggetto di importanti incontri internazionali: i forum e le fiere ad essa dedicate sono davvero numerosi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Solo la </span><span style="font-size: medium;"><em>Moscow Annual</em></span><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;"><em>Oil &amp; Gas Conferences</em></span><span style="font-size: medium;"> organizza ogni anno almeno cinque conferenze, riguardanti ogni sfaccettatura del mercato energetico: catena produttiva, costruzioni, modernizzazione degli impianti, reclutamento del personale, servizi, attrezzature per le trivellazioni in mare aperto. A confrontarsi, in questo caso, sono le compagnie russe e straniere, con l’intento di stringere contatti d’affari e condividere le rispettive esperienze sul campo. Le ditte russe, in particolare, sono interessate all’acquisizione di conoscenze soprattutto nel campo della gestione di progetti particolarmente ampi, implicanti la selezione e la gestione di appaltatori, l’ottimizzazione dei costi, le nuove tecnologie e nuovi modelli di implementazione dei progetti di investimento.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, è la </span><span style="font-size: medium;"><em>Moscow International Energy Forum </em></span><span style="font-size: medium;">l’occasione di più ampio respiro nel campo energetico, nel corso della quale la discussione delle tematiche chiave per lo sviluppo del settore, tra le quali merita menzione la creazione di una base legale idonea a rendere efficiente il mercato e ad attrarre capitali, si avvale del parere dei più alti esponenti del mondo politico, scientifico e imprenditoriale provenienti da 34 paesi. Il forum si è chiuso con una dichiarazione conclusiva nella quale si enucleano le azioni da intraprendere per contrastare i pericoli di recessione, riformare le istituzioni finanziarie e creare i presupposti per uno sviluppo equilibrato e sostenibile.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il dibattito attorno al concetto di sviluppo sostenibile e di sostenibilità ambientale delle attività economiche si sta facendo largo anche in Russia. Nonostante l’export di idrocarburi rappresenti uno dei pilastri dell’economia russa, o forse proprio per questo, la possibilità di sfruttare fonti di energia alternative è presa sempre più in considerazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al momento solo l’1% dell’energia prodotta in Russia proviene da fonti “verdi”, ma la politica di incentivi e aiuti varata dal governo prevede che tale quota arrivi al 10% entro il 2020, creando un mercato stimabile intorno ai cinque miliardi di euro: un’occasione da non perdere per gli investitori stranieri, soprattutto per paesi, come l’Italia ad esempio, che godono di un vantaggio comparato in termini di flussi di scambio, rapporti consolidati ed </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>expertise </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">da impiegare sul territorio. Si tratta di un mercato dalle potenzialità ancora inespresse, ma che potrebbe attrarre notevoli capitali: non è quindi un caso che l’italiana Enel abbia già stretto importanti accordi con la prima produttrice di energia elettrica russa, la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Rushidro</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, per lo sviluppo di progetti sulle energie rinnovabili e che </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Gazprom, Eurotechnika, BioGazEnergostroy</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> abbiano da poco firmato con l’olandese </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Gasunie</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> un memorandum per la distribuzione in Europa del biodiesel prodotto nella Federazione. Questi sono solo due esempi di un settore che sembra essere in fermento in Russia, nella quale, a tale scopo, si stanno organizzando diversi incontri a livello internazionale affinché gli operatori esteri vengano messi a conoscenza delle potenzialità del mercato russo. Una di queste è il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>CIS Sustainable Energy Forum</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, nato solo nel 2010, nel corso del quale vengono soprattutto messe in luce le riforme in campo legale, amministrativo e burocratico che i governi della CSI hanno intrapreso per agevolare gli investimenti e la produzione, senza tralasciare le opportune analisi economiche e l’esposizione dei progetti già in fase di implementazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come accennato, i forum che si succedono sul territorio russo abbracciano pressoché qualsiasi campo. Le Olimpiadi invernali del 2014, ad esempio, sono per Sochi e per tutta la regione di Krasnodar un’opportunità imperdibile di sviluppo: dal 2002 qui ha luogo il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Kuban Economic Forum</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, rinominato dal 2007 </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Sochi International Investment Forum</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, che si focalizza sulle opportunità di investimento nella regione, soprattutto nel settore turistico, agroalimentare e dell’efficienza e sostenibilità della produzione energetica, senza trascurare i progetti infrastrutturali e l’edilizia. Le cifre del forum del settembre 2011 non sono ancora state rese note, ma confrontando quelle degli anni precedenti esse sono in costante aumento e il numero e il valore dei progetti di investimento conclusi assume proporzioni sempre più importanti: nel 2010 sono stati firmati oltre 370 accordi, per un valore totale di circa 768 miliardi di rubli.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Economia e politica: le due facce dell’approccio alla Russia</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I forum economici russi rappresentano, con buona approssimazione, la cartina tornasole dello stato dell’economia russa e la dimostrazione di come le relazioni economiche internazionali riescano sempre più a rendere conto solo a se stesse. L’analisi di questo aspetto richiederebbe un approfondimento ben più strutturato, ma non sono pochi i casi in cui si può riscontrare una disarmonia tra lo status dei rapporti politici e quello dei flussi economici e finanziari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Prescindendo dall’area russa, i principali paesi verso i quali la Russia esporta i suoi prodotti sono europei (Olanda, Italia e Germania), seguiti dalla Cina e, poco oltre, dagli Stati Uniti (in ottava posizione). Allo stesso modo i primi tre paesi da cui provengono le importazioni russe sono Cina, Germania e Stati Uniti (l’Italia è in sesta posizione)</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote2anc" href="#sdendnote2sym"><sup>ii</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In altre parole, i maggiori rapporti di interscambio si hanno proprio con gli stati con i quali i rapporti politici sono storicamente complicati: l’obiettivo, mai completamente sopito, di potersi contrapporre all’unilateralismo americano, resosi più evidente dal secondo mandato di Putin in poi, è solo una faccia della medaglia dei rapporti russo-statunitensi. Allo stesso modo, l’ambivalenza del rapporto tra Mosca e Pechino, ben rappresentato anche all’interno della Shanghai Cooperation Organization, deve sempre fare i conti con l’interdipendenza che essi hanno nel settore energetico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Europa, infine, rappresenta l’epitome di questo rapporto contraddittorio</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">,</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che sembra ancora non aver trovato una soluzione: la prossimità geografica e la complementarietà delle rispettive economie sono solo alcuni degli aspetti che potrebbero portare ad una maggiore cooperazione, che tuttavia continua ancora a scontrarsi con un profondo scetticismo. In attesa di vedere una Russia più democratica e più vicina ai valori occidentali, l’Europa continua a tenere politicamente al margine Mosca, alternando tentativi di cooperazione ad altri di incomprensione, ma così facendo rischia di buttarla sempre più tra le braccia di Pechino. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Francesca Malizia, laureata in Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="sdendnote1">
<p><a name="sdendnote1sym" href="#sdendnote1anc">i</a><span style="font-family: Arial Narrow,sans-serif;"> Fonti Rosstat, Federal State Statistics Service: 	http://www.gks.ru/bgd/regl/b11_06/IssWWW.exe/Stg/d03/14-07.htm</span></p>
</div>
<div id="sdendnote2">
<p><a name="sdendnote2sym" href="#sdendnote2anc">ii</a> <span style="font-family: Arial Narrow,sans-serif;">Fonti Rosstat, Federal State 	Statistics Service: 	http://www.gks.ru/bgd/regl/b11_12/IssWWW.exe/stg/d02/26-05.htm</span></p>
</div>
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		<title>Media, &#8220;soft power&#8221; e prassi geopolitica tra Europa e Russia</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 22:59:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[Quello che segue è il testo dell'intervento di Tiberio Graziani, presidente dell'IsAG e direttore di “Eurasia”, alla conferenza internazionale Russia and Europe: Topical Issues of Contemporary International Journalism svoltasi a Parigi il 24 e 25 novembre scorsi. La conferenza è stata organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e dall'Agenzia Federale delle Comunicazioni della Federazione Russa, in collaborazione con “Eurasia”, IFIMES e “The 4th Media”. Il direttore Graziani è intervenuto nell'ambito della terza sessione, dedicata al ruolo dei media di massa nelle relazioni internazionali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/media-soft-power-e-prassi-geopolitica-tra-europa-e-russia/12448/" title="Media, &#8220;soft power&#8221; e prassi geopolitica tra Europa e Russia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12448&amp;w=80" width="80" height="80" alt="Media, &#8220;soft power&#8221; e prassi geopolitica tra Europa e Russia" ></div></a><p lang="it-IT"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Quello che segue è il testo dell&#8217;intervento di Tiberio Graziani, presidente dell&#8217;IsAG e direttore di “Eurasia”, alla conferenza internazionale </em><a href="http://www.eurasia-rivista.org/russia-and-europe-topical-issues-of-contemporary-international-journalism-2/12408/">Russia and Europe: Topical Issues of Contemporary International Journalism</a><em> svoltasi a Parigi il 24 e 25 novembre scorsi. La conferenza è stata organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e dall&#8217;Agenzia Federale delle Comunicazioni della Federazione Russa, in collaborazione con “Eurasia”, IFIMES e “The 4<sup>th</sup> Media”.</em></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Il direttore Graziani è intervenuto nell&#8217;ambito della terza sessione, dedicata al ruolo dei media di massa nelle relazioni internazionali.</em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come è universalmente accettato i mezzi di comunicazione di massa costituiscono un importante strumento per lo scambio di informazioni tra persone, industrie, nazioni, ai fini del raggiungimento di alcuni rilevanti obiettivi, tra cui soprattutto la conoscenza reciproca relativamente agli ambiti culturale, economico, politico, sociale e la formazione della cosiddetta opinione pubblica.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">D’altra parte, dobbiamo anche riconoscere l’intrusione dei mezzi di comunicazione di massa nella vita quotidiana degli individui per quanto riguarda gli ambiti sopra citati. Il principale effetto della pervasività dei mezzi di comunicazione può essere valutata col cambiamento del comportante sociale avvenuto negli ultimi sessanta anni nelle Nazioni europee, specialmente in quelle caratterizzate dalla cultura cattolica.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Oggi, possiamo affermare che, rispetto al comportamento sociale, ci troviamo di fronte non più a un Paradigma culturale europeo, bensì di fronte a un generico modello “ occidentale” (o per meglio dire occidentalizzato), modulato sui valori statunitensi.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><img class="alignleft size-full wp-image-12473" title="Tiberio Graziani pronuncia il suo intervento" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/IMG_23831.jpg" style="margin: 5px; float: left;" alt="" width="314" height="209" /></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo spostamento da una paradigma culturale europeo ad uno occidentale dipende, fra l’altro, da precise cause geopolitiche.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dallo specifico punto di vista geopolitico, l’Europa, cioè la penisola eurasiatica che chiamiamo Europa, costituisce – a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale -, la periferia del sistema occidentale guidato dagli Stati Uniti. Mentre dal punto di vista geostrategico, a causa dell’Alleanza egemonica NATO, essa costituisce la testa di ponte atlantica gettata sulla massa eurasiatica.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Riferendoci all’argomento di questa sessione, cioè al ruolo  svolto dai mezzi di comunicazione di massa nell’ambito delle “Relazioni internazionali”, e adottando l’analisi geopolitica, possiamo facilmente osservare che i mezzi di comunicazione sono generalmente “piegati” o strumentalizzati ai fini delle prassi geopolitiche dei principali attori globali. Ad esempio, i mezzi di comunicazione di massa “occidentali” – vale a dire i mezzi di comunicazione del sistema geopolitico guidato dagli USA – contribuisce alla “esportazione” del modello e dei valori occidentali (quali la particolare interpretazione della democrazia, la prospettiva neoliberale, la neoreligione dei cosiddetti diritti umani, etc. etc.), senza alcuna considerazione riguardo alle altre culture (asiatiche, africane, ed europee, etc.).</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sotto questo particolare aspetto, i mezzi di comunicazione costituiscono un particolare e decisivo elemento delle prassi relative al <em>soft power</em> elaborate dagli attori geopolitici.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La relazione tra Informazione – Potere e Finalità geopolitiche è dunque molto stretta.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I Mass Media hanno pertanto una grande responsabilità. Essi possono concorrere alla comprensione reciproca tra le nazioni e i popoli, ma anche a distruggerne l’amicizia.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La relazione tra la Russia e i Paesi dell’UE ha bisogno di essere consolidata. Il problema principale che potrebbe ostacolare l’importante e geopoliticamente naturale processo di consolidamento, con rilevante beneficio delle popolazioni che vivono nella massa continentale eurasiatica, è costituito dal ruolo svolto dagli USA in Europa e dalle politiche transatlantiche di Bruxelles.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un giusto uso dei Mezzi di comunicazione può concorrere al miglioramento delle relazioni tra l’Europa e la Russia con mutuo beneficio.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Generalmente, l’informazione sulla Russia, diffusa dai Mass Media europei, fornisce una rappresentazione “non realistica” della vita politica  e delle giuste aspettative della Federazione. In particolare, l’informazione europea sugli aspetti politici della Russia sembra essere ideologicamente orientata. In altre parole, i mezzi di comunicazione dell’UE diffondono una interpretazione – e non una descrizione – delle questioni politiche russe, in accordo ai valori occidentali ed agli interessi transatlantici. La conseguenza di tale marcata interpretazione pro-occidentale si riflette nella formazione e nell’orientamento  della “pubblica opinione europea”, rendendola particolarmente diffidente verso la Russia; tale comportamento ci mostra che i mezzi di comunicazione europei svolgono un ruolo fondamentale nell’ambito della <em>soft power strategy</em> adottata dal sistema occidentale guidato dagli USA.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al fine di fornire all’opinione pubblica europea una descrizione più realistica della Russia, occorre migliorare lo scambio di informazioni adottando alcuni criteri comuni.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È desiderabile una minore dipendenza dei mass Media europei dagli interessi statunitensi. I mezzi di comunicazione europei dovrebbero favorire, con senso critico, le relazioni tra i popoli che abitano la parte occidentale dell’Eurasia (cioè l’Europa) e il popolo russo.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I mezzi di comunicazione di massa giocheranno un ruolo sempre più importante e crescente nella costituzione del nuovo ordine multipolare.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Europa, nel suo insieme, dovrebbe decidere, nel breve tempo, il proprio futuro geopolitico: essere la periferia del sistema occidentale o diventare un attore nel quadro dello scenario multipolare. L’Europa potrebbe superare l’attuale crisi finanziaria ed economica consolidando le relazioni (politiche, economiche, infrastrutturali e sociali) con la Russia, l’India e la Cina, le più importanti nazioni eurasiatiche. In tale contesto i mezzi di comunicazione europei possono svolgere una funzione determinante. </span></span></p>
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