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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Pakistan</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Fatwa pakistana afferma che la riapertura dei percorsi NATO è “anti-islamica”</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 17:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/fatwa-pakistana-afferma-che-la-riapertura-dei-percorsi-nato-e-anti-islamica/14692/" title="Fatwa pakistana afferma che la riapertura dei percorsi NATO è “anti-islamica”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pakistan_flag1.etcqgkaulrcoso8w48ogosg0c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="Fatwa pakistana afferma che la riapertura dei percorsi NATO è “anti-islamica”" ></div></a>Secondo il quotidiano pachistano “The News”, una cinquantina di studiosi islamici affiliati al Consiglio Sannita dell’Ittihad hanno emesso una fatwa congiunta, stabilendo che riaprire le vie di rifornimento per la NATO è contraria all&#8217;Islam, ed invita l&#8217;ira dell&#8217;Onnipotente. In una dichiarazione rilasciata il Venerdì, hanno messo in guardia che “qualsiasi tipo di collaborazione con un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/fatwa-pakistana-afferma-che-la-riapertura-dei-percorsi-nato-e-anti-islamica/14692/" title="Fatwa pakistana afferma che la riapertura dei percorsi NATO è “anti-islamica”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pakistan_flag1.etcqgkaulrcoso8w48ogosg0c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="Fatwa pakistana afferma che la riapertura dei percorsi NATO è “anti-islamica”" ></div></a><p><font size="2">Secondo il quotidiano pachistano “The News”, una cinquantina di studiosi islamici affiliati al Consiglio Sannita dell’Ittihad hanno emesso una fatwa congiunta, stabilendo che riaprire le vie di rifornimento per la NATO è contraria all&#8217;Islam, ed invita l&#8217;ira dell&#8217;Onnipotente.<br />
In una dichiarazione rilasciata il Venerdì, hanno messo in guardia che “qualsiasi tipo di collaborazione con un esercito occupante che uccide musulmani innocenti nel paese fratello dell&#8217;Afghanistan è vietata sotto la legge dell&#8217;Islam, e invece di fornire approvvigionamenti alle forze della Stati Uniti e la NATO, il Pakistan dovrebbe costringerli a lasciare l&#8217;Afghanistan subito”.<br />
Gli studiosi islamici affermano nella loro fatwa che anche il minimo aiuto ad un esercito aggressore è proibito dall&#8217;Islam. Essi sottolineano che l&#8217;ostilità degli Stati Uniti verso l&#8217;Islam e il Pakistan è diventata evidente in molti episodi nel passato e ricordano che Washington ha ucciso centinaia di migliaia di musulmani in Afghanistan e in Iraq e centinaia di pakistani innocenti nei loro attacchi coi droni.</font></p>
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		<title>La contesa strategica dei gasdotti</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 17:07:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 1° marzo il governo di Islamabad ha annunciato che entro il 2014 verrà ultimata la costruzione gasdotto Iran – Pakistan, per un costo che si aggira attorno agli 1,5 miliardi di dollari.
Inizialmente tale gasdotto era stato progettato per raggiungere i terminali indiani di Fazilka, ma nel 2009 Nuova Delhi ha ceduto alle fortissime pressioni esercitate da Washington, che ha offerto le proprie tecnologie nucleari d’avanguardia per uso civile in cambio della rinuncia indiana alla finalizzazione del gasdotto.
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-contesa-strategica-dei-gasdotti/14234/" title="La contesa strategica dei gasdotti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/images_gas1.f5jarn5iom8kcoso08sgkko88.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La contesa strategica dei gasdotti" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p>Il 1° marzo il governo di Islamabad ha annunciato che entro il 2014 verrà ultimata la costruzione gasdotto Iran – Pakistan, per un costo che si aggira attorno agli 1,5 miliardi di dollari.</p>
<p>Inizialmente tale gasdotto era stato progettato per raggiungere i terminali indiani di Fazilka, ma nel 2009 Nuova Delhi ha ceduto alle fortissime pressioni esercitate da Washington, che ha offerto le proprie tecnologie nucleari d’avanguardia per uso civile in cambio della rinuncia indiana alla finalizzazione del gasdotto.</p>
<p>Il Segretario di Stato Hillary Clinton – che aveva incassato un lauto dividendo strategico applicando l’embargo energetico all’Iran ed ottenendo che Unione Europea e Giappone rinunciassero ai propri interessi e facessero lo stesso &#8211; ha immediatamente intimato al governo pakistano di recedere dagli intenti dichiarati, minacciando di applicare sanzioni sufficientemente dure da strangolare la già disastrata economia del paese islamico.</p>
<p>Nonostante ciò, il Ministro degli Esteri di Islamabad Hina Rabbani Khar ha spiegato che l’afflusso del gas iraniano entro la fine del 2014 è di vitale importanza per economia pakistana, ed ha patrocinato alla sottoscrizione di un accordo in cui Islamabad e Teheran hanno fissato i prezzi e stabilito i limiti temporali entro i quali il tratto pakistano del gasdotto dovrà essere ultimato, poiché quello iraniano è già pronto all’uso.</p>
<p>La Russia ha espresso interesse ad aderire al progetto mentre la Cina ha rinnovato la propria alleanza con l’Iran stipulando un trattato in base al quale le forniture giornaliere di petrolio iraniano saliranno a quota 500.000 barili entro il 2012.</p>
<p>Quella di Pechino non è una mossa isolata, ma si staglia su di uno sfondo generale da cui emerge l’assistenza al Pakistan per quanto concerne l’ammodernamento dei suoi impianti nucleari civili e l’ambiziosa intenzione di agganciare al gasdotto Iran – Pakistan un tratto che raggiunga il gigantesco porto di Gwadar, che costituisce una gemma fondamentale della “collana di perle”, ovvero l’installazione di infrastrutture civili e militari in tutti i paesi costieri che si estendono dal Mar Rosso al Mar Cinese Meridionale. </p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/clip_image0022.gif"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/clip_image0022.gif" alt="" title="clip_image002" width="505" height="417" class="alignleft size-full wp-image-14243" /></a></p>
<p>La concreta possibilità che le trame diplomatiche intrecciate da Pechino, Mosca ed Islamabad possano vanificare gli effetti dell’embargo energetico e allentare la morsa della cosiddetta “strategia dell’anello dell’anaconda” &#8211; finalizzata ad impedire lo sbocco al mare delle potenze tellurocratiche dell’<em>Heartland</em> attraverso il controllo della fascia esterna, che Nicholas J. Spykman definì <em>Rimland</em> &#8211; gli Stati Uniti concentrano tutti i loro sforzi sulla realizzazione del gigantesco gasdotto Turkmenistan – Afghanistan – Pakistan – India, il cui costo è attualmente stimato in 8 miliardi di dollari (dai circa 3 iniziali) ma che, attingendo dai giacimenti turkmeni controllati dall’azienda israeliana <em>Merhav</em> &#8211; diretta dall’agente del <em>Mossad</em> Yosef Maiman – garantirebbe un cospicuo vantaggio strategico.</p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/clip_image002.gif"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/clip_image002.gif" alt="" title="clip_image002" width="498" height="410" class="alignleft size-full wp-image-14239" /></a></p>
<p>Questo gasdotto è però destinato ad attraversare le martoriate regioni di Herat e Kandahar, dove la resistenza opposta dai Talebani e più in generale dall’intera resistenza afghana all’occupazione statunitense è tale da mettere a repentaglio la sicurezza dell’intera conduttura.<br />
Dal momento, inoltre, che le forze degli Stati Uniti di stanza in Afghanistan stanno inanellando un fallimento dopo l’altro e che il paese molto difficilmente potrà trovare un affidabile grado di stabilità interna dopo il ritiro degli occupanti (previsto per il 2014), la strada che conduce alla costruzione del Turkmenistan – Afghanistan – Pakistan – India appare lastricata di pesantissime incognite.</p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/clip_image0021.gif"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/clip_image0021.gif" alt="" title="clip_image002" width="374" height="336" class="alignleft size-full wp-image-14240" /></a></p>
<p>Washington, Tel Aviv e i loro alleati atlantici, tuttavia, continuano a puntare su questo progetto e per favorirne la realizzazione si muovono simultaneamente su più piani.<br />
Da un lato, per impedire l’integrazione asiatica, erogano finanziamenti ai movimenti secessionisti regionali per promuovere la formazione di un Belucistan indipendente dall’autorità di Islamabad, dall’altro offrono circa 1 miliardo di dollari al Pakistan per ovviare alle drammatiche carenze energetiche cui il paese andrebbe inevitabilmente incontro qualora scegliesse di assecondare gli intenti degli Stati Uniti.<br />
La traiettoria geostrategica che gli eventi futuri andranno a seguire è fortemente condizionata dagli sviluppi di questa specifica situazione imperniata su Iran e Pakistan.<br />
Una traiettoria che potrebbe provocare enormi sconvolgimenti nell’ordinamento multipolare che va delineandosi.<br />
</font></p>
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		<title>I colloqui Pakistan-Iran-Afghanistan sono &#8216;un messaggio di sfida&#8217; agli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 17:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-colloqui-pakistan-iran-afghanistan-sono-un-messaggio-di-sfida-agli-stati-uniti/13766/" title="I colloqui Pakistan-Iran-Afghanistan sono &#8216;un messaggio di sfida&#8217; agli Stati Uniti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/337834_iranpakistanafghanistanafp_1329470296_839_640x4801.2u30yjwmqbk0g4w40kkkw8oc0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="I colloqui Pakistan-Iran-Afghanistan sono &#8216;un messaggio di sfida&#8217; agli Stati Uniti" ></div></a>Con i colloqui trilaterali tra i leader di Iran, Afghanistan e Pakistan in corso a Islamabad, una questione che si pone è che ogni parte ha da guadagnarci. L&#8217;analista politico Ahmed Quraishi dice che il Pakistan sta inviando un messaggio di sfida agli Stati Uniti. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il presidente afgano Hamid [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-colloqui-pakistan-iran-afghanistan-sono-un-messaggio-di-sfida-agli-stati-uniti/13766/" title="I colloqui Pakistan-Iran-Afghanistan sono &#8216;un messaggio di sfida&#8217; agli Stati Uniti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/337834_iranpakistanafghanistanafp_1329470296_839_640x4801.2u30yjwmqbk0g4w40kkkw8oc0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="I colloqui Pakistan-Iran-Afghanistan sono &#8216;un messaggio di sfida&#8217; agli Stati Uniti" ></div></a><p><span style="font-size: small;">Con i colloqui trilaterali tra i leader di Iran, Afghanistan e Pakistan in corso a Islamabad, una questione che si pone è che ogni parte ha da guadagnarci. L&#8217;analista politico Ahmed Quraishi dice che il Pakistan sta inviando un messaggio di sfida agli Stati Uniti.</p>
<p><span style="font-size: small;">Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il presidente afgano Hamid Karzai sono arrivati in Pakistan per un vertice trilaterale volto ad affrontare come Islamabad dovrebbe facilitare i negoziati tra l&#8217;Afghanistan e i taliban. Molti vedono la mossa come una sfida alla volontà degli Stati Uniti da parte di due loro tradizionali alleati &#8211; Pakistan e Afghanistan &#8211; che stanno ora cercando di includere l&#8217;Iran, un avversario dichiarato degli Stati Uniti, nel processo negoziale.</p>
<p><span style="font-size: small;">Ahmed Quraishi, presidente del Forum Paknationalists, crede che ogni parte persegua i propri obiettivi.<br />
&#8220;Washington considera l&#8217;Iran come una sorta di nemico&#8221;, ha detto a RT, &#8220;e il Pakistan sta mandando il messaggio che la politica pakistana &#8211; da un bel po&#8217; di tempo, in realtà &#8211; sarà indipendente e che il Pakistan perseguirà i suoi interessi anche se non rientrassero all&#8217;interno del più ampio piano strategico degli Stati Uniti per la regione.&#8221;</p>
<p><span style="font-size: small;">Quraishi ha notato che l&#8217;Iran ha previsto la visita soprattutto a causa dei timori crescenti causati dalla retorica guerrafondaia degli Stati Uniti e dei loro alleati. Ha osservato che l&#8217;obiettivo principale dell&#8217;Iran è evitare di essere circondato dagli alleati di Washington.</p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Sono preoccupati per la retorica e i tamburi di guerra: la guerra psicologica, e penso che siano molto interessati a garantirsi che almeno due confinanti &#8211; Pakistan e Turchia, non entrino a far parte dell&#8217;accerchiamento filo-USA dell&#8217;Iran,&#8221; ha notato Quraishi. &#8220;Il Pakistan continua ad essere l&#8217;anello debole, perché ci sono persone all&#8217;interno della struttura del potere pakistano che probabilmente, sosterebbero gli Stati Uniti nell&#8217;usare il territorio pakistano contro l&#8217;Iran.&#8221;</p>
<p><span style="font-size: small;">Per quanto riguarda l&#8217;Afghanistan, Quraishi ha detto che leadership del paese non è pronta a perseguire il modo statunitense di combattere i taliban, e ora è disposta a includere i taliban nella struttura di potere nazionale. Ciò, secondo Quraishi, è l&#8217;obiettivo principale di Karzai in Pakistan.</p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Incontra i principali leader politici e religiosi pakistani, i leader islamici che tradizionalmente hanno mantenuto legami molto stretti con i taliban afghani e altri gruppi della resistenza afgana&#8221;, ha sottolineato. Questa mossa, dice Quraishi, è un grande cambiamento per l&#8217;Afghanistan, avendo precedentemente evitato quei gruppi.</p>
<p><span style="font-size: small;">L&#8217;analista ha detto che non crede che il presidente Karzai stia realmente pensando di combattere i taliban afghani, ma che sta cercando la loro integrazione e l&#8217;apertura di colloqui diretti.&#8221; &#8220;E penso che tutti lo vogliano&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p><strong>Traduzione:</strong> Alessandro Lattanzio<br />
<strong>Fonte:</strong> Russia Today<br />
</span></span></span></span></span></span></span></span></p>
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		<title>Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:06:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Per i non illuminati, il momento presente, dopo la guerra di Libia e la febbre di Cairo, mentre la stampa evoca aneddoticamente la situazione in Yemen, Bahrain e Somalia, sussistono in Medio Oriente, mediaticamente parlando, due epicentri di queste crisi, per contro, che sono quotidianamente sotto i riflettori: la Siria e l'Iran, con una estensione e un contrappeso nella guerra nascosta in Pakistan. Guerra dei robot volanti - droni assassini incaricati per sostituire le truppe di carne e ossa - che riscopriamo periodicamente nel corso di un "errore" sempre sanguinoso: in questo caso la distruzione per errore una unità del Pakistan il 26 novembre; un centinaio di uomini colpiti e 24 finito all'obitorio. Errore notevole perché rivela il livello di intensità dei combattimenti sul suolo pakistano cui si dedicano le forze aeree degli Stati Uniti, e di cui la ferma intenzione di Obama ... è quella di non "scusarsi".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-iran-pakistan-un-anello-di-fuoco-in-tutto-il-continente-eurasiatico/12961/" title="Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/middle_east1.45wrwflcwyo08w4kgckwo4g0g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="84" alt="Siria, Iran, Pakistan, un anello di fuoco in tutto il continente eurasiatico!" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.geopolintel.fr/">Geopolintel </a></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">,18 dicembre 2011</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per i non illuminati, il momento presente, dopo la guerra di Libia e la febbre di Cairo, mentre la stampa evoca aneddoticamente la situazione in Yemen, Bahrain e Somalia, sussistono in Medio Oriente, mediaticamente parlando, due epicentri di queste crisi, per contro, che sono quotidianamente sotto i riflettori: la Siria e l&#8217;Iran, con una estensione e un contrappeso nella guerra nascosta in Pakistan. Guerra dei robot volanti &#8211; droni assassini incaricati per sostituire le truppe di carne e ossa &#8211; che riscopriamo periodicamente nel corso di un &#8220;errore&#8221; sempre sanguinoso: in questo caso la distruzione per errore una unità del Pakistan il 26 novembre; un centinaio di uomini colpiti e 24 finito all&#8217;obitorio. Errore notevole perché rivela il livello di intensità dei combattimenti sul suolo pakistano cui si dedicano le forze aeree degli Stati Uniti, e di cui la ferma intenzione di Obama &#8230; è quella di non &#8220;scusarsi&#8221; [NYT].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per l&#8217;Iran, l&#8217;evento principale è l&#8217;assalto dell&#8217;ambasciata britannica a Teheran, la stessa che ospitò la riunione tripartita Churchill, Roosevelt, Stalin, esattamente 72 anni prima [1]. Qualunque sia la natura spontanea di questa &#8220;manifestazione&#8221; di rabbia legittima [2], salutiamo la memoria lunga – insolita tra le classi dirigenti occidentali decisamente provinciali &#8211; che sembra abitare nell&#8217;elite della teocrazia parlamentare iraniana. Aggiungendo che l&#8217;attacco contro l&#8217;enclave britannica si è verificata in occasione dell&#8217;anniversario dell&#8217;assassinio a Teheran, il 29 novembre 2010, di Majid Shahriani, responsabile dei sistemi informatici del programma di decontaminazione dell&#8217;impianto di Natanz, infettati con lo <em>Stuxnet</em> di concezione israelo-statunitense, con ogni probabilità. Lo stesso attacco &#8211; che ha ucciso Shahriani – ha ferito gravemente il professor Feredoun Abbasi-Davani, responsabile delle centrifughe per l&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio &#8211; sempre a Natanz. La pista del Mossad in collaborazione con il britannico MI-6, è stata naturalmente subito presa &#8211; non prestate che ai ricchi? – sul sito di intelligence <em>Debka-online</em>. Con ogni probabilità, attraverso o con l&#8217;appoggio dei curdi irredentisti in Azerbaigian, a Occidente, o del Sistan-Baluchistan in Oriente, è chiaro che i confini iraniani sono porosi e che commando e materiale vi transitano, tra l&#8217;altro, da queste regioni dall&#8217;instabilità cronica [3]. Ma quattro giorni dopo il richiamo del suo rappresentante a Londra e del personale diplomatico [4], senza alcun collegamento causale che una divina coincidenza, l&#8217;Iran ha annunciato di aver abbattuto, domenica 4 dicembre, sul suo confine con Afghanistan-Pakistan, un drone senza pilota da ricognizione statunitense RQ-170 <em>Sentinel</em>, un dispositivo di ultima generazione schierato in Afghanistan, appositamente per la raccolta di informazioni&#8230; in Iran e Pakistan.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per la Siria, noi &#8211; la brava gente &#8230; maiali paganti e votanti, volti a ingrassare e a legittimare, sotto l&#8217;apparenza della democrazia, i nostri parassiti – beneficiamo del conteggio giornaliero di cadaveri, senza dettagli su chi, come e in che campo è morto? Le voci più selvagge che circolano sulle onde radio e sui lucernari, sulla spietata repressione che conduce inesorabilmente la nazione siriana nella guerra civile.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una informazione di interesse pubblico passata sotto silenzio sui 15 mila combattenti dell&#8217;esercito libero siriano &#8211; secondo le cifre fornite da un&#8217;opposizione che pretende ancora di essere <em>&#8220;pacifica&#8221;!</em> – che opera in territorio siriano, senza che si sappia con precisione se si tratti di disertori delle forze regolari, di milizie sunnite salafite provenienti da Libano o dall&#8217;Iraq, o da soggetti equipaggiati e addestrati dalla Turchia e mascherati da cecchini&#8230; Ankara si è precipitata – capovolgendo l&#8217;inclinazione negli ultimi dieci anni, cioè l&#8217;emancipazione dalla tutela atlantista &#8211; in un pericoloso gioco al fianco delle petromonarchie, soprattutto del Qatar, allineato con l&#8217;asse Washington, Londra, Parigi, Berlino&#8230;<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Parigi, che anche soffia caldo e freddo, chiede la partenza del presidente Assad e la creazione di corridoi umanitari, mentre annunciava con faccia tosta che ogni intervento diretto è escluso, mentre la rivista ufficiale &#8220;<em>della Repubblica dei compari e dei ladri</em>&#8220;, apparentemente responsabile della comunicazione dell&#8217;opposizione siriana, favorisce l&#8217;acuirsi della violenza &#8230; dalla penna dell&#8217;ex ostaggio G. Malbrunot [vedi <em>Le Figaro</em> del 29 novembre].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo questa inviato molto speciale, &#8220;<em>Parigi sostiene logisticamente i ribelli siriani fornendo attrezzature a infrarossi e mezzi di comunicazione</em>&#8220;. A Beirut, il giornalista riceve la conferma che i francesi dirigono in Libano e Turchia … i disertori siriani, &#8230;reti di trafficanti di armi che operano in Libano, sono messi al lavoro &#8220;<em>per rafforzare la potenza dei ribelli &#8230; moltiplicando dall&#8217;altro lato, le operazioni di confine contro le forze di sicurezza siriane</em>&#8220;, mentre vengono gentilmente fornite delle &#8220;<em>informazioni satellitari relative alle posizioni dell&#8217;esercito siriano</em>&#8220;&#8230; Insieme, [ibid.] &#8220;<em>ai servizi segreti giordani, che non sono da meno nel sud della Siria, al confine con il regno</em>&#8220;. Nel frattempo, a Londra, William Hague, ministro degli esteri incontra i rappresentanti della ribellione siriana per garantire che la Turchia intende creare, a breve termine, una zona franca all&#8217;interno della Siria!<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un solo ostacolo: la Russia avrebbe fornito alla difesa costiera siriana 72 formidabili missili antinave [<em>Interfax</em> e AFP, 1 dicembre]. Dei sistemi antiaerei S-300PMU2 sono stati installati nella base navale russa di Tartus] &#8230; così stroncando il progetto in esame alle Nazioni Unite, di istituire un embargo internazionale sulla vendita di armi alla Siria. La vendita in questione aveva rappresentato la notevole somma di circa 300 milioni di dollari, su un totale, nei contratti per gli armamenti, di 10 miliardi di dollari nel 2010&#8230; Inoltre, il ministro degli esteri della Russia, Sergej Lavrov, non ha esitato ad evocare, a questo proposito, il precedente libico, per opporsi fermamente a nuove sanzioni contro Damasco e a rivendicare il diritto di vendere armi <em>ab libitum</em>: &#8220;<em>Abbiamo visto cosa è successo in Libia quando l&#8217;embargo sulle armi è stato applicato. Solo l&#8217;opposizione le ha ricevute e paesi come la Francia e il Qatar se ne sono vantate spudoratamente!</em>&#8220;.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia, di cui la stampa occidentale non ha esitato a screditare i risultati delle elezioni parlamentari e il calo significativo di &#8220;Russia Unita&#8221;, il partito del futuro Primo Ministro e del nuovo presidente della Federazione russa, fino a rilanciare le voci più maligne su una massiccia frode elettorale, ha evidentemente avviato un duro braccio di ferro con i fautori del ritorno alla guerra fredda, e su due fronti. Il primo, e non meno importante, è lo scudo missilistico USA in Europa orientale che, in linea di principio, mira a contrastare un ipotetico attacco dei missili balistici dell&#8217;Iran … un dispositivo progettato per &#8220;contenere&#8221; la Russia, una potenza emergente, senza debiti e titolare di fondi sovrani disponibili. Il secondo è, per la Russia, il la salvaguardia, a qualunque costo, della sua influenza nel Levante, che richiede, ovviamente, il supporto al Baath siriano, il suo ultimo alleato che ospita l&#8217;unica base navale russa nel Mediterraneo. È per questo, che la vicenda siriana non è solo un problema regionale, e certamente non umanitario, ma è la ripresa virulenta del vecchio antagonismo Est-Ovest.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;ultima parola sulla crisi siriana, questa volta dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, dove i capi delle forze USA &#8211; certamente stanchi di essere i grandi cornuti delle guerre impossibile da vincere, contro-produttive, costose e ingiuste &#8211; si mobiliterebbero per evitare la guerra. Il 30 novembre 2011, la rivista EIR, specializzata nell&#8217;&#8221;intelligence&#8221; degli Stati Uniti, ha confermato che lo Stato Maggiore Generale Interarma, il <em>Joint Chiefs of Staff</em>, è stato mobilitato per evitare la guerra contro l&#8217;Iran e/o la Siria, esprimendo il timore che il Presidente Obama ora sia diventato &#8220;imprevedibile&#8221;. Questi uomini, in realtà, hanno paura di essere trascinati in una guerra imprevista causata da un attacco israeliano contro l&#8217;Iran, con una successiva risposta iraniana contro l&#8217;entità sionista, le forze statunitensi e i loro alleati nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti sono vincolati dagli accordi bilaterali con alcuni membri del <em>Gulf Cooperation Council,</em> di doversi allineare, volenti o nolenti, a loro fianco.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un conflitto in cui l&#8217;uso di armi nucleari non sarebbe escluso, a credere alla linea dura del Likud a Tel Aviv e del Congresso USA. Inoltre, non ancora sganciati da Iraq e Afghanistan, gli Stati Maggiori Congiunti <em>yankees</em> vogliono mantenere la capacità di affrontare qualsiasi evenienza, in caso di una grave crisi con il Pakistan, temendo più l&#8217;ulteriore apertura di una crisi in Punjab, che un conflitto artificialmente provocato con la Siria. Conoscendo anche la situazione in Libia, che è tutt&#8217;altro che stabilizzata, la guerra tra fazioni tribali e religiose, puà di diventare forse una vera guerra civile. Per questo motivo &#8211; per questo insieme di ragioni &#8211; i funzionari del Pentagono sono fermamente contrari a qualsiasi escalation contro la Siria o l&#8217;Iran inappropriati [5].<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda il Pakistan, dove la guerra degli USA contro i pashtun – ribattezzati &#8220;taliban&#8221; per catturare meglio il terrore dell&#8217;immaginario collettivo &#8211; si estende dall&#8217;Afghanistan al Waziristan, zona tribale del Pakistan, dove la situazione sta gradualmente diventando critica con i ripetuti errori dei droni killer statunitensi, che colpiscono pesantemente le truppe di Islamabad. Resta che il Pakistan è da tempo sotto l&#8217;ala protettiva della Cina Popolare, che osserva vigile gli eccessi e le violazioni della sovranità, di cui rendono colpevoli i velivoli di <em>Enduring Freedom</em>.<br />
</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Da questo punto di vista, dal caso di Abbottabad e della liquidazione dello pseudo bin Ladin, i rapporti Pechino-Mosca si sono tesi all&#8217;estremo, anche se di ciò appare poco o nulla sulla scena dei media. A questo punto della storia, l&#8217;Occidente è entrato in conflitto latente con l&#8217;Asia &#8230; dove le controversie sono molteplici, e a volte molto taglienti: pensiamo, lasciando il Tibet da parte, ai contenziosi di Formosa che oppone le due Cina. Causa del tutto possibile per un principio di incendio che arroventerebbe un vasto arco di territori che va dal Mediterraneo orientale all&#8217;Oceano Pacifico, a est di Taiwan. Considerazioni che non sono pura speculazione che nasce da una fervida immaginazione &#8211; e da paranoia scandalosamente cospirazionista &#8211; che circolano nei corridoi degli stati maggiori francese ed europea, e non solo dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, dove sono numerosi gli ufficiali superiori che sostengono il consolidamento delle forze armate nazionali e la creazione di una vera e propria integrazione della difesa europea, con o senza la NATO, che sarebbe al miglio o al peggio dei casi, europeizzata! Perché, dicono, &#8220;non c&#8217;è dubbio staremo con gli americani in ogni avventura a Taiwan.&#8221; In poche parole, questi ufficiali che esprimono oggi apertamente un pensiero che mormoravano ieri, dicendo che non vogliono morire per Formosa, come una già volta i francesi sono stati stupidamente sacrificati per Danzica [6]. Ma tutti noi sappiamo, che al contrario dell&#8217;economia, in questo settore cruciale della pace e della guerra, è la politica che dirige il gioco entro parametri e criteri soggettivi ed ideologici dove, in ogni caso, i militari sono ancora richiamati, delicatamente ma fermamente, al loro inviolabile dovere di riservatezza &#8230; a meno di un <em>golpe de estado</em>, naturalmente? </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Note </strong></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(1) I due rappresentanti della talassocrazia anglo-americana e quella dell&#8217;Heartland sovietico tennero consiglio dal 28 Novembre al 1 Dicembre sulla divisione futuro dell&#8217;Europa. Prefigurando la Conferenza di Yalta, nel febbraio 1945 durante la quale venne decisa la divisione del mondo in blocchi rivali. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(2) Martedì 29 novembre degli studenti &#8220;<em>arrabbiati</em>&#8221; investono l&#8217;ambasciata britannica a Teheran, nello stesso modo con cui occuparono la rappresentanza degli USA il 9 novembre 1979, tenendone in ostaggio il personale&#8230; La maggior parte non ha recuperato la libertà che dopo 444 giorni! I manifestanti del 2011 volevano protestare contro il peggioramento delle sanzioni economiche e finanziarie &#8211; compreso il congelamento delle transazioni bancarie con la Banca Centrale dell&#8217;Iran &#8211; adottato congiuntamente da Londra, Washington e Ottawa il 21 novembre, e contro il disegno di legge per bloccare le esportazioni di greggio iraniano sul mercato europeo, da cui l&#8217;Iran trae l&#8217;80% del suo reddito dall&#8217;estero. Allo stesso tempo, circa 200 Basij &#8211; la milizia nata nel 1979 su iniziativa l&#8217;ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica &#8211; era entrata in un ufficio annesso all&#8217;ambasciata, a nord della città, in cerca di informazioni sul &#8220;<em>ruolo nel Regno Unito nell&#8217;assassinio del fisico nucleare iraniano Majid Shahriari</em>.&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(3) Anche negli USA, il segreto di Pulcinella comincia ad essere stantio e il Los Angeles Times del 4 novembre sembra vedere, di punto in bianco, che la recente combustione spontanea di un deposito di missili balistici [del 12 novembre, che ha ucciso 36 persone, tra cui il generale Hassan Moghadam, responsabile, responsabile dei programmi degli armamenti], in una base delle Guardie rivoluzionarie vicino a Teheran, sarebbe una operazione congiunta USA-Israele. Il giornale, che scopre mezzogiorno alle diciassette, ci informa che in questo caso sarebbe stata una guerra segreta del XXI secolo per neutralizzare il programma nucleare iraniano, al fine di evitare un costoso attacco aereo diretto di USA e/o Israele contro l&#8217;Iran. Vedasi anche “<em>Iran: minorités nationales, forces centrifuges et fractures endogènes</em>”, Jean-Michel Vernochet in “<em>Maghreb Machrek”</em> N°201, “L&#8217;Iran et le Moyen-Orient” automne 2009.</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(4) La Francia, nel frattempo, ha richiamato il suo ambasciatore &#8220;<em>per consultazione &#8230; dato la violazione flagrante e inaccettabile della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e la gravità delle violenze</em>&#8220;. Idem per Germania, Paesi Bassi, Svezia e Italia. Si noti che quando si tratta di alimentare tensioni internazionali, gli europei, come per magia, sanno finalmente &#8220;<em>parlare con una sola voce</em>&#8220;! </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(5) &#8220;<em>L&#8217;unica guerra in cui il Pentagono intenderebbe essere coinvolto immediatamente, sarebbe una guerra contro il Congresso e i tagli previsti nel bilancio della difes</em>a&#8221;! I capi delle forze armate ritengono anche che la posizione russa sullo scudo missilistico in Europa dell&#8217;Est, dovrebbe essere considerata come del tutto legittima&#8230; Né l&#8217;amministrazione Obama, né la NATO, hanno fatto alcuno sforzo per stabilire una relazione reale con la Russia su questo tema, a rischio di mettere in discussione gli accordi START sulla reciproca limitazione delle armi strategiche. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(6) Nel 1939, la Francia, sulla scia dell&#8217;Inghilterra, diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale dichiarando guerra al Reich tedesco, presumibilmente per salvare una Polonia che gli Alleati consegnerà sei anni più tardi, legata mani e piedi, ai suoi aguzzini comunisti, il giornalista Marcel Deat, vecchio seguace socialista di Leon Blum, con il quale ruppe nel 1933, quando divenne capo del partito socialista della Francia. Nel 1939, si rifiutò di &#8220;<em>morire per Danzica</em>&#8220;. Direttore de <em>L&#8217;Œuvre</em> dal 1940 e fondatore del <em>Rassemblement National Populaire</em> nel 1944, venne nominato Segretario di Stato per il Lavoro. Fu condannato a morte in contumacia nel 1945. (Insomma era un collaborazionista dei nazisti, cosa di cui l&#8217;autore evita di informarci, come evita di dirci che la Polonia venne occupata dai tedeschi e dai sovietici assieme, quindi semi-sovietizzata già nel 1939, e non dopo sei anni. NdT)</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">[</span></span></span><a href="http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28267"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28267</span></span></span></span></a><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">]</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">[Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</span></span></span></span></a>]</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>L’instabilità politica del Pakistan e il possibile modello turco</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 09:49:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nawaz Sharif, capo del partito d’opposizione pakistano, il Pakistan Muslim League (Nawaz), ha recentemente fatto visita al presidente turco Gül. Sembra che Sharif sia interessato ad emulare il primo ministro Erdogan per riconquistare il potere e tenere a freno l’apparato militare. Tenendo conto anche dell’emergere del partito di Imran Khan, così come dell’elevata frammentazione politica, è possibile un cambiamento governativo in Pakistan collegato alle rivolte arabe? Il ruolo degli Stati Uniti e degli attori regionali è fondamentale per comprendere i cambiamenti in corso in Asia Meridionale e Vicino Oriente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99instabilita-politica-del-pakistan-e-il-possibile-modello-turco/11969/" title="L’instabilità politica del Pakistan e il possibile modello turco"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/nawaz_sharif_police_clash_protesters_lahore_cubpyffa94cl.bpzsc1rd0nk800gs844s0w00o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="51" alt="L’instabilità politica del Pakistan e il possibile modello turco" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><em>Nawaz Sharif, capo del partito d’opposizione pakistano, il Pakistan Muslim League (Nawaz), ha recentemente fatto visita al presidente turco Gül. Sembra che Sharif sia interessato ad emulare il primo ministro Erdogan per riconquistare il potere e tenere a freno l’apparato militare. Tenendo conto anche dell’emergere del partito di Imran Khan, così come dell’elevata frammentazione politica, è possibile un cambiamento governativo in Pakistan collegato alle rivolte arabe? Il ruolo degli Stati Uniti e degli attori regionali è fondamentale per comprendere i cambiamenti in corso in Asia Meridionale e Vicino Oriente.</em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nello stesso momento in cui Nawaz Sharif, capo del maggior partito d’opposizione pakistano, il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan Muslim League (Nawaz)</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PML-N), si trovava ad Ankara per un incontro con il presidente turco Abdullah Gül, la capitale politica del Pakistan, Lahore, è stata teatro di una manifestazione di piazza del PML(N) contro il presidente Asif Ali Zardari e il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan People Party</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PPP). I giornali pakistani hanno parlato della visita di Sharif in Turchia come una sorta di viaggio d’istruzione affinché il PML(N) riesca ad emulare l’AKP turco e riconquisti il potere politico. Ufficialmente il partito di maggioranza è accusato di aver favorito l’imperante corruzione, la stagnazione economica e l’insicurezza del paese, ma è curioso il fatto che a conclusione dell’adunata di piazza il principale fautore della manifestazione, Shahbaz Sharif, governatore della provincia del Punjab nonché fratello di Nawaz, abbia sottolineato che il PPP nei prossimi mesi si troverà di fronte a una serie di “piazze Tahrir” in ogni grande città del Pakistan. Secondo gli analisti politici pakistani l’obiettivo del PML(N) è indirizzato alla creazione di un vasto sostegno popolare affinché Zardari rassegni le dimissioni nelle prossime settimane, in modo da tornare a elezioni generali il prossimo anno, prima della tornata elettorale per il Senato prevista per il mese di marzo 2012. Nawaz Sharif starebbe cercando l’appoggio dell’apparato militare e del generale Ashfaq Parvez Kayani, Capo di Stato Maggiore dell’esercito. In ogni caso la competizione politica è molto forte, così come il malcontento popolare verso il PPP e il PML(N). Infatti, le manifestazioni di quest’ultimo possono essere lette come una possibile risposta in termini elettorali al partito </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan Tehreek-e-Insaf</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PTI) dell’ex campione di cricket Imran Khan. Figura apprezzata in Occidente, ma molto ciritico nei confronti dei bombardamenti statunitensi sulle FATA e dell’attuale strategia di Washington in Afghanistan, Khan ha chiesto la cacciata di Zardari mediante un’altra adunata di piazza a Lahore. Le due manifestazioni sono dunque collegate, mentre l’obiettivo del PML(N) è quello di evitare che il PTI assuma troppo potere nel tessuto urbano pakistano e soprattutto a Lahore. Il fatto è che Khan sembra maggiormente popolare rispetto a Sharif e Zardari; la sua ascesa politica è stata riconosciuta a livello internazionale e il primo paese che il capo del PTI ha visitato subito dopo la manifestazione è stata la Cina. I detrattori di Khan sostengono che il suo partito potrebbe avere successo solamente grazie al suo carisma poiché non esiste una solida struttura politica nel PTI. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ possibile un nuovo cambiamento di governo, naturalmente con tutte le peculiarità pakistane, collegato al sommovimento generato dalle rivolte arabe? Certamente bisognerà attendere le mosse future dei partiti, ma soprattutto del settore militare, dell’ISI e della Corte Suprema, i quali potrebbero spingere per nuove elezioni vista la difficile situazione del paese. In ogni caso è da mesi che si parla di possibili colpi di stato militari in funzione anti-statunitense, di complotti occidentali per facilitare l’esplodere di sommosse connesse alla “primavera araba” o manovre per l’instaurazione di un califfato guidato dall’organizzazione di stampo sunnita </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Hizb ut-Tahrir</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/06/16/world/asia/16pakistan.html?_r=1"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan’s Chief of Army Fights to Keep His Job</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>; </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nationalreview.com/corner/269822/anti-american-coup-pakistan-stanley-kurtz"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Anti-American Coup in Pakistan?</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>; </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://tribune.com.pk/story/216828/intelligence-warning-hizb-ut-tahrir-planned-arab-spring-in-pakistan/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Intelligence warning: Hizb ut-Tahrir planned ‘Arab spring’ in Pakistan</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). In questa fase sembra che il PML(N) abbia timore di un possibile colpo di stato militare anticostituzionale, vista la debolezza del governo e le continue pressioni provenienti dall’esterno. </span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il modello turco per le rivolte arabe e il contesto geopolitico del Vicino-Oriente</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I diversi attori regionali e globali, Turchia, Arabia Saudita, Iràn, Stati Uniti e Cina, cercheranno nei prossimi mesi di trarre vantaggio dalle conseguenze delle rivolte arabe, appoggiando, a seconda delle circostanze, determinati gruppi politici o religiosi. In ogni caso, le sommosse hanno diverse cause ed è improbabile che il malcontento sia stato solamente generato dall’esterno, data la complessità del fenomeno (vedi il libro di Daniele Scalea e Pietro Longo </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivoltearabe.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Capire le rivolte arabe</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Turchia ha favorito indirettamente le rivolte arabe e, osservando il caso tunisino ed egiziano, può essere considerata un interessante modello per gli Stati che s’apprestano a ricostruire la propria amministrazione in seguito alle sommosse, così come un efficace esempio per quei paesi che si trovano in una difficile congiuntura economica e politica, vedi il caso pakistano. La Turchia odierna guidata dall’AKP appare un conglomerato efficace di secolarismo, religione, nazionalismo, globalismo, autonomia in politica estera e crescita economica, al quale i partiti islamisti dell’area potrebbero fare riferimento. Questa opzione sarebbe vista favorevolmente dagli stessi Stati Uniti: nonostante Ankara abbia optato per una maggiore autonomia in politica estera e aumentato la competizione regionale con Israele, Washington ha comunque mantenuto un proficuo rapporto con la Turchia, uno dei principali paesi della NATO. L’esempio turco, inoltre, nell’ottica occidentale, sarebbe favorito a discapito di quello saudita, ma soprattutto del modello iraniano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non a caso, infatti, anche l’Arabia Saudita e l’Iràn potrebbero trarre vantaggi dalle rivolte. I gruppi islamisti radicali in Tunisia, Egitto e Libia potrebbero optare per un miglior rapporto con l’Iràn, visti gli accenti anti-israeliani e gli interessi manifestati da Tehran per una maggiore collaborazione (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.tehrantimes.com/index.php/politics/4049-iran-ready-for-defense-cooperation-with-egypt-libya"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iran ready for defense cooperation with Egypt, Libya</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso, malgrado Ankara abbia sostanzialmente un sistema statale opposto, mantiene nella regione vicino-orientale un rapporto strategico di primo livello con l’Arabia Saudita, asse collegato strettamente a Washington. Sebbene tra Riyad e Ankara esista una sostanziale competizione nell’area, i due paesi hanno in comune diversi obiettivi e le loro politiche possono apparire per certi aspetti complementari. Una strategia comune è, ad esempio, il contenimento dell’Iràn, nonostante la Turchia appaia maggiormente cauta. Malgrado Ankara e Tehran siano alleate su alcune questioni fondamentali per la propria sicurezza, ad esempio per quanto riguarda l’indipendentismo curdo, e negli ultimi anni il rapporto sia migliorato, i due paesi competono fortemente in numerosi ambiti di politica regionale. Senza dimenticare che nelle ultime settimane è aumentato il livore iraniano contro la Turchia per la questione siriana (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=iran-tells-turkey-change-tack-or-face-trouble-2011-10-09"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iran tells Turkey to change tack or face trouble</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Ankara ha accelerato le pressioni nei confronti della Siria, in vista di un potenziale intervento contro Assad, colpendo indirettamente gli interessi di Tehran. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nello stesso momento l’amministrazione Obama è indotta ad adottare </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">una politica più aggressiva nei confronti di Tehran; azione operata non solo dalla </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>lobby</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> filo-israeliana nel paese e dal governo Netanyahu, preoccupati per gli esiti negativi delle rivolte arabe per la sicurezza regionale d’Israele, ma anche dal gruppo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>neocons</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, dai repubblicani, da alcuni settori </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>liberal</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e parte del Pentagono. Inoltre, questi gruppi, unitamente a Israele e Arabia Saudita, sono molto critici nei confronti dell’amministrazione Obama per l’annunciato ritiro dall’Iràq, paventando un possibile aumento dell’influenza iraniana. A questo proposito l’Ayatollah Ali Khamenei ha definito il ritiro statunitense una “vittoria d’oro” per l’Iran (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.thehindu.com/news/international/article2582989.ece"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>U.S. exit from Iraq “golden” victory: Iran</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nonostante appaia altamente improbabile che Washington agisca militarmente nell’immediato, è da registrare una sorta di preparazione in vista di un possibile conflitto futuro. Come osserva un editorale del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>New York Times</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, in seguito al ritiro statunitense dall’Iràq, le truppe saranno spostate in altri territori del Golfo Persico, in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Omàn per rispondere ad un eventuale collasso della sicurezza in Iràq o per una guerra contro l’Iràn (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/10/30/world/middleeast/united-states-plans-post-iraq-troop-increase-in-persian-gulf.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>U.S. Planning Troop Buildup in Gulf After Exit From Iraq</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La situazione in Pakistan e il contesto geopolitico dell’Asia Meridionale</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Islamabad si trova attualmente in una difficile congiuntura a livello economico e politico. Quotidianamente si registrano accuse contro accuse e riavvicinamenti tra Stati Uniti e Pakistan, collegati al dialogo aperto con i talebani e la rete Haqqani, nonché al contemporaneo bombardamento dei droni statunitensi sulle FATA. Il nocciolo della questione ruota essenzialmente attorno al futuro dell’Afghanistan con l’obiettivo dichiarato statunitense di mantenere una base militare permanente dopo il 2014 (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../l%E2%80%99afpak-tra-dilemmi-e-incertezze/11583/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;Afpak tra dilemmi e incertezze</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il Pakistan ha una posizione ambigua, ma sembra contrario a una simile prospettiva senza il mantenimento della propria influenza sul paese. E’ evidente che un dialogo principalmente con Islamabad potrebbe sbloccare la situazione, anche perché i progetti statunitensi della “nuova via della seta”, includendo Uzbekistan, Tagikistan, Afghanistan e India, non possono fare a meno del Pakistan. Nella prospettiva statunitense, Islamabad deve cambiare la propria strategia in politica interna ed estera, entrando a far parte di un sistema economico globale fonte di sviluppo e prosperità per il paese. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nelle ultime settimane si è parlato di un possibile avvicinamento tra Islamabad e Washington. Gli Stati Uniti potrebbero garantire al Pakistan l&#8217;influenza su Kabul, accordandosi sul mantenimento di una presenza militare statunitense e includendo nel discorso sull’Afghanistan la questione kashmira. Quest’ultima dovrebbe essere risolta a vantaggio dell’India, a patto che Nuova Delhi abbandoni la strategia volta all’aumentare il proprio ascendente su Kabul, con evidenti ripercussioni per i suoi progetti in Asia Centrale. Questa prospettiva, oltre a vedere gli Stati Uniti potenziali garanti della stabilità regionale, potrebbe includere la Cina, la quale favorirebbe il dialogo tra Pakistan e India (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://afpak.foreignpolicy.com/posts/2011/10/20/afghanistan_pakistan_and_kashmir_a_grand_bargain#.TqLrhHBncL4.facebook"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Afghanistan, Pakistan and Kashmir: A grand bargain?</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa opzione include però l’accettazione di una base statunitense in Afghanistan, prospettiva non gradita a Pechino e Mosca. Inoltre, non tiene conto del ruolo dell’Iràn.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un fattore emblematico di quest’ultima considerazione è il fatto che Tehran sembra aver migliorato le proprie relazioni con il Pakistan, visto l’apprezzamento iraniano nei confronti di Islamabad per la considerevole diminuzione delle operazioni terroristiche del gruppo <em>Jandullah</em> che opera da anni nel Belucistan iraniano. Un simile avvicinamento, oltre a mettere in forse la politica di contenimento statunitense nei confronti dell’Iràn, è vista negativamente dall’Arabia Saudita. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ecco perché l’opzione di un possibile cambio di governo pakistano non sembra impossibile. La storia del Pakistan ha registrato diverse cadute di governi o dittature militari, il più delle volte avvenuti mediante il concreto supporto esterno. Il paese è attualmente attraversato da diverse situazioni critiche interne. Le zone orientali sono strettamente connesse alla guerra in Afghanistan; il Belucistan e il Sindh sono caratterizzati da una grande instabilità; il Punjab ha registrato le ricordate manifestazioni antigovernative; se il cuore politico e militare del Pakistan sarà attraversato da un incremento della violenza la situazione interna sarà ancora più delicata. Senza dimenticare che il Pakistan sembra aver nuovamente perso l’unità e la concordia nazionale registratasi nelle giornate successive alle prime accuse statunitensi. Tutti i maggiori partiti hanno scelto la piazza per legittimare le proprie richieste: il PML(N) e il TPI hanno manifestato a Lahore; il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Muttahida Quami Movement</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (MQM) è sceso in piazza a Karachi in difesa del governo e del PPP, il quale dovrebbe guidare un’altra manifestazione, prevista per il 13 novembre sempre a Karachi. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli Stati Uniti potrebbero favorire l’ascesa di un diverso governo a Islamabad in modo da garantire una transizione maggiormente collaborativa in Afghanistan e prevenire un massiccio intervento militare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questo quadro l’India potrebbe contribuire da oriente ai disegni statunitensi, ma non è chiaro se Nuova Delhi intenda seguire la strategia di Washington. Nonostante l’accordo commerciale con l’Afghanistan, letto dal Pakistan come una sorta d’accerchiamento, negli ultimi mesi l’India ha assunto un diverso approccio nei confronti di Islamabad e si è registrato un avvicinamento concreto tra India e Pakistan testimoniato da diverse circostanze. Il ministro degli esteri indiano S. M. Krishna ha pubblicamente affermato di non condividere un possibile attacco militare statunitense contro Islamabad, mentre la recente conquista di un seggio al  Consiglio di Sicurezza dell’ONU come membro non permanente da parte del Pakistan è avvenuto mediante il decisivo appoggio indiano. Collaborazione testimoniata anche dal Pakistan, visto il possibile cambiamento della propria percezione dell’India, la quale potrebbe passare a un livello migliore nelle relazioni diplomatiche in base alla clausola della nazione più favorita. Il tutto è collegato ad alcune recenti descrizioni che possono danneggiare l’immagine internazionale di Nuova Delhi, come ad esempio la visione negativa dell’India pubblicizzata da alcuni enti turistici statunitensi, australiani e canadesi che sconsigliano viaggi nel paese. Inoltre, vengono accentuate a livello mediatico i possibili scontri con la Cina, altro potenziale garante della stabilità regionale. Lo stesso primo ministro Manmohan Singh ha criticato i media cinesi e indiani che presentano molto spesso l’India e la Cina in continua contrapposizione (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.thehindu.com/news/national/article2552809.ece"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Manmohan blames media in India, China</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il dibattito aperto in India a riguardo dell’eliminazione delle leggi d’emergenza in Kashmir è in realtà un elemento maggiormente propositivo per un dialogo diretto con Pechino e Islamabad. Il recente avvicinamento tra i due storici nemici potrebbe favorire la cooperazione regionale, senza dimenticare però che il Kashmir è un territorio che riguarda storicamente l’orgoglio nazionale di entrambi i paesi, i quali non accettano ingerenze esterne su questo problema. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un altro fattore da non dimenticare, nel ricordato accordo commerciale indiano con l’Afghanistan, è la potenziale maggiore collaborazione anche con l’Iràn. Il ministro degli esteri pakistano Hina Rabbani Khar ha parlato a questo proposito della necessità di una maggiore cooperazione regionale per la stabilizzazione afghana. Un’ipotetica azione regionale comune tra Iràn, Pakistan, India e Cina non soddisfa però Washington. L’obiettivo prioritario è il contenimento dell’Iran, il quale è allo stesso tempo un importante partner commerciale di India e Cina. Contemporaneamente sono da registrare i tentativi di Mosca e Pechino di aumentare la propria influenza in Asia Centrale e Meridionale. </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.mid.ru/bdomp/brp_4.nsf/e78a48070f128a7b43256999005bcbb3/7b78915b0b3d4ca54425793b002e7ba4%21OpenDocument"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;obiettivo dell&#8217;allargamento della OCS a India e Pakistan</span></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, processo che la Russia intende accelerare, va in questa direzione, ma potrebbe scontrarsi con gli intenti di Stati Uniti, Unione Europea e NATO. La stessa politica di avvicinamento indo-pakistano potrebbe essere collegata, così come le pressioni esercitate da Occidente verso Nuova Delhi, ma soprattutto nei confronti di Islamabad, la quale osserva una tattica d’isolamento politico nei propri confronti. Washington ha come obiettivo la creazione di una “nuova via della seta” sotto la propria guida e un sistema di sicurezza regionale. Nello stesso momento, gli Stati Uniti tentano di indirizzare le diverse questioni scottanti dell’area (stabilizzazione dell’Afghanistan, linea Durand, rapporti afghano-pakistani, Kashmir, relazioni indo-pakistane, visione negativa dell’influenza indiana in Afghanistan) sotto il proprio “ombrello protettivo” al fine di favorire i propri interessi. In questo caso l’obiettivo è isolare l’Iràn e prevenire i disegni strategici russi e cinesi, nonché l’autonomia in politica estera dell’India. Appare però paradossale il fatto che Mosca e Pechino intendano allargare il discorso sulla OCS anche alla Turchia, attore regionale della NATO, la cui politica estera sembra indirizzata a soddisfare gli interessi degli Stati Uniti. In ogni caso i prossimi mesi saranno importanti per comprendere il nuovo corso “neo-ottomano” della Turchia e capire se effettivamente Ankara adotterà una politica estera maggiormente autonoma dalle volontà regionali di Washington. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La politica interna pakistana può essere dunque collegata a questo contesto geopolitico, favorendo l’ascesa di un governo islamista moderato legato alla Turchia e all’Arabia Saudita per evitare l’aumento dell’influenza sciita. Sia l’AKP turco sia il PML(N) pakistano hanno legami con l’oligarchia saudita. Un governo islamista di stampo sunnita ricalcante il modello turco potrebbe risultare maggiormente adatto per il dialogo che gli Stati Uniti stanno instaurando con talebani e rete Haqqani per la stabilizzazione dell’Afghanistan. Inoltre, eviterebbe un’azione militare contro il Pakistan, un’ipotesi dai costi e dalle conseguenze imprevedibili. Il modello turco sarebbe efficace per garantire, nonostante la forte componente religiosa, il sostegno delle forze secolari; così come potrebbe canalizzare il forte anti-americanismo degli ultimi mesi in un partito che, come l’omologo turco, lavora indirettamente anche per gli interessi strategici statunitensi. Bisognerà capire come agirà il settore militare e l’ISI. Infatti, l’ultimo governo di Nawaz Sharif venne abbattuto dal colpo di stato militare di Pervez Musharraf e il capo del PML(N) non ha dei buoni rapporti con il settore militare. Infine, a differenza di Erdogan, è un politico che ha già avuto due esperienze governative e nella fase attuale pakistana in cui esiste una forte avversione verso il mondo politico, riciclare una figura come Sharif appare una prospettiva dai risvolti poco concreti. Bisognerà comprendere anche il ruolo che verrà assunto da Imran Khan, visto che i quotidiani pakistani scrivono di una possibile alleanza tra PML(N) e PTI in vista delle elezioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’area vicino-orientale e dell’Asia Meridionale appare dunque in una fase estremamente complessa e dalla lettura non semplice, in cui la competizione tra diversi attori regionali ed esterni è molto forte. Inoltre, è un periodo in cui gli Stati Uniti s’apprestano ad attraversare una lunga campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo anno. Le prossime settimane saranno pertanto indicative d’interessanti sviluppi. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
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		<title>L’Afpak tra dilemmi e incertezze</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 19:31:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A dieci anni dall’intervento statunitense e della NATO, l’Afghanistan si trova in una condizione sempre più difficile. Unitamente all’incertezza del futuro politico afghano si registra negli ultimi mesi l’incapacità degli Stati Uniti di gestire l’intricata situazione interna; questa è legata a una sorta di “dilemma” nel considerare il proprio approccio nei confronti del Pakistan, paese indispensabile per la sua posizione geopolitica. Islamabad non intende abbandonare l’influenza sull’Afghanistan poichè percepisce la propria sicurezza legata a doppio filo con Kabul. Il recente avvicinamento tra Karzai e l’India può complicare la situazione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99afpak-tra-dilemmi-e-incertezze/11583/" title="L’Afpak tra dilemmi e incertezze"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11583&amp;w=80" width="80" height="59" alt="L’Afpak tra dilemmi e incertezze" ></div></a><p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>A dieci anni dall’intervento statunitense e della NATO, l’Afghanistan si trova in una condizione sempre più difficile. Unitamente all’incertezza del futuro politico afghano si registra negli ultimi mesi l’incapacità degli Stati Uniti di gestire l’intricata situazione interna; questa è legata a una sorta di “dilemma” nel considerare il proprio approccio nei confronti del Pakistan, paese indispensabile per la sua posizione geopolitica. Islamabad non intende abbandonare l’influenza sull’Afghanistan poichè percepisce la propria sicurezza legata a doppio filo con Kabul. Il recente avvicinamento tra Karzai e l’India può complicare la situazione. </em></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli ultimi mesi in Afghanistan sono stati contraddistinti da una recrudescenza della violenza. L’uccisione di figure di primo piano della politica afghana, tra le quali Ahmed Wali Karzai e Burhanuddin Rabbani, l’attacco talebano all’ambasciata statunitense e al comando NATO a Kabul, nonché l’incremento degli scontri militari nella zona sud-orientale del paese testimoniano come la situazione afghana sia sempre più delicata. L’incertezza sembra l’espressione più adatta per descrivere il futuro del paese. È sempre più evidente la debolezza politica del governo Karzai, isolato a livello internazionale, nonostante possa contare sull’appoggio recentemente offerto dall’India. La stessa strategia statunitense nei confronti dell’Afghanistan sembra aver raggiunto un punto di non ritorno per il fallimento di alcuni importanti obiettivi e la crescente instabilità del paese. Cina, Iran, India, ma soprattutto Pakistan, ricopriranno un ruolo sempre più importante, con il rischio di un incremento della competizione regionale. Unitamente alle incertezze caratterizzanti il futuro afghano esiste una sorta di “dilemma” nel considerare il proprio approccio verso l’Afghanistan, riscontrabile non solo nella strategia di Washington, ma in parte anche in quella di Pakistan e India. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- Le ipotesi dell’uccisione di Rabbani: un sintomo dell’incertezza afghana</strong></span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La recente uccisione di Rabbani indica come sia difficile comprendere la politica interna afghana senza collegarla, assieme alla competizione tra i diversi gruppi etnici del paese, anche agli obiettivi dei diversi Stati interessati al futuro afghano dopo l’annunciato ritiro statunitense. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Burhannuddin Rabbani era una delle maggiori figure del variegato panorama politico di Kabul. Presidente dell’Afghanistan tra il 1992 e il 1996, fu un importante punto di riferimento per la resistenza dei mujaheddin contro i sovietici durante gli anni ‘80, contando sul concreto appoggio pakistano. Successivamente alla caduta del suo governo, rovesciato nel 1996 dai talebani, guidò la resistenza dell’Alleanza del Nord contro il regime. È stato accusato di numerosi ed efferati delitti, ma, nonostante fosse la figura più importante del gruppo etnico tagiko, era considerato un nazionalista afghano, capace di favorire l’unità del paese nonché il dialogo tra le diverse etnie. Non a caso, Rabbani ha rappresentato negli ultimi anni un fondamentale “ponte” tra Karzai, pashtun, e le etnie del nord, tagiki, hazara e uzbeki. Per questo motivo l’ultimo ruolo pubblico di primo livello ricoperto da Rabbani è stato quello di capo dell’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Afghan High Peace Council</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, avente come obiettivo un ipotetico dialogo con i talebani in nome della riconciliazione nazionale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ poco chiaro chi siano i veri mandanti della sua uccisione e, almeno per il momento, è possibile ricorrere solamente ad alcune ipotesi che offrono degli interessanti spunti legati al contesto geopolitico e alle strategie di Stati Uniti, Pakistan, India e Iran. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In un primo momento l’uccisione è stata attribuita ai talebani, accusati di non voler continuare il dialogo con il governo afghano e gli Stati Uniti: in questo modo avrebbero dimostrato l’inesistenza di una possibile alternativa al loro governo. In realtà, più che a una mancanza d’interesse nei confronti di un’ipotetica trattativa con Karzai e gli Stati Uniti, i talebani avrebbero eliminato quella che consideravano una delle figure più importanti della politica afghana. Rabbani poteva rappresentare un pericoloso concorrente per il dopo-2014, un’alternativa credibile al debole governo Karzai. Un’altra spiegazione è legata alla recente recrudescenza degli attacchi e degli scontri militari. Gli Stati Uniti hanno come obiettivo, nonostante l’annunciato ritiro, la realizzazione di una base militare permanente almeno fino al 2024. Per rendere effettivo questo scopo necessitano però dell’accettazione da parte degli afghani di una situazione di fatto: ovvero che la loro presenza risulterà indefinita nel tempo. I talebani, al contrario, dimostrerebbero all’opinione pubblica afghana, non solo che la presenza statunitense è sgradita, ma anche che l’eventualità di una sua indefinita permanenza sia impossibile. I talebani utilizzano a questo proposito una tattica psicologica più che un’adeguata forza militare, colpendo determinati luoghi e personaggi simbolo, come ad esempio l’ambasciata statunitense a Kabul e Rabbani. In ogni caso, la stessa visuale negativa della presenza permanente degli Stati Uniti espressa dai talebani è dichiarata, più o meno chiaramente, anche da Iran, Cina, Russia e Pakistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I talebani avrebbero inoltre visto nella figura di Rabbani un possibile ostacolo all’ascesa dei pashtun. L’eliminazione dell’ex presidente potrebbe essere letta come la volontà di minare i rapporti tra Karzai e le etnie del nord. In questa maniera i pashtun potrebbero premere maggiormente sul governo, con evidenti ripercussioni negative per tagiki, hazara e uzbeki. Vista la debolezza dell’amministrazione Karzai, la quale non gode dell’appoggio di tutte le etnie, come dimostrato dalle vicende legate alle ultime elezioni, non è da escludere che l’assassinio possa fomentare lo scontro tra le differenti componenti etnolinguistiche nell’intero Afghanistan (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../linaugurazione-del-parlamento-afghano-lisolamento-di-karzai-e-i-risvolti-geopolitici/8049/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;inaugurazione del Parlamento afghano. L&#8217;isolamento di Karzai e i risvolti geopolitici</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’alternativa Rabbani a Karzai, garanzia di un ruolo maggiormente importante per l’Alleanza del Nord e per le etnie settentrionali, rappresentava un fattore intollerabile non solo per i pashtun, ma anche per il Pakistan. Islamabad avrebbe valutato negativamente l’influenza crescente di Rabbani, il quale aveva da diversi anni un legame particolare con Iran e India. L’ascesa di Rabbani a Kabul avrebbe potuto comportare un conseguente diverso ruolo per l’India. Nell’ottica pakistana la presenza di Nuova Delhi in Afghanistan è valutata come una sorta di pericoloso accerchiamento geopolitico. Al contrario, un governo alleato a Kabul favorirebbe il contenimento dell’ascesa economica e militare del nemico di sempre in Asia Meridionale. L’Afghanistan non è solamente considerato il territorio di “ritirata” strategica in caso d’invasione indiana, ma anche un indispensabile alleato: avere sia ad ovest che ad est degli Stati nemici è una prospettiva altamente negativa per gli interessi strategici di Islamabad. Inoltre, il fatto che la linea Durand non sia completamente riconosciuta dal governo di Kabul, testimonia l’esistenza di un’ulteriore preoccupazione pakistana, ovvero il problema legato al nazionalismo pashtun. Vista l’instabilità statuale e le passate mire di alcuni governi afghani verso le aree tribali pakistane (FATA) e la Khyber Pakhtunkhwa, il Pakistan intende agire attivamente in Afghanistan anche per motivi legati alla propria sicurezza interna. Questa è una delle richieste che Islamabad ha sempre posto nei confronti degli Stati Uniti. Storicamente, il Pakistan ha favorito la caduta di determinati governi o l’ascesa di personalità gradite in Afghanistan per il suo successivo controllo; l’ipotesi che anche in questa occasione il Pakistan e l’ISI abbiano giocato un ruolo fondamentale non sarebbe dunque improbabile. In ogni caso, non solo l’India può aver subito un contraccolpo negativo dall’uccisione di Rabbani, ma anche l’Iran: Tehran vedeva in Rabbani una figura di primo piano per il soddisfacimento dei propri interessi. Le dichiarazioni del responsabile per l’Afghanistan del ministero degli esteri iraniano, Mohsen Pak-Ayeen, testimoniano come l’Iran abbia perso un importante alleato (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=9006300022"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iranian FM Official Blames NATO for Rabbani&#8217;s Assassination</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il diplomatico individua negli Stati Uniti e nella NATO i mandanti dell’esecuzione di Rabbani, poiché il loro obiettivo sarebbe quello d’indebolire Karzai e prevenire l’avvento di personalità politiche troppo vicine a Tehran. L’uccisione di Rabbani sarebbe dunque legata a quella di Ahmed Karzai, in modo da ricattare il governo affinchè accetti le richieste statunitensi e della NATO. Per quanto concerne il governo Karzai, è indubbio che gli Stati Uniti stiano esercitando una certa pressione su di esso e che sia sempre più debole. L’attuale amministrazione a Kabul risentirà dunque fortemente dell’avvenuta uccisione di Rabbani. Innanzitutto Karzai ha perso un importante interlocutore, fondamentale per il dialogo con le etnie settentrionali, le quali osserveranno con maggiore negatività le aperture verso i talebani, sponsorizzate da Karzai. Questi ultimi, nonostante abbiano dimostrato recentemente un concreto interesse per la riconciliazione, giudicano negativamente il presidente per il suo stretto legame con tagiki, hazara e uzbeki (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2011/aug/29/what-taliban-wants/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>What the Taliban Want</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il rischio è che il già intricato mosaico afghano sia contraddistinto, unitamente alle pressioni esercitate dall’esterno, da un’elevata instabilità interna foriera di possibili scontri etnolinguistici dalle conseguenze imprevedibili anche per i paesi vicini. Tutto ciò è inoltre collegato al sempre più delicato rapporto tra Washington e Islamabad: in queste ultime settimane alcuni analisti hanno parlato di un ipotetico intervento di terra statunitense in Pakistan. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- I dilemmi statunitensi, pakistani, indiani e l’alleanza tra Karzai e l’India</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il deteriorarsi delle relazioni tra Stati Uniti e Pakistan sta catalizzando l’attenzione dei media pakistani. In questi giorni si è parlato di un possibile intervento di terra statunitense nelle FATA per il sostegno offerto dal Pakistan alla rete Haqqani. L’organismo, fondato da Jalaluddin Haqqani, attualmente guidato dal figlio Sirajuddin e basato nel Waziristan settentrionale, opera lungo la linea Durand dagli anni dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Gli obiettivi strategici statunitensi a Kabul sarebbero colpiti proprio dalla rete Haqqani, considerata la responsabile di numerosi attentati. Il governo pakistano ha risposto alle accuse, ricordando che la rete venne creata e finanziata dalla CIA, in funzione anti-sovietica. In ogni caso la politica statunitense nei confronti del Pakistan sembra essere legata a un dilemma: il Pentagono, nonostante mantenga solidi rapporti con l’apparato militare pakistano, e la CIA propenderebbero per un incremento dell’intervento statunitense in Pakistan, aumentando i bombardamenti dei droni e attivando anche un’azione di terra; il Dipartimento di Stato e la Casa B</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ianca sembrano invece più cauti, soprattutto per la mancanza di tempo in vista delle elezioni del prossimo anno e per la grave crisi economica. Esistono però ulteriori motivi geopolitici che rendono un attacco ad Islamabad altamente improbabile. Nonostante sia diviso da rivalità etniche, Islamabad ha un importante collante caratterizzato dalla religione, una popolazione di 177 milioni di abitanti, nonché un potente esercito dotato di armamenti nucleari. In queste settimane, i partiti politici principali, nonostante gli equilibri del paese rimangano precari, sembrano aver ritrovato una certa unità nazionale di fronte alle minacce statunitensi. Inoltre, il Pakistan rimane, data la sua posizione strategica, un alleato troppo importante per Washington, soprattutto per i rifornimenti militari e logistici da inviare in Afghanistan via Karachi. E’ probabile che ci sia un’intensificazione  dei bombardamenti sulle FATA, ma non un intervento di terra, nonostante il Pakistan richieda da tempo la necessità di porre il proprio veto alle azioni aeree sul suo territorio. Islamabad può contare sul sostegno attivo di Arabia Saudita e Cina e ha recentemente migliorato le relazioni con Iran e Russia; ben conscia del proprio ruolo strategico per gli Stati Uniti, ha aumentato il suo potere negoziale. La stessa India osserva negativamente un ipotetico intervento di Washington in Pakistan. Nuova Delhi è irritata dai fallimenti statunitensi a Kabul, così come paventa l’esplodere di una guerra civile in Afghanistan. Un conflitto esteso al Pakistan renderebbe l’area altamente instabile, con ripercussioni negative per la stessa India; si potrebbe registrare un aggravamento della conflittualità in Kashmir, senza dimenticare la presenza di un’elevata minoranza musulmana nel territorio indiano. La politica di Nuova Delhi degli ultimi mesi nei confronti del Pakistan sembra andare in tutt’altra direzione, come dimostrato dai recenti incontri bilaterali. A questo proposito una soluzione del decennale problema legato al Kashmir potrebbe comportare delle conseguenze positive anche per l’Afghanistan. Infatti, la rete Haqqani e altri organismi collegati sono storicamente percepiti dal centro militare e politico pakistano come un importante strumento di difesa in funzione principalmente anti-indiana. Un nodo fondamentale da risolvere è essenzialmente il “dilemma della sicurezza” del Pakistan. Islamabad non potrà agire militarmente contro l’autonomo sistema legato ad Haqqani se prima non vedrà soddisfatte le necessarie condizioni politiche adatte al raggiungimento della propria sicurezza geostrategica; la quale è strettamente legata all’ascesa dell’India, percepita costantemente come una minaccia. Inoltre, un ipotetico attacco militare ai gruppi islamisti metterebbe in forse, non solo il collante religioso in grado di mantenere unito il paese lacerato dalla conflittualità etnolinguistica, ma anche la legittimità stessa dello Stato; la storia del paese testimonia infatti le costanti pressioni esercitate dai gruppi clericali, molto importanti nella società, aventi come obiettivo l’ideale del Pakistan come puro “Stato islamista”. Il dialogo tra Pakistan e India potrebbe risultare a questo proposito il fattore determinante per la stabilità della regione. La rete Haqqani, la Shura di Quetta e altri organismi simili sono utilizzati non solo in funzione anti-indiana in Kashmir o direttamente in India, ma anche per gli interessi strategici pakistani in Afghanistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il rapporto indo-pakistano potrebbe però avere nell’immediato futuro un andamento conflittuale. Nonostante infatti gli Stati Uniti abbiano pubblicamente criticato il Pakistan per l’appoggio offerto alla rete Haqqani, sembra che l’amministrazione Obama, a differenza del Pentagono e della CIA, stia cercando un dialogo con questa stessa organizzazione, promettendo delle cariche future governative a Kabul (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://abcnews.go.com/Blotter/us-pakistan-struggle-haqqani-insurgents/story?id=14656079&amp;singlePage=true"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Before Lashing Out, U.S. and Pakistani Intel Reached Out to Insurgent Group</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">; </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/aponline/2011/10/03/world/europe/AP-EU-Britain-Haqqani.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>BBC:Haqqani Says US Wants Him to Join Afghan Gov&#8217;t</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Gli Stati Uniti per non compromettere la propria strategia in Afghanistan opterebbero dunque per una soluzione politica piuttosto che militare. E’ evidente come una simile prospettiva sia sgradita a Nuova Delhi, visto il carattere di organismo precipuamente anti-indiano della rete Haqqani e per i legami troppo stretti che si ristabilirebbero tra Islamabad e Washington. La recente visita di Karzai in India, con la firma a margine dei colloqui di importanti accordi militari e commerciali, va letta in questo contesto di riposizionamento delle alleanze regionali. Se gli Stati Uniti sembravano allontanarsi dal Pakistan, il quale si stava avvicinando sempre più alla Cina, in queste ultime settimane il rapporto tra Washington e Islamabad può aver trovato dei margini di miglioramento; dall’altro lato, l’India ha rafforzato il proprio legame con l’Afghanistan, ma soprattutto con Karzai e l’Alleanza del Nord, destando l’allarme del Pakistan. Islamabad osserverebbe la messa in atto di un possibile accerchiamento, visto che l’importante accordo commerciale firmato tra India e Afghanistan include l’Iran, il cui territorio potrebbe fare da transito per i prodotti indiani in Asia Centrale; area in cui Nuova Delhi è interessata ad aumentare la propria influenza. Tehran sembra aver riannodato i propri rapporti con Nuova Delhi, ma è chiaro che chiederà una conferma da parte dell’India della propria autonomia dagli interessi strategici statunitensi nell’area. Bisognerà comprendere se effettivamente Nuova Delhi intraprenderà questo diverso approccio. Tehran potrebbe comunque assumere un ruolo importante nella regione, nonché diventare un’ulteriore fonte di competizione tra India e Pakistan: in questo modo la strategia degli ultimi anni di contenimento regionale operata da Washington verso l’Iran risulterebbe fallita. Inoltre, l’Iran troverebbe un importante alleato nell’India nel prevenire l’ascesa a Kabul delle forze d’ispirazione wahabita, maggiormente connesse al Pakistan e alla rete Haqqani, visti i passati canali finanziari per l’organismo provenienti dalle monarchie sunnite del Golfo Persico. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La regione potrebbe dunque registrare un nuovo possibile scontro tra India e Pakistan per l’influenza strategica nell’Hindu Kush. Il dialogo tra i due paesi verrebbe sostituito dalla competizione in Afghanistan, così come avvenuto durante gli anni ’90, rendendo il quadro geopolitico dell’area sempre più complicato. In ogni caso, nonostante le preoccupazioni dell’alleato pakistano, gli Stati Uniti giudicherebbero positivamente l’aiuto militare indiano. Lo stesso Karzai ha comunque ricordato come sia necessario in primo luogo un colloquio diretto con il Pakistan. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine, Nuova Delhi ha siglato un importante accordo con Kabul per l’esplorazione indiana di minerali e idrocarburi presso il passo di Hajigak. Tutto ciò potrebbe destare non solo le preoccupazioni statunitensi, ma anche cinesi. L’aumentata influenza della Cina in Asia Centrale rappresenta, infatti, l’unica certezza dell’area. L’instabilità interna afghana potrebbe dunque comportare degli effetti negativi anche per gli interessi della Cina, vista la recente acquisizione dei diritti d’esplorazione per i giacimenti di petrolio nel relativamente tranquillo nord-ovest dell’Afghanistan.</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><strong>Progetti di egemonia</strong></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121).</strong></em></span></p>
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		<title>I risvolti geopolitici delle violenze etniche a Karachi</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 05:58:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Pakistan è scosso da una considerevole spirale di violenza. Ai bombardamenti statunitensi lungo il confine con l’Afghanistan si sono aggiunti gli scontri etnici nelle province del Belucistan e del Sindh. Per quanto riguarda quest’ultima regione, il carattere d’indiscriminata conflittualità contraddistingue soprattutto la sua capitale, Karachi. L’estrema violenza caratterizzante la città potrebbe comportare delle conseguenze imprevedibili per l’intero Pakistan, mettendo in seria discussione l’unità e l’intregrità territoriale del paese. La conflittualità interna è strettamente connessa agli interessi dei paesi limitrofi e degli Stati Uniti, con potenziali ripercussioni anche per l’Afghanistan. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-risvolti-geopolitici-delle-violenze-etniche-a-karachi/11051/" title="I risvolti geopolitici delle violenze etniche a Karachi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11051&amp;w=80" width="80" height="68" alt="I risvolti geopolitici delle violenze etniche a Karachi" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><em>Il Pakistan è scosso da una considerevole spirale di violenza. Ai bombardamenti statunitensi lungo il confine con l’Afghanistan si sono aggiunti gli scontri etnici nelle province del Belucistan e del Sindh. Per quanto riguarda quest’ultima regione, il carattere d’indiscriminata conflittualità contraddistingue soprattutto la sua capitale, Karachi. L’estrema violenza caratterizzante la città potrebbe comportare delle conseguenze imprevedibili per l’intero Pakistan, mettendo in seria discussione l’unità e l’intregrità territoriale del paese. La conflittualità interna è strettamente connessa agli interessi dei paesi limitrofi e degli Stati Uniti, con potenziali ripercussioni anche per l’Afghanistan. </em></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Karachi rappresenta il centro urbano e portuale economicamente più importante del Pakistan. La città è il traino dell’industria, del commercio e delle comunicazioni, in particolar modo per quanto riguarda i settori tessile e automobilistico, l’editoria, l’informatica e la ricerca medica. Il centro urbano è</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, inoltre, un fondamentale nodo geostrategico affacciato sul Mar Arabico. Data l’importanza economica di Karachi, già florido centro prima della nascita del Pakistan, la capitale del Sindh ha attirato nel corso degli ultimi due secoli un gran numero di migranti provenienti da diverse aree del Subcontinente, trasformandosi in una città multietnica e multilinguistica. Nella città, prima del 1947, convivevano diverse etnie, attirate dalle possibilità commerciali; erano presenti differenti comunità religiose, principalmente musulmani, hindu, parsi e cristiani. Karachi e il Sindh intero, in seguito alla partizione tra India e Pakistan, sono stati contraddistinti da una massiccia migrazione di musulmani provenienti dall’India, demominati mohajirs e di lingua urdu (mohajirs in urdu significa “migrante”). Rispetto ad altre aree del Pakistan, nel Sindh la migrazione urdu è stata più evidente ed ha generato una situazione di maggiore criticità. Mentre nelle restanti zone del paese la minoranza dei mohajirs è stata assimilata perché il suo numero era inferiore rispetto alla popolazione autoctona, nel Sindh, molto più vicino geograficamente all’India, i nuovi arrivati di lingua urdu superarono numericamente le etnie locali, modificando considerevolmente il carattere etnico della provincia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una delle cause scatenanti l’attuale stato di violenza della città è da ricercare nel composito carattere etnico del Sindh, complicato a partire dal 1947. La conflittualità tra etnie a Karachi e nella regione circostante non è, infatti, un problema che caratterizza il Pakistan da pochi anni, ma è invero una situazione perdurante da decenni. Tra gli anni ’50 e ’80 la regione era contraddistinta in particolare dagli scontri tra la popolazione di lingua urdu, rappresentanti solitamente la classe urbana, commerciale e maggiormente istruita della provincia, e i sindhi, gruppo etnico per la maggior parte dei casi rurale e meno istruito, trasformatosi minoranza nel proprio territorio storico. Gli scontri vennero, inoltre, utilizzati a seconda dei mutevoli interessi delle autorità centrali di Islamabad, tradizionalmente intenti a privilegiare l’etnia punjabi. La presenza a Karachi dei mohajirs è, inoltre, considerevolmente aumentata a partire dal 1971, in seguito alla migrazione di ulteriori gruppi musulmani di lingua urdu provenienti dall’ex Pakistan orientale dopo l’indipendenza del Bangladesh. </span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I motivi degli scontri etnici a Karachi e le possibili conseguenze per l’integrità territoriale del Pakistan</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le violenze quotidiane che hanno trasformato Karachi in un pericoloso centro, teatro di scontro tra bande, mafie locali e gruppi armati artefici di rapimenti, estorsioni ed esecuzioni sommarie, è dovuto principalmente alla conflittualità tra i mohajirs e i pashtun, questi ultimi di recente immigrazione. Il nesso tra criminalità e politica è molto forte, mentre le forze di sicurezza locali e le autorità centrali di Islamabad non sono in grado, per il momento, di riportare la città in una situazione di normalità. I partiti politici più importanti di Karachi, il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Muttahida Quami Movement</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (MQM) rappresentante gli urdu, 45% della città, e l’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Awami National Party </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(ANP), partito della minoranza pashtun, 25% degli abitanti di Karachi, si accusano a vicenda per la responsabilità delle violenze; i due gruppi politici, assieme al partito nazionale e governativo del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan People’s Party</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PPP), che a Karachi rappresenta gli interessi sindhi, sono i diretti responsabili delle violenze. Queste sono esplose soprattutto a partire dal 27 giugno, quando l’MQM decise di uscire dalla coalizione di governo del Sindh per l’avversione nei confronti dell’ANP e per incompresioni politiche con il governo nazionale di Islamabad guidato dal PPP. Il carattere etnico della città è complicato ulteriormente dalla presenza di altre minoranze, in particolare balochi, punjabi, kashmiri, saraiki e numerose altri gruppi etnici. A Karachi è presente anche una minoranza sciita, la quale si è sovente scontrata con la maggioranza sunnita. I sindhi, 60% della popolazione di Karachi nel 1947, oggi rappresentano il 7% della città. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La massiccia presenza pashtun a Karachi è recente ed è dovuta soprattutto alla considerevole migrazione verso sud delle popolazioni provenienti dalle regioni settentrionali del Pakistan, soprattutto dalla provincia di Khyber Pakhtunkhwa e dalle </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Federally Administered Tribal Areas</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (FATA), ma anche dall’Afghanistan; le migrazioni sono state causate dall’invasione sovietica del 1979, da quella USA nel 2011 e dai bombardamenti statunitensi lungo la linea Durand. Le recenti migrazioni di pashtun, ma anche di tagiki, hazara, turkmeni e uzbeki provenienti dall’Afghanistan, hanno modificato considerevolmente il carattere etnico di Karachi, la quale unitamente alle violenze tra urdu e sindhi, è diventata teatro di scontri tra urdu e pashtun, e tra questi ultimi e i sindhi. Senza dimenticare i punjabi, rappresentanti gli interessi dei militari e delle autorità centrali pakistane, attente a favorire una o l’altra etnia a seconda delle circostanze politiche. La recente storia del paese è caratterizzata da questa particolare linea di politica interna. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’attuale importanza dell’MQM, terzo gruppo politico a livello nazionale, è derivata, infatti, dall’azione governativa del regime di Zia ul-Haq tra anni ’70 e ‘80. Avendo come fine l’indebolimento del PPP e del suo capo, Zulfiqar Ali Bhutto, di etnia sindhi e il cui governo venne rovesciato proprio da Zia, il generale favorì la nascita e il consolidamento politico del partito urdu. L’MQM si rafforzò nel corso degli anni ’80, trasformandosi in un’importante forza di equilibrio nel panorama politico pakistano, alleandosi, a seconda delle circostanze, con il PPP o con la conservatrice </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan Muslim League</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PML). Dopo il crollo di Zia, l’ISI accusò l’MQM di essere una forza cospirativa filo-indiana, finanziata dai servizi segreti di Nuova Delhi e avente come obiettivo primario la creazione di uno Stato autonomo di lingua urdu, il Jinnahpur con Karachi capitale. Durante gli anni ’90, infatti, l’MQM ha subito una violenta repressione da parte del governo centrale di Islamabad, in particolar modo quando salirono al potere Nawaz Sharif (PML-N) e Benazir Bhutto (PPP). Il partito degli urdu contò invece sull’appoggio del generale Pervez Musharraf, anch’esso di etnia mohajirs. Nell’ultimo decennio, infatti, l’MQM ha registrato una considerevole espansione, aumentando la propria influenza nell’intero paese, ma soprattutto in Punjab, cuore politico e militare del Pakistan. Diversi analisti sostengono il fatto che l’MQM possa contare attualmente sul decisivo appoggio dell’apparato militare pakistano e dell’ISI, vicini all’etnia punjabi, in modo da poter controbilanciare l’influenza pashtun nel Sindh, ma soprattutto nell’intero Pakistan.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le violenze a Karachi sono dunque legate alla complicata situazione della politica interna pakistana, ricalcante le differenze etnico-linguistiche del paese. La forza politica dell’MQM non è attualmente riscontrabile solo nella città portuale, ma è evidente nell’intero paese. In questa fase politica è necessario per gli altri partiti, soprattutto per il PPP, scendere a patti con l’MQM, il quale si è trasformato in un indispensabile partito, garante del mantenimento dell’equilibrio politico del Pakistan. A Karachi le violenze sono aumentate in seguito all’abbandono da parte dell’MQM del governo federale del Sindh: i mohajirs accusano Zardari e il PPP di essere troppo vicini all’ANP. Lo scontro tra MQM e governo centrale è legato anche ai recenti arresti di attivisti mohajirs di Karachi accusati di terrorismo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una spiegazione delle violenze che stanno attraversando Karachi è connessa certamente alle migrazioni di popolazione pashtun nella città. Non si tratta solamente di un problema sociale ed economico, per l’evidente accresciuta competizione tra etnie diverse nella ricerca di lavoro e nell’acquisto di terre. Una questione fondamentale riguarda una problematica di tipo politico, ovvero quale gruppo etnico assumerà il controllo di Karachi, la città economicamente più importante del Pakistan che garantisce il 68% delle entrate nazionali. Le preoccupazioni dei diversi gruppi etnici sono evidenti: gli abitanti di lingua urdu temono la “talebanizzazione” della città ad opera della minoranza pashtun; questi ultimi denunciano l’eccessiva violenza dei mohajirs; i sindhi osservano negativamente sia i pashtun sia i mohajirs. Tutti e tre i gruppi etnici maggioritari di Karachi accusano il governo centrale di Islamabad di privilegiare l’etnia punjabi, favorendo lo sviluppo del solo Punjab a discapito degli altri territori dello Stato. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le violenze fra etnie</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, fomentate dall’MQM, dall’ANP e dal PPP, possono portare a della serie conseguenze non solo per la città, ma anche per il resto del paese, generando una potenziale situazione d’instabilità. Se si pensa all’attuale situazione del Belucistan, tale scenario non sembra lontano dalla realtà. Di fondamentale importanza sono i risvolti geopolitici connessi alla stabilizzazione del paese e l’azione che intraprenderanno i diversi attori internazionali attenti alle sorti del Pakistan e dell’Afghanistan.</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I collegamenti internazionali delle violenze a Karachi e nel Pakistan</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l’ottica pakistana, una delle cause della situazione di completa anarchia e settarismo di Karachi deriva dall’appoggio esterno alle diverse fazioni in lotta. Questo sarebbe garantito in primo luogo dall’India, ma anche da Stati Uniti e Israele. Una delle spiegazioni offerte dal governo nel passato per descrivere la c</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">onflittualità del Sindh, ripresa recentemente, è connessa all’azione svolta da attori esterni, i quali aizzano le diverse etnie del paese una contro l’altra, in modo da favorire la destabilizzazione e lo smembramento del Pakistan.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La situazione in Belucistan, zona ricca di gas naturale e minerali, ma molto povera, è particolarmente tesa. Secondo Islamabad, i servizi segreti dell’India appoggerebbero le spinte indipendentiste dei beluci e le violenze anti-punjabi. Il Belucistan è teatro, inoltre, del violento scontro tra governo centrale e movimenti sciiti della regione. Secondo la visuale pakistana, oltre ai servizi segreti indiani, agirebbero in Belucistan la CIA e l’MI6 britannico, i quali fomenterebbero le azioni anti-governative dei beluci. Il Pakistan guarda con sospetto all’attivismo indiano nella città iraniana di Chabahar, anch’essa beluca. L’azione statunitense potrebbe avere dei chiari risvolti negativi per gli interessi cinesi nell’area e per l’Iran, dato l’indipendentismo beluco presente nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sempre secondo Islamabad, la RAW indiana, il Mossad e la CIA favorirebbero il traffico illegale di armi nell’emporio di Karachi, la cui zona portuale è controllata dall’MQM. All’indomani della visita di Karzai e Zardari a Tehran lo scorso giugno, il ministro degli interni pakistano Rehman Malik ha riferito pubblicamente alla stampa del ritrovamento di armi di fabbricazione israeliana a Karachi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il Pakistan, se da una parte ha visto deteriorarsi i propri legami con gli Stati Uniti, ha migliorato i propri rapporti con l’Iran, testimoniati concretamente dal possibile avvio dei lavori in territorio pakistano del gasdotto di collegamento tra Tehran e Islamabad. L’Arabia Saudita osserva con particolare preoccupazione l’avvicinamento tra i due paesi, foriero di una pericolosa messa in discussione del teorema dell’inevitabile scontro e competizione tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano. Un problema comunque di primo piano da risolvere nel dialogo iraniano-pakistano sarà legato al finanziamento del gruppo terroristico Jandullah, il quale opera nel Sistan-Belucistan e, secondo l’Iran, ha legami diretti con l’ISI. L’Iran ha sospetti anche sull’Afghanistan, mentre la stessa Islamabad ritiene che ci siano dei collegamenti tra Tehran e l’indipendentismo beluco in Pakistan. Islamabad ha, inoltre, intensificato i propri rapporti con la Cina. In questo modo il governo pakistano, legandosi maggiormente a Tehran e Pechino, sta aumentando considerevolmente il proprio potere negoziale nei confronti degli Stati Uniti. Un altro fattore da considerare è, inoltre, il crescente interesse di Russia, Iran e Cina per la questione afghana. Gli Stati Uniti guardano naturalmente con estremo interesse l’evolversi della situazione interna del Pakistan, un paese del quale non possono fare a meno per la propria strategia in Afghanistan. Vista la recente intenzione di mantenere una base militare a Kabul fino al 2024 è necessario, nell’ottica statunitense, sostenere un dialogo con i talebani, i quali non appaiono comunque troppo favorevoli alla presenza di truppe nordamericane in Afghanistan; del medesimo parere sono Russia, Cina, Pakistan e Iran. Islamabad, possibile canale privilegiato per il dialogo con i talebani, diventa dunque fondamentale per l’azione statunitense in Afghanistan, data anche l’attuale debolezza politica di Karzai. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La destabilizzazione del Pakistan e il suo potenziale controllo si collegano alle recenti violenze di Karachi, connesse a una strategia volta al favorire lo smembramento del paese asiatico discussa in diversi </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>think tank</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nordamericani (vedi l’articolo http://www.eurasia-rivista.org/gwadar-la-competizione-sino-statunitense-e-lo-smembramento-del-pakistan/9828/). Tutto ciò è collegabile alla notizia secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero come obiettivo il controllo diretto dell’arsenale nucleare pakistano, alle richieste di Islamabad di poter disporre del diritto di veto per gli unilaterali bombardamenti statunitensi sul proprio territorio e alle schermaglie tra CIA e ISI, con l’insolito avvicendarsi nel giro di pochi mesi di tre diversi capi del servizio segreto statunitense a Islamabad. Se da una parte, inoltre, gli Stati Uniti vogliono ricercare un dialogo con i talebani, dall’altro lato non si curano dei bombardamenti nei confronti di quei gruppi che hanno già raggiunto una pacificazione con il Pakistan, ma che operano in Afghanistan, vedi la rete Haqqani, con possibili ripercussioni negative per la sicurezza interna di Islamabad. Un’altra fondamentale questione riguarda il temine degli aiuti finanziari di Washington nei confronti del Pakistan, uniti alla crisi finanziaria e all’impossibilità da parte degli Stati Uniti di mantenere un costoso apparato militare in Afghanistan, vista anche l’attenzione crescente per il Vicino Oriente e il Nord Africa. Resta da capire se le strategie sul Pakistan discusse nei </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>think tank</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> statunitensi verranno concretamente messe in azione. Sta di fatto che un’interpretazione dell’attuale fase critica del Pakistan è connessa al teatro afghano, poiché il carattere di estrema precarietà del paese può essere valutato come una diretta conseguenza dell’invasione e destabilizzazione dell’Afghanistan, propagatasi successivamente in territorio pakistano. Il collasso del sistema statale è concretamente in atto lungo il confine tra i due paesi e le migrazioni dei pashtun verso Karachi degli ultimi anni rendono la situazione della città e del paese in generale sempre più complicata. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ da valutare, inoltre, quanto le violenze a Karachi possano favorire gli interessi statunitensi, vista la sua posizione strategica come unico porto in grado di supportare le truppe NATO in Afghanistan. Kabul non ha collegamenti via mare e risulta essenziale l’attenzione nordamericana su Karachi, importante porto sul Mar Arabico e attualmente punto strategico per il riformimento di mezzi e truppe via mare da indirizzare in Afghanistan. Nell’emporio di Karachi si può individuare un ulteriore elemento che testimonia l’importanza del Pakistan per gli Stati Uniti. Collegato alla questione della città e alle sue minoranze, saranno da valutare anche gli impatti sull’etnia pashtun del potenziale dialogo che potrebbe stabilirsi tra i talebani e gli Stati Uniti, così come il ruolo che ricoprirà il Pakistan nei colloqui. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dialogo valutato negativamente dall’India e dall’Iran. Per quanto riguarda Nuova Delhi è da valutare quanto convenga all’India fomentare l’indipendentismo delle minoranze etniche presenti in Pakistan. La destabilizzazione dell’Afghanistan, avvenuta a partire dal 2001, con la successiva caotica situazione pakistana, non è detto che non si espanda anche in India. Se da una parte, con l’annichilimento del Pakistan si conorerebbe il sogno della definitiva sconfitta del nemico, da una diversa prospettiva tutto ciò potrebbe comportare delle serie ripercussioni per l’autonomismo e l’indipendentismo di vaste aree interne del paese, soprattutto in Kashmir e nel nord-est indiano. Se da una parte gli Stati Uniti hanno come obiettivo il caos per poi controllare la situazione, sembra che recentemente Nuova Delhi stia addontando una politica più accorta nei confronti del Pakistan. </span></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>Progetti di egemonia </strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>(Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
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		<title>Il rafforzamento dell’alleanza sino-pakistana</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 15:52:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Il legame strategico tra Pechino e Islamabad è sempre più forte. Il tradizionale rapporto diplomatico tra i due paesi si è consolidato recentemente con l’intensificarsi dei legami economici, commerciali, energetici e militari, unitamente all’allontamento pakistano nei confronti degli Stati Uniti. La stabilità dell’alleanza sino-pakistana è però messa alla prova dalle sfide poste dai gruppi armati degli estremisti islamici operanti nello Xinjiang cinese. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-rafforzamento-dell%e2%80%99alleanza-sino-pakistana/11049/" title="Il rafforzamento dell’alleanza sino-pakistana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/china_pakistan_ap.cikldtqtd14ws4gwkk84s008s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="Il rafforzamento dell’alleanza sino-pakistana" ></div></a><p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>Il legame strategico tra Pechino e Islamabad è sempre più forte. Il tradizionale rapporto diplomatico tra i due paesi si è consolidato recentemente con l’intensificarsi dei legami economici, commerciali, energetici e militari, unitamente all’allontamento pakistano nei confronti degli Stati Uniti. La stabilità dell’alleanza sino-pakistana è però messa alla prova dalle sfide poste dai gruppi armati degli estremisti islamici operanti nello Xinjiang cinese. </em></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crisi dei rapporti tra Stati Uniti e Pakistan degli ultimi mesi ha comportato il rafforzamento dello storico legame esistente tra Islamabad e Pechino. Le relazioni tra i due paesi sono in realtà ottime da circa un trentennio, a differenza di quelle pakist</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ano-statunitensi; il proficuo rapporto diplomatico tra Stati Uniti e Pakistan ha, infatti, ricoperto un ruolo fondamentale nelle rispettive politiche estere durante l’intervento sovietico in Afghanistan tra anni ’70 e ’80, per poi subire un deciso deterioramento all’inizio degli anni ’90. Il rapporto tra Washington e Islamabad è tornato ad essere importante in seguito all’invasione afghana statunitense del 2001, nella quale il Pakistan è stato utilizzato come fondamentale punto d’appoggio per il controllo di Kabul. L’unilaterale bombardamento dei territori nord-occidentali del Pakistan, la crescente ingerenza statunitense nella politica interna pakistana, mediante mezzi militari e servizi d’intelligence, e i comportamenti ambigui pakistani in alcune questioni di primaria importanza hanno comportato un deciso peggioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Pakistan. Questo deterioramento ha raggiunto l’apice tra maggio e giugno, in seguito alla rivendicazione statunitense dell’uccisione di Osama Bin Laden in Pakistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I sempre più tesi rapporti tra i due paesi sono legati, inoltre, all’avvicinamento statunitense nei confronti dell’India, il quale ha raggiunto il proprio culmine nel 2007, mai così evidente rispetto al passato; l’amminsitrazione Bush e l’attuale governo di Manmohan Singh avevano delle ottime relazioni diplomatiche. Il Pakistan non gradisce, inoltre, il ruolo affidatogli dopo l’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001, nel quale osserva un pericoloso calo del proprio ascendente strategico su Kabul. L’Afghanistan è tradizionalmente considerato da Islamabad una propria area d’influenza, strategicamente importante nel caso di un conflitto con l’India, poiché visto come territorio di supporto o di ritirata nell’ipotesi di una massiccia invasione del Pakistan dell’esercito di Nuova Delhi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il primo paese a difendere il rispetto dell’integrità territoriale di Islamabad in seguito alla notizia della morte di Bin Laden è stata la Cina; visitata poche settimane dopo dal primo ministro Gilani. Il Pakistan avrebbe, inoltre, permesso ai militari cinesi di visionare i resti del velivolo statunitense di tecnologia </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Stealth</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> impiegato dagli Stati Uniti nel territorio pakistano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il legame sino-pakistano rappresenterà un importante elemento delle future relazioni internazionali, in particolar modo nel confronto tra Stati Uniti e Cina, tra quest’ultima e l’India, nonché negli interessi cinesi in Afghanistan e nel più generale contesto del cosiddetto “Nuovo Grande Gioco” in Asia Centrale. Mentre il Pakistan nel corso degli anni ’80 fu un importante alleato degli Stati Uniti durante la guerra sovietica in Afghanistan, fondamentale territorio di transito per i rifornimenti militari destinati ai combattenti anti-sovietici, oggi Islamabad non garantisce, nell’ottica nordamericana, il medesimo contributo per il tentativo statunitense di controllare l’Afghanistan. La relazione con Islamabad rappresenta per gli Stati Uniti un elemento di vitale importanza per i propri interessi a Kabul. Basta considerare l’importanza strategica del paese pakistano, dotato degli unici punti d’accesso via mare per le truppe statunitensi e della NATO e per i rifornimenti militari, nonché territorio di collegamento geostrategico nel cuore dell’Eurasia. Il porto di Karachi è fondamentale per l’arrivo e invio di truppe e materiale bellico, passante poi in territorio pakistano mediante trasporto su strada, giungendo successivamente a Kabul e Kandahar. Gli Stati Uniti stanno ricercando una possibile alternativa ai rifornimenti via Pakistan, data l’insicurezza di Karachi e del confine lungo la linea Durand. Gli altri collegamenti ai porti situati in paesi confinanti con l’Afghanistan, Iran e Cina, sono impraticabili per  evidenti motivi politici. Una via d’accesso alternativa è potenzialmente quella passante attraverso le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale: esiste un discorso aperto con l’Uzbekistan, dal quale passerebbero i rifornimenti provenienti dal porto di Riga, in Lettonia, passando per il territorio russo e kazako. Esiste un’altra opzione, probabilmente maggiormente fattibile rispetto a quella precedente, vista la lunghezza del percorso e la possibile inclusione della Russia nell’affare afghano, prospettiva non gradita a Washington. E’ quella attraverso la Georgia, l’Azerbaigian, il Mar Caspio e il Turkmenistan oppure via Kazakistan e Uzbekistan. L’attenzione statunitense nei confronti di Baku, Ashagabat, Astana e Tashkent è in ogni caso in costante aumento. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi mesi è comunque evidente come il Pakistan punti maggiormente ad adottare una politica estera più autonoma nei confronti di Washington, attivandosi, inoltre, nel potenziamento delle relazioni con i vicini, soprattutto</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con la Cina, ma anche con Iran e Russia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’importanza strategica del Pakistan, unito al suo attivismo in politica estera, ha reso il governo del paese molto più convito nel richiedere il termine dei bombardamenti dei droni statunitensi nelle province nord-occidentali. Nel caso in cui ciò non avvenga, il Pakistan è pronto ad adottare una politica ancor più marcatamente filo-cinese, avendo, inoltre, l’appoggio della Cina, critica nei confronti delle azioni statunitensi nel paese. Un ulteriore fattore è legato al termine dell’aiuto economico statunitense, unito al declinare dei rifornimenti militari: il Pakistan guarda anche in questo caso a incrementare i propri legami economici e militari con la Cina. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un’altra arma spendibile a livello diplomatico dal Pakistan è legata alle risorse energetiche. Lo stretto rapporto con Pechino, oltre ad aumentare l’influenza cinese in Asia Meridionale e Centrale, comporterebbe un’importante vittoria per la Cina nella competizione riguardante l’approvigionamento di petrolio e gas naturale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina è interessata a inves</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">tire massicciamente in Pakistan. I punti chiave della strategia energetica sino-pakistana sono rappresentati dal potenziamento del porto di Gwadar, dalla quale possono passare i gasdotti e oleodotti provenienti dall’Iran. I progetti d’investimento cinese nel paese sono legati alla realizzazione del gasdotto IP, al quale potrebbe partecipare in sostituzione dell’India, con evidenti vantaggi in termini economici per il Pakistan grazie ai diritti di transito. La Cina è interessata al potenziamento di infrastrutture, strade e ferrovie pakistane, unitamente alla costruzione dei collegamenti per il petrolio e il gas naturale lungo il territorio pakistano partendo dalla città beluca per arrivare al Gilgit-Baltistan. I progetti sino-pakistani sono legati al potenziamento degli assi viari che assieme alle </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>pipeline</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> collegherebbero il Pakistan allo Xinjiang. A questo proposito sono in progetto la costruzione di diversi collegamenti stradali e ferroviari tra Kashgar e Abbotabad, e tra la città dello Xinjiang e Havelian. Un ulteriore collegamento tra i due paesi lungo confine è quello delle fibre ottiche, mentre il più importante e ambizioso progetto caratterizzante la cooperazione sino-pakistana è il collegamento stradale, ferroviario ed energetico tra Gwadar e Urumqi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La recente visita di Gilani a Pechino si è conclusa con la firma di importanti accordi commerciali, finanziari e tecnologici, seguito dei colloqui del dicembre 2010, nei quali erano previsti il potenziamento della cooperazione in diversi settori: energia, sistema bancario, tecnologia, costruzione, difesa e sicurezza. Il crescente legame economico tra Pechino e Islamabad è unito alla tradizionale e comune avversione verso l’India, la quale può essere ostacolata nella sua ascesa in Asia Meridionale dall’azione comune dei due paesi asiatici. La Cina aiutò militarmente il Pakistan in seguito alla guerra sino-indiana del 1962, così come fornì la tecnologia nucleare al paese dopo che l’India nel 1974 iniziò i suoi primi test nucleari. Tra gli anni ’80 e ’90 la Cina ha stabilito un’alleanza militare e nucleare con Islamabad, ancora oggi molto forte. Più del 40% delle esportazioni militari cinesi sono destinate al Pakistan. I due paesi hanno in progetto la produzione congiunta degli aerei da combattimento JF-17 Thunder (FC-1 Fierce in Cina). Durante il mese di marzo 2011 si è svolta un’importante esercitazione aereonautica tra la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan Air Force</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PAF) e la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>People’s Liberation Army Force</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PLAFF) denominata </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Shaheen 1</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (in urdu significa aquila). Si tratta della prima manovra militare tra PAF e PLAFF, alla quale si aggiungeranno nel corso del 2011 delle esercitazioni tra il PLA e l’esercito pakistano. Un simile legame militare tra i due paesi, oltre ad essere un importante fattore all’interno degli equilibri asiatici, dimostra come oggi la Cina possa agire molto più attivamente rispetto al passato in uno Stato considerato strategico per gli Stati Uniti per la propria politica in Afghanistan, ma anche in Asia Meridionale. Dato il lento declino economico statunitense, il Pakistan ha individuato nella Cina un’alternativa importante, la quale, a differenza di Washington, è in costante ascesa economica e militare. La cooperazione militare sino-pakistana è valutata da Islamabad e Pechino anche come una forma di bilanciamento nell’area nei confronti delle simili politiche militari adottate da Russia e India. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, mentre gli Stati Uniti premono sul Pakistan per il proprio arsenale nucleare, la Cina rappresenta un’importante fonte di tecnologia in questo settore. A questo proposito Pechino sarebbe intenzionata a finanziare i progetti di costruzione per nuovi reattori nucleari in Pakistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda un fattore negativo legato </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">alle relazioni tra Cina e Pakistan, è possibile fare riferimento all’attuale situazione dello Xinjiang. La regione cinese è un’area ricca di gas e petrolio, confinante con le repubbliche centro-asiatiche e con una considerevole presenza di abitanti di religione musulmana. Il territorio è attraversato da decenni dalla spinta indipendentista degli uiguri. La Cina ha sostenuto che i responsabili degli attentati avvenuti nello Xinjiang poche settimane fa sono estremisti islamici dello </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>East Turkestan Islamic Movement</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (ETIM) o </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Turkistani Islamic Party</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (TIP) provenienti da campi d’addestramento situati nelle zone tribali del Pakistan. L’ETIM ha legami con la rete Haqqani e con il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Tehrik – e – Taliban Pakistan</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (TTP). L’accusa cinese di simili resposabilità pakistane per le violenze degli uiguri rappresentano un campanello d’allarme per Islamabad. Secondo l’intelligence pakistana la Cina starebbe premendo il Pakistan affinché crei delle basi militari nelle aree tribali in modo da controllare la possibile azione degli estremisti e il loro successivo sconfinamento in territorio cinese. La Cina avrebbe anche intenzione di inviare delle proprie truppe nelle FATA e nella Khyber Pakhtunkhwa, senza comunque l’intenzione di creare delle basi militari permanenti. Sarà da valutare come gli Stati Uniti considereranno la possibile presenza militare cinese in Pakistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I media cinesi hanno criticano significativamente le autorità pakistane per l’incapacità dell’esercito di controllare le aree tribali del paese. Il quotidiano pakistano “Dawn” ha sostenuto come gli attentati possano portare a della conseguenze negative nelle relazioni bilaterali tra Islambad e Pechino, comportando delle serie ripercussioni soprattutto per il Pakistan. Allo stesso modo l’incapacità di Islamabad nel prevenire l’azione dei terroristi può risultare controproducente per la potenziale cooperazione sino-pakistana in Afghanistan. Una possibile azione congiunta delle autorità pakistane assieme a quelle cinesi potrebbe garantire, invece, nell’ottica di Pechino, un possibile miglioramento della condizione delle aree nord-occidentali del Pakistan, avendo come conseguenza dei possibili benifici per la situazione dello Xinjiang. Una condizione importante per la Cina è rappresentata dal contemporaneo termine dei bombardamenti statunitensi nell’area, i quali possono fomentare l’estremismo islamico. Senza dubbio la cooperazione tra Islamabad e Pechino nelle FATA e nella Khyber Pakhtunkhwa renderà ancora più evidente lo stretto legame sino-pakistano, foriero di interessanti conseguenze nel contesto dell’attuale competizione in corso nella regione. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’IsAG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>Progetti di egemonia </strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>(Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
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		<title>Il Pakistan “punito” nella regione del Pipelineistan</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 10:47:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Secondo Asim Hussain, ministro federale pakistano per il petrolio e le risorse naturali, prima della fine del 2011, il Pakistan inizierà i lavori per la realizzazione del gasdotto IP (Iran-Pakistan) nell'area di sua competenza. Già pronti, 1.092 chilometri di condotti installati sul versante iraniano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-pakistan-%e2%80%9cpunito%e2%80%9d-nella-regione-del-pipelineistan/10668/" title="Il Pakistan “punito” nella regione del Pipelineistan"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zzpak_us_flag_250.6uriahaosq04o8ccswg4o0okc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="63" alt="Il Pakistan “punito” nella regione del Pipelineistan" ></div></a><p><span><span style="font-size: x-small">Fonte: <a href="http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/MG13Df03.html">http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/MG13Df03.html</a> </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Secondo Asim Hussain, ministro federale pakistano per il petrolio e le risorse naturali, prima della fine del 2011, il Pakistan inizierà i lavori per la realizzazione del gasdotto IP (Iran-Pakistan) nell&#8217;area di sua competenza. Già pronti, 1.092 chilometri di condotti installati sul versante iraniano.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">IP, anche conosciuto come “il gasdotto della pace”, originalmente era IPI (Iran-Pakistan-India). Nonostante l&#8217;enorme bisogno di gas per la sua espansione economica, fortemente voluta dall&#8217;amministrazione Bush ed ora anche da quella Obama, l&#8217;India non è però ancora decisa ad impegnarsi nel progetto, neanche dopo l&#8217;accordo semi-miracoloso siglato per la sua costruzione nel 2008.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dal 2014, più di 740 milioni cubici di gas all&#8217;anno saranno fatti scorrere verso il Pakistan dall&#8217;enorme campo iraniano South Pars, situato nel Golfo Persico. Ciò rappresenta una   importante evoluzione in Eurasia nelle “guerre” del Pipelineistan (per comprendere il concetto di Pipelineistan consultare l&#8217;articolo, sempre di Pepe Escobar, </span></span><a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25537"><span><span style="font-size: medium"><em>“Guerra Liquida: Benvenuti in Pipelineistan”</em></span><span style="font-size: medium">;</span><span style="font-size: medium"><em> NdT</em></span></span></a><span><span style="font-size: medium">).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L&#8217;IP è un nodo cruciale nel tanto decantato Asian Energy Security Grid (Rete di Sicurezza Energetica Asiatica) – la progressiva integrazione energetica fra sud-ovest, sud, est ed Asia centrale, ovvero l&#8217;ultimo mantra per attori euro-asiatici così diversi fra di loro, come Iran, Cina, India e i partner centro-asiatici della Stans Energy Corp.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Pakistan è l&#8217;utente della Rete con maggiori problematiche e maggior bisogno di energia<strong>. </strong>Diventare un Paese in grado di permettere il transito di energia potrebbe quindi essere l&#8217;unica chance per il Paese di passare da uno Stato vicino al fallimento ad un “corridoio energetico” per l&#8217;Asia e, perché no, per il mercato globale.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dal momento che i condotti funzionano da cordone ombelicale, il cuore della questione è che l&#8217;IP, e magari nel prossimo futuro anche l&#8217;IPI, possa fare ben più di qualsiasi altra forma di “aiuto” statunitense (o interferenza diretta) per poter stabilizzare la metà pakistana del teatro “obamiano” di operazioni AfPak, e possibilmente liberarla dalla sua ossessione per l&#8217;India.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Un altro “asse del male”?</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Questo sviluppo del Pipelineistan può ben spiegare la ragione che ha portato la Casa Bianca ad annunciare, la scorsa domenica (<em>l&#8217;articolo è datato 13 luglio; NdT</em>), il rinvio di 800 milioni di dollari previsti per aiuti militari verso Islamabad – più di un terzo delle abbondanti donazioni che il Pakistan riceve annualmente dagli Stati Uniti.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">La fiorente fabbrica di invettive contro il Pakistan generata da Washington potrebbe essere  intesa come l&#8217;effetto punitivo connesso alla saga infinita che vedeva Osama bin Laden riparato nei pressi dell&#8217;area Rawalpindi/Islamabad. A volte però, il mezzo utilizzato ostenta  disperazione, e giustificarlo non convincerà in alcun modo l&#8217;esercito pakistano a seguire l&#8217;agenda di Washington come fosse una verità dogmatica.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Lo scorso lunedì, il Dipartimento di Stato USA ha sottolineato ancora una volta che Washington si aspetta molto di più da parte di Islamabad per la lotta al terrorismo e la lotta  alle insurrezioni – di conseguenza non rinnoverà il suo “aiuto”.<br />
Il solito doppio gioco diplomatico delle “relazioni costruttive, collaborative, e di reciproco beneficio” rimane in   bella mostra – tuttavia non è in grado di mascherare la crescente sfiducia reciproca di entrambe le nazioni. I militari pakistani hanno infatti ufficialmente confermato che non sono stati avvisati della “sospensione”.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Non meno di 300 milioni di dollari degli 800 bloccati sono destinati ad “istruttori americani” – ovvero, la brigata del Pentagono per la lotta alle insurrezioni. Tutto questo quando Islamabad aveva già chiesto a Washington di non inviare più queste persone nel loro territorio; il fatto è che i metodi utilizzati da Washington sono inutili per combattere i talebani del Pakistan e i jihadisti collegati ad al-Qaeda situati nel aree tribali. Per non parlare che il metodo preferito dagli Stati Uniti resta comunque il drone assassino.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il muro di sfiducia è diretto a raggiungere le proporzioni dell&#8217;Himalaya/Karakorum/Pamir. Washington, però, continua a vedere il Pakistan solo in termini legati alla “guerra al terrore” e di lotta al terrorismo. Da quando l&#8217;amministrazione Obama ha ufficializzato la combinazione AfPak, è stato chiaro che la principale guerra di Washington si svolge in Pakistan – e non in Afghanistan che ormai da rifugio ad una manciata di jihadisti di al-Qaeda.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">La maggior parte degli “obiettivi con più valore appartenenti ad al-Qaeda” sono situati proprio nelle aree tribali del Pakistan – e sono, in un bizzarro parallelismo con quelli americani, essenzialmente degli istruttori. Riguardo l&#8217;Afghanistan, si tratta per lo più di una guerra neo coloniale portata avanti dall&#8217;Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord (NATO) contro una maggioranza Pashtun guidata da un movimento di “liberazione nazionale” – così come lo stesso leader talebano Mullah Omar lo ha definito.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Saleem Shazad, collaboratore di Asia Times Online – assassinato lo scorso maggio – ha argomentato nel suoi libro, “Inside al-Qaeda and The Taliban”, che il principale colpo di al-Qaeda, negli ultimi anni, è stato quello di trasferirsi completamente all&#8217;interno delle aree tribali in Pakistan, rafforzare Tehrik-e-Taliban Pakistan (i talebani pakistani) e in poche parole coordinare una forte guerriglia Pashtun in grado di fronteggiare l&#8217;esercito pakistano e quello statunitense – come tattica diversiva. L&#8217;agenda di al-Qaeda – esportare la propria ideologia, diretta al califfato, verso altre parti dell&#8217;Asia centrale e del sud – non ha nulla a che vedere con i talebani afghani guidati da Mullah Omar, che combattono per ottenere nuovamente il potere in Afghanistan.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Washington, da parte sua, desidera un Afghanistan “stabile”, guidato da  un burattino di comodo, modello Hamid Karzai – in modo da ottenere il Santo Graal (desiderato dalla metà degli anni &#8217;90); ovvero la costruzione del rivale dell&#8217;IP, il gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), che in questo caso oltrepassa il “malefico” Iran.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">I desideri di Washington legati al Pakistan sono invece indirizzati a frantumare la guerriglia Pashtun all&#8217;interno del loro territorio; in altro modo le aree tribali continueranno ad essere letteralmente bombardate a morte dai droni – con nessun riguardo per quel che spetta l&#8217;integrità del territorio.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Non bisogna meravigliarsi, dunque, se il muro della sfiducia stia crescendo, anche perché Islamabad non è intenzionata a cambiare da qui a molto tempo la sua agenda.<br />
La politica afghana del Pakistan include un utilizzo dell&#8217;Afghanistan stesso come uno Stato vassallo – costituito da un esercito molto debole (quello che gli statunitensi chiamano Afghan National Force) e soprattutto spesso instabile, e di conseguenza incapace di attaccare il vero nocciolo del problema: la questione Pashtun.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per Islamabad, il nazionalismo Pashtun è una minaccia esistenziale.<br />
L&#8217;esercito pakistano potrà anche combattere le guerriglie Pashtun in stile Tehrik-e-Taliban ma con estrema cautela; diversamente i combattenti Pashtun potrebbero unirsi in massa ad entrambi i lati dei confini e dare inizio ad una campagna in grado di destabilizzare Islamabad per sempre.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dall&#8217;altro lato, Islamabad desidera che i talebani tornino al potere in Afghanistan – proprio come i bei vecchi tempi del 1996-2001. Il ché è praticamente l&#8217;opposto di quello che invece vuole Washington: un&#8217;occupazione a lunga scadenza, preferibilmente tramite l&#8217;uso della NATO, in modo che l&#8217;alleanza possa proteggere il gasdotto TAPI nel momento in cui si dia inizio ad una sua eventuale costruzione. Oltretutto, per Washington, “perdere” l&#8217;Afghanistan e la sua rete chiave di basi militari così vicine alla Russia e alla Cina è semplicemente impensabile – secondo la dottrina del dominio del intero spettro portata avanti dal Pentagono.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Quella che si sta sviluppando attualmente è una complessa guerra di posizione. La politica  afghana del Pakistan – che include anche il contenimento dell&#8217;influenza indiana in Afghanistan – non cambierà. I talebani afghani continueranno ad essere incoraggiati come potenziali alleati a lungo termine – nel nome dell&#8217;immutabile dottrina della “profondità strategica” – mentre l&#8217;India continuerà ad essere considerata come la priorità strategica principale.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">L&#8217;IP fomenterà ancor di più Islamabad – con il Pakistan che finalmente sarà un corridoio chiave per il gas iraniano, oltre ovviamente ad usare il gas per i propri bisogni. Se l&#8217;India decide una volta per tutte di rinunciare all&#8217;IPI, la Cina è già pronta a saltare a bordo – e costruire un allungamento dell&#8217;IP, parallelo alla strada del Karakorum, orientato verso lo Xinjiang.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">In entrambi i casi, il Pakistan avrà la meglio – specialmente con il crescente investimento cinese o con il possibile “aiuto” militare della Cina stessa. Ecco perché la “sospensione” dell&#8217;esercito pakistano voluta da Washington non farà tendere molti nervi ad Islamabad. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">* Pepe Escobar</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>(Traduzione di Stefano Pistore) </strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Alleati a ribasso</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 11:59:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/alleati-a-ribasso/10546/" title="Alleati a ribasso"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zobama_pakistan.7mimwq4k5y4g00gc004ckgoc8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Alleati a ribasso" ></div></a>Lo scorso 2 maggio l’operazione Geronimo condotta segretamente dall’intelligence statunitense nei pressi di Abbottabad (Pakistan) ha portato alla cattura e uccisione del ricercatissimo leader di Al Qaida, Osama Bin Laden. L’operazione ha avuto un grande eco a livello internazionale risollevando per un po’ gli indici di gradimento del Presidente statunitense Barack Obama, in netta discesa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/alleati-a-ribasso/10546/" title="Alleati a ribasso"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zobama_pakistan.7mimwq4k5y4g00gc004ckgoc8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Alleati a ribasso" ></div></a><p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Lo scorso 2 maggio l’operazione Geronimo condotta segretamente dall’intelligence statunitense nei pressi di Abbottabad (Pakistan) ha portato alla cattura e uccisione del ricercatissimo leader di Al Qaida, Osama Bin Laden. L’operazione ha avuto un grande eco a livello internazionale risollevando per un po’ gli indici di gradimento del Presidente statunitense Barack Obama, in netta discesa negli ultimi mesi. Ma un tale successo non poteva non avere dure ripercussioni sui rapporti con il Pakistan, storico alleato statunitense nella lotta al terrorismo.</em></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Per comprendere le attuali ragioni di tensione tra i due Paesi occorre fare un salto indietro nel tempo, quando l’11/09/2001 le torri gemelle crollavano e gli USA stentavano a comprendere l’accaduto. In particolare, gli Stati Uniti si trovavano di fronte ad una nuova minaccia: il terrorismo di matrice jihadista. L’allora Presidente G.W. Bush, con il beneplacito della NATO, decise di intraprendere una campagna globale di lotta al terrorismo, comunemente definita <em>Global War On Terror</em> &#8211; GWOT. La GWOT aveva l’obiettivo di combattere su scala globale il terrorismo internazionale e promuovere attraverso un ‘effetto domino’ la diffusione della democrazia nel Vicino Oriente. Con un approccio <em>hub and spoke</em> (perno e raggio) di stampo bismarkiano, gli Stati Uniti non ebbero difficoltà a consolidare vecchi “<em>spokes</em>” nell’Asia Sudoccidentale. Principale alleato statunitense nella GWOT fu infatti, proprio il Pakistan del generale <span style="color: #000000">Musharraf. Da un punto di vista statunitense, il </span>proseguimento di una politica di ‘insane alleanze’ inaugurata già anni prima, durante la Guerra Fredda andava ad irrorare di ingenti aiuti regimi, come quello pakistano, dalla dubbia integrità e fedeltà.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">I rapporti tra i due Paesi si incrinarono lo scorso 2 maggio, quando gli Stati Uniti portarono a compimento, all’insaputa delle autorità pakistane, un’operazione militare, volta alla cattura di Osama Bin Laden. L’operazione violò di fatto la sovranità territoriale del Pakistan, e le proteste da parte delle autorità pakistane non tardarono ad arrivare. Oggi un clima di crescente sfiducia aleggia su entrambi i fronti. Gli USA dal canto loro, restano dubbiosi sull’impegno pakistano nella lotta al terrorismo, dato che il terrorista più ricercato al mondo, sarebbe stato trovato a pochi chilometri da Islamabad. Il Pakistan invece, mostra alcune riserve sul fatto di non essere stato informato dell’operazione Geronimo, sui <em>raid</em> aerei statunitensi che continuano ancora oggi sulle aree tribali del Pakistan e, in ultimo, sulle dichiarazioni apparse su <em>Foreign Policy</em> e su <em>Fund for Peace</em>, che definiscono il Pakistan un <em>Failed state. </em>L’apice della tensione è stato raggiunto con l’annuncio da parte degli Stati Uniti di una riduzione degli aiuti al Pakistan di 800 milioni di dollari e che ha inevitabilmente spinto il Paese a guardarsi intorno e andare alla ricerca di nuovi alleati nella regione. Portando successivamente il Pakistan ad espellere oltre 100 istruttori militari statunitensi dal proprio territorio, ritenendoli non più utili e adottando un politica più severa riguardo la concessione dei visti al personale straniero.</span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>Un’alleanza difficile</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Qualche anno fa giornalisti e rivali politici di Obama si erano mostrati piuttosto scettici quando, nel suo primo dibattito della campagna elettorale contro McCain, Obama prometteva di riuscire a scovare Osama Bin Laden al di là della volontà del Pakistan di collaborare. “<em>Mission accomplished</em>” verrebbe da dire oggi; ma in realtà la politica estera nordamericana degli ultimi anni ha iniziato molte ‘<em>mission</em>’ ben lontane dall’essere ‘<em>accomplished</em>’. I rapporti con il Pakistan infatti, si sono incrinati, a tal punto da spingere l’attuale presidente Asif Ali Zardari a partecipare ad una conferenza di due giorni sul terrorismo tenutasi a Teheran, lo scorso 25 giugno. Ciò che ne emerge è una rinnovata volontà del Pakistan di andare alla ricerca di nuove alleanze. In un primo momento le relazioni tra Pakistan e Iran sembrano limitarsi a un mero livello retorico. Tuttavia, in futuro i rapporti potrebbero diventare molto pericolosi per gli Stati Uniti e gli stessi alleati atlantici, anche alla luce del fatto che il Pakistan possiede armi nucleari e l’Iran ha avviato dei progetti per dotarsene. La stessa Arabia Saudita sta tentando di dissuadere Asif Ali Zardari e il suo <em>establishment </em>da questa nuova opzione diplomatica. Le questioni trattate a Teheran da Zardari e <span style="color: #000000">Ahmadinejād si sono focalizzate in primo luogo sull’Afghanistan, la cui stabilità risulta cruciale per entrambi i Paesi. I due </span><span style="color: #000000"><em>leader</em></span><span style="color: #000000"> hanno auspicato un processo di pacificazione del Paese guidato da Karzai, in modo da tenere lontano dalla regione gli Stati Uniti e per poter esercitare una propria influenza sulla </span><span style="color: #000000"><em>leadership </em></span><span style="color: #000000">afgana. La seconda questione, invece, riguardava un progetto per la costruzione di un gasdotto che sarebbe in grado di fornire al Pakistan un quarto del suo fabbisogno energetico e che qualora fosse realizzato legherebbe indissolubilmente i due Paesi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Un altro probabile scenario sembrerebbe essere quello cinese, la Cina infatti è il principale fornitore di armi del Pakistan. I già buoni rapporti tra i due Paesi potrebbero vedere un sensibile miglioramento in seguito a questo relativo abbandono statunitense, portando la Cina ad ampliare ulteriormente la propria area di influenza nella regione. Resta tuttavia in dubbio se la Cina sarà in grado di offrire gli stessi aiuti tecnologici e finanziari concessi dagli USA.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>Può il Pakistan definirsi ‘<em>Failed State’</em>?</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Negli Stati Uniti il Pakistan è stato classificato come <em>Failed State </em>al pari di altri Paesi come il Sudan, il Chad o il Congo. Tale classificazione ha scatenato  dure reazioni da parte dei media pakistani. La prima accusa statunitense al governo pakistano sarebbe proprio quella di corruzione. Il giornalista dell’ <em>Asia Times Online</em>, infatti, Syed Saleem Shahzad stava conducendo delle indagini riguardo ai rapporti tra l’ISI, il potente servizio di <em>intelligence </em>pakistano, e il terrorismo, quando è stato brutalmente ucciso. I sospetti statunitensi ricadono tutti sull’ISI e non sono mancate aperte accuse da parte degli USA, che hanno ribadito la natura corrotta e poco trasparente delle Forze militari in questione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Tuttavia resta ancora da vedere se gli Stati Uniti saranno in grado di allontanarsi definitivamente dal Pakistan, importante alleato anche sul piano geografico, data la sua vicinanza all’Afghanistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>Lo spettro di Osama Bin Laden</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Lo spettro di Osama Bin Laden sembra aleggiare ancora oggi sulla politica estera nordamericana. Gli Stati Uniti sembrano incontrare sempre maggiori difficoltà nel Vicino Oriente e i <span style="color: #000000">Mujahidin, che tanto gli USA avevano sostenuto durante gli anni ’80, oggi sono diventati il loro principale nemico. Gli Stati Uniti hanno fortemente sottovalutato la portata di questo nuovo terrorismo, che andrebbe necessariamente differenziato da altri tipi di terrorismo e classificato su più livelli: locale, regionale e globale. Il caso di Al Qaida ha portato a riflettere sulla particolarità di questo nuovo tipo di terrorismo. Ciò che oggi gli USA e i suoi alleati atlantici sanno di Al Quaida è che è un’organizzazione fluida, scarsamente strutturata e organizzata in cellule autonome, ha un processo di reclutamento non formalizzato, utilizza mezzi di comunicazione nuovi come internet e il web 2.0, i suoi principali mezzi di supporto sono le associazioni, le banche e la finanza islamica: “</span><span style="color: #000000"><em>is a matter of joining than being recruited</em></span><span style="color: #000000">”.  Bisogna però vedere se questa prospettiva, sostenuta  fino ad ora, sulla reale natura di Al Qaida, sarà confermata. Ma soprattutto, se la futura evoluzione di Al Qaida dopo la morte del suo </span><span style="color: #000000"><em>leader</em></span><span style="color: #000000"> seguirà le ipotesi avanzate da questo tipo di visione atlantista o se evolverà in una nuova ed inattesa forma di organizzazione.</span></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em><strong>*Fabrizia Di Lorenzo laureanda in Scienze internazionali e diplomatiche &#8211; Università di Bologna</strong></em></span></span></p>
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