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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Kosovo</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 11:21:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geostrategia e Militaria]]></category>
		<category><![CDATA[Camp Bondsteel]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/" title="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hillary_rodh31d4_adad9.578u35mp964o0skcggc8wocoo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="94" alt="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani" ></div></a>William Engdahl, 13 Aprile 2012 &#160; In uno degli annunci più bizzarri della politica estera della bizzarra amministrazione Obama, la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton, ha annunciato che Washington &#8216;aiuterà&#8217; il Kosovo ad aderire alla NATO e all&#8217;Unione europea. Ha fatto la promessa dopo un recente incontro a Washington con il Primo Ministro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/" title="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hillary_rodh31d4_adad9.578u35mp964o0skcggc8wocoo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="94" alt="La bizzarra strategia di Washington sul Kosovo potrebbe distruggere la NATO. Giocare con la dinamite e la guerra nucleare nei Balcani" ></div></a><p><font size="2"><strong><em>William Engdahl, 13 Aprile 2012</em> </strong><br />
&nbsp;<br />
In uno degli annunci più bizzarri della politica estera della bizzarra amministrazione Obama, la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton, ha annunciato che Washington &#8216;aiuterà&#8217; il Kosovo ad aderire alla NATO e all&#8217;Unione europea. Ha fatto la promessa dopo un recente incontro a Washington con il Primo Ministro del Kosovo Hashim Thaci, dove ha elogiato i progressi del suo governo nel progredire verso “l&#8217;integrazione e lo sviluppo economico europeo”. [1] </p>
<p>Il suo annuncio ha senza dubbio causato seri maldipancia tra i funzionari governativi e militari delle varie capitali europee della NATO. Pochi comprendono la pazzia del piano della Clinton nel spingere il Kosovo nella NATO e nell&#8217;UE. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Kosovo base geopolitica </strong><br />
&nbsp;</p>
<p>La controversa proprietà oggi chiamata Kosovo, era parte della Jugoslavia ed era legata alla Serbia fino a quando la campagna dei bombardamenti NATO nel 1999, ha demolito quel che restava della Serbia di Milosevic, aprendo la strada agli Stati Uniti, con la dubbia assistenza delle nazioni dell&#8217;UE, soprattutto della Germania, nel spartire l&#8217;ex Jugoslavia in minuscoli pseudo-stati dipendenti. Il Kosovo ne è uno, così come la Macedonia. Slovenia e Croazia già in precedenza si erano separate dalla Jugoslavia, con il forte aiuto del ministero degli esteri tedesco. </p>
<p>Alcune brevi rassegne sulle circostanze che hanno portato alla secessione del Kosovo dalla Jugoslavia, aiutano a capire quanto sarà rischiosa la sua adesione alla NATO o all&#8217;Unione europea per il futuro dell&#8217;Europa. Hashim Thaci, l&#8217;attuale Primo Ministro del Kosovo, ha ottenuto il suo posto, per così dire, attraverso il Dipartimento di Stato degli USA, e non tramite libere elezioni democratiche nel Kosovo. Il Kosovo non è riconosciuto come Stato legittimo dalla Russia, dalla Serbia e da oltre un centinaio di altre nazioni. Tuttavia, è stato immediatamente riconosciuto quando ha dichiarato l&#8217;indipendenza nel 2008, dall&#8217;amministrazione Bush e da Berlino. </p>
<p>L&#8217;adesione all&#8217;Unione europea del Kosovo, sarebbe il benvenuto a un altro Stato fallito, cosa che non può disturbare la Segretaria Clinton, ma di cui l&#8217;Unione europea, in questo momento sicuramente, può fare a meno. Le migliori stime sulla disoccupazione nel paese, la danno a circa il 60%. Non è che il terzo a livello mondiale. L&#8217;economia era sempre la più povera della Jugoslavia, ed oggi è peggio. Ma il vero problema, per il futuro della pace e della sicurezza, è la natura dello stato del Kosovo, che è stato creato da Washington alla fine degli anni &#8217;90. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Stato mafioso e Camp Bondsteel </strong><br />
&nbsp;</p>
<p>Il Kosovo è una piccola parcella di terra in una delle posizioni più strategiche di tutta Europa, dal punto di vista geopolitico l&#8217;obiettivo militare degli Stati Uniti è controllare i flussi del petrolio e gli sviluppi politici del Medio Oriente, a danno di Russia ed Europa occidentale. L&#8217;attuale riconoscimento degli USA dell&#8217;auto-dichiarata Repubblica del Kosovo, è una continuazione della politica statunitense nei Balcani, fin dall&#8217;illegale bombardamento della NATO e degli USA della Serbia, nel 1999, dallo schieramento fuori area della NATO, approvato dal Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU, presumibilmente sulla premessa che l&#8217;esercito di Milosevic sarebbe stato sul punto di effettuare un genocidio degli albanesi del Kosovo.<br />
Alcuni mesi prima dei bombardamenti statunitensi degli obiettivi serbi, uno dei più pesanti bombardamenti dalla Seconda Guerra Mondiale, un alto funzionario dell&#8217;intelligence statunitense aveva parlato, in conversazioni private con alti ufficiali dell&#8217;esercito croato, a Zagabria, della strategia di Washington per l&#8217;ex Jugoslavia. Secondo questi rapporti, comunicati privatamente all&#8217;autore, l&#8217;obiettivo del Pentagono già alla fine del 1998 era prendere il controllo del Kosovo, al fine di garantirsi una base militare per controllare l&#8217;intera regione del sud-est europeo, fino alle terre petrolifere del Medio Oriente. </p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/010724-A-1549E-001.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/010724-A-1549E-001.jpg" alt="" title="010724-A-1549E-001" width="610" height="406" class="aligncenter size-full wp-image-15214" /></a></p>
<p>Dal giugno 1999, quando la Kosovo Force (KFOR) della NATO occupò il Kosovo, quindi una parte integrante dell&#8217;allora Jugoslavia, il Kosovo era tecnicamente nel quadro di un mandato delle Nazioni Unite, secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU. Russia e Cina avevano inoltre convenuto su tale mandato, che specificava il ruolo della KFOR nel garantire la fine dei combattimenti inter-etnici e le atrocità tra la minoranza serba, le altre e la maggioranza albanese islamica del Kosovo. Sotto il 1244 il Kosovo sarebbe rimasto parte della Serbia, in attesa di una risoluzione pacifica del suo status. Questa risoluzione delle Nazioni Unite è stata palesemente ignorata dagli Stati Uniti, dalla Germania e da altri elementi dell&#8217;Unione europea, nel 2008. </p>
<p>Il riconoscimento tempestivo del Kosovo da parte della Germania e di Washington, e l&#8217;indipendenza nel febbraio 2008, significativamente avvennero il giorno dopo le elezioni del presidente della Serbia, che confermarono il filo-Washington Boris Tadic, che aveva avuto un secondo mandato di quattro anni. Con Tadic assicurato, Washington poteva contare su una reazione serba compatibile al suo sostegno al Kosovo. </p>
<p>Subito dopo il bombardamento della Serbia, nel 1999, il Pentagono aveva sequestrato 1000 acri di terra a Uresevic, in Kosovo, vicino al confine con la Macedonia, e aggiudicò un contratto alla Halliburton, quando Dick Cheney ne era l&#8217;amministratore delegato, per costruire una delle più grandi basi militari degli USA all&#8217;estero, Camp Bondsteel, oggi con più di 7000 soldati. </p>
<p>Il Pentagono si era già assicurato sette nuove basi militari in Bulgaria e Romania, sul Mar Nero e nei Balcani settentrionali, comprese le basi aeree di Graf Ignatievo e Bezmer in Bulgaria, e la base aerea di Mihail Kogalniceanu in Romania, utilizzate per &#8220;ridurre&#8221; le operazioni militari in Afghanistan e in Iraq. L&#8217;installazione rumena ospita la Joint Task Force East del Pentagono. Il colossale Camp Bondsteel degli Stati Uniti, in Kosovo, e l&#8217;utilizzo e il potenziamento dei porti croati e montenegrini dell&#8217;Adriatico, per le implementazioni della Marina degli Stati Uniti, completano la militarizzazione dei Balcani. [2] </p>
<p>L&#8217;agenda strategica degli Stati Uniti per il Kosovo è in primo luogo militare, secondariamente, a quanto pare, riguarda il traffico di stupefacenti. Il suo obiettivo principale è opporsi alla Russia e il controllo dei flussi di petrolio dal Mar Caspio e dal Medio Oriente all&#8217;Europa occidentale.  Dichiarandone l&#8217;indipendenza, Washington ottiene uno stato debole che può controllare completamente. Finché fosse rimasto parte della Serbia, il controllo militare della NATO sarebbe stato politicamente insicuro. Oggi il Kosovo è controllato come una satrapia militare della NATO, la cui KFOR vi ha posto 16.000 soldati, per una popolazione di soli 2 milioni di abitanti. Camp Bondsteel fa parte di una serie di cosiddette basi operative avanzate o &#8220;ninfee&#8221; (elistazioni NdT), come li chiamava Donald Rumsfeld, per l&#8217;azione militare a est e a sud. Ora, portando formalmente il Kosovo nell&#8217;UE e nella NATO, rafforzerà la base militare, dopo che la Repubblica di Georgia dominata dal protetto degli USA Saakashvili, aveva così miseramente fallito, nel 2008, nel ricoprire quel ruolo per conto della NATO. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Heroin Transport Corridor</strong><br />
&nbsp;</p>
<p>Il controllo militare USA-NATO del Kosovo serve a diversi scopi dell&#8217;agenda geo-strategica di Washington. In primo luogo, consente un maggiore controllo degli Stati Uniti sul petrolio e sulle potenziali rotte degli oleodotti e dei gasdotti dal Mar Caspio e dal Medio Oriente all&#8217;UE, nonché il controllo dei corridoi di trasporto che collegano l&#8217;Unione europea al Mar Nero. Inoltre, protegge il traffico di eroina multi-miliardario che, significativamente, è cresciuto fino a registrare dei record in Afghanistan dall&#8217;inizio dell&#8217;occupazione statunitense, secondo funzionari dei narcotici delle Nazioni Unite. </p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Balkans_regions_map.png"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Balkans_regions_map.png" alt="" title="Balkans_regions_map" width="610" height="458" class="aligncenter size-full wp-image-15215" /></a></p>
<p>Kosovo e Albania sono le principali rotte di transito dell&#8217;eroina verso l&#8217;Europa. Secondo un rapporto annuale del 2008 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sul traffico internazionale di stupefacenti, alcune importanti rotte del traffico di droga passano attraverso i Balcani. Il Kosovo viene indicato come un punto chiave per il passaggio di eroina dalla Turchia e dall&#8217;Afghanistan all&#8217;Europa occidentale. Questo flusso di droga passa sotto l&#8217;occhio vigile del governo Thaci.</p>
<p>Dall&#8217;epoca dei suoi rapporti con la tribù Meo, in Laos, durante l&#8217;epoca del Vietnam, la CIA ha protetto il traffico di stupefacenti in luoghi chiave, per finanziare in parte le sue operazioni segrete. La dimensione del traffico internazionale di sostanze stupefacenti, oggi, è tale che le principali banche statunitensi come Citigroup, ricaverebbero una quota significativa dei loro profitti dal riciclaggio del traffico. </p>
<p>Una delle caratteristiche più notevoli della corsa indecente di Washington e degli altri Stati a riconoscere immediatamente l&#8217;indipendenza del Kosovo, è il fatto che ben sapevano che il suo governo e i suoi due principali partiti politici, sono in realtà gestiti dalla criminalità organizzata albanese del Kosovo. Hashim Thaci, Primo Ministro del Kosovo e capo del Partito Democratico del Kosovo, è l&#8217;ex leader dell&#8217;organizzazione terroristica che gli Stati Uniti e la NATO addestrarono e chiamarono Esercito di liberazione del Kosovo, KLA, o in albanese UCK. Negli ambienti della criminalità del Kosovo, è conosciuto come Hashim &#8216;il Serpente&#8217; per la sua spietatezza personale verso gli avversari. </p>
<p>Nel 1997, l&#8217;Inviato Speciale per i Balcani del presidente Clinton, Robert Gelbard, descrisse l&#8217;UCK, come indubbiamente un gruppo terrorista. Era molto di più. E&#8217; una mafia clanistica, impossibile quindi infiltrarvisi, che controlla l&#8217;economia sommersa del Kosovo. Oggi il Partito Democratico di Thaci, secondo fonti delle polizie europee, mantiene i suoi legami con il crimine organizzato.<br />
Un rapporto del BND tedesco del 22 febbraio 2005, etichettato Top Secret, che da allora è trapelato,  dichiarava: “Tramite elementi chiave, per esempio Thaci, Haliti, Haradina, vi è uno stretto legame tra politica, l&#8217;economia e la criminalità organizzata internazionale nel Kosovo. Le organizzazioni criminali favoriscono l&#8217;instabilità politica e non hanno alcun interesse nella costruzione di uno stato ordinato e funzionante, che potrebbe nuocere ai loro affari crescenti.” [3]</p>
<p>L&#8217;UCK ha iniziato le azioni nel 1996 con il bombardamento dei campi profughi serbi che ospitavano i rifugiati dalle guerre in Bosnia e Croazia. L&#8217;UCK aveva ripetutamente fatto appello alla &#8216;liberazione&#8217; di aree di Montenegro, Macedonia e della Grecia settentrionale. Thaci non è certo una figura della stabilità regionale, per dirla morbidamente. </p>
<p>Il 44enne Thaci era un protetto personale della Segretaria di Stato di Clinton Madeleine Albright, durante gli anni &#8217;90, quando era  solo un gangster 30enne. L&#8217;UCK è stato sostenuto fin dall&#8217;inizio dalla CIA e dal BND tedesco. Durante la guerra del 1999, l&#8217;UCK è stata sostenuta direttamente dalla NATO. Nel momento in cui venne assunto dagli Stati Uniti, nella metà degli anni &#8217;90, Thaci aveva fondato il &#8216;Gruppo di Drenica&#8217;, un sindacato criminale del Kosovo con legami con le mafie albanese, macedone e italiana. Un rapporto classificato del gennaio 2007, preparato per la Commissione UE, intitolato &#8216;VS-Nur fur den Dienstgebrauch&#8217;, venne fatto trapelare ai media. Contiene in dettaglio l&#8217;attività criminale organizzata del KLA e del suo successore, il Partito democratico di Thaci. </p>
<p>Nel dicembre 2010, la relazione del Consiglio d&#8217;Europa venne pubblicata, il giorno dopo che la commissione elettorale del Kosovo aveva detto che il partito dell&#8217;onorevole Thaci aveva vinto le prime elezioni post-indipendenza, e accusava le potenze occidentali di complicità nell&#8217;ignorare le attività criminali della cerchia guidata da Thaci: &#8220;Thaci e questi altri membri &#8216;del Gruppo di Drenica&#8217; sono costantemente indicati come &#8216;attori chiave&#8217; nei rapporti di intelligence sulle strutture della criminalità organizzata della mafia del Kosovo&#8221;, dice il rapporto. &#8220;Abbiamo scoperto che il &#8216;Gruppo di Drenica&#8217; ha avuto come capo o, per usare la terminologia delle reti della criminalità organizzata, un suo &#8216;boss&#8217; nel rinomato politico &#8230; Hashim Thaci&#8221;. [4]</p>
<p>La relazione afferma che Thaci esercitava un &#8220;controllo violento&#8221; sul traffico di eroina. Dick Marty, l&#8217;investigatore dell&#8217;Unione europea, ha presentato il rapporto ai diplomatici di tutti gli Stati membri dell&#8217;UE. La risposta è stata il silenzio. Washington è dietro Thaci. [5] </p>
<p>La stessa relazione del Consiglio d&#8217;Europa sulla criminalità organizzata del Kosovo accusava  l&#8217;organizzazione mafiosa di Thaci di trattare il commercio di organi umani. Figuri della cerchia intima di Thaci, sono stati accusati di aver tenuto dei prigionieri oltre il confine con l&#8217;Albania, dopo la guerra, dove si dice che un certo numero di serbi sono stati uccisi affinché i loro reni fossero venduti sul mercato nero. In un caso, rivelato nei procedimenti giudiziari in un tribunale distrettuale di Pristina del 2008, si diceva che gli organi erano stati presi dalle povere vittime in una clinica conosciuta come Medicus, &#8220;collegata all&#8217;espianto di organi da parte del Kosovo Liberation Army (KLA), nel 2000”. [6]</p>
<p>La questione diventa allora, perché Washington, la NATO, l&#8217;UE e annessi e, soprattutto, il governo tedesco, sono così desiderosi di legittimare il distacco del Kosovo? Un Kosovo gestito internamente dalle reti della criminalità organizzata, è facile da controllare per la NATO. Essendo sicuro che uno Stato debole è molto più facile da sottomettere al dominio della NATO. In combinazione con l&#8217;Afghanistan controllato dalla NATO, da cui arriva l&#8217;eroina, con il Kosovo controllato dal Primo Ministro Thaci, il Pentagono sta costruendo una rete di accerchiamento attorno alla Russia, che è tutto tranne che pacifica. </p>
<p>La dipendenza di Thaci dalle buone grazie degli Stati Uniti e della NATO, assicura che il governo di Thaci farà ciò che gli viene chiesto. Questo, a sua volta, assicura agli Stati Uniti un vantaggio importante, consolidando la propria presenza militare permanente nel strategicamente vitale sud-est Europa. Si tratta di un passo importante nel consolidamento del controllo NATO sull&#8217;Eurasia, e fornisce agli Stati Uniti un notevole margine di oscillazione nell&#8217;equilibrio di potere europeo. Meraviglia poco che Mosca non abbia accolto con favore la vicenda, così come numerosi altri Stati. Gli Stati Uniti stanno letteralmente giocando con la dinamite, e potenzialmente anche con la guerra nucleare nei Balcani. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>F. William Engdahl, è autore di <em><a href="http://www.amazon.com/Century-War-Anglo-American-Politics-World/dp/074532309X/sr=1-1/qid=1165788589/ref=pd_bbs_1/103-9935134-1529436?ie=UTF8&#038;s=books">A Century of War: Anglo-American Oil Politics in the New World Order</a></em>. Collabora con BFP e può essere contattato attraverso il suo sito web <a href="http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/">www.engdahl.oilgeopolitics.net</a>, dove questo articolo è stato originariamente pubblicato. </strong><br />
&nbsp;</p>
<p>FONTE: <a href="http://www.boilingfrogspost.com/2012/04/13/washingtons-bizarre-kosovo-strategy-could-destroy-nato/#more-13795">http://www.boilingfrogspost.com/2012/04/13/washingtons-bizarre-kosovo-strategy-could-destroy-nato/#more-13795</a></p>
<p></font><font size="1"></p>
<p>NOTE:</p>
<p>[1] RIA Novosti, US to Help Kosovo Join EU NATO: Clinton, 5 aprile 2012, <a href="http://en.rian.ru/world/20120405/172621125.html">http://en.rian.ru/world/20120405/172621125.html</a>. </p>
<p>[2] Rick Rozoff, Pentagon and NATO Complete Their Conquest of The Balkans, Global Research, 28 novembre 2009, <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&#038;aid=16311">www.globalresearch.ca/index.php?context=va&#038;aid=16311</a>. </p>
<p>[3] Tom Burghardt, The End of the Affair: The BND, CIA and Kosovo&#8217;s Deep State, <a href="http://wikileaks.org/wiki/The_End_of_the_Affair%3F_The_BND%2C_CIA_and_Kosovo%27s_Deep_State">http://wikileaks.org/wiki/The_End_of_the_Affair% 3F_The_BND% 2C_CIA_and_Kosovo% 27s_Deep_State</a> . </p>
<p>[4] The Telegraph, Kosovo&#8217;s prime minister &#8216;key player in mafia-like gang ,&#8217; 14 dicembre 2010.</p>
<p>[5] Ibid.</p>
<p>[6] Paul Lewis, Kosovo PM is head of human organ and arms ring Council of Europe reports , The Guardian, 14 dicembre 2010.</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Intervista al Dr. Viaceslav Chirikba,  Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Abkhazia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 16:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Nella sostanza come secondo previsione l’incontro tra noi e i georgiani si è risolto con un nulla di fatto. Nella pratica però qualcosa abbiamo ottenuto, poco ma ugualmente importante: a livello internazionale si continua a parlare di Abkhazia, l’attenzione nei nostri confronti è elevata e questo oggi è fondamentale”. Nessun giro di parole, va subito al sodo il Dr. Viaceslav Chirikba, Ministro degli Esteri della Repubblica di Abkhazia, il 27-28 marzo scorsi protagonista a Ginevra, presso le Nazioni Unite per un nuovo incontro con i rappresentanti della Georgia riguardo l’indipendenza del suo Paese (indipendenza che i georgiani continuano a negare), mentre il 30 marzo e il 3 aprile è stato a Roma, per presentare il paese di cui è rappresentante agli organi di informazione italiani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-dr-viaceslav-chirikba-ministro-degli-affari-esteri-della-repubblica-di-abkhazia/14788/" title="Intervista al Dr. Viaceslav Chirikba,  Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Abkhazia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/560px_flag_of_abkhazia_svg_3.2q5kf8ewxz8ks4owsksgswcso.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="40" alt="Intervista al Dr. Viaceslav Chirikba,  Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Abkhazia" ></div></a><p><font size="2"><em>A cura di Filippo Pederzini</em></p>
<p>“Nella sostanza come secondo previsione l’incontro tra noi e i georgiani si è risolto con un nulla di fatto. Nella pratica però qualcosa abbiamo ottenuto, poco ma ugualmente importante: a livello internazionale si continua a parlare di Abkhazia, l’attenzione nei nostri confronti è elevata e questo oggi è fondamentale”. Nessun giro di parole, va subito al sodo il Dr. Viaceslav Chirikba, Ministro degli Esteri della Repubblica di Abkhazia, il 27-28 marzo scorsi protagonista a Ginevra, presso le Nazioni Unite per un nuovo incontro con i rappresentanti della Georgia riguardo l’indipendenza del suo Paese (indipendenza che i georgiani continuano a negare), mentre il 30 marzo e il 3 aprile è stato a Roma, per presentare il paese di cui è rappresentante agli organi di informazione italiani.</p>
<p>Il nuovo ‘round’ ha visto di fronte nuovamente abkhazi e russi da una parte e georgiani e statunitensi dall’altra. Sul piatto, il riconoscimento all’indipendenza dello stato caucasico che si affaccia sul Mar Nero, che di fatto lo è – dal momento della sua auto proclamazione risalente al 1992, e ribadita per altro nel 2008, dopo il tentativo di aggressione georgiana, sventata celermente dall’intervento russo, col conseguente riconoscimento di Russia, Venezuela, Nicaragua, Nauru, Vanuatu e Tovalu – nonostante l’ambigua posizione di Nazioni Unite ed Unione Europea. Nei panni queste ultime, ancora una volta e per chissà quanto tempo, di un arbitro sulla cui imparzialità si potrebbe discutere, considerando la propensione – è avvenuto in più di un’occasione &#8211; alla politica dei due pesi e delle due misure. È stato così per il Kosovo dal riconoscimento ‘indispensabile’, lo è oggi per quei territori definiti a <em>status conteso</em> come appunto l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud, il Nagorno Karabagh, la Transnistria, sui quali si preferisce diplomaticamente sottrarsi alla considerazione della realtà attuale, o rimandare eventualmente il tutto a data da destinarsi. Senza dimenticare poi, utile ricordarlo, che nel caso specifico dell’Abkhazia ogni volta in cui sono in programma incontri presso le Nazioni Unite i georgiani non mancano mai di avanzare la richiesta di evitare di invitare al tavolo delle trattative i rappresentanti abkhazi.</p>
<p><strong>Innanzitutto, signor Ministro, la ringraziamo per averci concesso questa intervista. È stato così anche questa volta, i georgiani non vi volevano come controparte? Quale è stato l’esito dei colloqui di Ginevra?</strong></p>
<p>Negli incontri del 27-28 marzo con la Georgia, avvenuti alla presenza di Stati Uniti, Russia ed Unione Europea, non si è giunti ad alcuna soluzione. Con i Georgiani non siamo riusciti assolutamente a dialogare. L’impedimento è sorto anche dalla presenza a Ginevra dei rappresentanti dei Paesi Baltici e della Polonia che hanno esercitato una sorta di ostruzionismo nei nostri confronti come sempre. È noto che questi Paesi hanno sostituito l&#8217;anticomunismo con la russofobia, e tutto ciò come nel nostro caso rappresenta amicizia e rapporti di buon vicinato con la Russia, si trasforma in blocco, a prescindere dai contenuti. Come già le volte precedenti tengo a ribadire che è molto difficile arrivare ad un tipo di risoluzione che vada incontro alle esigenze di entrambi. Le posizioni sono diametralmente opposte. C’è comunque da parte dei georgiani ancora oggi, nonostante la figura del presidente georgiano si stia incrinando sempre di più anche in merito a questa vicenda, nessuna volontà di riconoscere l’indipendenza del nostro paese. Siamo due realtà completamente differenti. Questo però non esclude di istaurare, e ci stiamo impegnando ormai da anni a tal senso, un dialogo costruttivo finalizzato al riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia. Passo a cui seguirebbe una ripresa dei rapporti tra i due stati e di conseguenza alla riapertura del confine. Non siamo noi però a non volere il dialogo con i georgiani, tengo a sottolineare, ma loro, fermi su posizioni assolutamente controproducenti e condizionati da terzi.</p>
<p><strong>Ma quali sono oggi appunto, le posizioni georgiane in merito alla vicenda abkhaza?</strong></p>
<p>In primo luogo l’irrinunciabilità e la rivendicazione dell’intero territorio abkhazo, come parte integrante dello stato georgiano. Sono forti di questa posizione, sostenuta per altro dagli Stati Uniti, grazie al mancato riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia sia parte delle Nazioni Unite, come della stessa Unione Europea. La Georgia come ribadito in passato l’unica concessione che sarebbe eventualmente disposta a fare sarebbe quella di una sorta di autonomia culturale dell’Abkhazia. Una formalità semplicemente irrisoria priva di valore; molto meno di quanto è concesso per fare un paragone, dallo stato italiano, alle provincie autonome di Trento e Bolzano. Il sostegno degli Stati Uniti alla Georgia fa sì poi che molti paesi a livello internazionale evitando di analizzare ed approfondire le questioni inerenti alla situazione abkhaza, si allineano su posizioni filo georgiane. Posizione per altro che trovano schierati anche tanti media occidentali: nel 2008 ad esempio alla stregua degli osseti del sud siamo finiti da ‘aggrediti’ ad aggressori, quando è vero l’esatto contrario. Nemmeno il web a tal senso ci viene incontro. Nonostante l’impegno profuso da parte nostra, dei russi e di altri che contribuiscono alla circolazione di notizie vere relative alla realtà abkhaza, come pure l’attività condotta da Mauro Murgia e recentemente la rivista Eurasia, che intervistandolo ha fatto sì che si parlasse di Abkhazia in un trimestrale di studi geopolitici così autorevole e soprattutto degli abkhazi, molte informazioni veicolate su internet non solo non sono veritiere, ma rasentano il falso. Su wikipedia la libera enciclopedia multimediale ad esempio è riportato che l’indipendenza dell’Abkhazia va contro il diritto internazionale. Curioso vero? E quella del Kosovo, senza aver nulla contro i kosovari sia chiaro, invece no? È stato smembrato uno stato, la culla della Serbia, oltretutto per crearne uno, privo di radici storiche, culturali, senza tradizione alcuna, che non ha avuto particolari difficoltà ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale…    </p>
<p><strong>L’indipendenza del Kosovo però, non avrebbe potuto costituire un precedente su cui fare leva, in sede delle Nazioni Unite?</strong></p>
<p>Diciamo che non ci siamo mai fatti illusioni: nei nostri confronti, ci si è mossi e questo appare abbastanza evidente oggi, quasi esclusivamente in funzione antirussa. Come antirussa, col beneplacito dell’occidente continua ad essere la politica estera georgiana: l’ultima novità giusto perché gli esempi non mancano mai e sono sempre di varia natura è che a maggio prossimo la Georgia inaugurerà un monumento sul confine della Circassia a ricordo dei circassi che hanno resistito all’occupazione sovietica. Come la si vuol definire questo tipo di azione? Sono pronto a scommettere che non mancherà di trovare spazio su qualche organo di informazione europeo o statunitense di rilievo, con ovviamente il giusto risalto. Non trova però spazio se non in termini a noi avversi la nostra vicenda. Tornando al Kosovo e scusandomi per questa parentesi, tengo però a chiarire una cosa: rispetto alla ‘neo nazione europea’, l’Abkhazia, oltre a vantare due millenni di storia ha sempre goduto di uno statuto speciale già dai tempi dello Zar, rinnovato anche nel 1931 quando è entrata a far parte dell’Unione Sovietica (solo l’avvento di Stalin ha cambiato le cose: con la deportazione di migliaia di abkhazi e l’accorpamento del territorio alla Georgia). Se non altro storicamente e a livello di diritto internazionale qualche ragione in più pensiamo di averla e cerchiamo di farla valere. Già il fatto comunque che oggi, lo ribadisco si parli di Abkhazia a Ginevra, presso le Nazioni Unite, come è avvenuto a Roma nei giorni scorsi è un importante passo in avanti. </p>
<p><strong>Queste resistenze a livello internazionale nei vostri confronti, paiono celare però anche altri argomenti al momento sottaciuti, sia dalla Georgia che dal loro primo sponsor, gli Stati Uniti. Ecco, non è che ci siano ragioni di natura economica alla base della ferma volontà di non riconoscere la vostra indipendenza, da parte dei georgiani come dei loro ‘alleati’?     </strong></p>
<p>Posso risponderle che l’Abkhazia oggi è tra i primi paesi al mondo per l’elevata quantità in suo possesso e qualità, di acqua dolce. Difficile pensarlo per uno stato di così piccole dimensioni, ma è così. Lo sfruttamento di questa ricchezza naturale, senza inquinamento alcuno ci permette di produrre energia di tipo idroelettrico in abbondanza. A parte quella utile al fabbisogno del nostro paese, il resto lo vendiamo alla Russia: una quantità tale che permette di soddisfare le esigenze di una larga fetta del territorio russo meridionale. È chiaro dunque che una risorsa naturale come l’acqua, guardando anche alle condizioni in cui cominciano a versare molti paesi causa siccità, mutamenti atmosferici e altro e per usare la nota frase <em>“Che la prossima guerra si combatterà per l’acqua”</em>, già adesso si rileva oltre che importante per la sopravvivenza, strategica per i paesi che ne possiedono in grandi quantità. Ma non è l’unico fattore. Ci sono ben altre risorse naturali su cui si concentra l’attenzione. A poche miglia nautiche dalla costa, in acque territoriali abkhaze a tutti gli effetti sono stati individuati nel sottosuolo marino enormi giacimenti di gas naturale e di petrolio. Sgombrando il campo da ogni sorta di equivoco e cioè che sono dell’Abkhazia e del suo popolo, il Governo non è attualmente e non lo sarà nemmeno in futuro interessato a sfruttare questo tipo di risorse. Puntiamo per altro invece ad uno sfruttamento maggiore dell’acqua come delle tante bellezze naturali di cui è ricco il paese. Il mare, i laghi, le montagne i parchi. Il fatto che ora già oltre 2 milioni di russi ogni anno trascorrono le vacanze presso di noi, indica che la via che siamo intenzionati a percorrere è quella dello sviluppo turistico, prima che industriale, dato che il territorio va preservato. Le Olimpiadi Invernali di Soci nel 2014 rappresentano anche per noi una seria e concreta opportunità di crescita. Molto a livello di riqualificazione e valorizzazione si sta già facendo, ma tanto ancora ci sarà da fare soprattutto a livello infrastrutturale. Per questo ci rivolgiamo agli investitori stranieri, italiani compresi, offrendo loro un regime fiscale molto agevolato per imprendere in Abkhazia.</p>
<p><strong>Diceva dei russi. Che rapporto c’è attualmente con loro, al di là del fatto che molti media occidentali parlano espressamente di sudditanza?  </strong>     </p>
<p>Con l’avvento di Vladimir Putin, il rapporto è stato fin da subito costruttivo e di estrema collaborazione. Sono lontani ormai i tempi di Eltsin quando le relazioni con la Russia erano ridotte al lumicino. Basti pensare che dal suo primo insediamento al Cremlino Putin ha iniziato a guardare all’Abkhazia con occhi diversi. O meglio ha capito subito e trasmesso che il nostro stato non è parte integrante della Georgia, ma indipendente e come tale deve avere vita propria. La Federazione Russa inoltre dopo la crisi diplomatica coi georgiani non ha esitato solo un attimo a riconoscerci, contribuendo ad elevarci a nazione tra le nazioni. È venuta incontro alle esigenze della popolazione, in primo luogo mediante la concessione del passaporto russo, che consente ai cittadini abkhazi la libera circolazione al di fuori dei confini del proprio Stato, come avviene per i cittadini delle altre nazioni. Gli Abkhazi possono entrare liberamente nel territorio russo, così come in tutti quei Paesi che hanno riconosciuto l&#8217;Abkhazia. Non va dimenticato poi il sostegno in termini economici sociali e tecnici offerto dalla Federazione Russa all’Abkhazia, teso allo sviluppo dello Stato, come pure quello militare. Come potrebbe fare altrimenti la nazione abkhaza a difendere e monitorare le proprie acque territoriali, in mancanza di una marina propria? Non è passato molto tempo, è utile ricordarlo, da quando unità navali georgiane si frapponevano e bloccavano tutte le imbarcazioni che volevano approdare nei nostri porti, arrestandone addirittura gli equipaggi. Inoltre è sicuramente meglio che siano le unità russe a controllare il confine con la Georgia, al fine di evitare ulteriori tensioni. Soprattutto il supporto offertoci dalla Federazione Russa ha contribuito a far parlare gli abkhazi del loro paese e non altri, come purtroppo continua in larga parte ad avvenire.</p>
<p><strong>Da ultimo, che bilancio trae da questa sua visita in Italia?</strong></p>
<p>Mi sento di dire che si è trattato di un viaggio, il primo nel vostro paese, di assoluta importanza e che ha determinato un passo anche seppur piccolo, in avanti con l’Unione Europea. Sta passando, in Europa, la giusta logica del ‘Fare parlare l&#8217;Abkhazia’, iniziando ad emarginare il cosiddetto ‘Parlare dell&#8217;Abkhazia’, senza minimamente conoscere il Paese e più in generale i problemi del Caucaso. A Pesaro, San Marino e Roma, gli incontri effettuati, sia politici che economici, sono stati seguiti con estrema attenzione da molti soprattutto esponenti del mondo economico. A Roma poi in particolar modo: in occasione della conferenza presso la stampa estera con i giornalisti italiani e quando, accompagnato dal Senatore del Partito Radicale Marco Perduca, ho incontrato privatamente il Senatore Lamberto Dini, presidente della Commissione Esteri del Senato. Il piacere dell’affermazione da lui pronunciata, &#8220;L&#8217;Abkhazia ha diritto alla sua autodeterminazione, senza se e senza ma&#8221;, dimostra che il nostro lavoro inizia a dare frutti concreti, impensabili ed impossibili solo poco tempo fa.<br />
</font></p>
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		<title>Controversie etniche in Macedonia</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 16:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un marzo di sconti tra etnie quello che vive la Macedonia. Un marzo che fa ripiombare la popolazione della piccola repubblica balcanica nell'atmosfera da guerra civile vissuta nel 2001 sulla scia del conflitto in Kosovo. A scontrarsi sono ancora le due etnie che convivono all'interno dei confini dello Stato: quella cristiano – ortodossa macedone (la maggioranza della popolazione) e quella musulmana - albanese che rappresenta il 25% dei macedoni. 
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/controversie-etniche-in-macedonia/14637/" title="Controversie etniche in Macedonia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mappa_macedonia.4ycup6humewwggoos40owkc44.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Controversie etniche in Macedonia" ></div></a><p><font size="2"><em>È un marzo di sconti tra etnie quello che vive la Macedonia. Un marzo che fa ripiombare la popolazione della piccola repubblica balcanica nell&#8217;atmosfera da guerra civile vissuta nel 2001 sulla scia del conflitto in Kosovo. A scontrarsi sono ancora le due etnie che convivono all&#8217;interno dei confini dello Stato: quella cristiano – ortodossa macedone (la maggioranza della popolazione) e quella musulmana &#8211; albanese che rappresenta il 25% dei macedoni. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il Parlamento nega la Giornata della Bandiera Albanese come celebrazione nazionale </strong>[1]</p>
<p>La Giornata della Bandiera Albanese è un giorno importante per l&#8217;etnia albanese che vive in Macedonia e che ogni 28 novembre celebra le proprie origini inneggiando alla propria bandiera. La festa non ufficialmente è riconosciuta nel novero delle celebrazioni nazionali: dopo una prima apertura del primo ministro Nikola Gruevski, macedone, alla richiesta del DUI (partito di governo albanese) di inserire la discussione riguardo la Giornata della Bandiera Albanese nell&#8217;agenda del governo, l&#8217;assemblea dei rappresentanti del popolo macedone ha chiuso la porta in faccia alle richieste della minoranza albanese: a portare la decisione in tale direzione è stata la strenua opposizione del Partito Socialdemocratico Macedone, che ritiene la celebrazione della la Giornata della Bandiera Albanese un affronto per l&#8217;etnia macedone e che questo porti inevitabilmente ad uno scontro frontale: “<em>La Macedonia ha già abbastanza festività nazionali</em> – ha tuonato Gordan Georgiev, vicepresidente del partito – <em>e questa porterebbe all&#8217;inasprirsi delle tensioni inter- etniche</em>.”[2]</p>
<p>La decisione da parte del Parlamento macedone di non aggiungere la data in cui si celebra la giornata della bandiera albanese al calendario delle celebrazioni nazionali potrebbe avere una ulteriore ripercussione sui difficili rapporti tra le due etnie macedoni: in seguito a questa decisione del parlamento macedone, gruppi di estremisti albanesi hanno dato alle fiamme la bandiera macedone in numerosi villaggi in Kosovo ed in Albania e si teme che questo fenomeno possa presto verificarsi anche entro i confini macedoni. </p>
<p><strong>Un mese di marzo di violenze</strong></p>
<p>Il “no” alla Giornata della Bandiera Albanese non è altro che l&#8217;ultimo episodio di un mese di marzo che ha visto lo scontro frontale tra i due nazionalismi in Macedonia. La violenza etnica in Macedonia non è certo una novità. La tensione è tornata a salire dal febbraio scorso e nelle ultime settimane ha raggiunto la violenza ha raggiunto il suo apice nei giorni centrali di marzo: la nuova ondata di violenza ha avuto origine da un fatto “privato” accaduto il 28 febbraio 2011 quando a Gostivar, piccola municipalità situata a sud di Tetovo, la “capitale” della Macedonia albanese, Jakim Trifunovski, un agente di polizia di etnia slava, ha ucciso Imran Mehmeti e Besnik Shehapi, due ragazzi albanesi, aprendo il fuoco con la propria arma di ordinanza. La ricostruzione effettuata dalla polizia macedone ha escluso che alla base ci fossero motivazioni etniche ed ha avvalorato l&#8217;ipotesi di una futile questione privata: i due albanesi avrebbero avuto con il poliziotto, fuori servizio, una discussione per l&#8217;occupazione sistematica del loro parcheggio da parte di quest&#8217;ultimo. </p>
<p>L&#8217;episodio è stato la miccia che ha riacceso il fuoco del nazionalismo albanese nella regione: nella capitale Skopje e a Tetovo, maggiore città a maggioranza albanese situata a circa cinquanta chilometri ad ovest di Skopje, si sono verificati casi di aggressioni ai danni di giovani macedoni e attacchi sugli autobus. A Pristina, Kosovo, l&#8217;ambasciata di Macedonia è stata bersaglio di lanci di bottiglie incendiarie da parte della popolazione albanese.<br />
Davanti ai fatti violenti i politici macedoni hanno reagito come si prevedeva con il VMRO-DPMNE (macedone) e il DUI (albanese), i due partiti di governo, che hanno cercato di riprendere il controllo della situazione, mentre il SDSM (macedone) e il DPA (albanese) che sono all&#8217;opposizione hanno attaccato pesantemente l&#8217;operato del governo.</p>
<p><strong>Una violenza giovane figlia di scelte politiche</strong></p>
<p>Quello che maggiormente colpisce nella natura dei nuovi scontri è la massiccia partecipazione della popolazione macedone più giovane: la violenta escalation, infatti, ha coinvolto in misura predominante i giovani, il livello della violenza è cresciuto ed ha caratterizzato entrambe le fazioni, non solo quella riconducibile alle posizioni nazionaliste della comunità albanese presente nella regione: il peggior episodio di violenza registrato nelle ultime settimane ha visto protagonisti trenta giovani di etnia macedone che armati di mazza da baseball e spranghe di ferro sono saliti su un autobus ed ha colpito tutti i giovani, vecchi, minori e donne di etnia macedone &#8211; albanese presenti a bordo. </p>
<p>Il massiccio coinvolgimento dei giovani negli scontri di marzo e il loro avvicinarsi alle tematiche nazionaliste hanno una delle loro radici nel sistema di istruzione che dal 2001, anno degli accordi di Ohrid, ha visto il sistema educativo macedone compiere passi nella direzione della segregazione piuttosto che della integrazione: in questo scenario, riproposto dai vari governi nel corso degli anni, i giovani sono stati ben presto entrati in contatto con i nazionalismi a base etnica presenti in Macedonia.</p>
<p>A questo si aggiunge la frustrazione per la mancanza di prospettive dovute all&#8217;alto tasso di disoccupazione (circa il 30%[3]), le ripercussioni sull&#8217;economia macedone della crisi greca, l&#8217;impossibilità di vedere soddisfatta la richiesta di annessione alla Comunità Europea di entrata nella NATO a causa del veto greco per questioni simbolico – nazionaliste legate al nome e al passato della Macedonia.[4]</p>
<p>Per concludere il discorso relativo alle responsabilità: lo scoppio delle violenze etniche del mese di marzo sembra essere, quindi, la conseguenza delle politiche discriminatorie e nazionaliste delle regole politiche e della struttura di potere presente nel paese. Alcuni analisti non hanno escluso dalla lista dei responsabili del ritorno delle tensioni l&#8217;accresciuto nazionalismo macedone, che negli ultimi anni ha potuto contare sull&#8217;opera del partito al potere VMRO-DPMNE, che ha investito una quantità considerevole di risorse per dimostrare quanto siano stati antichi, vittoriosi e gloriosi i macedoni e che nel programma ufficiale aveva in passato rivendicato la riunificazione alla Macedonia dei territori a maggioranza macedone attualmente appartenenti alla Grecia e alla Bulgaria affermando il carattere nazionale specifico dei macedoni[5]. </p>
<p><strong>Echi di guerra civile: sarà un altro 2001?</strong></p>
<p>La Macedonia sembra oggi rivivere lo scenario della guerra civile del 2001: la guerra del Kosovo incrinò gli equilibri politici macedoni quando il paese dovette riceve l&#8217;afflusso di 300,000 rifugiati albanesi provenienti dal vicino Kosovo, che andarono ad ingrossare la componente albanese presente all&#8217;interno della Repubblica[6] . In seguito alle prime elezioni libere tenutesi in Kosovo nell&#8217;ottobre del 2000 la questione albanese ritornò all&#8217;ordine del giorno in Macedonia, dove sul modello dell&#8217;Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) presero vita alcuni movimenti di guerriglia riuniti sotto il nome di UCKm, un gruppo militare che scelse di rilanciare la propria azione per la costituzione di una Grande Albania a livello regionale, vale a dire la riunificazione dei territori che non appartengono alla Repubblica di Albania ma che i nazionalisti rivendicano in virtù della massiccia componente albanese nella popolazione.</p>
<p>Nel febbraio del 2001 l&#8217;UCKm uscì dalla clandestinità ed occupò alcuni villaggi albanofoni addossati alla frontiera tra Macedonia, Kosovo e Serbia. L&#8217;offensiva dell&#8217;UCKm porterà la guerriglia sino alle porte di Tetovo ma verrà ricacciata sulle montagne. Nel marzo del 2001 una decina di uomini del movimento di guerriglia spara sulla polizia a Tetovo mentre l&#8217;UCKm riesce a portare i suoi mortai sulle colline per bombardare la città Le rivendicazioni riprendevano le linee del programma del Movimento popolare del Kosovo in cui si diceva <em>che una parte della nazione [era] ancora sotto il gioco dell&#8217;oppressione in Serbia, Macedonia e Montenegro. […] La questione albanese nei Balcani non è ancora risolta, perchè la situazione degli albanesi in Macedonia, in Montenegro e nel Kosovo orientale è quella di un popolo oppresso.[7]</em> I nazionalisti radicali albanesi si sentivano maltrattati dai macedoni nonostante la comunità albanese godesse dello status di minoranza riconosciuta con propri partiti politici, propri giornali, radio, televisioni ed il riconoscimento dell&#8217;insegnamento della propria lingua nelle scuole elementari e medie. Temendo che anche in Macedonia si verificasse quanto accaduto in Serbia, i partiti politici macedoni hanno sempre cercato di collaborare con i loro omologhi albanesi. </p>
<p>La breve guerra civile in Macedonia si concluse con gli <a href="http://www.regione.taa.it/biblioteca/minoranze/macedonia2.pdf">accordi di Ohrid</a>, firmati il 13 agosto 2001 che posero fine al conflitto armato; questi comprendevano l’impegno a una maggiore autonomia a livello locale, attraverso il decentramento di alcune funzioni ai governi locali e l’aumento delle risorse locali. In particolare gli accordi considerano la riorganizzazione del governo locale come lo strumento più importante per la tutela degli interessi delle minoranze.<br />
Anche se la paura è tanta, soprattutto tra la popolazione, la situazione è ora diversa: mentre nel 2001 la guerriglia era portata avanti da gruppi organizzati, con una catena di comando e capaci di entrare in possesso di armi, gli episodi di questo mese di marzo sono di altra natura non essendo “organizzati” . Da non trascurare il fatto che il partito albanese DUI, erede politico dei movimenti di guerriglia, è diventato stabilmente un forza governativa. Nel caso gli scontri continuassero, quindi, un pericolo reale e concreto sarebbe quello di una crisi politica che porterebbe con sé instabilità nel Paese piuttosto che condurre verso una nuova guerra civile. </p>
<p></font><font size="1"><br />
<strong>NOTE:</strong></p>
<p>1 Sinisa Jakov Marusic, <em>Macedonia disappoints Albanians on Flag celebration</em>, articolo pubblicato sul sito Balkaninsight, il 28 marzo 2012,(<a href="http://www.balkaninsight.com/en/article/macedonia-won-t-celebrate-albanian-flag-day">http://www.balkaninsight.com/en/article/macedonia-won-t-celebrate-albanian-flag-day</a>)<br />
2 Sinisa Jakov Marusic, <em>Macedonia Opposition sees red over Albanian Flag Day</em>, articolo pubblicato sul sito Balkaninsight, il 21 marzo 2012 (<a href="http://www.balkaninsight.com/en/article/albanian-flag-day-anniversary-disputed-in-macedonia">http://www.balkaninsight.com/en/article/albanian-flag-day-anniversary-disputed-in-macedonia</a>)<br />
3 Ministero degli Affari Esteri e Agenzia Nazionale per il Turismo, <em>Macedonia, rapporto congiunto di Ambasciate/consolati/Enit 2012</em>, consultabile al seguente indirizzo <a href="http://www.esteri.it/MAE/pdf_paesi/EUROPA/Macedonia.pdf">http://www.esteri.it/MAE/pdf_paesi/EUROPA/Macedonia.pdf</a><br />
4 Il nome ufficiale della repubblica macedone è <em>Former Yugoslav Republic of Macedonia (FRYOM)</em>. La Grecia, infatti, considera l&#8217;uso del nome Macedonia e la comparsa di un simbolo dell&#8217;antichità macedone costituissero un&#8217;appropriazione indebita e una rivendicazione irredentista nei confronti della macedonia greca. Solo nel 1995 la Grecia ha riconosciuto al nuovo Stato il nome di <em>Former Yugoslav Republic of Macedonia (FRYOM)</em> e il simbolo per la nuova bandiera macedone.<br />
5 Jean-Arnault Derens, <em>La Macedonia a rischio d&#8217;implosione?</em>, “Le Monde Diplomatique”, ottobre 2001.<br />
6 Franzinetti Guido, <em>I Balcani dal 1978 a oggi</em>, Carocci, Roma, 2010, p. 107.<br />
7 <em>Manifesto del Movimento Popolare del Kosovo</em> riportato in Christophe Cliclet, <em>La Macedonia, ultimo fronte della “Grande Albania”</em>, “Le Monde Diplomatique”, aprile 2001, p. 18.<br />
</font></p>
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		<title>Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 14:53:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Marilina Veca]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/marilina-veca-cuore-di-lupo-kimerik-2011/13609/" title="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cuoredilupo1.acy73q50l9ckggg8so4w88kc8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="110" alt="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011" ></div></a>La nuova edizione di Cuore di lupo, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK. Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic. La luce su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/marilina-veca-cuore-di-lupo-kimerik-2011/13609/" title="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cuoredilupo1.acy73q50l9ckggg8so4w88kc8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="110" alt="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011" ></div></a><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La nuova edizione di <em>Cuore di lupo</em>, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La luce su questa vergognosa pagina delle guerre balcaniche è stata accesa, finalmente, dal Rapporto sulla violazione dei diritti umani in Kosmet, presentato dal coraggioso senatore svizzero Dick Marty al Consiglio d’Europa nel 2011.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Come giustamente sottolinea nella prefazione l’ex Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, “era noto che in Kosovo e Metohija sparirono, dalla primavera del 1998 (cioè ben prima che Slobodan Milosevic inviasse nella provincia serba la polizia per mettere fine alle violenze dell’UCK e ben prima che si riaccendesse il conflitto che servì da pretesto per i bombardamenti della NATO sulla Federazione Jugoslava n.d.r.) all’inverno 2001 (cioè quando le forze della coalizione internazionale avrebbero dovuto far rispettare l’ordine pubblico n.d.r.), 1.300 serbi e non albanesi”.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dei rapimenti, testimoniati da diversi rapporti internazionali, scrivemmo parecchio tempo fa in pochissimi (tra questi proprio Marilina Veca) (1).<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">A distanza di 10 anni conosciamo la sorte di quelle povere persone: “Purtroppo, all’orrore del commercio degli organi umani non partecipano solamente terroristi e psicopatici appartenenti al cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo. Sono coinvolti anche medici, infermieri, e altre persone rinomate, insomma gente perbene”, sottolinea giustamente la Raskovic (2).<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per questa ragione “lo stesso titolo Cuore di lupo è simbolico! Sappiamo da tante storie e leggende che uno dei principali animali totemici per i serbi è il lupo, Vuk! Ecco perché, anche ai propri figli, i serbi danno il nome di quest’animale. Perché sopravvivano”.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Lo straziante libro di Marilina Veca, utilizzando nomi di fantasia, ci narra le storie vere di quattro famiglie serbe e della loro disperazione: i loro uomini, Dragan, Dejan, Milan, Srdjan sono stati rapiti e usati come cavie da laboratorio, i loro organi sono stati espiantati e venduti al mercato nero.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Daniel, un ragazzino la cui famiglia appartiene alla più classica borghesia francese, attende, apatico, un nuovo cuore che gli permetta di avere una vita “normale”.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In mezzo, l’impotenza delle donne serbe che invano chiedono aiuto alla miriade di organizzazioni internazionali e ai militari che affollano ancora oggi il Kosovo e Metohija alla ricerca di un facile stipendio, l’imbarazzo e la vergogna dei tanti albanesi che vorrebbero aiutarle ma che si trovano anch’essi prigionieri a casa propria.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Migliaia di soldati della KFOR che non riescono a controllare una regione grande quanto l’Abruzzo, con l’evidente scopo di punire chi ha osato sfidare l’Alleanza Atlantica, gendarme del mondo a stelle e strisce.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ma anche perché le complicità occidentali sono tante: nel 2002 la tv dell’Iraq occupato dagli atlantici ci ha mostrato “un certo sceicco Behramin che si vantava del suo nuovo cuore trapiantatogli in Turchia. Lo sceicco disse sorridendo che gli dispiaceva una cosa sola: il cuore che batteva nel suo petto era serbo… D’altro canto non era necessario avere a disposizione un grande centro chirurgico per l’espianto, per strappare il cuore ad un giovane serbo e metterlo nell’apposito trasportatore. Bastava una baracca dietro una certa casa gialla e bastava un elicottero con i motori accesi. Tutto il resto si svolgeva altrove …” (3).<br />
</span></span>“<span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dopo il rapporto Marty nessuno può far finta di non sapere”, scrive Falco Accame, ma in quello che si autodefinisce il “migliore dei mondi possibili” non crediamo sia possibile avere giustizia e riteniamo che gli esponenti della “comunità internazionale” si apprestino a chiudere la vicenda con il minor clamore possibile.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Costoro farebbero però bene a tenere a mente le parole del grande San Sava, primo arcivescovo ortodosso e primo scrittore della letteratura serba, rappresentante di questo popolo presso il Signore nella tradizione: “Perdoniamo, ma non dimentichiamo!”.<br />
</span></span>“<span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">I serbi perdonano ma non dimenticano”, ribadisce Dragan Mraovic nel libro; noi sicuramente non dimenticheremo, ma non essendo serbi, allo stesso tempo, non perdoneremo.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">1) Marilina Veca, Il Kosovo perduto, Edizioni Interculturali, Roma, 2003. Stefano Vernole, <em>La questione serba e la crisi del Kosovo</em>, Noctua, Molfetta, 2008, pp. 144-145.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">2)</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Sui coinvolgimenti internazionali si legga: Steve Brady, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Kosovo, dietro il traffico di organi spunta l’ombra di Israele</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, <a href="http://www.statopotenza.eu/">www.statopotenza.eu</a> 24 dicembre 2011.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">3) Dragan Mraovic, <em>Cuore di lupo</em>, pp. 96 e 104</span></span></p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>Con i Serbi: incontro con Yves Bataille</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 18:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/con-i-serbi-incontro-con-yves-bataille/13317/" title="Con i Serbi: incontro con Yves Bataille"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/serbia.2awarqmial1cko4c8488sw0s0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Con i Serbi: incontro con Yves Bataille" ></div></a>Yves Bataille è una attivista impegnato da decenni nella lotta per la liberazione dell&#8217;Europa contro l&#8217;occupante atlantista. Ora è sul fronte di Kosovska Mitrovica, dove i Serbi del Kosovo resistono alle truppe di occupazione della NATO. 1) Come è nato il &#8220;Movimento delle barricate&#8221;? Yves Bataille &#8211; Il movimento nasce a fine luglio, dopo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/con-i-serbi-incontro-con-yves-bataille/13317/" title="Con i Serbi: incontro con Yves Bataille"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/serbia.2awarqmial1cko4c8488sw0s0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Con i Serbi: incontro con Yves Bataille" ></div></a><p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><em>Yves Bataille è una attivista impegnato da decenni nella lotta per la liberazione dell&#8217;Europa contro l&#8217;occupante atlantista. Ora è sul fronte di Kosovska Mitrovica, dove i Serbi del Kosovo resistono alle truppe di occupazione della NATO.</em></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>1)</strong> <strong>Come è nato il &#8220;Movimento delle barricate&#8221;?</strong></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>Yves Bataille</strong> &#8211; Il movimento nasce a fine luglio, dopo la distruzione del posto di blocco di Jarinje sul confine tra Serbia e Kosovo. È la seconda volta è stato presa d&#8217;assalto e incendiata tale postazione. La prima volta fu nel febbraio 2008, dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza della provincia occupata. Questa volta i fantocci albanesi installati dalla NATO hanno inviato la loro &#8220;forza speciale Rosa&#8221;, creata dagli statunitensi per controllare quello che chiamano confine. In risposta, i serbi hanno eretto barricate e vietato le pattuglie di EULEX (1), la struttura di tutela statunitense-occidentale della colonia. Contrariamente a quanto implica il suo acronimo, EULEX è una macchina statunitense. </p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>2) Qual è la natura di questo movimento? E&#8217; sostenuto nel resto della Serbia?</strong></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>YB</strong> &#8211; Non è un&#8217;azione marginale. Se l&#8217;operazione ha un massiccio sostegno nel nord del Kosovo, ha anche un ampio consenso nel resto della Serbia. A Belgrado il potere filoccidentale di Boris Tadic ha prima cercato di controllare le informazioni e poi, appena le barricate sono state erette, ha imposto un oscuramento totale sull&#8217;azione ed ha arrestato diverse persone. I media liberi, soprattutto via Internet, cercavano di spezzare la censura. Le decine di barricate del Nord hanno questo significato: voi ci bloccate, noi vi blocchiamo. Noi non vogliamo dipendere dalle autorità criminali di Pristina. Ci sono diversi tipi di barricate. Le grandi barricate erette nei punti caldi, come quelle delle due postazioni di frontiera, Jarinje e Brnjak, e quello sul &#8220;Ponte Austerlitz&#8221; sul fiume Ibar, quella di Dudin Krs sulla strada per Pristina, e alcuni altri sono grandi cumuli di blocchi di cemento e di ghiaia o di tronchi  di legno, che impediscono la circolazione. Vecchi camion, autobus e macchine per il movimento terra, in genere vengono aggiunti al dispositivo. Le altre barricate sono dei posti di blocco che filtrano il traffico. Le barricate impediscono ad EULEX di muoversi, in modo che le postazioni di frontiera devono essere rifornite da elicotteri. Il traffico in uscita dalla frontiera serba passa attraverso i &#8220;percorsi alternativi&#8221; dei sentieri di montagna attrezzati, che sono problematici per i camion quando il tempo è cattivo. Ma funziona. Le barricate non si limitano alle barricate. Sono integrate da una sistema di guardia e vigilanza costante, giorno e notte, con una rotazione dei volontari e un sistema di allarme in grado di mobilitare migliaia di volontari nei punti caldi in pochi minuti, se l&#8217;allarme viene dato. Nelle chiese i sacerdoti sono incaricati di far suonare le campane. Caratteristica, se la NATO (la &#8220;KFOR&#8221;) (2) smantella una barricata, una nuova barricata viene eretta velocemente  vicino e delle bandiere vengono piantate su di essa. Così attaccare le barricate è inutile. Solidi striscioni idrorepellenti con slogan semplici e leggibili come &#8220;Fuori la Nato!&#8221;, &#8220;Stop KFOR! Stop Eulex!&#8221;, &#8220;Risoluzione 1244&#8243;, o &#8220;Referendum&#8221;, tutti con i colori della Serbia sono piantati nei dintorni. Il movimento si basa sul metodo della difesa con l&#8217;azione civile, la Dac, con strumenti come le tende, che permettono di riposare, riscaldarsi e se necessario curarsi. Una eesistenza con l&#8217;azione civile, che non è dissimile dalle teorie della &#8220;guerra civile&#8221; dello statunitense Gene Sharp, il padre delle &#8220;rivoluzioni colorate&#8221;, ma che il movimento usa contro i suoi amici. Tutte i professionisti  sono mobilitati, in primo luogo medici e vigili del fuoco. Il Movimento delle Barricate non è fine a se stesso. Al suo settimo mese sfocerà in una forte iniziativa politica che irrita la cosiddetta comunità internazionale e i suoi cloni di Belgrado, si terrà il 14 febbraio con un referendum: &#8220;Sei per l&#8217;istituzione della Repubblica del Kosovo nel nord del Kosovo e Metohija?&#8221;. Il Nord troverà la sua via alla posizione del Pridniestrovie (&#8220;Transnistria&#8221;) a est della Moldova, con un territorio, una bandiera, un inno, una moneta, istituzioni e un&#8217;amministrazione. Non ci sarà un esercito, ma forse l&#8217;embrione dell&#8217;esercito popolare è nel Movimento delle Barricate &#8230; In ogni caso, rappresenta la resistenza.</p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>3) Qual è la posizione del potere a Belgrado?</strong></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>YB</strong> &#8211; Il potere di Tadic non riconosce l&#8217;indipendenza del Kosovo, perché sa che se lo facesse verrebbe spazzato via nelle prossime elezioni, che si terranno quest&#8217;anno. Il governo è sotto una duplice pressione, degli Stati Uniti e dei loro seguaci, e quello dell&#8217;opinione pubblica serba. Quindi temporeggia. E &#8220;negozia&#8221; a Bruxelles con i trafficanti di organi albanesi. Prodotto da mani straniere e da combinazioni parlamentari, il governo Tadic ha ottenuto una maggioranza risicata con l&#8217;allineamento dei socialisti comprati e corrotti dell&#8217;SPS, il partito fondato da Slobodan Milosevic. I tutori statunitensi-occidentali non volevano un governo socialista nazionale con i Radicali. Hanno lavorato affinché i socialisti fossero &#8220;premiati&#8221; (soldi e ministeri) e per distruggere il Partito Radicale. Hanno indotto una scissione di &#8220;destra&#8221; al suo interno e creando il Partito Progressista (SNS) del tandem Nikolic &#8211; Vucic, sulla falsariga di Alleanza Nazionale in Italia. </p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>4) Qual è lo stato attuale della corrente nazionale in Serbia?</strong></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>YB</strong> &#8211; Il Movimento nazionale serbo ha le proprie caratteristiche, ma di recente subisce  l&#8217;influenza benefica di idee esterne, in particolare dalla Russia e dai settori nazionali rivoluzionari d&#8217;Italia e di Francia. L&#8217;evoluzione è notevole; fino ai bombardamenti della NATO nel 1999, il movimento nazionalista era dominato dal culto del passato, l&#8217;eroica resistenza ai Turchi e agli Austro-tedeschi, i cetnici di Draza Mihailovic, il rifugio nell&#8217;Ortodossia. Ma i settori patriottici della vecchia sinistra e dei nazionalisti illuminati alla fine hanno riflettuto sulla geopolitica, rivelando una nuova prospettiva. Così, il Movimento nazionale serbo si è reso conto che il movimento dei Paesi Non Allineati del periodo di Tito non era privo di interesse. E i socialisti hanno (ri)scoperto il nazionalismo. Le guerre di aggressione contro Iraq, Libia e Siria hanno provocato una ondata di solidarietà che si è collegata ad esso. La Libia di Gheddafi ha mobilitato un numero di militanti maggiore che altrove. Lo si può vedere sulle pareti affrescate di Kosovska Mitrovica, alla gloria della Jamahirya.<br />
Penso che dovremmo rendere omaggio a un uomo che era una sorta di precursore, intendo Dragos Kalajic. Dragos ha introdotto in Serbia, negli anni &#8217;90, una nuova dottrina dell&#8217;essenza nazionale europea, in un momento in cui il nazionalismo era limitato alla rievocazione delle battaglie del passato e al sostegno a Milosevic. Un sostegno forzato e costretto, perché l&#8217;attacco USA-occidentale rendeva obbligatorio difenderlo. Ma il regime statico di Slobodan Milosevic non aveva nessuna visione del mondo, né un qualsiasi progetto politico. Allo stesso tempo, un combattente della Milizia delle Aquile Bianche, Dragoslav Bokan, svolse un ruolo importante nel combinare arte e politica, nazionalismo e bolscevismo in riviste sperimentali. Un ex consigliere di Milosevic, Smilja Abramov, da parte sua ha svolto un lavoro essenziale di documentazione su circoli globalisti e opachi come Bilderberg, Trilateral, Opus Dei, producendo libri. Un Istituto di Studi Geopolitici è stato fondato nell&#8217;anno della guerra, ma è stato sabotato dopo i bombardamenti (1999). Il fondatore del gruppo di studio marxista rivoluzionario Praxis (ai tempi di Tito), Mihailo Markovic, con il quale ho avuto per molti anni interessanti conversazioni, era passato, grazie alla crisi (crollo della Jugoslavia, embargo, guerre separatiste dell&#8217;Occidente) verso una interessante sintesi del socialismo e del nazionalismo. Mihailo ha svolto un ruolo importante nell&#8217;articolare discussioni e argomentazioni.<br />
D&#8217;altra parte dei giornali come &#8220;Ogledalo&#8221; (ora scomparso) e &#8220;Geopolitika&#8221; di Slobodan Eric, siti informatici d&#8217;informazione o di gruppi militanti come Srpska Politika, Apisgroup, Vidovdan, Dveri, 1389, Nasi-1389, Obraz, Nova Srpska Politika Misao, Pokret za Srbiju, ecc. hanno svolto un ruolo innegabile nella diffusione di argomenti innovativi. Si noti anche, adesso, l&#8217;importanza delle reti sociali come Facebook per diffondere le idee. Posso aggiungere che nei miei frequenti interventi politico-mediatici dal 1993 ad oggi, ho introdotto nel Movimento nazionale serbo l&#8217;approccio geopolitico e soreliano dei fatti. Il russo Aleksandr Dugin è venuto a Belgrado, dove i suoi principali libri sono stato tradotti. Ha tenuto conferenze, ha incontrato tutti. Gli scambi con russi, francesi e italiani, soprattutto quelli del Coordinamento Progetto Eurasia, si sono sviluppati con reciproco vantaggio. Questo lavoro politico opera a monte, cosicché la continuità della crisi (un paese senza frontiere, un popolo che si vede  costantemente accusato e attaccato) spiega la forza del pensiero nazionale e la nascita dei blog che rivendicano la prospettiva eurasiatista. Temi e prospettive eurasiatiste sono ora ampiamente discusse. L&#8217;Eurasia è vista come un progetto fondamentalmente antioccidentale e non-allineato, che collega la Serbia alla Russia e ad un&#8217;altra Europa.<br />
Il Movimento nazionale serbo ha un vantaggio su quelli d&#8217;Italia e soprattutto della Francia: è sostenuto da molti intellettuali. Un settore in cui gli statunitensi hanno fallito, qui, è il fronte culturale. Questo non significa che i fastidi USA-occidentali non vengano trasmessi. Usano i media audiovisivi &#8220;liberi e democratici&#8221; nelle mani delle società capitalistiche anglosassoni e tedesche. Ma fuori di questo paravento artificiale, c&#8217;è nelle élite reali e nei popoli un riflesso del rifiuto della sottocultura occidentale. Così la coscienza verticale, la &#8220;memoria più lunga&#8221; e la proiezione nel futuro si armonizzano. La poesia e i canti popolari e folclorici vivi sono armi di distruzione di massa che l&#8217;imperialismo statunitense-occidentale non può bombardare. L&#8217;USAID (ambasciata USA), NED (3) e la Fondazione Soros hanno speso parecchio denaro per corrompere il settore culturale, come avevano corrotto il settore politico (politicante) e finanziario, ma i loro rappresentanti hanno finalmente ammesso la sconfitta, in  privato.<br />
Va aggiunto che, se i nazionalisti sono rappresentati in parlamento dal Partito Radicale serbo (SRS), indebolito da una scissione della &#8220;destra nazionale&#8221;, il cuore del movimento è extraparlamentare. Lo si ritrova in una varietà effervescente di associazioni e gruppi. Il Movimento Barricate del Kosovo, per quanto lo concerne, è un movimento di base e autonomo, guidato da uomini e donne del popolo, al di fuori e al di sopra dei partiti. Legato alla &#8220;resistenza senza dirigenti&#8221;, non è limitato a piccole cellule non collegate, ma si articola sul campo dei gruppi autogestiti e di solidarietà. Nella situazione di disagio in cui si trova, il popolo ha preso in mano il proprio destino. Coloro che nei partiti rifiutano l&#8217;irredentismo albanese, la NATO e l&#8217;UE, l&#8217;appoggiano, ma non ne sono il motore. </p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>5) Ci sono tra la popolazione albanese delle correnti eurasiatiste favorevoli alla restaurazione della Jugoslavia?</strong></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>YB</strong> &#8211; Non lo so. La posizione di coloro che potrebbero essere presentati come &#8220;nazionalisti albanesi&#8221; è insostenibile e inaccettabile: i &#8220;nazionalisti&#8221; sono ora i soli al mondo, oltre agli israeliani, ad applaudire gli statunitensi, a sventolare le bandiere yankee. La loro identità (etnica, piuttosto che religiosa) li separa dagli Slavi dell&#8217;ex Jugoslavia. Come ieri i banditi di Lucky Luciano in Sicilia, essi sono utilizzati come cavallo di Troia dall&#8217;invasore, sono immersi in una società criminale dove l&#8217;unica industria è quella della prostituzione e della droga; hanno eretto una copia in plastica della Statua della Libertà di New York, alle porte di una Pristina ripulita dai Serbi, hanno dato i nomi delle loro strade a Clinton, Albright e Clark. A titolo di aiuto per la ricostruzione, l&#8217;Unione Europea, gli Stati Uniti e le monarchie petrolifere arabe hanno versato milioni di euro e dollari in parte stornati dalla mafia. L&#8217;Arabia Saudita ha riversato un fiume di denaro per creare moschee conformi all&#8217;eterodossia wahhabita. In Bosnia ci sono gruppi islamici, ma sono una minoranza.<br />
Ne approfitto anche fare una osservazione. Gli Albanesi sono meno di quanto affermino: dal 1999, 250.000 Serbi se ne sono andati o sono stati espulsi. Un piccolo numero è riuscito a tornare. Vi sono oggi 170.000 Serbi. I due milioni di albanesi dichiarati nel 1999 per giustificare l&#8217;attacco della NATO, sono una bugia, in quanto il censimento albanese ha identificato 1.700.000 abitanti nell&#8217;aprile 2011 (il nord serbo ha rifiutato il censimento). Sappiamo che dal 1999 una parte della popolazione dell&#8217;Albania si è riversata nella provincia per avere sovvenzioni e contributi dalla &#8220;comunità internazionale&#8221;, aggiungendosi a quelli che già avevano fatto tale passo a nord, durante la colonizzazione precedente, sapendo anche che ben pochi albanesi del Kosovo sono emigrati in Occidente per ragioni di passaporto e visto, si deve concludere che le cifre erano false. Questa gigantesca menzogna, largamente ripresa dalla stampa occidentale, ha facilitato la nuova pulizia etnica a danno dei Serbi e delle minoranze etniche non albanesi. Quindi ricostruire la Jugoslavia con gli emuli di questi albanesi forieri di invasioni e occupazioni, non è all&#8217;ordine del giorno.<br />
Le cose potranno sistemarsi un giorno con le altre nazionalità, ma per il gruppo albanese in quanto tale, etnocentrico, gregario e &#8220;americanolatra&#8221; non vedo come. Lo sguardo degli Shqipetar (4) è rivolto agli Stati Uniti, non all&#8217;Eurasia. Gli statunitensi hanno fatto loro credere che avrebbero diritto ad una Grande Albania a scapito di Serbi, Montenegrini, Macedoni e Greci &#8211; a spese di tutti i vicini dell&#8217;Albania &#8211; ed essi ne approfittano, perché tutto è loro permesso.</p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>6) Cosa succede nelle altre enclavi serbe in Kosovo?</strong></p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>YB</strong> &#8211; Il Nord non è un enclave. Si appoggia sulla Serbia. Le enclavi serbe sono isole e isolotti a sud del fiume Ibar che divide la città di Kosovska Mitrovica.  L&#8217;entità principale, quella di Strpce, 10.000 abitanti, si trova sulle pendici della montagna Sar Planina, che confina con la Macedonia. Strpce è formata prevalentemente da una dozzina di villaggi serbi che sono sopravvissuti ai bombardamenti del 1999 e alle pulizie etniche del 1999 e 2004. Nelle vicinanze, ma fuori, c&#8217;è l&#8217;enclave di Velika Hoca, un grazioso borgo medievale conservato, con 14 chiese ortodosse e una specialità che risale al Medioevo, la produzione di vino. Il paese è circondato da vigneti. Nel Kosovo centro-orientale, a pochi chilometri da Pristina, c&#8217;è anche Gracanica, centro dell&#8217;ortodossia serba, un enclave grande ma porosa, con circa 30.000 abitanti. Le altre enclavi sono sparse. Sono dei villaggi completamente isolati come Gorazhdevac, 1000 abitanti a 6 km da Pec, pezzi di enclavi, ghetti, quartieri come la Collina di Orahovac, dove la maggior parte se ne è andata nel 2004, e rimanendo in condizioni di estrema precarietà che 400 serbi. Poi un serbo mi ha mostrato la strada a 40 metri, e mi ha detto: &#8220;vedete questo angolo, mio fratello è andato lì due anni fa e non è mai tornato.&#8221;</p>
<p><span style="font-size: small; font-family: Tahoma;"><strong>Grazie e coraggio, compagno &#8230; </strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;" align="right"><strong>Traduzione di Alessandro Lattanzio</strong></p>
<p><span align="left"><strong>Fonte:</strong><a <a href=" http://corsicapatrianostra.over-blog.com/article-avec-les-serbes-rencontre-avec-yves-bataille-97160403.html"> http://corsicapatrianostra.over-blog.com/article-avec-les-serbes-rencontre-avec-yves-bataille-97160403.html</a></p>
<p><span style="font-family: Tahoma; font-size: small;" align="left"><strong>Note:</strong><br />
<span style="font-family: Tahoma; font-size: x-small;"<br />
(1) EULEX: missione di polizia e giustizia dell'UE.<br />
(2) KFOR: Kosovo Force (NATO e partner)<br />
(3) NED: National Endowment for Democracy. Principale strumento di ingerenza degli Stati Uniti, uno schermo della CIA. La NED crea e finanzia in tutto il mondo organizzazioni non governative (ONG) che fungono da operazioni da relè per le operazioni politico-militari anglo-statunitensi nei paesi presi di mira.</p>
<p></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></p>
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		<title>Kosovo: ancora fumo dalla polveriera d’Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 20:51:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
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		<description><![CDATA[27 luglio, due giornate di tensioni sui valici di confine Bernjak e Jarinje nella zona nord del Kosovo, municipalità di Mitrovica, si concludono con l’esplosione di un ordigno e scontri che provocano la morte di un poliziotto kosovaro e il ferimento di altri tre. La tensione è salita in seguito alla decisione di Pristina di inviare ufficiali di reparti speciali della polizia kosovara a prendere controllo dei valici nord 1 e 31 che collegano il Kosovo con la Serbia. La decisione ha scatenato la risposta della minoranza serba maggioritaria nell’area, che non riconosce l’autorità di Pristina e continua a fare riferimento alle istituzioni serbe che svolgono de facto la maggior parte delle funzioni amministrative sul territorio. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/kosovo-ancora-fumo-dalla-polveriera-d%e2%80%99europa/11489/" title="Kosovo: ancora fumo dalla polveriera d’Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/barricades_kosovo_450x300.d1cqypk03lcsgoco4wg0gs888.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Kosovo: ancora fumo dalla polveriera d’Europa" ></div></a><p lang="en-US"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">27 luglio, due giornate di tensioni sui valici di confine Bernjak e Jarinje nella zona nord del Kosovo, municipalità di Mitrovica, si concludono con l’esplosione di un ordigno e scontri che provocano la morte di un poliziotto kosovaro e il ferimento di altri tre. La tensione è salita in seguito alla decisione di Pristina di inviare ufficiali di reparti speciali della polizia kosovara a prendere controllo dei valici nord 1 e 31 che collegano il Kosovo con la Serbia. La decisione ha scatenato la risposta della minoranza serba maggioritaria nell’area, che non riconosce l’autorità di Pristina e continua a fare riferimento alle istituzioni serbe che svolgono </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>de facto </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la maggior parte delle funzioni amministrative sul territorio. A due mesi di distanza la situazione rimane “pacifica ma instabile” come le organizzazioni internazionali e i media amano dipingerla. Instabilità dimostrata dagli incidenti </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">incorsi negli scorsi giorni quando uomini della Kfor hanno aperto il fuoco sui manifestanti serbi che si sono opposti allo smantellamento di uno dei blocchi stradali da parte delle truppe NATO. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In linea con il controverso accordo temporaneo raggiunto il 16 settembre, dopo due mesi di spolette diplomatiche e tentativi di mediazione della NATO e dell&#8217; EU, lo staff della missione civile europea EULEX ha preso in carico la gestione delle operazioni di frontiera affiancando il personale kosovaro sotto la tutela delle truppe della Kfor, con parziale soddisfazione di Pristina e il disappunto di Belgrado. Nonostante gli appelli a smantellare le barricate, la comunità serba continua a bloccare la viabilità dell&#8217;area a nord del fiume Ibar  impedendo la riapertura dei valici 1 e 31. “Questa e’ la nostra terra, il nostro territorio” dichiara uno dei manifestanti al quotidiano B92. “Quando posizioni un ufficiale di frontiera, è come dispiegare una bandiera. E prima che te ne renda conto avrai un cosidetto Kosovo imporre legge e la gente qui sarà circondata da qualcosa che assomiglia allo stato del Kosovo! Loro non possono semplicemente accettare questo! [...] Nessuno al mondo può dire a questo popolo serbo di cedere, accettare il Kosovo indipendente e andare a casa. Non accadrà mai, non lo faranno” spiega il capo negoziatore Borislav Stefanovich. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La decisione di Pristina rappresenta l&#8217;attuazione della decisione di adottare il principio di reciprocità in materia commerciale nei confronti della Serbia e della Bosnia ed Erzegovina. I due stati, infatti applicano un embargo sulle merci kosovare dal 2008, data dell’unilaterale dichiarazione di indipendenza, rifiutandosi di riconoscere i timbri doganali riportanti la dicitura “Republica del Kosovo”, misura che Belgrado si è ripetutamente rifiutata di ritirare nonostante le pressioni di Pristina nell’ambito del dialogo mediato dall’Unione Europea. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma l&#8217;atto di Pristina trova evidentemente ragione nella volontà di affermare la sua autorità nella zona nord del paese, dove la maggioranza serba si rifiuta di riconoscere la legittimità del Kosovo e chiede di fare parte della Serbia. L&#8217;azione è il tentativo di cambiare la situazione sul terreno, con lo scopo di avere ulteriori ragioni da presentare sul tavolo del dialogo con Belgrado. </span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il caso diviene nuova miccia che surriscalda la polveriera balcanica. Benchè adombrata dagli avvenimenti in medioriente, le diatribe che infiammano le focose etnie balcaniche diventano occasione di tensione nella diplomazia internazionale, che si muove nei ristretti margini della neutralità della missione amministrativa ad interim UNMIK, della missione NATO e della missione civile UE. Le riunioni del Consiglio di Sicurezza in cui si è discussa la situazione in Kosovo, ultima il 15 settembre, data di scadenza dell&#8217;accordo stipulato il 2 dello stesso mese, dà modo a Mosca di ribadire il suo pieno supporto a Belgrado, sostenuta dalla Cina che, pur meno esplicita, per evidenti ragioni di politica interna non ha alcuna simpatia per l&#8217;autoproclamata indipendenza di Pristina. L&#8217;ambasciatore russo Churkin non manca l&#8217;occasione per ricordare che il Kosovo non è che un ospite in seno all&#8217;ONU e che non può partecipare alle riunioni se non accompagnato da un rappresentante UNMIK o su invito di uno Stato Membro. Il congresso internazionale si risolve a ribadire il ruolo della missione di pace e a richiamare EULEX e KFOR a trovare una soluzione tecnica nell&#8217;ambito dei sei punti programmatici adottati nel 2008, secondo i quali l&#8217;area nord del Kosovo deve esere c</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">onsiderata un&#8217;area doganale indipendente. Il Segretario Generale Ban-ki moon ribadisce che il Piano Ahtisaari rimane il quadro più favorevole ai Serbi del nord del Kosovo, suscitando i malumori di Belgrado che lo ritene inaccettabile e ne ha impedito l&#8217;adozione da parte del CdS dal 2008.</span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crisi mette nuovamente in difficoltà l&#8217;UE nel trovare un giusto equilibrio fra carota e bastone, tanto con la Serbia che con Il Kosovo. Sotto la mediazione dell&#8217;Unione Europea, in marzo 2011 è stato lanciato un dialogo per discutere gli effetti pratici sviluppatisi a causa del disaccordo sullo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>status</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> del Kosovo, come cooperazione regionale, telecomunicazioni, riconoscimento dei diplomi etc. Accordi che hanno un impatto importante sulla vita di tutti i giorni della popolazione Kosovara, ma lasciano da parte il nocciolo della questione. Il nord non è infatti in agenda, secondo la volontà di</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Pristina che si rifiuta di partecipare ad un dialogo politico con Belgrado.</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Alla vigilia del secondo appuntamento, in agenda il 28 settembre scorso, la strategia del “un passo alla volta” ha cominciato a vacillare. In conseguenza al degenerare della situazione, Tadic ha posto come condizione </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>sine qua non</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> per la continuazione del dialogo l&#8217;inserimento all&#8217;ordine del giorno della situazione del Nord. Al rifiuto dell&#8217;UE, il secondo appuntamento è stato posticipato a data da destinarsi.</span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La mossa di Tadic evidenza la volontà serba di non rinunciare agli interessi nazionali e cercare di difendere il potere negoziale che può ancora vantare. Potere che si è notevolmente ridotto dal 2008, quando la dichiarazione unilaterale di indipendenza ha messo Belgrado di fronte ad una situazione </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>de facto</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> svantaggiosa rispetto alla rivendicazione di un Kosovo serbo. Parallelamente Pristina preferisce rafforzare il suo controllo sul territorio, soprattutto a nord ed avere il supporto del maggior numero di stati prima di negoziare con Belgrado i termini del divorzio.</span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A conti fatti, Pristina può contare sulle simpatie degli USA e di alcuni paesi chiave europei come la Germania, la Francia e l&#8217;Italia.  Cionondimeno, l&#8217;operazione lanciata a fine luglio ha reso evidente la debolezza della sua autorità nel nord del paese, dimostrato l&#8217;inefficacia della strategia dell&#8217;integrazione forzata del nord Kosovo e indebolito la sua posizione nell&#8217;ambito del processo politico. Terreno quest&#8217;ultimo sul quale cerca di recuperare lavorando intensamente per ottenere il riconoscimento del numero più alto possibile di Stati, che hanno appena raggiunto quota 84 con il riconoscimento nell&#8217;ultimo mese di Nigeria, Gabon e Costa d&#8217;Avorio. Sull&#8217;altro piatto della bilancia, Belgrado ha da rallegrarsi della lealtà dimostrata della popolazione serba di Mitrovica nel momento di crisi, circostanza che ha incrementato la credibilità delle istituzioni “parallele” e dato nuovo iato alla rivendicazione di un Kosovo parte integrante della Serbia. Guadagna inoltre in termini di consenso interno, accontentando le aspirazioni tanto dalle forze di governo che di opposizione, che fanno entrambe della questione del Kosovo serbo propria bandiera. Pesa, però, sulla testa del Presidente Tadic, spada di Damocle, il parere della Commissione Europea circa il conferimento dello </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>status</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di paese candidato, attesa il prossimo 12 ottobre. Il governo di Tadic ha indubbiamente lavorato intensamente negli ultimi mesi per assicurare un parere positivo. Dopo i due eccellenti arresti di Ratko Mladic e Goran Hadzic, la normalizzazione dei rapporti con Pristina e un positivo atteggiamento nell&#8217;ambito del dialogo mediato da Bruxelles, rimane l&#8217;ultimo test per ottenere la maturità. Venendo meno alla cautela di rito, nella visita ufficiale pagata a fine agosto, la cancelliera Merkel ha senza mezzi termini avvertito Belgrado che deve smantellare le istituzioni paralle nel nord del paese e normalizzare i rapporti con il Kosovo se vuole avvicinarsi alla </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>membership</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> europea. Del resto la ben nota </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>fatigue</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ad affrontare un ulteriore allargamento, specie in tempo di crisi, dà ulteriori buone ragioni ai negoziatori di Bruxelles ad utilizzare con gli aspiranti candidati il bastone molto più che la carota. Inoltre Belgrado deve affrontare la pressione delle imprese nazionali che, secondo la Camera di Commercio serba stanno pagando il blocco delle esportazioni verso il Kosovo con perdite di circa 50 milioni di euro al mese. Tadic ha pertanto optato per un approccio certamente risoluto, ma volto, almeno a termini di proclama, ad evitare l&#8217;</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>escalation</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> della violenza. La comunità serba kosovara grida oggi al tradimento e all&#8217;abbandono da parte della madre patria che ha infine accettato i timbri emessi sotto il controllo Kfor in base all&#8217;accordo raggiunto il 16 settembre scorso. Fra gli attori internazionali Mosca sembra rimanere il più strenuo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>supporter</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di Belgrado contro l&#8217;indipendenza del Kosovo. Con gran disappunto l&#8217;ambasciatore russo a Belgrado, Aleksandar Konuzin, dichiara che la Serbia dovrebbe affiancare Mosca piuttosto che l&#8217;Unione Europea e la NATO che sono “contro i nostri interessi nazionali”. </span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dai colloqui con il Presidente Obama e la baronessa Catherine Ashton, alto rappresentate per la Politica Estera e Sicurezza dell&#8217;UE, in occasione della 66 Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Tadic ha ribadito il suo impegno a voler trovare una soluzione diplomatica alla crisi. Ma la diplomazia intesa da Tadic dimostra non rimanere sorda agli appelli a difendere gli interessi nazionali, come il rifiuto di continuare i dialoghi ha messo in evidenza. La mossa riporta alla memoria la diplomazia  degli anni &#8217;90, quando la Serbia giocava ad essere vittima, pacificatore e aggressore allo stesso tempo. Nonostante gli appelli ad evitare la violenza lanciati ai manifestanti sull&#8217;Ibar, il rifiuto di proseguire i dialoghi rappresenta certamente un pericoloso inasprimento delle relazioni che potrebbe provocare un rapido peggioramento della situazione. Pare inoltre una mossa azzardata, che potrebbe mettere a repentaglio il matrimonio con l&#8217;UE a pochi giorni dall&#8217;agonato si. La sicurezza ostentata da </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: aria;"><span style="font-size: medium;">Božidar Đelić</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">l nel giudizio positivo potrebbe essere ben fondata. Resta da vedere però quali saranno i termini del si e se saranno posti ulteriori </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>benchmarks</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Certamente, questo è il momento per USA e Unione Europea di addolcire la carota e rafforzare il bastone, per  assumere una leadership più incisiva e ricercare una risoluzione comprensiva alla disputa, tutelando gli interessi di tutti. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La polveriera d&#8217;europa per il momento non fa che fumo, ma il passato ci ha già insegnato che è consigliabile non lasciare consumare la miccia.</span></span></p>
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		<title>Destabilizzazione interna ed intervento NATO. Dal Kosovo alla Libia</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 20:43:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nostro redattore Stefano Vernole, autore di vari libri sul Kosovo, ha tenuto la conferenza Destabilizzazione interna ed intervento NATO: dal Kosovo alla Libia a Benevento, il 24 settembre scorso. L'evento è stato organizzato dall'associazione locale "Millenium" ed introdotto da Orazio Maria Gnerre. Di seguito il video integrale dell'incontro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/destabilizzazione-interna-ed-intervento-nato-dal-kosovo-alla-libia/11418/" title="Destabilizzazione interna ed intervento NATO. Dal Kosovo alla Libia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11418&amp;w=80" width="80" height="43" alt="Destabilizzazione interna ed intervento NATO. Dal Kosovo alla Libia" ></div></a><div style="font-size: medium;">
<p>Il nostro redattore Stefano Vernole, autore di vari libri sul Kosovo, ha tenuto la conferenza <em>Destabilizzazione interna ed intervento NATO: dal Kosovo alla Libia</em> a Benevento, il 24 settembre scorso. L&#8217;evento è stato organizzato dall&#8217;associazione locale &#8220;Millenium&#8221; ed introdotto da Orazio Maria Gnerre. Di seguito il video integrale dell&#8217;incontro.</p>
</div>
<p><object width="560" height="315"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/5qatu4WvLfo?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/5qatu4WvLfo?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Kosovo: anche gli “eletti” cominciano a tremare</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 06:49:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La partizione del Kosovo, della quale negli ultimi tempi hanno parlato a più riprese esponenti politici serbi, non ha incontrato il favore degli americani. La Serbia ritiene che sia l'unica soluzione realistica all'impasse che persiste sulla questione di tale paese, del quale Belgrado si rifiuta di riconoscere l'indipendenza. Ma la Germania ha già dettato a Belgrado le condizioni necessarie affinché la Serbia possa entrare a far parte dell'UE: il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo e l'ingresso nella NATO. Intanto si aprono spiragli affinché si apra un'inchiesta sul traffico di organi internazionale nella regione kosovara.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/kosovo-anche-gli-eletti-cominciano-a-tremare/9995/" title="Kosovo: anche gli “eletti” cominciano a tremare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/7864_kosovo_cartina1.5qa844jb3r40g40cowk8wg0k4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="76" alt="Kosovo: anche gli “eletti” cominciano a tremare" ></div></a><p><span style="font-size: medium;">La partizione del Kosovo, della quale negli ultimi tempi hanno parlato a più riprese esponenti politici serbi, “non fa parte della prospettiva europea dei Balcani occidentali, e non può essere pertanto una soluzione ai problemi del Kosovo.” Questo è quanto riferisce l&#8217;Ambasciatore d&#8217;Italia a Pristina, Michael Louis Giffoni (nato a New York), che ha l&#8217;incarico di &#8216;facilitatore politico&#8217; nel nord del Kosovo a maggioranza di popolazione serba. &#8221;Da vari anni ripeto che l&#8217;Unione europea lavora e ha una visione dei Balcani legata all&#8217;integrazione e alla cooperazione, al dialogo e alla prospettiva europea. In quest&#8217;ottica concetti come la partizione del Kosovo sono fuori luogo e non aiutano a migliorare la situazione nella regione&#8221;, ha detto Giffoni. A suo avviso, &#8221;invece di creare nuovi confini bisogna rendere meno impenetrabili quelli già esistenti, che e&#8217; poi la tendenza in atto in Europa&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A parlare di una divisione del Kosovo come &#8216;unica soluzione realistica&#8217; all&#8217;impasse che persiste sulla questione di tale paese, del quale Belgrado rifiuta di riconoscere l&#8217;indipendenza, e&#8217; stato in particolare il vicepremier e ministro dell&#8217;interno serbo, Ivica Dacic. L&#8217;Ambasciatore Giffoni ha confermato la sua posizione in una intervista al quotidiano kosovaro “Koha Ditore”, nella quale ha affermato che quelle su una possibile partizione del Kosovo devono essere considerate idee private e personali di taluni esponenti politici. &#8221;Tali concetti sono contrari ai principi della cooperazione regionale e della stabilità nei Balcani, poiché eventuali cambiamenti delle frontiere avrebbero serie conseguenze sull&#8217;intera regione. Io continuo a credere che la vita dei cittadini nel nord del Kosovo (a maggioranza di popolazione serba, ndr), e nelle altre parti del Kosovo e della Serbia, può migliorare con la cooperazione e  non con le divisioni&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel progetto di una eventuale divisione, la parte nord del Kosovo passerebbe alla Serbia e in tal caso non e&#8217; escluso che una regione del sud della Serbia a maggioranza di popolazione di etnia albanese, la Valle di Presevo, chieda l&#8217;annessione al Kosovo.<br />
Che il Kosovo vada diviso tra Serbia e Albania, è appunto l&#8217;opinione espressa da Ivica Dacic in una intervista sull&#8217;ultimo numero del settimanale “Nin”. &#8221;Abbiamo cercato di difendere il Kosovo con la guerra, e abbiamo fallito. E&#8217; per questo che parlo di demarcazione, prima che sia troppo tardi. Vale a dire una correzione dei confini fra i due Stati vicini, Serbia e Albania&#8221;. A suo parere, la Serbia ha fatto un errore nel non parlare con l&#8217;Albania. &#8221;La demarcazione tra Serbia e Albania e&#8217; l&#8217;unica opzione realistica&#8221;, ha detto il ministro dell&#8217;interno, e ha aggiunto che il Kosovo potrebbe unirsi al&#8217;Albania allo stesso modo di come la Republika Srpska (Rs) &#8211; l&#8217;entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina &#8211; potrebbe unirsi eventualmente alla Serbia.<br />
Ufficialmente, la posizione del governo di Belgrado &#8211; che si rifiuta di riconoscere l&#8217;indipendenza di Pristina &#8211; e&#8217; che il Kosovo resta territorio della Serbia, una sua provincia meridionale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Da marzo e&#8217; cominciato un dialogo fra Serbia e Kosovo per la soluzione di problemi concreti della vita quotidiana, ma Pristina non intende in alcun modo tornare a parlare e a rimettere in discussione il tema dell&#8217;indipendenza, considerato ormai risolto per sempre. Da Pristina sono giunte subito reazioni contrariate alle nuove dichiarazioni di Dacic e il premier Hashim Thaci ha detto che i rappresentanti di Belgrado devono smetterla di parlare di una possibile divisione del Kosovo altrimenti, ha osservato, le richieste di Pristina potranno andare ancora al di là dell&#8217;indipendenza. Si tratta, ha affermato, di &#8221;idee antistoriche&#8221;. L&#8217;idea della spartizione non vede favorevoli nemmeno i vertici della Chiesa ortodossa serba, in quanto la maggior parte dei monasteri si trova nella parte meridionale del Kosovo, nella Metohija. Il vescovo Teodosije, rappresentante della Chiesa ortodossa serba in Kosovo, si e&#8217; detto contrario ad ogni ipotesi di divisione, affermando che una tale decisione causerebbe una pericolosa escalation di violenza della quale le vittime principali sarebbero i serbi. Nelle dichiarazioni rilasciate a “Radio Gracanica”, Teodosije ha detto di ritenere che le affermazioni fatte di recente da taluni politici serbi al riguardo vanno considerate a titolo personale e non rispecchiano la posizione ufficiale del governo di Belgrado. &#8221;Io credo fermamente che le autorità serbe, nel rispetto della Costituzione, faranno di tutto per preservare il Kosovo e che non prenderanno alcuna decisione a danno della popolazione kosovara&#8221;, ha detto il vescovo Teodosije. &#8221;Il Kosovo – ha aggiunto &#8211; non deve essere diviso ma deve restare così com’è&#8221;. Per il rappresentante della Chiesa ortodossa una spartizione del Kosovo provocherebbe nuove violenze, &#8221;e noi sappiamo che a soffrirne sarebbe in particolare il nostro popolo”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La netta contrarietà anche degli Stati Uniti all&#8217;ipotesi di una divisione territoriale del Kosovo su base etnica, e&#8217; stata sottolineata a Pristina da Philip Gordon, vicesegretario di stato nordamericano per l&#8217;Europa e l&#8217;Eurasia. &#8221;Noi siamo contrari, e non prendiamo in considerazione tale ipotesi. Non pensiamo che sia una soluzione pratica e nell&#8217;interesse di chicchessia&#8221;, ha detto Gordon ai giornalisti al termine di colloqui con la dirigenza kosovara. &#8221;In ogni paese vi sono minoranze, e le democrazie dovrebbero badare ai loro interessi senza ridisegnare i confini&#8221;, ha aggiunto l&#8217;esponente Usa secondo il quale una partizione del Kosovo avrebbe &#8221;conseguenze su scala regionale. L&#8217;indipendenza e l&#8217;integrità territoriale del Kosovo non possono essere messi nuovamente in discussione” &#8211; ha affermato Gordon, soprattutto dopo che lo sono stati quelli della Serbia, aggiungiamo noi&#8230;</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel frattempo, però, nuove possibili modifiche dell&#8217;accordo militare concluso nel 1999, con il quale fu istituita una striscia di sicurezza sulla linea di demarcazione fra Serbia e Kosovo, sono state esaminate in un colloquio che il capo del comitato militare della Nato, ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha avuto a Belgrado col capo di stato maggiore delle Forze armate serbe, generale Miloje Miletic. In una conferenza stampa congiunta, Di Paola ha detto che tale accordo ha già subito modifiche in passato, e che ora sono in corso trattative per nuovi cambiamenti. Miletic da parte sua ha osservato come si tratti di un tema molto sensibile e importante per le relazioni fra Serbia e Nato. L&#8217;intesa sulla striscia di sicurezza intorno al Kosovo, che dopo le modifiche passate è attualmente di 5 km, è parte degli accordi di pace firmati a Kumanovo (Macedonia) il 9 giugno 1999, con i quali fu posto fine ai bombardamenti aerei della Nato contro la Serbia di Slobodan Milosevic. Con la fascia di sicurezza fu istituita anche una zona di interdizione al volo, ancora in vigore. A più riprese esponenti militari serbi hanno sollecitato la completa abolizione di tale fascia di sicurezza e di tutte le restrizioni ancora in vigore dal momento, si sottolinea, che “esercito serbo e truppe della Kfor (Forza Nato in Kosovo) non sono nemici”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nonostante le rassicurazioni di Belgrado, quattro comandanti di polizia nel nord del Kosovo, tutti di etnia serba, sono stati sospesi per il loro rifiuto di accettare i trasferimenti decisi dalla polizia centrale kosovara (Kps) nell&#8217;ambito di quella che viene definita una &#8216;rotazione&#8217; nel servizio. Come ha detto il direttore della polizia, Resat Malici, i comandanti che rifiutano i trasferimenti saranno tutti destituiti e licenziati se non accetteranno il provvedimento. I responsabili di polizia nel nord del Kosovo, abitato in maggioranza da popolazione serba, non riconoscono l&#8217;autorità centrale a Pristina e si rifiutano di obbedire agli ordini della dirigenza di polizia (di etnia albanese). “Quelli che accetteranno le decisioni sui trasferimenti, manterranno il posto di lavoro, ma dovranno svolgere la propria attività nelle nuove sedi loro assegnate”, ha precisato Malici citato dai media a Pristina. La direzione di polizia ha stabilito di trasferire il comandante di polizia di Kosovska Mitrovica nord (la parte della città divisa controllata dai serbi) a Jarinje, quello di Zvecan a Leposavic, il comandante di Leposavic a Kosovska Mitrovica nord e quello di Zubin Potok alla centrale regionale di polizia sempre a Kosovska Mitrovica nord.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I problemi con la polizia serba non sono però gli unici; la Kfor, la Forza della Nato in Kosovo, ha spostato il luogo di una esercitazione congiunta con la missione europea Eulex a causa di un blocco stradale attuato da un gruppo di imprenditori serbi, che protestano da alcuni giorni contro l&#8217;arresto di un loro collega che si rifiuta di pagare le tasse alle autorità kosovare. Come riferiscono i media a Pristina, un accordo e&#8217; stato raggiunto dai responsabili militari della Kfor e Ratomir Bozovic, presidente dell&#8217;Associazione imprenditori di Zubin Potok. Invece che lungo la strada fra Kosovska Mitrovica e Ribarice &#8211; bloccata dagli imprenditori – le esercitazioni di Kfor e Eulex si terranno su una strada vicina.<br />
Jevrem Pantelic, l’imprenditore serbo kosovaro di Zubin Potok, è stato arrestato una settimana fa con l&#8217;accusa di evasione fiscale, a causa del suo rifiuto di versare le imposte alle autorità kosovare albanesi di Pristina.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel frattempo, però, anche gli “eletti” cominciano a tremare, a causa della lotta intestina che si svolge tra gli sponsor internazionali del Kosovo. Il 20 giugno è giunta la notizia che gli investigatori di Eulex, la missione europea in Kosovo, hanno aperto un&#8217;inchiesta a carico di Pieter Feith, capo dell&#8217;Ufficio civile internazionale (Ico) a Pristina, che avrebbe influenzato la nomina del governatore della Banca centrale kosovara, Gani Gerguti. Notizia annunciata dal quotidiano “Express”. Secondo il giornale vi sarebbero prove che Feith, fino a poche settimane fa anche rappresentante Ue a Pristina, ha avuto un ruolo determinante nella nomina del governatore della Banca centrale Gerguri. Non sono stati forniti altri particolari sulle presunte pressioni esercitate dal diplomatico olandese, uomo di Javier Solana e dei britannici (ma sgradito a diverse ambasciate europee), nella nomina del governatore. Pieter Feith, nota “Express”, ha ribadito a più riprese in passato, in particolare dopo le elezioni dello scorso dicembre, che non vi può essere posto nel governo kosovaro per persone indagate. Eulex, la missione europea in Kosovo, ha però smentito subito che Pieter Feith sia indagato per il ruolo avuto nella nomina del governatore della Banca centrale kosovara. &#8221;Le presunte accuse sono state esaminate dai procuratori, che hanno stabilito che non vi e&#8217; alcun motivo di avviare un&#8217;inchiesta, e il caso e&#8217; stato così chiuso&#8221;, ha detto in un comunicato Irina Gudeljevic, portavoce di Eulex. Il portavoce dell&#8217;Ico Andy McGuffie ha detto da parte sua che Feith e&#8217; rimasto molto sorpreso alla notizia della presunta inchiesta a suo carico, chiedendo subito spiegazioni a Eulex e alla giustizia kosovara.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sembra di assistere alla stesso copione del passato, cioè alla rapidità con la quale Carla Del Ponte e i suoi collaboratori al Tribunale dell’Aja assolvevano i piloti della NATO incriminati per i bombardamenti sulla Serbia senza nemmeno guardare le prove a loro carico. Che in questo momento Eulex non possa permettersi anche lo scandalo Feith, si deve probabilmente alle nuove accuse elevate proprio dalla missione europea in Kosovo nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta sulla vicenda del traffico di organi. Come ha annunciato a Pristina il portavoce di Eulex, Blerim Krasniqi, destinatari delle accuse sono un cittadino turco e uno israeliano, che sarebbero implicati direttamente nei traffici illeciti di organi. Nel marzo scorso Eulex aveva già messo sotto accusa altre quattro persone, tutti cittadini kosovari. In tutto sono ora nove le persone chiamate a rispondere in tale inchiesta, sette dei quali sono albanesi kosovari, mentre due il turco Yusuf Sonmez e l&#8217;israeliano Moshe Harel, sono accusati di tratta di esseri umani, criminalità organizzata e esercizio illegale della professione medica. I reati sarebbero stati commessi nel 2008 nella clinica &#8216;Medicus&#8217; di Pristina, dove sarebbe stati effettuati trapianti illegali di organi ai danni di cittadini serbi e albanesi rapiti dall’UCK albanese. Yusuf Sonmez, che aveva esercitato alla clinica &#8216;Medicus&#8217; e che e&#8217; stato definito il &#8216;Frankenstein turco&#8217; dai media kosovari, era stato arrestato e poi subito rilasciato in Turchia a metà gennaio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Visto che purtroppo la pratica dell’espianto e del traffico di organi da parte di cittadini israeliani è già stata documentata in Palestina e non solo¹, sarebbe opportuno che il bravo relatore sui diritti umani del Consiglio di Europa, lo svizzero Dick Marty, fosse un po’ più esplicito sulla sparizione nel suo rapporto del ruolo avuto dalle compagnie private israeliane e dal Mossad nell’addestramento del “Gruppo di Drenica”², senza giustificarla “per un malinteso con il collaboratore (che ha mal interpretato una correzione manoscritta) che ha tradotto in inglese le note è sorta quella divergenza, poi corretta nella versione definitiva³.” Il coraggio di Marty, che fu censore anche dei metodi giudiziari della Del Ponte e dei voli della CIA in Europa è noto, tanto più che la Russia intende dare il suo appoggio all&#8217;iniziativa della Serbia per chiedere un&#8217;indagine indipendente sotto l&#8217;egida dell&#8217;Onu sul traffico di organi umani messo in atto in Kosovo alla fine degli anni novanta. Il rappresentante permanente russo alle Nazioni Unite, Vitali Ciurkin, citato dalla “Tanjug”, ritiene che Eulex, la missione europea in Kosovo, non sia in grado di condurre da sola un&#8217;inchiesta adeguata, per questo Mosca appoggerà la proposta serba per indagini sotto l&#8217;ombrello Onu. Le autorità di Belgrado hanno detto a più riprese che Eulex &#8211; che nei mesi scorsi ha annunciato l&#8217;avvio di una propria indagine sul traffico di organi &#8211; non ha poteri giurisdizionali al di fuori del territorio del Kosovo, e che per questo non può condurre un&#8217;indagine completa e esauriente, dal momento che il traffico di organi umani riguardò anche l&#8217;Albania. Ciurkin ha aggiunto che Mosca e&#8217; per la prosecuzione della presenza internazionale in Kosovo, e ritiene che nessuna decisione potrà essere presa senza il consenso della Serbia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quest’ultima, però, si trova tra l’incudine e il martello.<br />
La delegazione del Parlamento tedesco in visita in questi giorni a Belgrado è stata molto chiara sulle sue aspirazioni europee: se vuole aderire all’UE, la Serbia deve riconoscere il Kosovo e aderire alla NATO, viste “le strette relazioni esistenti” tra l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea, in caso contrario la Germania ne bloccherà il processo di avvicinamento all’Europa.<br />
La vendita di Ratko Mladic al Tribunale dell’Aja, evidentemente, non è sufficiente.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong>* <em>Stefano Vernole è redattore di “Eurasia”, è coautore di “La lotta per il Kosovo”, All&#8217;Insegna Del veltro, Parma, 2007 e autore di “La questione serba e la crisi del Kosovo”, Noctua, Molfetta, 2008.</em></strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div><span style="font-size: large;">Note</span></div>
<hr size="1" />
<ol>
<li style="font-size: small;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.guardian.co.uk/world/2010/dec/17/kosovo-organ-donor-ring-israel">http://www.guardian.co.uk/world/2010/dec/17/kosovo-organ-donor-ring-israel</a></span></li>
<li style="font-size: small;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/kosovo-il-rapporto-marty-e-stato-censurato-da-israele/7839/">http://www.eurasia-rivista.org/kosovo-il-rapporto-marty-e-stato-censurato-da-israele/7839/</a></span></li>
<li style="font-size: small;"><span style="font-size: small;">Mia corrispondenza per posta elettronica con Dick Marty.</span></li>
</ol>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Dal Kosovo alla Libia: il lato oscuro dell&#8217;interventismo &#8220;umanitario&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 15:59:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giunto simbolicamente a Belgrado il 23 marzo il capo del governo di Mosca, Vladimir Putin, avrebbe dichiarato che tra l’attuale crisi libica e quella kosovara di 12 anni fa esisterebbero diverse differenze. Sicuramente, però, vi sono anche parecchie analogie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/dal-kosovo-alla-libia-il-lato-oscuro-dellinterventismo-umanitario/8839/" title="Dal Kosovo alla Libia: il lato oscuro dell&#8217;interventismo &#8220;umanitario&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/032111hubam3_512x288.15j46k3gd5z4ssskc0ggs44cs.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="45" alt="Dal Kosovo alla Libia: il lato oscuro dell&#8217;interventismo &#8220;umanitario&#8221;" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Giunto simbolicamente a Belgrado il 23 marzo (giorno antecedente all’anniversario dell’inizio dei bombardamenti sulla Federazione Jugoslava nel 1999), il capo del governo di Mosca, Vladimir Putin, avrebbe dichiarato che tra l’attuale crisi libica e quella kosovara di 12 anni fa esisterebbero diverse differenze.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sicuramente, però, vi sono anche parecchie analogie.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Preparazione mediatica all’aggressione militare</em>: come allora, l’intervento degli aerei della coalizione occidentale è stato preceduto da una lunga campagna dell’opinione pubblica, volta a demonizzare l’avversario. Nel 1999 fu il falso massacro di Racak a fornire il pretesto per l’umiliante ultimatum di Rambouillet, oggi sono state le false fosse comuni di Tripoli (1) e gli inesistenti raid aerei (2) sui  manifestanti a permettere di scaldare i motori degli aerei dell’aviazione atlantica. Anche le parole d’ordine della propaganda occidentale sono sempre le stesse: “un dittatore che uccide il suo popolo” (allora Milosevic che vinse tutte le elezioni, oggi Gheddafi che sostituì nel 1969 un regime autocratico introducendo la democrazia diretta), gli “scudi umani” a protezione dei siti da bombardare (in realtà migliaia di volontari pronti a sacrificarsi, a Belgrado a difesa dei ponti sul Danubio, a Tripoli delle città libiche), “gli insorti lottano per la libertà e la democrazia” (in realtà l’UCK era un gruppo ideologicamente marxista-leninista e le tribù ribelli della Cirenaica sventolano le bandiere monarchiche), qualche accenno alla “pulizia etnica” e ai “mercenari” (che nemmeno vale la pena commentare), “Milosevic disposto ad arrendersi dopo 3 giorni di bombardamenti” (furono alla fine 78) e “Gheddafi scappato in Venezuela o in Bielorussia” (forse sarebbe piaciuto a Washington per attaccare Chavez e Lukashenko …), preparazione “culturale” alle rivolte (apertura di un centro statunitense finanziato da Soros a Pristina e discorso di Obama al Cairo).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Sostegno esterno agli insorti e andamento del conflitto</em>:  in Kosovo l’UCK venne addestrato, armato e finanziato da BND, SAS, CIA e servizi segreti albanesi, in Libia gli insorti di Bengasi da SAS, CIA, servizi segreti francesi, egiziani e sauditi. In un primo momento l’esercito di liberazione albanese del Kosovo conquistò oltre metà della provincia serba e assunse il controllo di tutte le strade principali, per essere travolto alla prima azione seria intrapresa dalla polizia militare di Belgrado. Lo stesso può dirsi per le tribù della Cirenaica che, dopo un fantomatico successo iniziale, stavano per scappare in Egitto e perdere anche la loro roccaforte. In entrambi i casi, questi gruppi ribelli sono stati utilizzati per creare un clima bellico idoneo per l’intervento esterno, vengono fatti massacrare perché non assumano troppa influenza e verranno poi scaricati quando le potenze occidentali avranno raggiunto i loro obiettivi (nel 1999 la NATO addirittura bombardò la caserma di Koshare, unico successo militare dell’UCK).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Divisione del paese</em>: impossibilitata a vincere davvero il conflitto vista la scarsa attitudine delle sue truppe a condurre un intervento di terra, la NATO si accontentò nel 1999 di occupare soltanto il Kosovo (ricco di minerali e in posizione strategica per la sorveglianza dei corridoi energetici), per poi destabilizzare la Serbia e far cadere Milosevic in un secondo tempo. L’obiettivo principale in Libia è impiantare i soldati dell’Alleanza Atlantica in Cirenaica e nel Fezzan (ricchi di petrolio e in ottima posizione per il controllo dell’Egitto), quali basi iniziali di una futura eliminazione di Gheddafi in Tripolitania (3). La balcanizzazione del mondo continua.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Demonizzazione dell’avversario</em>: agli Stati Uniti, si sa, piace l’impostazione leaderistica della politica e identificano sempre un paese con la sua guida: ieri Milosevic (in realtà un grigio burocrate socialista), oggi Gheddafi (abbastanza attempato, se non altro perché si trova a capo della Libia dal 1969). Questa identificazione totale del potere con un solo uomo, oltre a voler ricordare i paralleli con i grandi avversari storici degli anglosassoni (Mussolini, Hitler, Stalin), permette agli USA di recitare la parte dei “liberatori dall’oppressione” o “dalla dittatura” (sarebbe sufficiente confrontare i parametri economici e sociali della Serbia di Milosevic con l’attuale o della Libia di Gheddafi con il resto del continente africano per capire i “vantaggi” della “liberazione”). In ogni caso le pressioni e l’armamentario ideologico-propagandistico sono identici: sequestro di fantomatici conti all’estero o di improbabili “tesori”, incriminazione al Tribunale dell’Aja (quello che ha ammesso di aver distrutto le prove dei crimini compiuti contro i serbi in Kosovo), pressioni per l’esilio dei “dittatori”. Anche il tranello per attirarli nella trappola è stato pressoché lo stesso: nel 1995 Milosevic fu acclamato a Dayton quale “uomo della pace” (e infatti oggi le clausole approvate per mettere fine alla guerra di Bosnia vengono messe in discussione dalle pressioni atlantiste), Gheddafi dopo le minacce subite da Bush jr. e le riparazioni economiche pagate per l’attentato di Lockerbie (il presunto colpevole è stato rilasciato dagli inglesi per “una grave malattia” nonostante di salute stia benissimo, pur di evitare un processo di appello che avrebbe inchiodato i suoi accusatori britannici a mostrare prove in realtà inesistenti) venne riciclato come alleato nella “guerra al terrorismo”. L’apertura all’Occidente, evidentemente, non paga.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Interessi in gioco</em>: sono abbastanza simili e riguardano il percorso degli oleodotti nel caso kosovaro, i diritti di sfruttamento del petrolio in quello libico (e questi, almeno oggi, sono stati ammessi perfino dalla nostra classe dirigente). Nel caso kosovaro ci furono anche quelli della droga e del traffico di migranti/prostituzione, probabile che anche in Libia avvenga qualcosa del genere. Posizionamento strategico della NATO: base militare USA di Camp Bondsteel in Kosovo (quale porta d’ingresso alle aree strategiche del pianeta, Vicino e Medio Oriente, Caucaso), destabilizzazione dell’influenza russa e turca nel Mediterraneo per la Libia (4), rilancio mediatico del ruolo dell’Alleanza Atlantica quale gendarme globale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Danni all’Italia e mediazione russa</em>: evidenti all’epoca dell’aggressione alla Serbia (affare Telekom Srbja, investimenti commerciali, inquinamento ambientale del Mar Adriatico, conseguenze dell’utilizzo dell’uranio impoverito sui propri militari, violazione della Costituzione, invasione della droga e della mafia kosovara), addirittura clamorosi con la partecipazione ai bombardamenti sulla Libia (perdita di cospicui contratti petroliferi, accordi energetici, perdita di credibilità internazionale dopo la concessione delle basi militari per un attacco militare e violazione del trattato di amicizia italo-libico, aumento dei migranti e probabilmente del traffico di droga) (5). Nel 1999, la Russia che aveva però posto il veto all’intervento nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, favorì con Chernomyrdin la fine delle ostilità; è probabile che ora molti,  Berlusconi per primo, si augurino una mediazione russa per trovare una via d’uscita vantaggiosa per tutti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non sappiamo, infatti, quanto durerà ancora questa coalizione improvvisata di governi che ormai non hanno più nemmeno la decenza di vergognarsi delle proprie bugie, ma, soprattutto, dopo quanto esportato in Kosovo (dove i gestori del potere organizzavano i traffici di organi umani (6)), Iraq (con nefandezze come l’embargo sul latte ai bambini e le torture di Abu Ghraib) e Afghanistan (dove si confondono trafficanti di droga e necrofili) (7), attendiamo “fiduciosi” di scorgere i frutti del loro “intervento umanitario” in Libia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Stefano Vernole, redattore di “Eurasia”</strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>, </strong></em></span></span></span></span><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>è autore di “La questione serba e la crisi del Kosovo”, Ed. Noctua, Molfetta, 2008.</strong></em></span></span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><br />
</strong></em></span></span></span></strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>Note</em></span></p>
<ol>
<li><span style="font-size: x-small;">Paolo 	Pazzini su “Il Giornale”: “Vengo da Tripoli e vi dico che i 	giornali raccontano un sacco di menzogne”, 26 febbraio 2011, </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilgiornale.it/"><span style="font-size: x-small;">www.ilgiornale.it</span></a></span></span></li>
<li>“<span style="font-size: x-small;">I 	militari russi: nessun attacco aereo in Libia”, 2 marzo 2011, </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../8536/i-militari-russi-nessun-attacco-aereo-in-libia"><span style="font-size: x-small;">http://www.eurasia-rivista.org/8536/i-militari-russi-nessun-attacco-aereo-in-libia</span></a></span></span></li>
<li><span style="font-size: x-small;">LIBIA:STRATEGA, 	NO FLY ZONE COME BOSNIA RISCHIA DI FALLIRE PERICOLO E&#8217; STALLO, PAESE 	DIVISO PREVALGONO IDENTITA&#8217; REGIONALI (ANSA) &#8211; ROMA, 21 MAR &#8221;Stanno 	tentando di far cadere Gheddafi come avvenne con Milosevic negli 	Anni Novanta&#8221; ma &#8221;questa volta potremmo fallire&#8221;. E&#8217; quanto 	afferma Robert Kaplan, stratega militare del Center for New American 	Security, intervistato da La Stampa. &#8221;In Libia vogliono imporre una 	no fly zone come la Nato fece nel 1994 sui cieli della Bosnia e 	anche nel 1999 sul Kosovo &#8211; afferma Kaplan &#8211; conducendo una campagna 	aerea di 99 giorni. Ma quelle due operazioni militari non portarono 	alla caduta di Milosevic, perche&#8217; una no fly zone non e&#8217; in grado di 	innescare cambiamenti di regime&#8221;. In Libia, secondo l&#8217;esperto, si 	sta tentando di indebolire Gheddafi allo stesso modo, &#8221;fino al 	punto da portare qualcuno del suo campo a prendere l&#8217;iniziativa per 	eliminarlo o allontanarlo dal potere&#8221;. Ma la Libia &#8221;non e&#8217; la 	Serbia&#8221;. &#8221;La Libia, in realta&#8217;, come stato non esiste &#8211; prosegue &#8211; 	perche&#8217; a prevalere sono piuttosto le identita&#8217; regionali in 	Tripolitania, Cirenaica e Fezzan&#8221;. &#8221;Se una no fly zone riesce a 	salvare Bengasi – afferma Kaplan &#8211; e indebolisce Gheddafi in 	Cirenaica, non significa che cio&#8217; avverra&#8217; anche in Tripolitania&#8221;. 	Il rischio per la coalizione e&#8217; arrivare ad una situazione di 	stallo: &#8221;la Cirenaica in mano ai ribelli, la Tripolitania a 	Gheddafi e il Fezzan senza governo&#8221;. (ANSA).</span></li>
<li><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../8828/libia-che-alternative-aveva-litalia"><span style="font-size: x-small;">http://www.eurasia-rivista.org/8828/libia-che-alternative-aveva-litalia</span></a></span></span></li>
<li><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../8778/litalia-ha-gia-perso-la-sua-guerra-di-libia"><span style="font-size: x-small;">http://www.eurasia-rivista.org/8778/litalia-ha-gia-perso-la-sua-guerra-di-libia</span></a></span></span></li>
<li><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../7839/kosovo-il-rapporto-marty-e-stato-censurato-da-israele"><span style="font-size: x-small;">http://www.eurasia-rivista.org/7839/kosovo-il-rapporto-marty-e-stato-censurato-da-israele</span></a></span></span></li>
<li>ANSA/ 	AFGHANISTAN:VILIPENDIO CADAVERI CIVILI,SCUSE ESERCITO USADER SPIEGEL 	PUBBLICA FOTO.SOLDATI GIA&#8217; INCRIMINATI,MA IN SEGRETO (ANSA) &#8211; NEW 	YORK, 21 MAR &#8211; Violenze che rievocano quelle del carcere iracheno di 	Abu Ghraib tornano a offuscare l&#8217;immagine dei soldati americani. 	Questa volta si riferiscono all&#8217; <span style="color: #333333;"><span style="font-size: x-small;">Afghanistan, 	e riguardano cinque soldati accusati non solo di aver ucciso civili, 	ma anche di aver vilipeso i loro cadaveri. Sugli episodi, che si 	riferiscono al 2010 e che finora erano stati mantenuti segreti, 	l&#8217;Esercito Usa aveva gia&#8217; avviato un’inchiesta, e i soldati in 	questione sono gia&#8217; stati identificati e formalmente incriminati. 	Tuttavia sono emerse per la prima volta fotografie sugli episodi di 	cui sono accusati che provocano non poco imbarazzo ai comandi 	dell&#8217;Esercito Usa. Il settimanale tedesco Der Spiegel ha ottenuto e 	pubblicato tre fotografie che appaiono inequivocabili. La prima 	mostra due afghani, apparentemente morti, appoggiati a un palo, 	forse legati. Le altre due foto mostrano due soldati nell&#8217;atto di 	chinarsi accanto al corpo di un afghano morto che viene trascinato 	per i capelli. Il cadavere e&#8217; vestito con abiti civili. Uno dei 	soldati lo tiene per i capelli, e sorride. I due soldati che si 	trovano accanto al cadavere &#8211; hanno reso noto fonti dell&#8217;Esercito 	Usa &#8211; sono Jeremy Morlock, di Wasilla, Alaska, gia&#8217; accusato di aver 	ucciso altri civili afghani, e Andrew Holmes, nei confronti del 	quale sono state mosse accuse analoghe. Anche lui e&#8217; chinato accanto 	al cadavere, e lo trascina. Nei loro confronti e&#8217; gia&#8217; stata avviata 	un&#8217;inchiesta, cosi&#8217; come nei confronti di altri tre soldati 	americani della Stryker Brigade, impiegata in Afghanistan 	dall&#8217;estate del 2009 all&#8217;estate del 2010. Tutti i soldati finiti 	sotto inchiesta appartengono alla 2/a Divisione Fanteria. L&#8217;Esercito 	Usa ha chiesto scusa, e ha espresso preoccupazione. La pubblicazione 	delle foto puo&#8217; ulteriormente aggravare i non facili rapporti con la 	popolazione afghana. Per questo motivo gli ufficiali Usa avevano 	cercato di impedire che queste immagini, scattate evidentemente da 	altri soldati, venissero mostrate in pubblico. Indagini erano state 	avviate fin dal maggio dello scorso anno per accertare se i soldati 	Usa impegnati in Afghanistan abbiano altre immagini compromettenti 	custodite nei loro computer o nei loro cellulari. In una 	dichiarazione, il portavoce dell&#8217;Esercito, colonnello Thomas 	Collins, ha definito le immagini &#8221;ripugnanti&#8221;: l&#8217;Esercito si scusa 	&#8221;per il disturbo che queste foto possono arrecare, che sono in 	assoluto contrasto con la disciplina, la professionalita&#8217; e il 	rispetto che hanno caratterizzato il comportamento dei nostri 	soldati. Temiamo &#8211; ha aggiunto – che questo genere di cose possa 	mettere a rischio le forze della coalizione, e minare le nostre 	relazioni con il popolo afghano&#8221;. (ANSA</span></span><span style="color: #333333;">).</span></li>
</ol>
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		<title>L&#8217;insabbiamento della mafia del Kosovo: la cultura dell&#8217;impunità in stile NATO</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 10:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
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		<category><![CDATA[UCK]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli attivisti dei diritti umani sono intransigenti quando si tratta di porre fine a quella che chiamano "la cultura dell'impunità" fintanto che essa non riguarda i loro clienti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/linsabbiamento-della-mafia-del-kosovo-la-cultura-dellimpunita-in-stile-nato/8345/" title="L&#8217;insabbiamento della mafia del Kosovo: la cultura dell&#8217;impunità in stile NATO"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/uck_nato.b90n930lmbcw0sgg4s8kg8kw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="L&#8217;insabbiamento della mafia del Kosovo: la cultura dell&#8217;impunità in stile NATO" ></div></a><p>Fonte: <span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23238"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23238</span></a></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il 25 gennaio, il Consiglio d&#8217;Europa ha approvato a larghissima maggioranza la relazione che da tempo aveva commissionato dal senatore svizzero Dick Marty, ma ha ufficialmente ignorato le indicazioni secondo cui i combattenti separatisti albanesi del Kosovo hanno espiantato e venduto organi vitali dei prigionieri serbi, subito dopo la fine della guerra (ma, come emerge dal rapporto, anche prima, n.d.r.) condotta a suon di bombardamenti NATO nel 1999, per staccare il Kosovo dalla Serbia. In particolare è coinvolta la sezione Drenica del <em>Kosovo Liberation Army</em> (KLA), guidato dal primo e attuale Presidente del Kosovo post-bombardamento, Hashim Thaci. Il Consiglio d&#8217;Europa, la cui principale funzione è quella di difendere i diritti umani, ha chiesto un’ indagine giudiziaria adeguata, in particolare da parte dell&#8217;Unione europea sullo Stato del diritto in Kosovo (l’UE è lì presente con la Missione EULEX). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Per un&#8217;analisi approfondita del rapporto Marty, vedasi &#8220;</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Kosovo Criminale: il regalo degli USA all&#8217;Europa</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">&#8221; &#8211; </span></span><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/?p=1135"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/?p=1135</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Diana Johnstone, CounterPunch newsletter, Vol. 18, no.1, gennaio 1-15, 2011.) </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il problema creato dal rapporto Marty è lo stesso che lo ha originato. Non vi è una chiara autorità giudiziaria disposta e in grado di intraprendere un’ indagine penale sulle accuse di traffico di organi. Le accuse sono emerse per prime nel libro di memorie del 2006 dell&#8217;ex Procuratore Capo dell&#8217;ICTY, Carla del Ponte, che si lamentava che non le era stato permesso di proseguire indagini sulle prove in Albania (anche perché fu proprio il suo ufficio a distruggere le prove documentali raccolte, n.d.r.). E&#8217; stato a causa di questo vuoto giuridico, che il Consiglio d&#8217;Europa ha incaricato il senatore Marty di stendere la sua relazione, nella speranza di stimolare una sorta di procedura legale. Ma il problema rimane. La maggior parte dei presunti reati, ha avuto luogo sul territorio dell&#8217;Albania, dove operavano le basi e le prigioni dell&#8217;UCK, ma le autorità albanesi hanno finora rifiutato di collaborare con gli investigatori.  EULEX è stata inviata in Kosovo per cercare di riempire il vuoto giudiziario lasciato dalla secessione. Tuttavia, come tutte le strutture del protettorato internazionale istituite per costruire un Kosovo &#8220;<em>indipendente</em>&#8220;, EULEX ha paura di suscitare l&#8217;ira degli albanesi del Kosovo, e ha grande difficoltà nell&#8217;ottenere la loro cooperazione nell&#8217;indagine penale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La copertura mediatica delle accuse del traffico di organi che coinvolge Hashim Thaci, è stata troppo tenue per poter creare una pressione dell&#8217;opinione pubblica sui governi occidentali, riluttanti a portare la questione in tribunale. Human Rights Watch ha chiesto a un procuratore europeo indipendente di perseguire il caso, ma non vi è stata alcuna risposta convincente da parte dei governi interessati. Marty ha espresso il timore che la sua relazione rimanga &#8220;<em>lettera morta</em>&#8220;, cosa che sembra abbastanza plausibile.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche se il rapporto Marty sembra avere lo stesso destino del rapporto Goldstone su Gaza, finire nel limbo delle buone intenzioni, il contrattacco è stato lanciato. Stranamente, la <em>London Review of Books </em>ha scelto di pubblicare cinque pagine di recensione del Rapporto Marty da parte di qualcuno con un forte interesse a screditarlo: nientemeno che Geoffrey Nice, che come procuratore aggiunto presso il Tribunale penale internazionale per l&#8217;ex Iugoslavia (ICTY ) a L&#8217;Aia, ha guidato le accuse al presidente jugoslavo Slobodan Milosevic. Il solo vero successo di Nice nel processo lungo cinque anni, è stato quello di sopravvivere sia al presidente del tribunale che all’imputato. Le dimensioni mostruose delle accuse formulate dalla procura, allo scopo di dare la colpa a Milosevic di quasi tutti i mali della complessa guerra civile che ha lacerato la Jugoslavia negli anni &#8217;90, riuscì a mandare Milosevic nella tomba prima che potesse presentare la sua difesa, risparmiando così ai tre giudici il compito di trovare delle scuse per condannarlo, motivo per cui erano stati assunti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La recensione della LRB di Sir Geoffrey (fu nominato cavaliere nel 2007 per i suoi servizi), dà la possibilità di rilanciare l&#8217;azione penale della ICTY secondo la versione della guerra della NATO per il Kosovo (&#8220;<em>l&#8217;obiettivo era quello di prevenire una catastrofe umanitaria</em>&#8220;) completa di dati standard esagerati (&#8220;<em>almeno 10.000 albanesi del Kosovo uccisi</em>&#8220;) e di omissioni cruciali (Hashim Thaci &#8220;<em>è stato scelto per andare a Rambouillet al posto del presidente del Kosovo Ibrahim Rugova</em>&#8221; &#8211; senza dire da chi è stato scelto, cioè il Dipartimento di Stato USA). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il principale diversivo tattico di Nice era centrato sul suo attacco a un non meglio identificato &#8220;<em>testimone K144</em>&#8220;. Ha intitolato la sua recensione: &#8220;<em>Chi è K144?</em>&#8221; ed ha continuato a rispondere alla domanda affermando che K144 era sia la base per le accuse del Rapporto Marty che una creazione della propaganda dei media serbi. Un lettore frettoloso potrebbe trascurare l&#8217;elemento tra parentesi nella seguente frase: &#8220;<em>Storie dalla stampa serba suggeriscono che molte di queste asserzioni provenivano da un testimone chiamato K144, anche se la Del Ponte non fa mai riferimento a questa fonte nel suo libro (e nemmeno Marty, direttamente)</em>.&#8221; In realtà, non c&#8217;è nessun &#8220;<em>testimone K144</em>&#8221; menzionato nel rapporto Marty. Le citazioni di Nice dalla stampa serba non corrispondono alla relazione Marty. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;articolo di Nice è stato immediatamente ripreso e amplificato da un articolo del <em>The Wall Street Journal</em>, che gode di un più vasto pubblico statunitense.  Col titolo &#8220;<em>Infangare Hashim Thaci: le accuse di espianto di organi sono  parte di una campagna mediatica contro il Kosovo?</em>&#8221; (Conclusione: sì) il giornalista e membro del Parlamento britannico Denis MacShane, ha dato una rozza recensione della recensione di Nice. &#8220;<em>Ciò che è molto fastidioso, secondo Nice, è che la narrativa del signor Marty dipende implicitamente da un testimone anonimo, &#8216;K144&#8242;, che Belgrado dice abbia fornito la prova di queste atrocità, ma che molto probabilmente non esiste</em>.&#8221; </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Denis MacShane è un cane da attacco da primo premio, proveniente dal canile del barboncino dell&#8217;imperialismo, Tony Blair. E&#8217; membro della Società Henry Jackson, un raduno di guerrafondai il cui modello è il &#8220;senatore della Boeing&#8221;, Henry &#8220;Scoop&#8221; Jackson, che negli anni &#8217;70, con l&#8217;aiuto di Richard Perle, difese le aggressive politiche anti-sovietiche in una maniera apparentemente liberale. L&#8217;asserzione di MacShane di essere &#8220;di sinistra&#8221; sembra poggiare quasi esclusivamente sulla sua difesa dell’ &#8220;unica democrazia in Medio Oriente&#8221;, che gli permette di sopperire alla carenze di minacce comuniste, con il terrorismo islamico. Il suo &#8220;Istituto europeo per lo studio dell&#8217;antisemitismo contemporaneo&#8221; ha pubblicato una relazione nel 2009 in cui si è impegnata a definire quali tipi di critica a Israele costituiscono antisemitismo. Tra queste, descrivere lo stato di Israele come un tentativo razzista e paragonare la politica contemporanea israeliana con quella dei nazisti. E&#8217; membro del consiglio di &#8220;<em>Just Journalism</em>&#8221; il cui scopo è quello di sorvegliare i media britannici sugli articoli su Israele. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">MacShane è stato ministro laburista per i Balcani e poi per l&#8217;Europa, ma è stato sospeso dal Partito Laburista lo scorso 14 ottobre in attesa di un&#8217;indagine riguardante l&#8217;aggiotaggio delle spese. Secondo quanto riferito, è diventato il primo parlamentare britannico ad essere denunciato alla polizia da parte del Commissario Parlamentare per gli Standard riguardo le sue pretese sulle spese di ufficio finanziate dal contribuente. Le pretese di MacShane su oltre sette anni ammontano a circa 125.000 sterline, di cui quasi 20.000 all&#8217;anno per un ufficio situato nel suo garage, otto computer laptop in tre anni e dozzine di fatture per &#8220;ricerca e traduzione&#8221; di un inafferrabile &#8220;<em>European Policy Institute</em>&#8220;, che si è rivelato essere, fondamentalmente, suo fratello Edmund Matyjaszek (per la sua vita professionale, MacShane ha abbandonato il cognome del padre polacco per il cognome irlandese della madre). E&#8217; stato anche coinvolto in numerosi scandali minori riguardanti la distorsione dei fatti. Niente di tutto questo sembra aver danneggiato la sua fiducia in sé stesso o la sua carriera, che comprende saggi regolari per Newsweek. Dai suoi scritti si possono cogliere che i soli musulmani di cui si fida, sono quelli della ex Jugoslavia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A parte la diversione K144, l&#8217;attacco di MacShane-Nice al rapporto Marty punta su due fattori a cui i lettori che non hanno familiarità con il caso, possono apparire una debolezza grave. La relazione, sottolineano, non dà i nomi delle vittime e dei testimoni. La spiegazione di questo è semplice. Vi sono infatti liste di potenziali vittime: di serbi e albanesi scomparsi che si presume siano morti dopo essere stati fatti prigionieri dall&#8217;UCK. Senza prove materiali, è quasi impossibile accertare l&#8217;esatto destino delle persone scomparse da oltre dieci anni in un paese, l&#8217;Albania, dove le autorità locali hanno rifiutato di cooperare e hanno avuto tutto il tempo di disporre delle prove. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda i nomi dei testimoni, il signor Marty rifiuta di rivelarli se non a serie autorità giudiziarie con un programma di protezione dei testimoni. Questa cautela è assolutamente necessaria dato il record di intimidazione dei testimoni e persino di omicidi, in particolare nel caso del rivale di Thaci nella gerarchia dell&#8217;UCK e leader del clan, Ramush Haradinaj. Sir Geoffrey si riferisce a questo educatamente come &#8220;accuse di manomissione delle testimonianze&#8221;. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Geoffrey Nice conclude la sua recensione su LRB ammettendo che le accuse contro Thaci hanno bisogno di essere affrontate, semplicemente perché fanno una cattiva impressione. Nice confronta Thaci con l&#8217;uomo dell&#8217;occidente in Montenegro, Milo Djukanovic, accusato dalle autorità italiane di contrabbando di sigarette di grandi dimensioni. &#8220;<em>Il Montenegro, come il Kosovo, può essere facilmente rigettato come uno Stato criminale; e anche come il Kosovo, cerca l&#8217;adesione all&#8217;Unione europea. Djukanovic ha appena annunciato che attenderà e che lascerà la carica politica. Questo, dicono alcuni, è destinato a facilitare l&#8217;ingresso del Montenegro nelle organizzazioni disposte a negoziare con artisti del calibro di Djukanovic o Thaci, quando i loro Stati sono emersi da un conflitto, ma vogliono in seguito avere a che fare con qualcuno di meno compromesso. Thaci potrebbe seguire lo stesso percorso di  Djukanovic, se le voci correnti continuano a circolare</em>.&#8221; </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tenendo conto della abituale comprensione manifestata da Geoffrey Nice sulla malefatte dei &#8220;<em>nostri</em>&#8220;, questo può essere letto come un riconoscimento del fatto che entrambi i pupilli della NATO sono dei criminali di un certo grado o altro, e che erano utili per strappare via le loro terre ai serbi, ma ora è meglio fare un passo indietro per far posto a burattini più presentabili. Essere perseguiti per delle malefatte, qualunque esse siano è, comunque, fuori discussione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli attivisti dei diritti umani delle auto-giustificantesi democrazie occidentali, sono intransigenti quando si tratta di porre fine a quella che chiamano &#8220;<em>la cultura dell&#8217;impunità</em>&#8221; fintanto essa riguarda, ad esempio, l&#8217;Africa. Ma la loro impunità e quella dei loro clienti sembra più sicura che mai. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Diana Johnstone è autrice di Fools Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions. </strong></em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><br />
</strong></em></span></span></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio (<span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a>, <a href="http://www.bollettinoaurora.da.ru/">http://www.bollettinoaurora.da.ru</a>, <a href="http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/">http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/</a></span></span></span><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">)</span></span></span></span></p>
<p>Revisione di Stefano Vernole</p>
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