<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>eurasia-rivista.org &#187; Italia</title>
	<atom:link href="http://www.eurasia-rivista.org/tag/italia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.eurasia-rivista.org</link>
	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Tue, 22 May 2012 18:57:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=</generator>
	<atom:link rel="next" href="http://www.eurasia-rivista.org/tag/italia/feed/?page=2" />

		<item>
		<title>Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Centrali nucleari]]></category>
		<category><![CDATA[ENEL]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[fissione nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Fukushima]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare civile]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare militare]]></category>
		<category><![CDATA[Problema energetico]]></category>
		<category><![CDATA[Scorie nucleari]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15651</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/" title="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/centrale_nucleare.jrunnd1d8zkwcgook0ok0ok0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;" ></div></a>Sì al nucleare. Più che un slogan, di questi tempi in Italia, parrebbe una dichiarazione di guerra. Eppure, questo è il nome di un gruppo composto da diverse persone ben informate sui temi relativi all’energia atomica, e determinate a diffondere ogni possibile analisi e disamina in materia nucleare. Hanno deciso di aprire una pagina omonima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/" title="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/centrale_nucleare.jrunnd1d8zkwcgook0ok0ok0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;" ></div></a><p><font size="2"><a href="http://www.archivionucleare.com/index.php/page/1/"><ins datetime="2012-05-10T15:31:32+00:00">Sì al nucleare</ins></a>. Più che un slogan, di questi tempi in Italia, parrebbe una dichiarazione di guerra. Eppure, questo è il nome di un gruppo composto da diverse persone ben informate sui temi relativi all’energia atomica, e determinate a diffondere ogni possibile analisi e disamina in materia nucleare. Hanno deciso di aprire una pagina omonima su <a href="https://www.facebook.com/AtomiPerLaPace/info"><ins datetime="2012-05-10T15:31:32+00:00">facebook</ins></a>, incontrando favori e immancabilmente molte critiche. L’Italia è un Paese particolare, uno Stato in cui è sempre più difficile parlare di energia nucleare in modo distaccato e scevro da pregiudizi di tipo ideologico e “morale”. In realtà, anche la loro è una “missione politica”, se vogliamo. Anzi, in mezzo al qualunquismo e al disastro dilagante nel nostro Paese, un gruppo di comuni italiani che cercano di ragionare in modo scientifico sui fondamentali ambiti delle fonti energetiche e della ricerca dei fattori necessari ad un autentico benessere economico e sociale, senz’altro spicca per merito e segna un’importante inversione di tendenza. Tuttavia, essi preferiscono non darsi etichette, al di là del loro status di cittadini italiani che pretendono, legittimamente, una politica seria, diversa, coerente e realmente intenzionata a realizzare sul serio gli interessi nazionali della nostra cara e bistrattata Penisola. Li abbiamo incontrati per sentire cosa vogliono e cosa chiedono alla politica.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>D: Da diverso tempo avete aperto una pagina sul popolare social network occidentale facebook, per innescare una discussione aperta e scevra da dogmatismi ideologici in merito all’energia nucleare e a tutti quelli che sono i vantaggi in termini economici e geopolitici che ne deriverebbero, qualora l’Italia dovesse decidere di riprenderne in considerazione lo sviluppo. Il vostro gruppo si è col tempo espanso, sino a diventare una fonte di regolare aggiornamento scientifico su tutto ciò che riguarda la ricerca atomica in Italia e nel mondo, e state addirittura organizzando una manifestazione pacifica per il prossimo mese di settembre, dedicata proprio ai temi del nucleare. Chi siete e come vi proponete dinnanzi all’opinione pubblica?</em></strong></p>
<p>R: Siamo in primo luogo un gruppo di cittadini seriamente preoccupati per la situazione energetica italiana; essa rappresenta uno dei problemi economici più gravi che il nostro Paese si trova ad affrontare e sta rapidamente assumendo un peso sempre maggiore, specialmente se le scelte che verranno attuate nel presente non saranno oculate e lungimiranti. Fra noi ci sono anche tecnici specializzati nel settore che forniscono il dovuto supporto scientifico, uno dei quali lavora nel settore della ricerca nucleare all&#8217;estero.</p>
<p>Ci sono inoltre persone professionalmente estranee all&#8217;argomento, ma accomunate dall&#8217;intento di informare il più correttamente possibile il vasto pubblico sulla tematica, di per se estremamente complessa e vasta. Pensiamo infatti che il pubblico sia poco e male informato. Del resto, ripetere acriticamente uno <em>slogan</em> è molto più facile che studiare una tematica complessa, alla lunga siamo certi che questo approccio non paghi, per questo è necessario promuovere un dibattito informato e scevro da ideologie e preconcetti. Ci pare invece che la stampa e i <em>mass media</em> in Italia siano tutti ideologicamente schierati, e questo ci preoccupa molto. La manifestazione del 30 settembre, che stiamo organizzando in occasione dell’anniversario della nascita di Enrico Fermi, si propone di far conoscere alla gente il nostro punto di vista sinora distorto ad arte dagli oppositori al nucleare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Il tema del nucleare, come visto ampiamente, è quasi un tabù ideologico nel nostro Paese. Le campagne mediatiche operate dalle principali sigle ambientaliste ed ecologiste hanno ormai trasformato qualunque dibattito sul filone in una rissa verbale, virtuale o reale, al bar o in televisione. Tuttavia, dimentichiamo che nel nostro Paese sono presenti diversi ordigni nucleari della Nato dislocati all’interno di alcune delle più note basi militari del nostro territorio nazionale, e che a pochi chilometri dai nostri confini, la Francia e la Slovenia ricorrono quotidianamente all’utilizzo di energia nucleare. In un contesto del genere, il nucleare per l’Italia sarebbe un pericolo reale o invece potrebbe rappresentare un’opportunità per integrarsi in un sistema internazionale che vede ricorrervi praticamente quasi tutti i Paesi industrializzati e addirittura anche alcuni in via di sviluppo, come l’India, il Sud Africa o il Pakistan?</strong><br />
<strong><em> </em></strong><br />
R: Chiariamo una cosa: il nucleare militare c’entra poco o niente col nucleare civile. La confusione fra le due tecnologie è il cavallo di battaglia degli antinuclearisti, mal informati o in malafede checché ne dicano. Qualche esempio? La Francia, come la Cina o l&#8217;India svilupparono i loro programmi militari molto prima ed indipendentemente dai programmi civili. Ad esempio il primo test nucleare francese, la <em>Gerboise Bleue</em>, risale al 1960, mentre il massiccio sviluppo dell&#8217;industria nucleare civile si ebbe solo nella seconda metà degli anni &#8217;70, in seguito alla crisi petrolifera del 1973 come risposta per dare maggiore sicurezza energetica.</p>
<p>Parlare di nucleare in Italia è tabù, non si può mai fare un discorso serio in merito senza arrivare alla rissa verbale, non mancano purtroppo gli esempi. A questo tipo di meccanismo non intendiamo sottostare. Non si affronta così, in un Paese moderno e civile, una tematica tanto importante e complessa. Nel Regno Unito sono state effettuate diverse trasmissioni che spiegano al cittadino la tematica legata all&#8217;energia &#8211; ad esempio come si gestisce una rete elettrica, che tipo di difficoltà sorgono e come vengono affrontate. Secondo noi, chiunque voglia intervenire sull&#8217;argomento ne ha pieno diritto, ma solo dopo essersi debitamente informato. Non vediamo come possa farlo in Italia, vista la mancanza di questo tipo di programmi di documentazione. Altro esempio: recentemente l&#8217;ente elettrico olandese ha inviato una lettera ai suoi clienti spiegando che si trovava costretto ad aumentare le tariffe, e ne spiegava i motivi, fra cui citava la chiusura di alcuni impianti nucleari tedeschi, che hanno avuto l&#8217;immediato effetto di aumentare il prezzo dell&#8217;energia nella borsa elettrica. Risulta a qualcuno che gli enti elettrici italiani abbiano fatto la stessa cosa?</p>
<p>Ricordiamo che attualmente, nel mondo, sono in funzione 436 reattori nucleari, e ben 62 sono in costruzione. A parte Germania ed Italia, con le loro decisioni basate sull&#8217;onda emotiva ampiamente montata <em>ad hoc</em> da una stampa schierata e spesso deontologicamente scorretta, le altre nazioni del mondo, dopo un periodo di verifiche per adeguare gli <em>standard</em> di sicurezza in seguito all’incidente di Fukushima, hanno deciso di continuare su questa strada. In particolare è sintomatico che, anche dopo l&#8217;incidente giapponese, negli Stati Uniti l’NRC (ossia l&#8217;ente di controllo preposto) ha approvato ad inizio 2012 la costruzione di quattro unità nucleari (del tipo Gen.III+) di modello AP-1000: due nell’impianto di Vogtle in Georgia e due nell’impianto V.C. Summer nella Carolina del Sud. Un fatto che di per se dovrebbe far riflettere.</p>
<p>Ci teniamo a dire che noi non stiamo proponendo il nucleare come unica fonte, bensì come una delle fonti del <em>mix</em> energetico assieme a tutte le fonti in funzione delle rispettive capacità di generazione.</p>
<p>Infine, il fatto che i Paesi in via di sviluppo stiano considerando la fonte nucleare, contraddice radicalmente la linea della sua antieconomicità propugnata dagli oppositori (specialmente dopo aver esaurito gli argomenti).</p>
<p>Si pensi poi al fatto che l’adozione di adeguati sistemi nucleari consentirebbe anche di desalinizzare l’acqua del mare, garantendo riserve di acqua dolce in certe particolari zone del pianeta. Tale opzione è già stata studiata in passato: si pensava di utilizzare delle unità mobili che avrebbero dovuto fornire energia ed acqua potabile – fatto rilevantissimo se si considera che le prossime guerre potrebbero avere luogo per il controllo delle fonti idriche.</p>
<p>Vogliamo, inoltre, qui solo citare il fatto che l’energia nucleare potrebbe essere utilizzata efficacemente per la produzione di idrogeno da utilizzare quale combustibile per l’autotrazione che – ricordiamolo – è un vettore energetico, non una fonte, e non si trova libero in natura in quantità significative. In Giappone, ad esempio, ne è stata studiata la fattibilità industriale (processo IS).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: In Italia, uno dei tecnici più apprezzati ed odiati allo stesso tempo in materia nucleare è Fulvio Conti, amministratore delegato di ENEL. Da almeno vent’anni, strenuo sostenitore di un ponderato ritorno all’utilizzo dell’energia nucleare per finalità domestiche ed industriali, Conti ha illustrato in più di un’occasione quali sarebbero i vantaggi di un piano di diversificazione nell’approvvigionamento energetico, in termini ambientali, economici e logistici. Denigrato da più parti, ma anche molto stimato per le sue conoscenze e il suo approccio scientifico e distaccato, ha dovuto rivedere e frenare i piani presentati a Villa Gernetto nel 2010, nel quadro di una cooperazione italo-russa tra ENEL e InterRaoUes, dopo il brusco stop stabilito dal referendum dello scorso anno e dopo il definitivo crollo del governo Berlusconi sotto i colpi del fatidico spread. Questo ha dimostrato non soltanto la debolezza in materia strategica ed energetica del nostro Paese, ma anche l’endemica ideologizzazione pubblica su temi che invece dovrebbero essere affrontati con un approccio del tutto scientifico. Come pensate di integrarvi in questo ancora minuscolo fronte nuclearista e quali possibilità realisticamente esistono per il ritorno al nucleare nella Penisola?</strong></p>
<p>R: La nostra è solo una battaglia per la verità. Nessuno di noi vende impianti nucleari o di altra natura, e la nostra passione è puramente civile. Non riceviamo fondi né finanziamenti e sappiamo bene che nel confrontarci col cosiddetto fronte &#8220;ambientalista&#8221;, ben finanziato e supportato, assumiamo il ruolo di Davide contro Golia. Le parole di Schopenhauer recitano &#8220;<em>Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti</em>&#8220;.</p>
<p>Non intendiamo convincere nessuno, non è il nostro fine, e non ci interessa. Desideriamo solo far capire al massimo numero possibile di persone che prima di disquisire di qualsiasi argomento, specie se complesso e di importanza strategica per il futuro del Paese, bisogna ben informarsi da fonti affidabili. Questo dovrebbe essere un concetto già acquisito da ognuno a scuola, purtroppo così non è affatto; secondo, cerchiamo di fornire a chi desideri informarsi il materiale per farlo, niente politica, ideologia o quant&#8217;altro.</p>
<p>Sono del resto argomenti tecnici, governati da leggi fisiche e matematiche, quindi difficilmente opinabili. Nulla a che spartire coi sentimenti o le ideologie. L&#8217;energia non ha ideologia o colore politico.</p>
<p>Fare il nostro &#8220;mestiere&#8221; dopo il secondo referendum in merito (sulle cui modalità preferiamo non esprimerci) è diventato oltremodo complesso: speriamo che un giorno qualcuno se ne assuma la responsabilità per le conseguenze future. Siamo però ben consci che i politici non pagano praticamente mai per i loro errori.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Il ritorno al nucleare produrrebbe tutta una serie di ripercussioni in ambito geopolitico. Basti pensare alla dipendenza di Roma dalla Russia, dai Paesi del Golfo e del Nord Africa e dalla Francia nel mercato degli idrocarburi lungo gli ultimi anni, per capire come l’Italia sia sempre stata fortemente condizionata da altri Stati nelle sue scelte di politica estera. Dopo la devastante guerra in Libia e dopo le sanzioni che l’Unione Europea ha deciso di comminare ai danni dell’Iran, il ritorno al nucleare appare l’unica scelta possibile per supplire alla domanda energetica in un Paese dove le stesse tariffe di consumo sull’energia elettrica stanno aumentando spaventosamente. Credete che vi siano forze politiche o gruppi di pressione economici che cercano di cavalcare la paura sociale ed il terrore mediatico per impedire che l’Italia si doti di nuovi impianti nucleari e dunque di una sua sovranità energetica?</strong></p>
<p>R: Diciamo alcune cose, tanto per rispondere a qualche sciocchezza di quelle che vanno di moda: Italia e Francia, nonostante quest&#8217;ultima sia il Paese più nuclearizzato del mondo, consumano quantità simili di petrolio. Vero. Tuttavia non si dice che i due Paesi usano il petrolio primariamente per l&#8217;autotrazione. Non si dice inoltre che, al contrario della Francia, l’Italia produce oltre metà della propria energia elettrica col gas, consumandone oltre 82 miliardi di metri cubi all&#8217;anno, cioè più di Francia, Svizzera, Portogallo, Danimarca, Romania e Finlandia messe assieme! Questo fatto, dovrebbe far riflettere.</p>
<p>Ricordiamoci la storia dello sviluppo energetico del nostro Paese, dall&#8217;omicidio di Enrico Mattei all&#8217;incriminazione di Felice Ippolito (la centrale Enrico Fermi di Trino Vercellese fu costruita in soli 3 anni, dal 1961 al 1964, a dispetto dei 20 anni che ci vorrebbero secondo i detrattori del nucleare), passando per <em>Tangentopoli</em> &#8211; come non ricordare l&#8217;articolo di Giangiacomo Schiavi &#8220;Il gas uccise l&#8217;atomo&#8221; apparso sul Corriere della Sera nell&#8217;aprile del 1993, li si dimostrava che l&#8217;abbandono dell&#8217;atomo fu dovuto alle tangenti elargite dalle <em>lobby</em> del gas metano al PSI&#8230;</p>
<p>I soli ad avere un tornaconto da questa situazione sono stati coloro che avevano interessi nel mondo del petrolio e del gas; nel frattempo i movimenti &#8220;ambientalisti&#8221; nostrani intrattenevano con l’ENI e la SNAM rapporti a dir poco idilliaci.</p>
<p>Ricordiamoci di cosa successe a Trecate, in provincia di Novara, il 28 febbraio 1994! Ebbene il tappo di un pozzo di trivellazione sito nel bel mezzo del parco naturale del Ticino saltò, scaturendone una eruzione di petrolio, gas ed acido solforico; andò avanti per ben tre giorni. Ci fu la paralisi dei trasporti in quella zona, e fu chiamato addirittura un tecnico da Houston, già al lavoro come esperto nei pozzi kuwaitiani. Molte persone dovettero lasciare le proprie case e il sindaco di Trecate proibì la vendita ed il consumo di prodotti agricoli. Alla fine il flusso incontrollato si interruppe solo per il crollo delle pareti del pozzo, ma il fortissimo inquinamento da idrocarburi si estendeva per 40 chilometri quadrati. Furono fermate tutte le attività agricole asportando strati di terreno per un’area di 5.000 metri quadrati, proprio come a Chernobyl. La tragedia ambientale ha interessato i media nazionali per non più di tre giorni. E oggi, grazie anche all’impegno “ambientalista” dell’Agip, non se ne ricorda più nessuno.</p>
<p>I movimenti “ambientalisti” che si oppongono allo sfruttamento dell’energia dell’atomo rappresentano la parte emersa di un insieme di interessi di aziende che operano in regime di monopolio: quelli petroliferi e metaniferi per esempio, quelli elettorali dei partiti politici che hanno ottenuto facili consensi sfruttando il terrore e la disinformazione seguita al tragico incidente di Chernobyl prima ed il più recente di Fukushima poi; quelli dello Stato che non vuole rinunciare alle accise sul petrolio e sul gas; quelli delle correnti politiche e di potere che hanno prosperato per anni grazie ai finanziamenti occulti delle <em>lobby</em> petrolifere (almeno tre processi negli ultimi anni hanno tentato di far luce in merito). Come crede possa trovare spazio il nucleare in tutto questo?</p>
<p>Oltretutto, i media nazionali sono sponsorizzati direttamente o indirettamente, da persone o gruppi che hanno interessi prominenti nel mondo del petrolio e del gas; ben pochi vivono delle informazioni vendute al pubblico (anzi, talvolta tale componente dei bilanci è secondaria). Un sistema così squilibrato di sicuro non può fare informazione in modo obiettivo ed ha contribuito senz’altro in maniera molto importante alla capillare diffusione della radiofobia presso la popolazione, come evidentemente pianificato da qualcuno.<strong></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Proprio in vista di un possibile ritorno al dibattito in materia di energia nucleare, l’ENEL aveva diffuso meno di due anni fa un cd interattivo a carattere divulgativo realizzato assieme a EDF, dove – in un linguaggio facilmente comprensibile al pubblico – veniva descritto il funzionamento di una normale centrale nucleare, dalle norme di sicurezza per la realizzazione del sito sino allo stoccaggio e al deposito delle scorie, con riferimenti anche a ciò che avviene all’estero. Tecnicamente in cosa consiste e come funziona una centrale nucleare?</strong></p>
<p>R: La tecnologia nucleare è una cosa complicata purtroppo, per essere capita a fondo richiede senz&#8217;altro anni di studio. Tuttavia noi promuoviamo ed alle volte produciamo dei documenti tecnico-divulgativi esposti nella maniera più semplice possibile, documenti per tutti. Naturalmente, è necessaria la volontà di volersi informare.</p>
<p>Sinteticamente: una centrale nucleare funziona in maniera molto simile ad una tradizionale centrale termoelettrica (a carbone ad esempio): si ha una fonte di energia termica che genera vapore il quale a sua volta muove una turbina collegata ad un alternatore generando energia elettrica, analogamente alla dinamo di una bicicletta, che poi viene immessa in rete.</p>
<p>Nel caso di un impianto nucleare la fonte di questo calore è appunto l&#8217;energia sprigionata dall&#8217;atomo per fissione nucleare, ovvero quel processo che spezza l&#8217;atomo di uranio in due atomi più leggeri liberando energia. Ricordiamo che di uranio nel mondo ce n’è un quantitativo non trascurabile: sulla crosta terrestre è tre volte più abbondante dello stagno. Fra risorse convenzionali e non convenzionali si stima ci siano riserve per circa 40 milioni di tonnellate nel mondo, escludendo l&#8217;acqua di mare, naturalmente. Col consumo attuale, circa 65.000 tonnellate annue, dunque basterebbe per almeno 6 secoli.</p>
<p>Prevedendo un aumento vertiginoso della domanda di energia entro i prossimi decenni (altro punto su cui si medita ben poco nonostante istituti specializzati se ne occupino da anni, come la IIASA tanto per citarne uno) le risorse totali di uranio si esauriranno più rapidamente ma non prima di 1 secolo e mezzo.</p>
<p>Riciclando il plutonio nei reattori di quarta generazione le risorse si moltiplicherebbero di 100 volte, quindi potremmo disporre delle necessarie risorse energetiche per i prossimi secoli, nonostante la crescita della popolazione e dei consumi.</p>
<p>Per il cosiddetto “problema delle scorie”, il loro trattamento non è banale indubbiamente: tuttavia esistono già delle soluzioni adeguate quali lo smaltimento in siti geologici, come hanno deciso di attuare gli svedesi (a Forsmark) ed i francesi (a Bure), ad esempio. Abbiamo visitato personalmente alcuni di questi siti, parliamo per conoscenza diretta. Non dimentichiamoci delle tecnologie in corso di studio sulla trasmutazione nucleare, quella tecnologia che consente di trasmutare le scorie in elementi a vita molto più breve, incenerendo gli elementi più pericolosi.</p>
<p>Vorremmo ricordare quanto sta avvenendo col progetto &#8220;MYRRHA&#8221; ad opera dell&#8217;SCK-CEN (l&#8217;ente belga di ricerca preposto, con sede a Bruxelles): é un impianto sperimentale per provare la fattibilità di un reattore sottocritico alimentato da un acceleratore di particelle (grossomodo l&#8217;idea del Prof. Rubbia), che dovrebbe venire realizzato a Mol, proprio nel Belgio. L&#8217;impianto servirà a studiare varie tecnologie, fra cui quella della fattibilità tecnica della trasmutazione delle scorie citata sopra ma non solo: anche ricerche sui materiali per i reattori di quarta generazione, sulla tecnologia della fusione nucleare, produzione di silicio per applicazioni rinnovabili per irraggiamento neutronico, radioisotopi per la medicina nucleare, importantissimi per certe applicazioni mediche ma settore a rischio data la graduale uscita fuori servizio dei reattori dedicati alla loro produzione per giunti limiti di età. Il governo belga ha promesso di finanziare il 40% delle spese se si trovano i finanziatori che coprono la restante parte delle stesse. Il totale ammonta ad 1 miliardo di euro circa &#8211; bei soldi di sicuro, ma se si confronta con le centinaia di miliardi spesi per l&#8217;installazione dei pannelli fotovoltaici (anche nella sola Italia), che producono una parte irrisoria dei nostri bisogni, appare una cifra relativamente modesta. Ebbene a trovare i finanziatori pare si stiano trovando grosse difficoltà. Ecco la tecnica degli antinuclearisti: far seccare un ramo, e poi tagliarlo con la scusa che è secco. Noi a questi giochi non ci stiamo e intendiamo fare da osservatorio su questi fatti e denunciarli pubblicamente.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Avevate accennato alla condizione di difficoltà in cui si trova il settore della produzione di radionuclidi per la medicina nucleare. Potreste spiegare meglio questo aspetto per renderlo meglio comprensibile al pubblico?</strong></p>
<p>R: Non solo la medicina nucleare. I radionuclidi vengono usati anche in molte applicazioni della ricerca (anche ambientale), in progetti di ottimizzazione di processi produttivi, o nelle misurazioni.</p>
<p>Come accennato, la produzione mondiale di tali radionuclidi è affidata a pochi reattori, alcuni dei quali vicini al decommissionamento.</p>
<p>In un&#8217;intervista di qualche anno fa, Christopher O’Brien, direttore della <em>Canadian Nuclear Medicine Society</em>, parlò delle drammatiche conseguenze dello spegnimento forzato, nel novembre 2007, del reattore di Chalk River canadese che, pur essendo una macchina di oltre 50 anni di età, produceva il 40% della quantità mondiale di molibdeno (da cui si estrae il tecnezio &#8211; uno dei radioisotopi maggiormente utilizzati in medicina nucleare e non solo) e, a distanza di poche ore, si è trovata a produrre zero. Tutto ciò, per questioni “burocratiche”. Non per un malfunzionamento o un incidente.</p>
<p>Non mancano conseguenze “positive” a questo eccesso di burocrazia. Una di esse è l’introduzione di un criterio aggiuntivo a cui la decisione di spegnimento forzato deve sottostare: la considerazione delle scorte e delle fonti di approvvigionamento alternative. Un altro è la presa di coscienza della necessità di una maggiore coordinazione e cooperazione a livello mondiale tra i gestori dei reattori. Consideriamo anche che in Europa, il reattore di Petten (Olanda) soddisfa circa il 35% della domanda mondiale di molibdeno. Per cui, tirando le somme, i tre quarti della produzione mondiale sono affidati a due singoli reattori in funzione da oltre 40 anni. L’installazione di un simile reattore ha, in generale, delle ricadute positive quali una diminuzione della dipendenza dall’estero, una maggiore occupazione di tecnici altamente specializzati e, più importante, un accesso più semplice e diffuso alle tecniche diagnostiche e curative della medicina nucleare.</p>
<p>Un esempio sul caso italiano: pur non essendo noi in grado di dire, con esattezza, quanto del tempo di attesa per una scintigrafia tiroidea o per una diagnosi tumorale sia dovuto alla scarsità (che si traduce in un maggiore costo) dei radioisotopi necessari, non c’è alcun dubbio che l’aumento della quantità di essi prodotta permetterà un maggior numero di servizi ad un costo più basso per il Sistema Sanitario.</p>
<p>Per cui, rimanendo esclusivamente nell’ambito delle applicazioni mediche e tralasciando gli altri pur importantissimi effetti positivi summenzionati, si tratta di mettere a confronto i costi derivanti dalla messa in opera di tale struttura con i benefici derivanti dal salvataggio di vite umane. Lasciamo il lettore libero di riflettere e di decidere da quale parte penda l’ago della bilancia.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Nel mondo, diversi Paesi industrializzati – come la Cina o il Canada – stanno sperimentando nuove soluzioni, e già si parla del nucleare di quarta generazione. La domanda energetica va di pari passo con lo sviluppo economico, tecnologico ed infrastrutturale, ed è logicamente in continuo aumento. Dati alla mano, le energie rinnovabili sembrano non essere minimamente in grado di supplire al fabbisogno. In Italia, la bozza di progetto pre-referendum prevedeva lo sviluppo decennale di alcune centrali nucleari di terza avanzata. Una delle argomentazioni di punta dei critici del nucleare era ed è quella relativa alla morfologia del territorio italiano, in buona parte sismico. Quanto è reale questo pericolo in relazione alla costruzione di impianti nucleari in Italia e quali misure di sicurezza potrebbero venire incontro ai requisiti tecnici del caso?</strong></p>
<p>R: I reattori di quarta generazione si basano su concetti innovativi, la ricerca è oggi attivissima in questo settore, dacché qualcuno di noi si dedica per lavoro a questo argomento. Tuttavia si parla di macchine che saranno commercialmente disponibili non prima del 2030-2040.</p>
<p>Approfittiamo poi di questo spazio per dire una cosa ben nota negli ambienti tecnici, ma che non riesce proprio ad arrivare alle orecchie dell&#8217;uomo comune: i reattori di quarta generazione necessiteranno di un certo tipo di combustibile, e l&#8217;ideale sarebbe poter disporre di plutonio. Ora, il plutonio non si trova in natura, bensì si genera per irraggiamento dell&#8217;uranio nei reattori attuali. Morale: per poter attivare efficacemente i reattori di quarta generazione occorre prima aver attivato i reattori di terza (o III+, come quelli che si volevano fare in Italia o come quelli che si stanno facendo in Cina, America, ecc …). Infatti è esattamente quello che i francesi stanno facendo, dopo essersi dotati di opportuni codici di calcolo per lo studio degli scenari, appunto. Del resto qualcuno si è chiesto (ammesso sempre ne sia informato!) perché i francesi si stanno prendendo prima le nostre scorie per poi restituircele fra qualche decennio? Semplice: ne estraggono il plutonio (e noi li paghiamo pure!) e ci restituiscono gli altri elementi radioattivi (attinidi minori e prodotti di fissione, per i &#8220;ben informati&#8221;) di cui non possiamo fare nulla e per i quali abbiamo comunque bisogno di un deposito geologico. Gran bella pensata dei nostri politici, non trovate? Badate che anche in questo caso non parliamo per sentito dire: qualcuno di noi ha visitato di persona l&#8217;impianto di riprocessamento di La Hague in Normandia, all’interno del quale si separano i vari elementi radioattivi, e si è ben informato sui fatti.</p>
<p>Ma veniamo ai pericoli, veri o presunti, in merito alla realizzazione di impianti nucleari nel nostro territorio. Intanto diciamo subito che gli studi di localizzazione dei possibili impianti sono molto complessi e dettagliati, e tengono conto della distribuzione della popolazione, delle aree sismiche, della distribuzione delle risorse idriche necessarie per il raffreddamento della centrale e delle montuosità del territorio. Ottenute le tavole che indicano questi aspetti esse vengono incrociate e si vede quali sono i siti idonei risultanti. Crediamo che la procedura sia adeguata, se fatta con criterio e competenza. Peraltro questi studi furono già fatti in passato ed i risultati sono ben noti.</p>
<p>Costruire una centrale nucleare in zona sismica non significa correre maggiori rischi, significa maggiori costi per rispondere ai requisiti di sicurezza (obbligatori per legge!). Ricordiamo che a Fukushima le centrali hanno retto al sisma anche se progettate per accelerazioni di poco inferiori a quelle effettivamente sostenute e la causa scatenante dell&#8217;incidente nucleare è stata il maremoto. Le norme di costruzione stabilite dallo Stato sono basate sulle serie storiche all&#8217;atto della costruzione della centrale. Successivamente vengono aggiornate in base ad eventi più gravi.</p>
<p>Il terremoto dell&#8217;11 marzo 2011, oltre ad essere tra quelli storicamente più forti di tutta la serie storica del Giappone, ha generato un&#8217;onda di maremoto superiore a quanto si poteva prevedere persino per un sisma di questa scala. In particolare, l’onda di 15 metri al porto di Fukushima Daiichi è stata causata dall&#8217;interferenza costruttiva dei maremoti sviluppati da più terremoti, dovuti a distinte faglie e sviluppatisi a catena: più onde di maremoto a Fukushima Daiichi si sono sovrapposte. Così non è stato nella vicina Fukushima Daini.</p>
<p>Questo tipo di fenomeno non era ancora stato ben valutato dal punto di vista scientifico, mentre a posteriori esiste un&#8217;ampia simulazione che dimostra quello che è successo. Come sappiamo, i terremoti non sono prevedibili e le norme si sviluppano dalla conoscenza storica effettiva, con qualche margine aggiunto che in molti casi si è rivelato prezioso. Anche questi aspetti fanno parte delle lezioni che (quasi) tutto il mondo sta apprendendo da questo incidente.</p>
<p>La TEPCO, in fase di richiesta della licenza, aveva considerato, come base di progetto per Fukushima Daiichi, gli effetti del maremoto cileno del 22 Maggio 1960 consistenti in un livello storico di sollevamento di 3,15 metri nel porto di Onahama. Dopo la pubblicazione del documento <em>Tsunami Assessment Methods for Nuclear Power Plants in Japan</em> prodotto dalla <em>Japan Society of Civil Engineers</em> nel 2002, la TEPCO rivalutò volontariamente la sua base di progettazione stabilendo che un maremoto base di progetto avrebbe portato ad un livello d&#8217;acqua massimo di 5,7 metri. Successivamente, nel 2006, la TEPCO condusse uno studio sullo sviluppo dell’analisi probabilistica del pericolo di maremoto, utilizzando la costa di Fukushima come esempio. Tale studio stimò che la probabilità di subire, in quella zona, un maremoto superiore a 6 metri di altezza d’onda nei successivi 50 anni fosse inferiore ad un centesimo.</p>
<p>Teniamo presente, infine, che l’installazione di Fukushima risale agli anni Settanta. I nuovi stilemi si basano sui sistemi passivi, ossia si &#8220;difendono&#8221; da soli basandosi su principi fisici che entrano in funzione automaticamente in caso di incidente, senza bisogno di alimentazione esterna. Un principio molto diverso dai primissimi parametri. Noi in Italia abbiamo &#8220;buttato tutto in caciara&#8221; indicendo un vergognoso referendum, di cui, secondo noi, in futuro ci si pentirà. Lo definiamo così per il semplice motivo che siamo del tutto convinti che sia stato votato in massima parte da gente che non ha capito cosa ha votato, come la complessità della tematica che traspare dalle righe sopra potrebbe suggerire, o che ha votato per infimi motivi politici.</p>
<p>Per fortuna, nonostante il referendum, le attività operative e di ricerca nell’ingegneria nucleare in Italia non si sono fermate. A dimostrazione di ciò, ricordiamo brevissimamente il coinvolgimento della nostra Ansaldo Nucleare in varie collaborazioni che vanno dallo smaltimento dei rifiuti radioattivi a Chernobyl alla partecipazione, insieme all’ENEA, al progetto ELSY il quale mira alla realizzazione di un reattore al piombo (quarta generazione).</p>
<p>In conclusione, la scienza non è democratica, non si piega ai referendum; riunirsi e decidere che 2 + 2 = 5 è possibile, come anche decidere a maggioranza che da domani nelle bottiglie da 1 litro si devono mettere 2 litri di acqua, ma non funziona, ci può solo coprire di ridicolo. Forse siamo degli utopisti, ma ci auguriamo un giorno questi elementari concetti siano chiari a tutti.<strong></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Un altro pomo della discordia è quello relativo allo smaltimento delle scorie. Come sappiamo, esse vengono suddivise in tre categorie di radioattività: bassa, media e alta. Mentre le prime due decadono in un arco massimo di tempo che non supera i 300 anni, le scorie ad alta intensità (che costituiscono una minima percentuale nella fase di processo) decadono in migliaia di anni. I sostenitori del nucleare propongono varie ipotesi a riguardo, e sdrammatizzano la situazione, pur tenendo presente il rischio di contaminazione presente in una fase così delicata della gestione di una centrale. Quali sono le nuove frontiere nell’ambito dello smaltimento?</strong></p>
<p>R: Come dicevamo sopra fondamentalmente ci sono due vie: una già disponibile ed in fase di attuazione da parte di Francia e Svezia ad esempio, ovvero quella dello smaltimento in siti geologicamente stabili, e l’altra in fase di ricerca, ma molto promettente, che è quella della trasmutazione nucleare nei reattori a spettro veloce, ovvero la <em>Gen IV</em> su cui si concentra la odierna ricerca nucleare.</p>
<p>Illustriamone molto sinteticamente i dettagli dicendo che le scorie in quanto radioattive decadono, ossia si trasformano, e col tempo smaltiscono la loro radioattività. Quindi in linea di principio basterebbe aspettare perché la radioattività diventi insignificante (ovvero paragonabile a quella ambientale), seppur tempi più o meno lunghi – si va dai microsecondi ai milioni di anni. Se si contengono le scorie in barriere tali da isolarle dalla biosfera efficacemente per tempi adeguati questa si può considerare una soluzione ragionevole.</p>
<p>I contenitori sono costituiti da acciai speciali dello spessore di alcuni centimetri, e le scorie vengono vetrificate: si usano vetri di tipo vulcanico sviluppati apposta. Il rischio potenziale, infatti, è che arrivi l’acqua, sciolga il tutto e lo trasporti nella biosfera, attraverso la quale i radionuclidi potrebbero nuocere alla vita sulla superficie terrestre. I test di lisciviabilità dimostrano che, anche se immersi in acqua, tali vetri rilasciano quantità irrisorie di radionuclidi nel tempo: pensate all’acqua fresca che deve sciogliere un vetro, tanto per intenderci. Prima, però, dovrebbero sciogliere alcuni centimetri di ferro, penetrare qualche decina di centimetri di bentonite, e penetrare nel sito geologico. Si usano ad esempio miniere di sale perché in esse l’acqua non arriva da milioni di anni. Quindi, li le scorie rimarranno probabilmente per molti milioni di anni indisturbate, e nel frattempo si saranno incenerite da sole per decadimento. L’argomento sarebbe molto complesso, ma qui si è voluto schematizzare il principio con cui vengono attuate queste cose.</p>
<p>Due parole poi le meritano le tecnologie della trasmutazione nucleare. Se invece di “rallentare” i neutroni, come si fa nei reattori attuali, li si usano alla massima energia con la quale nascono sulle scorie più perniciose, se ne riduce la tossicità di qualche migliaio di volte, facendo sì che nemmeno serva un deposito geologico a quel punto. Non si tratta di tecnologie fantascientifiche, ma di cose allo studio e ben realizzabili. Secondo quanto ci risulta, quello andato in onda qualche mese fa su un canale della BBC, è stato l’unico documentario sull’energia nucleare a citare la trasmutazione e spiegarne sommariamente i principi. Alla TV italiana queste cose non le abbiamo mai nemmeno sentite accennare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Petrolio, gas e carbone non presentano simili rischi, ma generano enormi quantità di problemi legati principalmente all’emissione di CO2. In diverse aree del mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’Italia o la Gran Bretagna, l’inquinamento legato al settore estrattivo e minerario costituisce uno dei principali problemi degli ultimi cento anni. Premesso che le materie prime non stanno affatto finendo, come alcuni teorici avevano invece pronosticato negli anni passati, sembrerebbe tuttavia necessario ripensarne l’utilizzo. Possiamo dire dunque che il nucleare potrebbe essere la soluzione, o una delle soluzioni, ai problemi ambientali?</strong></p>
<p>R: La fonte energetica nucleare è quella che, tra tutti tipi a noi noti, presenta la maggiore concentrazione di energia: 1 metro cubo di gas genera circa 4 kWh di energia elettrica, 1 kg di carbone genera mediamente 2 kWh, 1 kg di combustibile nucleare genera sui 400.000 kWh. Questa concentrazione comporta anche costi di generazione estremamente contenuti: ad esempio negli Stati Uniti nel 2010 la parte del costo del kWh dato dal combustibile di una centrale a carbone è stato di circa 3 centesimi di dollaro, nel caso di una centrale a gas di circa 5 centesimi di dollaro, mentre in una nucleare meno di 0,7 centesimi di dollaro.</p>
<p>Indubbiamente il nucleare presenta alcuni punti delicati, in merito alla sicurezza, la proliferazione, i costi di impianto, anche se molto inferiori a quanto sbandierato da certe <em>lobby</em> che hanno ingigantito ad arte alcuni aspetti. Crediamo, però, che un oculato e razionale uso di questa fonte possa sicuramente ridurre la pressione sulle questioni ambientali, sui costi, e soprattutto sulla disponibilità delle risorse, contribuendo forse a tentare di disinnescare la violenza che potrebbe risultare dalla volontà (forse dalla necessità) di doversi accaparrare le risorse energetiche. I fatti recenti indicano drammaticamente questa tendenza a nostro avviso.</p>
<p>Ed ecco perché riteniamo che rinunciare a priori, per beceri motivi ideologici, partitocratici, o peggio ancora per bassi calcoli di interesse personale, sia di fatto un crimine verso noi stessi e verso le generazioni future che, riteniamo, dovrebbero avere il diritto di disporre della stessa quantità di energia di cui noi abbiamo beneficiato. Naturalmente per farlo ci sarebbe bisogno non di politicanti che guardano alle prossime elezioni, ma di statisti che guardano alle prossime generazioni &#8211; una merce sempre più rara purtroppo al giorno d’oggi. E temiamo se ne vedranno facilmente le conseguenze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong><em>Intervista a cura di Andrea Fais</em></strong><br />
<strong><br />
</strong></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Crescono i rapporti tra Italia e Bielorussia</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/crescono-i-rapporti-tra-italia-e-bielorussia/15173/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/crescono-i-rapporti-tra-italia-e-bielorussia/15173/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:09:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[S.E. Evgeny Shestakov]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=15173</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/crescono-i-rapporti-tra-italia-e-bielorussia/15173/" title="Crescono i rapporti tra Italia e Bielorussia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/flag_pins_italy_belarus1.aks3vpd40i04occog8wokks0w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="Crescono i rapporti tra Italia e Bielorussia" ></div></a>Lunedì 16 aprile si è svolto a Reggio Emilia nella sede dell’Unione Industriali e in collaborazione con il Console Onorario della Bielorussia dr. Antonio Sottile un interessante convegno dal titolo: “Focus Belaurs”, per illustrare alle aziende italiane le opportunità d’investimento in Bielorussia. All’iniziativa, che ha registrato una folta presenza di imprenditori, avrebbe dovuto partecipare anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/crescono-i-rapporti-tra-italia-e-bielorussia/15173/" title="Crescono i rapporti tra Italia e Bielorussia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/flag_pins_italy_belarus1.aks3vpd40i04occog8wokks0w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="Crescono i rapporti tra Italia e Bielorussia" ></div></a><p><font size="2">Lunedì 16 aprile si è svolto a Reggio Emilia nella sede dell’Unione Industriali e in collaborazione con il Console Onorario della Bielorussia dr. Antonio Sottile un interessante convegno dal titolo: “Focus Belaurs”, per illustrare alle aziende italiane  le opportunità d’investimento in Bielorussia.</p>
<p>All’iniziativa, che ha registrato una folta presenza di imprenditori, avrebbe dovuto partecipare anche l’Ambasciatore della Repubblica di Bielorussia in Italia, S.E. Evgeny Shestakov, il quale dovendosi recare a Baku per un importante convegno sulla FAO ha comunque inviato un saluto ai presenti.</p>
<p>Di estrema importanza, quindi, l’intervento del Consigliere Commerciale dell’Ambasciata bielorussa, dr. Dmitri Mironcik, che ha sottolineato l’impetuosa ripresa dei rapporti economici tra il suo paese e l’Italia nel 2011, con una crescita del fatturato pari al 57,2% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Il 2012 si profila già come un anno record per il commercio bilaterale, in quanto nei primi tre mesi dell’anno il volume di affari tra Italia e Bielorussia è più che raddoppiato se raffrontato a quello del 2011, grazie anche al contributo di SACE che erogherà circa 50 milioni di euro per favorire gli scambi.</p>
<p>Mironcik ha perciò illustrato alcune significative statistiche: in Bielorussia operavano nel 2011 5.200 imprese a capitale straniero, favorite da una tassazione che si attesta a circa il 27%; se oggi la Bielorussia si trova nel mondo al 61° posto della classifica dei paesi nei quali è preferibile investire, il suo obbiettivo è entrare tra i primi 30 entro il 2015 (fonti della Banca Mondiale).</p>
<p>Grazie alle agevolazioni fiscali e alle zone franche presenti nel paese, gli imprenditori hanno la possibilità (specie nei piccoli centri) di fare investimenti a condizioni estremamente agevolate.<br />
A questo proposito il dr. Sergio Russo, Consulente dell’Ambasciata italiana a Mosca, ha rimarcato come con la nascita dell’Unione Eurasiatica gli scambi tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan siano già oggi esenti da dazi.</p>
<p>Anche i prodotti che per entrare in Bielorussia necessitano di un documento di registrazione statale, come ad esempio il vino, una volta ottenuto lo standard di certificazione possono essere esportati in tutte e tre le nazioni senza alcuna scadenza dei termini.</p>
<p>Il Presidente della Zona franca di Brest, dr. Vladimir Nedvakh, ha invece evidenziato le favorevoli condizioni imprenditoriali offerte dalla propria regione, a partire dalla posizione geografica e dalla rete d’infrastrutture che permettono il collegamento con i corridoi di trasporto della CSI e dell’Unione Europea.</p>
<p>A queste bisogna aggiungere le agevolazioni di carattere fiscale e tributario, la presenza in loco di un personale altamente qualificato, lo sgravio della burocrazia e il grande aeroporto internazionale.</p>
<p>Dopo la Germania, l’Italia è il principale partner per la modernizzazione dell’economia bielorussa e quasi tutte le tecnologie per la produzione di burro e di latte in polvere (prodotti dei quali Minsk è uno dei massimi esportatori mondiali) vengono dal nostro paese.</p>
<p>Il dr. Valery Labun, Presidente della Camera di Commercio di Brest, ha aggiunto come nel settore agricolo, nel quale la Belarus vanta punte d’eccellenza, sia comunque forte la presenza di capitali privati e in alcuni casi stranieri, vista la possibilità di investire negli immensi terreni per la realizzazione di centri di logistica e di trasporto.</p>
<p>La Camera di Commercio di Brest assiste e fornisce consulenza a tutti gli imprenditori italiani interessati ad esportare macchinari, generi alimentari, energia elettrica, prodotti di cosmesi e a sviluppare progetti per l’innovazione tecnologica.</p>
<p>L’Avvocato Armando Ambrosio ha quindi effettuato una valutazione del sistema giuridico bielorusso, premettendo come secondo le statistiche della Banca Mondiale la Bielorussia si trovi al 44° posto nel mondo per la facilità di rilascio dei permessi (molto prima degli altri paesi della CSI) e al 14° per la possibilità di far valere i propri diritti in tribunale.</p>
<p>Anche se il Codice degli investimenti è attualmente in fase di riforma, è importante ricordarsi di mettere per iscritto tutte le clausole contrattuali e le eventuali modifiche.</p>
<p>Visti i buoni rapporti tra i due paesi è in vigore la Convenzione tra Italia e Bielorussia per la protezione degli investimenti, inoltre vi è la possibilità di ricorrere all’arbitrato di uno Stato terzo per ricevere un indennizzo in caso di esproprio o nazionalizzazione della proprietà.</p>
<p>In Bielorussia vi è un alto livello di protezione della proprietà intellettuale ma in caso di dissidio è sempre meglio ricorrere all’Arbitrato, in quanto sia Roma che Minsk sono membri e della Convenzione di New York per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere.</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>*Di Stefano Vernole, redattore di “Eurasia” – Rivista di Studi Geopolitici</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/crescono-i-rapporti-tra-italia-e-bielorussia/15173/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Kabul. Il disimpegno mortale</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/kabul-il-disimpegno-mortale/14626/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/kabul-il-disimpegno-mortale/14626/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 15:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Kabul]]></category>
		<category><![CDATA[Karzai]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[talebani]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Maddaloni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=14626</guid>
		<description><![CDATA[Il bersagliere ucciso nell’attacco talebano di pochi giorni fa rende ancor più pesante il fallimento della missione italiana in Afghanistan. Da una parte cresce a cinquanta il numero dei nostri caduti, dall’altra parte il fatto che  le grandi potenze occidentali riunite nella Nato non possono che proclamare la sconfitta, dopo oltre dieci anni di conflitto.  Tuttavia, nonostante il nostro contingente in Afghanistan  sia il quarto per numero  non ha impedito che in Italia più che altrove la politica estera resti un’appendice della politica interna anche con il governo Monti (si tenga a mente come si sta gestendo la vicenda dei due marò imprigionati in India). Infatti, per cause storiche e culturali abbiamo una classe dirigente restia non solo a pensare la politica estera in termini globali, ma persino a coltivare curiosità per quelle zone dove sono presenti i soldati italiani e lo Stato spende.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/kabul-il-disimpegno-mortale/14626/" title="Kabul. Il disimpegno mortale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/afghanistan_war1.ct955r8fxnkkcwcco4kwk8scg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Kabul. Il disimpegno mortale" ></div></a><p><font size="2">Il bersagliere ucciso nell’attacco talebano di pochi giorni fa rende ancor più pesante il fallimento della missione italiana in Afghanistan. Da una parte cresce a cinquanta il numero dei nostri caduti, dall’altra parte il fatto che  le grandi potenze occidentali riunite nella Nato non possono che proclamare la sconfitta, dopo oltre dieci anni di conflitto.  Tuttavia, nonostante il nostro contingente in Afghanistan  sia il quarto per numero  non ha impedito che in Italia più che altrove la politica estera resti un’appendice della politica interna anche con il governo Monti (si tenga a mente come si sta gestendo la vicenda dei due marò imprigionati in India). Infatti, per cause storiche e culturali abbiamo una classe dirigente restia non solo a pensare la politica estera in termini globali, ma persino a coltivare curiosità per quelle zone dove sono presenti i soldati italiani e lo Stato spende.</p>
<p>Che tutto questo sia reale lo conferma la gran parte di quanto è stato detto e scritto in Italia negli ultimi dieci  anni e passa a proposito dei grandi temi della politica estera incluso l’Afghanistan con i suoi talebani. Eppure, per rimediare basterebbe un semplice ripasso ricordando per esempio , che ben tre guerre furono perse con l&#8217;Afghanistan, nell&#8217;Ottocento e nel Novecento. L’ Inghilterra le perdette perché insediò a Kabul dei governi fantocci, perché non tenne in alcuna considerazione le sue antiche decentrate strutture tribali, perché credeva che era il miglior modo per fare dell’Afghanistan uno Stato cuscinetto tra Russia, Persia, India. Sono errori che continuano a ripetersi, e fa impressione che nessuno se ne sia rammentato.  Mi tornano sempre in mente le parole di Boris Gromov, il generale comandante dell’Armata Rossa che seppe uscire con dignità dalla trappola afghana :« Abbiamo perso la guerra perché non abbiamo rispettato le promesse con la popolazione, come non era mai accaduto prima. Infatti», mi  spiegava (anno 1989), «prima la nostra tattica prevedeva la distruzione dei centri di potere dei tiranni e poi intervenire in soccorso della popolazione con ingenti aiuti economici. Così facendo abbiamo sempre vinto. Siamo stati sconfitti in Afghanistan perché è venuta a mancare questa seconda fase. Gli ottusi dirigenti che avevano preceduto Gorbaciov non avevano rispettato le promesse, e i pastori afghani delusi ci si sono rivoltati contro. Non vi si poteva rimediare se non ritirandosi».</p>
<p>Beninteso, anche la guerra afghana in versione Nato ha messo in evidenza tanto gli errori politici quanto  quelli militari. Fin dall’inizio ( anno 2001) si sono declamati un’infinità di obiettivi: abbattere il regime talebano, distruggere l’infrastruttura di Al Qaeda, catturare bin Laden, diffondere pratiche e istituzioni più democratiche, lottare contro la corruzione, sostenere il governo di Karzai, limitare l’influenza delle potenze regionali vicine.  Morale, si è realizzato poco o nulla di questo ambizioso, articolato e mutevole programma:  bin Laden è morto? Probabilmente non è mai esistito;  Al Qaeda ha subito colpi durissimi e molti leaders sono stati fisicamente eliminati? È vero,ma molti altri ne hanno preso il posto e, cosa ben più grave, persino quella  parte di popolazione che aveva salutato con speranza  l’intervento occidentale  ha girato le spalle ai “liberatori”, come aveva profetizzato vent&#8217;anni fa il generale Gromov.</p>
<p>Che cosa pensare? In un mondo mediatico in cui si continua a incoraggiare un giornalismo speculativo e spettacolare, a scapito di un giornalismo di informazione e che dequalifica la figura stessa del giornalista fino ad annullarla, c’è poco da pensare. in Italia ha &#8220;perso  di valore&#8221; il professionista esperto e aggiornato che possa intervenire con sicura competenza sui nodi sempre più ardui del mondo contemporaneo e spiegarli. La funzione  critica del giornalismo in Italia rischia l&#8217;estinzione.  L’ultima parola &#8211; è diventata ormai una prassi &#8211;  la si dà al conduttore televisivo, al maggiordomo del salotto mediatico. Così facendo, accade che siano i non giornalisti ad essere catapultati ai vertici della professione. Poi ci sono i politici che sempre di più intervengono nel mestiere del giornalista, e infine gli editori che sono imprenditori, attivi in molti campi, a cui interessa solo il business e questo soltanto.</p>
<p>Sicché in un simile panorama si sono letti i commenti più disparati su tutta una serie di episodi come quelli sui soldati  americani che «impazziscono» e massacrano civili inermi per difendere i quali sono stati inviati in Afghanistan. Oppure sulle immagini di soldati Usa che offendevano nel modo più volgare cadaveri di talebani.  Oppure sui militari afghani che sparano e uccidono i soldati  che li stavano addestrando. Oppure i commenti sulle copie del Corano bruciate che hanno provocato violente manifestazioni e assalti ai compounds alleati durante i quali sono morti decine di afghani. Sui Droni che ammazzano persone a casaccio col preteso di eliminare questo o quel capobanda. Infine sull&#8217;inaudito massacro di 16 civili afghani ad opera del sergente Robert Bales.</p>
<p>Sicché la sequenza di «incidenti» ha fatto esplodere il clima di sfiducia già da tempo latente negli Usa scatenando un dibattito che, dietro le quinte dell&#8217;ufficialità, è ancora lontano da conclusioni condivise. Inoltre ha moltiplicato i dubbi dei nostri alleati europei  al punto che in molti si chiedono se sia realistico pensare di ritirare il grosso delle truppe straniere dal Paese entro il 2014, come la Nato ha annunciato di voler fare da oltre un anno. L&#8217;Italia che fa?  Stando così le cose che senso ha per un paese nelle condizioni economiche dell’Italia tirare fino al 2014? Se ci fosse una risposta chiara avremmo tutti da guadagnarne, a cominciare dal risparmio sulle spese militari. Ma Monti  come si vede glissa. Per non dispiacere Obama.<br />
</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/kabul-il-disimpegno-mortale/14626/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Libia. Un nuovo “asse” italo-libico?</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/libia-un-nuovo-asse-italo-libico/14568/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/libia-un-nuovo-asse-italo-libico/14568/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 11:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Finmeccanica]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Morabito]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Terzi di Sant’Agata]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Muammar Gaddafi]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione della Libia]]></category>
		<category><![CDATA[UNICREDIT]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=14568</guid>
		<description><![CDATA[Conoscere gli Stati destinatari del petrolio della Libia servirà anche a capire chi ha davvero “vinto” la guerra civile libica? Fra gli Stati impegnati in Libia, la prima a sostenere la rivolta civile è stata la Francia, che difficilmente la abbandonerà senza ottenere certi vantaggi. Chi potrebbe rimetterci è l’Italia, nonostante un impegno costato 192 milioni di euro. Gli esiti dei recenti incontri fra il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, e i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione hanno consentito la riattivazione del precedente trattato italo-libico, sospeso nel marzo 2011, mediante la firma della Tripoli Declaration: la strategia del governo libico ha mirato a rinegoziare i rapporti economici e strategici attivi in precedenza con l’Italia e a volgerli a favore del proprio popolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/libia-un-nuovo-asse-italo-libico/14568/" title="Libia. Un nuovo “asse” italo-libico?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/libia_italia_300x225.eq8zbwikqa884440s8gcg0wws.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Libia. Un nuovo “asse” italo-libico?" ></div></a><p><font size="2"><em>Conoscere gli Stati destinatari del petrolio della Libia servirà anche a capire chi ha davvero “vinto” la guerra civile libica? Fra gli Stati impegnati in Libia, la prima a sostenere la rivolta civile è stata la Francia, che difficilmente la abbandonerà senza ottenere certi vantaggi. Chi potrebbe rimetterci è l’Italia, nonostante un impegno costato 192 milioni di euro. Gli esiti dei recenti incontri fra il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, e i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione hanno consentito la riattivazione del precedente trattato italo-libico, sospeso nel marzo 2011, mediante la firma della Tripoli Declaration: la strategia del governo libico ha mirato a rinegoziare i rapporti economici e strategici attivi in precedenza con l’Italia e a volgerli a favore del proprio popolo.</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Dalla sospensione alla riattivazione del “Trattato Italia-Libia” del 2008</strong></p>
<p>Il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, dopo l’incontro dello scorso 15 dicembre a Roma con il Presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdul Jalil, era riuscito a “resuscitare” il trattato italo-libico, sospeso di fatto dalla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., adottata lo scorso 17 marzo. D’altronde, quando era ormai considerata conclusa la guerra, i governi di Parigi e Londra si erano autoproclamati i “padrini” della rivoluzione, mentre il governo italiano annunciava che, appena il Consiglio nazionale di transizione avesse assunto il controllo della Libia, il trattato italo-libico sarebbe stato “rivitalizzato”. </p>
<p>Per rintracciare le origini di un accordo tra Libia e Italia bisogna andare indietro di qualche anno. Le trattative iniziano, infatti, con il secondo governo guidato da Romano Prodi il quale però, si rifiuta di ratificarlo, giudicando le pretese del Capo di Stato libico, Muammar Gaddafi, troppo esagerate a fronte di scarse garanzie sul mantenimento effettivo dello stesso accordo. Tuttavia, Silvio Berlusconi, tornato alla guida del governo italiano nel 2008, intende a tutti i costi concludere tale accordo che, così, è firmato il 30 agosto dello stesso anno a Bengasi. Il <em>Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione</em> obbliga lo Stato italiano a finanziare opere pubbliche in Libia nei successivi vent’anni, per un totale di 5 miliardi di dollari, da considerarsi una riparazione per i danni coloniali. In cambio, il governo di Tripoli s’impegna a controllare i flussi di immigrazione diretti verso l’Italia che, inoltre, si riserva una posizione privilegiata nell’assegnazione delle commesse, generando forti malumori da parte dei governi di Francia e Regno Unito. E sono proprio questi ultimi a insistere oggi per “monetizzare” al più presto il loro ruolo nell’intervento militare in Libia. La riattivazione del trattato è, da una parte, un indubbio successo per l’Italia che, in questo modo, evita la riapertura dei negoziati e la procedura parlamentare di ratifica e, dall’altra, un sollievo alle imprese italiane coinvolte direttamente nelle opere da realizzare in Libia. Sono inoltre smentite le indiscrezioni che volevano i nuovi dirigenti libici più che propensi a modifiche volte a ridimensionare il ruolo italiano in Libia. Modifiche che, nei fatti, avrebbero finito col favorire la Francia, la quale mirava a rimpiazzare la stessa Italia nel ruolo di primo partner commerciale. Tuttavia, la riattivazione del trattato non ha solo un valore economico: essa è anche il segnale della rinnovata fiducia dell’Italia nella “nuova” Libia e nel percorso in atto verso la costituzione democratica la quale prevede, a giugno, l’elezione dell’Assemblea Costituente. [1]</p>
<p><strong>I nuovi accordi con la Libia: una sconfitta diplomatica?</strong></p>
<p>Nel frattempo, i fondi esteri libici congelati durante il conflitto sono stati progressivamente sbloccati: l’Italia &#8211; dove Tripoli detiene importanti partecipazioni, da UNICREDIT a FINMECCANICA &#8211; ha già fatto la sua parte, scongelando 600 milioni di euro. Come se non bastasse, la produzione petrolifera è stata ripresa attivamente, raggiungendo la considerevole cifra di un milione di barili al giorno. L’ENI, da parte sua, è pronta a recitare un ruolo di primo piano: il Presidente del Consiglio nazionale transitorio ha, infatti, ringraziato l’azienda italiana, a riprova dell’intelligente politica di collaborazione mantenuta anche durante il periodo della guerra, e non ha mancato di sottolineato che proprio grazie ad essa, la produzione energetica libica ha raggiunto il 70% della produzione pre-bellica. In nome di tale collaborazione, l’ENI ha offerto la massima disponibilità a collaborare in maniera estesa nella ricostruzione e nella modernizzazione del Paese libico. Prima che tale progetto possano svilupparsi, i relativi accordi fra la compagnia petrolifera e lo Stato libico saranno rivisti: la rinegoziazione, annunciata dal Primo ministro libico, Abdurrahim Abdulhafiz El-Keib, riguarderà le attività collaterali di aiuto della stessa ENI alle infrastrutture del Paese libico, devastato dalla guerra civile. Gli accordi potrebbero rivelarsi un riadattamento del trattato italo-libico alla nuova realtà del Paese, andando incontro alle esigenze dei nuovi governanti libici: il petrolio e il gas non saranno, infatti, oggetto di interesse, al contrario di scuole, formazione professionale dei neolaureati e, infrastrutture nell’ambito dell’edilizia, della sanità, dei trasporti e dell’energia. Inoltre, il trattato significherebbe aiuti per garantire la sicurezza e per dare la possibilità agli ex-combattenti di potersi formare e studiare in Italia e ai feriti di ricevere assistenza medica negli ospedali italiani. [2]</p>
<p>Tuttavia, recentemente si stanno facendo avanti anche gli Stati “concorrenti” come la Francia che, dopo il fallimento diplomatico in Tunisia, tenta di assicurarsi un ruolo importante nell’Africa settentrionale intaccando, con le compagnie ELF e TOTAL, il monopolio energetico detenuto finora dall’ENI. Va aggiunto che, sotto il profilo politico, la volontà del Regno Unito e della Francia di conquistare le simpatie del nuovo governo libico ha conseguentemente ridotto il rapporto “speciale” del governo italiano e delle aziende italiane con la Libia. La posizione italiana appare compromessa anche in termini diplomatici, come dimostra la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (C.E.D.U.) del 23 febbraio, che ha palesato in modo inequivocabile le colpe del governo nelle azioni di contrasto all’immigrazione clandestina.</p>
<p><strong>La Dichiarazione di Tripoli </strong></p>
<p>Gli obiettivi di una piena riattivazione del <em>Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione</em> cominceranno a concretarsi solo gradualmente. Il 20 gennaio, a Tripoli, il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, e l’omologo libico hanno firmato la <em>Dichiarazione di Tripoli</em>: una dichiarazione che, non menzionando esplicitamente il trattato firmato a Bengasi nell’agosto 2008, si limita a rilevare che l’Italia e la Libia hanno concordato di costruire i loro rapporti a partire dagli accordi già sottoscritti fra loro, andando avanti con la realizzazione delle varie attività attraverso commissioni tecniche specializzate nei vari settori di interesse reciproco, come quelli di pesca e cantieristica navale. Pur risentendo dei cambiamenti politici avvenuti con la <em>“Rivoluzione del 17 febbraio”</em>, Mario Monti ha affermato che il trattato italo-libico del 2008 non è stato oggetto di alcuna trasformazione e, inoltre, ha aggiunto: “Lo spirito che animava le precedenti iniziative continua ad animare da parte italiana questa dichiarazione di Tripoli”. La volontà italiana di riprendere e ampliare ulteriormente la collaborazione con la “nuova” Libia è stata confermata dal Ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, il quale ha invitato il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del governo libico, Anshur Ben Khaial, a partecipare alla riunione, che si è svolta il 20 febbraio a Roma, del <em>Dialogo 5+5</em>, riservata ai rappresentanti dei Paesi del Mediterraneo Occidentale e recentemente rinominata <em>Dialogo dei 10</em>. [3]<br />
L’atteggiamento propositivo dell’attuale governo italiano non ha comunque trattenuto le critiche e le polemiche della stampa nazionale a proposito della gestione delle relazioni diplomatiche. In particolare, ormai priva dei precedenti rapporti “speciali” con la Libia, la capacità energetica dell’Italia ha certamente subito un grave colpo.</p>
<p><em><strong>* Giacomo Morabito, dottore in Scienze delle Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Messina)</strong></em></p>
<p></font><font size="1"></p>
<p><strong>Note: </strong><br />
[1] (Autore anonimo, <em>Italia-Libia: Monti e Jalil riattivano trattato amicizia</em>, <a href="http://ansamed.ansa.it ">http://ansamed.ansa.it</a> &#8211; 15/12/2011)<br />
[2] (Autore anonimo, <em>Tripoli rassicura sui contratti con l’ENI</em>, <a href="www.ilsole24ore.com">www.ilsole24ore.com</a> &#8211; 03/01/2012)<br />
[3] (Autore anonimo, <em>Libia, monti firma la “Tripoli Declaration”</em>, <a href="www.quotidiano.net">www.quotidiano.net</a> &#8211; </font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/libia-un-nuovo-asse-italo-libico/14568/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Italia secondo &#8220;Stratfor&#8221;</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/litalia-secondo-stratfor/14297/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/litalia-secondo-stratfor/14297/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 12:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Crescita]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[PDL]]></category>
		<category><![CDATA[Stratfor]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=14297</guid>
		<description><![CDATA[Il 16 marzo scorso, la nota agenzia privata di intelligence "Stratfor"  ha pubblicato un'interessante analisi della situazione italiana, alla luce della crisi economica di Eurolandia (in particolare di quella che concerne i cosiddetti "Piigs", ossia Portagallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). L'articolo, molto ben documentato, prende in esame l'economia, la società e la politica del nostro Paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/litalia-secondo-stratfor/14297/" title="L&#8217;Italia secondo &#8220;Stratfor&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/country_ov_ita_22.egx3jrdwncow84sso44oswws0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="L&#8217;Italia secondo &#8220;Stratfor&#8221;" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p><em>Il 16 marzo scorso, la nota agenzia privata di intelligence &#8220;Stratfor&#8221;  ha pubblicato un&#8217;interessante analisi della situazione italiana, alla luce della crisi economica di Eurolandia (in particolare di quella che concerne i cosiddetti &#8220;Piigs&#8221;, ossia Portagallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). (1) L&#8217;articolo, molto ben documentato, prende in esame l&#8217;economia, la società e la politica del nostro Paese.</em></p>
<p>Dopo aver osservato che la mancanza di crescita economica, il debito pubblico superiore al 120% del Pil, la forte evasione e l&#8217;illegalità diffusa riducono notevolmente le possibilità dell&#8217;Italia di superare la crisi, &#8220;Stratfor&#8221; mette in evidenza che Monti ha comunque conseguito alcuni risultati positivi nei suoi primi cento giorni di governo e i tassi d&#8217; interesse sul debito che nel mese di novembre dell&#8217;anno scorso erano saliti quasi all&#8217;8%, sono tornati a livelli &#8220;normali&#8221;, cioè al 3% circa. Merito, secondo “Stratfor”, della manovra &#8220;salva Italia&#8221;, pari al 3,25% del Pil, e soprattutto delle liberalizzazioni decise dal nuovo governo, nonché dell&#8217;impegno ad attuare una vasta e radicale riforma del lavoro. Nondimeno, il fatto che il Fmi preveda una contrazione del 2,2% del Pil nel 2012, dopo che dal 2001 al 2010 la nostra economia è cresciuta mediamente solo dello 0,41% all&#8217;anno, sarebbe un chiaro segno della debolezza della struttura produttiva italiana &#8211; la quale, tra l&#8217;altro, senza una forte crescita non potrebbe “far fronte” ad un debito pubblico assai maggiore del Pil.</p>
<p>“Stratfor”, pur rilevando il basso livello del nostro debito privato, evidenzia altri dati preoccupanti: solo il 13,5% della popolazione ha meno di 14 anni, mentre il 20% ne ha più di 65; il che indica una progressiva riduzione della base produttiva nei prossimi anni e una conseguente diminuzione del gettito fiscale. E se l&#8217;economia sommersa ammonta a ben 275 miliardi di euro, l&#8217;evasione fiscale è pari all&#8217;8% del Pil. Non meno grave il tasso di disoccupazione tra i giovani (da 15 a 25 anni), che supera il 30%, benché in Italia la famiglia sia una &#8220;istituzione&#8221; ancora assai forte, in grado di sostenere chi ha un reddito basso o è disoccupato. D&#8217;altronde, “Stratfor” nota pure che la criminalità organizzata offre parecchi &#8220;contatti&#8221; e &#8220;opportunità&#8221; per chi è in cerca di lavoro o vuole migliorare la propria posizione sociale.</p>
<p>Comunque sia, l&#8217;agenzia privata nordamericana d&#8217;intelligence ritiene &#8220;superficiale&#8221; paragonare l&#8217;Italia alla Grecia &#8211; anche se alla fine del 2011 la situazione politico-economica dell&#8217;Italia pareva molto simile a quella greca &#8211; giacché, se in entrambi i Paesi vi è un governo di &#8220;tecnocrati&#8221; (totalmente &#8220;apolitico&#8221; il governo Monti, a differenza di quello del &#8220;tecnico&#8221; Papademos), in Italia le misure adottate da governo non hanno generato alcuna seria tensione politica o sociale e le principali forze politiche nonché i principali media e le associazioni dei lavoratori appoggiano il governo. Del resto, le stesse dimensioni dell&#8217;economia della Grecia sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle dell&#8217;economia dell&#8217;Italia, cosicché è naturale che l&#8217;Italia possa anche contare su un aiuto assai più consistente da parte dell&#8217;Unione europea.</p>
<p>“Stratfor” però sottolinea che il Pdl e il Pd, pur garantendo il loro appoggio al governo Monti, hanno espresso critiche, rispettivamente, sulle liberalizzazioni e sulla riforma del lavoro, in quanto sono misure che danneggiano i gruppi di interesse che i due partiti rappresentano. A giudizio del think tank nordamericano, questa apparente contraddizione dipende dal fatto che entrambi i partiti hanno obiettivi a breve termine e a lungo termine. Di conseguenza, quanto più vicine saranno le elezioni politiche tanto più forte sarà sia la lotta politica all&#8217;interno dei due partiti sia la tentazione di prendere le distanze dal governo &#8220;tecnico&#8221; di Monti. E il braccio di ferro sull&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (considerato da “Stratfor”, con ogni probabilità, una sorta di &#8220;residuato bellico&#8221; della guerra fredda) è un segno di quel che potrebbe accadere nei prossimi mesi. E non sarebbe affatto un buon segno, dato che, secondo “Stratfor”, la riforma del lavoro è la più importante sfida sociale e politica che Monti dovrà affrontare. Perciò, se nel breve periodo si può escludere che Monti incontri ostacoli insormontabili, con il passare del tempo i politici potrebbero cercare di cavalcare una protesta sociale generata dalle scelte impopolari che il governo &#8220;tecnico&#8221; di necessità dovrà fare, oltre che dalla recessione e dal probabile aumento del tasso di disoccupazione. Conclude quindi “Stratfor” che i problemi fondamentali del Paese sono ben lungi dall&#8217;essere risolti e che si conferma che le difficoltà economiche dell&#8217;Italia sono in larga misura la conseguenza della instabilità che caratterizza la politica italiana, tanto che, ove la vita politica del Paese tornasse alla &#8220;normalità&#8221;, si dovrebbe temere una dura reazione da parte dei &#8220;mercati&#8221; e una nuova crisi finanziaria.</p>
<p>Si tratta di una conclusione, in verità, assai banale, dacché una critica generica, benché condivisibile, del teatrino della politica del nostro Paese, pare spiegare poco o nulla. Certo non spiega come il Paese potrebbe crescere con la &#8220;terapia Monti&#8221; – peraltro, perfino Gustavo Piga, ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene che «gran parte degli studi di Bankitalia pubblicati negli ultimi due anni dimostrano che il modo migliore per ridurre il debito e il deficit al livello che ci chiede Bruxelles è aumentare la spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi». (2) Né spiega quali siano le ragioni che, nel giro di venti anni, hanno condotto l&#8217;Italia, una delle maggiori potenze economiche mondiali, a rischiare di essere retrocessa in serie B.</p>
<p>Sorprende pure che “Stratfor” ignori che la struttura economica italiana è imperniata sulle piccole e medie imprese (alle quali, tra l&#8217;altro, gli Stati Uniti riservano il 25% degli appalti del settore pubblico) e che non prenda in considerazione gli effetti a lungo termine delle scelte strategiche compiute dall&#8217;Italia negli anni Novanta. Vale a dire che non esamini le conseguenze derivanti dal fatto che la classe dirigente italiana, dopo che il vecchio ceto politico era stato in gran parte &#8220;eliminato&#8221; per via giudiziaria (e non sembra un caso che ciò si sia verificato quando gli equilibri geopolitici mondiali stavano rapidamente mutando a causa del crollo del Muro), scelse di rinunciare ad una politica strategica nazionale, (s)vendendo alcune delle nostre più importanti imprese pubbliche, proprio allo scopo di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil. Ma ancora più sorprendente è che un&#8217;agenzia di intelligence &#8220;specializzata&#8221; in analisi geopolitiche trascuri del tutto la politica estera dell&#8217;Italia e quella dei nostri “alleati” (che pure è decisiva anche per capire la politica e l&#8217;economia del nostro Paese) e che quindi non si domandi nemmeno quali scelte strategiche un Paese mediterraneo come l&#8217;Italia, con notevoli possibilità di espansione verso Est e verso Sud, dovrebbe compiere per sfruttare al meglio i complessi e profondi mutamenti geopolitici che contraddistinguono l&#8217;attuale fase storica.</p>
<p>Si poterebbe però osservare che una tale domanda difficilmente il <em>think tank</em> statunitense può porsela, soprattutto se si tiene presente che, a parere di alcuni giornalisti e analisti, “Stratfor” in realtà non è che &#8220;un&#8217;ombra della Cia&#8221;, con relazioni “molto particolari” con la banca d&#8217;affari Goldman Sachs. (3) Tuttavia, anche per questo motivo, parrebbe che lo scopo dell&#8217;articolo concernente il nostro Paese sia, in primo luogo, di far comprendere che l&#8217;Italia non ha altra scelta che quella di obbedire ai <em>diktat</em> dei &#8220;mercati&#8221; (ossia soprattutto dei centri di potere che i &#8220;mercati&#8221; rappresentano), altrimenti dovrebbe nuovamente subire l&#8217;attacco dei “mercati”, non avendo neanche più il &#8220;controllo&#8221; del proprio debito pubblico, in buona parte “internazionalizzato” a partire dagli anni Novanta. (E al riguardo, si deve pur notare che le istituzioni dell&#8217;Unione europea &#8211; che non si dovrebbe in alcun modo confondere con l&#8217;Europa &#8211; non sono certo disposte a contrastare decisamente l&#8217;azione strategica dei &#8220;mercati&#8221;, non solo sul piano economico, ma anche su quello politico).</p>
<p>In questa prospettiva, si dovrebbe allora riconoscere che è affatto logico che “Stratfor”, considerando evidentemente che le coordinate per orientare la (geo)politica della nostra classe dirigente sono decise (pur se solo “in ultima istanza”, per così dire) “oltreoceano”, dia per scontato che l&#8217;Italia non abbia alcuna autentica “autonomia strategica” Assai meno logico, a nostro avviso, è ritenere invece sia che si possa evitare il &#8220;declino&#8221; dell&#8217;Italia, sia che l&#8217;Italia non debba né possa rendersi indipendente (almeno in una certa misura, ma analoghe considerazioni sarebbero da fare per la stessa Europa continentale) da quei centri di potere i cui &#8220;interessi strategici&#8221; sono a fondamento delle analisi (geo)politiche dell&#8217;agenzia privata d&#8217;intelligence “Stratfor”.</p>
<p><strong>NOTE</strong><br />
</font><font size="1"><br />
1) Special Series: European Economies At Risk &#8211; Italy (<a href="http://www.stratfor.com/analysis/special-series-european-economies-risk-italy">http://www.stratfor.com/analysis/special-series-european-economies-risk-italy</a>).<br />
2) Caro Monti, siamo come la Spagna: gli obiettivi di deficit vanno rivisti (<a href="http://www.linkiesta.it/italia-taxi-liberalizzazioni-monti#ixzz1pNFoGoAA">http://www.linkiesta.it/italia-taxi-liberalizzazioni-monti#ixzz1pNFoGoAA</a>).<br />
3) Si vedano, ad esempio, Svelati i file delle spie di Stratfor gli agenti privati ombra della Cia (<a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/27/svelati-file-delle-spie-di-stratfor-gli.html">http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/27/svelati-file-delle-spie-di-stratfor-gli.html</a>) e WikiLeaks pubblica le mail della Stratfor, corazzata degli 007 privati più potenti d&#8217;America (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-27/wikileaks-ruba-casa-stratfor-215906.shtml?uuid=AaWiJoyE">http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-27/wikileaks-ruba-casa-stratfor-215906.shtml?uuid=AaWiJoyE</a>). Per quanto concerne la questione della &#8220;neutralità scientifica&#8221; di &#8220;Stratfor&#8221; si veda il recente articolo di Vismara Luca Francesco Stratfor: fra discutibile scientificità e “soft power” statunitense (<a href="http://www.eurasia-rivista.org/stratfor-fra-discutibile-scientificita-e-soft-power-statunitense/14091/">http://www.eurasia-rivista.org/stratfor-fra-discutibile-scientificita-e-soft-power-statunitense/14091/</a>).</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/litalia-secondo-stratfor/14297/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La lunga notte della credibilità italiana</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-lunga-notte-della-credibilita-italiana/14155/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/la-lunga-notte-della-credibilita-italiana/14155/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 11:43:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Golden Share]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Marò]]></category>
		<category><![CDATA[Nigeria]]></category>
		<category><![CDATA[Sovranità]]></category>
		<category><![CDATA[strategia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=14155</guid>
		<description><![CDATA[I due fatti ben noti che hanno vivacizzato le pagine “estero” dei quotidiani italiani di questi giorni, il ridicolo blitz inglese in Nigeria – che è costato la vita ad un ostaggio italiano- e l’arresto di due militari italiani in India – accusati di aver compiuto omicidio in acque internazionali- evidenziano come il peso internazionale dell’Italia sia oggi ai minimi storici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-lunga-notte-della-credibilita-italiana/14155/" title="La lunga notte della credibilità italiana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zlutto.3yvzlixk4oo4444c0cco4sowc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="95" alt="La lunga notte della credibilità italiana" ></div></a><p><span style="font-size: small;">I due fatti ben noti che hanno vivacizzato le pagine “estero” dei quotidiani italiani di questi giorni, il ridicolo blitz inglese in Nigeria – che è costato la vita ad un ostaggio italiano- e l’arresto di due militari italiani in India – accusati di aver compiuto omicidio in acque internazionali- evidenziano come il peso internazionale dell’Italia sia oggi ai minimi storici.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Con la fine del governo Berlusconi in molti si erano illusi: impossibile raggiungere quella sensazione di carnevale permanente che sembrava pervadere la reputazione dell’Italia all’estero in quei giorni, se non altro allegri; a quanto pare non è così e l’influenza, nonché il credito, che la nostra diplomazia (e con essa i nostri interessi) ha fuori dai confini della penisola è sotto lo zero. Nessuna tutela per i militari accusati di illegalità (forse legittimamente), ma in acque internazionali non di competenza indiana; nessun coordinamento (e nemmeno un messaggio) prima della grottesca azione britannica nel tentativo di liberare gli ostaggi. Il governo Monti rappresenta probabilmente il grado più basso della considerazione che ci viene accordata nel mondo. E questo per una serie di motivi, cronici e congiunturali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Le radici che determinano la leggerezza internazionale del nostro Stato giungono da lontano: oltre cento basi militari NATO/USA presenti sul nostro territorio hanno negli anni tolto ogni velleità sovrana ai “distratti” ministeri italiani; se furono istallate all’epoca della guerra fredda, durante la quale l’Italia riuscì anche a ritagliarsi un piccolo ruolo di avanguardia sulla cortina di ferro, avendo in cambio un ruolo più deciso nel Mediterraneo, con la fine di quella e i confini del “grande gioco” eurasiatico spostati più a est, l’Italia rimane semplicemente periferia dell’alleanza atlantica: non periferia geografica, ma geopolitica, con la funzione di “granaio” (vedere il caso FIAT) per il centro del sistema di alleanza.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A queste motivazioni permanenti di debolezza, comuni a quasi tutta Europa (le basi sono diffuse ovunque e ospitano anche le proibite armi atomiche [1]) dobbiamo inoltre sommare le questioni congiunturali che fanno dell’Italia di oggi un attore internazionale di scarsissimo impatto.<br />
Il compito dell’esecutivo Monti di attuare riforme e politiche richieste dall’esterno è infatti un ulteriore elemento di indebolimento della voce e degli interessi italiani. Una sfilza di scelte, fatte da un governo non legittimato dalla sovranità popolare, che rispecchiano volontà estranee al tessuto sociale nazionale, non possono non rovesciarsi sulla poca sovranità nazionale rimasta, minandola alla base.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Proprio in questi giorni attraverso decreto il governo ha accontentato le richieste delle istituzioni UE togliendo la “golden share” (praticamente il controllo statale) in ambito di telecomunicazioni, energia e trasporti. In questo modo apre il mercato a grandi corporazioni basate in Europa che, se pur non agiranno nell’immediato causa la crisi economica e la scarsa liquidità, presto assalteranno aziende che sino ad ora erano considerate centrali per i settori strategici da difendere. E a ragione: questa aria di smobilitazione è proprio ciò che crea il vulnus di credibilità, colpendo nel peso e nella proiezione internazionale italiana e mediterranea, come abbiamo potuto pure appurare a causa del trattamento riservateci dalle agenzie di rating (agenzie private, statunitensi).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La mancanza di sovranità popolare interna (che sarebbe addirittura garantita dalla Costituzione) va in questo modo ad influire anche sulla sovranità nazionale esterna: se non si proteggono i settori strategici, se ci si adegua ai diktat esterni (operazione inevitabile se non ci si crea collegamenti “sovrani” con Paesi emergenti e/o vicini), l’influenza e la voce in capitolo dei nostri diplomatici e rappresentanti diminuisce sempre di più. Per assurdo, probabilmente, aveva più peso a livello internazionale il governo Berlusconi, dati i legami stretti (a quanto pare e purtroppo soprattutto a livello personale, quindi con pochi vantaggi a lungo termine per il Paese) con la Russia di Putin, come ci dimostrano le allarmate opinioni degli analisti governativi statunitensi (questione energetica e rapporti Eni-Gazprom).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Troncati quei rapporti, per accontentare il centro del nostro sistema di alleanze (Usa) e i satelliti più vicini (Gran Bretagna), ci troviamo di nuovo a fari spenti nella notte della sovranità italiana. L’elaborazione di una strategia di lungo periodo, che abbia come centro d’interesse le prerogative dell’Italia e il Mediterraneo si rende urgente e necessaria: lo studio e l’approfondimento della geopolitica nel nostro Paese può essere quindi di fondamentale importanza per illuminare il nostro futuro.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: small;"><em><strong>*Matteo Pistilli è redattore di Eurasia, rivista di studi geopolitici.</strong></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note:</p>
<p>1]In cinque chiedono il ritiro delle armi atomiche Usa dal proprio territorio,  Matteo Pistilli, eurasia-rivista.org: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/in-cinque-chiedono-il-ritiro-delle-armi-atomiche-usa-dal-proprio-territorio/3328/">http://www.eurasia-rivista.org/in-cinque-chiedono-il-ritiro-delle-armi-atomiche-usa-dal-proprio-territorio/3328/</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/la-lunga-notte-della-credibilita-italiana/14155/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Intervista a Gianandrea Gaiani sulla crisi diplomatica italo-indiana</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-gianandrea-gaiani-sulla-crisi-diplomatica-italo-indiana/13837/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-gianandrea-gaiani-sulla-crisi-diplomatica-italo-indiana/13837/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 11:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[somalia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=13837</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-gianandrea-gaiani-sulla-crisi-diplomatica-italo-indiana/13837/" title="Intervista a Gianandrea Gaiani sulla crisi diplomatica italo-indiana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/2374_50328_6024082012_5869704_medium.tmni5ckcc2s00gwosos8s0cs.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="Intervista a Gianandrea Gaiani sulla crisi diplomatica italo-indiana" ></div></a>Il nostro redattore Stefano Vernole ha intervistato per “Eurasia” Gianandrea Gaiani*. Le domande dell’intervistatore sono in grassetto. Le chiedo innanzitutto un suo parere su come realmente si sarebbero svolti i fatti: chi materialmente ha ucciso i due pescatori indiani? E’ plausibile la versione di Nuova Delhi, che ne attribuisce la responsabilità ai due marò italiani? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-gianandrea-gaiani-sulla-crisi-diplomatica-italo-indiana/13837/" title="Intervista a Gianandrea Gaiani sulla crisi diplomatica italo-indiana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/2374_50328_6024082012_5869704_medium.tmni5ckcc2s00gwosos8s0cs.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="Intervista a Gianandrea Gaiani sulla crisi diplomatica italo-indiana" ></div></a><p><span style="font-size:small;"><em>Il nostro redattore Stefano Vernole ha intervistato per “Eurasia” Gianandrea Gaiani*.</em></p>
<div><span style="font-size:small;"><em>Le domande dell’intervistatore sono in grassetto.</em></p>
<p><strong>Le chiedo innanzitutto un suo parere su come realmente si sarebbero svolti i fatti: chi materialmente ha ucciso i due pescatori indiani? E’ plausibile la versione di Nuova Delhi, che ne attribuisce la responsabilità ai due marò italiani?</strong></p>
<p>La verità non è ancora ben definita, non è ancora ben chiara, quindi è difficile poter dare delle risposte complete a questa domanda, però io guardo i riscontri oggettivi: questi pescatori indiani hanno lamentato di essere stati colpiti da raffiche di armi automatiche a due miglia e mezzo dalla costa indiana, dal porto di Kochi,  quindi più o meno all&#8217;altezza dell&#8217;ancoraggio che c&#8217;è davanti al porto e che viene usato dalle navi che vi entrano. La nave italiana, la Enrica Lexia, si trovava a oltre trenta miglia dalle coste indiane, aveva subito un avvicinamento ostile che poteva far presupporre un&#8217;azione pirata quattro ore prima, forse anche di più, intorno a mezzogiorno e mezza,  in acque internazionali, al largo quindi; come hanno detto i nostri, questo attacco si è risolto con qualche raffica in mare che ha fatto allontanare il peschereccio. Invece l&#8217;attacco di cui parlano i pescatori, che avrebbe provocato i due morti, è avvenuto nelle acque indiane, a due miglia e mezzo, e non trentatré, dalla costa, e soprattutto è avvenuto verso sera, quasi al tramonto; quindi non combacia il luogo e  non combacia il posto. </p>
<p>Cosa c&#8217;è invece di ambiguo nella posizione indiana? Tantissime cose, ad esempio il fatto che, guarda caso, l’ International Maritime Bureau (IMB) ha reso noto di aver avuto una segnalazione di tentato attacco pirata proprio in quel posto, a due miglia e mezzo al largo del porto di Kochi, da una  petroliera greca, la Olympic Flair , che ha dato l&#8217;allarme all’IMB, al centro di soccorso marittimo di Mumbai, e alla Guardia costiera indiana. Allora non si capisce per quale ragione la nave che è stata coinvolta in un supposto attacco, nel luogo dove i pescatori dicono di aver subito queste raffiche che hanno ucciso due pescatori, viene lasciata tranquillamente andare per la sua strada, mentre invece viene invitata a presentarsi nel porto di Kochi la nave italiana che aveva anche lei comunicato un tentato attacco, ma in un luogo diverso, in acque internazionali e diverse ore prima. Qui non c&#8217;è un errore o un <em>misunderstanding</em>, qui c&#8217;è una malafede, confermata dal fatto che gli indiani si sono rifiutati finora di effettuare autopsie ed esami balistici dei proiettili trovati sulla barca, sul peschereccio e sui corpi dei due cadaveri. Questo crea più di un motivo per dubitare della buona fede degli indiani. Perché tutto questo, sul piano delle procedure di indagini,  non viene fatto in modo professionale? Il motivo, come ho anche scritto sul “Sole 24 Ore”, può essere, a mio parere, uno solo: l&#8217;India, che si vuole presentare come una grande potenza, che è uno dei paesi emergenti, che vuole svolgere un ruolo di potenza navale nell&#8217;Oceano Indiano ed è in prima fila nel combattere la pirateria somala, vuole nascondere la pirateria domestica, che ha in casa. E’ vero infatti che nel subcontinente indiano sono frequenti gli attacchi ai mercantili, anche se sono attacchi diversi da quelli della pirateria somala, non sono organizzati, non si sequestrano navi ed equipaggio per chiedere riscatti; è una pirateria, quella indiana,  più da cialtroni, di pescatori che di notte salgono a bordo delle navi alla fonda nel largo dei porti, razziano valori e contanti e se ne vanno. Questo tipo di pirateria  è molto frequente lungo le coste del Bangladesh, ma ci sono in media almeno una decina di casi all&#8217;anno denunciati, più forse altri non denunciati, al largo dei porti dell&#8217;India; pertanto attribuire questa azione agli italiani serve a coprire probabilmente una realtà che l&#8217;India vuol nascondere, e cioè che anche lei ha i suoi pirati, anche se sono pirati raffazzonati che attaccano le navi alla fonda dentro le acque territoriali.</p>
<p><strong>Se appare abbastanza evidente l’ingenuità della Marina italiana che ha consentito il fermo dei nostri due militari da parte della polizia indiana, ritiene che il Governo italiano, tanto esaltato dai mass media per la sua presunta autorevolezza in campo internazionale, si sia mosso tempestivamente e con la dovuta efficacia? Non era subito evidente la pericolosità di questa crisi diplomatica con l’India? Se dovesse protrarsi, ritiene possibili anche ripercussioni economiche per le nostre aziende che operano in India?</strong></p>
<p>Andiamo con ordine. Io credo che la Marina abbia subito questa vicenda. Il comandante della nave mercantile non risponde alla Marina militare mentre i nuclei militari a bordo dei mercantili hanno una loro catena di comando, rispondendo  alla base italiana che c&#8217;è a Gibuti, che è quella che gestisce questi <em>team </em>imbarcati sui mercantili, la quale risponde alla Difesa, al Comando della Marina a Roma, al COI, Comando Operativo di vertice Interforze.  I <em>marines</em> italiani “San Marco” a bordo,  non sono agli ordini del comandante della nave mercantile, il quale mantiene il comando della sua nave. Quindi quando il comandante della nave “Enrica Lexia” ha ricevuto la richiesta dalla guardia costiera indiana per entrare nel porto di Kochi per fornire dei chiarimenti, è lui che ha deciso di entrarci, facendo un errore madornale. Quindi il problema è l&#8217;ingenuità di fondo dell&#8217;armatore, ma soprattutto un vuoto di potere, un vuoto esecutivo del Governo italiano e del Ministero degli Esteri, perché nel momento in cui abbiamo deciso di imbarcare nuclei armati sopra navi mercantili per proteggerli da aggressori esterni, da pirati, bisognava mettere in atto delle procedure per cui una nave mercantile che viene attaccata in acque internazionali non si fa invitare da nessun paese ad entrare nelle sue acque territoriali per fornire chiarimenti. Il diritto internazionale parla chiaro: se una nave, di qualunque nazione, in questo caso italiana, viene attaccata o ha un incidente in acque internazionali, vale il diritto di bandiera, e cioè l&#8217;inchiesta la fa la legge italiana, non la fa la legge del paese più vicino con le sue coste. Questa è una legge che è precisa, internazionale e che il nostro governo, la Farnesina,  avrebbe dovuto precisare ai mercantili che imbarcano scorte militari &#8211; io mi auguro lo abbiano fatto &#8211;  o magari invece, solo ingenuamente, il comandante della  nave ha ceduto alle richieste indiane. Ci dovrebbero essere delle procedure precise in questo senso e la Marina le ha subite, perché nel momento in cui la nave è entrata in quel porto indiano e  la polizia è salita a bordo, addirittura qualcuno ha detto armi in pugno, di fatto il fallimento è stato della Farnesina. Il nostro ambasciatore in India avrebbe dovuto provare ad impedire tutto questo, perché la nave italiana è territorio italiano, perché un militare non può essere processato o interrogato dalla giustizia civile di un paese straniero. Gli unici che possono processare od inquisire i militari sono le autorità dello stato stesso del militare o i tribunali internazionali dell&#8217;ONU qualora si ravvisino reati o accuse di crimini contro l&#8217;umanità o crimini di guerra. </p>
<p>Per cui il comportamento indiano è totalmente arbitrario, non c&#8217;è nessuna legge che preveda che un nostro militare debba rispondere ad un giudice indiano o di qualunque altro paese, né che possa essere detenuto. Anche se per ora sono solo ospiti in un bungalow e non dentro ad un carcere, potrebbero presto cambiare le cose. L&#8217;errore qui è stato dell&#8217;Italia, della diplomazia italiana, del Ministero degli Esteri. </p>
<p>Per quanto riguarda il Governo, qui ci sono due problemi. Uno è quello pratico che abbiamo visto adesso, cioè la totale incapacità del nostro Governo di far valere il nostro diritto.  Il secondo problema è mediatico. Gli unici che hanno parlato ai media internazionali sono stati gli indiani, per almeno due o tre giorni. Questo ha consentito che tutta la stampa mondiale desse un ampio risalto alla tesi indiana, alle opinioni e alla valutazioni indiane che, come abbiamo visto, hanno nascosto un comportamento non solo ambiguo per quanto riguarda il problema della petroliera greca che, probabilmente, è la nave coinvolta nell&#8217;incidente. Un comportamento sfacciatamente illecito nei confronti dell&#8217;Italia e dei diritti degli italiani e soprattutto dei militari. </p>
<p>Uno dei motivi per cui l&#8217;Italia sta mantenendo un atteggiamento morbido con l&#8217;India sono probabilmente i rapporti economici. E’ vero che noi abbiamo tanti affari con l&#8217;India ma anche l&#8217;India ha tanti affari con noi, ad esempio l’India ha bisogno della nostra tecnologia per costruire la sua portaerei. E’ anche vero che ci sono tantissimi lavoratori indiani che lavorano in Italia e che la gran parte delle navi mercantili che battono bandiera italiana hanno a bordo marinai indiani. Quindi è vero che l&#8217;atteggiamento morbido che ha l&#8217;Italia verso l&#8217;India, che sta compiendo un sopruso, può essere anche determinato dal giro di affari che abbiamo con quel paese, però credo che queste considerazioni economiche, per un Governo che decidesse di usare più coraggio e di salvare l&#8217;onore della Patria, debbano essere un’arma a doppio taglio, nel senso che anche l&#8217;India ha interessi a mantenere rapporti con noi. Non siamo solo noi ad essere interessati a fare <em>business</em> con loro, ma c&#8217;è anche un interesse indiano ad acquisire nostre tecnologie e anche nostri investimenti, di avere nostre imprese laggiù; quindi credo che l&#8217;aspetto del <em>business</em> dovrebbe essere un&#8217;arma da utilizzare in maniera quantomeno paritaria. Non solo un&#8217;arma con la quale l&#8217;India ci può imporre di “calare le braghe” ma anche un&#8217;arma che potremmo usare per indurli a cambiare atteggiamento. </p>
<p>Credo che purtroppo adesso partiamo da una situazione in salita, in grande difficoltà, C&#8217;è una possibilità, e la notizia è di qualche ora fa, rappresentata dall&#8217;invio del sottosegretario Staffan De Mistura, che è un uomo di grande esperienza internazionale e che potrebbe forse cambiare le cose.</p>
<p>Le ultime dichiarazioni del sottosegretario agli esteri indiano,  Preneet Kaur, dimostrano ancora una volta che, di fronte ad un tentativo italiano di ammorbidire i toni, di trovare un&#8217;intesa, c&#8217;è una risposta indiana molto dura, e questo è anche un po&#8217; il frutto del fatto che l&#8217;Italia non ha mostrato una grande determinazione nel voler risolvere la crisi, anche alzando i toni. </p>
<p>I nostri soldati, ricordiamolo, rischiano di essere processati in una situazione senza precedenti, in un paese che per altro prevede la pena di morte; noi italiani andiamo a fare pressioni sugli USA perché applicano la pena di morte e poi lasciamo che i nostri militari vengano interrogati e forse processati da un paese che la applica.<br />
Il rischio più importante sul piano militare, è che tra i soldati italiani &#8211; e ricordiamo che questi due marò sono due soldati in missione, non erano là in vacanza &#8211;  questa situazione porti la gran parte di loro a pensare, in maniera giustificata, per non dire giusta, che il loro lavoro e la loro tutela sono sacrificabili. Che li porti a sentirsi abbandonati da uno Stato che invece gli ha mandati in quella missione e che quindi ha il dovere di tutelarli. Se questo dovesse succedere, è un rischio pericolosissimo perché di fatto vai a demotivare e a far sentire figli di nessuno coloro che difendono l’Italia e gli italiani. Questo credo sia alla fine di tutto il danno peggiore che l&#8217;Italia, con il suo atteggiamento “calabraghista”, corre. Abbiamo tanti militari impegnati all&#8217;estero e sarebbe un pessimo segnale se pensassero di essere sacrificabili per due affari o per due contratti di export o per ragioni di opportunità diplomatica. </p>
<p><strong>Non ritiene surreale che la Marina militare italiana debba essere impiegata per fare da scorta a navi private? Questa triste vicende non potrebbe essere l’occasione per portare all’attenzione pubblica il problema della pirateria, in particolare dell’occupazione straniera della Somalia, che inevitabilmente genera questo tipo di conseguenze?</strong></p>
<p>La Somalia non mi pare che sia occupata, magari lo fosse! Se la Somalia fosse occupata da dei paesi che mantengono un regime di occupazione non ci sarebbero i pirati. Purtroppo la Somalia è terra di nessuno, è in mano ai signori della guerra, ad un finto governo che non controlla forse neppure gli uomini che dice di avere ai suoi ordini, è in mano a milizie islamiste che sono tra l&#8217;altro anche jihadiste per loro definizione,  ha eserciti stranieri come quello del  Kenya o dell&#8217;Etiopia che occupano alcune regioni ma senza riuscire a controllarle. Io credo che sia il caos somalo che ha determinato la pirateria, ma al di là questo io credo che il problema della pirateria in Somalia sarebbe risolvibile in 48 ore: invece di spendere un paio di miliardi di euro all&#8217;anno per navi da guerra che stanno laggiù per far finta di scortare navi mercantili e a far finta di contrastare i pirati, contro i 160 milioni di dollari che i pirati incassano dai riscatti, faremmo prima a dare direttamente  in tasca ai pirati 160 milioni di dollari perché la smettano di attaccare le navi mercantili. Almeno spenderemmo meno. La mia è ovviamente una battuta. </p>
<p>Ma credo che il problema serio sia che le flotte internazionali che sono là si limitano a fare contrasto in mare ai pirati quando  basterebbero 48 ore per spazzare via con le armi qualunque <em>tortuga</em> di pirati lungo la costa. Del resto il diritto internazionale lo consente, una risoluzione dell&#8217;Onu di alcuni anni fa prevedeva anche l&#8217;impiego di forze militari internazionali a terra contro i pirati, quindi attacchi sulla costa. Basterebbe la volontà per spazzarli via a cannonate dai mari e dalle coste. Però nessuno lo fa, schiacciati come siamo da logiche <em>politically correct</em>. Il problema dei pirati anzi lo foraggiamo, basti pensare che i pirati quando vengono catturati, siccome nessuno li vuole processare, spesso vengono poi anche liberati dopo essere stati nutriti. Insomma, la gestione della guerra, chiamiamola così, contro i pirati somali, è una vergogna per l&#8217;intero mondo civile perché ci stiamo facendo prendere in giro forse da 4-5 mila somali che sequestrano, spesso uccidendo, usando violenza a dei civili; perché i marinai imbarcati sui mercantili sono dei civili, ricordiamolo. </p>
<p>Detto questo, che riguarda un po&#8217; il preambolo alla domanda che mi ha fatto, io credo che l&#8217;impiego della marina, dei marinai del San Marco per proteggere i mercantili sia una misura utile anche se non esclusiva, nel senso che tutti i paesi hanno dovuto affrontare il problema di proteggere i mercantili perché le flotte da guerra non sono in grado di proteggerli tutti. La gran parte dei paesi hanno optato per l&#8217;imbarco di guardie private, di <em>security contractors</em>, società private,  ex militari di solito, che fanno questo mestiere.<br />
La Francia ad esempio imbarca dei suoi soldati sui suoi mercantili. L&#8217;Italia ha scelto una legge che consente entrambe le cose, ma finora gli unici ad essere impiegati sono i  fanti di Marina, perché il regolamento che dovrebbe accompagnare la legge per consentire l&#8217;imbarco di guardie private non è stato ancora messo a punto. E’ anche emerso che c&#8217;è una forte resistenza nella Marina a consentire che questo lavoro venga affidato a dei privati, cioè che gli armatori possano affidarsi anche a delle guardie private. E’ una gestione che la Marina cerca di avere per sé. </p>
<p>L&#8217;impiego di <em>contractors</em> privati, o di militari armati come nel caso francese, sui mercantili è un sistema che ha risolto il problema nel senso che tutte le navi che hanno a bordo personale di scorta militare o civile non sono mai state sequestrate e quando c&#8217;è stato qualche tentativo di attacco i pirati hanno subito cambiato idea appena hanno visto che dalla nave gli sparavano addosso dei professionisti che sapevano sparare e che spesso sapevano centrare il bersaglio. </p>
<p>Quello delle scorte è un sistema di difesa passiva che protegge le navi ma non risolve ovviamente il problema della pirateria, non elimina i pirati, non li insegue, non gli dà la caccia, protegge la singola nave. E’ un sistema efficace che ha un costo per gli armatori, competitivo rispetto alle polizze assicurative che devono pagare per proteggersi il carico, la nave e l&#8217;equipaggio dal transito in acque controllate dai pirati. Tutto questo va bene finché queste navi mercantili mantengono la loro sovranità nazionale, rimangono in acque internazionali o ormeggiano in paesi dove c&#8217;è un accordo in base al quale i nostri militari possono scendere e aspettare la nave successiva. </p>
<p>I militari italiani hanno questa base, per questo tipo di attività, a Gibuti, poi scendono dalle navi alle Seychelles, oppure nello Sri Lanka oppure in Oman, a seconda delle rotte che percorrono le navi che entrano o escono dal Mar Rosso, e poi salgono sulle navi che fanno il percorso opposto. Nel momento in cui, come è accaduto per la “Enrica Lexia”, una nave viene convinta da un altro stato, viene invitata ad entrare nelle sue acque internazionali per subire addirittura un processo, un&#8217; azione penale, a questo punto è chiaro che ci si trova in una situazione difficilmente gestibile perché abbiamo non solo i marinai ma addirittura i militari  finiti in una situazione ingestibile e che è illecita sul piano internazionale.<br />
Finisco con una domanda: se fossero stati altri soldati, non italiani, ma francesi, inglesi, americani,  &#8211; in tal caso ci sarebbero già due portaerei e una mezza flotta davanti al porto di Kochi &#8211; , l&#8217;India avrebbe avuto lo stesso atteggiamento irrispettoso ed irriverente in violazione di qualunque legge internazionale che ha avuto in questo caso con gli italiani? </span></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>* <em>Gianandrea Gaiani ha seguito sul campo tutte le missioni militari italiane. Dirige <a href="http://www.analisidifesa.it/">Analisi Difesa</a>, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788888028132/gaiani-gianandrea/iraq-afghanistan-guerre.html">Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane</a>&#8220;</em></strong></span></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-gianandrea-gaiani-sulla-crisi-diplomatica-italo-indiana/13837/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Intervista a Sergei Martynov, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-sergei-martynov-ministro-degli-affari-esteri-della-repubblica-di-bielorussia/13544/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-sergei-martynov-ministro-degli-affari-esteri-della-repubblica-di-bielorussia/13544/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
		<category><![CDATA[FMI]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[U.S.A.]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<category><![CDATA[Vernole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=13544</guid>
		<description><![CDATA[Il nostro redattore Stefano Vernole ha intervistato per "Eurasia" il Ministro degli Affari Esteri della Bielorussia, Sergei Martynov, che ringraziamo per la disponibilità e la cordialità mostrate nel rispondere alle nostre domande.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-sergei-martynov-ministro-degli-affari-esteri-della-repubblica-di-bielorussia/13544/" title="Intervista a Sergei Martynov, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/portr_1.4wt81ne99l440wcc0wkoc8484.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="102" alt="Intervista a Sergei Martynov, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia" ></div></a><p><span style="font-size: small;"><em>Il nostro redattore Stefano Vernole ha intervistato per “Eurasia” il Ministro degli Affari Esteri della Bielorussia, Sergei Martynov, che ringraziamo per la disponibilità e la cordialità mostrate nel rispondere alle nostre domande.</em></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><u>Le domande dell&#8217;intervistatore sono in grassetto</u></p>
<div> <span style="font-size: small;"><strong>Dopo la rielezione del Presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, Stati Uniti e Unione Europea hanno adottato all’inizio del 2011 una serie di sanzioni contro la Bielorussia per colpire 157 persone vicine al Capo dello Stato. Addirittura 12 giornalisti bielorussi sono stati inclusi dal Consiglio dell’Unione Europea nella lista delle persone cui è vietato entrare negli Stati membri dell’UE. L’11 agosto 2011 l’Ufficio del Controllo dei Beni Stranieri del Ministero delle Finanze degli Stati Uniti d’America ha imposto sanzioni nei riguardi di quattro aziende bielorusse, violando il Memorandum di Budapest del 1994 (non applicabilità di sanzioni da parte di Washington in cambio dell’impegno di Minsk ad abbandonare volontariamente le armi nucleari). Quali misure ha adottato la vostra nazione per fronteggiare queste sanzioni e quali danni le ritorsioni occidentali hanno provocato all’economia bielorussa?</strong></p>
<p>Infatti, le restrizioni imposte dall’UE e dagli Stati Uniti si trovano sempre in maggiore contrasto con i loro impegni nell’ambito OSCE, a partire dall’Atto Finale di Helsinki del 1975, con gli accordi internazionali vigenti e persino con gli stessi obiettivi dichiarati delle citate restrizioni. Secondo quanto stabilito dal Memorandum di Budapest che ora viene palesemente violato, non solo gli Stati Uniti, ma anche alcuni Paesi comunitari (come, ad esempio, il Regno Unito) si impegnarono di astenersi dalle pressioni nei confronti del nostro Paese.</p>
<p>Va notato che solo un anno fa gli USA confermarono ufficialmente nella dichiarazione congiunta dei capi dei dicasteri di politica estera dei nostri Paesi il loro impegno assunto nell’ambito del Memorandum. Quindi, l’imposizione delle sanzioni nei confronti della Bielorussia è in contrasto con gli obblighi internazionali degli Stati Uniti. Con gli atti del genere gli USA dimostrano un valore reale delle loro garanzie. Probabilmente una simile violazione delle garanzie nei confronti di uno Stato che fu un modello di rinuncia all’arsenale nucleare in suo possesso possa comunicare un segnale profondamente sbagliato ai Paesi che non hanno finora compiuto una simile scelta antinucleare.</p>
<p>Per quanto riguarda le ripercussioni delle sanzioni sull’economia bielorussa, qui si tratta di alcuni elementi semplicemente fastidiosi, piuttosto che di problemi seri. E non solo per la Bielorussia, ma anche per le aziende negli Stati Uniti che avevano un business redditizio con il nostro Paese. Perciò noi consideriamo le sanzioni non solo una leva di pressione economica d’ispirazione politica, ma anche un elemento di concorrenza sleale. Limitando l’accesso di specifici prodotti bielorussi al mercato statunitense, si liberano, pur con metodi amministrativi, le nicchie per i prodotti di altri produttori.<br />
Nell’Unione Europea la situazione è diversa. A prescindere dall’elemento di tensioni politiche, a livello del business si percepisce una netta comprensione. Penso che da questo punto di vista i Governi dell’UE siano molto pragmatici. Tanto più, quando è in atto un’evidente crescita reciprocamente vantaggiosa del commercio bilaterale.</p>
<p>A proposito, durante la crisi finanziaria globale del 2008-2010 non riducemmo il tasso dei nostri programmi d’investimento, anzi, continuammo in modo attivo ad acquistare macchinari europei per la modernizzazione delle nostre imprese, il che fu una delle cause del successivo squilibrio dei nostri scambi commerciali con l’estero e problemi finanziari verificatisi nel 2011. Naturalmente, per l’UE nel suo insieme le vendite in Bielorussia non sono di gran importanza, ma grazie a quei contratti alcune aziende riuscivano a campare. Mentre negli Stati Uniti le aziende che avevano lavorato con noi durante la crisi furono colpiti, per colpa delle sanzioni, da un’ ulteriore scossa.</p>
<p>Noi rispondiamo alle sanzioni come lo farebbe qualsiasi altro Stato che rispetti la propria sovranità e indipendenza. Eppure le nostre risposte non rivestono un carattere ritorsivo, rimanendo comunque nei limiti della legge ed essendo tese a proteggere i nostri interessi anche dall’ingerenza negli affari interni.</p>
<p><strong>Nonostante le sanzioni, lo scorso 31 maggio il Governo e la Banca Nazionale di Belarus hanno lanciato un appello al Fondo Monetario Internazionale per ottenere un prestito. Non vi sembra contraddittorio, alla luce del comportamento degli Stati Uniti, storicamente determinanti nella nomina dei dirigenti e nell’adozione delle linee guida del FMI? Quali sono allo stato attuale i rapporti finanziari tra Minsk, Washington e Fondo Monetario Internazionale?</strong></p>
<p>Si può essere d’accordo sul fatto che storicamente gli Stati Uniti siano determinanti nella nomina dei dirigenti e l’adozione delle linee guida del Fondo. Tuttavia, le decisioni sulla cooperazione del FMI con quel o quell’altro Stato si assumono a livello dei direttori esecutivi espressi dai Paesi-membri. I funzionari con i quali comunichiamo concentrano la loro attenzione soprattutto sulle problematiche professionali e agiscono in conformità con lo Statuto del Fondo.</p>
<p>Per ottenere un prestito, lo Stato deve concordare con il FMI un programma di azione teso al conseguimento degli scopi per i quali si assegnano i fondi. Quindi la Bielorussia, per quanto membro del Fondo, ha il diritto di ricevere un prestito se la situazione economica lo rendesse necessario e se la Bielorussia e il FMI concordassero le condizioni del rispettivo programma.</p>
<p>In via di principio l’ottenimento di un prestito era e rimane possibile per la Bielorussia. Probabilmente, per motivi politici gli Stati Uniti e vari Paesi occidentali, attraverso i loro direttori esecutivi nel Fondo, potrebbero rendere il processo di ottenimento del prestito più faticoso per la Bielorussia. Ma questo costituirebbe una violazione delle disposizioni statutarie del Fondo Monetario Internazionale. Ed è proprio contro simili approcci controproducenti che screditano sia il FMI sia la posizione dei singoli Stati che noi ci stiamo pronunciando in modo coerente.</p>
<p>Mi permetta di ricordare, inoltre, che le sanzioni degli Stati Uniti che a nostro avviso non solo sono ingiuste, ma anche illegali dal punto di vista del diritto internazionale, purtroppo, non sono una novità per la Bielorussia. Nel 2008, sotto le sanzioni degli Stati Uniti che avevano quasi lo stesso raggio di adesso, la Bielorussia e il FMI concordarono comunque con successo l’erogazione di un prestito.<br />
Nel rispondere alla domanda sullo stato attuale delle relazioni finanziarie tra Minsk, Washington e il FMI, vorrei tracciare una distinzione tra i rapporti tra la Bielorussia e il Fondo e quelli tra la Bielorussia e gli Stati Uniti.</p>
<p>Le relazioni dei Paesi con il Fondo, a loro volta, non si limitano alla percezione dei prestiti. Il FMI fornisce anche l’assistenza tecnica – quella meno apparente, ma non meno importante e utile – sotto forma di consulenze al Governo della Bielorussia sui temi di attualità che ci interessano. Insieme al FMI si realizzano vari progetti che portano all’introduzione nelle attività del Governo bielorusso dei metodi e principi più moderni – essi possono essere assai lontani dai concetti generici di “capitalismo/socialismo”, essendo più comprensibili per gli esperti. Per quanto sappiamo, sono proprio gli esperti che valutano la nostra interazione con il Fondo come intensa, efficace, importante e utile per la Bielorussia.</p>
<p>Se vogliamo parlare delle relazioni bielorusso-americane, è ovvio che esse siano molto complicate a causa delle sanzioni. Questa posizione degli USA ci costrinse a reindirizzare le nostre esportazioni verso altri mercati internazionali. Come risultato, ne soffrirono oltre 30 imprese statunitensi che prima avevano lavorato con successo grazie alle importazioni e l’uso dei prodotti provenienti dalla Bielorussia. Ricordiamo che queste sanzioni furono introdotte nel 2007-2008, quando negli Stati Uniti era maturato e scoppiò una crisi economica di tipo sistemico. Come sa, all’epoca il Governo federale degli Stati Uniti versava generosamente miliardi di dollari dei contribuenti americani per salvare gli speculatori finanziari di Wall Street falliti, ma nello stesso tempo con la propria decisione metteva sull’orlo del fallimento alcune imprese americane che grazie alla collaborazione con imprese bielorusse fiorivano, creando posti di lavoro per gli americani, e non avevano mai chiesto a Washington un salvataggio finanziario.</p>
<p>Allo stesso tempo gli uomini d’affari sia in Bielorussia sia negli Stati Uniti hanno un serio interesse reciproco. Nel 2010 fu istituito un Business Council bielorusso-americano, al quale aderirono alcune aziende americane importanti: Caterpillar, Honeywell, Microsoft, Cisco Systems, Navistar. L’interesse per la Bielorussia viene manifestano anche da talune aziende americane – leader mondiali nei loro settori: John Deere (macchine agricoli, industriali e da cantiere) e Allison Transmission (trasmissioni e sistemi di propulsione ibrida per veicoli commerciali). Il software per la borsa londinese o i siti web noti a qualsiasi americano, come Expedia.com o Edmunds.com, si sviluppa ormai non negli Stati Uniti né in India, bensì nel Parco di Alta Tecnologia in Bielorussia. Gli uomini d’affari e gli investitori americani sono interessati alla collaborazione con la Bielorussia e la considerano vantaggiosa.</p>
<p>Il nostro Paese, a sua volta, offre una vasta gamma di condizioni vantaggiose e dei benefici ed è pronto ad allargare la cooperazione con il business americano.</p>
<p>E, naturalmente, i politici a Washington non dovrebbero ostacolare questo processo reciprocamente benefico.</p>
<p><strong>I rapporti tra Mosca e Minsk hanno conosciuto negli anni fasi alterne, condizionati spesso dagli obiettivi differenti dei leader politici dei due paesi, aldilà del legame di fratellanza culturale tra i popoli rimasto sempre forte. Alla luce della probabile rielezione di Vladimir Putin al Cremlino con le consultazioni presidenziali del marzo 2012, come valuta i tentativi dell’attuale Capo del Governo russo di unificare Russia, Kazakhstan e Bielorussia in un’unica entità, l’Unione Euroasiatica? L’Unione Slava, tra Russia e Bielorussia è ancora attiva?</strong></p>
<p>Lo sviluppo della cooperazione con la Russia in ogni settore è una priorità della nostra politica estera, dovuta non solo ai fattori geografici, geopolitici, culturali e storici, ma anche alla complementarità delle due economie e agli stretti rapporti di collaborazione tra le imprese bielorusse e russe. In dieci anni di edificazione della nostra struttura d’integrazione – Stato Alleato – la Bielorussia e la Russia hanno compiuto notevoli progressi nella formazione di uno spazio economico e umanitario comune, unificazione delle legislazioni nazionali, assicurazione della parità dei diritti dei cittadini, coordinamento nei settori della politica estera e sociale, di difesa e di sicurezza.</p>
<p>In effetti, non sempre le relazioni bilaterali tra la Bielorussia e la Russia erano lisce. Eppure non si è mai parlato delle differenze negli obiettivi politici. Le asprezze che talvolta si verificavano nel nostro dialogo erano per lo più causate da alcune questioni irrisolte di tipo economico, il che rappresenta una “retrofaccia” dello stretto legame tra i due Paesi e della natura complessa e multiforme della loro integrazione.</p>
<p>Per quanto riguarda la creazione dello Spazio economico comune, si tratta di un passo logico nello sviluppo dei processi d’integrazione. Nell’ambito dello Spazio economico comune si prevede, ora a livello trilaterale, il coordinamento delle politiche macroeconomiche basate sui principi e sulle regole di concorrenza comuni, la disciplina dei monopoli naturali, gli approcci comuni all’attuazione degli appalti pubblici e al sostegno dell’industria e dell’agricoltura.</p>
<p>In connessione al “lancio”, dal 1° gennaio 2012, dello Spazio economico comune nei media appaiono molti commenti contrastanti circa il futuro delle relazioni di alleanza bilaterale tra la Bielorussia e la Russia.</p>
<p>Voglio sottolineare: noi non abbiamo dubbi circa la sopravvivenza dello Stato Alleato. I Presidenti bielorusso e russo hanno più volte espresso in modo chiaro una loro posizione su quel tema. Il progetto “a due” non è né promozionale né astratto. È un progetto assolutamente pragmatico dal punto di vista degli interessi dei nostri popoli, un progetto che porta i risultati. Nell’ambito dello Stato Alleato vi sono una serie di punti importanti che non sono inclusi nel formato dello Spazio economico comune e sono molto più “avanzati” rispetto alla soluzione “a tre”.</p>
<p>Così, i temi centrali della costruzione dello Stato Alleato sono il rafforzamento della sicurezza e le garanzie della parità dei diritti dei nostri cittadini. Finora i raggiungimenti in queste aree non hanno uguali in altri formati d’integrazione regionale.</p>
<p>La cooperazione militare con la Russia riveste un carattere strategico e svolge un ruolo decisivo nel sistema di garanzie della sicurezza nazionale. La politica di difesa comune, il coordinamento delle attività di sviluppo militare, l’accrescimento efficace della cooperazione tecnico-militare sono fattori importanti nel mantenimento della pace e della stabilità nella regione.</p>
<p>I bielorussi e i russi hanno in pratica le stesse opportunità per l’occupazione, la scelta di residenza, l’istruzione, il che rende il progetto dello Stato Alleato attraente per i cittadini di entrambi gli Stati.<br />
Nel settore economico le direttrici più promettenti sono l’attuazione dei programmi e progetti comuni finalizzati, in primo luogo, all’ammodernamento e alla transizione verso lo sviluppo innovativo delle nostre economie. Qui i settori prioritari sono l’efficienza energetica, le tecnologie dell’informazione, l’aerospaziale e la medicina, nonché lo sviluppo della cooperazione regionale. Il nostro compito è quello di raggiungere le forme ottimali d’integrazione industriale, scientifica e tecnologica, utilizzare il potenziale esistente per la realizzazione dei prodotti competitivi ad alto contenuto tecnologico.</p>
<p>Penso che l’esperienza e i meccanismi di edificazione dello Stato Alleato possano essere molto richiesti in un formato multilaterale. È importante che in futuro lo Stato Alleato e lo Spazio economico comune possano arricchirsi e completarsi a vicenda, operando in modo armonioso per il bene dei nostri popoli.</p>
<p><strong>Nonostante già appartenga alla CSI, alla Comunità Economica Eurasiatica e al Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) la Bielorussia è attualmente solo uno Stato interlocutore dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai; intende presto divenirne membro? Il Governo di Minsk ritiene che la SCO possa divenire in futuro un’Organizzazione alternativa alla NATO?</strong></p>
<p>Nell’aderire nel 2009 all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO) come un partner di dialogo, la Bielorussia è ora l’unico paese europeo che faccia parte di questa associazione d’integrazione regionale.</p>
<p>La Bielorussia presta una grande attenzione alla cooperazione con la SCO, sul territorio dei Paesi membri della quale oggi vive oltre un quarto della popolazione mondiale, mentre l’economia del suo maggiore “player” – la Cina – è diventata la seconda al mondo. Stiamo collaborando con la SCO in tutte le principali destinazioni, mentre nel modo più attivo – con le sue agenzie, quali la Struttura antiterroristica regionale, l’Associazione bancaria, il Business Council, il Club energetico, il Forum, il Consiglio dei giovani e l’Università della SCO. La cooperazione tra la Bielorussia e i Paesi membri della SCO si basa sui principi di eguaglianza, reciproca fiducia, rispetto della diversità culturale e il perseguimento di uno sviluppo comune.</p>
<p>La natura dei nostri rapporti è definita nel Memorandum di concessione alla Bielorussia dello status di un partner nel dialogo nell’ambito della SCO.</p>
<p>Il tema di rafforzamento del nostro status nella SCO non è al momento in agenda. Durante le ultime due riunioni del Consiglio dei Capi di Stato della SCO furono firmati i documenti che disciplinano le modalità di ammissione dei nuovi membri. In particolare, gli Stati membri della SCO ritengono che la Bielorussia debba prima acquisire l’esperienza nello status di un partner del dialogo, e solo allora potrà chiedere di essere trasferita verso una nuova qualità. Credo che una simile impostazione sia giustificata. Tuttavia, in futuro la Bielorussia prevede di rafforzare il suo status nella SCO fino al livello dell’osservatore e applicherà a questo fine gli sforzi necessari.</p>
<p>Il confronto tra la SCO e la NATO non è corretto. L’istituzione della SCO fu dovuta alla necessità di contrastare il terrorismo, il separatismo e l’estremismo. Oggi, circa dieci anni dopo la nascita dell’Organizzazione, queste minacce rimangono, anzi, vi si aggiungono altre quali il narcotraffico e la criminalità organizzata transnazionale. Tutto ciò impone ai Paesi membri della SCO un bisogno di rafforzare ulteriormente la cooperazione al fine di consolidare la sicurezza regionale.</p>
<p>Vorrei anche sottolineare come a differenza dalla NATO al momento l’impegno principale della SCO sia concentrato sul versante economico. Infatti, il programma di cooperazione economica multilaterale firmato dai Paesi membri nel 2003 e studiato per 20 anni, prevede come obiettivo a lungo termine l’istituzione di una zona di libero scambio nello spazio SCO, mentre nel breve termine – una significativa intensificazione della concessione delle condizioni favorevoli per lo sviluppo del commercio e della cooperazione nel campo degli investimenti.</p>
<p><strong>Anche se l’Italia ha seguito il resto dell’Europa nell’adozione delle sanzioni contro la Bielorussia, i rapporti  economici tra i nostri due paesi stanno leggermente aumentando, anche grazie ad alcuni accordi intergovernativi firmati il 30 novembre 2009 tra l’ex premier Berlusconi e il Presidente Lukashenko. Come valuta le relazioni tra Roma e Minsk con l’avvento del Governo Monti? Quali passi bisognerebbe compiere per poterle allargare e migliorare? I progetti di cooperazione riguardanti l’accoglimento in Italia dei bambini provenienti dalla zona radioattiva di Chernobyl proseguiranno senza problemi?</strong></p>
<p>Gli accordi intergovernativi stipulati il 30 novembre 2009 diedero un impulso determinante alle dinamiche delle relazioni bilaterali tra la Bielorussia e l’Italia che negli ultimi anni si stanno notevolmente accelerando. Grazie a questi accordi fino ad oggi abbiamo quasi completato la formazione di un quadro giuridico importante per la nostra interazione nei settori come la cooperazione economica e umanitaria, l’istruzione, la cultura, la scienza e la tecnologia; siamo riusciti a stabilire una collaborazione costruttiva tra gli organi doganali e di tutela dell’ordine pubblico, nonché tra i dicasteri per la gestione delle emergenze.</p>
<p>Per quanto riguarda la cooperazione economica, negli ultimi anni essa si è sviluppata molto rapidamente. Se nel periodo pre-crisi – dal 2003 al 2008 – il giro d’affari del commercio bielorusso-italiano era più che raddoppiato, ora stiamo rapidamente superando le conseguenze dell’anno di crisi 2009: nel 2011 il nostro giro d’affari è aumentato del 57,2%, raggiungendo $ 1,5 miliardi, le esportazioni bielorusse verso l’Italia sono aumentate di quasi 2,8 volte, mentre la forniture dei prodotti italiani verso la Bielorussia sono accresciute di quasi un quarto. Faccio notare che la Bielorussia rappresenta da sempre un particolare interesse per le aziende italiane: con l’eccezione dell’anno di crisi 2009 le forniture dei prodotti italiani verso la Bielorussia crescevano ogni anno con i tempi a due cifre.</p>
<p>Vorrei porre l’accento: l’interesse di Roma per l’intensificazione della cooperazione con Minsk, in particolare nel contesto della partecipazione del nostro Paese all’Unione doganale e allo Spazio economico comune tra la Bielorussia, il Kazakhstan e la Russia è in armonia con il nostro interesse per il rafforzamento della cooperazione economica con i paesi dell’Unione Europea. Grazie agli accordi politici raggiunti nel 2009 oggi stiamo lavorando intensamente per creare per il business italiano una piattaforma stabile in Bielorussia che possa aiutare la sua espansione sull’intero spazio dell’emergente struttura d’integrazione eurasiatica. A tal fine nel giugno 2011 da me e dal Ministro dello Sviluppo Economico italiano Paolo Romani fu firmato un Memorandum d’intesa sullo sviluppo del distretto industriale italiano sul territorio della Regione di Brest in Bielorussia e nel 2012 Brest ospiterà un ennesimo Forum economico bielorusso-italiano.</p>
<p>Sono convinto che l’espansione della cooperazione tra la Bielorussia e l’Italia sia nell’interesse di entrambi i popoli.</p>
<p>Credo che questa linea possa essere continuata anche nel contatto con il neonominato Governo Monti – da parte nostra siamo pronti per un dialogo reciprocamente rispettoso con i nostri partner italiani su tutto lo spettro dei temi. La parte bielorussa è convinta che anche con l’attuale approccio restrittivo dell’&#8217;UE verso la Bielorussia il potenziale per un ulteriore ampliamento della cooperazione tra i nostri due Paesi sia lungi dall’essere esaurito.</p>
<p>Per quanto riguarda i progetti per migliorare la salute in Italia dei bambini bielorussi provenienti dalle zone colpite dall’incidente di Chernobyl, faccio notare che dopo la firma, il 10 maggio 2007, dell’accordo intergovernativo tra la Bielorussia e l’Italia sulle condizioni di risanamento in basse all’assistenza gratuita dei cittadini minorenni bielorussi in Italia gli organismi statali dei due Paesi hanno predisposto tutte le condizioni organizzative e giuridiche necessarie perché questo tipo di cooperazione umanitaria possa continuare a svilupparsi in modo florido.</p>
<p><strong><br />
Almeno fino alla crisi mondiale del 2008, la Bielorussia si collocava tra i Paesi della CSI al secondo posto dopo la Russia quanto a livello di PIL pro-capite e indici del livello di vita, risultati ottenuti grazie al sapiente intervento dello Stato nell’economia, sicuramente molto più efficace delle ricette monetariste adottate da alcune nazioni vicine. A partire dal 2009, però, la bilancia commerciale della Bielorussia ha registrato un grave disavanzo; come intende l’attuale guida del vostro Paese uscire da questa situazione di stallo, aggravata dalla congiunte pressioni che Bruxelles e Washington esercitano affinché l’economia bielorussa conosca una maggiore apertura in senso liberale e privatistico? Il ruolo dello Stato rimarrà prioritario per garantire l’occupazione e l’assistenza sociale?</strong></p>
<p>L’economia bielorussa è orientata verso l’esportazione. Secondo il grado della sua apertura siamo tra i primi dieci Paesi in Europa. Pertanto la crisi finanziaria globale non poteva mancarci. Una situazione instabile sulle piazze finanziarie globali, l’inasprimento della lotta politica interna in alcuni Paesi – nostri partner commerciali, le politiche protezionistiche di alcuni di essi – ecco un elenco di ostacoli, lungi dall’essere completo, che dobbiamo superare insieme con attuali problemi economici interni.</p>
<p>Le ricette su come ripristinare l’equilibrio della bilancia del commercio estero sono da tempo ben note a tutti: inasprire la politica monetaria e creditizia come quella fiscale e di bilancio, aumentare le esportazioni, effettuare privatizzazioni e attrarre investimenti dall’estero.</p>
<p>Non bisogna, però, definire la situazione economica in Bielorussia come “una via senza uscita”, piuttosto si tratta di un’instabilità temporanea, tanto più che l’andamento del commercio estero dimostra una tendenza positiva.</p>
<p>Nel 2011 le esportazioni di merci e servizi bielorussi aumentarono del 54,2%, cioè di 16,2 miliardi di dollari (innanzitutto grazie all’aumento dei volumi fisici delle vendite). Le forniture dei beni dalla Bielorussia al mercato dell’UE salirono  della metà (di 8,1 miliardi di dollari), mentre il surplus degli scambi con i paesi comunitari era pari a 7 miliardi di dollari (nel 2010 – 50 milioni di dollari).</p>
<p>In generale si registra la riduzione del disavanzo del commercio estero dei beni e servizi. Nel 2011 esso diminuì rispetto all’anno 2010 di 5,3 miliardi di dollari ed era pari a 2,2 miliardi di dollari.</p>
<p>Nel 2012 la Bielorussia prevede di raggiungere un saldo positivo nel commercio estero dei beni e servizi, modificando la struttura delle esportazioni &#8211; aumenteremo le vendite dei prodotti innovativi e science-intensive ad alto valore aggiunto. A tal fine sarà condotta la modernizzazione accelerata dell’economia nazionale. Dobbiamo garantire la strada innovativa di sviluppo della nostra economia non solo attraverso la partecipazione degli investitori strategici al processo della privatizzazione, ma anche attraverso la creazione delle nuove industrie che coinvolgeranno le multinazionali con i brand globali. Per uno sviluppo equilibrato ci vuole una maggiore efficienza della spesa di bilancio e dei finanziamenti per l’economia, la corrispondenza tra i tempi di crescita dei salari e quelli di aumento di produttività del lavoro.</p>
<p>In Bielorussia sono in corso ampie riforme volte alla liberalizzazione dell’economia e a una sua maggiore attrattività per gli investimenti. Negli ultimi cinque anni la Bielorussia è stata uno dei Paesi-riformatori più attivi al mondo e fa parte dei tre Paesi guida a livello mondiale per l’effetto cumulativo prodotto dalla liberalizzazione sulle condizioni per le attività d’affari.</p>
<p>Nel 2012 si prevede di completare la trasformazione in società per azioni di tutti gli enti a socio unico nazionali e comunali, la vendita al popolo delle quote di minoranza in aziende bielorusse, l’armonizzazione degli standard nazionali con quelli internazionali ed europei. Continuerà inoltre il processo di perfezionamento della legislazione fiscale – tra l’altro, già dal 1° gennaio 2012 il tasso dell’imposta sugli utili è stato ridotto dal 24 al 18%.</p>
<p>Per quanto riguarda il ruolo dello Stato nel garantire l’occupazione e la previdenza sociale per la popolazione, naturalmente, esso resterà prioritario. Ciò è previsto, in particolare, dal Programma di sviluppo socio-economico della Bielorussia per il periodo 2011-2015, il cui obiettivo principale è aumentare la prosperità e migliorare le condizioni della vita dei nostri cittadini.</p>
<p>Nella sua politica socio-economica la Bielorussia si basa sul principio della continuità delle priorità che hanno lavorato bene negli ultimi 15 anni. Pertanto lo Stato continuerà a garantire un’occupazione efficace della popolazione. Alla sua base ci sarà la modernizzazione dei posti di lavoro esistenti e creazione di quelli nuovi, il miglioramento della qualità e le garanzie di accessibilità dei servizi sociali, un avvicinamento graduale della Bielorussia ai livelli dei Paesi europei sviluppati per quanto riguarda il livello dei salari.</p>
<p><strong>La guerra alla Libia di Gheddafi e le sanzioni contro la Siria confermano che Stati Uniti ed Unione Europea tendono a voler “normalizzare” tutte quelle situazioni geopolitiche che sembrano sfuggire al controllo dell’Occidente e dell’Alleanza Atlantica. La Bielorussia continuerà anche nei prossimi anni a “battersi” nell’arena internazionale per l’affermazione di un mondo multipolare, basato sul dialogo e sulla cooperazione tra le civiltà?</strong></p>
<p>La Sua stessa domanda già contiene in sé un’affermazione importante. Quella era proprio una guerra contro la Libia di Gheddafi – sostanzialmente contro un leader politico che aveva condotto una politica interna ed estera troppo indipendente dall’Occidente. Una guerra sanguinosa e brutale, senza tener conto di numerose vittime tra la popolazione civile, con molteplici violazioni del diritto umanitario internazionale. Cioè dalla parte dell’Occidente mancava appunto l’umanismo e la tutela della gente. Mentre la guerra stessa iniziò con un trucco diplomatico-militare studiato per ingannare il pubblico mondiale. Perché non era segreto che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU “caldeggiata” dall’Occidente fosse solo una copertura per i bombardamenti della NATO, comprese quelle delle città e obiettivi civili.<br />
Spero davvero che gli eventi in Siria non siano altrettanto drammatici e devastanti.</p>
<p>Questi esempi dimostrano come l’affermazione pratica del principio del mondo multipolare, infatti, possa contribuire allo sviluppo sostenibile della comunità internazionale nel rispetto del diritto internazionale e in condizioni di una giustizia relativa. Sono convinto che la maggioranza dei Paesi stia appoggiando proprio questo sistema di relazioni internazionali. Perché lì non vi è posto per chi cerca di svolgere il ruolo di un poliziotto internazionale. Inoltre, nelle condizioni instabili di un mondo unipolare l’umanità è semplicemente incapace di far fronte alle sfide globali di oggi. Esse possono essere risolte solo attraverso partenariati globali – con uno sforzo congiunto, tutti insieme, con un’agenda che unisce e non divide né provoca scontri. La Bielorussia sostiene la formazione proprio di quel modello policentrico del mondo, in cui non vi sia luogo per una dominazione di qualsiasi Stato singolo o di un piccolo gruppo di Stati che perseguono i propri obiettivi ristretti.</span></div>
<p></span></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-sergei-martynov-ministro-degli-affari-esteri-della-repubblica-di-bielorussia/13544/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La crisi che verrà</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-che-verra/12974/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-che-verra/12974/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 11:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[atlantismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12974</guid>
		<description><![CDATA[Alla fine degli anni Trenta, anche se la quota dell'industria italiana nel prodotto nazionale era leggermente superiore rispetto a quella dell'agricoltura, circa la metà della forza lavoro italiana era agricola e poco meno di un terzo era industriale. Il potenziale industriale totale del nostro Paese era inferiore a quello russo e ammontava a poco più del 20% di quello tedesco. Il prodotto nazionale lordo pro capite era superiore a quello russo, ma ammontava a meno del 50% di quello tedesco o britannico. E se in Germania l'analfabetismo era quasi del tutto scomparso, in Italia nel 1931 il tasso di analfabetismo era ancora del 20,9% tra i cittadini sopra i sei anni.[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-che-verra/12974/" title="La crisi che verrà"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/1645_45097_britannia__5247164_medium.3eund4j2t204cs4kw84k8sgsk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="56" alt="La crisi che verrà" ></div></a><div style="font-size: medium;">Alla fine degli anni Trenta, anche se la quota dell&#8217;industria italiana nel prodotto nazionale era leggermente superiore rispetto a quella dell&#8217;agricoltura, circa la metà della forza lavoro italiana era agricola e poco meno di un terzo era industriale. Il potenziale industriale totale del nostro Paese era inferiore a quello russo e ammontava a poco più del 20% di quello tedesco. Il prodotto nazionale lordo pro capite era superiore a quello russo, ma ammontava a meno del 50% di quello tedesco o britannico. E se in Germania l&#8217;analfabetismo era quasi del tutto scomparso, in Italia nel 1931 il tasso di analfabetismo era ancora del 20,9% tra i cittadini sopra i sei anni. Dopo la Grande Depressione del 1929, lo Stato però era diventato proprietario di gran parte dell&#8217;industria pesante, tanto che si trovavano in mani pubbliche il 75% della produzione di ghisa e il 45% di quella dell&#8217;acciaio, l&#8217;80% dei cantieri navali e il 90% del trasporto merci. L&#8217;Italia era cioè sulla strada per diventare una società industriale, anche se era ancora ben lungi dall&#8217;esserlo.¹</p>
<p>D&#8217;altronde, la Seconda guerra mondiale poté solo &#8220;frenare&#8221; il processo di modernizzazione del Paese, ma non annullare i progressi compiuti negli anni precedenti. Non a caso furono proprio le industrie statali e parastatali, insieme con le piccole e medie imprese, a guidare lo sviluppo italiano dopo la guerra. Uno sviluppo che nel giro di qualche lustro trasformò una società ancora in larga misura fondata sul settore primario in una società industriale avanzata.</p>
<p>Inoltre, è innegabile che l&#8217;Italia, pur essendo un Paese a sovranità limitata, sfruttando l&#8217;invidiabile posizione geografica e perfino la presenza di un forte partito comunista, seppe pure manovrare tra i due &#8220;blocchi&#8221; e &#8220;ritagliarsi&#8221; un certo spazio geopolitico, allo scopo di difendere l&#8217;interesse nazionale, anche se naturalmente vi erano &#8220;confini&#8221; che non potevano essere superati. Nondimeno, l&#8217;Italia rimaneva un Paese povero di materie prime, caratterizzato da una economia di trasformazione e quindi quasi completamente dipendente dall&#8217;estero. Una condizione che si era già dimostrata essere una delle cause della debolezza dell&#8217;Italia, sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale, al di là della impreparazione bellica e degli errori del regime fascista.</p>
<p>Pertanto, anche considerando che l&#8217;Italia non è mai stata una potenza militare, ci si poteva solo illudere di contare qualcosa nell&#8217;ambito della Nato, fatta eccezione per quanto concerneva la logistica (basi, installazioni, aeroporti, magazzini, depositi, centri di comunicazione etc.). Il che avrebbe dovuto indurre la classe dirigente italiana a rinunciare alla velleitaria idea di potere svolgere il ruolo di junior partner degli Stati Uniti e a adoperarsi sia per creare una forza militare europea, indipendente dalla Alleanza Atlantica, sia per dar vita ad un nuovo modello di difesa nazionale e popolare. Un compito non impossibile dopo il crollo dl Muro e la scomparsa del Patto di Varsavia. Il nostro Paese scelse invece di abolire, anziché &#8220;ri-formare&#8221;, il servizio di leva, grazie anche al fatto che l&#8217;intellighenzia italiana, che si è sempre vantata della propria ignoranza della storia e dei problemi militari, non comprese (o peggio ancora fece finta di non comprendere) che in tal modo si sarebbero vieppiù indeboliti il senso dello Stato e il senso di “appartenenza” degli italiani.</p>
<p>D&#8217;altra parte, l&#8217;incapacità dell&#8217;Unione europea di evitare la disintegrazione della Iugoslavia non solo mostrò chiaramente la fragilità politica dell&#8217;Europa, ma offrì agli Stati Uniti l&#8217;occasione di ristrutturare la Nato, di modo che a &#8220;decidere&#8221; &#8211; e di conseguenza a distinguere tra &#8220;amici e nemici&#8221;, a stabilire cioè chi fosse &#8220;il nemico dell&#8217;Europa&#8221;- fossero gli Stati Uniti (e solo gli Stati Uniti). Cosicché la Nato da organizzazione per la difesa (almeno &#8220;sulla carta&#8221;) del continente europeo divenne una organizzazione &#8220;al servizio&#8221; della politica di potenza statunitense. Sotto questo aspetto, si riconosceva implicitamente la totale sottomissione dell&#8217;Europa politica alla superpotenza nordamericana, senza nemmeno che l&#8217;opinione pubblica europea se ne accorgesse, dato che era convinta che la fine dell&#8217;Unione Sovietica avrebbe coinciso con l&#8217;inizio di nuova era di pace e prosperità.</p>
<p>Non sorprende perciò che negli stessi anni in cui si gettavano le fondamenta di &#8220;Eurolandia&#8221;, l&#8217;Italia sia stata travolta da una bufera giudiziaria (Mani Pulite), che spazzò via gran parte del &#8220;vecchio&#8221; e corrotto ceto politico democristiano e socialista, e quasi messa in ginocchio da uno tsunami finanziario, scatenato dalla finanza anglosassone e che si concluse con la svalutazione della nostra moneta, dopo una inutile e costosissima difesa della lira, da parte dell&#8217;allora Governatore della Banca d&#8217;Italia, Azeglio Ciampi.</p>
<p>Ciò permise all&#8217;oligarchia atlantista di sferrare un colpo letale al nostro Paese, costringendolo a svendere gran parte del patrimonio pubblico strategico al capitale privato, perlopiù straniero, al fine di ridurre il debito pubblico, come se quest&#8217;ultimo non fosse stato causato soprattutto dagli interessi che si dovevano pagare sul debito, dacché, nel 1981, la Banca d&#8217;Italia aveva divorziato dal Tesoro, costringendo lo Stato ad aumentare il tasso d&#8217;interesse per vendere i propri titoli ai privati (anche se solo a partire dalla metà degli anni Novanta il debito pubblico fu in larga misura “internazionalizzato”; una scelta che si è rivelata assai “infelice” con il passare degli anni e che fa dubitare della buonafede di chi la fece). Sicché, oggi il nostro Paese si trova quasi del tutto privo sia di quella &#8220;potenza&#8221; che aveva consentito ad Enrico Mattei di aprire nuove corsie geostrategiche, allo scopo di favorire la crescita dell&#8217;Italia in un&#8217;ottica geopolitica decisamente opposta a quella difesa dai circoli atlantisti, sia delle competenze politiche necessarie per contrastare efficacemente le decisioni di un&#8217;Unione europea diventata strumento del sistema finanziario occidentale.</p>
<p>Ma ancora più preoccupante è che la cosiddetta &#8220;seconda Repubblica&#8221; sia, in realtà, una sorta di &#8220;copertura&#8221; per l&#8217;azione di gruppi di potere che svolgono il ruolo di cinghia di trasmissione dei &#8220;mercati&#8221;. Al riguardo, è rilevante non tanto che la ricchezza si sia concentrata negli ultimi anni nelle mani di pochi (il 10-20% della popolazione), quanto piuttosto il fatto che si sia formata una oligarchia che non ha alcun interesse né a valorizzare l&#8217;apparato tecnico-produttivo in funzione di un potenziamento del settori strategici nazionali, né a rappresentare in modo adeguato e intelligente le piccole e medie imprese. Vale a dire quel tessuto produttivo estremamente articolato e differenziato che è una delle principali risorse del Paese, benché sia gravemente penalizzato dalla dissennata ed irrazionale politica di Equitalia (ammesso e non concesso che non sia una &#8220;politica calcolata&#8221;).</p>
<p>Peraltro, senza le “quinte colonne”, di destra e di sinistra, che si combattono per aggiudicarsi i favori della &#8220;manina d&#8217;oltreoceano&#8221;, ben difficilmente il nostro Paese si sarebbe ridotto a diventare terra di conquista per i &#8220;valvassori&#8221; tedeschi o i “valvassini” francesi. Comunque sia, tralasciando la questione di un europeismo assai male inteso (nel migliore dei casi), ma funzionale ad una tecnologia sociale capace di instaurare una specie di dittatura finanziaria, è indubbio che in Italia il processo di modernizzazione sia venuto progressivamente a identificarsi con un processo di “colonizzazione” che minaccia di vanificare decenni di lavoro, di lotte e di sacrifici del popolo italiano e che probabilmente costringerà l&#8217;Italia a svendere quel che ancora rimane del capitale strategico nazionale (Eni, Enel, Finmeccanica etc.).</p>
<p>Del resto, è palese che vi siano “centri di potere” che premono affinché “si adegui” l&#8217;intero sistema sociale e culturale italiano ai diktat dei &#8220;mercati&#8221;, anche promuovendo un individualismo consumistico e massificato (che è la “negazione” del singolo in quanto “individuo differenziato”) in un Paese come il nostro che non fino a molti anni fa, nonostante gli squilibri derivanti da un mutamento sociale tanto rapido quanto caotico, aveva saputo invece trarre profitto proprio dal fatto di non essere del tutto integrato nel &#8220;sistema occidentale&#8221;. Si spiega così (almeno in parte) lo stesso berlusconismo come fenomeno contraddittorio, in quanto espressione di un americanismo grossolano e superficiale e al tempo stesso come espressione, sia pure in forma distorta (e talora aberrante), di una cultura (popolare) assai diversa da quella angloamericana. Da qui pure le accuse di populismo e di &#8220;fascismo postmoderno&#8221; al centro-destra, non perché favorevole al processo di modernizzazione/”colonizzazione” del nostro Paese, bensì perché in un certo senso ritenuto un ostacolo a tale processo (come Monti sostenne in un editoriale del Corriere della Sera, poco prima di essere designato presidente del Consiglio dai &#8220;mercati&#8221;).²</p>
<p>Si può dunque affermare che la degenerazione del conflitto politico in una lotta tra bande mercenarie, il degrado istituzionale, l&#8217;inefficienza della pubblica amministrazione, l&#8217;assistenzialismo, il clientelismo, la corruzione, il declino del sistema educativo e dell&#8217;informazione e la progressiva decomposizione del tessuto sociale hanno consentito ai &#8220;mercati&#8221; di imporre un loro “governo”, al fine di completare l&#8217;opera di “colonizzazione” dell&#8217;Italia, in base a quanto si era “convenuto” nella famosa riunione a bordo del Britannia, non essendoci dubbi &#8211; e certo non ne avevano i partecipanti, indipendentemente da ogni &#8220;dietrologia&#8221; &#8211; su quale fosse il significato politico di quella riunione.</p>
<p>In questa prospettiva, il futuro del nostro Paese sembrerebbe già deciso, non essendoci né la volontà né la potenza per superare positivamente una crisi che è non solo economica, ma politica e culturale e che sembra ricacciare la Penisola al tempo di “o Franza o Spagna, purché se magna”. Tuttavia, com&#8217;è noto, si tratta di una crisi che concerne l&#8217;intera Europa e che è connessa al declino “relativo” degli Stati Uniti, di cui è parte costitutiva lo stesso sistema finanziario che, oltre ad aver causato una “selvaggia” redistribuzione della ricchezza verso l&#8217;alto e generato un&#8217;immensa “bolla speculativa”, agisce secondo una logica mondialista che ha di mira la subordinazione degli Stati nazionali ai “mercati”, ovvero alla élite che li controlla sotto il profilo politico e strategico.</p>
<p>Epperò è logico che l&#8217;attrito, l&#8217;eterogenesi dei fini, le lotte all&#8217;interno del gruppo dominante e tra i subdominanti, le scelte che inevitabilmente l&#8217;Europa dovrà fare per evitare di collassare e la necessità di confrontarsi con nuove “realtà geopolitiche” possano “interagire” in modo del tutto imprevedibile sia con la crisi dell&#8217;unipolarismo americano e la nuova dottrina strategica di Washington (imperniata su un “approccio indiretto”, che lascia ampi margini di azione ai gruppi subdominanti), sia con i difetti sempre più evidenti della “forma politica” degli Stati europei.</p>
<p>Per questo motivo, se da un lato si deve prendere atto che il “male” che affligge l&#8217;Italia ha ormai aggredito perfino i gangli vitali della Nazione, di modo che è assai improbabile che le non poche “energie” (non solo produttive) ancora presenti siano sfruttate, secondo un piano strategico coerente e di ampio respiro, da una classe dirigente degna di questo nome; dall&#8217;altro, si deve pure riconoscere che il sistema capitalistico occidentale non può avere la capacità di controllare tutti gli “effetti” della crisi, sebbene abbia provato di essere in grado di strutturasi in funzione del caos che esso stesso genera. Ancora più significativo però è che, sia pure lentamente si faccia strada la convinzione, che le istituzioni politiche liberali, soprattutto in mancanza di una autentica forza politica nazionalpopolare (o “socialista”), non possono non fare da tramite fra gli Stati Uniti e quei gruppi subdominanti i cui privilegi non potrebbero sussistere senza l&#8217;appoggio della potenza capitalistica predominante.</p>
<p>Si equivocherebbe, tuttavia, il senso del nostro articolo, che altro non vuol essere se non un&#8217;interpretazione (geo)politica del “nostro presente” alla luce di alcuni tratti distintivi della recente storia italiana, qualora non si tenesse conto che (come giustamente sostiene Alexsandr Dugin)³ che l&#8217;alternativa all&#8217;atlantismo e al liberalismo la si deve cercare non nel passato, qualunque esso sia, bensì nel futuro. Non nel senso che sia “destinata” a verificarsi, dato che è pacifico che non vi possa essere (solo) la categoria modale della necessità a fondamento dei processi storici. Ma il tramonto di una concezione deterministica della storia significa pure che non vi è alcuna necessità storica che consenta di escludere a priori che ancora una volta, come è accaduto sovente nella storia, quel che pareva essere &#8220;destinato&#8221; alla sconfitta, per un complesso di circostanze storiche e culturali, possa invece capovolgere la situazione a proprio vantaggio.</p>
<p>In relazione al tema che si è trattato, benché assai sinteticamente, in questo nostro scritto, ne consegue quindi che se il nostro Paese ha poca o nessuna possibilità di influire su tali circostanze, non è affatto impossibile che si producano delle condizioni che permettano di contrapporre alla “pre-potenza” dell&#8217;atlantismo ed ai “mercati sovrani” i diritti e la sovranità delle genti dell&#8217;Eurasia. Se così fosse però non sarebbe l&#8217;Economico, ma il Politico a “decidere”. Ed è questo forse l&#8217;unico motivo per cui, nonostante tutto, vale ancora la pena di continuare a lottare per un&#8217;Italia “diversa”.</p>
<p style="font-family: Times New Roman, serif;"><em><strong>*Fabio Falchi è redattore di Eurasia</strong></em></p>
<div style="font-family: Arial, sans-serif; font-size: small;"><strong>Note:</strong><br />
1. Per questi dati, vedi MacGregor Knox, Alleati di Hitler, Garzanti, Milano, 2000, pp. 35-37 e 50.<br />
2. <em>Cfr.</em> <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_30/lettera-premier_cbd7a006-02d0-11e1-8566-f96c33d2415f.shtml">Lettera al Premier, Mario Monti &#8211; “Corriere Della Sera” </a><br />
3. <em>Cfr.</em> <a href="http://rivistastrategos.wordpress.com/2011/03/22/intervista-aleksandr-dugin-profeta-di-russia/">Intervista ad Aleksander Dugin, profeta di Russia &#8211; “Rivista Strategos”</a></div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-che-verra/12974/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I rapporti tra Italia e Iran: T. Graziani e D. Scalea all’IRNA</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-tra-italia-e-iran-t-graziani-e-d-scalea-all%e2%80%99irna/12727/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-tra-italia-e-iran-t-graziani-e-d-scalea-all%e2%80%99irna/12727/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 01:07:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Scalea]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[IRNA]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Tiberio Graziani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12727</guid>
		<description><![CDATA[Il presidente Tiberio Graziani e il segretario Daniele Scalea sono stati interpellati dall’IRNA, agenzia di stampa iraniana, a proposito dell’andamento dei rapporti tra l’Italia e l’Iran. L’articolo in farsi può essere consultato cliccando qui. Di seguito, le risposte che i due rappresentanti dell’IsAG hanno dato all’intervistatore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-tra-italia-e-iran-t-graziani-e-d-scalea-all%e2%80%99irna/12727/" title="I rapporti tra Italia e Iran: T. Graziani e D. Scalea all’IRNA"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/irna23.8660zlkjf808kgsccs884k4kk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="36" alt="I rapporti tra Italia e Iran: T. Graziani e D. Scalea all’IRNA" ></div></a><div style="font-size: medium;"><em>Il presidente Tiberio Graziani e il segretario Daniele Scalea sono stati interpellati dall’IRNA, agenzia di stampa iraniana, a proposito dell’andamento dei rapporti tra l’Italia e l’Iran. L’articolo in farsi può essere consultato cliccando <a href="http://www.irna.ir/News/30703782/%D9%83%D8%A7%D8%B1%D8%B4%D9%86%D8%A7%D8%B3--%D8%A7%DB%8C%D8%AA%D8%A7%D9%84%DB%8C%D8%A7%DB%8C%DB%8C,%D8%A7%D9%81%D8%B2%D8%A7%DB%8C%D8%B4-%D8%B1%D9%88%D8%A7%D8%A8%D8%B7-%D8%A8%D8%A7-%D8%AA%D9%87%D8%B1%D8%A7%D9%86-%D8%A8%D9%87-%D8%B3%D9%88%D8%AF-%D8%B1%D9%85-%D8%A7%D8%B3%D8%AA/%D8%AE%D8%A7%D8%B1%D8%AC%D9%8A/" target="_blank">qui</a>. Di seguito, le risposte che i due rappresentanti dell’IsAG hanno dato all’intervistatore:</em><br />
<strong><em>È giusto secondo voi che l’Italia segua le politiche guerrafondaie degli Stati Uniti a discapito dei suoi propri interessi nei confronti dell’Iran, in una situazione di stallo se non addirittura di recessione economica, lasciando il posto alle imprese asiatiche e russe dopo tanti sforzi per guadagnarsi un mercato fiorente che dà lavoro anche a migliaia di persone in Italia?</em></strong></p>
<p>Anche dopo l’inserimento del Patto Atlantico, l’Italia ha cercato a lungo di condurre una politica autonoma nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Purtroppo, gli artefici di questa linea di politica estera indipendente e “terzomondista” sono quasi tutti finiti male. Mattei e Moro sono stati uccisi, Craxi e Andreotti travolti da scandali giudiziari che ne hanno chiuso la carriera politica anzitempo. E’ così avvenuto che, dall’inizio degli anni ’90, l’Italia si sia allineata docilmente alla linea dettata da Washington. Vale a dire che, proprio nel momento in cui finiva la Guerra Fredda in Europa e cominciava a delinearsi con maggiore chiarezza la divergenza d’interessi tra le due sponde dell’Atlantico, l’Italia ha optato per una rigida disciplina di blocco. Oggi che il nostro paese è preda della speculazione internazionale, d’una grave crisi del debito, e retto da un governo di tecnocrati imposto dall’esterno, è arduo pensare che possa assumere iniziative autonome nella regione. Nei prossimi anni l’Italia sarà ancora più allineata a USA e Israele.</p>
<p><strong><em>Quanto alle sanzioni, gli imprenditori italiani presenti sul territorio iraniano si preoccupano per il futuro delle loro imprese e affari, perché non possono più firmare alcun contratto con controparte iraniana e vedono sgretolarsi anni di lavoro in quel paese in mano ai Cinesi, Indiani e Russi.<br />
Secondo il ministro Terzi, bisogna accrescere la pressione sull’economia iraniana anche se l’ impatto delle sanzioni sulla nostra economia è un aspetto fondamentale: più le pressioni si accrescono, più la nostra attenzione ed i nostri scrupoli sono evidenti.<br />
Questo mentre l’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2010, è arrivato a 7 miliardi di Euro e ora trovare un equilibrio tra politica ed interessi economici non sarà facile; ed è un problema per una diplomazia matura che intende superare la diplomazia del ridere e scherzare.<br />
Lei cosa ne pensa?</em></strong></p>
<p>Il punto non è conciliare politica ed interessi economici, ma l’interesse nazionale italiano con quello del blocco atlantico, ed in particolare del capoalleanza, gli USA. L’interesse nazionale italiano sarebbe ovviamente quello d’avere buoni rapporti con l’Iran così come con tutti i paesi della regione che va dal Nordafrica al Medio Oriente. L’interesse nazionale italiano è anche che questa regione sia pacifica e stabile, per potervi commerciare e fare affidamento come fonte d’approvvigionamento energetico. Al contrario, gli USA da anni perseguono una linea destabilizzante nell’area. Il problema è che gli USA riescono ad influenzare il governo italiano non solo tramite i contatti bilaterali (e multilaterali nella NATO), ma soprattutto grazie all’azione del loro “soft power”. Washington investe in Italia (come in altri paesi) milioni di euro ogni anno per finanziare istituti di ricerca, fondazioni, gruppi politici, singoli giornalisti o uomini di potere, persino studenti promettenti. Questi milioni di euro spesi sono un investimento, perché garantiscono agli USA un forte favore all’interno della classe dirigente italiana.</p></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-tra-italia-e-iran-t-graziani-e-d-scalea-all%e2%80%99irna/12727/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

