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	<title>eurasia-rivista.org &#187; israele</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Il Canale di Suez alla luce della “primavera egiziana”</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 12:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Presidente della Suez Canal Port Authority ha recentemente annunciato che, nonostante la grave crisi economica che ha colpito l’Egitto negli scorsi mesi e la diminuzione del numero di navi che hanno attraversato il Canale, i guadagni provenienti dai traffici nel 2011 sono aumentati di quasi mezzo milione di dollari rispetto all’anno precedente. Il Canale di Suez oltre ad essere una delle più importanti fonti di reddito del Paese è anche un indicatore delle attività commerciali mondiali. Gli interessi vitali che gravitano attorno ad esso coinvolgono, oltre all’Egitto, vari attori della comunità internazionale, a cominciare da Israele e Stati Uniti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-canale-di-suez-alla-luce-della-primavera-egiziana/15860/" title="Il Canale di Suez alla luce della “primavera egiziana”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/suez_canal021.5aug0zqn3gws8wgog0c88g8kw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="Il Canale di Suez alla luce della “primavera egiziana”" ></div></a><p><font size="2"><em>Il Presidente della </em>Suez Canal Port Authority<em> ha recentemente annunciato che, nonostante la grave crisi economica che ha colpito l’Egitto negli scorsi mesi e la diminuzione del numero di navi che hanno attraversato il Canale, i guadagni provenienti dai traffici nel 2011 sono aumentati di quasi mezzo milione di dollari rispetto all’anno precedente. Il Canale di Suez oltre ad essere una delle più importanti fonti di reddito del Paese è anche un indicatore delle attività commerciali mondiali. Gli interessi vitali che gravitano attorno ad esso coinvolgono, oltre all’Egitto, vari attori della comunità internazionale, a cominciare da Israele e Stati Uniti.</em><em></em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>A livello globale e regionale l’importanza geopolitica e commerciale del Canale di Suez, che tra non molto compirà 150 anni, non può essere sottovalutata. Il Canale è la più breve via di navigazione internazionale che collega il Mar Mediterraneo con Port Said e il Mar Rosso. La sua importanza, dettata in primo luogo dalla particolare posizione geografica, è legata sia all’evoluzione del trasporto marittimo degli ultimi anni (2/3 del commercio mondiale avviene via mare) che del commercio mondiale in generale. Secondo gli ultimi dati ufficiali, quotidianamente passa per il Canale l’8% del commercio mondiale marittimo e circa 2,4 milioni di barili di petrolio. Inoltre, attraverso il gasdotto SuMed, che collega Ein Sukhna sul Golfo di Suez con Sidi Krir sulla costa del Mediterraneo, passa ogni giorno l’equivalente di 2,5 milioni di barili di petrolio (circa il 5,5% della produzione mondiale)<sup>1</sup>. Durante la crisi che ha portato alla caduta di Mubarak è bastato lo spettro della sua chiusura (com’era già accaduto all’inizio della Guerra dei sei giorni del 1967) per influire sul prezzo del greggio, ma l’allarme è rientrato quando la giunta militare ha deciso l’invio di unità speciali a guardia delle sue rive. Gli scenari di crisi ipotizzati sulle gravi conseguenze negative per l’economia marittima a seguito dell’eventuale chiusura del Canale sono drammatici. Di certo verrebbero penalizzati quei paesi, come ad esempio l’Italia, la cui economia dipende completamente dal trasporto marittimo. Questo è già avvenuto tra il 1967 e il 1975, durante i lunghi anni della chiusura del Canale nel corso dei quali sono state adottate strategie alternative e a costi maggiori, sviluppando il trasporto del petrolio con superpetroliere lungo la rotta del Capo di Buona Speranza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei mesi successivi alle rivolte, nel febbraio 2011, è sorto un nuovo caso che ha rotto la monotona routine del Canale di Suez: il transito di due navi da guerra iraniane dirette in Siria ha messo in allarme in primo luogo Israele. Dopo giorni di annunci e smentite, due navi da guerra iraniane sono entrate nel Canale di Suez e si sono dirette verso il Mediterraneo per una missione di addestramento. Era la prima volta in trent’anni che le navi militari iraniane attraversavano il canale. Le relazioni tra Egitto e Iran si sono interrotte dopo la Rivoluzione islamica iraniana del 1979 e con il Trattato di pace tra Egitto e Israele dello stesso anno. Questa operazione, definita una “provocazione” dal Ministro degli Esteri israeliano, è stata considerata il primo passo verso il riavvicinamento tra i due Paesi. In molti hanno visto nell’atteggiamento dell’Iran un tentativo di rompere il suo isolamento e di estendere la sua influenza nel Medio Oriente, in parte anche a causa dell’attuale instabilità del suo alleato principale della regione, la Siria. Questa prospettiva ha allarmato soprattutto gli storici alleati dell’Egitto, l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, ma anche Israele e gli Stati Uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le questioni fin qui esposte inducono a riflettere sulla complessità degli interessi che ruotano attorno al canale di Suez, ed è bene quindi analizzare gli aspetti storico-giuridici correlati per avere un chiaro punto della situazione. L’art. I della Convenzione di Costantinopoli del 29 ottobre 1888 relativa alla libera navigazione del Canale di Suez che ancor oggi ne disciplina il regime di transito recita: “<em>Il Canale marittimo di Suez sarà sempre libero ed aperto, in tempo di guerra come in tempo di pace, ad ogni nave mercantile o da guerra, senza distinzione di bandiera</em>”<sup>2</sup>. Secondo questo accordo (di cui è parte anche l’Italia) il Canale è soggetto ad un regime di demilitarizzazione. Questo significa che nessun atto di ostilità può essere compiuto al suo interno, ma esso può essere usato da nazioni belligeranti, in tempo di guerra, per eseguire azioni in aree esterne. Tale regime fu strettamente osservato nel corso delle due guerre mondiali, ed anche nel 1936 durante la campagna dell’Italia contro l’Etiopia. Al termine della crisi di Suez del 1956 seguita alla nazionalizzazione della Compagnia del Canale da parte del presidente Nasser, l’Egitto s’impegnò con la Dichiarazione del 24 luglio 1957 a “<em>mantenere libero il Canale e non interrompere la navigazione a favore di tutte le Nazioni entro i limiti e in accordo con le previsioni della Convenzione di Costantinopoli del 1888</em>”<sup>3</sup>. L’impegno dell’Egitto a rispettare tale regime non impedì tuttavia di applicare il divieto di transito nei confronti di navi israeliane. Il divieto fu successivamente esteso a qualsiasi carico diretto in Israele, a prescindere dalla bandiera della nave utilizzata per il trasporto, con motivazioni di vario genere riconducibili, in sostanza, alla tesi che il governo egiziano avesse il diritto, in ragione delle ostilità in corso, di adottare misure difensive. La situazione di ostilità tra i due paesi sfociò nel conflitto del giugno 1967, durante il quale Israele occupò la Penisola del Sinai sino alle rive del Canale, mentre l’Egitto bloccò il transito della via d’acqua mediante l’affondamento di quindici navi. Il Canale fu chiuso sino al 1975.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La situazione e le relazioni tra i due Paesi cambiarono con il Trattato di pace del 1979 seguito agli accordi di Camp David tra Sadat, Begin e Carter secondo il quale le “<em>navi di Israele godranno del diritto di libertà di transito attraverso il Canale di Suez e delle sue rotte di avvicinamento lungo il Golfo di Suez ed il Mediterraneo sulla base della Convenzione del 1888…</em>”<sup>4</sup>. Lo stesso Trattato riconosce inoltre che lo Stretto di Tiran ed il Golfo di Aqaba sono vie d’acqua internazionali aperte alla libertà di navigazione di tutte le Nazioni. In aggiunta a questo riconoscimento internazionale dei diritti di Israele, un’ulteriore garanzia è costituita dal Memorandum bilaterale del 1979 con cui gli Stati Uniti, sulla base del Trattato di Pace dello stesso anno, si impegnano ad adottare le misure necessarie a proteggere gli interessi di Israele relativi alla libertà di passaggio nel Canale e alla navigazione nello Stretto di Tiran e nel Golfo di Aqaba. Tali previsioni sono volte in sostanza ad impedire un nuovo blocco marittimo a Israele.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In teoria, quindi, nulla impedisce all’Iran di far transitare proprie navi. A fronte dei diritti di Israele garantiti dagli accordi appena ricordati vi è il generico diritto di cui gode l’Iran, al pari di qualsiasi altra nazione, di avvalersi del regime stabilito dalla Convenzione del 1888. Correttamente, perciò, l’Autorità del Canale ha gestito il caso in modo asettico adottando un basso profilo. Le unità iraniane (una vecchia fregata di costruzione britannica ed una grossa nave appoggio, entrambe dotate di armamento tradizionale) hanno atteso nei pressi di Jedda qualche giorno. Poi sono entrate nel Canale di Suez dirigendosi verso il Mediterraneo per una missione di addestramento ad attività antipirateria in Siria. Apparentemente niente di straordinario, dunque, anche se pare che l’Egitto negli ultimi trent’anni avesse sempre fatto in modo che l’Iran non avanzasse richieste di transito. Da questo punto di vista è chiaro che l’Iran ha abilmente sfruttato la caduta di Mubarak per mettere piede nel Mediterraneo e testare la politica estera del nuovo governo militare egiziano. Peraltro l’Egitto dopo il 1975 ha sempre autorizzato il transito di unità israeliane, compresi i sommergibili classe “<em>Dolphin</em>” dotati di missili balistici diretti nel Golfo Persico. Altro problema è che la presenza iraniana nel Mediterraneo è stata considerata una sfida ravvicinata alla sicurezza di Israele. Ma questo non riguarda il Canale, quanto piuttosto l’assetto geopolitico dello stesso Mediterraneo che, è bene ricordarlo, non è né un mare chiuso come il Mar Nero né una zona smilitarizzata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un mese dopo il passaggio delle navi iraniane, il ministro degli Esteri egiziano, Nabil al-Arabi, e il suo omologo iraniano, Ali Akbar Salehi, hanno espresso pubblicamente la volontà di rilanciare i rapporti tra i loro Paesi. «Egiziani ed iraniani meritano di avere relazioni reciproche che riflettano la loro storia e civiltà: l’Egitto non considera l’Iran come un Paese nemico», ha dichiarato al-Arabi, mentre secondo Salehi «le buone relazioni tra i due Paesi aiuterebbero a riportare la stabilità, la sicurezza e lo sviluppo nell&#8217;intera regione»<sup>5</sup>. Ma a preoccupare maggiormente Israele sono state le successive dichiarazioni del Ministro egiziano, il quale ha riconosciuto Hezbollah come parte del tessuto politico e sociale del Libano ed ha affermato di voler intraprendere relazioni più distese con la Siria e con Hamas. A conferma di ciò, non solo è stato riaperto il valico di Rafah, ma i leader di Hamas si sono incontrati con le autorità egiziane per la prima volta alla sede del Ministero degli Esteri, e non in un hotel: un segnale che l’Egitto considera Hamas un partner diplomatico e non più solo un “rischio per la sicurezza”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, secondo alcuni analisti il riavvicinamento tra Egitto e Iran non dovrebbe causare troppe preoccupazioni perché, per il momento, non si tradurrà in un’alleanza strategica e non andrà ad alterare le alleanze già esistenti sia con i Paesi arabi del Golfo come l’Arabia Saudita che con gli Stati Uniti. La portavoce del Ministero degli Esteri egiziano ha infatti dichiarato: «L’Iran è un vicino regionale con il quale si sta cercando di normalizzare le relazioni. L’Iran non è percepito né come un nemico, come lo era durante l’ex regime, né come un amico»<sup>6</sup>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un personaggio chiave che ha sempre spinto per la ripresa dei rapporti tra i due paesi è Amr Mousa, ex segretario della Lega Araba, ex Ministro degli Esteri egiziano e uno dei favoriti alla successione di Mubarak. Attraverso una politica filo-iraniana, alternativa agli USA ed all’Arabia Saudita, e soprattutto ostile ad Israele, Mousa ha cercato il consenso dei vari partiti formatisi dopo lo tsunami politico causato dalle proteste di febbraio, trovando nell’islamismo il collante giusto per conquistare il potere. Sulla stessa linea si muove Fahmi Howeydi, analista esperto in geopolitica, giornalista e intellettuale. L&#8217;ipotesi lanciata da Howeydi ha una logica perfetta, cercando di aggirare il millenario ‘scisma’ tra sunniti e sciiti. Secondo Howeydi il nuovo Egitto dovrebbe rispondere alle richieste del popolo, e quindi prendere le distanza dall&#8217;Occidente e dal suo <em>alter ego</em> regionale: Israele. Inoltre, per consolidare la stabilità del Medio Oriente si dovrebbe puntare alla creazione di una triplice alleanza tra Iran, Egitto e Turchia<strong>. </strong>Una politica estera in grado di mantenere buoni rapporti, ma più equilibrati, con gli USA e di ristabilire l’influenza del paese come leader regionale è fortemente sostenuta a livello popolare dalla maggior parte degli egiziani. La caduta del regime di Mubarak ha creato una situazione politica in cui l’Egitto si è schierato maggiormente a favore del popolo palestinese e sta prendendo le distanze da Israele. Tuttavia, l&#8217;Egitto e l&#8217;Iran hanno opinioni divergenti sulla questione palestinese: l’Egitto chiede ulteriori negoziati nella regione per una Palestina stabile, mentre l&#8217;Iran continua ad incoraggiare la resistenza nei confronti di Israele. D&#8217;altra parte, l&#8217;Egitto è ben consapevole dell’importanza crescente dell&#8217;Iran nel Medio Oriente e della sua influenza su alcune forze regionali, tra cui Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, e gli sciiti in Iraq. Tuttavia, il pieno significato dei rapporti tra Egitto e Iran non è ancora stato rivelato e non è chiaro come si svilupperanno, in particolare in seguito alle elezioni presidenziali egiziane che sono in corso in questi giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>* Eliana Favari è dottoressa magistrale in Scienze Internazionali – Global Studies (Università degli Studi di Torino).</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p><sup>1 </sup>http://www.suezcanal.gov.eg/</p>
<p><sup>2</sup> Fabio Caffio, <em>Glossario di Diritto del Mare</em>, “Supplemento alla Rivista Marittima”, nr 5/2007.</p>
<p><sup>3 </sup>Ibidem.</p>
<p><sup>4 </sup>Ibidem.</p>
<p><sup>5 </sup>Gomaa Hamadalla, <em>Egyptian FM: Gulf fears of Egypt-Iran détente ‘unjustified’</em>, “al-Masry al-Youm”, 17 aprile, 2011.</p>
<p><sup>6 </sup>Davis D. Kirkpatrick, <em>In Shift, Egypt Warms to Iran and Hamas, Israel’s Foes</em>, “New York Times”, 28 aprile 2011, accessibile su <a href="http://www.nytimes.com/2011/04/29/world/middleeast/29egypt.html?_r=2">http://www.nytimes.com/2011/04/29/world/middleeast/29egypt.html?_r=2</a> (ultimo accesso effettuato il 15 maggio 2011).</p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 07:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2_e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1.3wmak7zgxtyc4k84kwg88808g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari" ></div></a>È uscito il numero XXVI (2/2012) della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, un volume di 264 pagine intitolato: &#160; IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve sommario per ciascuno di essi. &#160; IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE di Claudio Mutti “Chi controlla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2_e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1.3wmak7zgxtyc4k84kwg88808g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari" ></div></a><p><font size="2">È uscito il numero XXVI (2/2012) della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, un volume di 264 pagine intitolato:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE</a></strong></span></p>
<p>Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve sommario per ciascuno di essi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/">IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE </a></strong></span><strong><em>di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p>“Chi controlla il territorio costiero governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo”. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della “primavera araba”. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un’area fondamentale per l’egemonia mondiale: si tratta di quel “territorio costiero” (<em>Rimland</em>) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il “territorio centrale” (il mackinderiano <em>Heartland</em>), comprendendo le coste atlantiche dell’Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l’Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone. Non appare perciò infondata una lettura della “primavera araba” alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l’esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il “territorio costiero” – nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>AL DI LÀ DELL’<em>ETHOS </em>DELL’OCCIDENTE</strong><strong><em> di Fabio Falchi</em></strong></p>
<p>Nella conferenza “La fine della filosofia e il compito del pensiero” Martin<strong> </strong>Heidegger non esita ad asserire che «la fine della filosofia significa: inizio della civilizzazione mondiale fondata sul pensiero occidentale-europeo».Tuttavia, se da un lato si deve riconoscere nella tecnoscienza il centro ordinatore della nostra epoca, dall’altro è innegabile che l’Occidente non possa non entrare in relazione con culture “diverse”, in grado di “resistergli” sotto il profilo geopolitico, e che esso stesso rechi in sé ciò che lo “contraddice”, vuoi sotto l’aspetto economico e antropologico (Karl Marx e Karl Polanyi), vuoi sotto quello politico e culturale (Carl Schmitt). Non si dovrebbe allora vedere in ciò, tenendo anche conto che “occidentale” ed “europeo” non sono affatto sinonimi, il segno di «un primo incalzante lampeggiare dell’Ereignis», cioè di una “luce” al di là dell’ethos dell’Occidente?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA LIBIA CHE È STATA DISTRUTTA</strong><strong><em> di Giovanni Armillotta </em></strong></p>
<p>Nel saggio si esaminano essenzialmente i processi istituzionali e l’ingegneria costituzionale che hanno presieduto alla fondazione della Prima Repubblica Libica (1969-1977) e della Jamâhîriyya (1977-2011). Analizziamo la tal forma di governo venuta alla luce nella comunità internazionale: le novità e le differenze rispetto ai tradizionali significati della repubblica nei sensi liberal-democratico “occidentale” che democratico-popolare in adozione nei Paesi marxisti posti sia ad Ovest che in Estremo Oriente. Vediamo le cause che hanno favorito l’emergere della Libia quale primo Paese africano ai vertici del prodotto interno lordo procapite, fino al crollo – auspici le liberalizzazioni economiche – della Jamâhîriyya, il cui soffocamento da parte delle potenze postcolonialiste ha fatto precipitare l’ex Stato maghrebino nel tribalismo, nella violenza e nell’integralismo islamico a tutto vantaggio dell’imperialismo e dello sfruttamento dei popoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>QUO VADIS, TURCHIA?</strong><strong></strong><strong><em> di Aldo Braccio</em></strong></p>
<p>C’è una duplice possibilità, un diverso destino che incombe sulla Turchia nel medio e lungo termine: sovranità e indipendenza, ovvero essere parte integrante dell’”asse del male” di occidentale invenzione, o essere “serva (alleata di ferro) della NATO”, in prosecuzione dell’impegno filoatlantico imposto al Paese a partire dal secondo dopoguerra. In altri termini, vi è la possibilità di una Turchia ancorata  a una concezione unipolare del mondo, a guida occidentale e particolarmente a guida statunitense, e quella di un Paese che fa affidamento su una futura, prossima dimensione multipolare del pianeta e cerca di favorirne l’avvento.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>TURCHIA E SIRIA</strong><strong><em> di Aldo Braccio</em></strong></p>
<p>Il dipanarsi delle relazioni storiche fra queste due nazioni – sorte dalla dissoluzione dell’impero ottomano – è significativo della difficoltà di ricostruire uno stabile centro geopolitico nell’area vicinorientale. Le contraddittorie strategie di Ankara sono oggi all’origine di una nuova fase di tensione che non corrisponde agli interessi e alle aspirazioni né dello Stato turco né di quello siriano e che provoca evidente imbarazzo nell’opinione pubblica dei due Paesi.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>BOICOTTAGGIO CONTRO IL REGIME SIONISTA</strong><strong><em> di Claudia Ciarfella</em></strong></p>
<p>La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro le politiche del governo israeliano in Palestina, avviata il 9 luglio 2005, costituisce ad oggi il caso più cruciale e delicato di boicottaggio per fini politici e umanitari: la campagna fu lanciata attraverso un appello della società civile palestinese, sottoscritto poi da numerose altre associazioni, sindacati e personalità di spicco in tutto il mondo, e punta a colpire Israele su vari fronti. Il movimento BDS non tenta di salvaguardare solamente la categoria dei palestinesi nei Territori Occupati, bensì mira al rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele ed, infine, di quelli dei profughi palestinesi, in primis circa il loro diritto al ritorno nelle proprie terre, così come stabilito dalla Risoluzione 194/1948 delle Nazioni Unite. Il grado di incisività della campagna BDS in relazione alla forza politica ed economica di Israele è ancora oggetto di accesi dibattiti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>“TRIPOLI, SUOL DEL DOLORE&#8230;”</strong><strong><em> di Alessandra Colla</em></strong><em></em></p>
<p>Dopo una gestazione trentennale, il 29 settembre 1911 le ambizioni colonialistiche del giovane Regno d’Italia sfociano nell’aggressione alla Libia: dichiarata guerra con un pretesto all’Impero ottomano, possessore di quella regione nordafricana, l’Italia si imbarca in un’avventura destinata a segnare irrimediabilmente il corso degli eventi futuri che vedranno protagonista il bacino del Mediterraneo e le terre che vi si affacciano. Sorta di prova generale della guerra 1915-1918, il conflitto italo-turco costituisce da un lato la prima grande campagna di informazione/disinformazione di massa della storia italiana, e dall’altro il terreno ideale per la sperimentazione della nuova tipologia bellica che s’imporrà nel XX secolo: il bombardamento aereo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA “PRIMAVERA” DELLA LEGA ARABA</strong><strong><em> di Finian Cunningham</em></strong></p>
<p>Dal 1945 in poi, la Lega degli Stati Arabi ha sospeso due soli Stati membri: la Libia e la Siria, ambedue nel 2011. L’organizzazione araba ha fornito un sostegno all’azione neocolonialista degli USA e dei loro alleati.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>L’EVOLUZIONE NEOOTTOMANA</strong><strong><em> di Federico Donelli</em></strong><em></em></p>
<p>L’articolo analizza il fondamento ideologico e culturale dell’attuale politica estera della Turchia. Definita da molti analisti come una politica di stampo neoottomano, questa, fonda le proprie radici negli anni ottanta e nella carismatica figura di Turgut Ozal che per primo cercò di rilanciare le ambizioni turche attraverso un deciso richiamo del glorioso passato imperiale. L’idea che l’odierna Turchia possa rivivere il ruolo centrale degli antichi fasti ottomani è alla base della dottrina e dell’azione politica del Primo Ministro Erdoğan e del suo ideologo Davutoğlu. In un Vicino Oriente in cui regna un clima di generale instabilità la Turchia è quindi sempre più legittimata a proporsi come il Paese guida della regione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>UN PERICOLO PER L’EURASIA</strong><strong><em> di Andrea Fais</em></strong></p>
<p>Mentre negli USA e in Europa i canali d’informazione hanno scatenato un clima di entusiasmo per le “primavere arabe”, altrove le reazioni a questi eventi hanno registrato toni contrastanti e umori controversi. Mosca ed Astana avvertono la minaccia di una destabilizzazione che, come auspicato negli USA, potrebbe far saltare le cerniere eurasiatiche comprese tra Egitto e Xinjiang e tra Siria e Tatarstan; Pechino vede nello sconvolgimento del Nordafrica un attacco occidentale all’Unione Africana e ai programmi di sviluppo patrocinati dalla Cina nel Continente Nero.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>CHE COSA VUOL DIRE REPUBBLICA ISLAMICA?</strong><strong><em> di Ali Reza Jalali</em></strong><em></em></p>
<p>Il sistema politico iraniano si basa sull’Islam ed in particolare sulla forma sciita, corrente minoritaria per numero di fedeli rispetto all’Islam sunnita. Le istituzioni iraniane quindi sono sottoposte alla tutela di una guida religiosa di alto rango, che ha il compito di intervenire nelle attività dei tre poteri dello Stato (legislativo, esecutico, giudiziario) quando questi si allontanano dai principi islamici. I fondatori della Repubblica Islamica dell’Iran hanno però voluto adattare all’idea tradizionale di Stato islamico i precetti di un moderno sistema costituzionale: questa interessante sfida,che si è concretizzata con la Rivoluzione islamica del 1979, continua oggi ad affascinare gli intellettuali, iraniani e non.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>INTRIGO CONTRO LA SIRIA</strong><strong><em> di Alessandro Lattanzio</em></strong></p>
<p>La Siria è sottoposta a una pressione internazionale, che viene esercitata tramite diversi mezzi: militari, spionistici, terroristici, economici e mediatici. Organizzare una simile operazione ha richiesto molto tempo, grandi risorse ed un’ampia rete internazionale, che comprende sia capi di stato ed ex-ministri, sia docenti, politici e militanti arabi, turchi e occidentali, ovviamente con il necessario sostegno di dissidenti, terroristi e traditori di origine siriana. L’articolo si propone di definire il quadro dell’intrigo contro la Siria.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA SFIDA DELLA MEZZALUNA TURCA</strong><strong><em> di Vincenzo Maddaloni</em></strong></p>
<p>Se si pensa che fino ad alcuni mesi fa la marina israeliana e quella turca compivano le manovre congiunte sotto l’egida della NATO, si può capire l’ansia di Tel Aviv quando si è saputo che nei radar della flotta turca le navi e gli aerei israeliani non sono più segnalati come «amici» ma come «ostili». Con i suoi ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica la Turchia è il secondo paese NATO per potenza militare e ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana.</p>
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<p><em> </em></p>
<p><strong>GUERRA DI LIBIA: BANCHE, PETROLIO E GEOPOLITICA</strong><em> <strong>di Claudio Moffa</strong></em><em></em></p>
<p>Gen. Wesley Clark: “… Una decina di giorni dopo l’11 settembre 2011, andai al Pentagono. Un Generale che aveva collaborato con me mi chiamò: ‘Sir, vi devo parlare un secondo … abbiamo preso la decisione di attaccare l’Iraq’. ‘Una guerra contro l’Iraq? E perché?’ ‘Non lo so! Credo che non sanno più che fare’ . ‘Hanno trovato forse qualche prova di legami tra Saddam e Al Qaeda?’ ‘No, No ..” … Tornai a trovarlo qualche settimana dopo, erano cominciati i bombardamenti in Afghanistan. ‘Stiamo ancora preparandoci ad attaccare l’Iraq?’ ‘Ancora peggio, Sir!’. Prese un foglietto dal tavolo e disse: ‘l’ho appena avuto dalla Segreteria della Difesa. E’ un promemoria che illustra un piano per prendere (to take) 7 paesi in 5 anni’ ” “Cominciamo con l’Iraq, poi la Siria e il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e infine l’Iran” (http://blog.alexanderhiggins.com/2011/05/22/general-wesley-clark-revealsplan-invade-iraq-syria-lebanon-lybia-somalia-sudan-iran-22858/)</p>
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<p><em> </em></p>
<p><strong>LA FUNZIONE EURASIATICA DELL’IRAN</strong><strong><em> di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p>La strategia statunitense, finalizzata a conseguire il controllo del bordo esterno del continente eurasiatico, ha individuato nell’Iran il segmento centrale di quella fascia islamica che rappresenta il potenziale presidio dell’Eurasia sul versante meridionale. Nell’area che va dall’Asia centrale al Vicino Oriente, l’influenza iraniana è in grado di contrastare la penetrazione occidentale, che ha i suoi attuali veicoli nei movimenti settari appoggiati dalle petromonarchie del Golfo. L’asse Mosca-Teheran può risolvere le contraddizioni esistenti tra la Russia e i musulmani dell’Asia centrale e caucasica, contraddizioni alimentate ed utilizzate dall’Occidente per destabilizzare l’area.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA DESTABILIZZAZIONE DELLA SIRIA</strong><strong><em> di Carlo Remeny</em></strong></p>
<p>Ma che cosa c’entra la violenza in Siria con la “Primavera araba”, ammesso che di primavera si possa parlare? Nulla. Si tratta, invece, di un attacco ben preparato da Paesi che per anni hanno recitato la parte degli amici di Damasco con l’obiettivo di monitorare la Siria per lanciare al momento opportuno la loro sfida mortale ad una componente fondamentale dell’alleanza tra Iran, Siria e Resistenza libanese, tanto temuta dall’Occidente.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA PRIMAVERA EGIZIANA DEL 1919</strong><strong><em> di Lorenzo Salimbeni</em></strong></p>
<p>Nell’autunno del 1919 l’Egitto, all’epoca sotto protettorato britannico ed ancora unito con il Sudan, fu attraversato da un movimento rivoluzionario che si opponeva al persistere della presenza britannica, nonostante le promesse di piena indipendenza con le quali era stato stimolato il coinvolgimento egiziano nella Prima Guerra Mondiale. Gli insorti ricevettero la solidarietà di Gabriele d’Annunzio e della Lega dei popoli oppressi che stava prendendo corpo nell’ambito dell’impresa che aveva portato il poeta abruzzese a prendere il controllo di Fiume: non mancarono gli abboccamenti fra emissari fiumani ed egiziani, però non vi furono risultati concreti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>STRATEGIA E GEOPOLITICA DELL’AMERICA LATINA</strong>, <strong>parte seconda</strong>,<strong><em> di Miguel Ángel Barrios</em></strong></p>
<p>Di fronte alle novità geopolitiche di grandezza epocale di cui è apportatore il secolo XX, l’autore si domanda se l’America Latina possa trasmettere un suo specifico contributo ad un mondo multipolare, che affermerà e sottolineerà le differenze, le diversità e le pluralità. Egli ritiene che, perconseguire un tale scopo, sia indispensabile recuperare l’esercizio del pensiero strategico, al fine di riscattarlo e renderlo capace di far fronte alle molteplici sfide della globalizzazione. L’argomentazione si articola dunque in tre parti, tre veri e propri saggi, il primo dei quali (“Approssimazioni teorico-pratiche”) si prefigge di mettere in luce l’importanza del pensiero strategico e dell’azione strategica. L’autore effettua preliminarmente una panoramica storica della strategia, dalla prospettiva in cui prende forma una teoria generale della guerra; quindi egli colloca la strategia, in quanto metodo di ragionamento, nel campo dell’azione sociale.</p>
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<p><strong>INTERVISTA AD ALDO COLLEONI, ex Console della Corea del Nord</strong><strong><em> a cura di Marco Bagozzi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>A COLLOQUIO CON MASSIMO FINI</strong><strong><em> di Luca Bistolfi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>INTERVISTA A FRANCO CARDINI</strong> <strong><em> a cura di Enrico Galoppini</em></strong></p>
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<p><strong>INTERVISTA A SERGEI MARTYNOV, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia</strong> <strong><em> a cura di Stefano Vernole</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>L’INDIPENDENZA DELL’EGITTO NEI PIANI DELL’ASSE</strong><em> <strong>a</strong> <strong>cura di Stefano Fabei</strong></em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Alessandro Lattanzio, <em>Songun</em>, Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 2012.</strong><strong><em> Recensione di Augusto Marsigliante</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Domenico Quirico, <em>Primavera araba. Le rivoluzioni dall&#8217;altra parte del mare</em>, </strong><strong> Bollati Boringhieri, Torino 2011.</strong><strong><em> Recensione di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Paolo Sensini, <em>Libia 2011</em>, Jaca Book, Milano. 2011.</strong><strong><em> Recensione di Alfio Neri</em></strong></font><br />
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		<title>Intervista a Massimo Campanini</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 05:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-massimo-campanini/15823/" title="Intervista a Massimo Campanini"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/l43_110218193545_big.6ibsviqxgjwoc4ss4ggg4ssg8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="77" alt="Intervista a Massimo Campanini" ></div></a><p><font size="2"><em>In occasione dell&#8217;uscita <a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">del n. 2/2012, dedicato in buon parte alla &#8220;Primavera araba&#8221;</a>, &#8220;Eurasia&#8221; offre ai suoi lettori un&#8217;intervista esclusiva a Massimo Campanini, esperto di questioni mediorientali. L&#8217;intervista è stata realizzata tre mesi fa.</em></p>
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<p><strong>Professor Campanini, vorrei cominciare con la domanda forse più impegnativa, alla quale nessuno finora ha saputo dare una risposta esauriente, ammesso che ciò sia possibile ricorrendo ai consueti strumenti dell’analisi sociale e politica. Esiste a Suo avviso un filo conduttore, un motivo comune, in quella che è stata definita la “primavera araba”? Vi è chi la spiega con un diffuso desiderio di “libertà”, che però non può bastare come categoria analitica, anche perché la “libertà” è un concetto che va riempito di contenuti concreti. Per di più, gli occidentali, se davvero tenessero per principio alla “libertà” (che resterebbe pur sempre un concetto vago), aiuterebbero sia i “ribelli libici”, verso i quali sono stati così solerti, che i manifestanti del Bahrain, sommamente ignorati e peraltro più pacifici (visto che anche il “pacifismo” pare costituire per gli occidentali una “questione di principio” da cui far derivare simpatie ed appoggi). Non si è, piuttosto, in presenza di un “grande gioco” tra potenze nel quale il mondo arabo-islamico funge, per l’ennesima volta, da “campo di battaglia” e le relative popolazioni da ‘comparse’ di un dramma i cui protagonisti risiedono altrove?</strong></p>
<p>Esistevano motivi oggettivi a giustificare le rivolte arabe. Il desiderio di libertà e partecipazione, il desiderio di essere protagonisti della vita politica e istituzionale dei singoli paesi è certamente uno di questi. Un membro dell’assemblea costituente tunisina, appartenente al partito islamico moderato al-Nahda, mi ha detto che la rivoluzione tunisina è stata la rivoluzione della dignità, della riacquisita consapevolezza di essere protagonisti e al centro della storia, come cittadini e come uomini. Naturalmente, tutto ciò non è sufficiente. Non bisogna trascurare le motivazioni economiche, la crisi del mondo del lavoro, la disoccupazione, la povertà ingigantite dal saccheggio delle risorse nazionali da parte dei regimi al potere, da quello di Ben ‘Ali a quello di Mubarak. È naturalmente anche vero che le rivolte o rivoluzioni arabe si sono inquadrate in un più ampio orizzonte di geopolitica internazionale dove gli interessi neo-imperialistici delle grandi potenze hanno avuto il loro ruolo. Questo giustifica i due pesi e le due misure che sono stati applicati, per esempio, in Libia e in Siria. Questa proiezione internazionale però non credo abbia avuto effetto sulla scaturigine e sullo svolgimento delle rivolte (fatto salvo il caso molto ambiguo della Libia) quanto piuttosto potrebbe averne sui potenziali esiti nel futuro dei cambiamenti istituzionali. Bisognerà verificare sul campo quanto la Tunisia e l’Egitto, ma anche la Libia e la Siria (poco si dice ormai dell’Algeria o dello Yemen) saranno in grado di determinare liberamente il proprio futuro. In ogni caso, nutro una visione relativamente positiva delle ribellioni che hanno agitato il mondo arabo mediterraneo nel 2011: sono convinto che, nella maggior parte dei casi, si sia trattato di autentici moti popolari che molto potevano dire riguardo alla sperimentazione, in paesi per lungo tempo di democrazia bloccata, di nuovi modelli politici. Questo a prescindere dagli sguardi interessati che dall’estero potevano essere gettati sulle rivolte, soprattutto nel timore che avrebbero potuto aprire la strada a un’affermazione dell’Islam (come in parte si sta verificando).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel cosiddetto “Occidente” viene sistematicamente diffusa dai media “autorevoli” l’idea secondo cui dovremmo tremare all’idea di un mondo islamico “in mano agli estremisti”. Ora, per chi s’informa solo dalla televisione e dai giornali più conformisti, anche i Fratelli Musulmani rientrano nel calderone del “fondamentalismo/estremismo/terrorismo”… Ma non le pare schizofrenico che, da una parte, i governi occidentali sostengano “rivolte” guidate da movimenti “islamisti” (i “liberal-democratici” arabi a mio avviso sono poco più che folclore) e, dall’altra, continuino ad alimentare questa paura del “terrorismo islamico”, di “al-Qâ‘ida” eccetera? Questo, se restiamo su un piano propagandistico. Gli occidentali, difatti, non si fanno alcuno scrupolo nell’essere “alleati” di chicchessia, compresi “regimi islamici” che “governano con la sharî‘a” (altra definizione “terrificante”) come quelli della Penisola araba, e ciò dimostra che l’unico criterio che per essi vale – come per chiunque altro, del resto – è sempre stato quello di considerare “alleato” chi accetta di “collaborare” e/o si sottomette, specialmente in campo economico e finanziario. Alla luce di tutto ciò, anche il tanto sbandierato “laicismo” – che sembrerebbe un valore non negoziabile in casa propria &#8211; non risulta affatto essere <em>conditio sine qua non</em> per lo stabilimento di solide “alleanze”: si pensi alla Siria, più “laica” (definizione che lascia il tempo che trova) dell’Arabia Saudita, eppure totalmente invisa a Washington e ai suoi alleati. Come spiega queste contraddizioni?</strong></p>
<p>La spiegazione deve essere individuata, com’è ovvio, negli interessi geopolitici e di potenza che motivano le decisioni dei paesi occidentali. Il fatto che il regime siriano sia “laico” non è sufficiente a far dimenticare il suo costante legame con l’Unione Sovietica, prima, e la Russia dopo, oppure le convergenze strategiche che manifesta nei confronti del regime più vituperato del mondo contemporaneo, quello sciita rivoluzionario dell’Iran. Si tratta dunque di supportare tutti quei capi di Stato o quei movimenti o quelle tendenze ideologiche che in qualche modo risultano congrue o almeno utili ai disegni di potenza dell’Occidente in una regione “calda” e instabile come il Medio Oriente. In questa luce è evidente che l’islamismo politico o islamismo radicale, sostenitore, almeno sul piano teorico, di posizioni fortemente critiche per non dire ostili all’<em>outlook</em> e al sistema politico internazionale occidentale, venga additato come il principale nemico dell’ordine mondiale, come il destabilizzatore, ideologico e pratico, della democrazia internazionale. Da ciò derivano le condanne, spesso pregiudiziali e disinformate, di movimenti come i Fratelli Musulmani, che indubbiamente godono di consenso popolare e che stanno conseguendo importanti risultati in elezioni che possono essere considerate sostanzialmente libere e democratiche. Del resto, l’alternativa rappresentata dai movimenti islamici si innesta in un quadro di grave crisi, di idee e di rappresentatività, dei partiti liberal-democratici nei Paesi arabi, partiti che non hanno radicamento di massa e sono fondamentalmente elitari. Questi ultimi non hanno di fatto accettato il risultato elettorale che ha premiato gli islamisti e agitano lo spettro di un boicottaggio del processo di trasformazione istituzionale in atto dimostrando di essere ben poco coerenti con quei principi democratici che vanno sbandierando.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Alcuni sostengono che dietro questa “primavera araba” vi sarebbe una “regia occulta” dei Fratelli Musulmani, sostenuta dagli occidentali (con la Turchia a svolgere un ruolo di appoggio) e dalle “petromonarchie” del Golfo. Tra l’altro, è stato anche osservato che gli ex “moderati” Ben ‘Ali e Mubarak, ostili alla Fratellanza islamica, prima della loro defenestrazione stavano intensificando le loro relazioni con la Cina (similmente alla Grecia poco prima l’esplosione del “problema del debito greco”). Adesso, dopo il “cambiamento”, Tunisia ed Egitto, per non parlare della Libia, vengono ricondotti nell’alveo “atlantico” grazie alla collaborazione di dirigenze per anni tenute “al caldo” a Londra. E non stupisce, a questo punto che la “nuova Tunisia”, seguita immediatamente da altri, abbia espulso l’ambasciatore siriano ufficialmente per motivi di carattere “morale”, ma non il rappresentante diplomatico israeliano (che dovrebbe essere invece come il “fumo negli occhi” per chi dell’Islam fa una sorta di “programma politico”)! Ci può aiutare a comprendere meglio tutto ciò e a capire quali alleanze svilupperanno i Paesi arabi dopo le “rivolte”? </strong></p>
<p>Che ci sia stata una regia occulta dei Fratelli Musulmani in combutta con l’Occidente dietro le rivolte arabe è una tale sciocchezza che non merita neppure di essere esaminata; e del resto risulta in palese contraddizione con quanto ipotizzato (e analizzato) nella domanda precedente. I Fratelli Musulmani stanno tentando di approfittare delle rivolte per imprimere un marchio islamico alle società in via di trasformazione di Tunisia, Egitto, Marocco e anche Libia, ma la loro proposta politica è lungi dal venire accettata dai <em>policy-makers</em> occidentali, ossessionati dal problema securitario “islamico”. Nel quadro del riassetto e del riassestamento delle relazioni internazionali dopo le rivolte, di tutto rilievo appare la posizione della Turchia che ambisce, da una parte, a un ruolo di potenza regionale grazie al suo peso demografico, economico e militare, e, dall’altra, a un ruolo di potenziale guida e punto di riferimento nei confronti dei nuovi regimi “islamicamente moderati”, alla luce del carattere altrettanto “islamicamente moderato” dell’AKP. Il problema del rapporto con Israele è ovviamente molto delicato. Credo che nessuno dei Paesi arabi abbia voglia di rischiare una nuova guerra con Israele, che sarebbe devastante per i rapporti internazionali oltre che per l’economia della regione. E tuttavia c’è da aspettarsi un raffreddamento o almeno una più consapevole presa di distanza dei nuovi governi islamisti moderati nei confronti dello Stato ebraico, rispetto alla politica succube e rinunciataria, per esempio, di un Mubarak. In ogni caso non credo ci sia da aspettarsi un profondo sconvolgimento delle alleanze internazionali della regione. Non foss’altro che per questioni economiche, i rapporti tra nuovi Paesi arabi e mondo occidentale rimarranno privilegiati rispetto, per esempio, a quelli con la Russia, che sta disperatamente cercando di non abbandonare la Siria di Assad per non perdere il suo principale punto di appoggio in Medio Oriente. Naturalmente l’espansionismo cinese cercherà di ingerirsi anche negli affari mediorientali, ma la Cina gode di maggiori credenziali di neutralità e di passato disimpegno rispetto alla Russia, e in ogni caso, se vorrà svolgere un ruolo significativo nell’area, dovrà calibrare e riequilibrare i suoi disegni strategici. Il Medio Oriente non è territorio “vergine” come l’Africa nera. <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dopo il suicidio del giovane tunisino Bou ‘Azizi, che ha rappresentato la miccia in grado di far esplodere la polveriera, i “disperati economici” che s’immolano in Tunisia non si contano, mentre in Libia si va già diffondendo &#8211; più rapidamente di quanto si è formata in Iraq &#8211; l’idea secondo cui “si stava meglio quando si stava peggio”. In Libia, inoltre, il “tenore di vita” non era quello delle masse di diseredati che comprensibilmente, in Egitto, appoggiano le “rivolte”… Vi sono poi dichiarazioni dei “salafiti” egiziani che denotano un certo attaccamento ai principi del “libero mercato”… Non c’è il concreto rischio che le speranze di molti di veder migliorare le proprie condizioni socio-economiche venga platealmente frustrato?</strong></p>
<p>Le rivoluzioni o le rivolte su larga scala hanno sempre per conseguenza una crisi economica più o meno profonda, di riassestamento e di trasformazione. La storia rivoluzionaria dell’Unione sovietica e della Cina lo dimostra ampiamente. I Paesi arabi che hanno conosciuto le rivolte non sfuggono a questa regola: le economie di Tunisia ed Egitto sono in crisi e non è inverosimile che, almeno per un prevedibile futuro, la povertà si diffonderà piuttosto che diminuire. Molto dipenderà dalle politiche economiche che sapranno implementare i nuovi governi la cui operatività è comunque di là da venire. Indubbiamente la Libia godeva di una certa affluenza sotto Gheddafi e di certe garanzie di <em>welfare</em>. È giustificabile che esistano alcuni scontenti della situazione presente. Ma in ogni caso, anche qui non si può divinare il futuro. Il carattere liberista che indubbiamente prenderà il sistema economico libico – come già profondamente liberista era il carattere, sotto Ben ‘Ali e Mubarak, dei sistemi economici tunisino ed egiziano – dovrà essere attentamente programmato e monitorato.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Veniamo ora alla “questione palestinese”, che per decenni ha costituito il coperchio, la giustificazione, la valvola di sfogo di ogni tensione presente nella regione vicino-orientale. Come giudica il fatto che proprio durante questi sconvolgimenti nella regione arabo-islamica, sia la Palestina con la relativa “questione” ad essere passata in sott’ordine? Il “nuovo Egitto” non dovrebbe fare di più per i palestinesi? È notizia di questi giorni (12 febbraio 2012) che il gasolio egiziano è esaurito, e Gaza, pertanto, è rimasta al buio e al gelo!</strong></p>
<p>Sono convinto che, purtroppo, per i palestinesi non ci sia una reale via d’uscita. Ormai nessuno dei Paesi arabi – peraltro secondo me con ragione – ha la possibilità o la volontà di mettere a rischio gli equilibri interni e internazionali per risolvere con una azione di forza la “questione palestinese”. I palestinesi sono sempre stati (dopo Nasser) fondamentalmente abbandonati a se stessi e questa situazione non cambierà anche se, per esempio, il nuovo Egitto potrà ulteriormente raffreddare (ma non rompere) la pace con Israele. Dovrebbe piuttosto essere Israele, se condizionato dalla maggioranza aggressiva e nazionalista che attualmente lo domina, a rendere la situazione più tesa e incandescente. I palestinesi devono in ogni caso contare sulle proprie forze per strappare qualche concessione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il ruolo della Turchia (membro della Nato, ricordiamolo), che sta proponendosi come uno degli attori principali delle sommosse nella vicina Siria, secondo Lei è coerente con quello sin qui svolto finora? Gli arabi – penso alla vicenda della Freedom Flotilla e ad alcune uscite eclatanti del primo ministro Erdogan contro Israele  – guardano con molto favore alla Turchia “islamica”, visto che gli arabi stessi si dimostrano patologicamente incapaci di esprimere una guida capace di andare al di là dei particolarismi nazionali e settari. Ma non c’è il rischio, invece, che la Turchia si faccia prendere la mano inseguendo sogni d’egemonia regionale, e non solo (penso ai Balcani) rischiando di provocare oltre il limite di sopportazione altre medie e grandi potenze d’Eurasia (penso alla Russia e all’Iran)?</strong></p>
<p>Come ho già detto in precedenza, la Turchia sogna di essere la bandiera e la guida di un Medio Oriente islamicamente moderato, fondamentalmente liberista, comunque prioritariamente interessato a un equilibrio internazionale regionale. Non credo che i dirigenti turchi vogliano comunque tirare a tal punto la corda da rischiare guerre. Il loro appoggio, almeno morale, alle rivolte arabe e il loro disegno strategico di indebolimento della Siria attuale o comunque di possibile controllo di un’eventuale nuova Siria si inquadrano in un medesimo orizzonte strategico di egemonia regionale. Un conflitto potenziale con l’Iran è possibile, ma allo stato attuale delle cose non conviene a nessuno.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non ritiene che vi sia il rischio che gli arabi, infatuatisi in una sorta di “nazionalismo religioso”, possano prestarsi di buon grado a svolgere un ruolo attivo in un’ipotetica prossima campagna militare occidentale contro l’Iran? Non crede che un innalzamento della provocazione nei confronti di Tehran potrebbe innescare una fase particolarmente grave dello scontro in atto per il predominio mondiale, se non addirittura una guerra mondiale?</strong></p>
<p>Lei evoca scenari apocalittici che non tengono conto della <em>realpolitik</em>. Certi regimi arabi, come l’Arabia Saudita o gli emirati del Golfo, vedrebbero sicuramente di buon occhio un indebolimento o addirittura un rovesciamento dell’Iran. Ma non hanno la forza militare per imporsi. D’altro canto, nuovi Paesi arabi come la Tunisia o l’Egitto non hanno alcuna convenienza ad inasprire le tensioni regionali, come ho già detto in precedenza. Un attacco israeliano (o israelo-americano) all’Iran rimane possibile, anche se, credo, non probabile perché scoperchierebbe un vaso di Pandora dalle conseguenze  imprevedibili.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Un’ultima domanda: ne vale la pena di “fare la rivoluzione” per poi mantenere intangibili i confini, specialmente nel Vicino Oriente arabo-islamico? Voglio dire: che senso ha illudere le masse, sovente infiammate col sogno dell’unità dall’Atlantico al Golfo, se poi l’obiettivo non è quello di unire la “patria araba e islamica” in un&#8217;unica entità politico-amministrativa? A chi spetterebbe, a suo avviso, la guida di una siffatta entità? Vengono in mente i dibattiti sul Califfato che tennero banco ancora per tutti gli anni Trenta dopo la (illegittima, poiché l’Assemblea di Ankara non aveva alcun potere per farlo) abolizione del Califfato ottomano… Per non parlare delle crescenti aspettative messianiche che circolano nel mondo islamico proprio a proposito dell’esito finale di questa “primavera”…</strong></p>
<p>I sogni universalistici, siano essi panarabi o panislamici, sono retaggi del passato e sono sostanzialmente improponibili e impraticabili nel mondo contemporaneo. Non vedo aprirsi prospettive né per l’uno né per l’altro. I particolarismi e gli egoismi nazionali e locali sono ormai dovunque predominanti. I Fratelli Musulmani per esempio potrebbero avere nel loro DNA una vocazione panislamista, ma soltanto dal punto di vista teorico. Dal punto di vista pratico sono interessati a ottenere il controllo di quei Paesi in cui stanno vincendo le elezioni, come in Tunisia o in Egitto. A questo fine nazionale o francamente nazionalistico, la rivoluzione indubbiamente può servire.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>* Massimo Campanini (Milano 1954) ha insegnato nelle Università di Urbino, Milano e Napoli l’Orientale. Attualmente è professore associato di storia dei paesi islamici all’università di Trento. Si occupa di studi coranici, di pensiero politico islamico e di movimenti islamici contemporanei. Tra i suoi ultimi libri: </em>Ideologia e politica nell’Islam<em> (Mulino 2008) e </em>I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo<em> (Utet 2010). È in corso di stampa </em>L’alternativa islamica<em> (Bruno Mondadori 2012).</em></p>
<p><em> </em></font></p>
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		<title>I sionisti si appropriano del petrolio del Golan nel silenzio generale</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-sionisti-si-appropriano-del-petrolio-del-golan-nel-silenzio-generale/15778/" title="I sionisti si appropriano del petrolio del Golan nel silenzio generale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/0427_golan1.bmg4leia4h4o4g4ksoc8so8wk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="I sionisti si appropriano del petrolio del Golan nel silenzio generale" ></div></a><p><font size="2">Violando nuovamente il diritto e gli accordi internazionali, l’entità sionista ha deciso la prosecuzione degli scavi petroliferi nel Golan siriano occupato, nonostante le dozzine di risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza e dalle Nazioni Unite per decretare la nullità delle misure prese da Israele tese a mutare l’aspetto o lo statuto giuridico del Golan.</p>
<p>La decisione del ministro dell’Energia sionista – resa nota dal giornale Yediot Ahronot – interviene vent’anni dopo la sospensione delle esplorazioni petrolifere nel Golan, e conferma che l’entità sionista non riconosce la volontà internazionale, e in particolare la risoluzione dell’ONU n. 497 che sanciva la nullità della decisione israeliana di imporre le sue leggi e la sua amministrazione sul Golan siriano.</p>
<p>Ma il silenzio della comunità internazionale su questa questione, da tempo definita, lascia libero corso alle aggressioni sioniste e alla volontà rapace di appropriarsi di tutto quanto confina con Israele, anche allo scopo di cambiare la situazione demografica dei Paesi arabi occupati a dispetto di tutte le risoluzioni internazionali.</p>
<p>E’ da sottolineare il fatto che la flagrante violazione israeliana di tali risoluzioni &#8211; contrarie al furto del petrolio del Golan &#8211; si aggiunge a una serie di crimini commessi nel corso di dozzine di anni, fra cui l’appropiazione indebita delle risorse idriche del Golan, una vera catastrofe economica ed ecologica per i residenti.</p>
<p><a href="http://www.almanar.com.lb/main.php"><strong><em>Al-manar</em></strong></a></font></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 18:36:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_.5woks5rl8nk84s04csssow08c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a>Editoriale del numero XXVI (2-2012) &#160; &#8220;Chi controlla il territorio costiero governa l&#8217;Eurasia; chi governa l&#8217;Eurasia controlla i destini del mondo&#8221;1. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della &#8220;primavera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_.5woks5rl8nk84s04csssow08c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a><p><font size="2"><strong><ins datetime="2012-05-12T18:34:51+00:00"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">Editoriale del numero XXVI (2-2012)</a></ins></strong></p>
<p>&nbsp;<br />
&#8220;Chi controlla il territorio costiero governa l&#8217;Eurasia; chi governa l&#8217;Eurasia controlla i destini del mondo&#8221;<sup>1</sup>. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della &#8220;primavera araba&#8221;. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un&#8217;area fondamentale per l&#8217;egemonia mondiale: si tratta di quel &#8220;territorio costiero&#8221; (<em>Rimland</em>) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il &#8220;territorio centrale&#8221; (il mackinderiano <em>Heartland</em>), comprendendo le coste atlantiche dell&#8217;Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l&#8217;Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone.</p>
<p>Non appare perciò infondata una lettura della &#8220;primavera araba&#8221; alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l&#8217;esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il &#8220;territorio costiero&#8221; &#8211; nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.</p>
<p>Già una decina d&#8217;anni or sono un geopolitico francese aveva preventivato un&#8217;azione occidentale intesa a frammentare la Libia avvalendosi di manodopera locale: &#8220;sul tracciato delle vecchie reti senussite, l&#8217;agitazione islamista potrebbe provocare l&#8217;esplosione di questo paese artificiale e recene. Nella Cirenaica si concentrano le ricchezze petrolifere; e il regime di Gheddafi irrita certe capitali occidentali che non vedrebbero male una divisione della Libia&#8221;<sup>2</sup>.</p>
<p>Oggi, pur concedendo che i movimenti di protesta e di eversione nel Nordafrica e nel Vicino Oriente abbiano avuto un&#8217;origine endogena e un&#8217;esplosione imprevista, non si può non constatare che gli Stati Uniti, dopo alcune iniziali esitazioni del loro Presidente, li hanno guardati con simpatia, patrocinati e sostenuti (con l&#8217;ovvia eccezione dell&#8217;insurrezione popolare sciita nel Bahrein, repressa dall&#8217;intervento militare saudita).</p>
<p>D&#8217;altronde Obama manifestò fin dall&#8217;inizio del suo mandato la volontà di favorire la transizione alla democrazia nel mondo arabo (così come in altre parti del mondo musulmano), magari in maniera formalmente più garbata rispetto al suo predecessore, ma comunque premendo sui governanti locali per imporre loro una <em>perestrojka</em> in versione araba.</p>
<p>Così le organizzazioni &#8220;non governative&#8221; e le varie associazioni dirittumaniste sostenute dalla CIA e dallo <em>State Department </em>intensificarono le loro attività, in conformità con la raccomandazione che fin dal 1993 Samuel Huntington aveva rivolta al governo americano: allacciare stretti legami con tutti coloro che, all&#8217;interno del mondo islamico, difendono i valori e gl&#8217;interessi occidentali. Lo stesso &#8220;New York Times&#8221; ha riconosciuto che &#8220;alcuni movimenti e capi direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (&#8230;) hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall&#8217;<em>International Republican Institute</em>, dal <em>National Democratic Institute </em>e da <em>Freedom House</em>&#8220;<sup>3</sup>. Quest&#8217;ultima organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di attivisti egiziani e tunisini, per insegnar loro a &#8220;trarre beneficio dalle opportunità della rete attraverso l&#8217;interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e i media&#8221;<sup>4</sup>.</p>
<p>Anche il <em>National Endowment for Democracy</em> ha comunicato ufficialmente, tramite il suo sito informatico<sup>5</sup>, di aver versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane impegnate nella difesa dei &#8220;diritti umani&#8221; e nella promozione dei valori democratici: 21.000 dollari USA al <em>Democratic Forum for Youth</em>, 25.000 all&#8217;<em>Egyptian Democratic Academy</em>, 89.000 alla <em>Freedom House</em>, 55.000 all&#8217;<em>Ibn Khaldun Center for Development Studies</em>, oltre un milione al <em>Center for International Private Enterprise</em>, 35.000 all&#8217;<em>Egyptian Democracy Institute</em>, 23.000 all&#8217;<em>El-hak Center for Democracy and Human Rights</em>, 25.000 alla <em>Human Development Association</em>. Altri finanziamenti del NED sono stati destinati alla Tunisia (213.000 dollari, ripartiti fra il <em>Center for International Private Enterprise </em>e il <em>Mohamed Ali Center for Research, Studies and Training</em>), alla Libia (145.000 dollari: metà all&#8217;<em>Akhbar Libya Cultural Limited </em>e metà al <em>Libya Human and Political Development Forum</em>), alla Siria (148.000 per <em>Human Rights</em> e 400.000 per l&#8217;<em>International Republican Institute</em>), allo Yemen (674.000 dollari ripartiti fra varie organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani). Ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono aggiunti i fondi stanziati dalla <em>Open Society Foundation </em>di George Soros, che nel 2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in particolare in Egitto e in Tunisia. Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare l&#8217;Egitto, il bilancio dei fondi dell&#8217;USAID destinati alle organizzazioni democratiche e dirittumaniste ammonta complessivamente a 62.334.187 dollari<sup>6</sup>. Una cifra enorme, che in Egitto è superata soltanto dai cento milioni di dollari elargiti dall&#8217;Emiro del Qatar ai Fratelli Musulmani<sup>7</sup>.</p>
<p>Il movimento eversivo finanziato dagli USA ha rovesciato i governi della Tunisia e dell&#8217;Egitto e grazie all&#8217;intervento militare occidentale si è impadronito della Libia; però non è riuscito ad abbattere il governo siriano, nonostante il ricorso al terrorismo e alla lotta armata e nonostante l&#8217;appoggio britannico, francese, turco e qatariota. Quanto all&#8217;Algeria, il progetto di destabilizzazione del paese è costretto a puntare soprattutto sulle pulsioni secessioniste berbere, dal momento che gli Algerini, oltre a non essersi ancora ripresi del tutto dal trauma di una guerra civile che ha fatto 200.000 morti, hanno assistito da vicino agli effetti catastrofici prodotti dalla &#8220;primavera araba&#8221; in Libia.</p>
<p>In ogni caso, il mondo arabo offre agli eversori occidentali ampie possibilità di manovra, poiché a collaborare con loro non sono soltanto le minoranze &#8220;illuminate&#8221; fautrici dei diritti umani, dello Stato laico e della democrazia capitalista, ma anche movimenti e gruppi che si richiamano formalmente all&#8217;Islam e quindi dovrebbero teoricamente osteggiare l&#8217;intrusione occidentale. Qualora però si vada ad esaminare più da vicino l&#8217;identità dei movimenti integralisti, si può facilmente constatare che, quando non si tratta di residui del vecchio collaborazionismo anglofilo (come i senussiti libici), la loro matrice ideologica è generalmente riconducibile a correnti eterodosse (wahhabite e salafite); le quali, essendo ostili all&#8217;Islam tradizionale e visceralmente nemiche dell&#8217;Islam sciita, ricevono il sostegno politico e il generoso aiuto economico delle monarchie petrolifere alleate dell&#8217;Occidente e dell&#8217;entità sionista. Risulta quindi condivisibile la diagnosi di chi individua lo scopo degli &#8220;islamisti&#8221; non nell&#8217;instaurazione di un ordine islamico, ma in una versione islamizzata della cultura occidentale: &#8220;tutti questi neofondamentalisti, ben lungi dall&#8217;incarnare la resistenza di un&#8217;autenticità musulmana nei confronti dell&#8217;occidentalizzazione, sono al contempo prodotti ed agenti della deculturazione in un mondo globalizzato&#8221;<sup>8</sup>.</p>
<p>Un caso esemplare è rappresentato dal movimento &#8220;fondamentalista moderato&#8221; dei Fratelli Musulmani, il risultato più consistente di quella linea riformista che, inaugurata da Muhammad Ibn &#8216;Abd al-Wahhâb (1703-1792), assunse con Jamâl ad-Dîn al-Afghânî (1838-1897) e con Muhammad &#8216;Abduh (1849-1905) forme apertamente occidentalizzanti e antitradizionali. Nonostante gli aspetti equivoci del loro comportamento nel periodo di Nasser, i Fratelli Musulmani hanno tuttavia mantenuto a lungo una posizione antimperialista, tanto che sono stati inseriti nella lista nera del <em>National Security Council</em>. Poi però, se non già negli anni Ottanta al tempo dell&#8217;Afghanistan, sicuramente dopo l&#8217;11 Settembre 2001 il rapporto tra i Fratelli e gli USA è cambiato. Si potrà anche sorridere delle furibonde invettive di Gheddafi<sup>9</sup> o delle rivelazioni del giornale libanese &#8220;Al-Dinar&#8221; circa gli incontri di David Petraeus coi capi del movimento, ma è un fatto certo che nel luglio 2011 Hillary Clinton dichiarò di voler instaurare una nuova relazione con la Fratellanza, la quale aveva ed ha &#8220;un impatto significativo e crescente sull&#8217;Islam in America&#8221;<sup>10</sup>, tanto che il 10 gennaio 2012 il portavoce dell&#8217;organizzazione, Ahmed Sobea, ha dato ufficialmente notizia di un colloquio di esponenti della Fratellanza con William Burns, numero due del Dipartimento di Stato, e con l&#8217;assistente segretario Jeff Feltman. Parlando agli studenti della Georgetown University, i membri della delegazione hanno detto: &#8220;Siamo qui perché riconosciamo il ruolo davvero importante degli Stati Uniti nel mondo e vorremmo che le nostre relazioni con loro fossero migliori di quanto lo sono ora. I nostri principi sono universali: libertà, diritti umani, giustizia per tutti&#8221;<sup>11</sup>.</p>
<p>D&#8217;altra parte i Fratelli Musulmani sembrano aver avuto da tempo un rapporto piuttosto stretto con l&#8217;Inghilterra. A Londra infatti il fuoruscito tunisino Rashid al-Ghannushi ha fondato <em>Al-Nahda</em>; a Londra risiede Tariq Ramadan<sup>12</sup>, nipote del fondatore dell&#8217;organizzazione e consigliere del governo britannico per le questioni relative all&#8217;estremismo islamico; Londra fu scelta come luogo d&#8217;esilio dal multimilionario Khayrat al-Shater, designato dai Fratelli come candidato per le presidenziali egiziane, il quale &#8220;ha incontrato Hillary Clinton, decine di politici, diplomatici e finanzieri di Wall Street&#8221;<sup>13</sup>.</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d&#8217;onda dei Fratelli Musulmani si colloca l&#8217;AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), la forza turca di governo che da un lato cerca di conciliare l&#8217;identità islamica con la democrazia liberale e l&#8217;appartenenza al blocco occidentale, mentre dall&#8217;altro mira ad attribuire alla Turchia una funzione egemone nell&#8217;area che appartenne all&#8217;Impero ottomano. Nel progetto &#8220;neoottomano&#8221; che ne risulta, però, il ruolo regionale della Turchia a guida demoislamica sembra condannato a rimanere strumentalmente inserito nella strategia atlantista di dominio mediterraneo &#8211; come dimostrato dalla complicità turca con l&#8217;eversione libica e siriana &#8211; e quindi ad esplicarsi nella forma di un deuteragonismo subordinato ai disegni d&#8217;Oltreoceano. Non solo, ma la scelta turca di incoraggiare i fermenti &#8220;primaverili&#8221; del mondo arabo rischierebbe di creare una collisione con la Russia e con l&#8217;Iran, rovinando tutto il lavoro fatto dai politici di Ankara per stabilire buone relazioni con queste due potenze. Finché la Turchia non si deciderà a tagliare il nodo che la tiene vincolata all&#8217;Alleanza Atlantica (e all&#8217;entità sionista), il &#8220;neoottomanesimo&#8221; sarà soltanto una caricaturale parodia di quella funzione imperiale che invece potrebbe essere svolta nell&#8217;area mediterranea da una Turchia solidale con le potenze eurasiatiche.</p>
<p>Analogo discorso vale per il mondo musulmano di lingua araba, che le centrali della sovversione settaria vorrebbero allontanare dal suo modello tradizionale, per vincolarlo, in un&#8217;unione innaturale, al modello di democrazia liberale proposto dall&#8217;Occidente come il solo possibile e pensabile. La scelta che si impone ad Arabi e Turchi è dunque la stessa: o con l’Eurasia o con l’Occidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE:</p>
<p>1. Nicholas Spykman, <em>The Geography of Peace</em>, Harcourt Brace, New York 1944, p. 43.</p>
<p>2. François Thual, <em>La planète émiettée. Morceler et lotir: une nouvelle art de dominer</em>, Arléa, Paris 2002, p. 124; ed. it. <em>Il mondo fatto a pezzi</em>, Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 2008, p. 92.</p>
<p>3. <em>U.S. groups Helped Nurture Arab Uprising</em>, &#8220;The New York Times&#8221;, 15 aprile 2011.</p>
<p>4. <em>New Generation of Advocates: Empowering Civil Society in Egypt</em>, dal sito di <em>Freedom House </em>(<em>www.freedomhouse.org</em>).</p>
<p>5. <em>www.ned.org</em></p>
<p>6. Alfredo Macchi, <em>Rivoluzioni S.p.A.</em>, Alpine Studio 2012, p. 282.</p>
<p>7. Alfredo Macchi, op. cit., p. 208.</p>
<p>8. Olivier Roy, <em>Généalogie de l&#8217;islamisme</em>, Hachette, Paris 2001, p. 10.</p>
<p>9. &#8220;Quelli che oggi si chiamano Fratelli Musulmani? [...] Sono servi dell&#8217;imperialismo. Sono la destra reazionaria, i nemici del progresso, del socialismo e dell&#8217;Unità araba. Sono un mucchio di teppisti, bugiardi, sporcaccioni, fumatori di hashish, ubriaconi, vigliacchi, delinquenti. Ecco chi sono i Fratelli Musulmani. Tutto ciò ha fatto di loro i servi dell&#8217;America. Chi apparteneva alla fazione dei Fratelli Musulmani, oggi si vergogna a dirlo. Sono diventati qualcosa di marcio, di sporco, di detestato in tutto il mondo arabo e in tutto il mondo musulmano&#8221; (Christian Bouchet, <em>Islamisme</em>, Pardès, Puiseaux 2002, p. 77).</p>
<p>10. Karim Mezran, <em>La Fratellanza musulmana negli Stati Uniti</em>, in: <em>I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo</em>, a cura di Massimo Campanini, Karim Mezran, UTET, Torino 2010, p. 195.</p>
<p>11. Daniele Raineri, <em>Vecchia spia al Cairo. Fratelli musulmani in tour in America per convincere Washington. Il salafita fuori gara</em>, &#8220;Il Foglio quotidiano&#8221;, 10 aprile 2012.</p>
<p>12. Si veda <em>Intervista a Tariq Ramadan</em>, a cura di C. Mutti, &#8220;Eurasia&#8221;, n. 1/2010.</p>
<p>13. Cecilia Zecchinelli, <em>Il milionario islamico che vuole guidare l&#8217;Egitto</em>, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 2 aprile 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 18:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2.e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a>EURASIA 2/2012, (aprile-giugno 2012), 264 pagine &#160; Editoriale Claudio Mutti, Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente Geofilosofia Fabio Falchi, Al di là dell’ethos dell’Occidente Dossario: Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente Giovanni Armillotta, La Libia che è stata distrutta Aldo Braccio, Quo vadis, Turchia? Aldo Braccio, Turchia e Siria Claudia Ciarfella, Boicottaggio contro il regime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2.e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a><p><font size="2"><strong><em>EURASIA  2/2012, (aprile-giugno 2012), 264 pagine</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong></p>
<p>Claudio Mutti, <em><ins datetime="2012-05-12T18:28:07+00:00"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/">Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</a></ins></em></p>
<p><strong>Geofilosofia</strong></p>
<p>Fabio Falchi, <em>Al di là dell’ethos dell’Occidente</em></p>
<p><strong>Dossario: Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</strong></p>
<p>Giovanni Armillotta, <em>La Libia che è stata distrutta</em><br />
Aldo Braccio, <em>Quo vadis, Turchia?</em><em></em><br />
Aldo Braccio, <em>Turchia e Siria</em><br />
Claudia Ciarfella, <em>Boicottaggio contro il regime sionista</em><br />
Alessandra Colla, <em>“Tripoli, suol del dolore…”</em><br />
Finian Cunningham, <em>La “primavera” della Lega Araba</em><br />
Federico Donelli, <em>L’evoluzione neoottomana</em><br />
Andrea Fais, <em>Un pericolo per l’Eurasia</em><br />
Ali Reza Jalali, <em>Che cosa vuol dire Repubblica Islamica?</em><br />
Alessandro Lattanzio, <em>Intrigo contro la Siria</em><br />
Vincenzo Maddaloni, <em>La sfida della Mezzaluna turca</em><br />
Claudio Moffa, <em>Guerra di Libia. Banche, petrolio e geopolitica</em><br />
Claudio Mutti, <em>La funzione geopolitica dell’Iran</em><br />
Carlo Remeny, <em>La destabilizzazione della Siria</em><br />
Lorenzo Salimbeni, <em>La primavera egiziana del 1919</em></p>
<p><strong>Continenti</strong></p>
<p>Miguel A. Barrios, <em>Strategia e geopolitica dell’America Latina</em> (seconda parte)</p>
<p><strong>Interviste</strong></p>
<p>Marco Bagozzi, <em>Intervista all’ex console della Corea del Nord</em><br />
Luca Bistolfi, <em>A colloquio con Massimo Fini</em><br />
Enrico Galoppini, <em>Intervista a Franco Cardini</em><br />
Stefano Vernole, <em>Intervista al Ministro degli Esteri della Bielorussia</em></p>
<p><strong>Documenti</strong></p>
<p>Stefano Fabei, <em>L’indipendenza dell’Egitto nei piani dell’Asse</em></p>
<p><strong>Recensioni</strong></p>
<p>Augusto Marsigliante, <em>Alessandro Lattanzio, Songun</em><br />
Claudio Mutti, <em>Domenico Quirico, Primavera araba</em><br />
Alfio Neri, <em>Paolo Sensini, Libia 2011</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/"><ins datetime="2012-05-21T07:36:07+00:00"><strong>Leggi l’elenco degli articoli con un breve sommario per ciascuno di essi</strong></ins></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 09:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[arabia saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/" title="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/asohrabi201205060159322171.bcupw8qi3lwgw8084ccskgc8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele" ></div></a>Kourosh Ziabari, Eurasia Review, 14 aprile 2012 Il fatto che il Regno dell’Arabia Saudita abbia aderito al triangolo vizioso Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna per destabilizzare la Repubblica islamica dell’Iran per fare pressione su Teheran per il suo programma nucleare, non è più un segreto. I funzionari sauditi hanno apertamente dichiarato la loro opposizione all’accesso dell’Iran [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/arabia-saudita-ballando-sulle-note-disraele/15603/" title="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/asohrabi201205060159322171.bcupw8qi3lwgw8084ccskgc8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Arabia Saudita: ballando sulle note d’Israele" ></div></a><p><font size="2">Kourosh Ziabari, <em><a href="http://www.eurasiareview.com/14042012-saudi-arabia-dancing-to-israels-tune-oped/">Eurasia Review</a></em>, 14 aprile 2012</p>
<p>Il fatto che il Regno dell’Arabia Saudita abbia aderito al triangolo vizioso Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna per destabilizzare la Repubblica islamica dell’Iran per fare pressione su Teheran per il suo programma nucleare, non è più un segreto. I funzionari sauditi hanno apertamente dichiarato la loro opposizione all’accesso dell’Iran all’energia nucleare civile ed hanno anche pubblicamente promesso di compensare la quantità di petrolio greggio, che gli Stati membri dell’UE perderanno dopo aver imposto l’embargo multilaterale sul petrolio dell’Iran, visto come un tentativo per costringere l’Iran a cedere i suoi diritti nucleari.</p>
<p>I sauditi sono ufficialmente considerati tra gli stati musulmani che non riconoscono il regime israeliano, tuttavia, non hanno esitato a pubblicizzare i loro legami con i funzionari israeliani nel corso degli ultimi anni, soprattutto quando si tratta della loro cooperazione con Tel Aviv contro l’Iran. Allearsi con il regime sionista e tradire un amico musulmano con cui avevano a lungo mantenuto legami saldi e ragionevoli, può essere considerato una manifestazione degli errori di calcolo dei sauditi e un’analisi errata della posizione dell’Iran nella comunità internazionale, una posizione che è stata rafforzata dalla partecipazione inaspettatamente massiccia degli iraniani, in occasione delle recenti elezioni parlamentari ai primi di marzo, mostrando la solidarietà e la fermezza del popolo di fronte alle dure sanzioni economiche e alle paralizzanti pressioni politiche.</p>
<p>Recenti rapporti di WikiLeaks suggeriscono che i funzionari sauditi abbiano lavorato a stretto contatto con il Mossad per aumentare la pressione contro l’Iran e le attività di intelligence sul programma nucleare del paese. Le e-mail di <em>Stratfor</em> (una di società d’intelligence globale del Texas) sono trapelate su Wikileaks e sono state riprese dal quotidiano di Beirut al-Akhbar; esse hanno rivelato che l’Arabia Saudita si è unita al Mossad, che aiuta il regno con, come riferisce al-Akhbar, la “<em>raccolta di informazioni e di consigli contro l’Iran</em>.” Secondo una fonte citata nelle e-mail, “<em>Alcuni intraprendenti ufficiali del Mossad, sia in pensione che operativi, stanno vendendo ai sauditi ogni sorta di apparecchiature di sicurezza, d’intelligence e di consulenza</em>.” Ci sono anche rapporti credibili che indicano che il capo del Mossad avrebbe recentemente visitato l’Arabia Saudita, parlato ai funzionari sauditi circa i possibili piani per attaccare gli impianti nucleari iraniani e circa il ruolo che la nazione araba potrebbe svolgere in questo pericoloso scenario anti-iraniano.</p>
<p>Come scritto da <em>Haaretz,</em> “<em>i colloqui in Arabia Saudita del capo dell’agenzia di spionaggio d’Israele, hanno affrontato l’Iran e il suo programma nucleare. Il resoconto segue una serie di recenti relazioni sul rafforzamento della cooperazione segreta tra Israele ed i sauditi, compreso il coordinamento della difesa sulle questioni relative alla possibile azione militare contro gli impianti nucleari iraniani</em>.” Un altro rapporto dal <em>Times</em> di Londra ha rivelato che, nel 2010, nel corso di un’esercitazione militare saudita, le operazioni della difesa aerea furono interrotte per alcune ore, per provare uno scenario in cui aerei da combattimento israeliani avrebbero attraversato lo spazio aereo saudita, durante un attacco contro l’Iran. Altri media indipendenti riferiscono, e inoltre confermano, che aerei ed elicotteri delle forze aeree israeliane sarebbero recentemente sbarcati in Arabia Saudita allo scopo di posizionarvi attrezzature belliche da utilizzare in un possibile attacco contro l’Iran. In realtà, è uno dei piani degli ufficiali israeliani per utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, il vicino a sud-ovest dell’Iran, per lanciare un attacco contro le installazioni nucleari del paese a cui, apparentemente, i sauditi non sono riluttanti a dare il via libero a Tel Aviv, al riguardo.</p>
<p>In retrospettiva, i funzionari sauditi hanno espressamente ed esplicitamente denunciato il programma nucleare iraniano e invitato i funzionari degli Stati Uniti ed europei a stringere il cappio delle sanzioni economiche sul loro vicino  musulmano, come se non fossero a conoscenza del fatto che molti dei report del NIE e dell’AIEA abbiano confermato che l’Iran non cerca, e non cercava, armi nucleari, e che non ha mai deviato dalla strada percorsa per usare la tecnologia nucleare per scopi pacifici. Due anni fa, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo statunitense, il ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal, aveva detto che le sanzioni economiche non possono garantire che l’Iran si ritiri dal suo programma nucleare, e che una soluzione più efficace era necessaria per via delle “<em>minacce poste dalle ambizioni nucleari dell’Iran</em>“. Al-Faisal descrisse le sanzioni come una soluzione a lungo termine e disse che la minaccia proveniente dall’Iran era imminente. “<em>Vediamo la questione nel più breve termine, perché siamo più vicini alla minaccia. Abbiamo bisogno di un’immediata risoluzione, piuttosto che di una risoluzione graduale</em>“, disse. Il principe saudita non aveva specificato alcuna risoluzione a breve termine, ma sembrava che la sua opzione implicita, che non aveva escluso, fosse un intervento militare contro l’Iran.</p>
<p>I sauditi stanno anche cercando di convincere gli Stati Uniti e l’Europa che il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia alla loro sicurezza e che dovrebbe essere ostacolato al più presto possibile. Ecco perché molti funzionari statunitensi ed europei, nei loro incontri bilaterali con i funzionari sauditi, dicono che un “<em>Iran nucleare</em>” sarebbe dannoso per la sicurezza del Golfo Persico. “<em>Io capisco che il mondo arabo non possa permettere che l’Iran continui a sviluppare armi nucleari</em>“, aveva detto Frank-Walter Steinmeier, il leader del partito d’opposizione nel parlamento tedesco ed ex ministro degli esteri, in una riunione di febbraio con il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal.</p>
<p>L’ostilità del regno saudita verso l’Iran, tuttavia, è andato al di là della superficie. Nei mesi scorsi, quando la retorica bellica e per le sanzioni economiche contro Teheran fluttuava nell’aria, i funzionari sauditi avevano inviato il segnale di esser pronti a compensare eventuali carenze che potessero colpire il mercato del petrolio greggio, dopo che i ministri degli esteri degli Stati membri dell’UE raggiunsero un accordo per imporre l’embargo petrolifero contro l’Iran, che entrerà in vigore all’inizio di luglio. Secondo un rapporto di Associated Press, il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita aveva detto il 14 marzo che il suo paese e altri paesi esportatori di petrolio, erano pronti a compensare eventuali carenze degli approvvigionamento a causa della volatilità dei mercati, un apparente riferimento alla prova di forza con l’Iran sul suo programma nucleare.</p>
<p>In ogni caso, la posizione che Riyadh ha adottato nei confronti di Teheran è assolutamente in linea con le politiche anti-iraniane del regime israeliano. Ballano sulle note di Israele ed eseguono ciò che Tel Aviv desidera di più: isolare l’Iran, aumentando le pressioni contro il popolo e creando discordia al suo interno, per spingerlo a ribellasi al proprio governo. Tuttavia, ciò che è chiaro è che tali pressioni non possono mettere in ginocchio gli iraniani e svelano soltanto il vero volto dei nemici di questa nazione. Nel corso dei tre decenni dalla vittoria della rivoluzione islamica, l’Iran è stato costantemente bersaglio delle ostilità e dell’aggressività delle superpotenze mondiali e dei loro alleati, per cui le recenti politiche antagoniste e l’ostilità dell’Arabia Saudita non sono nulla di nuovo o sorprendente.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><em><strong>Kourosh Ziabari</strong> è un corrispondente iraniano, giornalista freelance e intervistatore. E&#8217; stato premiato in Finlandia da Ovi Magazine e dal Foreign Policy Journal. E’ membro della rete Tlaxcala dei traduttori per la diversità linguistica (Spagna). E’ anche membro World Student Community for Sustainable Development (WSC-SD). Gli articoli di Kourosh Ziabari sono apparsi in un certo numero di siti canadesi, belgi, italiani,  francesi e tedeschi.</em></p>
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&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font><br />
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		<title>Russia: tagliare la mano americana&#8230; e israeliana</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 21:28:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/russia-tagliare-la-mano-americana-e-israeliana/14777/" title="Russia: tagliare la mano americana&#8230; e israeliana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/get_img1.b3zgeanpppsssscw84kowc0s0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Russia: tagliare la mano americana&#8230; e israeliana" ></div></a>Di fronte alle interferenze americane nella politica russa, sono i media russi a beccare l&#8217;ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, Michael McFaul, fino al punto da fargliele ammettere! Ciò a causa dei suoi incontri con i dirigenti delle varie fazioni dell&#8217;opposizione russa, che egli si pregia di definire &#8220;non ufficiali, non organizzati e non addomesticati&#8221;. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/russia-tagliare-la-mano-americana-e-israeliana/14777/" title="Russia: tagliare la mano americana&#8230; e israeliana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/get_img1.b3zgeanpppsssscw84kowc0s0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Russia: tagliare la mano americana&#8230; e israeliana" ></div></a><p><font size="2">Di fronte alle interferenze americane nella politica russa, sono i media russi a beccare l&#8217;ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, Michael McFaul, fino al punto da fargliele ammettere!<br />
Ciò a causa dei suoi incontri con i dirigenti delle varie fazioni dell&#8217;opposizione russa, che egli si pregia di definire &#8220;non ufficiali, non organizzati e non addomesticati&#8221;. E anche per i suoi presunti legami con le ONG. Anche quando i suoi incontri sono supposti essere segreti ed il suo ufficio stampa s’è ben guardato dall’informare le autorità russe, egli si trova ormai messo di fronte ai media russi.</p>
<p>La sua ultima visita ad un presunto difensore dei diritti umani, Lev Ponomarev, durante il quale s’è trovato di fronte il canale televisivo NTV, non è un caso a sé. Ed è stata la stessa cosa quando ha ospitato un ricevimento per i leader dell&#8217;opposizione russa durante l&#8217;assedio dell&#8217;ambasciata. Mentre McFaul li accompagnava alla scalinata, lui ei suoi ospiti sono stati sorpresi da una folla di manifestanti, giornalisti e cameraman con le macchine fotografiche in mano. Alla testa di questi ultimi vi erano i corrispondenti di NTV. Rivolgendosi ai partecipanti russi all’incontro, la corrispondente di NTV ha chiesto loro: &#8220;Quanto avete preso dall&#8217;ambasciatore, quali sono le direttive che vi ha dato?&#8221;.</p>
<p>Numerosi Russi, e soprattutto i sostenitori di Putin, accusano gli americani d’interferire negli affari interni del loro Paese, fornendo assistenza finanziaria e logistica all&#8217;opposizione. Inoltre, Washington non si nasconde, col pretesto che essa fornisce sostegno alle “organizzazioni civili non governative”. Essa ha infatti dichiarato pubblicamente che avrebbe aumentato i fondi per queste organizzazioni, fino a raggiungere i 100 milioni di euro.</p>
<p>Le ingerenze americane avevano raggiunto il loro apice sotto la presidenza di Boris Eltsin. I vari ambasciatori degli Stati Uniti accreditati a Mosca lo raccontano senza vergogna.<br />
Nel suo libro &#8220;Una mano in Russia&#8221;, Strobe Talbot, ex ambasciatore in Russia, rivela che il 31 dicembre 1999, il presidente americano Bill Clinton lo aveva contattato dicendogli che il presidente Boris Yeltsin, ubriaco, nelle ore seguenti avrebbe presentato le sue dimissioni e designato ad interim Vladimir Putin.<br />
Quando Talbot chiese come ne era stato informato, Clinton rispose che era stato Ehud Barak (allora ministro israeliano della guerra), che l’aveva chiamato!</p>
<p>La diffusione dei tentacoli israeliani in Russia sono un segreto di Pulcinella. All’indomani della caduta dell&#8217;Unione Sovietica, è un ricchissimo del World Jewish Congress, uno dei suoi cinque vice-presidenti, con  doppia cittadinanza russa e israeliana, Vladimir Gusinsky, a fondare la televisione &#8220;più liberale&#8221; della Russia post-sovietica: la NTV, la stessa che attualmente becca l&#8217;ambasciatore degli Stati Uniti nelle sue discutibili visite. Da quando Putin è salito alla presidenza, questa televisione è passata sotto il controllo di Gazprom, il cui principale azionista è lo Stato.<br />
Per quanto riguarda Gusinsky, accusato di frode su scala mondiale, appropriazione indebita, riciclaggio di denaro ed evasione fiscale, egli è fuggito in Israele!</p>
<p><strong><em>(Assafir Informazioni)</em></strong><br />
</font></p>
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		<title>I satelliti israeliani spiano il territorio algerino</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 09:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-satelliti-israeliani-spiano-il-territorio-algerino/14749/" title="I satelliti israeliani spiano il territorio algerino"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/vue_de_satellite1.ai9iqbnkytc0kkko0kowgs000.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="I satelliti israeliani spiano il territorio algerino" ></div></a>Secondo una fonte mediatica algerina, Israele ha cambiato la traiettoria dei suoi satelliti spia nel 2010, per dirigersi verso il territorio algerino. Secondo il quotidiano algerino &#8220;al-Akhbar&#8221;, i servizi segreti israeliani hanno permesso di pubblicare delle foto di basi di missili terra-aria di fabbricazione russa, situate vicino alla capitale Algeri. Il giornale ha riportato che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-satelliti-israeliani-spiano-il-territorio-algerino/14749/" title="I satelliti israeliani spiano il territorio algerino"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/vue_de_satellite1.ai9iqbnkytc0kkko0kowgs000.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="I satelliti israeliani spiano il territorio algerino" ></div></a><p><font size="2">Secondo una fonte mediatica algerina, Israele ha cambiato la traiettoria dei suoi satelliti spia nel 2010, per dirigersi verso il territorio algerino.<br />
Secondo il quotidiano algerino &#8220;al-Akhbar&#8221;, i servizi segreti israeliani hanno permesso di pubblicare delle foto di basi di missili terra-aria di fabbricazione russa, situate vicino alla capitale Algeri.<br />
Il giornale ha riportato che il &#8220;famoso sito militare israeliano Divonos Ibadat ha pubblicato una serie di immagini riprese dal satellite spia israeliano Iros B e riguardanti alcune installazioni militari situate nelle città di Algeri, Boumerdès, Blida, nonché altre immagini della base aerea di Stato Oum al-Bawaqi, che si trova nella parte orientale del paese.<br />
Il sito in questione ha anche pubblicato immagini di estrema precisione, provenienti da centri decisionali statunitensi e britannici, di una base militare sita ad Awlad Fayet e di un&#8217;altra sita ad al-Gharaya, nella parte orientale del paese!<br />
&#8220;Le immagini hanno rivelato che il satellite ha ritrasmesso le postazioni militari israeliane in Algeria almeno dal 2006, seguendo tutte le modifiche che vi sono state apportate&#8221; , scrive il giornale.</font></p>
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		<title>Manovre fra &#8220;Israele&#8221;, Stati Uniti e Grecia nel Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 07:34:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/manovre-fra-israele-stati-uniti-e-grecia-nel-mediterraneo/14727/" title="Manovre fra &#8220;Israele&#8221;, Stati Uniti e Grecia nel Mediterraneo"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/201007270240581.6np36uv0bf8cwk4kwg0wc4c40.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Manovre fra &#8220;Israele&#8221;, Stati Uniti e Grecia nel Mediterraneo" ></div></a>Le Forze Armate della Marina di “Israele”, degli Stati Uniti e della Grecia stanno svolgendo un intenso addestramento al largo delle coste mediterranee. L’esercitazione – dal nome in codice “Noble Dina” – comprende la simulazione di combattimenti tra sottomarini ma anche battaglie aeree e interventi di protezione di piattaforme petrolifere marine, come informa il sito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/manovre-fra-israele-stati-uniti-e-grecia-nel-mediterraneo/14727/" title="Manovre fra &#8220;Israele&#8221;, Stati Uniti e Grecia nel Mediterraneo"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/201007270240581.6np36uv0bf8cwk4kwg0wc4c40.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Manovre fra &#8220;Israele&#8221;, Stati Uniti e Grecia nel Mediterraneo" ></div></a><p><font size="2">Le Forze Armate della Marina di “Israele”, degli Stati Uniti e della Grecia stanno svolgendo un intenso addestramento al largo delle coste mediterranee.<br />
L’esercitazione – dal nome in codice “Noble Dina” – comprende la simulazione di combattimenti tra sottomarini ma anche battaglie aeree e interventi di protezione di piattaforme petrolifere marine, come informa il sito sionista JSS News.<br />
L’esercitazione è iniziata il 26 marzo e dovrebbe concludersi il 5 aprile. A quanto riportano fonti greche, essa ha preso l’avvio da una base militare americana ubicata a Creta.<br />
Sembra che le navi impiegate consistano principalmente in sottomarini e in cacciatorpediniere. Aerei caccia dei tre Paesi prendono ugualmente parte alle prove.<br />
Secondo quanto afferma il sito greco Defencenet, parte delle esercitazioni avverranno al largo delle coste turche; proseguiranno al largo della costa meridionale di Cipro per concludersi nel porto di Haifa.<br />
Lo stesso sito ha riportato che nella simulazione le forze nemiche hanno caratteristiche che richiamano quelle dell’aviazione turca. </p>
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