<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>eurasia-rivista.org &#187; israele</title>
	<atom:link href="http://www.eurasia-rivista.org/tag/israele/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.eurasia-rivista.org</link>
	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 12:59:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=</generator>
	<atom:link rel="next" href="http://www.eurasia-rivista.org/tag/israele/feed/?page=2" />

		<item>
		<title>Quante guerre nel Vicino Oriente?</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/quante-guerre-nel-vicino-oriente/12773/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/quante-guerre-nel-vicino-oriente/12773/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 13:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[arabia saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Bahrein]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12773</guid>
		<description><![CDATA[Mai come ora l’area del Vicino Oriente sembra una polveriera pronta ad esplodere. La “Primavera Araba” ha causato la caduta di diversi regimi fino ad allora apparentemente stabili, come in Tunisia, Egitto e Libia. Le proteste popolari sono in continuo aumento, la guerra civile ha ormai preso piede in Siria e i Fondamentalisti Islamici guadagnano consensi. Soprattutto sembra che i preparativi per un’altra guerra siano già in atto. Fantageopolitica? Cosa succederebbe portando alle estreme conseguenze i segnali di fuoco che partono da ogni angolo del Vicino Oriente?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/quante-guerre-nel-vicino-oriente/12773/" title="Quante guerre nel Vicino Oriente?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12773&amp;w=80" width="80" height="60" alt="Quante guerre nel Vicino Oriente?" ></div></a><p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In effetti, sembrerebbe più corretto parlare di guerre, al plurale. Alcune di queste sono già in corso, altre vengono preparate e minacciate più o meno esplicitamente a seconda dei casi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Guerra alla “Primavera”</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’improvviso scoppio delle rivolte arabe ha costituito una sfida ideologica e geopolitica sia per Israele che per l’Arabia Saudita. Il rovesciamento di un leader arabo dopo l’altro ha profondamente innervosito la monarchia saudita; allo stesso tempo la rivolta sciita nel vicino Bahrein ha minacciato la stabilità interna del regno sunnita e l’egemonia sulla penisola vis-à-vis con l’Iran. Per Israele la cacciata di Mubarak, insieme a un improvviso peggioramento delle relazioni con la Turchia, ha significato la perdita di due alleati strategici e il crescente isolamento in un momento in cui il favore verso la causa Palestinese sembra crescere globalmente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I sauditi stanno affrontando la crisi con efficacia spietata: Riyadh, potendo fare affidamento su enormi riserve di denaro liquido, ha adottato un’aggressiva politica di spesa per mettere a tacere il dissenso sia in Arabia Saudita che in altri paesi della penisola araba, schiacciando velocemente la rivolta del Bahrein mentre l’Occidente guardava altrove.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La casa saudita ha inoltre sistematicamente cercato di interpretare le proteste scoppiate nella penisola in chiave settaria. Riyadh ha attribuito le proteste nella propria provincia orientale e in Bahrein alle presunte ingerenze di Teheran, sebbene i leader della minoranza sciita saudita e quelli della maggioranza sciita in Bahrein abbiano quasi sempre rivendicato la propria indipendenza ed essenzialmente basato le proprie richieste su principi non settari improntati alla giustizia sociale e ad una maggiore democrazia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo che il diffondersi delle rivoluzioni della Primavera Araba aveva costretto Riyadh sulla difensiva, lo scoppio della rivolta siriana ha permesso alla famiglia saudita di passare all’offensiva. La rivolta siriana ha presentato un’opportunità d’oro per dare agli eventi una direzione favorevole ai Sauditi e ad Israele. Se il regime di Assad dovesse essere deposto, preferibilmente da un governo filo occidentale e filo sunnita, l’Iran verrebbe privato del suo alleato chiave e del contatto con Hetzbollah. L’idea, che sia resa esplicita o no, ha fatto breccia sia a Washington che a Londra ed anche in Turchia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non vi è dubbio, infatti, che la campagna volta a isolare l’Iran a livello internazionale e quella volta a far capitolare il regime siriano, siano guidate anche dalla possibilità di spezzare l’asse siro-iraniano, e più in generale il cosiddetto “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>asse della resistenza</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” – che comprende anche Hezbollah, Hamas e i nazionalisti arabi. In altre parole, si sta assistendo a una convergenza di interessi fra l’intenzione di Washington di rovesciare Assad al fine di allontanare la Siria dall’orbita iraniana e isolare i movimenti della “resistenza” araba (Hamas e Hezbollah), e la volontà dei regimi del Golfo (in primo luogo dell’Arabia Saudita) di riportare la Siria nell’alveo arabo, e sunnita, isolando l’Iran sciita.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crisi siriana sta determinando una polarizzazione a livello regionale. In Libano, ad esempio, la coalizione del 14 marzo a guida sunnita, filo-occidentale e filo-saudita, si è schierata apertamente a sostegno dell’opposizione siriana, mentre Hezbollah, movimento notoriamente vicino all’Iran e leader della contrapposta coalizione, ha ribadito il proprio appoggio al regime di Damasco. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questo processo rischia parimenti di essere coinvolto l’Iraq. Baghdad si è opposta alla decisione della Lega Araba di imporre sanzioni alla Siria, non perché il governo iracheno sia un fantoccio di Teheran, ma in primo luogo per fondati motivi interni. Soprattutto, Baghdad teme che, se la Siria sprofondasse in una guerra civile, l’instabilità potrebbe estendersi al territorio iracheno. Il ritiro americano che si concluderà entro la fine di dicembre apre un vuoto di sicurezza in un paese in cui le tensioni fra l’emarginata comunità sunnita e la comunità sciita al potere stanno riemergendo. Queste tensioni potrebbero essere presto sfruttate e alimentate dall’Iran e dai paesi arabi sunniti, pronti ad occupare lo spazio lasciato vuoto dagli Usa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Nuova guerra a Gaza?</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sembra che sul versante israeliano si profili come sempre più probabile un </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/news/3270-lesercito-israeliano-minaccia-gaza-nuova-operazione-militare-in-arrivo"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">nuovo intervento</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nella Striscia di Gaza. La decisione circa la data dell’operazione dipenderà da diversi fattori- valutazioni di intelligence sui probabili obiettivi, condizioni climatiche, lo stato delle truppe regolari e delle riserve e soprattutto la situazione in Egitto. Il dilemma che si pone Israele è: agire mentre Tantawi e i suoi ufficiali sono ancora in carica? Il prossimo regime egiziano sarà presumibilmente anti-israeliano o comunque meno tollerante rispetto all’attuale governo. Inoltre la partecipazione dei Fratelli Musulmani crea un’affinità ideologica e anche geografica con il regime di Hamas nella Striscia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un’operazione militare a Gaza, sul modello di “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Piombo Fuso</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”, non lascerebbe indifferente il nuovo regime egiziano, che probabilmente invierebbe le proprie truppe come assistenza o come scudo per i civili. Israele quindi si troverebbe a scegliere tra la continuazione delle operazioni militari e quindi il rischio di un confronto con i soldati egiziani da un lato, e la sospensione delle operazioni nella speranza di evitare l’avvicinamento tra il nuovo Egitto ed Hamas dall’altro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questi fattori spingono Israele ad agire in fretta, prima del giugno-luglio 2012. D’altro canto, un’azione immediata potrebbe portare l’attuale regime militare a una fine anticipata: il popolo egiziano si ribellerebbe nuovamente al governo militare. Una dinamica del genere porterebbe a risultati elettorali sicuramente sfavorevoli a Israele. Il risultato finale sarebbe quindi un successo tattico ( per esempio, la decapitazione di Hamas a Gaza) ma un fallimento strategico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La stagione di cambiamento che ha rivoluzionato il Vicino Oriente ha reso paradossalmente la Giordania l’elemento più stabile tra i vicini di Israele. Non è un caso che il re di Giordania </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.peacereporter.net/articolo/31688/Israele-Palestina,+re+giordano+Abdullah+in+visita+a+Ramallah"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abdullah</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> II abbia visitato Ramallah di recente, boicottando Gerusalemme e gli uffici del primo ministro Netanyahu e del ministro degli esteri Lieberman. Dunque anche il confine con la Giordania sembra sempre più minato. In questo clima non ci sarebbe da sorprendersi se Israele decidesse di agire preventivamente attaccando Gaza, prima che anche quell’area diventi ingestibile. Le decisioni saranno prese a Gerusalemme dallo stato maggiore delle forze di sicurezza guidato da Gantz, ma dipenderanno dagli eventi dei mercati e delle piazze del Cairo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Guerra all’Iran</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il fatto che le politiche degli Usa in Iraq e in Afghanistan abbiano rafforzato enormemente l’Iran costituisce motivo di forte tensione per l’Occidente e i suoi alleati. La speranza di ammorbidire il regime islamico o di una nuova e più moderata fazione al potere sono state deluse. I politici di destra israeliani hanno da tempo dichiarato l’Iran una “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>minaccia per la loro esistenza</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” e spingono per un intervento militare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fallito il tentativo di costringere l’Iran a fermare i programmi di arricchimento nucleare, agli Usa, Israele e alleati non rimane che svelare le proprie intenzioni, intensificando le minacce di bombardare l’Iran. Sanzioni severe hanno colpito il regime iraniano e lo stanno spingendo sempre di più all’angolo. Incidenti misteriosi e sabotaggi in diverse installazioni militari iraniane continuano. Perfino funzionari americani, </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2011/12/has-a-war-with-iran-already-begun/249467/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">hanno confermato</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> – sebbene in via non ufficiale – l’esistenza di un programma di “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>operazioni sotto copertura</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” portato avanti da parte americana, a cui si aggiunge un “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>marcato attivismo</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” dei servizi israeliani. A conferma di ciò, domenica 4 dicembre, un sofisticato </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.peacereporter.net/articolo/31939/Iran%2C+il+Pentagono+ammette+di+aver+perso+i+contatti+con+un+drone"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">drone</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> americano dotato di tecnologia “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>stealth</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” (cioè, teoricamente invisibile ai radar) è caduto nelle mani degli iraniani (in pieno territorio iraniano, a oltre 200 chilometri dal confine con l’Afghanistan), mettendo in luce fino a che punto si sia spinto il programma di spionaggio americano ai danni dell’Iran.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come ha affermato </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2011/12/has-a-war-with-iran-already-begun/249467/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mark Hibbs</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, esperto nucleare presso il Carnegie Endowment, l’intensificarsi delle operazioni sotto copertura indica che Stati Uniti e Israele per il momento stanno concentrando le proprie energie su questo fronte, invece che su un attacco militare convenzionale. Tuttavia il timore è che “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>proseguendo su questa strada, scateniamo forze che non saremo in grado di controllare</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Risultato di tutto ciò è un Iran sempre più belligerante e un clima interno incandescente, come ha evidenziato la </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2011/11/20111129132554123213.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">presa violenta</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> dell’Ambasciata Britannica a Teheran. Tale assalto è avvenuto probabilmente con l’acquiescenza della Guida Suprema e dei suoi fedelissimi, all’indomani dell’imposizione di sanzioni contro la banca centrale iraniana da parte di Londra.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Guerra delle sanzioni</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Finora lo strumento preferito da Usa, Europa e Lega Araba restano le sanzioni economiche che sempre più severamente colpiscono Siria ed Iran. Tuttavia, a causa degli stretti rapporti economici con Damasco e Teheran, difficilmente Mosca e Pechino si allineeranno alle posizioni occidentali riguardo alla crisi siriana ed a quella iraniana. Al contrario, queste due grandi potenze potrebbero rappresentare una vitale “retrovia” per il regime di Damasco e la Repubblica islamica iraniana, e per i loro alleati regionali, in quella che si prefigura come una nuova guerra fredda ad altissima tensione, che rischia in ogni momento di sfociare in conflitti aperti nella regione dalla portata potenzialmente devastante.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quando i venti del cambiamento hanno raggiunto il popolo siriano, la Lega Araba non è corsa in aiuto di Assad, come aveva fatto nel caso del Bahrein. Non riuscendo a rompere il legame tra il regime di Assad e l’Iran, la Lega ha espulso la Siria, imponendogli sanzioni severe così come hanno fatto gli Usa e gli alleati occidentali. Man mano che la rivolta s’intensifica diventano sempre maggiori i rischi di una vera e propria guerra civile in un paese multi-etnico e multi-religioso com’è la Siria.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Libia l’Occidente ha potuto facilmente imporre una </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>no-fly zone</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e sostenere gli oppositori di Gheddafi; non può fare la stessa cosa in Siria, almeno non con la stessa facilità. In primo luogo perché parte della Siria è sotto occupazione israeliana e un attacco, soprattutto se fossero coinvolti alcuni stati arabi, potrebbe essere interpretato come una presa di posizione a favore di Israele. In secondo luogo, le capacità militari e difensive della Siria sono molto più elevate che in Libia. Il clan di Assad può contare ancora su un grande supporto, non solo fra gli Alawiti e tra le fila dell’esercito, ma anche fra diverse minoranze e forze laiche che temono la crescente influenza dei Fratelli Musulmani e dei Sauditi nella regione. Soprattutto, la Siria ha anche degli alleati su cui far affidamento.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il fatto che la rivolta popolare in Siria sia caduta ostaggio delle dinamiche geopolitiche regionali, e che la frammentata opposizione siriana sia sostenuta da tutti i nemici storici del regime di Damasco e dell’alleanza siro-iraniana, paradossalmente rafforza Assad ricompattando il fronte arabo nazionalista e le forze della “resistenza”, e addirittura lo stesso asse con Teheran. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sembra sempre più chiaro che la protesta popolare per una vita migliore, più giusta e più dignitosa sia stata soffocata in una lotta spietata per l’egemonia geopolitica, giocata sempre più su esplosive linee settarie. E come dice un proverbio africano, quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Corsa alle armi</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tutti si sentono insicuri e isolati, tutti si stanno armando fino ai denti, spostando forze e preparandosi per un eventuale confronto. Sembra quasi una nuova </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.reuters.com/article/2011/12/05/us-iran-coldwar-idUSTRE7B41GC20111205?feedType=RSS&amp;feedName=everything&amp;virtualBrandChannel=11563"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">guerra fredda</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, eccetto per il numero maggiore di attori indipendenti, cosa che rende il calcolo più complicato e i rischi molto più alti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Siria stanno affluendo crescenti quantitativi di </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.strategic-culture.org/pview/2011/12/02/iran-and-the-strategic-encirclement-of-syria-and-lebanon.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">armi</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> attraverso il confine giordano, turco e libanese e gli analisti affermano che il traffico bellico proveniente dall’estero potrebbe intensificarsi rapidamente. Fra l’altro, alla fine di novembre il </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8919057/Leading-Libyan-Islamist-met-Free-Syrian-Army-opposition-group.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Daily Telegraph</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha rivelato la poco rassicurante notizia di colloqui segreti tra i ribelli siriani e le nuove autorità libiche, le quali avrebbero offerto armi e addestratori. Dai paesi del Golfo starebbero invece giungendo all’opposizione in Siria soprattutto ingenti finanziamenti e materiale per le telecomunicazioni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/ML02Ak01.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nato</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha stabilito un centro di comando e controllo nella provincia meridionale turca di Hatay, dove truppe britanniche e intelligence francese stanno addestrando l’Esercito Libero Siriano (ELS). L’obiettivo: fomentare una guerra civile che inghiotta il Nord della Siria</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ora arriva la conferma, attraverso il sito web dell’ex informatore del FBI </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.boilingfrogspost.com/2011/12/11/bfp-exclusive-developing-story-hundreds-of-us-nato-soldiers-arrive-begin-operations-on-the-jordan-syria-border/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sibel Edmonds</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, che la manovra sta effettivamente avvenendo e che coinvolge anche la Giordania. Edmonds cita fonti locali secondo cui “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>centinaia di soldati che parlano lingue diverse dall’Arabo si stanno muovendo avanti e indietro tra la base aerea di King Hussein ad al-Mafraq e villaggi giordani adiacenti al confine siriano</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Diversi sono gli scenari ipotizzabili e i più pessimistici diventano anche i più probabili con il passare dei giorni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Siria, se Assad si decidesse ad abbandonare i suoi legami con l’Iran, la Lega Araba potrebbe cercare una via d’uscita dalla crisi e salvare così il suo regime. Se l’insurrezione si espandesse e il regime siriano cedesse alle pressioni interne ed esterne per accettare una “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>exit strategy</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”, la crisi potrebbe essere evitata. Ad ogni modo, questi scenari sembrano meno probabili giorno dopo giorno. La storia ci insegna infatti che i dittatori non sono capaci di imparare dal passato.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Rimangono altri scenari, incluso il più pericoloso. Dal momento che le sanzioni non fermeranno la repressione del regime siriano, nessuna </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>no fly-zone</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> può essere imposta. L’aviazione siriana e il sistema di difesa aereo non la rispetterebbero, causando un’escalation nel conflitto aereo e la possibilità di coinvolgere paesi occidentali e arabi nel bombardamento di installazioni siriane. Il regime siriano potrebbe decidere di non aspettare la sua caduta, e potrebbe provare a provocare Israele con il lancio di missili oppure coinvolgere Hetzbollah a fare lo stesso; Hetzbollah, sapendo che la maggior parte della sua forza deriva dai suoi alleati siriani e iraniani, potrebbe acconsentire. Diversamente che nell’invasione dell’Iraq del 1991 quando gli Usa hanno dissuaso Israele dal rispondere agli attacchi missilistici iracheni, il governo israeliano molto probabilmente stavolta risponderebbe con la forza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se Israele dovesse entrare in scena, il quadro cambierebbe drammaticamente. Nessun paese arabo, neanche l’Arabia Saudita, l’Unione degli Emirati Arabi o il Qatar oserebbero schierarsi al suo fianco. Alla fine, il regime iraniano, vedendo i suoi due principali alleati minacciati e sapendo di essere il prossimo sulla lista, potrebbe iniziare a supportarli più attivamente, cosa che aumenterebbe di molto le probabilità di un bombardamento dell’Iran da parte degli Usa e di Israele. Il ritiro statunitense dall’Iraq inoltre rende possibile per i jet israeliani attraversare lo spazio aereo iracheno senza il permesso statunitense. Molti però sostengono che il costo di tale attacco autonomo sarebbe troppo alto per Israele.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo scenario ottimistico per l’Iran sarebbe ovviamente quello di cedere alle pressioni interne e internazionali e rispettare le misure imposte dall’AIEA. Altrimenti, dal momento che le sanzioni non fermeranno le sue ambizioni, l’Occidente potrebbe ricorrere a bombardamenti chirurgici delle installazioni militari, cosa che potrebbe spaventare il regime islamico e costringerlo quindi a fermare i piani di arricchimento. Tuttavia ciò appare molto improbabile dal momento che la posizione del leader supremo Khamenei e le fazioni a lui vicine ne uscirebbe notevolmente indebolita. Lo scenario più probabile è che dopo un attacco il regime si muoverebbe immediatamente per rispondere con la forza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ad esempio, chiudere lo stretto di Hormuz semplicemente affondando una nave bloccherebbe il passaggio di circa 15 milioni di barili, o del 40% del traffico internazionale di petrolio giornaliero. Il nuovo oleodotto di </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.peacereporter.net/articolo/25499/E%27+pronto+l%27oleodotto+degli+Emirati+che+evita+lo+stretto+di+Hormuz"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abu Dhabi</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che bypassa lo stretto e che diventerà operativo a dicembre, sarà capace di convogliare solo 2 milioni circa di barili al giorno, e non sarebbe quindi capace di bilanciare l’enorme impatto negativo sulla fornitura globale e sul prezzo del petrolio. Il regime iraniano potrebbe anche coinvolgere gli alleati sciiti iracheni e gli Hazara afghani nel conflitto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Iran non può essere paragonato all’Iraq, all’Afghanistan o alla Libia. Il regime islamico ha capacità militari molto più ampie. È un paese molto più grande con la capacità di mobilitare una sezione della popolazione così come i suoi legami regionali. Se ricordiamo i fallimenti dell’Occidente nelle guerre relativamente più semplici in Iraq e in Afghanistan, e come queste “missioni” non possano neanche lontanamente essere considerate compiute (checché ne dicano i loro fautori), possiamo solo immaginare i risultati di una guerra molte volte più grande e complessa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Qualsiasi conflitto armato fra questi attori di sicuro si propagherà ben oltre i confini dei principali stati belligeranti. Con i loro fragili sistemi politici e le divisioni settarie altamente sensibili, i primi ad essere risucchiati in questo vortice sarebbero il Libano e l’Iraq. Considerando i recenti attacchi settari, l’Afghanistan potrebbe essere il terzo. Nel lungo periodo, una guerra regionale avrebbe profonde conseguenze sociopolitiche ed umane, anche al di fuori della regione e specialmente in Occidente, ad esempio nella forma di immigrazione di massa, rifugiati e terrorismo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Senza dubbio il regime islamico sarebbe alla fine sconfitto, ma il risultato finale sarebbe un Iran disintegrato e il caos in Iraq, Siria, Libano e Afghanistan. Nessuno ne beneficerebbe. La prima vittima di una guerra regionale sarebbe la “Primavera Araba”. Ma i governi occidentali non sembrano far caso a questa realtà. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;">* Nerina Schiavo è laureanda in Relazioni Internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma</span></em> </span></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/quante-guerre-nel-vicino-oriente/12773/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nel mezzo di guerre di fede e di droni</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/nel-mezzo-di-guerre-di-fede-e-di-droni/12767/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/nel-mezzo-di-guerre-di-fede-e-di-droni/12767/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 02:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Rivolte Arabe]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12767</guid>
		<description><![CDATA[L’ascesa dei partiti islamici terrorizza Israele. E così sulla sponda Sud del mediterraneo sono tornati a volare i droni, i velivoli che non hanno bisogno di pilota perché basta schiacciare da lontano un bottone, e la macchina parte e bombarda scatenando le guerre senza uomini. Sono le unmanned wars (così le chiamano) nelle quali traiettorie e bersagli da colpire sono decisi da cerchie di tecnici e politici che sfuggono ad ogni controllo poiché non hanno le salme dei propri soldati di cui devono dar conto. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/nel-mezzo-di-guerre-di-fede-e-di-droni/12767/" title="Nel mezzo di guerre di fede e di droni"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12767&amp;w=80" width="80" height="74" alt="Nel mezzo di guerre di fede e di droni" ></div></a><p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’ascesa dei partiti islamici terrorizza Israele. E così sulla sponda Sud del mediterraneo sono tornati a volare i droni, i velivoli che non hanno bisogno di pilota perché basta schiacciare da lontano un bottone, e la macchina parte e bombarda scatenando le guerre senza uomini. Sono le <em>unmanned wars</em> (così le chiamano) nelle quali traiettorie e bersagli da colpire sono decisi da cerchie di tecnici e politici che sfuggono ad ogni controllo poiché non hanno le salme dei propri soldati di cui devono dar conto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto accade perché l’Egitto si è affidato ad <em>Allah</em>. L’altra settimana, quando sono stati diffusi dalla commissione elettorale i primi risultati ufficiali delle elezioni che si concluderanno a gennaio, si è profilata una maggioranza assoluta islamista nel futuro parlamento egiziano. Infatti, i gruppi di ispirazione religiosa hanno stravinto ottenendo più del 65 per cento dei consensi. I Fratelli musulmani, ufficialmente al bando ma semi-tollerati sotto Hosni Mubarak¹ hanno ottenuto il 36,62 per cento, gli integralisti salafiti di <em>Al-Nur</em> il 24,36 per cento, il moderato <em>Al-Wasat</em> il 4,27 per cento. Non è possibile ipotizzare quanti seggi otterrà ciascuna coalizione perché con questo sistema elettorale bisogna attendere tutti i dati nazionali per conoscerne la ripartizione. Tuttavia quel che si può desumere dai risultati finora forniti è che il Partito della Libertà e della Giustizia dei Fratelli musulmani ha ottenuto 3 milioni e 560mila voti sui 9 milioni e 730 milioni di voti validi, mentre ai salafiti di <em>Al-Nur</em> sono andati 2 milioni e 370 mila voti e al partito <em>Wasat</em> 415.590 voti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I numeri, evidentemente, si devono ancora assestare, ma i rapporti di forza nel più popoloso paese arabo confermano che dopo la cosiddetta “primavera araba” c’è la volontà – in tutto il Nord Africa – di realizzare un nuovo ordine sociale su base religiosa. E’ una spinta che proviene dal basso, e – come sostiene Gilles Kepel² &#8211; essa rappresenta il rimedio o meglio ancora l’alternativa ogni qual volta le identità imposte dall’alto non soddisfano. Infatti, se nell’analisi dei fatti nei quali sono coinvolte le religioni si accantonano gli strumenti analitici di impostazione cristiana, si scopre che il fondamentalismo prima di ogni altra cosa difende o afferma i valori della fede, la quale non può essere sepolta sotto frasi d’effetto come “il tribalismo rinato” per spiegare gli eventi degli ultimi tempi. In ogni caso le credenze, islamiche, ebraiche, cristiane, indù, (l’elenco potrebbe continuare), non possono essere svalutate facilmente poiché ciascuna religione non è in una posizione completamente irrazionale dal momento che in ogni caso essa privilegia la ragione. Dopo tutto, la via del dialogo cosmopolita si percorre imparando a conoscere i percorsi storici di ogni singola fede, cercando di coglierne le somiglianze e le differenze. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Egitto i risultati seppure parziali indicano comunque l’affermarsi di un blocco religioso che con ogni probabilità conquisterà la maggioranza del Parlamento. I numeri, ripeto, si devono ancora assestare, ma il quadro si è già delineato poiché lo schieramento laico e liberale prevede di riuscire a conquistare non più di un quinto dei voti destinati alle liste di partito. Cosicché nel giro di qualche mese, le chiavi della politica egiziana saranno custodite nel pretenzioso palazzotto pseudo barocco, costruito in pochi mesi dai Fratelli musulmani nella periferia di Moqattam e pagato, si dice, con i soldi dell&#8217;Arabia Saudita (un miliardo di dollari di finanziamenti). Se poi i Fratelli musulmani per governare dovessero coalizzarsi con i salafiti potrebbero dover accettare l’introduzione di una buona dose di leggi coraniche³. Il che potrebbe voler dire: divieto per le donne, o gli appartenenti alle minoranze religiose, di occupare incarichi dirigenziali, divieto di consumare bevande alcoliche, di diffondere l’arte non islamica e il divieto del turismo balneare. Questo accade perché, come ricorda Lawrence Sudbury⁴, siccome «in tutto il Corano ogni riferimento ad <em>Allah</em> avviene con il pronome di terza persona maschile, risulta chiaramente la qualità evidentemente e prettamente maschilista dell’Islam, che non lascia alcuno spazio ad alcuna forma di femminilizzazione del divino. Almeno apparentemente». </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In buona sostanza quella che è stata definita la “primavera araba” è tra i fenomeni più interessanti e disarmanti del mondo del dopo-muro diventato globalizzato. Essa ha conquistato &#8211; continuando a mantenerla &#8211; la ribalta sebbene molti autorevoli osservatori culturali occidentali sentenziassero che la religione non avrebbe più giuocato un ruolo importante negli avvenimenti del mondo. Nemmeno l’Iran che ha dato l’ avvio al fondamentalismo religioso era stato tenuto in considerazione, poiché s’è continuato per molti anni a considerare quella vicenda come un fenomeno isolato, proprio della componente rivoluzionaria della quale la religiosità sciita si vanta. Sono valutazioni oggi smentite dagli avvenimenti che delineano la prospettiva di grandi masse governate dall’autorità dei testi sacri. Questo sgomenta in Occidente e altrove. Ne è un esempio recente l’ennesima barriera che Israele sta costruendo lungo i suoi confini. Non a caso il progetto riguarda la frontiera egiziana, che dopo la rivoluzione che ha deposto Hosni Mubarak per le autorità israeliane è diventata potenzialmente molto pericolosa. Esso prevede una barriera alta poco meno di 5 metri e lunga 225 chilometri, tanto misura appunto il confine con l’Egitto da Rafah a Ein Netafim. I lavori proseguono come sono iniziati e cioè con ritmi forsennati. Entro il prossimo gennaio la recinzione (sormontata da filo spinato, torri di controllo alte 30 metri, telecamere di sicurezza e allarmi laser) avrà coperto i primi cento chilometri. Si dovrebbe completare nell’ottobre 2012. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l’analisi del Washington Post⁵, la barriera sarebbe un’ulteriore conferma dell’isolamento (sempre più imbarazzante per il governo americano) di Israele in Medio Oriente. Eppure, le affinità culturali e spirituali tra le genti di quella sponda del Mediterraneo ci sarebbero poiché come spiega Lawrence Sudbury, «il Giudaismo è con l’Islam la religione più rigidamente monoteistica: il “tawheed” (la concezione dell’unicità di Dio) è così fondamentale che la prima frase della “Shahadada”, la dichiarazione di fede che costituisce il primo pilastro dell’Islam, proclama, in modo non dissimile dal “Sh’ma Yisrael” ebraico, il più inequivocabile credo monoteistico (“Ash-hadu an laa ilaaha illallah”, letteralmente “io testimonio che non vi è alcun Dio all’infuori di Allah”)». Naturalmente queste sono citazioni che gli studiosi si scambiano e sono perciò elitarie. Dopo tutto gli aspetti religiosi vanno sempre verificati nei luoghi dove la gente vive e lotta per sopravvivere. Pertanto &#8211; per rimanere in tema &#8211; Mohamed Morsy, il presidente del Partito della Libertà e della Giustizia dei Fratelli musulmani, per tutelarsi i consensi dovrà recuperare anche quei militanti che scrivono su Facebook o urlano dai marciapiede che le «donne non possono essere parlamentari perché la carica sarebbe troppo pesante per loro». E che così facendo rischiano di compromettere quell’immagine di Islam moderato che il Partito propaganda per non allarmare l’Occidente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">D’ altro canto pure la tradizione cattolica è costretta a inseguire la gente che si muove ansiosa e disorientata &#8211; tra mondi tecnologici avanzati e fenomeni come «guarigioni, visioni celestiali, interventi provvidenziali» &#8211; alla ricerca di nuove conferme poiché la modernità ha spostato l’attenzione dal passato al presente, o per essere più precisi: il passato è stato messo da parte per dar maggior risalto al tempo reale. Che comunque si dipana sia con modelli di comportamento orientati dal consumismo e dal piacere, sia con modelli di controllo che tengono a freno determinati impulsi o ne sollecitano degli altri. Accade in tutte le comunità con una cultura a prevalenza religiosa in ogni angolo di mondo. Pure questo è un fenomeno nuovo legato alla globalizzazione. Soprattutto in quei luoghi dove a far da fondale sono gli spostamenti di masse di lavoratori che emigrano e di flussi di rifugiati. Costoro rappresentano l’Altro, l’estraneo, l’emarginato sul quale l’attenzione dei religiosi si appunta poiché più di ogni altro essere umano è come la “ruota dentro la ruota” di Ezechiele, cioè uno strumento di diffusione di un insieme di valori culturali che il mercato, il consumismo inevitabilmente vorrebbe cancellati. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Malauguratamente il mondo dei media si è trovato del tutto impreparato a spiegare il rapporto vero tra modernità e nuova religiosità, tra i sacri testi e il capitalismo informatico. Va pure aggiunto che esso non ha fatto nulla o quasi nulla per aggiornarsi. Tutto è improntato alla superficialità. Infatti, quasi sempre i panorami mediatici sulle religiosità si soffermano sugli aspetti più folclorici, più truculenti, più sensazionali offrendo immagini deformate che si ripercuotono su scala globale. Un esempio tra i tanti è la frase di Manuele II Paleologo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava» che Papa Ratzinger⁶ ebbe (http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo=La gaffe di Ratisbona#) l&#8217;infelice idea di citare a Ratisbona, e che rilanciata in maniera esponenziale dai media ancora oggi – cinque anni dopo &#8211; scatena violente reazioni nel mondo islamico ogni volta che le circostanze ne stimolano il ricordo. Oppure come è accaduto di recente ha offerto il pretesto al presidente iraniano Ahmadinejad di ricordare come, malgrado i valori cristiani contengano un ripudio della violenza, «tutte le guerre del XX secolo sono state provocate da nazioni europee e dagli Stati Uniti». </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A far da sfondo nello scenario del mondo globalizzato c’è il capitalismo consumistico determinato con tutti i mezzi delle tecnologie della comunicazione ad imporre gli stili di vita consumistici. E’ una cultura che viaggia su spazi incommensurabili dove ha conquistato posizioni prioritarie. Siccome essa mira soltanto al trionfo del profitto, essa non incoraggia la conoscenza della fede, della spiritualità, dei valori culturali. Anzi si adopera per offrirne un’immagine stemperata e distorta nel tentativo non ultimo di far implodere il tempo in un presente perenne, il quale possiede la pericolosa capacità di attenuare la memoria e di svuotare la speranza di significati. Insomma, il mondo dell’istante e dell’immediato è allo stesso tempo il mondo del consumo il quale per principio investe sul futuro. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Stando così le cose, ogni giorno di più sembra di vivere nella commedia dell’assurdo come lo è l’impiego del drone, al quale Obama ricorre assai più sistematicamente di Bush. Infatti l’altro giorno uno di quei velivoli ha sorvolato Iran che l’ha abbattuto. Naturalmente altri velivoli senza pilota volano anche in Afghanistan, hanno volato in Libia e continuano a volare su paesi come la Siria, lo Yemen. Siccome i droni sono gestiti dalla Cia ai cittadini è pressoché impossibile bloccare i governi che impartiscono quegli ordini di morte. Va pure detto che le nuove regole imposte dal mercato del consumo si impongono più rapidamente <span style="color: #000000;">e con</span><span style="color: #000000;"> più efficacia eludendo la legge internazionale, sottraendole ai controlli democratici, alimentando i conflitti.</span><span style="color: #000000;">Lo scandalo è che nessuna discussione seria è iniziata, tra europei e americani, sul futuro in cui siamo entrati e che la “primavera araba” per molti versi suggella. Eppure ce ne sarebbero di cose da ripensare.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><em><strong>* Vincenzo Maddaloni è giornalista e saggista</strong></em></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">¹ </span><a href="http://www.vincenzomaddaloni.it/?p=1082">http://www.vincenzomaddaloni.it/?p=1082</a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">² </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Kepel">http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Kepel</a></p>
<p align="JUSTIFY">³ <a href="http://www.reuters.com/article/2011/12/02/us-egypt-election-idUSTRE7AR08V20111202">http://www.reuters.com/article/2011/12/02/us-egypt-election-idUSTRE7AR08V20111202</a></p>
<p align="JUSTIFY">⁴ <a href="http://www.lawrence.altervista.org/"><span style="font-family: Verdana,serif;">http://www.lawrence.altervista.org/</span></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">⁵</span><a href="http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/on-israels-uneasy-border-with-egypt-a-fence-rises/2011/11/28/gIQAZt19JO_story.html">http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/on-israels-uneasy-border-with-egypt-a-fence-rises/2011/11/28/gIQAZt19JO_story.html</a></p>
<p align="JUSTIFY">⁶ http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo=La gaffe di Ratisbona#</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/nel-mezzo-di-guerre-di-fede-e-di-droni/12767/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Francesco Brunello Zanitti: &#8220;Progetti di egemonia&#8221;. Recensione e intervista all&#8217;autore</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-recensione-e-intervista-allautore/12764/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-recensione-e-intervista-allautore/12764/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 13:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12764</guid>
		<description><![CDATA[Perché gli Stati Uniti sono vicini a un Paese così distante sia culturalmente che geograficamente? Questo è l’aspetto più interessante del libro Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto, poiché evidenzia come gli interessi di questo legame speciale risiedano non solo in questioni “morali”, ma soprattutto economiche. La cosiddetta Israel Lobby, di cui anche Walt e Mearsheimer hanno recentemente parlato in un loro libro, è portatrice di grandi interessi (in termini di pecunia) e spinge affinché Israele non sia minacciata dagli stati arabi confinanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-recensione-e-intervista-allautore/12764/" title="Francesco Brunello Zanitti: &#8220;Progetti di egemonia&#8221;. Recensione e intervista all&#8217;autore"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12764&amp;w=80" width="80" height="56" alt="Francesco Brunello Zanitti: &#8220;Progetti di egemonia&#8221;. Recensione e intervista all&#8217;autore" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://ildemocratico.com/2011/12/18/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-neoconservatori-statunitensi-e-neorevisionisti-israeliani-a-confronto/" target="_blank">Il Democratico</a>&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="font-size: medium;">Sempre più spesso Stati Uniti e Israele appaiono come due facce della stessa medaglia, questo perché la loro <em>special relationship</em> è qualcosa che va aldilà di un semplice credo politico, ma arriva quasi al trascendentale. Due nazioni distanti fra loro, per posizione e storia, ma accomunate dall’idea della propria superiorità morale, dalla convinzione che esse siano le “prescelte” e, perciò, entrambe portatrici sane di un “eccezionalismo” di fondo, abbondantemente e continuamente propagandato. Ecco perché Neoconservatori da una parte e Neorevisionisti dall’altra presentano degli elementi che li accomunano. Ma questi elementi bastano, di per sé, a legare le due nazioni? Perché, dunque, gli Stati Uniti sono vicini a un Paese così distante sia culturalmente che geograficamente? Questo è l’aspetto più interessante del libro <em>Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</em>, poiché evidenzia come gli interessi di questo legame speciale risiedano non solo in questioni “morali”, ma soprattutto economiche. La cosiddetta <em> Israel Lobby</em>, di cui anche Walt e Mearsheimer hanno recentemente parlato in un loro libro, è portatrice di grandi interessi (in termini di <em>pecunia</em>) e spinge affinché Israele non sia minacciata dagli stati arabi confinanti.L’approccio atlantista è di sicuro effetto fra “Noi Occidentali”, grazie anche ai mezzi di comunicazione che lo supportano: Israele, dopotutto, è l’unico “baluardo occidentale” all’interno di una regione a “connotazione araba”, e noi, gli occidentali, siamo spinti a credere che la difesa di tale territorio sia prioritaria. Dopotutto, dopo la “Liberazione” del 1945, l’Europa si è sempre più sentita “in debito” con uno Stato che non ha mai nascosto il fatto di ritenersi superiore al resto del mondo: gli USA, la nazione <em>bound to lead</em>, ci inducono ad abbracciare e a ritenere giuste le cause che loro stessi abbracciano, anche se i motivi sono economici piuttosto che idealistici. Troppo spesso gli esperti, i vari studiosi, ma anche gli stessi <em>mass media</em> giocano sulla indubbia somiglianza dei concetti “antisemita” e “antisionista”, portando chi ascolta (e troppo spesso non ha conoscenza di ciò di cui si parla) a ritenere che salvare Israele significa salvare il popolo ebraico e che chi critica gli israeliani è, per partito preso, un antisemita. Gli Stati Uniti non sono da meno e, seguendo i propri enormi interessi economici (ricordiamoci che la <em>Lobby</em> ha al suo interno personaggi di spicco del mondo politico statunitense e non solo, e che è in grado di influenzare notevolmente i risultati elettorali all’interno della nazione), incitano l’Occidente alla salvaguardia di Israele. E lo fanno anche se ciò significa l’uccisione di centinaia di innocenti, se implica l’uso smodato della forza militare, o se va contro lo <em>ius cogens</em>. Come è possibile, dunque?</p>
<p>Il libro di Brunello Zanitti è molto interessante perché aiuta il lettore a capire non solo le origini della nascita dei due movimenti politici di riferimento, ma anche perché si addentra nelle dinamiche che la nascita di tali partiti ha creato, offre spiegazioni puntuali rispetto ad avvenimenti storici del passato e apre la strada all’interpretazione dei nuovi possibili scenari futuri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il tuo libro è molto interessante perché  delinea degli elementi comuni fra due movimenti politici distanti fra di loro, non solo geograficamente ma anche ideologicamente. Da una parte un movimento che nasce dalla sinistra democratica disillusa, dall’altra vediamo un movimento ultraconservatore. Come mai hai voluto concentrare la tua analisi su questo argomento? C’è stato qualche particolare elemento o avvenimento, più o meno recente, che ti ha spinto ad approfondire questo tema e a elaborare la tua tesi?</strong></em></p>
<p>La scelta di questo argomento è dovuta al mio interesse per il conflitto tra israeliani e palestinesi, contraddistinto storicamente da un particolare ruolo svolto dagli Stati Uniti. Alcuni avvenimenti recenti mi hanno spinto ad approfondire questa tematica, ad esempio l’intervento statunitense contro l’Iraq nel 2003 e, pochi anni dopo, la guerra tra Israele e Libano del 2006, così come l’operazione “Piombo Fuso” contro Gaza tra dicembre 2008 e gennaio 2009. In tutti questi eventi di guerra riscontravo una certa somiglianza e una medesima “giustificazione morale”, nonostante i contesti diversi. Gli interventi militari furono favoriti dai gruppi politici al potere a quell’epoca, neoconservatori negli Stati Uniti e destra israeliana neorevisionista nello Stato ebraico. A questo proposito, prendendo spunto da alcuni articoli di autori israeliani e statunitensi che già avevano analizzato le possibili similitudini tra i due movimenti, su tutti, come ricordo nel libro, l’articolo di Ilan Peleg e Paul Scham <em>Israeli Neo-Revisionism and American Neoconservatism: The Unexplored Parallels</em> pubblicato nel 2007 sul “The Middle East Journal”, ho messo a confronto <em>neocons</em> e rappresentanti del <em> Likud</em>, soprattutto per quanto riguarda l’adozione di simili procedure in politica estera. Fermo restando che siano esistiti medesimi obiettivi, soprattutto negli ultimi anni, non ho presentato un disegno cospiratorio o un comune progetto politico. A questo proposito ho utilizzato numerosi articoli, pubblicati nel periodo che va dagli anni ’70 al 2000, nei quali si può individuare il pensiero degli appartenenti a queste correnti. Ho analizzato anche le idee degli intellettuali che successivamente non hanno ricoperto cariche pubbliche nei rispettivi Paesi, ma senza dubbio il loro pensiero politico ha influito decisamente nelle successive scelte in politica estera. La rivista dei neoconservatori “Commentary” è stata fondamentale per comprendere le idee dei due gruppi, diverse a seconda dei contesti storici, la maggior parte delle quali sono state messe coerentemente in pratica, soprattutto tra il 2001 e il 2008.</p>
<p>Vorrei comunque ricordare che un altro aspetto che mi ha spinto ad approfondire l’analisi di questi due movimenti sono stati l’avversione e i pregiudizi che percepivo nei confronti dei musulmani, causati soprattutto dagli eventi dell’11 settembre, ma in generale verso le culture diverse da quella occidentale. Il tema dello “scontro tra civiltà”, paradossalmente favorito dagli stessi <em>neocons</em> a causa della loro ideologia fortemente intrisa da interventismo ad ogni costo (economico e militare), così come dalla percezione di minacce continue, è un aspetto che considero molto importante. Questi due gruppi, non tenendo conto delle differenze culturali e se effettivamente una determinata società ha il desiderio di adottare particolari sistemi di stampo occidentale, hanno favorito questo “scontro” per motivazioni di carattere geopolitico ed economico, nascoste da giustificazioni di tipo morale per il diritto-dovere statunitense e occidentale di esportare il modello corretto e legittimo di società.</p>
<p><em><strong>Nella tua analisi mi ha colpito il riferimento che fai alla cosiddetta “lobby ebraica”. Se ne è sentito parlare abbastanza di recente con il libro, a cui tu peraltro fai riferimento, di Walt e Mersheimer. Come loro, anche tu abbracci l’idea che questa lobby influenza la politica estera statunitense, sempre rivelatasi filoisraeliana. Fino a che punto ritieni che questa abbia pesato nelle scelte di Washington e perché? Si può affermare che il suo ruolo si è evoluto?</strong></em></p>
<p>Il sistema politico statunitense consente a diversi gruppi di pressione d’influenzare la politica interna ed estera. Esiste anche la cosiddetta <em>Israel Lobby</em> che influisce sulla politica estera del Paese in Vicino Oriente e ha naturalmente un importante peso in termini elettorali. Nonostante sia una lobby molto potente e organizzata che pubblicizza le proprie azioni, non ritengo sia l’unico gruppo di pressione o il più importante, ma in ogni caso il suo ruolo si è evoluto nel tempo. L’appoggio statunitense nei confronti d’Israele, soprattutto a partire dagli anni ’60 è spiegato in diversi modi e la lobby ha avuto in questo senso un ruolo fondamentale. Nel contesto della Guerra Fredda, lo Stato ebraico rappresentava strategicamente gli interessi del blocco guidato dagli Stati Uniti in Vicino Oriente, contenendo l’ascesa sovietica nell’area, una zona vitale per gli interessi energetici. Israele era considerato un baluardo della democrazia, della libertà e dei valori occidentali contrapposti al comunismo, nonostante l’Unione Sovietica abbia favorito la nascita del paese nel 1948; il legame tra URSS e Israele entrò in crisi per la sempre più stretta relazione israelo-statunitense e per il rapporto privilegiato che Mosca stabilì con alcuni Stati arabi. Nonostante il rapporto di <em>special relationship</em> tra Israele e Stati Uniti, ci sono stati momenti storici in cui alcune amministrazioni statunitensi non hanno avuto una linea totalmente filo-israeliana, come avvenuto durante l’epoca di maggiore influenza neoconservatrice. Fino agli ’70 la comunità ebraica statunitense era tradizionalmente vicina a posizioni <em>liberal</em> più che all’universo rappresentato dal Partito Repubblicano; i <em>neocons </em> criticarono proprio la scarsa politica filo-israeliana del Partito Democratico e per questo motivo si spostarono verso i repubblicani di Ronald Reagan. Esistono altre motivazioni di tipo morale, accentuate dai <em>neocons</em>: si ritiene che Israele sia una democrazia, moralmente superiore ai paesi arabi e circondata da una serie di nemici intenzionati a distruggerlo; Israele condivide i medesimi valori occidentali ed esistono, inoltre, motivazioni di carattere religioso da non sottovalutare. Negli Stati Uniti i sionisti cristiani ritengono necessario un concreto sostegno a Israele poiché la Bibbia attesta l’esistenza dello Stato ebraico come volontà divina.</p>
<p>La seconda comunità ebraica a livello mondiale risiede negli Stati Uniti e anche per questo motivo esercita una considerevole pressione politica. Sarà interessante valutare come agirà Obama in questi mesi in vista delle elezioni del prossimo anno.</p>
<p><em><strong>Nella tua analisi delinei, con riferimenti ad avvenimenti storici più  o meno recenti, quali sono le caratteristiche di questa special relationship fra i due Paesi e come tale rapporto è nato. Questa situazione sembra essersi ben consolidata nel tempo. Quindi, spostandoci alla situazione attuale, come descriveresti i rapporti reciproci fra le due nazioni, in che modo credi che influenzino gli equilibri geopolitici odierni e futuri, e come ritieni che i due movimenti leggano e, eventualmente, influenzino lo scenario politico? </strong></em></p>
<p>I rapporti tra i due Paesi sono ottimi, testimoniati dalla recente condanna statunitense nei confronti della dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Palestina all’ONU. Gli Stati Uniti hanno anche votato contro la presenza della stessa Palestina nell’Unesco.</p>
<p>Nonostante ciò, visto il declino geopolitico degli Stati Uniti e il confronto sempre più aperto con nuovi attori emergenti, in particolare la Cina, in alcuni casi esistono delle visioni in politica estera che sembrano essere discordanti, se si pensa, ad esempio, alle rivolte arabe. Esistono delle pressioni occidentali per l’emergere delle sommosse popolari, pur esistendo un malcontento generale all’interno dei paesi arabi. In questo contesto gli interessi israeliani potrebbero essere messi in discussione, poiché sono stati modificati alcuni scenari che garantivano lo <em>status quo</em> regionale favorevole ad Israele. Questo aspetto è evidente soprattutto per quanto riguarda l’Egitto nel caso in cui prevarranno le componenti islamiste del panorama politico egiziano. Un altro aspetto importante riguarda la Turchia, Paese della NATO e alleato di primo piano degli Stati Uniti nell’area. Washington sta tentando di ricucire i rapporti tra i due alleati, i quali competono per la supremazia geopolitica nell’area. Per quanto riguarda Ankara, si parla recentemente di un possibile intervento in Siria, sostenuto dalla NATO, colpendo allo stesso tempo gli interessi iraniani. Il problema, in ottica israeliana, è il potenziale aumento d’influenza turca nell’area ai danni dello Stato ebraico, il quale osserva negativamente alcuni risvolti del nuovo ruolo “neo-ottomano” assunto dalla Turchia nel Vicino Oriente. Il modello politico turco per le rivolte arabe potrebbe invece essere favorito da Washington.</p>
<p>Israele e Stati Uniti hanno invece una comune percezione della minaccia iraniana, ma lo Stato ebraico sembra più evidentemente propenso all’intervento militare preventivo e unilaterale rispetto all’alleato nordamericano. Nonostante le sanzioni imposte recentemente da Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, un ipotetico intervento militare è improbabile vista l’avversione dei sempre più influenti BRICS. In ogni caso, il nucleare iraniano è una prospettiva sgradita per l’aumento di potere deterrente dell’Iran nei confronti di Stati Uniti e Israele; allo stesso tempo sarebbe una sfida inaccettabile per l’Arabia Saudita nella contemporanea competizione tra sunniti e sciiti nell’area, nonché una mossa che potrebbe generare una corsa al nucleare in altri Stati del Vicino Oriente.</p>
<p>Per quanto riguarda l’influenza politica dei due movimenti, ritengo che il neorevisionismo, essendo ancora al potere, mantenga la sua costante influenza. Nonostante abbia messo in crisi con la sua ideologia l’asse turco-israeliano, potenziale danno per gli stessi Stati Uniti poiché elemento importante nella concezione geopolitica dell’area da parte statunitense, la radicalizzazione dell’area, vista la situazione in Egitto e in generale nel mondo arabo, così come un eventuale aumento delle tensioni con l’Iran potrebbero comportare il rafforzamento di posizioni più intransigenti e radicali nella società israeliana. Dunque, i partiti della destra hanno buone probabilità di mantenere il potere, nonostante ci siano dei movimenti interni contrari alle politiche di Netanyahu, soprattutto in campo economico.</p>
<p>I neoconservatori, in particolare dopo l’intervento in Iraq, sono in una fase di declino e per le elezioni del 2012 non sembra che il futuro leader che rappresenterà il Partito Repubblicano, visti gli attuali candidati, sarà legato al movimento. L’influenza neoconservatrice è in deciso calo, ma senza dubbio è stato valutato positivamente dai <em>neocons</em> l’intervento militare in Libia. Allo stesso tempo però viene richiesta una decisa azione militare contro Siria e Iran, così come una politica più aggressiva nei confronti della Cina.</p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/francesco-brunello-zanitti-progetti-di-egemonia-recensione-e-intervista-allautore/12764/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/i-fratelli-musulmani-ed-il-piano-per-la-protezione-di-israele/12761/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/i-fratelli-musulmani-ed-il-piano-per-la-protezione-di-israele/12761/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 13:32:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Araba]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12761</guid>
		<description><![CDATA[Non è un segreto, gli eventi che hanno scosso il Medio Oriente hanno per scopo proteggere Israele dalle gravi conseguenze della sconfitta del progetto statunitense in Iraq. E tutto ciò l’alleanza occidentale, guidata dagli Stati Uniti, lo compie come parte della “primavera araba”, rientra in questa categoria. L’accordo raggiunto tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani al Cairo, è stato presentato dalla Assistente per gli Affari del Vicino Oriente della Segretaria di Stato USA, Jeffrey Feltman, che ha solo confermato ciò che gli osservatori avevano già intuito analizzando le dichiarazioni dei leader del movimento islamista in molti paesi arabi e musulmani]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-fratelli-musulmani-ed-il-piano-per-la-protezione-di-israele/12761/" title="I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12761&amp;w=80" width="80" height="48" alt="I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele" ></div></a><p><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><a href="neworientnews.com">New Orient News </a>(Libano), </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Tendances de l&#8217;Orient No 61, 12 dicembre, 2011</span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Non è un segreto, gli eventi che hanno scosso il Medio Oriente hanno per scopo proteggere Israele dalle gravi conseguenze della sconfitta del progetto statunitense in Iraq. E tutto ciò l&#8217;alleanza occidentale, guidata dagli Stati Uniti, lo compie come parte della &#8220;primavera araba&#8221;, rientra in questa categoria. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;accordo raggiunto tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani al Cairo, è stato presentato dalla Assistente per gli Affari del Vicino Oriente della Segretaria di Stato USA, Jeffrey Feltman, che ha solo confermato ciò che gli osservatori avevano già intuito analizzando le dichiarazioni dei leader del movimento islamista in molti paesi arabi e musulmani. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Si sono aggiunte, di seguito, nel medesimo contesto, le affermazioni del presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul, Burhan Ghalioun, che ha gettato la maschera, sostenendo che l&#8217;opposizione avrebbe cercato, se fosse andata al potere, di spezzare legami con l&#8217;Iran e i movimenti della resistenza libanese e palestinese. Ghalioun ha rifiutato la lotta armata per liberare il Golan occupato, che dovrebbe essere ottenuto, ha detto, attraverso il negoziato. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Ma ancora più importante: i leader dei Fratelli musulmani siriani hanno rivelato le loro vere intenzioni, dicendo che, se prendessero il potere, invierebbero l&#8217;esercito siriano in Libano per combattere <em>Hezbollah</em>. Vale a dire, che partirebbero volontari per la missione che Israele non era riuscita a realizzare nel 2006, nonostante il sostegno di trenta paesi arabi e occidentali. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Queste posizioni dei movimenti e degli individui che affermano di rappresentare la &#8220;<em>legittimità popolare</em>&#8221; si inseriscono perfettamente nel contesto delle politiche degli Stati Uniti, il cui scopo primario è proteggere lo Stato ebraico. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">E non è un caso. Ciò conferma ciò che abbiamo scritto su questo bollettino da più di sette mesi. Inoltre, i centri di ricerca occidentali sono più propensi a denunciarlo, e l&#8217;ex ministro degli esteri francese, Hubert Védrine, ha chiaramente detto, in una conferenza a Beirut la scorsa settimana: &#8220;<em>Gli Stati Uniti sostengono la Fratellanza Musulmana</em>&#8220;. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Questo spiega in gran parte, la sfiducia del patriarca maronita mons. Bishara Rai contro la &#8220;primavera araba&#8221;, che rischia di provocare, ha detto, una frammentazione del Medio Oriente in entità religiose, servendo gli interessi di Israele, e ponendo una seria minaccia alla presenza dei cristiani e delle altre minoranze religiose in questa regione. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;assegno in bianco per l&#8217;arrivo degli islamisti al potere in Tunisia, Libia e ora in Egitto, dovrebbe convincere, chi ha ancora dubbi, le reali intenzioni dell&#8217;occidente, guidato dagli Stati Uniti. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Il tentativo di distruggere lo stato nazionale siriano e di dividere il paese, è uno dei pezzi principali di questo puzzle che l&#8217;Occidente sta cercando di raccogliere. È per questo che ignora i crimini commessi in Siria da parte dei gruppi estremisti armati, cui ora aggiunge l&#8217;etichetta di &#8220;disertori&#8221;, meno ripugnante agli occhi dell&#8217;opinione pubblica occidentale che non salafiti o estremisti musulmani. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Dominata dagli Stati Uniti, ignara delle conseguenze che può subire, Europa, srotola il tappeto rosso al movimento islamista, poco considerato come un serio pericolo. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><strong>La tendenza in Siria: il potere in sè, l&#8217;opposizione nella confusione </strong></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Lo sviluppo degli eventi in Siria non può essere separato dal contesto regionale e internazionale. L&#8217;autorità ha accettato di firmare il protocollo elaborato dalla Lega Araba per l&#8217;invio di osservatori, in piena collaborazione con la Russia. Inoltre, fonti diplomatiche russe in Libano dicono che la Russia non abbandona il regime siriano, e questo supporto è una questione strategica per Mosca. Queste assicurazioni sono contrarie alle previsioni dei responsabili della coalizione pro-occidentale del 14 marzo. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Di fronte al supporto russo alla Siria, diventa difficile rovesciare il regime militare, nonostante i preparativi a questo scopo in Turchia, Libano e, in misura minore, Giordania. Per contro, la pressione sulla Siria continuerà, in particolare mentre ci avviciniamo alla fine del ritiro USA dall&#8217;Iraq. Gli statunitensi vogliono creare problemi, per distogliere l&#8217;attenzione pubblica da questo ritiro e dall&#8217;atmosfera di sconfitta che la circonda. Inoltre, i moti in Siria sono destinati a sostituire l&#8217;attacco militare contro l&#8217;Iran, che sta diventando sempre più difficile in questo clima di crisi e con i problemi finanziari che agitano l&#8217;Europa e gli Stati Uniti. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">La situazione in Siria dovrebbe rimanere instabile, anche se il regime ha finalmente deciso di firmare il protocollo della Lega Araba, senza dubbio troveranno altri angoli per mantenere la pressione. Tuttavia, le sanzioni della Lega araba avrebbero rafforzato il sentimento patriottico tra i siriani, un popolo con un grande orgoglio nazionale. Inoltre, i Fratelli Musulmani sono stati praticamente debellati nel paese negli anni &#8217;80, e non hanno avuto il tempo di acquisire una larga base popolare e sono costretti a portare armi e a commettere veri e propri massacri, per marcare la loro presenza. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">In parallelo, le dichiarazioni del capo del Consiglio nazionale siriano a Istanbul, Bourhan Ghalioun, contro l&#8217;Iran, <em>Hezbollah</em> e <em>Hamas</em>, hanno scosso gran parte della popolazione siriana. Voci su un incontro che avrebbe tenuto in ottobre a Washington, tra funzionari dell&#8217;amministrazione degli Stati Uniti, un rappresentante del CNS e un funzionario israeliano, hanno iniziato a circolare. Secondo queste voci, il rappresentante del CNS avrebbe chiesto aiuto finanziario, riconoscimento diplomatico dalla comunità internazionale e l&#8217;intervento militare contro il suo paese. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Sul campo, le violenze continuano, e le dimostrazioni contro e in favore del regime. Ma esso è riuscito a mettere in imbarazzo la Lega Araba, esprimendo la sua disponibilità a firmare il protocollo per l&#8217;invio di osservatori. Il processo dovrebbe richiedere alcuni giorni o settimane, mentre gli sviluppi in tutta la regione rimangono più o meno incontrollabili, e la situazione rimane instabile in Egitto, Bahrein e Yemen. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Gli Stati Uniti avevano tranquillamente cercato di aprire un dialogo con l&#8217;Iran, ma la Repubblica islamica avrebbe opposto un netto rifiuto a questa richiesta. Per contro, Teheran avrebbe richiesto l&#8217;apertura di un dialogo con l&#8217;Arabia Saudita, che pure ha respinto il suggerimento. Questo significa che per il momento, i canali dei negoziati sono bloccati a livello regionale e internazionale. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">La situazione interna in Siria è solida, mentre il piano per crea una zona cuscinetto al confine con la Turchia, è in difficoltà. Per non parlare del fatto che la Russia ha, a sua volta, esercitato pressioni sulla Turchia, che ha anch&#8217;essa un tessuto sociale fragile. Il primo ministro turco Recep Erdogan Tayyeb ha alzato i toni verso la Siria, mentre cerca di nascondere la sua incapacità di agire sul terreno. </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Le dichiarazioni di Hassan Sayyed Nasrallah, segretario generale di <em>Hezbollah</em> </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Questo è un messaggio a tutti coloro che cospirano contro la Resistenza e puntano su un cambiamento. Non rinunceremo mai alle nostre armi. Giorno dopo giorno, la resistenza recluta sempre più combattenti, addestra al meglio i combattenti e si arma sempre più pesantemente. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Gli Stati Uniti cercano di distruggere la Siria per compensare la loro sconfitta in Iraq. Gli Stati Uniti hanno cercato di spacciarsi come i difensori dei diritti umani e della democrazia nel mondo arabo. Questi ipocriti sono noti per avere sostenuto tutte le dittature che hanno rinnegato, subito dopo la loro caduta. Ciò è il segno di Satana. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>L&#8217;opposizione siriana è sottomessa agli Stati Uniti e ad Israele. Fin dall&#8217;inizio, abbiamo detto chiaramente che siamo con il regime siriano, un regime di resistenza contro Israele. Vuole distruggere la Siria. Il cosiddetto Consiglio Nazionale siriano, formato a Istanbul, e il suo leader Burhan Ghalioun, cercano di presentare le loro credenziali a Stati Uniti e Israele. Le parole di alcuni, secondo cui le armi della resistenza sono fonte di caos, confusione o altri problemi di sicurezza in Libano, sono un inganno. Avete mai visto un problema di sicurezza in Libano o una guerra civile, durante la quale vengono sparato missili Zelzal, Khaibar o Raad. Le armi leggere sono presenti nelle mani di tutti i libanesi. Se vogliamo che ci sia sicurezza al suo interno, dobbiamo considerare il problema di queste armi</em>.&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Estratti da un&#8217;intervista a Jeffrey Feltman, Assistente del Segretario di Stato USA per il Medio Oriente su un quotidiano vicino al 14 Marzo, al-Jumhuria, dell&#8217;8 dicembre: </span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">&#8220;<em>Il modo migliore per evitare la guerra civile in Siria, sono le dimissioni di Bashar al-Assad ora. È necessario anche che la mafia sicuritaria che lo circonda smetta di uccidere la gente. Sappiamo che il futuro della Siria deve basarsi sullo stato di diritto e la democrazia. Sono sicuro che i libanesi approvano le decisioni della Lega Araba, dell&#8217;Unione europea e degli Stati Uniti. per discutere e trovare il modo pacifico di porre fine alla barbarie in Siria. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Vogliamo ricorrere al Consiglio di Sicurezza se l&#8217;iniziativa araba non avesse successo. Se Bashar al-Assad non è responsabile per le violenze, come egli sostiene, perché lui ed il suo entourage non permettono agli osservatori di giungere nel paese a scoprire chi sia la parte responsabile? </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Prima si dimette Assad, meglio sarà la situazione. Il presidente Obama ha ricordato, il 18 agosto, che è tempo per Assad di andare via e che di assistere alla transizione pacifica e democratica del potere. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>L&#8217;esercito siriano, a cui è stato chiesto di lasciare il territorio del Libano, è ora il territorio siriano. Il ritorno dell&#8217;ambasciatore Ford a Damasco non è un dono a Bashar al-Assad. Questo è un modo per mostrare il nostro sostegno al popolo siriano e di ottenere informazioni più precise sulla situazione in Siria. </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Quello che sta accadendo in Siria non dovrebbe estendersi al Libano. Funzionari libanesi hanno detto che il loro principale obiettivo è quello di proteggere il Libano dagli eventi in Siria. È compito del capo del governo e dei funzionari libanesi trovare il modo perfetto per proteggere il Libano. Nello stesso tempo, crediamo che il Libano dovrebbe anche aiutare a trovare i mezzi necessari per fermare le violenze (&#8230;) </em></span></span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Noi non trattiamo con Hezbollah, un&#8217;organizzazione che non segue le regole democratiche anche se ha una grande base popolare. Quando queste regole le vanno bene, Hezbollah le sostiene, ma nel caso contrario, ricorre all&#8217;uso della forza e delle armi per imporre la propria volontà. La decisione del Primo Ministro libanese Mikati di dare un contributo al bilancio della STL non è stata presa dagli Stati Uniti o da un altro paese, ma dal Libano. Accogliamo con favore la decisione che proverà alla comunità internazionale, che il Libano rispetta i suoi impegni internazionali.</em>&#8221; </span></span></span></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: medium">Pierre Khalaf: Ricercatore presso il Centro per gli studi strategici arabi e internazionali di Beirut. </span></span></span></p>
<p align="justify"><a href="http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28171"><span style="color: #000080"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><span style="text-decoration: underline">http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=28171</span></span></span></span></a></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">[Traduzione di Alessandro Lattanzio </span></span></span><a href="http://aurorasito.wordpress.com/"><span style="color: #000080"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small"><span style="text-decoration: underline">http://aurorasito.wordpress.com</span></span></span></span></a>]</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/i-fratelli-musulmani-ed-il-piano-per-la-protezione-di-israele/12761/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Preparare la Scacchiera allo &#8220;scontro di civiltà&#8221;: dividere, conquistare e dominare il &#8220;Nuovo Medio Oriente&#8221;</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/preparare-la-scacchiera-allo-scontro-di-civilta-dividere-conquistare-e-dominare-il-nuovo-medio-oriente/12492/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/preparare-la-scacchiera-allo-scontro-di-civilta-dividere-conquistare-e-dominare-il-nuovo-medio-oriente/12492/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 08:46:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Rivolte Arabe]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12492</guid>
		<description><![CDATA[Israele sta cercando di manipolare le rivolte arabe per conseguire i propri obiettivi strategici, delineati prima nel Piano Yinon (balcanizzazione del mondo arabo-musulmano) e poi nel documento "Clean Break" (destabilizzare la Siria con l'aiuto di Turchia, Giordania e sunniti iracheni e libanesi). Corollario di questo progetto è fomentare l'odio etnico e settario nella regione. Anche perché lo "scontro di civiltà" deve fungere da giustificazione ideologica di strategie imperialiste.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/preparare-la-scacchiera-allo-scontro-di-civilta-dividere-conquistare-e-dominare-il-nuovo-medio-oriente/12492/" title="Preparare la Scacchiera allo &#8220;scontro di civiltà&#8221;: dividere, conquistare e dominare il &#8220;Nuovo Medio Oriente&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12492&amp;w=80" width="80" height="45" alt="Preparare la Scacchiera allo &#8220;scontro di civiltà&#8221;: dividere, conquistare e dominare il &#8220;Nuovo Medio Oriente&#8221;" ></div></a><div style="font-size: medium;">
<p><em>Il nome di &#8220;primavera araba&#8221; è uno slogan inventato in uffici lontani, a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles, da individui e gruppi che, oltre ad avere qualche conoscenza superficiale della regione, sanno molto poco degli arabi. Cosa sta accadendo tra i popoli arabi è naturalmente un fatto pacchetto misto. L&#8217;insurrezione fa parte di questo pacchetto quale opportunismo. Dove c&#8217;è la rivoluzione, c&#8217;è sempre la contro-rivoluzione.</em></p>
<p>Gli sconvolgimenti nel mondo arabo non sono un &#8220;risveglio&#8221; arabo, una tale termine implica che gli arabi abbiano sempre dormito mentre la dittatura e l&#8217;ingiustizia li circondavano. In realtà, il mondo arabo, che fa parte del più ampio mondo turco-arabo-iranico, è stato attraversato da frequenti rivolte che hanno abbattuto dittatori arabi, in coordinamento con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. E&#8217; stata l&#8217;interferenza di queste potenze, che ha sempre agito come contro-bilanciamento alla democrazia e continueranno a farlo.</p>
<p><strong>Divide et impera: come la prima &#8220;Primavera araba&#8221; è stata manipolata</strong><br />
I piani per la riconfigurazione del Medio Oriente, iniziarono diversi anni prima della Prima Guerra Mondiale. E&#8217; stato durante la prima guerra mondiale, tuttavia, che la manifestazione di questi disegni coloniali poterono rendersi visibili con la &#8220;Grande Rivolta Araba&#8221; contro l&#8217;Impero Ottomano.<br />
Nonostante il fatto che italiani, inglesi e francesi fossero le potenze coloniali che avevano impedito agli arabi di godere di una qualsiasi libertà in paesi come Algeria, Libia, Egitto e Sudan, queste potenze coloniali riuscirono a ritrarre se stesse come amiche e alleate della liberazione araba.<br />
Durante la &#8220;Grande Rivolta Araba&#8221;, gli inglesi e i francesi effettivamente utilizzarono gli arabi come soldati di fanteria contro gli ottomani per promuovere i propri schemi geo-politici. L&#8217;accordo segreto Sykes-Picot tra Londra e Parigi ne è un esempio calzante. Francia e Gran Bretagna riuscirono solo ad utilizzare e manipolare gli arabi vendendogli l&#8217;idea della liberazione araba dalla cosiddetta &#8220;repressione&#8221; degli ottomani.<br />
In realtà, l&#8217;Impero Ottomano era un impero multietnico. Ha dato l&#8217;autonomia locale e culturale a tutti i suoi popoli, ma fu manipolata per divenire una entità turca. Anche il genocidio armeno che ne deriverò nell&#8217;Anatolia ottomana, deve essere analizzato nel contesto stesso della contemporanea aggressione ai cristiani in Iraq, come parte di una esplosione settaria scatenata da attori esterni per dividere l&#8217;impero Ottomano, l&#8217;Anatolia e i cittadini dell&#8217;Impero Ottomano.<br />
Dopo il crollo dell&#8217;Impero Ottomano, Londra e Parigi, mentre negarono la libertà agli arabi, sparsero i semi della discordia tra i popoli arabi. I corrotti leader locali arabi furono anche i partner del piano e molti di loro erano assai felici di diventare clienti di Gran Bretagna e Francia. Nello stesso senso, la &#8220;primavera araba&#8221; viene oggi manipolata. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri lavorano con l&#8217;aiuto dei leader e personaggi arabi corrotti a ristrutturare il mondo arabo e l&#8217;Africa.</p>
<p><strong>Il Piano Yinon: Ordine dal Caos …</strong><br />
Il Piano Yinon, che è una continuazione dello stratagemma britannico in Medio Oriente, è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare la sua area geo-politica attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti, in stati più piccoli e più deboli.<br />
Gli strateghi israeliani vedevano l&#8217;Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. Ed è per questo che l&#8217;Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell&#8217;Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l&#8217;altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di ciò, fu la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discusse.<br />
The Atlantic, nel 2008, e l&#8217;Armed Forces Journal dell&#8217;esercito statunitense, nel 2006, pubblicarono le mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden chiede, il Piano Yinon prevede Libano, Egitto e Siria divise. La divisione di Iran, Turchia, Somalia e anche Pakistan ricadono tutti nella linea di questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e prevede di iniziare da Egitto per poi scendere su Sudan, Libia e il resto della regione.</p>
<p><strong>Consolidare il Regno: Ridefinire il mondo arabo</strong><br />
Anche se ottimizzato, il Piano Yinon è in movimento e prese vita sotto il &#8220;Clean Break&#8221;. Questo avviene attraverso un documento politico scritto nel 1996 da Richard Perle e dal Gruppo di Studio per &#8220;Una nuova strategia israeliana verso il 2000&#8243; per Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele in quel momento. Perle è stato un ex sottosegretario del Pentagono al tempo di Roland Reagan e poi consigliere militare di George W. Bush Jr. e della Casa Bianca. A parte Perle, il resto dei membri del Gruppo di Studio su &#8220;Una nuova strategia israeliana verso il 2000&#8243; era composta da James Colbert (Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale), Charles Fairbanks Jr. (Johns Hopkins University), Douglas Feith (Feith and Zell Associates), Robert Loewenberg (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), Jonathan Torop (&#8216;Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente), David Wurmser (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), e Meyrav Wurmser (Johns Hopkins University). A Clean Break: Una nuova strategia per la Protezione del Regno è il nome completo di questo documento del 1996 sulla politica di Israele. Per molti aspetti, gli Stati Uniti persegue gli obiettivi delineati nel documento politico di Tel Aviv del 1996, per garantire il &#8220;regno&#8221;. Inoltre, il termine &#8220;regno&#8221; implica la mentalità strategica degli autori. Un regno si riferisce sia al territorio governato da un monarca o a territori che ricadono sotto il regno di un monarca, ma non sono fisicamente sotto il loro controllo poiché hanno i vassalli che lo gestiscono. In questo contesto, la parola regno viene usata per indicare il Medio Oriente come il regno di Tel Aviv. Il fatto che Perle, sia qualcuno che fu essenzialmente un funzionario di carriera del Pentagono, ha aiutato l&#8217;autore del testo israeliano a chiedersi se il sovrano del regno concettualizzato sia Israele o gli Stati Uniti, o entrambi?</p>
<p><strong>Consolidare il Regno: i progetti di Israele per destabilizzare Damasco</strong></p>
<p>Il documento israeliano del 1996 chiede il &#8220;rollback della Siria&#8221;, già intorno al 2000 e successivamente, respingendo i siriani fuori dal Libano e destabilizzando la Repubblica araba siriana, con l&#8217;aiuto di Giordania e Turchia. Questo ha avuto luogo rispettivamente nel 2005 e nel 2011. Il documento del 1996 afferma: &#8220;Israele può plasmare il suo contesto strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo, contenendo e anche respingendo la Siria, Questo sforzo può concentrarsi sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq &#8211; un importante obiettivo strategico israeliano di diritto &#8211; come mezzo per sventare le ambizioni regionali della Siria&#8221;. [1]<br />
Come primo passo verso la creazione di un &#8220;Nuovo Medio Oriente&#8221; dominato da Israele e per circondare la Siria, il documento del 1996 chiede la rimozione del presidente Saddam Hussein dal potere a Baghdad, e allude anche alla balcanizzazione dell&#8217;Iraq e di forgiare un&#8217;alleanza strategica regionale contro Damasco, che includa un &#8220;Iraq Centrale&#8221; musulmano sunnita. Gli autori scrivono: &#8220;Ma la Siria entra in questo conflitto con potenziali punti deboli: Damasco è troppo preoccupata di trattare con la minacciata nuova equazione regionale, per permettersi distrazioni nel fianco libanese, e Damasco teme che il &#8216;asse naturale&#8217; con Israele da un lato, con l&#8217;Iraq centrale e la Turchia dall&#8217;altra, e la Giordania, nel centro, stringerebbe e staccherebbe la Siria dalla penisola saudita. Per la Siria, questo potrebbe essere il preludio ad una ridefinizione della mappa del Medio Oriente, che potrebbe minacciare l&#8217;integrità territoriale della Siria&#8221;. [2]<br />
Perle e il Gruppo di Studio su &#8220;Una nuova strategia israeliana verso il 2000&#8243; chiedono anche di cacciare i siriani dal Libano e di destabilizzare la Siria, utilizzando gli esponenti dell&#8217;opposizione libanese. Il documento afferma: &#8220;[Israele deve distogliere] l&#8217;attenzione della Siria usando elementi dell&#8217;opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano&#8221; [3] Questo è ciò che sarebbe accaduto nel 2005 dopo l&#8217;assassinio di Hariri, che ha contribuito a lanciare la cosiddetta &#8220;rivoluzione dei cedri&#8221; e a creare la veemente anti-siriana Alleanza del 14 Marzo, controllata dal corrotto Said Hariri.<br />
Il documento invita inoltre a Tel Aviv a &#8220;cogliere [l'] occasione per ricordare al mondo la natura del regime siriano&#8221;. [4] Questo rientra chiaramente nella strategia israeliana di demonizzazione dei suoi avversari attraverso l&#8217;uso delle campagne di pubbliche relazioni (PR). Nel 2009, i media israeliani ammisero apertamente che Tel Aviv, attraverso le sue ambasciate e missioni diplomatiche, aveva lanciato una campagna globale per screditare le elezioni presidenziali iraniane, prima ancora che si svolgesse, attraverso una campagna mediatica, e ad organizzare proteste davanti alle ambasciate iraniane. [5]<br />
Il documento menziona anche qualcosa che assomiglia a ciò che è attualmente in corso in Siria. Esso afferma: &#8220;La cosa più importante, è comprensibile che Israele abbia interesse nel sostegno diplomatico, militare e operativo della Turchia e della Giordania nelle azioni contro la Siria, ad esempio garantire alleanze tribali con le tribù arabe che attraversano il territorio siriano e sono ostili all&#8217;élite al potere siriana.&#8221; [6] Con gli eventi del 2011 in Siria, il movimento dei ribelli e il contrabbando di armi attraverso i confini giordano e turco, sono diventati un grave problema per Damasco.<br />
In questo contesto, non sorprende che Ariel Sharon e Israele dicessero a Washington di attaccare la Siria, la Libia e l&#8217;Iran, dopo che l&#8217;invasione anglo-statunitense dell&#8217;Iraq. [7] Infine, è utile sapere che il documento israeliano ha anche sostenuto la guerra preventiva per formare il contesto geostrategico di Israele e ritagliarsi il &#8220;Nuovo Medio Oriente&#8221;. [8] Questa è una politica che gli Stati Uniti avrebbero anche adottato nel 2001.</p>
<p><strong>L&#8217;eliminazione delle Comunità cristiane del Medio Oriente</strong></p>
<p>Non è un caso che i cristiani egiziani siano stati attaccati nello stesso momento del Referendum nel Sud Sudan e prima della crisi in Libia. Né è un caso che i cristiani iracheni, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, siano costretti all&#8217;esilio, lasciando le loro terre ancestrali in Iraq. In coincidenza con l&#8217;esodo dei cristiani iracheni, avvenuto sotto gli occhi attenti degli Stati Uniti e delle forze militari britanniche, i quartieri di Baghdad divennero settari mentre musulmani sciiti e sunniti furono costretti dagli squadroni della violenza e della morte a formare enclave settarie. Tutto questo è legato al Piano Yinon e alla riconfigurazione della regione come parte di un obiettivo più ampio.<br />
In Iran, gli israeliani hanno cercato invano di ottenere cje la comunità ebraica iraniana se ne andasse. La popolazione ebraica iraniana è in realtà la seconda più grande del Medio Oriente e probabilmente la più antica comunità ebraica indisturbati in tutto il mondo. Gli ebrei iraniani si considerano iraniani legati all&#8217;Iran come loro patria, proprio come i musulmani e cristiani iraniani, e per loro il concetto di doversi trasferire in Israele, perché sono ebrei, è ridicolo.<br />
In Libano, Israele ha lavorato ad esacerbare le tensioni settarie tra le varie fazioni cristiane e musulmane, così come i drusi. Il Libano è un trampolino di lancio verso la Siria e la divisione del Libano in diversi stati, è anche visto come un mezzo per balcanizzare la Siria in piccoli diversi stati arabi settari. Gli obiettivi del Piano Yinon sono dividere il Libano e la Siria in stati diversi, sulla base delle identità religiose e settarie, musulmani sunniti, sciiti, cristiani e drusi. Ci potrebbe anche essere l&#8217;obiettivo dell&#8217;esodo dei cristiani in Siria.<br />
Il nuovo capo della Chiesa siro-cattolica maronita di Antiochia, la più grande delle autonome Chiese orientali cattoliche, ha espresso i suoi timori circa una epurazione dei cristiani arabi dal Levante e dal Medio Oriente. Il Patriarca Mar Beshara Boutros al-Rahi e molti altri leader cristiani in Libano e Siria, hanno paura dell&#8217;avvento dei Fratelli Musulmani in Siria. Come l&#8217;Iraq, gruppi misteriosi stanno attaccando le comunità cristiane in Siria. I leader della Chiesa cristiana ortodossa orientale, tra cui il patriarca ortodosso di Gerusalemme Est, hanno tutti espresso pubblicamente le loro gravi preoccupazioni. A parte gli arabi cristiani, questi timori sono condivisi anche dalla comunità assira e armena, che sono per lo più cristiane.<br />
Sheikh al-Rahi è stato recentemente a Parigi, dove ha incontrato il presidente Nicolas Sarkozy. È stato riferito che il patriarca maronita e Sarkozy avevano disaccordi circa la Siria, cosa che ha spinto Sarkozy a dire che il regime siriano crollerà. La posizione del patriarca al-Rahi era che la Siria deve essere lasciata sola e permetterle la riforma. Il patriarca maronita ha anche detto a Sarkozy, che Israele doveva essere trattata come una minaccia, se la Francia vuole legittimamente che Hezbollah disarmi.<br />
A causa della sua posizione in Francia, al-Rahi è stato immediatamente ringraziato dai leader religiosi cristiani e musulmani della Repubblica araba siriana, che lo hanno visitato in Libano. Hezbollah e i suoi alleati politici in Libano, che comprende la maggior parte i parlamentari cristiano nel parlamento libanese, ha anche lodato il Patriarca maronita, che poi fatto un tour nel Sud del Libano.<br />
Sheikh al-Rahi è ora politicamente attaccato dall&#8217;Alleanza del 14 Marzo di Hariri, a causa della sua posizione su Hezbollah e il suo rifiuto a sostenere il rovesciamento del regime siriano. Una conferenza di figure cristiane è in realtà programmata da Hariri per opporsi al patriarca al-Rahi e alla posizione della Chiesa maronita. Dal momento che al-Rahi ha annunciato la sua posizione, il Partito Tahrir, che è attivo sia in Libano che in Siria, ha iniziato a bersagliarlo con le critiche. E&#8217; anche stato riportato che alti funzionari statunitensi hanno anche cancellato i loro incontri con il patriarca maronita, come segno del loro disappunto circa le sue posizioni su Hezbollah e la Siria.<br />
L&#8217;Alleanza del 14 Marzo in Libano di Hariri, che è sempre stata una minoranza popolare (anche quando si trattava di una maggioranza parlamentare), ha lavorato mano nella mano con Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, e gruppi che utilizzano la violenza e il terrorismo in Siria. I Fratelli Musulmani e altri cosiddetti gruppi salafiti provenienti dalla Siria, sonno coordinato ed hanno colloqui segreti con Hariri e i partiti politici cristiani in seno all&#8217;Alleanza del 14 Marzo. Questo è il motivo per cui Hariri e i suoi alleati hanno attaccato il Cardinale al-Rahi. Hariri e l&#8217;Alleanza del 14 Marzo che hanno anche portato Fatah al-Islam in Libano e hanno aiutato alcuni dei suoi membri a fuggire per andare a combattere in Siria.<br />
Ci sono cecchini sconosciuti che stanno prendendo di mira i civili siriani e l&#8217;esercito siriano, al fine di causare caos e conflitti interni. Le comunità cristiana in Siria è anch&#8217;essa presi di mira da gruppi di sconosciuti. E&#8217; molto probabile che gli aggressori siano una coalizione di forze di Stati Uniti, Francia, Giordania, Israele, Turchia, Arabia, e Khalij (Golfo) che collaborano con alcuni siriani al suo interno.<br />
Un esodo cristiano è in programma per il Medio Oriente per volontà di Washington, Tel Aviv e Bruxelles. E&#8217; stato riferito che a Sheikh al-Rahi è stato detto a Parigi, dal presidente Nicolas Sarkozy, che le comunità cristiane del Levante e del Medio Oriente possono stabilirsi nell&#8217;Unione europea. Questo non è un&#8217;offerta generosa. E&#8217; uno schiaffo in faccia dalle stessi potenze che hanno deliberatamente creato le condizioni per sradicare le antiche comunità cristiane del Medio Oriente. Lo scopo sembra essere il reinsediamento delle comunità cristiane al di fuori della regione o a delimitarle in enclavi. Entrambe le cose potrebbero essere degli obiettivi.<br />
Questo progetto ha lo scopo di delineare le nazioni arabe lungo le linee nazioni esclusivamente musulmane ed è in conformità con il Piano Yinon e gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti per il controllo dell&#8217;Eurasia. Una grande guerra potrebbe esserne l&#8217;esito. Gli arabi cristiani oggi hanno molto in comune con gli arabi di pelle nera.</p>
<p><strong>Ri-Divisione dell&#8217;Africa: Il Piano Yinon è molto vivo e opera sul posto&#8230;</strong></p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;Africa, Tel Aviv vede assicurarsi l&#8217;Africa come parte della sua periferia più ampia. Questa ampia cosiddetta &#8220;nuova periferia&#8221;. è diventata una base geo-strategica di Tel Aviv dal 1979, quando la &#8220;vecchia periferia&#8221; contro gli arabi che comprendeva l&#8217;Iran, che era uno dei più stretti alleati di Israele durante il periodo Pahlavi, cedette e crollò con la rivoluzione iraniana del 1979. In questo contesto, la &#8220;nuova periferia&#8221; di Israele è stata concepita con l&#8217;inclusione di paesi come Etiopia, Uganda e Kenya contro gli stati arabi e la Repubblica islamica dell&#8217;Iran. È per questo che Israele è stato così profondamente coinvolto nella balcanizzazione del Sudan.<br />
Nello stesso contesto, come con le divisioni settarie in Medio Oriente, gli israeliani hanno illustrato i programmi per riconfigurare l&#8217;Africa. Il Piano Yinon cerca di delineare l&#8217;Africa sulla base di tre aspetti: (1) etno-linguistica, (2) colore della pelle e, infine, (3) religione. Per proteggere il regno, succede anche che l&#8217;Istituto di Alti Studi Strategici e Politici (IASPS), il think-tank israeliano che comprendeva Perle, ha anche spinto per la creazione da parte del Pentagono dell&#8217;Africa Command (AFRICOM) degli Stati Uniti.<br />
Un tentativo di separare il punto di fusione delle identità araba e africana è in corso. Si cerca di tracciare le linee di divisione in Africa, tra una cosiddetta &#8220;Africa Nera&#8221; e un presunto Nord Africa &#8220;non nero&#8221;. Questo fa parte di uno schema per creare uno scisma in Africa, tra ciò che si presume sia &#8220;arabo&#8221; e i cosiddetti &#8220;neri&#8221;.<br />
Questo obiettivo è il motivo per cui l&#8217;identità ridicola di un &#8220;Sud Sudan africano&#8221; e un &#8220;Nord Sudan arabo&#8221; è stata favorita e promossa. È anche per questo i libici di pelle nera sono stati oggetto di una campagna per &#8220;ripulire il colore&#8221; della Libia. L&#8217;identità araba del Nord Africa si sta slegando dalla sua identità africana. Contemporaneamente vi è un tentativo di sradicare le grandi popolazioni di &#8220;pelle nera araba&#8221; in modo che vi sia una chiara demarcazione tra &#8220;Africa nera&#8221; e un nuovo Nord Africa &#8220;non nero&#8221;, che sarà trasformato in un terreno di lotta tra i rimanenti berberi e arabi &#8220;non neri&#8221;.<br />
Nello stesso contesto, le tensioni vengono alimentate tra musulmani e cristiani in Africa, in posti come il Sudan e la Nigeria, per creare ulteriori linee e punti di frattura. Alimentare queste divisioni sulla base del colore della pelle, della religione, etnia e lingua, ha lo scopo di alimentare la dissociazione e la disunione in Africa. Tutto questo fa parte di una strategia più ampia per staccare l&#8217;Africa del Nord dal resto del continente africano.</p>
<p><strong>Preparare la Scacchiera allo &#8220;scontro di civiltà&#8221;</strong></p>
<p>E&#8217; a questo punto che tutti i pezzi devono essere messi insieme ed i punti devono essere collegati.<br />
La scacchiera è stata organizzata per un &#8220;scontro di civiltà&#8221; e tutti i pezzi degli scacchi sono stati piazzati. Il mondo arabo è in procinto di essere chiuso e le linee di demarcazione netta si stanno creando. Queste linee di demarcazione stanno sostituendo le linee di transizione senza soluzione di continuità tra i diversi gruppi etno-linguistici, di colore della pelle e religiosi.<br />
Nell&#8217;ambito di questo regime, non può più esserci una transizione alla fusione tra società e paesi. È per questo che i cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, come i copti, sono presi di mira. È anche per questo che arabi e berberi di pelle nera, così come altri gruppi di popolazione del Nord Africa, che sono neri di pelle, si trovano ad affrontare il genocidio in Nord Africa.<br />
Dopo l&#8217;Iraq e l&#8217;Egitto, la Libia e la Repubblica araba siriana sono entrambe rispettivamente importanti punti di destabilizzazione regionale in Nord Africa e Sud-Ovest asiatico. Ciò che succede in Libia avrà conseguenze per l&#8217;Africa, come quello che accade in Siria avrà effetti sul sud-ovest asiatico e oltre. Sia l&#8217;Iraq che l&#8217;Egitto, in connessione con quanto afferma il Piano Yinon, hanno agito come starter per la destabilizzazione di entrambi questi stati arabi.<br />
Ciò che viene messo in scena è la creazione di un &#8220;Medio Oriente esclusivamente musulmano&#8221;, un&#8217;area (escluso Israele) che sarà in agitazione a causa degli scontri sciiti-sunniti. Uno scenario simile è stato attuato per un &#8220;Nord Africa non nero&#8221;, zona che sarà caratterizzata dallo scontro tra arabi e berberi. Allo stesso tempo, secondo il modello di &#8220;scontro di civiltà&#8221;, il Medio Oriente e il Nord Africa sono candidati ad essere contemporaneamente in conflitto con il cosiddetto &#8220;Occidente&#8221; e l&#8217;&#8221;Africa Nera&#8221;.<br />
Questo è il motivo per cui sia Nicolas Sarzoky, in Francia, che David Cameron, in Gran Bretagna, in mutue dichiarazioni, durante l&#8217;inizio del conflitto in Libia, secondo cui il multiculturalismo è morto nelle loro rispettive società occidentali europee. [9] Il multiculturalismo reale minaccia la legittimità del programma di guerra della NATO. Esso costituisce anche un ostacolo alla realizzazione dello &#8220;scontro di civiltà&#8221;, che costituisce la pietra angolare della politica estera degli Stati Uniti.<br />
A questo proposito, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, spiega perché il multiculturalismo è una minaccia per Washington e i suoi alleati: &#8220;L&#8217;America diventa una società sempre più multiculturale, e può risultare più difficile costruire un consenso sulla politica estera [ad esempio, la guerra contro il mondo arabo, la Cina, l'Iran o la Russia e l'ex Unione Sovietica], tranne che nelle circostanze di una minaccia esterna diretta veramente grande e ampiamente percepita. Tale consenso generale, esisteva tutta la seconda guerra mondiale e anche durante la guerra fredda [e ora esiste a causa della 'Guerra Globale al Terrore'].&#8221; [10] La frase successiva di Brzezinski qualifica il motivo per cui le popolazioni si sarebbero opposte nel sostenere le guerre: &#8220;[Il consenso] era radicato, però, non solo in profondità nei valori democratici condivisi, quali il pubblico percepiva esser minacciati, ma anche in una cultura e affinità etniche per le vittime prevalentemente europee dei totalitarismi ostili&#8221;. [11]<br />
Rischiando di essere ridondante, è da ricordare ancora una volta che è proprio con l&#8217;intenzione di rompere queste affinità culturali tra il Medio Oriente-Nord Africa (MENA) e il cosiddetto &#8220;mondo occidentale&#8221; e sub-sahariano, che i cristiani e i popoli di pelle nera sono presi di mira.</p>
<p><strong>Etnocentrismo e ideologia: Giustificare oggi le &#8220;guerre giuste&#8221;</strong></p>
<p>In passato, le potenze coloniali dell&#8217;Europa occidentale avrebbero indottrinato i loro popoli. Il loro obiettivo era quello di acquisire il sostegno popolare per la conquista coloniale. Questo ha preso la forma della diffusione del cristianesimo e promuovere dei valori cristiani, con l&#8217;appoggio di mercanti armati ed eserciti coloniali.<br />
Allo stesso tempo, le ideologie razziste sono state messe avanti. I popoli le cui terre furono colonizzate furono descritti come &#8220;sub-umani&#8221;, inferiori o senz&#8217;anima. Infine, il &#8220;fardello dell&#8217;uomo bianco&#8221;, l&#8217;assumere una missione di civilizzazione dei cosiddetti &#8220;popoli incivili del mondo&#8221; venne utilizzato. Questo quadro ideologico coerente è stato utilizzato per ritrarre il colonialismo come una &#8220;giusta causa&#8221;. Quest&#8217;ultima, a sua volta, è stata utilizzata per fornire legittimità nel condurre &#8220;guerre giuste&#8221; come mezzo per conquistare e &#8220;civilizzare&#8221; terre straniere.<br />
Oggi, i disegni imperialisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania non sono cambiati. Ciò che è cambiato è il pretesto e la giustificazione per scatenare le loro guerre di conquista neo-coloniali. Durante il periodo coloniale, le narrazioni e le giustificazioni per a guerra sono state accettate dall&#8217;opinione pubblica dei paesi colonizzatori, come Gran Bretagna e Francia. Oggi &#8220;guerre giuste&#8221; e &#8220;giuste cause&#8221; sono in corso sotto le insegne dei diritti delle donne, diritti umani, dell&#8217;umanitarismo e della democrazia.</p>
<p><em><strong>Mahdi Darius Nazemroaya è un pluripremiato scrittore da Ottawa, Canada. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal. Era un testimone della &#8220;primavera araba&#8221; in azione nel Nord Africa. Mentre era presente in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, è stato inviato speciale per il sindacato investigativo del programma KPFA Flashpoints, che va in onda da Berkeley, California.</strong></em></p>
</div>
<p>NOTE<br />
[1] Richard Perle et al., A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Washington, DC and Tel Aviv: Institute for Advanced Strategic and Political Studies), 1996.<br />
[2] Ibidem.<br />
[3] Ibidem.<br />
[4] Ibidem.<br />
[5] Barak Ravid, &#8220;Israeli diplomats told to take offensive in PR war against Iran,&#8221; Haaretz, 1 giugno 2009.<br />
[6] Perle et al., Clean Break, op. cit.<br />
[7] Aluf Benn, &#8220;Sharon says US should also disarm Iran, Libya and Syria,&#8221; Haaretz, 30 settembre 2009.<br />
[8] Richard Perle et al., Clean Break, op. cit.<br />
[9] Robert Marquand, &#8220;Why Europe is turning away from multiculturalism,&#8221; Christian Science Monitor, 4 marzo 2011.<br />
[10] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (New York: Basic Books October 1997), p.211.<br />
[11] Ibidem.</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
<p>http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</p>
<p>http://aurorasito.wordpress.com</p>
<p>Global Research, 26 novembre 2011</p>
<p>http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=27786</p>
<p>http://aurorasito.wordpress.com/2011/11/29/preparare-la-scacchiera-allo-scontro-di-civilta-dividere-conquistare-e-dominare-il-nuovo-medio-oriente/</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/preparare-la-scacchiera-allo-scontro-di-civilta-dividere-conquistare-e-dominare-il-nuovo-medio-oriente/12492/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>USA e Israele: &#8220;Radio Onde Furlane&#8221; intervista Francesco Brunello Zanitti</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/usa-e-israele-radio-onde-forlane-intervista-francesco-brunello-zanitti/12287/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/usa-e-israele-radio-onde-forlane-intervista-francesco-brunello-zanitti/12287/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 23:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[neoconservatori]]></category>
		<category><![CDATA[neorevisionisti]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12287</guid>
		<description><![CDATA[Francesco Brunello Zanitti, ricercatore dell’IsAG, è stato intervistato lo scorso 11 novembre da Mauro Missana, direttore di “Radio Onde Furlane”, a proposito del suo libro Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto. La maggior parte delle trasmissioni sono in friulano. Oltre ad essere ascoltata in tutta la regione Friuli-Venezia Giulia, “Radio Onde Furlane” raggiunge anche i numerosi emigranti friulani presenti in Argentina, Canada e Australia, grazie ai collegamenti streaming presenti sul sito ufficiale dell’emittente. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/usa-e-israele-radio-onde-forlane-intervista-francesco-brunello-zanitti/12287/" title="USA e Israele: &#8220;Radio Onde Furlane&#8221; intervista Francesco Brunello Zanitti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12287&amp;w=80" width="80" height="42" alt="USA e Israele: &#8220;Radio Onde Furlane&#8221; intervista Francesco Brunello Zanitti" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><em>Francesco Brunello Zanitti, ricercatore dell’IsAG, è stato intervistato lo scorso 11 novembre da Mauro Missana, direttore di “</em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ondefurlane.eu/"><span style="font-size: medium;"><em>Radio Onde Furlane</em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em>”, a proposito del suo libro </em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><em>Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em>. “</em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ondefurlane.eu/"><span style="font-size: medium;"><em>Radio Onde Furlane</em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em>” è una testata giornalistica indipendente con sede a Udine che da trent’anni lavora ogni giorno a favore della tutela e della conoscenza della lingua friulana e per un’informazione libera e indipendente. La maggior parte delle trasmissioni sono in friulano. Oltre ad essere ascoltata in tutta la regione Friuli-Venezia Giulia, “</em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ondefurlane.eu/"><span style="font-size: medium;"><em>Radio Onde Furlane</em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em>” raggiunge anche i numerosi emigranti friulani presenti in Argentina, Canada e Australia, grazie ai collegamenti streaming presenti sul sito ufficiale dell’emittente. </em></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>Seguono l’audio e la trascrizione dell’intervista. </em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><strong>Prima parte:</strong><br />
<object width="560" height="315"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/uZQcBGqlR10?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/uZQcBGqlR10?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Seconda parte:</strong><br />
<object width="560" height="315"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/rK5gUEJWT7o?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/rK5gUEJWT7o?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>I Kosovni Odpadki (gruppo musicale di Gorizia; i loro testi e suoni hanno la particolarità di rappresentare le diverse comunità linguistiche regionali: italiana, friulana e slovena n.d.r.) con “Yerushaliam”, un pezzo che si presta molto bene alla presentazione del libro che abbiamo oggi in analisi. E’ di un giovane storico che si chiama Francesco Brunello Zanitti. “</strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>”, un libro molto attuale anche se è uscito qualche mese fa. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto. Il periodo storico di riferimento è rappresentato in particolare dagli anni ’70, decisivi per capire a livello geopolitico quello che sta succedendo nel presente, anche le piccole rivoluzioni. E’ tutto strettamente collegato. Tutto quello che succede nel mondo lo vediamo attraverso la televisione, ma Francesco Brunello Zanitti ha cercato di spiegarlo in questo libro, edito dalle Edizioni all’Insegna del Veltro. Prima di tutto partiamo dall’interesse per la storia, perché tu sei uno storico che fa parte di un istituto che pubblica una rivista, “Eurasia”. Spiegaci meglio.</strong></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il volume “</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” è edito dalle Edizioni all’Insegna del Veltro, come ricordato giustamente dal direttore Missana, per conto dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, un’associazione culturale che ha come obiettivo la promozione della conoscenza, dello studio e dell’applicazione della geopolitica. In particolare, io sono ricercatore per l’area Asia Meridionale, contribuendo, inoltre, alla rivista di questo istituto, “Eurasia”. La mia ricerca si concentra soprattutto su questioni legate all’India, al Pakistan e all’Afghanistan. In questo libro ho invece considerato un altro aspetto della politica internazionale e della geopolitica.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ecco, una questione importante di questo libro che mi ha stupito è che i neoconservatori statunitensi non sono sorti strettamente “a destra” ma sono nati “a sinistra”, delusi dalla cosiddetta “sinistra americana”. Parlare di “sinistra e destra americana” è difficile nel senso italiano. Il fatto è che il movimento sorse da esponenti delusi, ad esempio economisti, alcuni di origini ebraica. Allo stesso tempo esiste una sorta di delusione anche nello Stato israeliano per la classe dirigente politica. Come nascono il neoconservatorismo statunitense e il neorevisionismo israeliano? E quando si possono trovare i maggiori punti di contatto e perché?</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Innanzitutto bisogna tener presente che tra Stati Uniti e Israele c’è sempre stata una speciale relazione. Neo-conservatorismo statunitense e neo-revisionismo israeliano hanno enfatizzato questa relazione molto importante. Il neoconservatorismo nasce, come giustamente ricordava, da un periodo di crisi per gli Stati Uniti; sorse dal Partito Democratico perché si era in una situazione in cui gli Stati Uniti si trovavano in una fase di crisi morale dopo la sconfitta in Vietnam. Esisteva in un certo senso la volontà di riprendere per il paese un ruolo di primo piano a livello globale e allo stesso tempo si vedeva in Israele l’unico garante della democrazia nel Vicino Oriente. La speciale relazione tra Stati Uniti e Israele è stata enfatizzata con l’ascesa al potere del gruppo neoconservatore, durante la presidenza di Ronald Reagan, ma successivamente soprattutto con la presidenza di George W. Bush. Ho cercato di analizzare le origini storiche e ideologiche di questi due movimenti che sono molto diverse. Analizzando il pensiero di questi due gruppi politici e gli scritti si possono trovare numerose analogie; a questo proposito ho utilizzato come fonti gli articoli pubblicati su riviste specializzate, ad esempio “Commentary”, la rivista principale dei neoconservatori. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ho notato che hai utilizzato molto anche Internet.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, su Internet si possono trovare diverse fonti per comprendere il pensiero dei due gruppi. Come dicevo, si trovano degli interessanti punti in comune. Per esempio, un forte nazionalismo. Come si può vedere dagli eventi politici avvenuti nel corso degli ultimi trent’anni, molto più marcato nella destra israeliana rispetto al neoconservatorismo. Poi ci sono le tendenze espansionistiche e militariste connesse a un’idea di egemonia regionale nel Vicino Oriente per Israele e un’egemonia mondiale per quanto riguarda gli Stati Uniti. C’è l’idea poi di considerare le proprie nazioni come eccezionali e assolutamente necessarie. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Questo è un punto in comune molto interessante. </strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, è un punto in comune molto importante. L’eccezionalismo statunitense è sempre esistito fin dal XIX secolo e in un certo senso fin dalla nascita degli Stati Uniti, i quali sorsero in contrapposizione al Vecchio Continente. Questo eccezionalismo però a seconda dei periodici storici è prevalso o meno, ha avuto una maggiore forza o meno. Con i neoconservatori l’eccezionalismo raggiunge forse il livello più alto.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ma questo ha provocato una sorta d’isolamento. Si legge anche nel tuo libro questa idea di credersi i migliori. Ci sono diversi articoli all’interno di “</strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>” che sono chiari quando presentano l’eccezionalità statunitense e la debolezza, ad esempio, dell’Europa. Di eccezionalità a livello politico e militare. In questo saggio si parla spesso di utilizzare la forza militare per risolvere precise questioni, quasi chirurgicamente. Da quello che è scritto nel tuo volume si comprende chiaramente quale sia stata l’escalation che c’è stata negli ultimi dieci anni se si pensa all’Afghanistan, all’Iraq. Si capisce anche questa spinta a riguardo dell’Iran e della Siria. Si capisce perché si sono verificate alcune rivoluzioni, tanto legate a questo dualismo Israele-Stati Uniti che non si capisce alla fine se vi è solamente una grande alleanza oppure quanto prevalga l’interesse nazionale. </strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In un certo senso l’eccezionalismo, soprattutto secondo la mia opinione nel caso israeliano, comporta una sorta d’isolamento a livello internazionale. Se si pensa, infatti, alle critiche che sono state fatte nei confronti dell’amministrazione Bush dopo l’intervento in Iraq, oppure alla percezione dell’America nel mondo musulmano dopo lo stesso intervento in Iraq. Questo eccezionalismo e il voler intervenire ad ogni costo in territori del mondo per i propri interessi con allo stesso tempo l’idea comunque di voler esportare un determinato modello culturale e un sistema di valori, tutto ciò comporta alla fine anche un isolamento di Stati Uniti e Israele a causa dell’adozione di politiche unilaterali. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda il caso siriano, iraniano e le rivolte arabe degli ultimi mesi sono interessanti da notare due punti fondamentali. Innanzitutto che nonostante l’amministrazione Obama non abbia legami con il neo-conservatorismo, in un certo senso c’è ancora latente questa idea di voler intervenire in determinate aree per difendere degli interessi geopolitici molto importanti. Per quanto riguarda Israele non è corretto affermare che lo Stato ebraico difenda in ogni caso l’operato statunitense, per quanto concerne, ad esempio, le rivolte arabe. Israele è molto allarmata per quello che è accaduto in Egitto o in altri territori del mondo arabo perché si è perso quello status quo che in un certo senso favoriva gli interessi strategici israeliani.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto concerne la bomba atomica iraniana è un altro discorso.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Si discuteva a suo tempo anche dell’Iraq. Io non discuto nulla, non è comunque che mi fidi a livello personale dell’Iran e della sua politica interna. Però stranamente…</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Essendo comunque uno Stato sovrano alla fine la politica autonoma statale non si può decidere dall’esterno. Si può legittimamente avere un’opinione contraria al nucleare civile, però quando uno Stato autonomamente decide la sua politica interna diventa difficile decidere per questo Stato cosa è opportuno fare.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Più che un problema militare (è improbabile che l’Iran attacchi lsraele con un bombardamento atomico poiché si troverebbe la risposta immediata e molto più forte dello Stato ebraico e degli Stati Uniti) si tratta, secondo me, di un problema geopolitico. Un’eventuale bomba atomica iraniana scatenerebbe una competizione regionale molto forte che è già evidente.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>C’è il Pakistan ad esempio.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">C’è il Pakistan, ma soprattutto l’Arabia Saudita, la Turchia e naturalmente Israele. E’ molto forte la competizione tra mondo sunnita guidato dall’Arabia Saudita e universo sciita guidato dall’Iran. Eventualmente una bomba atomica iraniana scatenerebbe una corsa al nucleare nella regione, poiché l’Iran, unitamente ad avere un potere deterrente nei confronti degli Stati Uniti e d’Israele, aumenterebbe la propria influenza regionale e questo non va bene per Israele, ma soprattutto per l’Arabia Saudita e i paesi arabi delle vicinanze.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Che bello che era il mondo una volta, quando c’erano solamente l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti che avevano il nucleare.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La situazione adesso è più complessa. Se si pensa, dal Nord Africa al Vicino, Medio Oriente e Asia Meridionale, vi è tutta una zona dove c’è una forte competizione tra diversi attori regionali (Iran, Arabia Saudita, Turchia, Israele, Egitto, India, Pakistan n.d.r.), ma anche globali (Stati Uniti, Cina).</span></span></p>
<p lang="it-IT"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><img class="alignleft size-full wp-image-12288" title="Progetti di egemonia" style="margin: 5px; border: 1px; float: left;" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Progetti-di-egemonia5.jpg" alt="" width="239" height="336" /></a></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>C’è questo competitore nuovo che è la Cina, anche a livello militare non solo dal punto di vista economico. Quindi questo neoconservatorismo si è sviluppato soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Noi eravamo a quell’epoca tutti contenti, vedevamo queste persone che saltavano sul muro che divideva Berlino. Ci sono anche dei film come “Goodbye Lenin” che ci spiegano tante dinamiche di come si vivevano le cose dall’altra parte. Noi ne sapevamo poco, loro non sapevano nulla di quello che succedeva a noi. Il neorevisionismo israeliano e il neoconservatorismo americano nascono quando crolla il muro, cercando di capire chi deve avere la maggiore influenza.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In realtà no, sono nati alcuni decenni prima. Il neoconservatorismo nasce negli anni ’70, mentre il neorevisionismo si collega al sionismo revisionista di Jabotinsky che è addirittura degli anni ’20. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Jabotinsky che era nato a Odessa.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, Jabotinsky era di Odessa e aveva come obiettivo un sionismo molto più radicale rispetto al sionismo originario di Herzl. Aveva una percezione di una costante lotta tra ebrei e arabi.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Militarista in pratica. </strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, sempre una politica aggressiva. Il neorevisionismo è diverso dal revisionismo originario perché, come ricordo in “</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Progetti di egemonia</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”, esiste il fattore molto importante rappresentato dall’Olocausto. Questo evento storico ha segnato una sorta di spartiacque per la comunità ebraica dell’Europa orientale, ma in generale per gli ebrei e per il futuro Stato d’Israele. Il neorevisionismo è molto più radicale del revisionismo perché osserva una sorta d’incapacità da parte del resto del mondo di accettare l’esistenza dell’ebreo in quanto tale. E l’Olocausto ne è l’esemplificazione. C’è dunque un ideale fortemente pessimista nei confronti del resto del mondo.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Questo aspetto l’ho notato, leggendo il libro. </strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un sentimento di pessimismo e avversione non solo verso gli arabi, ma anche verso chiunque critichi la politica estera dello Stato. In ogni caso il neorevisionismo individuava degli attacchi contro l’ebreo in quanto tale.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Quello che emerge a livello politico dal tuo libro è che una critica ad Israele è connessa all’attacco totale verso gli ebrei. Ma questo l’ho notato anche in certi programmi televisivi italiani, dove erano presenti dei giornalisti di origine ebraica che parlavano degli israeliani utilizzando il “noi”. Non si sentivano più cittadini italiani, ma quasi totalmente israeliani. Insomma il neorevisionismo interpreta totalmente questa separazione. E’ un aspetto molto interessante, anche per comprendere come opera. Il tutto è nato anche in questo caso negli anni ’70 che sono stati decisivi. Perché prima c’erano stati i laburisti per anni.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, prima c’erano i laburisti al potere. Il 1977 è la data di svolta quando il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Likud</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> vinse le elezioni e inizia il programma vero e proprio del neorevisionismo, in un certo senso espansionista. Se si pensa alla guerra in Libano degli anni ’80, l’attacco preventivo nei confronti dell’Iraq del 1981 al reattore nucleare Osiraq. Quello che oggi il governo Netanyahu vorrebbe fare nei confronti dell’Iran, un attacco preventivo contro l’ipotetico programma nucleare iraniano è collegato a questo impianto ideologico connesso a un intento egemonico, una visione fortemente pessimista nei confronti degli altri e un’idea della continua presenza di una minaccia nei confronti d’Israele. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Tu hai spiegato molto bene come nasce questo movimento, soprattutto con i collegamenti con l’Olocausto. Il quale non è stato completamente accettato da una parte della popolazione europea. Si parla anche di revisionismo a proposito di questo e diventa spesso delicato discutere di questa tematica che hai citato. </strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In “</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Progetti di egemonia</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” considero l’utilizzo che viene fatto di questo genocidio, l’utilizzo politico. Non si discute l’evento storico, secondo me non si può discutere l’Olocausto.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Assolutamente.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il problema è quando questo evento viene utilizzato per fini politici. Parlo alla fine di una sorta di banalizzazione: sia i neoconservatori sia i neorevisionisti parlano delle minacce contemporanee come se fossero una ripetizione dell’Olocausto, come le minacce degli anni ’30, equiparate al 1938; lo smembramento della Cecoslovacchia paragonato a un possibile smembramento d’Israele. Questo non è il modo corretto di fare storia. Ogni evento storico ha le sue circostanze e il suo particolare contesto.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ti faccio una domanda a freddo. Quant’è paranoia e quanto calcolo politico?</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo me entrambi. Per un popolo che si sente minacciato è comprensibile una sorta di paura nei confronti dell’altro. Non bisogna dimenticare che esistono alcune frange all’interno dei paesi arabi che hanno come obiettivo la distruzione d’Israele. Dall’altra parte ci sono però anche calcoli politici. Secondo me esistono entrambi gli aspetti.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>E anche economici.</strong></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dunque, in chiusura volevo considerare un altro aspetto. La tua ricerca si concentra molto sull’India e soprattutto su questioni geopolitiche riguardanti l’Asia Meridionale. Ci sono diversi articoli a questo proposito su internet. Tutto ciò come si collega a “</strong></em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>”? Cosa sta succedendo nel mondo e come spieghi tutti questi cambiamenti di potere, queste micro-rivoluzioni che isolate non vogliono dire quasi nulla? La popolazione si erge contro i propri governanti, ma in certi casi ciò fa comodo sia agli Stati Uniti che a Israele. Ma a livello globale cosa accade? Mi sembra che stiano cambiando i centri di potere ed è comprensibile questa paura.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">C’è un impero che è in declino. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto l’idea di essere un impero a livello globale. Si sta spostando il centro di potere verso Oriente, soprattutto verso la Cina, in parte minore verso l’India che è comunque lontana dal livello raggiunto da Pechino.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>La cosiddetta Cindia, come la chiamano.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Certo. La Cina e l’India non hanno ancora il potere militare che hanno gli Stati Uniti, però si sta registrando questo spostamento di potere dovuto soprattutto a motivi di carattere economico. In questa fase c’è una sorta di competizione molto forte a livello globale per chi saranno le guide e le superpotenze del futuro. Stiamo attraversando una fase in cui ci stiamo spostando da un modello unipolare a guida statunitense a un modello multipolare. Questo testimonia come le teorie della “fine della storia” d’inizio anni ’90 dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica siano totalmente sbagliate perché stiamo attraversando una fase in cui emergerà una nuova competizione per avere un ruolo egemonico a livello globale. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Si dice che i tedeschi hanno perso la Seconda guerra mondiale perché avevano problemi energetici. Per esempio l’ex Jugoslavia era il corridoio di collegamento con la Romania per il petrolio. Nessuno lo ha mai considerato. I tedeschi hanno studiato diversi tipi di approvigionamento energetico alternativi già durante il periodo della Seconda guerra mondiale perché avevano problemi energetici. Quanto conterà nel futuro questa lotta per l’energia e dove si sposteranno questi equilibri?</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le lotte per l’energia saranno molto forti, ad esempio anche il caso iraniano è collegato alla competizione per il controllo dei corridoi energetici, per il petrolio e il gas naturale. Se si pensa anche all’Afghanistan e al Pakistan, si può affermare che saranno due territori attraversati da una competizione molto forte per il controllo delle rotte energetiche. L’Afghanistan e il Pakistan sono due paesi che si trovano in territori molto importanti dal punto di vista geostrategico perché sono punti di collegamento tra le risorse presenti in Asia Centrale e l’Asia Meridionale, verso l’India. Oppure verso il Vicino Oriente. Dunque si possono fornire tanti esempi di questa continua competizione, in ogni caso penso che lotta sarà soprattutto per l’area che va dal Nord Africa al Vicino Oriente fino all’Asia Centrale e Meridionale. Un ipotetico conflitto ad esempio contro l’Iran potrebbe scatenare a livello regionale un’instabilità che è già forte, ma potrebbero esserci delle problematiche ancora più significative.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dunque ricordo che lo stesso Francesco Brunello Zanitti, lo storico che abbiamo ospitato, ha anche un blog.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, un sito da dove è possibile ordinare anche il libro, </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">http://progettiegemonia.blogspot.com/</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p>“<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</strong></em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>” di Francesco Brunello Zanitti. Abbiamo parlato di geopolitica. Volevi aggiungere altro?</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, vorrei ricordare che l’Isag ha pubblicato altri due interessanti volumi per comprendere la geopolitica contemporanea. “</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivoltearabe.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Capire le rivolte arabe</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” del segretario scientifico dell’IsAG e redattore di “Eurasia” Daniele Scalea e del ricercatore, sempre dell’IsAG, Pietro Longo. Questo è uno studio molto importante per comprendere appunto le contemporanee rivolte arabe e avere un chiaro quadro della situazione. Un altro libro appena uscito è “</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://ilrisvegliodeldrago.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il risveglio del drago</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” del ricercatore e saggista Diego Angelo Bertozzi e del giornalista Andrea Fais, un libro molto importante per comprendere l’ascesa politica e militare della Cina. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ci sono dunque altre questioni da approfondire per capire cosa sta succedendo nel mondo. E’ tutto collegato. L’Isag è un istituto di studi geopolitici di Roma con una schiera di ricercatori e anche tu collabori con “Eurasia” e si possono trovare diversi articoli sul web. E’ curioso che su Internet ci siano due persone con lo stesso nome: uno storico e un dentista. Grazie a Francesco Brunello Zanitti, avremo altre occasioni per ospitarti nuovamente.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Grazie a “Radio Onde Furlane” e a Mauro Missana per l’ospitalità.</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Grazie, mandi e buona giornata.</strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mandi. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/usa-e-israele-radio-onde-forlane-intervista-francesco-brunello-zanitti/12287/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Siria nel mirino</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-nel-mirino/12206/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-nel-mirino/12206/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 22:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Spartaco Puttini]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
		<category><![CDATA[U.S.A.]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12206</guid>
		<description><![CDATA[È in corso un tentativo di stabilire tramite il caos un riassetto del Medio Oriente funzionale agli interessi dell’imperialismo e dei suoi alleati locali. Gli Usa sfruttano la loro ampia esperienza nella strategia di frantumazione delle nazioni puntando su forze endogene disgregatrici. Bisogna avere coscienza che queste forze possono esistere e manifestarsi in qualsiasi paese. Qualsiasi Stato-nazione è composto da elementi più o meno eterogenei e basta un momento di crisi e del volgare mercenariato politico per accendere la miccia. Ancora una volta gli Usa, paladini dell’Occidente, cantori dell’esportazione della democrazia o profeti dello scontro di civiltà a seconda delle convenienze propagandistiche, si alleano con i terroristi islamici contro un paese laico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-nel-mirino/12206/" title="La Siria nel mirino"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12206&amp;w=80" width="80" height="45" alt="La Siria nel mirino" ></div></a><div style="font-size: medium;">
<p>Vi sono molti modi per accostarsi alla crisi in corso in Siria.</p>
<p>Il primo è ripetere ciò che vanno raccontando i media, a partire dall’emittente dell’emiro del Qatar, Al-Jazeera, già ampiamente compromessa con le frottole diffuse ad arte sulla crisi libica per fomentare lo scontro settario e preparare il terreno ad un’invasione militare della Jamahiria. È quanto vanno facendo i principali organi di informazione nazionale che sembra passino qualsiasi presunta notizia battuta dalle agenzie, senza preoccuparsi minimamente di controllarne l’attendibilità. </p>
<p>Per giorni siamo stati tenuti con il fiato sospeso per la sorte di Amina, la giovane blogger siriana lesbica e attivista dei diritti umani. I giornali italiani hanno dato ampio risalto alla sua storia. Amina è stata prelevata dai servizi di sicurezza siriani e di lei, non giungono più notizie¹. A dare l’allarme è la cugina, sul suo stesso blog. L’allarme è poi ripreso dalla fidanzata di Amina, una ragazza di Montreal. Qualche giorno dopo aver martellato il pubblico italiano con questa storia cominciano a serpeggiare i primi, incontenibili, dubbi sulla vicenda. Una donna croata residente a Londra si riconosce infatti nelle foto di Amina su Facebook che sono state riprese e diffuse dai media. Ma la mobilitazione per il suo rilascio continua². In effetti la sua stessa fidanzata non l’ha mai vista di persona, la conosce solo tramite la rete. La vicenda si tinge di giallo. Infine emerge la realtà: Amina non esiste, è un personaggio inventato. Come la sua storia del resto. In realtà, come è ormai ampiamente noto, l’autore del blog “A Gay Girl in Damascus” è un americano di nome Tom McMaster (?), e scrive comodamente da casa sua.</p>
<p>La bufala di Amina, bisogna ammetterlo, è piuttosto clamorosa. Ma è solo la punta dell’iceberg della disinformazione diffusa dai media per demonizzare la Siria. </p>
<p>Siamo in effetti sicuri di trovarci davanti solamente a presunte manifestazioni pacifiche represse nel sangue dal governo siriano, così come ci viene raccontato? Esse ricordano troppo da vicino la montante e totalmente artefatta campagna anti-libica cui abbiamo assistito per mesi ed è quindi legittimo nutrire seri dubbi. Serissimi dubbi è poi lecito nutrire circa le fonti primarie delle informazioni cui i media attingono o sulle cifre di morti e feriti che diffondono.</p>
<p>Ciò non significa che in Siria non stia succedendo niente. Si può in effetti sostenere che il paese arabo attraversa la crisi più grave della sua storia recente, più grave ancora dell’insurrezione islamista di Hama del 1982, se non altro perché quella rivolta fu localmente più circoscritta. </p>
<p>Ma vi è un altro modo di guardare alla crisi siriana. Consiste nel tentare, con i pochi e frammentari elementi di cui siamo in sicuro possesso, un analisi storica della Siria e del suo ruolo geopolitico nella regione, della portata di una sua destabilizzazione o di un suo regime-change. L’accanimento mediatico in corso contro il governo siriano lascia infatti presupporre che gli Usa ritengano giunto il momento di chiudere i conti con un loro storico antagonista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il braccio di ferro con gli Usa</strong></p>
<p>La Siria ha sempre rappresentato la cittadella contro le cui mura si sono infranti i progetti egemonici degli Usa sul Medio oriente³. Dagli anni Cinquanta i vari governi patriottici che si sono succeduti hanno sempre condotto una politica estera antimperialista ed i tentativi americani di fagocitare Damasco nella loro orbita si sono tradotti nel loro contrario: nell’avvento al potere del Baath alla guida di un Fronte nazionale progressista nel quale figura anche il Partito comunista siriano e nella scelta antimperialista (e fino a che è stato possibile filo-sovietica) in campo internazionale. </p>
<p>Con la guerra dei Sei Giorni Israele cercò di rovesciare il regime militare baathista nato dalla rivoluzione del 1963 per spezzare il fronte arabo. Ma nonostante la secca sconfitta patita con l’occupazione del Golan la Siria restò in piedi. E con il “movimento correttivo” che seguì la presa del potere da parte del presidente Hafez al-Assad il paese si preparò alla rivincita del 1973, con la guerra del Kippur scatenata d‘intesa con l’Egitto di Sadat. Ma l’epilogo del Kippur fu la pace separata tra l’Egitto e Israele. Sostanzialmente si tradusse nell’isolamento della Siria nella regione. Fu in questo contesto che esplose la guerra civile libanese e il pesante coinvolgimento israeliano in essa. L’imposizione di una pax israeliana al Libano avrebbe significato una sconfitta totale per la Siria, che sarebbe stata costretta a capitolare. Così Damasco entrò  pesantemente in gioco nella crisi libanese ed Assad iniziò una complessa partita a scacchi con Israele e gli Stati Uniti (ma anche con la miriade di milizie e fazioni in cui si era frammentato il paese dei cedri). </p>
<p>Fu proprio in una delle fasi più delicate della partita libanese, nel 1982, quando Israele lanciò le sue forze corazzate oltre il fiume Litani in direzione di Beirut, che scoppiò la rivolta degli integralisti islamici ad Hama. Anche allora una rivolta estremamente violenta. Anche allora fomentata dall’esterno. Il pericolo per il governo siriano fu grande ed Assad reagì con la massima fermezza facendo circondare la città dall’esercito. Il bilancio della repressione fu pesantissimo ma lasciò il regime in piedi e la Siria in grado di difendersi. Alla fine (1991) la Siria vinse il confronto in Libano. Tutti i tentativi successivi di estrometterla dal Libano per farla capitolare attuati dal 2005 in poi sono sostanzialmente falliti. Se, a seguito dell&#8217;affaire Hariri, l&#8217;esercito siriano si è dovuto ritirare entro i suoi confini, i tentativi di utilizzare il Libano per assediare la Siria tramite l’aggressione esterna (guerra di Israele dell’estate 2006) o tramite la destabilizzazione interna (insurrezione degli islamisti a Nahr el-Bared prima e scontri da guerra civile dopo) non hanno prodotto alcun risultato. Anzi, le posizioni delle forze filo-occidentali a Beirut sono crollate, tanto che ora il miliardario di origine saudita Saad Hariri, già fiduciario di Washington, non è più alla guida del paese e che il governo è composto unicamente dai partiti dello schieramento patriottico vicino a Hezbollah. Ed Hezbollah (come Hamas del resto) è notoriamente una forza politica sostenuta dall’alleanza tra Damasco e Teheran. </p>
<p>Le cose stavano dunque andando bene per Damasco. L’alleanza con l’Iran, il cauto ritorno dei vecchi partner russi sulla scena della politica mediorientale, la crescente autonomia manifestata dalla Turchia in ambito internazionale e di fronte al dossier palestinese, la vittoria politica dei propri alleati in Libano erano tutti elementi che premiavano la fermezza mostrata dalla Siria nel difficile dopo-guerra fredda. A questi dati si potevano sommare le eventuali evoluzioni della situazione in Egitto, paese perno della regione, dove una rivolta popolare aveva costretto Mubarak alle dimissioni e dove si apriva una partita tutta da giocare per valutare il futuro allineamento egiziano. Nonostante per il momento le aspettative di una rivoluzione paiano completamente frustrate ed il futuro si presenti fosco, tuttavia Il Cairo ha ristabilito le relazioni diplomatiche con l’Iran. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Come una bomba</strong></p>
<p>Poi è scoppiata la crisi che abbiamo sotto gli occhi.  </p>
<p>Il collasso della Siria rappresenterebbe per gli Usa e per Israele la sconfitta dell’ultimo paese arabo che può giocare un ruolo strategico nel frenarne le ambizioni nel Vicino Oriente. A quel punto l’Iran sarebbe completamente tagliato fuori dalla regione e circondato da paesi ostili.</p>
<p>Visto il quadro è obbligatorio chiedersi se sia un caso lo scoppio (con ben determinate modalità) di questa crisi siriana proprio ora. Cioè dopo il fallimento della strategia del salto della pulce, che consisteva nel conquistare il Libano per piegare la resistenza della Siria e nel piegare la Siria per strozzare l’Iran, e dopo le rivolte arabe che hanno fatto tremare la satellizzazione filo-statunitense di un paese dell’importanza dell’Egitto. </p>
<p>Quali sono le modalità con cui si è manifestata la crisi in corso in Siria?<br />
“E&#8217; possibile spiegare quanto sta accadendo in Siria considerandolo alla stregua di un esempio di rivoluzione popolare araba allo stato puro, come un&#8217;insurrezione caratterizzata da una protesta non violenta e liberale contro la tirannia che ha finito per imbattersi in una pura e semplice operazione repressiva? A mio parere si tratta di un&#8217;ottica completamente errata e deliberatamente messa in piedi per servire ambizioni di tutt&#8217;altro genere”⁴. E’ il parere dell’ex consigliere di Xavier Solana (non certo un invasato antimperialista dunque), Alistair Crooke.</p>
<p>Più tranciante è il giudizio di padre Razouk Hannoush, diocesano cristiano: “I disordini sono opera di gruppi armati, e non sono manifestazioni pacifiche. Se fossero pacifiche avrebbero utilizzato altri mezzi, senza destabilizzare il paese con la distruzione e la violenza. Siamo schierati con Assad e con il governo siriano perché non ci ha fatto mai un torto. Sono certo che la Siria supererà questa crisi, e si rialzerà contro la volontà di tutti quelli che le vogliono male”⁵.</p>
<p>E un prete salesiano racconta: “Quello che sta accadendo ora non sono manifestazioni pacifiche: la maggior parte sono gruppi armati con pistole e mitragliatrici che compiono atti terroristici. Due giorni fa, mentre tornavamo da un villaggio vicino Hama, siamo stati fermati da alcuni giovani armati (15/25 anni), che ci hanno controllato le carte d’identità e ci hanno perquisito, ed essendo cristiani ci hanno lasciati, dopo aver costretto uno dei nostri amici a bestemmiare contro il Presidente. Di quale rivoluzione e democrazia parliamo? Sono ancora scosso da questo incidente, soprattutto pensando che se fossimo stati alawiti saremmo stati di certo uccisi. Sì, ci sono un sacco di ribelli armati nelle città in Siria, distruggono, seminano terrore e uccidono i civili. Quale paese che si trova di fronte ad una rivolta armata resta immobile? L’esercito interviene per fermare queste bande armate e per riportare la sicurezza e la stabilità al paese”⁶.</p>
<p>Di fatto anche in Siria, come prima in Libia, non siamo di fronte a pacifiche dimostrazioni di un popolo inerme stanco di una dittatura quanto a una rivolta armata nella quale sono ben riconoscibili gruppi estremisti islamici filiazione della Fratellanza musulmana foraggiati dalle retrograde petro-monarchie assolute del Golfo. In questa partita gioca un ruolo di primo piano presumibilmente l’Arabia Saudita, supporto degli Usa nella regione dall’incontro del Quincy e da sempre baluardo della reazione nel mondo arabo, ricettacolo delle bande legate al network del terrorismo di matrice islamico-wahhabita da noi note con il nome riassuntivo e un po’ impreciso di al-Qaida. </p>
<p>Indubbiamente vi sono delle tensioni endogene nella società siriana che, in relazione alla presente crisi economica mondiale, si sono acuite. Né si vogliono qui negare i lati oscuri del regime siriano. Ma non è questo il punto. Il punto è che non pare minimamente attendibile la favola edificante presentata dai media. La forza pervasiva di questa tesi consiste nell’essere ossessivamente ripresa e data in pasto ad una opinione pubblica disinformata e disorientata. </p>
<p>Nel racconto della situazione siriana che viene offerto sono opportunamente passati sotto silenzio gli elementi che poterebbero indurre una riflessione critica al riguardo della tesi ufficiale e dei secondi fini dei suoi alfieri. </p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>La Siria…e il suo contrario</strong></p>
<p>La Siria ha una solida coscienza nazionale. La Repubblica gode di un certo prestigio. Il punto debole del paese potrebbe essere rappresentato dalla molteplicità delle confessioni religiose che finora hanno sempre convissuto benissimo. La gran parte del popolo siriano è di fatto dalla parte del governo e del suo presidente. Forse perché è cosciente della diversità della Siria rispetto agli altri paesi della regione, dal punto di vista economico e sociale (nonostante tutto) e dal punto di vista della garanzie offerte dalla laicità del regime. Forse perché è orgogliosa dell’indipendenza del paese sul piano internazionale e di fronte a Israele e all’Occidente. Forse anche perché è timorosa del salto nel vuoto. Anche in questo caso l’alternativa all’attuale regime sarebbe costituita da una guerra settaria tra confessioni e gruppi (essendo la Siria un paese pluri-confessionale) che porterebbe ad una disintegrazione dello stato sul modello irakeno. E i siriani, che ospitano una numerosa comunità di esuli irakeni, sanno bene quale inferno esista oltre il confine dell’Iraq occupato. Comprensibile che non vogliano fare la stessa fine. Ecco il semplice motivo delle oceaniche manifestazioni che si sono tenute in questi mesi in sostegno di Bashar al-Assad. Ma ai media occidentali è bastato non dare alcuno spazio a questa notizia. Come del resto non ha trovato alcun eco la notizia che alcuni giornalisti ed editorialisti delle catene mediatiche arabe in primo piano nell’opera di disinformazione sulla crisi siriana abbiano dato le dimissioni in segno di protesta per la manipolazione della verità attuata. </p>
<p>In Siria è in corso un’opera di destabilizzazione che mira scientemente a precipitare il paese nel caos. Le iniziative di gruppi, bande e veri e propri commandos che seminano il terrore nei paesi e in alcuni quartieri di città Hama e Latakia e che si sono già macchiati di orribili delitti e nefandezze a spese della popolazione e delle forze di sicurezza (che hanno contato dall’inizio di questa serpeggiante rivolta numerose perdite) smentisce in modo eloquente le favole raccontateci da tv e giornali. E’ noto che gli islamisti radicali cerchino la loro rivincita ed è assai probabile che ricevano supporto dall’esterno sfruttando i porosi confini del paese arabo. Di fatto, stando a testimoni e a numerose testimonianze disponibili in rete, girano armati di mitragliatrici pesanti e dispongono di esplosivi. Non è esattamente il corredo di dimostranti pacifici. Ma per certi lacchè dell’imperialismo anche i peggiori tagliagole possono essere venduti così all’opinione pubblica. Come i “pacifici pastori” di cui sproloquiava Bettizza nei suoi servizi sull’Afghanistan negli anni ’80: erano i mujaheddin di Bin Laden! </p>
<p>Il ruolo degli islamisti influenzati dall’Arabia saudita è ormai abbastanza scoperto. E le relazioni diplomatiche tra la Siria ed il Qatar sono arrivate sulla soglia della rottura. Secondo il giornalista francese Thierry Meyssan della partita sarebbe anche un’organizzazione attiva in Asia centrale con base a Londra che è stata accusata di avere organizzato attentati nella valle di Ferghana (Hizb ut-Tahrir). Ma nonostante le questioni poste anche in sede di Camera dei Comuni non è mai stata aperta nessuna inchiesta sul gruppo, molti dei cui membri lavorano per multinazionali anglo-americane⁷. </p>
<p>La paura della comunità cristiana siriana di essere annientata ha fatto filtrare la notizia della presenza massiccia di gruppi integralisti. Del resto era difficile nascondere i sanguinari appelli dell&#8217;ulema saudita Saleh El-Haidan che ha invitato ad uccidere un terzo dei siriani affinché i due terzi possano vivere⁸. La scomessa sullo scontro settario è il vero scenario su cui si gioca la crisi siriana. Lo sforzo di delegittimare il Presidente Assad perché appartenente alla minoranza alawita e perché in politica estera avrebbe favorito l’ascesa degli sciiti nella regione (dall’Iran ad Hezbollah) è di per sé eloquente. Un messaggio che traccia la linea sottile della divisione tra le confessioni religiose in cui si articola la nazione e soffia sul fuoco dell’odio additando a male assoluto un improbabile nemico interno. Quanto possa essere efficace e dolorosa una strategia simile nel momento in cui un paese deve già affrontare crisi economiche è ben noto. Nella storia contemporanea si possono citare numerosi esempi. E’ un messaggio che porta la firma dell’Arabia saudita in lotta contro la rivoluzione nel mondo arabo-islamico, sia essa laica nasseriana, baathista, comunista oppure islamica come fu quella di Khomeini. Riyad si erge a baluardo della reazione islamica. Ecco perché gli ayatollah hanno espresso la loro preoccupazione per queste sommosse dicendo che esse mirano a invertire la tendenza aperta con la rivoluzione islamica iraniana del 1979 e alimentata dalle rivolte della primavera passata.<br />
E’ in corso un tentativo di stabilire tramite il caos un riassetto del Medio Oriente funzionale agli interessi dell’imperialismo e dei suoi alleati locali. Gli Usa sfruttano la loro ampia esperienza nella strategia di frantumazione delle nazioni puntando su forze endogene disgregatrici. Bisogna avere coscienza che queste forze possono esistere e manifestarsi in qualsiasi paese. Qualsiasi Stato-nazione è composto da elementi più o meno eterogenei e basta un momento di crisi e del volgare mercenariato politico per accendere la miccia. Ancora una volta gli Usa, paladini dell’Occidente, cantori dell’esportazione della democrazia o profeti dello scontro di civiltà a seconda delle convenienze propagandistiche, si alleano con i terroristi islamici contro un paese laico che è sempre stato un baluardo contro queste bande. Il coinvolgimento occidentale non è nemmeno troppo nascosto, l’ambasciatore americano e quello francese avrebbero partecipato ad un’iniziativa degli oppositori ad Hama e per questo sarebbero stati cacciati da una chiesa da Mons. Khoury, vicario patriarcale della Chiesa Ortodossa⁹.</p>
<p>Ma come reagiranno le altre Potenze? </p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Uno scenario aperto</strong></p>
<p>Dopo l’aggressione alla Libia Russia e Cina lasceranno avanzare nuovamente gli Usa in Medio oriente? Dopo ciò che è successo alla risoluzione dell’Onu riguardo all’imposizione del non sorvolo sui cieli libici potrebbe essere lecito dubitarne. In fondo gli occidentali hanno abusato spudoratamente di una minima concessione per fare tutto ciò che volevano. Ma per la Cina la Libia non rappresentava un terreno su cui si giocava la sua sicurezza nazionale. Ancor meno la Siria. Pechino si troverebbe in prima fila solamente nel caso di un progettato attacco alla Corea del Nord, al Pakistan o, molto probabilmente, all’Iran. </p>
<p>Per la Russia è diverso. La Siria è lo storico alleato in Medio oriente e Mosca non dovrebbe correre il rischio di perderlo. E di perdere l’unica base che le resta nel Mediterraneo. Inoltre la caduta di Damasco lascerebbe esposto l’Iran e a questo punto la sfida diverrebbe vitale. La strategia russa di vanificare le mire statunitensi, volte al monopolio delle fonti energetiche, funziona solo se tiene l’intesa con Teheran e se l’Asia centrale resta chiusa alla penetrazione Usa. Ma senza una stretta concertazione tra Russia, Cina e Iran è impossibile. Ecco perché un’eventuale aggressione occidentale alla Siria (già minacciata) avvicinerebbe comunque il rischio di un confronto tra le Potenze. Per il momento pare che Mosca stia arginando l’aggressività statunitense in sede ONU. Ma la situazione permane fluida, anche per i giochi di potere in corso a Mosca in vista delle prossime presidenziali.</p>
<p>Gli attori regionali più prevedibili sono la Repubblica islamica iraniana (storico alleato della Siria a dispetto della differenza del regime politico al potere nei due paesi), che difficilmente potrebbe assistere impotente ad un’aggressione Usa contro Damasco, e Israele, il nemico di vecchia data. Voci insistenti parlano di una prossima guerra israeliana. Con la Siria assorbita a gestire una delicatissima crisi interna la tentazione di attaccare nuovamente il Libano per riprendersi la rivincita dopo la sconfitta del 2006 potrebbe essere forte per Tel Aviv. Esattamente come nel 1982. Ma che probabilità ha Israele di vincere politicamente la partita libanese e stabilizzare a Beirut un regime satellite? Ammesso e non concesso che riesca a sbaragliare sul campo Hezbollah ed i suoi sempre più numerosi alleati. Per questo è contemporaneamente possibile ma difficile credere all’eventualità di un’altra guerra a breve. </p>
<p>L’incognita vera è la Turchia. E qui le domande superano di gran lunga i punti fermi. Ankara si era riavvicinata a Damasco ed era in progetto la realizzazione di uno spazio doganale comune. I turchi hanno tutto da perdere da un collasso siriano. Eppure si parla di un loro coinvolgimento nel sostegno alla rivolta. Se ciò venisse confermato dovremmo interpretarlo come un nuovo capitolo dello scontro che oppone il vertice civile e politico della Turchia (l’Akp) alle forze armate tradizionalmente filo-atlantiche? O vi è dell’altro? Quanto pesano le relazioni tra AKP e Fratellanza musulmana? Nella prima ipotesi andrebbero valutati attentamente gli incontri che i politici turchi hanno avuto con oppositori del regime siriano. Cioè come un modo per stabilire un percorso di composizione del braccio di ferro prima che la situazione sfugga di mano a tutti. La Turchia cercherebbe cioè di limitare i danni. E’ un’ipotesi. Ma per il momento il rapporto tra Erdogan e Assad si è raffreddato. Più probabile, ma non in totale alternativa all’ipotesi di cui sopra, è che la Turchia annaspi, aspetti il futuro svilupparsi degli eventi per non perdere il treno della sua scommessa politica sul ritorno ad un ruolo di punta nel mondo islamico. Non a caso mentre la Siria fronteggia le forze della sedizione, Erdogan si reca al Cairo per imbastire una relazione proficua con il nuovo Egitto. O vi è anche, in questa visita, un po&#8217; di diplomazia parallela, di partito per così dire? E la rottura delle relazioni con Israele e la sospensione della collaborazione in campo militare tra i due pesi sono fatti da circoscrivere solamente al caso della Freedom Flotilla? La crisi siriana non c’entra proprio nulla? O si tratta di un messaggio esplicito a non fare il passo più lungo della gamba scatenando una nuova guerra nella regione approfittando del fatto che la Siria è posta sulla difensiva?</p>
<p>Sono domande destinate a restare, per ora, senza risposta. Nodi che solo lo svilupparsi degli eventi potrà sciogliere. </p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><em>* Spartaco Alfredo Puttini, dottore in Storia, è frequente contributore a Eurasia dove ha pubblicato: L’immagine della Sfinge: l’Egitto nasseriano e l’opinione pubblica italiana (nr. 3/2005, pp. 115-124), Il Patto di Shanghai (nr. 3/2006, pp. 77-82), USA e Siria: storia di un antagonismo (nr. 2/2007, pp. 189-200), La zuffa per l’Africa (nr. 3/2009, pp. 169-178), La rivoluzione islamica dell’Iran (nr. 1/2010, pp. 249-262).</em></strong></p>
<p>&nbsp;<br />
<em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;</em><br />
&nbsp;</p>
<div style="font-size: small;">1. Si veda per tutti “La Repubblica” del 7 giugno 2011 (versione online) http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/07/news/blogger_rapita-17345230/<br />
2. Si veda “La Stampa”, 8 giugno 2011 (versione online) www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/406219/<br />
3. Per un trattazione più esaustiva di questa storia mi permetto di rinviare a: S. Puttini, USA e Siria, storia di un antagonismo; in: “Eurasia”, n.2, 2007 pp.189-200<br />
4. A. Crooke, Una spiegazione del paradosso siriano; in: www.megachip.it<br />
5. N. Tarcha, I cristiani nella Siria in tempesta, tra ribelli armati, Assad e l’Occidente; in: www.megachip.it<br />
6. Ibidem<br />
7. T. Meyssan, La contre-rèvolution au Proche-orient; www.voltairenet.org<br />
8. Ibidem<br />
9. N. Tarcha, op. cit.
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/la-siria-nel-mirino/12206/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Palestina, in caso di stato</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/palestina-in-caso-di-stato/12193/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/palestina-in-caso-di-stato/12193/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 21:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12193</guid>
		<description><![CDATA[A neverending story: la Palestina è uno Stato? La recente ammissione quale nuovo membro dell'UNESCO crea uno scompiglio internazionale del tutto diplomatico e filosofico, piuttosto che fattuale e di sostanza. Ecco un'analisi senza timori e pregiudizi che tocca tutti gli aspetti cruciali della questione. Indubbia la centralità del rapporto stesso tra Israele e ANP, ed è forse proprio in questo rapporto che si può cercare la soluzione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/palestina-in-caso-di-stato/12193/" title="Palestina, in caso di stato"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12193&amp;w=80" width="80" height="53" alt="Palestina, in caso di stato" ></div></a><p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Nella giornata in cui tutti i bambini del mondo o quasi sono impegnati nel celeberrimo ‘</span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>trick or treat</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif">’ e gli adulti in improbabili travestimenti celebrando una bislacca ricorrenza, l’UNESCO decideva che sì, la Palestina è autorizzata ad entrare in qualità di membro nell’organizzazione che tutela l’Educazione, la Scienza e la Cultura delle Nazioni Unite. Durante la riunione parigina dell’Assemblea Generale del 31 ottobre centosette paesi hanno pronunciato il fatidico sì, 52 si sono astenuti (tra cui l’Inghilterra e l’Italia) e 14 si sono opposti; tra questi, con un vero e proprio colpo di scena, dobbiamo annoverare anche gli USA.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">L’esito delle votazioni può essere definito ‘una vittoria del diritto, della giustizia, della libertà’ oppure ‘una tragedia’ a seconda dei punti di vista, ma in qualsiasi modo lo si voglia considerare, alcune valutazioni cui portano certi elementi possono essere fatte in modo piuttosto oggettivo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">PIU’ FUMO CHE ARROSTO</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Che il voto all’UNESCO abbia assoluta rilevanza simbolica è innegabile; lo conferma per antitesi la reazione dello stesso Primo Ministro israeliano, Netanyahu, che ha dichiarato l’illusorietà dell’idea che il suo paese assista passivamente a ‘queste mosse che danneggiano Israele’; è uomo di parola, questo Netanyahu: per rappresaglia, saranno costruite circa duemila nuove unità abitative, tutte in West Bank ovviamente, delle quali 1650 soltanto a Gerusalemme Est. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Per inciso, verrebbe da chiedersi in che modo il riconoscimento di un altro Stato come membro dell’Organizzazione per la tutela delle Scienze, dell’Educazione e della Cultura danneggia Israele. Mi sorge il sospetto che se si fosse trattato dello Zimbawe (preso ad esempio perché sufficientemente lontano dalla sfera degli interessi israeliani) i danni per Israele non avrebbero meritato il clamore internazionale suscitato in questa occasione. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">La stessa Casa Bianca si è affrettata a definire la mossa ‘controproducente, inopportuna e prematura’, ed a dichiarare l’intenzione di tagliare i fondi alla stessa UNESCO; dunque sì, quello che è successo il 31 ottobre può essere considerato a buon diritto una pietra miliare nella storia di Palestina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Il punto però è che il voto dell’Assemblea Generale ha un peso più simbolico che politico e, se il giubilo della dirigenza dell’ANP è più che comprensibile, non si può dire altrettanto  dell’ottimismo con cui la stessa interpreta quanto accaduto a Parigi, ritenendolo un primo passo verso il pieno riconoscimento dello Stato di Palestina &#8211; riconoscimento che scaturirebbe automaticamente dall’accettazione della </span></span><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/Update%20Report%2023%20September%202011%20Palestine.pdf"><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">richiesta</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"> di partecipazione della Palestina come Stato membro dell’ONU presentata da Abu Mazen il 23 settembre. Perché questo avvenga, il primo passo è che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si esprima favorevolmente con 9 voti su 15 e nessun veto, mentre Washington ha già reso pubbliche con largo preavviso le sue intenzioni di voto – il veto, appunto; l’iter poi prevede che tale decisione passi all’Assemblea Generale sotto forma di raccomandazione perché questa si pronunci a sua volta</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Date queste premesse, ciò che realmente conta – la votazione positiva del Consiglio di Sicurezza – è destinato a rimanere fantascienza.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Però, tutto il suddetto discorso pare si basi su una falsa premessa: l’accettazione della piena e paritaria </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>membership</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"> palestinese nell’Assemblea Generale non costituisce di per sé alcun riconoscimento della sovranità dello Stato palestinese sul proprio territorio; sono due elementi scollegati e non interdipendenti: la misura tradizionale di nazionalità si basa sulla capacità del governo di esercitare la propria autorità sul territorio che reclama e sul rispetto di cui gode a livello internazionale, solitamente evidente dall’estensione dei riconoscimenti che riceve. Una semplice dimostrazione è data dallo stesso regno di David al momento della proclamazione della sua indipendenza (14 maggio 1948, data che da alcuni è ricordata come una catastrofe), quando sono giunti i riconoscimenti di Stati Uniti, Russia </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>et similia</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif">, ma in nessun momento l’ONU si è pronunciato a riguardo. Dunque è una questione prima di tutto interna, ed in un secondo momento internazionale, senza che questo implichi una qualche attività da parte dell’ONU in nessun passaggio.</span></span></p>
<p><strong> <span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">QUESTO RICONOSCIMENTO NON S’HA DA FARE</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Non sono soltanto gli Stati Uniti ad essere contrari al riconoscimento della Palestina come membro dell’ONU, e nella loro opposizione non sono accompagnati soltanto – e prevedibilmente &#8211; da Israele; sorprendentemente, non ritengono che sia una mossa saggia anche gli affiliati del Movimento Giovanile Palestinese (PYM) e una parte degli intellettuali, del mondo arabo ma non solo. Almeno, non a queste condizioni. Nel </span></span><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://nena-news.globalist.it/?p=12889"><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">comunicato</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"> del PYM il punto da sottolineare è che: </span></span></p>
<p>‘<span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>[…] l’iniziativa della dichiarazione dello stato palestinese viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta con metodi democratici da tutto il suo popolo e che pertanto non rappresenta la popolazione palestinese nella sua totalità. Questa proposta è un fabbricazione politica progettata dalla leadership palestinese per nascondersi dietro  l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione.[…]</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif">’.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Dunque, una delle motivazioni per cui questo riconoscimento non s’ha da fare è che rappresenta per l’ANP una mossa per conservare una legittimità politica sullo scenario internazionale che invece internamente non possiede più, per ‘tirare avanti’ quanto più possibile; Mahmud Abbas non possiede più alcun diritto per ergersi a rappresentante del popolo palestinese in vece del quale negoziare il riconoscimento dello stato: il suo mandato è scaduto ormai qualche tempo e i deputati eletti nel Consiglio Legislativo Palestinese provengono per la maggior parte dalle fila di Hamas e, pertanto, si trovano detenuti nelle carceri israeliane (</span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>ubi maior</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"> … ). Dunque, l’ANP non rappresenta la maggioranza dei palestinesi – come democrazia vorrebbe – né di quelli dei Territori (inclusa la Striscia) né di quelli d’Israele né di quelli in esilio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Tra coloro che attribuiscono gli sforzi internazionali di Mahmud Abbas ad esigenze tutte interne e particolari – e dunque meno nobili rispetto al vedere riconosciuto il diritto all’autodeterminazione alla propria gente &#8211; c’è Ali Hasan Abunimah</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"> che da uno dei suoi scritti tuona: </span></span></p>
<p>‘ <span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>[…]Che fare se la tua decennale campagna per realizzare uno Stato palestinese indipendente su quei pezzi della Palestina storica, conosciuti come Cisgiordania e Gaza è stata coronata da un fallimento totale?</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>La risposta potrebbe essere che se sei l&#8217;Autorità Palestinese sponsorizzata dall&#8217;occidente (AP) in una Ramallah occupata da Israele, val bene fingere in ogni caso di avere uno Stato palestinese, in modo da ottenere la complicità del maggior numero di paesi possibile per questa farsa.</em></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>Questa sembra essere l&#8217;essenza della strategia dell&#8217;AP per la richiesta d&#8217;ammissione dello &#8220;Stato di Palestina&#8221; all&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel prossimo mese di settembre. […]</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif">’.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Nell’analisi di Abunimah, il tentativo di riconoscimento dello stato palestinese rappresenta la conseguenza naturale del processo di </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>institution building</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"> avviato dall’Autorità Palestinese e dovrebbe costituire una solida base su cui poggeranno le infrastrutture del futuro stato; c’è solo un piccolo particolare: le istituzioni create fino ad ora sono la polizia di stato e gli apparati della milizia, entrambi utilizzati – ancora nel presente, cosa che fa sospettare che nel futuro non sarà diverso &#8211; per reprimere l’opposizione interna alla stessa AP e per frenare le attività di resistenza all’occupazione israeliana. Questa è per lui ‘</span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>la strategia della disperazione di una leadership palestinese che ha perso la sua legittimità, ed è diventata un serio ostacolo per i palestinesi sulla via della riconquista dei loro diritti</em></span><span style="font-family: Verdana,sans-serif"> ‘.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Dall’altra parte c’è Hamas, ritenuta da molti impresentabile come partner per colloqui di pace, figurarsi per sedere al tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Infatti, il Presidente degli Stati Uniti d’America ha dichiarato: </span></span></p>
<p>‘<span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>Gli sforzi dei palestinesi di delegittimare Israele falliranno. Le azioni simboliche intraprese a settembre per isolare Israele alle Nazioni Unite non creeranno uno Stato indipendente. I leader palestinesi non avranno pace né prosperità se Hamas insiste su schemi terroristici e di rifiuto e i palestinesi non realizzeranno mai la loro indipendenza negando il diritto di Israele ad esistere</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">’</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Sicuramente per miei limiti, ma proprio non capisco cosa ci sia di delegittimante per Israele nel chiedere l’ammissione della Palestina all’ONU &#8211; tralasciando la questione della convenienza o meno di tale atto &#8211; o in che modo tale richiesta possa isolare Tel Aviv alle Nazioni Unite: se in sessantatre anni non ci sono riuscite le numerose risoluzioni di condanna dello stesso Consiglio di Sicurezza, come potrebbe riuscirci una votazione nella quale gli USA hanno già dichiarato di apporre il veto? Perdonatemi, proprio non ci arrivo. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Per i suddetti motivi, e per tutti gli altri per i quali qui non c’è spazio ma che ci possono a buon diritto venire in mente, è innegabile che anche la dirigenza palestinese dovrebbe fare un serio </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>mea culpa</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Paradossalmente, il riconoscimento ufficiale della Palestina come Stato abbasserebbe automaticamente i </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>target</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"> delle richieste dei palestinesi, il che rappresenta la seconda ragione addotta da quanti non vorrebbero che l’ONU riconosca la Palestina come stato membro (e che vorrei tranquillizzare: ci pensa lo Zio Sam!). Il caso del diritto al ritorno dei profughi è esemplificativo: ad oggi, tale diritto è sancito dalla </span></span><span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.un.org/depts/dhl/resguide/r3.htm"><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">risoluzione 194</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"> (articolo 11) e si estenderebbe a tutto il territorio della Palestina mandataria; la nascita di uno Stato palestinese si rende necessaria, nei piani di Israele, per restringere l’applicazione del suddetto soltanto ai confini del futuro Stato &#8211; per il momento tutti virtuali &#8211; il che a sua volta implicherebbe la legalizzazione degli insediamenti ebraici nella parte dei Territori Occupati esterni a tali confini.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Proprio per quanto detto finora sul ridimensionamento delle ‘pretese’ della controparte, Israele ha sempre ritenuto che l’esistenza di una Palestina fosse auspicabile – leggi conveniente; tuttavia, un ritorno ai confini del lontano ’67 non è praticabile. Dunque, come si fa? La soluzione starebbe in uno scambio di territori e cittadinanza: i territori della Cisgiordania occupati dagli insediamenti diventerebbero territorio israeliano a tutti gli effetti mentre i cittadini arabi dello stato ebraico, gli arabi d’Israele, diventerebbero cittadini del futuro &#8211; quanto virtuale &#8211; stato palestinese. In questo modo Tel Aviv otterrebbe una riduzione considerevole della popolazione araba interna senza che questo significhi necessariamente dare un’identità allo stato antagonista: i suddetti passaggi dovrebbero essere evidentemente accompagnati da negoziati che si rivelerebbero per loro stessa natura molto lunghi ed infinitamente complessi e sarebbe durante questi colloqui che le varie manovre verrebbero portate a termine nel concreto; basterebbe che Israele facesse saltare al momento opportuno il tavolo delle trattative per avere una popolazione araba non più cittadina israeliana &#8211; e non ancora palestinese – la quale, proprio in virtù del mutato </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>status</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif">, avrebbe necessità di un permesso di soggiorno per continuare a risiedere in Israele, con tutto ciò che questo comporterebbe – per esempio la possibilità di espulsione, in questo caso diventata legale. </span></span></p>
<p><strong> <span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">MOTIVAZIONI DI CARTA</span></span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Quanti riescono ad entusiasmarsi per questo atto di coraggio – del quale si deve dare atto a Mahmud Abbas comunque la si pensi – pensano che il riconoscimento della sola (e ridimensionata rispetto all’originale) Cisgiordania come Stato membro sia solo una base dalla quale partire per avanzare ulteriori richieste innanzitutto a livello identitario (riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina), poi a livello territoriale (che includerebbero anche Gaza, la qual cosa determinerebbe l’esistenza di uno Stato che non ha contiguità territoriale) e di affermazione di altri diritti (come il diritto al ritorno per i profughi). Io non condivido: se anche un voto positivo del Consiglio di Sicurezza fosse possibile, questo non porterebbe alcun mutamento nella realtà legale dei fatti, né spalancherebbe alcuna porta per il riconoscimento dell’esistenza della Palestina in quanto nazione; in fondo, l’ammissione della Palestina all’interno dell’ONU è ancora poca cosa perché Israele abbandoni la linea dura e valuti </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>realmente</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"> la strada di un accomodamento negoziale dell’annosa questione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Anche la posizione di chi ritiene che la presenza di Mahmud Abbas all’interno dell’ONU in qualità di membro paritario</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"> metterebbe Israele sotto pressione internazionale (Nabil Shaat, alto funzionario di Fatah, parlando al New York Times) è insostenibile; il Libano è membro delle Nazioni Unite dal 1945 ma che io sappia questo non ha pesato molto sulla decisione di Israele di occupare il sud del paese dal 1978 al 2000, oppure sul bombardamento del 2006. Potrei citare altri esempi (alture del Golan, Siria), ma dopotutto sarebbero tutte illazioni. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Altri ancora, oserei dire ingenuamente, credono che il pronunciamento favorevole dell’Assemblea Generale dell’ONU comporterebbe una rimozione delle colonie che sorgono illegalmente nei Territori perché la loro permanenza rappresenterebbe una violazione quotidiana della sovranità di uno stato membro. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Sinceramente, non la reputo una motivazione sufficientemente forte; parlerei sì, di conseguenze, ma in senso nettamente negativo: per la sola ammissione della Palestina all’interno dell’UNESCO (ed abbiamo visto che valenza ha questo evento) Netanyahu ha reagito nel modo che sappiamo. Mi chiedo cosa potrebbe fare se Abu Mazen ottenesse il </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>placet</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"> per sedere al tavolo delle Nazioni Unite con il pieno </span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><em>status</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"> di membro paritario. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">Forse però i miei sono timori inutili: cosa può fare un ‘povero piccolo Sansone’</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><a name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium">? </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: medium"><em>&#8220;Le opinioni contenute nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di Eurasia&#8221;</em><br />
</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <sup></sup> Per leggere le norme che regolano l’ingresso degli 	stati nelle Nazioni Unite, 	<span style="color: #0000ff"><span style="text-decoration: underline">http://thf_media.s3.amazonaws.com/2011/pdf/bg2574.pdf</span></span> , pg. 4.</p>
</div>
<div>
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> <sup></sup> Giornalista americano palestinese e co – fondatore 	di ‘<em>Electronic Intifada</em>’, una pubblicazione online no 	profit che tratta come argomento centrale il conflitto israelo &#8211; 	palestinese</p>
</div>
<div>
<p><a name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> <sup></sup> <span style="font-size: x-small">Barack 	Obama, “Remarks by the President on the Middle East and North 	Africa,” The White House, May 19, 2011, su 	http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2011/05/19/remarks-president-middle-east-and-north-africa 	(June 28, 2011).</span></p>
</div>
<div>
<p><a name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> <sup></sup> Nel 1974 l’Assemblea Generale ha votato la 	risoluzione 3237, che garantisce all’OLP lo status di osservatore 	all’interno delle Nazioni Unite in quanto rappresentante della 	popolazione palestinese. Uno stato osservatore, in generale, ha un 	posto nell’Assemblea Generale e può intervenire nei dibattiti ma 	non ha il diritto di votare; tuttavia, ad alcuni stati osservatori, 	OLP inclusa, nel 1988 sono stati riconosciuti altri privilegi: i 	documenti pubblicati da questi vengono fatti circolare negli 	ambienti dell’UN come documenti ufficiali delle Nazioni Unite, 	viene normalmente designata come Palestina e non come Organizzazione 	per la Liberazione della Palestina. Dieci anni più tardi sono stati 	ampliati ulteriormente i privilegi concessi: il diritto a 	partecipare nei dibattiti generali dell’Assemblea, il diritto di 	replica, il diritto di presentare delle bozze di risoluzione e 	opinioni di voto sulle questioni mediorientali, incluse quelle 	palestinesi.</p>
</div>
<div>
<p><a name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a> <sup></sup> La citazione è da Avi Shlaim, <em>Il muro di ferro. 	Israele e il mondo arabo</em>, Bologna, Casa Editrice Il Ponte, 2003, 	pg. 257.</p>
<p>* <em>Paola Saliola è dottoressa in Lingue e civiltà orientali presso l’Università La Sapienza di Roma</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/palestina-in-caso-di-stato/12193/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Netanyahu visto da Obama e Sarkozy</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/netanyahu-visto-da-obama-e-sarkozy/12136/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/netanyahu-visto-da-obama-e-sarkozy/12136/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[obama]]></category>
		<category><![CDATA[Sarkozy]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=12136</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/netanyahu-visto-da-obama-e-sarkozy/12136/" title="Netanyahu visto da Obama e Sarkozy"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12136&amp;w=80" width="80" height="45" alt="Netanyahu visto da Obama e Sarkozy" ></div></a>Réseau Voltaire A seguito di un errore tecnico dei servizi della Eliseo, alcuni minuti di conversazione tra i presidenti Barack Obama e Nicolas Sarkozy sono stati sentiti dai giornalisti che seguivano il G20. Secondo Dan Israel, che ha riferito l&#8217;incidente sul sito Arrêt sur Images, Obama ha dapprima criticato Sarkozy per non averlo avvertito che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/netanyahu-visto-da-obama-e-sarkozy/12136/" title="Netanyahu visto da Obama e Sarkozy"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12136&amp;w=80" width="80" height="45" alt="Netanyahu visto da Obama e Sarkozy" ></div></a><p><a href="http://www.voltairenet.org/Netanyahou-vu-par-Sarkozy-et-Obama">Réseau Voltaire</a></p>
<p>A seguito di un errore tecnico dei servizi della Eliseo, alcuni minuti di conversazione tra i presidenti Barack Obama e Nicolas Sarkozy sono stati sentiti dai giornalisti che seguivano il G20.  Secondo Dan Israel, che ha riferito l&#8217;incidente sul sito Arrêt sur Images, Obama ha dapprima criticato Sarkozy per non averlo avvertito che avrebbe votato a favore dell&#8217;adesione della Palestina presso l&#8217;UNESCO, mentre gli Stati Uniti erano fortemente contrari. La conversazione poi è scivolata su Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. Sicuri di non essere ascoltati, i due presidenti si sono abbandonati. &#8220;Non riesco più a sopportarlo, è un bugiardo&#8221;, ha detto Sarkozy. &#8220;Sei stanco di lui, ma io devo farci conti ogni giorno!&#8221; ha risposto Obama, che ha poi chiesto a Sarkozy di cercare di convincere i palestinesi a rallentare sulla loro domanda di adesione alle Nazioni Unite.  Traduzione di Alessandro Lattanzio http://sitoaurora.altervista.org/home.htm http://aurorasito.wordpress.com</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/netanyahu-visto-da-obama-e-sarkozy/12136/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il baratto umano, mossa tattica israeliana</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/il-baratto-umano-mossa-tattica-israeliana/11696/</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/il-baratto-umano-mossa-tattica-israeliana/11696/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 15:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Shalit]]></category>
		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Tel Aviv]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=11696</guid>
		<description><![CDATA[Il fatto che Tel Aviv abbia accettato di scambiare il sergente Gilad Shalit tenuto in ostaggio da Hamas con ben 1.027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è indice, infatti, dell’asimmetria che domina qualsiasi rapporto di forza tra israeliani e palestinesi, con i primi che dal 1957 ad oggi hanno rilasciato 13.509 prigionieri per ottenere la liberazione di 16 soldati da parte dei secondi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-baratto-umano-mossa-tattica-israeliana/11696/" title="Il baratto umano, mossa tattica israeliana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11696&amp;w=80" width="80" height="59" alt="Il baratto umano, mossa tattica israeliana" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Se le parole sono macigni, i numeri acquisiscono spesso un peso ulteriore e di sicuro maggiormente significativo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il fatto che Tel Aviv abbia accettato di scambiare il sergente Gilad Shalit tenuto in ostaggio da Hamas con ben 1.027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è indice, infatti, dell’asimmetria che domina qualsiasi rapporto di forza tra israeliani e palestinesi, con i primi che dal 1957 ad oggi hanno rilasciato 13.509 prigionieri per ottenere la liberazione di 16 soldati da parte dei secondi.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Benjamin Netanyahu ha dimostrato di essere talmente consapevole di questa sproporzione da essersi permesso di rifiutare seccamente qualsiasi richiesta da parte di Hamas relativa alla liberazione del militare sequestrato nel  giugno 2006, in attesa che giungesse il momento propizio.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le autorità israeliane hanno infatti atteso che Abu Mazen presentasse alle Nazioni Unite la richiesta relativa al riconoscimento della Palestina entro i confini del 1967 (violati da Israele nel corso della Guerra dei Sei Giorni) per effettuare questa operazione tattica.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La pluridecennale strategia israeliana è infatti orientata a scongiurare l’internazionalizzazione di quella che viene eufemisticamente definita “questione palestinese” e al suo contenimento entro lo squilibrato ambito bilaterale sotto la faziosa supervisione statunitense.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Lo scambio di prigionieri concordato tra Israele ed Hamas potrebbe essere considerato l’altra faccia (diplomatica) della medaglia rispetto all’operazione “Cast Lead” (“Piombo Fuso”) sferrata il 27 dicembre 2008, poiché l’obiettivo strategico comune ad entrambe consiste nello sventare o quantomeno nell’indebolire l’asse Al Fatah – Hamas, al fine di dividere i palestinesi per evitare la formazione di una solida classe dirigente che tuteli gli interessi della popolazione rivolgendosi al più ampio scenario internazionale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Intanto, Netanyahu getta una seria ipoteca sulla propria carriera politica effettuando un’operazione condivisa dalla stragrande maggioranza degli israeliani, ma ribadisce soprattutto, seppur implicitamente, il concetto espresso a suo tempo dall’influente funzionario Dov Weisglass, secondo cui la pace si otterrà “Quando i palestinesi diverranno finlandesi”. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il mantenimento della situazione attuale, in altre parole, rientra perfettamente nei piani del Primo Ministro, dal momento che egli stesso ma soprattutto il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman nutrono una infima considerazione degli arabi, che secondo il loro parere non sarebbero altro che una mandria di tribù bellicose con cui non potrà mai essere ottenuta la pace per via diplomatica.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Lo dimostra la reazione di Tel Aviv dinnanzi alle potenti scosse telluriche che hanno scosso l’intero mondo arabo, che hanno gettato Israele in un profondo isolamento regionale e mondiale, aggravato in primo luogo dalla brusca inversione di rotta innestata dalla Turchia di Recep Tayyp Erdogan e dal radicale peggioramento dei rapporti con l’Egitto dopo la caduta del prezioso alleato Hosni Mubarak.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La mediazione egiziana aveva infatti contribuito nel 2008 ad ingannare la dirigenza di Hamas sfruttando la docile remissività di Al Fatah, e a provocare un’escalation di violenza che è poi deflagrata con “Piombo Fuso” e il blocco totale della Striscia di Gaza.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Non è da sottovalutare la possibilità che la terra bruciata che circonda Israele finisca per forzare la mano al governo di Tel Aviv, il quale con questa operazione ha accumulato un notevole consenso che secondo alcuni analisti potrebbe essere sfruttato per sferrare un attacco diretto all’Iran, considerato da molti una follia.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Difficile sapere se Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman la pensino allo stesso modo.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>*Giacomo Gabellini è collaboratore di Conflitti &amp; Strategie</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/il-baratto-umano-mossa-tattica-israeliana/11696/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

