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	<title>eurasia-rivista.org &#187; India</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Russia e India: aspettando futuri cambiamenti positivi</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 08:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 15 Dicembre il Primo Ministro dell’India, il Dott. Manmohan Singh, ha iniziato una visita ufficiale in Russia. Come previsto, la natura del business verrà enfatizzata: i leader dei due paesi stanno per firmare alcuni contratti a lungo termine. Per quanto riguarda le questioni separate, ovvero quelle nelle quali si sta lavorando su significativi progetti bilaterali, ci imbattiamo costantemente in problemi di natura comune, come il concetto (strategia) a lungo termine delle relazioni tra Russia e India che non è ancora stato elaborato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/russia-e-india-aspettando-futuri-cambiamenti-positivi/12826/" title="Russia e India: aspettando futuri cambiamenti positivi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/manmohan_singh_dmitry_medvedev.95tzuuv5z50kckgg84ccogw8w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="Russia e India: aspettando futuri cambiamenti positivi" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.strategic-culture.org/news/2011/12/15/russia-india-expecting-positive-changes-to-come.html" target="_blank">&#8220;Strategic Culture Foundation&#8221;</a>, 15.12.11</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il 15 Dicembre il Primo Ministro dell’India, il Dott. Manmohan Singh, ha iniziato una visita ufficiale in Russia. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come previsto, la natura del business verrà enfatizzata: i leader dei due paesi stanno per firmare alcuni contratti a lungo termine. Le questioni sulle quali si farà particolare attenzione saranno l’ulteriore estensione della cooperazione nel campo dell’energia nucleare (la sicurezza energetica è in testa nella lista delle priorità strategiche dei nostri partner indiani), la pianificazione di un concetto a lungo termine di cooperazione tecnico-militare (un argomento di particolare importanza sullo sfondo delle presenti difficoltà che attraggono un’ampia attenzione dell’opinione pubblica), ed infine, il ritorno ad una cooperazione in politica estera di lunga durata e di larga scala.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dal momento che la logica suggerisce un costante avanzamento lungo la tabella di marcia dello sviluppo dei rapporti economici, è possibile l’incremento del commercio bilaterale fino a 20 miliardi di dollari per il 2015-2016. Questo non è il momento adatto per confrontare la scala dei nostri rapporti economici, dati come la borsa merci, i servizi, la competenza e la tecnologia, con l’India e nemmeno con la Cina. Come non è il momento di addossare le responsabilità dei risvolti tortuosi ed intricati “dell’era di El&#8217;cin” riguardo le relazioni tra Russia ed India (che ci hanno recato considerevoli danni in India e in tutto l’Oriente).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda le questioni separate, ovvero quelle nelle quali si sta lavorando su significativi progetti bilaterali, ci imbattiamo costantemente in problemi di natura comune, come il concetto (strategia) a lungo termine delle relazioni tra Russia e India che non è ancora stato elaborato. Questo tipo di concetto, com’è noto, esisteva all’epoca dell’Unione Sovietica. Parlando dell’implementazione del concetto comune di strategia sovietico-indiano, era possibile per i rappresentanti dei partiti precisare quali erano i loro ruoli e le loro missioni. La cosa di cui la cooperazione russo-indiana necessita di più al momento è l’introduzione di elementi di pianificazione in questo processo complesso, multi-sfaccettato e a “diverse fasi”, minimizzando gli impulsi di spontaneità che influenzano i legami bilaterali.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre sviluppa i rapporti economici con l’India, la parte russa dovrebbe tenere a mente il fatto che l’intero mondo civilizzato utilizza gli strumenti della pianificazione in forma strategica e indicativa. Concretamente questo significa che lo stato russo (ossia le sue istituzioni corrispondenti e le agenzie) seleziona, da avanzati punti di vista delle forze produttive mondiali, alcuni tra i progetti e le tecnologie più promettenti, riservando sostegno prioritario al modo in cui le innovazioni verrebbero incentivate.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Uno dei progetti sopraccitati è la produzione di caccia di quinta generazione. L’idea dietro questo progetto è quella di rimettere immediatamente un certo numero di gruppi di produzione nazionale “al passo” con il livello mondiale di Scienza e Tecnologia, livello che è molto importante venga raggiunto dall’intera economia nazionale.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I rapporti economici esterni sono un potente stimolatore che facilitano i cambiamenti interni sulla via della modernizzazione economica della Russia. Nell’incoraggiare la cooperazione con l’India, come con la Cina, il Brasile, l’Indonesia, l’Iran e altri nuovi paesi influenti, la Russia può dare un forte impulso al suo stesso progresso. Persino questo è sufficiente a far capire che la visita del Primo Ministro indiano a Mosca è un evento di straordinaria importanza.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il punto di forza delle nostre relazioni con l’India era inizialmente basato sull’unità organica tra economia e politica. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> un peccato che recentemente abbiamo visto emergere problemi politici, che la parte russa diplomaticamente chiama imprecisioni. Penso che tutto ciò cominciò 10-12 anni fa. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al tempo della prima visita di V. Putin in India all’inizio di ottobre 2000, ho avuto la possibilità di partecipare ad una conferenza accademica internazionale dedicata alla regione asiatica e a quella pacifica. La conferenza si svolse a Delhi sotto l’auspicio di un influente Consiglio Indiano di Ricerca nelle Scienze Sociali. Fu difficile ignorare l’attiva partecipazione di coloro che rappresentavano la comunità indiana negli Stati Uniti, i quali asserivano che l’America era il maggiore alleato strategico dell’India. A quei tempi pensavo che questo tipo di mossa “non-accademica” fosse uno sforzo risoluto da parte di alcuni appartenenti all’elite indiana per determinare le nuove linee guida della politica estera della “democrazia più grande del mondo”. Probabilmente, come studioso dell’India con qualche esperienza nel campo, sono alquanto incline ad essere sospettoso. Adesso, invece, ho una crescente e solida convinzione che sia in atto una deviazione “dal corso politico di Nehru”. E se ci vediamo ancora come amici, è chiaro che i problemi di ‘natura delicata’ dovrebbero essere discussi in modo franco.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Davvero, non stiamo assistendo ad un graduale rifiuto dell’idea del mondo multi-polare? Non è che l’establishment della politica estera indiana (o la sua fazione più influente) utilizza i vigorosi progressi economici della Cina come giustificazione ideologica del suo allontanamento da orientamenti indipendenti nello spazio mondiale? Questa non è una domanda inutile. Ecco perché. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’India è sempre stata irremovibile nella sua determinazione a rafforzare la sicurezza nella regione che gli americani chiamano la “Grande Asia Centrale”. Questo spazio geo-politico comprende: l’Asia Centrale, l’Asia meridionale, l’Afganistan e l’Iran. Fino a poco tempo fa Delhi è stata una forte sostenitrice dell’idea che i paesi della regione erano i responsabili nel trovare soluzioni ai complessi problemi regionali.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, l’approccio ha concluso il climax logico in relazione allo stabilizzarsi della situazione in Afganistan al tempo in cui Pechino continuava a basarsi sull’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. A me sembra che, al giorno d’oggi, l’approccio indiano sta attraversando una metamorfosi difficile da spiegare: la diplomazia indiana ha sostenuto in qualche modo l’idea americana della “nuova via della seta” nel recente forum ad Istanbul (2 novembre 2011). L’essenza celata dietro a questa idea è la salvaguardia “dell’equilibrio” delle forze esterne nella “Grande Asia Centrale”. Naturalmente sorge una domanda: contro chi le così dette forze esterne nella regione creeranno un equilibrio (Cina, Russia) e, considerando le evidenti attività geo-politiche, quale ruolo strategico giocherà l’India?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Procedendo con il discorso, è importante sottolineare che stanno aumentando le agenzie di media asiatici (e molto spesso anche quelle mondiali) che raccontano sovente ai lettori del “riarmo’” su larga scala e dei programmi di modernizzazione delle forze armate in India. Non ci sono dubbi riguardo l’idea di questa modernizzazione, specialmente se si considerano le recenti azioni intraprese dall’Occidente nel Medio Oriente arabo che compromettono l’equilibrio dell’esistente sistema delle relazioni internazionali ed incoraggiano la corsa agli armamenti. La diversificazione delle risorse per ricavare materiali ed armamenti di difesa può essere giustificata. Ma esiste un altro punto di vista.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In primo luogo, il ravvivarsi del concetto “dell’alleanza delle quattro democrazie” (Stati Uniti, Giappone, Australia ed India) attraverso un “dialogo strategico” tra Stati Uniti, Giappone ed India nella fase iniziale, comincia ad essere considerato come una faccenda che sta seriamente preoccupando la Cina, la quale non può definire questa alleanza in altro modo se non la “NATO orientale”. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alcuni cinesi studiosi di politica hanno già consigliato il loro governo di “rispondere” a questa alleanza attraverso l’intensificazione degli sforzi di politica estera, incoraggiando anche i rapporti economici esterni con l’Asia meridionale, una regione sensibile per l’India.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In secondo luogo, certe tendenze tra alcuni rappresentanti dell’establishment della politica estera indiana riportano alla mente un imperativo politico una volta definito dal Primo Ministro Manmohan Singh: nei prossimi dieci anni il tasso di crescita dell’economia del paese non dovrebbe essere inferiore al 9%. (Lasciatemi aggiungere che prendendo in considerazione la complessità della situazione interna, che comprende anche l’aumento della generazione dei giovani &#8211; cioè il numero di giovani sotto i 35 anni ovvero il 70% dell’intera popolazione, la crescita economica del paese non dovrebbe essere inferiore ad almeno il 7%). Come si possono associare l’assenza di alternative alla forte crescita economica e l’intensivo riarmo nelle attuali condizioni dell’India? Questa è la domanda che non ha ancora una risposta convincente.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Terzo, le nuove tendenze di pensiero della politica estera da parte di alcuni che fanno parte dell’elite indiana, evocano giustificata perplessità tra quelli dei circoli russi di alto livello, che vedono il posto della Russia nel mondo basato su di in un concetto di diplomazia multivettoriale. Mettendolo in parole semplici, questa traiettoria di pensiero può essere definita come: “L’amore non può essere forzato”. Se gli Stati Uniti sono il miglior amico, partner e alleato per l’India, allora intensificheremo la nostra relazione con la Cina.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A maggior ragione, come credono i sostenitori di questa corrente di pensiero, il Celeste Impero non ha meno problemi della Russia, e gli sforzi comuni delle due immense entità potrebbero innescare un “effetto moltiplicatore” per lo sviluppo della Russia.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Qualcuno che conosco del Ministero degli Affari Esteri ha provato a farsi un’idea della logica che i partner indiani utilizzano riguardo alle politiche verso l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Costui, in modo confidenziale, mi ha detto: «Non riesco a capire i nostri colleghi indiani. Facciamo di tutto per incontrarli a metà via, ma sembra che in qualche modo ci spingano leggermente da parte. Hanno forse già fatto la loro scelta strategica in favore degli Stati Uniti?». Per la verità, non potevo replicare al diplomatico diversamente. Forse, in virtù del fatto che non tutte le nostre iniziative relative alla direzione della politica estera indiana sono capite, la Russia dovrebbe dare una pausa ai colleghi di Delhi e allo stesso tempo continuare nello sviluppo delle relazioni con la Cina e l’Asia meridionale per soddisfare i nostri interessi strategici.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Penso che la vitalità del “nehruismo” sia spiegabile con il fatto che il primo capo del governo indiano l’ha sempre spuntata difendendo gli interessi nazionali. Come dimostra il tempo, solo questo tipo di “gioco” può farti vincere. Forse questa riflessione era impercettibilmente presente nel testo dei recenti auguri di compleanno del Presidente russo a Sonia Gandhi, leader del Congresso Nazionale Indiano.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma il “nehruismo” non è solo un successo in politica estera. Come ha notato uno degli eminenti economisti mondiali contemporanei, l’indiano Sukhamoy Chakravarty, “il nehruismo” è una strategia a lungo termine di progresso sociale ed economico. I suoi principi fondamentali permettono la costante perfezione degli strumenti per influenzare la società rendendola maggiormente attenta verso la modernizzazione. Aggiungerei che la constante aspirazione per la trasformazione della società, complessa ed in grande misura polarizzata, ha reso leader mondiale la scuola economica indiana. Guardando in modo critico all’esperienza raccolta dai nostri colleghi indiani, questa potrebbe diventare un’importante componente della nostra relazione.</span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">(Traduzione di Serena Bonato)</span></span></span></p>
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		<title>Un libro &#8230;per le feste: &#8220;La sfida dell&#8217;India&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 01:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Mungo]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Indika: Spetta a Francesco Brunello Zanitti aprire la rassegna di letture consigliate per le feste di Natale che Indika ha deciso di promuovere in questa fine d’anno. Dalla saggistica, alla narrativa saranno diversi i contributi letterari presentati e proposti all’interno di “Un libro…per le feste”, veri e propri spunti di lettura che non si limitano ad un semplice consiglio, ma che si accompagnano a recensioni e approfondimenti da parte di altrettanti specialisti ed esperti di Asia e di India . ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/un-libro-per-le-feste-la-sfida-dellindia/12782/" title="Un libro &#8230;per le feste: &#8220;La sfida dell&#8217;India&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/la_sfida_dellindia1.2yfvynz465q8sc0kgsw488ow4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="119" alt="Un libro &#8230;per le feste: &#8220;La sfida dell&#8217;India&#8221;" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://www.indika.it/?p=6829" target="_blank">Indika</a>&#8221;</p>
<div style="font-size: medium;">
<p><em>Spetta a Francesco Brunello Zanitti aprire la rassegna di letture consigliate per le feste di Natale che Indika ha deciso di promuovere in questa fine d’anno.  Dalla saggistica, alla narrativa saranno diversi i contributi letterari presentati e proposti all’interno di “Un libro…per le feste”, veri e propri spunti di lettura che non si limitano ad un semplice consiglio, ma che si accompagnano a recensioni e approfondimenti da parte di altrettanti specialisti ed esperti di Asia e di India . Un regalo che Indika fa a tutti i suoi lettori e affezionati. Il primo libro a dare voce a questo appuntamento  è di Vincenzo Mungo, giornalista professionista, che lavora attualmente per il Giornale radio della RAI come capo-servizio della redazione esteri, oltre ad essere consigliere dell’Istituto per gli Affari Internazionali.  L’opera è edita da Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 2010, pp. 208, Euro 20,00.</em></p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p>Da alcuni anni la crescita economica dell’India sta attirando l’attenzione di studiosi e analisti, contemporanea al sempre più importante ruolo assunto a livello politico ed economico dalla Cina. Malgrado il paese asiatico presenti numerose contraddizioni e problematiche interne, Nuova Delhi potrebbe aumentare il proprio peso politico a livello internazionale. Alcuni analisti, osservando l’ascesa della Cina e dell’India, hanno messo in evidenza il possibile inizio dell’epoca post-atlantica o post-colombiana nella quale Nuova Delhi e Pechino potrebbero tornare ad essere centri di potere a livello mondiale, come nel XVII secolo, quando erano potenze imperiali economicamente e militarmente superiori all’Europa.<br />
Il libro di Vincenzo Mungo “La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?”, considerando il ritorno del Subcontinente come area determinante per il futuro globale, pone un giusto interrogativo. Nuova Delhi potrà effettivamente diventare una superpotenza? Si tratta di una riflessione necessaria per capire, in un’epoca caratterizzata dal declino occidentale, quali sfide l’India dovrà affrontare per trasformarsi in quel centro di potere che ambisce ad essere.<br />
Per rispondere a questa domanda il volume presenta nella prima parte alcuni aspetti storici del paese al fine di comprendere la realtà indiana contemporanea, iniziando dalla prima grande rivolta contro il colonialismo britannico, la big mutiny del 1857-58. L’India oggi è senza dubbio un paese ufficialmente indipendente dal punto di vista formale. Ma come giustamente sottolinea Mungo, è necessario comprendere se effettivamente l’India sia oggi indipendente dal punto di vista sostanziale e se lo sarà in futuro, facendo riferimento all’assalto dei poteri economici mondiali e della globalizzazione. L’indipendenza effettiva appare un requisito base affinché uno Stato possa diventare una superpotenza. L’analisi storica aiuta efficacemente a comprendere l’India contemporanea, attraverso la considerazione delle diverse forze politiche e sociali che hanno portato all’indipendenza del paese. Vengono analizzati il ruolo assunto dai primi movimenti autonomisti e dal partito del Congresso, ma anche l’azione dei movimenti nazionalisti indù, così come quelli musulmani. Unitamente all’analisi dell’importante ruolo assunto dal Mahatma Gandhi, il saggio presenta altre visioni che presero forza durante il periodo, come ad esempio quelle di uno dei più importanti esponenti del nazionalismo rivoluzionario, Balwantrao Gangadhra Tilak, oppure il pensiero politico di Chandra Bose, maggiore interprete del nazionalismo radicale. In seguito, vengono analizzate le vicende storiche dell’India indipendente: più di trent’anni contraddistinti dal dominio incontrastato da parte del Congresso, contrapposti a una seconda fase, iniziata negli anni ’90, quando il Bharatiya Janata Party conquista per la prima volta la guida del governo.<br />
Nella seconda parte del volume è considerata la situazione socio-economica dell’India a partire dall’indipendenza del 1947 fino all’attuale fase di grande crescita. In sostanza, la difficile fase post-unitaria ha visto il governo indiano ricercare delle riforme adatte alla crescita del paese impoverito dal colonialismo, fino ad arrivare all’espansione economica degli ultimi anni, mantenendo allo stesso tempo le strutture sociali tradizionali. Le fondamenta socio-culturali dell’India sono rimaste intatte con alcune modifiche, sebbene dal punto di vista politico esista un apparato sostanzialmente liberale e democratico simile a quello occidentale che non riconosce il sistema castale.<br />
Malgrado la comune percezione che la crescita economica di un paese comporti come conseguenza inevitabile e necessaria l’emergere di un modello sociale e culturale di tipo occidentale, il caso indiano, ben spiegato da Mungo, dimostra i limiti di questa considerazione. E’ evidente che alcuni aspetti della globalizzazione abbiano modificato considerevolmente la società indiana, se si pensa ad esempio ai centri urbani del paese. Allo stesso tempo, però, esiste una gran parte dell’India che a livello culturale e sociale non è stata toccata da questo cambiamento. Esemplificativa in tal senso è la presentazione nel saggio di Mungo dell’odierno fondamentale ruolo delle caste nella struttura sociale: corpi intermedi tra cittadini e Stato, non ufficialmente riconosciuti dalla legge, ma che hanno tuttavia una grande importanza negli equilibri sociali di un popoloso paese come l’India. Il sistema castale a livello politico ha permesso la scarsa penetrazione del pensiero marxista, poiché questo, basandosi sul concetto di lotta tra classi, non ha fatto presa su un sistema che tende a differenziare gruppi divisi tra loro per appartenenza ad un determinato insieme “familiare-professionale” gerarchicamente organizzato, piuttosto che a un universo economicamente sfruttato. Il sistema castale si è oggi trasformato in una sorta di “neocorporativismo” capace di garantire alcuni equilibri sociali, mantenendo allo stesso tempo alcuni aspetti negativi.<br />
Il gruppo castale, fondato in un certo senso sul vincolo parentale e familiare, appare contrario all’individualismo. La casta spesso protegge il singolo dal totale isolamento, anche di tipo economico, in base a un dovere di aiuto per l’appartenenza alla medesima “famiglia”. E’ evidente che il venir meno improvviso di tale sistema con l’adozione di un modello di stampo occidentale, fondato maggiormente sui criteri del neocapitalismo, potrebbe comportare il crollo di secolari equilibri sociali con conseguenze negative. La crescita economica è forse più lenta rispetto a quella cinese, ma l’India avanza grazie a un sistema misto, nel quale assieme a politiche di liberalizzazione e a un regime democratico, permangono un forte intervento statale e il sistema sociale basato sulle caste. In questo contesto è presentata nel saggio di Mungo l’interessante tesi secondo la quale il sistema castale non comporti degli ostacoli alla crescita economica del paese, nonostante alcuni evidenti aspetti vessatori di tale organismo, la povertà di larghi strati della popolazione indiana, la perdurante crisi dell’agricoltura. Molteplici problematiche portano infatti l’India ad essere solamente il 134° paese nella graduatoria dell’Indice di sviluppo umano.<br />
In ogni caso, un aspetto importante, ricordato nel saggio di Mungo, è il fatto che lo sviluppo economico di un paese deve necessariamente avvenire mediante la considerazione della cultura locale, senza sconvolgere in maniera affrettata sistemi sociali consolidatisi nel tempo, al fine di evitare tensioni e forme di “neocolonialismo” mediante imposizione di modelli provenienti dall’esterno. E’ ovvio che non tutti i sistemi di una determinata cultura possano essere condivisibili, come certi aspetti del sistema castale, o possano mantenersi costantemente uguali nel tempo; è altrettanto vero però che è sempre necessario considerare la cultura di un determinato luogo: le ricette globali che non tengano conto delle condizioni locali e particolari sono destinate al fallimento o al generare gravi squilibri sociali. In sostanza è questa la sfida maggiore che l’India dovrà affrontare, presentata dal libro di Vincenzo Mungo. L’interrogativo se il paese asiatico effettivamente riuscirà a diventare una superpotenza può trovare una risposta affermativa nel caso in cui l’India riuscirà a mantenersi di fatto indipendente dal processo di globalizzazione in atto, con il permanere della propria cultura specifica. A parere dell’autore, opinione condivisibile, l’India sta vincendo la sua sfida perché sta crescendo mantenendo alcune sue peculiarità. Sebbene il “paese legale” s’ispira a modelli liberal-democratici di tipo occidentale, accettando formalmente il neocapitalismo, esiste un “paese reale” dove sono vivi gli aspetti tipici della cultura indiana: permane il sistema castale, cambiato e modernizzato. La struttura familiare è diversa rispetto a quella occidentale, l’individualismo è meno marcato e il matrimonio rimane uno degli elementi base della vita di un indiano. Il ruolo della donna all’interno della famiglia è rispettato, ma è quello fondamentalmente di madre e custode della casa nell’ambito di una struttura strettamente patriarcale che prevede l’endogamia collegata al sistema castale; è necessario comunque evitare generalizzazioni poiché bisogna ricordare la presenza di altre minoranze religiose che adottano sistemi diversi, così come gli avvenuti cambiamenti degli ultimi anni, sia per i matrimoni combinati non universalmente accettati sia per il ruolo assunto dalla donna in ambito lavorativo, soprattutto nei grandi centri urbani, o nella politica (Indira Gandhi divenne primo ministro già nel 1966, a differenza di molti paesi occidentali); ma non sono certamente da dimenticare anche alcuni aspetti di violenza e oppressione verso l’universo femminile in parte della società indiana, principalmente nelle aree rurali. Malgrado l’India sia ufficialmente una repubblica laica, la religione e la spiritualità rappresentano un elemento fondamentale della quotidianità indiana, riscontrabile in gesti, azioni e pensieri collegati alla costante percezione della presenza divina in diversi ambiti (lavorativi, scolastici, ecc.) che nella nostra società occidentale non trovano spazio. Il materialismo e il consumismo potrebbero trovare considerevoli ostacoli in India, dove la spiritualità, non necessariamente solo di matrice indù, è preponderante.<br />
Esistono però altre sfide per l’eventuale nascita della superpotenza indiana. La prima riguarda la povertà; nonostante la crescita costante del PIL, lo sviluppo tecnologico-scientifico e il valore delle università indiane riconosciuto a livello internazionale, una potenza è effettivamente tale se la sua popolazione interna riesce ad avere un minimo sostentamento materiale, prevenendo aiuti economici dall’estero. La seconda sfida riguarda le problematiche di carattere politico interno (rivolte naxalite, autonomismo del nord-est, estremismo religioso, frammentazione statale, Kashmir, ecc.), le quali vedono attualmente Nuova Delhi vincente, ma che non sono certamente da sottovalutare. La terza questione concerne l’effetiva indipendenza dell’India a livello geopolitico in una fase in cui il paese sta mantenendo una politica sostanzialmente bilanciata tra diversi poteri, al fine di diventare una potenza autonoma garante della stabilità asiatica.<br />
La lettura dunque di “La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?” è fondamentale per considerare delle chiavi di lettura diverse che descrivono l’attuale crescita del paese asiatico. Vi sono diverse sfide, il futuro dell’India non è sicuramente roseo come può apparire dai soli dati economici, ma esistono tutte le potenzialità affinché le diverse prove possano essere superate; in questo modo l’India potrà effettivamente diventare una superpotenza, ma potenzialmente anche un modello alternativo al sistema globale uniformante.</p>
<p style="text-align: right;"><em>(di Francesco Brunello Zanitti)</em></p>
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<p><strong><em>Francesco Brunello Zanitti, laureato in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). Ricercatore dell’IsaG (Istituto di alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) per l’area Asia Meridionale, è autore del libro Progetti di egemonia (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011).</em></strong></p>
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		<title>BRICS: i mattoni del nuovo ordine</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 01:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Numeri di Eurasia]]></category>
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		<description><![CDATA[Numero dedicato al BRICS, con saggi di: Giovanni Andriolo, Miguel Angel Barrios, Aldo Braccio, Francesco Brunello Zanitti, Come Carpentier de Gourdon, Ignazio Castellucci, Tommaso Cozzi, José Filho, Eleonora Gentilucci, Tiberio Graziani, Vagif A. Gusejnov, Rémy Herrera, Hans Koechler, Alessandro Lattanzio, Marco Marinuzzi, Vincenzo Mungo, Roberto Nocella, Zorawar Daulet Singh, Hendrik Strydom, Cristiana Tosti, Konstantin Zavinovskij; interviste a: Mohammad Alì Hosseini, Enzo Scotti; recensioni a: Emanuele Aliprandi, Johann Jakob Bachofen, Francesco Brunello Zanitti, Roj A. e Zores A. Medvedev, Farzana Shaikh.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-del-nuovo-ordine/12719/" title="BRICS: i mattoni del nuovo ordine"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/242.cwyp7ouzwpkc84o8s40k4g4kc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="114" alt="BRICS: i mattoni del nuovo ordine" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><br />
<strong>Editoriale:</strong><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-delledificio-multipolare/12715/">Tiberio Graziani, <em>BRICS: i mattoni dell’edificio multipolare</em></a></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dossario: <strong>BRICS: i mattoni del nuovo ordine</strong><br />
Come Carpentier de Gourdon, <em>L’ascesa del BRICS. Da scenario finanziario a blocco strategico</em><br />
Vagif Gusejnov, <em>BRICS: stato e prospettive</em><br />
Konstantin Zavinovskij, <em>Cina e Russia in mezzo agli altri “mattoni”</em><br />
Amb. José Filho, <em>Il Brasile e i BRICS: lettera dell’Ambasciatore brasiliano</em><br />
Roberto Nocella, <em>Il Brasile e il Consiglio Diritti Umani</em><br />
Vincenzo Mungo, <em>L’India contemporanea: un progresso tra luci e ombre</em><br />
Francesco Brunello Zanitti, <em>L’ascesa geopolitica di Nuova Delhi: ostacoli e paradossi</em><br />
Zorawar Daulet Singh, <em>L’India dev’essere orientale o eurasiatica?</em><br />
Alessandro Lattanzio, <em>Le forze strategiche del BRICS</em><br />
Aldo Braccio, <em>E se il BRICS diventasse BRICST?</em><br />
Hendrik Strydom, <em>Potenze emergenti e governo mondiale?</em><br />
Ignazio Castellucci, <em>Il diritto nel mondo dei molti imperi</em><br />
Marco Marinuzzi, <em>Le relazioni tra i paesi lusofoni e la Cina</em><br />
Giovanni Andriolo, <em>Lega Araba e Nazioni Sudamericane</em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Continenti</strong><br />
Miguel Angel Barrios, <em>Europa-Mercosur nella dinamica geopolitica del XXI secolo</em><br />
Tommaso Cozzi, <em>Europa: evoluzione dei consumi e dei costumi</em><br />
Eleonora Gentilucci e Rémy Herrera, <em>Gli effetti economici sulle spese militari</em><br />
Hans Koechler, <em>Collasso della globalizzazione e nuovo ordine mondiale</em><br />
Cristiana Tosti, <em>Seggio europeo all’ONU: un primo passo?</em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Interviste e recensioni</strong><br />
Enrico Galoppini, <em>Intervista all&#8217;ambasciatore M.A. Hosseini</em><br />
Orazio M. Gnerre, Claudio Mutti, <em>Intervista al console Istvan Manno</em><br />
Enrico Verga, <em>Intervista al sottosegretario Enzo Scotti</em><br />
Luca Bionda, recensione a Emanuele Aliprandi, <em>Le ragioni del Karabakh</em><br />
Claudio Mutti, recensione a Johann Jakob Bachofen, <em>Matriarcato mediterraneo. Il popolo licio</em><br />
Matteo Finotto, recensione a Francesco Brunello Zanitti, <em>Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</em><br />
Alessandro Lattanzio, recensione a Roj A. Medvedev e Zores A. Medvedev, <em>Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici</em><br />
Zorawar Daulet Singh, recensione a Farzana Shaikh, <em>Making Sense of Pakistan</em></span></span></span></span></p>
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		<title>BRICS: I mattoni dell&#8217;edificio multipolare</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 01:06:16 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>
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		<description><![CDATA[Dieci anni fa l’acronimo BRIC entrava nel lessico dell’economia e della finanza internazionali. Da allora la cooperazione tra i Paesi emergenti che tale sigla raggruppa ha assunto un registro sempre più marcatamente geoeconomico e geopolitico. Il consolidamento delle relazioni tra Brasile, Russia, India, Cina e, dal 2010, Sudafrica è stato possibile non solo a causa delle evidenti comuni necessità economiche in materia di modernizzazione e sviluppo – tipiche dei paesi emergenti – ma anche in virtù di una condivisa visione della politica internazionale. Il coordinamento politico sviluppatosi in ambito BRICS nel corso di pochi semestri costituisce un elemento di accelerazione della transizione uni-multipolare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-delledificio-multipolare/12715/" title="BRICS: I mattoni dell&#8217;edificio multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12715&amp;w=80" width="80" height="114" alt="BRICS: I mattoni dell&#8217;edificio multipolare" ></div></a><p><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-del-nuovo-ordine/12719/">Editoriale del numero XXIV (3-2011)</a></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><em>Dieci anni fa l’acronimo BRIC entrava nel lessico dell’economia e della finanza internazionali. Da allora la cooperazione tra i Paesi emergenti che tale sigla raggruppa ha assunto un registro sempre più marcatamente geoeconomico e geopolitico. Il consolidamento delle relazioni tra Brasile, Russia, India, Cina e, dal 2010, Sudafrica è stato possibile non solo a causa delle evidenti comuni necessità economiche in materia di modernizzazione e sviluppo – tipiche dei paesi emergenti – ma anche in virtù di una condivisa visione della politica internazionale. Il coordinamento politico sviluppatosi in ambito BRICS nel corso di pochi semestri costituisce un elemento di accelerazione della transizione uni-multipolare.</em></span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I BRICS tra geoeconomia e geopolitica</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nell’autunno del 2001, l’analista Jim O’Neill della Banca di investimenti Goldman Sachs, sulla base di dati macroeconomici di alcuni Paesi emergenti, riguardanti in particolare la demografia, il tasso di crescita e le risorse naturali strategiche, certificava con l’acronimo BRIC un nuovo potenziale aggregato geo-economico. I paesi presi in considerazione erano, come noto, il Brasile, la Russia, l’India e la Cina. Secondo O’Neill queste nazioni avrebbero verosimilmente dominato l’economia mondiale del secolo appena iniziato. Risultava dunque necessario inglobarle nell’economia mondiale egemonizzata, dopo il collasso sovietico, dal sistema occidentale a guida statunitense. I Paesi BRIC, come poi vennero chiamati, cercavano fin da allora, ma unilateralmente, un proprio posizionamento geopolitico nello scacchiere globale. Alcuni, in particolare il Brasile, l’India e la Cina, tentavano di aumentare i propri gradi di libertà nell’agone mondiale facendo leva su una serie articolata di intese economiche e commerciali in ambito sia regionale sia internazionale. Il tasso di crescita elevato di queste nazioni-continenti costituiva, indubbiamente, il carburante necessario per un loro nuovo ruolo nello scenario post bipolare. Anche la Russia, con alla guida Putin, tentava di riaffermare, almeno nello spazio ex-sovietico, un proprio primato, dopo la disastrosa presidenza di El’cin.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel corso di pochi anni, il nuovo aggregato geoeconomico è diventato, da mera ipotesi analitica utile alla descrizione degli scenari economico-finanziari del XXI secolo, un attore globale a tutti gli effetti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’agenda dei lavori dei forum dei Paesi BRIC ormai contiene tutti i punti nodali della economia mondiale: dalla questione climatica a quella del paniere delle valute, da quella inerente i processi di modernizzazione e di sviluppo innovativo a quella relativa alla sicurezza di particolari settori industriali; oltre questi temi, i BRIC si pronunciano, con tempestività e determinazione, anche su <em>dossier</em> “caldi”, quali quelli concernenti i conflitti e le tensioni internazionali. Nel corso del 2011, tanto per fornire alcuni esempi, i BRIC hanno preso posizione sui casi dell’aggressione alla Libia e sull’isolamento della Siria operati principalmente dagli euroatlantici, votato per il riconoscimento della Palestina in ambito UNESCO e richiesto la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il coordinamento tra i Paesi del <em>club</em> BRIC, irrobustitosi nel 2010 con l’inclusione del Sudafrica<sup>1</sup>, ha assunto pertanto un carattere sempre più accentuatamente “politico”, tale da incidere profondamente sugli attuali equilibri mondiali. Sul piano generale possiamo osservare che già la sola costituzione del nuovo <em>club</em> ha di fatto accelerato la transizione verso il sistema multipolare e posto altresì le premesse per il suo consolidamento su base continentale. Il raggruppamento BRICS sembra, tra l’altro, confermare l’ipotesi geopolitica, avanzata proprio su queste stesse pagine<sup>2</sup>, secondo cui i pilastri del nuovo ordinamento <em>in fieri</em> sarebbero costituiti dall’America indiolatina e dall’Eurasia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I BRICS, infatti, non solo influenzano, come noto, gli ambiti economici, finanziari ed industriali<sup>3</sup>, ma anche quelli geostrategici e, da ultimo, quelli relativi all’ordine giuridico internazionale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il club BRICS e l’ambito geostrategico</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto concerne l’ambito geostrategico, occorre considerare che il coordinamento tra i Paesi BRICS costituisce (e predilige) di fatto un asse pressoché diagonale – procedente dal lato orientale dell’emisfero settentrionale (l’Eurasia) a quello occidentale dell’emisfero meridionale (l’America indiolatina) – che potremmo definire “asimmetrico”, rispetto a quelli definiti rispettivamente dalle traiettorie orizzontale (Est-Ovest) e verticale (Nord-Sud), cui ci aveva abituato la pubblicistica dei periodi bipolare e unipolare. Tale asse asimmetrico NE-SO, articolato su tre nuclei costituiti rispettivamente dal polo eurasiatico, dal vertice sudafricano e dal polo brasiliano, scompaginerà, prevedibilmente nel medio lungo periodo, le linee di intervento del sistema occidentale a guida statunitense, tuttora egemone sul piano militare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’assetto BRICS, per ora soltanto diplomatico ed economico, tuttavia, a cagione del suo potenziale militare<sup>4</sup> e del suo posizionamento geostrategico, potrebbe costituire una prima risposta organizzata alla “marcia” degli USA che, avanzando lungo la direttrice “orizzontale” atlantico-mediterranea, tenta di spingersi fino ai Paesi dell’Asia Centrale. La pressione statunitense sulla massa euroafroasiatica, giova ricordarlo, ha assunto negli ultimi dodici anni un carattere spiccatamente militare. La militarizzazione della politica estera del sistema USA-centrico, attuata dalle varie amministrazioni d’Oltreoceano, da Bush padre a Obama, costituisce l’elemento principale della prassi geopolitica dell’intero sistema occidentale, volta alla frammentazione di particolari aree strategiche quali il Vicino Oriente e il Nord Africa<sup>5</sup>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul piano diplomatico, economico e militare il <em>club</em> BRICS appare evidentemente sbilanciato a favore della sua componente eurasiatica. Tale situazione apre almeno due scenari possibili. In un caso lo sbilanciamento potrebbe costituire, già nel medio periodo, un fattore di tensione all’interno del coordinamento politico della nuova aggregazione, con il ritorno sotto l’ombrello statunitense del Brasile e forse del Sudafrica. Un secondo scenario, forse più realistico, valuta l’attuale squilibrio un motivo di accelerazione dell’integrazione procontinentale dell’America meridionale, incardinata sul polo Brasile-Argentina-Venezuela. In questo ultimo caso, peraltro auspicabile giacché rafforzerebbe lo scenario multipolare in via di consolidamento, l’elemento più debole dell’attuale composizione della compagine BRICS, ossia la Repubblica Sudafricana, assumerebbe, in virtù della sua particolare posizione geografica, una evidente funzione di equilibrio geostrategico all’interno del nuovo ordinamento mondiale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un nuovo modello di cooperazione multipolare</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In riferimento all’incidenza dei paesi BRICS sull’ordine giuridico internazionale, concordiamo con quanto sostiene Paulo Borba Casella, professore di diritto internazionale presso l’Università di San Paolo, secondo il quale siamo in presenza di un modello di cooperazione innovativo, indipendente ed originale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per il docente brasiliano, “<em>il carattere innovativo della prospettiva BRIC risiede precisamente nel fatto che questi paesi possono occuparsi di se stessi e contemporaneamente formulare un nuovo modello di inserimento internazionale e di cooperazione. </em><em>La prospettiva è questa. </em><em>Occorrerà metterla in pratica</em>”<sup>6</sup>. Il <em>club</em> dei Paesi BRICS introduce infatti una prassi cooperativa che, rispettando le appartenenze culturali dei propri membri, mal si coniuga con le impostazioni universalistiche delle strutture internazionali quali sono, tanto per citarne alcune, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), la Banca Mondiale (BM) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), basate, come noto, sui criteri individualistici e mercantili propri delle concezioni di stampo occidentale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il nuovo <em>club</em>, seppur nato per evidenti motivi economici, sembra tuttavia evolvere verso una concezione dei rapporti tra Stati più concreta, imperniata su un sostrato culturale affine che potremmo definire di tipo solidarista<sup>7</sup>, attento alla “cosa pubblica” ed agli interessi concreti delle variegate comunità etnoculturali che popolano le rispettive nazioni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La nuova prospettiva che il modello BRICS introduce si scontrerà, giocoforza, con quella della cosiddetta “regolamentazione mondiale” (la <em>global governance</em> di scuola anglostatunitense) la quale, giacché “<em>incardinata nella concezione individualistica della società e nel pensiero unico “democratico”, rifiuta le diversità culturali delle varie popolazioni (se non nei termini strumentali della dottrina dello “scontro di civiltà”)”</em><sup>8</sup>. Di fatto, il nuovo modello di cooperazione promosso dai Paesi BRICS testimonia la fine o il riorientamento dell’ONU e il declino o la ristrutturazione delle organizzazioni mondiali quali l’FMI, la BM e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.</span></span></p>
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<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Tiberio Graziani è direttore di “Eurasia” e presidente dell&#8217;IsAG – Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie.</em></span></span></p>
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<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Note</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>1 </sup>L’inclusione del Sudafrica nel nuovo club multipolare preannuncia la possibile aggregazione di altre Nazioni, tra cui la Turchia; vedi a tal proposito, in questo numero: Aldo Braccio, <em>E se il BRICS diventasse BRICST? Dati e prospettive dei cinque emergenti più la Turchia</em>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>2 </sup>Tiberio Graziani, <em>America indiolatina ed Eurasia: i pilastri del nuovo sistema multipolare</em>, Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici, a. V, v<span style="color: #000000;">ol. XXIV, n. 3/2008, pp. 5-12.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>3 </sup>IPaesi BRICS nel loro insieme costituiscono circa il 27% del territorio, il 43% della popolazione e il 15% del PIL mondiali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>4</sup> In questo numero: Alessandro Lattanzio, <em>Le forze strategiche del BRICS</em>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">5. Pietro Longo, Daniele Scalea, <em>Capire le rivolte arabe</em>, Avatar-IsAG, Dublino 2011.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>6</sup> Paulo Borba Casella, <em>BRIC: a l’heure d’un nouvel ordre juridique</em>, Edition A. Pedone, Paris 2011.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>7</sup> In questo numero: Ignazio Castellucci, <em>Il diritto nel mondo dei molti “imperi”.</em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><sup>8</sup> Tiberio Graziani, <em>Prefazione</em> a Claudio Mutti, <em>Esploratori del Continente. L’unità eurasiatica nello specchio della filosofia e dell’orientalistica</em>, Edizioni Effepi, Genova 2011.</span></span></p>
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		<title>Il ruolo dell&#8217;India in Asia</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/il-ruolo-dellindia-in-asia/12644/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 21:59:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>

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		<description><![CDATA[L’intervento di Francesco Brunello Zanitti, ricercatore presso l’IsAG, alla conferenza “La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?”, svoltasi a Trieste il 1° dicembre scorso presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università degli Studi di Trieste. L’evento è stato organizzato da Lorenzo Salimbeni e dall’associazione culturale “Strade d’Europa” in collaborazione con l’IsAG e il contributo dell’Università degli Studi di Trieste.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-ruolo-dellindia-in-asia/12644/" title="Il ruolo dell&#8217;India in Asia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12644&amp;w=80" width="80" height="45" alt="Il ruolo dell&#8217;India in Asia" ></div></a><p align="JUSTIFY"><em><span style="font-size: medium;">Quello che segue è il testo dell’intervento di Francesco Brunello Zanitti, ricercatore presso l’IsAG, alla conferenza “<a href="../../la-sfida-dellindia-l1-dicembre-a-trieste/12390/">La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?</a>”, svoltasi a Trieste il 1° dicembre scorso presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università degli Studi di Trieste. L’evento è stato organizzato da Lorenzo Salimbeni e dall’associazione culturale “Strade d’Europa” in collaborazione con l’IsAG e il contributo dell’Università degli Studi di Trieste.</span></em></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questo mio intervento intendo presentare un particolare aspetto contemporaneo dell’India, ovvero il suo ruolo geopolitico in Asia, connesso alle relazioni del paese con la Cina e la Russia, nonché con alcuni attori regionali, come l’Iran e il Pakistan; verranno presi in considerazione anche l’approccio indiano nei confronti della questione afghana e alcuni elementi delle relazioni indo-statunitensi, visti gli interessi contemporanei di Washington in Asia Meridionale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’India sta indubbiamente attraversando una crescita economica considerevole, ma gli ultimi mesi hanno registrato un rallentamento degli ottimi risultati economici. Pechino si trova in una fase di crescita molto più consolidata rispetto a quella di Nuova Delhi; nonostante ciò anche l’India sta aumentando il proprio peso economico e geopolitico a livello globale. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> dunque giusto porsi degli interrogativi sul sorgere della superpotenza indiana poiché esistono diverse questioni aperte, contraddizioni, ostacoli e paradossi che potrebbero influenzare in diversa maniera la crescita del paese asiatico. A questo proposito ritengo che le sfide che l’India dovrà affrontare saranno principalmente tre: il primo elemento riguarda, come ricordato nel libro di Mungo, la sfida posta dalla globalizzazione economica di stampo occidentale, se l’India riuscirà a mantenere la sua specifica cultura o sarà contraddistinta da quel livellamento culturale già evidente in altre aree del globo; il secondo aspetto concerne la geopolitica e le relazioni internazionali: saprà l’India mantenere una politica estera sostanzialmente autonoma? La terza problematica è rappresentata dagli ostacoli interni di tipo economico, sociale e politico. Se l’India riuscirà nei prossimi anni ad affrontare efficacemente queste sfide ritengo che potrà effettivamente diventare una superpotenza.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Grazie alla sua posizione geografica, l’India svolge un importante ruolo dal punto di vista geostrategico perché la massa terrestre del Subcontinente, estendendosi nell’Oceano Indiano, si trova a metà strada tra due importanti stretti dal punto di vista economico, geopolitico e militare, ovvero quello di Hormuz e quello di Malacca. Gli interessi geopolitici a livello marittimo di Nuova Delhi spaziano, infatti, dal Golfo di Aden, tra Yemen e Somalia, al Mar Cinese Meridionale. Allo stesso tempo, a livello terrestre l’India intende aumentare la propria influenza in Vicino Oriente, Asia Centrale, Estremo Oriente e sud-est asiatico.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Grazie a questa particolare posizione geografica e alle diverse componenti etniche e religiose che la contraddistinguono, l’India sta cercando di mantenere una politica sostanzialmente bilanciata tra diversi poteri. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’importante ruolo geostrategico dell’India è naturalmente ben compreso da Washington, Mosca e Pechino, i maggiori attori che competono in Asia Centrale e nell’Asia-Pacifico. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda la Cina, le azioni degli ultimi vent’anni e l’ascesa dell’India a livello economico e militare sono sovente percepite come una minaccia, soprattutto per quanto riguarda l’attenzione indiana posta nei confronti del Mar Cinese Meridionale e i discorsi aperti su potenziali accordi militari tra India, Vietnam e Giappone. Allo stesso modo i possibili legami militari ed economici tra India, Australia, Stati Uniti, Giappone e Singapore sono osservati a Pechino come azioni di contenimento verso la Cina. In ogni caso, il contemporaneo emergere della Cina come potenza con interessi nei confronti dell’Oceano Indiano, trasformandosi in attore egemone della zona meridionale del continente e non solo dell’area Asia-Pacifico, è valutato negativamente anche da Nuova Delhi: a questo proposito gli accordi commerciali e militari di Pechino con Bangladesh, Sri Lanka, Nepal, Myanmar, Bhutan e soprattutto l’alleanza militare e nucleare con il Pakistan, sono descritti anch’essi come tentativi d’accerchiamento della Cina nei confronti dell’India. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In realtà, la rivalità indo-cinese è molto spesso enfatizzata, come sostenuto dallo stesso primo ministro indiano Manmohan Singh, dai media, sia indiani sia cinesi. Nonostante permangano importanti contrasti, ad esempio per quanto riguarda il lungo confine, i rapporti economici tra i due paesi sono molto solidi e la Cina è uno dei più importanti partner commerciali dell’India, seconda solamente agli Stati Uniti. Inoltre, Pechino ha mutato la propria percezione dell’India per l’aumentata presenza statunitense in Asia Centrale e Meridionale e la grande ascesa economica di Nuova Delhi che non viene certamente sottovalutata, ma potenzialmente utilizzata per i propri interessi in Asia. Esiste quella che è stata definita un’alleanza economica di tipo pragmatico. Allo stesso tempo è da registrare una cooperazione importante in alcune zone del sud-est asiatico, come i potenziali progetti congiunti per lo sfruttamento del gas naturale in Myanmar. Vi è, inoltre, la comune appartenenza al forum dei BRICS, con la medesima percezione, assieme a Brasile, Russia e Sudafrica, di alcune questioni di carattere globale: le rivolte arabe, la visione critica nei confronti dell’intervento NATO in Libia e verso l’ipotetica azione militare occidentale in Siria, l’approccio alla questione del nucleare iraniano. Nello stesso tempo però permane una forte competizione in Asia Meridionale e nel sud-est asiatico, in misura minore in Africa e Asia Centrale a causa della ritardata penetrazione indiana in queste aree rispetto alla Cina. E’ evidente che una reale pacificazione nei rapporti tra Cina e India, le cui civiltà ebbero per buona parte della loro storia buone relazioni, genererebbe conseguenze positive per la stabilità asiatica, ma anche per quella mondiale, vista la crescente importanza a livello globale dei due paesi. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un elemento, nell’ottica cinese, ma anche russa, che porta a considerare negativamente l’India è il rapporto che il paese asiatico ha instaurato con Washington, un’alleanza di tipo militare e nucleare. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso, in India esistono diverse scuole di pensiero che hanno un’opinione critica a riguardo di una stretta alleanza con gli Stati Uniti.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Queste considerazioni ci portano dunque a considerare alcuni limiti dei rapporti indo-statunitensi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">1) Un primo aspetto riguarda l’Iran. Nonostante l’India abbia solidi rapporti con Israele dalla fine della Guerra Fredda, soprattutto dal punto di vista militare, e con il mondo arabo sunnita in competizione con l’Iran nel Vicino Oriente, Nuova Delhi ha come obiettivo il mantenimento di un positivo rapporto con Tehran. L’India è comunque contraria alla prospettiva del nucleare iraniano, risolvibile in ogni caso solamente mediante via diplomatica, e ha interrotto alcune esportazioni di materiale che potrebbe essere utilizzato per il programma nucleare, seguendo le direttive della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1929 del 2010. Il mantenimento di un proficuo rapporto con Tehran è dovuto a motivi di carattere geopolitico ed economico. A livello strategico un’alleanza indo-iraniana potrebbe essere una forma di contenimento verso il Pakistan. Inoltre, nell’ottica indiana, avere due Stati nemici ad ovest, il Pakistan e l’Iran, ma potenzialmente anche l’Afghanistan dopo il 2014, nel caso in cui Kabul ricada sotto l’influenza pakistana, appare una prospettiva controproducente per sviluppare gli interessi geostrategici futuri del paese in Asia Occidentale e Centrale. L’attenzione dell’India sull’area è fondamentale, non solo per la grande presenza di idrocarburi che soddisferebbe la crescente domanda energetica, ma anche per evitare che le repubbliche ex-sovietiche stringano un legame più forte con il Pakistan, considerata la comune religione islamica. Inoltre, la presenza della Cina nell’area è andata sempre più consolidandosi nel tempo. In ottica indiana, Tehran rappresenta un importante territorio di transito per raggiungere l’Afghanistan e l’Asia Centrale: esistono, infatti, gli ostacoli rappresentati dal Pakistan e dal territorio politicamente instabile del Kashmir, naturali e storici punti di passaggio indiano per commerciare con l’Asia Occidentale e Centrale. A livello economico l’Iran rimane, dopo l’Arabia Saudita, il secondo fornitore di petrolio dell’India e il suo territorio rappresenta una potenziale fonte di gas naturale per Nuova Delhi. Esistono a questo proposito diversi discorsi aperti per eventuali collegamenti via mare o via gasdotto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2. I legami economici tra Nuova Delhi e Tehran ci portano a considerare un altro aspetto che limita i rapporti indo-statunitensi, facendo riferimento al legame molto stretto che esiste tra India e Russia. La scorsa settimana, a margine di un incontro tra i ministri degli esteri indiano e russo, Mosca e Nuova Delhi hanno sostenuto la volontà di ridar vita al progetto del Corridoio di trasporto Nord-Sud, accordo commerciale firmato nel 2001 tra Iran, India e Russia. Si tratta di un progetto per lo spostamento di merci indiane via mare, aggirando il Pakistan, dall’India fino all’Iran, da dove, attraverso il Mar Caspio, dovrebbero raggiungere i territori meridionali della Russia ed eventualmente l’Europa. Recentemente il governo indiano avrebbe manifestato l’interesse d’includere nel discorso anche la Cina e potenzialmente gli Stati ex-sovietici dell’Asia Centrale. Questo progetto per il commercio tra Asia Meridionale e Europa è in aperta competizione con l’architettura geostrategica a guida statunitense della “Nuova Via della Seta” che ha come obiettivo l’interdipendenza economica tra Europa, Caucaso, Asia Centrale e Meridionale in competizione con Cina e Russia. In questo caso le maggiori problematiche riguardano l’Iran e l’instabilità dell’Afpak, ma bisognerà anche attendere quale progetto l’India favorirà, visto che al momento sembra interessata ad entrambi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia rimane il principale fornitore di armi dell’India; i legami indo-russi sono molto solidi, eredi di quelli che il paese asiatico manteneva con l’Unione Sovietica. Inoltre, esiste la comune lotta contro l’estremismo di stampo musulmano che ha colpito nel passato sia la Russia sia l’India, se si pensa al Caucaso e al Kashmir. Questa politica vede unite non solo Russia e India, ma potenzialmente anche la Cina, vista la presenza dell’estremismo di matrice islamica nello Xinjiang. A questo proposito l’effettiva presenza dell’India all’interno dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) potrebbe comportare non solo una maggiore collaborazione tra Pechino, Mosca e Nuova Delhi, ma anche modificare decisamente gli equilibri geopolitici. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">3. Un terzo aspetto nel quale Stati Uniti e India non sono sovente concordi riguarda il Pakistan. L’India ha sempre criticato l’eccessivo legame tra Islamabad e Washington, nonostante negli ultimi mesi l’alleanza tra i due paesi sia sempre più in crisi. L’India ha inoltre una visione molto critica nel considerare il possibile dialogo con i talebani moderati e la rete Haqqani, nonostante nello stesso tempo gli Stati Uniti chiedano al Pakistan di porre termine all’appoggio verso i gruppi terroristi lungo la linea Durand. Il problema è collegato alla sindrome d’accerchiamento pakistana e alle preoccupazioni nei confronti dei disegni egemonici dell’India nella regione. Nuova Delhi giudica positivamente la presenza statunitense con basi militari in Afghanistan, eventualmente anche dopo il 2014, ma è critica verso il possibile dialogo con i talebani moderati, paventando un possibile ritorno dell’influenza pakistana sul paese.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nonostante il fatto che Islamabad veda il recente accordo commerciale e militare tra India e Afghanistan come una sorta di pericoloso accerchiamento, negli ultimi mesi si è registrato un timido miglioramento nei rapporti tra i due vicini rispetto al 2008. Un editoriale del “The Hindu” di pochi giorni fa, parlando a proposito del dialogo indo-pakistano, indicava come modello di riferimento da seguire le recenti relazioni tra India e Cina, dove sono state messe in secondo piano le questioni territoriali per favorire in primo luogo un discorso legato alla cooperazione economica, possibile chiave per risolvere i problemi legati al confine. Ci sono importanti settori della società indiana che chiedono una soluzione dei contenziosi con Islamabad e una definitiva pacificazione. In ogni caso sembra che l’India intenda mantenere una politica autonoma da Washington nei confronti del Pakistan, seguendo i propri interessi. Islamabad avrebbe recentemente garantito, anche se la questione è poco chiara per le numerose pressioni interne contrarie, lo status di nazione più favorita all’India, clausola economica all’interno delle regole garantite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Vi sono piccoli segnali di miglioramento, ma esistono in ogni caso numerosi problemi: Islamabad non ha provveduto alla richieste indiane di chiare indagini per gli attentati di Mumbai del 2008 e d’interrompere i collegamenti con l’artefice degli attacchi, la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Lashktar-e-Taiba</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Il Pakistan è diviso tra governo civile da una parte e settore militare e ISI dall’altra, i quali, assieme ai gruppi islamici radicali hanno una grande influenza e osservano un avvicinamento all’India come una sorta di anatema. Ecco perché allo stato attuale non esiste un possibile rasserenamento tra i due paesi perché il Pakistan percepisce negativamente l’influenza indiana in Asia Centrale e Afghanistan. Inoltre, un accordo definitivo con l’India e l’attacco ai gruppi islamici radicali metterebbe in discussione la religione, elemento che ha dato origine e legittimità alla nazione, nonché collante di un paese diviso da contrasti etno-linguistici. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per questo motivo la vicinanza statunitense verso Islamabad, nonostante le incomprensioni degli ultimi mesi e l’avversione dell’opinione pubblica pakistana nei confronti degli Stati Uniti sempre più forte, è letta negativamente dall’India. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nuova Delhi è, inoltre, contraria a collegare il delicato discorso riguardante il Kashmir all’Afghanistan, connesso all’ideale della “Grande Asia Centrale” a guida statunitense, per l’importanza nazionalistica del tema, l’assoluta contrarietà alle ingerenze esterne e l’intenzione di risolvere la questione a livello bilaterale con il Pakistan. Per quanto riguarda infine un possibile scontro militare tra i due paesi, è attualmente improbabile grazie alla deterrenza nucleare. E’ evidente la superiorità militare convenzionale indiana, ma questa è paradossalmente limitata dalla presenza in entrambi i campi di ordigni nucleari. In un certo senso la deterrenza nucleare è uno svantaggio per l’India. Tutto sommato è probabile che, nel caso di un ulteriore peggioramento dei rapporti, le “azioni militari” vengano compiute dai gruppi terroristici radicali. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi mesi sembra dunque prevalere la volontà di mantenere una sorta di politica bilanciata tra diversi poteri. Questo si collega all’ideale della costituzione geopolitica di un mondo multipolare piuttosto che unipolare, nel quale le problematiche dell’Asia Centrale e Meridionale e del sud-est asiatico vengano risolte a livello regionale, mediante un’essenziale cooperazione tra il quadrilatero Nuova Delhi, Pechino, Mosca e Washington. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’India potrebbe garantire la stabilità regionale e il dialogo tra poli contrapposti perché questo appare l’obiettivo primario per favorire essenzialmente la propria sicurezza interna. Infatti, non c’è solo la questione kashmira che potrebbe comportare una pericolosa instabilità dello Stato, ma anche l’estremismo religioso, soprattutto di matrice indù e islamica; l’indipendentismo di alcuni territori del nord-est a ridosso del confine con la Cina; le rivolte naxalite di stampo maoista nel centro e nord-est del paese; così come l’autonomismo di diversi territori regionali, i quali, pur rimanendo all’interno dell’Unione Indiana e essendo portatori di legittime richieste, potrebbero ostacolare la crescita interna dello Stato, nonché una sua frammentazione; a questo proposito il caso più importante degli ultimi mesi è quello del Telangana, regione settentrionale dell’Andhra Pradesh che ho visitato personalmente più di un anno fa; l’eventuale nascita di un nuovo Stato, all’interno comunque dell’Unione, potrebbe comportare la medesima richiesta d’autonomia per questioni economiche, etniche e problematiche d’approvigionamento di risorse, principalmente idriche, in diverse zone dello Stato. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Insomma, il ruolo geostrategico contemporaneo dell’India non sembra strettamente connesso né all’universo guidato dagli Stati Uniti, nonostante l’India sia una democrazia che la rende simile ai paesi occidentali, né al sistema di alleanze creato da Russia e Cina, malgrado sia aperto con Mosca e Pechino un importante dialogo per la stabilità in Asia Centrale. L’obiettivo dell’India è dunque quello di essere un polo indipendente capace di garantire la stabilità del continente asiatico mantenendo una posizione il più possibile equilibrata tra i diversi attori regionali e globali. Questa è un’aspirazione che si collega alla particolare posizione geografica del paese, il quale è punto d’incontro tra diverse influenze, culture e religioni; l’India sembra cercare una politica estera autonoma anche per l’aumento negli ultimi anni del nazionalismo indiano che richiede un ruolo di potenza per lo Stato asiatico; questa politica è anche erede del ruolo assunto durante la Guerra Fredda come capofila del Movimento dei Paesi Non Allineati, né aderente al polo guidato dagli Stati Uniti, né strettamente connessa all’Unione Sovietica, nonostante esistesse un rapporto privilegiato con Mosca. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In una fase storica in cui l’area dal Vicino Oriente all’Asia Meridionale è attraversata da una forte competizione tra diversi attori regionali e globali bisognerà comprendere se questa possibile strategia sarà vantaggiosa per l’India al fine di mantenere una sostanziale autonomia non solo a livello geopolitico, ma anche economicamente, rispondendo efficacemente al processo di globalizzazione ispirato dall’Occidente. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il ruolo dell’India potrebbe cambiare se si verificherà l’adesione, assieme al Pakistan, all’OCS, opzione caldeggiata negli ultimi mesi da Russia e Cina, anche se per il momento sembra un’opzione prematura per Nuova Delhi. In questa fase non è ancora chiara l’adesione completa o meno, dato l’aumentare negli ultimi anni dei legami economici e militari con Washington, ma eventualmente sarebbe un importante fattore geopolitico nell’area e gli scenari futuri saranno certamente molto interessanti anche per un’eventuale normalizzazione dei rapporti indo-pakistani. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso ritengo che unitamente a questa autonomia in politica estera, collegandomi al tema principale trattato nel libro di Vincenzo Mungo, l’India ha la possibilità di vincere la sua sfida contemporanea nei confronti della globalizzazione di stampo occidentale grazie alla sua antica cultura. E’ una sfida difficile, ma l’India ha tutte le potenzialità per poter crescere e presentare a livello mondiale un modello concorrenziale e alternativo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In conclusione, vorrei segnalare che è in uscita l’ultimo numero dell’anno di “Eurasia” dedicato ai paesi del BRICS, nel quale personalmente considero alcuni aspetti dell’aumentata influenza geopolitica indiana che potrebbe essere ostacolata dai paradossi nei rapporti diplomatici con Stati Uniti e Cina, nonché dall’instabilità in diverse aree del paese.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>La sfida dell&#8217;India: nascita di una superpotenza?</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 22:53:32 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulla scena geopolitica mondiale sta prendendo corpo un nuovo soggetto, il BRICS, acrostico che indica Brasile, Russia, India, Cina e, da qualche mese, Sudafrica, vale a dire quelle potenze che in questo periodo di crisi economica del mondo occidentale possono invece vantare un trend positivo. Si tratta perciò di capire le basi e le cause di questo fenomeno e in particolare l’India è un Paese di cui neanche troppo se ne parla e poco effettivamente se ne sa. L’associazione Strade d’Europa, grazie al contributo dell’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con l’Istituto di Alti studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie e nell’ambito del ciclo 2011/2012 dei seminari di Eurasia, ha inteso approfondire l’argomento giovedì 1 dicembre organizzando il convegno La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-sfida-dellindia-nascita-di-una-superpotenza/12627/" title="La sfida dell&#8217;India: nascita di una superpotenza?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12627&amp;w=80" width="80" height="43" alt="La sfida dell&#8217;India: nascita di una superpotenza?" ></div></a><p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sulla scena geopolitica mondiale sta prendendo corpo un nuovo soggetto, il BRICS, acrostico che indica Brasile, Russia, India, Cina e, da qualche mese, Sudafrica, vale a dire quelle potenze che in questo periodo di crisi economica del mondo occidentale possono invece vantare un trend positivo. Si tratta perciò di capire le basi e le cause di questo fenomeno e in particolare l’India è un Paese di cui neanche troppo se ne parla e poco effettivamente se ne sa. L’associazione Strade d’Europa, grazie al contributo dell’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con l’Istituto di Alti studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie e nell’ambito del ciclo 2011/2012 dei seminari di Eurasia, ha inteso approfondire l’argomento giovedì 1 dicembre organizzando il convegno <em>La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?</em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’evento riprendeva il titolo del volume scritto da Vincenzo Mungo, capo servizio Redazione esteri di Radio Rai, e pubblicato dalle Edizioni all’Insegna del Veltro ed è stato proprio l’intervento dell’autore ad aprire l’incontro. Innanzitutto è stato analizzato il percorso compiuto dall’India per conquistare la propria indipendenza, tenendo in considerazione non solo l’impegno profuso da Gandhi, ma analizzando pure il ruolo del Partito del Congresso, originariamente conformatosi alla dialettica politica britannica al fine di ottenere margini di autonomia, mentre furono Tilak e Bose i paladini della lotta <img class="alignleft size-full wp-image-12629" title="Lorenzo Salimbeni introduce i relatori" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/SAM_1765.jpg" alt="" width="430" height="323" />per l’indipendenza senza compromessi. Aperture autonomiste, nonostante l’opposizione di Winston Churchill, furono elargite durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre nel corso della Grande Guerra la partecipazione di truppe indiane nei contingenti britannici non aveva portato alle concessioni che erano state promesse. Parallelamente, però, l’amministrazione inglese aveva esercitato il <em>divide et impera</em> per contrapporre la comunità indù a quella islamica, sicchè nel 1947 l’indipendenza venne ottenuta, ma il Pakistan, a maggioranza musulmana, si staccò dal resto del Paese (<em>Partition</em>) ed allontanò dal suo interno la componente indù. Nuova Delhi divenne pertanto la capitale dell’Unione Socialista Indiana, uno Stato federale che, pur nell’ambito di un sistema democratico, rimase fedele al sistema delle caste. Lo Stato imprenditore si fece carico di assorbire nella grande industria e nei servizi pubblici l’enorme massa di manodopera a disposizione e s’impegnò per debellare le zone di miseria e arretratezza specialmente in ambito agricolo, giungendo a garantire una qualità della vita in perenne aumento, costituendo la rete delle relazioni sociali e dei vincoli di casta un ulteriore prezioso ammortizzatore sociale. Il livello delle università e la diffusione di parchi industriali da cui ci si rivolge anche al mercato estero sono altri indicatori dei passi avanti che l’enorme nazione ha compiuto, ma causa l’eccessiva popolazione (siamo ormai attorno al miliardo e cento milioni di indiani) il PIL pro capite continua a rimanere basso.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’attualità geopolitica è stata invece al centro della relazione del professor Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici presso l’ateneo triestino, il quale ha già considerato l’India una superpotenza, che però si trova a dover fronteggiare diverse problematiche, poiché ha scelto di essere una democrazia di tipo occidentale, pur avendo un DNA ben diverso da quello europeo. Nonostante i conflitti scoppiati per la determinazione dei confini con Cina e Pakistan, l’India ha sempre cercato un approccio pacifico alla politica internazionale e d’altro canto ha scelto di dotarsi di un arsenale nucleare in ossequio al principio della deterrenza. Nei legami internazionali Nuova Delhi ha deciso di non aderire né all’ASEAN né all’ASEC ed ha altresì optato per la SCO, riproponendo in quest’ambito il legame con Mosca che risale dai tempi della Guerra Fredda, nonostante l’India avesse costituito il punto di riferimento più importante per il blocco dei Paesi Non Allineati. I rapporti con la Russia si confermano pertanto buoni, quelli con la Cina vanno migliorando, quelli con il Pakistan sono altalenanti, ma per il futuro indiano sarà importante non solo l’atteggiamento che si instaurerà nei confronti degli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea, con la quale i traffici stanno raggiungendo il livello di quelli che l’Europa già intrattiene con la Cina.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Francesco Brunello Zanitti, ricercatore dell’IsAG, ha approfonditi tali aspetti di natura geopolitica, evidenziando i tentativi indiani di mantenere una linea politica autonoma da quella occidentale, in virtù della propria posizione strategica a metà strada fra gli stretti di Hormuz e di Malacca, gli snodi principali del commercio petrolifero. Perciò Nuova Delhi ha buone relazioni economiche con Israele, ma per il proprio fabbisogno energetico si rivolge senza problemi sia all’Arabia Saudita sia all’Iran (che è un interlocutore privilegiato anche per il contenimento del Pakistan), laddove con la Cina il rapporto oscilla tra competizione e cooperazione, poiché il sostegno di Pechino al Pakistan è in grado di deteriorare la partnership tra i due giganteschi Paesi. Per lo stesso motivo le relazioni con Washington stentano a decollare definitivamente, anche se i rapporti commerciali sono già bene avviati ed i governi indiani non hanno espresso contrarietà alla possibilità che contingenti statunitensi rimangano in Afghanistan anche dopo il 2014. Anche se il problema dell’estremismo islamico è in grado di creare una sinergia con Russia, Cina e Stati Uniti, l’India auspica di risolvere bilateralmente e senza il coinvolgimento di esterni il problema del Kashmir che è alla base delle sue tensioni con Islamabad.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In definitiva tutti i relatori si sono trovati concordi nel dare una risposta affermativa al quesito che caratterizzava il titolo del seminario: l’India è già una superpotenza e continuerà ad esserlo se, nell’ambito del processo di globalizzazione, saprà restare fedele alla propria storia ed alle proprie tradizioni, conservando anche quelle prerogative nel settore economico che vengono ancora esercitate dallo Stato, mentre l’adesione incondizionata ad un modello di economia di mercato rischierebbe di alterare i precari equilibri sociali indiani.</span></span></p>
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		<title>“La sfida dell’India”: l’1 dicembre a Trieste</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 12:55:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’associazione Strade d’Europa, grazie al contributo dell’Università degli Studi di Trieste ed in collaborazione con l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) organizza il convegno La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?. L’evento, che rientra nel Ciclo 2011-2012 dei Seminari di Eurasia, si svolgerà giovedì 1 dicembre alle ore 17:30 presso l’aula D1, al primo piano della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori in via Filzi 14 a Trieste. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/%e2%80%9cla-sfida-dell%e2%80%99india%e2%80%9d-l%e2%80%991-dicembre-a-trieste/12393/" title="“La sfida dell’India”: l’1 dicembre a Trieste"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=12393&amp;w=80" width="80" height="54" alt="“La sfida dell’India”: l’1 dicembre a Trieste" ></div></a><div style="font-size: medium;">L’associazione Strade d’Europa, grazie al contributo dell’Università degli Studi di Trieste ed in collaborazione con l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) organizza il convegno <a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-sfida-dellindia-l1-dicembre-a-trieste/12390/"><em>La sfida dell’India. Nascita di una superpotenza?</em></a>. L’evento, che rientra nel Ciclo 2011-2012 dei Seminari di Eurasia, si svolgerà giovedì 1 dicembre alle ore 17:30 presso l’aula D1, al primo piano della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori in via Filzi 14 a Trieste.</p>
<div>Il seminario si aprirà con l’intervento di Vincenzo Mungo, capo servizio Redazione esteri di Radio RAI e saggista, nonché autore per i tipi delle Edizioni all’insegna del Veltro del volume che dà il titolo all’incontro: si tratta di un necessario approfondimento sull’India, membro a pieno titolo del BRICS e già pilastro dei Paesi non allineati, al fine di capire se le sue caratteristiche culturali, storiche e sociali sono gli ingredienti per farne una nuova superpotenza oppure verranno annullati per effetto di quel processo di globalizzazione e annichilimento delle specificità che il mondo occidentale sta imponendo nel globo.</div>
<div>Seguiranno gli interventi di Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici presso l’ateneo cittadino, e di Francesco Brunello Zanitti, ricercatore dell’IsAG per l&#8217;Asia Meridionale (e autore del saggio <em>Progetti di Egemonia</em>), i quali analizzeranno soprattutto i rapporti che intercorrono tra l’India e le potenze limitrofe (Cina, Pakistan), con cui i rapporti sono spesso risultati problematici, ma anche le relazioni che Nuova Delhi intrattiene con Mosca e Washington, aspetto oltremodo prezioso per comprendere il ruolo planetario che questa potenza potrà svolgere. Il convegno, coordinato da Lorenzo Salimbeni, frequente contributore a <em>Eurasia. Rivista di studi geopolitici</em>, si concluderà con un dibattito aperto al pubblico; per informazioni stradedeuropa@hotmail.it.</div>
</div>
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		<title>L’instabilità politica del Pakistan e il possibile modello turco</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 09:49:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nawaz Sharif, capo del partito d’opposizione pakistano, il Pakistan Muslim League (Nawaz), ha recentemente fatto visita al presidente turco Gül. Sembra che Sharif sia interessato ad emulare il primo ministro Erdogan per riconquistare il potere e tenere a freno l’apparato militare. Tenendo conto anche dell’emergere del partito di Imran Khan, così come dell’elevata frammentazione politica, è possibile un cambiamento governativo in Pakistan collegato alle rivolte arabe? Il ruolo degli Stati Uniti e degli attori regionali è fondamentale per comprendere i cambiamenti in corso in Asia Meridionale e Vicino Oriente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99instabilita-politica-del-pakistan-e-il-possibile-modello-turco/11969/" title="L’instabilità politica del Pakistan e il possibile modello turco"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11969&amp;w=80" width="80" height="51" alt="L’instabilità politica del Pakistan e il possibile modello turco" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><em>Nawaz Sharif, capo del partito d’opposizione pakistano, il Pakistan Muslim League (Nawaz), ha recentemente fatto visita al presidente turco Gül. Sembra che Sharif sia interessato ad emulare il primo ministro Erdogan per riconquistare il potere e tenere a freno l’apparato militare. Tenendo conto anche dell’emergere del partito di Imran Khan, così come dell’elevata frammentazione politica, è possibile un cambiamento governativo in Pakistan collegato alle rivolte arabe? Il ruolo degli Stati Uniti e degli attori regionali è fondamentale per comprendere i cambiamenti in corso in Asia Meridionale e Vicino Oriente.</em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nello stesso momento in cui Nawaz Sharif, capo del maggior partito d’opposizione pakistano, il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan Muslim League (Nawaz)</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PML-N), si trovava ad Ankara per un incontro con il presidente turco Abdullah Gül, la capitale politica del Pakistan, Lahore, è stata teatro di una manifestazione di piazza del PML(N) contro il presidente Asif Ali Zardari e il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan People Party</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PPP). I giornali pakistani hanno parlato della visita di Sharif in Turchia come una sorta di viaggio d’istruzione affinché il PML(N) riesca ad emulare l’AKP turco e riconquisti il potere politico. Ufficialmente il partito di maggioranza è accusato di aver favorito l’imperante corruzione, la stagnazione economica e l’insicurezza del paese, ma è curioso il fatto che a conclusione dell’adunata di piazza il principale fautore della manifestazione, Shahbaz Sharif, governatore della provincia del Punjab nonché fratello di Nawaz, abbia sottolineato che il PPP nei prossimi mesi si troverà di fronte a una serie di “piazze Tahrir” in ogni grande città del Pakistan. Secondo gli analisti politici pakistani l’obiettivo del PML(N) è indirizzato alla creazione di un vasto sostegno popolare affinché Zardari rassegni le dimissioni nelle prossime settimane, in modo da tornare a elezioni generali il prossimo anno, prima della tornata elettorale per il Senato prevista per il mese di marzo 2012. Nawaz Sharif starebbe cercando l’appoggio dell’apparato militare e del generale Ashfaq Parvez Kayani, Capo di Stato Maggiore dell’esercito. In ogni caso la competizione politica è molto forte, così come il malcontento popolare verso il PPP e il PML(N). Infatti, le manifestazioni di quest’ultimo possono essere lette come una possibile risposta in termini elettorali al partito </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan Tehreek-e-Insaf</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (PTI) dell’ex campione di cricket Imran Khan. Figura apprezzata in Occidente, ma molto ciritico nei confronti dei bombardamenti statunitensi sulle FATA e dell’attuale strategia di Washington in Afghanistan, Khan ha chiesto la cacciata di Zardari mediante un’altra adunata di piazza a Lahore. Le due manifestazioni sono dunque collegate, mentre l’obiettivo del PML(N) è quello di evitare che il PTI assuma troppo potere nel tessuto urbano pakistano e soprattutto a Lahore. Il fatto è che Khan sembra maggiormente popolare rispetto a Sharif e Zardari; la sua ascesa politica è stata riconosciuta a livello internazionale e il primo paese che il capo del PTI ha visitato subito dopo la manifestazione è stata la Cina. I detrattori di Khan sostengono che il suo partito potrebbe avere successo solamente grazie al suo carisma poiché non esiste una solida struttura politica nel PTI. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ possibile un nuovo cambiamento di governo, naturalmente con tutte le peculiarità pakistane, collegato al sommovimento generato dalle rivolte arabe? Certamente bisognerà attendere le mosse future dei partiti, ma soprattutto del settore militare, dell’ISI e della Corte Suprema, i quali potrebbero spingere per nuove elezioni vista la difficile situazione del paese. In ogni caso è da mesi che si parla di possibili colpi di stato militari in funzione anti-statunitense, di complotti occidentali per facilitare l’esplodere di sommosse connesse alla “primavera araba” o manovre per l’instaurazione di un califfato guidato dall’organizzazione di stampo sunnita </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Hizb ut-Tahrir</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/06/16/world/asia/16pakistan.html?_r=1"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Pakistan’s Chief of Army Fights to Keep His Job</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>; </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nationalreview.com/corner/269822/anti-american-coup-pakistan-stanley-kurtz"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Anti-American Coup in Pakistan?</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>; </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://tribune.com.pk/story/216828/intelligence-warning-hizb-ut-tahrir-planned-arab-spring-in-pakistan/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Intelligence warning: Hizb ut-Tahrir planned ‘Arab spring’ in Pakistan</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). In questa fase sembra che il PML(N) abbia timore di un possibile colpo di stato militare anticostituzionale, vista la debolezza del governo e le continue pressioni provenienti dall’esterno. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il modello turco per le rivolte arabe e il contesto geopolitico del Vicino-Oriente</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I diversi attori regionali e globali, Turchia, Arabia Saudita, Iràn, Stati Uniti e Cina, cercheranno nei prossimi mesi di trarre vantaggio dalle conseguenze delle rivolte arabe, appoggiando, a seconda delle circostanze, determinati gruppi politici o religiosi. In ogni caso, le sommosse hanno diverse cause ed è improbabile che il malcontento sia stato solamente generato dall’esterno, data la complessità del fenomeno (vedi il libro di Daniele Scalea e Pietro Longo </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivoltearabe.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Capire le rivolte arabe</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Turchia ha favorito indirettamente le rivolte arabe e, osservando il caso tunisino ed egiziano, può essere considerata un interessante modello per gli Stati che s’apprestano a ricostruire la propria amministrazione in seguito alle sommosse, così come un efficace esempio per quei paesi che si trovano in una difficile congiuntura economica e politica, vedi il caso pakistano. La Turchia odierna guidata dall’AKP appare un conglomerato efficace di secolarismo, religione, nazionalismo, globalismo, autonomia in politica estera e crescita economica, al quale i partiti islamisti dell’area potrebbero fare riferimento. Questa opzione sarebbe vista favorevolmente dagli stessi Stati Uniti: nonostante Ankara abbia optato per una maggiore autonomia in politica estera e aumentato la competizione regionale con Israele, Washington ha comunque mantenuto un proficuo rapporto con la Turchia, uno dei principali paesi della NATO. L’esempio turco, inoltre, nell’ottica occidentale, sarebbe favorito a discapito di quello saudita, ma soprattutto del modello iraniano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non a caso, infatti, anche l’Arabia Saudita e l’Iràn potrebbero trarre vantaggi dalle rivolte. I gruppi islamisti radicali in Tunisia, Egitto e Libia potrebbero optare per un miglior rapporto con l’Iràn, visti gli accenti anti-israeliani e gli interessi manifestati da Tehran per una maggiore collaborazione (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.tehrantimes.com/index.php/politics/4049-iran-ready-for-defense-cooperation-with-egypt-libya"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iran ready for defense cooperation with Egypt, Libya</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso, malgrado Ankara abbia sostanzialmente un sistema statale opposto, mantiene nella regione vicino-orientale un rapporto strategico di primo livello con l’Arabia Saudita, asse collegato strettamente a Washington. Sebbene tra Riyad e Ankara esista una sostanziale competizione nell’area, i due paesi hanno in comune diversi obiettivi e le loro politiche possono apparire per certi aspetti complementari. Una strategia comune è, ad esempio, il contenimento dell’Iràn, nonostante la Turchia appaia maggiormente cauta. Malgrado Ankara e Tehran siano alleate su alcune questioni fondamentali per la propria sicurezza, ad esempio per quanto riguarda l’indipendentismo curdo, e negli ultimi anni il rapporto sia migliorato, i due paesi competono fortemente in numerosi ambiti di politica regionale. Senza dimenticare che nelle ultime settimane è aumentato il livore iraniano contro la Turchia per la questione siriana (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=iran-tells-turkey-change-tack-or-face-trouble-2011-10-09"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iran tells Turkey to change tack or face trouble</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Ankara ha accelerato le pressioni nei confronti della Siria, in vista di un potenziale intervento contro Assad, colpendo indirettamente gli interessi di Tehran. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nello stesso momento l’amministrazione Obama è indotta ad adottare </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">una politica più aggressiva nei confronti di Tehran; azione operata non solo dalla </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>lobby</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> filo-israeliana nel paese e dal governo Netanyahu, preoccupati per gli esiti negativi delle rivolte arabe per la sicurezza regionale d’Israele, ma anche dal gruppo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>neocons</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, dai repubblicani, da alcuni settori </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>liberal</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e parte del Pentagono. Inoltre, questi gruppi, unitamente a Israele e Arabia Saudita, sono molto critici nei confronti dell’amministrazione Obama per l’annunciato ritiro dall’Iràq, paventando un possibile aumento dell’influenza iraniana. A questo proposito l’Ayatollah Ali Khamenei ha definito il ritiro statunitense una “vittoria d’oro” per l’Iran (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.thehindu.com/news/international/article2582989.ece"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>U.S. exit from Iraq “golden” victory: Iran</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nonostante appaia altamente improbabile che Washington agisca militarmente nell’immediato, è da registrare una sorta di preparazione in vista di un possibile conflitto futuro. Come osserva un editorale del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>New York Times</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, in seguito al ritiro statunitense dall’Iràq, le truppe saranno spostate in altri territori del Golfo Persico, in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Omàn per rispondere ad un eventuale collasso della sicurezza in Iràq o per una guerra contro l’Iràn (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/10/30/world/middleeast/united-states-plans-post-iraq-troop-increase-in-persian-gulf.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>U.S. Planning Troop Buildup in Gulf After Exit From Iraq</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La situazione in Pakistan e il contesto geopolitico dell’Asia Meridionale</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Islamabad si trova attualmente in una difficile congiuntura a livello economico e politico. Quotidianamente si registrano accuse contro accuse e riavvicinamenti tra Stati Uniti e Pakistan, collegati al dialogo aperto con i talebani e la rete Haqqani, nonché al contemporaneo bombardamento dei droni statunitensi sulle FATA. Il nocciolo della questione ruota essenzialmente attorno al futuro dell’Afghanistan con l’obiettivo dichiarato statunitense di mantenere una base militare permanente dopo il 2014 (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../l%E2%80%99afpak-tra-dilemmi-e-incertezze/11583/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;Afpak tra dilemmi e incertezze</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il Pakistan ha una posizione ambigua, ma sembra contrario a una simile prospettiva senza il mantenimento della propria influenza sul paese. E’ evidente che un dialogo principalmente con Islamabad potrebbe sbloccare la situazione, anche perché i progetti statunitensi della “nuova via della seta”, includendo Uzbekistan, Tagikistan, Afghanistan e India, non possono fare a meno del Pakistan. Nella prospettiva statunitense, Islamabad deve cambiare la propria strategia in politica interna ed estera, entrando a far parte di un sistema economico globale fonte di sviluppo e prosperità per il paese. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nelle ultime settimane si è parlato di un possibile avvicinamento tra Islamabad e Washington. Gli Stati Uniti potrebbero garantire al Pakistan l&#8217;influenza su Kabul, accordandosi sul mantenimento di una presenza militare statunitense e includendo nel discorso sull’Afghanistan la questione kashmira. Quest’ultima dovrebbe essere risolta a vantaggio dell’India, a patto che Nuova Delhi abbandoni la strategia volta all’aumentare il proprio ascendente su Kabul, con evidenti ripercussioni per i suoi progetti in Asia Centrale. Questa prospettiva, oltre a vedere gli Stati Uniti potenziali garanti della stabilità regionale, potrebbe includere la Cina, la quale favorirebbe il dialogo tra Pakistan e India (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://afpak.foreignpolicy.com/posts/2011/10/20/afghanistan_pakistan_and_kashmir_a_grand_bargain#.TqLrhHBncL4.facebook"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Afghanistan, Pakistan and Kashmir: A grand bargain?</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa opzione include però l’accettazione di una base statunitense in Afghanistan, prospettiva non gradita a Pechino e Mosca. Inoltre, non tiene conto del ruolo dell’Iràn.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un fattore emblematico di quest’ultima considerazione è il fatto che Tehran sembra aver migliorato le proprie relazioni con il Pakistan, visto l’apprezzamento iraniano nei confronti di Islamabad per la considerevole diminuzione delle operazioni terroristiche del gruppo <em>Jandullah</em> che opera da anni nel Belucistan iraniano. Un simile avvicinamento, oltre a mettere in forse la politica di contenimento statunitense nei confronti dell’Iràn, è vista negativamente dall’Arabia Saudita. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ecco perché l’opzione di un possibile cambio di governo pakistano non sembra impossibile. La storia del Pakistan ha registrato diverse cadute di governi o dittature militari, il più delle volte avvenuti mediante il concreto supporto esterno. Il paese è attualmente attraversato da diverse situazioni critiche interne. Le zone orientali sono strettamente connesse alla guerra in Afghanistan; il Belucistan e il Sindh sono caratterizzati da una grande instabilità; il Punjab ha registrato le ricordate manifestazioni antigovernative; se il cuore politico e militare del Pakistan sarà attraversato da un incremento della violenza la situazione interna sarà ancora più delicata. Senza dimenticare che il Pakistan sembra aver nuovamente perso l’unità e la concordia nazionale registratasi nelle giornate successive alle prime accuse statunitensi. Tutti i maggiori partiti hanno scelto la piazza per legittimare le proprie richieste: il PML(N) e il TPI hanno manifestato a Lahore; il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Muttahida Quami Movement</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (MQM) è sceso in piazza a Karachi in difesa del governo e del PPP, il quale dovrebbe guidare un’altra manifestazione, prevista per il 13 novembre sempre a Karachi. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli Stati Uniti potrebbero favorire l’ascesa di un diverso governo a Islamabad in modo da garantire una transizione maggiormente collaborativa in Afghanistan e prevenire un massiccio intervento militare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questo quadro l’India potrebbe contribuire da oriente ai disegni statunitensi, ma non è chiaro se Nuova Delhi intenda seguire la strategia di Washington. Nonostante l’accordo commerciale con l’Afghanistan, letto dal Pakistan come una sorta d’accerchiamento, negli ultimi mesi l’India ha assunto un diverso approccio nei confronti di Islamabad e si è registrato un avvicinamento concreto tra India e Pakistan testimoniato da diverse circostanze. Il ministro degli esteri indiano S. M. Krishna ha pubblicamente affermato di non condividere un possibile attacco militare statunitense contro Islamabad, mentre la recente conquista di un seggio al  Consiglio di Sicurezza dell’ONU come membro non permanente da parte del Pakistan è avvenuto mediante il decisivo appoggio indiano. Collaborazione testimoniata anche dal Pakistan, visto il possibile cambiamento della propria percezione dell’India, la quale potrebbe passare a un livello migliore nelle relazioni diplomatiche in base alla clausola della nazione più favorita. Il tutto è collegato ad alcune recenti descrizioni che possono danneggiare l’immagine internazionale di Nuova Delhi, come ad esempio la visione negativa dell’India pubblicizzata da alcuni enti turistici statunitensi, australiani e canadesi che sconsigliano viaggi nel paese. Inoltre, vengono accentuate a livello mediatico i possibili scontri con la Cina, altro potenziale garante della stabilità regionale. Lo stesso primo ministro Manmohan Singh ha criticato i media cinesi e indiani che presentano molto spesso l’India e la Cina in continua contrapposizione (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.thehindu.com/news/national/article2552809.ece"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Manmohan blames media in India, China</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il dibattito aperto in India a riguardo dell’eliminazione delle leggi d’emergenza in Kashmir è in realtà un elemento maggiormente propositivo per un dialogo diretto con Pechino e Islamabad. Il recente avvicinamento tra i due storici nemici potrebbe favorire la cooperazione regionale, senza dimenticare però che il Kashmir è un territorio che riguarda storicamente l’orgoglio nazionale di entrambi i paesi, i quali non accettano ingerenze esterne su questo problema. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un altro fattore da non dimenticare, nel ricordato accordo commerciale indiano con l’Afghanistan, è la potenziale maggiore collaborazione anche con l’Iràn. Il ministro degli esteri pakistano Hina Rabbani Khar ha parlato a questo proposito della necessità di una maggiore cooperazione regionale per la stabilizzazione afghana. Un’ipotetica azione regionale comune tra Iràn, Pakistan, India e Cina non soddisfa però Washington. L’obiettivo prioritario è il contenimento dell’Iran, il quale è allo stesso tempo un importante partner commerciale di India e Cina. Contemporaneamente sono da registrare i tentativi di Mosca e Pechino di aumentare la propria influenza in Asia Centrale e Meridionale. </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.mid.ru/bdomp/brp_4.nsf/e78a48070f128a7b43256999005bcbb3/7b78915b0b3d4ca54425793b002e7ba4%21OpenDocument"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;obiettivo dell&#8217;allargamento della OCS a India e Pakistan</span></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, processo che la Russia intende accelerare, va in questa direzione, ma potrebbe scontrarsi con gli intenti di Stati Uniti, Unione Europea e NATO. La stessa politica di avvicinamento indo-pakistano potrebbe essere collegata, così come le pressioni esercitate da Occidente verso Nuova Delhi, ma soprattutto nei confronti di Islamabad, la quale osserva una tattica d’isolamento politico nei propri confronti. Washington ha come obiettivo la creazione di una “nuova via della seta” sotto la propria guida e un sistema di sicurezza regionale. Nello stesso momento, gli Stati Uniti tentano di indirizzare le diverse questioni scottanti dell’area (stabilizzazione dell’Afghanistan, linea Durand, rapporti afghano-pakistani, Kashmir, relazioni indo-pakistane, visione negativa dell’influenza indiana in Afghanistan) sotto il proprio “ombrello protettivo” al fine di favorire i propri interessi. In questo caso l’obiettivo è isolare l’Iràn e prevenire i disegni strategici russi e cinesi, nonché l’autonomia in politica estera dell’India. Appare però paradossale il fatto che Mosca e Pechino intendano allargare il discorso sulla OCS anche alla Turchia, attore regionale della NATO, la cui politica estera sembra indirizzata a soddisfare gli interessi degli Stati Uniti. In ogni caso i prossimi mesi saranno importanti per comprendere il nuovo corso “neo-ottomano” della Turchia e capire se effettivamente Ankara adotterà una politica estera maggiormente autonoma dalle volontà regionali di Washington. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La politica interna pakistana può essere dunque collegata a questo contesto geopolitico, favorendo l’ascesa di un governo islamista moderato legato alla Turchia e all’Arabia Saudita per evitare l’aumento dell’influenza sciita. Sia l’AKP turco sia il PML(N) pakistano hanno legami con l’oligarchia saudita. Un governo islamista di stampo sunnita ricalcante il modello turco potrebbe risultare maggiormente adatto per il dialogo che gli Stati Uniti stanno instaurando con talebani e rete Haqqani per la stabilizzazione dell’Afghanistan. Inoltre, eviterebbe un’azione militare contro il Pakistan, un’ipotesi dai costi e dalle conseguenze imprevedibili. Il modello turco sarebbe efficace per garantire, nonostante la forte componente religiosa, il sostegno delle forze secolari; così come potrebbe canalizzare il forte anti-americanismo degli ultimi mesi in un partito che, come l’omologo turco, lavora indirettamente anche per gli interessi strategici statunitensi. Bisognerà capire come agirà il settore militare e l’ISI. Infatti, l’ultimo governo di Nawaz Sharif venne abbattuto dal colpo di stato militare di Pervez Musharraf e il capo del PML(N) non ha dei buoni rapporti con il settore militare. Infine, a differenza di Erdogan, è un politico che ha già avuto due esperienze governative e nella fase attuale pakistana in cui esiste una forte avversione verso il mondo politico, riciclare una figura come Sharif appare una prospettiva dai risvolti poco concreti. Bisognerà comprendere anche il ruolo che verrà assunto da Imran Khan, visto che i quotidiani pakistani scrivono di una possibile alleanza tra PML(N) e PTI in vista delle elezioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’area vicino-orientale e dell’Asia Meridionale appare dunque in una fase estremamente complessa e dalla lettura non semplice, in cui la competizione tra diversi attori regionali ed esterni è molto forte. Inoltre, è un periodo in cui gli Stati Uniti s’apprestano ad attraversare una lunga campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo anno. Le prossime settimane saranno pertanto indicative d’interessanti sviluppi. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
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		<title>Oltre la Libia e la morte di Gheddafi: ricolonizzare l&#8217;Africa per colpire la Cina</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 13:15:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’intervento della NATO in Libia, nel contesto della “primavera araba”, dimostra ancora una volta come l’Occidente non abbia abbandonato i suoi disegni egemonici. Nonostante il fenomeno delle sommosse sia complesso, la “guerra umanitaria” e la difesa difforme delle rivolte a seconda del contesto in nome della democrazia cela interessi geopolitici ben precisi e la volontà di esportare un modello economico, politico e culturale uniforme. Questa strategia è connessa alla competizione globale in corso con le potenze emergenti del futuro, soprattutto la Cina, ma anche l’India. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/oltre-la-libia-e-la-morte-di-gheddafi-ricolonizzare-lafrica-per-colpire-la-cina/11798/" title="Oltre la Libia e la morte di Gheddafi: ricolonizzare l&#8217;Africa per colpire la Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11798&amp;w=80" width="80" height="51" alt="Oltre la Libia e la morte di Gheddafi: ricolonizzare l&#8217;Africa per colpire la Cina" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><em>L’intervento della NATO in Libia, nel contesto della “primavera araba”, dimostra ancora una volta come l’Occidente non abbia abbandonato i suoi disegni egemonici. Nonostante il fenomeno delle sommosse sia complesso, la “guerra umanitaria” e la difesa difforme delle rivolte a seconda del contesto in nome della democrazia cela interessi geopolitici ben precisi e la volontà di esportare un modello economico, politico e culturale uniforme. Questa strategia è connessa alla competizione globale in corso con le potenze emergenti del futuro, soprattutto la Cina, ma anche l’India. </em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla fine degli anni ’90 cominciò ad essere utilizzato un nuovo concetto descrivente i nemici contemporanei degli Stati Uniti, e in secondo luogo di alcuni alleati europei; ovvero l’idea dell’esistenza dei cosiddetti “Stati canaglia”. A quell’epoca si parlava dell’inizio del “secolo americano”, vista la recente vittoria statunitense nella Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica. Una fase storica nuova, in cui Washington avrebbe ricoperto il ruolo di unica superpotenza del globo, ma che allo stesso tempo, in assenza di un vero e proprio nemico come l’URSS, avrebbe dovuto fronteggiare delle nuove minacce, ostacolo al proprio progetto di guida per il mondo intero. Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Iran, Cuba, Corea del Nord e Sudan erano i cosiddetti “Stati canaglia”, i quali, in particolar modo i primi cinque, sono situati in posizioni fondamentali dal punto di vista geopolitico per le risorse presenti nei loro territori o per il possibile ruolo strategico di transito di gasdotti e oleodotti. Nell’ultimo decennio Afghanistan e Iraq sono stati invasi e i loro regimi rovesciati. Nonostante Kabul si trovi tutt’ora in una situazione di precario equilibrio, il paese dell’Hindu Kush e l’Iraq non sono più considerati ufficialmente come Stati nemici. Il Sudan è oggi diviso, ma il nord del paese, malgrado sia stato indebolito, rimane un regime scomodo per l’Occidente. Cuba sembra avviarsi, per il dopo Fidel Castro, a ritornare, come prima della rivoluzione, maggiormente legata agli Stati Uniti, mentre la Corea del Nord appare l’unico paese che probabilmente riuscirà a scongiurare un intervento militare e un’ingerenza esterna. Recentemente, nel contesto della cosiddetta “primavera araba”, è stato invece il turno della Libia. Il paese africano, nell’ottica occidentale, si trova oggi “liberato” grazie al concreto supporto della NATO e al rovesciamento del regime di Gheddafi. I toni bellicosi nei confronti della Siria e dell’Iran degli ultimi mesi sembrano presagire che altri due Stati riceverranno la medesima attenzione e il trattamento richiesto nel medio-lungo periodo, con la successiva cancellazione dalla lista nera, somministrando una buona dose di “democraticità”. Damasco potrebbe essere investita da una nuova guerra per la difesa dei diritti umani, principalmente voluta dai settori </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>liberal</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> della politica statunitense; mentre un attacco all’Iran verrebbe maggiormente sponsorizzato dal gruppo neoconservatore e dall’alleato israeliano Netanyahu (Per un confronto tra neocons e neorevisionisti israeliani vedi il libro di Francesco Brunello Zanitti </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Progetti di egemonia</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Ipotesi sui motivi della guerra in Libia. La “nuova corsa” all’Africa</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’intera vicenda legata alla Libia non è stata causata solamente dall’onda lunga delle rivolte arabe. A questo proposito appare necessario ribadire che le sommosse nei paesi arabi</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> non rappresentano un movimento uniforme, nonostante sia indubbio che esista una forma di malcontento nelle masse arabe per svariati motivi. In realtà vi sono in gioco diversi interessi di movimenti politici e religiosi, i quali hanno goduto o godono tutt’ora di un appoggio esterno, differenti a seconda del contesto regionale e del paese preso in considerazione (Per un approfondimento delle rivolte arabe vedi il libro di Daniele Scalea e Pietro Longo </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivoltearabe.blogspot.com/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Capire le rivolte arabe</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Inoltre, le uniche rivolte in cui si è registrato un massiccio e concreto intervento esterno militare, superiore rispetto ad altri casi, sono state quella libica e quella in Bahrain. La prima è stata favorita, la seconda stroncata. Chiara esemplificazione della complessità del fenomeno “rivolte arabe” e di come questo è stato letto, nell’ottica occidentale, in una maniera distorta per soddisfare i propri obiettivi strategici. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gheddafi era, a differenza di Mubarak o Ben Ali, un nemico di molti paesi occidentali per le azioni compiute nel passato, nonostante negli ultimi anni ci fosse stato un miglioramento dei rapporti (avvicinamento pagato a caro prezzo dal Ràis, vedi l’articolo di Daniele Scalea </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../il-prossimo-nobel-per-la-pace/11733/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Il prossimo Nobel per la pace</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Si è verificato in sostanza un cambio di regime dettato da esigenze di carattere geopolitico, mediante l’aiuto notevole e indispensabile offerto da parte dell’Occidente, Stati Uniti in testa. Infatti, appare altamente improbabile che Washington, nonostante il ruolo assunto da Gran Bretagna e Francia sia stato preponderante, non abbia avuto voce in capitolo per il futuro dello Stato libico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il pensiero politico di Gheddafi può essere criticato, così come sono da condannare alcuni suoi eccessi violenti del passato o la propria politica interna. Senza dubbio però non è da dimenticare il fatto che il regime quarantennale del Ràis ha favorito la crescita del proprio paese, la cui economia era una delle migliori del continente. Godeva di un vasto appoggio popolare, ma naturalmente aveva anche numerosi nemici, fattore strettamente connesso al carattere tribale e frammentato della società libica. Inoltre, particolare non di poco conto, Gheddafi si era fatto promotore di una possibile Unione Africana, un movimento panafricano avente come obiettivo una maggiore autonomia del continente nel contesto della geopolitica globale, ma anche un progetto scomodo per chi considera l’Africa un territorio da controllare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ciò che è stata descritta come “guerra umanitaria”, un ossimoro scandaloso, non ha suscitato il minimo sdegno, salvo rari casi, da parte dell’opinione pubblica occidentale e della società civile, molto critica ad esempio quando venne attaccato l’Iraq. Forse perché in quel caso gli Stati Uniti avevano calpestato alcuni interessi commerciali di altri paesi importanti, come la Francia e la Germania. Oppure perché Gheddafi era un personaggio scomodo e gran parte dell’opinione pubblica rapita dall’effetto mediatico della cosiddetta “rivoluzione democratica” nel mondo arabo. Si è data una lettura parziale della guerra, senza comprendere le divisioni tribali all’interno dello Stato libico, la diversità tra la Tripolitania e la Cirenaica, le conseguenze imprevedibili per le sorti delle tribù leali a Gheddafi, una volta saliti al potere i gruppi tribali provenienti dal settore orientale del paese e maggiormente inclini a un islamismo radicale; così come la futura divisione della Libia in una componente araba ostile a quella nera e africana. È evidente il fatto che la Libia abbia fatto gola per le proprie risorse di idrocarburi e un potenziale governo alleato dell’Occidente sarà un vantaggio strategico per i paesi della NATO. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una lettura approfondita dell’intera vicenda legata alle rivolte arabe, ma nello specifico soprattutto al caso libico, è connessa, inoltre, alla competizione che è riesplosa in Africa per l’influenza strategica sui paesi del continente e il controllo delle risorse. Competizione con le potenze emergenti, soprattutto la Cina, ma anche l’India. I due paesi asiatici stanno investendo massicciamente in Africa e vengono spesso presentati nello stesso tempo in competizione tra loro nel contesto africano, per gli evidenti interessi occidentali generati da un possibile “scontro” tra Pechino e Nuova Delhi. Inoltre, gli Stati africani potrebbero dimostrarsi nel lungo periodo maggiormente “liberi” di giocare la carta cinese o indiana in caso d’ingerenza esterna; questa è naturalmente una concreta minaccia per gli intenti egemonici degli Stati Uniti e dell’Europa. La Cina ha molti interessi rivolti alla Libia, così come l’India; senza dimenticare che nel paese africano era presente una numerosa manodopera indiana, costretta a lasciarlo una volta iniziato l’intervento della NATO. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un altro fattore da riconsiderare è legato, inoltre, all’aumento dei prezzi di prima necessità, ovvero degli alimenti, in particolar modo del grano. Sovente le accuse dei </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>media</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> vengono rivolte alla Cina e all’India: secondo la spiegazione tradizionale, la crescita economica e l’impennata della domanda interna di generi alimentari di prima necessità dei due giganti asiatici genererebbero l’aumento del prezzo del cibo a livello globale. Quest’ultima considerata spesso una delle ulteriori cause per lo scoppio del disagio sociale nei paesi arabi e dunque delle rivolte. In realtà, come sostenuto dall’attivista Vandana Shiva, la recente speculazione della grande finanza e delle multinazionali occidentali si sarebbe spostata dal settore immobiliare (causa della crisi del 2008) a quello alimentare, comportando un generale aumento del prezzo dei generi di prima necessità, il quale si fa sentire maggiormente nei paesi poveri. La globalizzazione agricola è uno svantaggio in primo luogo per i contadini cinesi e indiani. In Cina e India il consumo pro-capite di generi alimentari sarebbe addirittura diminuito, a causa dell’aumento dei prezzi e, soprattutto nel caso indiano, i piccoli contadini avrebbero perso la loro autosufficienza alimentare per l’introduzione dell’agricoltura industrializzata che predilige, seguendo i dettami della globalizzazione, l’utilizzo della terra indiana per l’esportazione (vedi articolo </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=37690"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>La globalizzazione e l&#8217;agricoltura del Terzo Mondo</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La competizione economica e politica è nel mondo contemporaneo sempre più in aumento. In diversi teatri regionali si registra un’evidente competizione geopolitica per il controllo delle risorse strategiche e dei paesi che potrebbero ricoprire il ruolo di transito per l’approvigionamento energetico di terzi. E’ altamente improbabile uno scontro diretto tra l’Occidente e i paesi in ascesa, ma gli interessi dei singoli Stati possono essere colpiti in diverse maniere. L’Africa è un grande territorio di competizione, dove i paesi occidentali hanno recentemente ripreso ad intervenire massicciamente e l’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>US Africa Command</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (AFRICOM) è molto attivo; unitamente al caso libico sono da registrare negli ultimi mesi l’intervento della Francia in Costa d’Avorio (vedi articolo</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../francia-e-costa-d%E2%80%99avorio-una-visione-geopolitica-dei-rapporti-con-l%E2%80%99ex-colonia/10537/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Francia e Costa d’Avorio: una visione geopolitica dei rapporti con l’ex colonia</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">), l’appoggio USA alla divisione del Sudan, così come lo smembramento della Somalia; ultimo capitolo è l’invio la scorsa settimana di truppe statunitensi in Uganda, ufficialmente per colpire dei gruppi armati somali presenti nel paese. L’Uganda sembra essere attraversata negli ultimi mesi da una rivolta sociale che ha come modello le sommosse arabe. Truppe statunitensi sono presenti anche negli Stati limitrofi: Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo. La competizione è molto forte anche in Vicino Oriente, Asia Centrale e Meridionale, dove sono presenti le più grandi riserve a livello mondiale di petrolio e gas naturale. Le repubbliche ex sovietiche dell’Asia, l’Afghanistan e il Pakistan rappresentano i territori di transito di potenziali </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>pipeline</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> per supportare l’approvigionamento energetico e la crescita economica di Cina e India. Il recente e quotidiano scontro verbale tra Washington e Islamabad unitamente al possibile aumentare della conflittualità regionale potrebbero svantaggiare indirettamente Pechino e Nuova Delhi. La stabilità regionale sarebbe più confacente ai loro interessi visto che sono due paesi certamente molto influenti a livello regionale, nel caso cinese anche globale, ma in fase di crescita e non ancora vere e proprie superpotenze. I paragoni storici non sono totalmente opportuni perché ogni periodo della storia è caratterizzato dalle proprie peculiarità a seconda dei diversi contesti e circostanze; la fase storica che stiamo attraversando sembra però sempre più simile alla competizione tra imperi europei avvenuta tra XIX e XX secolo. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il doppio “binario” dell’imperialismo occidentale: geopolitica ed esportazione di un modello</strong></span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La competizione in corso, non solo in Africa, ruota intorno a un differente centro di potere che probabilmente si sposterà sempre più verso Oriente. Gli Stati Uniti appaiono come un impero attraversante la sua fase calante, seguito dall’Europa, e come tutte le potenze imperiali della storia tenterà fino all’ultimo di evitare la propria caduta, disponendo ancora, nonostante l’evidente crisi economica, del più potente esercito a livello mondiale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il caso libico offre un’ulteriore riflessione collegata a quest’ultima considerazione. L’egemonia statunitense non è solamente legata alla geopolitica, ma è connessa all’esportazione di un determinato sistema di valori e a una precisa cultura politica, economica e sociale. Come si può vedere nel caso dell’Europa odierna, il modello statunitense sembra essere stato efficacemente esportato nel Vecchio Continente. Quest’ultimo appare contraddistinto, come sosteneva il giornalista Tiziano Terzani, da uno strano complesso d’inferiorità nei confronti degli Stati Uniti, dovuto in gran parte alla vittoria di Washington durante la Seconda guerra mondiale. Il paese del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>manifest destiny</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha avuto fin dalla sua nascita un’autopercezione del proprio carattere d’eccezionalità, possedendo una potente </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>civil religion</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> utilizzata politicamente all’estero, avente come obiettivo l’esportazione e l’insegnamento agli altri popoli del proprio modello di vita. Ed è quello che è avvenuto in Europa e in altre zone del mondo nel corso del XX secolo. L’intervento in Libia, come per l’Afghanistan e l’Iraq, è spiegato sovente come un diritto-dovere dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare, d’intevenire in ogni area del globo, in nome di una sorta di superiorità culturale e morale per insegnare agli altri popoli il corretto modo di vivere. Un compito che l’Occidente si assume faticosamente, una sorta di nuovo “fardello” per la civilizzazione del mondo, spiegato mediante la difesa della democrazia e dei diritti umani. Sappiamo bene che queste sono sovente le giustificazioni che vengono offerte per coprire intenti di egemonia geopolitica. Esiste in ogni caso una sorta di doppio “binario” nella strategia imperiale statunitense che coinvolge la politica e l’economia: uno volto al dominio geopolitico per il soddisfacimento dei propri meri interessi, l’obiettivo primario e preponderante; l’altro volto all’esportazione del proprio modello culturale ed economico, un fattore di uniformità che richiede più tempo, ma che in certi luoghi ha avuto successo; la globalizzazione spinta da multinazionali soprattutto occidentali è un’espressione di questo secondo “binario”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ci è stato spiegato che l’Afghanistan doveva essere “liberato” anche perché i talebani imponevano il burqa alle donne, senza sapere il valore culturale nella società afghana, può dar fastidio ma è così, di questa veste femminile. Dovrebbe essere fatta chiarezza, in realtà,</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> anche sul primo “binario”, quello geopolitico; ovvero il rifiuto del regime talebano alla fine degli anni ’90 dell’accordo con la multinazionale Unocal per il passaggio di un gasdotto in territorio afghano. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche le stesse rivolte arabe vengono spesso presentate nelle loro descrizioni come delle azioni volte all’instaurazione di una società immagine dell’Occidente senza analizzare l’intero quadro politico, culturale e religioso che è ben più complesso. Si è parlato della vittoria di Internet, di  Facebook e Twitter, descrivendo una realtà composita nel modo in cui si vuole, piuttosto di come essa è realmente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, lo “scontro di civiltà” in questo caso non sussisterebbe, perché sono cambiati i protagonisti della politica statunitense. Mentre i neoconservatori spingevano soprattutto a livello mediatico sullo scontro tra civiltà e barbarie, l’amministrazione statunitense odierna, rifacendosi al discorso di Obama al Cairo, e i governi europei dei paesi della NATO hanno presentato i ribelli libici come “buoni musulmani” volti all’instaurazione della democrazia in Libia. Ecco perché cominciano a destare uno scandalo ingiustificato, per giunta solamente ora, le affermazioni di Jalil, secondo il quale la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Sharia</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> sarà la legge di Stato. Il fatto è che l’Occidente ha utilizzato, come nel caso afghano durante l’invasione sovietica, e utilizza ancora oggi, a seconda dei contesti, gruppi radicali per favorire i propri interessi strategici, disponendo dell’antica tattica del “divide et impera”. In realtà la scontro tra culture è sempre latente e spesso favorito dall’Occidente, poiché nel caso libico sta aumentando la conflittualità tra la componente araba da una parte e i gruppi africani e neri dall’altra. Nello stesso tempo all’opinione pubblica occidentale era comunque necessario spiegare il perché dell’intervento in Libia, sostenendo la difesa di “ribelli democratici”. L’ipotetica instaurazione della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Sharia</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> non appare una novità, visti i legami del CNT con i gruppi islamisti radicali, il Qatar e l’Arabia Saudita (vedi articoli</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../tripoli-capo-di-un-gruppo-islamista-alla-guida-dei-ribelli-libici/10893/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Tripoli: capo di un gruppo islamista alla guida dei “ribelli” libici</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">;</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../come-al-qaida-e-arrivata-al-potere-a-tripoli/11054/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">), quest’ultima favorevole ai gruppi wahhabiti dall’Africa settentrionale al Pakistan. A proposito di Riyad, in questo caso il “binario” morale e culturale della superiorità occidentale da esportare s’interrompe, mentre quello geopolitico continua: è più importante il legame politico con il regno saudita e i vantaggi derivati da questo; Riyad non viene criticata per la sua assenza di democrazia o per essere stata l’artefice del soffocamento di una rivolta di stampo sciita in Bahrain mediante un intervento militare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La stessa cattura e violenta uccisione, senza un giusto processo, di Gheddafi potrebbe portare a ulteriori riflessioni. Nell’epoca della spettacolarizzazione della violenza e della morte, come fosse una sorta di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>reality</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> televisivo, destano sgomento i commenti in tempo reale del capo del Dipartimento di Stato americano, Hillary Clinton, ripresi in diretta mentre osserva compiaciuta le notizie della condanna di Gheddafi. Ecco come crolla la presunta superiorità morale e culturale occidentale. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> la rappresentante dell’amministrazione del premio Nobel per la pace Obama, il quale nel 2008, a margine di una visita in India, disse di avere come punto di riferimento un orientale, il Mahatma Gandhi. Ebbene, in un’epoca orwelliana, dove la coerenza politica non ha più senso, così come il significato delle parole sembra non avere più valore (vedi il comportamento dell’Italia nell’intera vicenda libica), il presidente degli Stati Uniti farebbe bene in vista delle prossime elezioni a scegliere una fonte d’ispirazione diversa, senza scomodare una personalità del valore di Gandhi, il quale combatteva a suo modo l’imperialismo. La Libia entrerà in una spirale di violenza ancora più forte, di cui l’Occidente dovrà rispondere. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> un’altra contraddizione molto forte con l’idea di essere portatori di una superiorità morale. In attesa della prossima “guerra umanitaria” e di una nuova spirale di violenza a difesa della democrazia in un altro Stato “canaglia”.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Progetti di egemonia</strong></em></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121). </strong></em></span></p>
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<p><strong>Altri articoli sulla morte del colonnello M. Gheddafi:</strong></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-linciaggio-di-gheddafi-e-letica-tribale-delloccidente/11786/"><em>Il linciaggio di Gheddafi e l&#8217;etica tribale dell&#8217;Occidente</em> (Claudio Moffa)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/le-ultime-volonta-di-muammar-gheddafi-la-versione-integrale/11780/"><em>Le ultime volontà di Mu&#8217;ammar Gheddafi</em> (Redazione)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lultimo-messaggio-di-gheddafi-allitalia/11771/"><em>L&#8217;ultimo messaggio di Gheddafi all&#8217;Italia</em> (Redazione)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-prossimo-nobel-per-la-pace/11733/"><em>Il prossimo Nobel per la pace</em> (Daniele Scalea)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-prezzo-del-sangue-perche-gheddafi-e-stato-ucciso-ma-la-guerra-non-finira-lo-stesso/11757/"><em>Il &#8220;prezzo del sangue&#8221;: perché Gheddafi è stato ucciso (ma la guerra non finirà lo stesso)</em> (Matteo Finotto)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brevi-considerazioni-dopo-la-morte-di-muammar-gheddafi/11743/"><em>Brevi considerazioni dopo la morte di Muammar Gheddafi</em> (Costanzo Preve)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-linciaggio-di-muammar-gheddafi/11727/"><em>Il linciaggio di Muammar Gheddafi</em> (Thierry Meyssan)</a></p>
<p><strong>Per approfondire (dalla rivista &#8220;Eurasia&#8221;):</strong></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza/5638/"><em>Geopolitica dell’energia: l’Italia nello scacchiere euro-mediterraneo</em> (Dario Giardi)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza/5638/"><em>La politica estera italiana nel Vicino Oriente</em> (Pietro Longo)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/africa/2398/"><em>La nostra Africa</em> (Fabio Mini)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/africa/2398/"><em>Il ruolo della Libia nel Nordafrica e nel Mediterraneo</em> (Claudio Mutti)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/africa/2398/"><em>L’Africa nella politica estera italiana</em> (Daniele Scalea)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/tra-la-russia-e-il-mediterraneo/244/"><em>L’Italia tra l’Europa e il Mediterraneo</em> (Daniele Scalea)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo/546/"><em>Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente</em> (Alberto B. Mariantoni)</a><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo/546/"><em>L’Europa e l’area euro-mediterranea</em> (Costanzo Preve )</a></p>
</div>
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		<title>L’Afpak tra dilemmi e incertezze</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 19:31:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
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		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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		<description><![CDATA[A dieci anni dall’intervento statunitense e della NATO, l’Afghanistan si trova in una condizione sempre più difficile. Unitamente all’incertezza del futuro politico afghano si registra negli ultimi mesi l’incapacità degli Stati Uniti di gestire l’intricata situazione interna; questa è legata a una sorta di “dilemma” nel considerare il proprio approccio nei confronti del Pakistan, paese indispensabile per la sua posizione geopolitica. Islamabad non intende abbandonare l’influenza sull’Afghanistan poichè percepisce la propria sicurezza legata a doppio filo con Kabul. Il recente avvicinamento tra Karzai e l’India può complicare la situazione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/l%e2%80%99afpak-tra-dilemmi-e-incertezze/11583/" title="L’Afpak tra dilemmi e incertezze"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=11583&amp;w=80" width="80" height="59" alt="L’Afpak tra dilemmi e incertezze" ></div></a><p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>A dieci anni dall’intervento statunitense e della NATO, l’Afghanistan si trova in una condizione sempre più difficile. Unitamente all’incertezza del futuro politico afghano si registra negli ultimi mesi l’incapacità degli Stati Uniti di gestire l’intricata situazione interna; questa è legata a una sorta di “dilemma” nel considerare il proprio approccio nei confronti del Pakistan, paese indispensabile per la sua posizione geopolitica. Islamabad non intende abbandonare l’influenza sull’Afghanistan poichè percepisce la propria sicurezza legata a doppio filo con Kabul. Il recente avvicinamento tra Karzai e l’India può complicare la situazione. </em></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli ultimi mesi in Afghanistan sono stati contraddistinti da una recrudescenza della violenza. L’uccisione di figure di primo piano della politica afghana, tra le quali Ahmed Wali Karzai e Burhanuddin Rabbani, l’attacco talebano all’ambasciata statunitense e al comando NATO a Kabul, nonché l’incremento degli scontri militari nella zona sud-orientale del paese testimoniano come la situazione afghana sia sempre più delicata. L’incertezza sembra l’espressione più adatta per descrivere il futuro del paese. È sempre più evidente la debolezza politica del governo Karzai, isolato a livello internazionale, nonostante possa contare sull’appoggio recentemente offerto dall’India. La stessa strategia statunitense nei confronti dell’Afghanistan sembra aver raggiunto un punto di non ritorno per il fallimento di alcuni importanti obiettivi e la crescente instabilità del paese. Cina, Iran, India, ma soprattutto Pakistan, ricopriranno un ruolo sempre più importante, con il rischio di un incremento della competizione regionale. Unitamente alle incertezze caratterizzanti il futuro afghano esiste una sorta di “dilemma” nel considerare il proprio approccio verso l’Afghanistan, riscontrabile non solo nella strategia di Washington, ma in parte anche in quella di Pakistan e India. </span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- Le ipotesi dell’uccisione di Rabbani: un sintomo dell’incertezza afghana</strong></span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La recente uccisione di Rabbani indica come sia difficile comprendere la politica interna afghana senza collegarla, assieme alla competizione tra i diversi gruppi etnici del paese, anche agli obiettivi dei diversi Stati interessati al futuro afghano dopo l’annunciato ritiro statunitense. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Burhannuddin Rabbani era una delle maggiori figure del variegato panorama politico di Kabul. Presidente dell’Afghanistan tra il 1992 e il 1996, fu un importante punto di riferimento per la resistenza dei mujaheddin contro i sovietici durante gli anni ‘80, contando sul concreto appoggio pakistano. Successivamente alla caduta del suo governo, rovesciato nel 1996 dai talebani, guidò la resistenza dell’Alleanza del Nord contro il regime. È stato accusato di numerosi ed efferati delitti, ma, nonostante fosse la figura più importante del gruppo etnico tagiko, era considerato un nazionalista afghano, capace di favorire l’unità del paese nonché il dialogo tra le diverse etnie. Non a caso, Rabbani ha rappresentato negli ultimi anni un fondamentale “ponte” tra Karzai, pashtun, e le etnie del nord, tagiki, hazara e uzbeki. Per questo motivo l’ultimo ruolo pubblico di primo livello ricoperto da Rabbani è stato quello di capo dell’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Afghan High Peace Council</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, avente come obiettivo un ipotetico dialogo con i talebani in nome della riconciliazione nazionale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ poco chiaro chi siano i veri mandanti della sua uccisione e, almeno per il momento, è possibile ricorrere solamente ad alcune ipotesi che offrono degli interessanti spunti legati al contesto geopolitico e alle strategie di Stati Uniti, Pakistan, India e Iran. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In un primo momento l’uccisione è stata attribuita ai talebani, accusati di non voler continuare il dialogo con il governo afghano e gli Stati Uniti: in questo modo avrebbero dimostrato l’inesistenza di una possibile alternativa al loro governo. In realtà, più che a una mancanza d’interesse nei confronti di un’ipotetica trattativa con Karzai e gli Stati Uniti, i talebani avrebbero eliminato quella che consideravano una delle figure più importanti della politica afghana. Rabbani poteva rappresentare un pericoloso concorrente per il dopo-2014, un’alternativa credibile al debole governo Karzai. Un’altra spiegazione è legata alla recente recrudescenza degli attacchi e degli scontri militari. Gli Stati Uniti hanno come obiettivo, nonostante l’annunciato ritiro, la realizzazione di una base militare permanente almeno fino al 2024. Per rendere effettivo questo scopo necessitano però dell’accettazione da parte degli afghani di una situazione di fatto: ovvero che la loro presenza risulterà indefinita nel tempo. I talebani, al contrario, dimostrerebbero all’opinione pubblica afghana, non solo che la presenza statunitense è sgradita, ma anche che l’eventualità di una sua indefinita permanenza sia impossibile. I talebani utilizzano a questo proposito una tattica psicologica più che un’adeguata forza militare, colpendo determinati luoghi e personaggi simbolo, come ad esempio l’ambasciata statunitense a Kabul e Rabbani. In ogni caso, la stessa visuale negativa della presenza permanente degli Stati Uniti espressa dai talebani è dichiarata, più o meno chiaramente, anche da Iran, Cina, Russia e Pakistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I talebani avrebbero inoltre visto nella figura di Rabbani un possibile ostacolo all’ascesa dei pashtun. L’eliminazione dell’ex presidente potrebbe essere letta come la volontà di minare i rapporti tra Karzai e le etnie del nord. In questa maniera i pashtun potrebbero premere maggiormente sul governo, con evidenti ripercussioni negative per tagiki, hazara e uzbeki. Vista la debolezza dell’amministrazione Karzai, la quale non gode dell’appoggio di tutte le etnie, come dimostrato dalle vicende legate alle ultime elezioni, non è da escludere che l’assassinio possa fomentare lo scontro tra le differenti componenti etnolinguistiche nell’intero Afghanistan (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../linaugurazione-del-parlamento-afghano-lisolamento-di-karzai-e-i-risvolti-geopolitici/8049/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;inaugurazione del Parlamento afghano. L&#8217;isolamento di Karzai e i risvolti geopolitici</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’alternativa Rabbani a Karzai, garanzia di un ruolo maggiormente importante per l’Alleanza del Nord e per le etnie settentrionali, rappresentava un fattore intollerabile non solo per i pashtun, ma anche per il Pakistan. Islamabad avrebbe valutato negativamente l’influenza crescente di Rabbani, il quale aveva da diversi anni un legame particolare con Iran e India. L’ascesa di Rabbani a Kabul avrebbe potuto comportare un conseguente diverso ruolo per l’India. Nell’ottica pakistana la presenza di Nuova Delhi in Afghanistan è valutata come una sorta di pericoloso accerchiamento geopolitico. Al contrario, un governo alleato a Kabul favorirebbe il contenimento dell’ascesa economica e militare del nemico di sempre in Asia Meridionale. L’Afghanistan non è solamente considerato il territorio di “ritirata” strategica in caso d’invasione indiana, ma anche un indispensabile alleato: avere sia ad ovest che ad est degli Stati nemici è una prospettiva altamente negativa per gli interessi strategici di Islamabad. Inoltre, il fatto che la linea Durand non sia completamente riconosciuta dal governo di Kabul, testimonia l’esistenza di un’ulteriore preoccupazione pakistana, ovvero il problema legato al nazionalismo pashtun. Vista l’instabilità statuale e le passate mire di alcuni governi afghani verso le aree tribali pakistane (FATA) e la Khyber Pakhtunkhwa, il Pakistan intende agire attivamente in Afghanistan anche per motivi legati alla propria sicurezza interna. Questa è una delle richieste che Islamabad ha sempre posto nei confronti degli Stati Uniti. Storicamente, il Pakistan ha favorito la caduta di determinati governi o l’ascesa di personalità gradite in Afghanistan per il suo successivo controllo; l’ipotesi che anche in questa occasione il Pakistan e l’ISI abbiano giocato un ruolo fondamentale non sarebbe dunque improbabile. In ogni caso, non solo l’India può aver subito un contraccolpo negativo dall’uccisione di Rabbani, ma anche l’Iran: Tehran vedeva in Rabbani una figura di primo piano per il soddisfacimento dei propri interessi. Le dichiarazioni del responsabile per l’Afghanistan del ministero degli esteri iraniano, Mohsen Pak-Ayeen, testimoniano come l’Iran abbia perso un importante alleato (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=9006300022"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iranian FM Official Blames NATO for Rabbani&#8217;s Assassination</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il diplomatico individua negli Stati Uniti e nella NATO i mandanti dell’esecuzione di Rabbani, poiché il loro obiettivo sarebbe quello d’indebolire Karzai e prevenire l’avvento di personalità politiche troppo vicine a Tehran. L’uccisione di Rabbani sarebbe dunque legata a quella di Ahmed Karzai, in modo da ricattare il governo affinchè accetti le richieste statunitensi e della NATO. Per quanto concerne il governo Karzai, è indubbio che gli Stati Uniti stiano esercitando una certa pressione su di esso e che sia sempre più debole. L’attuale amministrazione a Kabul risentirà dunque fortemente dell’avvenuta uccisione di Rabbani. Innanzitutto Karzai ha perso un importante interlocutore, fondamentale per il dialogo con le etnie settentrionali, le quali osserveranno con maggiore negatività le aperture verso i talebani, sponsorizzate da Karzai. Questi ultimi, nonostante abbiano dimostrato recentemente un concreto interesse per la riconciliazione, giudicano negativamente il presidente per il suo stretto legame con tagiki, hazara e uzbeki (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2011/aug/29/what-taliban-wants/"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>What the Taliban Want</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Il rischio è che il già intricato mosaico afghano sia contraddistinto, unitamente alle pressioni esercitate dall’esterno, da un’elevata instabilità interna foriera di possibili scontri etnolinguistici dalle conseguenze imprevedibili anche per i paesi vicini. Tutto ciò è inoltre collegato al sempre più delicato rapporto tra Washington e Islamabad: in queste ultime settimane alcuni analisti hanno parlato di un ipotetico intervento di terra statunitense in Pakistan. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>- I dilemmi statunitensi, pakistani, indiani e l’alleanza tra Karzai e l’India</strong></span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il deteriorarsi delle relazioni tra Stati Uniti e Pakistan sta catalizzando l’attenzione dei media pakistani. In questi giorni si è parlato di un possibile intervento di terra statunitense nelle FATA per il sostegno offerto dal Pakistan alla rete Haqqani. L’organismo, fondato da Jalaluddin Haqqani, attualmente guidato dal figlio Sirajuddin e basato nel Waziristan settentrionale, opera lungo la linea Durand dagli anni dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Gli obiettivi strategici statunitensi a Kabul sarebbero colpiti proprio dalla rete Haqqani, considerata la responsabile di numerosi attentati. Il governo pakistano ha risposto alle accuse, ricordando che la rete venne creata e finanziata dalla CIA, in funzione anti-sovietica. In ogni caso la politica statunitense nei confronti del Pakistan sembra essere legata a un dilemma: il Pentagono, nonostante mantenga solidi rapporti con l’apparato militare pakistano, e la CIA propenderebbero per un incremento dell’intervento statunitense in Pakistan, aumentando i bombardamenti dei droni e attivando anche un’azione di terra; il Dipartimento di Stato e la Casa B</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ianca sembrano invece più cauti, soprattutto per la mancanza di tempo in vista delle elezioni del prossimo anno e per la grave crisi economica. Esistono però ulteriori motivi geopolitici che rendono un attacco ad Islamabad altamente improbabile. Nonostante sia diviso da rivalità etniche, Islamabad ha un importante collante caratterizzato dalla religione, una popolazione di 177 milioni di abitanti, nonché un potente esercito dotato di armamenti nucleari. In queste settimane, i partiti politici principali, nonostante gli equilibri del paese rimangano precari, sembrano aver ritrovato una certa unità nazionale di fronte alle minacce statunitensi. Inoltre, il Pakistan rimane, data la sua posizione strategica, un alleato troppo importante per Washington, soprattutto per i rifornimenti militari e logistici da inviare in Afghanistan via Karachi. E’ probabile che ci sia un’intensificazione  dei bombardamenti sulle FATA, ma non un intervento di terra, nonostante il Pakistan richieda da tempo la necessità di porre il proprio veto alle azioni aeree sul suo territorio. Islamabad può contare sul sostegno attivo di Arabia Saudita e Cina e ha recentemente migliorato le relazioni con Iran e Russia; ben conscia del proprio ruolo strategico per gli Stati Uniti, ha aumentato il suo potere negoziale. La stessa India osserva negativamente un ipotetico intervento di Washington in Pakistan. Nuova Delhi è irritata dai fallimenti statunitensi a Kabul, così come paventa l’esplodere di una guerra civile in Afghanistan. Un conflitto esteso al Pakistan renderebbe l’area altamente instabile, con ripercussioni negative per la stessa India; si potrebbe registrare un aggravamento della conflittualità in Kashmir, senza dimenticare la presenza di un’elevata minoranza musulmana nel territorio indiano. La politica di Nuova Delhi degli ultimi mesi nei confronti del Pakistan sembra andare in tutt’altra direzione, come dimostrato dai recenti incontri bilaterali. A questo proposito una soluzione del decennale problema legato al Kashmir potrebbe comportare delle conseguenze positive anche per l’Afghanistan. Infatti, la rete Haqqani e altri organismi collegati sono storicamente percepiti dal centro militare e politico pakistano come un importante strumento di difesa in funzione principalmente anti-indiana. Un nodo fondamentale da risolvere è essenzialmente il “dilemma della sicurezza” del Pakistan. Islamabad non potrà agire militarmente contro l’autonomo sistema legato ad Haqqani se prima non vedrà soddisfatte le necessarie condizioni politiche adatte al raggiungimento della propria sicurezza geostrategica; la quale è strettamente legata all’ascesa dell’India, percepita costantemente come una minaccia. Inoltre, un ipotetico attacco militare ai gruppi islamisti metterebbe in forse, non solo il collante religioso in grado di mantenere unito il paese lacerato dalla conflittualità etnolinguistica, ma anche la legittimità stessa dello Stato; la storia del paese testimonia infatti le costanti pressioni esercitate dai gruppi clericali, molto importanti nella società, aventi come obiettivo l’ideale del Pakistan come puro “Stato islamista”. Il dialogo tra Pakistan e India potrebbe risultare a questo proposito il fattore determinante per la stabilità della regione. La rete Haqqani, la Shura di Quetta e altri organismi simili sono utilizzati non solo in funzione anti-indiana in Kashmir o direttamente in India, ma anche per gli interessi strategici pakistani in Afghanistan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il rapporto indo-pakistano potrebbe però avere nell’immediato futuro un andamento conflittuale. Nonostante infatti gli Stati Uniti abbiano pubblicamente criticato il Pakistan per l’appoggio offerto alla rete Haqqani, sembra che l’amministrazione Obama, a differenza del Pentagono e della CIA, stia cercando un dialogo con questa stessa organizzazione, promettendo delle cariche future governative a Kabul (</span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://abcnews.go.com/Blotter/us-pakistan-struggle-haqqani-insurgents/story?id=14656079&amp;singlePage=true"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Before Lashing Out, U.S. and Pakistani Intel Reached Out to Insurgent Group</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">; </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/aponline/2011/10/03/world/europe/AP-EU-Britain-Haqqani.html"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>BBC:Haqqani Says US Wants Him to Join Afghan Gov&#8217;t</em></span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Gli Stati Uniti per non compromettere la propria strategia in Afghanistan opterebbero dunque per una soluzione politica piuttosto che militare. E’ evidente come una simile prospettiva sia sgradita a Nuova Delhi, visto il carattere di organismo precipuamente anti-indiano della rete Haqqani e per i legami troppo stretti che si ristabilirebbero tra Islamabad e Washington. La recente visita di Karzai in India, con la firma a margine dei colloqui di importanti accordi militari e commerciali, va letta in questo contesto di riposizionamento delle alleanze regionali. Se gli Stati Uniti sembravano allontanarsi dal Pakistan, il quale si stava avvicinando sempre più alla Cina, in queste ultime settimane il rapporto tra Washington e Islamabad può aver trovato dei margini di miglioramento; dall’altro lato, l’India ha rafforzato il proprio legame con l’Afghanistan, ma soprattutto con Karzai e l’Alleanza del Nord, destando l’allarme del Pakistan. Islamabad osserverebbe la messa in atto di un possibile accerchiamento, visto che l’importante accordo commerciale firmato tra India e Afghanistan include l’Iran, il cui territorio potrebbe fare da transito per i prodotti indiani in Asia Centrale; area in cui Nuova Delhi è interessata ad aumentare la propria influenza. Tehran sembra aver riannodato i propri rapporti con Nuova Delhi, ma è chiaro che chiederà una conferma da parte dell’India della propria autonomia dagli interessi strategici statunitensi nell’area. Bisognerà comprendere se effettivamente Nuova Delhi intraprenderà questo diverso approccio. Tehran potrebbe comunque assumere un ruolo importante nella regione, nonché diventare un’ulteriore fonte di competizione tra India e Pakistan: in questo modo la strategia degli ultimi anni di contenimento regionale operata da Washington verso l’Iran risulterebbe fallita. Inoltre, l’Iran troverebbe un importante alleato nell’India nel prevenire l’ascesa a Kabul delle forze d’ispirazione wahabita, maggiormente connesse al Pakistan e alla rete Haqqani, visti i passati canali finanziari per l’organismo provenienti dalle monarchie sunnite del Golfo Persico. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La regione potrebbe dunque registrare un nuovo possibile scontro tra India e Pakistan per l’influenza strategica nell’Hindu Kush. Il dialogo tra i due paesi verrebbe sostituito dalla competizione in Afghanistan, così come avvenuto durante gli anni ’90, rendendo il quadro geopolitico dell’area sempre più complicato. In ogni caso, nonostante le preoccupazioni dell’alleato pakistano, gli Stati Uniti giudicherebbero positivamente l’aiuto militare indiano. Lo stesso Karzai ha comunque ricordato come sia necessario in primo luogo un colloquio diretto con il Pakistan. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine, Nuova Delhi ha siglato un importante accordo con Kabul per l’esplorazione indiana di minerali e idrocarburi presso il passo di Hajigak. Tutto ciò potrebbe destare non solo le preoccupazioni statunitensi, ma anche cinesi. L’aumentata influenza della Cina in Asia Centrale rappresenta, infatti, l’unica certezza dell’area. L’instabilità interna afghana potrebbe dunque comportare degli effetti negativi anche per gli interessi della Cina, vista la recente acquisizione dei diritti d’esplorazione per i giacimenti di petrolio nel relativamente tranquillo nord-ovest dell’Afghanistan.</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
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<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>*Francesco Brunello Zanitti,</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). </strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro </strong></em></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://progettiegemonia.blogspot.com/"><span style="font-size: medium;"><strong>Progetti di egemonia</strong></span></a></span></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011)</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>. </strong></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>In “Eurasia” ha pubblicato</strong></em></span></span><span style="font-size: medium;"><strong> Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto</strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 3/2010, pp. 109-121).</strong></em></span></p>
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