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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Hugo Chavez</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/bielorussia-e-venezuela-la-costruzione-del-mondo-multipolare/15381/" title="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_lukashenko1_320x240.3lvel1s663i8cs8kc8sogwcok.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare" ></div></a>Gearoid Ó Colmáin, Dissident Voice , 24 Febbraio 2012 In tutto il pianeta milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Non è un segreto. I nostri media ci parlano di tali fatti abbastanza spesso. Parlare di disuguaglianza globale non è un tabù nelle democrazie liberali occidentali. Affermare che i ricchi diventano sempre più ricchi e i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/bielorussia-e-venezuela-la-costruzione-del-mondo-multipolare/15381/" title="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_lukashenko1_320x240.3lvel1s663i8cs8kc8sogwcok.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Bielorussia e Venezuela: la costruzione del mondo multipolare" ></div></a><p><font size="2"><em>Gearoid Ó Colmáin, <a href="http://dissidentvoice.org/2012/02/belarus-and-venezuela-building-the-multi-polar-world/" target="_blank">Dissident Voice</a> , 24 Febbraio 2012</em></p>
<p>In tutto il pianeta milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Non è un segreto. I nostri media ci parlano di tali fatti abbastanza spesso. Parlare di disuguaglianza globale non è un tabù nelle democrazie liberali occidentali. Affermare che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è un cliché che si ripete, un luogo comune di cui in verità quasi nessuno è inconsapevole. Ma le cause strutturali della povertà sono raramente affrontate dalla stampa occidentale. Perché, per esempio, se il capitalismo è il migliore di tutti i possibili sistemi socio-economici, la maggior parte delle persone del pianeta vive in povertà?</p>
<p>Ci viene detto che i paesi in via di sviluppo hanno fatto uscire le loro popolazioni dalla povertà aprendo i propri mercati agli investimenti esteri diretti. Piuttosto che frenare gli eccessi del capitalismo, quindi, si deve intensificarne l’espansione, molti sostengono, per dare una soluzione alla povertà. Ma se è così, perché Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo? Haiti ha avuto investimenti esteri diretti per decenni, ma il tenore di vita è diminuito drasticamente. Lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’America Latina, che hanno venduto le loro risorse naturali alle multinazionali straniere.</p>
<p>Paesi come Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia hanno avuto un progresso socio-economico attraverso la nazionalizzazione, non la privatizzazione. Ma c’è uno stato, all’altro lato del mondo, che è riuscito a fornire il quasi pieno impiego ed un continuo aumento dei salari, investendo nell’istruzione, nella ricerca scientifica e tecnologica, nello sviluppo, e ha raggiunto l’autosufficienza nel settore agricolo, creando un ambiente di fiducia sociale presso i suoi cittadini. Quel paese è la Repubblica di Bielorussia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venezuela e Bielorussia. Multi-polarità e sviluppo endogeno</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Nel 2007 il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha descritto la Repubblica di Bielorussia come uno “stato modello”. Guidando per le strade di Minsk, non è difficile capire perché il presidente venezuelano aveva usato tali termini per descrivere la Bielorussia.<br />
Dall’elezione di Chavez in Venezuela nel 1998, la rivoluzione bolivariana ha ridotto della metà la povertà, ha sradicato l’analfabetismo e attuato riforme radicali per migliorare il tenore di vita della maggioranza povera del Venezuela. Tuttavia, c’è ancora molto da fare, le colline di Caracas sono ancora costellate di bassifondi di catapecchie, mentre l’elite economica cittadina, sul lato orientale della città, vive nel lusso sibaritico. Guidando attraverso Minsk, d’altro canto, si è colpiti da una visione di quello che potrebbe diventare Caracas. Non ci sono baraccopoli a Minsk. Gli abitanti della città vivono in moderni appartamenti di standard europeo. Ci sono molti spazi aperti puliti con eccellenti strutture ricreative per i bambini. Caracas ha un grave problema di rifiuti, laddove le strade e i quartieri di Minsk sono tra i più puliti al mondo. Il governo venezuelano sta attuando misure per ridurre la violenza e la delinquenza sociale. Ma Caracas rimane ancora una città pericolosa. Minsk, d’altra parte, è senza dubbio una delle città più sicure d’Europa.</p>
<p>Dopo decenni di dittatura plutocratica, corruzione e negligenza, l’agricoltura venezuelana non è ancora sufficientemente sviluppata e la popolazione dipende ancora dalle importazioni provenienti dagli Stati Uniti, la Bielorussia è autosufficiente nella produzione di alimentari di alta qualità. La Bielorussia è stata in grado di aiutare il Venezuela a sviluppare il proprio settore agricolo attraverso l’invio di consulenti e l’esportazione dei camion e macchine agricole di alta qualità. La costruzione delle agro-città da parte delle imprese bielorusse in Venezuela, concordata nel 2011, è un esempio convincente degli accordi bilaterali di una cooperazione sempre più stretta.</p>
<p>L’accordo bilaterale tra la compagnia petrolifera dello stato del Venezuela, PDVSA, e <em>Belarusnef</em> per creare una joint-venture denominata <em>Servicio Belovenezolana</em>, è un altro esempio dei vantaggi della politica estera multi-vettoriale della Bielorussia. La Repubblica di Belarus è stata in grado di diminuire la sua dipendenza dal petrolio della Russia attraverso la cooperazione con il Venezuela, ricco di petrolio, mentre il Venezuela ha potuto beneficiare delle competenze industriali e scientifiche bielorusse. Entrambi i paesi cercano di diversificare i loro mercati. Il Venezuela vuole ridurre la sua dipendenza dalle vendite di petrolio verso gli Stati Uniti, mentre la Bielorussia sta cercando di ridurre la dipendenza dal petrolio russo. Ed entrambi i paesi hanno a che fare con la quinta colonna finanziata dall’imperialismo euro-atlantico.</p>
<p>Il settore manifatturiero avanzato in Bielorussia è stata anche fonte di ispirazione per il Venezuela, che ha inviato i tecnici in Bielorussia per essere addestrati a costruire, in America Latina, la prima fabbrica nazionale di camion del Venezuela. Ci sono anche molti progetti per aumentare ulteriormente la cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, come l’aumento delle importazioni e delle esportazioni di prodotti agricoli, della tecnologia e delle forniture mediche, e le iniziative statali congiunte nel settore tessile.<br />
L’aumento degli scambi bilaterali e della cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, è il risultato diretto della comunanza nelle politiche sociali di entrambi i paesi. Le cinque priorità principali del governo bielorusso sono le seguenti:</p>
<p>1 Mantenere l’uguaglianza e l’innalzamento del tenore di vita dei lavoratori.<br />
2 Mantenere una piena occupazione dell’economia.<br />
3 Investimenti nell’istruzione e nella ricerca scientifica.<br />
4 La protezione e lo sviluppo di una forte base produttiva locale.<br />
5 Sovranità nazionale inviolabile.</p>
<p>Per il Venezuela, la Bielorussia è uno stato modello perché ha ottenuto quello a cui ogni governo progressista del mondo aspira: la quasi piena occupazione e l’eliminazione della povertà estrema. Ha sviluppato una imponente base produttiva, ha mantenuto l’autonomia nella produzione di alimentari e un tasso costantemente elevato di crescita economica, ha raggiunto uno standard di vita e un livello di uguaglianza sociale senza pari in nessun’altra parte del mondo in via di sviluppo. Questo è esattamente il sogno della Rivoluzione Bolivariana, ed è per questo che l’esperienza della Bielorussia dalla caduta dell’Unione Sovietica è così importante per il mondo in via di sviluppo. A differenza del Venezuela, che sta emergendo da una forma estrema di plutocrazia, dove una piccola minoranza controllava la ricchezza del paese, la Bielorussia è emersa dall’Unione Sovietica, dove le classi sociali erano state sradicate durante la costruzione del socialismo negli anni ’20 e ’30. In questo senso, la Bielorussia ha un netto vantaggio rispetto al Venezuela, in quanto non dispone di una borghesia super-ricca con le sue connessioni con gli Stati Uniti ad impedire la ri-distribuzione della ricchezza. La Bielorussia, tuttavia, ha a che fare con la quinta colonna di cui sopra, ma non possiede la ricchezza e il potere osceni dei suoi omologhi venezuelani.</p>
<p>La visione del presidente Lukashenko di un mondo multipolare minaccia i sostenitori del Nuovo Ordine Mondiale, in cui gli interessi dei molti sono subordinati a quelli delle elite finanziarie euro-atlantiche. A differenza di Stati vicini come la Polonia e la Lituania, per i quali la “libertà” dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha provocato la disoccupazione di massa, l’emigrazione e l’invio di truppe nelle guerre e nelle invasioni della NATO, la Bielorussia ha dimostrato che lo Stato ha un ruolo fondamentale nella regolazione del mercato per il bene generale.</p>
<p>Se la povertà globale deve essere sradicata, industrie sostenibili, sviluppo endogeno ed economie pianificate dovranno quindi diventare la norma. La Bielorussia, forse più di ogni altro paese, potrebbe svolgere un ruolo di primo piano nella transizione verso una nuova era globale delle economie socialmente orientate.</p>
<p>L’ambasciatore venezuelano in Bielorussia, Americo Diaz Nunez, ha recentemente dichiarato ai giornalisti, a Minsk, che:</p>
<p>“<em>I due paesi stanno attuando progetti comuni per la costruzione di impianti di produzione di mattoni, per l’assemblaggio di trattori e camion (questa infrastruttura sarà presto aperta in Venezuela), per la costruzione di agro-città, per la produzione di petrolio e gas, per la costruzione più di 20.000 appartamenti e per gli scambi di merci. E’ impossibile ignorare il fatto che la Bielorussia aiuta veramente a cambiare la vita dei venezuelani</em>.”</p>
<p>Il rapporto costruttivo e creativo tra i due paesi, in continenti diversi, è finalizzato a migliorare le condizioni di vita di molti, piuttosto che i privilegi di pochi, in netto contrasto con le cleptocrazie belligeranti e decadenti dell’Occidente, che mascherano la loro sete di lucro con altisonanti frasi su “diritti umani” e “democrazia”, mentre uccidono la speranza sociale di miliardi di persone. Le relazioni venezuelano-bielorusse sono un esempio unico di ciò che la diplomazia internazionale, in un mondo socialista, potrebbe significare per l’umanità.</p>
<p>La campagna mediatica internazionale di demonizzazione, calunnie, menzogne e disinformazione sul governo bielorusso ha ingannato non solo accaniti sostenitori dell’economia neo-liberale, ma anche molti cosiddetti “sinistri” e “progressisti” che sono caduti nella neolingua dei “diritti umani”, “libertà” e “democrazia”. L’assenza di solidarietà dalla “sinistra” europea verso la Repubblica di Bielorussia, è un sintomo di quanto corrosiva e pervadente sia diventata l’ideologia capitalista nelle società post-moderne dell’Occidente. Questa è una tendenza che porterà ad una catastrofe sociale e politica, se non viene invertita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ales Bialiatski: legalmente un criminale condannato, ideologicamente un “attivista dei diritti umani” </strong></p>
<p><strong></strong><br />
L’8 agosto, mentre i piani per l’assedio di Sirte in Libia erano in corso, il senatore statunitense John McCain aveva già segnalato che la Bielorussia sarebbe stata il prossimo obiettivo del cambiamento di regime degli Stati Uniti. McCain si riferiva alla detenzione di Ales Bialiatski, un cosiddetto attivista per i “diritti umani”, arrestato dalle autorità bielorusse per frode fiscale nel 2011.</p>
<p>Bialiatski è il vice-presidente della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, (<em>Fédération internationale des ligues des droits de l’Homme</em>), una sub-organizzazione che ha fornito al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani false informazioni, nel febbraio 2011, che accusavano il governo libico dei “massacri” a Bengasi. Queste informazioni false sono servite come pretesto per la guerra di aggressione che ha portato all’uccisione di decine di migliaia di persone, alla riduzione in macerie di una prospera economia socialmente orientata e all’imposizione di una dittatura corrotta scelta dagli stranieri, contro la volontà del popolo libico. La barbara distruzione della Jamahirya libica dovrebbe servire da lezione per qualsiasi persona intelligente, di ciò che i paesi della NATO intendono per “diritti umani”, “democrazia” e “dominio  della legge”.</p>
<p>La condanna di Amnesty International dell’azione penale contro Bialiatski, senza mostrare alcuna prova di una violazione della giustizia da parte dei tribunali bielorussi, dimostra che la cosiddetta organizzazione dei “diritti umani” è più preoccupata di fornire legittimità morale agli obiettivi della politica estera dei governi occidentali, che a rispettare i diritti umani. Bialiatski è stato arrestato dalla polizia polacca e lituana per frode fiscale, su informazione fornita dall’Interpol. Non è stato arrestato per la sua opposizione politica al governo bielorusso. Questa non è la prima volta che Amnesty International ha falsamente accusato la Bielorussia di violazioni dei diritti umani, ed è improbabile che sia l’ultima. Dall’incarcerazione di Bialiatski, il governo polacco si è mosso per evitare ulteriori mandati di arresto all’Interpol emessi da “paesi non democratici”. Questo è piuttosto farsesco, se proviene da uno stato in cui, chi indossa una maglietta con Che Guevara, potrebbe finire in prigione!</p>
<p>La farsa dei diritti umani sta diventando così ridicola che è probabile che gli si ritorcerà a lungo termine. Specialisti del cambio di regime, come Canvas, un centro per la formazione alle rivoluzioni colorate finanziato dagli statunitensi, con sede a Belgrado, ora orchestrano acrobazie che prevedono l’uso di donne nude che protestano davanti alla sede del KGB di Minsk. Un comportamento di questo tipo porterebbe all’arresto in qualsiasi paese.</p>
<p>Tuttavia, il punto è, infatti, essere arrestati e filmati, e quindi mettere in imbarazzo il KGB. Ma il KGB, essendo un agenzia di intelligence, ha anticipato i loro piani e le stupide nudiste sono solo riuscite a prendere un raffreddore e a  intrattenere allegramente i passanti, il tutto per la causa della “rivoluzione”. Dopo tutto, il capo di <em>Amnesty International – USA</em> è Suzanne Nossel, ex assistente della Segretaria di Stato Hillary Clinton e l’uomo che chiamano Dr. Stranamore, l’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, è anche ex membro del consiglio della stessa organizzazione per i diritti umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La minaccia della NATO e dei suoi tirapiedi</strong></p>
<p><strong></strong><br />
La guerra di aggressione scatenata contro la Libia nel 2011, e l’attuale guerra segreta condotta dalle agenzie della NATO contro la Siria, hanno dimostrato che le potenze euro-atlantiche sono, come in passato, decise a utilizzare la guerra come mezzo per ottenere una nuova divisione del mondo propizia ai loro interessi geopolitici. La sofisticata campagna di disinformazione condotta nei confronti della Libia dai social media e dai canali TV satellitari internazionali, che hanno visto il paese più ricco dell’Africa bombardato fino alla rovina, dovrebbe servire come monito al governo bielorusso del pericolo rappresentato dalla NATO per la pace nel mondo.</p>
<p>Grazie alle azioni esemplari delle forze di sicurezza bielorusse, durante i disordini post-elettorali del 19 dicembre 2010, una impopolare dittatura imposta dall’occidente è stata scongiurata. Il popolo bielorusso ha visto l’orrore e l’immiserimento del cambio di regime sostenuto dall’Occidente in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirghizistan e in altri paesi. I golpisti colorati finanziati dagli USA sono stati distrutti nella Repubblica di Belarus, e non hanno probabilità di successo nel prossimo futuro. Dato il fallimento delle rivoluzioni colorate della CIA in Bielorussia, nel recente passato, e la vicinanza del paese alla Russia, è difficile immaginare quale strategia si inventerà la NATO per piazzare i suoi burattini a Minsk. Tuttavia, una strategia della tensione che comporta l’uso di mercenari segreti travestiti da manifestanti pacifici, come abbiamo visto in Siria, nei prossimi mesi presenta un reale pericolo per la Repubblica di Belarus.</p>
<p>Rivolgendosi alle forze armate bielorusse il 23 febbraio, il presidente Lukashenko ha notato le tecnologie politiche e d’informazione delle ONG occidentali impiegate per il cambio di regime in tutto il Nord Africa. La Bielorussia, ha sottolineato, ha l’unità e la capacità tecnica per resistere a tale destabilizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Il presidente Lukashenko ha osservato una volta che i giornalisti disonesti possono essere peggio degli assassini. La centralità della disinformazione dei mass media, durante la guerra di Libia e la campagna di demonizzazione contro la Repubblica di Belarus, hanno evidenziato il pericolo che gli scribacchini del potere corporativo pongono all’umanità. Lo scontro tra le politiche di sviluppo umano endogene e la cancerosa politica dell’avidità è il conflitto interno che affronta il nostro mondo di oggi. Se ci deve essere un futuro per la prossima generazione, si dovrà costruire un mondo multipolare basato sulla sovranità westfaliana e sullo sviluppo socio-economico endogeno. Questo è il motivo per cui coloro che lottano per la pace nel mondo, lo sviluppo economico e il diritto internazionale, devono continuare a denunciare la campagna diffamatoria dei media corporativi contro la politica socialmente orientata, interna ed estera, della Repubblica di Belarus.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Gearoid Ó Colmáin</strong> è nato a Cork, in Irlanda, ed vive attualmente a Parigi. È un ex redattore di Metro Eireann. I suoi interessi includono la geopolitica, la globalizzazione, la filosofia e le arti. E’ membro del SISA, il sindacato italiano per l’ecologia e l’educazione. Leggi gli altri articoli o visita il </em><a href="http://metrogael.blogspot.com/" target="_blank"><em>sito di Gearóid.</em></a></p>
<p></font><font size="1"><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></font></p>
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		<title>Chávez solidarizza con Bashar al-Assad</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 06:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/chavez-solidarizza-con-bashar-al-assad/14823/" title="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_y_assad.cd00e93ksq8s8wc08owscsso4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="58" alt="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad" ></div></a>Il presidente venezuelano Hugo Chávez venerdì ha espresso solidarietà al suo omologo siriano Bashar al-Assad, attraverso una conversazione telefonica in cui entrambi i leader hanno discusso della situazione delle riforme e politiche da realizzare nel Paese arabo. Nello spiegare in dettaglio la situazione in Siria, Chávez ha detto che Assad &#8220;mi ha riferito che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/chavez-solidarizza-con-bashar-al-assad/14823/" title="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_y_assad.cd00e93ksq8s8wc08owscsso4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="58" alt="Chávez solidarizza con Bashar al-Assad" ></div></a><p><font size="2">Il presidente venezuelano Hugo Chávez venerdì ha espresso solidarietà al suo omologo siriano Bashar al-Assad, attraverso una conversazione telefonica in cui entrambi i leader hanno discusso della situazione delle riforme e politiche da realizzare nel Paese arabo.<br />
Nello spiegare in dettaglio la situazione in Siria, Chávez ha detto che Assad &#8220;mi ha riferito che ci sono stati oltre 2.000 martiri militari e un maggior numero di innocenti che sono morti a causa del complotto terroristico per cacciarlo dal potere”.<br />
Inoltre, Chávez ha fatto riferimento alle interferenze straniere e ha sottolineato che, nonostante le riforme e il nuovo progetto di Costituzione, gli Stati Uniti ei suoi alleati creano un clima di violenza, sostenendo un complotto terroristico che mira a rovesciare il governo di Bashar al-Assad.<br />
Da parte sua, il presidente siriano ha sottolineato che la situazione della sicurezza in Siria migliorerà presto.<br />
Dal marzo 2011, la Siria vive in un precaria situazione di pericolosa instabilità, dovuta a incidenti con fini golpistici causati da gruppi armati sponsorizzati dall&#8217;Occidente.</font></p>
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		<title>L&#8217;America Latina si schiera sul conflitto in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 17:40:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Perù è per il momento l'ultimo paese che si è aggiunto alla ola sudamericana di riconoscimenti di uno stato palestinese indipendente che si è svolta nelle ultime settimane. Era stato l'ex-presidente Lula Ignacio Da Silva nel dicembre scorso ad aprire, da vero leader regionale, il valzer dei riconoscimenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lamerica-latina-si-schiera-sul-conflitto-in-medio-oriente/8039/" title="L&#8217;America Latina si schiera sul conflitto in Medio Oriente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/lula_abbas.bhw3s7p524o4cswgs0og8k8ks.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="47" alt="L&#8217;America Latina si schiera sul conflitto in Medio Oriente" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1650">http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1650</a></p>
<div style="font-face: Arial; font-size: medium;">Il Perù è per il momento l&#8217;ultimo paese che si è aggiunto alla <em>ola </em>sudamericana  di riconoscimenti di uno stato palestinese indipendente che si è svolta  nelle ultime settimane. Era stato l&#8217;ex-presidente Lula Ignacio Da Silva  nel dicembre scorso ad aprire, da vero leader regionale, il valzer dei  riconoscimenti. Ma da traino ha fatto anche il Venezuela di Hugo Chavez,  l&#8217;altro attore forte del continente, che ha sempre espresso un costante  appoggio alla causa palestinese. Ora siamo quindi di fronte a una  posizione comune della regione, che getta le basi per il prossimo  vertice dei paesi arabi e latinoamericani (Aspa) in programma a Lima,  Perù, a metà febbraio.</p>
<p><strong>Brasile e effetto domino regionale</strong><br />
Alla mossa ad effetto brasiliana all&#8217;inizio di dicembre, sono seguite  infatti a ruota l’Argentina, con il conseguente clamore interno per la  presenza della storica comunità ebraica nel paese, la Bolivia,  l’Ecuador, il Cile, con i suoi più di 300 mila immigrati palestinesi, la  comunità più importante fuori dal mondo arabo, la Guyana, e per ultimo  il Perù. Mentre Brasile, Argentina, Bolivia, Guyana e Ecuador hanno  riconosciuto la Palestina nei suoi confini precedenti al conflitto del  1967, la posizione cilena e peruana è stata più moderata, evitando di  menzionare la questione dei territori occupati da parte di Israele. La  Colombia, uno dei principali ricettori mondiale di aiuti economici da  parte dell&#8217;amministrazione americana, si è limitata a concordare un  riconoscimento allo stato palestinese solo nell&#8217;ambito di un accordo di  pace con Israele. La Colombia è praticamente l&#8217;unico paese sudamericano  ad aver scansato l&#8217;effetto domino brasiliano, considerando che Paraguay  ed Uruguay hanno dichiarato che riconosceranno lo stato palestinese  nelle prossime settimane, e che il Perù , si sta già muovendo da  anfitrione in vista del vertice, soprattutto dedicando speciale  attenzione alla possibile stipula di nuovi trattati commerciali.</p>
<p>Il principale artefice di questa nuova collaborazione politica  internazionale e fautore della sorprendente e compatta posizione  regionale, è stato l&#8217;ex-presidente brasiliano Lula Ignacio Da Silva, che  già nel 2005 diede impulso all&#8217;organizzazione del primo vertice  Arabo-Latino Americano con l&#8217;obiettivo di sviluppare la cooperazione  politica ed economica tra le due regioni. Un vertice ed una relazione  che ha tentennato nelle sue prime fasi, ma che ha acquistato maggiore  autorevolezza dopo l&#8217;incontro di Doha nel 2009, e che ora costituisce la  base per numerosi partenariati economici e commerciali, che si stanno  moltiplicando anche in vista del nuovo vertice in programma in Perù dal  12 al 16 febbraio.</p>
<p>Ma il Brasile di Lula si è mosso negli ultimi mesi anche su altre  questioni strettamente vincolate al conflitto in Medio Oriente, come la  disputa sul nucleare iraniano, presentando, in partnership con la  Turchia, una proposta concreta sul tavolo delle negoziazioni e  auspicando la possibilità che l&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio iraniano si  svolga in un paese terzo. Le rispettive visite diplomatiche da parte di  Ahmadinejad e Lula nell&#8217;ultimo anno hanno desatato forti polemiche,  soprattutto per le voci ricorrenti sulla ricerca di materie prime ed  uranio da parte iraniana in America Latina, specialmente in suolo  venezuelano e boliviano.</p>
<p><strong>Venezuela, Bolivia e il nucleare iraniano</strong><br />
L’approccio più ideologico del Venezuela e della Bolivia di Evo Morales  verso l&#8217;intera questione mediorientale, rispetto a quello invece più  aperto e pragmatico del Brasile, emerge chiaramente, ad esempio,  rispetto alla strategia da adottare con l’Iran. I presidenti Chavez e  Morales hanno a più riprese ribadito la legittimità iraniana di ottenere  il nucleare e non hanno mai nascosto il loro aperto sostegno alla causa  palestinese. All&#8217;inizio del 2009 entrambi non hanno esitato ad  espellere l&#8217;ambasciatore israeliano dai rispettivi paesi durante  l&#8217;Operazione “Piombo Fuso” nella striscia di Gaza. Chavez ha inoltre  recentemente intrapreso un intenso tour internazionale incentrato sulla  questione energetica, con l&#8217;intenzione di creare un importante asse  commerciale e multipolare che coinvolga anche paesi come Russia e  Bielorussia. Il mandatario venezuelano ha stipulato importanti contratti  commerciali e proiettato ingenti investimenti energetici nell&#8217;area  mediorientale, specialmente in Iran e Siria. Al viaggio di Chavez in  Siria, Iran e Libia, è seguito di una settimana quello di Morales in  Iran.</p>
<p><strong>Convergenza politica e energetica</strong><br />
Se Chavez, forte delle sue ingenti risorse petrolifere, è più propenso a  creare un asse multipolare con i principali paesi fornitori di energia a  livello mondiale anche per acquisire una posizione di forza a livello  internazionale e in Medio Oriente, il Brasile sembra invece essere più  interessato alla formazione di un compatto blocco latinoamericano in  grado di avere maggior potere negoziale all’interno delle istituzioni  internazionali. Entrambi i paesi hanno in cantiere progetti per dotarsi  di energia nucleare o per modernizzare le fonti di approvvigionamento  già esistenti, e ne discuteranno a margine del vertice dell&#8217;Aspa in  programma a Lima, dove il presidente venezuelano e la nuova presidente  brasiliana Dilma Rousseff si incontreranno ufficialmente per la prima  volta.</p>
<p>Dopo la recente catena di riconoscimenti ufficiali di uno stato  palestinese indipendente, gli analisti regionali concordano nel predire  la nuova mossa: una dichiarazione regionale congiunta che riconosca uno  stato palestinese indipendente, con Gerusalemme est come capitale e che  includa altri territori attualmente sotto controllo israeliano. I  movimenti delle ultime settimane fanno pensare che questa dichiarazione  congiunta sarà discussa a Lima il durante il  vertice  a cui dovrebbero  partecipare, secondo gli organizzatori,  i 12  presidenti  latinoamericani integranti dell&#8217;Unione delle Nazioni Sudamericane  (Unasur) e, per il momento, 11 capi di stato arabi.</p>
<p>A parte la questione politica, il vertice servirà anche a sottoscrivere  nuovi contratti commerciali bilaterali tra i paesi delle due regioni,  che negli ultimi anni hanno raggiunto un volume di scambi di 21 miliardi  di dollari, con il Brasile alla testa dei paesi latinoamericani. Non è  un caso che nel dicembre scorso, durante la 40esima riunione del Mercato  comune dell&#8217;America meridionale (Mercosur), si sia firmato un accordo  di libero commercio proprio con la Palestina. Le principali merci di  questo scambio intercontinentale sono i prodotti agricoli e le materie  prime sudamericane, specialmente verso i paesi del Golfo, mentre gli  imprenditori arabi hanno dimostrato interesse verso gli investimenti  nelle infrastrutture e nel settore dei servizi. Proprio in questi giorni  sia una delegazione del parlamento uruguayano, sia la stessa presidente  argentina Cristina Fernandez, sono impegnati in un intenso tour  diplomatico in Medio Oriente per rafforzare i contatti bilaterali in  vista del vertice di Lima.</p>
<p><strong>Trampolino di lancio</strong><br />
La questione politica del riconoscimento della Palestina da parte dei  paesi sudamericani ha costituito, fin dagli albori di questa relazione,  una priorità per i paesi arabi, ed in particolare per il presidente  palestinese Mahmoud Abbas. L&#8217;obiettivo principale dei paesi  sudamericani, invece, in un primo momento si limitava allo sviluppo di  un partenariato energetico-commerciale funzionale anche alla ricerca di  mercati dove esportare la ricca produzione agricola. A fare da traino  nella relazione tra le due  regioni, che stanno poco a poco affinando  sempre più i loro interessi reciproci, sono quelle economie emergenti  come il Brasile che cercano nuovi sbocchi nella mappa geopolitica  mondiale. A parte le grandi potenzialità propiziate dagli intercambi  economici tra queste due regioni in pieno sviluppo, la questione  mediorientale sembra essere interpretata da diversi paesi sudamericani   come un trampolino di lancio per acquisire maggior peso e riconoscimento  sulla scena internazionale.</p>
</div>
<div style="font-face: Times New Roman; font-size: medium;"><em><strong>Massimo Di Ricco è ricercatore in Studi Culturali Mediterranei presso  l&#8217;Università di Tarragona, e professore visitante all&#8217;Universidad  Nacional de Colombia di Bogotà</strong></em>.</p>
</div>
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		<title>I dieci maggiori eventi geopolitici del decennio 2001-2010</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 20:50:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un decennio si è appena concluso, ed è tempo di bilanci anche per la politica internazionale. Abbiamo provato ad individuare 10 eventi "geopolitici", rappresentativi d'altrettante tendenze per lo più regionali e di medio-breve periodo, le quali rientrano nel quadro di una macro-dinamica globale e di medio-lungo periodo: la transizione dall'unipolarismo al multipolarismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-dieci-maggiori-eventi-geopolitici-del-decennio-2001-2010/7712/" title="I dieci maggiori eventi geopolitici del decennio 2001-2010"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mondo.6swb98hfpxk4kkw840c8gk4wk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="I dieci maggiori eventi geopolitici del decennio 2001-2010" ></div></a><p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Un decennio si è appena concluso, ed è tempo di bilanci anche per la politica internazionale. Dieci anni sono un tempo breve per una disciplina come la geopolitica, cui è connaturato l&#8217;approccio di lunga durata, ma coniugandola allo studio non spaziale delle relazioni internazionali è possibile descrivere chiaramente questo lasso di tempo contenuto.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo noi di &#8220;Eurasia&#8221;, l&#8217;ultima decade è stata caratterizzata da una dinamica evidente: il declinare dell&#8217;egemonia statunitense, la spinta all&#8217;integrazione regionale (vedi </span></span></em><a href="../../32/il-tempo-dei-continenti"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Il tempo dei Continenti</span></span></a><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../32/il-tempo-dei-continenti">, nr. 2/2008</a>), l&#8217;avanzare d&#8217;un nuovo ordine multipolare. Il decennio 2001-2010 ha dunque visto iniziare una fase di transizione – non ancora conclusasi – dall&#8217;unipolarismo al multipolarismo. In questa fase, l&#8217;egemonia statunitense è ancora in piedi, ma appare sempre più traballante.</span></span></em></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Abbiamo provato ad individuare 10 eventi &#8220;geopolitici&#8221;, rappresentativi d&#8217;altrettante tendenze per lo più regionali e di medio-breve periodo, le quali rientrano nel quadro della macro-dinamica globale e di medio-lungo periodo sopra descritta.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Ai lettori presentiamo questi 10 eventi/tendenze in una classifica d&#8217;importanza crescente, abbinando ad ognuno di essi l&#8217;indicazione d&#8217;uno o più numeri di &#8220;Eurasia&#8221; per approfondire l&#8217;argomento. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><a href="../../7123/solo-fino-al-15-gennaio-eurasia-ti-regala-un-libro-gratis">Cogliamo l&#8217;occasione per ricordare che ancora per pochi giorni, ossia fino al 15 di gennaio, sarà possibile ricevere un libro a scelta in regalo abbonandosi a &#8220;Eurasia&#8221;: approfittate subito di questa vantaggiosa offerta</a>!</strong></span></span></em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><br />
</strong></span></span></em></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>10. La guerra israelo-libanese</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Israele in difficoltà si fa più bellicoso</strong></span></span></span></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-7714" style="margin: 5px; float: left;" title="Corazzati sionisti in Libano" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/guerra-israele-libano.jpg" alt="Corazzati sionisti in Libano" width="346" height="230" /><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se gli anni &#8217;90 sono caratterizzati da accordi di pace fragili e parziali, l&#8217;ultimo decennio, apertosi con l&#8217;arrivo al governo di Sharon e conclusosi con Netanyahu primo ministro e Lieberman ministro degli Esteri, vede la politica israeliana sterzare definitivamente &#8220;a destra&#8221;, a compimento d&#8217;una dinamica avviatasi già sul finire degli anni &#8217;70. Forte anche dell&#8217;appoggio incondizionato garantito dall&#8217;Amministrazione Bush, Tel Aviv abbandona le trattative – se non quelle puramente formali, come l&#8217;inconcludente &#8220;road map&#8221; – e cerca di risolvere i conflitti unilateralmente e con la forza: dal muro di segregazione in Cisgiordania all&#8217;embargo a Gaza, dall&#8217;aggressione al Libano alle minacce all&#8217;Iràn. L&#8217;aggressività rispecchia però una maggiore debolezza: le azioni militari spesso non incontrano il risultato voluto, come quando, nel 2006, i miliziani di <em>Hezbollah</em> riescono a respingere le truppe d&#8217;<em>élite</em> sioniste. In Palestina, il più docile <em>Fatah</em> è superato nei consensi dall&#8217;oltranzismo di <em>Hamas</em>. All&#8217;interno d&#8217;Israele, la crescente popolazione d&#8217;etnia araba minaccia il carattere &#8220;ebraico&#8221; dello Stato di Israele. Le soluzioni prospettate sono sempre più radicali: accrescere la discriminazione dei cittadini arabi e risolvere i conflitti con Palestina, Libano e Siria tagliando il nodo di Gordio iraniano. Un avventurismo che ha destato preoccupazione persino nel ceto dirigente statunitense, come dimostra il successo dell&#8217;opera di Walt e Mearsheimer sulla &#8220;<em>Israel Lobby</em>&#8220;, ed imbarazzo alla Casa Bianca, anche se per ora l&#8217;appoggio di Washington non pare in discussione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire: </span></span></strong><a href="../../366/palestina"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Palestina</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../366/palestina">, nr. 2/2009</a>.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>9. L&#8217;invasione dell&#8217;Iràq</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Il crollo dell&#8217;argine iracheno e l&#8217;affermazione dell&#8217;Iràn</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7716" style="margin: 5px; float: left;" title="La statua del presidente Hussein abbattuta dalle truppe statunitensi" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/saddam-caduta.jpg" alt="La statua del presidente Hussein abbattuta dalle truppe statunitensi" width="351" height="230" />L&#8217;invasione statunitense dell&#8217;Iràq, la deposizione ed esecuzione di Saddam Hussein, la fine del regime del <em>Ba&#8217;ath</em> segnano la retrocessione (almeno temporanea) del paese mesopotamico dal ruolo di grande potenza regionale. Affrancato dalla minaccia e dall&#8217;argine iracheno, l&#8217;Iràn può spingere la propria influenza sul Vicino Oriente, prima di tutto nell&#8217;Iràq stesso, ma anche nell&#8217;alleata Siria, in Libano, Palestina e nella Penisola Arabica (dove il principale interlocutore è il Qatar). Protagonista di questa stagione è il presidente Mahmud Ahmadinejād, assurto alla carica nel 2005. Coniugando una focosa retorica ad un attivismo in politica estera che travalica i confini regionali per spingersi fino all&#8217;Asia Centrale  (candidatura all&#8217;Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), all&#8217;Africa ed al Sudamerica, riuscendo a sopravvivere all&#8217;ostilità di potenti nemici interni ed ai disordini post-elettorali del 2009, Ahmadinejād ha saputo fare della Repubblica Islamica una delle grandi potenze regionali del Vicino e Medio Oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire: </span></span></strong><a href="../../38/iran"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iran</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../38/iran">, nr. 1/2008</a>.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>8. Il Parlamento turco rifiuta la partecipazione all&#8217;attacco all&#8217;Iràq</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Il nuovo orientamento strategico della Turchia</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7718" style="margin: 5px; float: left;" title="Erdogan e Davutoglu mediano sul dossier nucleare iraniano" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/erdogan-davutoglu.jpg" alt="Erdogan e Davutoglu mediano sul dossier nucleare iraniano" width="371" height="227" />L&#8217;1 marzo del 2003 il Parlamento turco vota contro la richiesta di concedere il territorio nazionale per l&#8217;attacco statunitense all&#8217;Iràq. Per il membro musulmano della NATO è un primo passo verso quella ridefinizione della politica estera che sarà condotta dal capo del governo Erdoğan (che assume la carica 13 giorni più tardi) con l&#8217;aiuto, a partire dal maggio 2009, del ministro degli Esteri Davutoğlu. Al panturanismo si è sostituita la riscoperta dell&#8217;identità musulmana della Turchia; all&#8217;atlantismo l&#8217;obiettivo della profondità strategica; all&#8217;alleanza con Israele la logica dei &#8220;zero problemi coi vicini&#8221;. Ankara ha dunque allentato i rapporti con Washington e Tel Aviv per cercare una nuova collocazione come mediatrice dei conflitti in quelle aree di cui l&#8217;Anatolia rappresenta il crocevia: Balcani, Caucaso ma soprattutto Vicino Oriente. Ciò ha portato però al rapido deteriorarsi dei rapporti con Israele, insofferente verso il nuovo atteggiamento turco e la cui bellicosità confligge coi nuovi obiettivi fatti propri da Ankara.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire: </span></span></strong><a href="../../553/turchia"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Turchia</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../553/turchia">, nr. 1/2004</a>.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>7. Il popolo venezuelano resiste al tentativo di golpe</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Il risveglio dell&#8217;America Indiolatina</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7720" style="margin: 5px; float: left;" title="Il presidente Chavez arringa la folla a Caracas" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Chavez1.jpg" alt="Il presidente Chavez arringa la folla a Caracas" width="360" height="246" />Il 13 aprile 2002 il presidente Hugo Chávez rientra a Palazzo Miraflores e la legalità costituzionale è ristabilita in Venezuela. Due giorni prima un <em>golpe</em> militare, sostenuto da USA e Spagna, aveva portato al sequestro di Chávez, lo scioglimento del Parlamento e della Corte Suprema, l&#8217;annullamento della costituzione. La reazione della popolazione di Caracas, la fedeltà d&#8217;una parte delle Forze Armate, la solidarietà dei paesi sudamericani portano alla sconfitta del golpisti. Si tratta di una svolta epocale per l&#8217;America Indiolatina: negli anni successivi governi patriottici s&#8217;installano in Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Nicaragua ed altri paesi ancora. Nuovi tentativi eversivi falliscono in Bolivia e Ecuador; l&#8217;unico golpe riuscito si verifica nel piccolo Stato centroamericano dell&#8217;Honduras, e porta subito alla ferma condanna di tutti i paesi latinoamericani. Con l&#8217;arma del golpe spuntata, l&#8217;egemonia statunitense sull&#8217;emisfero occidentale traballa: il trattato di libero scambio panamericano è rigettato e deve vedersela con un&#8217;alternativa bolivariana, l&#8217;ALBA; la Russia diventa il primo venditore di armi in Sudamerica e cresce il peso economico della Cina; il progetto d&#8217;integrazione dei paesi indiolatini conosce una brusca accelerata, con la nascita dell&#8217;ALBA, dell&#8217;UNASUR e della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire: </span></span></strong><a href="../../29/lamerica-indiolatina-nel-sistema-multipolare"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;America Indiolatina nel sistema multipolare</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../29/lamerica-indiolatina-nel-sistema-multipolare">, nr. 3/2008</a> e </span></span><a href="../../59/lamerica-indiolatina"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;America Indiolatina</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../59/lamerica-indiolatina">, nr. 3/2007</a>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>6. Gli elettori francesi bocciano la Costituzione europea</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Lo stallo dell&#8217;integrazione europea</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7722" style="margin: 5px; float: left;" title="UE e USA: un legame difficile da scindere, anche nella crisi comune" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/ue.jpg" alt="UE e USA: un legame difficile da scindere, anche nella crisi comune" width="355" height="199" />L&#8217;Unione Europea inizia il decennio allargandosi verso est e varando una moneta unica, ma il processo d&#8217;integrazione subisce una battuta d&#8217;arresto il 29 maggio 2005, quando gli elettori francesi rifiutano la proposta Costituzione europea, imitati poco dopo dagli olandesi e dagl&#8217;irlandesi. È il segnale d&#8217;un malessere che blocca sia l&#8217;ulteriore allargamento sia l&#8217;approfondirsi dell&#8217;integrazione tra i paesi già membri dell&#8217;Unione Europea. Divisioni inquietanti si erano già manifestate nel 2003 quando, di fronte all&#8217;invasione statunitense dell&#8217;Iràq, l&#8217;Europa si era divisa tra favorevoli e contrari. Le difficoltà di trovare un indirizzo strategico comune sono evidenti anche nel rapporto con la Russia. Sul piano strategico-militare, l&#8217;Unione Europea continua ad essere dipendente dalla NATO, sotto cui si cela l&#8217;egida ma anche l&#8217;egemonia degli Stati Uniti d&#8217;America. La crisi finanziaria del 2008, le difficoltà d&#8217;amministrazione del debito pubblico da parte di molti paesi europei, evidenziano nuove e più pericolose fratture all&#8217;interno dell&#8217;Unione Europea: anche il tradizionale asse franco-tedesco appare incrinarsi. Il decennio si chiude così con foschi presagi: in Germania si comincia a parlare di abbandono dell&#8217;euro ed esclusione dei paesi &#8220;inadempienti&#8221; dall&#8217;UE; nell&#8217;UE crescono le voci critiche verso la strategia produttiva tedesca, volta all&#8217;esportazione, che soffoca la produzione degli altri paesi membri senza garantire un significativo mercato d&#8217;importazione. L&#8217;Unione Europea avrà un futuro?</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire:</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><a href="../../244/tra-la-russia-e-il-mediterraneo"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Tra la Russia e il Mediterraneo</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../244/tra-la-russia-e-il-mediterraneo">, nr. 2/2007</a>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>5. Nasce l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Russia e Cina s&#8217;avvicinano</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7724" style="margin: 5px; float: left;" title="Capi di Stato alla riunione dell'OCS" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/ocs.jpg" alt="Capi di Stato alla riunione dell'OCS" width="366" height="238" />Dopo essere giunte sull&#8217;orlo dello scontro armato durante la Guerra Fredda, Russia e Cina avviano la distensione negli anni &#8217;90, coinvolgendo le repubbliche ex sovietiche dell&#8217;Asia Centrale. Da quest&#8217;esperienza nasce il 15 giugno 2001 l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Vista in combinazione col di poco successivo sbarco delle truppe nordamericane nella regione (invasione dell&#8217;Afghanistan), l&#8217;OCS appare come un&#8217;alleanza strategica tra Mosca e Pechino per mantenere gli USA fuori dall&#8217;Asia Centrale. Negli anni successivi, però, l&#8217;OCS s&#8217;allarga a nuovi membri, anche se non a pieno titolo: India, Pakistan, Iràn. Si è ancora lontani dal saldarsi d&#8217;un blocco asiatico alternativo alla NATO, come vaticinato da alcuni analisti, ma l&#8217;evento è significativo. Russia e Cina hanno cominciato una collaborazione strategica, chiaramente rivolta all&#8217;affermazione d&#8217;un nuovo ordine multipolare al posto dell&#8217;egemonia unipolare statunitense.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire:</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><a href="../../517/la-nuova-asia"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>La nuova Asia</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../517/la-nuova-asia">, nr. 3/2006</a>.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>4. La Cina supera il Giappone in termini di PIL</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>L&#8217;inarrestabile ascesa del Dragone cinese</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7726" style="margin: 5px; float: left;" title="Shanghai: il nuovo volto della Cina" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/shanghai.jpg" alt="La bandiera cinese sventola a Shanghai" width="378" height="213" />Nel 2010 il prodotto interno lordo nominale della Repubblica Popolare Cinese supera quello del Giappone, ponendosi in seconda posizione dietro ai soli Stati Uniti d&#8217;America. In un decennio la Cina ha scavalcato Francia, Gran Bretagna, Germania e Giappone, mentre Tokio perde una posizione che occupava dal 1972. In termini di PIL per parità di potere d&#8217;acquisto, il sorpasso sul Giappone è avvenuto diversi anni prima, e la Cina insidia ormai anche il primato degli USA. L&#8217;ingresso nell&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio (2001) ha dato ulteriore vigore all&#8217;ascesa economica di Pechino, forte già nel secolo scorso. Gl&#8217;investimenti cinesi si diramano in tutto il mondo, e sono particolarmente significativi in Africa; la Repubblica Popolare è quasi monopolista nella fornitura d&#8217;una risorsa importante come le terre rare; dopo la crisi del 2008 l&#8217;ex Celeste Impero s&#8217;afferma come locomotiva della crescita planetaria. I successi di Pechino non si limitano all&#8217;economia, perché il paese cresce sotto tutti i punti di vista, dalla potenza militare al prestigio culturale: alle Olimpiadi di Pechino del 2008 la Cina svetta per la prima volta nel medagliere finale. È un simbolico sorpasso sportivo sugli USA, che secondo molti analisti prefigura il prossimo avvicendamento al rango di prima potenza mondiale. Ma per ora, Pechino mantiene un basso profilo diplomatico: la priorità è crescere, per gli scontri al vertice ci sarà tempo in futuro.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire:</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><a href="../../544/la-cina"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>La Cina</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../544/la-cina">, nr. 1/2006</a>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>3. La guerra russo-georgiana</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Con Putin risorge la potenza russa</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7728" style="margin: 5px; float: left;" title="Corazzati russi sfilano davanti al Cremlino" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/russia-parata.jpg" alt="Corazzati russi sfilano davanti al Cremlino" width="358" height="296" />L&#8217;attacco georgiano all&#8217;Ossezia del Sud ed alla guarnigione russa ivi presente, il 7 agosto 2008, provoca la pronta reazione armata di Mosca: in pochi giorni le truppe russe arrivano alle porte di Tblisi, prima che un cessate-il-fuoco mediato dall&#8217;Unione Europea ponga fine alle ostilità. La sconfitta bellica di Saakašvili, autoritario presidente atlantista della Georgia, e la scomparsa dalla scena politica del suo corrispondente ucraìno Juščenko nel gennaio 2010, sono altrettanti segnali della recuperata influenza russa su gran parte dello spazio post-sovietico. Ciò non sarebbe stato possibile senza la ripresa interna alla Russia, verificatasi sotto l&#8217;egida di Vladimir Putin, presidente fino al 2008 e quindi primo ministro. Ricevuto in eredità da El&#8217;cin un paese alla bancarotta ed a rischio di disgregazione interna, Putin ha ristabilito il potere centrale, rilanciato l&#8217;economia, varato una diplomazia più dinamica e meno rinunciataria. Secondo taluni analisti, nel giro d&#8217;un paio di decenni la Russia è destinata a diventare la maggiore potenza economica d&#8217;Europa, davanti anche alla Germania. I problemi non mancano, dalla demografia alla corruzione, dall&#8217;obsolescenza militare al separatismo, ma il confronto con la situazione d&#8217;un decennio fa non può che invitare all&#8217;ottimismo. Di certo, la Russia è già tornata a quel ruolo di grande potenza che le compete.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per approfondire: </span></span></strong><a href="../../3856/la-russia-e-il-sistema-multipolare"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>La Russia e il sistema multipolare</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../3856/la-russia-e-il-sistema-multipolare">, nr. 1/2010</a>, </span></span><a href="../../410/tra-ununione-e-laltra"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Tra un&#8217;Unione e l&#8217;altra</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../410/tra-ununione-e-laltra">, nr. 1/2007</a> e </span></span><a href="../../524/la-russia-e-i-suoi-vicini"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>La Russia e i suoi vicini</em></span></span></a><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../524/la-russia-e-i-suoi-vicini">, nr. 2/2005</a>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>2. Gli attentati dell&#8217;11 settembre 2001 e la &#8220;guerra al terrorismo&#8221;</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>S&#8217;incrina l&#8217;egemonia statunitense nel mondo</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7730" style="margin: 5px; float: left;" title="Il WTC colpito" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/911.jpg" alt="Il WTC colpito" width="352" height="267" />L&#8217;11 settembre 2001 offre il pretesto per l&#8217;implementazione dell&#8217;agenda neoconservatrice: la crescente militarizzazione dei rapporti internazionali per salvaguardare l&#8217;egemonia statunitense. Le due amministrazioni Bush, che reggono gli USA dal 2001 al 2009, si focalizzano sul progetto del &#8220;Grande Medio Oriente&#8221;: ridisegnare la geografia politica dell&#8217;area che dal Marocco raggiunge il Pakistan e l&#8217;Asia Centrale. L&#8217;ambizioso progetto porta all&#8217;invasione di Afghanistan e Iràq, ma gl&#8217;inattesi problemi militari bloccano i previsti ulteriori sviluppi bellici. In compenso cresce l&#8217;attivismo nell&#8217;area postsovietica, con le &#8220;rivoluzioni colorate&#8221; mirate a minare l&#8217;influenza russa. Crescono il debito pubblico degli USA e le tensioni internazionali, ma la strategia neoconservatrice non dà i risultati sperati: si verifica una reazione della corrente realista, che porta alle dimissioni di Rumsfeld nel 2006 ed all&#8217;elezione di Obama alla presidenza nel 2008. Quando Barack Obama assume l&#8217;incarico, nel gennaio 2009, chiudendo la lunga stagione neocon (ma non abbandonando il militarismo), negli USA infuria la crisi economica. Significativamente, Obama è stato eletto all&#8217;insegna del &#8220;cambiamento&#8221; e della &#8220;speranza&#8221;: un&#8217;altra prova dell&#8217;incipiente declino nordamericano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Per approfondire: </strong><em>USA: egemonia e declino</em>, nr. 3/2010 (in corso di stampa).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>1. La crisi finanziaria del 2008</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-variant: small-caps;"><strong>Verso un nuovo assetto geoeconomico</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-7731" style="margin: 5px; float: left;" title="Settembre 2008: crollo di Wall Street e delle borse mondiali" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/crollo-borsa.jpg" alt="Settembre 2008: crollo di Wall Street e delle borse mondiali" width="338" height="230" />La prima decade del XXI secolo vede il succedersi d&#8217;una serie di bolle finanziarie: informatica, immobiliare, materie prime. Nel settembre 2008 il fallimento della banca <em>Lehman Brothers</em> ed il crollo dei mercati finanziari segnano la crisi del modello di economia neoliberale, deindustrializzata e finanziarizzata. I paesi più colpiti sono proprio quelli considerati &#8220;più avanzati&#8221;: USA e Unione Europea. Tra generose donazioni alle banche e politiche di rigore fiscale, molti paesi faticano a gestire i debiti accumulati, nessuno riesce a rilanciare la crescita economica in maniera significativa. Mentre gli USA salvano il dollaro sfruttando le agenzie di <em>rating</em> per indirizzare la speculazione contro la zona euro, i paesi &#8220;emergenti&#8221;, con economie fondate sulla produzione e il lavoro anziché sulla rendita, continuano la propria corsa. Nel frattempo, la perdita di fiducia nel dollaro spinge a fare incetta di oro, mentre Cina e Russia s&#8217;accordano per la compensazione degli scambi bilaterali in monete locali: il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale traballa. Il perno economico del mondo, dopo vari secoli, pare stia scivolando via dall&#8217;Occidente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-size: medium;">Siete d&#8217;accordo con la nostra classifica? </span><span style="font-size: medium;"><strong>Inviateci i vostri commenti</strong></span><span style="font-size: medium;"> alla Redazione (<a href="../../scriverci">clicca</a>) oppure lasciateli sulla nostra pagina di &#8220;Facebook&#8221; (<a href="http://www.facebook.com/pages/Eurasia-Rivista-di-Studi-Geopolitici/376925626444">clicca</a>)!</span></em></span></p>
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		<title>L&#8217;America Latina non è più il cortile degli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 08:15:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
		<category><![CDATA[Larry Palmer]]></category>
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		<description><![CDATA[Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha, nel suo solito modo, completamente respinto le pressioni di Washington, che cerca di imporre la candidatura di un nuovo ambasciatore statunitense nel suo paese. L'ambasciatore-in-pectore è Larry Palmer]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lamerica-latina-non-e-piu-il-cortile-degli-stati-uniti/7621/" title="L&#8217;America Latina non è più il cortile degli Stati Uniti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez.cquqnlvjpbcocksc44c8goos0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="46" alt="L&#8217;America Latina non è più il cortile degli Stati Uniti" ></div></a><p>Fonte: Global Research, 31 dicembre 2010<br />
<a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=22586">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=22586</a> &#8211; Moscow Times</p>
<p><font size="3">Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha, nel suo solito modo, completamente respinto le pressioni di Washington, che cerca di imporre la candidatura di un nuovo ambasciatore statunitense nel suo paese. L&#8217;ambasciatore-in-pectore, la cui scelta è<br />
 supportata dal Dipartimento di Stato, ma la cui conferma da parte del Senato è ancora in attesa, è Larry Palmer. Le obiezioni di Hugo Chavez derivano dai commenti che il signor Palmer ha fatto all&#8217;inizio di quest&#8217;anno, durante le audizioni al Senato, quando ha detto che il morale dei militari in Venezuela è basso e che i ribelli di sinistra colombiani delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), trovano rifugio in Venezuela.<br />
E&#8217; vero che le relazioni tra Venezuela e Colombia sono ad un livello molto basso, con i due paesi sull&#8217;orlo di un conflitto militare aperto. Ma non è affatto accettabile quando un candidato per la più alta carica diplomatica, rende commenti pubblici sulla politica interna del paese cui si presume sia inviato, Almeno, poteva essere opportuno circa 15 o 20 anni fa, quando l&#8217;America Latina era universalmente accettata come una sorta di cortile degli Stati<br />
 Uniti.  Ma la situazione è cambiata drasticamente da allora.<br />
Durante i tardi anni &#8217;90 e gli anni 2000, un certo numero di paesi latino-americani hanno eletto leader che non sono più d&#8217;accordo col ruolo passivo di &#8220;yes-leader&#8221; verso tutti gli ordini provenienti dal nord. Hugo Chavez del Venezuela è probabilmente il più brillante di loro, ma non l&#8217;unico. Bolivia, Ecuador, Nicaragua e, in larga misura e con maggiore delusione di Washington, il Brasile, che è economicamente e politicamente il più forte giocatore del continente, non può più essere considerato come il cortile di casa di Washington.<br />
Gran parte della colpa di ciò risiede nella precedente amministrazione degli Stati Uniti, quando George<br />
 W. Bush, occupato dagli affari in Medio Oriente e in Asia meridionale, ha in gran parte trascurato l&#8217;America Latina, dando per scontato che non vi era una vera minaccia al monopolio degli Stati Uniti nella regione. Ma sembra che Barack Obama non abbia imparato la lezione ed ha ereditato il lascito del suo predecessore.<br />
Mentre la Cina, a seguito della politica del &#8220;soft power&#8221;, è penetrata nelle economie latino-americane in una misura da presentarsi come una vera minaccia alle imprese statunitensi, gli stessi paesi stanno realizzando che il loro ruolo maggiore nella politica internazionale non richiede di seguire le linee guida dagli Stati Uniti. L&#8217;emergere del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) come giocatore di primo piano sulla scena internazionale, ne è un<br />
 esempio, le manovre delle Marine russa e venezuelana del novembre 2008, ne è un altra, tra molti.<br />
Non dovrebbe tuttavia essere chiaro che il ruolo degli Stati Uniti nel continente è diventato irrilevante. I tradizionali legami strategici  ed economici restano ancora importanti. Il Venezuela, per esempio, è il principale fornitore di petrolio degli Stati Uniti, e recidere i legami tra i due paesi sarebbe dannoso per gli Stati Uniti e probabilmente disastroso per il Venezuela. Ma il cambiamento della situazione generale suggerisce che il linguaggio della forza non è più accettabile, anche dai paesi che in larga misura contano sui legami economici con il loro vicino del nord.<br />
Si tratta di un diritto sovrano di ogni leadership nazionale, non dare il consenso alla candidatura di un qualsiasi ambasciatore di un altro paese. Il<br />
 fatto che il Dipartimento di Stato insiste nella candidatura di Palmer, mostra soltanto che gli Stati Uniti non hanno abbandonato il ricatto come linguaggio della loro diplomazia.<br />
&#8220;Se hanno intenzione di tagliare i rapporti diplomatici, lasciateli fare!&#8221;, ha detto il presidente Chavez. &#8220;Ora il governo USA ci minaccia che faranno delle rappresaglie. Bene, facciano quello che vogliono, ma che quel tizio non verrà.&#8221;<br />
E Chavez non è solo nella sua valutazione della politica verso l&#8217;America latina dell&#8217;attuale Amministrazione. Il presidente uscente del Brasile, Lula da Silva, ha<br />
 recentemente affermato che la politica di Obama riflette una &#8220;visione&#8221; imperiale. E questo, nonostante il fatto che nei primi giorni della presidenza di Obama c&#8217;era molta speranza che le relazioni tra l&#8217;America Latina e il suo vicino settentrionale potessero migliorare, e Barack Obama ha salutato anche Lula da Silva come &#8220;il politico più popolare della Terra&#8221;.<br />
&#8220;Vorrei che il rapporto degli Stati Uniti con l&#8217;America Latina possa essere diverso da quello che è oggi&#8221;, ha detto<br />
 Lula da Silva. &#8220;Negli Stati Uniti devono capire l&#8217;importanza dell&#8217;America Latina. Gli statunitensi non hanno una visione ottimistica dell&#8217;America Latina. Si sono sempre comportati come un impero verso dei Paesi poveri. Questa visione deve cambiare.&#8221;<br />
Se i politici di Washington presteranno il loro orecchio a queste parole o no, lo dimostrerà il futuro. Ma insistendo sulla candidatura dell&#8217;ambasciatore, quando la leadership di uno paese mostra evidente disaccordo e minaccia il Venezuela di possibili ritorsioni, dimostra che essi non sono<br />
 pronti a rinunciare alla vecchia politica imperiale nei confronti di un continente che ancora considerano il loro cortile di casa, quello che sicuramente non è.</p>
<p>Traduzione Alessandro Lattanzio</p>
<p>http://www.aurora03.da.ru</p>
<p>http://www.bollettinoaurora.da.ru</p>
<p>http://sitoaurora.xoom.it/wordpress</font></p>
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		<title>Venezuela: Chavez avanza, in declino l&#8217;opposizione</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 07:24:40 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
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		<description><![CDATA[L'esito finale delle elezioni legislative venezuelane del 26 settembre 2010 non sono ancora note con precisione. Tuttavia, su 165 seggi, 162 sono già stati assegnati. Il risultato del 2010 segna una progressione di Chavez e un declino dell'opposizione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/venezuela-chavez-avanza-in-declino-lopposizione/6231/" title="Venezuela: Chavez avanza, in declino l&#8217;opposizione"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hugo_chavez.dfjp63bmhrks08owwcg080gc4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="Venezuela: Chavez avanza, in declino l&#8217;opposizione" ></div></a><p><!--         @page { margin: 2cm }         P { margin-bottom: 0.21cm }         A:link { color: #0000ff } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Fonte: “Reseau Voltaire”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">L&#8217;esito finale delle elezioni legislative venezuelane del 26 settembre 2010 non sono ancora note con precisione. Tuttavia, su 165 seggi, 162 sono già stati assegnati. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><strong>Seggi</strong> </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">PSUV (maggioranza) 95 </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">MUD (opposizione) 62 </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">PPT (centro sinistra) 2 </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">Indigeni 3 </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">Restano da assegnare 3 </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">Totale 165 </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Entrambe le parti hanno rivendicato la vittoria. </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">L&#8217;opposizione sostiene un importante passo avanti rispetto ai risultati del 2005, che priva il presidente Chavez della maggioranza dei due terzi, necessaria per adottare le leggi organiche e quindi portare avanti le riforme rivoluzionarie. </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">La maggioranza si diverte notando che l&#8217;opposizione, avendo boicottato le elezioni del 2005, non poteva che fare una &#8220;<em>avanzata spettacolare</em>&#8221; questa volta. Più seriamente, i risultati dovrebbero essere comparati con la legislatura 2000-2005, dove l&#8217;opposizione aveva partecipato. A quel tempo, il numero dei deputati di entrambe le parti ha subito variazioni, a seconda delle alleanze, l&#8217;opposizione aveva ottenuto 73-82 seggi, mentre la maggioranza 83-92 posti. Il risultato del 2010 segna una progressione di Chavez e un declino dell&#8217;opposizione. </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">In termini di voto, la maggioranza ottiene tra il 55 e il 60% dei voti. </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">Gli Osservatori internazionali attestano la sincerità del voto complessivo.  Tuttavia, ci sono molte controversie in aree governate dall&#8217;opposizione. E&#8217; accusata di brogli su larga scala a spese dei partiti minori. Potrebbe riguardare più di 500.000 voti. </span></span><br />
<span><span style="font-size: medium;">Dopo cinque anni di boicottaggio, l&#8217;opposizione ha scelto di  tornare in Parlamento non per riprendere il dibattito democratico, ma per privare Chavez della maggioranza dei due terzi, che gli ha permesso di approvare una serie di leggi organiche. Questa nuova configurazione, potrebbe rallentare il processo di cambiamento dal carattere rivoluzionario, a favore di un riformismo più moderato.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Traduzione di Alessandro Lattanzio</span></span><br />
<a href="http://www.aurora03.da.ru/"><span style="color: #000080;"><span><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.aurora03.da.ru</span></span></span></span></a><br />
<a href="http://www.bollettinoaurora.da.ru/"><span style="color: #000080;"><span><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.bollettinoaurora.da.ru</span></span></span></span></a><br />
<a href="http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/"><span style="color: #000080;"><span><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/</span></span></span></span></a><br />
﻿</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La sorprendente politica del nuovo presidente colombiano: falco o colomba?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 12:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 7 agosto scorso si è tenuta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente della Colombia, Juan Manuel Santos. Il giuramento del nuovo Capo di Stato è stato preceduto da giorni di forte tensione tra la Colombia e il Venezuela, sfociati nello spiegamento di forze militari al confine tra i due Paesi e nella rottura dei rapporti diplomatici. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-sorprendente-politica-del-nuovo-presidente-colombiano-falco-o-colomba/5571/" title="La sorprendente politica del nuovo presidente colombiano: falco o colomba?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/santos_chavez_vc.an6xqx4d9ag4480w48cocs0w4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="La sorprendente politica del nuovo presidente colombiano: falco o colomba?" ></div></a><p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il 7 agosto scorso si è tenuta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente della Colombia, Juan Manuel Santos. Il giuramento del nuovo Capo di Stato è stato preceduto da giorni di forte tensione tra la Colombia e il Venezuela, sfociati nello spiegamento di forze militari al confine tra i due Paesi e nella rottura dei rapporti diplomatici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il 22 luglio l’ambasciatore colombiano presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) aveva accusato il Paese vicino di supportare i narcoterroristi delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), ospitando almeno 1500 membri dell’organizzazione in 87 basi dislocate sul territorio venezuelano, al confine con la Colombia. L’ambasciatore ha mostrato foto e video aerei con identificazione di coordinate, che inchioderebbero Caracas alle sue responsabilità, tra cui un’immagine di uno dei leader delle FARC disteso a prendere il sole su una spiaggia venezuelana con tanto di birra Polar (il marchio più famoso del Venezuela) in mano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Poteva essere l’ennesima riproposizione di un copione già visto nei travagliati rapporti tra i due Paesi sudamericani: la Colombia accusa il Venezuela di ospitare narcoterroristi, Caracas risponde accusando Bogotà di essere “serva degli Stati Uniti”, si rompono le relazioni diplomatiche ed entrambi i Paesi spediscono un paio di divisioni alla frontiera a guardarsi in cagnesco.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In pratica è successo anche questa volta, ma un elemento di novità ha risolto rapidamente e efficacemente la crisi, con incoraggianti segnali che fanno sperare in una definitiva stabilizzazione nelle relazioni diplomatiche tra i due Stati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel suo discorso inaugurale, infatti, il neo-presidente Santos ha pronunciato parole di apertura nei confronti del Venezuela, e ha dichiarato che “la parola guerra non è inclusa nel mio vocabolario”. Alla cerimonia è stato invitato anche Chavez, che tuttavia non ha partecipato, venendo rappresentato dal suo ministro degli Esteri, Nicolas Maduro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Pochi giorni dopo l’insediamento, il nuovo presidente colombiano e il leader venezuelano si sono incontrati a Santa Marta, in Colombia, promettendo pace duratura, scambiandosi attestati di stima e lasciando completamente spiazzati analisti e diplomatici di tutto il mondo, che fino alla settimana prima temevano lo scoppio di ostilità tra i due Paesi. Cosa è accaduto? Cosa ha trasformato il “duro” ex ministro della Difesa del governo Uribe, che non aveva avuto remore nell’ordinare l’attacco contro le basi delle FARC in territorio equadoregno, in un araldo della pace? E come è stato possibile un così rapido mutamento del <em>caudillo</em> venezuelano, che fino a poche ore prima aveva pronosticato guerra e devastazioni per l’odiato vicino filoamericano, e che ora tiene una conferenza stampa congiunta con il suo presidente?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un nuovo inizio con Caracas</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quando lo scorso 20 giugno Juan Manuel Santos vinse le elezioni presidenziali tutti gli osservatori e gli esperti della politica colombiana annunciarono che la linea dura contro le FARC e contro i Paesi vicini accusati di sostenere i narcoterroristi, portata avanti negli otto anni del governo di Alvaro Uribe, sarebbe diventata una linea durissima, viste le credenziali del neo-eletto presidente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Santos, ministro della Difesa dal 2006 al 2010, considerato un “falco” dell’amministrazione Uribe, aveva portato avanti una lotta senza esclusione di colpi contro le organizzazioni terroriste e i narcotrafficanti colombiani (molto spesso due facce della stessa medaglia, cosa che ha fatto nascere il termine “narcoterroristi”). L’azione del governo si era concentrata in particolare contro le FARC, che all’inizio del primo mandato di Uribe, nel 2002, contavano oltre 20.000 effettivi e controllavano gran parte del territorio nazionale. Durante il suo mandato ministeriale Santos autorizzò numerose operazioni militari che decimarono la leadership del gruppo, come ad esempio la famosa “Operazione Fenix”, nella quale fu ucciso il numero due delle FARC Raul Reyes con un’incursione aerea sul territorio dell’Ecuador, provocando una crisi diplomatica ancora in corso tra Bogotà e Quito, e l’”Operazione Scacco”, che portò alla liberazione dell’ex candidata alla presidenza Ingrid Betancourt. A questi successi militari tuttavia si devono sommare anche scandali di abusi di potere da parte di membri delle Forze Armate Colombiane spesso coperti dal governo, e i numerosi casi dei “Falsi Positivi”, veri e propri omicidi di innocenti cittadini colombiani, per la maggior parte poveri contadini, che venivano presentati come guerriglieri caduti in combattimento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La gestione della Difesa da parte di Santos non verrà ricordata per un esemplare rispetto della trasparenza o del diritto internazionale, ma è innegabile un consistente progresso nella lotta contro la guerriglia: oggi le FARC possono contare su meno di 8.000 uomini, il controllo del territorio è tornato solidamente nelle mani del governo e le azioni della guerriglia sono state arginate nelle sole aree di frontiera, nelle quali possono ancora operare, secondo Bogotà, soltanto grazie al supporto e alla copertura dei Paesi vicini, primo tra tutti il Venezuela. Per queste ragioni le aspettative del mondo nei confronti del nuovo presidente erano “fuoco e fiamme”, soprattutto nei confronti di Caracas. E invece il nuovo Primo Cittadino colombiano ha sorpreso tutti, mostrando un’inaspettata apertura, sia verso Chavez, ma anche, cosa ancor più sorprendente, nei confronti delle stesse FARC.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Durante il suo discorso di inaugurazione, Santos ha dichiarato che avrebbe portato avanti un dialogo “diretto e franco” con il Venezuela, senza mediazioni di altri Stati. Poteva essere la solita frase di rito, pronunciata da un presidente che vuole fare bella figura il suo primo giorno di lavoro, e invece come poche volte nello scenario politico internazionale, alle parole sono seguiti molto velocemente i fatti. A capo della diplomazia di Bogotà, infatti, è stata nominata l’ex ambasciatrice a Caracas, Maria Angela Holguin, che più volte si era scontrata con il presidente Uribe per la durezza della sua politica nei confronti del Paese vicino. Inoltre, il giorno dopo la cerimonia di insediamento, i ministri degli Esteri di Colombia e Venezuela hanno annunciato l’incontro tra i due Capi di Stato per il giorno seguente. Una rapidità che deve aver sorpreso Chavez, il quale ha interrotto il suo programma domenicale “<em>Alo Presidente</em>” per trasmettere in diretta la conferenza stampa dei due cancellieri, e ha dichiarato che quella notte sarebbe “andato a dormire felice”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ancora più sorprendenti sono state le parole pronunciate dal <em>caudillo</em> venezuelano pochi istanti dopo. Chavez ha attaccato duramente le FARC, bollando come “senza futuro” il proseguimento della lotta armata e affermando che l’organizzazione è un “problema anche per il Venezuela”. “Non ho approvato, né approvo, né approverò la presenza di forze guerrigliere. Questo territorio è sovrano”, ha sanzionato il leader bolivariano. Una <em>lectio magistralis</em> di <em>Realpolitik</em> sudamericana. Sin dai tempi della sua ascesa al potere, infatti, Chavez aveva sempre espresso solidarietà alle FARC, proclamando “rispetto per il loro progetto politico”, imputando a Bogotà le responsabilità del conflitto colombiano e auspicando che la rivoluzione conquistasse il potere anche nel Paese vicino. Inoltre il 23 luglio, il giorno dopo il “<em>J’accuse</em>” colombiano, l’ambasciatore venezuelano presso l’OSA aveva spudoratamente ammesso la presenza di membri delle FARC sul suo territorio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Evidentemente le FARC sono diventate un ospite troppo ingombrante per il Venezuela, e Chavez non ha avuto remore a sacrificarle sull’altare dei rinnovati rapporti con la Colombia. Un cambiamento di rotta notevole, motivato non soltanto da ragioni di buon vicinato diplomatico. Dall’inizio della crisi tra i due Paesi, infatti, il valore degli scambi commerciali è crollato da 6,5 miliardi a 2,6 miliardi di dollari, con una previsione per la fine del 2010 di soltanto 1 miliardo di dollari. Con un’economia in negativo (il Venezuela sarà l’unico Paese sudamericano con un PIL negativo nel 2010), Caracas non è in grado di sopportare a lungo una guerra commerciale di questa portata. La prova della spegiudicatezza politica di Chavez sta nel fatto che il leader bolivariano non ha neanche lontanamente menzionato le ragioni che hanno portato alla crisi: l’autorizzazione all’utilizzo di basi militari colombiane alle forze armate statunitensi. Concessione negoziata peraltro durante il periodo in cui Santos era ministro della Difesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’elezione del “duro” Santos ha portato quindi ad una inaspettata quanto rapida riconciliazione tra Colombia e Venezuela. L’incontro di Santa Marta, avvenuto all’interno del Mausoleo dedicato a Simon Bolivar, non poteva essere una location migliore per questa occasione storica, durante la quale Chavez e Santos, in una conferenza stampa congiunta sotto la statua del <em>Libertador</em>, hanno dichiarato di voler “girare pagina” e “dimenticare il passato”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Carota e Bastone con le FARC</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il discorso inaugurale di Santos non ha risparmiato sorprese anche sul fronte della lotta al narcoterrorismo. “Ai gruppi armati illegali che invocano ragioni poltiche e oggi parlano ancora una volta di dialogo dico che il mio governo sarà aperto a qualsiasi discorso che cerchi di estirpare la violenza” ha dichiarato il neo-presidente colombiano, inviando un messaggio di apertura al dialogo alle FARC, a condizione che vengano liberati tutti gli ostaggi, deposte le armi e troncati i legami con il narcotraffico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La risposta delle FARC non si è fatta attendere: l’11 agosto un’autobomba è esplosa al centro di Bogotà, di fronte alla sede dell’emittente “<em>Radio Caracol</em>” e dell’agenzia di stampa spagnola “<em>Efe</em>”, provocando il ferimento di 18 persone e danneggiando decine di edifici. Un attentato del genere potrebbe apparire come la dimostrazione che la guerriglia gode di pieno vigore e non ha la minima intenzione di sotterrare l’ascia di guerra, ma analizzando alcuni episodi che hanno caratterizzato le ultime settimane si delina una situazione molto diversa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Una settimana prima della cerimonia di insediamento di Santos le FARC hanno divulgato un video in cui il loro <em>leader maximo</em>, Alfonso Cano, propone al nuovo presidente il ripristino del dialogo per una fine negoziale del conflitto armato che insanguina il Paese da decenni. Messaggi del genere erano già stati inviati al presidente Uribe, che li aveva sempre sdegnosamente rispediti al mittente. L’ex presidente era stato eletto nel 2002 anche grazie al fallimento dei negoziati con la guerriglia portati avanti più volte dai governi colombiani, come durante la presidenza Pastrana (1998-2002) e quella di Belisario Betancourt (1982-1986).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La richiesta di dialogo da parte delle FARC va letta alla luce dei risultati ottenuti nei due mandati della presidenza Uribe, caratterizzati da una dura e sanguinosa lotta alla guerriglia, ed è quindi da interpretarsi come il sintomo della debolezza dell’organizzazione. In quanto ex ministro della Difesa, Santos è perfettamente consapevole di questa situazione, e la proposta di dialogo fatta durante il suo discorso inaugurale con le tre specifiche richieste mette in chiaro che una trattativa è possibile, ma alle condizioni di Bogotà e non delle FARC. Il governo colombiano si trova ora in una posizione di forza negoziale e Santos non vuole farsi scappare la possibilità di chiudere una partita durata troppo tempo e costata troppe risorse e vite umane.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, secondo diversi analisti, le FARC non sono più il gruppo unito e compatto che aveva messo la Colombia a ferro e fuoco per decenni. L’organizzazione ha perso il suo “slancio rivoluzionario”, si è legata a doppio filo al narcotraffico per ottenere finanziamenti ed armi e ha perso l’appoggio della popolazione a causa dei sequestri e delle mine terrestri posizionate sulle strade. I sondaggi sono impietosi: oggi il 90% dei colombiani sono contrari alle FARC, e sono stanchi di anni ininterrotti di violenze e morte. Il 69% dei voti con cui è stato eletto il presidente Santos, e il 75% dei consensi con cui Uribe esce di scena, sono la prova che il popolo colombiano appoggia saldamente la politica del governo e si aspetta che il nuovo Capo di Stato continui su questa strada. Infine è assai dubbio anche il reale controllo di Cano sull’intera struttura delle FARC: molte unità della guerriglia sarebbero diventate veri e propri gruppi autonomi, non rispondendo più agli ordini della leadership e dedicandosi ad attività illecite per meri fini economici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’autobomba esplosa nella capitale colombiana è da interpretare, quindi, come il tentativo del narcoterrorismo di dimostrare che non ha perso le sue capacità operative, cercando di rendere meno svantaggiosa la propria posizione in un’eventuale trattativa. Santos ha dimostrato di comprendere questo momento, e le sue dichiarazioni immediatamente successive all’attentato mostrano il sangue freddo del nuovo presidente. “Il governo, quando riterrà che le circostanze saranno favorevoli – e ora non lo sono – aprirà le porte al dialogo”. Traducendo: non ci facciamo intimorire, se volete trattare deponete le armi. Una politica del bastone e della carota a cui Santos non è nuovo: una delle strategie più efficaci per battere i narcoterroristi è stata quella di accompagnare alla dura repressione militare dei benefici monetari per chi avesse abbandonato le armi. Grazie a questo sistema le organizzazioni armate hanno subito un’inarrestabile emorragia di personale, vedendo drasticamente ridotta la loro forza militare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Durante la campagna elettorale Santos ha promesso la creazione di posti di lavoro, il miglioramento delle condizioni di vita dei colombiani, e una solida crescita economica. Anche se la precedente amministrazione lascia in eredità una situazione economica positiva, con un PIL in crescita di oltre il 4% nel 2010 e miliardi di dollari di investimenti stranieri che si stanno riversando in Colombia, soprattutto dagli Stati Uniti, il nuovo presidente sa che la strada della crescita economica passa inevitabilmente attraverso la definitiva stabilizazzione politica, che la fine del conflitto colombiano porterebbe un indubbio beneficio economico al Paese, e che mai come ora vi è la concreta possibilità di porre fine a questo sanguinoso periodo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’elezione di Santos alla presidenza della Colombia è stata interpretata come l’ascesa di un “falco” che avrebbe infiammato la politica sudamericana, in particolare nelle relazioni con Venezuela ed Ecuador. Il neo-presidente invece ha riallacciato i rapporti con Caracas, incontrandosi con Chavez, e ha notevolmente migliorato le relazioni con Quito, invitando alla cerimonia di insediamento il presidente ecuadoregno, Rafael Correa, e consegnando alle forze di sicurezza del Paese vicino i computer sequestrati alle FARC durante l’Operazione Fenix.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Gli analisti si aspettavano che il nuovo Capo di Stato avrebbe cercato di debellare definitivamente la guerriglia attraverso la forza militare, portando la lotta al narcoterrorismo ad un livello di violenza ancora più elevato di quello già visto in questi anni. Santos ha invece pronunciato parole di ferma apertura nel suo primo discorso alla Nazione, ventilando la possiblità di dialogo con i gruppi armati, ma alle condizioni imposte dal governo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Gli esperti della politica colombiana vedevano nell’ex ministo della Difesa il delfino di Uribe, che avrebbe portato avanti in maniera rigorosa la politica della precedente amministrazione, e la presenza dell’ex presidente alla cerimonia di insediamento (una vera e propria rottura del protocollo voluta dallo stesso Santos) era il simbolo di questa continuità. E invece il nuovo presidente ha stupito tutti prendendo lentamente le distanze da alcune scelte fatte dal suo predecessore, soprattutto negli ultimi giorni della sua presidenza, e nominando suoi collaboratori alcune delle personalità che avevano mostrato disaccordo con le politiche di Uribe, dimostrando in questo modo originalità politica ed autonomia decisionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia ancora molti elementi della politica colombiana devono essere ancora chiariti da Santos, <em>in primis</em> il rapporto con gli Stati Uniti, con i quali la Colombia gode di una <em>special relationship</em> a livello sudamericano. Da Washington bisognerà attendere il segnale verde prima di intavolare qualsiasi trattavia con <em>narcos</em>, guerriglieri e terroristi, anche in virtù degli accordi in materia militare, commerciale e giudiziaria firmati tra i due Paesi, come ad esempio quello sull’estradizione di trafficanti dalla Colombia agli USA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La nuova presidenza colombiana potrebbe essere una sorpresa per tutti. Se questa linea politica dovesse essere mantenuta potrebbe portare ad una distensione del clima politico nel Cono Sud, dando nuovo impulso alla collaborazione tra Paesi latinoamericani e favorendo lo sviluppo economico e politico di tutta la regione. A prescindere da come verrà vinta, con le armi o con il dialogo, la guerra contro il narcoterrorismo è a un passo dalla fine, ed è un risultato storico che potrebbe essere raggiunto da questa amministrazione. In attesa di vedere se effettivamente sarà così, non si può che fare il tifo per questo nuovo orientamento positivo della politica colombiana e sudamericana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Carlo Cauti è laureando in Relazioni Internazionali (Università di Roma LUISS G. Carli)</em></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;<br />
</em></span></span></p>
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		<title>Cosa si prepara per il Venezuela</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 17:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[venezuela]]></category>

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		<description><![CDATA[L'attacco rivolto a Caracas dall'esterno non è solo mediatico, per quanto importante sia tale componente nella strategia antivenezuelana degli Stati Uniti. Esso ha più facce, e include piani d'intelligence, sovversione ed aggressione militare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cosa-si-prepara-per-il-venezuela/3181/" title="Cosa si prepara per il Venezuela"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_e_figlia.1x8p82ti79c0080wwkwkwgcwg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Cosa si prepara per il Venezuela" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Fonte: “<a href="http://www.jornada.unam.mx/2010/02/18/index.php?section=opinion&amp;article=024a1mun">La Jornada</a>”</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;attacco rivolto a Caracas dall&#8217;esterno non è solo mediatico, per quanto importante sia tale componente nella strategia antivenezuelana degli Stati Uniti. Esso ha più facce, e include piani d&#8217;intelligence, sovversione ed aggressione militare; vi prendono parte il Dipartimento di Stato ed il Comando Meridionale degli USA, per non parlare della “comunità d&#8217;intelligence” agli ordini dell&#8217;ammiraglio Dennis Blair, dell&#8217;oligarchia e del governo colombiani, e, forse, della controrivoluzione interna. Di tutto questo vi sono prove in abbondanza.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La vasta ed ossessiva guerra mediatica contro il Venezuela è entreta in una fase di delirio puro, in cui è abissale la distanza tra la realtà del paese e quanto descritto dai consorzi della stampa. Chi giudicasse il Venezuela unicamente sulla base di quanto vi trova scritto in quel tipo di stampa, giungerebbe alla conclusione che si tratti d&#8217;uno Stato fallito, in cui si giustifica qualsiasi cosa – fosse pure un golpe militare, un “magnicidio”, un intervento armato straniero oppure tutte queste cose assieme. Proprio il sentire comune che i suoi editori vorrebbero inculcare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I grandi <em>media </em>statunitensi, spagnoli e d&#8217;altri paesi della NATO, i membri della Società Interamericana della Stampa e le catene d&#8217;informazione telematica latinoamericane divulgano un&#8217;immagine così distorta della realtà venezuelana, che chiunque sia scevro da pregiudizi non riuscirebbe a riconoscere nella nazione così descritta quella in cui una decina di multinazionali – tra cui <em>Chevron</em> e <em>Repsol</em> – stanno per investire 80 milioni di dollari su un settore del giacimento petrolifero dell&#8217;Orinoco; quella in cui milioni di persone storicamente emarginate oggi godono di tutti i diritti, dove esiste una forte solidarietà popolare col presidente e fiducia verso il suo governo, espressa nella stabilità politica e nelle manifestazioni oceaniche come quella del 23 gennaio. Di recente l&#8217;esperto giornalista venezuelano Eleazar Díaz Rangel si è chiesto da dove la rivista “Newsweek” possa aver tratto le informazioni necessarie per avanzare una previsione tanto strampalata come quella secondo cui il presidente Hugo Chávez sarà esautorato quest&#8217;anno da un <em>golpe</em> militare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure, per quanto importante sia questa componente nella strategia antivenezuelana degli Stati Uniti, l&#8217;attacco esterno contro Caracas non è solo mediatico. Esso ha più facce ed include piani d&#8217;<em>intelligence</em>, sovversione ed aggressione militare; vi prendono parte il Dipartimento di Stato, il Comando Meridionale degli USA, la comunità d&#8217;<em>intelligence</em> agli ordini dell&#8217;ammiraglio Dennis Blair, l&#8217;oligarchia ed il governo colombiani, più o meno apertamente i governi e le forze politiche di destra dentro e fuori l&#8217;America Latina e, forse, la controrivoluzione interna. Per tutto ciò vi sono prove in abbondanza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La controrivoluzione interna è assolutamente necessaria per dare l&#8217;immagine d&#8217;un paese in rivolta ed ingovernabile, e serve all&#8217;opera di spionaggio e sovversione condotta dai servizi segreti statunitensi; tuttavia, lo scarso seguito e prestigio di cui essa gode all&#8217;interno del Venezuela ha costretto Washington a reclutare studenti della classe media per addestrarli alle tecniche delle rivoluzioni colorate, usando fondi dell&#8217;Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (acronimo inglese USAID) e del <em>National Endowment for Democracy</em>, entrambe organizzazioni di facciata della CIA. Tuttavia, questo gruppo ha già perso l&#8217;impeto iniziale, e la moltitudine di giovani bolivariani che ha manifestato pochi giorni fa a Caracas ne ha sventato le azioni criminali, senza lasciar dubbi sull&#8217;appoggio goduto dal governo in seno alla gioventù.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per la rivoluzione come per la controrivoluzione la battaglia più importante dell&#8217;anno saranno le elezioni legislative del 26 settembre. Però la controrivoluzione, unita solo dall&#8217;odio verso Chávez, sta lottando ferocemente al suo interno per scegliere le candidature da presentare; soprattutto, non si crede che potrà impedire ai bolivariani di conquistare i due terzi dei seggi all&#8217;Assemblea Nazionale, ossia quelli necessari a mantenere la rotta rivoluzionaria. Così si spiega il tentativo d&#8217;incolpare Chávez per i problemi relativi alla fornitura idrica ed elettrica, dovuti ad una delle più gravi siccità di cui si conservi memoria, e che il governo sta affrontando con grande energia, incaricando di risolvere l&#8217;emergenza Alí Rodríguez, uno dei suoi quadri migliori.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per capire cosa si prepari contro il Venezuela nulla è però più eloquente  delle parole contenute nel Rapporto Nazionale dell&#8217;Intelligence presentato al Congresso di Washington dall&#8217;ammiraglio Blair: «In Venezuela, Bolivia e Nicaragua dirigenti popolisti (…) si sono uniti per respingere l&#8217;influenza degli Stati Uniti (…) nella regione. Il Presidente del Venezuela (…) s&#8217;è affermato come uno dei principali detrattori degli USA a livello internazionale». Se questo è ciò che si dice pubblicamente&#8230;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(<em>trad. di Daniele Scalea</em>)<br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>* Ángel Guerra Cabrera è un giornalista cubano risiedente in Messico; è editorialista del quotidiano “La Jornada” di Città del Messico, uno dei più diffusi del paese.</strong></span></span></p>
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		<title>Venezuela e Argentina. Quinto potere e legittimazione dei governi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:14:20 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 24 gennaio 2010, esattamente a mezzanotte e un secondo, l’emittente venezuelana RCTV International ha cessato le sue trasmissioni via cavo. Si conclude così, tra polemiche ed incognite, una vicenda iniziata nel 2002. In Argentina si sta verificando una situazione simile, seppure con fondamenti storici differenti, permane una netta lotta tra grandi gruppi editoriali e governo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/venezuela-argentina-quinto-potere/2984/" title="Venezuela e Argentina. Quinto potere e legittimazione dei governi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cristina_fernandez_hugo_chavez_2009_8_10_16_10_0.8dhosqutc9gc0kossgkg4sos8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="62" alt="Venezuela e Argentina. Quinto potere e legittimazione dei governi" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Si può parlare di censura quando i media non tutelano la verità nell’informazione e scavalcano la volontà popolare? Quale libertà di stampa è davvero in pericolo?</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il 24 gennaio 2010, esattamente a mezzanotte e un secondo, l’emittente venezuelana <em>RCTV International</em> ha cessato le sue trasmissioni via cavo. Si conclude così, tra polemiche ed incognite, una vicenda iniziata nel 2002.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nell’aprile del 2002 la coalizione anti Chávez, con a capo Pedro Carmona, diede vita ad una manifestazione per reclamare le dimissioni del presidente democraticamente eletto Hugo Chavez. Federcámeras, l’influente sindacato <em>CTV</em> ed i partiti dell’opposizione, forti dell’appoggio economico – e non solo – degli Stati Uniti, portarono a termine il golpe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il governo eletto fu nuovamente legittimato nel luglio dello stesso anno, dopo una giornata di scontri e disordini, grazie alla volontà popolare che reclamava il ritorno di Chávez alla guida del paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel periodo del <em>golpe</em>, però, un altro attore si impone all’attenzione internazionale: i <em>media</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">In particolare <em>Venevisión</em> – una delle più grandi emittenti venezuelane e la più popolare del paese – diffuse false informazioni per fomentare la rivolta e sostenere le forze anti Chávez, coinvolgendo anche la <em>Cnn</em> con dichiarazioni rilasciate dalle alte sfere del governo Carmona.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E anche la discussa – e ormai zittita – <em>RCTV International</em> si schierò senza riserve in favore dei golpisti. La totale mancanza di un punto di vista imparziale nell’informazione faceva parte del piano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il pomeriggio dell’11 luglio scoppiò uno scontro violento tra la folla in agitazione – abbandonata a se stessa dopo essere stata aizzata da alcuni membri dell’opposizione – ed i sostenitori di Chávez. Il bilancio fu di circa venti vittime, tra morti e feriti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su nessun mezzo di informazione venezuelano è possibile trovare tracce di questi eventi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La tensione mediatica era tutta protesa a legittimare l’insurrezione militare e la conseguente caduta del governo di Chávez. Anche a costo di falsificare, montare e intercettare ogni notizia destinata alla popolazione e all’opinione pubblica internazionale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I più sembrano aver dimenticato il ruolo di <em>RCTV</em> – così come di <em>Venevisión</em> e del canale <em>all news</em> <em>Globovisión</em>, grande avversaria del governo Chávez  – nel colpo di stato del 2002. Quindi i più sono rimasti turbati da quanto avvenuto nel 2007, quando l’emittente abbandonò le trasmissioni via etere, ufficialmente a causa della scadenza del contratto che concede le frequenze, contratto che lo stato può decidere di concedere ad un altro <em>network</em>. La più alta Corte venezuelana ha confermato le ragioni del governo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La verità è che RCTV partecipò in modo determinante al golpe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Andres Izarra, manager di produzione fino all’aprile 2002, era contrario al colpo di stato a tal punto da rassegnare le dimissioni, per non macchiarsi di complicità. In seguito e dinanzi all’Assemblea Nazionale, Izarra dichiarò che, a partire dal giorno in cui la situazione precipitò, gli fu formalmente ordinato da Marcel Granier – proprietario di <em>RCTV </em>e di un’altra quarantina di emittenti – di non far passare alcuna notizia su Chávez o sui personaggi a lui vicini. Risultato? I notiziari di <em>RCTV</em> si limitarono a diffondere la notizia delle dimissioni del presidente Hugo Chávez, quando in realtà era nelle mani dei golpisti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I cartoni animati riempirono il palinsesto televisivo nel giorno in cui milioni di venezuelani scesero in piazza pretendendo il ritorno al governo dell’uomo che avevano eletto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Una <em>troupe </em>di giornalisti irlandesi bloccati per caso in Palazzo Miraflores – il palazzo sede del governo – ci ha lasciato una rara testimonianza di quanto avvenne: il documentario <em>“La rivoluzione non sarà teletrasmessa”</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La bilancia delle proprietà delle emittenti radiotelevisive venezuelane pende del tutto verso i privati. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Internazionale sui Media, quasi tutti i mezzi di informazione – non solo televisione, ma anche radio e giornali – sono di proprietà privata. Il mercato televisivo è quasi completamente controllato da quattro emittenti, ovviamente private: <em>RCTV</em>, <em>Globovisión</em>, <em>Venevisión</em> e <em>Televen</em>. Questo almeno fino ad oggi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su 81 emittenti televisive, 79 (97%) sono private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su 709 emittenti radiofoniche, 706 (99%) sono private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su 118 testate giornalistiche, 118 (100%) sono private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’informazione non è solo nelle mani di privati, ma, nella maggior parte dei casi, è apertamente contraria al governo di Chávez. Situazione bizzarra e forse paradossale in uno stato dove il governo sembra essere supportato da più dei due terzi della popolazione totale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">È ancora l’Osservatorio per i Diritti Umani ad offrire una prospettiva diversa. Nel 2002 riferisce: “Lungi dal fornire un’informazione onesta e veritiera, i media in gran parte cercano di provocare il malcontento popolare a supporto dell’ala estremista dell’opposizione”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Certo è che </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>RCTV</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> ha seguito imperterrita la sua strada: oltre all’appoggio ai golpisti, ha rifiutato di trasmettere le “catene televisive” – c</span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">omunicazioni di interesse nazionale delle varie istituzioni dello Stato</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>, </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">i messaggi più frequenti sono quelli che illustrano le</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong> </strong></span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">principali azioni politiche del governo</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong> – </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">contravvenendo alla legge venezuelana in materia di responsabilità sociale degli operatori radio e televisivi, pur sapendo di andare incontro a severe sanzioni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non è escluso che l’emittente abbia cercato un pretesto per ristrutturare l’attività, di certo danneggiata dal passaggio alle sole trasmissioni via cavo, con meno ascolti e meno inserzionisti pubblicitari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La posizione del governo, comunque, non è contestabile se prendiamo in considerazione lo stato dell’arte dell’informazione in Venezuela. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Più preoccupante è la chiusura di 34 emittenti radiofoniche nell’agosto del 2009, ufficialmente sempre a causa della scadenza dei contratti per le frequenze, ma verificatasi in concomitanza alla discussione di una nuova normativa su giornali, radio e televisione. Normativa che prevede sanzioni severe per chi diffonde notizie dannose per gli interessi dello Stato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non dimentichiamo che il Venezuela si colloca al 124° posto (su 175 paesi) della classifica relativa alla libertà di stampa stilata annualmente da <em>Reporter Sans Frontieres</em>, segnale difficile da ignorare e che evidenzia la fallacia del sistema e la precarietà dell’equilibrio democratico nel paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">In Argentina si sta verificando una situazione simile, seppure con fondamenti storici differenti, permane una netta lotta tra grandi gruppi editoriali e governo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I protagonisti, in questo caso, sono la presidentessa Cristina Elizabeth Fernández de Kirchner – eletta nel 2007, capo del <em>Fronte per la Vittoria</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">, fondato assieme al marito e che incarna l’anima di sinistra del peronismo</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> – ed il gruppo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Clarin</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> – a capo di diverse testate, di un canale televisivo e di tre emittenti radiofoniche – notoriamente antiperonista e maggiore impresa editoriale dell’Argentina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La campagna del gruppo editoriale sarebbe tesa a demonizzare il governo e a portare avanti una cospirazione che dovrebbe portare alla destituzione dell’attuale governo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Un emendamento del 1983 alla legge nota come 22.285 – adottata durante la dittatura militare del 1980 – ha ridimensionato l’ingerenza dello stato sui mezzi di comunicazione e permesso la nascita di grandi concentrazioni private. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La tensione tra il governo ed i mezzi di comunicazione – anche in questo caso ci troviamo di fronte a  percentuali molto alte di emittenti e giornali di proprietà privata – rimane forte, ma si stanno verificando dei progressi, almeno in campo legislativo. Una legge impedisce la concentrazione dei mezzi di comunicazione in mano a pochi individui.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’Argentina è al 47° posto della classifica di <em>Reporter Sans Frontieres</em>. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">C’è da porsi una domanda: in un sistema in cui i mezzi di informazione sono del tutto controllati da pochi e ricchi cittadini è possibile parlare di tutela della libertà di informazione? </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E poi quanto è legittimo, per un governo, porre alcuni organi di stampa nelle condizioni di non poter perseguire il fine della protesta o della denuncia sociale?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Se c’è, qual è il confine della libertà di informazione?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il punto, in paesi come Argentina o Venezuela, è far fronte ad una situazione politica di non facile interpretazione, con in ballo interessi internazionali, sotto la sfera dell’influenza statunitense, dimentichi – a volte – della spinta verso l’integrazione regionale e verso una maggiore e reale democratizzazione di stampa e tv. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quando si parla di libertà di espressione e di stampa generalizzare è impossibile e farsi un’opinione molto difficile, soprattutto non potendo vivere la situazione dall’interno. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cadere nello stereotipo di presidenti dittatori e oscurantisti sarebbe imperdonabile, ma non lo è interpretare con coscienza dati obiettivi che ci permettono di percepire meglio parti della realtà.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>* Francesca Penza si occupa di America Indiolatina per il sito di “Eurasia”</strong></span></span></p>
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		<title>Discorso del presidente Chavez alla XV Conferenza sul mutamento climatico</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 14:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
		<category><![CDATA[mutamento climatico]]></category>
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		<description><![CDATA[Discorso del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo R. Chavez Frias pronunciato a Copenaghen il 16 dicembre 2009 in occasione della XV Conferenza internazionale dell'ONU sul mutamento climatico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/discorso-del-presidente-chavez-alla-xv-conferenza-sul-mutamento-climatico/2821/" title="Discorso del presidente Chavez alla XV Conferenza sul mutamento climatico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hugo_chavez.e3t7ioqvl40kgo40swo48ck08.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Discorso del presidente Chavez alla XV Conferenza sul mutamento climatico" ></div></a><p><font size="2"> XV CONFERENZA INTERNAZIONALE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUL MUTAMENTO CLIMATICO</p>
<p>DISCORSO DEL PRESIDENTE CHÁVEZ A COPENAGHEN</p>
<p>16 DICEMBRE 2009</p>
<p>Signor Presidente, signori, signore, eccellenze, amiche, amici, vi prometto che non parlerò più di quello che ho parlato questo pomeriggio, consentitemi un commento di apertura che avrei voluto facesse parte del punto precedente esposto dalla delegazione del Brasile, della Cina, dell’India e della Bolivia, anche noi volevamo chiedere la parola, ma non è stato possibile ottenerla. Ha parlato la rappresentante della Bolivia, a proposito, i miei saluti al compagno Presidente Evo Morales, che si trova lì, Presidente della repubblica della Bolivia.</p>
<p>La rappresentante boliviana ha detto, tra le altre cose, quanto segue, ho preso nota, ha detto: il testo presentato non è democratico, non è inclusivo.</p>
<p>Io stavo appena arrivando e stavamo prendendo posto quando abbiamo ascoltato alla Presidentessa della sessione precedente, la ministra, lì circolava un documento, ma nessuno ne era a conoscenza, ho chiesto per quel documento, ancora non l’abbiamo, credo che nessuno sappia di quel documento top secret.</p>
<p>Certamente, ora la compagna boliviana l’ha detto, non è democratico, non è inclusivo, dunque, signore e signori:</p>
<p>Non è forse questa la realtà di questo mondo?</p>
<p>Siamo forse in un mondo democratico, inclusivo del sistema mondiale attuale?</p>
<p>Ciò che viviamo in questo pianeta è una dittatura imperiale e da questa sede continuiamo a denunciarla, abbasso la dittatura imperiale! Evviva i popoli e la democrazia e l’uguaglianza in questo pianeta!</p>
<p>E quello che qui vediamo è un riflesso di ciò: esclusione.</p>
<p>C’è un gruppo di paesi che pensa di essere superiore a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi i sottosviluppati, o come afferma il grande amico Eduardo Galeano: noi i paesi travolti da un treno che ci ha investito nella storia.</p>
<p>Di modo che non ci dobbiamo stupire di questo, non ci stupiamo, non c’è democrazia nel mondo e qui siamo, ancora una volta, davanti a una potente evidenza della dittatura imperiale mondiale. Successivamente, sono entrati due giovani, per fortuna gli agenti dell’ordine sono stati cortesi, c’è stata qualche spinta, ma hanno collaborato. Lì fuori c’è molta gente, sapete?, certo, non entrerebbero in questa sala; ho appreso dai giornali che ci sono stati alcuni detenuti, qualche protesta violenta, lì per le strade di Copenaghen, e voglio salutare a tutta quella gente che si trova là fuori, la maggior parte di loro giovani.</p>
<p>Certo, sono giovani preoccupati, credo che, a ragione, molto più di noi per il futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte di quelli che stiamo qui – il sole ormai alle spalle, loro ce l’hanno di fronte e sono molto preoccupati.</p>
<p>Uno potrebbe dire, signor Presidente, che un fantasma si aggira per Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma si aggira per le strade di Copenaghen, e credo che quel fantasma si muove in silenzio in questa sala, è lì, tra di noi, s’inserisce tra i corridoi, esce da sotto, sale, quel fantasma è un fantasma spaventoso, quasi nessuno vuole farne il nome: il capitalismo è questo fantasma, quasi nessuno lo vuole nominare.</p>
<p>È il capitalismo, lì ruggiscono i popoli, si ascolta là fuori.</p>
<p>Ho letto alcune parole d’ordine che si trovano scritte per strada, e ho l’impressione che le parole d’ordine di questi giovani, alcune di esse le ho ascoltate quando quel giovane e quella giovane stavano lì, ci sono due di cui ho preso nota. C’è una in particolare che recita: Non cambiate il clima, cambiate il sistema.</p>
<p>E la faccio mia.</p>
<p>Non cambiamo il clima. Cambiamo il sistema!</p>
<p>E, di conseguenza, cominciamo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta distruggendo la vita, minaccia con sterminare definitivamente la specie umana.</p>
<p>E l’altro lemma stimola alla riflessione. Si adegua molto bene con la crisi bancaria che ha percorso il mondo e che tuttora lo colpisce, e con la forma su come i paesi del Nord opulento hanno aiutato i banchieri e le grandi banche, solo gli Stati Uniti, ebbene, hanno smarrito la cifra, che è astronomica, per salvare le banche. Per strada si sente dire quanto segue: “Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato”.</p>
<p>E credo che ciò corrisponda al vero. Se il clima fosse una banca capitalista delle più grandi, i governi ricchi l’avrebbero già salvata.</p>
<p>Credo che Obama non sia ancora arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi lo stesso giorno in cui spediva altri trenta mila soldati ad ammazzare innocenti in Afganistan, e adesso, il Presidente degli Stati Uniti, viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace.</p>
<p>Ma gli Stati Uniti hanno la macchinetta per fare i bigliettoni, per fare i dollari, e hanno salvato, cioè, credono di avere salvato, le banche e il sistema capitalista.</p>
<p>Dunque, questo commento marginale, era ciò che volevo fare di là, stavamo alzando la mano per accompagnare il Brasile, l’India, la Bolivia, la Cina nella loro interessante posizione che il Venezuela e i paesi dell’Alleanza Bolivariana condividono con fermezza; ma, purtroppo, non ci hanno consentito di parlare, di modo che non mi conteggi questi minuti, per favore, Presidente.</p>
<p>Osservate, lì ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere lo scrittore francese, Hervé Kempf, raccomando il suo libro, lo consiglio, si trova in spagnolo – lì vedo Hervé – anche in francese, sicuramente in inglese: “<em>Come i ricchi distruggono il pianeta</em>”. Per questa ragione Cristo disse: &#8220;che è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che un ricco sieda in Paradiso&#8221;. Ciò l’ha detto Cristo il nostro signore.</p>
<p>I ricchi stanno distruggendo il pianeta.</p>
<p>Vorranno spostarsi forse verso un altro pianeta quando distruggeranno questo?</p>
<p>Avranno dei piani per andarsene a un altro pianeta?</p>
<p>Fino ad ora non si è avvistato nessun pianeta nell’orizzonte della galassia.<br />
Non appena questo libro mi è giunto, me l’ha regalato Ignacio Ramonet, il quale anche lui si trova in questa sala; e mentre finivo la lettura del prologo o del preambolo del libro, c’è una frase molto importante che mi ha colpito, Kempf afferma quanto segue, leggo: “Non potremmo ridurre il consumo materiale a livello globale se prima non facciamo in modo che i potenti scendano alcuni scalini e anche se non lottiamo contro l’ineguaglianza. Si rende necessario che al principio ecologista, così utile nell’ora di prendere coscienza, pensare globalmente e agire localmente, si aggiunga anche il principio che impone la circostanza: consumare meno e spartire meglio”. Penso che sia un buon consiglio quello che ci offre questo scrittore francese, Hervé Kempf.<br />
Ora dunque, signor Presidente, il cambiamento climatico è, senza ombra di dubbio, il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, forti tempeste, uragani, disgeli, innalzamento del livello medio del mare, acidificazione degli oceani e ondate di caldo, tutto ciò rende acuto l’impatto delle crisi globali che ci colpiscono.</p>
<p>L’attuale attività umana supera la soglia della sostenibilità, mettendo al repentaglio la vita nel pianeta, ma anche su questo siamo profondamente ineguali.</p>
<p>Voglio ricordare che: i 500 milioni di persone più ricche, 500 milioni, ciò equivale al 7%, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, quei cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del 50% delle emissioni inquinanti, per questa ragione mi incuriosisce, è un po’ strano, mettere qui gli Stati Uniti e la Cina allo stesso livello. Dunque, gli Stati Uniti hanno solo, arriveranno forse, a 300 milioni di abitanti.</p>
<p>La Cina possiede quasi cinque volte in più la popolazione degli Stati Uniti.</p>
<p>Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili giornalieri di petrolio, la Cina raggiunge appena 5,6 milioni di barili giornalieri, non si può chiedere lo stesso agli Stati Uniti e alla Cina.</p>
<p>Questi sono i temi di cui bisogna discutere, magari i capi di Stato e di Governo potessimo sederci a dialogare seriamente, sulla verità di questi argomenti.</p>
<p>Poi, signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta è in rovina, il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati dei testimoni impassibili della deforestazione, la trasformazione delle terre, la desertificazione, l’alterazione dei sistemi di acqua dolce, il sovra sfruttamento delle risorse marittime, l’inquinamento e la perdita della biodiversità.</p>
<p>L’utilizzo esacerbato della terra supera il 30% della sua capacità per rigenerarla. Il pianeta sta perdendo quello che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, ciò lo sta perdendo il pianeta terra, ogni giorno che passa, si produce una quantità maggiore di rifiuti di quella che può essere processata. La sopravvivenza della nostra specie tormenta la coscienza dell’umanità. Nonostante l’urgenza, sono trascorsi due anni di negoziati per concludere un secondo periodo di compromesso sotto il Protocollo di Kyoto e ci troviamo in questo appuntamento privi di un reale e significativo accordo.</p>
<p>A proposito, sul documento che viene dal nulla, come alcuni l’hanno definito, il rappresentante cinese, il Venezuela, i paesi dell’ALBA e l’Alleanza Bolivariana dicono che non accettiamo, sin da ora lo ribadiamo, nessun altro documento che non sia quello proveniente dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e dalla Convenzione, sono documenti legittimi che in questi anni si stanno discutendo con molta intensità.</p>
<p>E in queste ultime ore, credo che voi non avete dormito e, inoltre, non avete pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora spunti fuori un documento dal nulla, come affermate.</p>
<p>L’obiettivo scientificamente fondato di ridurre l’emissione dei gas inquinanti e riuscire a creare un convegno di cooperazione a lungo termine ovunque, oggi, a quest’ora, sembra che sia fallito, per ora.</p>
<p>La ragione, quale può essere? Non abbiamo dubbi.</p>
<p>La ragione è l’atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica da parte delle nazioni più forti del pianeta, nessuno si deve sentire offeso, faccio ricorso al grande José Gervasio Artigas quando disse: “Con la verità non offendo né ho paura”. Ma, in verità, è un atteggiamento irresponsabile di marce, di contromarce, di esclusione, di gestione elitaria, di un problema che riguarda tutti e che solo possiamo risolvere tutti quanti.</p>
<p>Il conservatorismo politico e l’egoismo dei grandi consumatori dei paesi più ricchi, denotano un’elevata insensibilità e mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con i più vulnerabili alle malattie, alle calamità naturali. Signor Presidente, è imprescindibile un nuovo e unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza dei suoi contributi e delle sue capacità economiche, finanziarie e tecnologiche e che si fondi nel rispetto senza restrizioni dei principi contenuti nella Convenzione.</p>
<p>I paesi sviluppati dovrebbero stabilire compromessi vincolanti, chiari e concreti per quanto concerne la sostanziale diminuzione delle loro emissioni e assumere obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del mutamento climatico. In questo senso, la singolarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati, dovrebbe essere pienamente riconosciuta.</p>
<p>Signor Presidente, il mutamento climatico non è l’unico problema che colpisce attualmente l’umanità, altri flagelli e ingiustizie ci insidiano, la breccia che separa i paesi ricchi e poveri non ha smesso di crescere, nonostante tutti gli obiettivi del millennio, il summit di finanziamento di Monterrey, tutti quei summit come esponeva il presidente del Senegal, denunciando una grande verità, promesse e promesse incompiute e il mondo continua la sua marcia distruttiva.</p>
<p>Il totale degli utili dei cinquecento individui più ricchi del mondo è superiore alle entrate dei quattrocentosedici milioni di persone più povere, i duemilaottocento milioni di persone che vivono nella povertà con meno di 2 dollari il giorno e che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, ottiene solo il 5% dell’ingresso mondiale.</p>
<p>Attualmente muoiono 9,2 milioni di bambini l’anno prima di raggiungere il quinto anno di vita e il 99,9% di queste morti accadono nei paesi più poveri.</p>
<p>La mortalità infantile è pari a 47 morti por ogni mille nati vivi, ma è di solo 5 per ogni mille nei paesi ricchi. La speranza di vita nel pianeta è, in media, di 67 anni, nei paesi ricchi è di 79, mentre in alcune nazioni povere raggiunge solo i 40 anni.</p>
<p>Per giunta, esistono millecento milioni di abitanti senza che possano accedere all’acqua potabile, duemilaseicento milioni privi di servizio di risanamento, più di ottocento milioni di analfabeti e milleventi milioni di persone affamate, questo è l’attuale scenario del mondo.</p>
<p>Ora, la causa, quale è la causa?</p>
<p>Parliamo della causa, non eludiamo le responsabilità, non eludiamo la profondità di questo problema, la causa, senza dubbio, e ritorno sull’argomento di questo disastroso panorama, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e il suo modello in persona: il capitalismo.</p>
<p>Ho qui con me una citazione, che voglio leggervi brevemente, del teologo della liberazione Leonardo Boff, come sappiamo, il nostro americano è brasiliano. Leonardo Boff su quest’argomento spiega quanto segue:</p>
<p>“Quale è la causa? Ah, la causa è il sogno di trovare la felicità mediante l’accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando per tale scopo la scienza e la tecnica, mediante le quali si possono sfruttare, illimitatamente, tutte le risorse della terra”; e, più avanti, Boff cita a Charles Darwin e la sua “Selezione naturale”, la sopravvivenza dei più forti, ma sappiamo che i più forti sopravvivono sulle ceneri dei più deboli.</p>
<p>Jean Jacques Rousseau, bisogna ricordarlo, diceva che: tra il forte e il debole la libertà opprime. È per tale ragione che l’impero parla di libertà, è la libertà per opprimere, per invadere, per assassinare, per annientare, per sfruttare, quella è la sua libertà e Rousseau aggiunge la frase salvifica: solo la legge lo può liberare.</p>
<p>Ci sono alcuni paesi che stanno giocando il gioco che qui non esista un documento, perché appunto non vogliono una legge, non vogliono una norma, perché mediante l’inesistenza di quella norma consente loro di giocare con la loro libertà sfruttatrice, la loro libertà travolgente.</p>
<p>Facciamo uno sforzo e insistiamo da qui e nelle strade affinché da questa sede venga fuori un compromesso, si elabori un documento che comprometta i paesi più forti della terra.</p>
<p>Dunque, si domanda signor Presidente, Leonardo Boff, &#8211; Lei ha avuto modo di conoscerlo? Non so se Leonardo ha potuto assistere qui, l’ho conosciuto recentemente in Paraguay, ma l’abbiamo sempre letto -, può una terra finita reggere un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito è un modello distruttivo, prendiamone atto. Dopo, Boff ci domanda: cosa potremmo aspettarci da Copenaghen? Solo questa semplice confessione: “Così come stiamo non possiamo continuare” e, un semplice intento, cambiamo rotta, facciamolo, ma senza cinismo, senza menzogna, senza doppie agende, senza documenti usciti dal nulla, con la verità davanti.</p>
<p>Fino a quando, ci domandiamo dal Venezuela signor Presidente, signore, signori, fino a quando continueremo a consentire tali ingiustizie e ineguaglianze; fino a quando continueremo a tollerare l’attuale ordine economico internazionale e i meccanismi di mercato in corso; fino a quando consentiremo che le grandi epidemie come l’HIV AIDS rada intere popolazioni; fino a quando consentiremo che gli affamati non possano cibarsi, né nutrire i propri figli; fino a quando consentiremo che continuino a morire milioni di bambini da malattie guaribili; fino a quando consentiremo la presenza di conflitti armati che massacrano milioni di esseri umani innocenti, con il fine di appropriarsi delle risorse degli altri popoli.</p>
<p>Che cessino le aggressioni e le guerre, è quello che chiediamo i popoli del mondo agli imperi, a coloro che pretendono continuare dominare il mondo e sfruttarci.</p>
<p>Non più la presenza di basi imperiali militari, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto ed equo, sradichiamo la povertà, fermiamo immediatamente gli alti livelli di emissioni, freniamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambio climatico, integriamoci nel nobile progetto di essere tutti più liberi e solidali.</p>
<p>Signor Presidente, circa due secoli fa un venezuelano universale, liberatore di nazioni e precursore di coscienze, lasciò ai posteri un apoftegma pieno di volontà: “Se la natura si oppone, lotteremo contro di essa e agiremo affinché ci obbedisca…”, era Simón Bolívar, il Libertador.</p>
<p>Dal Venezuela Bolivariano, dove un giorno come oggi, dieci anni fa, esattamente dieci anni fa vivemmo tutti la tragedia climatica più grande della nostra storia: la cosiddetta tragedia di Vargas, da quel Venezuela la cui Rivoluzione si sforza di conquistare la giustizia per tutto il popolo. La quale solo è possibile seguendo la strada del socialismo, il socialismo, l’altro fantasma di cui parlava Karl Marx, che si aggira per il mondo, anzi, il socialismo è come se fosse un antifantasma, quello è il percorso, quella è la strada per la salvezza del pianeta, non ho il minor dubbio, e il capitalismo è la strada all’inferno, alla distruzione del mondo. Il socialismo, da quel Venezuela, affronta le minacce dell’impero americano.</p>
<p>Dai paesi che conformiamo l’ALBA, l’Alleanza Bolivariana, esortiamo, io vorrei, con rispetto, dal profondo della mia anima, esortare in nome dei molti di questo pianeta, esortiamo i governi e i popoli della Terra, parafrasando Simón Bolívar, Il Libertador, se la natura distruttrice del capitalismo si oppone, lottiamo contro di essa e agiamo affinché ci obbedisca, smettiamo di aspettare la morte dell’umanità con le braccia incrociate .</p>
<p>La storia ci chiama all’unione e alla lotta.</p>
<p>Se il capitalismo offre resistenza, noi siamo obbligati a dare battaglia contro il capitalismo e aprire le strade della salvezza della specie umana, tocca a noi, innalzando le bandiere di Cristo, di Maometto, dell’uguaglianza, dell’amore della giustizia, dell’umanesimo, del più vero e profondo umanesimo. Se non lo dovessimo fare, la più meravigliosa creazione dell’universo: l’uomo, sparirà, non ci sarà più.</p>
<p>Questo pianeta possiede milioni di migliaia di anni e questo pianeta ha vissuto senza di noi, la specie umana, per milioni di migliaia di anni, vale a dire, non ha bisogno di noi per esistere. Invece, noi senza la terra non viviamo e stiamo distruggendo la Pachamama, come dice Evo, come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica.</p>
<p>Infine, signor Presidente, per terminare, ascoltiamo Fidel Castro quando disse: “Una specie è in pericolo di scomparsa, l’uomo”. Ascoltiamo Rosa Luxemburg quando disse: “Socialismo o barbarie”. Ascoltiamo Cristo il redentore quando disse: “Beati i poveri perché sarà loro il regno dei cieli”.</p>
<p>Signor Presidente, signore e signori, facciamo in modo che questa Terra non diventi la tomba dell’umanità, facciamo di questa Terra un cielo, un cielo di vita, di pace, e di pace di fratellanza per tutta l’umanità, per la specie umana.</p>
<p>Signor Presidente, signore e signori, molte grazie e buon appetito.</font></p>
<p>(trad. di V. Paglione)</p>
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