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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Hugo Chavez</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
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		<title>La sorprendente politica del nuovo presidente colombiano: falco o colomba?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 12:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 7 agosto scorso si è tenuta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente della Colombia, Juan Manuel Santos. Il giuramento del nuovo Capo di Stato è stato preceduto da giorni di forte tensione tra la Colombia e il Venezuela, sfociati nello spiegamento di forze militari al confine tra i due Paesi e nella rottura dei rapporti diplomatici. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5571/la-sorprendente-politica-del-nuovo-presidente-colombiano-falco-o-colomba" title="La sorprendente politica del nuovo presidente colombiano: falco o colomba?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/santos_chavez_vc.an6xqx4d9ag4480w48cocs0w4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="La sorprendente politica del nuovo presidente colombiano: falco o colomba?" ></div></a><p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il 7 agosto scorso si è tenuta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente della Colombia, Juan Manuel Santos. Il giuramento del nuovo Capo di Stato è stato preceduto da giorni di forte tensione tra la Colombia e il Venezuela, sfociati nello spiegamento di forze militari al confine tra i due Paesi e nella rottura dei rapporti diplomatici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il 22 luglio l’ambasciatore colombiano presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) aveva accusato il Paese vicino di supportare i narcoterroristi delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), ospitando almeno 1500 membri dell’organizzazione in 87 basi dislocate sul territorio venezuelano, al confine con la Colombia. L’ambasciatore ha mostrato foto e video aerei con identificazione di coordinate, che inchioderebbero Caracas alle sue responsabilità, tra cui un’immagine di uno dei leader delle FARC disteso a prendere il sole su una spiaggia venezuelana con tanto di birra Polar (il marchio più famoso del Venezuela) in mano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Poteva essere l’ennesima riproposizione di un copione già visto nei travagliati rapporti tra i due Paesi sudamericani: la Colombia accusa il Venezuela di ospitare narcoterroristi, Caracas risponde accusando Bogotà di essere “serva degli Stati Uniti”, si rompono le relazioni diplomatiche ed entrambi i Paesi spediscono un paio di divisioni alla frontiera a guardarsi in cagnesco.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In pratica è successo anche questa volta, ma un elemento di novità ha risolto rapidamente e efficacemente la crisi, con incoraggianti segnali che fanno sperare in una definitiva stabilizzazione nelle relazioni diplomatiche tra i due Stati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel suo discorso inaugurale, infatti, il neo-presidente Santos ha pronunciato parole di apertura nei confronti del Venezuela, e ha dichiarato che “la parola guerra non è inclusa nel mio vocabolario”. Alla cerimonia è stato invitato anche Chavez, che tuttavia non ha partecipato, venendo rappresentato dal suo ministro degli Esteri, Nicolas Maduro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Pochi giorni dopo l’insediamento, il nuovo presidente colombiano e il leader venezuelano si sono incontrati a Santa Marta, in Colombia, promettendo pace duratura, scambiandosi attestati di stima e lasciando completamente spiazzati analisti e diplomatici di tutto il mondo, che fino alla settimana prima temevano lo scoppio di ostilità tra i due Paesi. Cosa è accaduto? Cosa ha trasformato il “duro” ex ministro della Difesa del governo Uribe, che non aveva avuto remore nell’ordinare l’attacco contro le basi delle FARC in territorio equadoregno, in un araldo della pace? E come è stato possibile un così rapido mutamento del <em>caudillo</em> venezuelano, che fino a poche ore prima aveva pronosticato guerra e devastazioni per l’odiato vicino filoamericano, e che ora tiene una conferenza stampa congiunta con il suo presidente?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un nuovo inizio con Caracas</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quando lo scorso 20 giugno Juan Manuel Santos vinse le elezioni presidenziali tutti gli osservatori e gli esperti della politica colombiana annunciarono che la linea dura contro le FARC e contro i Paesi vicini accusati di sostenere i narcoterroristi, portata avanti negli otto anni del governo di Alvaro Uribe, sarebbe diventata una linea durissima, viste le credenziali del neo-eletto presidente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Santos, ministro della Difesa dal 2006 al 2010, considerato un “falco” dell’amministrazione Uribe, aveva portato avanti una lotta senza esclusione di colpi contro le organizzazioni terroriste e i narcotrafficanti colombiani (molto spesso due facce della stessa medaglia, cosa che ha fatto nascere il termine “narcoterroristi”). L’azione del governo si era concentrata in particolare contro le FARC, che all’inizio del primo mandato di Uribe, nel 2002, contavano oltre 20.000 effettivi e controllavano gran parte del territorio nazionale. Durante il suo mandato ministeriale Santos autorizzò numerose operazioni militari che decimarono la leadership del gruppo, come ad esempio la famosa “Operazione Fenix”, nella quale fu ucciso il numero due delle FARC Raul Reyes con un’incursione aerea sul territorio dell’Ecuador, provocando una crisi diplomatica ancora in corso tra Bogotà e Quito, e l’”Operazione Scacco”, che portò alla liberazione dell’ex candidata alla presidenza Ingrid Betancourt. A questi successi militari tuttavia si devono sommare anche scandali di abusi di potere da parte di membri delle Forze Armate Colombiane spesso coperti dal governo, e i numerosi casi dei “Falsi Positivi”, veri e propri omicidi di innocenti cittadini colombiani, per la maggior parte poveri contadini, che venivano presentati come guerriglieri caduti in combattimento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La gestione della Difesa da parte di Santos non verrà ricordata per un esemplare rispetto della trasparenza o del diritto internazionale, ma è innegabile un consistente progresso nella lotta contro la guerriglia: oggi le FARC possono contare su meno di 8.000 uomini, il controllo del territorio è tornato solidamente nelle mani del governo e le azioni della guerriglia sono state arginate nelle sole aree di frontiera, nelle quali possono ancora operare, secondo Bogotà, soltanto grazie al supporto e alla copertura dei Paesi vicini, primo tra tutti il Venezuela. Per queste ragioni le aspettative del mondo nei confronti del nuovo presidente erano “fuoco e fiamme”, soprattutto nei confronti di Caracas. E invece il nuovo Primo Cittadino colombiano ha sorpreso tutti, mostrando un’inaspettata apertura, sia verso Chavez, ma anche, cosa ancor più sorprendente, nei confronti delle stesse FARC.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Durante il suo discorso di inaugurazione, Santos ha dichiarato che avrebbe portato avanti un dialogo “diretto e franco” con il Venezuela, senza mediazioni di altri Stati. Poteva essere la solita frase di rito, pronunciata da un presidente che vuole fare bella figura il suo primo giorno di lavoro, e invece come poche volte nello scenario politico internazionale, alle parole sono seguiti molto velocemente i fatti. A capo della diplomazia di Bogotà, infatti, è stata nominata l’ex ambasciatrice a Caracas, Maria Angela Holguin, che più volte si era scontrata con il presidente Uribe per la durezza della sua politica nei confronti del Paese vicino. Inoltre, il giorno dopo la cerimonia di insediamento, i ministri degli Esteri di Colombia e Venezuela hanno annunciato l’incontro tra i due Capi di Stato per il giorno seguente. Una rapidità che deve aver sorpreso Chavez, il quale ha interrotto il suo programma domenicale “<em>Alo Presidente</em>” per trasmettere in diretta la conferenza stampa dei due cancellieri, e ha dichiarato che quella notte sarebbe “andato a dormire felice”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ancora più sorprendenti sono state le parole pronunciate dal <em>caudillo</em> venezuelano pochi istanti dopo. Chavez ha attaccato duramente le FARC, bollando come “senza futuro” il proseguimento della lotta armata e affermando che l’organizzazione è un “problema anche per il Venezuela”. “Non ho approvato, né approvo, né approverò la presenza di forze guerrigliere. Questo territorio è sovrano”, ha sanzionato il leader bolivariano. Una <em>lectio magistralis</em> di <em>Realpolitik</em> sudamericana. Sin dai tempi della sua ascesa al potere, infatti, Chavez aveva sempre espresso solidarietà alle FARC, proclamando “rispetto per il loro progetto politico”, imputando a Bogotà le responsabilità del conflitto colombiano e auspicando che la rivoluzione conquistasse il potere anche nel Paese vicino. Inoltre il 23 luglio, il giorno dopo il “<em>J’accuse</em>” colombiano, l’ambasciatore venezuelano presso l’OSA aveva spudoratamente ammesso la presenza di membri delle FARC sul suo territorio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Evidentemente le FARC sono diventate un ospite troppo ingombrante per il Venezuela, e Chavez non ha avuto remore a sacrificarle sull’altare dei rinnovati rapporti con la Colombia. Un cambiamento di rotta notevole, motivato non soltanto da ragioni di buon vicinato diplomatico. Dall’inizio della crisi tra i due Paesi, infatti, il valore degli scambi commerciali è crollato da 6,5 miliardi a 2,6 miliardi di dollari, con una previsione per la fine del 2010 di soltanto 1 miliardo di dollari. Con un’economia in negativo (il Venezuela sarà l’unico Paese sudamericano con un PIL negativo nel 2010), Caracas non è in grado di sopportare a lungo una guerra commerciale di questa portata. La prova della spegiudicatezza politica di Chavez sta nel fatto che il leader bolivariano non ha neanche lontanamente menzionato le ragioni che hanno portato alla crisi: l’autorizzazione all’utilizzo di basi militari colombiane alle forze armate statunitensi. Concessione negoziata peraltro durante il periodo in cui Santos era ministro della Difesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’elezione del “duro” Santos ha portato quindi ad una inaspettata quanto rapida riconciliazione tra Colombia e Venezuela. L’incontro di Santa Marta, avvenuto all’interno del Mausoleo dedicato a Simon Bolivar, non poteva essere una location migliore per questa occasione storica, durante la quale Chavez e Santos, in una conferenza stampa congiunta sotto la statua del <em>Libertador</em>, hanno dichiarato di voler “girare pagina” e “dimenticare il passato”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Carota e Bastone con le FARC</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il discorso inaugurale di Santos non ha risparmiato sorprese anche sul fronte della lotta al narcoterrorismo. “Ai gruppi armati illegali che invocano ragioni poltiche e oggi parlano ancora una volta di dialogo dico che il mio governo sarà aperto a qualsiasi discorso che cerchi di estirpare la violenza” ha dichiarato il neo-presidente colombiano, inviando un messaggio di apertura al dialogo alle FARC, a condizione che vengano liberati tutti gli ostaggi, deposte le armi e troncati i legami con il narcotraffico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La risposta delle FARC non si è fatta attendere: l’11 agosto un’autobomba è esplosa al centro di Bogotà, di fronte alla sede dell’emittente “<em>Radio Caracol</em>” e dell’agenzia di stampa spagnola “<em>Efe</em>”, provocando il ferimento di 18 persone e danneggiando decine di edifici. Un attentato del genere potrebbe apparire come la dimostrazione che la guerriglia gode di pieno vigore e non ha la minima intenzione di sotterrare l’ascia di guerra, ma analizzando alcuni episodi che hanno caratterizzato le ultime settimane si delina una situazione molto diversa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Una settimana prima della cerimonia di insediamento di Santos le FARC hanno divulgato un video in cui il loro <em>leader maximo</em>, Alfonso Cano, propone al nuovo presidente il ripristino del dialogo per una fine negoziale del conflitto armato che insanguina il Paese da decenni. Messaggi del genere erano già stati inviati al presidente Uribe, che li aveva sempre sdegnosamente rispediti al mittente. L’ex presidente era stato eletto nel 2002 anche grazie al fallimento dei negoziati con la guerriglia portati avanti più volte dai governi colombiani, come durante la presidenza Pastrana (1998-2002) e quella di Belisario Betancourt (1982-1986).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La richiesta di dialogo da parte delle FARC va letta alla luce dei risultati ottenuti nei due mandati della presidenza Uribe, caratterizzati da una dura e sanguinosa lotta alla guerriglia, ed è quindi da interpretarsi come il sintomo della debolezza dell’organizzazione. In quanto ex ministro della Difesa, Santos è perfettamente consapevole di questa situazione, e la proposta di dialogo fatta durante il suo discorso inaugurale con le tre specifiche richieste mette in chiaro che una trattativa è possibile, ma alle condizioni di Bogotà e non delle FARC. Il governo colombiano si trova ora in una posizione di forza negoziale e Santos non vuole farsi scappare la possibilità di chiudere una partita durata troppo tempo e costata troppe risorse e vite umane.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, secondo diversi analisti, le FARC non sono più il gruppo unito e compatto che aveva messo la Colombia a ferro e fuoco per decenni. L’organizzazione ha perso il suo “slancio rivoluzionario”, si è legata a doppio filo al narcotraffico per ottenere finanziamenti ed armi e ha perso l’appoggio della popolazione a causa dei sequestri e delle mine terrestri posizionate sulle strade. I sondaggi sono impietosi: oggi il 90% dei colombiani sono contrari alle FARC, e sono stanchi di anni ininterrotti di violenze e morte. Il 69% dei voti con cui è stato eletto il presidente Santos, e il 75% dei consensi con cui Uribe esce di scena, sono la prova che il popolo colombiano appoggia saldamente la politica del governo e si aspetta che il nuovo Capo di Stato continui su questa strada. Infine è assai dubbio anche il reale controllo di Cano sull’intera struttura delle FARC: molte unità della guerriglia sarebbero diventate veri e propri gruppi autonomi, non rispondendo più agli ordini della leadership e dedicandosi ad attività illecite per meri fini economici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’autobomba esplosa nella capitale colombiana è da interpretare, quindi, come il tentativo del narcoterrorismo di dimostrare che non ha perso le sue capacità operative, cercando di rendere meno svantaggiosa la propria posizione in un’eventuale trattativa. Santos ha dimostrato di comprendere questo momento, e le sue dichiarazioni immediatamente successive all’attentato mostrano il sangue freddo del nuovo presidente. “Il governo, quando riterrà che le circostanze saranno favorevoli – e ora non lo sono – aprirà le porte al dialogo”. Traducendo: non ci facciamo intimorire, se volete trattare deponete le armi. Una politica del bastone e della carota a cui Santos non è nuovo: una delle strategie più efficaci per battere i narcoterroristi è stata quella di accompagnare alla dura repressione militare dei benefici monetari per chi avesse abbandonato le armi. Grazie a questo sistema le organizzazioni armate hanno subito un’inarrestabile emorragia di personale, vedendo drasticamente ridotta la loro forza militare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Durante la campagna elettorale Santos ha promesso la creazione di posti di lavoro, il miglioramento delle condizioni di vita dei colombiani, e una solida crescita economica. Anche se la precedente amministrazione lascia in eredità una situazione economica positiva, con un PIL in crescita di oltre il 4% nel 2010 e miliardi di dollari di investimenti stranieri che si stanno riversando in Colombia, soprattutto dagli Stati Uniti, il nuovo presidente sa che la strada della crescita economica passa inevitabilmente attraverso la definitiva stabilizazzione politica, che la fine del conflitto colombiano porterebbe un indubbio beneficio economico al Paese, e che mai come ora vi è la concreta possibilità di porre fine a questo sanguinoso periodo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’elezione di Santos alla presidenza della Colombia è stata interpretata come l’ascesa di un “falco” che avrebbe infiammato la politica sudamericana, in particolare nelle relazioni con Venezuela ed Ecuador. Il neo-presidente invece ha riallacciato i rapporti con Caracas, incontrandosi con Chavez, e ha notevolmente migliorato le relazioni con Quito, invitando alla cerimonia di insediamento il presidente ecuadoregno, Rafael Correa, e consegnando alle forze di sicurezza del Paese vicino i computer sequestrati alle FARC durante l’Operazione Fenix.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Gli analisti si aspettavano che il nuovo Capo di Stato avrebbe cercato di debellare definitivamente la guerriglia attraverso la forza militare, portando la lotta al narcoterrorismo ad un livello di violenza ancora più elevato di quello già visto in questi anni. Santos ha invece pronunciato parole di ferma apertura nel suo primo discorso alla Nazione, ventilando la possiblità di dialogo con i gruppi armati, ma alle condizioni imposte dal governo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Gli esperti della politica colombiana vedevano nell’ex ministo della Difesa il delfino di Uribe, che avrebbe portato avanti in maniera rigorosa la politica della precedente amministrazione, e la presenza dell’ex presidente alla cerimonia di insediamento (una vera e propria rottura del protocollo voluta dallo stesso Santos) era il simbolo di questa continuità. E invece il nuovo presidente ha stupito tutti prendendo lentamente le distanze da alcune scelte fatte dal suo predecessore, soprattutto negli ultimi giorni della sua presidenza, e nominando suoi collaboratori alcune delle personalità che avevano mostrato disaccordo con le politiche di Uribe, dimostrando in questo modo originalità politica ed autonomia decisionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia ancora molti elementi della politica colombiana devono essere ancora chiariti da Santos, <em>in primis</em> il rapporto con gli Stati Uniti, con i quali la Colombia gode di una <em>special relationship</em> a livello sudamericano. Da Washington bisognerà attendere il segnale verde prima di intavolare qualsiasi trattavia con <em>narcos</em>, guerriglieri e terroristi, anche in virtù degli accordi in materia militare, commerciale e giudiziaria firmati tra i due Paesi, come ad esempio quello sull’estradizione di trafficanti dalla Colombia agli USA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La nuova presidenza colombiana potrebbe essere una sorpresa per tutti. Se questa linea politica dovesse essere mantenuta potrebbe portare ad una distensione del clima politico nel Cono Sud, dando nuovo impulso alla collaborazione tra Paesi latinoamericani e favorendo lo sviluppo economico e politico di tutta la regione. A prescindere da come verrà vinta, con le armi o con il dialogo, la guerra contro il narcoterrorismo è a un passo dalla fine, ed è un risultato storico che potrebbe essere raggiunto da questa amministrazione. In attesa di vedere se effettivamente sarà così, non si può che fare il tifo per questo nuovo orientamento positivo della politica colombiana e sudamericana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Carlo Cauti è laureando in Relazioni Internazionali (Università di Roma LUISS G. Carli)</em></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;<br />
</em></span></span></p>
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		<title>Cosa si prepara per il Venezuela</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 17:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
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		<description><![CDATA[L'attacco rivolto a Caracas dall'esterno non è solo mediatico, per quanto importante sia tale componente nella strategia antivenezuelana degli Stati Uniti. Esso ha più facce, e include piani d'intelligence, sovversione ed aggressione militare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3181/cosa-si-prepara-per-il-venezuela" title="Cosa si prepara per il Venezuela"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_e_figlia.1x8p82ti79c0080wwkwkwgcwg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Cosa si prepara per il Venezuela" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Fonte: “<a href="http://www.jornada.unam.mx/2010/02/18/index.php?section=opinion&amp;article=024a1mun">La Jornada</a>”</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>L&#8217;attacco rivolto a Caracas dall&#8217;esterno non è solo mediatico, per quanto importante sia tale componente nella strategia antivenezuelana degli Stati Uniti. Esso ha più facce, e include piani d&#8217;intelligence, sovversione ed aggressione militare; vi prendono parte il Dipartimento di Stato ed il Comando Meridionale degli USA, per non parlare della “comunità d&#8217;intelligence” agli ordini dell&#8217;ammiraglio Dennis Blair, dell&#8217;oligarchia e del governo colombiani, e, forse, della controrivoluzione interna. Di tutto questo vi sono prove in abbondanza.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La vasta ed ossessiva guerra mediatica contro il Venezuela è entreta in una fase di delirio puro, in cui è abissale la distanza tra la realtà del paese e quanto descritto dai consorzi della stampa. Chi giudicasse il Venezuela unicamente sulla base di quanto vi trova scritto in quel tipo di stampa, giungerebbe alla conclusione che si tratti d&#8217;uno Stato fallito, in cui si giustifica qualsiasi cosa – fosse pure un golpe militare, un “magnicidio”, un intervento armato straniero oppure tutte queste cose assieme. Proprio il sentire comune che i suoi editori vorrebbero inculcare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I grandi <em>media </em>statunitensi, spagnoli e d&#8217;altri paesi della NATO, i membri della Società Interamericana della Stampa e le catene d&#8217;informazione telematica latinoamericane divulgano un&#8217;immagine così distorta della realtà venezuelana, che chiunque sia scevro da pregiudizi non riuscirebbe a riconoscere nella nazione così descritta quella in cui una decina di multinazionali – tra cui <em>Chevron</em> e <em>Repsol</em> – stanno per investire 80 milioni di dollari su un settore del giacimento petrolifero dell&#8217;Orinoco; quella in cui milioni di persone storicamente emarginate oggi godono di tutti i diritti, dove esiste una forte solidarietà popolare col presidente e fiducia verso il suo governo, espressa nella stabilità politica e nelle manifestazioni oceaniche come quella del 23 gennaio. Di recente l&#8217;esperto giornalista venezuelano Eleazar Díaz Rangel si è chiesto da dove la rivista “Newsweek” possa aver tratto le informazioni necessarie per avanzare una previsione tanto strampalata come quella secondo cui il presidente Hugo Chávez sarà esautorato quest&#8217;anno da un <em>golpe</em> militare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure, per quanto importante sia questa componente nella strategia antivenezuelana degli Stati Uniti, l&#8217;attacco esterno contro Caracas non è solo mediatico. Esso ha più facce ed include piani d&#8217;<em>intelligence</em>, sovversione ed aggressione militare; vi prendono parte il Dipartimento di Stato, il Comando Meridionale degli USA, la comunità d&#8217;<em>intelligence</em> agli ordini dell&#8217;ammiraglio Dennis Blair, l&#8217;oligarchia ed il governo colombiani, più o meno apertamente i governi e le forze politiche di destra dentro e fuori l&#8217;America Latina e, forse, la controrivoluzione interna. Per tutto ciò vi sono prove in abbondanza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La controrivoluzione interna è assolutamente necessaria per dare l&#8217;immagine d&#8217;un paese in rivolta ed ingovernabile, e serve all&#8217;opera di spionaggio e sovversione condotta dai servizi segreti statunitensi; tuttavia, lo scarso seguito e prestigio di cui essa gode all&#8217;interno del Venezuela ha costretto Washington a reclutare studenti della classe media per addestrarli alle tecniche delle rivoluzioni colorate, usando fondi dell&#8217;Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (acronimo inglese USAID) e del <em>National Endowment for Democracy</em>, entrambe organizzazioni di facciata della CIA. Tuttavia, questo gruppo ha già perso l&#8217;impeto iniziale, e la moltitudine di giovani bolivariani che ha manifestato pochi giorni fa a Caracas ne ha sventato le azioni criminali, senza lasciar dubbi sull&#8217;appoggio goduto dal governo in seno alla gioventù.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per la rivoluzione come per la controrivoluzione la battaglia più importante dell&#8217;anno saranno le elezioni legislative del 26 settembre. Però la controrivoluzione, unita solo dall&#8217;odio verso Chávez, sta lottando ferocemente al suo interno per scegliere le candidature da presentare; soprattutto, non si crede che potrà impedire ai bolivariani di conquistare i due terzi dei seggi all&#8217;Assemblea Nazionale, ossia quelli necessari a mantenere la rotta rivoluzionaria. Così si spiega il tentativo d&#8217;incolpare Chávez per i problemi relativi alla fornitura idrica ed elettrica, dovuti ad una delle più gravi siccità di cui si conservi memoria, e che il governo sta affrontando con grande energia, incaricando di risolvere l&#8217;emergenza Alí Rodríguez, uno dei suoi quadri migliori.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per capire cosa si prepari contro il Venezuela nulla è però più eloquente  delle parole contenute nel Rapporto Nazionale dell&#8217;Intelligence presentato al Congresso di Washington dall&#8217;ammiraglio Blair: «In Venezuela, Bolivia e Nicaragua dirigenti popolisti (…) si sono uniti per respingere l&#8217;influenza degli Stati Uniti (…) nella regione. Il Presidente del Venezuela (…) s&#8217;è affermato come uno dei principali detrattori degli USA a livello internazionale». Se questo è ciò che si dice pubblicamente&#8230;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(<em>trad. di Daniele Scalea</em>)<br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>* Ángel Guerra Cabrera è un giornalista cubano risiedente in Messico; è editorialista del quotidiano “La Jornada” di Città del Messico, uno dei più diffusi del paese.</strong></span></span></p>
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		<title>Venezuela e Argentina. Quinto potere e legittimazione dei governi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 24 gennaio 2010, esattamente a mezzanotte e un secondo, l’emittente venezuelana RCTV International ha cessato le sue trasmissioni via cavo. Si conclude così, tra polemiche ed incognite, una vicenda iniziata nel 2002. In Argentina si sta verificando una situazione simile, seppure con fondamenti storici differenti, permane una netta lotta tra grandi gruppi editoriali e governo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2984/venezuela-argentina-quinto-potere" title="Venezuela e Argentina. Quinto potere e legittimazione dei governi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cristina_fernandez_hugo_chavez_2009_8_10_16_10_0.8dhosqutc9gc0kossgkg4sos8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="62" alt="Venezuela e Argentina. Quinto potere e legittimazione dei governi" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Si può parlare di censura quando i media non tutelano la verità nell’informazione e scavalcano la volontà popolare? Quale libertà di stampa è davvero in pericolo?</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il 24 gennaio 2010, esattamente a mezzanotte e un secondo, l’emittente venezuelana <em>RCTV International</em> ha cessato le sue trasmissioni via cavo. Si conclude così, tra polemiche ed incognite, una vicenda iniziata nel 2002.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nell’aprile del 2002 la coalizione anti Chávez, con a capo Pedro Carmona, diede vita ad una manifestazione per reclamare le dimissioni del presidente democraticamente eletto Hugo Chavez. Federcámeras, l’influente sindacato <em>CTV</em> ed i partiti dell’opposizione, forti dell’appoggio economico – e non solo – degli Stati Uniti, portarono a termine il golpe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il governo eletto fu nuovamente legittimato nel luglio dello stesso anno, dopo una giornata di scontri e disordini, grazie alla volontà popolare che reclamava il ritorno di Chávez alla guida del paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel periodo del <em>golpe</em>, però, un altro attore si impone all’attenzione internazionale: i <em>media</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">In particolare <em>Venevisión</em> – una delle più grandi emittenti venezuelane e la più popolare del paese – diffuse false informazioni per fomentare la rivolta e sostenere le forze anti Chávez, coinvolgendo anche la <em>Cnn</em> con dichiarazioni rilasciate dalle alte sfere del governo Carmona.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E anche la discussa – e ormai zittita – <em>RCTV International</em> si schierò senza riserve in favore dei golpisti. La totale mancanza di un punto di vista imparziale nell’informazione faceva parte del piano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il pomeriggio dell’11 luglio scoppiò uno scontro violento tra la folla in agitazione – abbandonata a se stessa dopo essere stata aizzata da alcuni membri dell’opposizione – ed i sostenitori di Chávez. Il bilancio fu di circa venti vittime, tra morti e feriti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su nessun mezzo di informazione venezuelano è possibile trovare tracce di questi eventi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La tensione mediatica era tutta protesa a legittimare l’insurrezione militare e la conseguente caduta del governo di Chávez. Anche a costo di falsificare, montare e intercettare ogni notizia destinata alla popolazione e all’opinione pubblica internazionale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I più sembrano aver dimenticato il ruolo di <em>RCTV</em> – così come di <em>Venevisión</em> e del canale <em>all news</em> <em>Globovisión</em>, grande avversaria del governo Chávez  – nel colpo di stato del 2002. Quindi i più sono rimasti turbati da quanto avvenuto nel 2007, quando l’emittente abbandonò le trasmissioni via etere, ufficialmente a causa della scadenza del contratto che concede le frequenze, contratto che lo stato può decidere di concedere ad un altro <em>network</em>. La più alta Corte venezuelana ha confermato le ragioni del governo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La verità è che RCTV partecipò in modo determinante al golpe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Andres Izarra, manager di produzione fino all’aprile 2002, era contrario al colpo di stato a tal punto da rassegnare le dimissioni, per non macchiarsi di complicità. In seguito e dinanzi all’Assemblea Nazionale, Izarra dichiarò che, a partire dal giorno in cui la situazione precipitò, gli fu formalmente ordinato da Marcel Granier – proprietario di <em>RCTV </em>e di un’altra quarantina di emittenti – di non far passare alcuna notizia su Chávez o sui personaggi a lui vicini. Risultato? I notiziari di <em>RCTV</em> si limitarono a diffondere la notizia delle dimissioni del presidente Hugo Chávez, quando in realtà era nelle mani dei golpisti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I cartoni animati riempirono il palinsesto televisivo nel giorno in cui milioni di venezuelani scesero in piazza pretendendo il ritorno al governo dell’uomo che avevano eletto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Una <em>troupe </em>di giornalisti irlandesi bloccati per caso in Palazzo Miraflores – il palazzo sede del governo – ci ha lasciato una rara testimonianza di quanto avvenne: il documentario <em>“La rivoluzione non sarà teletrasmessa”</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La bilancia delle proprietà delle emittenti radiotelevisive venezuelane pende del tutto verso i privati. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Internazionale sui Media, quasi tutti i mezzi di informazione – non solo televisione, ma anche radio e giornali – sono di proprietà privata. Il mercato televisivo è quasi completamente controllato da quattro emittenti, ovviamente private: <em>RCTV</em>, <em>Globovisión</em>, <em>Venevisión</em> e <em>Televen</em>. Questo almeno fino ad oggi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su 81 emittenti televisive, 79 (97%) sono private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su 709 emittenti radiofoniche, 706 (99%) sono private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su 118 testate giornalistiche, 118 (100%) sono private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’informazione non è solo nelle mani di privati, ma, nella maggior parte dei casi, è apertamente contraria al governo di Chávez. Situazione bizzarra e forse paradossale in uno stato dove il governo sembra essere supportato da più dei due terzi della popolazione totale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">È ancora l’Osservatorio per i Diritti Umani ad offrire una prospettiva diversa. Nel 2002 riferisce: “Lungi dal fornire un’informazione onesta e veritiera, i media in gran parte cercano di provocare il malcontento popolare a supporto dell’ala estremista dell’opposizione”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Certo è che </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>RCTV</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> ha seguito imperterrita la sua strada: oltre all’appoggio ai golpisti, ha rifiutato di trasmettere le “catene televisive” – c</span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">omunicazioni di interesse nazionale delle varie istituzioni dello Stato</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>, </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">i messaggi più frequenti sono quelli che illustrano le</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong> </strong></span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">principali azioni politiche del governo</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong> – </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">contravvenendo alla legge venezuelana in materia di responsabilità sociale degli operatori radio e televisivi, pur sapendo di andare incontro a severe sanzioni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non è escluso che l’emittente abbia cercato un pretesto per ristrutturare l’attività, di certo danneggiata dal passaggio alle sole trasmissioni via cavo, con meno ascolti e meno inserzionisti pubblicitari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La posizione del governo, comunque, non è contestabile se prendiamo in considerazione lo stato dell’arte dell’informazione in Venezuela. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Più preoccupante è la chiusura di 34 emittenti radiofoniche nell’agosto del 2009, ufficialmente sempre a causa della scadenza dei contratti per le frequenze, ma verificatasi in concomitanza alla discussione di una nuova normativa su giornali, radio e televisione. Normativa che prevede sanzioni severe per chi diffonde notizie dannose per gli interessi dello Stato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non dimentichiamo che il Venezuela si colloca al 124° posto (su 175 paesi) della classifica relativa alla libertà di stampa stilata annualmente da <em>Reporter Sans Frontieres</em>, segnale difficile da ignorare e che evidenzia la fallacia del sistema e la precarietà dell’equilibrio democratico nel paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">In Argentina si sta verificando una situazione simile, seppure con fondamenti storici differenti, permane una netta lotta tra grandi gruppi editoriali e governo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I protagonisti, in questo caso, sono la presidentessa Cristina Elizabeth Fernández de Kirchner – eletta nel 2007, capo del <em>Fronte per la Vittoria</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">, fondato assieme al marito e che incarna l’anima di sinistra del peronismo</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> – ed il gruppo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Clarin</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> – a capo di diverse testate, di un canale televisivo e di tre emittenti radiofoniche – notoriamente antiperonista e maggiore impresa editoriale dell’Argentina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La campagna del gruppo editoriale sarebbe tesa a demonizzare il governo e a portare avanti una cospirazione che dovrebbe portare alla destituzione dell’attuale governo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Un emendamento del 1983 alla legge nota come 22.285 – adottata durante la dittatura militare del 1980 – ha ridimensionato l’ingerenza dello stato sui mezzi di comunicazione e permesso la nascita di grandi concentrazioni private. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La tensione tra il governo ed i mezzi di comunicazione – anche in questo caso ci troviamo di fronte a  percentuali molto alte di emittenti e giornali di proprietà privata – rimane forte, ma si stanno verificando dei progressi, almeno in campo legislativo. Una legge impedisce la concentrazione dei mezzi di comunicazione in mano a pochi individui.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’Argentina è al 47° posto della classifica di <em>Reporter Sans Frontieres</em>. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">C’è da porsi una domanda: in un sistema in cui i mezzi di informazione sono del tutto controllati da pochi e ricchi cittadini è possibile parlare di tutela della libertà di informazione? </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E poi quanto è legittimo, per un governo, porre alcuni organi di stampa nelle condizioni di non poter perseguire il fine della protesta o della denuncia sociale?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Se c’è, qual è il confine della libertà di informazione?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il punto, in paesi come Argentina o Venezuela, è far fronte ad una situazione politica di non facile interpretazione, con in ballo interessi internazionali, sotto la sfera dell’influenza statunitense, dimentichi – a volte – della spinta verso l’integrazione regionale e verso una maggiore e reale democratizzazione di stampa e tv. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quando si parla di libertà di espressione e di stampa generalizzare è impossibile e farsi un’opinione molto difficile, soprattutto non potendo vivere la situazione dall’interno. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Cadere nello stereotipo di presidenti dittatori e oscurantisti sarebbe imperdonabile, ma non lo è interpretare con coscienza dati obiettivi che ci permettono di percepire meglio parti della realtà.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>* Francesca Penza si occupa di America Indiolatina per il sito di “Eurasia”</strong></span></span></p>
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		<title>Discorso del presidente Chavez alla XV Conferenza sul mutamento climatico</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 14:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
		<category><![CDATA[mutamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[venezuela]]></category>

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		<description><![CDATA[Discorso del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo R. Chavez Frias pronunciato a Copenaghen il 16 dicembre 2009 in occasione della XV Conferenza internazionale dell'ONU sul mutamento climatico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2821/discorso-del-presidente-chavez-alla-xv-conferenza-sul-mutamento-climatico" title="Discorso del presidente Chavez alla XV Conferenza sul mutamento climatico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hugo_chavez.e3t7ioqvl40kgo40swo48ck08.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Discorso del presidente Chavez alla XV Conferenza sul mutamento climatico" ></div></a><p><font size="2"> XV CONFERENZA INTERNAZIONALE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUL MUTAMENTO CLIMATICO</p>
<p>DISCORSO DEL PRESIDENTE CHÁVEZ A COPENAGHEN</p>
<p>16 DICEMBRE 2009</p>
<p>Signor Presidente, signori, signore, eccellenze, amiche, amici, vi prometto che non parlerò più di quello che ho parlato questo pomeriggio, consentitemi un commento di apertura che avrei voluto facesse parte del punto precedente esposto dalla delegazione del Brasile, della Cina, dell’India e della Bolivia, anche noi volevamo chiedere la parola, ma non è stato possibile ottenerla. Ha parlato la rappresentante della Bolivia, a proposito, i miei saluti al compagno Presidente Evo Morales, che si trova lì, Presidente della repubblica della Bolivia.</p>
<p>La rappresentante boliviana ha detto, tra le altre cose, quanto segue, ho preso nota, ha detto: il testo presentato non è democratico, non è inclusivo.</p>
<p>Io stavo appena arrivando e stavamo prendendo posto quando abbiamo ascoltato alla Presidentessa della sessione precedente, la ministra, lì circolava un documento, ma nessuno ne era a conoscenza, ho chiesto per quel documento, ancora non l’abbiamo, credo che nessuno sappia di quel documento top secret.</p>
<p>Certamente, ora la compagna boliviana l’ha detto, non è democratico, non è inclusivo, dunque, signore e signori:</p>
<p>Non è forse questa la realtà di questo mondo?</p>
<p>Siamo forse in un mondo democratico, inclusivo del sistema mondiale attuale?</p>
<p>Ciò che viviamo in questo pianeta è una dittatura imperiale e da questa sede continuiamo a denunciarla, abbasso la dittatura imperiale! Evviva i popoli e la democrazia e l’uguaglianza in questo pianeta!</p>
<p>E quello che qui vediamo è un riflesso di ciò: esclusione.</p>
<p>C’è un gruppo di paesi che pensa di essere superiore a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi i sottosviluppati, o come afferma il grande amico Eduardo Galeano: noi i paesi travolti da un treno che ci ha investito nella storia.</p>
<p>Di modo che non ci dobbiamo stupire di questo, non ci stupiamo, non c’è democrazia nel mondo e qui siamo, ancora una volta, davanti a una potente evidenza della dittatura imperiale mondiale. Successivamente, sono entrati due giovani, per fortuna gli agenti dell’ordine sono stati cortesi, c’è stata qualche spinta, ma hanno collaborato. Lì fuori c’è molta gente, sapete?, certo, non entrerebbero in questa sala; ho appreso dai giornali che ci sono stati alcuni detenuti, qualche protesta violenta, lì per le strade di Copenaghen, e voglio salutare a tutta quella gente che si trova là fuori, la maggior parte di loro giovani.</p>
<p>Certo, sono giovani preoccupati, credo che, a ragione, molto più di noi per il futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte di quelli che stiamo qui – il sole ormai alle spalle, loro ce l’hanno di fronte e sono molto preoccupati.</p>
<p>Uno potrebbe dire, signor Presidente, che un fantasma si aggira per Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma si aggira per le strade di Copenaghen, e credo che quel fantasma si muove in silenzio in questa sala, è lì, tra di noi, s’inserisce tra i corridoi, esce da sotto, sale, quel fantasma è un fantasma spaventoso, quasi nessuno vuole farne il nome: il capitalismo è questo fantasma, quasi nessuno lo vuole nominare.</p>
<p>È il capitalismo, lì ruggiscono i popoli, si ascolta là fuori.</p>
<p>Ho letto alcune parole d’ordine che si trovano scritte per strada, e ho l’impressione che le parole d’ordine di questi giovani, alcune di esse le ho ascoltate quando quel giovane e quella giovane stavano lì, ci sono due di cui ho preso nota. C’è una in particolare che recita: Non cambiate il clima, cambiate il sistema.</p>
<p>E la faccio mia.</p>
<p>Non cambiamo il clima. Cambiamo il sistema!</p>
<p>E, di conseguenza, cominciamo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta distruggendo la vita, minaccia con sterminare definitivamente la specie umana.</p>
<p>E l’altro lemma stimola alla riflessione. Si adegua molto bene con la crisi bancaria che ha percorso il mondo e che tuttora lo colpisce, e con la forma su come i paesi del Nord opulento hanno aiutato i banchieri e le grandi banche, solo gli Stati Uniti, ebbene, hanno smarrito la cifra, che è astronomica, per salvare le banche. Per strada si sente dire quanto segue: “Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato”.</p>
<p>E credo che ciò corrisponda al vero. Se il clima fosse una banca capitalista delle più grandi, i governi ricchi l’avrebbero già salvata.</p>
<p>Credo che Obama non sia ancora arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi lo stesso giorno in cui spediva altri trenta mila soldati ad ammazzare innocenti in Afganistan, e adesso, il Presidente degli Stati Uniti, viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace.</p>
<p>Ma gli Stati Uniti hanno la macchinetta per fare i bigliettoni, per fare i dollari, e hanno salvato, cioè, credono di avere salvato, le banche e il sistema capitalista.</p>
<p>Dunque, questo commento marginale, era ciò che volevo fare di là, stavamo alzando la mano per accompagnare il Brasile, l’India, la Bolivia, la Cina nella loro interessante posizione che il Venezuela e i paesi dell’Alleanza Bolivariana condividono con fermezza; ma, purtroppo, non ci hanno consentito di parlare, di modo che non mi conteggi questi minuti, per favore, Presidente.</p>
<p>Osservate, lì ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere lo scrittore francese, Hervé Kempf, raccomando il suo libro, lo consiglio, si trova in spagnolo – lì vedo Hervé – anche in francese, sicuramente in inglese: “<em>Come i ricchi distruggono il pianeta</em>”. Per questa ragione Cristo disse: &#8220;che è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che un ricco sieda in Paradiso&#8221;. Ciò l’ha detto Cristo il nostro signore.</p>
<p>I ricchi stanno distruggendo il pianeta.</p>
<p>Vorranno spostarsi forse verso un altro pianeta quando distruggeranno questo?</p>
<p>Avranno dei piani per andarsene a un altro pianeta?</p>
<p>Fino ad ora non si è avvistato nessun pianeta nell’orizzonte della galassia.<br />
Non appena questo libro mi è giunto, me l’ha regalato Ignacio Ramonet, il quale anche lui si trova in questa sala; e mentre finivo la lettura del prologo o del preambolo del libro, c’è una frase molto importante che mi ha colpito, Kempf afferma quanto segue, leggo: “Non potremmo ridurre il consumo materiale a livello globale se prima non facciamo in modo che i potenti scendano alcuni scalini e anche se non lottiamo contro l’ineguaglianza. Si rende necessario che al principio ecologista, così utile nell’ora di prendere coscienza, pensare globalmente e agire localmente, si aggiunga anche il principio che impone la circostanza: consumare meno e spartire meglio”. Penso che sia un buon consiglio quello che ci offre questo scrittore francese, Hervé Kempf.<br />
Ora dunque, signor Presidente, il cambiamento climatico è, senza ombra di dubbio, il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, forti tempeste, uragani, disgeli, innalzamento del livello medio del mare, acidificazione degli oceani e ondate di caldo, tutto ciò rende acuto l’impatto delle crisi globali che ci colpiscono.</p>
<p>L’attuale attività umana supera la soglia della sostenibilità, mettendo al repentaglio la vita nel pianeta, ma anche su questo siamo profondamente ineguali.</p>
<p>Voglio ricordare che: i 500 milioni di persone più ricche, 500 milioni, ciò equivale al 7%, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, quei cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del 50% delle emissioni inquinanti, per questa ragione mi incuriosisce, è un po’ strano, mettere qui gli Stati Uniti e la Cina allo stesso livello. Dunque, gli Stati Uniti hanno solo, arriveranno forse, a 300 milioni di abitanti.</p>
<p>La Cina possiede quasi cinque volte in più la popolazione degli Stati Uniti.</p>
<p>Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili giornalieri di petrolio, la Cina raggiunge appena 5,6 milioni di barili giornalieri, non si può chiedere lo stesso agli Stati Uniti e alla Cina.</p>
<p>Questi sono i temi di cui bisogna discutere, magari i capi di Stato e di Governo potessimo sederci a dialogare seriamente, sulla verità di questi argomenti.</p>
<p>Poi, signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta è in rovina, il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati dei testimoni impassibili della deforestazione, la trasformazione delle terre, la desertificazione, l’alterazione dei sistemi di acqua dolce, il sovra sfruttamento delle risorse marittime, l’inquinamento e la perdita della biodiversità.</p>
<p>L’utilizzo esacerbato della terra supera il 30% della sua capacità per rigenerarla. Il pianeta sta perdendo quello che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, ciò lo sta perdendo il pianeta terra, ogni giorno che passa, si produce una quantità maggiore di rifiuti di quella che può essere processata. La sopravvivenza della nostra specie tormenta la coscienza dell’umanità. Nonostante l’urgenza, sono trascorsi due anni di negoziati per concludere un secondo periodo di compromesso sotto il Protocollo di Kyoto e ci troviamo in questo appuntamento privi di un reale e significativo accordo.</p>
<p>A proposito, sul documento che viene dal nulla, come alcuni l’hanno definito, il rappresentante cinese, il Venezuela, i paesi dell’ALBA e l’Alleanza Bolivariana dicono che non accettiamo, sin da ora lo ribadiamo, nessun altro documento che non sia quello proveniente dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e dalla Convenzione, sono documenti legittimi che in questi anni si stanno discutendo con molta intensità.</p>
<p>E in queste ultime ore, credo che voi non avete dormito e, inoltre, non avete pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora spunti fuori un documento dal nulla, come affermate.</p>
<p>L’obiettivo scientificamente fondato di ridurre l’emissione dei gas inquinanti e riuscire a creare un convegno di cooperazione a lungo termine ovunque, oggi, a quest’ora, sembra che sia fallito, per ora.</p>
<p>La ragione, quale può essere? Non abbiamo dubbi.</p>
<p>La ragione è l’atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica da parte delle nazioni più forti del pianeta, nessuno si deve sentire offeso, faccio ricorso al grande José Gervasio Artigas quando disse: “Con la verità non offendo né ho paura”. Ma, in verità, è un atteggiamento irresponsabile di marce, di contromarce, di esclusione, di gestione elitaria, di un problema che riguarda tutti e che solo possiamo risolvere tutti quanti.</p>
<p>Il conservatorismo politico e l’egoismo dei grandi consumatori dei paesi più ricchi, denotano un’elevata insensibilità e mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con i più vulnerabili alle malattie, alle calamità naturali. Signor Presidente, è imprescindibile un nuovo e unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza dei suoi contributi e delle sue capacità economiche, finanziarie e tecnologiche e che si fondi nel rispetto senza restrizioni dei principi contenuti nella Convenzione.</p>
<p>I paesi sviluppati dovrebbero stabilire compromessi vincolanti, chiari e concreti per quanto concerne la sostanziale diminuzione delle loro emissioni e assumere obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del mutamento climatico. In questo senso, la singolarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati, dovrebbe essere pienamente riconosciuta.</p>
<p>Signor Presidente, il mutamento climatico non è l’unico problema che colpisce attualmente l’umanità, altri flagelli e ingiustizie ci insidiano, la breccia che separa i paesi ricchi e poveri non ha smesso di crescere, nonostante tutti gli obiettivi del millennio, il summit di finanziamento di Monterrey, tutti quei summit come esponeva il presidente del Senegal, denunciando una grande verità, promesse e promesse incompiute e il mondo continua la sua marcia distruttiva.</p>
<p>Il totale degli utili dei cinquecento individui più ricchi del mondo è superiore alle entrate dei quattrocentosedici milioni di persone più povere, i duemilaottocento milioni di persone che vivono nella povertà con meno di 2 dollari il giorno e che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, ottiene solo il 5% dell’ingresso mondiale.</p>
<p>Attualmente muoiono 9,2 milioni di bambini l’anno prima di raggiungere il quinto anno di vita e il 99,9% di queste morti accadono nei paesi più poveri.</p>
<p>La mortalità infantile è pari a 47 morti por ogni mille nati vivi, ma è di solo 5 per ogni mille nei paesi ricchi. La speranza di vita nel pianeta è, in media, di 67 anni, nei paesi ricchi è di 79, mentre in alcune nazioni povere raggiunge solo i 40 anni.</p>
<p>Per giunta, esistono millecento milioni di abitanti senza che possano accedere all’acqua potabile, duemilaseicento milioni privi di servizio di risanamento, più di ottocento milioni di analfabeti e milleventi milioni di persone affamate, questo è l’attuale scenario del mondo.</p>
<p>Ora, la causa, quale è la causa?</p>
<p>Parliamo della causa, non eludiamo le responsabilità, non eludiamo la profondità di questo problema, la causa, senza dubbio, e ritorno sull’argomento di questo disastroso panorama, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e il suo modello in persona: il capitalismo.</p>
<p>Ho qui con me una citazione, che voglio leggervi brevemente, del teologo della liberazione Leonardo Boff, come sappiamo, il nostro americano è brasiliano. Leonardo Boff su quest’argomento spiega quanto segue:</p>
<p>“Quale è la causa? Ah, la causa è il sogno di trovare la felicità mediante l’accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando per tale scopo la scienza e la tecnica, mediante le quali si possono sfruttare, illimitatamente, tutte le risorse della terra”; e, più avanti, Boff cita a Charles Darwin e la sua “Selezione naturale”, la sopravvivenza dei più forti, ma sappiamo che i più forti sopravvivono sulle ceneri dei più deboli.</p>
<p>Jean Jacques Rousseau, bisogna ricordarlo, diceva che: tra il forte e il debole la libertà opprime. È per tale ragione che l’impero parla di libertà, è la libertà per opprimere, per invadere, per assassinare, per annientare, per sfruttare, quella è la sua libertà e Rousseau aggiunge la frase salvifica: solo la legge lo può liberare.</p>
<p>Ci sono alcuni paesi che stanno giocando il gioco che qui non esista un documento, perché appunto non vogliono una legge, non vogliono una norma, perché mediante l’inesistenza di quella norma consente loro di giocare con la loro libertà sfruttatrice, la loro libertà travolgente.</p>
<p>Facciamo uno sforzo e insistiamo da qui e nelle strade affinché da questa sede venga fuori un compromesso, si elabori un documento che comprometta i paesi più forti della terra.</p>
<p>Dunque, si domanda signor Presidente, Leonardo Boff, &#8211; Lei ha avuto modo di conoscerlo? Non so se Leonardo ha potuto assistere qui, l’ho conosciuto recentemente in Paraguay, ma l’abbiamo sempre letto -, può una terra finita reggere un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito è un modello distruttivo, prendiamone atto. Dopo, Boff ci domanda: cosa potremmo aspettarci da Copenaghen? Solo questa semplice confessione: “Così come stiamo non possiamo continuare” e, un semplice intento, cambiamo rotta, facciamolo, ma senza cinismo, senza menzogna, senza doppie agende, senza documenti usciti dal nulla, con la verità davanti.</p>
<p>Fino a quando, ci domandiamo dal Venezuela signor Presidente, signore, signori, fino a quando continueremo a consentire tali ingiustizie e ineguaglianze; fino a quando continueremo a tollerare l’attuale ordine economico internazionale e i meccanismi di mercato in corso; fino a quando consentiremo che le grandi epidemie come l’HIV AIDS rada intere popolazioni; fino a quando consentiremo che gli affamati non possano cibarsi, né nutrire i propri figli; fino a quando consentiremo che continuino a morire milioni di bambini da malattie guaribili; fino a quando consentiremo la presenza di conflitti armati che massacrano milioni di esseri umani innocenti, con il fine di appropriarsi delle risorse degli altri popoli.</p>
<p>Che cessino le aggressioni e le guerre, è quello che chiediamo i popoli del mondo agli imperi, a coloro che pretendono continuare dominare il mondo e sfruttarci.</p>
<p>Non più la presenza di basi imperiali militari, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto ed equo, sradichiamo la povertà, fermiamo immediatamente gli alti livelli di emissioni, freniamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambio climatico, integriamoci nel nobile progetto di essere tutti più liberi e solidali.</p>
<p>Signor Presidente, circa due secoli fa un venezuelano universale, liberatore di nazioni e precursore di coscienze, lasciò ai posteri un apoftegma pieno di volontà: “Se la natura si oppone, lotteremo contro di essa e agiremo affinché ci obbedisca…”, era Simón Bolívar, il Libertador.</p>
<p>Dal Venezuela Bolivariano, dove un giorno come oggi, dieci anni fa, esattamente dieci anni fa vivemmo tutti la tragedia climatica più grande della nostra storia: la cosiddetta tragedia di Vargas, da quel Venezuela la cui Rivoluzione si sforza di conquistare la giustizia per tutto il popolo. La quale solo è possibile seguendo la strada del socialismo, il socialismo, l’altro fantasma di cui parlava Karl Marx, che si aggira per il mondo, anzi, il socialismo è come se fosse un antifantasma, quello è il percorso, quella è la strada per la salvezza del pianeta, non ho il minor dubbio, e il capitalismo è la strada all’inferno, alla distruzione del mondo. Il socialismo, da quel Venezuela, affronta le minacce dell’impero americano.</p>
<p>Dai paesi che conformiamo l’ALBA, l’Alleanza Bolivariana, esortiamo, io vorrei, con rispetto, dal profondo della mia anima, esortare in nome dei molti di questo pianeta, esortiamo i governi e i popoli della Terra, parafrasando Simón Bolívar, Il Libertador, se la natura distruttrice del capitalismo si oppone, lottiamo contro di essa e agiamo affinché ci obbedisca, smettiamo di aspettare la morte dell’umanità con le braccia incrociate .</p>
<p>La storia ci chiama all’unione e alla lotta.</p>
<p>Se il capitalismo offre resistenza, noi siamo obbligati a dare battaglia contro il capitalismo e aprire le strade della salvezza della specie umana, tocca a noi, innalzando le bandiere di Cristo, di Maometto, dell’uguaglianza, dell’amore della giustizia, dell’umanesimo, del più vero e profondo umanesimo. Se non lo dovessimo fare, la più meravigliosa creazione dell’universo: l’uomo, sparirà, non ci sarà più.</p>
<p>Questo pianeta possiede milioni di migliaia di anni e questo pianeta ha vissuto senza di noi, la specie umana, per milioni di migliaia di anni, vale a dire, non ha bisogno di noi per esistere. Invece, noi senza la terra non viviamo e stiamo distruggendo la Pachamama, come dice Evo, come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica.</p>
<p>Infine, signor Presidente, per terminare, ascoltiamo Fidel Castro quando disse: “Una specie è in pericolo di scomparsa, l’uomo”. Ascoltiamo Rosa Luxemburg quando disse: “Socialismo o barbarie”. Ascoltiamo Cristo il redentore quando disse: “Beati i poveri perché sarà loro il regno dei cieli”.</p>
<p>Signor Presidente, signore e signori, facciamo in modo che questa Terra non diventi la tomba dell’umanità, facciamo di questa Terra un cielo, un cielo di vita, di pace, e di pace di fratellanza per tutta l’umanità, per la specie umana.</p>
<p>Signor Presidente, signore e signori, molte grazie e buon appetito.</font></p>
<p>(trad. di V. Paglione)</p>
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		<title>Carri armati russi tra Colombia e Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 20:06:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un altro tassello si aggiunge  al delicato mosaico delle relazioni tra Colombia e Venezuela. 
Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato il dislocamento di carri armati e di elicotteri da combattimento lungo il confine con la Colombia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2728/carri-armati-russi-tra-colombia-e-venezuela" title="Carri armati russi tra Colombia e Venezuela"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chavez_uribe.3q3jnw0coiassgwook8k0kc84.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="Carri armati russi tra Colombia e Venezuela" ></div></a><p><font size="2"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Un altro tassello si aggiunge  al delicato mosaico delle relazioni tra Colombia e Venezuela. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato il dislocamento di carri armati e di elicotteri da combattimento lungo il confine con la Colombia. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La situazione è precipitata lo scorso agosto, durante il <em>South American summit</em>, occasione in cui Chavez ha dichiarato che la presenza di forze militari statunitensi nella vicina Colombia avrebbe portato ad una guerra di sicuro catastrofico impatto sulla regione: le basi militari colombiane che ospitano contingenti degli Stati Uniti sono sette, come sancito dagli accordi di cooperazione USA-Colombia firmati a ottobre, atti a debellare il problema del traffico di droga. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Nonostante il tentativo del Brasile di proporsi come mediatore, la situazione non è cambiata: il presidente venezuelano si oppone a qualunque tipo di mediazione.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">A dicembre da Bogotà è arriva la decisione di costruire un’altra base militare a ridosso del confine col Venezuela, decisione considerata una vera e propria minaccia per la sovranità venezuelana. Il presidente Chavez non ha esitato a definire la Colombia come la versione sudamericana di Israele.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">E adesso – dopo la violazione dello spazio aereo venezuelano da parte di un aereo da combattimento statunitense, con successivo botta e risposta tra il Pentagono, che nega l’accaduto, e il governo venezuelano che fornisce le fotografie del fatto –  Chavez prende le sue contromisure. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il 9 gennaio il presidente venezuelano ha dichiarato: Siamo in attesa della prima spedizione di carri armati, provenienti dalla Russia, che verranno inviati come rinforzo alla brigata di fanteria di stanza presso Barracas. Inoltre, elicotteri da combattimento – anch’essi di fabbricazione russa – saranno dislocati lungo il confine con la Colombia.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il binomio Mosca-Caracas per quanto riguarda gli armamenti non è nuovo: già tra il 2005 ed il 2007 i due attori internazionali sottoscrissero una dozzina di contratti per un valore complessivo di più di quattro miliardi di dollari.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">A breve saranno resi operativi 92 carri armati T-72, un numero non definito di Smerch (lanciarazzi MLRS: Multiple Launch Rocket System) e una varietà di dispositivi di difesa aerea, compresi gli avanzati S-300 (missili terra-aria di lungo raggio).</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Una volta terminate le importazioni dei mezzi, il Venezuela avrà 200 carri armati.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La Colombia neppure uno.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’aspetto più preoccupante della vicenda non è comunque la disparità bellica tra i due Paesi. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Da un lato si potrebbe anche pensare ad una situazione da considerarsi, forse, problematica, dato che coinvolge, seppure indirettamente, le due potenze del mondo bipolare ormai alle nostre spalle.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">In realtà sarebbe più corretto definire la situazione paradossale piuttosto che preoccupante: i due Paesi coinvolti in questa disputa dovrebbero procedere l’uno verso l’altro nel cammino dell’integrazione regionale. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il Venezuela è uno dei 5 stati membri del Mercosur (insieme a Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) e la Colombia è uno degli stati associati. In questo caso arrivare al mercato comune non sarà facile come nel caso del Mercato Comune Europeo, data la disparità dello sviluppo economico di ciascun membro, ma un presupposto di non belligeranza risulta fondamentale per un’apertura regionale anche solo di carattere economico.</span></p>
<p><strong>* Francesca Penza si occupa di Sudamerica per il sito di &#8220;Eurasia&#8221;</strong></font></p>
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		<title>La Base militare di Curaçao: la terza frontiera degli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 12:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Hugo Chavez]]></category>
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		<description><![CDATA[Un aereo da combattimento degli Usa, di stanza presso la base militare di Curaçao, ha violato lo spazio aereo venezuelano: è un altro esempio dell'escalation di provocazioni contro il Venezuela e la prova del pericolo che la presenza militare statunitense rappresenta per la regione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2689/la-base-militare-di-curacao-la-terza-frontiera-degli-stati-uniti" title="La Base militare di Curaçao: la terza frontiera degli Stati Uniti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/curacao.1f7fy2a63pwk4gkggos04og8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="75" alt="La Base militare di Curaçao: la terza frontiera degli Stati Uniti" ></div></a><p>Fonte: <em>Postcards from the Revolution</em> &#8211; http://www.chavezcode.com/ 2010-01-09<br />
<font size="2"><br />
Caracas, 9 gennaio 2009 &#8211; la violazione di ieri dello spazio aereo venezuelano da parte di un aereo militare un P-3 degli USA, è un altro esempio dell&#8217;escalation di provocazioni contro il Venezuela e la prova del pericolo che la presenza militare statunitense rappresenta per la regione. Durante una trasmissione in diretta televisiva, la sera dell&#8217;8 gennaio, il presidente Hugo Chávez ha rivelato che alle 12:55 precedenti di quel giorno, un aereo militare statunitense P3 è decollato dalla base aerea nella vicina Curaçao, ed è entrato nello spazio aereo venezuelano per circa 15 minuti. Due caccia F-16 venezuelani hanno intercettato il velivolo militare straniero, pronti a scortarlo fuori dal territorio venezuelano. &#8220;<em>Quando gli F-16 hanno tentato di comunicare con l&#8217;aereo degli Stati Uniti, si è  subito allontanato verso nord, ma in seguito è tornato</em>&#8220;, ha annunciato il Presidente Chávez. Ha detto che alle 1:37 pm, orario del Venezuela, l’aereo da guerra è tornato e ha volato per circa 19 minuti all&#8217;interno del territorio venezuelano. &#8220;<em>E&#8217; stato scortato fuori e tallonato dai nostri F-16, non abbiamo fatto decollare i Sukhoj</em>&#8220;, ha aggiunto Chávez.</p>
<p>Il Pentagono ha negato la violazione dello spazio aereo venezuelano, ma l&#8217;esercito venezuelano ha video e immagini fotografiche dell’incursione del velivolo da combattimento USA di ieri.</p>
<p>Pochi giorni prima, il vice-presidente venezuelano Ramón Carrizalez aveva pubblicamente denunciato l&#8217;intromissione di un aereo militare statunitense, anch’esso proveniente dalla base aerea di Curaçao, nel 2009. I governi di Washington e Olanda hanno negato la violazione ancora, Carrizalez ha rivelato una registrazione audio tra la torre di controllo dell&#8217;aeroporto venezuelano e il pilota statunitense, mentre era all&#8217;interno dello spazio aereo venezuelano. Il pilota ha dichiarato chiaramente che stava volando su un aereo della marina militare degli Stati Uniti di stanza presso la base di Curaçao. Ha sostenuto d&#8217;ignorare la violazione del territorio venezuelano, affermando che era &#8220;<em>inconsapevole</em>&#8220;, e che era entrato in una zona autorizzata. Ma l&#8217;aereo militare statunitense, non solo aveva appena attraversato un confine che pochi potrebbero sostenere essere difficile da visualizzare, ma il pilota aveva volato sulla strategica base militare venezuelana di La Orchila, una piccola isola al largo della costa nord del Venezuela, chiaramente ben all&#8217;interno del territorio venezuelano. Questo non è stato un incidente isolato.</p>
<p>Dal 2008, Washington ha aumentato la sua presenza militare e d’intelligence sulla piccola isola olandese di Curaçao, dove vi mantiene una <em>Forward Operating Location</em> (FOL) dal 1999. Il contratto iniziale tra l&#8217;Olanda e Washington, prevedeva l&#8217;uso di Curaçao per le operazioni antidroga. Ma dopo l&#8217;11 settembre 2001, Washington ha iniziato a utilizzare le sue installazioni militari in tutto il mondo per combattere le &#8220;<em>minacce terroristiche</em>&#8221; e le minacce contro gli interessi degli Stati Uniti, e in alcuni casi, come a Curaçao e Aruba, violando i termini dei precedenti accordi militari, che autorizzava solo operazioni antidroga o missioni umanitarie.</p>
<p>Dal 2006, le operazioni degli Stati Uniti a Curaçao, non erano solo operazioni dell’US Air Force per missioni antidroga, ma la chiara presenza di US Navy, Marines, Esercito, Forze Speciali e CIA si era imposta nella piccola isola dei Caraibi. Insieme, i militari USA e membri della comunità di intelligence hanno condotto esercitazioni ed operazioni congiunte per combattere una &#8220;<em>minaccia potenziale nella regione</em>&#8220;. Allo stesso tempo, l&#8217;amministrazione Bush stava cercando di segnalare il Venezuela come uno stato sponsor del terrorismo, nonostante la mancanza di qualsiasi prova per una tale grave accusa.</p>
<p>L&#8217;arrivo di portaerei, navi da guerra, aerei da combattimento, elicotteri <em>Black Hawk</em>, sottomarini nucleari e di migliaia di soldati Usa nelle acque di Curaçao, per partecipare a &#8220;<em>esercitazioni congiunte</em>&#8220;, ha provocato allarme nella regione. Il Comandante della USS <em>Stout</em>, una delle navi da guerra che attraccò a Willemstad, durante la primavera del 2006, ha dichiarato alla stampa di Curaçao, l’11 aprile 2006, <em>&#8220;&#8230; noi siamo la forza navale più potente del mondo e gli Stati Uniti dovranno difendere i propri amici nella regione, in tutte le circostanze</em>.&#8221; Il comandante Thomas K. Kiss ha anche esclamato che la sua potente nave rappresentava &#8220;&#8230; <em>una presenza formidabile nel difendere gli interessi USA nella regione.&#8221; </em></p>
<p>Così nel 2006. Nel 2008, la posta in gioco è stata alzata. Washington ha tentato di porre formalmente il Venezuela nella lista del terrorismo, anche se il Congresso non ha mai approvato la richiesta, a causa della dipendenza dal petrolio. Ma nel luglio del 2008, la IV Flotta della Marina degli Stati Uniti è stata riattivata, dopo quasi 60 anni, per &#8220;<em>dimostrare la potenza e la forza degli Stati Uniti nella regione</em>&#8220;. Nel 2009, un accordo militare tra la Colombia e Washington è stato concluso, permettendo al Pentagono di occupare e utilizzare sette basi militari e qualsiasi installazione civile necessaria nel territorio colombiano. I documenti dell’US Air Force, che giustificano l&#8217;accordo e le richieste di bilancio per migliorare le installazioni militari colombiane, hanno sottolineato la necessità di combattere <em>&#8220;&#8230; la costante minaccia dei &#8230; governi anti-Usa nella regione</em>&#8221; e ad impegnarsi in missioni di Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione, nonché a migliorare la capacità delle forze armate degli Stati Uniti di eseguire &#8220;Guerre di Spedizione&#8221; nella regione.</p>
<p>Nel dicembre 2009, il presidente Chavez ha denunciato l&#8217;individuazione di un drone statunitense, che aveva violato il territorio venezuelano, provenendo dalla Colombia.</p>
<p>Una pubblicazione del Dipartimento di Stato, del 2006, classificava le isole olandesi di Aruba, Bonaire e Curaçao come &#8220;<em>Terza frontiera degli Stati Uniti</em>&#8220;, che vedeva le colonie dei Caraibi parte della frontiera &#8220;<em>geopolitica degli Stati Uniti</em>&#8220;. In reazione alla crescente presenza militare USA a Curaçao, un giornalista locale ha commentato, visitando una delle navi da guerra degli Stati Uniti, &#8220;<em>Dopo aver lasciato la nave da guerra, abbiamo avuto la sensazione che, tutto ad un tratto, siamo divenuti molto importanti&#8230;&#8221;</em><br />
</font><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
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