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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Giappone</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<item>
		<title>Giappone: ricostruzione finanziaria. Le conseguenze economiche alla catastrofe nucleare.</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 09:43:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Debito]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Japan Post Bank]]></category>
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		<description><![CDATA[Un enorme debito pubblico che appartiene ai cittadini giapponesi significa che le imprese nipponiche hanno i soldi per la ricostruzione. Ma se il Japan Post venisse venduto a privati..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/giappone-ricostruzione-finanziaria-le-conseguenze-economiche-alla-catastrofe-nucleare/9348/" title="Giappone: ricostruzione finanziaria. Le conseguenze economiche alla catastrofe nucleare."><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9348&amp;w=80" width="80" height="61" alt="Giappone: ricostruzione finanziaria. Le conseguenze economiche alla catastrofe nucleare." ></div></a><p><span style="color: #00000a"><span><span style="font-size: x-small"><strong>Fonte: Global Research, 31 March, 2011 </strong></span></span></span><span style="color: #00000a"><span><span style="font-size: x-small"><strong><a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=24077">http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=24077</a></strong></span></span></span><br />
<span style="color: #00000a"><span><span style="font-size: x-small"><strong> </strong></span></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il governo giapponese può affrontare il suo enorme debito perché detiene l’istituto bancario che è il suo principale creditore. Ma i concorrenti cercano di forzare la privatizzazione della banca. Se ci riescono potrebbero spingere il paese alla dipendenza dal dominio finanziario straniero insieme con gli altri paesi schiavi nella morsa del debito.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Quando una portavoce del Fondo Monetario Internazionale ha affermato ad una conferenza il 17 marzo che il Giappone possiede i mezzi finanziari per riprendersi dal suo devastante tsunami, bloggers scettici si sono domandati cosa realmente intendesse, forse un “Siete da soli”?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La portavoce Caroline Atkinson ha ribadito: “Le priorità principali sono i bisogni umanitari, le infrastrutture, la ricostruzione e la situazione nucleare. Crediamo che l’economia giapponese sia forte e la società prosperosa e che il Governo abbia tutte le risorse finanziarie per affrontare tali priorità.” Alla domanda se il Giappone avesse chiesto assistenza al FMI, la portavoce ha risposto: Il Giappone non ha richiesto nessuna assistenza finanziaria dal Fondo Monetario Internazionale.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli scettici continuano a chiedersi come un paese con un debito nazionale di oltre 200% del PIL possa definirsi “forte e prosperoso”. Secondo un elenco </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>CIA Factbook</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> dei rapporti debito/PIL di 132 paesi nel 2010, il Giappone si posizionava in cima alla lista al 226%, davanti allo Zimbabwe al 149%. Grecia e Islanda erano posizionate al quinto e sesto posto, rispettivamente al 144% e 124%. L’affidabilità creditizia del Giappone era ancora al AA, mentre Grecia e Islanda erano nella categoria BB. Come è riuscito dunque il Giappone a mantenere non solo la sua credibilità creditizia ma anche il suo </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>status</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> come seconda o terza economia mondiale, portando il peso di un debito così ingente?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La risposta potrebbe essere che il Governo Giapponese ha una fonte di finanziamento pubblico: possiede il deposito bancario più grande al mondo. Così il Vice Presidente Statunitense Dick Cheney ha affermato: “Il deficit non conta”. Il debito non ha dunque importanza, almeno, quando si dispone della banca che è il tuo principale creditore. Il Giappone è rimasto impenetrabile agli attacchi speculativi che hanno paralizzato paesi come la Grecia e l’Islanda perché la Nazione non è caduta nella trappola della dipendenza dai finanziamenti esteri.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post Bank</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> è ora il più grande detentore di risparmio personale nel mondo, il ché lo rende il maggiore motore creditizio mondiale. La maggior parte di soldi oggi nasce come prestiti bancari, ed i depositi sono il fondo magico dal quale si genera questa moneta di credito. Il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> non è solo la banca di deposito più grande al mondo ma anche il suo maggiore istituto bancario di proprietà pubblica. Dal 2007 è stata anche il più grande datore di lavoro in Giappone, ed il titolare di un quinto del debito nazionale sotto forma di titoli di Stato. Joe Weisenthal ha notato nel </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Business Insider</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> nel febbraio 2010 quanto segue:</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em>Poiché l’enorme debito pubblico giapponese appartiene in larga parte ai suoi cittadini, il Paese non si deve preoccupare a riguardo di investitori stranieri né corre il rischio di perdere la loro fiducia.</em></span></span></p>
<p><em><span><span style="font-size: medium">Se ci sarà una corsa al debito pubblico, avverrà come risultante del comportamento dei propri cittadini che non vogliono finanziarlo ulteriormente. E dal momento che molti giapponesi finanziano il Governo attraverso conti detenuti dal Japan Post Bank- che a sua volta acquista il debito pubblico- tale istituzione potrebbe essere il canale per un possibile cambiamento.</span></span></em></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Questo potrebbe spiegare perché il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> è stato il campo di battaglia di agguerrite fazioni politiche per oltre un decennio. Il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japanese Postal Saving System</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> risale al 1875, ma nel 2001 il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> fu concepito come una società pubblica indipendente, e fu il primo passo per la privatizzazione e la vendita al di fuori di investitori. Quando il neoeletto Primo Ministro Junichiro Koizumi ha tentato di far passare la ristrutturazione, ha incontrato una forte resistenza. Nel 2004 Koizumi ha mischiato il suo Governo, ha nominato riformisti come suoi ministri, ed ha creato la nuova posizione di </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Postal Privatization Minister, </em></span></span><span><span style="font-size: medium">nominando </span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium">Heizo</span></span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium"> </span></span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium">Takenaka per tale ruolo. Nel marzo 2006 Anthony Rowley scrisse nel Bloomberg:</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium">Privatizzando il </span></span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post</em></span></span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium">, [Koizumi] mira a rompere la stretta alla gola che politici e burocrati hanno a lungo esercitato sulle risorse finanziarie nipponiche e punta a iniettare fresca competizione nei servizi finanziari del paese. Il suo piano prevede di creare un obiettivo potenzialmente interessante sia per gli investitori domestici ché internazionali: la cassa di risparmio giapponese e le assicurazioni vantano un giro d’affari di oltre ¥380 miliardi ($ 3,2 miliardi di dollari)… </span></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ed un fondo d’affari di 3 miliardi di dollari è allettante davvero. Nella riorganizzazione del 2007, il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Postal Savings Division </em></span></span><span><span style="font-size: medium">è stato separato dagli altri dipartimenti, rendendo il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post </em></span></span><span><span style="font-size: medium">una banca a tutti gli effetti. Secondo un articolo dell’ottobre 2007 dell’</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Economist</em></span></span><span><span style="font-size: medium">:</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’appena creato </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post Bank </em></span></span><span><span style="font-size: medium">sarà libero di concentrarsi sulle attività bancarie, ed il suo nuovo status</span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium"> consentirà di diversificare in nuove aree di business, come la concessione di mutui ipotecari e le carte di credito</span></span></span><span><span style="font-size: medium">.</span></span><span><span style="font-size: x-small"> </span></span><span><span style="font-size: medium">In una certa misura questa diversificazione</span></span><span style="color: #888888"><span><span style="font-size: medium"> </span></span></span><span><span style="font-size: medium">sarà costretta alla nuova banca. Alcuni dei trattamenti speciali concessi al suo precedessore verranno revocati, costringendo il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post Bank</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> a investire più avventurosamente al fine di mantenere i depositari e, in utima analisi, ad attrarre investitori una volta che figureranno nel mercato azionario.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Questo era il piano, ed il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Japan Post</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> ha investito più avventurosamente; ma non ha ancora rinunciato ai suoi privilegi. Il nuovo ministro della finanza ha interrotto il processo di privatizzazione e le azioni della banca non sono state vendute. Nel frattempo, il consolidato </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Post Bank, </em></span></span><span><span style="font-size: medium">è cresciuto esponenzialmente superando </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Citigroup</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> come maggiore istituzione finanziaria al mondo; ed è stato ramificato in nuove aree di competenza, allarmando i concorrenti. Un articolo del marzo 2007 dell’</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>USA Today</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> ha avvertito: “Il colosso alimentato dal governo potrebbe approfittare del proprio peso per schiacciare i rivali, stranieri e nazionali.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sembrava muoversi in questa direzione fino allo tsunami del marzo 2011. Ma adesso si parla di un ritorno al modello liberista, vendendo i beni pubblici per trovare i fondi per la ricostruzione. Christian Caryl ha commentato in un articolo del 19 marzo in </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Foreign Affairs</em></span></span><span><span style="font-size: medium">, pubblicato dal </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Council on Foreign Relations</em></span></span><span><span style="font-size: medium">:</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per quanto orribile sia, la devastazione del terremoto ha presentato al Giappone e alla sua classe politica l’opportunità di avanzare quelle riforme che il Partito Democratico del Giappone ha da tempo promesso e di cui il popolo ha disperatamente bisogno.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In altre parole, l’occasione per gli investitori di mettere le loro mani sulla pregiata banca pubblica nipponica, e sull’enorme deposito che a lungo ha protetto l’economia dagli attacchi dei predatori finanziari stranieri.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il governo giapponese può affrontare il suo ingente debito pubblico perché paga degli interessi estremamente bassi. Per l&#8217;economia privata il debito pubblico sono soldi reali. Un enorme debito pubblico che appartiene ai cittadini giapponesi significa che le imprese nipponiche hanno i soldi per la ricostruzione. Ma se il Japan Post venisse venduto a privati, gli interessi aumenterebbero sensibilmente, spingendo il governo nella trappola del debito che ha a lungo scampato.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il popolo giapponese è estremamente patriottico, e non facilmente disposto ad una sottomissione straniera. I cittadini sono generalmente soddisfatti del loro governo, poiché credono che serva i loro interessi. Si spera che il governo avrà la lungimiranza e la forza di tener stretto il suo colosso pubblico </span></span><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium">e usarlo per sfruttare il risparmio del suo popolo nella misura necessaria per la ricostruzione delle infrastrutture devastate, evitando un debito paralizzante ad interessi stranieri.</span></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em>Ellen Brown</em></span></span><em><span><span style="font-size: medium"> is an attorney and president of the Public Banking Institute, </span></span></em><em><a href="http://publicbankinginstitute.org/">http://PublicBankingInstitute.org</a></em><em><span><span style="font-size: medium">. In </span></span></em><em><span><span style="font-size: medium"><span style="text-decoration: underline">Web of Debt</span></span></span></em><em><span><span style="font-size: medium">, her latest of eleven books, she shows how a private cartel has usurped the power to create money from the people themselves, and how we the people can get it back.  Her websites are </span></span></em><em><a href="http://webofdebt.com/">http://webofdebt.com</a></em><em><span><span style="font-size: medium"> and </span></span></em><em><a href="http://ellenbrown.com/">http://ellenbrown.com</a></em><em><span><span style="font-size: medium">.</span></span></em></p>
<p><em><span><span style="font-size: medium"><strong>(Traduzione di Erica Saltarelli)</strong></span></span></em></p>
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		<title>La cooperazione nucleare tra India e Giappone. Delhi guarda a est</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 18:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi anni le relazioni tra India e Giappone sono state contraddistinte dall’attenzione posta sulla possibile cooperazione energetica tra i due paesi. A questo proposito lo scorso 8 aprile si è verificato un importante incontro tra il segretario del ministero degli esteri indiano Nirupana Rao e il viceministro degli esteri giapponese Kenichiro Sasae, con al centro delle discussioni le tematiche energetiche riguardanti il nucleare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-cooperazione-nucleare-tra-india-e-giappone-delhi-guarda-a-est/9202/" title="La cooperazione nucleare tra India e Giappone. Delhi guarda a est"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9202&amp;w=80" width="80" height="51" alt="La cooperazione nucleare tra India e Giappone. Delhi guarda a est" ></div></a><p lang="en-US">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni le relazioni diplomatiche tra India e Giappone sono state contraddistinte dall’attenzione posta sulla possibile cooperazione energetica tra i due paesi. A questo proposito lo scorso 8 aprile si è verificato un importante incontro tra il segretario del ministero degli esteri indiano Nirupana Rao e il viceministro degli esteri giapponese Kenichiro Sasae, con al centro delle discussioni le tematiche energetiche riguardanti il nucleare, considerato anche il difficile momento che sta attraversando il Giappone in seguito alle conseguenze dello tsunami del marzo scorso. </span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il dialogo indo-giapponese dell’ultimo decennio verte essenzialmente su tre grandi questioni, collegate </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a interessi politici, economici, strategici e militari. La prima si sofferma sulla già citata possibile cooperazione sul nucleare civile; la seconda concerne la partnership economica tra i due paesi, sancita dalla firma lo scorso 15 febbraio del CEPA (</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comprehensive Economic Partnership Agreement</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">); la terza verte sulla probabile riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con i due paesi alleati nel richiedere la trasformazione di tale organismo e la propria conversione in membri permanenti. La continuazione del dialogo sulla cooperazione nucleare rappresenta una conferma del recente avvicinamento tra Tokio e Delhi sulle questioni energetiche, il quale comporterà nell’immediato importanti conseguenze a livello economico, ma anche significative implicazioni geopolitiche in Asia Meridionale, nel sud-est asiatico e nel Pacifico.</span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La cooperazione nucleare tra India e Giappone. I risvolti economici.</strong></span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Durante la Guerra Fredda le relazioni diplomatiche tra India e Giappone non erano particolarmente intense, a causa dei vincoli imposti dalla logica dei rispettivi blocchi d’appartenenza e al maggior interesse indiano per l’Asia occidentale e le controversie lungo i confini con il Pakistan e la Cina. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, le relazioni tra Tokio e Delhi mutarono, ma il graduale miglioramento dei rapporti fu bruscamente interrotto durante i test nucleari indiani del 1998, duramente condannati dal Giappone. L’ultimo decennio è stato invece caratterizzato da </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">una decisiva ripresa delle relazioni bilaterali indo-giapponesi, nel corso degli anni sempre più intense e contraddistinte da significative intese economiche. Il definitivo superamento delle difficoltà nel dialogo tra India e Giappone è avvenuto nel dicembre 2006, durante la visita del primo ministro indiano Manmohan Singh a Tokio con la firma di importanti accordi economici, tra i quali il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Joint Statement Towards Japan-India  Strategic and Global Parternship</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Gli investimenti giapponesi in India sono in continua crescita, ma il legame tra i due paesi non investe solamente ambiti di carattere economico, dal momento che esiste una significativa cooperazione anche nel campo militare. Nel 2007 le Jieitai, le forze di autodifesa giapponesi (JSDF), hanno partecipato a un’esercitazione navale congiunta nelle acque dell’Oceano Indiano, denominata Malabar 2007, assieme alle marine militari indiana, australiana, statunitense e quella di Singapore. </span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il miglioramento del rapporto tra India e Giappone è dovuto a forti interessi di tipo economico. Da questo punto di vista esiste una complementarietà tra il sistema giapponese e quello indiano. Il Giappone, dopo il recente sorpasso cinese, è la terza economia del pianeta, con un’elevata quantità di capitali da investire e un sistema tecnologico di primo livello; l’economia giapponese però è allo stesso tempo in lento declino e si trova in una fase di criticità, accentuata dal recente tsunami. L’India, invece, sta attraversando un periodo di intensa crescita economica, con una considerevole richiesta di investimenti stranieri e innovazione tecnologica. Il tessuto sociale indiano è caratterizzato da un gran numero di giovani istruiti e qualificati, in grado di poter integrare il segmento di popolazione giapponese adibita al medesimo tipo di professione, allo stesso tempo con stipendi ed età decisamente inferiori. La recente intenzione giapponese di avviare un dialogo con la controparte indiana al fine di concludere degli accordi riguardanti il nucleare civile si collega alle esigenze di crescita economica e imprenditoriale di Tokio che include l’aumento dell’esportazione di tecnologia e infrastrutture all’estero, tra cui appunto il know how giapponese sul nucleare. Il Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria ha istituito a questo proposito l</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>’International Atomic Energy Company</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con l’obiettivo di formare una piattaforma centralizzata per aumentare la competitività giapponese a livello internazionale e poter ottenere gli appalti per la progettazione e costruzione di centrali nucleari all’estero, con una considerazione particolare nell’ultimo anno per Emirati Arabi Uniti, Giordania e India. </span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La pressione giapponese al fine di concludere degli accordi sulla cooperazione nucleare deriva anche dal fatto che alcune società statunitensi e francesi hanno vinto degli appalti in India per la prossima costruzione di centrali nucleari. Le due società americane, la General Electric e la Westinghouse Electric Company, che hanno firmato i contratti per la creazione di siti nucleari in Gujarat e in Madhya Pradesh sono parzialmente o interamente proprietà di aziende giapponesi. Nel 2006 l’Hitachi ha acquistato una quota del 40% in joint venture internazionale della G.E., mentre la Toshiba Corporation ha pienamente acquisito nello stesso anno la Westinghouse Electric Company. Inoltre, la Mitsubishi Company per l’energia nucleare ha acquisito una quota del 30% dell’azienda francese Avera nel 2008, la quale ha firmato un contratto per la realizzazione di una centrale nucleare a Jaitapur, nello Stato indiano di Maharashtra. Le società americane e francesi firmatarie dei contratti non possono tuttavia utilizzare</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> la tecnologia giapponese, vista la messa in atto da parte di Tokio della legge del 1976 che vieta il trasferimento di tecnologia nucleare all’estero. In definitiva senza un accordo sul nucleare civile tra India e Giappone e un allentamento di tale divieto, le società in questione non potranno utilizzare il know how nucleare giapponese necessario. La Japan Steel Works produce il materiale utilizzato sia da Avera che dalla G. E. per la realizzazione dei reattori; la stessa G. E. riceve numerosi componenti anche dall’Hitachi Ltd. Dal punto di vista economico un accordo tra Delhi e Tokio è valutato pertanto di vitale importanza per le aziende giapponesi che hanno partecipazioni o l’intera proprietà di società statunitensi e francesi impegnate nella costruzione di centrali nucleari in India. </span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un ulteriore indicativo</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> stimolo all’accelerazione giapponese degli ultimi anni per la firma di un accordo sul nucleare civile è legato agli interessi economici della Corea del Sud in India, notevolmente cresciuti nell’ultimo decennio. Nel gennaio 2010 fu siglato tra le autorità sudcoreane e indiane un accordo di cooperazione economico (CEPA). Seoul ha dimostrato nell’ultimo anno un crescente interesse per consolidare il proprio rapporto con Delhi, avviando anche un dialogo per una possibile cooperazione nucleare con l’India. Nel corso della prima metà del 2010 si è registrato un aumento del 70% del volume di scambi tra i due paesi e, per quanto riguarda il campo dell’elettronica, le società sudcoreane hanno scalzato la concorrenza delle aziende giapponesi del settore nel vasto mercato indiano. Seoul ha già ottenuto degli appalti per la realizzazione di progetti legati al nucleare civile negli Emirati Arabi Uniti, sconfiggendo la competizione di Tokio nell’area. Vista la crescente influenza economica sudcoreana in Medio Oriente e in India, le società giapponesi, per non perdere il lucroso mercato indiano e i possibili ingenti profitti derivati dal nucleare civile, hanno intensificato le pressioni sul governo e sul Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria affinché il Giappone si accordi con l’India per la cooperazione nucleare. Oltre al campo energetico, gli investimenti giapponesi nel mercato indiano sono sempre più crescenti nei settori automobilistico, farmaceutico e quello legato alle telecomunicazioni e saranno sempre più cospicui grazie alla recente firma del CEPA tra i due paesi. Un esempio concreto del recente attivismo di Tokio in India sono visibili, ad esempio, nella diretta partecipazione alla creazione del corridoio industriale tra Delhi e Mumbai, realizzato grazie a considerevoli investimenti giapponesi. Da questa prospettiva sembra, dunque, che il dialogo indo-giapponese sull’energia nucleare non avrà intoppi. In realtà esiste un rilevante ostacolo rappresentato dal fatto che l’India è uno Stato dotato di armi nucleari, ma allo stesso tempo non firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e del Trattato di bando complessivo dei test nucleari (CTBT), un tema molto sentito nell’opinione pubblica giapponese. Le autorità di Tokio sostengono che è necessaria per la buona riuscita dell’accordo la firma da parte indiana del TNP e del CTBT, ma Delhi non sembra disposta ad accettare questo vincolo, ponendo un importante freno alla cooperazione nucleare tra i due paesi. Dal momento però che l’accordo sul nucleare civile indo-giapponese rappresenta gli interessi di importanti e influenti gruppi industriali giapponesi, ma anche francesi e statunitensi, bisognerà attendere gli sviluppi futuri per comprendere se i risvolti economici e strategici della questione prevarranno sulle preoccupazioni dell’opinione pubblica giapponese. </span></span></span></span></span></p>
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<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Le motivazioni geopolitiche. </strong></span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La collaborazione tra India e Giappone riguardante il nucleare civile e i diversi ambiti economici è legata </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a ulteriori importanti questioni militari, strategiche e geopolitiche. Una chiave di lettura adatta a spiegare il miglioramento delle relazioni indo-giapponesi è rappresentata dalla comune percezione negativa dell’ascesa economica, politica e militare cinese. Delhi e Tokio considerano con preoccupazione la crescita dell’influenza cinese in Asia, in particolar modo nel sud-est asiatico e nell’area attorno al subcontinente indiano. Secondo la visuale indiana e giapponese, dal 2009 le priorità per la politica estera cinese sono state individuate nella difesa aggressiva dei propri interessi in alcune zone considerate di vitale importanza per politica estera di Pechino. La Cina ha aumentato il proprio attivismo navale nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale in difesa delle proprie rotte commerciali, ha rafforzato la propria influenza all’estero, in particolar modo in Asia centrale e in Pakistan, attraverso l’assistenza militare e nucleare. L’allarmismo da parte dell’India, nonostante siano in costante crescita i legami economici tra i due paesi e la cooperazione in politica estera, è legato soprattutto all’aumentare del dinamismo cinese in alcune aree considerate storicamente da Delhi appartenenti alla propria sfera d’influenza, come lo Sri Lanka e il Bangladesh. Tra Delhi e Pechino sono ancora in ballo le comuni rivendicazioni su parte del Kashmir così come il sostegno cinese alle valutazioni pakistane sul carattere di controversia internazionale pendente sullo Stato indiano di Jammu e Kashmir. Il mancato abbandono della politica dei visti cinesi rilasciati ai cittadini dello stesso Stato, nonostante le vivaci proteste indiane, la disputa sulla tematica tibetana e il sostegno di Delhi al Dalai Lama, nonché le tensioni su diverse zone del lungo confine tra i due paesi, in particolare sull’Aruchanal Pradesh, area di ricca di minerali, carbone e zinco, sono altri motivi di contrasto. Le controversie sino-indiane sono particolarmente vivaci anche in campo marittimo, nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese Meridionale. Sia Pechino che Delhi stanno cercando di incrementare la propria influenza economica, strategica e militare nelle aree in questione ed entrambi i paesi osservano con preoccupazione la reciproca ascesa. Se Delhi valuta negativamente la presenza cinese nell’Oceano Indiano, allo stesso tempo la Cina considera pericolosamente l’avanzata indiana nelle aree di proprio interesse geopolitico, come il Mar Cinese Meridionale e lo stretto di Malacca. In questo quadro di tensioni indo-cinesi entrano in gioco anche gli interessi degli Stati Uniti, ancora oggi potenza navale dominante dell’Oceano Pacifico e del sud-est asiatico, ma che potrebbe essere molto probabilmente superata dalla Cina nell’immediato futuro. A questo proposito, i legami economici e la cooperazione sul nucleare tra India e Stati Uniti, nonché la retorica statunitense sul favorire la preminenza indiana nell’Oceano Indiano possono essere valutati come un tentativo da parte di Washington di ottenere l’appoggio di Delhi per i propri interessi, avendo come fine l’arresto dell’ascesa economica e militare cinese nel Pacifico e nel sud-est asiatico, ricercando un equilibrio strategico a proprio vantaggio nell’area. </span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda il Giappone, nonostante i proficui rapporti economici esistenti con la Cina, le dispute territo</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">riali con Pechino sono diverse. A questo proposito la disputa sulle isole Senkaku, secondo i cinesi Diao Yu, attualmente amministrate dal Giappone, ha comportato lo scorso settembre un ulteriore scontro diplomatico tra i due paesi, a seguito di una collisione tra un’imbarcazione da pesca cinese e due unità della guardia costiera giapponese. I rapporti tra i due paesi sono caratterizzati da un continuo richiamo al nazionalismo; nella memoria collettiva cinese è ancora molto forte il sentimento di sfiducia e avversione nei confronti del Giappone, diretta derivazione dell’aggressione subita durante la Seconda guerra mondiale. Oltre alla storica rivalità, il controllo delle risorse energetiche dell’area attorno alle isole contese, ricche di petrolio e gas naturale, rappresenta per entrambi i paesi un’ulteriore fondamentale fonte di scontro. Il potenziale controllo delle isole garantirebbe alla Cina l’accesso alle risorse strategiche e consentirebbe la messa in atto delle linee base per la creazione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Area in cui il Giappone ha recentemente assegnato i diritti di esplorazione del gas a imprese private in modo da controbilanciare la presenza della Cina, la quale a sua volta ha avviato le perforazioni del giacimento di gas naturale di Chunxiao, situato a ridosso delle aree contese tra Pechino e Tokio. </span></span></span></span></span></p>
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<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il rapporto tra India e Giappone e la </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Look East Policy </strong></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>indiana.</strong></span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’accelerazione nell’ambito delle relazioni indo-giapponesi con interessi legati ai settori economico, energetico e militare p</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">uò essere interpretata nell’ottica di una particolare strategia adottata dall’India in politica estera negli ultimi vent’anni, la cosiddetta </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Look East Policy</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Avviata dal primo ministro PV Narasimha Rao in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e al cambiamento delle strategie diplomatiche indiane dopo la fine dei vincoli imposti dalle sfere d’influenza durante la Guerra Fredda, era inizialmente concepita per soddisfare solamente interessi economici ed era limitata all’area del sud-est asiatico. Questa strategia si è trasformata con il passare degli anni in un metodo diplomatico con importanti implicazioni politiche, militari e geostrategiche, seguendo criteri che consideravano propizia anche la partnership con i paesi dell’estremo oriente. Fin dagli anni successivi all’indipendenza, l’India non considerava particolarmente fruttifere le relazioni con i paesi del sud-est asiatico o dell’estremo oriente. Le riforme economiche e le liberalizzazioni avvenute a partire dal 1991 hanno permesso la crescita economica del paese, ancora oggi in corso, offrendo allo stesso tempo nuove opportunità per l’economia indiana. All’inizio degli anni ’90 fu considerata con crescente interesse l’opportunità di favorire l’integrazione economica tra gli Stati del sud-est asiatico con l’India. Questo tipo di politica economica, contraddistinta da una serie di accordi di libero scambio con diversi paesi del sud-est asiatico, ha favorito la trasformazione e la crescita dell’economia indiana, ma, allo stesso tempo, ha giovato all’incremento dell’influenza di Delhi nell’area. L’India nel corso degli ultimi cinque anni ha siglato importanti accordi di cooperazione economica e libero scambio con la Tailandia, il Vietnam, l’Indonesia, la Malesia, Myanmar, Singapore e più recentemente anche con Corea del Sud e Giappone. La Tailandia è il primo paese dell’ASEAN ad aver firmato con Delhi nel 2003 un accordo economico bilaterale di libero scambio. La Malesia, escludendo la Cina e l’ASEAN, è il principale partner economico dell’India ed è probabile nell’immediato futuro l’ampliamento della cooperazione tra i rispettivi eserciti e marine militari. Gli investimenti indiani in Malesia sono cospicui e riguardano essenzialmente il settore informatico, la biotecnologia, i trasporti, le comunicazioni, il campo energetico e le costruzioni. Dal 2005 l’India ha anche un importante legame con l’ASEAN, a coronamento della politica di avvicinamento indiano all’associazione dei paesi del sud-est asiatico intrapresa a partire dal 1993, culminata con la recente costituzione dell’organismo internazionale ASEAN + 6. L’organizzazione è composta, nonostante i malumori cinesi per la presenza indiana, da Delhi, i paesi membri dell’ASEAN, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. L’Indonesia è stato il principale Stato membro a sponsorizzare un deciso miglioramento dei rapporti tra l’ASEAN e l’India. </span></span></span></span></span></p>
<p lang="en-US"><a name="_GoBack"></a> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una possibile chiave di lettura dell’interesse indiano per la cooperazione con il Giappone è dunque strettamente collegata alla politica di espansione dell’influenza economica di Delhi verso oriente. L’attivismo di Delhi verso </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">est può essere valutato anche come una possibile risposta all’ascesa militare ed economica cinese, alla ricerca di un sistema di sicurezza strategica nei confronti della Cina. Non si tratta, infatti, solamente di trattati e accordi economici, ma anche di intese legate ai settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, alla cooperazione marittima e alla comune difesa in Asia e nel Pacifico. Delhi ha avviato delle discussioni a riguardo oltreché con il Giappone, anche con Tailandia, Vietnam, Indonesia, Singapore, Australia e Filippine. Per quanto concerne la politica estera indiana di contrapposizione nei confronti dell’ascesa cinese nell’area del sud-est asiatico e del Pacifico possono essere ricordati il BIMSTEC (</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>the Bay of Bengal Multi-sectoral Techinical and Economic Cooperation</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) e il MGC (</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Mekong-Ganga Cooperation</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Si tratta di organizzazioni regionali di cooperazione economica sorte da iniziative indiane con la voluta esclusione della Cina al fine di controbilanciare l’influenza sempre più forte di Pechino nell’ASEAN. Il BIMSTEC vede la partecipazione di India, Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Tailandia e Bhutan ed ha come obiettivo prioritario la cooperazione economica tra i paesi membri in diversi settori, come ad esempio la collaborazione commerciale, industriale, agricola, energetica, tecnologica, turistica e nel campo delle telecomunicazioni e dei trasporti. I paesi membri del MGC assieme all’India sono Tailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar; l’organismo ha come obiettivo di base la collaborazione tra i paesi membri nel turismo, nella cultura, nell’educazione e nel settore delle comunicazioni e dei trasporti. Uno dei progetti più importanti del MGC è, ad esempio, l’ambizioso progetto volto alla realizzazione di un’autostrada che colleghi Singapore a Delhi, passando attraverso Kuala Lumpur, Ho Chin Minh, Phnom Penh, Bangkok, Vientiane, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Yangon, Mandalay, Dhaka e Calcutta.</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> La </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Look East Policy </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">è vista, inoltre, a Delhi come una possibile occasione per lo sviluppo economico e sociale degli Stati indiani del nord-est, attraverso la cooperazione e l’integrazione economica con gli Stati confinanti, innanzitutto il Bangladesh e il Myanmar, nonché con i restanti paesi membri dell’ASEAN. Tra i progetti per il rilancio del nord-est indiano, oltre ai già citati progetti del BIMSTEC e del MGC, sono in corso i piani per la realizzazione di nuovi collegamenti ferroviari tra il nord-est indiano e i paesi del sud-est asiatico e la costruzione di un gasdotto che unisca i giacimenti di gas naturale in Myanmar a Calcutta, passando attraverso il territorio bengalese. Contemporaneamente all’attivismo di Delhi nel sud-est asiatico e in Asia orientale, Pechino osserva con preoccupazione la politica del “guardare a est” indiano, percepita come una potenziale volontà di accerchiamento della Cina. Nonostante i legami economici tra i due Stati siano molto forti e ben più importanti della cooperazione con altri paesi, se si pensa ad esempio alla differenza tra il volume d’affari che l’India ha con la Cina rispetto a Tokio, e permanga una comune visione di alcune tematiche d’interesse globale, vedi il recente conflitto in Libia, il futuro dell’area Asia-Pacifico sarà</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">dunque caratterizzato dalla crescente contrapposizione e competizione tra le due potenze asiatiche. </span></span></span></span></span></p>
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<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></span></span></span></p>
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<p lang="en-US"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Francesco Brunello Zanitti è d</strong></em></span></span><em><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">ottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste).</span></span></span></strong></em></span></span></span></p>
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		<title>Fukushima: la tecnologia dell&#8217;inganno</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 19:39:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Una tipica tecnologia dell'inganno è quello di dire la verità, ma non tutta la verità. La copertura mediatica delle recenti catastrofi nelle due centrali nucleari giapponesi Fukushima 1 e Fukushima 2 sembra essere costruita secondo il principio di cui sopra. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/fukushima-la-tecnologia-dellinganno/8744/" title="Fukushima: la tecnologia dell&#8217;inganno"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=8744&amp;w=80" width="80" height="56" alt="Fukushima: la tecnologia dell&#8217;inganno" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.strategic-culture.org/pview/2011/03/15/fukushima-the-technology-of-deception.html"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.strategic-culture.org/pview/2011/03/15/fukushima-the-technology-of-deception.html</span></span></span></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una tipica tecnologia dell&#8217;inganno è quello di dire la verità, ma non tutta la verità. La copertura mediatica delle recenti catastrofi nelle due centrali nucleari giapponesi Fukushima 1 e Fukushima 2 sembra essere costruita secondo il principio di cui sopra. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo i media, il terremoto di magnitudo 8,9 dell’11 marzo 2011 in Giappone ha provocato un arresto automatico dei reattori nucleari degli impianti di Fukushima 1 e Fukushima 2. I generatori diesel di riserva sono stati avviati subito dopo per alimentare l&#8217;energia del sistema di raffreddamento dei reattori, ma ulteriori problemi si sono presentati quando lo tsunami ha distrutto i generatori e la temperatura nel sistema di contenimento è aumentata. I tentativi di ridurre la pressione e la temperatura nei reattori hanno incontrato un successo limitato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;idrogeno è esploso a Fukushima 1 il 12 marzo. I principali canali TV hanno trasmesso i filmati dell&#8217;esplosione, mentre i funzionari giapponesi dichiaravano che nessun rilascio di radiazioni ne era conseguito e che il reattore non era stato distrutto. Le agenzie della Russia responsabili per la protezione dalle radiazioni &#8211; Rosatom e Rosgidromet – hanno comunicato che le regioni orientali del paese non saranno esposte a rischi, anche nel caso peggiore. L&#8217;agenzia stampa ufficiale russa RIAN, citando un funzionario dell&#8217;AIEA, secondo cui l&#8217;Agenzia ritiene di assegnare il quarto livello dell&#8217;INES (International Nuclear and Radiological Event Scale), all&#8217;incidente nucleare in Giappone. L&#8217;INES comprende sette livelli, il quarto non indica una grave emergenza, ma corrisponde ad un incidente con conseguenze locali.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In altre parole, viene offerta una versione rassicurante degli eventi al pubblico in generale, il quale si ritiene che assorba le informazioni acriticamente. Presumibilmente, i venti che soffiano a est e a sud-est disperdono le emissioni radioattive nel Pacifico, e non vi è nulla, nel resto del mondo, per cui doversi preoccupare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si ha l&#8217;impressione che tutte le informazioni attualmente riguardino la dinamica delle emissioni radioattive. Si afferma ufficialmente che il centro di crisi della Rosatom sta monitorando la situazione in modo permanente, ma non è chiaro perché debba farlo, se le cose sono così semplici come descritte. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure, i media, compresa l&#8217;ITAR-TASS, la quale ha citato esperti giapponesi, hanno continuato a dire il 13 marzo che, al momento, i sistemi di raffreddamento dei 6 reattori di Fukushima 1 e Fukushima 2 sono stati spenti. A partire dal 14 marzo, i sistemi di raffreddamento del 1°, 2° e 3° reattori di Fukushima 1 e del 1°, 2° e 4° reattori di Fukushima 2, non sono in funzione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al momento, ha senso valutare la situazione in modo indipendente e misurare la probabilità di più ampie conseguenze degli incidenti nucleari. In condizioni di emergenza, la sicurezza dei reattori nucleari è garantita con l&#8217;aiuto di una serie di circuiti tecnologici, i principali dei quali servono a raffreddare il nocciolo del reattore, ad alimentare l&#8217;impianto, a spegnere il reattore e a fornire energia elettrica prodotta con generatori diesel di emergenza. Complessivamente, i sistemi sono destinati a garantire la sicurezza nucleare anche in condizioni estreme, come bombardamenti diretti sulla centrale elettro-nucleare. Seguendo una corretta pianificazione, l&#8217;energia nucleare è assolutamente sicura e affidabile, ma evidentemente questo non era il caso del Giappone. Gli impianti nucleari del paese sono stati costruiti in zone di intensa attività sismica e, inoltre, proprio sulla costa, anche se uno tsunami nella regione era  un evento senza precedenti. E&#8217; stato lo tsunami che ha reso inutilizzabili i sistemi di sicurezza che erano sopravvissuti al terremoto, causando la perdita del liquido refrigerante, e creando la minaccia di fusione del reattore. Finora possiamo solo supporre gli effetti termici innescati dalla continuazione della reazione, ma è già chiaro che le barre di combustibile, o almeno alcune di esse, sono state probabilmente distrutte o danneggiate. L&#8217;esplosione dell&#8217;idrogeno è l&#8217;indicazione che l&#8217;ossido di uranio è venuto a diretto contatto con l&#8217;acqua, con conseguente produzione di idrogeno. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Cosa sarà successo dopo? Il quadro offerto dai media riflette uno scenario ottimista, ma non l&#8217;unico possibile. Eventuali pareri in merito al funzionamento del sistema di raffreddamento del nocciolo del reattore, in condizioni di emergenza, sono puramente ipotetici. Essi si basano su modelli matematici in combinazione con un numero limitato di test e, ovviamente, non sono mai stati confermati sperimentalmente. Potenzialmente, delle conseguenze possono nascere dal fatto che il sistema di raffreddamento del nocciolo del reattore, neutralizzato dalla marea, non sia in grado di prevenire la fusione del reattore. In questo caso, la temperatura nella zona del disastro, contenente biossido di uranio, può raggiungere un livello tale da far crollare la camera di contenimento e le sostanze radioattive fuse proliferano sul terreno. Mescolandosi con l&#8217;acqua al suolo, ci si può aspettare che inneschi un&#8217;esplosione che, a causa delle sostanze radioattive, farebbe volatilizzare nuovamente quanto resta nella camera di contenimento. In altre parole, una contaminazione più grave di quella attualmente segnalata sembra probabile, in base ai dati disponibili. Il fenomeno e le sue conseguenze a lungo termine rimangono in gran parte inesplorati a causa dell’estrema complessità delle simulazioni matematiche, che avrebbero dovuto essere effettuate per predire esattamente come il dramma si sarebbe svolto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La conclusione generale è che la situazione intorno a Fukushima 1 e Fukushima 2 è abbastanza oscura e conseguenze molto più severe rispetto a quelle attualmente previste non possono essere escluse.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Va notato, insieme a quanto sopra detto, che finora non abbiamo sentito nulla sulla condizione in seguito alla catastrofe degli impressionanti depositi di combustibile nucleare esaurito del Giappone. Gli esperti stimano che nel 2020 il Giappone sarebbe emerso quale il titolare di plutonio numero uno al mondo, e la mancanza di attenzione al tema, nelle attuali circostanze, è inspiegabile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso, è già fuor di dubbio che il piano del Giappone di raggiungere l&#8217;indipendenza energetica, basandosi sull&#8217;energia nucleare, abbia subito un fallimento totale. Costruire reattori nucleari su isole in zone di elevato rischio sismico, è stata una strategia concepita male, che non mette in pericolo solo il Giappone, ma anche i suoi vicini. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda il settore energetico, la migliore opzione del Giappone deve essere la dipendenza da GNL importato dalla Russia, ma per giungervi il Giappone, insieme ad altri passi, deve abbassare i toni della sua retorica anti-russa riguardo le isole Curili. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine, il dramma in corso porta alla ribalta il concetto per cui le tecnologie avanzate, accoppiate a fattori antropici destabilizzanti, possono svolgere il ruolo di una particolare forma di arma di distruzione di massa. Questo, tuttavia, è un tema del tutto distinto, che spero di affrontare altrove. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<div style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"><em><strong>* Viktor Kovalev è membro dell&#8217;Accademia di Scienza Militare</strong></em></div>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: x-small;">Copyright 2010 © Strategic Culture Foundation </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on line Strategic Culture Foundation. </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><br />
</span></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
<p><a href="http://www.aurora03.da.ru/"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.aurora03.da.ru</span></span></span></a></p>
<p><a href="http://www.bollettinoaurora.da.ru/"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.bollettinoaurora.da.ru</span></span></span></a></p>
<p><a href="http://aurorasito.wordpress.com/"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="text-decoration: underline;">http://aurorasito.wordpress.com/</span></span></span></a></p>
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		<title>Continuano gli attriti “geopolitici” in Giappone.</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 10:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Hatoyama]]></category>
		<category><![CDATA[Kan]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Continuiamo a seguire l’evoluzione della politica estera giapponese: dopo il periodo Hatoyama, dove si è cercato di smarcarsi dal rapporto soffocante con gli Stati Uniti, ora avanza una "restaurazione".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/continuano-gli-attriti-%e2%80%9cgeopolitici%e2%80%9d-in-giappone/8572/" title="Continuano gli attriti “geopolitici” in Giappone."><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=8572&amp;w=80" width="80" height="60" alt="Continuano gli attriti “geopolitici” in Giappone." ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Continuano in Giappone gli attriti fra due diverse visioni &#8211; che a questo punto potremmo definire geopolitiche &#8211; del futuro del Paese; dopo la caduta del Primo Ministro Hatoyama e la sua sostituzione con Naoto Kan, i gruppi rappresentati da questi due protagonisti della politica nipponica continuano a scontrarsi. Se la sostituzione era avvenuta per porre in essere una “normalizzazione” della situazione giapponese (vedi nota sul fondo), ora di nuovo saldamente allineata al suo alleato speciale Usa, le scelte poste in essere con questo nuovo adeguamento continuano a creare polemiche.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tali attriti più che politici, come accennato, sarebbe il caso di chiamarli geopolitici, se non altro perché i due gruppi citati fanno entrambi parte del Partito Democratico del Giappone (DPJ) e quello che li differisce è l’idea su come sviluppare le relazioni giapponesi. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Primo Ministro Kan è oggi accusato dai suoi avversari di essere diventato un “fondamentalista economico” tanto da proporre in tempi rapidi e con poco dibattito l’ingresso di Tokio nella Trans-Pacific Partnership (TPP) come azione principale della costruzione della nazione giapponese nel ventunesimo secolo; oltre al rafforzamento dei rapporti con Australia, Corea del Sud ed Unione Europea è l’ingresso in questo partenariato,  per ora con lo status di osservatore, il principale obiettivo di Kan che assicura la decisione di una partecipazione vera entro giugno. Hiromasa Yonekura presidente della potente lobby commerciale Keidanren ha definito l’ingresso nella TPP come una delle questioni più urgenti del Giappone, così da avvicinare le Nazioni del Sud Est Asiatico al Pacifico.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ma l’ingresso in questo tipo di partenariato, quando mancano ancora rapporti solidi con la gigantesca e vicina Cina, producono anche dubbi e problemi: a causa di questo dovranno essere rimosse le barriere tariffarie e non tariffarie producendo forti sconquassi all’economa interna ancora in recessione e soprattutto comporterebbe una scelta precisa su come sviluppare le relazioni con i vicini.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’ex Primo Ministro Hatoyama ha infatti affermato: “Penso che il signor Kan ed io condividiamo obiettivi molto simili per quanto riguarda il concetto fondamentale di apertura del nostro paese, ma forse abbiamo idee diverse sui metodi da adottare”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">E confermando una visione geopolitica alternativa, che aveva potuto sottolineare con le intenzioni di avvicinare il Giappone alle altre nazioni asiatiche e rivedere i discutibili rapporti poco sovrani con gli Stati Uniti, ha aggiunto:</span></span></p>
<p>“<span><span style="font-size: medium"><em>Il TPP potrebbe avere implicazioni molto forti per l&#8217;agricoltura, l&#8217;assicurazione, la finanza e il settore dei media”</em></span></span><span><span style="font-size: medium">. “</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Credo fondamentalmente che, piuttosto di aprire improvvisamente e drasticamente le nostre porte, è più naturale e a lungo termine più vantaggioso per il Giappone, mettere a fuoco specialmente il nostro rapporto con l&#8217;Asia. Credo che questo sia anche l&#8217;approccio che le nazioni asiatiche intendono prendere”.</em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Inoltre altre critiche puntano l’attenzione sul precedente fondamentalismo economico dei primi anni 2000 (con il Primo Ministro Koizumi), che considerava l’apertura al libero mercato promosso da Washington come la cura per ogni male, ma che, come i giapponesi ricordano bene, non ha prodotto altro che recessione; così oggi una manovra di questo tipo può essere di nuovo vista come allineata agli interessi statunitensi, visto che gli Stati Uniti e il Giappone nel TPP arriverebbero al 90% del Pil complessivo. L’economista Masaru Kaneko ha chiaramente affermato: “<em>Lo scopo nascosto delle riforme strutturali di Koizumi era quello di assistere il governo degli Stati Uniti nelle sue richieste. Ma l’attuale caso è molto diverso. Assistere il governo degli Stati Uniti nelle sue richieste è lo scopo evidente del TPP”</em>. “<em>Questo è più Koizumi di Koizumi stesso”</em>.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sembra quindi confermarsi che la fazione “atlantista”, dopo la caduta di Hatoyama,  continui ad avere il sopravvento e questo è ulteriormente ribadito dalle parole del Segretario della Difesa Usa Robert Gates, che nella recente visita in Giappone, ha avuto parole moderate e concilianti sul problema di Okinawa, dove un anno fa, durante le polemiche con l’ex ministro, sembrava minacciare la popolazione dell’isola e di tutto l’arcipelago nipponico.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>Matteo Pistilli </strong></em></span></span><span><span style="font-size: medium"><strong>è redattore di </strong></span></span><span><span style="font-size: medium"><em><strong>Eurasia.</strong></em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small"><em>Per ricostruire l’evoluzione della politica estera giapponese nell’ultimo anno è utile navigare a ritroso attraverso le note da questo contributo: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/7469/giappone-nuove-linee-guida-di-difesa-nazionale-dettate-da-washington">http://www.eurasia-rivista.org/7469/giappone-nuove-linee-guida-di-difesa-nazionale-dettate-da-washington</a> </em></span></span></p>
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		<title>I legami tra Giappone e Corea del Sud sul banco di prova</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 17:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Sud]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Giappone e la Corea del Sud, guidati dagli Usa, stanno progettando di firmare degli accordi per lo scambio di attrezzature di rifornimento e la collaborazione dei rispettivi servizi di sicurezza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-legami-tra-giappone-e-corea-del-sud-sul-banco-di-prova/8018/" title="I legami tra Giappone e Corea del Sud sul banco di prova"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=8018&amp;w=80" width="80" height="60" alt="I legami tra Giappone e Corea del Sud sul banco di prova" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">fonte: <a href="http://www.atimes.com/atimes/Japan/MA12Dh01.html">http://www.atimes.com/atimes/Japan/MA12Dh01.html</a> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">TOKYO – Spaventati dalla continua minaccia posta dalla Corea del Nord e dalla belligeranza territoriale della Cina, il Giappone e la Corea del Sud stanno progettando di firmare degli accordi per lo scambio di attrezzature di rifornimento e la collaborazione dei rispettivi servizi di sicurezza. Si tratta dei primi accordi militari in assoluto tra i due paesi.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Ministro alla Difesa giapponese Toshimi Kitazawa, atterrato a Seoul lunedì 10 gennaio scorso, ha concordato con il suo nuovo collega sudcoreano, Kim Kwan-jin, di iniziare le trattative su due diversi accordi. Mentre il primo faciliterà gli scambi di beni e servizi militari, l’altro incrementerà la condivisione di informazioni tra i due paesi sugli armamenti nucleari nordcoreani, i suoi missili e le sue armi di distruzione di massa.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Quello di Kitazawa rappresenta il primo viaggio in sei anni di un Ministro alla Difesa giapponese verso la Corea del Sud. La visita riflette senz’altro il riscaldamento dei rapporti tra le due nazioni, come dimostra anche la partecipazione di ambedue le parti ad esercitazioni militari congiunte guidate dagli Stati Uniti lo scorso anno. In tali occasioni il Giappone ha preso parte come osservatore.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le proposte avanzate da Kitazawa a Seoul sono in linea con la strategia a lungo termine del suo paese. La politica di difesa giapponese per il prossimo decennio, approvata dal Gabinetto del Primo Ministro Naoto Kan il mese scorso, raccomanda una maggiore cooperazione in temi di difesa con paesi quali la Corea del Sud, l’Australia, i paesi facenti parte della Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-Orientale (ASEAN) e l’India. Il piano prevede la creazione di una cooperazione sulla sicurezza strutturata su più livelli ed aperta all’intera comunità internazionale, una mossa questa che serve apparentemente a contrastare il crescente potere politico della Cina e la minaccia posta dalla Corea del Nord.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Ministro alla Difesa giapponese ha proposto due accordi separati. Il primo è il cosiddetto “Acquisition and Cross-Servicing Agreement” (ACSA), cui altre nazioni fanno riferimento col nome di “Military Logistics Supporting Agreement” (MLSA). Per ragioni costituzionali, il Giappone evita accuratamente di usare il termine “militare”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Questo accordo interessa gli scambi di beni e servizi militari quali cibo, acqua, combustibili e trasporti durante operazioni internazionali di cooperazione in tempi di pace, quali ad esempio quelle di peacekeeping e di soccorso in occasione di catastrofi naturali.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La Corea</span></span> <span><span style="font-size: medium">del Sud ha simili accordi MSLA già con otto nazioni, tra le quali gli Stati Uniti, la Turchia, la Thailandia e le Filippine. A quanto si dice sta inoltre puntando ad un loro accrescimento fino ad arrivare ad un numero di 15 accordi entro il 2012. Il Giappone dal canto suo ha concluso degli accordi ACSA con gli Stati Uniti nel 1996 e con l’Australia nel 2010.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il secondo accordo sul tavolo delle trattative è il cosiddetto “General Security of Military Information Agreement” (GSOMIA), il quale dovrebbe facilitare la condivisione di informazioni sugli armamenti nucleari nordcoreani, sui suoi missili e sulle sue armi di distruzione di massa.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Attualmente il Giappone opera tre satelliti spia che monitorano le strutture militari della Corea del Nord. Se tale accordo verrà raggiunto, la Corea del Sud potrà beneficiare dai dati raccolti da questi satelliti. Una volta che un quarto satellite verrà lanciato in orbita l’anno prossimo, il Giappone sarà in grado di monitorare l’intera Penisola coreana almeno una volta ogni 24 ore.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Inoltre la firma di tali trattati potrebbe aprire decisamente un nuovo capitolo nelle relazioni del Giappone con una sua ex-colonia – Tokyo ha governato la Penisola coreana dal 1910 al 1945.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I media di entrambi i paesi hanno registrato con soddisfazione il graduale miglioramento delle relazioni diplomatiche, economiche e militari. Il quotidiano sudcoreano <em>Maeil Business</em> ha annunciato i primissimi giorni del 2011 che il Ministro agli Affari Esteri giapponese, Seiji Maehara, ha proposto che le due nazioni creino una vera e propria “alleanza sulla sicurezza”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il <em>Korea Times</em>, citando una fonte ufficiale anonima del Ministero della Difesa Nazionale, ha affermato che la Corea del Sud progetta di firmare almeno uno dei due accordi militari entro la fine di quest’anno. Il quotidiano giapponese <em>Yomiuri Shimbun</em> ha inoltre scritto che i due paesi stanno preparando una nuova Dichiarazione congiunta, con l’obiettivo di firmarla definitivamente in occasione della prossima visita quale ospite di stato del Presidente sudcoreano Lee Myung-bak nella prima metà del 2011.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I due paesi hanno firmato una dichiarazione simile nel 1998, esprimendo la loro determinazione condivisa a costruire una nuova partnership. Ma essa ha omesso ogni menzione di una futura possibile cooperazione militare, questione questa che rappresentava un forte tabù in entrambi paesi all’epoca.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Gli Stati Uniti dietro il sipario</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Come spesso accade quando si tratta di affari regionali in Asia Nord-Orientale, dietro il sipario dei recenti sviluppi tra il Giappone e la Corea del Sud si muovono gli Stati Uniti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel mese di dicembre scorso, l’Ammiraglio della Marina Mike Mullen, capo degli Stati Maggiori Riuniti americani, ha sottolineato in occasione di una conferenza stampa a Tokyo l’importanza di una cooperazione trilaterale tra gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud, affermando che egli vede “un reale senso di urgenza” dato dalle recenti tensioni verificatesi nella Penisola coreana. Mullen era in visita in Giappone per la prima volta dal bombardamento di un’isola sudcoreana avvenuto il 23 novembre, che ha causato al morte di due militari e due civili.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Egli ha anche sottolineato l’importanza per i tre paesi di prendere parte ad esercitazioni militari congiunte. “Mi piacerebbe vedere ognuno di noi fare tutto il suo possibile nella regione e questa sinergia tra le parti ricoprirà di certo un ruolo essenziale nel compito che ci aspetta.” Inoltre, Mullen ha esortato il Giappone ad assumere un ruolo maggiormente attivo, soprattutto in un momento cruciale come quello presente nel quale “dobbiamo prendere delle misure per fare in modo che il bellicismo della Corea del Nord possa essere fermato mentre siamo ancora in tempo.”</span></span></p>
<p>“<span><span style="font-size: medium">Nonostante esistano delle alleanze militari separate tra gli Stati Uniti e il Giappone da una parte, e gli Stati Uniti e la Corea del Sud dall’altra, non esiste ancora alcuna alleanza tra il Giappone e la Corea del Sud”, ha affermato l’analista militare giapponese Toshiyuki Shikata sul sito web dell’</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Asia Times</em></span></span><span><span style="font-size: medium">. “In un certo senso, al momento attuale Giappone e Corea del Sud cooperano indirettamente attraverso gli Stati Uniti. Se i due paesi cominciano a lavorare insieme, anche l’onere degli Stati Uniti si alleggerirà. Sarebbe una notizia piuttosto buona per gli Americani.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Mentre i due governi, in particolar modo i funzionari dei due Ministeri della Difesa, manifestano una forte volontà di rafforzare i legami militari, il sentimento etnico nazionalista di parte sudcoreana sarà un fattore chiave.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tra i Coreani più anziani, la memoria della colonizzazione giapponese è ancora quanto mai viva, e alcune dispute territoriali su un gruppo di isole – chiamate Tokdo dai Coreani e Takeshima dai Giapponesi – sono tuttora in fermento.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Seoul ha espresso preoccupazione sin dalla fine della II Guerra Mondiale per una possibile rinascita della forza militare giapponese, e ciò è valido ancora oggi. Il quotidiano sudcoreano <em>Joong Ang Ilbo</em> ha scritto nel suo editoriale del 5 gennaio: “Molte persone sono preoccupate che il Giappone stia cercando di usare le tensioni sulla penisola nate con l’affondamento da parte della Corea del Nord della nave da guerra <em>Cheonan</em> e con il bombardamento dell’isola Yeonpyeon come un’opportunità di rafforzare il suo potere militare nella regione.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Giappone ha preso atto della questione nazionalistica sudcoreana, e il Ministro degli Esteri Maehara ha affermato il 4 gennaio che Tokyo sarà molto sensibile al problema nello sviluppare i legami militari con la Corea del Sud.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>La Cina</strong></span></span> <span><span style="font-size: medium"><strong>in un angolo?</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La Corea</span></span> <span><span style="font-size: medium">del Sud è tuttavia memore che una cooperazione militare col Giappone potrebbe avere un impatto negativo sulle sue relazioni bilaterali con la Cina, il più grande partner commerciale di Seoul. Legami militari sempre più stretti tra Tokyo e Seoul potrebbero chiudere in un angolo una già piuttosto scontenta Cina, con il risultato che Beijing cercherebbe di consolidare i suoi rapporti con la Corea del Nord. L’anno scorso la Cina ha espresso più volte preoccupazione sulle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, e le Forze di Auto-Difesa giapponese vi hanno preso parte come osservatore per la prima volta il mese di luglio scorso.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’editoriale del quotidiano sudcoreano <em>JoongAng Ilbo</em> ha affermato che dei legami militari più solidi tra Giappone e Corea del Sud potrebbero “incitare la Cina a perseguire una strategia politica che conduce ad un’atmosfera di scontri continui in Asia Nord-Orientale in tutto simile a quella dell’epoca della Guerra Fredda.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Kosuke Takahashi </strong></span></span><span><span style="font-size: medium">è un giornalista che vive e lavora a Tokyo.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>(traduzione a cura di Mario Vincenzo Casale)</strong></em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><span style="font-size: small">Approfondimento sul nostro sito: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/7469/giappone-nuove-linee-guida-di-difesa-nazionale-dettate-da-washington">http://www.eurasia-rivista.org/7469/giappone-nuove-linee-guida-di-difesa-nazionale-dettate-da-washington</a> </span></span></span></p>
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		<title>Un nuovo atteggiamento di difesa prevalentemente simbolico</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 21:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 17 dicembre scorso il Gabinetto giapponese ed il Consiglio di Sicurezza hanno approvato le nuove Linee Guida per il Programma di Difesa Nazionale (“National Defense Program Guidelines”, NDPG)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/un-nuovo-atteggiamento-di-difesa-prevalentemente-simbolico/7745/" title="Un nuovo atteggiamento di difesa prevalentemente simbolico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7745&amp;w=80" width="80" height="54" alt="Un nuovo atteggiamento di difesa prevalentemente simbolico" ></div></a><p><span><span style="font-size: x-small">Fonte: Trefor Moss per</span></span><span><span style="font-size: x-small"> </span></span><a href="http://www.atimes.com/atimes/Japan/LL21Dh01.html" target="_blank"><span><span style="font-size: x-small">Asia Times</span></span><span><span style="font-size: x-small"> </span></span></a></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il 17 dicembre scorso il Gabinetto giapponese ed il Consiglio di Sicurezza hanno approvato le nuove Linee Guida per il Programma di Difesa Nazionale (“National Defense Program Guidelines”, NDPG), che rappresentano la prima rielaborazione in sei anni della strategia di difesa giapponese. Mentre un enigma ormai familiare rimane al cuore della questione della difesa nipponica – e cioè quello di come reagire a sfide in continua evoluzione nell’ambito della sicurezza in un contesto nel quale è presente una forte avversione istituzionale e sociale ad affrontare tali sfide con i metodi propri dell’hard power – questa revisione ha in effetti mostrato un marcato avanzamento nella visione strategica di Tokyo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ad ogni modo tutti i titoli dei giornali che davano per certo un ritiro dei militari giapponesi da obiettivi russi nel Nord e una loro nuova concentrazione verso nuovi obiettivi cinesi nell’Est sono troppo semplicistici. L’immagine di una Cina in rapida ascesa si staglia sull’orizzonte giapponese ormai da lungo tempo e le dispute  marittime del 2010 sulle Isole Senkaku/Diaoyu rappresentano soltanto l’ultimissimo episodio di una saga di vecchia data. Inoltre, il linguaggio che il Ministro della Difesa ha usato nell’identificare la Cina come fattore importante nella sua strategia è stato tutto fuorché forte (quello usato per descrivere la Corea del Nord e molto probabilmente la Russia è stato più energico). Le NDPG si sono limitate a constatare che “l’ammodernamento militare della Cina e la sua insufficiente mancanza di trasparenza sono un tema di interesse prioritario per la comunità regionale e globale”. Con questo non si è certo voluto azionare il tasto del panico anti-cinese, ma si è trattato semplicemente di una constatazione di ciò che appare ormai a tutti una cosa ovvia.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La Cina</span></span> <span><span style="font-size: medium">si è sentita cionondimeno obbligata ad esprimere la sua disapprovazione per la semplice considerazione che essa potrebbe contribuire all’insicurezza regionale. Un commentatore del </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Global Times</em></span></span><span><span style="font-size: medium">, testata di proprietà statale, ha accusato per esempio Tokyo di “montare esageratamente la presunta minaccia cinese” al solo fine di giustificare “l’ambizione a farsi carico di un ruolo più importante sulla scena globale”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In realtà, si tratta dell’esatto contrario della verità: il Giappone appare determinato a controbilanciare l’equazione strategica usando il minimo necessario di mezzi. Sicché non ha minimamente incrementato il suo budget per la difesa &#8211; che rimane al di sotto dell’1% del suo Pil e intorno alla metà di quello cinese – optando invece per una redistribuzione delle risorse piuttosto che tentare di eguagliare gli aumenti annuali delle spese militari di Pechino.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">D’altronde incrementare il budget per la difesa non è una strada percorribile per l’attuale amministrazione. Ma tenere le spese per la difesa più o meno pari a quelle degli anni precedenti rappresenta di per sé una dichiarazione di intenti, data l’irremovibile stagnazione dell’economia giapponese; ed inoltre sono stati tratteggiati alcuni piani piuttosto ambiziosi di approvvigionamento militare senza per questo aver messo a disposizione ulteriore fondi da spendere.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Potenziare la flotta di sottomarini della Marina da 16 a 22 unità è una decisione particolarmente ardita; essa riflette il numero crescente di “scontri diretti su territorio, sovranità e interessi economici” che le nuove NDPG elencano per primi tra gli aspetti critici del nuovo contesto strategico di difesa in cui si muove il Giappone. Anche la flotta giapponese di caccia-torpedinieri Aegis sarà portata da quattro a sei unità, e un numero ancora maggiore di batterie di missili Patriot sarà dislocato attraverso tutto il paese (ribaltando così una precedente decisione di sospendere il dispiegamento dei Patriot).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il documento non si è  addentrato nello specifico per quanto riguarda il futuro programma giapponese di cacciabombardieri, ma un nuovo velivolo – con ogni probabilità il costoso ed invisibile F-35 – sarà ufficialmente selezionato nel giro di un paio d’anni. Una forte riduzione delle spese generali delle Forze Armate e la rottamazione di alcune apparecchiature risalenti all’epoca della Guerra Fredda, per la maggior parte carri armati, forniranno le risorse per finanziare queste nuova priorità. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ad ogni modo, un cambiamento dottrinale all’interno delle nuove NDPG potrebbe essere il più importante indicatore con cui Tokyo sta facendo i conti  per un futuro in cui gli Stati Uniti potrebbero non svolgere più il ruolo di garante della sicurezza giapponese. Le Forze di Auto-Difesa giapponesi (“Japanese Self-Defense Forces”, JSDF) adotteranno ora una politica di “difesa dinamica”, abbandonando il principio di “difesa statica” che hanno abbracciato per così lungo tempo. Il vecchio approccio era una specie di istanza unilaterale e del va-tutto-bene sulla sicurezza nazionale, con la quale il Giappone rinunciava (almeno in teoria) ad eguagliare gli approvvigionamenti e spiegamenti degli altri Paesi e a reagire alle minacce che essi sembravano di volta in volta porre.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Questo totale isolamento perseguito dal Giappone nella sua difesa è sempre stata più una filosofia che una strategia di difesa veramente attuabile, e il suo abbandono rappresenta un segno di grande realismo della classe dirigente del Paese e soprattutto dei funzionari del Partito Democratico , che prima della loro elezione nel 2009 erano spesso visti come troppo morbidi nelle loro strategie di difesa.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In pratica, il Giappone si è già messo in moto da tempo verso una strategia di “difesa dinamica”: l’approvvigionamento di due portaelicotteri, che sono già in servizio attivo, ha rappresentato la più chiara indicazione che le JSDF stanno cercando di diventare una forza più reattiva e più facilmente dispiegabile. Ma l’adozione formale di una politica di difesa dinamica è il riconoscimento simbolico che il Giappone ha bisogno di monitorare le minacce che si profilano nelle sue immediate vicinanze – specialmente quelle che ledono i suoi interessi nei territori esterni – e di essere in grado di rispondere ad esse secondo le circostanze.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ma non si tratta di un cambiamento improvviso nella strategia di Tokyo. Gli sviluppi tratteggiati dalle NDPG “si sono materializzati nell’arco di almeno dieci anni e fanno parte di un cambiamento a lungo termine”, spiega Christopher Hughes, professore di politica internazionale e studi giapponesi presso la Warwick University. “Quello cui stiamo assistendo adesso è semplicemente un’accelerazione del passo”, aggiunge Hughes. “L’incremento della flotta di sottomarini, ad esempio, è stata una decisione presa davvero rapidamente, soprattutto se considerata alla luce degli usuali standard giapponesi.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Giappone deve idealmente aumentare il suo budget al fine di far fronte pienamente alle minacce poste dallo “sviluppo nucleare della Corea del Nord e dalle aggressive operazioni navali della Cina” sostiene Yukari Kubota, professoressa associata in visita presso l’Università di Osaka, pur considerando l’adozione della strategia di “difesa dinamica” un notevole passo in avanti. La docente inoltre invoca la revisione del divieto per il Giappone di esportare armi ma sospetta che non verrà fatto nulla in questo senso, nonostante le persistenti pressioni da parte del Ministero della Difesa. “Non credo che il Ministero della Difesa abbia molte possibilità di successo” aggiunge la Kubota.</span></span></p>
<p>“<span><span style="font-size: medium">Il Ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa, e il Ministro degli Affari Esteri, Seiji Maehara, si sono mostrati favorevoli a revisionare il divieto di esportazione di armamenti, ma il Primo Ministro Naoto Kan appare quanto mai riluttante sul problema,” dice la studiosa. L’opposizione del Partito Social-Democratico, attuale partner di coalizione del Partito Democratico, dissuaderà Kan dal toccare simili argomenti spinosi. Si dice inoltre che il Primo Ministro è piuttosto riluttante a passare alla Storia come il leader che ha aperto le porte al mercato internazionale di armi, malgrado la vera e propria manna dal cielo che la liberalizzazione rappresenterebbe per l’industria della difesa da lungo tempo in così difficili condizioni.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tuttavia l’adozione della “difesa dinamica”, come lo stabilimento del Ministero della Difesa e altre riforme ancora precedenti, ricordano chiaramente che l’<em>estabilishment</em> della difesa giapponese sta percorrendo la strada di una graduale ma deliberata riforma. Il divieto di esportazione di armi si trova esso stesso su questo nastro trasportatore che si muove a velocità ridotta; i tempi non sono politicamente maturi affinché il tema possa esser rivalutato.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La rivoluzione militare della Cina può far sembrare i potenziamenti di difesa giapponesi – in verità piuttosto circoscritti da restrizioni budgetarie e barriere politiche – piuttosto timidi. Ma la Cina sta sforzandosi di diventare una potenza marittima globale, il Giappone no. E per un Paese che è interessato solamente alla propria autodifesa, il Giappone ha probabilmente fatto un passo in avanti più che sufficiente con il suo nuovo concetto di cauto dinamismo.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small"><span><em><strong>Trefor Moss </strong></em></span><span><em>è un giornalista free-lance che si occupa di politica dell’Asia, in particolare di questioni di difesa, sicurezza ed economia. E’ stato editore per l’Asia-Pacifico del Jane’s Defence Weekly.</em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>(Traduzione a cura di Mario Vincenzo Casale)</strong></em></span></span></p>
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		<title>Immigrati o lavoratori temporanei? Il richiamo visionario ad una “nazione di immigrazione alla giapponese”</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 10:39:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
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		<category><![CDATA[Sakanaka Hidenori]]></category>

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		<description><![CDATA[Con la pubblicazione di tale articolo si vuole sottolineare l'importanza del dibattito interno ai vari Paesi riguardo i flussi migratori. In questo caso si tratta del dibattito giapponese e l'autore preso in considerazione ritiene l'immigrazione una risorsa spiegando il proprio punto di vista. Crediamo sia importante per capire gli equilibri mondiali dare attenzione a tali aspetti della convivenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/immigrati-o-lavoratori-temporanei-il-richiamo-visionario-ad-una-%e2%80%9cnazione-di-immigrazione-alla-giapponese%e2%80%9d/7692/" title="Immigrati o lavoratori temporanei? Il richiamo visionario ad una “nazione di immigrazione alla giapponese”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7692&amp;w=80" width="80" height="54" alt="Immigrati o lavoratori temporanei? Il richiamo visionario ad una “nazione di immigrazione alla giapponese”" ></div></a><p><span><span style="font-size: small"><em>Con la pubblicazione di tale articolo si vuole sottolineare l&#8217;importanza del dibattito interno ai vari Paesi riguardo i flussi migratori. In questo caso si tratta del dibattito giapponese e l&#8217;autore preso in considerazione ritiene l&#8217;immigrazione una risorsa spiegando il proprio punto di vista. Crediamo sia importante per capire gli equilibri mondiali dare attenzione a tali aspetti della convivenza.</em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">di Lawrence Repeta con un’introduzione a cura di Glenda S. Roberts</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Da quando il Partito Democratico ha preso il potere in Giappone con l’amministrazione Hatoyama nel settembre del 2009, non ci sono stati grandi cambiamenti per quanto riguarda il problema dell’immigrazione nel Paese. C’è stato però un grande dibattito all’interno della società civile che vede sempre più nello stabilimento di una qualche forma di immigrazione regolarizzata la soluzione almeno parziale al declino demografico del Giappone. Sono degne di nota ad esempio le proposte di legge avanzate dal Consiglio per l’Educazione della Popolazione &#8211; Gruppo di Ricerca Akashi (2010) e note con il nome di “Le Sette Proposte per il Giappone affinché ristabilisca il suo Posto come Membro Rispettato della Comunità Internazionale: a favore di una Prospettiva Globale per il Futuro del Giappone.” Una delle sette proposte è di promulgare una nuova legge sull’immigrazione e di stabilire un’Agenzia dell’Immigrazione. Il Consiglio ha affermato che “ci si aspetta dalla volontà politica e dalla classe dirigente del Paese che vengano intrapresi i passi necessari per l’attuazione di una tale legge”. Tuttavia, nell’attuale depressione economica, con i media che riportano la sempre crescente difficoltà dei giovani laureati giapponesi a trovare un lavoro, è estremamente difficile che tale volontà politica possa emergere alla superficie. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’idea di creare un paese aperto all’immigrazione cominciò ad apparire diversi anni fa, quando i Giapponesi cominciarono a manifestare una sempre maggiore preoccupazione di fronte alle proiezioni che mostrano il rapido invecchiamento e declino della popolazione. Tra le manifestazioni più recenti in questo senso c’è stato il “Project Team” creato da 23 membri del Partito Liberal-Democratico, il quale ha pubblicato una proposta di legge intitolata “Aprire il Paese alle Risorse Umane. La strada verso uno stato di immigrazione alla giapponese per la costruzione di un Paese nel quale la gioventù di tutto il mondo desidera immigrare” (12 giugno 2008). Tale proposta non ha avuto a suo tempo il pieno appoggio del LPD, ma è significativo notare il fatto che essa sia stata pubblicata dagli organi ufficiali del Partito. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’articolo di Lawrence Repeta che segue presenta la proposta di un altro grande sostenitore dell’immigrazione, Sakanaka Hidenori, il fondatore dell’Istituto Giapponese per la Politica dell’Immigrazione. Sakanaka ha anche formato un gruppo di studio sulle società d’immigrazione, il quale si è radunato a Tokyo per ben tre volte dall’estate del 2010 ed è in costante sviluppo. Senza dubbio Sakanaka è da considerarsi uno dei promotori più attivi in Giappone per l’apertura del Paese all’immigrazione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le proposte di Sakanaka si trovano ancora in uno stadio embrionale, e nonostante il suo grande entusiasmo a sostegno di questa iniziativa, la sua voce non si è ancora fatta molta strada all’interno della società giapponese nel suo complesso. Settori quali l’educazione e l’opinione pubblica hanno il bisogno di essere sensibilizzati ed informati maggiormente circa le conseguenze che una società multietnica avrebbe sul Paese e va inoltre sviluppato un senso di comprensione e di apprezzamento nella popolazione giapponese verso realtà etniche differenti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Quando mio figlio era uno studente di una scuola pubblica di Tokyo, un giorno tornò a casa tutto eccitato e mi disse che aveva scoperto cosa avrebbe voluto fare una volta divenuto adulto: un coltivatore di riso in Giappone, in modo che avrebbe potuto salvare l’agricoltura giapponese da tutte le sgradevoli pressioni americane. E’ interessante notare come mio figlio non si fosse discostato troppo dalla realtà: infatti una delle proposte di Sakanaka è che gli stranieri potrebbero essere davvero i salvatori dell’agricoltura giapponese. Allo stesso tempo però, nel 2009, ebbi l’occasione di avere una lunga conversazione con un contadino di riso part-time nella Prefettura di Aichi. Quest’uomo, che si autodefiniva come “un lavoratore povero”, affittava un piccolo appezzamento di terreno da un grande proprietario terriero locale e lavorava durante la settimana per un’organizzazione agricola non a scopo di lucro. Laureato in economia in un’università privata di Tokyo, non riuscì a trovare lavoro quando si laureò poco dopo lo scoppio della Bolla nel 1991, e quindi decise di ritirarsi in campagna. Sperava di potersi stabilire in quella regione ma, mi raccontò sarcasticamente e con una nota di amarezza, dovette alla fine tornarsene in città, poiché la gente delle campagne della Prefettura di Aichi non vedeva di buon occhio gli <em>outsiders</em>; insomma erano troppo chiusi per accogliere a lungo termine qualcuno venuto da fuori. L’uomo non era sposato e tra la popolazione locale non trovò prospettive. Quando ripenso a questa storia, non posso fare a meno di pensare a come reagiranno gli stessi contadini all’arrivo dei “salvatori” stranieri. Questo pare essere un punto di cruciale importanza per quanto riguarda le proposte avanzate da Sakanaka circa l’immigrazione verso il Giappone. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In realtà in Giappone si è già verificato un fenomeno di immigrazione su vasta scala, ma si tratta principalmente di studenti provenienti dalla Cina e rimasti anche oltre la conclusione del loro studio per essere impiegati in vari settori dell’economia. Tuttavia, questo esempio positivo di immigrazione a lungo termine non ha ancora attratto l’attenzione mediatica che meriterebbe davanti all’opinione pubblica giapponese. E se il progetto sostenuto da Sakanaka e tanti altri, ovvero l’apertura del Paese ad un’immigrazione stabile e di lunga durata, vuole davvero avere successo, dovrà inevitabilmente passare attraverso un lungo processo di informazione e sensibilizzazione di tutte le parti coinvolte.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I media internazionali hanno recentemente volto la loro attenzione su alcuni aspetti allarmanti della politica di immigrazione giapponese – o forse sarebbe meglio dire della politica di </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>non</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> immigrazione giapponese. In una cronaca pubblicata poco prima delle elezioni della Camera dei Consiglieri dell’11 luglio scorso, un reporter della Reuters ha sottolineato come i politici del Giappone facciano di tutto per evitare di discutere del tema dell’immigrazione, considerato “un problema troppo caldo per chiunque.”<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a> Due settimane più tardi il </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>New York Times </em></span></span><span><span style="font-size: medium">ha pubblicato un reportage sulla difficile situazione dei lavoratori stranieri portati in Giappone attraverso programmi di formazione professionale. Essi ricevono spesso salari al di sotto della media nazionale, subiscono orari lavorativi diurni e notturni a dir poco infernali e diventano talvolta vittime del fenomeno detto </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>karoshi</em></span></span><span><span style="font-size: medium">, ovvero della morte per eccesso di lavoro.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli attivisti per i Diritti Umani hanno a lungo denunciato tale deplorevole stato delle cose e nel 2008 sono riusciti a convincere il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a pubblicare una raccomandazione formale per il Giappone affinché tali programmi vengano eliminati e sostituiti con “con un nuovo schema che protegga adeguatamente i diritti degli stagisti e dei tirocinanti e si concentri sulla formazione di abilità professionali e non più sul semplice reclutamento di manodopera a basso costo.”<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Come succede in molte altre parti del mondo, anche in Giappone i politici si concentrano spesso su problemi di breve termine che hanno la maggiore influenza sul proprio elettorato, mentre ignorano le problematiche più spinose ch potrebbero avere il più grande impatto sugli interessi a lungo termine della società. Nel caso del Giappone, il grande problema che finisce inevitabilmente per sminuire le altre questioni è l’incombente crisi demografica. A partire dal 2005 il Giappone ha cominciato a registrare un tasso di crescita di popolazione negativo e tutte le proiezioni suggeriscono un calo di popolazione di almeno 25 milioni di unità alla metà del XXI secolo. Inoltre, la combinazione tra l’acuto declino del tasso assoluto di fertilità in Giappone con il fatto che la popolazione giapponese è la più longeva al mondo implica una popolazione sempre più vecchia. Riflettendo sul fatto che alla metà di questo secolo il numero di ottuagenari giapponesi supererà quello dei suoi bambini, il professor Vaclav Smil ha scritto che “il declino ed invecchiamento della popolazione giapponese porterà il Paese in un territorio demografico senza precedenti e veramente estremo, rendendolo un involontario pioniere globale di una nuova società”.<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le strategie più efficaci per arrestare tale declino di popolazione sono ovviamente di incrementare il tasso di nascite ed aumentare il numero di immigrati. Da quando ha preso il potere l’anno scorso, il Partito Democratico giapponese ha proposto e intrapreso diverse misure per realizzare la prima strategia, ma non ha speso nemmeno una parola per quanto riguarda l’immigrazione. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka Hidenori, un ufficiale in pensione del Ministero della Giustizia giapponese, è recentemente diventato molto popolare per il suo sincero sostegno all’idea di una apertura verso l’immigrazione. Nel 2005 ha fondato una ONG che si dedica interamente a questioni connesse con l’immigrazione. In un libretto pubblicato nel 2007 e tradotto quest’anno in inglese, egli sostiene che il Giappone deve realizzare un afflusso di 10 milioni di nuovi immigrati entro il 2050. “Gli immigrati possono salvare il Giappone” recita il suo motto, ma per attrarre gli stranieri, il Giappone deve diventare una società multietnica e “un paese capace di regalare sogni agli stranieri.”<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a> L’importanza del lavoro di Sakanaka non risiede soltanto nella sua lunga esperienza di ufficiale governativo, ma soprattutto nel fatto che il suo programma di immigrazione è senza dubbi il più ambizioso messo a punto da un intellettuale o una figura pubblica giapponese fino a questo momento. Inoltre, la cifra di 10 milioni di nuovi immigrati ha fatto recentemente la sua entrata ufficiale nel dibattito pubblico, divenendo una delle questioni più accesamente discusse.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Se il Giappone si mettesse davvero a perseguire l’obiettivo di Sakanaka, si porrebbero subito diverse questioni. Dove vivrebbero i 10 milioni di nuovi arrivati? Che tipo di lavoro avrebbero? Che tipo di opportunità educative sarebbero messe a disposizione dei loro figli? E di quali servizi medici e pensionistici potrebbero servirsi? Che ne penserebbe la popolazione giapponese di una tale politica? Cosa penserebbe dei loro nuovi vicini? E i nuovi immigrati sarebbero felici in Giappone? Lo stesso Sakanaka ripete più volte nel suo libretto che è necessaria la costruzione di un “Giappone multietnico”, anche se spesso poi non compendia le sue tesi con dati numerici incontrovertibili o analisi qualitative convincenti. Tuttavia tutte le sue proposte formano una sorta di agenda globale sul tema dell’immigrazione in Giappone, e qui di seguito saranno riassunte le sue principali idee al fine di rendere un’idea sul tipo di dibattito che avviene in Giappone su questo problema.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Giappone come “Nazione di Immigrazione” – Gli Otto Elementi Chiave dell’agenda di Sakanaka Hidenori</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La “Nazione di Immigrazione” di Sakanaka propone almeno otto distinti provvedimenti e obiettivi diretti alla creazione delle infrastrutture necessarie per accogliere i 10 milioni di nuovi immigrati, trasformando così il Giappone in una vera società multietnica.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">1. Passaggio da “lavoratori temporanei” a “immigrati”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka ripone la sua più grande speranza sulle spalle degli studenti stranieri che ottengono un titolo di studio di istruzione superiore presso le università giapponesi. Questa coorte di giovani altamente specializzati formerebbe il nucleo duro dei 10 milioni di nuovi immigrati. “Attualmente si stanno prendendo misure per accogliere circa trecentomila nuovi studenti stranieri, ma io penso che si dovrebbe fare uno sforzo per arrivare ad un numero complessivo di almeno 1 milione. Questo sarebbe il pilastro centrale del mio progetto per i 10 milioni di nuovi immigrati. Le istituzioni di educazione superiore nelle quali si formerebbero studenti di diverse nazionalità e con diversi retroterra etnici e culturali verrebbero così a rappresentare delle vere e proprie miniere di talenti nonché una considerevole fonte di immigrazione futura. Se riuscissimo a raggiungere il numero di 1 milione di nuovi studenti, garantendo ad almeno il 70% di essi di trovare un impiego in Giappone ed introducendo un sistema che faciliti l’acquisizione del diritto di residenza permanente, credo che l’idea dei 10 nuovi milioni di immigrati diventerà presto una realtà.” Sakanaka rivolge la propria attenzione esattamente sui cosiddetti “residenti permanenti”, persone cioè che abbiano ottenuto un permesso di soggiorno a durata indefinita e che rappresentano per lui dei naturali candidati alla nazionalità giapponese. Egli sostiene infatti di essere contro l’introduzione nel Paese di lavoratori temporanei, compresi i tirocinanti in discipline tecniche. In passato i lavoratori temporanei stranieri venivano portati in Giappone per compensare la mancanza di manodopera nell’industria manifatturiera, venivano sottopagati e rispediti al loro paese d’origine quando non si aveva più bisogno di loro. Inoltre ammette che la politica del governo giapponese ha portato diversi problemi, soprattutto per quanto riguarda gli immigrati brasiliani o di altri paesi dell’America Latina. Tali programmi di introduzione di lavoratori temporanei non sono per Sakanaka che una soluzione provvisoria al problema. “Paesi che si trovino ad affrontare il problema del declino della popolazione non hanno bisogno di lavoratori temporanei, ma di persone che si stabiliscono a lungo termine nel Paese, ovvero di immigrati. Noi dobbiamo dare a questi immigrati degli incentivi per vivere e lavorare permanentemente in Giappone e per integrarli nelle nostre comunità regionali.” Ma che tipo di immigrati sono richiesti nella visione di Sakanaka? Egli individua le seguenti cinque categorie: “laureati presso università giapponesi, studenti iscritti in scuole specialistiche per la formazione professionale, le famiglie degli immigrati, immigrati umanitari (rifugiati politici e richiedenti l’asilo politico) e quelli venuti a fare degli investimenti (vale a dire i benestanti).”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">2. L’educazione come magnete d’attrazione</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel cuore della proposta di Sakanaka risiede “l’utilizzo delle università e delle scuole di formazione professionale giapponesi al fine di fornire agli studenti stranieri le abilità, il supporto per l’impiego professionale e la facilitazione per un loro insediamento permanente nel Paese”. Non è certo la disponibilità di posti a mancare. “A causa del declino del numero di giovani giapponesi, le istituzioni educative quali le università e le scuole superiori di agricoltura hanno una grandissima disponibilità di posti.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per quanto riguarda la disponibilità di posti nelle scuole di formazione professionale, egli scrive: “A causa del declino della popolazione, abbiamo una gran quantità di spazio nei licei specializzati nell’insegnamento delle materie dell’agricoltura, dell’industria, della pesca e di altri settori. Potremmo stabilire dei curricoli scolastici di tre anni, nei quali il primo anno sarebbe incentrato sull’insegnamento della lingua giapponese  e i due successivi sul conferimento di abilità professionali specialistiche. Poi potremmo istituire un ulteriore anno di addestramento professionale presso le ditte per coloro che hanno superato il corso di studi nelle scuole.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli individui che completeranno tale curricolo incorreranno in un obbligo. “La struttura del mio progetto per incoraggiare il lavoro e l’insediamento permanente nel Paese ha due condizioni: 1) che gli studenti completino il loro corso di studi e cerchino lavoro in Giappone e 2) che vengano assunti come impiegati a tempo pieno in aziende di tutti i settori dell’economia giapponese.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Potremmo alimentare il talento degli stranieri attraverso il sistema educativo giapponese, fornire un supporto professionale a chi lo desideri, e poi incoraggiarli ad insediarsi in Giappone. Anche coloro che desiderano tornare nel loro Paese ricoprono un ruolo importante, in quanto essi contribuiranno notevolmente allo sviluppo economico dei paesi originari attraverso le conoscenze e competenze specifiche acquisite durante il loro soggiorno in Giappone.” Lungo tutto il libro Sakanaka enfatizza ripetutamente il fatto che il Giappone dovrà in tutti i modi evitare l’insorgere di un fenomeno di fuga di cervelli dai paesi in via di sviluppo. In questo punto Sakanaka sembra considerare il sistema educativo giapponese come una valida risorsa alternativa per il mondo intero. Egli non menziona mai il sistema educativo americano come modello da emulare, ma il parallelo con la popolazione esistente di studenti che cercano opportunità di lavoro attraverso le università americane è evidente.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">3. Riforme del sistema educativo e dell’occupazione</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka ammette comunque che ci sono delle questioni ancora aperte. Ad esempio riconosce il fatto che il Giappone dovrà confrontarsi con una fortissima competizione con altri paesi anch’essi impegnati nell’attrarre studenti stranieri al loro interno. Il successo del suo modello dipenderà “se riusciremo ad attrarre giovani studenti da tutto il mondo nelle nostre istituzioni di educazione superiore e se riusciremo a fornire loro una serie di abilità ad altissimo livello di specializzazione.” Queste persone devono essere messe in condizione cioè di decidere che il Giappone rappresenta l’alternativa più allettante nel perseguimento di una futura carriera e sceglierlo come destinazione per i loro studi universitari.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Inoltre egli esprime la preoccupazione che il sistema educativo e le pratiche amministrative giapponesi potrebbero non essere all’altezza dell’onere che egli intende porre su di essi. “La creazione di un ambiente di ricerca e di educazione ottimali per gli studenti stranieri è una questione di primaria importanza. Dobbiamo necessariamente riformare il nostro sistema universitario in modo da elevare anche il livello educativo degli studenti stranieri. Anche un sistema di consistenti borse di studio e la costruzione di alloggi universitari sono degli imperativi da non trascurare. Le università giapponesi si trovano attualmente in una difficilissima situazione finanziaria a causa del declino della popolazione e della diminuzione delle rette universitarie che ne consegue. In uno sforzo costante volto a trovare nuovi fondi, esse ammettono sempre più studenti giapponesi e stranieri, ma spesso a costo dello loro standard educativo. Se tali pratiche continueranno anche in futuro, i nostri migliori studenti si recheranno sempre di più all’estero e il peggioramento della qualità dell’istruzione giapponese continuerà inesorabilmente.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Bisogna anche che ci sia una rivoluzione nella consapevolezza delle imprese che assumono studenti stranieri, oltre allo stabilimento di una cultura del management che dia uno status e un salario basati sulle abilità, e non sulla componente etnica o culturale. Ci dovrebbe essere una regolazione che permetta la piena manifestazione del talento creativo e dell’espressione artistica degli studenti stranieri dotati di una visione globale nonché la loro messa in pratica. Se gli studenti stranieri non si sentiranno attratti verso le imprese giapponesi, allora li perderemo a vantaggio di altri paesi. Essi hanno un forte desiderio di migliorare la loro posizione sociale, e chiedono di essere valutati in maniera equa dalle imprese giapponesi. Se il livello di discriminazione contro gli stranieri non cambierà in futuro, anche una volta raggiunto il semplice obiettivo di 300.000 nuovi studenti arrivati in Giappone, noi non potremo aspettarci di aumentare il numero di coloro che cercano lavoro nel nostro Paese una volta conclusi gli studi universitari.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">4. Responsabilità sociale della classe dirigente</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka sostiene che i datori di lavoro delle imprese devono svolgere un ruolo centrale affinché il suo progetto possa volgere a buon fine. Per ottenere la loro cooperazione, egli insiste affinché i principi di una “responsabilità sociale delle imprese” vengano applicati nel settore dell’occupazione degli immigrati. Il caso dei lavoratori Brasiliani in Giappone – continua Sakanaka – rappresenta l’esatto contrario di come bisogna affrontare il problema.</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Molti degli oltre 300.000 lavoratori Brasiliani in Giappone vivono nella regione del Tōkai, nell’area compresa tra la città di Toyota nella Prefettura di Aichi e di Hamamatsu nella Prefettura di Shizuoka. I più grandi produttori di automobili giapponesi, quali ad esempio la Toyota, la Honda, la Suzuki e la Yamaha, sono concentrati nella regione del Tōkai. Tutte queste grandi aziende, al fine di mantenere i loro prezzi competitivi, hanno fatto un uso sistematico di una manodopera a basso prezzo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La maggior parte dei Brasiliani che lavorano per ditte subappaltatrici sono assunti come lavoratori di fabbrica con contratti a tempo determinato, oppure sono assunti indirettamente attraverso agenzie interinali. L’attuale grave depressione economica globale ci pone di fronte all’importante quesito di che tipo di responsabilità sociale dobbiamo farci carico nei confronti di questi lavoratori irregolari.” Naturalmente tali contratti “a durata determinata” mettono i datori di lavoro nella posizione di sbarazzarsi di tutti i lavoratori il cui contratto sia scaduto e di cui non ci sia più bisogno.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A questo punto Sakanaka fa riferimento ad un preciso standard internazionale per questo problema. “Ad un livello internazionale, l’Organizzazione Internazionale per gli Standard (ISO) si sta cimentando con questioni relative a questa responsabilità sociale delle imprese. Nella sezione relativa agli standard da osservare per quanto riguarda la questione degli stranieri, vediamo che essa elenca proprio gli immigrati, i lavoratori stranieri e le loro famiglie come una categoria sociale particolarmente vulnerabile alla quale dobbiamo rivolgere una particolare attenzione. Si dice inoltre che le aziende devono rispettare i diritti di queste persone, nonché creare degli ambienti in cui tali diritti possano essere rispettati. Questi diritti sono la liberazione da pratiche occupazionali discriminatorie – inclusi l’assunzione, la selezione, l’accesso alla formazione continua, la promozione e il licenziamento – sulla base della razza, del colore della pelle, del sesso, dell’età, della componente etnica, della nazionalità e della società o paese di origine.<a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a></span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>L’industria automobilistica è sembrata ignorare tale trend verso una accresciuta attenzione per i diritti dei lavoratori stranieri, poiché quando i primi effetti della recessione mondiale si sono fatti sentire in Giappone, i primi ad essere licenziati sono stati proprio i lavoratori Brasiliani. Le imprese hanno affermato di non aver semplicemente rinnovato i contratti di lavoratori a progetto una volta che questi avevano raggiunto il loro termine. Ma in realtà esse stavano sfruttando le debole posizione di questi lavoratori a loro vantaggio.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">5. Rivitalizzare l’agricoltura</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka identifica nella “rivitalizzazione dell’agricoltura giapponese” un obiettivo politico imprescindibile e mette questo concetto al centro del suo discorso. Egli afferma che “alla radice dell’indebolimento della nostra industria agricola è la rapida diminuzione del numero di lavoratori agricoli”. La sua soluzione va da sé: “Al fine di salvare l’agricoltura giapponese dall’attuale deplorevole stato delle cose, propongo di far entrare in Giappone 50.000 immigrati agricoli, e di recuperare i circa 400.000 ettari di terreno coltivabile abbandonato rendendoli delle “zone di agricoltura di immigrati”. Dapprima su richiesta delle strutture governative locali e concentrandosi sui terreni coltivabili abbandonati in ciascuna delle divisioni amministrative, il Gabinetto centrale si occuperebbe di designare queste regioni come “zone speciali di agricoltura di immigrati”. In seguito si designerebbero le aziende di produzione agricola più adatte a diventare dei “Produttori Agricoli Speciali” (SPA=Special Producers’ in Agriculture), che saranno preposte all’assunzione di questi lavoratori agricoli venuti dall’estero.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In questo modo gli investimenti agricoli nonché tutta l’amministrazione di queste zone ad agricoltura speciale verrebbero posti sotto l’unica responsabilità degli SPAs. Inoltre verrebbero messi in piedi degli incentivi finanziari e degli sgravi fiscali per quelle zone coltivabili particolarmente colpite dal fenomeno dell’assenteismo dei proprietari terrieri.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ancora una volta Sakanaka insiste sull’eccedenza di posti nelle scuole per la formazione professionale giapponesi come un prezioso vantaggio di cui servirsi. “Noi recluteremo giovani provenienti da tutto il mondo che desiderano intraprendere una carriera nel settore dell’agricoltura e li inseriremo nelle istituzioni governative per l’educazione superiore e nei licei agrari. Tali istituzioni educative (solitamente con un curricolo scolastico della durata di due anni, ce ne sono 43 in tutto il territorio nazionale con una capacità totale di circa 4.000 posti) e licei agrari (sistema scolastico di tre anni, circa 400 scuole in tutto il Giappone per un totale di 8.000 posti disponibili) sono già all’opera, nonostante il fatto che gli studenti giapponesi siano in continuo declino. Al fine di non sprecare queste preziose istituzioni educative, il mio progetto consiste appunto nell’utilizzarle per l’educazione degli stranieri che poi saranno impiegati nell’industria agricola.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Per finanziare questo sistema di educazione rivolto anche, ma non solo, ai nuovi immigrati stranieri, il Governo e gli SPAs creeranno un fondo speciale. Gli SPAs assumeranno i giovani laureati di queste istituzioni educative impiegandoli come lavoratori a tempo pieno e garantendo loro gli stessi doveri e gli stessi salari dei lavoratori giapponesi. Una volta confermata la loro assunzione, il loro status ufficiale verrà cambiato da studente a residente permanente.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Gli SPAs condurranno un’industria agricola intensiva e flessibile allo stesso tempo prendendo in affitto terreni incolti, terreni coltivabili abbandonati e aree forestali di montagna con proprietari assenti. Inoltre, un’amministrazione dalle svariate sfaccettature, che includerà le industrie alimentari e del legname, nonché l’allevamento degli animali, verrà sviluppata e potenziata.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Gli SPAs opereranno sia nel campo dell’agricoltura che in quello della silvicoltura, garantendo ai lavoratori stranieri la disponibilità di lavoro lungo tutto l’anno, di regola nel’agricoltura dalla primavera all’autunno e nella silvicoltura in inverno. Gli immigrati vivranno in villaggi nei quali avranno accesso alle scuole, agli ospedali e ad altre strutture di base, e faranno i pendolari verso le zone più remote della campagna dove svolgeranno i loro lavori. Nelle città in cui questi immigrati attivi nel settore agricolo saranno concentrati, costruiremo zone industriali di industrie secondarie come ad esempio quella del biocombustibile, l’industria agroalimentare, mattatoi e macelli, caseifici ed impianti per il trattamento del legname.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le  ambizioni di Sakanaka non si fermano al semplice mercato nazionale.   “Mentre daremo grande importanza al miglioramento del <em>brand </em>giapponese  attraverso le nuove competenze in materia agricola, allo stesso tempo ritengo  che sia importante puntare ad un Giappone che diventi leader  nell’esportazione  di riso ad alto valore nutrizionale, di frutta e di carne.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">6. Giappone multietnico</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per raggiungere tutti questi obiettivi, Sakanaka dice che ci deve essere una vera e propria “rivoluzione sociale”, nella quale avvenga un passaggio epocale dell’immagine del sé nazionale da società omogenea a società multietnica. </span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>I fondamenti del nostro stile di vita, la componente etnica e il nostro sistema socio-economico dovranno essere riconsiderati e un nuovo paese dovrà essere costruito. In termini di politiche concrete nei confronti degli stranieri, ciò significa ad esempio: se vogliamo risolvere la nostra malattia demografica diventando una nazione di immigrati, dobbiamo trasformare il Giappone in un “paese che regali sogni agli stranieri”; un paese nel quale desiderano migrare i giovani di tutto il mondo. Dobbiamo creare una società più equa, aprirci verso il mondo e garantire a tutti una opportunità di riuscire, senza considerare la componente etnica o nazionale e giudicando le persone soltanto sulla base dei loro meriti. E’ un requisito assolutamente indispensabile che questa società riesca a valutare maggiormente la diversità rispetto alla uniformità.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka dichiara che il Giappone deve abbandonare le sue pratiche sociali esclusive e addirittura che “i Giapponesi devono abbandonare i loro privilegi”. Ma che tipo di privilegi ha in mente Sakanaka? Ad esempio, “al fine di portare nuovi immigrati nei campo agricoli, le grandi imprese e altre industrie devono formare compagnie agricole, prendere in affitto il terreno dai contadini, assumere giovani laureati stranieri di scuole agrarie come lavoratori regolari a tempo pieno e sviluppare un tipo di produzione alimentare su larga scala; richiedere l’implementazione di una struttura amministrativa agricola completamente nuova, la qual cosa può essere sotto diversi aspetti molto dolorosa, in quanto questo nuovo sistema si andrebbe inevitabilmente a scontrare con molti degli interessi già esistenti. Ma ciononostante la politica d’immigrazione che sto proponendo comporterebbe un aumento consistente di persone professionalmente competenti e come diretto risultato rafforzerebbe la nostra forza lavoro agricola, oltre che aumentare il nostro tasso di autosufficienza alimentare.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">7. Ministero dell’Immigrazione</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Mentre Sakanaka prova a persuadere i cittadini giapponesi ad abbandonare i propri privilegi, si adopera anche ad incoraggiare gli immigrati ad accettare e ad adattarsi alla società giapponese. A questo scopo, “la prima cosa da fare è di impartire un insegnamento adatto della lingua giapponese nonché fornire un supporto valido nella ricerca del lavoro, semplificare l’ottenimento della nazionalità giapponese e cominciare a discutere sulla possibilità per la seconda generazione di immigrati di ottenere la nazionalità giapponese per nascita. Naturalmente per affrontare tutte queste questioni abbiamo bisogno del promulgamento di una nuova legge sull’immigrazione che ponga le basi di una nuova idea della nazione giapponese come paese di immigrazione e permetta l’attuazione di norme che garantiscano un livello minimo di  integrazione sociale, oltre che l’attuazione di norme volte a proteggerci da episodi discriminatori contro le minoranze” (quando invece sembra in tutto per tutto che l’amministrazione Hatoyama abbia deciso di seguire la linea già perseguita dall’LPD, secondo la quale il Giappone non avrebbe bisogno di una legge anti-discriminazioni).<a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’adozione di tali leggi permetterebbe di formalizzare attraverso il Parlamento il passaggio epocale del Giappone verso una nazione di immigrazione, e allo stesso tempo di proclamare questo obiettivo come priorità nazionale. Al fine di sovraintendere all’implementazione di tali leggi, Sakanaka non pensa che sia il caso di affidarsi ad agenzie governative già esistenti, ma ritiene che sarebbe molto più opportuno creare un Ministero dell’Immigrazione indipendente.</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Il Ministero dell’Immigrazione sarebbe un’organizzazione amministrativa nazionale con pieno potere per quanto concerne le politiche relative allo status legale degli stranieri. Potremmo dotarlo ad esempio dei tre seguenti dipartimenti:</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">1) Dipartimento per gli immigrati e la nazionalità (che decide gli standard per accettare gli stranieri e gli standard per concedere la nazionalità, ed esegue consistenti politiche relative ad immigrazione e nazionalità);</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">2) Dipartimento di controllo dell’immigrazione (il quale svolge funzioni di controllo sugli immigrati e di riconoscimento dei rifugiati politici);</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">3) Dipartimento di integrazione sociale (che sarebbe preposto all’implementazione di misure atte a favorire l’inserimento degli stranieri nella società giapponese e ad un’educazione di tipo multietnico).”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Un’immagine centrale che ricorre spesso nel libro di Sakanaka è quella degli immigrati “desiderosi”, di gente cioè disposta a lavorare e studiare intensamente, nonché di rassegnarsi ad un soggiorno permanente nel Paese e forse anche all’acquisizione di una nuova nazionalità. Ma allora cosa succederebbe con l’inevitabile apparizione di immigrati “non desiderabili”? Con quella ferma convinzione tipica di un ufficiale di vecchia data, Sakanaka dice di sapere cosa bisogna fare: “Noi dobbiamo assolutamente dare un giro di vite alla questione degli immigrati che tentano di introdursi nel Paese illegalmente. Dobbiamo avere un atteggiamento di tolleranza zero verso coloro che cercano di entrare dalla posta posteriore. Per fare questo, avremo bisogno di stabilire un impeccabile sistema di amministrazione dell’immigrazione. Se falliremo in questo, non potremo certo aspettarci il supporto pubblico per questo tipo di politica di immigrazione. Se in Giappone l’immagine degli stranieri dovesse essere associata con quella del crimine, del terrorismo o di altri fenomeni indesiderabili, il progetto di cui sto parlando sarebbe votato ad un inevitabile fallimento. E quindi non potremmo realizzare il nostro ideale di società di convivenza pacifica tra diversi popoli. E’ per questo motivo che è particolarmente importante riuscire ad evitare completamente l’immigrazione clandestina.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">8. “Operatori sociali per l’immigrazione”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sakanaka riconosce che gli immigrati avranno bisogno di considerevole aiuto per adattarsi al nuovo mondo. “Se accetteremo gli immigrati nei numeri di cui ne abbiamo bisogno, allora l’istituzione di una figura di “operatore sociale per l’immigrazione”, che fornisca guido e supporto ai nuovi arrivati, sarà un tema per noi ineludibile. Avremo bisogno di istituzioni nuove per l’insegnamento della lingua giapponese, per il supporto nell’insediamento degli stranieri sul territorio e per fornire assistenza alle vittime di discriminazione. La difficoltà sta nell’assicurare un numero sufficiente di istruttori qualificati del giapponese come seconda lingua, nel disporre noi stessi di sufficienti abilità linguistiche per comunicare con gli stranieri e di una profonda conoscenza delle loro culture che ci permetta di comprenderli appieno.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>In tutto il Paese, abbiamo circa 20.000 persone attive nel campo dell’educazione della lingua giapponese, oltre a tutte quelle persone che lavorano in organizzazioni senza scopo di lucro che già forniscono una valida assistenza agli stranieri presenti in Giappone. Tali organizzazioni lavorano sotto diversi mandati, ad esempio per il supporto ai rifugiati, difendendo con forza i diritti degli stranieri e lottando per l’eradicazione della discriminazione etnica. Tutti i volontari che ho incontrato fanno parte di gruppi minoritari, si tratta di persone che sostengono con passione la causa degli stranieri, dello sviluppo sociale e si battono per riforme istituzionali. Provo una grande ammirazione per i loro sforzi disinteressati. E’ un nostro dovere assoluto, in quanto membri del governo e in quanto cittadini, considerare tutte queste persone come una risorsa indispensabile in questa epoca di immigrazione e quindi sostenerli adeguatamente.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Ed ora sulla questione di come finanziare questi operatori sociali. Io credo che noi dobbiamo cercare di convincere gli individui a lavorare nei campi del volontariato e del non-profit. Il Governo a questo scopo dovrebbe sviluppare un programma di formazione per “operatori sociali dell’immigrazione”. Coloro che termineranno con successo tale programma, saranno riconosciuti ufficialmente come operatori sociali per gli immigrati e saranno inseriti in appositi registri.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Qui sembrerebbe che Sakanaka abbia scovato un vero e proprio filone d’oro. Come fornire un’occupazione dignitosa a tutti quei laureati delle discipline umanistiche e sociali che sono caduti in una lotta per la sopravvivenza nel mondo del lavoro saltuario ed irregolare (cosiddetti freeter)? La risposta è: dare loro una formazione affinché possano diventare quegli operatori sociali e quegli insegnanti di lingua di cui si ha bisogno per attuare una politica di immigrazione razionale ed umana. Il Giappone ha un forte bisogno di queste persone, senza le quali il sogno di una società multietnica quale quella proposta da Sakanaka sarà impossibile da realizzare.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Commento finale</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">C’è un vasto accordo sul dilemma demografico giapponese e sulla necessità di manodopera straniera. Sakanaka ha bisogno di costruire un grande consenso quando fa riferimento al bisogno di lavoratori permanenti, non temporanei. In “Nazione di Immigrazione” egli elenca una serie di politiche ed obiettivi che non si potranno sottovalutare nella costruzione di una società multietnica. Ma avrà mai qualche possibilità di realizzazione questo vasto progetto di riforma ideato da Sakanaka?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’atteggiamento irresponsabile mostrato dalle Autorità giapponesi nel trattare la questione dei lavoratori sudamericani invitati in Giappone negli Anni ‘90<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>, mostra chiaramente che deve aver luogo una graduale trasformazione negli atteggiamenti pubblici ed ufficiali nei confronti degli immigrati, se si vuole che il Paese possa essere considerato come un’allettante destinazione da un gran numero di immigrati capaci e come “un Paese capace di regalare sogni agli stranieri.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small"><em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”.</em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>(traduzione a cura di Mario Vincenzo Casale)</strong></em></span></span></p>
<hr size="1" />
<div>
<p><a name="_ftn1" href="#_ftnref1"><span><span style="font-size: x-small">[1]</span></span></a> <span>Il testo completo dell’articolo in questione è 	reperibile all’indirizzo: 	http://in.reuters.com/article/idINIndia-49967220100708</span></p>
</div>
<div>
<p><a name="_ftn2" href="#_ftnref2"><span><span style="font-size: x-small">[2]</span></span></a> <span>Il testo completo del rapporto dell’ONU, e in 	particolare l’articolo 24 che parla espressamente dei programmi di 	reclutamento di lavoratori stranieri in Giappone, sono reperibili 	all’indirizzo: 	http://www.unhcr.org/refworld/type,CONCOBSERVATIONS,HRC,JPN,,0.html</span></p>
</div>
<div>
<p><a name="_ftn3" href="#_ftnref3"><span><span style="font-size: x-small">[3]</span></span></a> <span>Si veda l’articolo </span>“<span><span style="font-size: small">The 	Unprecedented Shift in Japan’s Population: Numbers, Age, and 	Prospects”, reperibile all’indirizzo: 	http://www.japanfocus.org/-Vaclav-Smil/2411</span></span></p>
</div>
<div>
<p><a name="_ftn4" href="#_ftnref4"><span><span style="font-size: x-small">[4]</span></span></a> <span>Una traduzione completa, anche se ancora in fase 	di lavorazione, è reperibile all’indirizzo: </span><a href="http://www.debito.org/sakanakaimmigrationnation2009.doc"><span>http://www.debito.org/sakanakaimmigrationnation2009.doc</span></a></p>
</div>
<div>
<p><a name="_ftn5" href="#_ftnref5"><span><span style="font-size: x-small">[5]</span></span></a> <span>Per maggiori dettagli sulla questione, ci si può 	riferire direttamente alla pagina web dell’ISO: 	http://isotc.iso.org/livelink/livelink/fetch/2000/2122/830949/3934883/3935096/home.html?nodeid=4451259&amp;vernum=0</span></p>
</div>
<div>
<p><a name="_ftn6" href="#_ftnref6"><span><span style="font-size: x-small">[6]</span></span></a> <span>Sulla questione si può leggere il seguente 	articolo: 	http://www.japantoday.com/category/national/view/japan-disputes-racism-allegations-at-un-panel</span></p>
</div>
<p><a name="_ftn7" href="#_ftnref7"><span><span style="font-size: x-small">[7]</span></span></a> <span>Su questa questione si può far riferimento al seguente articolo: http://www.japanfocus.org/-David-McNeill/3143</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/immigrati-o-lavoratori-temporanei-il-richiamo-visionario-ad-una-%e2%80%9cnazione-di-immigrazione-alla-giapponese%e2%80%9d/7692/feed/</wfw:commentRss>
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		<title>Giappone: &#8220;nuove linee guida di difesa nazionale&#8221; dettate da Washington?</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 17:19:19 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[La “normalizzazione” del Giappone, che appariva chiara già nei mesi scorsi, è giunta ad un momento topico con le esercitazioni congiunte Usa-Giappone dei primi giorni di dicembre e la successiva approvazione delle nuove “Linee guida programmatiche della difesa nazionale”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/giappone-nuove-linee-guida-di-difesa-nazionale-dettate-da-washington/7469/" title="Giappone: &#8220;nuove linee guida di difesa nazionale&#8221; dettate da Washington?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7469&amp;w=80" width="80" height="60" alt="Giappone: &#8220;nuove linee guida di difesa nazionale&#8221; dettate da Washington?" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">La <a href="http://www.eurasia-rivista.org/5535/il-giappone-fra-normalizzazione-e-richiesta-di-sovranita">“normalizzazione”</a> del Giappone, che appariva chiara già nei mesi scorsi, è giunta ad un momento topico con le esercitazioni congiunte Usa-Giappone dei primi giorni di dicembre e la successiva approvazione delle nuove “Linee guida programmatiche della difesa nazionale” che saranno alla base delle scelte militari e di difesa per i prossimi cinque anni.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Messo da parte il premier Hatoyama e le sue promesse di ripensare i rapporti con gli Stati Uniti considerati troppo succubi, con il nuovo governo (anch’esso del Partito Democratico) di Naoto Kan il Giappone sembra aver ceduto ogni velleità sovrana per riallinearsi completamente agli interessi degli Stati Uniti. Quest’ultimi infatti, nel perseguire la propria strategia geopolitica, hanno il fondamentale bisogno di controllare la parte più orientale del continente eurasiatico, così come ne controllano la parte più occidentale ossia l’Europa, in modo da contenerne le forze interne e scongiurare l’emergere di nuovi poli geopolitici capaci di mettere in pericolo l’unipolarismo eredità vincente della guerra fredda. Insieme al Mediterraneo, la Turchia, l’Asia centrale, uno dei perni principali intorno a cui ruota la strategia Usa è proprio l’Oceano Pacifico, occupato attraverso la presenza massiccia sulle isole giapponesi.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Le esercitazioni </strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Proprio le esercitazioni congiunte fra Tokyo e Washington, novità assoluta per la modalità in cui si sono svolte, chiariscono la natura degli attuali equilibri nell’area; le manovre si sono tenute dalla parte meridionale dell’isola di Kyushu ed hanno simulato la riconquista di una delle piccole isole giapponesi a sud, teoricamente occupata da una potenza straniera. Il massiccio numero di militari coinvolti e la partecipazione della Settima Flotta Usa, nonché della superportaerei <em>USS George Washington</em>, sommati ad uno sguardo all’atlante rendono bene l’idea dell’importanza di tali esercitazioni e della loro natura apertamente anti-cinese. Infatti in un’area di 1600 chilometri si estendono le piccole isole giapponesi, comprendenti quelle chiamate dai nipponici Senkaku e rivendicate anche dalla Cina con il nome di Diaoyu. La zona è particolarmente calda anche perché fra l’isola di Okinawa e quella di Miyako si estende uno corridoio, conosciuto anche con il nome di Canale di Miyako grande abbastanza per consentire la presenza di acque internazionali nelle quali però il passaggio della marina statunitense non potrebbe non sembrare una provocazione e dove in aprile avvenne un incidente diplomatico fra pescatori cinesi ed un cacciatorpediniere giapponese. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli Stati Uniti, vista l’enorme crescita cinese, hanno l’obiettivo di mettere maggiormente in sicurezza questa zona che si estende dal sud del Giappone e quindi stanno ripensando con l’amministrazione nipponica l’entità della presenza nel Pacifico. In particolare sembra perdere di importanza il controllo dell’isola di Hokkaido nel nord dell’arcipelago giapponese, servita durante la guerra fredda in funzione anti Urss nell’estremo oriente, e invece si impone uno sforzo maggiore nella parte meridionale; qui Tokyo ha ampliato la ADIZ (Air Defense Identification Zone) zona nella quale identificare aeromobili in transito, sta ampliando la marina protendendola verso le acque cinesi (isole come Yonaguni,  Okinawa, Sakishima sono considerati i punti di forza fondamentali). Gli stessi Stati Uniti dopo le esercitazioni con la Corea del Sud, si sono fatti notare con sottomarini anche nelle Filippine e dell’Oceano Indiano oltre che per la sempre più massiccia presenza proprio nel Pacifico. Il legame Giappone-Usa in questo scacchiere, legame che l’entourage dell’ex premier Hatoyama (sostenuto dalla cittadinanza) aveva provato ad allentare, è sorretto anche da rapporti consolidati come l’articolo 5 del Trattato di sicurezza che prevede l’intervento Usa in difesa delle aree giapponesi e che, secondo il ministro degli esteri H. Clinton, copre anche le isole rivendicate sia da Tokyo che Pechino.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Evidentemente la costruzione delle minacce nord-coreana e cinese viene utilizzata dagli Stati Uniti per compiere una maggiore stretta con i suoi alleati/cani da guardia Corea del Sud e Giappone, nel quale è stato soffocato in pochi mesi il dibattito che mirava a ripensare la sudditanza agli Usa. Ed a poco vale richiamare la Costituzione “pacifista” giapponese, scritta dopo la seconda guerra mondiale proprio a Washington e che è servita inizialmente ad indebolire l’ex nemico nipponico e che oggi allo stesso tempo permette la presenza massiccia di militari e armi nucleari americane nonché, se utilizzata in accordo con la Casa Bianca, l’incremento della forza militare giapponese da sempre osservata speciale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Il Nuovo Programma di Difesa Nazionale</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Proprio a sancire ufficialmente questa “restaurazione” dei rapporti fra Giappone e Usa, Tokyo ha approvato la nuova programmazione di difesa nazionale. In questa è possibile rintracciare la strategia statunitense nel considerare la Corea del Nord e la Cina rispettivamente minacce a breve e medio termine, e la volontà di rendere i militari giapponesi più responsabili nel controllo e pattugliamento del Mar del Giappone e del Mar Cinese Orientale. Per far questo aumenterà la propria flotta (da 16 a 22 sottomarini, un cacciatorpediniere, in totale la flotta sarà composta da 48 unità), riorganizzerà il bilancio per il piano di difesa (necessario in una situazione di recessione come quella odierna), acquisterà aerei da combattimento, rinforzerà il parco missilistico e renderà le proprie forze più flessibili e capaci di agire velocemente; tutto questo perseguendo una più stretta alleanza con gli Usa (definiti il più grande alleato del Giappone) e gli altri suoi partner Corea del Sud e Australia.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel piano la Cina viene definita come &#8220;una fonte di preoccupazione per la regione e la comunità internazionale&#8221; cosa che ha fatto allarmare i diplomatici di Pechino che subito hanno definito la nuova politica come “irresponsabile” ed hanno sottolineato che la crescita cinese è pacifica e non vuole essere minacciosa per nessuno.  A considerarla minacciosa sono però, per quanto detto in precedenza, proprio gli Stati Uniti interessati a controllare l’intera regione per mantenere l’attuale unipolarismo e che vorrebbero far partecipare le forze giapponesi ad una ancora più stretta e minacciosa alleanza militare a tre insieme a Seul. Questo potrebbe essere il primo gradino del  nuovo utilizzo statunitense del Giappone, che si appresta a superare quindi gli stessi limiti imposti dalla costituzione “americana” aumentando considerevolmente la forza militare e troncando il divieto all’esportazione di armi per perseguire al meglio la strategia segnalata. Nelle linee guida si sottolinea infatti chiaramente come l’emergere di nuove potenze sottopone a cambiamenti l’influenza Usa anche relativamente alle “sempre più robuste attività militari della Russia” che gli Stati Uniti sono da sempre intenzionati a controllare.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Queste nuove linee guida probabilmente sarebbero state rilasciate l’anno passato se non fossero state rallentate dalla vittoria dell’ex premier democratico Hatoyama Yukio, che cavalcando l’opinione pubblica chiedeva maggiore autonomia da Washington; successivamente sarà sostituito dall’altrettanto democratico Naoto Kan, che invece sta portando a compimento l’attuale “normalizzazione” giapponese sotto l’artiglio degli Stati Uniti d&#8217;America interessati oggi più che mai al contenimento dell&#8217;emergente multipolarismo che nello scacchiere orientale vede la Cina come protagonista.</span></span></p>
<p><em><strong><span><span style="font-size: medium">*Matteo Pistilli è redattore di Eurasia rivista di studi geopolitici.</span></span></strong></em></p>
<p><span style="font-size: small"><em><span>Note:</span></em></span></p>
<p><span><span style="font-size: small"><em>Per ricostruire l&#8217;evoluzione della politica estera giapponese nell&#8217;ultimo anno è utile navigare a ritroso attraverso le note da questo contributo: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/5535/il-giappone-fra-normalizzazione-e-richiesta-di-sovranita">http://www.eurasia-rivista.org/5535/il-giappone-fra-normalizzazione-e-richiesta-di-sovranita</a></em></span></span></p>
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		<title>Il Giappone, il G-20 di Seoul e il summit APEC di Yokohama: tra sogni di chiusura a timidi segnali di apertura</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 16:45:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Sud]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-giappone-il-g-20-di-seoul-e-il-summit-apec-di-yokohama-tra-sogni-di-chiusura-a-timidi-segnali-di-apertura/7267/" title="Il Giappone, il G-20 di Seoul e il summit APEC di Yokohama: tra sogni di chiusura a timidi segnali di apertura"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7267&amp;w=80" width="80" height="51" alt="Il Giappone, il G-20 di Seoul e il summit APEC di Yokohama: tra sogni di chiusura a timidi segnali di apertura" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Tutti gli occhi erano puntati su Seoul in occasione del summit del Gruppo dei G-20 tenutosi per l’appunto l’11 e il 12 novembre scorsi nella capitale sudcoreana. Una scelta dovuta, quella di Seoul come sede del summit, in quanto la Corea del Sud è stata la protagonista negli ultimi 50 anni: in una sola generazione i Sud-Coreani, a lungo dilaniati dalla guerra civile, costantemente in attrito con i loro fratelli Nord-Coreani, non fino a moltissimo tempo fa un Paese impantanato nella povertà e governato per 40 anni dalla dittatura militare, sono riusciti a costruire la tredicesima economia del mondo e quella che probabilmente è da considerare la più vibrante democrazia del continente asiatico.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Storicamente stretta tra due giganti, la Cina e il Giappone, la Corea del Sud è stata a lungo percepita come una sorta di derelitto, dalla identità culturale piuttosto confusa e incoerente. Tuttavia, i leader giapponesi non hanno certo dovuto aspettare il summit di Seoul per rendersi conto dell’importanza che ha raggiunto il Paese a livello globale e per tenere sott’occhio il loro vicino coreano. La Corea è stata una colonia giapponese (1910-1945) e i suoi cittadini sono stati trattati all’epoca come degli esseri inferiori. Al giorno d’oggi invece, l’economia della Corea del Sud è cresciuta mediamente del 5% negli ultimi 10 anni, mentre il Giappone ha registrato un misero 0,42% nello stesso periodo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Si potrebbe pensare che l’economia coreana non sia ancora un’economia matura, e che stia ancora recuperando terreno su quella giapponese. Ciò era sicuramente vero negli anni ’70, ma oggi le cose stanno in modo diverso. Mentre la crescita cinese è gonfiata da una manodopera a bassissimo costo dovuta all’entrata nell’economia industriale di milioni di contadini, la ricetta di successo sudcoreana è piuttosto diversa: essa è infatti basata su una imprenditorialità privata particolarmente dinamica, sull’innovazione e sulla produzione di prodotti di qualità. Samsung e Hyundai, due marchi sudcoreani di primissimo piano, sono solo alcuni dei motori della crescita coreana.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Un’altra chiave del successo sudcoreano è da ricercarsi nella ben equilibrata relazione tra governi stabili e settore privato. Ciò fu particolarmente evidente un anno fa, quando un consorzio di imprese sudcoreane si aggiudicò un contratto per costruire 4 reattori nucleari negli Emirati Arabi Uniti superando i concorrenti francesi.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I Giapponesi sapevano come coordinare gli obiettivi dello Stato con quelli del settore privato negli anni ’70, ma oggi sembrano aver perso questa capacità: “E’ giunto il momento di emulare la Corea del Sud” afferma Eisuke Sakakibara, economista di punta dell’arcipelago giapponese e uno degli architetti del “miracolo” giapponese degli Anni ’80. Ed è esattamente con questo spirito che i leader giapponesi, alla ricerca di un nuovo miracolo per la quanto mai stagnante economia giapponese, si sono recati al summit di Seoul.</span></span></p>
<p>“<span><span style="font-size: medium">In Giappone il decennio che va dal 1990 al 2000 è stata chiamata il decennio perduto”, dice l’economista liberale Fumio Hayashi. Ora il Giappone si avvia a concludere il suo secondo decennio perduto. Hayashi e Sakakibara – insieme a numerosi altri economisti giapponesi – sono più o meno d’accordo sulla ragione fondamentale di questa spettacolare stagnazione: i Giapponesi hanno smesso di lavorare duramente come facevano un tempo. Meno ore lavorate, vacanze più lunghe e una popolazione in costante declino almeno a partire dal 2005 hanno minato l’economia giapponese nel suo insieme. Sakakibara sostiene che per superare questa situazione “i Giapponesi dovrebbero lavorare di più, fare più figli e aprire le porte all’immigrazione.” Ma nessuno degli incentivi utili al raggiungimento di tali aspirazioni è ancora stato messo sul tavolo dal Governo giapponese. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I Giapponesi vivono ancora nell’agio e sono ancora più ricchi dei Sud-Coreani di almeno il 30% grazie ai loro passati investimenti. Le imprese giapponesi all’estero ottengono ancora grandi profitti e il Giappone è ancora il leader mondiale in nicchie dell’high-tech come l’elettronica e le fibre in carbonio. Ad esempio, l’iPhone della Apple e gli ultimi aerei della Boeing dipendono in maniera molto intensa da innovazioni tecnologiche brevettate in Giappone. Questi vantaggi strutturali potrebbero tenere il Giappone a galla ancora per un po’, ma soltanto fino a quando la Cina e la Corea del Sud avranno raggiunto il suo livello.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ci si potrebbe aspettare quindi di imbattersi in un Giappone guidato dall’ansia e dalla paranoia, ma non è così. Sicuramente nuove forme di povertà e di disoccupazione stanno raggiungendo livelli mai visti nel Paese del Sol Levante, ma nel complesso il Giappone rimane ben piantato sulle sue solide gambe grazie alla sua tradizionale solidarietà familiare e ai suoi costumi imprenditoriali. Le imprese tendono a diminuire i bonus annuali dei loro impiegati, ma non si disfanno totalmente di essi. E le donne continuano a smettere di lavorare dopo il matrimonio.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I partiti politici che dipendono da una sempre più anziana classe dirigente non sentono il bisogno di apportare grossi cambiamenti al sistema-Giappone. Le coalizioni politiche che governano il Giappone oggi giorno, che si caratterizzano per la loro breve durata e forte instabilità, preferiscono guadagnare tempo attraverso il cosiddetto “stimolo pubblico”, oppure preservare imprese inefficienti attraverso l’assegnazione di ingenti sussidi pubblici. Una politica piuttosto miope, se si pensa che così facendo il Giappone ha finito per gonfiare a dismisura il debito pubblico ponendo in essere un serio ostacolo per gli investimenti privati.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Cosa ancora più sconcertante, la stagnazione in cui si trova il Paese ha trovato i suoi promotori al suo stesso interno. Naoki Irose, una figura di intellettuale pubblico di primo piano che è tra l’altro anche vice-governatore di Tokyo, ha dichiarato in maniera pomposa che “l’epoca della crescita è finita”. Quando il Giappone era minacciato dall’imperialismo occidentale, continua Inose, il Paese fu costretto ad aprire le sue porte (Rivoluzione Meiji 1868) e ad intraprendere un rapidissimo processo di modernizzazione. Questo processo sarebbe ormai completo: il Giappone sarebbe ormai pronto a riconnettersi con le sue antiche tradizioni di armonia sociale e crescita zero. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Con riferimento al periodo che va dal 1603 al 1867, Inose chiama questo futuro del Giappone un nuovo periodo di Edo: “Una popolazione più piccola godrà di una ricchezza sufficiente che abbiamo accumulato nell’ultimo secolo e mezzo. D’ora in poi i Giapponesi potranno investire la loro creatività nel rifinire la loro cultura.” La società del (primo) periodo di Edo collassò rapidamente con l’arrivo nel 1853 delle “navi nere” americane guidate dal commodoro Perry che costrinsero il Giappone ad aprire il proprio mercato. Sarà in grado il secondo periodo di Edo di resistere alle ambizioni cinesi? Inose ammette: “Nel nuovo periodo di Edo il Giappone avrà comunque bisogno di un potente esercito.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Questo secondo periodo di Edo può forse suonare come una sorta di utopia poetica, ma non rimane senza effetti: Sakakibara osserva infatti che gli studenti giapponesi non vanno più a studiare all’estero e che “quasi nessuno ormai studia più l’inglese.” Si direbbe che in un’epoca in cui la Corea del Sud sta diventando più globalizzata, studiando l’inglese e accettando un sempre maggiore numero di immigrati, il Giappone stia entrando in una fase di “de-globalizzazione.”</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Si tratta di un trend piuttosto preoccupante, e non solo per il Giappone: difficilmente la Corea del Sud potrà svolgere il ruolo di unica democrazia dell’area est-asiatica. La paura che si sta diffondendo, e di cui sicuramente si sarà parlato anche nei corridoi del summit di Seoul, è che se il Giappone non si risveglierà dal suo sogno di Edo, l’Asia intera potrebbe diventare parte dell’impero cinese. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Fondamentalmente diversi</strong> sono stati invece gli approcci del Giappone mostrati durante il summit dei leader dell’APEC tenutosi a Yokohama il 13 e il 14 novembre scorsi. Quale Paese ospitante e presidente di turno, il Giappone ha avuto l’incarico di guidare i membri dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) verso un accordo sui passi da intraprendere per giungere ad una maggiore liberalizzazione del commercio e degli investimenti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le 21 economie del Forum dell’APEC, fondato nel 1989, rappresentano circa il 54 per cento del prodotto domestico lordo mondiale e circa il 43 del commercio globale. I cosiddetti “obiettivi di Bogor”, che l’APEC ha adottato nel 1994, prevedono per quest’anno il limite ultimo per i suoi membri industrializzati per il raggiungimento di commercio e investimenti liberi da barriere ed ostacoli di altro tipo. Il limite per i Paesi in via di sviluppo è stato fissato invece per il 2020. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Giappone ha dovuto guidare i membri dell’APEC nel processo di valutazione dei progressi raggiunti in settori quali le tariffe doganali, gli investimenti e i diritti di proprietà intellettuale. I progressi raggiunti in questi settori sono stati valutati e discussi non solo per quanto riguarda cinque paesi industrializzati – Giappone, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda – ma anche per quanto riguarda otto economie in via di sviluppo (Corea del Sud, Singapore, Hong Kong e Messico, tra gli altri). </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Giappone inoltre ha dovuto guidare gli altri membri nella costruzione della strada che condurrà al cosiddetto FTTAP (Free Trade Area of the Asia-Pacific) proposto dagli Stati Uniti, il quale comprenderebbe tutti i membri dell’APEC. Un piano d’azione per una strategia di crescita e sforzi congiunti per il raggiungimento di una integrazione economica regionale sono stati i nodi centrali di tali discussioni. Il Giappone ha avuto una certa difficoltà a mediare nel conflitto tra Cina e Stati Uniti – due potenze economiche rivali nella regione dell’Asia-Pacifico – che sono costantemente all’erta per impedire che l’egemonia economica della controparte non prenda il sopravvento.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Una questione particolarmente importante per il Giappone è stata quella di come far fronte alla questione della “Trans-Pacific Partnership” (TPP), un accordo siglato nel 2005 da Singapore, Cile, Nuova Zelanda e Brunei e che mira alla creazione di una nuova struttura per la liberalizzazione del commercio con l’eliminazione delle tariffe doganali per i paesi membri teoricamente entro il 2015. Quest’anno gli Stati Uniti, l’Australia, il Perù e il Vietnam hanno avviato i negoziati per entrare nel TPP.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Primo Ministro giapponese Naoto Kan ha annunciato proprio durante il summit dell’APEC quella che sarà la politica del Giappone nei confronti del TPP: “Se il Giappone vuole rivitalizzare la propria economia sul lungo termine, deve assolutamente cercare una maggiore liberalizzazione attraverso mezzi quali ad esempio la partecipazione al TPP. Se il Giappone fallisse la sua ricerca di maggiore liberalizzazione, che comporta una maggiore apertura dei propri mercati, finirebbe per rimanere escluso dalla grande prosperità economica della regione” ha affermato il Primo Ministro. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La Corea del Sud, da qualche anno rivale diretto del Giappone, è ben consapevole dei vantaggi derivati dal perseguimento della liberalizzazione attraverso la conclusione di trattati bilaterali di libero commercio (cosiddetti FTA = Free Trade Agreements) che prevedono il totale smantellamento delle tariffe doganali. Ed infatti ha già siglato un accordo bilaterale con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea con lo scopo di espandere le sue esportazioni soprattutto di beni come le automobili e le componenti elettroniche. Tali accordi bilaterali sono diventati la moda corrente da quando i round di discussione multilaterale per la liberalizzazione del commercio sotto l’auspicio dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sono entrati in una fase di permanente stallo. Il Presidente americano Barack Obama ha espresso ad esempio l’intenzione americana di entrare a far parte del TPP durante la sua visita a Tokyo nel mese di novembre del 2009. Gli Stati Uniti evidentemente vogliono usare il TPP come trampolino di lancio non solo per eliminare barriere doganali e non, ma anche per liberalizzare il movimento di persone e capitale nella regione dell’Asia-Pacifico. Il Gabinetto di Kan ha deciso quindi che il Giappone avvierà le consultazioni con i nove paesi che hanno già intrapreso le negoziazioni del TPP, continuando nel frattempo a raccogliere tutte le informazioni necessarie. E’ ancora troppo presto per dire se il Giappone deciderà di entrare a far parte del TPP, ma la decisione finale è attesa per giugno dell’anno prossimo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La verità è che l’opinione pubblica giapponese è divisa sulla possibilità di entrare nel TPP. I settori più controversi sono quelli dell’industria e dell’agricoltura. La Federazione del Business Giapponese (Nippon Keidanren), che costituisce la maggiore lobby economica e finanziaria del Paese, sta facendo pressioni sul Governo di Tokyo affinché le negoziazioni vengano intraprese il più presto possibile. Ma dall’altra parte l’Unione Centrale delle Cooperative Agricole (JA-Zenchu) sostiene che, essendo il principio basilare del TPP l’abolizione totale delle tariffe doganali, ne conseguirà per il Giappone la totale invasione di prodotti agricoli a prezzo bassissimo che distruggeranno l’agricoltura giapponese.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il TPP concerne settori come i diritti di proprietà intellettuale, l’industria dei servizi e l’approvvigionamento di Stato, settori di vitale importanza per l’economia pubblica di un Paese. Se il Giappone deciderà di avviare le negoziazioni per il TPP, gli Stati Uniti potrebbero porre una forte obiezione al progetto del Governo giapponese di controllo diretto sul sistema postale privatizzato qualche anno fa. Il Giappone inoltre potrebbe essere costretto  ad accettare dall’estero un numero maggiore di infermiere e operatori del settore sanitario.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Mentre il TPP espone il Giappone a molte difficoltà, esso potrebbe rappresentare una sorta di catalizzatore per fare in modo che il Paese si adatti al contesto economico in continua evoluzione. Il Governo dovrà costruire un largo consenso tra la popolazione e lo potrà fare solo se sarà in grado di ascoltare le opinioni di vari gruppi, inclusi i consumatori. Particolarmente importante sarà la necessità di considerare misure efficaci per rivitalizzare e stimolare la competitività del settore agricolo, che attualmente soffre di una grave penuria di giovani lavoratori e della caduta in rovina dei campi di riso dovuta alla miope politica del governo di riduzione delle aree coltivabili. Insomma, il Giappone ha mostrato timidi segnali di apertura al mercato libero durante il summit APEC di Yokohama, ma tali aperture sono allo stato attuale ancora ben lungi dall’essere realizzate.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>*Mario Vincenzo Casale è dottore in Studi Comparatistici (Orientale di Napoli</strong></em>)</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: x-small"><em><span style="text-decoration: underline">Alcune opinioni espresse sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221; </span></em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
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		<title>Giappone: tecnologia e &#8220;soft power&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 08:37:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni Stato nazionale esercita il proprio potere e la propria influenza sugli altri attori internazionali attraverso due principali strategie: la prima, definita hard power, si basa sulla forza coercitiva che lo Stato pone in essere attraverso la forza militare; la seconda è invece definita soft power.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/giappone-tecnologia-e-soft-power/7051/" title="Giappone: tecnologia e &#8220;soft power&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7051&amp;w=80" width="80" height="61" alt="Giappone: tecnologia e &#8220;soft power&#8221;" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ogni Stato nazionale esercita il proprio potere e la propria influenza sugli altri attori internazionali attraverso due principali strategie: la prima, definita </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>hard power</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, si basa sulla forza coercitiva che lo Stato pone in essere attraverso la forza militare; la seconda è invece definita </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>soft power, </em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">in cui la capacità attrattiva dello Stato si esprime attraverso modalità che esulano da politiche aggressive e che ricorrono, ad esempio, all’intervento bellico. </span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il termine “</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>soft power</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">” fu coniato da Joseph Nye, professore universitario ad Harvard, per definire il modo in cui gli Stati raggiungono il proprio scopo nella politica internazionale attraverso un’azione persuasiva piuttosto che per mezzo della coercizione.</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">I governi hanno da sempre utilizzato il proprio potere militare ed economico per raggiungere gli obiettivi nazionali ed accrescere il proprio potere. Tuttavia, la diplomazia culturale, intesa come la possibilità per un paese di costruire efficacemente un’immagine favorevole di sé a livello internazionale, è sempre stata un punto focale della politica estera sin dai tempi dell’antica Grecia. L’esperienza ellenica, attraverso le </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>poleis,</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e l’antica Roma con il suo impero, fecero della diplomazia un abile strumento di propaganda capace di garantire l’attrazione esercitata sui popoli assoggettati. Nel diciassettesimo secolo la Francia indicò le politiche di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">tra le principali risorse per lo Stato centrale. Successivamente, nel periodo tra le due guerre, i Ministeri degli Affari Esteri di ogni Stato si dotarono di dipartimenti per la costruzione e la diffusione dell’immagine nazionale a livello internazionale. La nascita della radio apportò alla diplomazia culturale un poderoso strumento di comunicazione. Oggi, decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’uso del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> si è affinato al punto di diventare fondamentale nella politica estera degli Stati moderni. In un mondo globalizzato caratterizzato da molteplici collegamenti transnazionali, gli strumenti diplomatici e dell’espressione della potenza statuale includono non solo l’”</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>hard power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">”, ossia l’uso della forza militare ed economica per trattare o indurre altri a cambiare o rafforzare la propria posizione, ma anche il “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">”, cioè l’abilità di ottenere i risultati desiderati attraverso la costruzione di un’immagine dello Stato attraente per l’opinione pubblica internazionale, piuttosto che tramite la coercizione e la riscossione di debiti contratti da parte di uno Stato nei confronti di un paese egemone. Gli Stati non devono solo gestire la propria forza militare, ma hanno anche la possibilità di esercitare una certa influenza a livello globale, tanto che l’abilità di influenzare gli altri attraverso la combinazione dell’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>hard</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> è stata denominata “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>smart power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">”.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> giapponese si è imposto in Asia per decenni e continua ancora oggi a costituire un nodo centrale nella costruzione dell’equilibrio regionale del Pacifico asiatico. La cultura tradizionale giapponese, insieme alle nuove tendenze sociali e al nuovo stile di vita del paese, fino ad arrivare al commercio degli ultimi prodotti di animazione, esercita una certa attrattiva per le popolazioni non giapponesi. Nonostante nell’ultimo decennio il crollo economico abbia rappresentato una battuta d’arresto per le politiche economiche giapponesi, le risorse e la forza del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">rimangono intatte. L’influenza culturale a livello globale esercitata da parte del paese è cresciuta con una certa consistenza tra varie disavventure politiche ed economiche, e, a livello internazionale, in comparti che comprendono la moda, il cibo, la musica, il consumo elettronico, l’architettura e l’arte. La tradizionale disciplina spirituale come il Buddismo Zen e le arti marziali giapponesi hanno ispirato visitatori ed emulatori negli ultimi decenni. Inoltre, la ripresa giapponese della seconda metà del secolo ha reso il Giappone un luogo più sicuro economicamente, sostenendo lo sviluppo del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> del paese. È altresì importante notare come il Giappone moderno sia assurto al rango di superpotenza culturale.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il peso economico e diplomatico del paese del Sol Levante sembrava essersi ridotto di molto nell’ultimo decennio, anche in seguito all’emergere di due superpotenze economiche asiatiche come la Cina e l’India. Ciò nonostante il Giappone ha rafforzato la propria influenza negli ultimi dieci anni in una crescente varietà di aree culturali. Tra queste da annoverare sicuramente il commercio delle piattaforme multimediali di intrattenimento, le auto ibride, e punte di eccellenza come le </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>green technology</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">. I sondaggi dimostrano come il Giappone negli ultimi anni abbia accresciuto la propria influenza a livello planetario nel campo delle tecnologie prima annoverate. Un’indagine del 2009 effettuata dalla </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>British Broadcasting Corp</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">o</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>ration</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> dimostra come su 21 paesi il Giappone si attesti al quarto posto nella classifica riguardante il gradimento di un paese all’estero, mentre gli Stati Uniti siano meno popolari e si posizionino solo al decimo posto. In base a quanto affermato da Yoshikazu Tarui, membro del Partito Democratico e capo di un gruppo di parlamentari unitisi con lo scopo di promuove il Giappone ed i principali prodotti digitali, ha affermato che “il Giappone spicca per la sua cultura pop a livello internazionale, e che “i giapponesi hanno bisogno di trovare un significato che valorizzi questo vantaggio”. Ha poi aggiunto: “I prodotti di animazione giapponesi hanno raggiunto un riconoscimento a livello internazionale dovuto all’impegno nella qualità e nel dettaglio”. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Durante la bolla economica degli anni ’80, l’economia giapponese ha cercato di accrescere il giro d’affari proponendo all’estero i propri prodotti culturali, esercitando delle pressioni sugli altri paesi. Tuttavia, una volta la sua immagine di feroce competitor commerciale ha raggiunto una fase di declino, la reputazione del paese ha cominciato a cambiare volto e l’essenza di Tokyo come partner mondiale ad essere più largamente accettata. Si è così largamente diffusa la cultura pop giapponese, di pari passo con il commercio e l’utilizzo delle piattaforme multimediali di intrattenimento. Il </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> giapponese ha così mosso definitivamente i suoi primi passi ricavando un profitto economico elevato per il paese: secondo quanto affermato dalla </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Japan External Trade Organization</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, Tokyo ha venduto 6.5 milioni di prodotti legati all’industria del divertimento negli Stati Uniti solo nel 2008. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Shigeru Miyamoto, una delle figure più autorevoli della Nintendo, la famosa multinazionale produttrice di tecnologia, e l’artista Takashi Murakami, il quale si affida per la creazione dei suoi prodotti alla cultura ”otaku”, sono entrambi nella lista del settimanale </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Time</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> delle 100 persone più influenti degli ultimi anni, accanto a Hayao Miyazaki, che vinse l’Oscar nel 2003 per il film di animazione “</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Spirited Away</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">”. A dispetto dei film di animazione che hanno venduto meno negli Stati Uniti negli ultimi anni, lo stile giapponese dei “manga” ha avuto un grande successo: le vendite di fumetti “manga” in America del Nord sono triplicate da 60 milioni nel 2002 a 180 milioni nel 2005, raggiungendo i 200 milioni nel 2006. Nel suo libro del 2006, Tomoyuki Sugiyama, il fondatore di Digital Hollywood, una scuola di Tokyo per artisti e </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>designers</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> digitali, dal titoto </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>“Cool Japan: Why the World is Buying Into Japan”</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, spiega in che grado ed in che termini le industrie possono giocare un ruolo chiave nel futuro economico del paese. Sugiyama afferma che l’evoluzione della tecnologia digitale ha accelerato l’integrazione delle industrie che precedentemente operavano in maniera indipendente, generando prodotti di maggiore complessità e favorendo in questo modo la fuoriuscita del Giappone dalla stagnazione economica. Ma che la visione di Sugiyama sia concretamente valida potrebbe dipendere in parte da quanta importanza il Partito Democratico Giapponese, attualmente al potere, dia all’evoluzione tecnologica.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Negli ultimi anni i prodotti industriali hanno vissuto un periodo di transizione. A causa dell’invecchiamento continuo e costante della popolazione giapponese, i produttori sono costretti ad adattare i prodotti per una clientela sempre più in là con l’età. Taizo Shinya, capo delle relazioni pubbliche dell’organizzazione non profit </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Visual Industry Promotion Organization</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> (VIPO), ha affermato che per superare le difficoltà contingenti e per incrementare la competitività industriale a livello internazionale, sarebbero necessari degli aiuti da parte del governo e maggiori sinergie tra i diversi attori industriali. Con 130 membri associati, che includono i più grandi nomi tra i media giapponesi, la VIPO promuove l’industria del divertimento in Giappone, producendo film, </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>anime</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>video games</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, musica e libri. “I governi di Corea del Sud, Cina, Stati Uniti e Francia – ha affermato Shinya – sono tutti attivamente coinvolti nella promozione industriale. Il Giappone, per rimanere competitivo, ha bisogno sia della cooperazione tra le varie industrie che del sostanziale aiuto da parte del governo”. Dal 2007, la VIPO partecipa alla CoFesta (Japan International Content Festival), un evento che si tiene ogni autunno per presentare le produzioni giapponesi in tutto il mondo. Il festival è cresciuto progressivamente: nel 2009, più di un milione di persone hanno assistito ai suoi 18 eventi, che includevano il Tokyo Game Show, il Tokyo International Film Festival e il Japan Fashion Week a Tokyo. Tomoharu Ishikawa, direttore della produzione di CoFesta, ha affermato che il Giappone, rispetto agli altri paesi, riceve molti meno sussidi per la produzione di contenuti artistici ed innovativi. “Tecnicamente, il governo dovrebbe investire di più nel coltivare le risorse umane e lo sviluppo di nuovi mercati” ha detto Ishikawa. “Abbiamo bisogno di un’organizzazione in grado di guardare oltre e aiutare l’industria intera”. La recessione però non semplifica la situazione, anzi rallenta i flussi finanziari diretti anche verso il Sol Levante, diminuendo gli emolumenti dell’indotto commerciale. La VIPO ha protestato per i tagli drastici della spesa statale sulla promozione dell’industria del divertimento a livello locale. Il Ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria ha stanziato 1,87 miliardi di yen per il 2009, prevedendo dei tagli degli investimenti pari al 43% per il prossimo anno, in linea con il piano di austerità varato dal Governo. Il 10 Dicembre del 2009, in una dichiarazione indirizzata al Ministero, la VIPO ha sottolineato l’importanza della ricerca industriale, sostenendo che essa rappresenta uno dei settori fulcro per accrescere la competitività globale del paese e contribuire alla futura crescita giapponese: la diffusione della cultura giapponese nel mercato internazionale sarebbe dunque un’importante fonte di guadagno, grazie all’industria dell’intrattenimento e della tecnologia, determinando così l’aumento del PIL nazionale. Ishikawa ha poi affermato che il governo ha inteso l’importanza degli investimenti industriali culturali, ma si è ancora assistito a nessun sforzo tangibile in questa direzione. “Speriamo che il Partito Democratico Giapponese ci presenti una strategia di crescita plausibile” ha aggiunto. Tuttavia Tarui, il legislatore del vecchio governo del Partito Democratico, ha affermato che i politici giapponesi tendono a sottostimare l’importanza della cultura popolare. “In realtà, la competitività dell’industria dell’intrattenimento e il potere nazionale sono spesso proporzionati”. Il Giappone è determinato nel costruirsi un’immagine da paese leader nel campo della tecnologia. In questo senso, il governo è disposto ad investire in grande misura. Il potenziale c’è, e le multinazionali come la Sony e la Panasonic stanno compiendo passi da gigante per i prossimi appuntamenti di portata mondiale (basti ricordare l’idea della creazione di ologrammi dei calciatori in occasione dei Mondiali di calcio del 2020).</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> giapponese emana anche da alcune delle sue politiche ufficiali come la sua “Costituzione Pacifica” e il suo supporto alle Nazioni Unite. La fornitura all’Ufficio per l’Assistenza e lo Sviluppo a molti paesi, così come i programmi di scambio supportati, come ad esempio la mobilità degli insegnanti stranieri in Giappone, hanno creato un immenso benessere. Il Giappone ha dato inoltre i natali a sette delle 25 aziende più importanti al mondo e a tre delle 25 multinazionali più rilevanti per marchio al mondo, ossia la Toyota, la Honda e la Sony. Tuttavia, nonostante il Giappone disponga di questa sua forte diplomazia culturale che si tramuta in potere economico, ci sono alcuni limiti allo sfruttamento di questo tipo di politiche. Il Giappone sta affrontando dei cambiamenti demografici molto importanti e la sua lingua nazionale non è parlata ovunque in tutto il paese, mentre la lingua inglese non è praticata in maniera efficiente, rendendo così difficile attrarre talenti da ogni parte del mondo nelle sue università. Inoltre, sebbene la cultura giapponese sia aperta alle influenze provenienti dall’estero, non c’è un supporto né politico né pubblico all’immigrazione e agli immigranti. Riconoscendo la necessità di relazioni pubbliche più forti, il Giappone si è mosso in maniera più decisa attraverso la campagna chiamata “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Visit Japan</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">”, per la quale ha stanziato 17 milioni di dollari. Ma se ciò potrebbe aiutare il settore turistico, la conferma di un </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power </em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">penetrante</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>,</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nel lungo periodo, richiede un impegno maggiore, anche per quanto riguarda l’attitudine nei confronti degli stranieri. Alcune scelte politiche non del tutto condivisibili, come ad esempio le visite frequenti dell’ex primo ministro Koizumi a Yasakuni, un santuario scintoista dedicato alle vittime militari e civili perite in combattimento per la difesa dell’imperatore, hanno ridotto la popolarità del Giappone nella regione asiatica del nord est e del sud est e hanno allentato l’effetto positivo del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nella cultura. Tuttavia, la popolarità crescente della moderna cultura giapponese può aiutare a compensare la negatività che circonda gli storici problemi legati a quanto accaduto in situazioni di conflitto nei secoli precedenti, colmando le inimicizie presenti in particolare con la Cina e la Corea. Dall’altro lato, il suo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> culturale produce già dei dividendi per il suo potere economico complessivo. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>I limiti del </strong></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em><strong>soft power</strong></em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong> giapponese </strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Sin dalla prima guerra del Golfo, alcuni conservatori giapponesi come Ichiro Ozawa, leader del Partito Democratico del Giappone, hanno sostenuto l‘idea che il Giappone divenisse una nazione “normale”, intendendo per tale uno Stato che respingesse l’articolo 9 della Costituzione ed aumentasse le sue capacità militari, in maniera tale da partecipare attivamente alle operazioni di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>peacekeeping</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> delle Nazioni Unite. Dato che il Giappone è situato in un contesto regionale pericoloso e che gli Stati Uniti vogliono farsi carico del grosso fardello rappresentato dalle politiche di sicurezza nella regione, i difensori dell’</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>hard power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> affermano che il Giappone non può più nascondersi a lungo dietro il suo pacifismo unilaterale. Un analista della CIA, William Middlebrooks, a tal proposito, ha affermato che il Giappone dovrebbe abbandonare il dettato dell’art.9 Cost. affrontando i sospetti diffusi tra i giapponesi che costituiscono effettivamente un grande ostacolo. I leader giapponesi, dal canto loro, si scontrano con la questione, ormai divenuta di ordine pubblico, sulla difficoltà di una crescente cooperazione con gli Stati Uniti nell’ambito della sicurezza (si deve ricordare a tal proposito la querelle sulla base di Okinawa), e continuano a nutrire forti dubbi sullo svolgimento delle guerre in Iraq ed in Afghanistan. Da un punto di vista regionale, è chiaro come sia diffuso un forte anti-nazionalismo giapponese, e che divenga sempre più necessario un piano di sicurezza maggiormente efficace. Il saggio edito da Yasushi Watanabe e David L. McConnell, dal titolo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>“Soft Power Superpowers”</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> riassume le tematiche più pregnanti del connubio tra </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> ed </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>hard power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nel sud-est asiatico, andando al cuore del problema. Di fatto, si legge nel saggio, non c’è nulla che suggerisca l’assunzione a superpotenza per il Giappone, sebbene il suo fascino sulla cultura internazionale rimanga indiscusso. Tra l’altro, gli autori si focalizzano perlopiù sui limiti del </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> piuttosto che sulle sue reali possibilità. Uno dei nodi gordiani della questione è rappresentato dal fatto che gli strumenti di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, in molti casi, non sono sotto il controllo del governo, e che gli esecutivi, per cercare di applicare tali strumenti, rischiano di perdere la propria legittimazione e la propria influenza. In termini di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, i “manga” e le “anime” non possono tradursi in una reale influenza dello Stato sulle altre nazioni, e, come affermano Yoshiko Nakano e Anne Allison, è un errore credere che la cultura stabilisca una chiara corrispondenza con la nazione o possa essere utilizzata dalle autorità. Naoyuki Agawa, funzionario presso l’Ambasciata giapponese a Washington dal 2002 al 2005, descrive come il Giappone effettivamente intraprenda misure di diplomazia culturale con gli Stati Uniti per migliorare l’immagine che il Giappone ha in America, modellando così di conseguenza le politiche di governo. Ma Yasushi Watanabe nota a sua volta come la percezione della cultura giapponese negli Stati Uniti sia fortemente deteriorata. Il saggio getta dunque chiarezza sulla globalizzazione della patrimonio culturale giapponese, e dimostra come il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>soft power</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> del Sol Levante disponga ad oggi di potenzialità limitate.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong>* Alessia Chiriatti è dottoressa in Sistemi di comunicazione delle relazioni internazionali (Università per stranieri di Perugia)</strong></em></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong> </strong></em></span></span></span></p>
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