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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Eni</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Un giallo politico in salsa greca</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 12:22:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/un-giallo-politico-in-salsa-greca/15051/" title="Un giallo politico in salsa greca"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/greece_russia.5ddoo0e4tzocws4wsg888kcsc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="46" alt="Un giallo politico in salsa greca" ></div></a>Era il giugno del 2011 quando il settimanale greco “Epikera” rivelò per la prima volta i contorni di un presunto complotto ordito ai danni di Kostas Karamanlis, leader del partito di centrodestra Nuova Democrazia e primo ministro del paese ellenico dal 10 marzo del 2004 al 6 ottobre del 2009: stando a quanto riportato su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/un-giallo-politico-in-salsa-greca/15051/" title="Un giallo politico in salsa greca"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/greece_russia.5ddoo0e4tzocws4wsg888kcsc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="46" alt="Un giallo politico in salsa greca" ></div></a><p><font size="2">Era il giugno del 2011 quando il settimanale greco “Epikera” rivelò per la prima volta i contorni di un presunto complotto ordito ai danni di Kostas Karamanlis, leader del partito di centrodestra <em>Nuova Democrazia</em> e primo ministro del paese ellenico dal 10 marzo del 2004 al 6 ottobre del 2009: stando a quanto riportato su “Epikera”, nel 2008, infatti, Karamanlis sarebbe scampato ad un attentato orchestrato da un “Paese alleato di Atene” (nome in codice “Pythia 1”) con lo scopo di spodestare (se non proprio di eliminare fisicamente) il capo del governo greco. L&#8217;operazione sarebbe stata sventata grazie ad una informativa girata al Servizio greco e redatta da un gruppo di agenti del servizio di controspionaggio, gruppo predisposto ad hoc perché a Mosca si erano resi conto che le conversazioni di natura privata tra Putin e Karamanlis erano state intercettate da spie di paesi stranieri alleati di Atene (1).  </p>
<p>È dell&#8217;ultimo mese di marzo, invece, la notizia proveniente dalla Grecia riguardante la decisione di un pubblico ministero che, sulla base di nuove informazioni di cui è entrata in possesso la polizia greca, ha aperto un&#8217;inchiesta per far luce sul complotto.</p>
<p>Il complotto avrebbe avuto alla base una semplice ragione: punire le scelte filo-russe di Karamanlis in materia di politica energetica: già nel 2008, infatti, il governo greco stava negoziando il coinvolgimento della Grecia nel progetto South Stream, il gasdotto progettato da Gazprom e da Eni per portare il gas naturale russo in Europa.</p>
<p><strong><em>Southstream</em> contro <em>Nabucco</em>: la guerra fredda dell&#8217;energia</strong></p>
<p>La Grecia, una nazione a cavallo tra due visioni del mondo e di interessi contrapposti: nel 1946 Atene fu lo scenario di una delle prime avvisaglie di Guerra Fredda quando, nel corso della guerra civile che imperversava nel Paese, Stati Uniti e Unione Sovietica si fronteggiarono; i primi per contenere l&#8217;espansione dei russi, i secondi per allargare la loro sfera di influenza oltre i confini degli stati del blocco orientale e puntare al controllo del traffico nel Mediterraneo. Quella guerra politica fu condotta con mezzi militari. Nel primo decennio del nuovo millennio Atene si ritrova ad essere l&#8217;ago della bilancia nella guerra fredda dell&#8217;energia tra il vecchio occidente, Stati Uniti ed Unione Europea, e Mosca: in gioco non c&#8217;è solo il controllo del Mediterraneo ma il controllo dei flussi energetici verso l&#8217;Europa; in campo non c&#8217;è il dispiegamento massiccio delle armi nucleari ma, bensì, le squadre dei tecnici preposte alla progettazione di gasdotti per il trasporto del gas in Europa: da una parte il progetto <em>Nabucco</em>, sostenuto da Stati Uniti ed Unione Europea, dall&#8217;altro il gasdotto <em>South Stream</em> promosso da Gazprom ed ENI. </p>
<p>Il <em>Nabucco Gas Pipeline Project</em> è nato nel 2002 con lo scopo approvvigionare l&#8217;Europa con il gas proveniente dalla zona del Mar Caspio (dal campo di Shaz Deniz in Azerbaigian, dal Turkmenistan e dal Kazakistan) a cui, stando al progetto, dovrebbe unirsi il gas proveniente dall&#8217;Egitto, Iraq ed Iran.</p>
<p>La realizzazione del <em>Nabucco</em> è stata inserita dalla Comunità Europea nel novero dei progetti infrastrutturali da mettere in opera in campo energetico e ritenuti di massima priorità: inserito nel Corridoio Sud (2), il progetto verrà finanziato con una cifra che si aggira intorno ai 200 milioni di euro nel programma EEPR (<em>European Energy Programme for Recovery</em>). Come dichiarato innumerevoli volte da Andris Piebals, commissario europeo per l&#8217;energia, il gasdotto Nabucco è fondamentale per la sicurezza energetica dell&#8217;Unione Europea e <em>non può fallire</em> (3). </p>
<p>Alternativo e contrapposto al Nabucco è il progetto <em>South Stream</em>, sviluppato dal monopolista dell&#8217;energia russa Gazprom e dall&#8217;italiana ENI, che il 23 giugno del 2007 firmarono un memorandum di intesa per la costruzione di questo nuovo gasdotto che attraverso il Mar Nero dovrà collegare la Russia all&#8217;Italia con una capacità massima di 64 miliardi di metri cubi. Questo primo accordo bilaterale permetteva alle due compagnie di soddisfare i rispettivi interessi: la Russia avrebbe fatto entrare in Europa il gas russo attraverso l&#8217;Italia evitando, così, di passare per l&#8217;Ucraina mentre l&#8217;ENI, il colosso energetico italiano, avrebbe potuto ambire ad una compartecipazione nello sfruttamento degli idrocarburi siberiani. Nel 2009 la Russia ha poi concluso accordi separati con Bulgaria, Ungheria e Grecia per allargare la compartecipazione al progetto anche a questi paesi. </p>
<p>Già, la Grecia. La Grecia di Karamanlis che, come ricordato in apertura di articolo, nel 2008  stava negoziando con Mosca il coinvolgimento nel progetto South Stream. Da qui il complotto. Da qui la volontà di far fuori, innanzitutto politicamente, il capo di <em>Nuova Democrazia</em>. </p>
<p><strong>Una delicata partita a scacchi sullo scacchiere politico europeo</strong></p>
<p>Attualmente in Grecia si gioca, quindi, una delle partite più importanti per il futuro dell&#8217;Europa. Rispettando la loro fama di eccellenti giocatori di scacchi, i russi cercano di porre sotto scacco la politica energetica della comunità europea. Perché il <em>South Stream</em> è innanzitutto un progetto di natura politica: la Mosca di Putin, che ha chiesto con fermezza al numero uno di Gazprom Alexei Miller di accelerare per iniziare i lavori di costruzione già a fine del 2012 (4) (anticipando, così, di un anno la data prevista dal progetto iniziale), intende bypassare i paesi invisi al Cremlino, come Romania, Polonia ed Ucraina, con l&#8217;obiettivo, proprio della propria politica energetica, di rifornire l&#8217;Unione Europea: il gasdotto ortodosso, così come è stato ribattezzato <em>South Stream</em>, poiché, aggirando le problematiche relative al passaggio dei tubi per i Paesi dell&#8217;Europa Centrale, porta Mosca al raggiungimento di un duplice obiettivo politico e strategico: legare il Vecchio Continente alle forniture di gas russo. Questa politica non piace, ovviamente, agli Stati Uniti, che già da tempo stanno cercando di contenere la presenza di Mosca nella regione: il 15 marzo 2005, per esempio, la Russia, ritrovata la tranquillità finanziaria, prese l&#8217;iniziativa e per attuare le proprie strategie firmò un accordo con Bulgaria e Grecia per la costruzione dell&#8217;oleodotto Burgas – Alexandroupolis, il primo a completo controllo russo e antagonista del progetto BTC (Baku -T&#8217;bilisi – Ceyhan) sostenuto dagli Stati Uniti. Questo tratto dovrebbe permettere al gasdotto <em>South Stream</em> di prendere la via dell&#8217;Italia.  </p>
<p>Il <em>South Stream</em> non piace, dunque, ai nordamericani che appoggiano la messa in opera del <em>Nabucco</em>. Ma per quale motivo? Perché Putin grazie al gas russo è riuscito a portare dalla sua parte l&#8217;Italia, la Turchia (che ha concesso il transito dei tubi del gasdotto dalle proprie acque territoriali) e la Grecia, tre dei Paesi dell&#8217;Alleanza Atlantica di importanza strategica. Uno scenario da guerra fredda con la Grecia che gioca un ruolo strategico nella strategia del <em>containment</em> delle aspirazioni russe messo in atto da Washington. Dalle sorti greche dipende, quindi, una parte dell&#8217;abbraccio (altra parte è rappresentata dal gasdotto <em>North Stream</em> destinato a passare per il Nord Europa) russo all&#8217;Unione Europa. </p>
<p><strong>La crisi greca, le pressioni sui governi e i presunti complotti.</strong></p>
<p>Può la crisi greca (e quella italiana) essere un preciso piano di ritorsioni per le scelte energetiche che privilegiano il rapporto con Mosca piuttosto che la vicinanza agli Stati Uniti? Gli amanti delle teorie del complotto troverebbero presto una connessione tra il piano per far uscire di scena Karamanlis, lo scoppio della crisi greca, l&#8217;insediamento del “tecnico” Papademos, uomo della BCE e la privatizzazione della DEPA, la società pubblica che gestisce il gas in Grecia e che era interessata al metano che sarebbe dovuto transitare per il Corridoio Sud con il progetto ITGI (Interconnector Turkey – Greece – Italy), il tratto che avrebbe permesso al <em>South Stream</em> di giungere fino in Italia meridionale. Potremmo aggiungere al quadro il fatto che anche l&#8217;Ungheria, paese che ha scelto di legarsi a Mosca e che era stato avvertito dall’ambasciatrice statunitense a Budapest nel 2008 con una dichiarazione che esortava il governo di Budapest a ripensare il proprio appoggio al progetto <em>South Stream, “ripensamento che sarebbe utile per il paese magiaro”</em> (5), è sotto scacco (6).   </p>
<p>L&#8217;unica notizia certa è che la crisi greca ha portato alla messa in vendita della DEPA, società pubblica monopolista nel settore gas che tramite DESFA controlla la rete di distribuzione interna. È una prassi normale per un Paese in crisi quello di vendere ai privati il patrimonio pubblico. Ma in questa situazione il quadro si complica: la DEPA è, infatti, implicata nel progetto relativo alla realizzazione del ITGI (Interconnector Turkey – Greece – Italy) che, legandosi al gasdotto <em>South Stream</em>, porterebbe in Europa l&#8217;oro blu russo. Non è un caso che l&#8217;unico interesse ufficiale per l&#8217;acquisto di DEPA sia arrivato dalla russa Gazprom: il controllo della rete greca potrebbe portare un vantaggio non trascurabile per Mosca nel <em>risiko</em> del gas, nella cosiddetta Guerra dei Gasdotti.</p>
<p>Il quadro si complica ulteriormente se si allarga l&#8217;obiettivo: il governo azero ha, infatti, recentemente escluso il progetto ITGI dal bando dei diritti di sfruttamento dei giacimenti di Shah Deniz II preferendogli il progetto TAP (<em>Trans-Adriatic Pipelines</em>), progetto appoggiato dall&#8217;Unione Europea e dagli Stati Uniti, che dovrebbe passare sempre attraverso la Grecia ma non prevede l&#8217;impegno di soci greci. Il vantaggio del TAP consiste nell&#8217;essere funzionale e compatibile con il gasdotto Nabucco, l&#8217;antagonista del <em>South Stream</em>. </p>
<p>Una manovra per riallineare la Grecia ai dettami di Bruxelles e contenere le mire russe?</p>
<p>In Grecia si continua a respirare aria di Guerra Fredda. Complotti annessi e connessi.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE: </p>
<p>1. Fitzankis Joseph, <em>Russians ‘uncovered plan to kill Greek prime minister’</em>, <a href="http://intelnews.org/2011/06/17/01-739/">http://intelnews.org/2011/06/17/01-739/</a></p>
<p>2. Prague Summit – Southern Corridor, 8 maggio 2009, documento consultabile al seguente indirizzo: <a href="http://www.eu2009.cz/assets/news-and-documents/press-releases/the-declaration---prague-summit--southern-corridor--may-8--2009.pdf">http://www.eu2009.cz/assets/news-and-documents/press-releases/the-declaration&#8212;prague-summit&#8211;southern-corridor&#8211;may-8&#8211;2009.pdf</a></p>
<p>3. <em>Nabucco can&#8217;t fail, says EU commissioner</em>, <a href="http://www.euractiv.com/energy/nabucco-fail-eu-commissioner/article-185056">http://www.euractiv.com/energy/nabucco-fail-eu-commissioner/article-185056</a></p>
<p>4. <em>Gasdotto South Stream, Putin ne esige l’inizio entro il 2012</em>, <a href="http://www.distribuzionecarburanti.it/articoli/gasdotto_south_stream_putin_ne_esige_l_inizio_ent.html">http://www.distribuzionecarburanti.it/articoli/gasdotto_south_stream_putin_ne_esige_l_inizio_ent.html</a></p>
<p>5. <em>U.S. Ambassador urges Hungary to rethink Russia pipeline talks</em>, <a href="http://www.politics.hu/20080912/us-ambassador-urges-hungary-to-rethink-russia-pipeline-talks/">http://www.politics.hu/20080912/us-ambassador-urges-hungary-to-rethink-russia-pipeline-talks/</a></p>
<p>6. Ad avvalorare la tesi del fatto che la crisi greca sia stata innescata da interessi internazionali è un articolo apparso nel lontano 1992 sul New York Times in cui venivano riportati gli stralci di un testo fondamentale conosciuto con il nome di <em>Defense Planning Guidance</em> a firma di Paul Wolfowitz in cui si afferma <em>che il nostro primo obiettivo è di prevenire il riemergere di un nuovo rivale […] che ponga una minaccia all&#8217;ordine di quella posta all&#8217;allora dall&#8217;Unione Sovietica. Questa è una considerazione dominante che ci impegna a prevenire che una qualsiasi potenza ostile possa dominare una delle regioni le cui risorse siano sufficienti a generare una potenza mondiale. Le regioni in questione comprendono l&#8217;Europa Occidentale […]. Dobbiamo tenere attivi i meccanismi di deterrenza che impediscano a potenziali concorrenti anche soltanto di aspirare ad un ampio ruolo regionale o globale.</em> </font></p>
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		<title>Master &#8220;Enrico Mattei&#8221;, 18 Giugno &#8211; 4 Luglio, Università di Teramo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 06:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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<p><a href="http://www.masteruniteramo.it/"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/610.png" alt="" title="610" width="610" height="1043" class="aligncenter size-full wp-image-15030" /></a></p>
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		<title>Libia. Un nuovo “asse” italo-libico?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 11:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Conoscere gli Stati destinatari del petrolio della Libia servirà anche a capire chi ha davvero “vinto” la guerra civile libica? Fra gli Stati impegnati in Libia, la prima a sostenere la rivolta civile è stata la Francia, che difficilmente la abbandonerà senza ottenere certi vantaggi. Chi potrebbe rimetterci è l’Italia, nonostante un impegno costato 192 milioni di euro. Gli esiti dei recenti incontri fra il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, e i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione hanno consentito la riattivazione del precedente trattato italo-libico, sospeso nel marzo 2011, mediante la firma della Tripoli Declaration: la strategia del governo libico ha mirato a rinegoziare i rapporti economici e strategici attivi in precedenza con l’Italia e a volgerli a favore del proprio popolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/libia-un-nuovo-asse-italo-libico/14568/" title="Libia. Un nuovo “asse” italo-libico?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/libia_italia_300x225.eq8zbwikqa884440s8gcg0wws.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Libia. Un nuovo “asse” italo-libico?" ></div></a><p><font size="2"><em>Conoscere gli Stati destinatari del petrolio della Libia servirà anche a capire chi ha davvero “vinto” la guerra civile libica? Fra gli Stati impegnati in Libia, la prima a sostenere la rivolta civile è stata la Francia, che difficilmente la abbandonerà senza ottenere certi vantaggi. Chi potrebbe rimetterci è l’Italia, nonostante un impegno costato 192 milioni di euro. Gli esiti dei recenti incontri fra il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, e i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione hanno consentito la riattivazione del precedente trattato italo-libico, sospeso nel marzo 2011, mediante la firma della Tripoli Declaration: la strategia del governo libico ha mirato a rinegoziare i rapporti economici e strategici attivi in precedenza con l’Italia e a volgerli a favore del proprio popolo.</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Dalla sospensione alla riattivazione del “Trattato Italia-Libia” del 2008</strong></p>
<p>Il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, dopo l’incontro dello scorso 15 dicembre a Roma con il Presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdul Jalil, era riuscito a “resuscitare” il trattato italo-libico, sospeso di fatto dalla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., adottata lo scorso 17 marzo. D’altronde, quando era ormai considerata conclusa la guerra, i governi di Parigi e Londra si erano autoproclamati i “padrini” della rivoluzione, mentre il governo italiano annunciava che, appena il Consiglio nazionale di transizione avesse assunto il controllo della Libia, il trattato italo-libico sarebbe stato “rivitalizzato”. </p>
<p>Per rintracciare le origini di un accordo tra Libia e Italia bisogna andare indietro di qualche anno. Le trattative iniziano, infatti, con il secondo governo guidato da Romano Prodi il quale però, si rifiuta di ratificarlo, giudicando le pretese del Capo di Stato libico, Muammar Gaddafi, troppo esagerate a fronte di scarse garanzie sul mantenimento effettivo dello stesso accordo. Tuttavia, Silvio Berlusconi, tornato alla guida del governo italiano nel 2008, intende a tutti i costi concludere tale accordo che, così, è firmato il 30 agosto dello stesso anno a Bengasi. Il <em>Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione</em> obbliga lo Stato italiano a finanziare opere pubbliche in Libia nei successivi vent’anni, per un totale di 5 miliardi di dollari, da considerarsi una riparazione per i danni coloniali. In cambio, il governo di Tripoli s’impegna a controllare i flussi di immigrazione diretti verso l’Italia che, inoltre, si riserva una posizione privilegiata nell’assegnazione delle commesse, generando forti malumori da parte dei governi di Francia e Regno Unito. E sono proprio questi ultimi a insistere oggi per “monetizzare” al più presto il loro ruolo nell’intervento militare in Libia. La riattivazione del trattato è, da una parte, un indubbio successo per l’Italia che, in questo modo, evita la riapertura dei negoziati e la procedura parlamentare di ratifica e, dall’altra, un sollievo alle imprese italiane coinvolte direttamente nelle opere da realizzare in Libia. Sono inoltre smentite le indiscrezioni che volevano i nuovi dirigenti libici più che propensi a modifiche volte a ridimensionare il ruolo italiano in Libia. Modifiche che, nei fatti, avrebbero finito col favorire la Francia, la quale mirava a rimpiazzare la stessa Italia nel ruolo di primo partner commerciale. Tuttavia, la riattivazione del trattato non ha solo un valore economico: essa è anche il segnale della rinnovata fiducia dell’Italia nella “nuova” Libia e nel percorso in atto verso la costituzione democratica la quale prevede, a giugno, l’elezione dell’Assemblea Costituente. [1]</p>
<p><strong>I nuovi accordi con la Libia: una sconfitta diplomatica?</strong></p>
<p>Nel frattempo, i fondi esteri libici congelati durante il conflitto sono stati progressivamente sbloccati: l’Italia &#8211; dove Tripoli detiene importanti partecipazioni, da UNICREDIT a FINMECCANICA &#8211; ha già fatto la sua parte, scongelando 600 milioni di euro. Come se non bastasse, la produzione petrolifera è stata ripresa attivamente, raggiungendo la considerevole cifra di un milione di barili al giorno. L’ENI, da parte sua, è pronta a recitare un ruolo di primo piano: il Presidente del Consiglio nazionale transitorio ha, infatti, ringraziato l’azienda italiana, a riprova dell’intelligente politica di collaborazione mantenuta anche durante il periodo della guerra, e non ha mancato di sottolineato che proprio grazie ad essa, la produzione energetica libica ha raggiunto il 70% della produzione pre-bellica. In nome di tale collaborazione, l’ENI ha offerto la massima disponibilità a collaborare in maniera estesa nella ricostruzione e nella modernizzazione del Paese libico. Prima che tale progetto possano svilupparsi, i relativi accordi fra la compagnia petrolifera e lo Stato libico saranno rivisti: la rinegoziazione, annunciata dal Primo ministro libico, Abdurrahim Abdulhafiz El-Keib, riguarderà le attività collaterali di aiuto della stessa ENI alle infrastrutture del Paese libico, devastato dalla guerra civile. Gli accordi potrebbero rivelarsi un riadattamento del trattato italo-libico alla nuova realtà del Paese, andando incontro alle esigenze dei nuovi governanti libici: il petrolio e il gas non saranno, infatti, oggetto di interesse, al contrario di scuole, formazione professionale dei neolaureati e, infrastrutture nell’ambito dell’edilizia, della sanità, dei trasporti e dell’energia. Inoltre, il trattato significherebbe aiuti per garantire la sicurezza e per dare la possibilità agli ex-combattenti di potersi formare e studiare in Italia e ai feriti di ricevere assistenza medica negli ospedali italiani. [2]</p>
<p>Tuttavia, recentemente si stanno facendo avanti anche gli Stati “concorrenti” come la Francia che, dopo il fallimento diplomatico in Tunisia, tenta di assicurarsi un ruolo importante nell’Africa settentrionale intaccando, con le compagnie ELF e TOTAL, il monopolio energetico detenuto finora dall’ENI. Va aggiunto che, sotto il profilo politico, la volontà del Regno Unito e della Francia di conquistare le simpatie del nuovo governo libico ha conseguentemente ridotto il rapporto “speciale” del governo italiano e delle aziende italiane con la Libia. La posizione italiana appare compromessa anche in termini diplomatici, come dimostra la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (C.E.D.U.) del 23 febbraio, che ha palesato in modo inequivocabile le colpe del governo nelle azioni di contrasto all’immigrazione clandestina.</p>
<p><strong>La Dichiarazione di Tripoli </strong></p>
<p>Gli obiettivi di una piena riattivazione del <em>Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione</em> cominceranno a concretarsi solo gradualmente. Il 20 gennaio, a Tripoli, il Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, e l’omologo libico hanno firmato la <em>Dichiarazione di Tripoli</em>: una dichiarazione che, non menzionando esplicitamente il trattato firmato a Bengasi nell’agosto 2008, si limita a rilevare che l’Italia e la Libia hanno concordato di costruire i loro rapporti a partire dagli accordi già sottoscritti fra loro, andando avanti con la realizzazione delle varie attività attraverso commissioni tecniche specializzate nei vari settori di interesse reciproco, come quelli di pesca e cantieristica navale. Pur risentendo dei cambiamenti politici avvenuti con la <em>“Rivoluzione del 17 febbraio”</em>, Mario Monti ha affermato che il trattato italo-libico del 2008 non è stato oggetto di alcuna trasformazione e, inoltre, ha aggiunto: “Lo spirito che animava le precedenti iniziative continua ad animare da parte italiana questa dichiarazione di Tripoli”. La volontà italiana di riprendere e ampliare ulteriormente la collaborazione con la “nuova” Libia è stata confermata dal Ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, il quale ha invitato il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del governo libico, Anshur Ben Khaial, a partecipare alla riunione, che si è svolta il 20 febbraio a Roma, del <em>Dialogo 5+5</em>, riservata ai rappresentanti dei Paesi del Mediterraneo Occidentale e recentemente rinominata <em>Dialogo dei 10</em>. [3]<br />
L’atteggiamento propositivo dell’attuale governo italiano non ha comunque trattenuto le critiche e le polemiche della stampa nazionale a proposito della gestione delle relazioni diplomatiche. In particolare, ormai priva dei precedenti rapporti “speciali” con la Libia, la capacità energetica dell’Italia ha certamente subito un grave colpo.</p>
<p><em><strong>* Giacomo Morabito, dottore in Scienze delle Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Messina)</strong></em></p>
<p></font><font size="1"></p>
<p><strong>Note: </strong><br />
[1] (Autore anonimo, <em>Italia-Libia: Monti e Jalil riattivano trattato amicizia</em>, <a href="http://ansamed.ansa.it ">http://ansamed.ansa.it</a> &#8211; 15/12/2011)<br />
[2] (Autore anonimo, <em>Tripoli rassicura sui contratti con l’ENI</em>, <a href="www.ilsole24ore.com">www.ilsole24ore.com</a> &#8211; 03/01/2012)<br />
[3] (Autore anonimo, <em>Libia, monti firma la “Tripoli Declaration”</em>, <a href="www.quotidiano.net">www.quotidiano.net</a> &#8211; </font></p>
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		<title>Enrico Mattei fondatore dell’ENI – Sabato 17 Marzo a Bologna</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2012 17:51:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/enrico-mattei-fondatore-delleni-sabato-17-marzo-a-bologna/13939/" title="Enrico Mattei fondatore dell’ENI – Sabato 17 Marzo a Bologna"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/volantino_promozionale_incontro_su_e__mattei_ed_eni_jpeg1.as7a3zt37ugwcowsswgcooooo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Enrico Mattei fondatore dell’ENI – Sabato 17 Marzo a Bologna" ></div></a>Segnaliamo qui di seguito l&#8217;incontro dedicato ad Enrico Mattei, organizzato dall&#8217;associazione Eur-eka di Bologna, a cui parteciperà come introduttore e moderatore Stefano Vernole, della redazione di Eurasia. Sabato 17 Marzo, dalle ore 16.00 presso la Sala dell’Angelo, in via San Mamolo 24, Bologna, in coincidenza con l’imminente anniversario della tragica scomparsa avvenuta nel 1962, verrà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/enrico-mattei-fondatore-delleni-sabato-17-marzo-a-bologna/13939/" title="Enrico Mattei fondatore dell’ENI – Sabato 17 Marzo a Bologna"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/volantino_promozionale_incontro_su_e__mattei_ed_eni_jpeg1.as7a3zt37ugwcowsswgcooooo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Enrico Mattei fondatore dell’ENI – Sabato 17 Marzo a Bologna" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p>Segnaliamo qui di seguito l&#8217;incontro dedicato ad Enrico Mattei, organizzato dall&#8217;associazione <a href="http://eurekaassociazione.wordpress.com/">Eur-eka</a> di Bologna, a cui parteciperà come introduttore e moderatore Stefano Vernole, della <a href="http://www.eurasia-rivista.org/generenza/redazione/">redazione di Eurasia</a>.</p>
<p>Sabato 17 Marzo, dalle ore 16.00 presso la Sala dell’Angelo, in via San Mamolo 24, Bologna,  in coincidenza con l’imminente anniversario della tragica scomparsa avvenuta nel 1962, verrà ricordata la figura di &#8220;<strong>Enrico Mattei, fondatore dell’ENI. Una vita per l’indipendenza e lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e dell’Africa</strong>&#8220;.</p>
<p>L’incontro-dibattito prevede la partecipazione degli storici <strong>Claudio</strong> <strong>Moffa</strong>, docente presso l’Università di Teramo e direttore del Master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente, e <strong>Nico Perrone</strong>, giornalista e saggista, docente presso l’Università di Bari.</p>
<p>Introduce e modera <strong>Stefano Vernole</strong>, redattore di &#8220;Eurasia &#8211; Rivista di studi geopolitici&#8221;.</p>
<p>L&#8217;incontro gode del patrocinio del Comune di Bologna &#8211; Quartiere Santo Stefano.</p>
<p><em>L’ingresso è libero e gratuito</em>.</p>
<p>Per informazioni e contatti: eur-eka@libero.it</p>
<p><strong>FONTE: <a href="http://eurekaassociazione.wordpress.com/2012/02/23/enrico-mattei-fondatore-delleni-sabato-17-marzo-a-bologna%E2%80%8F/">http://eurekaassociazione.wordpress.com/2012/02/23/enrico-mattei-fondatore-delleni-sabato-17-marzo-a-bologna%E2%80%8F/</a></strong></font></p>
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		<title>La strana parabola di South Stream</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 19:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<description><![CDATA[La competizione tra Nabucco e South Stream è destinata a intensificarsi. Nondimeno, l’evoluzione di South Stream da joint-venture bilaterale a progetto genuinamente europeo smentisce coloro che vedevano in questo gasdotto il prodotto di una strategia russa per minare la coesione dell’Unione europea e nella rivalità con Nabucco una nostalgica battaglia geopolitica tra blocchi contrapposti. Le nuove iniziative russe non devono spaventarci: un mercato del gas dove le risorse sono abbondanti e le regole adeguate non subirà contraccolpi anche nel caso di crisi con un singolo fornitore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-strana-parabola-di-south-stream/9229/" title="La strana parabola di South Stream"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/southstream.ehzq6pcz3vw44k0k044cs4ocw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="La strana parabola di South Stream" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1731">http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1731</a></p>
<div style="font-size: medium;">A metà marzo, con l’attenzione degli  osservatori concentrata su Medio Oriente e Giappone, è passata in  secondo piano una notizia molto interessante per il futuro del mercato  europeo dell&#8217;energia: l’ingresso della compagnia tedesca Wintershall,  parte del gruppo Basf, nel consorzio promotore del gasdotto South  Stream.</p>
<p>Inaugurato nel 2007 come una <em>joint-venture </em>paritaria tra Gazprom e  Eni, il progetto prevede la costruzione di un gasdotto sottomarino che  trasporterà fino a 63 miliardi di metri cubi annui (Mmc/a) dalle sponde  orientali del Mar Nero ai mercati dell’Europa centro-orientale e  meridionale. Secondo il memorandum d’intesa siglato a Mosca, Wintershall  acquisirà una quota societaria pari al 15%, mentre Gazprom manterrà il  controllo della metà delle azioni, facendo dunque scendere la quota  posseduta da Eni al 25 % (l’ultimo 10% sarà detenuto dalla francese  Edf).</p>
<p><img src="http://www.affarinternazionali.it/IMAGE/south_stream.jpg" border="0" alt="" hspace="5" vspace="5" /></p>
<p><strong>Soddisfazione di Eni</strong><br />
Nonostante le cifre potrebbero suggerire altrimenti, l’operazione non  rappresenta una sconfitta per Eni e le dichiarazioni soddisfatte dei  dirigenti del cane a sei zampe non sono di facciata. L’ingresso di  Wintershall risolleva infatti le sorti di un progetto che, fino a  qualche settimana fa, pareva destinato al fallimento. Sullo sfondo di  indiscrezioni che riferivano di contrasti tra Eni e Gazprom sugli  aspetti operativi dell’impresa, South Stream si trovava ad affrontare la  concorrenza del progetto del gasdotto Nabucco, che gode dei favori di  Washington e dell’attivo sostegno da parte della Commissione europea e  di diverse istituzioni finanziarie internazionali.</p>
<p>Inoltre, la situazione sul mercato europeo del gas &#8211; inondato da un  eccesso di offerta di gas naturale liquefatto (Gnl) in un periodo di  bassi consumi dovuti alla crisi economica e a inverni miti &#8211; era  tutt’altro che favorevole a un così ambizioso progetto infrastrutturale.  Le dichiarazioni dell’Amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni a  favore di una fusione tra Nabucco e South Stream e l’esclusione del tema  dall’agenda degli altrimenti idilliaci vertici tra Vladimir Putin e  Silvio Berlusconi lasciavano ulteriormente presagire un inesorabile  abbandono del progetto.</p>
<p>La situazione era poi peggiorata in questo inizio di 2011. Un primo  colpo si è registrato il 13 gennaio, in seguito al blitz a Baku del  Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e del  Commissario per l’energia Günther Oettinger. La dichiarazione congiunta  firmata in quell’occasione da Barroso e dal presidente azero Ilham  Aliyev aveva di fatto sancito che i 10 miliardi di metri cubi annui  (Mmc/a) del giacimento azero di Shah Deniz II sarebbero stati  convogliati verso occidente, fornendo al progetto Nabucco il tanto  agognato accesso a risorse <em>upstream </em>a scapito di South Stream.</p>
<p>Nonostante la nebulosità dei piani di Gazprom, era infatti opinione  comune che il gas necessario a rifornire South Stream dovesse provenire  proprio dall’area del Caspio e raggiungere l’Europa dopo essere stato  acquistato dal monopolista russo.</p>
<p><strong>Problema turco</strong><br />
Inoltre, nonostante il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan avesse  dato il suo assenso al passaggio del gasdotto in acque territoriali  turche, erano sorti contrasti anche con la Turchia, nelle cui acque  territoriali è prevista la posa dei tubi: Ankara si oppone infatti al  rilascio, inizialmente previsto per il 31 ottobre 2010, di alcuni  permessi legati alle valutazioni di impatto ambientale. Diverse fonti  hanno ricollegato il rifiuto turco ai dissidi con il Cremlino  sull’oleodotto Samsun-Ceyhan e all’opposizione di parte  dell’establishment turco agli affari con Gazprom e la Russia.</p>
<p>In un tale contesto, quando il 10 marzo Putin ha annunciato che il  tratto sottomarino di South Stream avrebbe potuto essere sostituito da  infrastrutture per il trasporto Gnl, che trasportano quantità minori e  più variabili di gas, si è pensato che avesse messo una pietra tombale  sul progetto. Inoltre, l’aumento della domanda di gas causato dal  disastro di Fukushima e dalla conseguente perdita della produzione di  energia elettronucleare in Giappone faceva presagire una  rifocalizzazione della strategia di investimento di Gazprom verso i  mercati asiatici.</p>
<p>In fondo, Gazprom riuscirebbe a garantirsi una posizione molto forte sul  mercato europeo grazie al completamento del gasdotto Nord Stream (che  rifornirà la Germania con 55 Mmc/a partire dal 2012) e al mantenimento  delle forniture che attualmente transitano attraverso l’Ucraina, più  vicina a Mosca in seguito all’elezione del Presidente filorusso Viktor  Yanukovich nel febbraio 2010 e alla probabile acquisizione della rete  gassifera del paese da parte di Gazprom.</p>
<p>Il rilancio di South Stream rappresenta dunque una evento inaspettato  sullo scenario del mercato europeo del gas. Tuttavia, restano ancora  forti incognite sulla fattibilità del progetto e sulla forma che  prenderà. La domanda di gas nel medio-lungo periodo, nonostante una  revisione al rialzo dovuta al probabile ridimensionamento dell’energia  nucleare, non pare in grado di giustificare l’amento di capacità che la  realizzazione combinata di Nabucco e South Stream genererebbe.</p>
<p><strong>Competizione crescente</strong><br />
La competizione tra i due progetti è perciò destinata a intensificarsi.  Nondimeno, l’evoluzione di South Stream da joint-venture bilaterale a  progetto genuinamente europeo smentisce coloro che vedevano in questo  gasdotto il prodotto di una strategia russa per minare la coesione  dell’Unione europea e nella rivalità con Nabucco una nostalgica  battaglia geopolitica tra blocchi contrapposti.</p>
<p>Inoltre, la necessità di estrarre il gas necessario al rifornimento di  South Stream senza contare sui giacimenti azeri potrebbe portare la  Russia ad aprire il suo settore <em>upstream </em>agli investimenti esteri  e alla cooperazione con compagnie europee. Diverse sono le imprese che  stanno cercando di assicurarsi una posizione privilegiata attraverso  partnership strategiche con controparti russe. All’inizio di marzo,  Gazprom e la stessa Wintershall &#8211; già partner in Nord Stream &#8211; avevano  firmato un altro memorandum d’intesa volto allo sfruttamento di alcuni  giacimenti siberiani.</p>
<p>Il tentato scambio di <em>assets</em> tra British Petroleum e la compagnia  statale russa Rosneft in vista di esplorazioni congiunte nel Mar  Glaciale Artico è un altro segnale di questa tendenza. Inoltre, pur  continuando a rifiutare la ratifica dell’<em>Energy Charter</em>, la  diplomazia russa sta da mesi cercando di negoziare attraverso diversi  forum istituzionali un regime internazionale in materia di investimenti e  trasporto nel settore dell’energia.</p>
<p>Queste nuove iniziative russe non devono spaventarci: un mercato del gas  dove le risorse sono abbondanti e le regole adeguate non subirà  contraccolpi anche nel caso di crisi con un singolo fornitore. In questo  senso, la Commissione europea ha svolto un ottimo lavoro: il terzo  pacchetto sull’energia approvato nel 2009 e altre misure volte a  promuovere la concorrenza e l’integrazione tra reti nazionali sono  strumenti molto più efficaci a garantire la sicurezza degli  approvvigionamenti degli antagonismi con i fornitori e di un’ossessiva  ricerca della diversificazione delle fonti.</p>
<p><em><strong>* Andrea Bonzanni è un analista di affari internazionali e politiche  energetiche residente a Ginevra. Ha lavorato come consulente per le  Nazioni Unite e la Banca Mondiale ed è attualmente Capo Redattore dello <a href="http://www.equilibri.net/ECESA/" target="blank"><span style="text-decoration: underline;">European Center for Energy Security Analysis (ECESA) di Equilibri.net</span></a>.  Può essere contattato a andrea.bonzanni[at]graduateinstitute[punto]ch.</strong></em></p>
</div>
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		<title>La Crisi in Libia e le sue ripercussioni economico-energetiche in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 19:51:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se il controllo esercitato a Tripoli dovesse collassare, o anche indebolirsi di molto, non è improbabile che s’instauri nel paese nordafricano una situazione di crisi e instabilità prolungata. Una tensione e un conflitto che verrebbero alimentati appunto dalla disponibilità di risorse energetiche da esportare sul mercato internazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-in-libia-e-le-sue-ripercussioni-economico-energetiche-in-italia/8533/" title="La Crisi in Libia e le sue ripercussioni economico-energetiche in Italia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=8533&amp;w=80" width="80" height="62" alt="La Crisi in Libia e le sue ripercussioni economico-energetiche in Italia" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=621&amp;id=37&amp;ante=0">&#8220;AGI Energia&#8221;</a></p>
<div style="font-face: Arial; font-size: medium;">La Libia produce 1,8 milioni di barili di petrolio al giorno (bpd), che provengono essenzialmente da un giacimento posto nell’estremo occidente del paese, che è connesso al principale <em>hub</em> libico situato presso Tripoli; l’altro giacimento importante si trova nella regione orientale del paese, e la sua produzione viene esportata tramite una serie di infrastrutture poste in alcune città della Cirenaica. Quasi tutto il petrolio e il gas estratti dalla Libia provengono da questi giacimenti ‘<em>in shore’</em>, ovvero terrestri. Questo fattore riduce i costi di produzione, ma aumenta le possibilità che l’instabilità politica possa affliggere gravemente l’industria energetica libica. Da ciò si potrebbe dedurre che l’esistenza di queste due principali regioni economiche in Libia sia la base e la ragione dell’esistenza del dualismo di poteri, di schieramenti politico-ideologici che oggi si affrontano violentemente. Se il controllo esercitato a Tripoli dovesse collassare, o anche indebolirsi di molto, non è improbabile che s’instauri nel paese nordafricano una situazione di crisi e instabilità prolungata. Una tensione e un conflitto che verrebbero alimentati appunto dalla disponibilità di risorse energetiche da esportare sul mercato internazionale.</p>
<p>Il 22 febbraio, a seguito dell’interruzione delle attività estrattive, è stata sospesa l’erogazione di gas e petrolio verso l’Italia. Il portavoce Eni ha affermato che l’Italia non avrà problemi di rifornimenti per diversi mesi, anche se “<em>finché la produzione è sospesa non possiamo inviare il gas in Italia. Tuttavia possiamo approvvigionarci con il gas russo, quello algerino e quello norvegese, quindi possiamo far fronte alla domanda con tranquillità per molti mesi perché di gas ce n’è tanto</em>”. La mossa è dovuta soprattutto all’evacuazione di una quota notevole del personale delle varie compagnie petrolifere e gasifere ivi presenti, a causa della rivolta. La Libia ha una popolazione di 6,5 milioni di abitanti, una dimensione che semplicemente non può generare la necessaria quantità di tecnici e ingegneri per gestire il suo enorme comparto energetico, sebbene il personale libico sia competente, esso certamente non può sottrarsi all’instabilità politica interna, non potendo così mantenere pienamente operativo il settore petrolchimico libico. Infatti, nella sola giornata del 21 febbraio, la produzione ha subito la riduzione di almeno 100.000 bpd, tendenza che potrebbe continuare.</p>
<p>Il principale partner economico italiano della Libia è Eni, che è presente sul suolo libico dal 1959, da quando stipulò il primo contratto con la libica <em>National Oil Corporation</em>, e non ha mai ridotto la sua presenza, neanche nel 1969-70 o a metà degli anni ’80, i periodi delle più acute tensioni tra Roma e Tripoli. Eni estrae circa 250.000 barili al giorno, ovvero il 15% della sua produzione totale; è il più grande acquirente europeo di petrolio libico. Inoltre, Eni è il vero stratega del processo di produzione ed esportazione, soprattutto tramite il gasdotto <em>Greenstream</em> che collega Mellitah a Gela, e che nel 2010 ha fornito all’Italia 9,4 miliardi di mc di gas. Nel 2009 venne firmata la proroga del contratto Eni-Noc per ulteriori 25 anni, fino al 2042, per la produzione di petrolio, e fino al 2047, per la produzione di gas, con la relativa pianificazione di 800 milioni di dollari in investimenti. Un’operazione che doveva portare Eni a inserirsi anche in altri mercati africani. È quindi ovvio che con il permanere dell’interruzione delle forniture, o con un nuovo governo di Tripoli eventualmente ostile a Eni, Roma correrebbe il rischio di perdere questo accesso agevolato alle risorse energetiche libiche; che sono un fattore essenziale, quasi vitale, per l’industria e l’economia in generale dell’Italia.</p>
<p>Ma questo non è tutto; oltre a Eni anche FIAT ha importanti rapporti con la Libia, almeno dal 1976, quando una finanziaria della Libia, la <em>Lafico</em>, acquistò il 15% delle azioni della FIAT, che produssero, nel 1986, 2,6 miliardi di dollari di plusvalenze. Inoltre, <em>Lafico</em> è divenuta anche la principale azionista di <em>Retelit</em>, una società italiana di telecomunicazioni.<br />
In base al trattato firmato a Bengasi nel 2009, il 100% degli appalti per la realizzazione di infrastrutture viene concesso a società italiane, con relativi vantaggi fiscali e legislativi. E in quest’ambito, un settore che prevedeva 153 miliardi di dollari di commesse, l’Impregilo costruisce tre centri universitari e parte dell’autostrada litoranea libica, la Conicons modernizza l’aeroporto di Ghat e la Trevi si occupa di edificare l’hotel di lusso al-Ghazala di Tripoli. La <em>Saipem</em>, del gruppo <em>Eni</em>, in consorzio con <em>Rizzani</em> de Eccher, <em>Tecnimont</em> e <em>Maltauro</em>, si è aggiudicata il contratto da 835 milioni di euro per la costruzione del primo dei tre lotti della succitata autostrada litoranea libica, il cui valore complessivo è di circa 3 miliardi di euro.<br />
Nell’agosto 2010 Ansaldo Sts e Selex Communications hanno firmato con la società controllata dalle Ferrovie Russe, Zarubezhstroytechnology, un contratto da 247 milioni per lavori sulla tratta ferroviaria <em>Sirte-Bengasi</em>, mentre nel 2009, sempre <em>Ansaldo Sts</em> si aggiudicava il contratto da 541 milioni per l’ammodernamento delle linee <em>Ras Ajdir-Sirte</em> e <em>Tripoli-Bengasi</em>. <em>Selex Sistemi Integrati</em>, nell’ottobre 2009 aveva firmato un accordo da 300 milioni con il <em>General People’s Committee for General Security</em> libico, per realizzare un sistema di sorveglianza dei confini meridionali della Libia.<br />
Dall’altra parte, i fondi sovrani della <em>Banca Centrale della Libia</em>, <em>Lybian Investiment Authority</em> e <em>Lybian Foreign Bank</em>, controllano il 7,5% del capitale di <em>UniCredit</em> e il 2,01% di <em>Finmeccanica</em>. I fondi sovrani libici hanno espresso l’interesse ad acquisire anche quote di <em>Telecom Italia</em> e <em>Terna</em>. La società aerospaziale <em>Agusta-Westland</em>, della <em>Finmeccanica</em>, nel 2007 ha stipulato con la Libia una Joint Venture con la <em>Lybian Advanced Technology Company</em> per assemblare componenti di elicotteri in un impianto libico inaugurato nel 2010. In sostanza, il volume di scambi annuale fra Italia e Libia aveva raggiunto i 15 miliardi di euro nel 2008. Nel 2010 l’Italia ha esportato in Libia beni per 2,38 miliardi e ne ha importato per 10,6 miliardi di euro, di cui 7,1 miliardi in prodotti energetici.<br />
Si tratta di una quota notevole del bilancio commerciale estero dell’Italia, che rischia un futuro problematico. Infatti, lunedì 21 febbraio, la Borsa di Piazza Affari indicava un forte calo dei titoli direttamente interessati dalle vicende libiche: <em>Unicredit</em>, <em>Eni</em>, <em>Saipem</em> e <em>Impregilo</em>. Unicredit subiva un ribasso del 5,75%; del 6,17% <em>Impregilo</em>; del 5,12% <em>Eni</em>; del 4,43% <em>Saipem</em>, del 2,06% <em>Snam Rete Gas</em>; del 5,09% <em>Ansaldo</em> <em>Sts</em> e del 4,39% <em>Astaldi</em>.</p>
</div>
<div style="font-family: Times New Roma; font-size: medium;"><em><strong>* Alessandro Lattanzio è redattore di &#8220;Eurasia&#8221;</strong></em></p>
</div>
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		<title>I rapporti Italia-Russia, l&#8217;Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 15:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra i documenti recentemente diffusi da "Wikileaks" c'è anche il seguente: la stampa italiana ne ha citato alcuni passaggi, spesso però omettendone altri parimenti o addirittura più rilevanti. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-italia-russia-lambasciata-usa-ed-il-declino-di-berlusconi/7194/" title="I rapporti Italia-Russia, l&#8217;Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7194&amp;w=80" width="80" height="53" alt="I rapporti Italia-Russia, l&#8217;Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i documenti recentemente diffusi da &#8220;Wikileaks&#8221; c&#8217;è anche il seguente:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://cablegate.wikileaks.org/cable/2009/01/09ROME97.html">http://cablegate.wikileaks.org/cable/2009/01/09ROME97.html</a></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La stampa italiana ne ha citato alcuni passaggi, spesso però omettendone altri parimenti o addirittura più rilevanti. L&#8217;invito ai lettori è di consultarlo autonomamente, ma a vantaggio dei più pigri o di quanti non conoscono bene l&#8217;inglese, produciamo di seguito un riassunto dei punti salienti, con nostri occasionali commenti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Innanzi tutto, diciamo di cosa si tratta. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> un cablogramma classificato &#8220;SECRET//NOFORN&#8221;: &#8220;<em>secret</em>&#8221; è il livello intermedio tra &#8220;<em>confidential</em>&#8221; e &#8220;<em>top secret</em>&#8220;, mentre &#8220;<em>noforn</em>&#8221; indica che il documento non dev&#8217;essere condiviso con cittadini stranieri (si tratta dunque d&#8217;un divieto più stringente rispetto a &#8220;<em>restricted</em>&#8220;, che ammette talune eccezioni). Il mittente è l&#8217;Ambasciata statunitense a Roma, e la firma è quella di Ronald P. Spogli <em>(nella foto assieme a Gianfranco Fini)</em>, l&#8217;ambasciatore dal 10 agosto 2005 al 6 febbraio 2009. Il documento è del 26 gennaio 2009: quindi Spogli lo trasmette pochi giorni prima di concludere il suo mandato. Destinataria è la Segreteria di Stato a Washington. L&#8217;argomento è il rapporto tra l&#8217;Italia e la Russia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo una poco convincente introduzione sulle radici della <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«russofilia» italiana, il documento entra nel vivo quando si afferma che le attenzioni dedicate da Putin al rapporto con Roma inciderebbero maggiormente sulla nostra politica estera di quanto facciano i partiti nostrani, il Ministero degli Affari Esteri e l&#8217;ENI. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Berlusconi</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nutrirebbe infatti la convinzione che Putin sia, tra tutti gli statisti europei, quello che lo stima di più; e comunque si riconosce nello stile maschio, deciso ed autoritario dello statista russo. Secondo gl&#8217;informatori dell&#8217;Ambasciatore – che nel documento cita contatti nei partiti di governo così come dell&#8217;opposizione, nel Ministero degli Affari Esteri e nel Governo italiano stesso – Berlusconi e la sua cerchia ricaverebbero un tornaconto personale dagli affari con la Russia. Si cita l&#8217;onorevole Valentino Valentini come «uomo chiave» di Berlusconi per i rapporti con la Russia.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La politica italiana verso la Russia è determinata personalmente da Berlusconi, che non cerca né accetta consigli in proposito. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Il ministro Frattini</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, incontrando nel settembre 2008 Dick Cheney, allora vice-presidente degli USA, avrebbe ammesso di non avere voce in capitolo sui rapporti con la Russia. Pare di capire che Frattini si sarebbe confidato con Cheney, ammettendo di non condividere le opinioni di Berlusconi sulla crisi georgiana, allora in corso. Meriterebbe una riflessione il fatto che il Ministro degli Esteri italiano abbia criticato la posizione del propro capo di Governo in un colloquio riservato con un alto funzionario straniero.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Ma Berlusconi non è l&#8217;unico in Italia a remare verso una salda amicizia con la Russia. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>L&#8217;ENI ha un «immenso potere politico»</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, e secondo politici informatori di Spogli sarebbe il principale finanziatore dei pensatoi italiani di politica estera e manterrebbe sul proprio libro paga diversi giornalisti. L&#8217;ENI è descritto come il servizio diplomatico &#8220;ufficioso&#8221; ma effettivo dell&#8217;Italia verso la Russia. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>E di sicuro l&#8217;ENI è anche l&#8217;interlocutore italiano che parla più schiettamente agli Statunitensi</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">. Racconta Spogli che, in occasione d&#8217;un incontro nel marzo 2008, i rappresentanti dell&#8217;ENI gli avrebbero apertamente spiegato che, secondo loro, la minaccia alla sicurezza energetica dell&#8217;Europa non è la Russia ma l&#8217;Ucraìna, e che per affrontarla bisogna costruire più oledotti e gasdotti che colleghino direttamente la Russia ai paesi dell&#8217;Europa Occidentale. L&#8217;esatto contrario, insomma, dalla strategia propugnata dagli USA. Oltre al ben noto impegno dell&#8217;ENI nel </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Nord Stream</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e nel </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>South Stream </em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(i due gasdotti in costruzione che scavalcheranno l&#8217;Europa Centro-Orientale), la società, assieme all&#8217;</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Edison</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e coll&#8217;aiuto del ministro Scajola vorrebbe anteporre la costruzione d&#8217;un modesto gasdotto Turchia-Grecia-Italia al più grandioso progetto </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Nabucco</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, sponsorizzato dagli USA, e ciò per non urtare la suscettibilità russa.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">A causa di Berlusconi e dell&#8217;ENI, la Russia – lamenta Spogli – può oggi contare in Europa su un paese che appoggia sistematicamente la sua causa. Tanto più adesso che, essendo venuto meno il rapporto personale che legava Berlusconi al precedente presidente degli USA, Bush jr., il Capo del Governo italiano pare destinato ad avvicinarsi sempre più a Mosca.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Ma gli USA non sono certo intenzionati a guardare senz&#8217;agire. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana.</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> L&#8217;Ambasciata afferma d&#8217;essersi impegnata in colloqui con esponenti politici interni ed esterni al Governo, col fine esplicito di creare, soprattutto all&#8217;interno del suo partito, una corrente ostile alla russofilia di Berlusconi. Inoltre, non meglio precisati &#8220;pensatoi&#8221; sono stati ingaggiati per costruire una corrente d&#8217;opinione pubblica ostile alla Russia e, si compiace Spogli, «lo sforzo sembra che stia pagando». L&#8217;opposizione si è subito regolata, impegnandosi nella critica del rapporto di Berlusconi con Putin, e taluni membri del PDL si sono rivolti privatamente ad un&#8217;ambasciata straniera – ovviamente quella degli USA &#8211; «per contrastare l&#8217;infatuazione di Berlusconi per la Russia».</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Invitiamo i lettori a ponderare bene queste ultime affermazioni di Spogli, ed a confrontarle con quanto accaduto nella stampa, nella società civile e soprattutto nella politica interna italiana dal gennaio 2009 ad oggi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Daniele Scalea, redattore di &#8220;Eurasia&#8221;, è autore de </strong></em><strong><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/">La sfida totale</a> </strong><strong><em>(Fuoco, Roma 2010)</em></strong></span></span></p>
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		<title>Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 08:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ambasciatore Sergio Romano ha concesso un'intervista esclusiva a "Eurasia", in cui ha commentato la politica estera dell'attuale Governo italiano: tra i temi trattati, i rapporti con Russia, Libia, Iran e Israele, il ruolo dell'ENI e l'opzione nucleare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/sergio-romano-commenta-la-politica-estera-italiana-per-eurasia/6566/" title="Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/90991.1p7lk6qt6t28ookcsgckcc8g0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo storico, diplomatico ed editorialista del &#8220;Corriere della Sera&#8221; <strong>Sergio Romano</strong> è stato intervistato per <a href="../../5638/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza">l&#8217;ultimo numero di &#8220;Eurasia&#8221;</a> dal direttore Tiberio Graziani e da Daniele Scalea. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Con Romano, che fa parte del Consiglio scientifico di &#8220;Eurasia&#8221;, si è discusso delle scelte compiute in politica estera dall&#8217;attuale <strong>Governo Berlusconi</strong>, ed in particolare dei rapporti da esso instaurati con Libia, Russia, Israele e Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l&#8217;ex Ambasciatore, le scelte del presidente Berlusconi andrebbero inquadrate nella sua <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«</span><strong>politica degli affari</strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;">» (Russia e Libia) oppure lette in chiave di ripercussioni sulla politica interna (Israele e Iràn). In particolare, il rapporto d&#8217;amicizia con </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Israele</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> è motivato, secondo Romano, dal desiderio di conquistarsi il favore delle comunità ebraiche in Italia. Egli intravede comunque, sullo sfondo, un prosieguo della tradizionale politica mediterranea dell&#8217;Italia, e la riprova si troverebbe nell&#8217;accordo con la </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Libia</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, giudicato «un successo». Romano non ha mancato d&#8217;esprimere le sue perplessità circa la gestione del </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>dossier iraniano</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">: «La politica italiana nei confronti dell&#8217;Iràn è fotocopiata su quella delle altre potenze del Gruppo dei Sei; l&#8217;Italia sta dicendo cose che ritiene politicamente corrette, ma forse non pensa».</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La discussione si è quindi spostata sul piano energetico. Romano ha elogiato l&#8217;atteggiamento del presidente dell&#8217;ENI </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Scaroni</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> ed espresso appoggio all&#8217;ipotesi dell&#8217;apertura di </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>centrali nucleari</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nel nostro paese. Ma ha anche lamentato l&#8217;assenza d&#8217;una politica energetica comune tra i paesi dell&#8217;</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Unione Europea</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../5638/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>L&#8217;INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO ROMANO PUÒ ESSERE LETTA NELL&#8217;ULTIMO NUMERO DELLA RIVISTA &#8220;EURASIA&#8221; (clicca) </em></span></span></a></span></span></p>
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		<title>Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/scaroni-contro-glinteressi-delleni/3389/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Nabucco]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell'est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/scaroni-contro-glinteressi-delleni/3389/" title="Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/519x258.apoo14s6n94w844gwoc0kcs00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="39" alt="Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22387910/SCARONI+CONTRO+GLI+INTERESSI+D" target="_blank">Conflitti e strategie</a>&#8221;<br />
<font size="3"><br />
La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell&#8217;est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente voluto dai vertici europei e statunitensi per depotenziare l’arma energetica russa, la quale, secondo le alte sfere di Bruxelles e quelle di Washington, rischia di divenire un ricatto di lungo periodo per l’indipendenza energetica del Vecchio Continente. Riporto interamente la notizia alla fine di queste breve riflessioni, tratta da un dispaccio dell’Agi news. Inutile negare che queste uscite apparentemente po’ bizzarre e fuori dal reale contesto geopolitico sono il prodotto di quella svolta strategica, per nulla vantaggiosa, che Berlusconi ha attuato con il suo discorso davanti alla Knesset, il parlamento Israeliano. <a name="more-22387910"></a><br />
Da quel momento in poi si sono moltiplicate le scelte e le dichiarazioni ostili nei confronti dell’Iran  e ora anche della Russia. Eppure solo qualche mese fa era stato lo stesso manager dell&#8217;Eni a criticare il progetto euro-americano, a suo dire troppo fumoso e scoordinato per produrre risultati effettivi, in un settore come quello dell’energia dove gli equilibri politici sono basilari. Inoltre, trattandosi di progetti a lunga scadenza la programmazione puntuale e le sinergie tra aziende e governi richiedono una unità d’intenti sugli obiettivi da conseguire che non possono essere definiti strada facendo. Scaroni, cito testualmente, in altro frangente si era dimostrato proprio di questo avviso: “Nabucco ha il fiato troppo corto perché tagli il traguardo questo perché manca un Paese fornitore di gas come principale attore di questo progetto…Faccio fatica a immaginare qualcuno che mette denaro sul tavolo senza avere nessuna sicurezza che alla fine il tubo che costruisce sia pieno di gas”. Ovvero, una gestazione destinata a concludersi con un aborto spontaneo e prematuro. Naturalmente da Mosca sono arrivate dure reazioni contro le  parole a ruota libera pronunciate da Scaroni: “Un compromesso tra i due progetti non può esserci di principio perché tutto al momento si gioca a livello politico” hanno ribattuto con tono stentorio i vertici del colosso russo. E a livello politico, il South Stream e il Nabucco sono progetti che si escludono inevitabilmente perchè veicolano interessi strategici dirimenti tra competitors geopolitici (Russia e Usa); altro che complementarietà e reciprocità! Se da Roma speravano di aggirare l’ostacolo politico di una convivenza con Mosca sempre più invisa agli alleati USA, riportando in auge la favola della cooperazione economica per la “massima profittabilità degli investimenti e l’integrazione delle iniziative”, hanno sbagliato del tutto i loro conti.<br />
I russi sono in piena riconfigurazione dei propri assetti nazionali, anche in campo  militare, per dar maggiore concretezza ad una proiezione <em>di potenza</em> sullo scacchiere internazionale finalizzata al recupero di quelle sfere d&#8217;influenza perdute dopo il crollo dell&#8217;URSS. Questo scherzetto italiano, equivalente ad un tradimento, è stato immediatamente rispedito al mittente da Mosca che, a questo punto, farebbe bene a chiedere un chiarimento al governo Berlusconi. Ma c’è da dire che pure sotto il solo profilo economico le affermazioni degli alti ranghi di San Donato sono del tutto autolesionistiche.  Operando nei termini palesati dall’Ad del cane a Sei Zampe si rinuncia preventivamente alla possibilità di creare un monopolio insieme ai russi per aderire a slogan ideologici sulla cooperazione allargata &#8211; per nulla innocenti e atti a celare la crescente sudditanza italiana verso gli statunitensi &#8211; che servono esclusivamente ad annacquare le posizioni di preminenza già conquistate. Questi  benefici iniziali sono difendibili entro una cornice ristretta di iniziative bilaterali o al massimo trilaterali, come accade adesso per il South Stream. Oltre questo perimetro si perdono i vantaggi economici; quando poi, inseguendo valutazioni  contrastanti col movimento della storia attuale indirizzato al policentrismo, si pensa di imbarcare  nelle iniziative  in corso paesi con una visione geopolitica opposta ai nostri interessi, si finirà certamente per neutralizzare anche le futuribili utilità geostrategiche.<br />
Se le nuove politiche elaborate dal nucleo dirigente dell’Eni si riducono a queste barzellette auspichiamo che il Governo, almeno nella sua parte non compiacente con detti disegni che vanno in contrasto con gli interessi nazionali, si muova repentinamente per ridare coerenza ai suoi programmi. Persino defenestrando le attuali figure apicali dell’ENI.</p>
<p></font><br />
(AGI-News) Houston, 10 mar. &#8211; I gasdotti South Stream e Nabucco dovrebbero fondersi diventando un unico progetto. Lo ha detto l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, dal palco della Cera Week, uno dei principali summit sull&#8217;energia a livello globale. &#8220;Questi due gasdotti non sono alternativi ma complementari e dovrebbero condividere il tratto che va dalla Bulgaria all&#8217;Austria&#8221;, ha precisato Scaroni, ricordando che South Stream e&#8217; il progetto sviluppato da Eni e Gazprom per trasportare in Europa fino a 63 bcm di gas dalla Russia e dall&#8217;Asia centrale, passando sotto il Mar Nero. Il Nabucco punta invece a trasportare 31 bcm di gas dall&#8217;Asia Centrale verso l&#8217;Europa entro il 2020. L&#8217;obiettivo comune e&#8217; quello di arginare l&#8217;Ucraina, attraverso la quale passa attualmente l&#8217;80% del gas che arriva in Europa dalla Russia. &#8220;Entrami questi progetti &#8211; ha evidenziato il manager di Eni &#8211; richiedono ingenti investimenti. South Stream contempla tra i suoi fondatori Gazprom, che e&#8217; il piu&#8217; importante produttore di gas del mondo e quello che manca al Nabucco e&#8217; proprio un grosso produttore tra i suoi partners. Cio&#8217; spiega perche&#8217; il progetto non sia ancora partito pur essendo stato concepito nel 2002&#8243;.  Secondo Scaroni, i due gasdotti hanno quello che i banchieri definirebbero un &#8220;fit strategico&#8221; e quindi &#8220;se tutti i partners decidessero di fondere le due pipeline per un tratto &#8211; ha esortato il numero uno del Cane a sei zampe &#8211; si ridurrebbero gli investimenti, i costi operativi e si massimizzerebbero i profitti&#8221;. Sotto uno stesso tetto si troverebbero cosi&#8217; riuniti i principali produttori e i principali consumatori: il gas e il mercato del gas. I due progetti &#8220;riuscirebbero comunque a centrare i loro obiettivi strategici &#8211; ha insistito Scaroni &#8211; diversificando le forme di approvvigionamento e le rotte di transito&#8221;. Per Scaroni, &#8220;la definizione di interconnessioni, lo sviluppo di fonti alternative e il rafforzamento dei corridoi di approvvigionamento, rappresentano tutte misure fondamentali per assicurare all&#8217;Europa forniture di gas abbondanti, convenienti e sicure&#8221;. (AGI) -</p>
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		<title>Continuano i giochi sull&#8217;ENI</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 20:05:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il quotidiano dei forcaioli par excellence, Il Fatto di Travaglio &#038; C., pur di andare in ogni caso ed a prescindere, come avrebbe detto Totò, contro Berlusconi ed il suo governo, contraddice le posizioni precedentemente assunte sul settore energetico nazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/continuano-i-giochi-sulleni/3126/" title="Continuano i giochi sull&#8217;ENI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3126&amp;w=80" width="80" height="80" alt="Continuano i giochi sull&#8217;ENI" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22264716#more-22264716" target="_blank">Conflitti e strategie</a>&#8221;<br />
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Il quotidiano dei forcaioli <em>par excellence</em>, Il Fatto di Travaglio &amp; C., pur di andare in ogni caso ed a prescindere, come avrebbe detto Totò, contro Berlusconi ed il suo governo, contraddice le posizioni precedentemente assunte sul settore energetico nazionale (così come esplicitate in numerosi articoli apparsi sulle sue colonne negli ultimi mesi) e ci svela, seppur involontariamente, retroscena interessanti dell’affaire “Spezzatino Eni”.</p>
<p>In un pezzo di qualche giorno fa viene ripresa la notizia dell’attacco del Fondo d’investimento, con sede negli Usa, Knight Vinke contro il “Cane a sei zampe”.</p>
<p>La notizia non è nuova per chi legge questo blog ma viene connotata di ulteriori fatti  che ci erano sfuggiti, attinenti ad un probabile <em>turn over</em> tra sottosegretari al Ministero dello Sviluppo Economico.</p>
<p>Al centro del totonomine c’è la signora Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia, che potrebbe essere presto insediata da Berlusconi al posto di Stefano Saglia, attuale sottosegretario nel citato Ministero. Quest’ultimo si è sempre dimostrato recalcitrante, se non fermamente contrario, all’ipotesi dello scorporo dell’azienda di San Donato, mettendosi volentieri al fianco del suo “capo” dicastero Scajola e di Scaroni tutte le volte che si è trattato di respingere le pretese di chi, dalle autorità garanti del mercato e della concorrenza ai soggetti privati finanziari, avrebbe voluto accelerare lo smembramento ENI per fantomatiche ragioni di valorizzazione della rete del gas in borsa.</p>
<p>Se, dapprincipio, era parso che Saglia fosse senza alternative, il sollevarsi delle polemiche sul giornale <em>Il Secolo d’Italia</em> ha fatto retrocedere il governo da questo defenestramento, piuttosto precoce e sospetto nei tempi di invocazione.</p>
<p>La soluzione di compromesso è invece arrivata sulla scia dei dubbi sollevati dal quotidiano di An. Il sottosegretario dovrebbe restare al suo posto ma in coabitazione con “lady destra chic” Daniela Santanchè, alla quale  verrebbe creato un posto ad hoc nella stessa struttura ministeriale.</p>
<p>Insomma, un bilanciamento di visioni teso a neutralizzare i duri che vorrebbero mantenere la struttura proprietaria dell’Eni così com’è a fronte di “modernisti” pretestuosamente sensibili alle istanze dell’azionariato. Tra questi vi è appunto la Santanchè la quale, almeno da quanto sostiene Il Fatto, farebbe parte della parrocchia degli “scissionisti”.</p>
<p>Su quanto potrebbe presto accadere all’ENI, se dovesse passare il teorema Vinke, circa la indispensabilità della cessione di Snam per valorizzare alcune sue divisioni in borsa e portare più vantaggi agli azionisti, ce lo dice, senza mezzi termini, Marcello Colitti, ex dirigente Eni. Costui ha affermato che in conseguenza di queste decisioni scriteriate il titolo del Cane a sei Zampe potrebbe precipitare a valori vicino allo zero (altro che benefici per i piccoli investitori!) ma, aspetto ancor più grave, l’Eni perderebbe tanto in capacità di aggressione dei mercati che in forza contrattuale in un settore strategico dove sono coinvolte molte imprese di stato. Il solito inverecondo autolesionismo italiano, se c’è qualcosa che funziona bisogna intervenire per danneggiarla.</p>
<p>La preoccupazione maggiore viene, tuttavia, dai recenti tentennamenti di Scaroni, molto più possibilista che in passato nel rivedere gli assetti dell’impresa da lui guidata.</p>
<p>Il manager vicentino ha affermato che non è un “dogma” quello di tenere “all’interno di un perimetro più stretto dell’Eni” la Snam Rete Gas e che quindi quest’ultima può anche andare incontro ad altra sorte. Sarà, ma la sorte può essere tanto buona che cattiva, quindi sarebbe meglio tenerci le attuali certezze che hanno portato l’ENI tra i leaders mondiali del mercato energetico.</font></p>
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