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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Eni</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>La strana parabola di South Stream</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 19:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La competizione tra Nabucco e South Stream è destinata a intensificarsi. Nondimeno, l’evoluzione di South Stream da joint-venture bilaterale a progetto genuinamente europeo smentisce coloro che vedevano in questo gasdotto il prodotto di una strategia russa per minare la coesione dell’Unione europea e nella rivalità con Nabucco una nostalgica battaglia geopolitica tra blocchi contrapposti. Le nuove iniziative russe non devono spaventarci: un mercato del gas dove le risorse sono abbondanti e le regole adeguate non subirà contraccolpi anche nel caso di crisi con un singolo fornitore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-strana-parabola-di-south-stream/9229/" title="La strana parabola di South Stream"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9229&amp;w=80" width="80" height="48" alt="La strana parabola di South Stream" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1731">http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1731</a></p>
<div style="font-size: medium;">A metà marzo, con l’attenzione degli  osservatori concentrata su Medio Oriente e Giappone, è passata in  secondo piano una notizia molto interessante per il futuro del mercato  europeo dell&#8217;energia: l’ingresso della compagnia tedesca Wintershall,  parte del gruppo Basf, nel consorzio promotore del gasdotto South  Stream.</p>
<p>Inaugurato nel 2007 come una <em>joint-venture </em>paritaria tra Gazprom e  Eni, il progetto prevede la costruzione di un gasdotto sottomarino che  trasporterà fino a 63 miliardi di metri cubi annui (Mmc/a) dalle sponde  orientali del Mar Nero ai mercati dell’Europa centro-orientale e  meridionale. Secondo il memorandum d’intesa siglato a Mosca, Wintershall  acquisirà una quota societaria pari al 15%, mentre Gazprom manterrà il  controllo della metà delle azioni, facendo dunque scendere la quota  posseduta da Eni al 25 % (l’ultimo 10% sarà detenuto dalla francese  Edf).</p>
<p><img src="http://www.affarinternazionali.it/IMAGE/south_stream.jpg" border="0" alt="" hspace="5" vspace="5" /></p>
<p><strong>Soddisfazione di Eni</strong><br />
Nonostante le cifre potrebbero suggerire altrimenti, l’operazione non  rappresenta una sconfitta per Eni e le dichiarazioni soddisfatte dei  dirigenti del cane a sei zampe non sono di facciata. L’ingresso di  Wintershall risolleva infatti le sorti di un progetto che, fino a  qualche settimana fa, pareva destinato al fallimento. Sullo sfondo di  indiscrezioni che riferivano di contrasti tra Eni e Gazprom sugli  aspetti operativi dell’impresa, South Stream si trovava ad affrontare la  concorrenza del progetto del gasdotto Nabucco, che gode dei favori di  Washington e dell’attivo sostegno da parte della Commissione europea e  di diverse istituzioni finanziarie internazionali.</p>
<p>Inoltre, la situazione sul mercato europeo del gas &#8211; inondato da un  eccesso di offerta di gas naturale liquefatto (Gnl) in un periodo di  bassi consumi dovuti alla crisi economica e a inverni miti &#8211; era  tutt’altro che favorevole a un così ambizioso progetto infrastrutturale.  Le dichiarazioni dell’Amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni a  favore di una fusione tra Nabucco e South Stream e l’esclusione del tema  dall’agenda degli altrimenti idilliaci vertici tra Vladimir Putin e  Silvio Berlusconi lasciavano ulteriormente presagire un inesorabile  abbandono del progetto.</p>
<p>La situazione era poi peggiorata in questo inizio di 2011. Un primo  colpo si è registrato il 13 gennaio, in seguito al blitz a Baku del  Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e del  Commissario per l’energia Günther Oettinger. La dichiarazione congiunta  firmata in quell’occasione da Barroso e dal presidente azero Ilham  Aliyev aveva di fatto sancito che i 10 miliardi di metri cubi annui  (Mmc/a) del giacimento azero di Shah Deniz II sarebbero stati  convogliati verso occidente, fornendo al progetto Nabucco il tanto  agognato accesso a risorse <em>upstream </em>a scapito di South Stream.</p>
<p>Nonostante la nebulosità dei piani di Gazprom, era infatti opinione  comune che il gas necessario a rifornire South Stream dovesse provenire  proprio dall’area del Caspio e raggiungere l’Europa dopo essere stato  acquistato dal monopolista russo.</p>
<p><strong>Problema turco</strong><br />
Inoltre, nonostante il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan avesse  dato il suo assenso al passaggio del gasdotto in acque territoriali  turche, erano sorti contrasti anche con la Turchia, nelle cui acque  territoriali è prevista la posa dei tubi: Ankara si oppone infatti al  rilascio, inizialmente previsto per il 31 ottobre 2010, di alcuni  permessi legati alle valutazioni di impatto ambientale. Diverse fonti  hanno ricollegato il rifiuto turco ai dissidi con il Cremlino  sull’oleodotto Samsun-Ceyhan e all’opposizione di parte  dell’establishment turco agli affari con Gazprom e la Russia.</p>
<p>In un tale contesto, quando il 10 marzo Putin ha annunciato che il  tratto sottomarino di South Stream avrebbe potuto essere sostituito da  infrastrutture per il trasporto Gnl, che trasportano quantità minori e  più variabili di gas, si è pensato che avesse messo una pietra tombale  sul progetto. Inoltre, l’aumento della domanda di gas causato dal  disastro di Fukushima e dalla conseguente perdita della produzione di  energia elettronucleare in Giappone faceva presagire una  rifocalizzazione della strategia di investimento di Gazprom verso i  mercati asiatici.</p>
<p>In fondo, Gazprom riuscirebbe a garantirsi una posizione molto forte sul  mercato europeo grazie al completamento del gasdotto Nord Stream (che  rifornirà la Germania con 55 Mmc/a partire dal 2012) e al mantenimento  delle forniture che attualmente transitano attraverso l’Ucraina, più  vicina a Mosca in seguito all’elezione del Presidente filorusso Viktor  Yanukovich nel febbraio 2010 e alla probabile acquisizione della rete  gassifera del paese da parte di Gazprom.</p>
<p>Il rilancio di South Stream rappresenta dunque una evento inaspettato  sullo scenario del mercato europeo del gas. Tuttavia, restano ancora  forti incognite sulla fattibilità del progetto e sulla forma che  prenderà. La domanda di gas nel medio-lungo periodo, nonostante una  revisione al rialzo dovuta al probabile ridimensionamento dell’energia  nucleare, non pare in grado di giustificare l’amento di capacità che la  realizzazione combinata di Nabucco e South Stream genererebbe.</p>
<p><strong>Competizione crescente</strong><br />
La competizione tra i due progetti è perciò destinata a intensificarsi.  Nondimeno, l’evoluzione di South Stream da joint-venture bilaterale a  progetto genuinamente europeo smentisce coloro che vedevano in questo  gasdotto il prodotto di una strategia russa per minare la coesione  dell’Unione europea e nella rivalità con Nabucco una nostalgica  battaglia geopolitica tra blocchi contrapposti.</p>
<p>Inoltre, la necessità di estrarre il gas necessario al rifornimento di  South Stream senza contare sui giacimenti azeri potrebbe portare la  Russia ad aprire il suo settore <em>upstream </em>agli investimenti esteri  e alla cooperazione con compagnie europee. Diverse sono le imprese che  stanno cercando di assicurarsi una posizione privilegiata attraverso  partnership strategiche con controparti russe. All’inizio di marzo,  Gazprom e la stessa Wintershall &#8211; già partner in Nord Stream &#8211; avevano  firmato un altro memorandum d’intesa volto allo sfruttamento di alcuni  giacimenti siberiani.</p>
<p>Il tentato scambio di <em>assets</em> tra British Petroleum e la compagnia  statale russa Rosneft in vista di esplorazioni congiunte nel Mar  Glaciale Artico è un altro segnale di questa tendenza. Inoltre, pur  continuando a rifiutare la ratifica dell’<em>Energy Charter</em>, la  diplomazia russa sta da mesi cercando di negoziare attraverso diversi  forum istituzionali un regime internazionale in materia di investimenti e  trasporto nel settore dell’energia.</p>
<p>Queste nuove iniziative russe non devono spaventarci: un mercato del gas  dove le risorse sono abbondanti e le regole adeguate non subirà  contraccolpi anche nel caso di crisi con un singolo fornitore. In questo  senso, la Commissione europea ha svolto un ottimo lavoro: il terzo  pacchetto sull’energia approvato nel 2009 e altre misure volte a  promuovere la concorrenza e l’integrazione tra reti nazionali sono  strumenti molto più efficaci a garantire la sicurezza degli  approvvigionamenti degli antagonismi con i fornitori e di un’ossessiva  ricerca della diversificazione delle fonti.</p>
<p><em><strong>* Andrea Bonzanni è un analista di affari internazionali e politiche  energetiche residente a Ginevra. Ha lavorato come consulente per le  Nazioni Unite e la Banca Mondiale ed è attualmente Capo Redattore dello <a href="http://www.equilibri.net/ECESA/" target="blank"><span style="text-decoration: underline;">European Center for Energy Security Analysis (ECESA) di Equilibri.net</span></a>.  Può essere contattato a andrea.bonzanni[at]graduateinstitute[punto]ch.</strong></em></p>
</div>
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		<title>La Crisi in Libia e le sue ripercussioni economico-energetiche in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 19:51:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se il controllo esercitato a Tripoli dovesse collassare, o anche indebolirsi di molto, non è improbabile che s’instauri nel paese nordafricano una situazione di crisi e instabilità prolungata. Una tensione e un conflitto che verrebbero alimentati appunto dalla disponibilità di risorse energetiche da esportare sul mercato internazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-in-libia-e-le-sue-ripercussioni-economico-energetiche-in-italia/8533/" title="La Crisi in Libia e le sue ripercussioni economico-energetiche in Italia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=8533&amp;w=80" width="80" height="62" alt="La Crisi in Libia e le sue ripercussioni economico-energetiche in Italia" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=621&amp;id=37&amp;ante=0">&#8220;AGI Energia&#8221;</a></p>
<div style="font-face: Arial; font-size: medium;">La Libia produce 1,8 milioni di barili di petrolio al giorno (bpd), che provengono essenzialmente da un giacimento posto nell’estremo occidente del paese, che è connesso al principale <em>hub</em> libico situato presso Tripoli; l’altro giacimento importante si trova nella regione orientale del paese, e la sua produzione viene esportata tramite una serie di infrastrutture poste in alcune città della Cirenaica. Quasi tutto il petrolio e il gas estratti dalla Libia provengono da questi giacimenti ‘<em>in shore’</em>, ovvero terrestri. Questo fattore riduce i costi di produzione, ma aumenta le possibilità che l’instabilità politica possa affliggere gravemente l’industria energetica libica. Da ciò si potrebbe dedurre che l’esistenza di queste due principali regioni economiche in Libia sia la base e la ragione dell’esistenza del dualismo di poteri, di schieramenti politico-ideologici che oggi si affrontano violentemente. Se il controllo esercitato a Tripoli dovesse collassare, o anche indebolirsi di molto, non è improbabile che s’instauri nel paese nordafricano una situazione di crisi e instabilità prolungata. Una tensione e un conflitto che verrebbero alimentati appunto dalla disponibilità di risorse energetiche da esportare sul mercato internazionale.</p>
<p>Il 22 febbraio, a seguito dell’interruzione delle attività estrattive, è stata sospesa l’erogazione di gas e petrolio verso l’Italia. Il portavoce Eni ha affermato che l’Italia non avrà problemi di rifornimenti per diversi mesi, anche se “<em>finché la produzione è sospesa non possiamo inviare il gas in Italia. Tuttavia possiamo approvvigionarci con il gas russo, quello algerino e quello norvegese, quindi possiamo far fronte alla domanda con tranquillità per molti mesi perché di gas ce n’è tanto</em>”. La mossa è dovuta soprattutto all’evacuazione di una quota notevole del personale delle varie compagnie petrolifere e gasifere ivi presenti, a causa della rivolta. La Libia ha una popolazione di 6,5 milioni di abitanti, una dimensione che semplicemente non può generare la necessaria quantità di tecnici e ingegneri per gestire il suo enorme comparto energetico, sebbene il personale libico sia competente, esso certamente non può sottrarsi all’instabilità politica interna, non potendo così mantenere pienamente operativo il settore petrolchimico libico. Infatti, nella sola giornata del 21 febbraio, la produzione ha subito la riduzione di almeno 100.000 bpd, tendenza che potrebbe continuare.</p>
<p>Il principale partner economico italiano della Libia è Eni, che è presente sul suolo libico dal 1959, da quando stipulò il primo contratto con la libica <em>National Oil Corporation</em>, e non ha mai ridotto la sua presenza, neanche nel 1969-70 o a metà degli anni ’80, i periodi delle più acute tensioni tra Roma e Tripoli. Eni estrae circa 250.000 barili al giorno, ovvero il 15% della sua produzione totale; è il più grande acquirente europeo di petrolio libico. Inoltre, Eni è il vero stratega del processo di produzione ed esportazione, soprattutto tramite il gasdotto <em>Greenstream</em> che collega Mellitah a Gela, e che nel 2010 ha fornito all’Italia 9,4 miliardi di mc di gas. Nel 2009 venne firmata la proroga del contratto Eni-Noc per ulteriori 25 anni, fino al 2042, per la produzione di petrolio, e fino al 2047, per la produzione di gas, con la relativa pianificazione di 800 milioni di dollari in investimenti. Un’operazione che doveva portare Eni a inserirsi anche in altri mercati africani. È quindi ovvio che con il permanere dell’interruzione delle forniture, o con un nuovo governo di Tripoli eventualmente ostile a Eni, Roma correrebbe il rischio di perdere questo accesso agevolato alle risorse energetiche libiche; che sono un fattore essenziale, quasi vitale, per l’industria e l’economia in generale dell’Italia.</p>
<p>Ma questo non è tutto; oltre a Eni anche FIAT ha importanti rapporti con la Libia, almeno dal 1976, quando una finanziaria della Libia, la <em>Lafico</em>, acquistò il 15% delle azioni della FIAT, che produssero, nel 1986, 2,6 miliardi di dollari di plusvalenze. Inoltre, <em>Lafico</em> è divenuta anche la principale azionista di <em>Retelit</em>, una società italiana di telecomunicazioni.<br />
In base al trattato firmato a Bengasi nel 2009, il 100% degli appalti per la realizzazione di infrastrutture viene concesso a società italiane, con relativi vantaggi fiscali e legislativi. E in quest’ambito, un settore che prevedeva 153 miliardi di dollari di commesse, l’Impregilo costruisce tre centri universitari e parte dell’autostrada litoranea libica, la Conicons modernizza l’aeroporto di Ghat e la Trevi si occupa di edificare l’hotel di lusso al-Ghazala di Tripoli. La <em>Saipem</em>, del gruppo <em>Eni</em>, in consorzio con <em>Rizzani</em> de Eccher, <em>Tecnimont</em> e <em>Maltauro</em>, si è aggiudicata il contratto da 835 milioni di euro per la costruzione del primo dei tre lotti della succitata autostrada litoranea libica, il cui valore complessivo è di circa 3 miliardi di euro.<br />
Nell’agosto 2010 Ansaldo Sts e Selex Communications hanno firmato con la società controllata dalle Ferrovie Russe, Zarubezhstroytechnology, un contratto da 247 milioni per lavori sulla tratta ferroviaria <em>Sirte-Bengasi</em>, mentre nel 2009, sempre <em>Ansaldo Sts</em> si aggiudicava il contratto da 541 milioni per l’ammodernamento delle linee <em>Ras Ajdir-Sirte</em> e <em>Tripoli-Bengasi</em>. <em>Selex Sistemi Integrati</em>, nell’ottobre 2009 aveva firmato un accordo da 300 milioni con il <em>General People’s Committee for General Security</em> libico, per realizzare un sistema di sorveglianza dei confini meridionali della Libia.<br />
Dall’altra parte, i fondi sovrani della <em>Banca Centrale della Libia</em>, <em>Lybian Investiment Authority</em> e <em>Lybian Foreign Bank</em>, controllano il 7,5% del capitale di <em>UniCredit</em> e il 2,01% di <em>Finmeccanica</em>. I fondi sovrani libici hanno espresso l’interesse ad acquisire anche quote di <em>Telecom Italia</em> e <em>Terna</em>. La società aerospaziale <em>Agusta-Westland</em>, della <em>Finmeccanica</em>, nel 2007 ha stipulato con la Libia una Joint Venture con la <em>Lybian Advanced Technology Company</em> per assemblare componenti di elicotteri in un impianto libico inaugurato nel 2010. In sostanza, il volume di scambi annuale fra Italia e Libia aveva raggiunto i 15 miliardi di euro nel 2008. Nel 2010 l’Italia ha esportato in Libia beni per 2,38 miliardi e ne ha importato per 10,6 miliardi di euro, di cui 7,1 miliardi in prodotti energetici.<br />
Si tratta di una quota notevole del bilancio commerciale estero dell’Italia, che rischia un futuro problematico. Infatti, lunedì 21 febbraio, la Borsa di Piazza Affari indicava un forte calo dei titoli direttamente interessati dalle vicende libiche: <em>Unicredit</em>, <em>Eni</em>, <em>Saipem</em> e <em>Impregilo</em>. Unicredit subiva un ribasso del 5,75%; del 6,17% <em>Impregilo</em>; del 5,12% <em>Eni</em>; del 4,43% <em>Saipem</em>, del 2,06% <em>Snam Rete Gas</em>; del 5,09% <em>Ansaldo</em> <em>Sts</em> e del 4,39% <em>Astaldi</em>.</p>
</div>
<div style="font-family: Times New Roma; font-size: medium;"><em><strong>* Alessandro Lattanzio è redattore di &#8220;Eurasia&#8221;</strong></em></p>
</div>
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		<title>I rapporti Italia-Russia, l&#8217;Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 15:00:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra i documenti recentemente diffusi da "Wikileaks" c'è anche il seguente: la stampa italiana ne ha citato alcuni passaggi, spesso però omettendone altri parimenti o addirittura più rilevanti. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-italia-russia-lambasciata-usa-ed-il-declino-di-berlusconi/7194/" title="I rapporti Italia-Russia, l&#8217;Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=7194&amp;w=80" width="80" height="53" alt="I rapporti Italia-Russia, l&#8217;Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i documenti recentemente diffusi da &#8220;Wikileaks&#8221; c&#8217;è anche il seguente:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://cablegate.wikileaks.org/cable/2009/01/09ROME97.html">http://cablegate.wikileaks.org/cable/2009/01/09ROME97.html</a></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La stampa italiana ne ha citato alcuni passaggi, spesso però omettendone altri parimenti o addirittura più rilevanti. L&#8217;invito ai lettori è di consultarlo autonomamente, ma a vantaggio dei più pigri o di quanti non conoscono bene l&#8217;inglese, produciamo di seguito un riassunto dei punti salienti, con nostri occasionali commenti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Innanzi tutto, diciamo di cosa si tratta. <span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> un cablogramma classificato &#8220;SECRET//NOFORN&#8221;: &#8220;<em>secret</em>&#8221; è il livello intermedio tra &#8220;<em>confidential</em>&#8221; e &#8220;<em>top secret</em>&#8220;, mentre &#8220;<em>noforn</em>&#8221; indica che il documento non dev&#8217;essere condiviso con cittadini stranieri (si tratta dunque d&#8217;un divieto più stringente rispetto a &#8220;<em>restricted</em>&#8220;, che ammette talune eccezioni). Il mittente è l&#8217;Ambasciata statunitense a Roma, e la firma è quella di Ronald P. Spogli <em>(nella foto assieme a Gianfranco Fini)</em>, l&#8217;ambasciatore dal 10 agosto 2005 al 6 febbraio 2009. Il documento è del 26 gennaio 2009: quindi Spogli lo trasmette pochi giorni prima di concludere il suo mandato. Destinataria è la Segreteria di Stato a Washington. L&#8217;argomento è il rapporto tra l&#8217;Italia e la Russia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo una poco convincente introduzione sulle radici della <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«russofilia» italiana, il documento entra nel vivo quando si afferma che le attenzioni dedicate da Putin al rapporto con Roma inciderebbero maggiormente sulla nostra politica estera di quanto facciano i partiti nostrani, il Ministero degli Affari Esteri e l&#8217;ENI. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Berlusconi</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nutrirebbe infatti la convinzione che Putin sia, tra tutti gli statisti europei, quello che lo stima di più; e comunque si riconosce nello stile maschio, deciso ed autoritario dello statista russo. Secondo gl&#8217;informatori dell&#8217;Ambasciatore – che nel documento cita contatti nei partiti di governo così come dell&#8217;opposizione, nel Ministero degli Affari Esteri e nel Governo italiano stesso – Berlusconi e la sua cerchia ricaverebbero un tornaconto personale dagli affari con la Russia. Si cita l&#8217;onorevole Valentino Valentini come «uomo chiave» di Berlusconi per i rapporti con la Russia.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La politica italiana verso la Russia è determinata personalmente da Berlusconi, che non cerca né accetta consigli in proposito. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Il ministro Frattini</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, incontrando nel settembre 2008 Dick Cheney, allora vice-presidente degli USA, avrebbe ammesso di non avere voce in capitolo sui rapporti con la Russia. Pare di capire che Frattini si sarebbe confidato con Cheney, ammettendo di non condividere le opinioni di Berlusconi sulla crisi georgiana, allora in corso. Meriterebbe una riflessione il fatto che il Ministro degli Esteri italiano abbia criticato la posizione del propro capo di Governo in un colloquio riservato con un alto funzionario straniero.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Ma Berlusconi non è l&#8217;unico in Italia a remare verso una salda amicizia con la Russia. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>L&#8217;ENI ha un «immenso potere politico»</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, e secondo politici informatori di Spogli sarebbe il principale finanziatore dei pensatoi italiani di politica estera e manterrebbe sul proprio libro paga diversi giornalisti. L&#8217;ENI è descritto come il servizio diplomatico &#8220;ufficioso&#8221; ma effettivo dell&#8217;Italia verso la Russia. </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>E di sicuro l&#8217;ENI è anche l&#8217;interlocutore italiano che parla più schiettamente agli Statunitensi</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">. Racconta Spogli che, in occasione d&#8217;un incontro nel marzo 2008, i rappresentanti dell&#8217;ENI gli avrebbero apertamente spiegato che, secondo loro, la minaccia alla sicurezza energetica dell&#8217;Europa non è la Russia ma l&#8217;Ucraìna, e che per affrontarla bisogna costruire più oledotti e gasdotti che colleghino direttamente la Russia ai paesi dell&#8217;Europa Occidentale. L&#8217;esatto contrario, insomma, dalla strategia propugnata dagli USA. Oltre al ben noto impegno dell&#8217;ENI nel </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Nord Stream</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e nel </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>South Stream </em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(i due gasdotti in costruzione che scavalcheranno l&#8217;Europa Centro-Orientale), la società, assieme all&#8217;</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Edison</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e coll&#8217;aiuto del ministro Scajola vorrebbe anteporre la costruzione d&#8217;un modesto gasdotto Turchia-Grecia-Italia al più grandioso progetto </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Nabucco</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, sponsorizzato dagli USA, e ciò per non urtare la suscettibilità russa.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">A causa di Berlusconi e dell&#8217;ENI, la Russia – lamenta Spogli – può oggi contare in Europa su un paese che appoggia sistematicamente la sua causa. Tanto più adesso che, essendo venuto meno il rapporto personale che legava Berlusconi al precedente presidente degli USA, Bush jr., il Capo del Governo italiano pare destinato ad avvicinarsi sempre più a Mosca.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Ma gli USA non sono certo intenzionati a guardare senz&#8217;agire. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana.</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> L&#8217;Ambasciata afferma d&#8217;essersi impegnata in colloqui con esponenti politici interni ed esterni al Governo, col fine esplicito di creare, soprattutto all&#8217;interno del suo partito, una corrente ostile alla russofilia di Berlusconi. Inoltre, non meglio precisati &#8220;pensatoi&#8221; sono stati ingaggiati per costruire una corrente d&#8217;opinione pubblica ostile alla Russia e, si compiace Spogli, «lo sforzo sembra che stia pagando». L&#8217;opposizione si è subito regolata, impegnandosi nella critica del rapporto di Berlusconi con Putin, e taluni membri del PDL si sono rivolti privatamente ad un&#8217;ambasciata straniera – ovviamente quella degli USA &#8211; «per contrastare l&#8217;infatuazione di Berlusconi per la Russia».</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Invitiamo i lettori a ponderare bene queste ultime affermazioni di Spogli, ed a confrontarle con quanto accaduto nella stampa, nella società civile e soprattutto nella politica interna italiana dal gennaio 2009 ad oggi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Daniele Scalea, redattore di &#8220;Eurasia&#8221;, è autore de </strong></em><strong><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/">La sfida totale</a> </strong><strong><em>(Fuoco, Roma 2010)</em></strong></span></span></p>
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		<title>Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 08:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ambasciatore Sergio Romano ha concesso un'intervista esclusiva a "Eurasia", in cui ha commentato la politica estera dell'attuale Governo italiano: tra i temi trattati, i rapporti con Russia, Libia, Iran e Israele, il ruolo dell'ENI e l'opzione nucleare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/sergio-romano-commenta-la-politica-estera-italiana-per-eurasia/6566/" title="Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=6566&amp;w=80" width="80" height="60" alt="Sergio Romano commenta la politica estera italiana per &#8220;Eurasia&#8221;" ></div></a><p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo storico, diplomatico ed editorialista del &#8220;Corriere della Sera&#8221; <strong>Sergio Romano</strong> è stato intervistato per <a href="../../5638/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza">l&#8217;ultimo numero di &#8220;Eurasia&#8221;</a> dal direttore Tiberio Graziani e da Daniele Scalea. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Con Romano, che fa parte del Consiglio scientifico di &#8220;Eurasia&#8221;, si è discusso delle scelte compiute in politica estera dall&#8217;attuale <strong>Governo Berlusconi</strong>, ed in particolare dei rapporti da esso instaurati con Libia, Russia, Israele e Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l&#8217;ex Ambasciatore, le scelte del presidente Berlusconi andrebbero inquadrate nella sua <span style="font-family: Arial,sans-serif;">«</span><strong>politica degli affari</strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;">» (Russia e Libia) oppure lette in chiave di ripercussioni sulla politica interna (Israele e Iràn). In particolare, il rapporto d&#8217;amicizia con </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Israele</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> è motivato, secondo Romano, dal desiderio di conquistarsi il favore delle comunità ebraiche in Italia. Egli intravede comunque, sullo sfondo, un prosieguo della tradizionale politica mediterranea dell&#8217;Italia, e la riprova si troverebbe nell&#8217;accordo con la </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Libia</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, giudicato «un successo». Romano non ha mancato d&#8217;esprimere le sue perplessità circa la gestione del </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>dossier iraniano</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">: «La politica italiana nei confronti dell&#8217;Iràn è fotocopiata su quella delle altre potenze del Gruppo dei Sei; l&#8217;Italia sta dicendo cose che ritiene politicamente corrette, ma forse non pensa».</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La discussione si è quindi spostata sul piano energetico. Romano ha elogiato l&#8217;atteggiamento del presidente dell&#8217;ENI </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Scaroni</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> ed espresso appoggio all&#8217;ipotesi dell&#8217;apertura di </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>centrali nucleari</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> nel nostro paese. Ma ha anche lamentato l&#8217;assenza d&#8217;una politica energetica comune tra i paesi dell&#8217;</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>Unione Europea</strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="../../5638/italia-150-anni-di-una-piccola-grande-potenza"><span style="color: #000080;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>L&#8217;INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO ROMANO PUÒ ESSERE LETTA NELL&#8217;ULTIMO NUMERO DELLA RIVISTA &#8220;EURASIA&#8221; (clicca) </em></span></span></a></span></span></p>
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		<title>Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<category><![CDATA[Nabucco]]></category>
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		<description><![CDATA[La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell'est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/scaroni-contro-glinteressi-delleni/3389/" title="Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3389&amp;w=80" width="80" height="39" alt="Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22387910/SCARONI+CONTRO+GLI+INTERESSI+D" target="_blank">Conflitti e strategie</a>&#8221;<br />
<font size="3"><br />
La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell&#8217;est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente voluto dai vertici europei e statunitensi per depotenziare l’arma energetica russa, la quale, secondo le alte sfere di Bruxelles e quelle di Washington, rischia di divenire un ricatto di lungo periodo per l’indipendenza energetica del Vecchio Continente. Riporto interamente la notizia alla fine di queste breve riflessioni, tratta da un dispaccio dell’Agi news. Inutile negare che queste uscite apparentemente po’ bizzarre e fuori dal reale contesto geopolitico sono il prodotto di quella svolta strategica, per nulla vantaggiosa, che Berlusconi ha attuato con il suo discorso davanti alla Knesset, il parlamento Israeliano. <a name="more-22387910"></a><br />
Da quel momento in poi si sono moltiplicate le scelte e le dichiarazioni ostili nei confronti dell’Iran  e ora anche della Russia. Eppure solo qualche mese fa era stato lo stesso manager dell&#8217;Eni a criticare il progetto euro-americano, a suo dire troppo fumoso e scoordinato per produrre risultati effettivi, in un settore come quello dell’energia dove gli equilibri politici sono basilari. Inoltre, trattandosi di progetti a lunga scadenza la programmazione puntuale e le sinergie tra aziende e governi richiedono una unità d’intenti sugli obiettivi da conseguire che non possono essere definiti strada facendo. Scaroni, cito testualmente, in altro frangente si era dimostrato proprio di questo avviso: “Nabucco ha il fiato troppo corto perché tagli il traguardo questo perché manca un Paese fornitore di gas come principale attore di questo progetto…Faccio fatica a immaginare qualcuno che mette denaro sul tavolo senza avere nessuna sicurezza che alla fine il tubo che costruisce sia pieno di gas”. Ovvero, una gestazione destinata a concludersi con un aborto spontaneo e prematuro. Naturalmente da Mosca sono arrivate dure reazioni contro le  parole a ruota libera pronunciate da Scaroni: “Un compromesso tra i due progetti non può esserci di principio perché tutto al momento si gioca a livello politico” hanno ribattuto con tono stentorio i vertici del colosso russo. E a livello politico, il South Stream e il Nabucco sono progetti che si escludono inevitabilmente perchè veicolano interessi strategici dirimenti tra competitors geopolitici (Russia e Usa); altro che complementarietà e reciprocità! Se da Roma speravano di aggirare l’ostacolo politico di una convivenza con Mosca sempre più invisa agli alleati USA, riportando in auge la favola della cooperazione economica per la “massima profittabilità degli investimenti e l’integrazione delle iniziative”, hanno sbagliato del tutto i loro conti.<br />
I russi sono in piena riconfigurazione dei propri assetti nazionali, anche in campo  militare, per dar maggiore concretezza ad una proiezione <em>di potenza</em> sullo scacchiere internazionale finalizzata al recupero di quelle sfere d&#8217;influenza perdute dopo il crollo dell&#8217;URSS. Questo scherzetto italiano, equivalente ad un tradimento, è stato immediatamente rispedito al mittente da Mosca che, a questo punto, farebbe bene a chiedere un chiarimento al governo Berlusconi. Ma c’è da dire che pure sotto il solo profilo economico le affermazioni degli alti ranghi di San Donato sono del tutto autolesionistiche.  Operando nei termini palesati dall’Ad del cane a Sei Zampe si rinuncia preventivamente alla possibilità di creare un monopolio insieme ai russi per aderire a slogan ideologici sulla cooperazione allargata &#8211; per nulla innocenti e atti a celare la crescente sudditanza italiana verso gli statunitensi &#8211; che servono esclusivamente ad annacquare le posizioni di preminenza già conquistate. Questi  benefici iniziali sono difendibili entro una cornice ristretta di iniziative bilaterali o al massimo trilaterali, come accade adesso per il South Stream. Oltre questo perimetro si perdono i vantaggi economici; quando poi, inseguendo valutazioni  contrastanti col movimento della storia attuale indirizzato al policentrismo, si pensa di imbarcare  nelle iniziative  in corso paesi con una visione geopolitica opposta ai nostri interessi, si finirà certamente per neutralizzare anche le futuribili utilità geostrategiche.<br />
Se le nuove politiche elaborate dal nucleo dirigente dell’Eni si riducono a queste barzellette auspichiamo che il Governo, almeno nella sua parte non compiacente con detti disegni che vanno in contrasto con gli interessi nazionali, si muova repentinamente per ridare coerenza ai suoi programmi. Persino defenestrando le attuali figure apicali dell’ENI.</p>
<p></font><br />
(AGI-News) Houston, 10 mar. &#8211; I gasdotti South Stream e Nabucco dovrebbero fondersi diventando un unico progetto. Lo ha detto l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, dal palco della Cera Week, uno dei principali summit sull&#8217;energia a livello globale. &#8220;Questi due gasdotti non sono alternativi ma complementari e dovrebbero condividere il tratto che va dalla Bulgaria all&#8217;Austria&#8221;, ha precisato Scaroni, ricordando che South Stream e&#8217; il progetto sviluppato da Eni e Gazprom per trasportare in Europa fino a 63 bcm di gas dalla Russia e dall&#8217;Asia centrale, passando sotto il Mar Nero. Il Nabucco punta invece a trasportare 31 bcm di gas dall&#8217;Asia Centrale verso l&#8217;Europa entro il 2020. L&#8217;obiettivo comune e&#8217; quello di arginare l&#8217;Ucraina, attraverso la quale passa attualmente l&#8217;80% del gas che arriva in Europa dalla Russia. &#8220;Entrami questi progetti &#8211; ha evidenziato il manager di Eni &#8211; richiedono ingenti investimenti. South Stream contempla tra i suoi fondatori Gazprom, che e&#8217; il piu&#8217; importante produttore di gas del mondo e quello che manca al Nabucco e&#8217; proprio un grosso produttore tra i suoi partners. Cio&#8217; spiega perche&#8217; il progetto non sia ancora partito pur essendo stato concepito nel 2002&#8243;.  Secondo Scaroni, i due gasdotti hanno quello che i banchieri definirebbero un &#8220;fit strategico&#8221; e quindi &#8220;se tutti i partners decidessero di fondere le due pipeline per un tratto &#8211; ha esortato il numero uno del Cane a sei zampe &#8211; si ridurrebbero gli investimenti, i costi operativi e si massimizzerebbero i profitti&#8221;. Sotto uno stesso tetto si troverebbero cosi&#8217; riuniti i principali produttori e i principali consumatori: il gas e il mercato del gas. I due progetti &#8220;riuscirebbero comunque a centrare i loro obiettivi strategici &#8211; ha insistito Scaroni &#8211; diversificando le forme di approvvigionamento e le rotte di transito&#8221;. Per Scaroni, &#8220;la definizione di interconnessioni, lo sviluppo di fonti alternative e il rafforzamento dei corridoi di approvvigionamento, rappresentano tutte misure fondamentali per assicurare all&#8217;Europa forniture di gas abbondanti, convenienti e sicure&#8221;. (AGI) -</p>
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		<title>Continuano i giochi sull&#8217;ENI</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 20:05:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il quotidiano dei forcaioli par excellence, Il Fatto di Travaglio &#038; C., pur di andare in ogni caso ed a prescindere, come avrebbe detto Totò, contro Berlusconi ed il suo governo, contraddice le posizioni precedentemente assunte sul settore energetico nazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/continuano-i-giochi-sulleni/3126/" title="Continuano i giochi sull&#8217;ENI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3126&amp;w=80" width="80" height="80" alt="Continuano i giochi sull&#8217;ENI" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22264716#more-22264716" target="_blank">Conflitti e strategie</a>&#8221;<br />
<font size="3"><br />
Il quotidiano dei forcaioli <em>par excellence</em>, Il Fatto di Travaglio &amp; C., pur di andare in ogni caso ed a prescindere, come avrebbe detto Totò, contro Berlusconi ed il suo governo, contraddice le posizioni precedentemente assunte sul settore energetico nazionale (così come esplicitate in numerosi articoli apparsi sulle sue colonne negli ultimi mesi) e ci svela, seppur involontariamente, retroscena interessanti dell’affaire “Spezzatino Eni”.</p>
<p>In un pezzo di qualche giorno fa viene ripresa la notizia dell’attacco del Fondo d’investimento, con sede negli Usa, Knight Vinke contro il “Cane a sei zampe”.</p>
<p>La notizia non è nuova per chi legge questo blog ma viene connotata di ulteriori fatti  che ci erano sfuggiti, attinenti ad un probabile <em>turn over</em> tra sottosegretari al Ministero dello Sviluppo Economico.</p>
<p>Al centro del totonomine c’è la signora Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia, che potrebbe essere presto insediata da Berlusconi al posto di Stefano Saglia, attuale sottosegretario nel citato Ministero. Quest’ultimo si è sempre dimostrato recalcitrante, se non fermamente contrario, all’ipotesi dello scorporo dell’azienda di San Donato, mettendosi volentieri al fianco del suo “capo” dicastero Scajola e di Scaroni tutte le volte che si è trattato di respingere le pretese di chi, dalle autorità garanti del mercato e della concorrenza ai soggetti privati finanziari, avrebbe voluto accelerare lo smembramento ENI per fantomatiche ragioni di valorizzazione della rete del gas in borsa.</p>
<p>Se, dapprincipio, era parso che Saglia fosse senza alternative, il sollevarsi delle polemiche sul giornale <em>Il Secolo d’Italia</em> ha fatto retrocedere il governo da questo defenestramento, piuttosto precoce e sospetto nei tempi di invocazione.</p>
<p>La soluzione di compromesso è invece arrivata sulla scia dei dubbi sollevati dal quotidiano di An. Il sottosegretario dovrebbe restare al suo posto ma in coabitazione con “lady destra chic” Daniela Santanchè, alla quale  verrebbe creato un posto ad hoc nella stessa struttura ministeriale.</p>
<p>Insomma, un bilanciamento di visioni teso a neutralizzare i duri che vorrebbero mantenere la struttura proprietaria dell’Eni così com’è a fronte di “modernisti” pretestuosamente sensibili alle istanze dell’azionariato. Tra questi vi è appunto la Santanchè la quale, almeno da quanto sostiene Il Fatto, farebbe parte della parrocchia degli “scissionisti”.</p>
<p>Su quanto potrebbe presto accadere all’ENI, se dovesse passare il teorema Vinke, circa la indispensabilità della cessione di Snam per valorizzare alcune sue divisioni in borsa e portare più vantaggi agli azionisti, ce lo dice, senza mezzi termini, Marcello Colitti, ex dirigente Eni. Costui ha affermato che in conseguenza di queste decisioni scriteriate il titolo del Cane a sei Zampe potrebbe precipitare a valori vicino allo zero (altro che benefici per i piccoli investitori!) ma, aspetto ancor più grave, l’Eni perderebbe tanto in capacità di aggressione dei mercati che in forza contrattuale in un settore strategico dove sono coinvolte molte imprese di stato. Il solito inverecondo autolesionismo italiano, se c’è qualcosa che funziona bisogna intervenire per danneggiarla.</p>
<p>La preoccupazione maggiore viene, tuttavia, dai recenti tentennamenti di Scaroni, molto più possibilista che in passato nel rivedere gli assetti dell’impresa da lui guidata.</p>
<p>Il manager vicentino ha affermato che non è un “dogma” quello di tenere “all’interno di un perimetro più stretto dell’Eni” la Snam Rete Gas e che quindi quest’ultima può anche andare incontro ad altra sorte. Sarà, ma la sorte può essere tanto buona che cattiva, quindi sarebbe meglio tenerci le attuali certezze che hanno portato l’ENI tra i leaders mondiali del mercato energetico.</font></p>
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		<title>I rapporti Italia-Iran-Israele, tra affinità elettive e relazioni pericolose</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 12:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[La recente visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello Stato di Israele è stata caratterizzata da diversi sensazionalismi. Sembrerebbe che la diplomazia italiana stia adattando bene il principio geopolitico per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/i-rapporti-italia-iran-israele-tra-affinita-elettive-e-relazioni-pericolose/3024/" title="I rapporti Italia-Iran-Israele, tra affinità elettive e relazioni pericolose"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3024&amp;w=80" width="80" height="59" alt="I rapporti Italia-Iran-Israele, tra affinità elettive e relazioni pericolose" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La recente visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello Stato di Israele è stata caratterizzata da diversi sensazionalismi. Il sogno espresso dal Cavaliere durante il primo giorno di visita, dinnanzi al <em>Premier</em> Netanyahu, è stato quello di poter vedere un giorno Tel Aviv nel novero dei paesi dell’Unione Europea. Le relazioni tra Israele e Italia sono sempre state floride e ricche di collaborazione. La missione italiana ha avuto modo di ribadire questa affinità nelle intenzioni e nelle visioni su diverse problematiche, derivante nelle parole del Primo ministro Berlusconi anche dalla comune matrice culturale giudaico-cristiana. Dal punto di vista operativo sono stati siglati ben otto accordi, durante il <em>summit</em>, ed è stato deciso di ripetere a scadenza annuale le visite bilaterali tra i due paesi, indice della volontà di rafforzare la cooperazione. I settori coperti dai nuovi accordi spaziano dalla previdenza sociale alla cooperazione economica ed alla partecipazione di Israele alla Expo di Milano del 2015.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tra un trattato e l’altro c’è stato tempo per discutere di politica e di problemi scottanti come la questione israelo-palestinese o il programma nucleare iraniano. Il Presidente del Consiglio ha espresso la sua sincera costernazione per i continui attacchi verbali lanciati da Tehran, inserendo il Presidente Ahmadi Nejad tra i cattivi della storia e confermando l’allineamento della posizione italiana tra quanti si oppongono al programma di nuclearizzazione iraniano, avvertito come minaccia di tutta la regione. La delegazione italiana ha detto che la comunità internazionale deve reagire prontamente alle “ambizioni pericolose del regime iraniano” tramite una supervisione multilaterale sul programma di arricchimento dell’uranio a scopo militare. Infine Berlusconi in prima persona si è esposto anche sulle conseguenze della guerra di Gaza dell’inverno scorso, dichiarando ingiusto il rapporto Goldstone che ha tentato di incriminare Israele per il bombardamento sulla Striscia, ritenuto questo “giustificato”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dal canto loro, le autorità israeliane hanno accolto con altrettanto calore la visita italiana e hanno espresso gratitudine sulle speranze e aspettative italiane. Il Presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, Reuven Rivlin, ha acutamente osservato che, stante l’importanza di una dichiarazione d’auspicio, come quella di vedere un giorno una delegazione israeliana permanente a Bruxelles, l’Italia può svolgere un ruolo di immediata importanza, dal momento che da una prospettiva geo-politica, si ritrova di fronte alla sponda sud del Mediterraneo ed entro il <em>range</em> di eventuali missili nucleari. Per il momento Roma deve a tutti i costi fare da tramite con i paesi dell’Unione Europea, svelando il pericolo imminente costituito dal regime della <em>“Velayat-e Faqih” </em>e chiedendo che si passi dalle parole ai fatti. La dirigente del partito d’opposizione <em>Khadima</em>, Tzipi Livni, ha nettamente distinto coloro che nel momento del bisogno non rispondono all’aiuto e quanti, come l’Italia, al contrario hanno sempre avuto un rapporto di sincera lealtà e di proficua amicizia. Benjamin Netanyahu ha definito Berlusconi “<em>leader</em> coraggioso che è sempre stato al fianco di Israele”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dopo una tappa a Bayt Hanassi dove la delegazione italiana ha incontrato Shimon Peres, attuale Presidente d’Israele, il programma ha previsto una conferenza a Betlemme con alcuni dei membri dell’Autorità Nazionale Palestinese. Con il Presidente Abu Mazen è stato affrontato il problema della ripresa dell’economia nei Territori, preludio necessario per ogni azione di <em>State-building</em>. I negoziati quindi vanno riaperti e perseguiti con celerità, sotto la mediazione del Quartetto (USA, Russia, ONU e UE). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Secondo Nasser Laham, dell’agenzia palestinese Ma’an, la visita del Premier italiano non è stata solo una formula di cortesia, legata ai protocolli, conseguente al fatto che la delegazione si trovava in Israele. Al contrario rivela la presenza di un progetto concreto per il rilancio dei negoziati. Per il medesimo analista, addirittura il Premier potrebbe essere il regista del processo di pace ed Abu Mazen potrà presto tornare al tavolo delle trattative una volta soddisfatta da parte di Israele la richiesta di congelare gli insediamenti in Cisgiordania per almeno tre mesi. Parallelamente Hamas, come auspicato da Berlusconi, dovrà firmare al Cairo un accordo di riconciliazione, non avendo altra scelta. In questo <em>frame-work</em> Israele starà a guardare, anzi accoglierà tali eventi con compiaciuta contentezza. Perché? Per Laham, Israele potrebbe lanciare entro breve un’offensiva ai danni dell’Iran e quindi necessiterebbe della massima tranquillità ai propri confini. Insomma da più parti si ritiene che la visita italiana abbia segnato una riconfigurazione dei rapporti di Roma con il Medio Oriente, nel senso di una ancor più stretta <em>partnership</em> con lo Stato ebraico, un tentativo di rilanciare il processo di pace, con l’accondiscendenza israeliana ed addirittura la regia italiana, ed infine una sorta di resa dei conti nei confronti dell’Iran. Questi fatti recenti dimostrerebbero in buona sostanza che “c’è qualcosa nell’aria”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Al di là delle dichiarazioni summenzionate sinteticamente, al di sopra di ogni teatrale affermazione e roboante accusa, sembrerebbe che la diplomazia italiana stia adattando bene il principio geopolitico per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Varrebbe dunque la pena di soffermarsi ad ipotizzare che impatto potrebbe avere questa vicenda sugli interessi italiani in Medio Oriente. In realtà le ipotesi non sono nemmeno necessarie, considerando le conclusioni desumibili dalla cronaca più recente. Due fattori, soprattutto, bisogna considerare: a) la reazione economica che le imprese italiane in Iran, soprattutto l’ENI, hanno avuto a seguito della visita in Israele della missione italiana e ovviamente b) la reazione delle stesse istituzioni iraniane.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">I rapporti tra l’Italia e l’Iran sono già da tempo caratterizzati da una <em>partnership</em> strategica. Fin dalla tarda età dei sovrani Qajari (1794-1925) e soprattutto durante i successivi Shah Safavidi (1925-1979), la presenza italiana sul territorio persiano era finalizzata a scopi puramente economici o al massimo di addestramento militare. L’Italia, non costituendo di certo una potenza coloniale del calibro di Francia e Inghilterra, ha perseguito spesso quella che nel campo della Teoria dei Giochi, applicata alle Relazioni Internazionali, è definita una strategia <em>win-win</em> ossia di mutuo vantaggio. In quest’ottica nel 1957 fu raggiunto il culmine della collaborazione, con la firma di un accordo tra l’ENI e le autorità persiane (NIOC) in materia di petrolio. Grazie alla lungimiranza di Enrico Mattei, lo Shah Reza Pahlavi acconsentì a stravolgere le consuete norme riguardanti le <em>royalties</em> del petrolio che, basandosi sulla regola del <em>fifty-fifty</em> assicuravano l’equa spartizione dei proventi tra il paese produttore e le compagnie straniere. La nuova formula mirava alla costituzione di una società in cui il 50% delle <em>royalties </em>erano assicurate allo Stato persiano ed il restante 50% veniva equamente diviso tra la compagnia monopolista locale, la NIOC e l’ENI. Dato che le industrie persiane erano tutte statalizzate, nei fatti il governo di Tehran godeva del 75% dei proventi della produzione, in cambio però di una partecipazione diretta nelle attività di ricerca ed estrazione del greggio. La nuova società venne chiamata SIRIP, Società Irano-Italiana di Petroli. In questo modo l’ENI non soltanto alleggeriva i propri carichi nella filiera della produzione petrolifera, ma era riuscita anche ad assicurarsi la <em>primacy </em>nei rapporti con il secondo produttore al mondo di greggio, fatto che destò non pochi fastidi nelle restanti “Sette Sorelle”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Al di là dell’importanza economica, la strategia di Mattei rivela almeno due fattori: a) la rapida diffusione in Medio Oriente di questa nuova prassi negoziale dimostrò che i governi produttori preferivano di gran lunga la contrattazione “alla pari” b) la <em>partnership </em>tra Roma e Tehran, già allora profonda, ancor di più riuscì a rafforzarsi, mettendo il governo dello Shah nella condizione di poter avere voce in capitolo (e quindi anche responsabilità economica) nella linea di produzione e nella politica energetica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Oggi l’ENI è impegnata in Iran nella seconda fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin. L’operazione vorrebbe portare la produzione dai 50 milioni di bpd <em>(barrels per day)</em> attuali a ben 160 milioni, per un valore complessivo di un miliardo di dollari. Inoltre, nel campo del gas naturale, continua a sviluppare anche il giacimento <em>off-shore</em> di Pars Sud, iniziato nel 2004. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tornando alla storia, il rapporto di commercio tra i due paesi continuò a fiorire anche dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, sebbene con discontinuità a causa delle turbolenze interne al paese e a causa della sfiducia nutrita dalla Comunità Internazionale nei confronti del nuovo Iran e della sua dirigenza, costituita dalla “Guida Suprema”. Nel 1999 a Roma fu aperta la Camera di Commercio Italo-Iraniana e due anni più tardi la Bank-e Markazi e la Arab Italian Bank siglarono un accordo per aumentare il volume degli scambi tra i due paesi. In conseguenza di ciò gli affari fecero registrare una rapida crescita del 9% tra il 2001 ed il 2003 e tutt’ora il <em>Made in Italy </em>trova nel mercato iraniano uno dei suoi più floridi sbocchi. L’Italia è al terzo posto fra le sorgenti di importazione iraniane, coprendo il 6% del fabbisogno nazionale totale. Parimenti importa il 17,1% delle esportazioni iraniane, soprattutto nel campo energetico. I primi due soci economici sono la Germania che esporta beni per l’11,2% e la Cina che, giunta di recente (come dovunque in Medio Oriente), soddisfa il 6,4% della domanda iraniana. Ma fra il 2001 e il 2007 l’Italia è stata il primo socio commerciale di Tehran, con uno scambio pari al valore di 6 miliardi di euro. Nel 2008 infine si è verificato un aumento delle esportazioni italiane (dell’1,2%) mentre sono diminuite le importazioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Oltre l’ENI, diverse altre imprese italiane conducono affari in Iran, a cominciare da Montedison ed Ansaldo. Quest’ultima è attiva da diversi anni anche se la realizzazione del suo ultimo progetto, la partecipazione alla costruzione di quattro centrali elettriche del valore di circa 350 milioni di euro, risale al 2004. Inoltre la stessa compagnia ha anche prodotto delle turbine, come quelle impiantate a Karaj, per 870 milioni di euro. L’accordo di fornitura e trasferimento di tecnologia risale al 1999 e contemplava la costruzione di 32 turbine a gas, l’ultima delle quali è stata consegnata nel 2005. Altre aziende impegnate in Iran sono la Iveco del gruppo FIAT, fornitore ufficiale dei camion dell’esercito iraniano e dei Guardiani della Rivoluzione e la Fb Design di Lecco che produce invece i motoscafi Levriero. Infine la compagnia Carlo Giavazzi Space Spa, con sede legale a Milano progetterebbe e venderebbe satelliti <em>Mesbah </em>per la comunicazione. Tali accordi però comprendono anche il consueto trasferimento di importanti tecnologie e conoscenze.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Da parte iraniana, le ragioni di una tale disponibilità e propensione all’acquisto in un paese con un così alto indice di povertà (88° posto su 182 secondo i dati del 2007 dell’<em>Human Poverty Index</em> della Nazioni Unite) dipendono da almeno due fattori strutturali: la situazione demografica ed il settore agricolo in espansione. Quanto al primo dato, bisogna considerare che il 61% della popolazione è compresa tra i 14 e 61 anni, cioè l’età lavorativa di coloro che possono permettersi un consumo minimo. Un altro 33% è costituita da coloro che hanno meno di 14 anni e solo il 6% è composto dagli ultra 65enni, meno propensi al consumo. Quanto al settore agricolo ed in parte anche quello dell’industria petrolchimica, l’impossibilità di soddisfare il fabbisogno di prodotti, componenti e macchinari, induce ovviamente gli imprenditori iraniani ad acquistare dall’estero i beni necessari per la produzione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Come si evince da questi dati, l’Italia e l’Iran hanno costruito rapporti profondi, sedimentati ed articolati, decisamente da un tempo ancora più remoto che nei confronti di Israele, non foss’altro che per la sua recente creazione. Avendo apostrofato il regime di Tehran come la causa di un problema di sicurezza per Israele ed avendo dichiarato la necessità di sorreggere l’opposizione, l’Italia ha rischiato di compromettere i suoi interessi economico-politici nella Repubblica Islamica e potrebbe aver esposto ad un qualche rischio, se non il territorio nazionale, almeno le missioni diplomatiche presenti a Tehran e nei paesi suoi alleati. Perché allora la diplomazia italiana ha deciso di intraprendere questa politica, rassomigliante a quei “giri di valzer” dal sapore primo-novecentesco? </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sicuramente Roma deve uniformarsi al pilastro PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nel cui quadro si inserisce il suo comportamento internazionale. L’UE, sulla base dei valori condivisi dai suoi membri, ha sempre dichiarato di avere un enorme potenziale nelle relazioni con l’Iran, attualmente ostacolate in modo compromettente dalla questione dei diritti umani e ovviamente dall’implementazione del programma nucleare. Il 9 febbraio scorso Catherine Ashton, Alto Rappresentate per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’UE, ha firmato un proclama per bocciare l’annuncio, già concretizzato e verificato dall’AIEA, di avviare l’arricchimento dell’uranio al 20% comunicato dalle istituzioni iraniane. La quota 20% non è di per sé pericolosa né indicativa di alcunché. Per poter essere impiegato nella costruzione di ordigni nucleari, l’uranio deve essere arricchito almeno ad una percentuale pari al 90% o più. Di conseguenza l’Iran è ancora lontano e probabilmente sta utilizzando questo processo d&#8217;arricchimento come una sorta di conto alla rovescia a scopi di “compellenza”. È pur vero però che i fisici ritengono sia ben minore il tempo necessario a portare l’uranio dal livello di 20% ad un arricchimento del 90%, rispetto a quello impiegato per portarlo dalla quota di 3,5% a quella attuale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Parallelamente il Ministro degli Esteri Frattini ha manifestato la necessità di applicare sanzioni economiche alle imprese iraniane in Europa, come parte di una strategia europea comune. Il Presidente Obama ha già applicato, tramite il Tesoro, dei provvedimenti sfavorevoli ai danni di quattro compagnie iraniane e di un individuo. Sono stati colpiti con buona probabilità gli interessi dei Pasdaran, ossia di quel corpo paramilitare fedele alle gerarchie religiose, radicato nel tessuto economico delle Repubblica Islamica. Anche la Russia si è unita all’appello alle sanzioni, da attuarsi a mezzo di risoluzione ONU, fatto curioso dato che il governo di Mosca non si era mai, fino ad ora, esposto in questo modo. Da sempre contraria è invece la posizione della Cina che ha invitato le parti a raggiungere un accordo. Se i russi possono decidere con facilità di votare per le sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza, dato che possono surrogare il petrolio con il gas e anzi possono moltiplicare le vendite di Gazprom, al contrario i cinesi vedono in Tehran il loro secondo fornitore di petrolio (il primo è l’Arabia Saudita) acquistando circa il 15% (544,000 bdp) della produzione iraniana totale. Per convincere Pechino, già si prospetta una visita del Segretario di Stato Hilary Clinton in Qatar ed Arabia Saudita, al fine di intercedere nelle negoziazioni per forniture verso la Cina, durante il periodo di eventuali sanzioni che azzerando l’acquisto di energia mirerebbero ad affamare l’Iran ma priverebbero la Comunità Internazionale di una grande fonte di approvvigionamento. Non è del tutto chiaro cosa potrà decidere il governo cinese, considerando le recenti ostilità contro gli USA che recentemente hanno venduto armamenti al governo di Taiwan, in piena violazione della <em>One China Policy</em>, ed hanno richiesto di incontrare il Dalai Lama. Inoltre auto-privarsi del petrolio persiano è possibile esclusivamente se i Sauditi affermano di essere in grado di aumentare la produzione, cosa che però rischia di fare decollare ulteriormente il prezzo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quanto allo scontro verbale in corso tra Italia e Iran, tali eventi sono accaduti a seguito delle manifestazioni di protesta da parte del <em>Nīrūy-e Muqāwamat-e Basīğ</em>, ovvero il Movimento di Resistenza di Mobilitazione, che hanno preso di mira proprio l’ambasciata italiana, il 9 febbraio. Le dimostrazioni di protesta, collegate alla visita del governo italiano in Israele, non sono sfociate in scontri a fuoco, né sono degenerate in violenze. I dimostranti hanno però lanciato pietre e intonato <em>slogan </em>morte contro l’Italia ed il Presidente del Consiglio. In conseguenza di ciò, si è verificata una sorta di <em>escalation</em> mediatica con il Ministero degli Affari Esteri italiano che ha bollato questi eventi come una manifestazione ostile, ed ha richiesto con insistenza garanzie di incolumità per il personale della propria missione diplomatica, ed i vertici iraniani che hanno ritenuto le parole di Frattini una “offesa alla nazione”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Se le relazioni politiche si stanno velocemente deteriorando, quelle economiche non sono da meno. Già durante la visita di Berlusconi in Israele, fonti attendibili avevano riportato che l’ENI avrebbe onorato i contratti già pattuiti ma non ne avrebbe siglati di nuovi. L’ENI, dopo essersi giovata del silenzio stampa in un primo tempo, ha poi confermato quanto era stato annunciato in precedenza. Il ritiro della multinazionale del petrolio, a partecipazione statale, è indice (e a suo modo coerente) del ricercato ritiro politico e diplomatico. Ovviamente la compagnia ha risentito del contraccolpo, perdendo in borsa lo 0,24% del valore dei titoli. Questa strategia, ha dichiarato Frattini, è stata richiesta dagli alleati israeliani che hanno auspicato come primo passo la diminuzione del volume degli scambi. Da qui le critiche persiane di servilismo italiano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non tutte le imprese con il tricolore hanno comunque aderito a questa iniziativa, oltretutto avvallata dagli USA e suggerita come esempio dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini: Edison ha firmato contratti di esplorazione di idrocarburi per il blocco marino del <em>Šahristān </em>(provincia) di Dayyir nel Golfo Persico. Quanto ad Ansaldo, Finmeccanica e Fiat hanno dichiarato di voler continuare con gli investimenti, rassicurando però sulla loro natura e su quelle delle esportazioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’Iran al momento si trova stretto in una morsa. Quasi senza sosta, dalla scorsa estate all’interno della Repubblica Islamica si verificano scontri e manifestazioni anti-governative guidate dai partiti di opposizione. Il governo di Ahmadi Nejad presumibilmente sta vacillando e raccoglie ogni occasione valida per attaccare l’Occidente. È anche vero però che questa occasione è stata fornita facilmente dagli attacchi gratuiti della delegazione italiana, che certo non potevano sortire altro effetto. Tehran polarizza verso l’esterno le sue difficoltà interne e, cogliendo il pretesto dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, sta tentando di rafforzare il collante nazionalistico. Alle difficoltà provenienti dalla società civile (una delle più attive nel novero dei paesi arabi e/o islamici) si aggiunge ovviamente l’isolamento internazionale, cui l’Iran era già destinato ma che adesso sembra subire un nuovo giro di inasprimento. Durante una comunicazione telefonica con il suo amico Bashar al-Asad, Presidente siriano, Ahmadi Nejad ha riaffermato l’intenzione di distruggere lo Stato sionista una volta per tutte, se questo dovesse sferrare un primo attacco. Se questa affermazione dimostra che in Iran non c’è volontà di attaccare per primi, c’è già chi sostiene che se le sanzioni dovessero fallire nel tentativo di arrestare l’arricchimento dell’uranio, il “partito internazionale del bombardamento” potrà avere una risonanza maggiore. In quel caso l’Iran si troverebbe a doversi difendere, senza aver ancora raggiunto la disponibilità nucleare. Presumibilmente l’attacco sarebbe condotto contro i siti di arricchimento che, bisogna dire, sono parecchi (almeno 12 quelli conosciuti) e tutti ben protetti da sistemi difensivi terra-aria. La difficoltà israeliana consiste nel fatto che quei 1598 kilometri circa separanti Tel Aviv da Tehran sono costituiti in buona parte da territorio ostile. Aerei con la stella di David difficilmente potrebbero passare attraverso il cielo siriano o quello saudita senza rischiare colpi di mortaio o di RPG. L’unica strada sicura sarebbe quella che punta al Nord, attraverso la Turchia anche se recentemente i vertici israeliani hanno espresso il rammarico derivante dal fatto che Erdogan non sia certo come Berlusconi. L’alternativa dunque potrebbe essere, nel caso di un attacco (per ora comunque improbabile) l’impiego di missili balistici (col rischio di imprecisione) ovvero l’uso della Marina a largo delle coste omanite, per i soli siti nucleari del sud dell’Iran, come il ben noto Bushihr.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’Italia dal canto suo ha sicuramente incrinato le relazioni con l’Iran, ufficialmente in forza di un sentimento di lealtà nei confronti di Israele. Questo Stato geograficamente più vicino e culturalmente più affine non può certamente offrire quanto Tehran stava già facendo. In buona sostanza Roma ha scelto di sacrificare i propri interessi, nel campo energetico soprattutto, pur di unirsi al gruppo di quanti a tutti i costi vogliono fermare la nuclearizzazione iraniana e la proliferazione in Medio Oriente. La copertura assicurativa SACE per gli operatori italiani in Iran è già stata disdetta. Ciò significa che oltre all’ENI, tutte le imprese italiane troveranno maggiori difficoltà che faranno alzare i costi, a tutto vantaggio della spregiudicatezza cinese. Fette di mercato perdute, bilancia commerciale sicuramente in ribasso ed esposizione a critiche e proteste (nella migliore delle ipotesi) dei funzionari e dei militari italiani all’estero, questo è quanto fin’ora la strategia della Farnesina ha potuto raccogliere. Il 28 gennaio scorso, a margine di una conferenza sull’Afghanistan tenutasi a Londra, si è svolto anche un convegno su iniziativa americana. In quell’occasione è stato riconosciuto il contributo italiano sulla questione del nucleare. L’Italia in buona sostanza può e deve essere consultata in tali argomenti, dal momento che ha rapporti privilegiati con paesi come Libano o Turchia, coinvolti seppur marginalmente in questa partita. Già allora, quindi ben prima della visita dei rappresentati del governo in Israele, il Ministro Frattini aveva affermato estrema lealtà nei confronti degli alleati. La Presidenza francese di turno al Consiglio di Sicurezza potrebbe decidere di adottare delle sanzioni a mezzo di risoluzione. Se Pechino dovesse convincersi e nessuno dei membri permanenti dovesse porre il veto, le sanzioni potrebbero essere adottate davanti ad un nuovo rifiuto persiano delle proposte, ancora valide, avanzate in precedenza per scongiurare un ulteriore arricchimento dell’uranio. In quel caso, l’Italia desidera che i guadagni di una tale decisione siano condivisi, onde evitare che provvedimenti negativi per Tehran possano diventare “un’arma spuntata”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>* Pietro Longo si occupa di paesi arabofoni e paesi islamici per il sito di “Eurasia”</strong> </span></span></p>
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		<title>Azioni a mano armata contro l&#8217;ENI</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 09:26:46 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Knight Vinke]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Scaroni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fondo Knight Vinke sente che la corrente comincia a gonfiare le sue vele, l’Eni non è più una impresa blindata e “coperta” dallo Stato, ragion per cui, prendendo il vento in poppa, si può spingere per ottenere lo scorporo tra attività  upstream e downstream del Cane a sei zampe. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/azioni-a-mano-armata-contro-leni/3006/" title="Azioni a mano armata contro l&#8217;ENI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=3006&amp;w=80" width="80" height="60" alt="Azioni a mano armata contro l&#8217;ENI" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/"><span style="color: #0000ff;"><strong>Conflitti e Strategie </strong></span></a></p>
<p><font size="2">Il fondo Knight Vinke sente che la corrente comincia a gonfiare le sue vele, l’Eni non è più una impresa blindata e “coperta” dallo Stato, ragion per cui, prendendo il vento in poppa, si può spingere per ottenere lo scorporo tra attività  <em>upstream</em> e <em>downstream</em> del Cane a sei zampe. E’ questo, da parecchi mesi, il chiodo fisso del fondo attivista americano per valorizzare, così dicono da quelle parti, la partecipazione nel capitale della nostra impresa di punta.</p>
<p>Almeno in apparenza, perché è lecito dubitare che il vero obiettivo sia il bene degli azionisti. Ma noi, che siamo gente abituata a pensar male, non crediamo a queste storie e vediamo, dietro tali  strane traiettorie, la volontà di depotenziare l’azienda italiana sui mercati esteri per fare un favore a qualcuno.</p>
<p>E che si tratti di una vera e propria guerra, dove le azioni sono solo la punta della lancia per rompere il guscio coriaceo di Eni, la cui vocazione è soprattutto industriale, lo lasciano presagire le parole dei vertici di Knight secondo i quali è stato già raccolto il sostegno di 700 azionisti.</p>
<p>Un esercito di assaltatori pari al 25% del capitale che mette in difficoltà il nucleo dirigente di San Donato. Scaroni sente di non essere più cosi forte e inattaccabile sullo scranno più alto della creatura energetica nazionale e potrebbe presto essere costretto a scendere a patti o ad approdare verso altri lidi. Si è già parlato del suo passaggio ad un grande gruppo assicurativo: <em>promoveatur ut moveatur</em>. Il Ceo del fondo, Eric Knight, con sede principale a New York (e dove sennò) continua a ripetere la litania di una sottovalutazione finanziaria di Eni di oltre 50 mld di euro. Provvedendo a recuperare su questa inefficienza, che deriverebbe dall’arcaicità della struttura proprietaria dell’Eni, le azioni schizzerebbero vero i 30 euro, quasi il doppio del loro valore attuale.</p>
<p>Il fatto che l’Ad di Eni sia dimostri molto meno fermo sulle sue posizioni rispetto a qualche tempo fa &#8211; allorché fu lo stesso Scaroni a contestare a Knight la validità del ragionamento finanziario –  avanzando la disponibilità “a riesaminare la situazione”, non promette assolutamente nulla di buono. Non per Scaroni ma per l’Italia.</p>
<p>Vorrei chiudere con quanto affermato da un ex dirigente di Eni, Marcello Colitti, il quale, dall’alto della sua esperienza in quegli ambienti, sa bene cosa significa prestare il fianco a tali attacchi: “<em>Continua, fra il silenzio dei politici e del Governo, l&#8217;azione di coloro che vogliono distruggere l&#8217;Eni. Mi riferisco al piano di smembramento proposto dalla Knight Vinke. Dal denaro che spendono per farsi propaganda sui giornali (italiani e stranieri) si direbbe che si aspettino una remunerazione davvero sontuosa. La cosa non sembrerebbe degna di considerazione, dato che tutti i paesi considerano la loro, o le loro, compagnie petrolifere come la luce dei loro occhi&#8230; L&#8217;Italia però, si sa, è sempre diversa. Forse i promotori dello sfascio dell&#8217;Eni fanno conto sul proverbiale autolesionismo nazionale</em>”. Appunto, la luce degli occhi è diventata la luce negli occhi, quella che acceca e fa perdere l’orientamento. Povera Italia!</font></p>
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		<title>Perché è un errore isolare l&#8217;Iran e perché bisogna proteggere l&#8217;ENI dagli attacchi internazionali</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 10:06:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Zbigniew Brzezinski]]></category>

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		<description><![CDATA[Per comprendere l'importanza che gli americani assegnano all'area dei cosiddetti “Balcani Globali”, quella che va dallo stretto di Suez allo Xinijang, nella guerra geopolitica per la dominazione mondiale, occorre riprendere le riflessioni di Brzezinski tratte dal suo libro del 2007 L'Ultima chance. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/perche-e-un-errore-isolare-liran-e-perche-bisogna-proteggere-leni-dagli-attacchi-internazionali/2986/" title="Perché è un errore isolare l&#8217;Iran e perché bisogna proteggere l&#8217;ENI dagli attacchi internazionali"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=2986&amp;w=80" width="80" height="49" alt="Perché è un errore isolare l&#8217;Iran e perché bisogna proteggere l&#8217;ENI dagli attacchi internazionali" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22202688/PERCHE%27+E%27+UN+ERRORE+ISOLARE+L" target="_blank">&#8220;Conflitti e Strategie&#8221;</a></p>
<p><font size="2">><br />
Per comprendere l&#8217;importanza che gli americani assegnano all&#8217;area dei cosiddetti “Balcani Globali”, quella che va dallo stretto di Suez allo Xinijang, nella guerra geopolitica per la dominazione mondiale, occorre riprendere le riflessioni di Brzezinski tratte dal suo libro del 2007 <em>L&#8217;Ultima chance</em>. Secondo il politologo statunitense è qui che si gioca la partita più importante della presente fase multipolare ed è in questa parte di Mondo che le potenze costruiranno quel vantaggio geostrategico indispensabile a proiettarle verso un futuro di predominanza globale.<br />
Ma per poter “agganciare” l&#8217;Epoca e tracciare una prospettiva storico-geografica confacente alla loro idea di “umanità” stabilizzata (che non vuol certo dire pacificata, quanto piuttosto “orientabile” verso determinate direttrici di sviluppo politico e sociale) le superpotenze, con vocazione suprematistica devono essere in grado di incastrare i singoli pezzi del mosaico geopolitico per farli aderire al loro disegno egemonico volto alla predominanza.<br />
Per fare ciò occorre, in primo luogo, avere il controllo degli Stati Pivot dell&#8217;area in questione, impedendo, al contempo, che questi assurgano al ruolo di potenze regionali autonome. In tal senso, diviene prioritario l&#8217;obiettivo di ostacolare l&#8217;ascesa di quelle leadership nazionalistiche autoctone che coltivano valori distanti da quelli occidentali e con le quali l&#8217;arma del condizionamento culturale è quasi del tutto spuntata. Quali sono gli Stati in grado, nel medio e lungo periodo, di approfondire le loro caratteristiche di paesi-guida su questa “placca” geografica in ribollimento? Iran e Turchia, per quanto riguarda le popolazioni musulmane, la Russia e la Cina sulle ex-Repubbliche sovietiche di Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan ecc. ecc.. Queste ultime risentono, al contempo,  sia dei richiami politico-economici dei potenti vicini asiatici ed euroasiatici ma risultano altresì sensibili ai legami religiosi con le potenze che adottano un rivestimento confessionale dei propri assetti statali. In sostanza, nei piani statunitensi occorrerà muoversi utilizzando due approcci dirimenti ed ugualmente confacenti ad uno stesso obiettivo egemonico:  con le azioni dirette e vigorose sulle potenze che avanzano velleità di “copertura” egemonica regionale (vedi l&#8217;Iran e, probabilmente, un giorno anche la Turchia se essa persevererà nella sua “deriva” antioccidentale) oppure, indirettamente, servendosi delle manovre destabilizzanti nei vari “ventri molli” presenti nello spazio geografico asiatico e mediorientale (vedi l&#8217;Afghanistan, l&#8217;Iraq e la caterva di province ribelli a partire dallo Xinijang, ecc. ecc.) per interrompere le traiettorie di “allungamento” geopolitico di Stati il cui ordine non è alterabile, per il momento, con iniziative “militari” prorompenti (Russia e Cina). Ovviamente, lo sbilanciamento dei rapporti di forza in un senso più o meno favorevole agli Usa o ai suoi competitors geopolitici dipenderà anche dal ruolo che intenderanno giocare gli altri giganti di questo versante del globo come l&#8217;India (attualmente più in sintonia con gli Usa dopo le concessioni sul nucleare) ed il Pakistan (dove la presenza americana è molto forte ma molti forti sono anche i collegamenti con la Cina).<br />
Per aiutarci visivamente ad inquadrare la scacchiera laddove si disputano attualmente le sorti della diatriba geopolitica mondiale riportiamo la stessa cartina presente nel testo di  Brzezinski:</p>
<p><span style="font-size: x-small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/petrosillo11.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-2988" title="I &quot;Balcani eurasiatici&quot;" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/petrosillo11.png" alt="I &quot;Balcani eurasiatici&quot;" width="320" height="250" /></a><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Nella didascalia associata alla figura Brzezinski riporta queste informazioni: <em>“I Balcani Globali. Estesi dal canale di Suez in Egitto alla regione dello Xinijiang  in Cina, da Nord del Kazakistan al Mare arabico, i Balcani Globali sono oggi lo specchio dei Balcani tradizionali del XIX e XX secolo, nel senso di instabilità politica e dell&#8217;importanza geopolitica che causano rivalità all&#8217;estero. I Balcani contemporanei, racchiusi nel cerchio qui sopra, sono abitati all&#8217;incirca da 500 mln di persone, sono afflitti da instabilità interna derivata da tensioni etniche e religiose, povertà e governi autoritari. I conflitti etnici in quest&#8217;area coinvolgono 5,5 mln di ebrei israeliani e 5 mln di arabi palestinesi; 25 mln di kurdi, sul territorio suddiviso tra Turchia, Iraq, e Siria; e l&#8217;India e il Pakistan nella disputa per il Kashmir, oltre a numerosi potenziali conflitti in Iran e Pakistan”</em>.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Inoltre, non dobbiamo dimenticare che quest&#8217;area è strategica anche dal punto di vista economico perché è ivi concentrata la gran parte delle risorse mondiali di petrolio e gas; va da sé quindi che chi controllerà gli approvvigionamenti, le prospezioni e i commerci avrà l&#8217;opportunità di convogliare, con sempre maggiore capacità penetrativa, la propria visione politica ed economica del mondo, imponendo agli altri il proprio modello di crescita e di sviluppo. Tanto è vera siffatta affermazione che lo stesso Brzezinski attribuisce a Clinton una delle intuizioni più grandi dell’epoca, quella di aver favorito la costruzione dell&#8217;oleodotto, sponsorizzato dagli Usa, da Baku a Ceyhan, al fine bypassare la Russia e togliere ad essa il monopolio del transito di gas verso l&#8217;Occidente.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><br />
</span></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/petrosillo2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-2989" title="Il gasdotto Bakù-Tblisi-Ceyhan" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/petrosillo2.png" alt="Il gasdotto Bakù-Tblisi-Ceyhan" width="297" height="220" /></a></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Ma l&#8217;aspetto più interessante dell&#8217;Analisi di Brezinski ci riporta agli sforzi profusi dagli Usa per convincere gli altri partner occidentali ad avanzare celermente sulle sanzioni all&#8217;Iran come risposta alle sue iniziative nucleari. Stabilito che questa ossessione della bomba musulmana è solo un diversivo per mobilitare la pubblica opinione su un pericolo più “concreto”  e tangibile &#8211; rispetto al quale occorre opzionare un intervento militare sempre più imminente (ma, come ammette lo stesso Brezinski, un altro stato mediorientale, Israele, dispone di un arsenale nucleare segreto sul quale la comunità globale non ha mai fatto troppe domande e, di più, la bomba musulmana esiste già in mano al Pakistan) &#8211; la necessità di colpire l&#8217;Iran è tutta geopolitica. Tuttavia, non si può procedere unilateralmente mettendo gli alleati di fronte al fatto compiuto, come accaduto in Iraq, né tanto meno si può rinnovare l&#8217;errore di ammantare le imminenti “missioni civilizzatrici” uitilizzando un involucro ideologico manicheo di tipo bushista, esteso a iosa ai vari contesti territoriali sotto la presidenza del “rampollo” texano (es. il famigerato “asse del male”). Brezinski sostiene che i Balcani Globali sono per gli Usa quello che per Israele è il medio-oriente, con tutto ciò che questo comporta in termini di difficoltà geostrategiche. Alla superpotenza occidentale mancano attualmente i mezzi per agire unidirezionalmente proprio perché i suoi interessi, così come sono stati posti dalle precedenti amministrazioni neocon, non inglobano le visioni altrui. Quindi, in prima istanza, c&#8217;è bisogno di ridefinire la <em>partnership</em> globale sulla base di valori universali condivisi che conducano gli alleati a fare realmente proprie, indentificandosi con esse, le preoccupazioni americane. Un tal genere di compito riesce meglio ad un Presidente democratico, il quale, come ribadisce Brezinski, può con il suo idealismo, l&#8217;eloquenza e la giovane età incarnare un&#8217;America benevola la cui leadership viene amata dalle folle di tutto il pianeta, ma che, non di meno, nasconde un potere ed una volontà di primeggiare assoluti (la descrizione era riservata a Clinton, eppure, come vedete, calza a pennello anche per Obama).</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">A partire da ciò dobbiamo aprire un altro capitolo di questo intervento soffermandoci per un attimo sulla piccola svolta attuata da Berlusconi in Israele. Questa inversione di rotta verbale sta già producendo delle conseguenze pratiche che non si può fingere di non vedere. Non è la prima volta che esponenti del governo italiano stigmatizzano l&#8217;Iran per il suo odio contro Israele o per la sua ricerca, non autorizzata e visionata da organismi “super partes”, in campo nucleare. Ma è la prima volta che alle parole seguono i fatti.<br />
Poiché uno degli strumenti con i quali il nostro paese conduce la sua politica estera è l&#8217;Eni, impresa di punta del settore energetico (quello più strategico e redditizio in questa congiuntura storica), proprio ad essa è stato chiesto di limitare i suoi affari con la Repubblica Islamica e di rinunciare ad ulteriori contratti. L&#8217;AD del Cane a sei zampe, Paolo Scaroni, ha ricordato che già a partire dal 2001 (anno in cui si raggiunsero i 5 mld di investimenti) la sua azienda non conclude nuovi accordi, anche se, in questi ultimi tempi, il flusso commerciale con l&#8217;Iran si era comunque esteso sino a 6 mld di euro. Cifra precipitata di un 40% pieno nel 2009.  Di questo passo e in questo clima bellicoso non è detto che non aumenteranno le pressioni internazionali (cioè americane) per spingere Roma a disattendere anche i contratti in essere. Questa notizia è talmente verosimile che, a quanto pare, Berlusconi sta per consegnare una lettera a Scaroni contenente i freschi diktat italiani sulle ultime diatribe con l&#8217;Iran, grazie alla quale il capo di Eni potrà giustificare, dinanzi alle autorità iraniane ed ai suoi azionisti, il progressivo disimpegno economico dal Paese degli Ayatollah. Tutto questo è di una gravità inaudita perché toccare l&#8217;Eni e contenerne i movimenti internazionali significa legare le mani all&#8217;intera politica estera del Bel Paese [1]. A quanto detto va aggiunta l&#8217;offensiva interna, con gli organismi comunitari in prima fila, tesa ad ingabbiare le iniziative dell&#8217;Eni sul mercato europeo, rimettendo in questione i suoi rapporti privilegiati con Gazprom. Anche nel Vecchio Continente il “colpo” per la nostra azienda energetica è stato durissimo, sia sotto il profilo simbolico che sotto quello economico. L&#8217;Ente nazionale idrocarburi, il cui azionista di maggioranza resta il Tesoro con il 30% delle azioni, è stata costretta dall&#8217;Antitrust europea a mettere sul mercato i cosiddetti tubi di Mattei, quelli che il compianto Presidente marchigiano considerava fondamentali per la proiezione strategica dell&#8217;Italia sui mercati esteri. Pur se il gasdotto Tag (Russia) resterà in capo alla CDP &#8211; soluzione frutto di  una mediazione faticosa tra Italia ed Ue &#8211; da questo momento in poi gli appetiti politici sullo stesso saranno di certo più copiosi. Praticamente perse sono invece le due <em>pipelines</em> Tenp e Transitgas del Mar del nord, diritti di transito a parte. Ma si tratta di una magra consolazione perché la filosofia dell&#8217;azienda di San Donato è da sempre orientata al controllo diretto delle proprie infrastrutture, cosa che le consente di trattare, da una posizione di forza, con omologhe straniere e corrispettivi governi nazionali. Si tratta della stessa questione ribadita, in una lettera di qualche tempo fa a &#8220;Il Giornale&#8221;, da un rappresentante di vertice della Gazprom il quale si premurò di denunciare l&#8217;autolesionismo italiano su un&#8217;azienda di grandi potenzialità che, seguendo queste tortuosità nella definizione proprietaria dei suoi assetti, finiva per diventare un <em>partner</em> senza capacità decisionali immediate. Proprio detta caratteristica aveva reso l&#8217;Eni, benché più piccola di altre multinazionali del settore, un referente adeguato per le grandi imprese di Stato <em>leaders</em> nei tubi e nell&#8217;estrazione di materia prima, come appunto il colosso energetico russo Gazprom (il quale aveva dichiarato esplicitamente di preferirla, rispetto alle speculari imprese inglesi o francesi,  per la rapidità nel sapere scegliere il meglio per sé e per il proprio paese). </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Questo è il quadro della nuova situazione con le piccole e grandi decisioni internazionali,   commerciali e industriali annunciate dal governo. La situazione è peggiorata molto rispetto a pochi mesi fa e l&#8217;Italia sembra essere ritornata, simmetricamente ed acriticamente, ad aderire alle richieste europee e statunitensi sulla politica estera e sugli accordi bilaterali (da fermare) con i paesi non graditi a Washington. Si sta rinunciando, pertanto, a quell&#8217;abbozzo di linea d&#8217;azione autonoma, sulle grandi questioni geopolitiche di questo primo scorcio del XXI secolo, sulle quali il governo Berlusconi si era inizialmente smarcato dagli “amici” atlantici per rispondere meglio alle sfide di riequilibrio dei rapporti di forza aperte dai tempi.<br />
Per tale motivo dobbiamo immediatamente organizzarci ed alzare un muro di protezione sulle conquiste già ottenute. Prioritariamente, l&#8217;idea che sarà lanciata nei prossimi giorni dal <em>blog</em>, con un&#8217;analisi più dettagliata della situazione, è quella di costituire un Comitato strategico (oppure un Osservatorio nazionale) di difesa dell&#8217;Eni dagli attacchi di Usa ed Ue e dai cedimenti del governo sui temi dell&#8217;energia e della politica estera. Proprio perché detta impresa, in questa particolare fase storica di multipolarismo, veicola importanti scelte internazionali dell&#8217;Italia nel grande gioco della geopolitica mondiale, dobbiamo assumerci il compito di raccogliere ogni possibile informazione, denunciando, contestualmente, le aggressioni, subdole od esplicite (messe in pratica da Stati e nazioni solo apparentemente amici), volte a depotenziarla sui mercati esteri o ad indebolirla sulle posizioni di privilegio già guadagnate. Difendere l&#8217;Eni, secondo questa impostazione, significa proteggere l&#8217;Italia da chi vuole ridurla al rango di nazione subimperiale.</span><br />
</font><br />
<span style="font-size: x-small;"><strong>Nota:</strong></span></p>
<p>1. Per ribadire il concetto ecco una notizia riportata su Il Giornale on line del 7.2.10: “E sulla questione iraniana tra Berlusconi e Gates [segretario alla difesa statunitense] c’è piena sintonia. L’Italia, infatti, è disponibile a partecipare alla definizione di uno schieramento internazionale che coinvolga i Paesi europei per definire le sanzioni da applicare, cosa che il Cavaliere ha ripetuto nella sua recente visita in Israele anche a Netanyahu. Un’attività di mediazione che Roma potrebbe estendere anche a Russia, Turchia, Brasile e Libano. È chiaro, però, che la disponibilità italiana sul fronte delle sanzioni &#8211; pur essendo calato del 40% nel 2009, nel 2008 l’Italia era il primo partner commerciale europeo dell’Iran &#8211; avrà un costo, soprattutto per le aziende esportatrici del Nord. Circostanza che la diplomazia italiana ha già fatto presente a Washington e su cui tornerà domani il ministro degli Esteri Frattini nel corso del suo bilaterale con Gates.” Quindi, il governo non solo vira pericolosamente sulla politica estera rispetto a pochi mesi fa ma si presta anche ad attivare una mediazione con la Russia per ottenere l&#8217;imprimatur di Putin-Medvedev sulla probabile inversione dei rapporti con l&#8217;Iran e conseguente isolamento del paese guida da Ahmadinejad. Il risultato che Berlusconi otterrà, contro le sue previsioni, sarà  quello di rovinare i rapporti con il gigante dell&#8217;est.</p>
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		<title>&#8220;Così i servizi stranieri hanno reclutato Patrizia&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 14:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri, 30 gennaio, il quotidiano "Il Giornale" della famiglia Berlusconi ha pubblicato un'intervista di Stefano Zurlo a Aldo Giannuli. Pur definendosi un "uomo di sinistra", Giannuli mostra di credere alla tesi del complotto internazionale a danno del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cosi-i-servizi-stranieri-hanno-reclutato-patrizia/2913/" title="&#8220;Così i servizi stranieri hanno reclutato Patrizia&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=2913&amp;w=80" width="80" height="59" alt="&#8220;Così i servizi stranieri hanno reclutato Patrizia&#8221;" ></div></a><p><font size="2">Ieri, 30 gennaio, il quotidiano &#8220;Il Giornale&#8221; della famiglia Berlusconi ha pubblicato un&#8217;intervista di Stefano Zurlo a Aldo Giannuli. Aldo Giannuli, che ha anche un proprio <a href="http://www.aldogiannuli.it/" target="blank">blog personale</a>, è ricercatore di Storia contemporanea presso l&#8217;Università degli Studi di Milano ed è stato consulente delle procure di Bari, Milano, Pavia, Brescia, Roma e Palermo, in particolare a proposito delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione parlamentare &#8220;Stragi&#8221;. Ha pubblicato numerosi libri sui servizi segreti &#8220;deviati&#8221; e la tesi delle &#8220;stragi di Stato&#8221;, tra cui i più recenti sono <em>Come funzionano i servizi segreti</em> (Ponte delle Grazie 2009), <em>L&#8217;abuso pubblico della storia</em> (Guanda 2009) e <em>Bombe di carta</em> (Rizzoli 2008).<br />
Pur definendosi un &#8220;uomo di sinistra&#8221;, Giannuli mostra di credere alla tesi del complotto internazionale a danno del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Dopo aver descritto le considerazioni che lo fanno propendere per tale ipotesi, ad esplicita domanda sui mandanti del complotto risponde:<br />
</font><font face="Times New Roman" size="2"></p>
<blockquote><p>«Non credo assolutamente ad una regia italiana. L’operazione è troppo raffinata, studiata nei dettagli, mirata».</p>
<p>E allora?<br />
«Io andrei a cercare negli Usa o dalle parti di un certo Rupert Murdoch».</p>
<p>Negli Usa? E perché?<br />
«Perché l’Eni, con la sponda del Cavaliere, sta attuando una politica energetica che gli americani vedono come il fumo negli occhi. L’Eni, che è un colosso mondiale, ha messo le mani sui più importante giacimento iracheno, poi c’è stata la mano tesa a Gheddafi e Chavez, soprattutto l’accordo fra Eni e Gazprom per la realizzazione del gasdotto South Stream che connetterà direttamente Russia ed Unione europea. Chiaro?».</p>
<p>Berlusconi si è messo contro gli Usa?<br />
«C’è chi è finito nella polvere per molto, molto meno».</p></blockquote>
<p></font><br />
<font size="2"><br />
Dopo aver approfondito alcuni aspetti della figura di Patrizia D&#8217;Addario, l&#8217;intervista si conclude come segue:<br />
</font><font face="Times New Roman" size="2"></p>
<blockquote><p>Nella sua spy story c’è spazio anche per i servizi segreti?<br />
«Può darsi che qualche 007 corrotto, o qualche talpa interna a Mediaset, abbia agevolato il complotto. Così come è evidente che qualcuno a sinistra ha cercato di speculare su questa storia, senza rendersi conto che una vicenda del genere non indebolisce solo il premier ma l’Italia intera. E lo dico da uomo di sinistra, preoccupato perché talvolta lo stesso Berlusconi sembra affrontare con troppa disinvoltura e senza la necessaria prudenza situazioni difficilissime e assai scivolose».</p>
<p>Siamo all’ultima puntata, o ci saranno altri colpi di scena?<br />
«L’obiettivo resta quello di prima: indebolire il premier, destabilizzare l’Italia. Quindi attrezziamoci: il peggio non è passato». </p></blockquote>
<p></font></p>
<p><font size="2">L&#8217;intervista completa può essere letta cliccando <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/cosi_servizi_stranieri_hanno_reclutato_patrizia/30-01-2010/articolo-id=417742-page=0-comments=1" target="blank">qui</a>.</font></p>
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