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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Argentina</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>America latina: quattro blocchi di potere</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/america-latina-quattro-blocchi-di-potere/15732/" title="America latina: quattro blocchi di potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/300px_latin_america_orthographic_projection_svg_.eur1w1oa5v4sg40kkk4w8sc8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="America latina: quattro blocchi di potere" ></div></a>Diversamente dal dualismo semplicistico con il quale la Casa Bianca e la maggioranza della sinistra descrivono il processo, in America Latina esistono quattro blocchi di nazioni in contesa tra loro. Ciascuno rappresenta differenti gradi di adeguamento o di opposizione alle politiche e agli interessi americani, che dipenderanno da come gli Stati Uniti definiscano o ridefiniscano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/america-latina-quattro-blocchi-di-potere/15732/" title="America latina: quattro blocchi di potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/300px_latin_america_orthographic_projection_svg_.eur1w1oa5v4sg40kkk4w8sc8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="America latina: quattro blocchi di potere" ></div></a><p><font size="2">Diversamente dal dualismo semplicistico con il quale la Casa Bianca e la maggioranza della sinistra descrivono il processo, in America Latina esistono quattro blocchi di nazioni in contesa tra loro. Ciascuno rappresenta differenti gradi di adeguamento o di opposizione alle politiche e agli interessi americani, che dipenderanno da come gli Stati Uniti definiscano o ridefiniscano i propri interessi secondo i nuovi scenari.</p>
<p>La sinistra radicale annovera la FARC (1) in Colombia; settori dei sindacati e i movimenti contadini e delle baraccopoli in Venezuela; la confederazione operaia CONLUTAS (2)  e settori del Movimento dei Senza Terra in Brasile; settori della Confederazione Operaia Boliviana, i movimenti contadini e le organizzazioni delle baraccopoli di El Alto; settori del movimento contadino-indigeno della CONAIE (3); i movimenti magistrali e indigeno-contadino in Oaxaca, Guerrero e Chiapas, in Messico; settori della sinistra contadino-nazionalista in Perù; settori dei sindacati e dei disoccupati in Argentina. È, questo, un blocco politico eterodosso, disperso, fondamentalmente antimperialista, che rifiuta qualsiasi concessione alle politiche socioeconomiche neoliberiste, si oppone al pagamento del debito estero ed in genere appoggia un programma socialista o nazionalista radicale.</p>
<p>La sinistra pragmatica comprende presidente Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e Fidel Castro a Cuba. Racchiude anche una molteplicità di grandi partiti elettorali e i principali sindacati e unioni contadine dell’America Centrale e del Sudamerica: i partiti elettorali di sinistra, il PRD (4) in Messico, il FMLN (5) nel Salvador, la sinistra elettorale e la confederazione operaia in Colombia, il partito comunista cileno, la maggioranza del partito parlamentare nazionalista peruviano Humala, settori degli esponenti del MST (6) in Brasile, il MAS (7) in Bolivia, la CTA (8) in Argentina e una minoranza del <em>Frente Amplio</em> e della confederazione operaia in Uruguay. Vi è compresa anche la maggioranza degli intellettuali latinoamericani di sinistra. Questo blocco è “pragmatico” perché non fa appello all’espropriazione del capitalismo né al rifiuto del debito estero e tanto meno alla rottura dei rapporti con gli Stati Uniti.</p>
<p>In Venezuela, tra il 2005 e il 2007, le banche private nazionali ed estere hanno ricavato un tasso d’interesse di oltre il 30%. Meno dell’1% del latifondo è stato espropriato per concedere titoli di proprietà ai contadini diseredati. I rapporti tra capitale e manodopera continuano a far pendere la bilancia a favore delle aziende e degli appaltatori. Il Venezuela e il presidente della Colombia, Álvaro Uribe, hanno firmato diversi accordi di cooperazione economica e di sicurezza di alto livello. Mentre promuove una maggiore integrazione latinoamericana, Chávez è alla ricerca di una “integrazione” con Brasile e Argentina, le cui produzioni e distribuzioni di greggio sono controllate dalle corporazioni multinazionali europee e dagli investitori americani. Nonostante Chávez denunci il tentativo americano di sovvertire il processo democratico in Venezuela, il paese fornisce il 12% delle importazioni totali di greggio agli Stati Uniti, è proprietario di 12.000 distributori di benzina CITGO (9) in quel paese e di diverse raffinerie. Il sistema politico del Venezuela è molto aperto all’influenza dei mezzi di comunicazione privati, ferocemente ostili al presidente eletto e al Parlamento. In questo paese sono presenti ONG finanziate dagli Stati Uniti, una dozzina di partiti e una confederazione di sindacati che agiscono a favore dei pianificatori americani. Quasi tutti i funzionari e i membri del Parlamento che sono a favore di Chávez si sono raccolti intorno al suo programma politico più per soddisfare i propri interessi personali che per lealtà populista. Il pragmatismo del Venezuela è un campo molto lucrativo per gli investitori statunitensi, è un affidabile fornitore di energia e stabilisce alleanze con la Colombia, principale cliente degli Stati Uniti in America Latina.</p>
<p>La retorica e il discorso radicale di Chávez non corrispondono alla realtà politica. Se non fosse per l’intransigente ostilità di Washington e per le sue tattiche di continua sfida e destabilizzazione, Chávez apparirebbe agli occhi di tutti come un moderato. È ovvio che settori della grande industria si lamentino per l’incremento dei pagamenti mediante <em>royalties</em>, dividendi sugli utili e imposte. Washington dipinge Chávez come se fosse un “pericoloso radicale”, perché paragona la sua politica a quella remissiva dei precedenti regimi clientelari del Venezuela degli anni ’90. Ma se giudichiamo le prese di posizione di Chávez in politica estera, ammetteremo che, tra il 2000 e il 2007, si è prodotto un cambiamento in ambito internazionale e, di conseguenza, le sue limitate riforme nel settore dell’assistenza sociale, delle imposte e altro, agli occhi degli americani fanno di lui un radicale pragmatico con il quale ci si deve adeguare.</p>
<p>Lo stesso ragionamento va applicato alla politica di Cuba e della Bolivia. Cuba ha stabilito, in America Latina, rapporti diplomatici con quasi tutti i clienti e alleati degli Stati Uniti. Sul fronte diplomatico, ha esplicitamente teso la mano ad Uribe, respinge la sinistra rivoluzionaria della FARC in Colombia e appoggia pubblicamente neoliberisti come Lula da Silva in Brasile, Néstor Kirchner in Argentina e Tabaré Vázquez in Uruguay; per di più ha firmato tutta una serie di accordi con grandi esportatori americani per l’acquisto di generi alimentari. Cuba offre gratuitamente servizi sanitari e di formazione professionale di medici e di educatori ad un esteso numero di regimi clienti degli Stati Uniti, che vanno dall’Honduras a Haiti al Pakistan. Ha aperto le porte agli investitori stranieri dei quattro continenti in tutti i suoi principali settori di sviluppo. Il paradosso è che, mentre Cuba approfondisce la sua integrazione nel mercato capitalista mondiale, sotto lo stimolo di una nuova <em>élite</em> orientata verso il mercato, la Casa Bianca incrementa la sua ostilità ideologica. Questo atteggiamento estremista è applicato anche al regime di sinistra pragmatica di Morales in Bolivia, la cui “nazionalizzazione” non ha espropriato né esproprierà nessuna società straniera. Uno dei suoi principali obiettivi è quello di stimolare gli accordi commerciali tra le <em>élites </em>delle aziende agricole della Bolivia e degli Stati Uniti.</p>
<p>Il terzo e più numeroso dei blocchi politici in America Latina è costituito dai neoliberisti pragmatici: il Brasile di Lula e l’Argentina di Kirchner. Molti sono gli imitatori di questi regimi che si trovano nelle file dell’opposizione liberale di sinistra in Ecuador, Nicaragua, Paraguay e in altri luoghi. Kirchner e Lula sostengono in modo deciso il loro pacchetto di privatizzazioni legali, semilegali e illegali. Entrambi hanno prepagato le loro obbligazioni ufficiali del debito estero e sono alla ricerca di strategie di crescita mediante l’esportazione di minerali e prodotti agricoli, ed hanno incrementato i profitti imprenditoriali e finanziari, diminuendo gli stipendi e i salari.</p>
<p>Esistono anche delle differenze. La strategia a favore dell’industria adottata da Kirchner ha portato ad un tasso di crescita che raddoppia quello raggiunto da Lula; ha ridotto la disoccupazione di un 50%, e ciò contrasta con il fallimento delle politiche d’impiego di Lula. In Argentina, il mercato degli investimenti costituisce, per gli imprenditori e per i banchieri, un terreno favorevole per il conseguimento di alti profitti. Le principali divergenze con Washington scaturiscono dalle negoziazioni intorno all’accordo di libero scambio. Maggiori opportunità di commercio globale e una posizione mercantile più forte conferiscono loro un atteggiamento più deciso sul tavolo dei negoziati. Né Lula né Kirchner avalleranno il tentativo militare statunitense di rovesciare o boicottare Chávez, perché lavorano congiuntamente moltiplicando investimenti e progetti lucrativi nel campo del petrolio e del gas. Riconoscono la natura fondamentalmente capitalista del regime di Chávez, anche se rifiutano la maggior parte del suo radicale discorso antimperialista. Entrambi i presidenti diversificano i loro soci commerciali e cercano di avere accesso nei mercati cinesi ed asiatici.</p>
<p>Washington non è ostile all’Argentina ed ha un rapporto amichevole con il Brasile, ma non è riuscita ad allargare la sua influenza nei confronti di questi governi per la sua incapacità di capire questi regimi di libero scambio “nazionalista”. Il fatto che Kirchner s’impegni a trovare accordi negoziati, investimenti regolati, riscossione delle tasse e rinegoziazione del debito estero, tutto ciò è visto come “nazionalista”, “di sinistra” e al limite del tollerabile. Washington si preoccupa perché le politiche di libero scambio di Lula pretendono che gli Stati Uniti pongano fine ai sussidi e alle quote agricole, così come ha fatto il Brasile. Ma pur di difendere le sue aziende agricole non competitive, Washington sacrifica con il suo estremismo la possibilità di entrare su vasta scala e a lungo termine nel settore industriale e dei servizi del Brasile.</p>
<p>Il quarto blocco politico è composto dai regimi, partiti e associazioni delle <em>élites</em> neoliberiste dottrinarie, che seguono alla lettera i dettami di Washington. È il regime di Felipe Calderón in Messico, che si appresta a privatizzare le lucrative aziende petrolifere e dell’elettricità. È il regime di Michelle Bachelet in Cile, perenne esportatore di minerali e prodotti agricoli; il Centroamerica esportatore di frutta tropicale e gremito di “<em>maquiladoras</em>”. La Colombia, che dalla fine degli anni ‘90 riceve da parte degli americani aiuti militari per cinquemila milioni di dollari. Il Perù, che per più di vent’anni ha privatizzato tutta la sua ricchezza mineraria, attualmente è governato da Alan García, un altro cliente degli Stati Uniti.</p>
<p>Secondo quanto affermano Washington e gli ideologi di destra, nella regione stravince un “populismo radicale”, semplificando in questo modo una complessa realtà per difendere i propri interessi. In realtà, quello che c’è in America Latina è un quadrilatero di forze che competono e si confrontano.</p>
<p>Washington insiste che l’influenza sovversiva del Venezuela e di Cuba indeboliscono la sua posizione in America Latina. Un fattore ancora più importante è dato dall’aumento generalizzato dei prezzi dei beni di consumo, il che significa maggiori entrate da esportazione nella regione. Dunque, i paesi latinoamericani dipendono meno dalle “condizioni” poste FMI al fine di accedere ai prestiti, e ciò limita ancora di più l’influenza americana. Una maggiore liquidità significa poter contare su prestiti commerciali senza dover fare ricorso alla Banca Mondiale. Gli estesi mercati dell’Asia, in particolare, e l’aumento degli investimenti asiatici nelle industrie estrattive latinoamericane erodono ancora di più la leva mercantile americana nella regione. Di fronte alla caduta dell’economia prevista nel 2007, è molto probabile che gli Stati Uniti riducano gli investimenti e il commercio con l’America Latina. In altre parole, a differenza degli anni ’90, l’America possiede minori margini di manovra sui radicali e i neoliberisti pragmatici. L’incapacità di distinguere tra i regimi e l’esagerare il grado e la classe dell’opposizione conduce all’esacerbazione dei conflitti. Continuare ad insistere nel tentativo di raggiungere accordi di libero scambio su scala continentale mediante concessioni non reciproche, vuol dire perdere l’opportunità di ottenere vantaggiosi rapporti commerciali.</p>
<p>Questa è la conseguenza di una configurazione ultraconservatrice da parte dei pianificatori americani e dei loro principali consulenti.</p>
<p>Washington descrive grossolanamente la realtà latinoamericana e legge in maniera scorretta il contesto regionale e internazionale presente, ma a loro volta gli intellettuali di sinistra esagerano sul radicalismo o sulla realtà rivoluzionaria di Cuba e di Venezuela. Sorvolano sulle contraddizioni presenti nella realtà di questi paesi e sugli adeguamenti pragmatici nei confronti dei regimi neoliberisti. Con ridottissima perspicacia storica, essi continuano a credere che i neoliberisti pragmatici come Lula, Kirchner e Vásquez siano dei “progressisti”, e li annoverano insieme con altri personaggi di sinistra pragmatici come Chávez, Castro e Morales. In alcune occasioni identificano i partiti e i regimi secondo le loro identità politiche di sinistra e non secondo le attuali politiche elitarie di libero scambio ed esportazioni agre minerali.</p>
<p>La sinistra deve affrontare il fatto che, nonostante il potere americano sia decaduto, questo si sta riprendendo e avanza da quando le ribellioni di massa hanno abbattuto i suoi clienti tra il 2000 e il 2002. Sono rimaste nel nulla le speranze riposte dalla sinistra nei confronti della vittoria dei vecchi partiti politici elettorali di centrosinistra, in quanto questi non sono stati in grado di modificare le politiche neoliberiste dei loro predecessori. È da ingenui ed è causa di maggiori confusioni considerare la conversione della sinistra al neoliberismo pragmatico come qualcosa di progressista o qualcosa che possa costituire un contrappeso allo strapotere americano.</p>
<p>Il declino dell’influenza statunitense in America Latina non è da considerarsi in maniera lineare: ad una inaspettata caduta ha fatto seguito una parziale ripresa. Nessuna ascesa appoggiata dalla sinistra radicale si salva da un calo d’influenza. I veri trionfatori sono i partiti di sinistra e i neoliberisti pragmatici, i quali sono arrivati al potere dopo la ritirata dei neoliberisti dottrinari e della favorevole congiuntura di sviluppo del mercato mondiale.</p>
<p>(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>* James Petras, professore emerito di Sociologia alla Binghamton University (New York, USA) e professore aggiunto alla Saint Mary&#8217;s University (Halifax,Nuova Scozia, Canada), si presenta come “attivista e scrittore rivoluzionario e antimperialista”. È autore di numerosi libri ed articoli. </em><em>Il presente articolo, tradotto dall’inglese da Ramón Vera Herrera, è apparso in spagnolo sul “Diario La Jornada” (Messico), edizione digitale, 10 marzo 2007 (<a href="http://www.jornada.unam.mx/2007/03/10/index.php?section=opinion&amp;article=030a1pol">http://www.jornada.unam.mx/2007/03/10/index.php?section=opinion&amp;article=030a1pol</a>).</em></p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>1. FARC-EP, Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) (N.d.T.)</p>
<p>2. CONLUTAS, Coordenação Nacional de Lutas, (Coordinamento Nazionale delle Lotte) (N.d.T.)</p>
<p>3. CONAIE, Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) (N.d.T.)</p>
<p>4. PRD, Partido de la Revolución Democrática (Partito della Rivoluzione Democrótica) (N.d.T.)</p>
<p>5. FMLN, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fronte farabundo Martí per la Liberazione Nazionale) (N.d.T.)</p>
<p>6. MST, Movimento Sem Terra (Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra) (N.d.T.)</p>
<p>7. MAS, Movimiento al Socialismo (Movimento per il Socialismo) (N.d.T.)</p>
<p>8. CTA, Central de los Trabajadores Argentinos (Sindacato dei Lavoratori Argentini) (N.d.T.)</p>
<p>9. Citgo Petroleum Corporation, è una società consociata della Petróleos de Venezuela, S.A (PDVSA) (N.d.T.)</font></p>
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		<title>La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 09:23:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-nazionalizzazione-argentina-di-ypf-un-messaggio-per-leuropa/15107/" title="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zeuropa.7xx3m8u6lu8so4og0c8w4co8w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa" ></div></a>La nazionalizzazione da parte dell’Argentina della quota spagnola (Repsol) della compagnia energetica YPF, che diventa così proprietà di Buenos Aires, ci parla direttamente di geopolitica, di Europa e di crisi. Più di una volta su queste pagine abbiamo affrontato la questione dell’importanza dello studio e di un approccio geopolitico nelle scelte a lungo termine non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-nazionalizzazione-argentina-di-ypf-un-messaggio-per-leuropa/15107/" title="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zeuropa.7xx3m8u6lu8so4og0c8w4co8w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa" ></div></a><p><span style="font-size: small;"> La nazionalizzazione da parte dell’Argentina della quota spagnola (Repsol) della compagnia energetica YPF, che diventa così proprietà di Buenos Aires, ci parla direttamente di geopolitica, di Europa e di crisi.</span></p>
<div><span style="font-size: small;">Più di una volta su queste pagine abbiamo affrontato la questione dell’importanza dello studio e di un approccio geopolitico nelle scelte a lungo termine non solo del nostro Paese, ma dell’Europa in generale. Questioni come quella sopra citata ci confermano insistentemente quanto detto in precedenza e sono un campanello di allarme che non solo chi governa, ma anche le famiglie universitarie, e le caste giornalistiche dovrebbero ascoltare con attenzione.</p>
<p>L’azione di un grande Stato come l’Argentina, in crescita e desideroso di spazio economico e geopolitico è non solo comprensibile, ma naturale: quando i rapporti di forza precedenti vengono meno, i nuovi equilibri vanno a modificare una situazione che limita la sovranità di un governo e di un popolo: in questo modo una classe dirigente scrupolosa compie scelte, a volte drastiche, ma che vanno nella direzione di riportare sotto il controllo della propria cittadinanza le attività economiche e le possibilità di crescita che un tempo sarebbero state di altri.</p>
<p>In una situazione di stallo geopolitico, vero o apparente, come quello vissuto per qualche anno dopo il crollo dell’Unione Sovietica, qualcuno si era illuso di cristallizzare tutto, rendendo azioni del genere impossibili, richiamandosi al feticcio del diritto internazionale. In realtà questa “dottrina” non è nient’altro che retorica buona nei momenti meno vitali, in cui chi impone l’equilibrio ha interesse nel dettare regole internazionali per garantirsi lo status quo. Quando lo status quo viene meno, come succede da qualche anno con le economie emergenti che sfidano la superpotenza USA, il diritto internazionale ritorna in soffitta e viene violato proprio da chi lo ha imposto: le regole dell’ONU vengono messe da parte e sono sostituite dagli interventi della NATO; così le concezioni e le strategie geopolitiche tornano apertamente a farla da padrone. E’ quello che sta succedendo nell’America indiolatina, è quello che succede nel campo d’azione statunitense, ma purtroppo è quello che non succede per quanto riguarda l’Europa.</p>
<p>E non si parla dell’espropriazione della multinazionale spagnola Repsol, ma della mancanza di strategia di lungo termine che lascia tutta l’Europa continentale in balia degli eventi.</p>
<p>Come è stato più volte affermato, la crisi economica di cui sentiamo il peso sulle nostre spalle, originata dal mito finanziario e dall’economia senza regole, ha come epicentro specifico gli Stati Uniti ed è particolarmente drammatizzata dal contemporaneo emergere di nuovi spazi geopolitici. Il crescente multipolarismo pone una sfida proprio all’Europa: continuare a non avere una visione geopolitica autonoma e quindi continuare acriticamente ad essere periferia del sistema atlantico, oppure sviluppare una propria strategia sovrana di lungo periodo cercando autonomia e compattezza e dialogando coi grandi spazi geopolitici, in particolare con quelli del condominio eurasiatico.</p>
<p>L’imposizione del sistema geopolitico atlantico &#8211; che aveva avuto origine con la fine della seconda guerra mondiale e con lo sbarco degli Usa sul territorio europeo – fu giustificato in funzione anticomunista durante la guerra fredda. Ma oggi tale sistema si rivela apertamente come uno strumento che consente agli USA di scaricare il peso della crisi sulla periferia (l’Europa continentale) e di preservare la loro prerogativa di centro geopolitico. Quando le nazioni emergenti, come è il caso dell’Argentina, reclamano e riconquistano il proprio ruolo e la propria sovranità, in una sistemazione geopolitica del genere a farne le spese sono proprio gli Stati e i popoli europei.</p>
<p>Non è un caso che dagli Stati Uniti di Obama, sempre pronti a difendere la libertà del mercato e quindi i diritti di investimento delle multinazionali, non una parola si è sino ad ora levata in difesa della società spagnola Repsol e dei suoi “diritti”. Quello che gli USA tutelano è il proprio interesse, per cui il mercato di una potenza emergente come l’Argentina risulta più interessante che non le possibilità connesse all’Europa, la quale rimane periferia, giardino di casa e base del sistema militare NATO.</p>
<p>E’ per questo che anche in Europa sarebbe necessario rendersi conto che l’analisi geopolitica dovrebbe prendere il posto della vuota retorica del diritto internazionale &#8211; ormai in crisi così come le varie organizzazioni internazionali &#8211; e rendersi conto che nessuna coalizione atlantica difende gl’interessi europei. Non esiste più la scusa della minaccia sovietica e Stati come Iran, Russia (per fare due esempi di Paesi criminalizzati gratuitamente e a noi vicini) rappresentano enormi possibilità di crescita politica ed economica per l’Europa, oggi bloccata da vuoti burocratismi e da argomenti retorici legati al passato.</p>
<p><strong>*Matteo Pistilli è redattore di “Eurasia, rivista di studi geopolitici”.</strong></span></div>
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		<title>El mito de la “desconfianza” en las relaciones argentino-chilenas</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 07:19:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[El 2 de abril se conmemorará en Argentina el 30º aniversario del conflicto del Atlántico Sur, que en 1982 enfrentó al país con el Reino Unido en una disputa por la soberanía de las Islas Malvinas, Georgias del Sur y Sándwich del Sur. En este clima y ante una creciente escalada diplomática entre ambos países, dos hechos centran las miradas en el otro lado de la Cordillera de los Andes, específicamente en Chile. 
Por un lado, el arribo a Santiago-el 12 de marzo- del secretario de Estado de Relaciones Exteriores del Reino Unido Jeremy Browne- para una visita que se prolongó por dos días- no carece de significación si pensamos en el segundo hecho: la visita al mismo país, de la Presidenta argentina, Cristina Kirchner, tan solo tres días después.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/el-mito-de-la-desconfianza-en-las-relaciones-argentino-chilenas/15097/" title="El mito de la “desconfianza” en las relaciones argentino-chilenas"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/margent.bgaxy0oilh4wswsw8k48ogs4g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="115" alt="El mito de la “desconfianza” en las relaciones argentino-chilenas" ></div></a><p><font size="2">El 2 de abril se conmemorará en Argentina el 30º aniversario del conflicto del Atlántico Sur, que en 1982 enfrentó al país con el Reino Unido en una disputa por la soberanía de las Islas Malvinas, Georgias del Sur y Sándwich del Sur. En este clima y ante una creciente escalada diplomática entre ambos países, dos hechos centran las miradas en el otro lado de la Cordillera de los Andes, específicamente en Chile. </p>
<p>Por un lado, el arribo a Santiago-el 12 de marzo- del secretario de Estado de Relaciones Exteriores del Reino Unido Jeremy Browne- para una visita que se prolongó por dos días- no carece de significación si pensamos en el segundo hecho: la visita al mismo país, de la Presidenta argentina, Cristina Kirchner, tan solo tres días después. </p>
<p>Hablar de Malvinas en Argentina, o hacerlo en Chile, inevitablemente expande por el aire una extraña sensación de “desconfianza”. Este sentimiento no nace en el año 1982, sino que viene tomando fuerza y arraigándose en la opinión pública ya desde el siglo XIX; siglo que vio nacer a ambos países como Estados-Nación.  </p>
<p>Las hipótesis de conflicto, eran en el siglo XIX y lo fueron en el siglo XX, moneda corriente en la relación entre Santiago y Buenos Aires. Ambos Estados, herederos de la Corona española por medio del principio <em>uti possidetis iuris</em>; han ocupado gran parte de su relación en la búsqueda de soluciones a los problemas limítrofes que se sucedían al momento de hacer valer los documentos históricos sobre el terreno, principalmente en torno a la Patagonia.</p>
<p>En 1978 el conflicto por el Canal de Beagle estuvo a punto de llevar a la guerra a los dos países. Finalmente en 1984 se firmó el Tratado de Paz y Amistad que determinó “la solución completa y definitiva” al fijar el límite en disputa, e incorporó el importante principio de solución pacífica para eventuales controversias entre ambos Estados.</p>
<p>Entonces, si en 1982 no nace la sensación de desconfianza, si es cierto que el conflicto del Atlántico Sur fue la oportunidad para que se enraizara con más fuerza en la opinión pública de cada país: Argentina, gobernada por una dictadura militar, enfrentó a una potencia militar de primer orden, sin contar con el apoyo chileno, quien gobernado por el dictador Augusto Pinochet optó por apoyar a Gran Bretaña.</p>
<p>Pero, ¿qué implicancias reales tiene en las relaciones bilaterales esta sensación de desconfianza?</p>
<p>La Concertación de Partidos por la Democracia (más conocida como La Concertación a secas) que gobernó Chile desde 1990 hasta el año 2010, emprendió un gradual distanciamiento de la postura de apoyo material y político al gobierno de ocupación colonial de las Islas-que había sido característico de la dictadura pinochetista- a una actitud más amistosa con Buenos Aires. De acuerdo a Cristian Leyton Salas esto ocurrió, primero, buscando establecerse como un tercer actor conciliador entre las partes, luego, convirtiéndose en un verdadero aliado de Argentina en su demanda por la restitución de las Islas a su soberanía. </p>
<p>Las relaciones actuales entre ambos pueblos latinoamericanos están en un gran momento histórico. Argentina fue el primer destino internacional del Presidente Sebastián Piñera, inmediato a las elecciones. Las relaciones a nivel subnacional han crecido de manera notable: el proyecto de integración física materializado en el futuro Túnel Internacional Paso Aguas Negras en la IV Región, ha sido entusiastamente promovido por el Gobernador de San Juan (Argentina) y por la Intendencia Regional de Coquimbo (Chile). En este sentido también sirven de ejemplo el anhelo de una pronta concreción de los Ferrocarriles Trasandino del Norte, Trasandino Central y Trasandino del Sur, agilizando las obras de infraestructura necesarias en cada país para facilitar la circulación entre puertos sobre el Atlántico y sobre el Pacífico. No obstante, parecerían ser sobre todo las relaciones en materia de defensa, las que disiparían la tesis de desconfianza entre los Gobiernos. </p>
<p>La Fuerza de Paz Combinada (iniciativa inédita en la región que demuestra el grado de cooperación entre las FF.AA.) constituye un gesto de enorme madurez en la relación binacional, que demuestra claramente la disposición chilena y argentina a construir un futuro común sobre la base de la cooperación por la paz. </p>
<p>La llegada de Jeremy Browne a Chile y sus críticas a Buenos Aires a raíz del conflicto por las islas Malvinas, reaniman la sensación de desconfianza; pero son los datos concretos, quienes nos demuestran que tal sensación solo existiría a nivel de la opinión pública. </p>
<p>La diplomacia británica fracasó a mediados de enero cuando envió a Brasil a su Canciller William Hague en búsqueda de apoyos. Chile, parecería ser la última carta que le queda jugar al Reino Unido. Pero el país transandino se mantuvo fiel a su postura: tener una relación constructiva con sus vecinos, y en este sentido apoyar &#8220;los legítimos derechos de la República Argentina en la disputa de soberanía relativa a la cuestión de las referidas islas&#8221; como ya fue manifestado en 2008 junto a otros países de la región. </p>
<p>La visita de Cristina Kirchner a Chile también puede leerse como una muestra más de la inexistencia de desconfianza a nivel oficial y constituye una refundación de las relaciones. Sebastian Piñera se expresó en este sentido: &#8220;el pasado ya está escrito, pero el futuro depende de lo que sepamos construir a partir de esta unidad&#8221;. En este marco, los programas acordados vinculados a la salud, la infraestructura y la educación, y los relativos a la conexión física como el arriba menciondo Túnel Internacional Paso Aguas Negras que vendría a concretar el anhelo de un corredor que una Porto Alegre, en el Atlántico brasileño, con Coquimbo en el Pacífico (acuerdo que naturalmente concentró los esfuerzos debido a que ambos países comparten la tercer frontera más larga del mundo-5.300 Km de largo) son los datos concretos sobre los que debemos pararnos al momento de evaluar las relaciones argentino-chilenas y constituyen también la base para arriesgar un pronóstico futuro. </p>
<p>La renovación del apoyo chileno al reclamo argentino por Malvinas y el compromiso de cumplir con la disposición de que barcos con la bandera de la islas no pueden ingresar a sus puertos (medida aprobada por la Unasur y el Mercosur) es otro hecho importante para tener en cuenta. </p>
<p>La consolidación y profundización de los vínculos a nivel gubernamental, será positivo para fortalecer los lazos entre las sociedades, y permitirá dicipar ese fantasma histórico de desconfianza, que como observamos, solo circula en la opinión pública. Son los gobiernos quienes tienen la responsabilidad de no hacer uso político de esta &#8220;desconfianza&#8221;, sentimiento que puede desatar otras fuerzas más peligrosas, que podrían poner un freno, a este proceso histórico de afianzamiento de relaciones mutuamente beneficiosas; único camino hacia la Patria Grande Latinoamericana.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le Isole Malvine e la disputa per il petrolio</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 14:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Paesi sudamericani, facenti parte dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), hanno denunciato in una dichiarazione rilasciata durante il loro vertice il 18 marzo, i piani di esplorazione petrolifera nelle disputate Isole Malvine (o Falkland secondo la dizione imperialistica), tra crescenti tensioni tra iRegno Unito e Argentina per l’arcipelago. L’UNASUR è stato creata nel 2008 e in essa vi sono i 12 paesi del continente sudamericano. “La presenza militare britannica nelle Falklands è contro la politica della regione per cercare una soluzione pacifica alla controversia sovranità sulla zona e i Paesi ribadiscono il rifiuto di tale presenza”, hanno dichiarato i ministri degli esteri dell’UNASUR nel documento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/le-isole-malvine-e-la-disputa-per-il-petrolio/14676/" title="Le Isole Malvine e la disputa per il petrolio"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/malouines1.6hen0uslh1oo8w84og08go0g0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Le Isole Malvine e la disputa per il petrolio" ></div></a><p><font size="2">I Paesi sudamericani, facenti parte dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), hanno denunciato in una dichiarazione rilasciata durante il loro vertice il 18 marzo, i piani di esplorazione petrolifera nelle disputate Isole Malvine (o Falkland secondo la dizione imperialistica), tra crescenti tensioni tra iRegno Unito e Argentina per l’arcipelago.<br />
L’UNASUR è stato creata nel 2008 e in essa vi sono i 12 paesi del continente sudamericano. “La presenza militare britannica nelle Falklands è contro la politica della regione per cercare una soluzione pacifica alla controversia sovranità sulla zona e i Paesi ribadiscono il rifiuto di tale presenza”, hanno dichiarato i ministri degli esteri dell’UNASUR nel documento.</p>
<p>I Paesi UNASUR hanno inoltre respinto “le unilaterali attività britanniche nella zona contesa, che includono, tra le altre cose, l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse argentine rinnovabili e non”.</p>
<p>Tuttavia, è stato il Venezuela che ha usato i termini più forti per esprimere il sostegno all’Argentina. Il ministro degli Esteri di quel Paese, Nicolas Maduro, ha detto ciò che “il Regno Unito ha fatto nelle ultime settimane è grossolano” e ha esortato l’UNASUR ad azioni più forti. L’atteggiamento del primo ministro britannico, David Cameron, e del suo ministro degli Esteri, William Hague, ha affermato Maduro, è connotato da “arroganza, prepotenze e disprezzo verso l’Argentina, e se contro l’Argentina, è pure contro di noi tutti”.<br />
Il Regno Unito ha colonizzato le Isole Lavine, che si trovano a 300 miglia al largo della costa argentina, nel 1833. Da allora le isole, che hanno circa 3.000 abitanti, per lo più di origine britannica, sono state dichiarate territori britannici d’oltremare. Londra ha ignorato gli appelli dalle Nazioni Unite di avviare il processo di decolonizzazione e ha inviato nelle ultime settimane la nave da guerra più sofisticata, il cacciatorpediniere HMS Dauntless, e un sottomarino nucleare verso le isole per scoraggiare l’Argentina a lanciare un’operazione militare tesa a recuperare le isole, come accadde nel 1982.</p>
<p><strong>Le compagnie britanniche</strong></p>
<p>La dichiarazione dei Paesi del Sud America è stata respinta dai britannici che insistono sul loro diritto a sviluppare le risorse su quelle isole, la cui sovranità, Londra non è affatto intenzionata a rinunciare.</p>
<p>Col sostegno ufficiale garantito, le compagnie britanniche petrolifere hanno già iniziato le loro attività sulle isole. Recentemente, una società, la Rockhopper, ha annunciato che sta cercando un partner per un progetto di esplorazione del valore di due miliardi. Altre società britanniche, Borders &#038; Southern Petroleum e Falkland Oil and Gas Ltd. hanno iniziato a sondare quest’anno due pozzi esplorativi in acque più profonde a sud delle isole.</p>
<p>Edison Investment Research, una società londinese di analisi finanziarie, ha pubblicato il mese scorso un rapporto ottimista sulle riserve di petrolio nelle Malvine. Secondo tale analisi, la zona a sud delle isole potrebbe avere fino a dieci volte più petrolio rispetto ai 450 milioni di barili, che costituiscono le riserve stimate del campo di Sea Lion, con un fatturato potenziale superiore a 100 miliardi di dollari.</p>
<p>L’Argentina sostiene che l’esplorazione ed estrazione di petrolio da parte del Regno Unito sono illegali, e si è ripromessa di intraprendere azioni legali contro le compagnie che effettuano tali operazioni. “Intraprenderemo azioni amministrative, civili e penali nei confronti delle imprese coinvolte nell’esplorazione,” ha detto il ministro degli esteri argentino, Hector Timerman. Ha ribadito che l’Argentina aveva già comunicato a tali aziende “che agiscono illegalmente”.</p>
<p><strong>Le speranze degli isolani</strong></p>
<p>Nel frattempo, gli abitanti delle Malvine si aspettano il petrolio per dare una spinta maggiore all’economia delle isole, che fino a poco tempo fa era quasi inesistente. La maggior parte di essa ruotava attorno alla produzione di ovini e dell’agricoltura di sussistenza. Il maggior numero degli abitanti viveva grazie alle sovvenzioni provenienti dal Regno Unito.</p>
<p>Dopo la guerra del 1982, la situazione è cambiata per due fattori: la concessione delle licenze di pesca, che ha portato alla creazione nelle isole di rappresentanti di varie società internazionali di pesca e la creazione di strutture militari e navali.</p>
<p>Oggi, gli isolani godono di un reddito pro capite di 50.000 dollari e sono state istituite diverse aziende nel territorio. I residenti ora si aspettano che il petrolio possa migliorare ulteriormente la salda economia delle isole, e gli ottimisti ritengono che le isole potrebbero diventare – grazie ai proventi del petrolio, alle royalties e alle imposte –un luogo di enorme ricchezza e sviluppo. Tutti si attendono un vigoroso miglioramento in materia di occupazione e infrastrutture, anche se alcuni temono che la vita pacifica dell’arcipelago venga meno con l’arrivo massiccio di tecnici e nuovi abitanti.</p>
<p>Molti credono che – consapevole della ricchezza petrolifera immensa che racchiudono le isole – l’Argentina aumenterà le sue azioni volte a ripristinare la propria sovranità sulle Malvine e ciò potrebbe condurre ad un aumento delle tensioni con il Regno Unito nei prossimi anni.</p>
<p><em>Al manar</em></font></p>
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		<title>Il mito della sfiducia nelle relazioni cileno-argentine</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 09:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[America Latina]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 2 aprile si commemorerà in Argentina il 30º anniversario del conflitto del Sud Atlantico, che nel 1982 ha avuto come protagonisti la stessa Argentina e il Regno Unito in una disputa sulla sovranità delle isole Malvine, Georgia del Sud e Sandwich Meridionali. In questo clima e con la crescente escalation diplomatica tra entrambi i Paesi, due eventi attraggono l’attenzione dall’altra parte della Cordigliera delle Ande e nello specifico in Cile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mito-della-sfiducia-nelle-relazioni-cileno-argentine/14536/" title="Il mito della sfiducia nelle relazioni cileno-argentine"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/margent1.bxuoen9ftjk8o0s8g8cwc48wk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="115" alt="Il mito della sfiducia nelle relazioni cileno-argentine" ></div></a><p><font size="2">Il 2 aprile si commemorerà in Argentina il 30º anniversario del conflitto del Sud Atlantico, che nel 1982 ha avuto come protagonisti la stessa Argentina e il Regno Unito in una disputa sulla sovranità delle isole Malvine, Georgia del Sud e Sandwich Meridionali. In questo clima e con la crescente escalation diplomatica tra entrambi i Paesi, due eventi attraggono l’attenzione dall&#8217;altra parte della Cordigliera delle Ande e nello specifico in Cile.</p>
<p>In primis l&#8217;arrivo a Santiago &#8211; il 12 marzo &#8211; del Segretario di Stato per gli Affari Esteri del Regno Unito Jeremy Browne per una visita della durata di due giorni. Non è irrilevante se consideriamo il secondo evento: la visita, nello stesso Paese, della presidentessa argentina Cristina Kirchner appena tre giorni dopo.</p>
<p>Parlare delle Malvinas in Argentina o farlo in Cile, inevitabilmente diffonde nell’aria una strana sensazione di &#8220;sfiducia&#8221;. Questo sentimento non nasce nel 1982, ma ha guadagnato forza e si è radicando nell&#8217;opinione pubblica già dal XIX secolo, durante il quale si assistette all’affermazione di entrambe i Paesi come Stati-Nazione.</p>
<p>Le ipotesi di conflitto vi erano nel XIX secolo e sono proseguite nel XX secolo: una consuetudine nel rapporto tra Santiago e Buenos Aires. I due Stati, eredi della Corona spagnola attraverso il principio uti possidetis iuris, hanno impegnato gran parte delle loro relazioni alla ricerca di soluzioni ai problemi di confine che si sono verificati dal momento in cui furono presentati i documenti storici sul terreno principalmente intorno alla Patagonia.</p>
<p>Nel 1978 il conflitto nel Canale di Beagle portò quasi alla guerra i due Paesi. Infine, nel 1984 è stato firmato il Trattato di Pace e Amicizia che ha determinato &#8220;la soluzione completa e definitiva&#8221; per tracciare la linea della controversia ed ha incorporato l&#8217;importante principio della soluzione pacifica delle eventuali controversie.</p>
<p>Quindi, se nel 1982 non è nato il sentimento di sfiducia reciproco a livello istituzionale, è vero anche che il conflitto nel Sud Atlantico è stata l&#8217;occasione per radicare fortemente tale sfiducia nell&#8217;opinione pubblica di entrambi i Paesi: l&#8217;Argentina, governata da una dittatura militare entrò in guerra contro una potenza militare senza il supporto del Cile che, governato dal dittatore Augusto Pinochet, scelse di sostenere la Gran Bretagna.</p>
<p>Ma questo sentimento di sfiducia che implicazioni reali ha nelle relazioni bilaterali?</p>
<p>La Concertazione dei Partiti per la Democrazia (meglio nota come La Concertazione) che governò il Cile dal 1990 al 2010, ha iniziato un graduale passaggio dalla posizione di sostegno materiale e politico al governo di occupazione coloniale delle isole &#8211; supporto che era stato caratterizzante della dittatura di Pinochet – ad un atteggiamento amichevole nei confronti di Buenos Aires. Secondo Christian Salas Leyton questo è accaduto, in primo luogo, con il tentativo cileno di affermarsi come un terzo attore conciliatore tra le parti e poi, diventando un vero e proprio alleato dell’Argentina nel recupero della sovranità sulle Isole.</p>
<p>Le relazioni attuali tra le due Nazioni dell&#8217;America Latina sono in un grande momento storico. L&#8217;Argentina è stata la prima tappa internazionale del Presidente Sebastian Piñera successivamente alla sua elezione. Le relazioni subnazionali sono cresciuti in modo significativo: il progetto di integrazione fisica si materializzerà con la realizzazione del progetto Tunnel Internazionale &#8220;Paso de Aguas Negras&#8221; nella regione IV &#8211; promosso con entusiasmo dal Governatore di San Juan (Argentina) e la Municipalità Regionale di Coquimbo (Cile). In questa direzione può essere citato quale esempio il desiderio di realizzare, in tempi rapidi, le Ferrovie Trasandino Nord, centrale e meridionale, accelerando le opere d&#8217;infrastruttura necessarie in ogni Paese per facilitare il movimento tra i porti sull&#8217;Atlantico e quelli  che si affacciano sul Pacifico. Tuttavia, sembrano essere particolari le relazioni tra i ministeri della difesa volti a dissolvere definitivamente la tesi della sfiducia tra i due governi.</p>
<p>La Forza di Pace Combinata (iniziativa inedita della Regione che mostra il grado di cooperazione tra le Forze Armate) è un gesto di grande maturità nel rapporto bilaterale, che dimostra chiaramente la vocazione, di Cile e Argentina, alla costruzione di un futuro comune basato sulla cooperazione per la pace.</p>
<p>L&#8217;arrivo di Jeremy Browne in Cile e la sua critica nei confronti di Buenos Aires per il conflitto sulle isole Malvinas però, fa rivive il sentimento di sfiducia popolare nei confronti della politica cilena.</p>
<p>La diplomazia britannica ha fallito a metà gennaio, quando ha mandato in Brasile il suo Ministro degli Esteri William Hague in cerca di sostegno. Il Cile sembrerebbe l&#8217;ultima carta da giocare a livello diplomatico da parte del Regno Unito, ma il Paese trasandino è rimasto fedele alla sua posizione: avere un rapporto costruttivo con i suoi vicini, e in questo senso, sostenere &#8220;i diritti legittimi dell’ Argentina nella controversia relativa alla sovranità di dette isole&#8221; &#8211; come è già stato ribadito nel 2008 insieme ad Altri paesi della Regione Latina.</p>
<p>La visita di Cristina Kirchner in Cile può anche essere letta come un segnale di fiducia ufficiale nei confronti di Santiago e come una rifondazione delle relazioni tra i due Paesi. Sebastian Piñera ha dichiarato a tal proposito che &#8220;il passato è già scritto, ma il futuro dipende da ciò che sapremo costruire su questa unità&#8221;. In questo contesto, i programmi concordati relativi alla salute, alle infrastrutture, all’istruzione – non dimentichiamo quelli riguardanti la connessione fisica, come pocanzi citato, con il Tunnel Internazionale &#8220;Paso de Aguas Negras&#8221; che realizzerebbe il desiderio di un corridore tra Porto Alegre (in Brasile) e Coquimbo, nel Pacifico. Quest’ultimo accordo, naturalmente, concentra gli sforzi maggiori delle due nazioni dato che condividono la terza più lunga frontiera del mondo (5.300 km di lunghezza) – vanno a consolidare le intenzioni di cooperazione andina.</p>
<p>È sulla base di queste relazioni bilaterali che dobbiamo basarci quando valutiamo le relazioni argentino-cilene e queste rappresentano la base per impostarne una previsione futura.</p>
<p>Il rinnovo del sostegno cileno alla pretesa argentina sulle Malvinas e l&#8217;impegno a rispettare la disposizione secondo la quale, le navi che battono bandiera delle Falkland, non possono entrare nei loro porti (approvata dal UNASUR e il Mercosur) , rappresentano un altro fattore rilevante di cui tener conto nelle nostre considerazioni.</p>
<p>Il consolidamento e l&#8217;approfondimento dei legami a livello governativo, sarà positivo per rafforzare anche i legami tra le popolazioni in modo da dissipare il fantasma storico della sfiducia che, come è noto, aleggia solo nell&#8217;opinione pubblica. Sono i governi ad avere la responsabilità di non fare un uso politico di questa &#8220;sfiducia&#8221;, sentimento che potrebbe innescare altre forze più pericolose e capaci di mettere un freno a questo processo storico di consolidamento dei rapporti reciprocamente vantaggiosi; unico modo per costruire la Patria Grande Latinoamericana.</p>
<p><em><strong>*Maximiliano Barreto è laureando in Relazioni internazionali all’Università Nazionale di Rosario (Argentina)</strong></em></font></p>
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		<title>La crisi del debito in Italia e la lezione argentina</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 23:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La situazione che oggi vive l’Italia corrobora quella frase di Carl Marx: “La storia si ripete due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. L'Argentina ha già attraversato nei primi anni del secolo l'esperienza che oggi tocca all'Italia. L'Italia d'oggi rispecchia il fallimento argentino del 2001 e lo manifesta nel contenuto dei due piani di aggiustamenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-crisi-del-debito-in-italia-e-la-lezione-argentina/12189/" title="La crisi del debito in Italia e la lezione argentina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/berlusconi_fernandez_de_k_007.49w0vcfb65s0488gw0so8go8k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="La crisi del debito in Italia e la lezione argentina" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fino quasi alla fine</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> degli anni ’90, la Argentina era vista come uno dei paesi che aveva avuto successo nell’applicazione delle ricette del Consenso di Washington. Tale</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> era l&#8217;opinione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della maggior parte degli analisti ortodossi e anche del governo degli Stati Uniti. Le riforme strutturali dello Stato, che l&#8217;hanno ridotto al minimo, erano legate al contesto della globalizzazione finanziaria.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure, il nu</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ovo secolo ha trovato il paese nella più grande recessione dalla Prima Guerra Mondiale. Nessuno dei presunti benefici del neoliberismo si è manifestato.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crisi finanziaria </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">investì tutto il paese con la sua conseguenza: una gigantesca crisi sociale. Il </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">tasso di disoccupazione ascendeva al 25%. Su raccomandazione</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> del FMI, il governo cercò d&#8217;</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">effettuare le famose &#8220;politiche di aggiustamento&#8221;, nel vano tentativo di superare la crisi. Il taglio iniziale del 13% su stipendi e pensioni e l’aumento delle tasse non fecero altro che approfondire la recessione. Le dure misure fiscali furono coadiuvate dall&#8217;assistenza finanziaria esterna. “Il Blindaggio” (</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>el Blindaje</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) fu uno dei tanti pacchetti di sostegno finanziario – pari a 40 miliardi di dollari statunitensi -, ma neppure questo fu utile, e lo Stato non poté evitare di dichiarare il </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>default.</em></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La peculiarità della</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> soluzione alla crisi fu che, da quel momento, l&#8217;Argentina ruppe con il FMI e inaugurò un modello economico che includeva la produzione per il mercato interno, la diversificazione del sistema industriale e una forte regolamentazione statale. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La pianificazione</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e gestione della ristrutturazione del debito avvennero senza la sua interferenza, e il veloce recupero economico che comincio un trimestre dopo si verificò </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>nonostante</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> il FMI. L&#8217;atteggiamento negativo del FMI è rimasto per lungo tempo, e fu solo nel</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> maggio del 2003 che Anne Krueger riconobbe pubblicamente l&#8217;errata diagnosi, dicendosi sorpresa dal rapido recupero.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La situazione che </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">oggi vive l’Italia corrobora quella frase di Carl Marx: “La storia si ripete due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. L&#8217;Argentina ha già attraversato nei primi anni del secolo l&#8217;esperienza che oggi tocca all&#8217;Italia; ovviamente il contesto è diverso. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Oggi </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">si sta generalizzando il rifiuto delle raccomandazioni del FMI; le economie emergenti come la Cina si lamentano della mancanza di imparzialità; anche la stessa instituzione ha recentemente fatto una forte autocritica per i suoi errori nell&#8217;identificare le radici della crisi attuale.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla luce di ciò, cosa pensare di ciò</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che sta facendo Italia?</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come al solito, il FMI ha richiesto</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> – lo scorso luglio – al governo italiano di applicare misure decise per ridurre il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>deficit fiscale</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, davanti ad una scenario nel quale i mercati  sono scettici sulla sostenibilità del pesante debito.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Italia</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha approvato </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">in rapida sequenza due piani di aggiustamento. Il piano recentemente approvato garantirà un risparmio di 45.000 milioni </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di euro, cifra che si somma ai 79.000 milioni previsti dal primo piano.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">obiettivo di entrambe le operazioni, che ascendono a 124.000 milioni di euro, è garantire che il deficit sia del 3,9% nel 2011, 1,6% alla fine del 2012 e dello 0% nel 2013 e così rassicurare i mercati sulle finanze pubbliche del paese mediterraneo. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Di nuovo, le decisioni politiche </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">servono per salvare i mercati.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il mercato finanziario è il primo responsabile della crisi ed è l’unico grande vincitore: </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">i suoi attacchi speculativi creano paura e sono il mezzo attraverso il quale ottengono profitti straordinari, ogni volta più redditizi a scapito della sicurezza degli Stati e del sacrificio del popolo dei paesi interessati.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Italia d&#8217;oggi rispecchia il fallimento argentino del 2001 e lo manifesta nel contenuto dei due piani</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di aggiustamenti: il primo tenta d&#8217;ottenere un risparmio per la via tipica, tagliando pensioni e ritardando la età di accesso alle stesse. Inoltre, ha introdotto il “co-pagamento” nella sanità.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il secondo cerca di</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> diminuire la spesa e incrementare le entrate: le misure comprendono una maggiore facilità per il licenziamento, adattare la età di pensionamento alla speranza di vita, unire alcune feste con la domenica per aumentare la produttività, e diminuire la spesa della politica. D’altra parte, alle regioni e alle aziende municipali, lo Stato taglierà i suoi contributi di 9.500 milioni di euro in due anni. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si è anche</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> discussa la possibilità di liberalizzare i servizi pubblici locali e promuovere le privatizzazioni. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un dato importante è che il debito italiano, superiore al 120% del Prodotto Interno Lordo, è </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il secondo più alto della zona euro dietro a quello della Grecia. Il tasso di crescita economico italiano è inferiore a quello medio, dunque mette a rischio il pagamento del debito nel medio termine.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;Italia ha bisogno di molti</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> soldi per soddisfare i suoi creditori. Deve vendere debito per 80.000 milioni di euro nei prossimi mesi, nonostante il mercato sia in calo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come si è visto, non parliamo di paesi periferici come la Grecia, l&#8217;Irlanda o il Portogallo, ma </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di uno dei tre più grandi d&#8217;Europa. Lo stesso presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, ha ammesso che la caduta dell’Italia sarebbe la fine dell&#8217;euro. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Settimana scorsa si è celebrato il summit del G20 </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a Cannes. Lì, uno degli annunci più importanti è stato che l’Italia sarà sotto vigilanza del FMI. Ciò conferma  che il FMI non ha ancora perso tutto il potere e che </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il governo italiano continuerà con la stessa politica a favore dei mercati.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al contrario, il discorso della presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner, forse per esperienza, è stato molto, molto </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">diverso nei toni.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ha chiesto di porre fine al “anarco</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">-capitalismo finanziario” e ha accusato giustamente  il sistema finanziario e i suoi gestori di avere la responsabilità della crisi; gli unici che beneficiano della caduta o del rialzo del mercato azionario.</span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ora, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">non rimane molto da fare: solo che il governo italiano abbia il coraggio di difendere davvero gli interessi del popolo, e non si preoccupi solo di spogliare le risorse di milioni di italiani a vantaggio d&#8217;un gruppetto di manipolatori del mercato.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Maximiliano Barreto è laureando in Relazioni internazionali all&#8217;Università Nazionale di Rosario (Argentina).</strong></em></span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
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		<title>Malvinas o Falkland: una sovranità che è destinata a contrapporre il nuovo sistema emergente Indiolatino al vecchio sistema occidentale.</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 13:00:55 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/malvinas-o-falkland-una-sovranita-che-e-destinata-a-contrapporre-il-nuovo-sistema-emergente-indiolatino-al-vecchio-sistema-occidentale/12079/" title="Malvinas o Falkland: una sovranità che è destinata a contrapporre il nuovo sistema emergente Indiolatino al vecchio sistema occidentale."><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zmalvinas.7zv1g37fx008kwswcw0k8go04.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="Malvinas o Falkland: una sovranità che è destinata a contrapporre il nuovo sistema emergente Indiolatino al vecchio sistema occidentale." ></div></a>Nell’aprile 1982 l’esercito argentino invase le Falkland rivendicandone la sovranità a discapito dell’Inghilterra. Senza dimenticarne il valore oggettivo, che vedremo in seguito, l’azione militare aveva in quel momento delle finalità propagandistiche: l’obiettivo finale era quello di distogliere l’attenzione della popolazione dall’operato di una dittatura sanguinaria e repressiva e di spostarla su un “nemico” esterno e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/malvinas-o-falkland-una-sovranita-che-e-destinata-a-contrapporre-il-nuovo-sistema-emergente-indiolatino-al-vecchio-sistema-occidentale/12079/" title="Malvinas o Falkland: una sovranità che è destinata a contrapporre il nuovo sistema emergente Indiolatino al vecchio sistema occidentale."><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zmalvinas.7zv1g37fx008kwswcw0k8go04.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="Malvinas o Falkland: una sovranità che è destinata a contrapporre il nuovo sistema emergente Indiolatino al vecchio sistema occidentale." ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Nell’aprile 1982 l’esercito argentino invase le Falkland rivendicandone la sovranità a discapito dell’Inghilterra. Senza dimenticarne il valore oggettivo, che vedremo in seguito, l’azione militare aveva in quel momento delle finalità  propagandistiche: l’obiettivo finale era quello di distogliere l’attenzione della popolazione dall’operato di una dittatura sanguinaria e repressiva e di spostarla su un “nemico” esterno e soprattutto distante 12.000 Km. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In Argentina era forte la sofferenza popolare nei confronti del regime di Galtieri che rispondeva di contro accrescendo la popolazione dei </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>desaparecidos</em></span></span><span><span style="font-size: medium"><em><strong>. </strong></em></span></span><span><span style="font-size: medium">Col tempo però il regime di terrore non fu più sufficiente a mantenere nel torpore la coscienza popolare che riscoprì  l’attivismo politico e la forza di contestare apertamente le ingiustizie dittatoriali. Galtieri aveva bisogno di un diversivo in grado di riportarlo in una posizione di stabilità interna e quale miglior occasione del risveglio del nazionalismo argentino?</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ecco perché la mattina del 2 Aprile 1982 la popolazione argentina si risvegliò con la notizia dello sbarco delle truppe nazionali sulle coste delle Falkland. L’idea di riportare le isole sotto la bandiera sudamericana e traslare il nome anglofono Falkland nel più argentino Malvines* fece riunire la popolazione argentina nel nome dell’orgoglio nazionale e paradossalmente il regime di Galtieri, tanto odiato e prossimo a capitolare, si ritrovò osannato dall’intera Nazione. La strategia sin qui esposta mi è stata confermata da un’intervista informale fatta a </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Juan Carlos Iampietro (nato a Buenos Aires nel 1958) </em></span></span><span><span style="font-size: medium">– un ex dipendente pubblico argentino che oggi risiede in Italia. Il Signor </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Iampietro</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> nel ripercorrere la situazione socio-politica durante la dittatura ha avuto modo di approfondire l’episodio della guerra delle Malvines del 1982:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“… <span><span style="font-size: medium"><em>il 2 Aprile 1982 il dittatore di turno chiamato Galtieri decise di occupare queste isole. I militari argentini dovevano spostare l’attenzione del popolo visto che il clima sociale di quei giorni era molto delicato. Basti pensare che il giorno prima dell’occupazione il popolo argentino ha manifestato davanti alla casa del governo e stava per entrarci. Il clima era teso. Il giorno dopo ci siamo svegliati con la notizia dell’occupazione.  La gente aveva cambiato il nemico: adesso erano gli inglesi&#8230; è stato tutto molto stupido e il risultato furono tanti soldati morti: ragazzi di 18 anni che facevano il servizio militare si sono ritrovati sopra una nave per partire. Sull’isola i ragazzi hanno lottato con patriottismo, senza mai tradire il popolo argentino.  Le isole, si diceva a quei tempi, appartenevano alla signora Tatcher che era  prima ministro </em></span></span><span><span style="font-size: medium">(inglese)</span></span><span><span style="font-size: medium"><em>. La gente che abita sull’ isola é tutta inglese: lavorano e commerciano lana e carne di pecora ma la vera ricchezza è sotto il mare ( petrolio e pesce)… la gente dell’ Isola non si è comportata male con i nostri soldati…”</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dallo stralcio di intervista riportato si individuano diverse tematiche interessanti e meritevoli di approfondimento. Innanzi tutto viene confermata la funzionalità del conflitto del 1982: distogliere l’attenzione della popolazione da problematiche endogene ad una situazione esogena alla Nazione. Il tutto, se pur per un breve periodo, ha rinvigorito la legittimità del potere – portando in secondo piano il costo di vite umana della stessa operazione militare. Galtieri  sottovalutò però l’orgoglio inglese che reagì immediatamente e in maniera decisa all’offesa subita ripristinando la propria sovranità il 14 giugno 1982. Si può dedurre che è proprio questo il sentimento scatenante del </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>Conflitto delle Falkland</em></span></span><span><span style="font-size: medium">: l’orgoglio. Anche perché nel 1982 non si era in possesso della tecnologia necessaria per individuare il potenziale energetico presente nei fondali marini dell’arcipelago; per di più la popolazione presente sull’isola ammontava a 1500 individui, numero “irrilevante” per giustificare una così dura e rapida risposta inglese.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Oggi, invece, l’arcipelago britannico torna ad essere oggetto di attriti internazionali non più per strategie politiche, ma per motivazioni economiche e più indirettamente, per un riaffiorare della </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>“consapevolezza latinoamericana”.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per quanto concerne “l’oro nero”, già in passato (1998) vi furono iniziative volte a quantificare il potenziale petrolifero dei fondali marini dell’arcipelago. Ma le principali multinazionali interessate – tra cui la Shell – arrivarono all’unanime conclusione che le riserve presenti non garantivano un quantitativo di greggio sufficiente a giustificare l’investimento economico necessario per la trivellazione. Il tempo trascorso dal ’98 ad oggi ha notevolmente cambiato gli scenari: l’innovazione tecnologica consente una più accurata analisi del sottosuolo e delle risorse celate al suo interno; le risorse energetiche sono sempre più il fulcro delle strategie relazionali internazionali, specialmente se non rinnovabili; scendendo ad un livello più materiale e monetario, dal ’98 ad oggi il prezzo del petrolio è passato da 10 $ al barile a circa 100 $. Questo mix di fattori ha spinto il gruppo inglese Rockhopper a manifestare l’intenzione di investire 2 miliardi di dollari per l’estrazione di petrolio al largo delle Falkland. Il progetto è di certo ambizioso ed ha lo scopo di raggiungere i 120.000 barili di estrazione giornaliera entro il 2018. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il reale intento inglese di approfondire l’analisi della vasta area marina dell’arcipelago ha risvegliato “l’orgoglio” argentino che negli ultimi giorni per voce del suo massimo esponente – il presidente </span></span><span><span style="font-size: medium">Fernández</span></span><span style="color: #333333"><span><span style="font-size: medium"> – </span></span></span><span><span style="font-size: medium">ha rivendicato la sovranità sulle isole e sull’annesso mare. Tale rivendicazione si è concretizzata con la limitazione della navigazione delle acque argentine a discapito delle imbarcazioni inglesi e il sorvolo dei cieli previa autorizzazione argentina. </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il contrasto però tende a non ridimensionarsi per due motivi:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">L</span></span><span><span style="font-size: medium"><strong>a recente conferma alla presidenza della </strong></span></span><span style="color: #333333"><span><span style="font-size: medium"><strong> </strong></span></span></span><span><span style="font-size: medium"><strong>Fernández . </strong></span></span><span><span style="font-size: medium">Ciò presuppone la continuità della politica estera sin qui tenuta e, quindi, un più incisivo ritorno sulla questione della sovranità delle Malvines/Falkland.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>La “consapevolezza latinoamericana”. </strong></span></span><span><span style="font-size: medium">Si tratta di una presa di coscienza che man mano coinvolge le popolazioni del Sud America. Più volte tale valore ha tentato di prendere il sopravvento sul fluire della storia del continente. Nell’ottocento era cavalcato da Simon Bolivar che si fece promotore dell’unione del Sud America sotto un’unica bandiera. Negli anni ’60 del XX secolo era l’utopia dei movimenti rivoluzionari delle numerose “guerre di guerriglia”. Oggi lo scenario è di gran lunga cambiato: vi è un allineamento tra politica e società. Pian piano ogni Stato sembra acquisire consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità, ricercando un’autonomia esogena – distacco della propria economia dalla dipendenza dal sistema occidentale; diversificazione produttiva; maggiore attenzione al benessere sociale; autonomia nel dialogo internazionale. Tutto ciò porta ad un’ulteriore evoluzione: la nascita di una solidarietà tra Stati sempre più forte. Le rivendicazioni argentine sono accolte positivamente dal Brasile – interessato a sua volta al controllo delle risorse presenti nei fondali al largo delle coste brasiliane – dal Venezuela – Chavez proprio in questi giorni si è reso protagonista dell’esproprio di 300mila ettari ad una multinazionale britannica – e l’Uruguay che ha condiviso con l’Argentina le restrizioni sulla navigazione delle acque. In sintesi, si sta delineando un’idea comune volta a preservare le risorse sud americane dal saccheggio neo-coloniale da parte dei vicini U.S.A. e dei non meno agguerriti capitali europei in cerca di ossigeno per le proprie casse. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Non poco oserei dire. Ovviamente bisogna considerare non solo che tale processo di allineamento è ancora </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>in fieri</em></span></span><span><span style="font-size: medium"> , ma soprattutto che  continuano a sussistere  forti legami di alcuni Stati  con il blocco statunitense – ad esempio la Colombia.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In tutto ciò resta da chiedersi: </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>ma gli abitanti delle Falkland cosa ne pensano? </em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Si tratta di circa 4000 persone che vivono di pastorizia, di pesca o operando all’interno delle basi militari. Sono ufficialmente cittadini britannici e lo sono di fatto essendo i figli dei figli di quegli inglesi che popolarono per la prima volta l’arcipelago nel 1833. Non risultano atti di protesta contro la Corona Inglese da parte di questa piccola popolazione, anzi durante l’occupazione argentina del 1982, per protestare – in maniera pacifica – continuarono  a tenere la guida dei mezzi a sinistra. Ciò fa pensare che, magari, tali cittadini siano solo parte di un oggetto in balia di una contesa internazionale e che fondamentalmente per loro vada benissimo essere britannici  pur se a  12.000 Km dalla corona…</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per concludere e tornando alla </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>“consapevolezza latinoamericana” </em></span></span><span><span style="font-size: medium"> possiamo dire che se il mondo è in forte evoluzione, il Sud America non staoma di certo a guardare.**</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: small"><em>*In realtà il termine Malvines ha origini francesi. La colonia ha subito numerose variazioni di sovranità dal 1763 al 1982. Inizialmente fu colonizzata dai francesi che le diedero il nome di Malouines per sottolineare la provenienza dei coloni dal porto di Saint-Malo. Nel 1766 le isole passarono sotto la bandiera spagnola per poi diventare argentine (1810) in seguito alla proclamazione d’indipendenza dell’Argentina. Nel 1833 l’arcipelago fu occupato dagli inglesi finché nel 1982 l’Argentina ne riacquisii la nazionalità per pochi giorni, tornando subito dopo territorio inglese. Oggi gli abitanti dell’arcipelago detengono lo status di cittadini britannici a pieno titolo.</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: small"><em>** Un ringraziamento a Juan Carlos Iampietro che condividendo con me un buon Mate, ha affrontato un discorso a 360° sull’Argentina, dal passato alle speranze future. Ascoltare l’esperienza altrui e poter avere uno scambio di idee e opinioni costruttive non ha prezzo. </em></span></span></p>
<p><em><strong><span><span style="font-size: medium">William Bavone è laureato in Economia Aziendale (Università degli Studi del Sannio, Benevento)</span></span></strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo sguardo argentino al futuro delle relazioni internazionali</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 17:37:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 21 Settembre 2011, in occasione della 66ª Assemblea Generale dell’Organizzazione Delle Nazioni Unite, il presidente argentino Cristina Fernández ha tenuto il suo discorso affrontando diverse tematiche rilevanti. Pur allineandosi, sostanzialmente, ai contenuti espressi in occasioni simili dagli altri presidenti dell’area latino-americana, l’intervento della Fernández offre tuttavia una serie di spunti interessanti per un’analisi dell’evoluzione economica e politica della Nazione latinoamericana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lo-sguardo-argentino-al-futuro-delle-relazioni-internazionali/11677/" title="Lo sguardo argentino al futuro delle relazioni internazionali"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zbandera_argentina.8vj1pfgjvq4gk0ok8ssgg4ck0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Lo sguardo argentino al futuro delle relazioni internazionali" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Il 21 Settembre 2011, in occasione della 66ª Assemblea Generale dell’Organizzazione Delle Nazioni Unite, il presidente argentino Cristina Fernández ha tenuto il suo discorso affrontando diverse tematiche rilevanti. Pur allineandosi, sostanzialmente, ai contenuti espressi in occasioni simili dagli altri presidenti dell’area latino-americana, l’intervento della Fernández offre tuttavia una serie di spunti interessanti per un’analisi dell’evoluzione economica e politica della Nazione latinoamericana.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“… <span><span style="font-size: medium"><em>sono esattamente 8 anni che, il presidente del mio Paese, dottor Néstor Carlos Kirchner, a quattro mesi appena dall&#8217;assumere l&#8217;incarico di Presidente della Repubblica Argentina con appena il 22% dei voti, parlava davanti a questa assemblea e data la situazione del nostro Paese, la Repubblica Argentina &#8211; che era caduta in default nell&#8217;anno 2001, che aveva cifre che si avvicinavano a un quarto della popolazione senza lavoro, cifre di povertà superiori al 50% &#8211; pianificava la necessità, già all’epoca, di riformare gli organismi multilaterali di credito, specialmente il Fondo Monetario Internazionale ed anche gli organismi politici di questa onorabile organizzazione.[…] In realtà siamo stati vittime di ciò che io considero essere  “cavie da laboratorio” delle politiche neoliberiste degli anni &#8217;90. Molte cose sono accadute da quel momento in cui l&#8217; Argentina  ebbe il debito più grande, almeno fino ad ora, di tutta la storia dell&#8217;umanità, 160 mila milioni di dollari […] Inoltre chiediamo ancora una volta la riforma di questa importante organizzazione che rappresenta il multilateralismo, qualcosa che abbiamo definito sempre come la necessità di un mondo più pluralista, più diverso, e democratizzare gli organismi politici come le Nazioni Unite e fondamentalmente il suo Consiglio di Sicurezza.  Noi non condividiamo la necessità di ampliare i membri permanenti, ma al contrario, crediamo che è necessario eliminare la categoria dei membri permanenti ed anche eliminare il diritto di veto che impedisce realmente che questo Consiglio di Sicurezza compia la vera funzione per la quale fu concepito …”</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">In questa prima parte il presidente Fernández, oltre a richiamare il ben noto default del 2001, pone la sua attenzione su un problema ormai cronico degli organismi internazionali (FMI, BM, ONU): la loro ristrutturazione. Se pur concepiti per aiutare le economie e migliorare le relazioni internazionali, questi organi, non sempre hanno contribuito ad un concreto progresso. Prendiamo ad esempio il FMI e la BM: questi due organismi, dalla loro nascita, hanno sempre agito da organi volti alla liberalizzazione dei mercati e alla privatizzazione dei settori strategicamente rilevanti. Quando uno Stato chiede l’intervento di tali organismi per risolvere gravi problemi di debito, questi forniscono il loro aiuto, ma impongono anche “condizionalità” (all’interno di Programmi di Aggiustamento Strutturale). Queste ultime prevedono forti interventi sull’economia interna e sulla moneta nazionale: una svalutazione della moneta accompagnata dalla privatizzazione e deregolamentazione della gran parte delle aziende pubbliche contestuali alla riduzione delle barriere al mercato esterno. Con tale meccanismo si favorisce l’accesso di investitori stranieri (fino al 2000 prevalentemente statunitensi od europei) che monopolizzano i settori più redditizi ad un costo relativamente basso e danno vita ad una produzione volta a soddisfare mercati esterni (di norma quelli di origine dell’investitore privato). Quindi si finisce per ottenere uno sfruttamento a basso costo dello Stato “neo-liberale” con flussi in uscita sia di risorse che di capitali. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Pur dimostrando grossi limiti, tali organi non hanno mai subito importanti riforme ed hanno continuato a ricoprire in concreto, il ruolo di “controllori di matrice occidentale dell’economia”.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Proseguendo, la massima rappresentante argentina ha voluto porre l’accento sui risultati economici ottenuti dalla sua nazione dal 2001 ad oggi:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“… <span><span style="font-size: medium"><em>in questi 8 anni l&#8217;Argentina ha risanato il suo debito con una riduzione del suo peso sul PIL, portandolo dal 160% a meno del 30%.<br />
Gli indici di povertà e indigenza si sono ridotti di molto, ma dobbiamo ancora continuare con forza. Abbiamo un indice di disoccupazione che è uno dei più bassi di sempre ed abbiamo completato il ciclo di crescita economica più importante nei nostri 200 anni di storia. Della nostra Regione, l&#8217;America latina, tra i Paesi emergenti che sono cresciuti in questi ultimi anni, l&#8217;Argentina ha consolidato il suo indice di crescita e sta pagando il suo debito senza ricorrere al mercato dei capitali. I numeri non li dirò tutti, ma ce ne sono di eloquenti. Nell&#8217;anno 2003 destinavamo un 2% del nostro PIL all&#8217;educazione ed un 5% al pagamento del debito. Oggi l&#8217;Argentina destina 6.47% del suo PIL all&#8217;educazione ed un 2% al pagamento del debito&#8230;”</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Qui la presidentessa pone l’accento sui grandi passi in avanti compiuti dall’economia argentina  dopo essersi risollevata dal default del 2001. Va aggiunto che la programmazione economica iniziata dal presidente Kirchner- e portata avanti da sua moglie- si è basata su una politica di Stato interventista nei settori chiave dell’economia come quello minerario e dei trasporti: in quest’ultimo si è agito per rivitalizzare aziende logore e iper-sfruttate come l’Aerolinas Argentinas. Buenos Aires ha concentrato, inoltre, la sua attenzione su un massiccio miglioramento e potenziamento infrastrutturale per porre basi solide al proprio sviluppo. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">D’altra parte va detto che, sino ad ora, per far fronte alle esigenze della popolazione &#8211; riduzione tasso di povertà e riduzione disoccupazione – non si è agito con una politica attiva, ma utilizzando fortemente misure assistenzialistiche. Queste, pur dando, dal punto di vista statistico, risultati nel breve periodo, stentano a dimostrarsi validi strumenti per uno sviluppo socio-economico con proiezione futura.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Altro punto cruciale per migliorare l’economia nazionale, sarà trovare un equilibrio nel settore agrario tra la proprietà latifondiaria e la piccola media impresa. Finché  tale settore rimarrà controllato da pochi proprietari terrieri, sarà difficile ottenere una diversificazione della produzione agricola ed uno sviluppo efficiente delle risorse disponibili.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tornando al discorso della Fernández, c’è spazio ovviamente anche per la crisi economica mondiale:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“… <span><span style="font-size: medium"><em>Se si guarda al rapporto tra PIL e stock finanziario nella decade dell&#8217;80, c&#8217;è un rapporto di 1 ad 1. Cioè, c&#8217;era uno stock finanziario che era uguale a ciò che produceva il mondo in beni e servizi.<br />
A partire dalla decade del ‘90, queste cifre precipitano geometricamente e si arriva all&#8217;anno 2008 con lo stock totale<br />
finanziario, l&#8217;attivo finanziario nel mondo, che è il 3,6 del PIL globale; questo formidabile spread tra quello che produciamo e ciò che c&#8217;è, è ciò che io chiamo “economia dell&#8217;enter” , perché in realtà se andiamo a valutare tali attività, sono solamente il digitare “enter” su un computer per  traslocare da un posto all&#8217;altro, da una moneta all&#8217;altra e produrre volatilità come mai si è visto nei mercati e crisi ricorrenti dove le borse salgono e cadono tutti i giorni, creando la distruzione di migliaia di posti di lavoro, ma anche redditività per alcuni (ovvero persone che guadagnano con il crollare delle borse).<br />
Lo ripetiamo ancora una volta, alla luce della nostra esperienza, che non pretende di essere un modello, c&#8217;è la necessità che gli organismi multilaterali di credito lavorino fortemente in una regolamentazione in materia di movimenti di capitali a livello globale e in materia di speculazione finanziaria.<br />
Senza questo, sarà impossibile raggiungere la tanto menzionata stabilità nei mercati ed affrontare il discorso riguardo le economie emergenti, che finora hanno contribuito alla crescita dell&#8217;attività economica mondiale, così come il discorso sui Paesi sviluppati. E&#8217; fondamentale che questo sia capito, perché oggi c&#8217;è speculazione sugli alimenti, ieri c&#8217;era sul petrolio e domani ci potrebbe essere sulle caramelle alla menta se daranno redditività e si ha lo spostamento dei capitali senza nessun tipo di controllo, né regolamentazione, da una parte all&#8217;altra del mondo…”</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Esiste ben poco da approfondire su un’analisi così chiara e corretta dell’attuale situazione economica globale, per di più trattasi di argomentazioni già vagliate e dibattute dagli altri presidenti dell’area.  Bisognerebbe chiedersi – piuttosto &#8211; quanto le economie consolidate -e al collasso &#8211; dell’occidente siano propense a rivalutare un sistema che  permette loro di mantenere il controllo totale dei giochi di forza geopolitica e geoeconomica.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Proprio in merito a tali strategie centenarie riportiamo di seguito un altro estratto del discorso del presidente argentino:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“… <span><span style="font-size: medium"><em>Nell&#8217;anno 2013 si compiono i 180 anni da quando noi argentini fummo costretti a sloggiare &#8220;manu militari&#8221;, dalle nostre isole Malvinas (le Falkland in inglese). L&#8217;anno prossimo ci sarà il trentesimo anniversario di un episodio che vide come protagonista il Regno Unito, commesso dalla dittatura più terribile di quelle di cui si ha memoria e delle quali fummo anche vittime proprio noi argentini […] Ovviamente credo che non ci sia bisogno di sottolineare il fatto che nessuno può avere un dominio territoriale a più di 14.000 km d&#8217;oltremare; è chiarissimo che è un&#8217;occupazione illegittima. Nonostante ciò, invitiamo ancora una volta il Regno Unito a compiere la risoluzione delle Nazioni Unite; […] L&#8217;Argentina non ha intenzione di aggravare la situazione di nessuno, però è giusto anche che questa assemblea ed il Regno Unito prendano coscienza che è necessario dar compimento alla risoluzione.<br />
Non possiamo stare 180 anni, 30 anni, come non può stare la Palestina pellegrinando durante decenni e decenni per tenere un posto nel mondo e, meno ancora, gli Argentini per reclamare questo territorio che ci spetta legittimamente …”</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Qui si evidenza una tematica strategicamente rilevante per l’Argentina e le future strategie della stessa. Le isole Falkland nascondono nei fondali marini un importantissimo giacimento di petrolio. Trattandosi della più importante fonte energetica, capace di garantire ingenti flussi di capitale e/o ridurne la fuoriuscita verso mercati esterni, si pone quale criticità per una contesa di non poco conto tra Regno Unito – che ne detiene la sovranità – e l’Argentina, che solleticata dalla vicinanza della ricchezza, ambisce ad acquisirne i diritti. Si prospetta quindi un’interessante contesa che sicuramente cavalcherà tematiche patriottiche nel tentativo di celare le motivazioni, meno nobili, ma più reali del controllo delle risorse preziose.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Al momento siamo alle prime scaramucce: dichiarazioni come quella qui riportata e la limitazione della navigazione delle acque argentine con l’obbiettivo di intralciare le trivellazioni imminenti. Ma tutto ciò appare come un semplice preludio ad attriti più rilevanti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dall’estratto qui riportato si rileva un ulteriore argomento, che viene evidenziato anche in altre parti del discorso non riportate: riconoscere la sovranità palestinese. Più che argomentare sul tema palestinese, ci interessa notare come la Fernández, con questa affermazione, dia all’Argentina un profilo autonomo e consapevole nelle relazioni internazionali. Non più accomodante nei confronti dei “poteri forti”, ma come molti altri Stati emergenti, Buenos Aires appare desiderosa di porsi quale interlocutore di rilevo nelle politiche internazionali – si guardi anche la forte volontà di dar vita al G77 . </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per concludere Cristina Fernández esprime un augurio importante:</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<span><span style="font-size: medium"><em>Dio illumini tutti coloro che devono prendere decisioni,n on in vista delle elezioni, ma in vista del destino del mondo nei prossimi decenni.”</em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Così facendo sottolinea l’importanza di una programmazione economico-politica di medio-lungo termine capace di rendere concretamente il sistema economico globale stabile. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ed è proprio da qui che si dovrebbe partire per dare una prima e concreta risposta alla crisi economica che ci coinvolge.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>*William Bavone è laureato in Economia Aziendale (Università degli Studi del Sannio, Benevento)</strong></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cortocircuito fra Paraguay, Uruguay e Argentina</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:49:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L'Uruguay vuole comprare l'energia paraguayana, il Paraguay vuole vendere l'energia all'Uruguay ma per via delle reti energetiche argentine non riesce a soddisfare i propri intenti.

Per alcuni “osservatori” siamo di fronte ad un nuovo conflitto che nessuno dei governi coinvolti desidera far prendere il volo, al quale però nessuna soluzione è stata fin ora proposta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/cortocircuito-fra-paraguay-uruguay-e-argentina/10573/" title="Cortocircuito fra Paraguay, Uruguay e Argentina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zitaipu.jbg9w7glmbs4o4444o48okg0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Cortocircuito fra Paraguay, Uruguay e Argentina" ></div></a><p><span><span style="font-size: small">Fonte: <a href="http://www.surysur.net/?q=node/16908">http://www.surysur.net/?q=node/16908</a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">L&#8217;Uruguay vuole comprare l&#8217;energia paraguayana, il Paraguay vuole vendere l&#8217;energia all&#8217;Uruguay ma per via delle reti energetiche argentine non riesce a soddisfare i propri intenti.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per alcuni “osservatori” siamo di fronte ad un nuovo conflitto che nessuno dei governi coinvolti desidera far prendere il volo, al quale però nessuna soluzione è stata fin ora proposta. Soluzione individuabile solo tramite incontri ai massimi livelli.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per questa ragione, uruguayani e paraguayani speravano di poter realizzare tali incontri nella recente riunione del Mercosur ad Asunción, tuttavia “l&#8217;assenza” del presidente dell&#8217;Argentina ha reso il confronto privo del suo interlocutore essenziale.<br />
A tal proposito José “Pepe” Mujica è in procinto di organizzare, entro pochi giorni, un volo a Buenos Aires, in modo da sbloccare la situazione e ottenere l&#8217;energia necessaria.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Paraguay ha due grandi dighe idroelettriche che condivide con due nazioni, la diga di Itaipú condivisa col Brasile e la diga di Yaciretá condivisa col nostro paese (il giornalista è argentino; NdT). In entrambi i casi il Paraguay deve sottostare al compromesso di dover vendere gli eccedenti ai rispettivi paesi appena menzionati. Allo stesso tempo, però, può fare affidamento su altre dighe minori, come nel caso della diga di Acaray, esclusivamente paraguayana, al quale può accedervi liberamente e totalmente.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Secondo il governo paraguayano l&#8217;energia riservata per la vendita all&#8217;Uruguay è proprio quella proveniente da Aracay. Per il suo trasporto, possibile grazie alle reti energetiche argentine, il Paraguay ha lasciato intendere che farà affidamento alle norme del Mercosur che garantiscono il libero transito dell&#8217;energia. Inizialmente, infatti, l&#8217;Argentina tentò di riscuotere un doppio pedaggio, uno per l&#8217;entrata e un altro per l&#8217;uscita dell&#8217;energia dal nostro territorio.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">In un secondo momento, secondo l&#8217;opinione paraguayana, l&#8217;atteggiamento dello stato argentino è cambiato: l&#8217;Argentina non sembrerebbe disposta ad accettare il trasporto di energia basandosi sul fatto che “l&#8217;elettricità è una sola e nel momento in cui entra nelle linee elettriche non è possibile distinguere la sua provenienza”. In funzione di questo dettaglio e del fatto che il Paraguay non può provare che l&#8217;energia provenga da Acaray e non da Yaciretá, il trasporto di energia ancora non è stato accordato.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">E&#8217; per questa ragione che il Presidente Fernando Lugo ha richiesto, nel recente incontro del Mercosur, “il libero transito dell&#8217;energia per il raggiungimento dell&#8217;integrazione regionale”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Secondo gli uruguayani quello che manca è la volontà politica, visto che già esiste un&#8217;opinione favorevole da parte del massimo organismo energetico della regione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">All&#8217;interno del governo dell&#8217;Uruguay, la convinzione che circola è che il provvedimento sia frenato dalla seconda linea decisionale intrapresa dal nostro paese (l&#8217;Argentina; NdT), il ché giustifica l&#8217;esigenza da parte di Mujica di provare a risolvere la questione con un incontro personale con la Presidente Cristina Fernández de Kirchner.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dal Ministero di Pianificazione Federale del nostro paese arrivano invece smentite riguardo le critiche paraguayane e uruguayane. “Le relazioni sono insuperabili”, affermano dal Ministero, “occorre solo risolvere alcuni problemi tecnici”. Aggiungendo che “nel frattempo stiamo lavorando insieme all&#8217;Uruguay per la rigassificazione del gas, vendendo 300 milioni di metri cubi di gas al giorno per riuscire a fornire le abitazioni degli uruguayani”.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span style="font-size: medium">* Di Juan Guah<strong>án, </strong>Analista di Question Latinoamérica</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">(Traduzione di Stefano Pistore) </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Malvine: Israele avrebbe fornito armi alla giunta militare</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 08:18:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Messa sotto embargo e bisognosa di armi durante il conflitto delle Malvinas, l’Argentina trovò nello stato ebraico l’alleato esemplare, il quale la rifornì dalle cisterne di combustibile e aerei fino ai giubbotti duvet. L’autore anticipa in questo articolo rivelazioni sconvolgenti documentate nel suo libro Operazione Israele, dove racconta l’intrigo segreto di quei negoziati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/malvine-israele-avrebbe-fornito-armi-alla-giunta-militare/9242/" title="Malvine: Israele avrebbe fornito armi alla giunta militare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/plugins/yet-another-photoblog/YapbThumbnailer.php?post_id=9242&amp;w=80" width="80" height="51" alt="Malvine: Israele avrebbe fornito armi alla giunta militare" ></div></a><p><span style="font-size: medium;"><strong>La rotta segreta delle armi</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Messa sotto embargo e bisognosa di armi durante il conflitto delle Malvinas, l’Argentina trovò nello stato ebraico l’alleato esemplare, il quale la rifornì dalle cisterne di combustibile e aerei fino ai giubbotti duvet. L’autore anticipa in questo articolo rivelazioni sconvolgenti documentate nel suo libro <em>Operazione Israele</em>, dove racconta l’intrigo segreto di quei negoziati.</strong></p>
<p>Hernán Dobry<br />
per La Nación<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Un Diario que Apoya los Golpes de Estado y Encubre a los Apropiadores de Niños</strong></p>
<p><strong>Domenica 17 aprile 2011</strong><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Gli embarghi internazionali che subì l’Argentina durante la guerra delle Malvinas spinsero il paese alla ricerca di qualsiasi alleato che gli consentisse di ottenere armi, come la Libia, il Venezuela, il Perù e l’Ecuador. Ma lo stato che contribuì maggiormente al somministro di dotazioni belliche fu il meno pensato: Israele.</p>
<p><strong>(Gli affari sono affari, mentre qui s’inseguiva con accanimento gli ebrei, Israele vendeva armi al governo della dittatura militare.)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Lo stato ebraico non solo si mostrò disposto ad approvigionare il governo di Leopoldo Fortunato Galtieri su tutto quello che gli occorreva ma, comunque, diede prova di essere disposto a offrire i suggerimenti e trasmettere le proprie esperienze di combattimento. Tutto ciò salta fuori, per la prima volta, nel libro <em>Operazione Israele: il riarmo argentino durante la dittatura (1976-1983)</em>, che <em>Enfoques</em> anticipa in anteprima esclusiva.</p>
<p>I problemi per l’Argentina andarono aumentando man mano che gli inglesi incrementarono la loro pressione, non solo mediante gli embarghi ma, anche, con l’avanzamento delle sue truppe verso il sud. In questo modo, i bombardamenti nelle isole resero sempre più disperata la situazione del paese, poiché esso mancava di scelte per rimpiazzare le attrezzature che perdeva nel fronte.</p>
<p>Ciò spinse i militari alla ricerca di paesi e trafficanti che gli vendessero armi a qualsiasi prezzo. Pochi risposero. Uno di loro fu Israele, il quale era già diventato il loro fornitore nel 1978, in pieno conflitto del Beagle con il Cile.</p>
<p>Immediatamente, la Forza Aerea (che intratteneva buonissimi rapporti con Gerusalemme) entrò in contatto con Isrex Argentina, rappresentante a Buenos Aires delle fabbriche di materiale bellico dello stato ebraico, per ordinare ciò di cui avevano bisogno. Il loro rappresentante, Abraham Perelman, diede mostra di volerli aiutare, anche se prima dovette chiedere l’autorizzazione alla casa madre della ditta, a Tel Aviv.</p>
<p>Il problema era di tale grandezza che, Gad Hitron, presidente della Isrex in Israele, e il suo capo, Aaron Dovrat, responsabile del gruppo Clal (entrambi argentini), dovettero richiedere una intervista con il primo ministro, Menajem Beguin, per prendere una decisione. La sua risposta li colse di sorpresa.</p>
<p>“Iniziarono a spiegargli che le Malvinas erano dell’Argentina e che gli inglesi eccetera. Beguin li interruppe e disse: “Voi venite a parlarmi male degli inglesi.  Queste cose si useranno per ammazzare gli inglesi? Kadima (servitevene). Dov, da là sopra sarà molto soddisfatto per la decisione che ho preso. Una cosa, di sicuro, fate un bel lavoro”, racconta Israel Lotersztain, venditore della Isrex Argentina.</p>
<p>L’Inghilterra amministrò la regione palestinese dopo la Prima Guerra Mondiale fino alla spartizione realizzata dall’ONU, che consentì la creazione dello stato d’Israele nel 1948. In quei tempi, diversi gruppi armati israeliti cercarono di erodere il potere di Londra mediante attentati, affinché mantenesse la promessa di fondare uno stato ebraico nella zona. Menajem Beguin era comandante dell’Irgun, uno di questi gruppi armati, dove partecipava anche il suo amico, Dov Gruner, il quale fu catturato dagli inglesi quando preparava un attacco e impiccato il 16 aprile 1947. Per questo motivo, egli sentì che stava saldando un conto in sospeso. “Odiava gli inglesi più di qualsiasi altra cosa. Tutti se ne erano dimenticati, ma lui no”, aggiunge Loreztain.</p>
<p>Il suo compagno di lavoro, Jaime Weinstein, conincide con lui e aggiunge che “Beguin manifestava un profondo odio e risentimento verso gli inglesi sin dall’epoca dell’indipendenza d’Israele. Allora, fece tutto il possibile per aiutare l’Argentina, vendendole armi durante la guerra delle Malvinas”.</p>
<p>Appena finito l’incontro, Hitron comunicò la decisione ai suoi impiegati di Buenos Aires, i quali si diressero all’Edificio Condor a rendere nota la novità. Bisogna solo individuare un paese che comparisse come acquirente. Israele aveva bisogno di triangolare le armi mediante un terzo paese, poiché manteneva dei buoni rapporti con l’Inghilterra (di tipo commerciale e mediante la sua comunità israelita, una delle più importanti del mondo) e non voleva apparire come quello che stava appoggiando apertamente l’Argentina contro Londra.</p>
<p><strong>La rotta del Callao</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il Perù si rese disposto a collaborare su tutto quello di cui avevano bisogno i militari per acquistare armamenti. Quello fu l’ordine dato dal presidente Fernando Belaunde Therry, e che rese operativo il suo primo ministro, Manuel Ulloa.</p>
<p>L’aiuto della Forza Aerea del Perù (FAP) giunse a un punto tale che firmò ordinativi di acquisto in bianco e certificati di arrivo doganale, i quali si spedirono in Argentina affinché si potesse concretizzare la triangolazione. “la consegna era quella di appoggiarli su tutto, e non c’era nessun problema se si doveva firmare un ordine d’acquisto”, afferma un ufficiale che è arrivato ai più alti livelli dell’Aeronautica  peruviana.</p>
<p>I negoziati li portarono a termine l’aggregato militare a Lima, il commodoro Andrés Dubós e il brigadiere generale Basilio Lami Dozo, comandante della Forza Aerea Argentina. Una volta che fu tutto deciso, Luis Guterson, della Isrex Argentina, si mosse per raccogliere i documenti e iniziare l’operazione.</p>
<p>Ciò consentì all’Argentina di acquistare tutto quello di cui avevano bisogno in nome del suo alleato, effettuare le spedizioni all’Aeroporto del Callao e, da lì, trasportarli a Buenos Aires negli aerei delle Aerolíneas Argentinas.</p>
<p>L’unica cosa che non riuscirono conseguire fu l’apertura di una carta di credito da parte di una banca peruviana per effettuare i pagamenti, perciò Israele si offrì di finanziare la maggior parte degli acquisti, i quali furono accreditati guerra conclusa.</p>
<p>Bisognava trovare ancora gli aerei che partissero per Tel Aviv e cercare il carico da condurre a Lima. I primi due voli si fecero con dei DC8 delle FAP ma, successivamente, dovettero affittare altri più grandi per trasportare carichi maggiori, di modo che usarono degli aerei di una compagnia privata belga con bandiera del Lussemburgo, autorizzata dal servizio segreto israeliano, il Mossad.</p>
<p>Tuttavia, nonostante le misure di precauzione prese, l’intelligence britannico era a conoscenza di quando gli aerei arrivavano in Perù e li fotografavano mentre trasferivano il materiale da un’aeronava all’altra, il che metteva in evidenza il gioco della triangolazione. “una volta, apparve una foto su un quotidiano mentre si stava effettuando il trasferimento da un aereo ad altriappartenenti alle Aerolíneas Argentinas. L’ambasciatore inglese gliela portò a Beguin e fece un bordello. Sapevano tutto. Alcune volte, quando avevamo qualche discussione se era arrivato un pezzo di ricambio, dicevamo: “Dobbiamo chiedere agli inglesi”, ricorda Lotersztain.</p>
<p>I cinque voli che fecero la rotta Tel Aviv-Lima-Buenos Aires giunsero carichi di ogni tipo di attrezzatura, come maschere antigas, sistemi di allerta radar per evitare i colpi dei missili nemici, giubbotti duvet, pezzi di ricambio, e missili aria-aria Shafrir, e altre cose.</p>
<p>Ma uno dei componenti che ebbe maggiore trascendenza furono le cisterne supplementarie di combustibile di cui avevano bisogno i cacciabombardieri per attaccare la flotta inglese. Senza di essi, era impossibile che arrivassero fino alle Malvinas e tornassero al Continente. La sorpresa giunse quando Israele non solo si offrì spedirglieli ma, inoltre, fornì anche quelli da 1500 litri, quando gli argentini possedevano solo quelli da 1300, il che consentiva guadagnare una maggiore autonomia di volo.</p>
<p>Ciò determinò che gli inglessi dovettero spostare la loro flotta più lontano per evitare i bombardamenti. “Ci misero molto tempo nell’approvare l’operazione. Il prezzo del nolo e della cisterna non aveva alcuna importanza se comparato con il costo politico che Israele era disposto a pagare per venderli. Era una decisione politica e credo che loro riuscì bene la cosa, perché nel mondo si fecero notare come un paese affidabile”, risalta Lotersztain.</p>
<p>L’Argentina acquistò 40 serbatoi che arrivarono a Puerto San Julián, Santa Cruz, in due Boeing 707 appartenenti alle Aerolíneas Argentinas provenienti da Lima. Il primo arrivò l’alba del 23 maggio 1982 e, il secondo, alcuni giorni dopo, quando i combattimenti stavano per finire.</p>
<p><strong>L’operazione nascosta</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’acquisto più audace che si fece a Israele durante la guerra delle Malvinas fu quello dei Mirage IIIC, alcuni giorni primi della resa argentina, non solo per la loro grandezza, ma anche perché la maggior parte delle aeronavi erano vecchie e si trovavano abbastanza deteriorate. Tant’è vero che il loro arrivo provocò resistenze tra gli ufficiali, ché li consideravano inservibili (difatti, erano già stati rifiutati una volta nel 1980, dovuto al cattivo stato in cui si trovavano).</p>
<p>Ma la perdita di 35 aerei nei combattimenti fece che Lami Dozo si decidesse ad acquistarli, perché avevano il timore che il Cile approfittase di questo indebolimento per tentare di appropriarsi delle isole del Canale di Beagle, una volta concluso il conflitto con le Malvinas. “Quando iniziammo ad avere delle perdite, ci siamo messi a fare una ricerca per vedere dove potevamo trovare le sostituzioni”, afferma l’ex membro della Giunta.</p>
<p>A quel tempo, avevano ricevuto trenta proposte di ogni tipo di trafficante di armi che c’era nel mondo, poiché rappresentava una opportunità irripetibile che nessuno poteva gettare via. Dopo aver analizzato le proposte, conclusero che l’unico fornitore possibile era Gerusalemme, così che si consultarono i membri della commissione che li avevano sottoposti a revisione due anni prima.</p>
<p>Lami Dozo autorizzò il brigadiere maggiore Ubaldo Díaz per iniziare l’operazione agli inizi di giugno, il quale entrò immediatamente in contatto con Isrex Argentina per ordinare i 23 Mirage III B/C.</p>
<p>Il problema che si poneva era come giustificare l’acquisto nel bel mezzo della guerra. La soluzione fu quella di triangolarli tramite il Perù. “Compilai un ordine di acquisto che ci avevano dato loro e certificati di arrivo doganale, tutti firmati in bianco, nei quali dichiaravano che acquistavano 23 aerei”, afferma Loresztain.</p>
<p>Rimaneva solo in sospeso la forma per effettuare il pagamento, poiché bisognava emettere un anticipo alla Isrex e aprire una carta di credito in una banca, in questo modo Israele li avrebbe concessi. Ciò non poteva farlo un ente argentino, poiché gli aerei erano per le FAP. Perciò, andarono alla ricerca di qualche istituzione finanziaria di quel paese o, al posto suo, di Panama, disposta a rendergli questo servizio. Tutti si rifiutarono.</p>
<p>Per risolvere il problema, la Isrex utilizzò un conto del Credit Suisse e una società fantasma che possedevano le Industrie Aeronautiche Israeliane (IAI) in Svizzera e gli concessero alla Forza Aerea di emettere tutto il denaro anticipato. Nonostante i brigadieri non erano d’accordo con l’idea, in ogni caso non avevano molte alternative e alla fine accettarono la proposta e inviarono i contanti.</p>
<p>Tra diversi andirivieni, gli aerei furono pronti per viaggiare a Buenos Aires solo verso la fine del 1982, quando era già finita la guerra. Tuttavia, furono dipinti con le insegne e la numerazione delle FAP per evitare quelsiasi tipo di problema con gli inglesi.</p>
<p>Così, il cerchio si chiudeva definitivamente: gli aerei erano stati acquistati con ordinativi di acquisto peruviani e certificati di arrivo doganale per Lima e, adesso, possedevano tutte le caratteristiche di cui avevano bisogno, anche se li avrebbe utilizzati l’Argentina.</p>
<p><strong>© LA NACION</strong></p>
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<p><strong>L’ALTRO AIUTO PERUVIANO</strong></p>
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<p>Il Perù fu il paese che più aiuti in armamenti diede all’Argentina durante la guerra delle Malvinas, nonostante si fosse dichiarato neutrale. Così, spedì un Lockheed C-130/L-100 della sua Forza Aerea carico di munizioni, razzi, missili e bombe e si mise a disposizione per riuscire ad avere dalla Francia i missili Exocet che aveva in sospeso.</p>
<p>Ma fu impossibile. Le pressioni della Gran Bretagna furono più efficaci. Secondo una fonte altolocata della Forza Aerea Peruviana dell’epoca, l’operazione non si concretizzò perché la portò avanti l’aggregato aeronautico a Parigi in luogo di condurla l’Arma. “Ci fu un problema con dei missili che avevamo acquistato, noi eravamo lì da copertura, ma non si riuscì a concretare niente. Fu una specie di fallimento, perché non si operò al livello giusto”, afferma.</p>
<p>Ma, nessuno impedì che si spedissero dieci dei caccia bombardieri Mirage VP che possedevano nella loro flotta, per i quali si pagarono 50 milioni di dollari. “Arrivò una commisione dell’Argentina e si diresse verso la base dove si trovavano gli aerei, li esaminarono, constatarono la loro operatività e mi dissero che pensavano che noi gli avremo dato dei rottami, poiché ritenevano che i loro si trovavano in uno stato migliore. Glieli consegnammo con tutti gli accessori di cui erano dotati, missili teleguidati aria-terra AF-30 e alcuni antiaerei”, segnala la fonte.</p>
<p>Persino dieci piloti dei loro squadroni 611 e 612 se li portarono volando verso il loro paese verso la fine di maggio 1982, attraversando la Bolivia con il silenzio radio, per evitare che fossero individuati dai cileni. “Il trasferimento si fece nell’aeroporto di Salta. Li pilotavano i peruviani e volevano continuare e presentarsi come volontari nella guerra delle Malvinas. Dissi loro di no. Allora, mi chiesero dove li lasciavano e dissi loro di andare all’aeroporto più vicino con la frontiera argentina”, conclude il brigadiere generale, Basilio Lami Dozo, allora comandante della Forza Aerea Argentina e membro dell’ultima Giunta.</p>
<p></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">(trad. di V. Paglione) </span></p>
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