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MOVIMENTI NAZIONALI NELL’AMERICA IBERICA

:::: Alberto Buela :::: 23 dicembre, 2012 :::: Email This Post   Print This Post
MOVIMENTI NAZIONALI NELL’AMERICA IBERICA

Quando parliamo di “movimenti nazionali nell’America Iberica” – e non nell’America Latina, come piace chiamarla sia alla sinistra progressista, sia al mondo liberale e cristiano-sociale – facciamo riferimento a quei movimenti che hanno concepito “il nazionale” non semplicemente nell’ambito ristretto d’una ventina di Stati-nazione, ma all’interno del nostro ecumene culturale. Ci riferiamo a quei movimenti che hanno pensato, per dirla col cileno Joaquín Edwards Bello, al “nazionalismo continentale”. La Nazione con la maiuscola. La “Patria Grande” sognata da uomini d’azione come Artigas, Bolivar, San Martín, Morazán, Santa Cruz, O’Higgins, Del Valle, Haya de la Torre, Perón, Vargas, Cárdenas, Barrios, Torrijos, Arévalo, Sandino, Albizu Campos e, per venire ai giorni nostri, come Castro, Chávez o Morales. Quella grande nazione indoiberica teorizzata da pensatori come Rufino Blanco Fombona, José Vasconcelos, Rubén Dario, Julio Ycaza Tigerino, Vicente Sáenz, Joaquín García Monge, Santos, Chocano, Víctor Belaunde, Francisco García Calderón, Alejo Carpentier, Eduardo Caballero Calderón, Arturo Ardao, Arturo Jauretche, Jorge Aberardo Ramos, Carlos Montenegro, Natalicio González, Gonzalo Zaldumbide, Pedro Henríquez Ureña, Alfonso Reyes, Enrique Zorrilla, Juan Pablo Viscardo, Augusto Salazar Bondy, Mariano Picón Salas, Alberto Zum Felde, Alberto Masferrer, Carlos Arturo Torres, Darcy Ribeiro, Juan José Hernández Arregui, José Luis Torres, Manuel Ugarte, José María Vargas Vila, Enrique Gómez Carrillo, José Martí e tanti altri. E per quanto riguarda i giorni nostri, volendo menzionarne giusto dieci (un esempio per ciascuno dei paesi sudamericani), potremmo fare i nomi di: Helio Jaguaribe, Pedro Godoy, Horacio Cagni, Alberto Methol Ferré, Luis Corsi Otálora, Jorge Báez Roa, Andrés Soliz Rada, Edgardo Lander, Catón Villacreces, Fernando Fuenzalida.

Anche se ci limitiamo allo studio telegrafico dei movimenti nazionali iberoamericani (MNI) durante il secolo XX, crediamo di doverne ravvisare le radici e la fonte nella commozione che scaturì dalla Guerra Ispano-Nordamericana del 1898, con la conseguente nuova coscienza che maturò tra gli Americani indoiberici, come esaurientemente dimostrato da Horacio Cagni nel suo magnifico libro La guerra hispanoamericana y el inicio de la globalización (nato inizialmente, nel 1997, come semplice articolo per la rivista metapolitica “Disenso“). Si badi bene, però, che noi non consideriamo la nascita di questi movimenti nazionali come una risposta alla “guerra interimperialista”, tesi difesa da J.A. Ramos in Historia de la nación latinoamericana, dove non solo è del tutto ignorata l’unica guerra che commosse tutta la nostra America nel suo insieme, ma – causa il pregiudizio o una tara marxista – sono tralasciati tutti quei movimenti di taglio nettamente e schiettamente nazionalista ispanoamericano, come quelli di Albizu Campus a Puerto Rico, di Juan José Arévalo in Guatemala, di Arnulfo Arias a Panamà, di José Figueres in Costa Rica, di Velazco Ibarra in Ecuador. Senza complessi d’inferiorità, affermiamo che bollare questi movimenti nazionali come “movimenti nazionali borghesi”, come “nuovo bonapartismo”, come “riformismo industriale borghese”, solo perché non coincidono con la purezza razziale del marxismo-leninismo, e sostenere che la rivoluzione cubana sia il solo esempio valido per tutta la nostra America, significa, in definitiva, non aver capito cosa sia l’America e chi siamo noi Americani. Così facendo, si getta al vento l’encomiabile sforzo d’uno dei più lucidi pensatori nazionali della sinistra americana solo per un pregiudizio teorico, ignorando che, sebbene vi sia sempre stata opposizione tra popolo e oligarchia, dentro la classe lavoratrice ed i sostenitori del sistema demoliberale borghese si nascondo in realtà - come denunciato da Getulio Vargas nel suo testamento politico – “i poteri indiretti dei gruppi economici e finanziari internazionali che hanno permesso la spoliazione del nostro continente durante gli ultimi due secoli”.

Il nemico principale è l’imperialismo nella sua forma più incarnata ed occulta (la “sinarquía” di cui parlava Perón), mentre i nemici secondari sono le oligarchie cipayas (1). Se parliamo delle oligarchie locali ma tacciamo dei poteri occulti che le hanno orchestrate in passato e continuano a farlo oggi; se ci tormentiamo per le une ma non vediamo gli altri, allora stiamo ponendo il carro davanti ai buoi. Mutatis mutandis, questo è quello che sta facendo Noam Chomsky per spiegare gli spropositi compiuti da George Bush con i bombardamenti dell’Afghanistan e dell’Iraq, addossandogli tutta la responsabilità senza menzionare la lobby neoconservatrice che sta dietro alle sue decisioni e che, guarda caso, è nordamericana. O come l’analista internazionale Marcelo Diament, il quale sostiene che Israele bombarda e massacra in Palestina e in Libano perché appendice vicinorientale degli Stati Uniti, mentre in realtà sono proprio gli USA ad essere al servizio d’Israele e dei suoi interessi.

Ricapitolando, noi sosteniamo che i MNI non sono un prodotto della Prima Guerra Mondiale o della “guerra interimperialista”, bensì nacquero dalla commozione che suscitò, tra le migliori intelligenze americane, la Guerra Ispano-Nordamericana del 1898, che per la prima volta mostrò al mondo la brama imperiale degli Stati Uniti. Meno ancora, i MNI possono considerarsi come frutto della “disposizione estetica” dell’orbe ispanoamericano in contrapposizione a quella utilitarista e tecnologica del mondo anglosassone, tesi questa sostenuta dallo “americanismo culturale” di gente come José Enrique Rodó, Ricardo Rojas o Waldo Frank. In più queste genuine intelligenze americane hanno reagito denunciando i meccanismi dell’imperialismo, come il potere indiretto e occulto dei gruppi economici e finanziari internazionali: citiamo uomini quali Carlos Pereyra e Salvador Borrego in Messico, José Luis Torres e Scalabrini Ortiz in Argentina, Augusto Cépedes e Carlos Montenegro in Bolivia, ed insomma personalità in tutti i nostri paesi. Cosa che il marxismo, e soprattutto quello del PC, ha sempre rifiutato per principio di trattare studiando fenomeni come i maneggi occulti delle banche internazionali. Sarà forse per una capitis deminutio, che risale al finanziamento della rivoluzione russa da parte della banca israelo-nordamericana Kühn, Loeb & Co.? (2) Questi movimenti nazionali iberoamericani  (MNI) traggono origine proprio da noi, e di noi costituiscono la quintessenza, con tutti i tratti di minore valenza politologica ed ideologica che la intelligencija ama attribuirci (3). Ciò fu notato sagacemente dal lucido pensatore nazionale boliviano Carlos Montenegro, il quale affermò: «La massa popolare s’orienta con sorprendente destrezza nel processo labirintico del conflitto. Partecipa solitamente alle rivolte, e leva il potere a questo o quel caudillo (…). La straordinaria proliferazione delle rivolte si nutre d’un incurabile e fondamentale antagonismo, non risolto dalla Guerra d’Indipendenza. Un antagonismo ch’è rimasto sepolto sotto il suolo della Repubblica, come un seme appena ricoperto dalla cappa di terra dell’ordine repubblicano. I suoi tanti e continui germogli rivelano che si tratta d’una vegetazione adatta alla terra ed al clima. La rivolta (come espressione del movimento nazionale) è una delle forme di lotta tra le due tendenze – la coloniale e la nazionale – durante le guerre d’indipendenza» (4).

Ciò che pongono in questione tali movimenti nazionali americani è il regime politico rappresentativo, che disattese ab ovo, sin dall’inizio stesso dell’Indipendenza, la volontà dei nostri popoli. Le élites dirigenti (parlando in creolo, le oligarchie regionali con i rispettivi interessi irriducibili gli uni a quelli delle altre) non solo contribuirono al frazionamento della grande nazione ispanoamericana, ma in più imitarono e copiarono il regime politico parlamentare, liberale e borghese degli Stati Uniti o della Francia. Il loro desiderio d’indipendenza non era una vocazione politica, bensì derivava dal desiderio di poter commerciare liberamente i propri prodotti. Libertà che si poteva assicurare solo se ognuna di esse manteneva il proprio “paesello” con le rispettive dogane. Questa è la contraddizione principale alla base di tutta l’Indipendenza americana: i patrioti, i nazionali, lottarono per convinzione politica sotto la bandiera ideale d’una Patria Grande; le élites (soprattutto urbane) per la libertà di commercio ed una piccola patria. Gli uni ci misero il cuore e sacrificarono le loro stesse vite; gli altri, tutt’al più, ci misero il denaro, ma solo per guadagnarne di più.

 

         1. Messico

Il movimento nazionale in Messico non nacque da un giorno all’altro, ma visse una lunga gestazione, dopo la quale si sviluppò per tappe. Si generò come reazione al “porfirato“, il regime di Porfirio Díaz che governò per lo spazio di 35 anni (dal 1876 al 1911), e contro il quale si sollevarono Madero (5) ed Emiliano Zapata al sud, Pancho Villa al nord. Madero vinse le elezioni il 6 novembre 1911 e fu assassinato già il 22 febbraio 1913: tuttavia, il suo ministro dell’educazione, il filosofo José Vasconcelos, ebbe tempo di realizzare la più grande ed importante riforma dell’educazione nella storia del Messico. Da parte sua, Emiliano Zapata presentò il “Plan de Ayala“, esigendo la terra per i contadini.

Carranza (6) fece promulgare la nuova Costituzione del 1917, di carattere anticristiano ma con un alto contenuto sociale. La riforma religiosa durante il governo Calles (7), anticattolico dichiarato, provocò la guerra dei Cristeros (1927-1929), con la sollevazione del popolo minuto negli Stati di Michoacán, Colima e Jalisco, che si batté fino alla morte contro gl’inqualificabili crimini del “callismo” ed il silenzio complice della gerarchia cattolica messicana. Così, nei confronti delle stragi a man salva e della prevaricazione in nome dell’illuminismo, realizzati dal regime del “turco” Plutarco Elías Calles, l’interpretazione marxista della rivoluzione messicana osserva un rispettoso silenzio. Primo, perché sono ingiustificabili; secondo, perché lottare, come fecero i cristeros, al grido di “Viva Cristo Rey” è inconcepibile per chi crede che “la religione sia l’oppio dei popoli”. Lo stato d’angoscia durò quindici anni, finché nel 1934 fu eletto Lázaro Cárdenas, il quale attuò la riforma agraria e distribuì venti milioni di ettari a 800.000 famiglie. Creò organismi di protezione industriale e banche di credito popolare. L’attitudine popolare del governo Cárdenas si fece sentire in tutti gli aspetti della vita pubblica, soprattutto nella seconda parte del suo mandato, quando cercò di scrollare di dosso al paese l’influenza massonica di Calles e attuò un radicale rivolgimento della sua politica religiosa. «Cárdenas, persona di buon cuore, pose fine al conflitto tra il governo rivoluzionario ed il cattolicesimo nazionale» (8). A questa misura esemplare  va aggiunto il decreto del 18 marzo 1938, con cui nazionalizzò il petrolio. Per i marxisti, il suo fu un governo “un po’ borghese e bonapartista”; per noi, il governo più popolare avuto dal Messico in tutta la sua storia. La differenza con le rivoluzioni francese e russa, le quali furono costruite su teorie politiche, è che in Messico prima s’ebbe la lotta armata, poi l’ideologia politica atta a giustificarla. E la lotta armata la condusse Francisco Madero [«In tutta la storia del Messico non ci fu mai governo più autonomo, più rispettoso della libertà, più alieno da ogni influenza straniera, che quello di Madero» (9)]; mentre l’ideale politico, un misto di socialismo e liberalismo, massoneria ed anticattolicesimo, lo fissò il suo assassino, Carranza, con la costituzione del 1917, che ancora oggi regge, ancorché morigerata, i destini del Messico.

 

         2. Guatemala

Contro la dittatura di Ubico (1935-1944) si scagliò il movimento nazionale rivoluzionario capeggiato da un  triumvirato composto dai militari Jacobo Arbenz e Francisco Arana e dal civile Jorge Toriello, che patrocinò la candidatura del pensatore e pedagogo Juan José Arévalo per un periodo di sei anni, dal 1945 al 1951. Il governo d’Arévalo varò il nuovo codice del lavoro e l’istituto d’assicurazione sociale. La rivoluzione pedagogica e la diffusione dell’insegnamento fin negli ultimi anfratti sociali, rappresentarono i suoi massimi successi. Racconta a tal proposito Manuel Galich, suo ministro degli esteri: “Un giorno mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: “Stiamo per creare un’autentica architettura scolastica e per rivoluzionare la stessa pedagogia. Stiamo per liberare bambini e maestri dalla campana e dagli orari, rendere indipendente ogni aula dalle altre, cosicché ciascun maestro potrà regolare i suoi tempi di lavoro secondo la fatica dei propri alunni, senza che la ricreazione degli uni pregiudichi le lezioni degli altri. Nel contempo, stiamo per dare l’occasione ai bambini d’un certo grado di partecipare, in comune con gli altri, ad attività di socializzazione” (10). Gli successe Jacobo Arbenz, il quale aveva come cancelliere Guillermo Toriello, senza dubbio il ministro delle relazioni estere più nazionalista nella storia dell’America Iberica (11). Il carattere socializzante delle misure di Arbenz, che venivano ad approfondire quelle analoghe di Arévalo, e l’autonomia d’azione in politica estera fecero sì che, con l’assistenza degli Stati Uniti, il 26 luglio 1954 fosse rovesciato da un golpe militare.

Juan José Arévalo studiò all’Universidad Nacional de La Plata, e si distinse come valido saggista; tra i suoi lavori, citiamo come maggiormente significativi: Istmania o la unidad revolucionaria de Centroamérica (1954), Guatemala: la democracia y el imperio (1955), Fábula del tiburón y las sardinas (1956), tutti editi a Buenos Aires. Inoltre, l’Universidad Nacional de Tres de Febrero ha completato la pubblicazione di Escritos y discursos políticos 1935-1951.

 

         3. Nicaragua

Al fine di riportare la pace dopo la destituzione di Emiliano Chamorro (1926) (12), furono convocate nuove elezioni, supervisionate dagli Stati Uniti, nelle quali trionfò José María Moncada (1929-1933). Un nuovo intervento armato da parte dei marines nordamericani convinse un generale di Moncada, Augusto Cesar Sandino, a sollevarsi e cominciare una guerra per bande settennale tra le montagne nel Nicaragua Settentrionale. Quando si ritirarono, le truppe nordamericane lasciarono in propria vece la Guardia Nacional, il cui comandante era Anastasio Somoza. La situazione politica sembrò rasserenarsi e Sandino fu invitato ad abbandonare le armi e la montagna per parlamentare nel palazzo presidenziale; all’uscita del quale, la notte del 21 febbraio 1934, fu assassinato dagli uomini di Somoza. Il principale scritto di Sandino reca il titolo significativo di Plan de realizacíon del sueño de Bolivar (1929): in esso propone la ricostruzione della nazionalità latinoamericana da parte dei ventuno Stati che la compongono, inclusa Haiti; propone la creazione di un’unica corte di giustizia, un’unica forza armata (di terra, aria e mare), un solo parlamento ed un solo istituto bancario latinoamericano.

Nel luglio 1979 Daniel Ortega, invocando l’eredità di Sandino, prese il potere in Nicaragua, avviando quella rivoluzione chiamata appunto “sandinista”. Tra i suoi provvedimenti si distinsero l’ampia campagna d’alfabetizzazione, la nazionalizzazione delle imprese e la creazione di cooperative di lavoratori; tuttavia, gravi errori nell’amministrazione economica del paese e la dubbia condotta dei suoi più alti dirigenti, sommata all’irriducibile opposizione de “los contras“, portarono alla disfatta elettorale del 1990.

 

         4. Costa Rica 

L’annullamento delle elezioni del 1948 scatenò la guerra civile da cui uscì vincitore José Figueres, fondatore del Partito di Liberazione Nazionale. Nel ’53 questi giunse al potere e nazionalizzò le banche; inoltre, rese effettiva la Costituzione del 1949, fondatrice della cosiddetta seconda repubblica. Ritornò nuovamente al potere nel 1970, e per mezzo secolo fu il “grande elettore” della Costa Rica. Sul finire della carriera politica decretò l’abolizione dell’esercito. Il movimento di liberazione nazionale, di taglio socialdemocratico, durante le sue tre presidenze e quelle dei successori, riuscì a costruire una società democratica basata sullo sviluppo sociale, l’equità e la solidarietà.

Nel quadro della storica lotta contro l’imperialismo, merita una menzione particolare il costaricense Juan Rafael Mora, il quale respinse l’invasione filibustiera comandata da William Walker, uno statunitense che nel 1855 aveva preso il potere in Nicaragua e cercava d’estendere il proprio dominio sul Centroamerica.

 

         5. Panama

Nel 1931 Arnulfo Arias (1901-1988) fondò la Coalición Nacional Revolucionaria. Fu eletto presidente nel ’41 e promulgò la nuova costituzione del paese; varò una serie di riforme significative, ma al nono mese venne rovesciato da un colpo di Stato. Nel ’48 fu eletto per la seconda volta, ma nuovamente rovesciato nel ’51.

Nel gennaio del 1964 si verificò un grave incidente con gli Stati Uniti nella zona del canale, che costò numerose vite; motivo per cui Panama ruppe le relazioni con Washington e si rifiutò di negoziare un nuovo accordo per il canale. Il capo nazionalista Arnulfo Arias si pose alla testa della rivolta. Nel ’68 fu eletto per la terza volta, ma ancora venne rovesciato dopo appena undici giorni, questa volta ad opera del colonnello Omar Torrijos, rappresentante d’una giunta militare. Una nuova costituzione pose in essere un regime militare e nazionalista, dominato da Torrijos che assunse simultaneamente la presidenza del governo ed il comando della Guardia Nazionale, unica forza armata del paese, con funzione sia di difesa sia d’ordine pubblico. Sostenitore della via militare al socialismo, strinse relazioni con Cuba, ma il fallimento del regime peruviano di Velasco Alvarado (13) lo convinse a cambiare alleanza e passare con Messico, Venezuela e Colombia. Nel 1973 ottenne una risoluzione delle Nazioni Unite favorevole al recupero della zona del canale, e più tardi firmò due trattati (1977 e 1978) con gli Stati Uniti per la sua devoluzione nel 1999. Nel 1978 abbandonò la presidenza del governo, ma, in qualità di generale a capo della Guardia Nazionale, mantenne le redini del potere fino all’incidente aereo che ne provocò la morte.

 

         6. Puerto Rico 

È riconosciuto, benché poco noto, che la Guerra Ispano-nordamericana del 1898 rappresenta, in termini politologici, l’avvio della globalizzazione. A seguito di quella gli Stati Uniti ottennero il controllo di Filippine, Hawai, Guam, Guantánamo e Puerto Rico, oltre a pretendere pervicacemente la Perla dei Caraibi.

Il movimento nazionale a Puerto Rico ruota intorno alla leggendaria figura di Pedro Albizu Campos (1891-1965), condottiero nazionalista e indipendentista. Dalla sua lontana adesione al partito nazionalista nel 1924 fino alla morte, per quarant’anni lottò con tutti i mezzi a disposizione per la liberazione del proprio paese. Così, si precluse la partecipazione alle elezioni coloniali ed il servizio militare. Nel ’36 venne accusato di cospirare contro il governo degli Stati Uniti, e dopo i massacri di Ponce fu imprigionato ad Atlanta sino al 1947. Nel ’50 venne nuovamente incarcerato per un attentato contro Truman. Indultato nel ’53, un attentato alla Camera dei Rappresentanti statunitense lo ricondusse nuovamente in prigione, dove morì nel 1965.

Uno dei pensatori più significativi di questo movimento nazionale è il giornalista e saggista Antonio S. Pedreira, con la sua opera Insularismo, ensayo de interpretación portorriqueña (1934).

 

         7. Cuba 

Il famoso Emendamento Platt, conseguenza del Trattato di Parigi del 10 dicembre 1898, fu imposto dagli Stati Uniti alla convenzione costituente cubana del 1900-01, che convertì la nascente repubblica in uno Stato semi-sovrano; così fu per sessant’anni, finché il “movimento del 26 luglio” non rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista (1959). Fidel Castro, a seguito della rivoluzione cubana di deciso taglio marxista, promosse un cambiamento radicale in tutto il sistema politico, sociale, culturale ed economico dell’isola. Anche se si cominciò con un “infeudamento” sovietico, lentamente quello che è conosciuto come “castrismo” sviluppò caratteri propri ed acquisì una relativa autonomia, adattandosi alle particolari circostanze dell’America Indoiberica.

 

         8. Ecuador

Nel 1895 avviene uno di quei fatti emblematici che spingono i popoli alla sollevazione: il governo ecuadoriano presta la propria bandiera al Cile perché la possa utilizzare per l’incrociatore Esmeralda, venduto al Giappone in guerra con la Cina, così da fargli attraversare il Pacifico senza pericolo. La rivolta che ne derivò portò al potere Eloy Alfaro (1842-1912), che fece approvare una nuova costituzione e governò il paese per due mandati sino al 1911, gettando i semi d’una chiara coscienza nazionale, non ostante la sua forte impronta liberale.

La continuazione del movimento nazionale ecuadoriano fu incarnata da José María Velasco Ibarra, cinque volte presidente (per la prima volta nel 1934 e l’ultima nel 1970) e cinque volte rovesciato da colpi di stato. Il “velasquismo”, come movimento politico di taglio nazionale, si distinse per le sue riforme pubbliche e sociali, quali l’introduzione del riposo settimanale per i lavoratori, il miglioramento delle condizioni dell’esercito, le opere d’irrigazione, la costruzione di scuole tecniche, strade ed aeroporti.

 

         9. Perù 

L’APRA, movimento politico e culturale fondato da Víctor Raúl Haya de la Torre, si formò ideologicamente tra il 1924 e il 1930. Esso ha la rara particolarità che il suo capo e fondatore non giunse mai ad esercitare il potere, proprio come successo a José Antonio Primo de Rivera col falangismo ed a Corneliu Zelea Codreanu con la Guardia di Ferro romena. L’APRA riuscì a giungere al potere nel 1983 col disastroso governo di Alan García, che nominò vicepresidente il vecchio storico aprista Luis Alberto Sánchez.

L’ideologia dell’APRA, esposta da Haya de la Torre nel suo miglior libro, El antiimperialismo y el Apra, poggia su due princìpi: a) rompere con la colonizzazione culturale e b) creare un fronte dei lavoratori intellettuali e manuali il cui obiettivo è lottare per una confederazione indoamericana. Haya de la Torre fu influenzato da due pensatori nazionali iberoamericani di chiara fama, come il socialista Manuel Ugarte ed il nazionalista José Vasconcelos. Da quest’ultimo trasse la nozione di “Indoamerica”, termine equivoco che potrebbe far pensare all’indigenismo, mentre in realtà mira a riflettere il nostro comune carattere di figli dell’America, che si sia indiani o creoli. La tesi di Haya, in polemica col marxismo-leninismo, è che l’imperialismo, ultima tappa del capitalismo in Europa, è invece la prima nell’Indoamerica, in quanto trasforma il regime feudale-commerciale, esportatore di beni agricoli e minerari, in uno tecnologizzato ed industrializzato.

Una menzione la merita il generale Juan Velasco Alvarado, che nel 1968, con l’appoggio massiccio del popolo, prese il potere per essere poi deposto da un altro golpe militare nel 1975. Durante il suo mandato furono promulgate leggi di riforma agraria e pedagogica, si nazionalizzarono le risorse economiche fondamentali del paese, s’assunse il diretto controllo statale delle compagnie petrolifere e delle telecomunicazioni; inoltre, si tentò di frenare l’influenza economica degli Stati Uniti.

 

         10. Bolivia

Terminata la Guerra del Chaco (1932-35) tra Bolivia e Paraguay  – orchestrata da Standard Oil (USA) e Royal Dutch (anglo-olandese) per spartirsi il controllo sul petrolio – si fece carico del governo boliviano il giovane colonnello Busch, che impose alle grandi aziende minerarie di restituire il denaro ottenuto dall’esportazione illegale di minerali. Val la pena ricordare che la Bolivia era allora una grande miniera a cielo aperto, dominata dalla “spirale mineraria” composta da Simón Patiño, il re dello stagno, Mauricio Hoschschild e Carlos Víctor Aramayo, che facevano e disfacevano i governi a proprio piacimento. Busch finì col suicidarsi nel 1939.

Il 20 dicembre 1943 l’esercito s’alleò con i nazionalisti, tra le cui file erano intellettuali come Augusto Céspedes, Carlos Montenegro e Víctor Paz Estensoro; la coalizione portò al potere il maggiore Gualberto Villaroel, il quale riuscì per la prima volta ad organizzare un sindacato dei minatori. La “spirale” mise termine alla sua opera impiccandolo ad un lampione di Plaza Murillo, il 21 luglio 1946.

Tra il ’46 ed il ’52 il Movimento Nazionalista Rivoluzionario (MNR) acquisì una grande influenza sul popolo boliviano, finché il 9 aprile 1952 questo invase le strade di La Paz, combattendo, disarmando e sconfiggendo l’esercito della Spirale. Ad assumere il potere fu Víctor Paz Estensoro, che lo tenne per dodici anni. Le riforme furono molte e varie, ma l’MNR finì coll’esaurirsi a causa delle numerose divisioni interne e della corruzione dei suoi dirigenti.

Il 22 gennaio 2006 sale al potere Evo Morales, attraverso il suo Movimento al Socialismo (MAS), e si dichiara espressamente a favore d’una politica d’integrazione sudamericana, stabilendo una relazione diretta e franca con la Cuba di Castro ed il Venezuela di Hugo Chávez. Le sue prime misure hanno riguardato la nazionalizzazione degl’idrocarburi, e così ha posto fine alla storica spoliazione delle ricchezze del sottosuolo boliviano.

 

         11. Brasile

La storia del movimento nazionale brasiliano comincia emblematicamente con la “colonna Prestes”, la quale prende il nome da uno dei capitani del generale Isidoro Días López che nel 1924 tentò invano d’effettuare un golpe militare, espressione dell’insoddisfazione di tutte le classi sociali. Nel corso di due anni Prestes marciò lungamente per 36.000 km, sostenendo alcuni combattimenti. Tra le altre cose, reclamava la modernizzazione dei processi politici ed il voto universale e segreto. La crisi del ‘30, vissuta in Brasile come la “crisi del caffé” (il cui prezzo passò da 22,5 a 8 centesimi di dollari), lanciò nella corsa alla presidenza Getulio Vargas, che sventolava come vessillo il nome dell’allora generale Prestes. Tuttavia, Vargas fu sconfitto, ma solo grazie alle frodi dei “signori del caffé”. Già nel ‘37 Vargas salì al potere per stabilire lo “Estado Novo”, un tentativo di rimodellare fin dalle fondamenta il vecchio Stato. Le maggiori caratteristiche del suo periodo di governo furono: politica sociale favorevole ai lavoratori, divisione dei latifondi, produzione di carbone quale surrogato alle importazioni, sviluppo di tutto l’apparato industriale brasiliano. Vargas, sottoposto ad un costante logorio a causa degl’interessi dell’Esercito e dei signori del caffé, sempre in tensione per le incomprensioni della sinistra e la vecchia oligarchia ancora quasi del tutto intatta, scelse di darsi alla morte dell’agosto 1954. Ma, come denuncia nel suo testamento, più di tutto a provocarne il suicidio furono le pressioni dei gruppi economici e finanziari internazionali.

 

         12. Argentina

La crisi del 1930 toccò le strutture politiche ed economiche dell’intera America Iberica, e dunque anche l’Argentina. Cadde il governo di Yrigoyen ed iniziò la “decade infame”, così battezzata da José Luis Torres (nostro maestro politico), ch’ebbe termine con la rivoluzione condotta dai colonnelli del GOU (14) il 4 giugno 1943. Conseguentemente, nel 1946 fu eletto presidente Juan Perón, che lo rimase fino al colpo di stato del 1955. Le misure assunte dal suo governo possono riassumersi ne: lo sviluppo dell’industria leggera; la ricerca in campo nucleare; l’avanzamento nella coscienza della libertà del popolo lavoratore attraverso le sue molteplici organizzazioni sociali (sindacati e unioni d’ogni tipo). A causa della sua politica internazionale d’integrazione sudamericana e non allineamento, Perón fu fin da subito osteggiato dai Nordamericani, finché questo gli costò la destituzione nel 1955. I successivi governi peronisti o pseudo-peronisti hanno mantenuto, almeno formalmente, la stessa strategia internazionale.

La bibliografia relativa al peronismo è pressoché sterminata: noi, per la serie “ogni maestro col suo libretto”, suggeriamo di leggere il nostro Notas sobre el peronismo (2006) (15), che ci risulta essere l’unico studio sul peronismo come teoria politica.

 

         13. Venezuela 

La società venezuelana, dalla caduta di Pérez Jiménez (1959) incatenata alla nefasta alternanza al potere concordata col patto di Punto Fijo (1960) – alternanza pseudodemocratica tra democristiani e socialdemocratici – riuscì a liberarsi con “el caracazo” del 27 febbraio 1989 (16). La conseguenza fu un colpo di stato, che nel 1992 fece conoscere il comandante Hugo Chávez, dapprima imprigionato e poi liberato. Nel 1998 ha vinto le elezioni presidenziali e, al momento d’assumere il potere, ha proclamato le tre leggi fondamentali: proprietà comunitaria della terra, della pesca e degl’idrocarburi; inoltre, ha varato una nuova costituzione ispirata agl’ideali di Simón Bolivar, cioè volta alla realizzazione dell’unità continentale del mondo iberoamericano. Nel 2002 un golpe filo-nordamericano tentò di destituirlo, ma s’infranse contro l’immediata reazione delle forze armate e del popolo venezuelani. Il suo programma sociale, ribattezzato “missione bolivariana”, consiste nell’organizzare i servizi statali non solo attraverso la burocrazia statale, ma anche tramite i militanti della causa bolivariana. La missione comprende diversi ambiti: educazione, salute, casa. L’intenzione è d’edificare un socialismo bolivariano, di carattere sudamericano. La sua originale visione geopolitica è quella del “Venezuela come ingranaggio”, limitando il nord non con l’Atlantico ma con la Francia (Martinica), l’Olanda (Aruba), gli Stati Uniti e l’Inghilterra (vedi i vari “Stati giocattolo” caraibici). L’asse sudamericano passa per Caracas, Brasilia e Buenos Aires, e s’è aggiunta pure La Paz dopo l’ascesa al potere di Evo Morales.

 

         Conclusione 

Abbiamo visto come, all’origine del processo da cui scaturirono i movimenti nazionali della Nostra America nel XX secolo, vi fosse la commozione prodotta in seno alla «intelligenza americana» (per usare le parole di Alfonso Reyes) dalla Guerra Ispano-nordamericana, per provocare la quale gli Stati Uniti ricorsero ad un sotterfugio: affondarono una propria nave, il Maine, ancorata a Cuba, incolpando poi la Spagna. Ebbero così il pretesto per scatenare una guerra che sapevano vinta in partenza, ma per l’ultima volta la Spagna seppe mostrare la propria grandezza. “La guerra ispano-americana, breve ma d’enorme importanza, simboleggiò in America la definitiva sostituzione del Nuovo Mondo al Vecchio, e fu il primo rintocco di campana a morte per quattro secoli d’egemonia culturale, di diritto internazionale e di cosmovisione europea. Fu l’anticamera dell’abisso finale, rappresentato dalla Grande Guerra” (17). Sicché, noi non poniamo l’origine della nascita del movimento nazionale in un avvenimento istituzionale, come i liberali, né crediamo sia la conseguenza della guerra interimperialista, come i marxisti, né la cerchiamo, come fanno gli americanisti estetici, in una disposizione della “anima latina”; bensì, la troviamo nel turbamento della coscienza iberoamericana, provocato dall’aggressione subita dal nostro ecumene. Non si può descrivere adeguatamente un fenomeno senza sapere come cominciò o quale fu la sua causa.

Ciò viene a spiegare il manifestarsi della cosiddetta “generazione del centenario”, che in Messico si radunò attorno all’Ateneo de la Juventud (1909) con Henríquez Ureña, Reyes, Vasconcelos; a Buenos Aires intorno a Leopoldo Lugones, Ricardo Rojas, Manuel Ugarte; ad Alberto Masferrer (1868-1930) a El Salvador; a Fernando Ortíz (1881-1969) a Cuba; a Víctor Andrés Belaunde (1883-1966), José Santos Chocano (1875-1934) e Francisco García Calderón (1883-1953) in Perù; a Joaquín García Monje (1881-1958) in Costa Rica – e nel resto dei paesi dell’America Iberica fiorirono tanti altri pensatori nazionali, che già enumerammo all’inizio.

Come s’è potuto osservare attraverso la lettura di questo breve riassunto, sono tredici i paesi del nostro ecumene culturale iberoamericano in cui, durante il XX secolo, si cercò di consolidare un movimento nazionale legato alle radici continentali. Sono invece molto pochi i paesi in cui ciò non fu neppure tentato: Cile, Colombia, Paraguay, Uruguay, Honduras, El Salvador e Repubblica Dominicana. Si può darne una spiegazione e lo faremo caso per caso.

Lo sviluppo storico del Cile in epoca coloniale, col ruolo di capitanato generale, ne ha provocato l’isolamento rispetto alla Nostra America. E, per quanto abbia avuto grandi pensatori nazional-americani come Edwards Bello, Enrique Zorrilla o Pedro Godoy, non si riuscì a creare un movimento nazionale integrazionista con capacità di direzione politica. La disposizione integrazionista di Salvador Allende dipendeva dal suo marxismo ed era ristretta agli altri partiti comunisti, ma non dipendeva certo da una vocazione iberoamericana che non possedeva.

Il caso della Colombia si spiega con la spaccatura provocatasi nel paese a partire dall’assassinio nel 1948 del capo popolare Jorge Eliécer Gaitán (18), con la contrapposizione tra liberalconservatori da un lato e guerriglia marxista (FARC) dall’altro. La guerriglia è funzionale a questo ordine di cose, giacché – assieme al narcotraffico – giustifica l’intervento diretto degli Stati Uniti nella regione. Non a caso, da quasi mezzo secolo convivono in Colombia il regime liberale più filostatunitense del Sudamerica e la guerriglia marxista più longeva del continente. Fa specie questa guerriglia che non trova adepti né nei paesi vicini, né tra il regime marxista di Castro a Cuba, non ostante appartengano alla stessa famiglia d’idee. Parimenti strana l’adesione incondizionata agli Stati Uniti d’un liberalismo ad oltranza che non ha alcun alleato nella regione. Che ci sarà dietro le quinte? (19) Non sarà forse che la Colombia possiede tutte le caratteristiche d’un paese imperiale: il carattere bioceanico, la ricchezza del suolo e la fierezza dei suoi uomini, tutto ciò unito alla superiore qualità spirituale dei suoi abitanti?

I casi di Uruguay e Paraguay hanno connotazioni simili, in quanto caratterizzati dal criterio dell’opportunismo politico nelle relazioni col Brasile e l’Argentina, talvolta strette talvolta distanti, talvolta cordiali talvolta fredde, come vuole la meschinità tipica dei piccoli paesi. Così, per tutto il XX secolo il Paraguay fu semplicemente una dittatura commerciale, con la sola eccezione del presidente Natalicio González, poi costretto a fuggire in Argentina. Per quanto concerne l’Uruguay, basterà ricordare il nomignolo affibbiatogli dal suo massimo storico, Washington Reyes Abadie, e cioè “Ponsombilandia” (dal nome dell’ambasciatore inglese lord Ponsomby). Degno di menzione è Luis Alberto Herrera il quale, all’interno del partito bianco, capeggiò una corrente d’opinione dai tratti nazionali, senza però riuscire a darle forma politica.

Il caso di Honduras e El Salvador si spiega con le contraddizioni interne a questi paesi, che nel corso del XX secolo impedirono loro di sviluppare una politica statale; inoltre, per anni si cercò di risolvere tali contraddizioni attraverso la guerriglia tra bande, cagionando gravi perdite umane e materiali. A Santo Domingo il problema è lo stesso: una società con contraddizioni irrisolte che per un secolo oscillò tra due personaggi, Joaquín Balaguer e Juan Bosch, l’uno conservatore e l’altro socialista. Impossibile dare forma al progetto nazionale dominicano.

Come abbiamo visto, i movimenti nazionali nella Nostra America sono riusciti a mobilitare i popoli nella misura in cui i popoli stessi hanno trovato unità d’azione. È proprio dell’imperialismo, come faceva già Zeus sull’Olimpo, dividere per dominare. Infatti, abbiamo evidenziato come quei pochi paesi dell’America centro-meridionale a non aver mai avuto un proprio movimento nazionale, siano stati penalizzati dalle divisioni interne. Per tale ragione non posso che denunciare il bipartitismo come uno degli strumenti di dominazione dell’imperialismo e dei poteri indiretti.

 

* Alberto Buela è docente presso la Escuela Superior de Gobierno de la Pcia. di Buenos Aires; membro del Centro de Estudios Estratégicos Suramericanos di Cordoba (Argentina). Membro del Comitato Scientifico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

 

 

 

1. La “sinarchia” (termine che invero non è proprio al vocabolario della lingua italiana , mentre figura in spagnolo ad in altre lingue) è un sistema di governo per cui più personalità gestiscono uno Stato, curando ciascuna una singola parte di territorio. Nell’accezione utilizzata da Perón, la sinarquía è il sistema derivante dall’influenza (non istituzionalizzata) di grandi gruppi commerciali o singole personalità molto facoltose sulla vita politico-economica del paese, ed è cioè sinonimo di “governo ombra”.  Invece i cipayas, nei secoli XVII, XVIII e XIX, erano gl’indigeni americani che s’arruolavano come soldati negli eserciti d’Inghilterra, Francia o Portogallo. Da allora, il termine “cipayo” è divenuto in Sudamerica sinonimo di “collaborazionista”, “traditore” (NdT).

2. Si veda la nostra opera La sinarquía y lo nacional, Bs. As. Ed. Marcos, 1983, p. 9.

3. Un politologo, all’apparenza serio e neutrale (C. Buchrucker, Nacionalismo y Peronismo, Bs. As. Sudamericana, 1987, p. 259), rispetto a questi movimenti parla, con chiaro intento dispregiativo, di “nazionalismo populista”.

4. Carlos Montenegro, Nacionalismo y colonialje, Bs. As., Pleamar, 1967, pp. 73-74.

5. Si tratta di Francisco I. Madero (1873-1913): guidò la rivolta contro il dittatore Díaz e fu eletto presidente del Messico, ma ben presto rovesciato da un golpe e assassinato. (NdT)

6. Venustiano Carranza (1859-1920), già collaboratore di Madero, fu presidente dal 1915 fino alla morte per mano di ribelli. (NdT)

7. Plutarco Elías Calles (1877-1945), contribuì a rovesciare Carranza e fu presidente dal 1924 al 1928. (NdT)

8. José Vasconcelos, Breve historia de México, México, Ed. Continental, 1959, p. 519.

9. Ibidem, p. 432.

10. Manuel Galich, Por qué lucha Guatemala, Bs. As., Elmer Editor, 1956, p. 123.

11. Autore del formidabile libro La batalla de Guatemala, Santiago de Chile, Ed. Universitaria, 1955.

12. Già presidente dal 1917 al 1921, nel 1926 Chamorro (1871-1966) aveva cercato di reimpadronirsi del potere con la violenza, ma il suo governo golpista aveva avuto vita brevissima. (NdT)

13. Il generale Juan Velasco Alvarado (1910-1977) tra il 1968 e il 1975 presiedette un “Governo Rivoluzionario” in Perù, cercando l’alleanza con Cuba e l’Unione Sovietica. Fu rovesciato da un golpe militare. (NdT)

14. Si tratta del “Gruppo degli Ufficiali Uniti” che rovesciò il governo conservatore di Castillo. (NdT)

15. Si trova in Rete: <http://www.pensamientonacional.com.ar>.

16. Punto Fijo era il nome della residenza del futuro presidente Rafael Caldera a Caracas: là si concluse l’omonimo patto di spartizione del potere tra i partiti centristi. Col termine intraducibile di  “Caracazo” sono invece passati alla storia i moti che sconvolsero la capitale del Venezuela (ed i suoi dintorni) negli ultimi giorni di febbraio e nei primi di marzo del 1989: la popolazione si sollevò spontaneamente contro le riforme liberiste del presidente socialdemocratico Pérez, ed il regime “puntofijista” reagì sospendendo la Costituzione ed avviando una sanguinosa repressione militare (si calcola che circa 3000 cittadini inermi furono uccisi dalle forze di sicurezza e dall’esercito, molti dopo essere stati torturati). Nel 1999 la Corte Interamericana per i Diritti Umani ha riconosciuto il governo venezuelano d’allora responsabile per la terribile repressione del caracazo. (NdT)

17. Horacio Cagni, La guerra hispanoamericana y el inicio de la globalización, Bs. As., Olcese Editores, 1999, p. 7.

18. L’avvocato Gaitán (che studiò anche all’Università Reale di Roma) fu sindaco di Bogotà (1936-37), ministro dell’educazione (1940-42) e candidato alla presidenza, prima d’essere ucciso da Juan Roa Sierra. Costui fu subito linciato dalla folla, cosicché non s’è mai saputo quali fossero le reali motivazioni né i mandanti dell’omicidio. (NdT).

19. Come non potrebbe ferirci la frustrazione dell’eroismo congenito di cui è piena la Colombia? La terra di Blass de Lesso che, con solo 3000 uomini, nel 1741 sconfisse i 28000 dell’ammiraglio inglese Edward Vernon a Cartagena de Indias: «Un reggimento nordamericano costituiva parte delle forze invasori di Vernon; si scagliò contro il castello di San Felipe, e ne faceva parte anche Lawrence Washington, fratello del futuro liberatore degli Stati Uniti d’America, George Washington». In Inghilterra avevano già preparato le medaglie commemorative in vista del trionfo, ma dopo un assedio di due mesi dovettero abbandonare la battaglia lamentando la perdita formidabile del 65% dei propri effettivi.

 

Bibliografia:

 

Opere generali per il XX secolo:

 

Julio Ycaza Tigerino, Una sociología hispanoamericana, Managua-Madrid, E.C.H., 1958

Jorge A. Ramos, Historia de la nación latinoamericana, Bs.As, Peña Lillo, 1973

Luis Corsi Otálora, Bolivar: Impacto del desarraigo, Bogotá, Tercer Mundo, 1983

Vicente Sáenz, Rompiendo cadenas (las del imperialismo norteamericano en Centroamérica), México-Bs.As., Ed. Ciade/Palestra, 1933/1961

Moisés Chong Marín, Historia de la cultura en América latina(siglo XX), Panamá, Ed.Chong-Ramar, 1967

Carlos Pereyra, Breve historia de América, Madrid, Aguilar, 1930 (ha avuto molte riedizioni)

 

Messico:

José Vasconcelos, Breve historia de México, México, Ed.Continental, 1959

 

Guatemala:

Guillermo Toriello, La batalla de Guatemala, Santiago de Chile, Ed. Universitaria, 1955

Juan José Arévalo; Escritos y discursos políticos, Bs.As, Univ. Nac. Tres de febrero, 2003

 

Costa Rica:

Rodrigo Carazo Odio, Sentido metapolítico del Istmo, Bs.As., “Disenso” n. 14, agosto 1998

Joaquín García Monje, Repertorio americano (1919-1958), San José

 

Nicaragua:

Julio Ycaza Tigerino; Perfil cultural y político de Nicaragua, Managua-Madrid, ECH., 1971

 

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Antonio Fernós Isern, Estadolibrismo puertorriqueño, Hato Rey, Univ.Interamericano de Puerto Rico, 1996

Manuel Maldonado Denis, Puerto Rico, una interpretación histórico-social, México, Siglo XXI, 1969

 

Repubblica Dominicana:

José Ramón López, El gran pesimismo dominicano, Santiago, UCMM, 1975

 

Panama:

Ricaurte Soler, Clase y nación, problemática panameña, Panamá, Ed. Tareas, 1995

 

Colombia:

Alfonso López Michelsen, El Estado fuerte, Bogotá, Ed.Populibro, 1966

 

Bolivia:

Mariano Baptista Gumucio, Historia contemporánea de Bolivia (1930-1975), La Paz, 1976

 

Venezuela:

José Luis Salcedo Bastardo, Historia fundamental de Venezuela, Caracas, 1972

 

Brasile:

Gilberto Freyre, Interpretación del Brasil, México, FCE, 1945

Getulio Vargas, Brasil en armas, Bs.As., Ed. Mundo Atlántico, 1944

 

Uruguay:

Luis Alberto Herrera, La formación histórica rioplatense, Bs.As, Coyoacan, 1961

Washington Reyes Abadie, Crónica general del Uruguay, Montevideo, Ed. Banda oriental, 1979

 

Cile:

Cástulo Martínez H., Por la razón o la fuerza, La Paz, Ed. Weinberg, 2002

Pedro Godoy P., Ensayos suramericanos, Santiago, Ed. Nuestramérica, 2000

 

Ecuador:

Gonzalo Zaldumbide, Significado de España en América, Inst. hispano de Estados Unidos, New York, 1933

Gabriel Cevallos García, Reflexiones sobre la historia del Ecuador, Quito, Corporación Editora nacional, 1987

 

Paraguay:

Natalicio González, Textos escogidos(el pluralismo americano), Asunción, Ed. El Lector, 1996

Justo Pastor Benítez, Formación social del pueblo paraguayo, Asunción, Ed. El lector, 1996

 

Perú:

Francisco García Calderón, La creación de un continente, Caracas, Biblioteca Ayacucho, 1960

(traduzione di Daniele Scalea)

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