eurasia-rivista.org

inv

MIGRAZIONI

Migrazioni :::: Claudio Mutti :::: 17 dicembre, 2015 ::::  
MIGRAZIONI

Il termine migrazione indica uno spostamento di uomini o di animali da una sede ad un’altra; esistono perciò migrazioni di popoli e di persone singole, così come migrazioni di gru o di anguille. Considerato in relazione agli esseri umani (individui e collettività), il fenomeno migratorio si rivela alquanto complesso, sicché comporta diverse definizioni e classificazioni.

Secondo l’ONU sono da ritenersi spostamenti migratori i cambiamenti di residenza aventi una durata superiore ad un anno, per cui restano esclusi fenomeni quali “il pendolarismo, il frontalierato, la transumanza, l’alpeggio, il nomadismo e quelle forme di spostamenti ciclici legati al bracciantato agricolo stagionale, alla vendita di manufatti prodotti direttamente, alla prestazione d’opera o di servizi stagionali” (1).

Considerata in base alla sua durata, una migrazione può essere permanente o temporanea, anche se una distinzione di questo genere non è sempre facile: un trasferimento che secondo il progetto iniziale doveva essere temporaneo può diventare definitivo, mentre un trasferimento progettato come definitivo può risolversi, per cause impreviste, in uno spostamento temporaneo.

Per quanto riguarda l’ampiezza, le migrazioni possono essere classificate come intraregionali ed extraregionali, intranazionali ed extranazionali, intracontinentali ed extracontinentali.
Rispetto al numero degl’individui migranti, si distinguono migrazioni per infiltrazione e migrazioni di massa. Nel primo caso, “il movimento migratorio si svolge mediante il trasferimento di singoli individui o, al massimo, di piccoli nuclei familiari” (2). Alla categoria delle migrazioni di massa (spostamenti di popoli interi o comunque di grandi gruppi umani) appartengono invece le conquiste, le colonizzazioni, le invasioni.

“Invasioni barbariche”, ad esempio, è la locuzione preferita dagli storici italiani e francesi per indicare quel vasto fenomeno di spostamenti a catena che a partire dai secc. IV e V d.C. interessò popolazioni eterogenee del continente eurasiatico, per concludersi col loro insediamento su territori che in molti casi erano già appartenuti all’Impero romano e che comunque erano diversi da quelli di cui tali popolazioni erano originarie. Come è noto, questo fenomeno migratorio è stato invece definito dalla cultura tedesca col termine più neutro ed anodino di “migrazioni di popoli” (Völkerwanderungen).

In relazione alla volontà degl’individui che migrano, vi sono migrazioni definibili come volontarie (allorché si sceglie liberamente di trasferirsi altrove allo scopo di migliorare la propria condizione economica) ed altre qualificabili come coatte (in quanto determinate da costrizioni politiche o persecuzioni oppure da eventi bellici o catastrofi naturali).

I cosiddetti fattori di spinta migratoria, ossia quelli che inducono ad emigrare, sono dunque diversi. Un potente fattore di spinta è quello economico, quando nel paese d’origine le opportunità di lavoro sono scarse ed il tenore di vita è inferiore rispetto alle aree scelte come destinazione. Vi sono poi fattori di spinta migratoria definibili come politici: guerre, conflitti etnici, persecuzioni ecc.

Tra i fattori che agevolano il movimento migratorio, quelli sociali consistono nell’esistenza di una rete capace di assicurare un certo sostegno ai migranti appena arrivati nel paese di destinazione. Tale rete di relazioni sociali può coincidere con una comunità di connazionali che, già insediata nel paese prescelto, consente ad amici e parenti rimasti in patria di emigrare a loro volta, offrendo informazioni, risorse per il trasferimento e infine assistenza nella ricerca di una sistemazione. Si tratta di un processo a catena: “Se esiste una ‘legge’ in materia di migrazioni, è che un flusso migratorio, una volta avviato, si alimenta da solo” (3). Ma la rete di relazioni sociali a sostegno dei migranti può anche essere costituita da organizzazioni non governative o da enti assistenziali, sia laici sia ecclesiastici, che coinvolgono le amministrazioni e la politica.

A livello infrastrutturale, un fattore agevolante è rappresentato dalla disponibilità dei trasporti, legali e illegali, eventualmente affiancati dalle iniziative “umanitarie” organizzate dai governi.
Infine, “risultato delle condizioni facilitatrici sociali e infrastrutturali, l’immigrazione è stimolata dal numero crescente di imprese clandestine che organizzano l’immigrazione illegale” (4).

Ai fattori di spinta migratoria si collegano le strategie specificamente concepite al fine di creare o manipolare un movimento migratorio di massa. In tal caso si ha a che fare con quelle che Kelly M. Greenhill (già assistente del senatore John Kerry e già consulente del Pentagono, presidentessa del gruppo di lavoro pubblico su conflitto, sicurezza e politica presso la Harvard Kennedy School of Government del Belfer Center) chiama “migrazioni progettate coatte” (coercive engineered migrations), vale a dire “movimenti di popolazione transfrontalieri che vengono deliberatamente creati o manipolati al fine di strappare concessioni politiche, militari e/o economiche ad uno o più Stati presi di mira” (5). La Greenhill individua tre distinte categorie di migrazioni strategicamente progettate: quelle espropriatrici, quelle esportatrici e quelle militarizzate. “Le migrazioni progettate espropriatrici sono quelle in cui il principale obiettivo è l’appropriazione del territorio o della proprietà di un altro gruppo o gruppi, oppure l’eliminazione di tale gruppo o di tali gruppi in quanto minacciano il dominio etnopolitico o economico di coloro che progettano la migrazione (o le migrazioni); rientra in questo caso ciò che è comunemente noto come pulizia etnica. Migrazioni progettate esportatrici sono le migrazioni progettate per rafforzare una posizione politica interna (espellendo dissidenti politici ed altri avversari interni) oppure per sconfiggere o destabilizzare uno o più governi stranieri. Infine, migrazioni progettate militarizzate sono quelle effettuate, di solito durante un conflitto armato, per acquisire vantaggio militare contro un avversario – attraverso la spaccatura o la distruzione del suo centro di comando, della sua logistica o delle sue capacità di movimento – oppure per rafforzare la propria struttura attraverso l’acquisizione di personale o risorse aggiuntive” (6).

Parlando dell’immigrazione clandestina di massa che ha sconvolto l’Europa nel 2015, il presidente ceco Miloš Zeman ha inquadrato il fenomeno nello schema delineato dall’ex assistente di Kerry.
“La cosiddetta crisi migratoria – ha detto Zeman nel corso di una visita ufficiale a Pardubice – è un’invasione organizzata, il cui scopo è quello di abbattere le strutture sociali, culturali, economiche e politiche europee. È un’invasione ben organizzata. Non è spontanea. Ci sarà un momento in cui l’esercito ceco dovrà agire per difendere i confini della Repubblica Ceca”.

Insomma, come ebbe a dire un’altra docente universitaria statunitense l’11 dicembre 2000, commentando la guerra in Cossovo, “È cambiata la natura stessa della guerra; adesso i rifugiati sono la guerra” (“The nature of war itself has changed; now the refugees are the war”).

Le “migrazioni progettate coatte” (coercive engineered migrations) si configurano perciò come un’arma non convenzionale che, al pari di altre armi altrettanto non convenzionali (terrorismo, manipolazione dei media, pirateria informatica, turbative dei mercati azionari ecc.), viene usata per combattere quella che due celebri polemologi cinesi hanno chiamata “guerra senza limiti”. È interessante e significativo il fatto che i due polemologi accostino George Soros a Bin Laden (7): il famigerato “filantropo” è stato citato dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, in un’intervista rilasciata a Radio Kossuth, in relazione all’invio in Europa di sedicenti profughi provenienti dall’Africa e dal Vicino Oriente. “Il suo nome – ha detto Orbán – rappresenta forse il caso più noto di coloro che sostengono tutto ciò che sovverte il tradizionale stile di vita europeo”, mentre gli attivisti delle sue organizzazioni, fornendo assistenza legale e pratica agl’immigrati clandestini, “diventano inavvertitamente parte della rete internazionale di contrabbando di esseri umani”.

In seguito agli attacchi terroristici di Parigi attribuiti al Daesh (il sedicente “Stato Islamico”), è stata nuovamente presa in considerazione l’ipotesi di un rapporto tra movimenti migratori e terrorismo. In realtà, molti migranti hanno abbandonato la loro terra proprio per sottrarsi alla ferocia del Daesh o, comunque, alle condizioni catastrofiche create in Africa e nel Vicino Oriente dalle aggressioni occidentali. Tuttavia, data la mancanza di efficaci controlli alle frontiere dell’Unione Europea, non si può certo escludere che i flussi migratori, controllati da gruppi criminali, abbiano recato con sé anche elementi affiliati ad organizzazioni terroristiche o da queste facilmente reclutabili. “Da tempo – ha dichiarato un funzionario dei servizi d’informazione – sappiamo che il traffico di esseri umani sta attirando l’attenzione di milizie estremiste e formazioni terroristiche, incluso Islamic State. Sia come possibile metodo di veicolamento verso l’Europa di elementi ostili a loro affiliati, sia in quanto canale di finanziamento” (8). In ogni caso, una massa di immigrati destinata a condizioni di vita precarie, all’emarginazione ed alla frustrazione non può non costituire un bacino ideale per l’azione di proselitismo dei gruppi terroristi.

NOTE
1. E. Squarcina, Glossario di geografia politica e geopolitica, Società Editrice Barbarossa, Milano 1997, p. 96.
2. E. Dell’Agnese, Le dinamiche demografiche, in: G. Corna Pellegrini – E. Dell’Agnese – E. Bianchi, Popolazione, società e territorio, Unicopli, Milano 1991, p. 144.
3. M. Weiner, Global Migration Crisis, Harper Collins, New York 1995, p. 21.
4. I.S.M. U., Primo rapporto sulle migrazioni 1995, Franco Angeli, Milano 1995, p. 64.
5. “cross-border population movements that are deliberately created or manipulated in order to induce political, military and/or economic concessions from a target state or states” (K. M. Greenhill, Weapons of Mass Migration. Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy, Cornell University Press, Ithaca and London 2010, p. 13).
6. “Dispossessive engineered migrations are those in which the principal objective is the appropriation of the territory or property of another group or groups, or the elimination of said group(s) as a threat to the ethnopolitical or economic dominance of those engineering the (out-)migration; this includes what is commonly known as ethnic cleansing. Exportive engineered migrations are those migrations engineered either to fortify a domestic political position (by expelling political dissidents and other domestic adversaries) or to discomfit or destabilize foreign government(s). Finally, militarized engineered migrations are those conducted, usually during armed conflict, to gain military advantage against an adversary – via the disruption or destruction of an opponent’s command and control, logistics, or movement capabilities – or to enhance one’s own force structure, via the acquisition of additional personnel or resources” (K. M. Greenhill, Weapons of Mass Migration, cit., p. 14).
7. Qiao Liang – Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001, pp. 101 e 118.
8. C. Gatti, Migranti, un affare da 3 miliardi che finanzia anche il terrorismo, “Il Sole 24 Ore”, 22 novembre 2015, p. 4.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailFacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail
Tagged as: , , , , ,

inv