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L’ISLAMISMO CONTRO L’ISLAM?

:::: Claudio Mutti :::: 12 febbraio, 2013 ::::  
L’ISLAMISMO CONTRO L’ISLAM?

Leonid Savin, direttore di “Geopolitika” (Mosca), ha intervistato Claudio Mutti sul tema trattato nell’ultimo numero di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Diamo qui di seguito la versione in lingua italiana dell’intervista, che è stata pubblicata oggi (12 febbraio 2013) nel sito di “Geopolitika”  (http://www.geopolitica.ru/article/islamizm-protiv-islama#.URp7qfLWncx)

 

 

 

Signor Claudio Mutti, vorremmo parlare con Lei del fenomeno dell'”islam politico” e delle sue attività. Potrebbe darcene una chiara definizione? 

– Il termine “islam politico” è stato coniato dall’orientalista francese Oliver Roy nel libro L’Échec de l’Islam politique (Le Seuil, Paris 1992). Oliver Roy dà il nome di “islam politico” quello che un altro orientalista francese, Gilles Kepel, chiama “islamismo” (Le Prophète et Pharaon. Aux sources des mouvements islamistes, Le Seuil, Paris 1984, edizione riveduta 1993; Jihad : expansion et déclin de l’islamisme, Gallimard, Paris 2000, edizione riveduta 2003) e “islam radicale” (The roots of radical Islam, Saqi, London 2005). “Islam politico”, “islamismo”, “Islam radicale”, più o meno come “fondamentalismo islamico” e “integralismo islamico” sono definizioni corrispondenti a tendenze moderniste generate dal “riformismo islamico” e condannate come devianti dagli esponenti dell’Islam tradizionale. Tuttavia il linguaggio politico occidentale fa spesso un uso ampio, elastico e scorretto di questi termini, confondendo l’islamismo con l’Islam e traendo conclusioni conformi allo schema dello “scontro di civiltà”.

 

 

Com’è che l'”islam politico” si è manifestato in Europa e nel Vicino Oriente? Quali sono le differenze all’interno del movimento? 

– Il cosiddetto “islam politico” è il prodotto delle teorie wahhabite e salafite. Il wahhabismo, come è noto, trae la propria denominazione da Muhammad ibn Abd al-Wahhab, che visse nella Penisola Araba nel XVIII secolo e, secondo Henry Corbin, può essere considerato “il padre del movimento salafita attraverso i secoli”. Il capostipite ideologico del salafismo fu comunque Jamal ad-din al-Afghani, che nel 1878 fu ammesso in una loggia massonica di rito scozzese del Cairo e nel 1883 fondò la Salafiyyah; il suo discepolo e successore, Muhammad Abduh, anch’egli massone, nel 1899 diventò Muftì dell’Egitto grazie al beneplacito delle autorità britanniche. Il principale erede di queste scuole di pensiero è il movimento dei FRatelli Musulmani, fondato da Hasan al-Banna nel 1928. Oggi i Fratelli Musulmani sono un movimento polimorfo che rappresenta la variante pragmatica, realistica e politica della galassia nata dall’ideologia wahhabita-salafita. Perciò l’appellativo di “salafita” viene per lo più riservato ai gruppi e movimenti massimalisti, meno disposti a compromessi tattici e magari più inclini a praticare attività paramilitari e terroristiche.

 

 

In che modo l’islamismo, inteso come tendenza radicale violenta, è riuscito ad inserirsi nel mondo dell’Islam e fra gli attori politici attuali?  

– Occorre ricordare che l’agente britannico John Philby fu il principale consigliere di Ibn Saud, l’usurpatore della custodia dei Luoghi Santi, il quale fece dell’eresia wahhabita l’ideologia ufficiale dell’Arabia Saudita. Il regno wahhabita, storicamente alleato degli imperialisti angloamericani, ha generosamente finanziato e sostenuto i gruppi islamisti. Oggi per questi gruppi hanno trovato un altro cassiere wahhabita, l’Emiro catariota; ospitando Aljazeera e la sede regionale del Quartier Generale statunitense, Al-Tani cerca di assumere un ruolo di guida nel mondo arabo ed è diventato il principale concorrente dell’Arabia Saudita nella coalizione araba filoamericana. Anche in questo caso, chi paga i musicanti decide la musica, che è, in fin dei conti, una musica americana.

 

 

E’ possibile che si instauri un’alleanza organica tra gruppi islamisti estremisti e Stati Uniti?  Non penso soltanto al caso dell’Arabia Saudita, ma anche al coinvolgiment del Dipartimento di Stato USA in “operazioni coperte”  e di manipolazione dell’Islam. 

– Samuel Huntington scrive che il vero problema per gli Stati Uniti non è rappresentato dal fondamentalismo islamico, ma dall’Islam. Perciò, se l’Islam è il nemico strategico degli Stati Uniti, il fondamentalismo islamico può diventare un alleato tattico. Questa teoria è stata d’altronde applicata in Afghanistan, nei Balcani, in Cecenia, in Libia, in Siria. Per quanto riguarda il Dipartimento di Stato americano, dal curriculum vitae di Abd al-Wahid Pallavicini (A Sufi Master’s Message, Milan 2011, p. 11) è possibile apprendere che esso organizza corsi per guide musulmane presso il Migration Policy Institute di Washington. Lo scopo di tali corsi è ovviamente quello di formare guide musulmane made in USA.

 

 

Qual è la Sua analisi degli squilibri sociali e dei movimenti musulmani nel Vicino Oriente e nel Nordafrica? Secondo Samir Amin vi sarebbe la longa manus del capitalismo, che vuole combattere le idee di giustizia della sinistra.

– Nel mondo musulmano le idee di giustizia non sono di sinistra, ma sono coraniche. Siccome l’Islam è incompatibile col capitalismo, i liberal-liberisti hanno bisogno di un Islam “riformato”, quello che alcuni definiscono come “versione araba dell’etica calvinista”. Gli esecutori di questo progetto sono i movimenti wahhabiti e tutti coloro che vogliono le “riforme democratiche” nel mondo musulmano. I patrocinatori di questa manipolazione dell’Islam sono le petromarchie e i petroemirati del Golfo Arabo. Queste forze stanno creando una Banca di Sviluppo del Medio Oriente, che dovrebbe concedere prestiti ai Paesi arabi, aiutando la loro transizione alla democrazia e rafforzando le catene del debito. Intanto in Egitto i Fratelli Musulmani hanno chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito di 3,2 miliardi didollari.

 

 

L’islam tradizionale – dagli ordini sufici alle comunità sciite in Iran, Iraq, Libano ecc. – può essere un antidoto all’islam postmoderno o può essere solo un bersaglio per l’Occidente e per le sette di recente fondazione?

– Nella Penisola Araba e in Turchia, illudendosi di potere sradicare il sufismo, wahhabiti e kemalisti hanno messo al bando gli ordini iniziatici. In Libia, in Tunisia, in Mali, i salafiti ed altri islamisti hanno distrutto luoghi tradizionali di culto e biblioteche islamiche, più o meno come è avvenuto a Mecca e a Medina sotto il terrore wahhabita. Le comunità sciite sono perseguitate dai regimi wahhabiti, come nel Bahreyn. Gruppi e governi eterodossi attaccano l’Islam tradizionale in tutte le sue forme – sia sunnite sia sciite – considerandolo il maggior ostacolo alla loro azione sovversiva.

 

 

E per quanto concerne Israele? I servizi d’informazione statunitensi prevedono che lo Stato ebraico sparirà nel giro di una trentina d’anni. Questo per via di una minaccia reale da parte dell’Islam o perché gli USA rivedranno il loro rapporto con questo Stato, che è il punto critico in una regione così importante per loro? 

– La nuova ed ambiziosa strategia americana, che Obama ha inaugurata col suo discorso del Cairo, mira a stabilire l’egemonia atlantica sul mondo arabo e nel Vicino Oriente, col consenso arabo. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario coinvolgere le potenze regionali in un ampio fronte contro l’Iran, considerato il nemico principale nella zona; la realizzazione di tale fronte comporta la collaborazione degli Stati arabi col regime sionista. I primi devono perciò garantire la loro complicità col regime sionista, il quale, in cambio, deve accettare la nascita di una insignificante entità palestinese.

 

 

Vediamo che ci sonoesempi di coesistenza tra Stato e religione, come in Indonesia, con l’idea del movimento dei moderati… Lei pensa che il fondamentalismo violento dipenda da ragioni di carattere etnico e geografico, da particolari interpretazioni del Corano, dal grado di prosperità economica?

– Secondo la dottrina islamica, la politica è parte della religione; lo Stato si fonda sull’Islam ed ha uno scopo religioso, sicché, come diceva l’Imam Khomeyni, “governare significa mandare in vigore le norme coraniche”. Quanto alle comunità musulmane che vivono in Stati non islamici, è compito delle guide musulmane trovare quelle soluzioni che, nel rispetto delle leggi islamiche, agevolino la convivenza dei musulmani coi non musulmani. In Europa, dove la presenza di un numero elevato di musulmani è un fatto recente, questo lavoro è soltanto ai suoi inizi.

 

 

Che cosasi può prevedere per il futuro prossimo? In quale direzione si muoverà, specialmente in Europa, l’ “islam politico”? 

– Il fenomeno antislamico chiamato islamismo dipende in larga misura dai regimi wahhabiti alleati con gli Stati Uniti d’America. Perciò possiamo attenderci che l’ “islam politico” venga utilizzato secondo le esigenze della strategia statunitense; per esempio in Algeria, che molto probabilmente sarà il prossimo obiettivo del subimperialismo francese d’obbedienza americana. Quanto all’Unione Europea, l’esperienza ci insegna che i servizi segreti statunitensi e sionisti sono esperti nella manipolazione dei gruppuscoli estremisti, sicché non è improbabile che gruppi salafiti vengano attivati a scopo di ricatto e di minaccia nei confronti di qualche governo europeo.

 

 

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