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L’ETERNITÀ DI ROMA NELLA VICENDA STORICA RUSSA

Russia :::: Giovanni Valvo :::: 6 dicembre, 2013 ::::  
L’ETERNITÀ DI ROMA NELLA VICENDA STORICA RUSSA

L’ascesa al potere di Vladimir Putin, nel 1999, ha segnato la fine di un’epoca nella millenaria storia della Russia. Dopo un decennio di caos, che era arrivato a minacciare l’esistenza stessa del paese più grande del mondo, Mosca intraprendeva un percorso volto a riaffermare la propria potenza in Eurasia, sotto la guida di un governo forte ed autorevole, che riaccendeva la fiamma dell’orgoglio russo integrando il patriottismo sovietico con gli elementi imperiali propri dell’epoca zarista. Tra i miti destinati a riemergere dal torpore del periodo eltsiniano il più importante era quello di Mosca Terza Roma, che vedeva nella Moscovia, ed in seguito nella Russia, l’erede di Bisanzio, a sua volta sostituitasi a Roma nel momento in cui, nel 476, l’Impero Romano d’Occidente era caduto in mano ai barbari. Ma quale verità si cela dietro il mito delle tre Rome? Su quali fondamenti legali poggia la plurisecolare idea, che accompagnò i monarchi russi a partire da Ivan III, secondo cui la Russia è la legittima erede dell’Impero Romano? E fino a che punto tale idea, che fa del Cristianesimo l’elemento cardine della translatio imperii, è riuscita a sopravvivere indenne all’ateismo di stato sovietico? Per rispondere a tali interrogativi sarà necessario fare un breve excursus della storia romana, per poi affrontare la questione della romanità della Russia.

Secondo la tradizione, Roma venne fondata nel 753 a.C. da Romolo, a cui Virgilio, nell’Eneide, avrebbe in seguito attribuito un’origine troiana facendolo discendere da Enea. Dopo l’età regia, che caratterizzò la prima fase della storia di Roma, nel 509 a.C. nacque la Repubblica, che sarebbe durata fino al 27 a.C, quando il conferimento del titolo di Augustus ad Ottaviano da parte del Senato avrebbe segnato l’inizio formale dell’età imperiale avviata dalle conquiste di Cesare. Nel 116, con la conquista di Susa da parte di Traiano, l’Impero Romano raggiunse la sua massima estensione, esercitando la sua sovranità su una superficie di sei milioni e mezzo di chilometri quadrati compresa tra l’oceano Atlantico ad ovest ed il mar Caspio, l’oceano Indiano ed il Mar Rosso ad est. A quel tempo Roma era ancora politeista e, in quanto tale, anticristiana e lo sarebbe rimasta per altri due secoli, fino a quando l’Editto di Serdica del 311 ed il più celebre Editto di Costantino del 313 non avrebbero segnato la fine delle persecuzioni contro i cristiani, riconoscendo al Cristianesimo la parità con gli altri culti dell’impero. Era il riconoscimento di un processo di cristianizzazione già in atto, destinato a fondere l’idea dell’eternità di Roma con l’universalità del messaggio cristiano, un processo che in seguito, in epoca bizantina, avrebbe portato all’identificazione dei romani con l’ecumene cristiana. Tale equazione, romano per  cristiano, sarebbe stata così naturale da essere recepita anche da forze esterne e talvolta ostili all’impero, qual è il caso dei persiani e dei turchi, selgiuchidi prima e ottomani poi, che avrebbero continuato a designare con il nome di Rum, cioè di romani, tutte le popolazioni cristiane dell’Anatolia e dei Balcani da essi soggiogate a partire dalla metà dell’XI secolo.

Culto predominante dell’impero, il Cristianesimo ne divenne la religione ufficiale nel 380 con Teodosio, alla cui morte gli immensi territori su cui egli aveva governato vennero divisi tra i suoi due figli, Arcadio e Onorio. Al primo, il maggiore, venne assegnato il governo della parte orientale dell’impero, indubbiamente la più importante, mentre a Onorio spettò la parte occidentale. Sebbene la divisione dovesse rivestire un carattere squisitamente amministrativo, volto a rendere più efficace la difesa dell’impero dalle sempre più frequenti incursioni barbare, le due entità andarono presto a configurarsi come organismi statali autonomi. Tuttavia, quando nel 476 il re degli Eruli Odoacre depose l’ultimo imperatore d’occidente, Romolo Augusto, ne rimise le insegne all’imperatore d’oriente Zenone, segno del fatto che l’unità dell’impero non era venuta meno: quello che in seguito sarebbe stato denominato come Impero Bizantino non era altro che l’Impero Romano, privato dei suoi territori occidentali. Non a caso, alcuni anni più tardi, l’imperatore d’oriente Giustiniano I sarebbe stato il promotore della restauratio imperii, un progetto volto a ricostituire l’unità dell’Impero Romano mediante la riconquista dei territori persi ad occidente. Nonostante l’ambizione di un tale disegno, che non a caso si sarebbe rivelato irrealizzabile, Giustiniano riuscì ad ottenere una serie di vittorie che portarono alla temporanea riconquista dell’Italia e di importanti regioni nei Balcani, nella penisola iberica e in Nord Africa, facendo guadagnare al sovrano l’appellativo di “Grande”. Senza dubbio il più importante imperatore bizantino, Giustiniano fu anche l’ultimo monarca d’oriente educato nel seno di una famiglia di lingua e cultura latine, rientrando a pieno titolo nel novero dei più grandi imperatori romani di tutti i tempi.

D’altra parte, la stessa designazione dell’Impero Romano d’Oriente come bizantino è un’idea retrospettiva, formulata nel 1557 dallo storico tedesco Hieronymus Wolf nel suo Corpus Historiæ Byzantinæ e diffusasi in Europa nel XIX secolo, con l’indipendenza della Grecia. La scelta di conferire all’Impero Romano d’Oriente un’alterità rispetto all’Impero Romano (che ne rimase la denominazione ufficiale anche dopo il 476) ha in realtà profonde ragioni di carattere storico-politico, rintracciabili nel processo di germanizzazione dei territori appartenuti all’Impero Romano d’Occidente. Decise a rafforzare l’indipendenza dei regni sorti nella parte occidentale dell’impero, le popolazioni barbariche assimilatesi ai romani cercarono di enfatizzarne le differenze rispetto ai loro ex-concittadini orientali: era l’inizio di quella rivalità tra l’Occidente romano-germanico e l’Oriente greco-romano che, in seguito al Grande Scisma del 1054 e alla distruzione di Costantinopoli nel corso della IV Crociata, avrebbe fatto del Cattolicesimo e dell’Ortodossia gli strumenti ideologici di uno scontro geopolitico tutt’oggi in atto, anche se con modalità e attori diversi. Senza voler entrare in questa sede nel merito della discussione teologica relativa al Filioque, un’aggiunta al testo del Credo costantino-niceno che costituirà la ragione formale dello scisma, va tuttavia segnalato che, dopo una strenua resistenza da parte della Chiesa romana, questa innovazione verrà introdotta soltanto nel 1014 da un papa, Benedetto VIII, che doveva la sua restaurazione al soglio pontificio ad Enrico IV di Baviera. Quest’ultimo, incoronato dallo stesso Benedetto VIII imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Enrico II, ne avrebbe portato avanti la politica germanocentrica che, sin dalla sua fondazione, nell’800, per opera del Re dei Franchi Carlo Magno, ne aveva caratterizzato l’azione; un germanocentrismo destinato ad esprimersi, politicamente, in una politica antibizantina e, dunque, antiromana, che avrebbe caratterizzato la storia dell’Europa occidentale nei secoli a venire.

Constatata la sostanziale identità tra l’Impero Romano e quello bizantino, passiamo ora ad analizzare l’unica, vera translatio imperii della storia romana: il passaggio dalla Seconda alla Terza Roma, da Costantinopoli a Mosca. Il 29 maggio 1453, al termine di un assedio durato tre mesi, le truppe del sultano turco ottomano Maometto II conquistano Costantinopoli, ponendo fine alla parabola millenaria dell’Impero Romano d’Oriente. Demetrio e Tommaso Paleologo, figli del defunto imperatore Costantino XI, riparano nel despotato di Morea. Quando, nel 1460, anche quest’ultimo baluardo di civiltà romana si appresta a cadere sotto i colpi delle vittoriose armate ottomane, Demetrio fugge cercando riparo presso il sultano, mentre Tommaso e i suoi figli, tra i quali Zoe, andranno alla volta di Roma, passando per Modone e Corfù. E sarà proprio Zoe Paleologa, in qualità di figlia del legittimo pretendente al trono di Bisanzio, a mantenere in vita la dinastia dei Cesari allorquando, nel 1472, andrà in sposa al principe di Mosca Ivan III. Da quel momento, la Moscovia sarà la Terza Roma e i suoi sovrani potranno legittimamente fregiarsi del titolo di zar, abbreviazione del latino caesar. «Due Rome sono cadute, la terza resta e una quarta non ci sarà». Con queste parole, nel XVI secolo, lo starec Filofej di Pskov esprimerà l’idea dell’eternità di Roma, già preannunciata da Giove e Venere nell’Eneide: «A Roma non pongo io termine o fine: / Ché fia del mondo imperatrice eterna». Nei secoli successivi, lo spirito di conquista proprio dell’Impero Romano avrà modo di esplicarsi nelle decine di campagne militari che i sovrani russi, liberatisi dal giogo tartaro anche in virtù dell’eredità romana di cui si sentivano depositari, avrebbero portato a termine, creando un impero di ventidue milioni di chilometri quadrati esteso dalla Polonia all’Alaska. Per quasi mezzo millennio l’autocrazia zarista, con le sue conquiste, le sue meraviglie architettoniche e gli sfarzi della sua corte, avrebbe fatto rivivere i fasti dell’Antica Roma nel cuore dell’Eurasia, diffondendo la cultura greco-romana tra le popolazioni della steppa.

Le due rivoluzioni del 1917, che porteranno all’abrogazione della monarchia e all’avvento di un regime marxista-leninista, sembreranno infliggere un colpo mortale allo spirito imperiale russo, sostituito dall’internazionalismo comunista. Tuttavia, l’ascesa al potere di Stalin imporrà ben presto una svolta patriottica al neonato stato sovietico, destinata a consolidarsi nel corso della seconda guerra mondiale. Nell’autunno del 1941, alla vigilia della Battaglia di Mosca, il dittatore georgiano ordina che l’Icona della Madre di Dio di Vladimir venga caricata su di un aereo e fatta sorvolare per tre volte sulla città affinché la salvi dall’attacco tedesco: è il segnale, a cui farà seguito la riabilitazione ufficiale della Chiesa Ortodossa, che la Terza Roma è risorta.

Oggi l’Unione Sovietica non esiste più, ma la Federazione Russa, che ne ha ereditato il ruolo internazionale, si sta prepotentemente affermando come potenza antagonista all’Occidente, di cui contesta non soltanto le ambizioni geopolitiche ma anche molti dei valori fondanti, ritenuti in contrasto con la sua specificità storica. Da centro mondiale del comunismo, Mosca è tornata ad essere il centro mondiale dell’Ortodossia, protetta dal potere politico come in epoca zarista e ancor prima bizantina, quando il basileus era il protettore dei romani, ovvero dei cristiani di tutto il mondo. Un ritorno alla tradizione romana, quello della Russia, espresso simbolicamente dall’aquila bicipite che dal centro del tricolore russo sventola sul Cremlino. E chissà che il suo attuale inquilino, da molti salutato come un nuovo zar, non sia veramente un uomo della provvidenza venuto a realizzare la profezia di Giove, Venere e Filofej.

 

* Giovanni Valvo è un analista geopolitico indipendente specializzato in questioni eurasiatiche.

 

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