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	<title>eurasia-rivista.org &#187; L&#8217;Editoriale di Eurasia</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Jul 2010 12:39:55 +0000</lastBuildDate>
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		<item>
		<title>La Russia chiave di volta del sistema multipolare</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 13:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo sistema multipolare è in fase di consolidamento. I principali attori sono gli USA, la Cina, l’India e la Russia. La Russia, per la sua posizione centrale nella massa eurasiatica, per la sua vasta estensione e per l’attuale orientamento impresso alla politica estera dal tandem Putin-Medvedev, sarà, verosimilmente, la chiave di volta della nuova struttura planetaria. Ma, per adempiere a questa funzione epocale, essa dovrà superare alcuni problemi interni: primi fra tutti, quelli riguardanti la questione demografica e la modernizzazione del Paese, mentre, sul piano internazionale, dovrà consolidare i rapporti con la Cina e l’India, instaurare al più presto una intesa strategica con la Turchia e il Giappone. Soprattutto, dovrà chiarire la propria posizione nel Vicino e Medio Oriente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare" title="La Russia chiave di volta del sistema multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/numero_1_20102.3fms6x4nzvs4sckk0wogoc0kc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="112" alt="La Russia chiave di volta del sistema multipolare" ></div></a><p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/3856/la-russia-e-il-sistema-multipolare" target="blanK">[Editoriale del numero 1/2010]</a></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0cm; text-align: justify } 		P.western { so-language: it-IT; font-style: italic } 		P.cjk { font-style: italic } 		P.ctl { font-style: italic } 		H1 { margin-top: 0cm; margin-bottom: 0cm } 		H1.western { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT } 		H1.cjk { font-family: "Arial Unicode MS"; font-size: 12pt } 		H1.ctl { font-family: "Tahoma"; font-size: 12pt } 		H3 { text-indent: 1.25cm; margin-top: 0cm; margin-bottom: 0cm; text-align: justify } 		H3.western { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT; font-style: italic; font-weight: normal } 		H3.cjk { font-family: "Arial Unicode MS"; font-size: 12pt; font-style: italic; font-weight: normal } 		H3.ctl { font-family: "Tahoma"; font-size: 12pt; font-style: italic; font-weight: normal } 		H2 { margin-top: 0cm; margin-bottom: 0cm } 		H2.western { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT; font-style: italic; font-weight: normal } 		H2.cjk { font-family: "Arial Unicode MS"; font-size: 12pt; font-style: italic; font-weight: normal } 		H2.ctl { font-family: "Tahoma"; font-size: 12pt; font-style: italic; font-weight: normal } --></p>
<p lang="it-IT"><em><span style="font-size: small;">Il nuovo sistema multipolare è in fase di consolidamento. I principali attori sono gli USA, la Cina, l’India e la Russia. Mentre l’Unione Europea è completamente assente ed appiattita nel quadro delle indicazioni-diktat provenienti da Washington e Londra, alcuni paesi dell’America meridionale, in particolare il Venezuela, il Brasile, la Bolivia, l’Argentina e l’Uruguay manifestano la loro ferma volontà di partecipazione attiva alla costruzione del nuovo ordine mondiale. La Russia, per la sua posizione centrale nella massa eurasiatica, per la sua vasta estensione e per l’attuale orientamento impresso alla politica estera dal tandem Putin-Medvedev, sarà, verosimilmente, la chiave di volta della nuova struttura planetaria. Ma, per adempiere a questa funzione epocale, essa dovrà superare alcuni problemi interni: primi fra tutti, quelli riguardanti la questione demografica e la modernizzazione del Paese, mentre, sul piano internazionale, dovrà consolidare i rapporti con la Cina e l’India, instaurare al più presto una intesa strategica con la Turchia e il Giappone. Soprattutto, dovrà chiarire la propria posizione nel Vicino e Medio Oriente.</span></em></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><em><span style="font-size: small;"><br />
</span></em></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Considerazioni sullo scenario attuale</span></span></strong></h3>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ai fini di una veloce disamina dell’attuale scenario mondiale e per meglio comprendere le dinamiche in essere che lo configurano, proponiamo una classificazione degli attori in gioco, considerandoli sia per la funzione che svolgono nel proprio spazio geopolitico o sfera d’influenza, sia come entità suscettibili di profonde evoluzioni in base a specifiche variabili.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il presente quadro internazionale ci mostra almeno tre classi principali di attori. Gli attori egemoni, gli attori emergenti e infine il gruppo degli inseguitori e dei subordinati. A queste tre categorie occorre, per ragioni analitiche, aggiungerne una quarta, costituita da quelle nazioni che, escluse, per motivi diversi, dal gioco della politica mondiale, sono in cerca di un ruolo.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli attori egemoni</span></span></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al primo gruppo appartengono quei paesi che per la particolare postura geopolitica, che li identifica come aree <em>pivot</em>, o per la proiezione della forza militare o di quella economica determinano le scelte e i rapporti internazionali delle restanti nazioni. Gli attori egemoni inoltre influenzano direttamente anche alcune organizzazioni globali, fra cui il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Tra le nazioni che presentano tali caratteristiche, pur con sfumature diverse, possiamo annoverare gli USA, la Cina, l’India e la Russia.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La funzione geopolitica attualmente esercitata dagli USA è quella di costituire il centro fisico e la guida del sistema occidentale nato alla fine del secondo conflitto mondiale. La caratteristica principale della nazione nordamericana, in rapporto al resto del pianeta, è data dal suo espansionismo, attuato con una particolare aggressività e la messa in campo di dispositivi militari su scala globale. Il carattere imperialista dovuto alla sua specifica condizione di potenza marittima le impone comportamenti colonialisti verso vaste porzioni di quello che considera impropriamente il suo spazio geopolitico (1). Le variabili che potrebbero determinare un cambio di ruolo degli USA sono essenzialmente tre: a) la crisi strutturale dell’economia neoliberista; b) l’elefantiasi imperialista; c) le potenziali tensioni con il Giappone, l’Europa e alcuni Paesi dell’America centromeridionale.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina, l’India e la Russia, in quanto nazioni-continente a vocazione terrestre, ambiscono a svolgere le loro rispettive funzioni macroregionali nell’ambito eurasiatico sulla base di un comune orientamento geopolitico, peraltro in fase avanzata di strutturazione. Tali funzioni, tuttavia, vengono condizionate da alcune variabili, tra le quali evidenziamo:</span></span></p>
<ol>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">le 	politiche di modernizzazione;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">le 	tensioni dovute alle disomogeneità sociali, culturali ed etniche 	all’interno dei propri spazi;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la 	questione demografica che impone adeguate e diversificate soluzioni 	per i tre paesi.</span></span></p>
</li>
</ol>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda la variabile relativa alle politiche di modernizzazione, osserviamo che essendo queste troppo interrelate per gli aspetti economico-finanziari con il sistema occidentale, in particolare modo con gli USA, tolgono alle nazioni eurasiatiche sovente l’iniziativa nell’agone internazionale, le espongono alle pressioni del sistema internazionale, costituito principalmente dalla triade ONU, FMI e BM (2) e, soprattutto, impongono loro il principio dell’interdipendenza economica, storico fulcro della espansione economica degli USA. In rapporto alla seconda variabile, notiamo che la scarsa attenzione che Mosca, Beijing e Nuova Delhi prestano verso il contenimento o la soluzione delle rispettive tensioni endogene offre al loro antagonista principale, gli USA, occasioni per indebolire il prestigio dei governi ed ostacolare la strutturazione dello spazio eurasiatico. Infine, considerando la terza variabile, riteniamo che politiche demografiche non coordinate tra le tre potenze eurasiatiche, in particolare quelle tra la Russia e la Cina, potrebbero, nel lungo periodo creare contrasti per la realizzazione di un sistema continentale equilibrato.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I rapporti tra i membri di questa classe decidono le regole principali della politica mondiale.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In considerazione della presenza di ben 4 nazioni-continente (tre nazioni eurasiatiche ed una nordamericana) è possibile definire l’ attuale sistema geopolitico come multipolare.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli attori emergenti</span></span></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La categoria degli attori emergenti raggruppa, invece, quelle nazioni che, valorizzando particolari <em>atout</em> geopolitici o geostrategici, cercano di smarcarsi dalle decisioni imposte loro da uno o da più membri del ristretto <em>club</em> del primo tipo. Mentre lo scopo immediato degli emergenti consiste nella ricerca di una autonomia regionale e, dunque, nell’uscita dalla sfera d’influenza della potenza egemone, da attuarsi principalmente mediante articolate intese ed alleanze regionali, transregionali ed extra-continentali, quello strategico è costituto dalla partecipazione attiva al gioco delle decisioni regionali e persino mondiali. Fra i paesi che assumono sempre più la connotazione di attori emergenti, possiamo enumerare il Venezuela, il Brasile, la Bolivia, l’Argentina e l’Uruguay, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il Giappone di Yukio Hatoyama e, seppur con qualche limitazione, il Pakistan. Tutti questi paesi appartengono di fatto al sistema geopolitico cosiddetto “occidentale”, guidato da Washington. Il fatto che molte nazioni di quello che nel periodo bipolare era considerato un sistema coeso possano essere considerate emergenti e quindi entità suscettibili di concorrere alla costituzione di nuovi poli di aggregazione geopolitica induce a pensare che l’edifico messo a punto dagli USA e dalla Gran Bretagna, così come lo conosciamo, sia di fatto in via di estinzione oppure in una fase di profonda evoluzione. La crescente “militarizzazione” che la nazione guida impone ai rapporti bilaterali con questi paesi sembra sostanziare la seconda ipotesi. La comune visione continentale degli emergenti sudamericani e la realizzazione di importanti accordi economici, commerciali e militari costituiscono gli elementi base per configurare lo spazio sudamericano quale futuro polo del nuovo ordine mondiale (3).</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli attori emergenti aumentano i loro gradi di libertà in relazione alle alleanze ed alle frizioni tra i membri del <em>club</em> degli egemoni ed alla coscienza geopolitica delle proprie classi dirigenti.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il numero degli attori emergenti e la loro collocazione nei due emisferi settentrionale (Turchia e Giappone) e meridionale (paesi latinoamericani) oltre ad accelerare il consolidamento del nuovo sistema multipolare ne delineano i due assi principali: l’Eurasia e l’America indiolatina.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli inseguitori-subordinati e i subordinati </span></span></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La designazione di attori inseguitori e subordinati, qui proposta, intende sottolineare le potenzialità geopolitiche degli appartenenti a questa classe in rapporto al loro passaggio alle altre. Sono da considerare inseguitori-subordinati quegli attori che ritengono utile, per affinità, interessi vari o particolari condizioni storiche, far parte della sfera d’influenza di una delle nazioni egemoni. Gli inseguitori-subordinati riconoscono all’egemone il ruolo di nazione guida. Tra questi possiamo menzionare ad esempio la Repubblica sudafricana, l’Arabia saudita, la Giordania, l’Egitto, la Corea del Sud. I subordinati di questo tipo, giacché “seguono” gli USA quale nazione guida, a meno di rivolgimenti provocati o gestiti da altri, ne condivideranno il destino geopolitico. Il rapporto che intercorre tra questi attori e il paese egemone è di tipo, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>mutatis mutandis</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, vassallatico. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sono invece subordinati </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>tout court</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> quegli attori che, esterni al naturale spazio geopolitico dell’egemone, ne subiscono il dominio. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La classe dei paesi subordinati è contraddistinta dall’assenza di una coscienza geopolitica autonoma o, meglio ancora, dalla incapacità delle classi dirigenti di valorizzare gli elementi minimi e sufficienti per proporre e dunque elaborare una propria dottrina geopolitica. Le ragioni di questa assenza sono molteplici e varie, fra di esse possiamo menzionare la frammentazione dello spazio geopolitico in troppe entità statali, la colonizzazione culturale, politica e militare esercitata dall&#8217;egemone, la dipendenza economica verso il paese dominante, le particolari e strette relazioni che intercorrono tra l’attore egemone globale e i ceti dirigenti nazionali i quali, configurandosi come vere e proprie oligarchie, sono preoccupati più della propria sopravvivenza piuttosto che degli interessi popolari e nazionali che dovrebbero rappresentare e sostenere. Le nazioni che costituiscono l’Unione Europea rientrano in questa categoria, ad eccezione della Gran Bretagna per la nota </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>special relationship</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che intrattiene con gli USA (4).</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’appartenenza dell’Unione Europea a questa classe di attori è dovuta alla sua situazione geopolitica e geostrategica. Nell’ambito delle dottrine geopolitiche statunitensi, l’Europa è sempre stata considerata, fin dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, una testa di ponte protesa verso il centro della massa eurasiatica (5). Tale ruolo condiziona i rapporti tra l’Unione Europea e i Paesi esterni al sistema occidentale, in primo luogo la Russia e i Paesi del Vicino e Medio Oriente. Oltre a determinare, inoltre, il sistema di difesa della UE e le sue alleanze militari, questo particolare ruolo influenza, spesso anche profondamente, la politica interna e le strategie economiche dei suoi membri, in particolare quelle concernenti l’approvvigionamento di risorse energetiche (6) e di materiali strategici, nonché le scelte in materia di ricerca e sviluppo tecnologico. La situazione geopolitica dell’Unione Europea pare essersi ulteriormente aggravata con il nuovo corso impresso da Sarkozy e dalla Merkel alle rispettive politiche estere, volte più alla costituzione di un mercato transatlantico che al rafforzamento di quello europeo.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le variabili che potrebbero permettere, nell’attuale momento, ai paesi membri dell’Unione Europea di passare alla categoria degli emergenti concernono la qualità ed il grado di intensificazione delle loro relazioni con Mosca in rapporto alla questione dell’approvvigionamento energetico (<em>North</em> e <em>South Stream</em>), alla questione sulla sicurezza (NATO) ed alla politica vicino e mediorientale (Iràn, Israele). Che quanto appena scritto sia possibile è fornito dal caso della Turchia. Nonostante l&#8217;ipoteca NATO che la vincola al sistema occidentale, Ankara, facendo leva proprio sui rapporti con Mosca per quanto concerne la questione energetica, ed assumendo, rispetto alle direttive di Washington, una posizione eccentrica sulla questione israelo-palestinese, è sulla via dell&#8217;emancipazione dalla tutela nordamericana (7). </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli inseguitori e i subordinati, a causa della loro debolezza, rappresentano il possibile terreno di scontro sul quale potrebbero confrontarsi i poli del nuovo ordine mondiale.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli esclusi</span></span></strong></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nella categoria degli esclusi rientrano logicamente tutti gli altri stati. Da un punto di vista geostrategico, gli esclusi costituiscono un ostacolo alle mire di uno o più attori degli attori egemoni. Tra gli appartenenti a questo gruppo un particolare rilievo assumono, in rapporto agli USA ed al nuovo sistema multipolare, la Siria, l’Iràn, il Myanmar e la Corea del Nord. Nel quadro della strategia statunitense per l’accerchiamento della massa eurasiatica, infatti, il controllo delle aree attualmente presidiate da queste nazioni rappresenta un obiettivo prioritario da raggiungere nel breve medio periodo. La Siria e l’Iràn si frappongono alla realizzazione del progetto nordamericano del <em>Nuovo grande medio Oriente</em>, cioè del controllo totale sulla lunga e larga fascia che dal Marocco arriva fino alle repubbliche centroasiatiche, vero <em>soft</em> <em>underbelly</em> dell’Eurasia; il Myanmar costituisce una potenziale via d’accesso nello spazio sino-indiano a partire dall’Oceano Indiano e una postazione strategica per il controllo del Golfo del Bengala e del Mar delle Andamane; la Corea del Nord, oltre ad essere una via d’accesso verso la Cina e la Russia, insieme al resto della penisola coreana (Corea del Sud) costituisce una base strategica per il controllo del Mar Giallo e del Mar del Giappone.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli esclusi sopra citati, in base alle relazioni che coltivano con i nuovi attori egemoni (Cina, India, Russia) e con alcuni emergenti potrebbero rientrare nel gioco della politica mondiale ed assumere, pertanto, un importante ruolo funzionale nel quadro del nuovo sistema multipolare. È questo il caso dell’Iràn. L’Iràn gode dello <em>status</em> di paese osservatore nell’ambito dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (OTSC), da molti analisti considerata la risposta russa alla NATO, ed è candidato all’ingresso nell’ Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (OCS), tra i cui membri figurano la Russia, la Cina e le repubbliche centroasiatiche, inoltre ha solide relazioni economico-commerciali con i maggiori paesi dell’America indiolatina.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La riscrittura delle nuove regole</span></span></h3>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I paesi che appartengono alla classe degli attori egemoni sopra delineata mirano a proiettare, per la prima volta dopo la lunga stagione bipolare e la breve fase unipolare, la propria influenza sull’intero pianeta con lo scopo di concorrere, con percorsi e finalità specifiche, alla realizzazione del nuovo assetto geopolitico globale. Alla fine del primo decennio del XXI secolo si assiste dunque al ritorno della politica mondiale, articolata, questa volta, su base continentale (8). La posta in gioco è costituita, non solo dall’accaparramento delle risorse energetiche e delle materie prime, dal presidio di importanti snodi geostrategici, ma soprattutto, stante il numero degli attori e la complessità dello scenario mondiale, dalla riscrittura di nuove regole. Queste regole, risultanti dalla delimitazione di nuove sfere d’influenza, definiranno, verosimilmente per un lungo periodo, le relazioni fra gli attori continentali e quindi anche un nuovo diritto. Non più un diritto inter-nazionale esclusivamente costruito sulle ideologie occidentali, sostanzialmente basato sul diritto di cittadinanza quale si è sviluppato a partire dalla Rivoluzione francese e sul concetto di stato-nazione, bensì un diritto che tenga conto delle sovranità politiche così come concretamente si manifestano e strutturano nei diversi ambiti culturali dell’intero pianeta.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli USA, benché tuttora versino in uno stato di profonda prostrazione causato da una complessa crisi economico-finanziaria (che ha evidenziato, peraltro, carenze e debolezze strutturali della potenza bioceanica e dell’intero sistema occidentale), dalla perdurante <em>impasse</em> militare nel teatro afgano e dalla perdita del controllo di vaste porzioni dell’America meridionale, proseguono tuttavia, in continuità con le dottrine geopolitiche degli ultimi anni, nell’azione di pressione nei confronti della Russia. Nell’attuale momento, la destrutturazione della Russia, o perlomeno il suo indebolimento, rappresenterebbe per gli Stati Uniti, non solo un obiettivo che insegue almeno dal 1945, ma anche un’occasione per guadagnare tempo e porre rimedi efficaci per la soluzione della propria crisi interna e la riformulazione del sistema occidentale. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È proprio tenendo ben presente tale obiettivo che risulta più agevole interpretare la politica estera adottata recentemente dall’amministrazione Obama nei confronti di Beijing e Nuova Delhi. Una politica che, ancorché tesa a ricreare un clima di fiducia tra le due potenze eurasiatiche e gli Stati Uniti, non pare affatto dare i risultati sperati, a ragione dell’eccessivo pragmatismo e dell’esagerata spregiudicatezza che sembrano caratterizzare sia il presidente Barack Obama, sia il suo Segretario di Stato, Hillary Rodham Clinton. Un esempio della spregiudicatezza e del pragmatismo, nonché della scarsa diplomazia, tra i tanti, è quello relativo ai rapporti contrastanti che Washington ha intrattenuto recentemente col Dalai Lama e con Beijing.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tali comportamenti, date le condizioni di debolezza in cui versa l’ex <em>hyperpuissance</em>, sono un tratto della stanchezza e del nervosismo con cui l’attuale <em>leadership</em> statunitense cerca di affrontare e tamponare la progressiva ascesa delle maggiori nazioni eurasiatiche e la riaffermazione della Russia quale potenza mondiale. Le relazioni che Washington coltiva con Beijing e Nuova Delhi corrono su due binari. Da una parte gli USA cercano, sulla base del principio di interdipendenza economica e tramite la messa in campo di specifiche politiche finanziarie e monetarie di inserire la Cina e l’India nell’ambito di quello che essi designano il sistema globale. Questo sistema in realtà è la proiezione di quello occidentale su scala planetaria, giacché le regole su cui si baserebbe sono proprio quelle di quest’ultimo. D’altra parte, attraverso una continua e pressante campagna denigratoria, la potenza statunitense tenta di screditare i governi delle due nazioni eurasiatiche e di destabilizzarle, facendo leva sulle contraddizioni e sulle tensioni interne. La strategia attuale è sostanzialmente la versione aggiornata della politica detta del <em>congagement </em>(<em>containment</em>, <em>engagement</em>), applicata, questa volta, non solo alla Cina ma anche, parzialmente, all’India. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, va sottolineato che il dato certo di questa amministrazione democratica, insediatasi a Washington nel gennaio del 2009, è la crescente militarizzazione con cui tende a condizionare i rapporti con Mosca. Al di là della retorica pacifista, il premio Nobel Obama segue infatti, ai fini del raggiungimento dell’egemonia globale, le linee-guida tracciate dalle precedenti amministrazioni, che si riducono, in estrema sintesi a due: a) potenziamento ed estensione dei presidi militari; b) balcanizzazione dell’intero pianeta lungo linee etniche, religiose e culturali.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A fronte della chiara e manifesta tendenza degli USA al dominio mondiale &#8211; negli ultimi tempi marcatamente sorretta dal <em>corpus</em> ideologico-religioso veterotestamentario (9), piuttosto che da una accurata analisi dell’attuale momento improntata alla <em>Realpolitik</em> &#8211; Cina, India e Russia, al contrario, paiono essere ben consapevoli delle condizioni odierne che li chiamano ad una assunzione di responsabilità sia a livello continentale che globale. Tale assunzione pare esplicarsi per il tramite delle azioni tese alla realizzazione di una maggiore e meglio articolata integrazione eurasiatica, nonché al sostegno delle politiche procontinentali dei paesi sudamericani. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La centralità della Russia</span></span></h3>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La ritrovata statura mondiale della Russia quale protagonista dello scenario globale impone alcune riflessioni d’ordine analitico per comprenderne il posizionamento nei distinti ambiti continentale e globale, nonché le variabili che potrebbero modificarlo nel breve e medio periodo.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre in relazione alla massa euroafroasiatica il ruolo centrale della Russia quale suo <em>heartland</em>, così come venne sostanzialmente formulato da Mackinder, viene riconfermato dall’attuale quadro internazionale, più problematica e più complessa risulta essere invece la sua funzione nel processo di consolidamento del nuovo sistema multipolare. </span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
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<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Spina dorsale dell’Eurasia e ponte eurasiatico tra Giappone e Europa </span></span></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli elementi che hanno permesso alla Russia di riaffermare la sua importanza nel contesto eurasiatico, molto schematicamente, sono:</span></span></p>
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<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">riappropriazione 	da parte dello Stato di alcune industrie strategiche;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">contenimento 	delle spinte secessionistiche;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">uso 	“geopolitico” delle risorse energetiche;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">politica 	volta al recupero dell’ “estero vicino”;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">costituzione 	del partenariato Russia-NATO, quale tavolo di discussione volto a 	contenere il processo di allargamento del dispositivo militare 	atlantico; </span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">tessitura 	di relazioni su scala continentale, volte ad una integrazione con le 	repubbliche centroasiatiche, la Cina e l’India;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">costituzione 	e qualificazione di apparati di sicurezza collettiva (OTSC e OCS).</span></span></p>
</li>
</ol>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se la gestione prima di Putin ed ora di Medvedev dell’aggregato di elementi sopra considerati ha mostrato, nelle presenti condizioni storiche, il ruolo della Russia quale spina dorsale dell’Eurasia, e dunque quale area gravitazionale di qualunque processo volto all’integrazione continentale, tuttavia non ne ha messo in evidenza un carattere strutturale, importante per i rapporti russo-europei e russo-giapponesi, quello di essere il ponte eurasiatico tra la penisola europea e l’arco insulare costituito dal Giappone.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Russia considerata come ponte eurasiatico tra l’Europa e il Giappone obbliga il Cremlino ad una scelta strategica decisiva per gli sviluppi del futuro scenario mondiale, quella della destrutturazione del sistema occidentale. Mosca può conseguire tale obiettivo con successo, nel medio e lungo periodo, intensificando le relazioni che coltiva con Ankara per quanto concerne le grandi infrastrutture (<em>South Stream</em>) e avviandone di nuove in rapporto alla sicurezza collettiva. Accordi di questo tipo provocherebbero di certo un terremoto nell’intera Unione Europea, costringendo i governi europei a prendere una posizione netta tra l’accettazione di una maggiore subordinazione agli interessi statunitensi o la prospettiva di un partenariato euro-russo (in pratica eurasiatico, considerando i rapporti tra Mosca, Pechino e Nuova Delhi), più rispondente agli interessi delle nazioni e dei popoli europei (10). Una iniziativa analoga Mosca dovrebbe prenderla con il Giappone, inserendosi quale partner strategico nel contesto delle nuove relazioni tra Pechino e Tokyo e, soprattutto, avviando, sempre insieme alla Cina, un appropriato processo di integrazione del Giappone nel sistema di sicurezza eurasiatico nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (11).</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
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<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Chiave di volta del nuovo ordine mondiale</span></span></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In rapporto al nuovo ordine multipolare, la Russia sembra possedere gli elementi base per adempiere a una funzione epocale, quella di chiave di volta dell’intero sistema. Uno degli elementi è costituito proprio dalla sua centralità in ambito eurasiatico come più sopra è stato esposto, altri dipendono dai suoi rapporti con i paesi dell’America meridionale, dalla sua politica vicino e mediorientale e dal suo rinnovato interesse per la zona artica. Questi quattro fattori diventano problematici, giacché strettamente collegati all’evoluzione delle relazioni che intercorrono tra Mosca e Pechino. La Cina, come noto, ha stretto, al pari della Russia, solide alleanze economico-commerciali con i paesi emergenti dell’America indiolatina, conduce nel Vicino e Medio Oriente una politica di pieno sostegno all’Iràn, manifesta inoltre una grande attenzione verso i territori siberiani ed artici (12). Considerando quanto appena ricordato, se le relazioni tra Pechino e Mosca si sviluppano in senso ancora più accentuatamente eurasiatico, prefigurando una sorta di alleanza strategica tra i due colossi, il consolidamento del nuovo sistema multipolare beneficerà di una accelerazione, in caso contrario, esso subirà un rallentamento o entrerà in una situazione di stallo. Il rallentamento o la situazione di stallo fornirebbe il tempo necessario al sistema occidentale per riconfigurarsi e per rientrare, quindi, in gioco alla pari con gli altri attori.</span></span></p>
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<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
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<h3 lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il nodo di Gordio del Vicino e Medio  Oriente –  l’obbligo di una scelta di campo </span></span></h3>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra gli elementi sopra considerati, relativi al ruolo globale che la Russia potrebbe svolgere, la politica vicino e mediorientale del Cremlino sembra essere quella più problematica. Ciò a causa dell’importanza che questo scacchiere rappresenta nel quadro generale del grande gioco mondiale e per il significato particolare che ha assunto, a partire dalla crisi di Suez del 1956, in seno alle dottrine geopolitiche statunitensi. Come si ricorderà, la politica russa o meglio sovietica nel Vicino Oriente, dopo un primo orientamento pro-sionista degli anni 1947 – 48, peraltro trascinatasi fino al febbraio del 1953, quando si consumò la rottura formale tra Mosca e Tel Aviv, si volse decisamente verso il mondo arabo. Nel sistema di alleanze dell’epoca, l’Egitto di Nasser divenne il paese fulcro di questa nuova direzione del Cremlino, mentre il neostato sionista rappresentò lo <em>special partner</em> di Washington. Tra alti e bassi la Russia, dopo la liquefazione dell’URSS, mantenne questo orientamento filoarabo, seppur con qualche difficoltà. Nel mutato quadro regionale, determinato da tre eventi principali: a) inserimento dell’Egitto nella sfera d’influenza statunitense; b) eliminazione dell’Iraq; c) perturbazione dell’area afgana che testimoniano l’arretramento dell’influenza russa nella regione e il contestuale avanzamento, anche militare, degli USA, il paese fulcro della politica vicino e mediorientale russa è rappresentato logicamente dalla Repubblica islamica dell’Iràn.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre ciò è stato ampiamente compreso da Pechino, nel quadro della strategia volta al suo rafforzamento nella massa continentale euroafroasiatica, lo stesso non si può dire di Mosca. Se il Cremlino non si affretta a dichiarare apertamente la sua scelta di campo a favore di Teheran, adoperandosi in tal modo a tagliare quel nodo di Gordio che è costituito dalla relazione tra Washington e Tel Aviv, correrà il rischio di vanificare il suo potenziale ruolo nel nuovo ordine mondiale.</span></span></p>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">1. Il sistema occidentale, così come si è affermato dal 1945 ai nostri giorni, è strutturalmente composto da due principali e distinti spazi geopolitici, quello angloamericano e quello dell’America indiolatina, cui si aggiungono porzioni di quello eurasiatico. Quest’ultime sono costituite dall’Europa (penisola eurasiatica o cerniera euroafroasiatica) e dal Giappone (arco insulare eurasiatico). L’America indiolatina, l’Europa e il Giappone sono pertanto da considerarsi, in rapporto al sistema “occidentale”, più propriamente, sfere d’influenza della potenza d’oltreoceano.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">2. L’ONU, il FMI e la BM, nell’ambito del confronto tra il sistema occidentale a guida statunitense e le potenze eurasiatiche, svolgono di fatto la funzione di dispositivi geopolitici per conto di Washington.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">3. Per quanto riguarda la riscoperta della vocazione continentale dell&#8217;America centromeridionale nell&#8217;ambito del dibattito geopolitico, maturato in relazione all&#8217;ondata globalizzatrice degli ultimi venti anni, si rimanda, tra gli altri, ai lavori di Luiz A. Moniz Bandeira, Alberto Buela, Marcelo Gullo, Helio Jaguaribe, Carlos Pereyra Mele, Samuel Pinheiro Guimares, Bernardo Quagliotti De Bellis; si segnala, inoltre, la recente pubblicazione, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Diccionario latinoamericano de seguridad y geopolitíca</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"> (direzione editoriale a cura di </span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Miguel Ángel Barrios), Buenos Aires 2009.</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">4. Luca Bellocchio, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>L&#8217;eterna alleanza? La </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">special relationship</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em> angloamericana tra continuità e mutamento</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Milano 2006.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">5. Per analoghe motivazioni geostrategiche, sempre relative all’accerchiamento della massa eurasiatica, gli USA considerano anche il Giappone una loro testa di ponte, speculare a quella europea.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">6. Nello specifico settore del gas e del petrolio, l’influenza statunitense e, in parte, britannica determinano la scelta dei membri dell’UE riguardo ai partner extraeuropei, alle rotte per il trasporto delle risorse energetiche ed alla progettazione delle relative infrastrutture.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">7. Un approccio teorico relativo ai processi di transizione di uno Stato da una posizione di subordinazione ad una di autonomia rispetto alla sfera di influenza in cui è incardinato è stato trattato recentemente dall’argentino Marcelo Gullo, nel saggio <em>La insurbodinación fundante. </em><em>Breve historia de la costrucción  del poder de las naciones</em>, Buenos Aires 2008. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">8. Significativi, a tal proposito, i richiami costanti di Caracas, Buenos Aires e Brasilia all’unità continentale. Nell’appassionato discorso di insediamento alla presidenza dell’Uruguay, tenuto all’Assemblea generale del parlamento nazionale il 1 marzo del 2010, il neoeletto José Mujica Cordano, ex tupamaro, ha sottolineato con vigore che “<em>Somos una familia balcanizada, que quiere juntarse, pero no puede. Hicimos, tal vez, muchos hermosos países, pero seguimos fracasando en hacer la Patria Grande.</em><em> </em><em>Por lo menos hasta ahora. No perdemos la esperanza, porque aún están vivos los sentimientos: desde el Río Bravo a las Malvinas vive una sola nación, la nación latino-americana</em>”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">9. Ciò anche in considerazione della politica “prosionista” che Washington porta avanti nel Vicino e Medio Oriente. Si veda a tal proposito il lungo saggio di John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, <em>La Israel lobby e la politica estera americana</em>, Milano, 2007.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">10. Una ipotesi di partenariato euro-russo, basato sull’asse Parigi-Berlino-Mosca, venne proposta, in un contesto diverso  da quello attuale, nel brillante saggio di Henri De Grossouvre, <em>Paris, Berlin, Moscou. </em><em>La voie de la paix et de l’independénce</em>, Lausanne 2002.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">11. L’allargamento delle strutture continentali (globali nel caso della NATO) di sicurezza e difesa sembra essere un indice del grado di consolidamento del sistema multipolare. Oltre la NATO, la OTSC e le iniziative in ambito OCS, occorre ricordare anche il <em>Consejo de Defensa Suramericano</em> (CDS) <em>de la Unión de Naciones Suramericanas</em> (UNASUR).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">12. Linda Jakobson, <em>China prepares for an ice-free Arctic</em>, Sipri Insights on Peace and Securiry, no. 2010/2 March 2010.</span></span></p>
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		<title>L&#8217;Africa nel sistema multipolare</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 14:15:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=2311</guid>
		<description><![CDATA[Nel nuovo assetto multipolare, in piena fase di consolidamento, l’Africa rischia di diventare, per ragioni economiche e geostrategiche, la posta in gioco tra il sistema occidentale a guida statunitense e le potenze eurasiatiche, Russia, Cina ed India. Al fine di prevenire ed ostacolare tale eventualità, e soprattutto per acquisire un determinante ruolo globale nel medio e lungo periodo, l’integrazione continentale dell’Africa rappresenta una necessità ed una sfida, cui le classi dirigenti africane sono chiamate urgentemente a dare una risposta. Verosimilmente, tale integrazione si dovrebbe configurare su base regionale, seguendo tre direttrici principali, costituite rispettivamente dal Mar Mediterraneo, dall’Oceano Indiano e dall’Oceano Atlantico. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/2311/lafrica-nel-sistema-multipolare" title="L&#8217;Africa nel sistema multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/3_2009.49ghohyss9s0s808sgkwkoccg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="112" alt="L&#8217;Africa nel sistema multipolare" ></div></a><p><a href="http://www.eurasia-rivista.org//2398/africa" target="blank">[Editoriale del numero 3/2009]</a></p>
<p><font size="2"><strong>Il multipolarismo: uno scenario in via di consolidamento</strong></p>
<p>Molteplici fattori, tra i quali principalmente: a) l’incapacità statunitense di gestire la fase post-bipolare determinatasi dopo il collasso sovietico; b) la riaffermazione della Russia operata da Putin e consolidata da Medvedev; c) la crescita economica e il peso politico di due nazioni-continente quali sono la Cina e l’India; d) lo svincolamento di alcuni importanti paesi dell’America meridionali dalla tutela di Washington, hanno posto le precondizioni per la costituzione di un sistema multipolare.<br />
Il nuovo scenario geopolitico, dopo una prima fase di gestazione, peraltro continuamente minata da Washington, Londra e dalle oligarchie europee che politicamente fanno capo a Sarkozy ed alla Merkel, ora risulta essere in via di consolidamento, grazie alle continue attività di collaborazione che intercorrono tra Mosca, Beijing e Nuova Delhi in riferimento a grandi temi cruciali, tra cui: l’approvvigionamento e la distribuzione di risorse energetiche, la sicurezza continentale, le soluzioni in via di adozione relativamente alla crisi economico-finanziaria, il rafforzamento di alcune istituzioni a valenza multiregionale, se non continentale, come ad esempio l’organizzazione per la cooperazione di Shanghai, le realistiche prese di posizione riguardo a varie questione imposte dagli USA nel dibattito internazionale, da quella sul nucleare iraniano a quella sui diritti umani in Cina, in Russia, in Iran ed ultimamente anche in India (1). Oltre al processo di integrazione eurasiatico, occorre dire che il nuovo quadro internazionale va ulteriormente consolidandosi anche per effetto delle intese strategiche che alcuni paesi eurasiatici (Russia, Iran e Cina) hanno raggiunto con importanti nazioni sudamericane quali il Brasile, il Venezuela e l’Argentina, in campo economico ed in alcuni casi anche militare.<br />
Alla luce delle considerazioni sopra esposte, i caratteri che contraddistinguono il nuovo quadro geopolitico sembrano essere essenzialmente due:</p>
<blockquote><p>a) l’uno &#8211; relativo alla costituzione ed all’esistenza stessa del nuovo ordine internazionale &#8211; appare emergere dalla sinergia di intenti che animano i maggiori paesi eurasiatici e quelli dell’America indiolatina. I <em>desiderata</em> delle <em>élite</em> dirigenti di Mosca, di Beijing, di Nuova Delhi, di Teheran, e recentemente anche di Ankara (2) convergono con quelli di Brasilia, Caracas e Buenos Aires e tendono ad attualizzarsi in pratiche geopolitiche che prevedono, attraverso relazioni strategiche, il declassamento degli USA da potenza mondiale a potenza regionale. Al termine del primo decennio del presente secolo, l’Eurasia e l’America indiolatina (3) appaiono costituire i pilastri su cui poggia l’attuale sistema internazionale. Sull’integrazione interna, o meglio, sul grado di coesione interno delle due grandi masse continentali, si giocherà, molto probabilmente, nel medio e lungo periodo l’intera scommessa multipolare.<br />
b) l’altro carattere, che a nostro avviso concernerebbe la natura del nuovo contesto geopolitico, sembra consistere nell’articolazione <em>continentalistica</em> con cui esso tende a manifestarsi. (4)</p></blockquote>
<p>A fronte del consolidamento di tale nuovo scenario, occorre però tenere presente che il sistema occidentale a guida nordamericana, benché in fase declinate, o forse proprio perché in fase declinante, pare accentuare, nonostante la retorica della nuova amministrazione, la proprio indole espansionista ed aggressiva. Ciò non solo alimenterà gli attuali contrasti, ma ne genererà di ulteriori, i quali, verosimilmente, si scaricheranno nelle aree geopoliticamente e geostrategicamente più fragili. L’Africa è una di queste.</p>
<p><strong>La fragilità dell’Africa e la penetrazione statunitense nell’emisfero sud</strong></p>
<p>In questo quadro di riferimento, altamente gravido di tensioni giacché, come evidenziato più sopra, determinato dalla contrapposizione tra il nuovo sistema multipolare in via di accelerata definizione e quello centrato sugli USA, l’Africa stenta a trovare una sua chiara posizione, a concepirsi, cioè, come una entità geopolitica unitaria, seppur molto complessa, stante le profonde e varie disomogeneità culturali, etniche, confessionali, climatiche, economiche e sociali che l’intero continente presenta (5).<br />
È, tuttavia, fin dal lontano 1919 (dunque in un tutt’altro contesto geopolitico, ma anch’esso in fase di transizione, vale la pena sottolinearlo), con la conferenza di Parigi, che gli Africani esprimono la necessità di unificare il proprio continente (6). Precedentemente, il movimento panafricanista, sorto negli USA e nelle Antille alla fine del XIX secolo sulla base delle idee del meticcio americano William Edward Burghardt Du Bois, cantore del movimento “pan-negro”, e del giamaicano Marcus Garvey, ideatore della parola d’ordine “ritorno all’Africa” e del cosiddetto “sionismo nero”, verteva principalmente sull’unità culturale dei popoli africani. Sul piano prettamente politico il movimento panafricanista contribuì, durante il processo di decolonizzazione, alla creazione dell’ “Organizzazione dell’unità africana”, oggi nota come “Unione africana”.<br />
Ai giorni nostri, dopo circa un secolo di vertici e conferenze inconcludenti, dedicate all’unità (o all’integrazione) continentale (peraltro variamente intesa e teorizzata), gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione sembrano risiedere nelle solite irrisolte questioni storico-politiche che comprendono, tra le altre, i classici problemi relativi alla mancanza di infrastrutture, alla frammentazione politica in stati modulati secondo il paradigma occidentale (7), all’incapacità delle classi dirigenti locali di gestire i vari tribalismi in una logica unitaria e procontinentale, o perlomeno regionale, all’eredità coloniale e, soprattutto, agli appetiti occidentali, grandemente aumentati in questi ultimi anni, in virtù della sinergica politica africana attuata dagli USA e dal suo alleato regionale, Israele (8). Una lettura veloce e superficiale degli eventi africani indurrebbe l’analista ad aggiungere agli appetiti occidentali anche quelli cinesi, russi e indiani. A tal riguardo, bisogna però osservare che gli interessi asiatici, o meglio, eurasiatici in Africa hanno una valenza particolare della quale, nel lungo periodo, ne beneficerebbe proprio l’Africa nel suo insieme, giacché ne agevolerebbe l’inserimento nel nuovo sistema multipolare, e l’ancorerebbe, pertanto, geopoliticamente, alla massa continentale eurasiatica. L’Africa, in siffatto futuro scenario, costituirebbe il terzo polo dello spazio euro-afro-asiatico.<br />
Washington, nell’ultimo anno dell’amministrazione Bush, impantanata nei conflitti mediorientali (Iraq e Afghanistan), ostacolata dalla Russia e dalla Cina nella sua marcia di avvicinamento verso le repubbliche centroasiatiche, persa, insieme a Londra ed all’Unione Europea, la partita nella disputa russo-ucraina sul gas, uscita a testa bassa dall’avventura georgiana (agosto 2008), mal digerita l’autonomia turca sulla progettazione di South Stream (9), ha intensificato la sua politica estera nel sud del pianeta, rispettivamente nell’America meridionale e in Africa.<br />
Nel corso del biennio 2007-2008 gli USA hanno tentano di disarticolare il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), il nuovo asse geoeconomico stabilitosi tra l’Eurasia e l’America indiolatina, e cercato di minare le intese volte all’integrazione sudamericana, facendo pressioni principalmente sul Brasile e sul Venezuela. È in tale strategia, che possiamo definire “strategia per il recupero del controllo dell’ex-cortile di casa”, che rientrano, ad esempio, tanto la riesumazione della Quarta Flotta, quanto episodi come quello dei moti secessionisti nella regione della mezzaluna boliviana (dipartimenti di Tarija, Beni, Pando e Santa Cruz), orchestrati, secondo diversi analisti sudamericani, tra cui il brasiliano Moniz Bandeira, proprio da Washington. Tale rinnovato interesse statunitense per il controllo dell’America meridionale, iniziato dalla precedente amministrazione repubblicana, è parimenti perseguito da quella attuale, guidata dal democratico Obama, come dimostrato da due casi emblematici: quello dell’intromissione USA nel colpo di stato in Honduras e, soprattutto, quello relativo all’istallazione di basi militari in Colombia.<br />
Riguardo alla corrente penetrazione statunitense in Africa, essa per gli USA è un passaggio obbligato dovuto a tre ragioni principali.</p>
<p>Una è relativa alla questione energetica. Secondo uno studio commissionato nel 2000 dal <em>National Intelligence Council</em> ad alcuni esperti, gli USA si aspettano di poter usufruire per il 2015 di almeno il 25% di petrolio proveniente dall’Africa (10). La ricerca e il controllo di fonti energetiche in Africa rispondono a due esigenze considerate prioritarie da Washington e dai gruppi petrolieri che ne indirizzano e sostengono la politica energetica (11). La prima esigenza deriva ovviamente dalle strategie volte a ricercare fonti di approvvigionamento energetico, diversificate ed alternative a quelle mediorientali; la seconda, invece, riguarda la protezione del ruolo egemone, che gli USA hanno acquisito durante il scorso secolo, in riferimento al controllo ed alla distribuzione delle risorse energetiche mondiali. Tale ruolo attraversa attualmente una fase molto critica, a causa delle recenti e sinergiche politiche attuate da Russia, Cina e da alcuni paesi sudamericani nel settore energetico. L’antagonista africano degli USA è, come noto, la Cina. La Repubblica Popolare Cinese, nell’ultimo decennio ha rafforzato ed implementato le relazioni e il gettito di investimenti, in particolare in infrastrutture, nel continente africano, proseguendo peraltro una politica avviata già nel corso della Guerra fredda. La Cina non solo è interessata al petrolio africano, ma anche al gas (12) e a materiali considerati strategici per il suo sviluppo, come il carbone, il cobalto e il rame. Sul fronte energetico, un esempio, importante per le conseguenze sui rapporti tra le potenze Cina e USA, è fornito dal fondamentale apporto cinese dato al Sudan per l’esportazione del petrolio. Il Sudan, come noto, grazie all’aiuto cinese esporta petrolio fin dal 1999; ciò ha posto Khartum alle “particolari” attenzioni e cure di Washington. Recentemente (27 ottobre 2009), la Casa Bianca ha rinnovato formalmente le sanzioni economiche al Sudan per la questione dei diritti delle popolazioni del Darfur.<br />
L’altra ragione per la quale la politica africana costituisce una delle priorità statunitensi del prossimo decennio è d’ordine geopolitico e strategico. Nel pieno dell’attuale crisi economico-finanziaria, Washington dovrebbe, in quanto grande attore globale, dirigere i propri sforzi nel mantenimento delle sue posizioni nello scacchiere globale, pena, nel migliore dei casi, un celere ridimensionamento a media potenza regionale, o, nel peggiore, un disastroso collasso, difficile da superare in tempi brevi. Invece, in linea con la tradizionale geopolitica espansionista che ne caratterizza da sempre i rapporti con le altre parti del pianeta, Washington ha scelto l’Africa quale ampio spazio di manovra, da cui rilanciare il proprio peso militare sul piano globale al fine di contendere alle potenze asiatiche il primato mondiale. In tale avventurosa iniziativa Washington coinvolgerà ovviamente l’intera Europa. La nuova politica statunitense in Africa è dovuta al fatto che gli USA trovano chiuse due delle principali vie precedentemente scelte per accedere allo spazio eurasiatico: l’Europa centrorientale e il Vicino e Medio Oriente. La prima via, dopo la ventata delle vittoriose rivoluzioni colorate che avevano attratto nello spazio geopolitico egemonizzato da Washington i paesi dell’estero vicino russo (la cosiddetta Nuova Europa), sembra per ora una strada faticosa da proseguire, giacché Mosca ha alzato il livello di guardia. Indicative, a tal proposito, le difficoltà incontrate dagli USA nella questione dello scudo spaziale. La seconda via è quella delineata, ormai da diversi anni, dalla dottrina cosiddetta del Grande Medio Oriente: controllo totale del mar Mediterraneo, eliminazione dell’Iraq, contenimento dell’Iran, occupazione militare dell’Afghanistan, penetrazione nelle repubbliche centroasiatiche. L’applicazione di questa dottrina geopolitica, tuttavia, non ha prodotto quei risultati che il Pentagono e Washington si aspettavano in tempi ragionevolmente brevi, ma al contrario si è rivelata negativa a causa del perdurante e logorante conflitto afghano e dell’irrisolta questione irachena e, soprattutto, della politica eurasiatica di Mosca, volta a recuperare prestigio e importanza nello spazio centroasiatico.<br />
La terza ragione, infine, è d’ordine preventivo. Essa è collegata alla politica che attualmente gli USA conducono nell’emisfero meridionale del pianeta, al fine di inficiare l’asse sud-sud, faticosamente in corso di definizione tra molte nazioni africane e sudamericane. I principali capi di stato dell’America indiolatina e dell’Africa hanno recentemente riconfermato, nel settembre 2009, durante il vertice di Isla Margarita (Venezuela), la volontà di proseguire nel progetto strategico di “cooperazione sud-sud” tra Africa e America meridionale avviato nel dicembre del 2006 in Nigeria, a Abuja.<br />
Gli strumenti di penetrazione che Washington ha adottato per controllare lo spazio africano sono di tre ordini: d’ordine militare, attraverso l’AFRICOM (13), cioè il Comando militare degli Stati Uniti per l’Africa, creato nel 2007 ed attivato l’anno successivo; d’ordine economico-finanziario (si veda il caso delle sanzioni al Sudan e l’intromissione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nei rapporti tra la Repubblica Democratica del Congo e la Cina) (14); ed infine uno relativo alla strategia di comunicazione di cui i discorsi di Obama, rispettivamente quelli ormai considerati “storici” del Cairo e di Accra, costituiscono un valido esempio. Sul piano militare, è importante osservare che la penetrazione statunitense pare privilegiare, quale testa di ponte per neutralizzare il Sudan e la Repubblica democratica del Congo, l’area costituita da Tanzania, Burundi, Kenya, Uganda e Ruanda. Va sottolineato che il totale controllo militare dell’Africa orientale costituisce un importante tassello nella strategia statunitense per l’egemonia dell’Oceano indiano.</p>
<p><strong>Le direttrici geopolitiche dell’Africa per il XXI secolo</strong></p>
<p>Nonostante le difficoltà che ostacolano oggi la sua unificazione (o integrazione) geopolitica, l’Africa, al fine di salvaguardare le proprie risorse e di mantenersi al di fuori delle dispute tra USA, Cina e, molto probabilmente, Russia e India &#8211; dispute che si risolverebbero proprio sul suo territorio &#8211; ha la necessità di organizzarsi, almeno regionalmente, lungo tre direttrici principali che fanno perno rispettivamente sul bacino mediterraneo, sull’Oceano Indiano e su quello Atlantico.<br />
L’attivazione di politiche di cooperazione economica e strategica, almeno per quanto riguarda la sicurezza, tra i Paesi nordafricani e l’Europa, da una parte e quella analoga con l’India (a tal proposito si fa riferimento alla Dichiarazione di Delhi, stilata nel corso del Summit 2008 India-Africa) (15) dall’altra, oltre a rendere coese le regioni africane coinvolte, predisporrebbero le basi per una futura potenziale unificazione continentale articolata su poli regionali ed inserita nel un più ampio contesto euro-afro-asiatico. Parimenti, la direttrice atlantica, vale a dire il perseguimento di una cooperazione strategica sud-sud tra l’Africa e l’America indiolatina, favorirebbe, in questo caso, la coesione delle regioni dell’Africa occidentale, e concorrerebbe all’unificazione del continente. In particolare, lo sviluppo della direttrice atlantica rafforzerebbe il peso africano nei confronti dell’Asia , della Cina in primo luogo.<br />
L’auspicabile integrazione dell’Africa – realisticamente possibile solo se strutturata su poli regionali &#8211; richiama alla mente lo sviluppo storico, antecedente il periodo coloniale, delle formazioni politiche autenticamente africane, le quali, giova ricordarlo, si sono succedute proprio su base regionale (16).</font></p>
<p>1. Relativamente all’India ed alla violazione dei diritti umani, in particolare quelli afferenti la religione, si veda l’<em>India Chapter</em> dell’<em>Annual Report of the United States Commission on International Religious Freedom</em>, (http://www.uscirf.gov/) e l’interessante articolo critico di M. V. Kamath, <em>US must stop meddling in India&#8217;s internal problems</em>, “The Free Press Journal”, 3 settembre 2009 (http://www.freepressjournal.in/), che denuncia la strumentalizzazione operata da Washington in riferimento ai diritti umani ed alle libertà civili per evidenti scopi geopolitici.<br />
2. Riguardo all’erosione dei rapporti tra la Turchia guidata da Erdogan e l’Occidente, si veda Soner Cagaptay, <em>Is Turkey Leaving the West?</em>, www.foreignaffairs.com, 26/10/2009 ed il saggio di Morton Abramowitz e Henri J. Barkey, <em>Turkey’s Transformers</em>, Foreign Affairs, novembre/dicembre 2009.<br />
3. Recentemente (17-18 ottobre 2009) i 13 paesi sudamericani aderenti all’ALBA hanno firmato il trattato costitutivo del sistema unificato di compensazione nazionale (<em>sucre</em>), il cui obiettivo è la sostituzione del dollaro negli scambi commerciali già a partire dal 2010.<br />
4. Tiberio Graziani, <em>Il tempo dei continenti e la destabilizzazione del pianeta</em>, Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 2, 2008.<br />
5. Per una rassegna delle questioni che impediscono l’integrazione africana e sui fattori di disomogeneità si rimanda a <em>Géopolitique de l’Afrique et du Moyen-Orient</em>, opera coordinata da Vincent Thébault, Nathan, Paris 2006, pp.69-220. Sui fattori delle origini del cosiddetto sottosviluppo africano e sull’interpretazione del “dinamismo storico” dell’Africa, si veda Claudio Moffa, <em>L’Africa alla periferia della storia. Conflittualità interetnica, sviluppo storico, sottosviluppo</em>, Aracne Editrice, Roma 2006.<br />
6. Diciannove anni prima, nel luglio del 1900, aveva avuto luogo a Londra un primo convegno panafricano, dedicato &#8211; però &#8211; all’unità degli africani ed ai loro discendenti nelle Americhe.<br />
7. L’Africa è suddivisa in 53 stati e in due enclave spagnole (Ceuta e Melilla), cui occorre aggiungere gli autoproclamati stati di El Ayun (Sahara occidentale) e di Hargeisa (Somaliland).<br />
8. Per la recente politica israeliana in Africa si legga: Nicolas Michel, <em>Le grand retour de Israël en Afrique</em>, Jeune Afrique (http://www.jeuneafrique.com ), 3/9/2009; Philippe Perdrix, F. Pompey, P.F. Naudé, <em>Israël et l’Afrique: le business avant tout</em>, Jeune Afrique (http://www.jeuneafrique.com ), 3/9/2009; René Naba, <em>Israël en Afrique, à la quête d’un paradis perdu</em>, http://www.renenaba.com/ , 10/10/2009.<br />
9. Il 6 agosto 2009, Putin e Erdogan hanno siglato un accordo che prevede il passaggio nelle acque territoriali turche del gasdotto russo, antagonista del progetto Nabucco, sostenuto dagli USA e dall’Unione Europea.<br />
10. Lo studio citato, <em>Global Trends 2015. A dialogue about the Future with Nongovernment Experts</em>, dicembre 2000, è reperibile presso il sito governativo dell’<em>Office of the Director of National Intelligence</em>, www.dni.gov/<br />
11. <em>African Oil: A Priority for U. S. National Security And African Development, Proceedings of an Institute Symposium, The Institute for Advanced Strategic and Political Studies, Research Papers in Strategy</em>, maggio 2002, 14. Il documento è reperibile nel sito: http://www.israeleconomy.org/.<br />
12. “Il continente africano possiede enormi riserve di gas naturale che sono stimate a 14,56 trilioni di metri cubi, ovvero il 7,9% del totale mondiale. Le riserve accertate in Nigeria ed Algeria (5,22 e 4,5 trilioni di metri cubi rispettivamente) sono inferiori a quelle di Russia (43,3 trilioni di metri cubi), Iran (29,61), Qatar (25,46), Turkmenistan (7,94), Arabia Saudita (7,57) ed Emirati Arabi Uniti (6.43), ma superiori a quelle della Norvegia (2,91), che è uno dei paesi-chiave nell’esportazione di gas. Tuttavia, i livelli di produzione e consumo di gas naturale in Africa sono abbastanza bassi. La produzione di gas nel 2008 è stata di 214,8 bilioni di metri cubi, ovvero il 7% del totale mondiale (un incremento di 4,85 rispetto al 2007). Il Sudamerica è stato l’unico continente a produrre meno gas naturale nel medesimo anno. Il consumo di gas naturale nel 2008 in Africa è stato di 94,9 bilioni di metri cubi ovvero il 3,1% del totale mondiale (un 6,1% di crescita rispetto al 2007), che è il livello più basso su scala mondiale. Oltre il 50% del gas naturale prodotto in Africa – 115,6 bilioni di metri cubi – viene esportato, per lo più come gas naturale liquefatto (62,18 bilioni di metri cubi). La quota dei paesi africani (Algeria, Nigeria, Egitto, Libia, Guinea Equatoriale e Mozambico) nella fornitura globale di gas è del 14,2%, ma lo stesso livello di gas naturale liquefatto è molto più alto – 27,5%.”, Roman Tomberg, <em>Le prospettive di Gazprom in Africa</em>, www.eurasia-rivista.org, 16 ottobre 2009.<br />
13. Il processo di militarizzazione dell’Africa da parte di Washington si è ultimamente intensificato. A tal proposito si legga Kevin J. Kelley, <em>Uganda: grande esercitazione militare degli USA nella regione settentrionale</em>, www.eurasia-rivista.org, 14 ottobre 2009.<br />
14. Renaud Viviene et alii, <em>L’ipocrita ingerenza del FMI e della Banca mondiale nella Repubblica democratica del Congo</em>, www.eurasia-rivista.org , 19 ottobre 2009.<br />
15. Il testo della Delhi Declaration è reperibili nel sito: http://www.africa-union.org.<br />
16. A proposito del carattere “regionalista” dell’Africa, osserva l’africanista francese Bernard Lugan nell’introduzione alla sua ponderosa <em>Histoire de l’Afrique</em>, Ellipses, Parigi 2009, p.3.: « Le longue déroule de l’histoire du continent africain est rythmé par plusieurs mutations ou rupture qui se produisirent selon une périodisation différente de celle de l’histoire européenne. De plus, alors qu’en Europe les grand phénomènes historiques ou civilisationnels furent continentaux, dans les Afriques, ils eurent des conséquences régionales, sauf dans le cas de la colonisation ».</p>
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		<title>Palestina, provincia d&#8217;Eurasia</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2009 11:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[La Palestina si trova nel Vicino Oriente e, da quando esiste, la « Questione d’Oriente » sembra essere un affare vicino-orientale. In realtà la colonizzazione ebraica della Palestina è una decisione delle grandi potenze che risponde alle loro problematiche ed alle loro ambizioni. Ne consegue che la pace in questa regione del pianeta si gioca per larga misura fuori di essa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/1075/palestina-provincia-deurasia" title="Palestina, provincia d&#8217;Eurasia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_09_02.lvnyv8pny800kw08k0wckock.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Palestina, provincia d&#8217;Eurasia" ></div></a><p>[<a href="http://www.eurasia-rivista.org//366/palestina" target="blank">Editoriale del numero 2/2009</a>]</p>
<p><font size="2"><strong>Palestina: una questione tutta &#8220;occidentale&#8221;</strong></p>
<p>Quella che la storiografia e la letteratura politologica contemporanee definiscono impropriamente come “questione palestinese” in riferimento alla tuttora irrisolta vicenda vicino orientale, che contrappone la popolazione palestinese allo stato ebraico, è in realtà un agglomerato di questioni politiche e geopolitiche, specificamente occidentali. È peculiare della pubblicistica politica e della letteratura accademica europee ed anglostatunitensi introdurre nel dibattito scientifico e politico concernente aree extraoccidentali definizioni fuorvianti, le quali, oltre ad esprimere una presunta superiorità occidentale, condizionano, pregiudicandole, anche l’analisi e la ricerca. Un caso esemplare di tale attitudine intellettualmente disonesta, giacché piega ai fini politici e di potere la valutazione di dati oggettivi e l’analisi della realtà, è fornito dalla cosiddetta Questione d’Oriente, di cui è parzialmente figlia quella “palestinese”.</p>
<p>In un arco temporale che va dalla guerra russo-turca del 1768-1774 fino ai primi anni del novecento, le Cancellerie europee, in particolare quella britannica, utilizzavano l’espressione “la Questione d’Oriente” per riferirsi alla politica che i rispettivi governi conducevano verso l’impero ottomano. Dietro il sintagma, apparentemente neutro, di una questione considerata in Occidente pregiudizialmente orientale, si veicolava l’idea che i problemi interni allo spazio geopolitico amministrato dalla Sublime Porta, ormai in declino, potessero essere risolti solo con il concorso ( e a beneficio) delle Potenze europee.</p>
<p>Il dibattito sulla “questione d’Oriente” e soprattutto le azioni volte a “risolverla” celavano un preciso disegno strategico: quello di estendere l’influenza del Vecchio Continente su alcuni territori ottomani. Le Potenze europee, con in testa la Gran Bretagna, miravano, infatti, a scardinare dal di dentro l’ecumene ottomana. Facendo leva sulle tensioni interne, vellicando e sostenendo, ad esempio, i particolarismi nazionali in Bulgaria, in Romania e nella penisola balcanica (Albania, Serbia, Montenegro, Grecia), vero “ventre molle” dell’impero, e perfino intervenendo nelle dispute tra Istanbul ed alcuni suoi governatori e viceré, come nel caso dell’Egitto di Mehmet Alì, le Potenze europee riuscirono, nel corso di quasi un secolo, a erodere gran parte dell’”estero vicino” dell’edificio geopolitico ottomano. La Questione d’Oriente venne risolta, come noto, solo al termine della Prima guerra mondiale. Con la dissoluzione dell’Impero e la sua spartizione tra le Potenze vincitrici, apparve chiaro che quella “d’Oriente” era in primo luogo una “questione dell’espansionismo inglese” nel Vicino e Medio Oriente; l’espressione indicava un vecchio progetto britannico: l’eliminazione dell’Impero ottomano.</p>
<p>Anche quella palestinese è una questione tutta occidentale. Essa comprende, ed occulta, almeno cinque “sottoquestioni” che possiamo, per comodità metodologica, suddividere in due gruppi, uno storico, databile dal 1881 al 1948, ed uno contemporaneo che va dall’autoproclamazione dello stato sionista, avvenuta il 14 maggio 1948, sino ai nostri giorni. Le due questioni storiche riguardano:</p>
<p>- una “questione ebraica” o del “sionismo pre-statale” (1), relativa alle prime immigrazioni ed ai primi insediamenti di Ebrei &#8211; provenienti dall’Europa &#8211; in Palestina (1881-1903);</p>
<p>- una “questione inglese”, relativa alla penetrazione economica, politica e militare della Gran Bretagna nel Vicino Oriente (1922-1948).</p>
<p>Mentre quelle contemporanee concernono:</p>
<p>- una “questione sionista” – fondata sul mito laico e religioso ad un tempo della Terra Promessa &#8211; che riguarda i seguenti tre ambiti: a) la politica demografica attuata (2) con le ricorrenti ondate immigratorie (1904-2009); b) la costruzione dell’apparato statale e del complesso militare e industriale israeliano (3); c) le relazioni dei vertici dello stato ebraico con le organizzazioni internazionali pro-israeliane presenti in Europa e in special modo negli USA (4).</p>
<p>- una “questione israeliana” relativa: a) alla costruzione dell’identità “nazionale” israeliana e di una “religione civile nazionale” imperniata sull’olocausto (5); b) al consolidamento dell’apparato culturale, statale e del complesso militare e industriale israeliano, c) alla “pulizia etnica” a danno della popolazione palestinese (6); d) all’espansionismo dello stato ebraico strategicamente volto a realizzare, secondo l’augurio di uno dei padri fondatori, Ben Gurion, “<em>il grande Israele, dal Nilo all’Eufrate</em>”.</p>
<p>- una “questione statunitense” concernente la penetrazione economica, politica e militare degli USA nel Mediterraneo e nel Vicino e Medio Oriente, imperniata sulla sua <em>special relationship</em> con Tel Aviv (7).</p>
<p>In termini geopolitici, l’espressione “questione palestinese” nasconde anch’essa, dunque, come quella d’Oriente, un progetto ben definito: quello dell’ eliminazione ed espulsione dei Palestinesi dalla loro terra, quale precondizione per l’esistenza e l’espansione dello stato ebraico.</p>
<p><strong>Palestina provincia dell’Impero ottomano</strong></p>
<p>Per un lungo periodo storico che copre sostanzialmente l’intera età moderna e parte di quella contemporanea, la Palestina non costituisce uno specifico caso geopolitico. Infatti, per la ragguardevole durata di circa quattro secoli, a far data dalla sua inclusione nell’Impero ottomano a danno dei Mamelucchi, cui viene sottratta nel 1517, fino alla Dichiarazione Balfour del 1917, la Palestina è una provincia la quale, grazie alla stabilità che Istanbul assicura a tutta l’ecumene imperiale, conosce un grande sviluppo economico, sociale e culturale.</p>
<p>In questo considerevole arco temporale, le uniche tensioni che la riguardano e degne di essere segnalate non durano neanche una decina di anni, esattamente dal 1831 al 1840, quando essa cade sotto il controllo egiziano, a causa di una controversia sorta tra il sultano Mahumud II e <em>pascià</em> Mehmet Alì d’Egitto. La disputa, relativa ai territori siriani (comprendenti Palestina, Transgiordania, Libano e Siria) che il futuro sovrano egiziano reclamava quale compenso per l’aiuto offerto alla Sublime Porta in occasione della guerra contro la Grecia (1821), viene ricomposta nel 1840, dopo la morte del sultano, per l’intermediazione di Prussia, Austria, Russia e Gran Bretagna con la Convenzione di Londra.</p>
<p><strong>Immigrazione ebraica</strong></p>
<p>Sebbene sia giusto, per un corretta analisi geopolitica della Palestina contemporanea, partire dagli Accordi Sykes – Picot ( 16 maggio 1916) dalla Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) e dal Trattato di Sévres (10 agosto 1920), occorre però ricordare il fondamentale ruolo svolto dai flussi immigratori e dagli insediamenti ebraici di fine ottocento nel determinare le successive tensioni locali e parte della attuale prassi espansionista dello stato sionista.</p>
<p>Nel 1880 la comunità ebraica in Palestina è poco consistente, essa conta circa 24.000 individui. Ma a partire proprio da quell’anno un considerevole flusso di ebrei provenienti principalmente dall’Europa centrale e orientale (Germania e Russia) si dirige verso la Palestina. La crescente immigrazione ebraica, l’acquisto di terre ed edifici da parte di ebrei europei in uno specifico territorio dell’Impero ottomano preoccupano la Sublime Porta tanto da spingerla, nel novembre del 1881, ad emanare alcune misure restrittive relative ai nuovi insediamenti ebraici in Palestina. Le norme stabilivano che gli Ebrei immigrati avevano il diritto di istallarsi in tutto il territorio dell’impero, fuorché in Palestina, al fine di non stravolgere gli equilibri demografici locali e, soprattutto, di non costituire un potenziale elemento di tensione in una provincia ottomana, considerata delicata a ragione del suo significato simbolico e religioso per i credenti delle tre religioni monoteiste. Tuttavia, il sostegno di alcuni paesi europei all’immigrazione ebraica in Palestina e la crescente affermazione del sionismo come movimento internazionale organizzato, associandosi all’inefficienza dell’amministrazione ottomana nel controllare ed impedire i flussi immigratori, inficiano la politica di contrasto all’immigrazione ed all’insediamento ebraico. In meno di trenta anni, dal 1880 al 1908, la popolazione ebraica passa da 24.000 a circa 80.000 unità, cioè, come riporta lo storico Robert Mantran (8), dal 5% al 10% dell’intera popolazione  presente in Palestina.</p>
<p>L’immigrazione ebraica in Palestina prosegue in modo sorprendente sotto il mandato inglese (1922–1948), intensificandosi dal 1948 fino ai nostri giorni. Attualmente la popolazione ebraica in Palestina è stimata essere tra i 5.500.000 e i 6.000.000.</p>
<p>Il temuto stravolgimento demografico paventato dalla Sublime Porta si è avverato con conseguenze catastrofiche per le popolazioni locali: i palestinesi autoctoni vengono progressivamente privati della loro terra e in gran parte espulsi dai territori del neostato ebraico.</p>
<p>Nel 1951, secondo fonti ONU (<cite>General Progress Report and Supplementary Report of the United Nations Conciliation Commission for Palestine</cite>) il numero di Palestinesi espulsi assommava a 711.000 unità; oggi la cifra dei palestinese con statuto di profughi (9) è pari a circa 4.600.000.</p>
<p><strong>La Palestina nel sistema bipolare</strong></p>
<p>Negli ultimi anni del mandato britannico, nel nuovo quadro geopolitico venutosi a formare in seguito agli esiti della Seconda guerra mondiale, la Palestina diventa un obiettivo strategico sia degli USA che dell’URSS. Washington e Mosca (10), per motivi diversi ma finalità concorrenti, sostengono pertanto la creazione, il consolidamento e l’espansione del neostato sionista. I nuovi colossi mondiali intendono, infatti, tramite il “dispositivo” israeliano, estendere la propria influenza nel Vicino Oriente.</p>
<p>Stalin ritiene, in un primo tempo, all’incirca dal dicembre 1947 al settembre-ottobre dell’anno successivo, che uno stato ebraico virtualmente “socialista” e soprattutto antibritannico, impiantato nel Mediterraneo, sia utile agli scopi della rivoluzione mondiale in generale e dell’URSS in particolare. Di lì a breve, tuttavia, il Cremlino cambia repentinamente opinione. Il mutamento dell’URSS nei confronti del nuovo stato degli Ebrei si manifesta infatti già negli ultimi mesi del 1948, all’arrivo a Mosca del primo ambasciatore israeliano, Golda Meir. Il lavoro diplomatico della Meir e dei suoi successori, Mordechai Namir (Nemirovskji) e Shmuel Eliashiv, avevano reso palese la fitta rete di interessi tra i vertici dello stato ebraico, alcuni importanti dirigenti sovietici prosionisti, prevalentemente di origine ebraica, e i sionisti statunitensi artefici della <em>special relationship </em>instauratasi tra Tel Aviv e Washington. I rapporti tra Mosca e Tel Aviv si deteriorano ulteriormente negli anni successivi, fino alla definitiva rottura avvenuta nel febbraio del 1953 (11).</p>
<p>Per Stalin, dunque, il rafforzamento dello stato ebraico in Palestina a danno degli Arabi, si configurava effettivamente per quello che era: un tassello della strategia del <em>containement</em> ed un rafforzamento dell’influenza statunitense nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente.</p>
<p>Anche gli USA ritengono la Palestina, a motivo della sua posizione geografica, una importante base strategica destinata a controllare, insieme alla Grecia ed alla Turchia, che aderiscono alla NATO nel 1952, la parte orientale del Mediterraneo ed il Vicino Oriente. Per tale principale motivo, oltre che per le pressioni esercitate dalla <em>Israel lobby</em> sul Dipartimento di stato e sul Congresso, Washington sostiene Israele, ritenendolo l’alleato più fedele dell’intera regione. Il sostegno statunitense allo stato ebraico, a causa delle perturbazioni che la presenza di quest’ultimo suscita nelle masse arabe, ha anche il cinico fine di mantenere, con evidenti scopi ricattatori, in uno stato di tensione permanente alcuni Paesi arabi, principalmente l’Egitto, la Siria e la Giordania; uno stato di tensione che verrà, come vedremo in seguito, machiavellicamente sfruttato, ai fini della colonizzazione israeliana di ulteriori territori, nel giugno del 1967, quando le discussioni diplomatiche tra arabi e israeliani cedettero la mano alle armi.</p>
<p>Sebbene Israele sia un alleato ufficiale di Washington sin dal 1950, all’inizio della guerra di Corea, è con la crisi di Suez del 1956, e la partecipazione alla guerra contro Nasser, che lo stato israeliano si consacra, a dispetto delle intese intercorse tra Tel Aviv, Londra e Parigi, come <em>partner</em> insostituibile degli USA nel Vicino Oriente. Da quel momento in poi, le questioni geopolitiche palestinesi assumono un ruolo sempre più rilevante nell’ambito della politica estera statunitense e nelle dottrine geopolitiche che la determinano. Gli USA appoggiano il progetto espansionista e neocolonialista dello stato ebraico e di conseguenza anche la politica di espulsione degli abitanti non ebrei che i vertici israeliani perseguono con costanza e determinazione fin dal 1948. Al termine degli anni cinquanta, “<em>Israele è integrata segretamente in un’alleanza geopolitica proamericana che comprende la Turchia, l’Iran e l’Etiopia</em>” (12). Una chiara manifestazione del sostegno americano a Tel Aviv ebbe luogo nel 1967, in occasione della guerra dei sei giorni, quando israeliani e arabi si fronteggiarono militarmente.</p>
<p>Per il politologo Jean-François Legrain “<em>la guerra arabo-israeliana detta dei ‘sei giorni’ (5-6 giugno 1967) si inserisce nel (…) progetto di espansione/espulsione. Una volta ancora</em>, &#8211; nota lo stesso autore – <em>la storiografia classica aveva sottolineato il carattere fondamentalmente difensivo di questa guerra. Alcune testimonianze rese pubbliche trenta anni dopo, tra cui quella dell’ ‘eroe’ israeliano, il generale Moshe Dayan (1915-1981), annullano questa versione ed evocano una politica israeliana deliberata di provocazione che aveva lo scopo di gettare gli Stati arabi in una guerra persa in anticipo che avrebbe permesso l’occupazione dei territori </em>“ (13).</p>
<p>“<em>Dopo il 1967</em>”, sottolinea Aymeric Chauprade, a proposito dei rapporti tra Israele e Stati Uniti, “<em>gli Americani possono legittimamente considerare Israele come un atout di grande qualità nella guerra fredda. Il piccolo stato ebraico è diventato una vera potenza regionale che, per di più, ha dimostrato la capacità di colpire due alleati di Mosca (l’Egitto e la Siria) e di chiudere la rotta del canale di Suez, bloccando l’approvvigionamento sovietico a Hanoi</em>” (14).</p>
<p>La stretta relazione che lega Washington e Tel Aviv si rafforza per tutto il periodo della Guerra fredda. In questo arco temporale la resistenza dei Palestinesi, rappresentati principalmente dalla Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), attraversa fasi alterne che non conducono a soluzioni definitive. Il cosiddetto “processo di pace” sponsorizzato degli USA si rivela una beffa per i palestinesi, le cui condizioni peggiorano sempre di più.</p>
<p><strong>La Palestina nell’istante unipolare</strong></p>
<p>Con il crollo del Muro di Berlino ed il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, ormai unica potenza incontrastata a livello planetario, impongono un nuovo ordine globale che prevede, in primo luogo, la organizzazione del Vicino e Medio Oriente. Le tappe principali del riordino statunitense sono: la Guerra del Golfo (1990-1991), l’occupazione dell’Afghanistan (2002) e l’aggressione all’Iraq (2003). Successivamente, nel 2004, gli strateghi <em>neocon</em> di Washington inseriscono il Vicino e Medio Oriente  nell’ambito di un progetto ben più ambizioso denominato Grande Medio Oriente. Questo progetto, che ripropone alcune linee strategiche manifestatesi intorno al 1975, nell’ambito degli Accordi di Helsinki, prevede la “balcanizzazione” di una vasta area che va dal Marocco fino alle repubbliche centroasiatiche, vale a dire la sua riorganizzazione lungo frontiere etnico-confessionali. Con tale progetto geopolitico, Washington intende contenere la nuova Russia di Putin, accaparrarsi le risorse energetiche in Asia centrale e mantenere in uno stato di tensione e ricatto permanenti – nel quadro della dottrina dello scontro di civiltà – gran parte delle popolazioni eurasiatiche. In questo quadro di riferimento, per la Palestina è prevista la soluzione detta dei “due stati”, uno israeliano, che occuperebbe la quasi totalità del territorio palestinese ed uno – a sovranità limitata e privato delle risorse idriche &#8211; guidato dall’Autorità Nazionale Palestinese.</p>
<p>Tale soluzione, qualora si realizzasse, renderebbe formalmente ufficiale il processo di “bantustanizzazione” già in atto dal lontano 1948, con la conseguenza di acuire ulteriormente, col passar del tempo, le tensioni tra la popolazione palestinese e lo stato colonialista ebraico.</p>
<p>In realtà il disegno strategico di Tel Aviv sembra mirare piuttosto all’espulsione totale delle popolazioni non ebraiche residenti in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. I Palestinesi espulsi, secondo tale progetto, dovrebbero far parte di una Confederazione giordano-palestinese (15).</p>
<p><strong>L’era multipolare: Palestina provincia d’Eurasia</strong></p>
<p>Nel nuovo sistema multipolare, escludendo l’ipotesi di un’azione militare condotta da Israele e dagli USA contro l’Iran, difficilmente i progetti israeliani di espulsione e di ampliamento della sovranità di Tel Aviv sulla Cisgiordania e sulla striscia di Gaza potranno realizzarsi; giacché, oltre gli attori principali dell’area in questione, Turchia, Giordania, Siria, Egitto, ed Iran, occorre considerare anche quelli globali, cioè la Russia e la Cina. Mosca e Beijing hanno tutto l’interesse a contenere l’espansione di Israele e ad impedire il suo radicamento nel Vicino Oriente. Un Israele militarmente ed economicamente forte costituirebbe, per le due potenze eurasiatiche, nel medio periodo, una reale minaccia strategica, stante la stretta relazione che lega Tel Aviv a Washington e l’influenza della <em>Israel lobby</em> nella conduzione della politica estera statunitense. Israele, infatti, oltre a costituire un punto nodale del progetto denominato Nuovo Grande Medio Oriente, teso ad assicurare il predominio nordamericano nell’intera area, ambisce a diventare l’unica potenza regionale. Per tale principale ragione, lo stato ebraico ostacola e perturba le relazioni che pazientemente la Federazione russa e la Repubblica popolare cinese, in una prospettiva di integrazione eurasiatica, intessono e sviluppano con gli altri attori regionali, in particolare con la Turchia di Erdogan, l’Iran di Ahmadinejad e la Siria di Bashar al-Asad. Il consolidamento e l’ulteriore sviluppo di tali relazioni, segnatamente sul versante della difesa e della sicurezza regionali, costituirebbero un realistico e promettente inizio per la soluzione delle questioni sorte con la creazione dello stato ebraico, cioè per il ritorno della Palestina, quale provincia d’Eurasia, nell’alveo di un contesto geopolitico unitario.</font></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1. Eli Barnavi, <em>Storia d’Israele</em>, Bompiani, Milano 2005, p. 138.</p>
<p>2. Fréderic Encel, François Thual,<em> Géopolitique d’Israël</em>, Édition du Seuil, Paris, 2006, pp. 23-25.</p>
<p>3. Diana Carminati, Alfredo Tradardi (a cura di), <em>Boicottare Israele</em>, Derive Approdi, Roma 2005.</p>
<p>4. John J. Mearsheimer, Stephen M. Walt, <em>La Israel Lobby e la politica estera americana</em>, Mondadori, Milano 2007.</p>
<p>5. Secondo Bruno Guigue, la ”resurrezione dell’olocausto”, manifestatasi nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, costituì un avvenimento culturale di primaria importanza per rafforzare i già stretti legami tra Washington e Tel Aviv ed influenzare ulteriormente l’opinione pubblica statunitense a favore di Israele, <em>Aux origines du conflit israélo-arabe. </em><em>L’invisible remords de l’Occident</em>, L’Harmattan, Paris 2008, p. 135-139. Per Norman Finkelstein, controverso autore de <em>L&#8217; industria dell&#8217;Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei</em>, Rizzoli, Milano 2004, invece, il tema dell’olocausto divenne uno strumento di pressione e propaganda a sostegno di Israele subito dopo il conflitto arabo-israeliano del 1967.</p>
<p>6. Ilan Pappe, <em>La pulizia etnica dei palestinesi</em>, Fazi Editore, Roma 2008.</p>
<p>7. Per l’orientalista francese di origine ebraica, Maxime Rodinson (1915-2004), l’insediamento della colonia ebraico-sionista e la formazione dello stato di Israele nel 1948 sono il risultato “<em>di un processo che si inserisce perfettamente nel grande movimento dell’espansione europeo-americana dei secoli XIX e XX per popolare o dominare economicamente e politicamente gli altri popoli</em>”, citazione tratta da Serge Cordellier (a cura di), <em>Le dictionnaire historique et géopolitique du 20<sup>e</sup> siécle</em>, La Découverte, Paris 2007, p. 574. Per un approfondimento del pensiero di M. Rodinson riguardo alla questione israeliana vedere il suo <em>Israele e il rifiuto arabo</em>, Einaudi, Milano 1969.</p>
<p>8. Robert Mantran, <em>Storia dell’impero ottomano</em>, Argo, Lecce 2000, p. 588.</p>
<p>9. Dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA, consultabili presso il sito internet ufficiale: <em>http://www.un.org/unrwa</em>.</p>
<p>10. Gli USA riconoscono Israele <em>de facto</em>, appena “<em>dieci minuti dopo la proclamazione dello Stato, quando a Washington era passata la mezzanotte</em>”, (<em>cfr.</em> Leonid Mlecin, <em>Perché Stalin creò Israele</em>, Sandro Teti editore, Roma 2008, p. 128) , il riconoscimento <em>de jure</em> avverrà nel gennaio del 1949.  Mosca riconosce lo stato sionista il 18 maggio, quattro giorni dopo l’autoproclamazione della nuova entità statale.</p>
<p>11. Sui complessi rapporti tra Stalin, il movimento sionista e Israele si rimanda a Leonid Mlecin, <em>op.cit.</em></p>
<p>12. Aymeric Chauprade, <em>Chronique du choc des civilisations</em>, Éditions Chronique-Dargaud s.a., Pèrigueux 2009, p. 143.</p>
<p>13. J.-F. L. (Jean François Legrain), <em>Question palestinienne</em>, in Serge Cordellier (a cura di), <em>op.cit.</em>, p. 575.</p>
<p>14. Aymeric Chauprade, <em>op. cit.,</em> p. 143.</p>
<p>15. Benny Morris, <em>Due popoli, una terra</em>, Rizzoli, Milano 2009, pp. 190-197.</p>
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		<title>Il Patto atlantico nella geopolitica USA per l&#8217;egemonia globale</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 12:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/255/il-patto-atlantico-nella-geopolitica-usa-per-legemonia-globale-3" title="Il Patto atlantico nella geopolitica USA per l&#8217;egemonia globale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea09_012.exkxx4944bcc4oks8sgcw0g44.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Il Patto atlantico nella geopolitica USA per l&#8217;egemonia globale" ></div></a><p><font size="2"><strong>Alleanze e geopolitica</strong></p>
<p>Mentre nella teoria delle relazioni internazionali i trattati di alleanza, politica o militare, tra Stati sovrani (1) sono, come sostenuto da alcuni autori, tra cui in particolare Alessandro Colombo (2), di difficile definizione a causa del loro carattere ambiguo, in geopolitica, al contrario, essi sono più facilmente interpretabili, quando considerati parte costituente delle strategie di medio e lungo periodo dei singoli paesi firmatari.</p>
<p>È proprio grazie alla conoscenza delle dottrine geopolitiche degli Stati alleati ed all’analisi delle relative posture, manifestate nell’arco di lunghi periodi, che è possibile, infatti, appurare se un trattato di alleanza, in particolare di alleanza militare, sia realmente un accordo tra pari, oppure un dispositivo in funzione del <em>partner</em> egemone (o di una coalizione di <em>partner</em> egemoni) che lo impone, diplomaticamente o meno, agli altri firmatari.</p>
<p>Un efficace esempio della funzione geopolitica delle alleanze ci è fornito, nell’era moderna, tra gli altri, dal <em>Trattato dell’Aja</em> o della <em>Triplice alleanza</em> del 1668. In quell’occasione, l’Inghilterra, la Svezia e l’Olanda si allearono con lo scopo di contenere l’espansione del Re Sole nelle Fiandre spagnole e nella Franca Contea. La coalizione assunse un preciso carattere di dispositivo geopolitico a sostegno della politica di dominio perseguita dall’Inghilterra.</p>
<p>Antonio Zischka, nella sua singolare storia delle alleanze dell’Inghilterra, considerando che l’ascesa dell’Inghilterra a protagonista europeo e mondiale ebbe inizio dopo la Guerra dei Cent’anni (1337-1453), allorquando “<em>la sua natura insulare si affermò nettamente</em>” (3), e ricordando che tutte le “<em>grandi guerre dell’Inghilterra sono state combattute […] nei Paesi Bassi, poiché qui è più facile mettere in pericolo il dominio britannico sulla Manica</em>” (4), individua nella <em>Triplice Alleanza</em> lo strumento diplomatico e militare attraverso il quale l’Olanda assunse la funzione di “<em>testa di ponte</em>” inglese sul Continente.</p>
<p>Il <em>Trattato dell’Aja</em> fu, quindi, un’alleanza egemonica. Essa, infatti, costituì il primo tassello di un’ampia strategia diplomatico–militare tesa a indebolire l’Olanda e, soprattutto, ad instaurare un equilibrio sull’intero continente europeo favorevole alle mire inglesi. Ciò diventerà palese diversi anni più tardi, al termine della <em>Guerra dei nove anni</em> (1688-1697) che la <em>Grande Alleanza</em>, costituita da Inghilterra, Spagna, Austria e Olanda, aveva mosso contro Luigi XIV.</p>
<p>La lotta contro la Francia, potenza continentale in espansione, ci ricorda Zischka, ebbe per l’Inghilterra, infatti, “<em>il grande vantaggio di essersi svolta principalmente sul suolo olandese e di aver determinato un tale indebolimento dell’Olanda che le navi di questa uscivano pei mari in sempre minor numero; il commercio e la potenza finanziaria olandese erano in forte declino, mentre l’Inghilterra invece rifioriva</em>” (5). Per Zischka, fu proprio grazie alla posizione insulare che l’Inghilterra riuscì a spostare il “predominio” a proprio favore.</p>
<p>Giungendo a tempi relativamente a noi più vicini, sempre trattando le alleanze stipulate dall’Inghilterra nel quadro della loro secolare politica di potenza, volta a contenere e vanificare le intese di amicizia e/o di integrazione tra le nazioni del continente europeo, vale la pena citare, quale altro esempio chiarificatore, l’<em>Accordo di aiuto reciproco</em> tra il Regno Unito e la Polonia, siglato a Londra il 25 agosto 1939.<br />
Come noto, l’<em>Accordo</em> di amicizia anglo-polacca firmato da Lord Halifax e dal conte Rczynski costituì una palese violazione dell’Accordo che la Germania e la Polonia avevano stipulato il 26 gennaio 1934, nonché una esplicita intromissione nelle delicate relazioni tra il Reich nazionalsocialista e l’URSS; Berlino e Mosca, infatti, appena due giorni prima, il 23 agosto, avevano sottoscritto un trattato di non aggressione, passato alla storia come il <em>Patto Molotov-Ribbentrop</em>, dal nome dei rispettivi ministri degli esteri. In tale circostanza, il Regno Unito intendeva utilizzare, nell’ambito di un dispositivo diplomatico–militare teoricamente paritario, la posizione della Polonia quale “cuneo” tra due potenze continentali, al fine di inficiare, simultaneamente, sia la creazione di un potenziale asse Mosca-Berlino sia le intese tedesco-polacche, ed allontanare in tal modo ogni prospettiva di saldatura tra la penisola europea e la massa asiatica.<br />
L’azione di perturbazione architettata da Londra, mediante una attività di fine tessitura diplomatica, cui non erano estranei gli USA (6), era perfettamente coerente con la dottrina geopolitica britannica, che aveva fatto della valorizzazione delle tensioni fra le nazioni continentali un elemento portante della politica d’equilibrio (<em>balance of power</em>).</p>
<p><strong>I caratteri dell’Alleanza nordatlantica</strong></p>
<p>Gli esempi sopra riportati ci permettono di analizzare, per comparazione, un altro caso di alleanza egemonica, quello, molto particolare, del <em>Patto atlantico</em>. Anche qui, il maggior beneficiario dell’alleanza in questione è una potenza marittima, gli Stati Uniti. La potenza d’Oltreatlantico ha sempre esaltato, in rapporto alla massa eurasiatica (7), il suo carattere insulare, proprio come l’Inghilterra fece in rapporto al continente europeo, e analogamente all’Inghilterra, nell’ambito dei rapporti di forza fra nazioni, ha attuato il criterio del <em>balance of power</em>.</p>
<p>I caratteri che contraddistinguono il <em>Patto atlantico</em> sono almeno tre: la sua lunga durata; la limitazione della sovranità della maggior parte dei <em>partner</em>, a beneficio degli USA; l’ aggressività della sua Organizzazione (la NATO.</p>
<p>Per quanto concerne la prima caratteristica, il <em>Patto atlantico</em> ha sicuramente superato di gran lunga quel limite temporale cui sembrano soggiacere, generalmente, le coalizioni militari, e che Tucidide aveva fissato intorno ai trent’anni (8).<br />
Spesso, a proposito della durata dell’Alleanza atlantica, che proprio quest’anno compie ben sessanta anni, si considera, la sua anomalia rispetto al principio che avrebbe sempre guidato la politica estera degli USA, quello di affidarsi soltanto ad alleanze temporanee e in casi di straordinaria emergenza.<br />
In realtà, quando si tratta questa questione, non si tiene conto di almeno due importanti fattori: il primo, specifico, contenuto proprio nella formulazione del principio guida fatta da Washington nel suo <em>Farewell address</em> (9). Washington parlò di temporanee alleanze finalizzate a mantenere gli Stati Uniti “<em>on a respectably defensive posture</em>”, con ciò riferendosi chiaramente ad accordi che dovevano durare tutto il tempo necessario per mantenere la Nazione appunto in una posizione difensiva (10); il secondo, d’ordine più generale, è da mettere in relazione alla pulsione messianica che, oltre ad animare il patriottismo statunitense e ad impregnare il carattere nazionale dei nordamericani, condiziona e regola le scelte espansioniste ed imperialistiche di Washington (11).<br />
L’ eccezionalismo messianico è sempre stato per i governanti statunitensi una categoria cui ricorrere per costruire e giustificare le strategie più convenienti agli interessi nazionali. La “straordinaria emergenza”, nella prospettiva religiosa veterotestamentaria propria della tradizione statunitense, avrà, pertanto, una durata che si dilaterà con l’espansione di questi stessi interessi su scala mondiale.</p>
<p>La limitazione di fatto della sovranità di molti membri dell’<em>Alleanza atlantica</em> è dovuta non solo alla sua genesi, avvenuta in un periodo in cui le nazioni europee, uscite distrutte dalla guerra, avevano scarsa capacità di contrattazione con la potenza d’Oltreoceano; ma, principalmente, a quella serie di vincolanti “misure di accompagnamento” che, costituita da Accordi, Trattati e Clausole segrete tra i singoli Paesi europei e gli USA, ha riguardato (e continua a riguardare) la diffusione di istallazioni logistiche e basi militari NATO ed statunitensi in tutta l’Europa.</p>
<p>Tanto per fare un solo esempio, consideriamo, a questo proposito, il caso emblematico dell’Italia, ove di basi e istallazioni militari di vario genere, direttamente o indirettamente collegate agli USA ed alla NATO, se ne contano un centinaio (12).</p>
<p>Le “misure di accompagnamento” che sostanzialmente limitano la sovranità nazionale dell’Italia, vincolandola pesantemente, sul piano militare, al sistema geopolitico occidentalista a guida statunitense, sono almeno quattro:</p>
<p>1) il <em>Bilateral Infrastructure Agreement</em> (BIA) o Accordo segreto USA-Italia del 20 ottobre 1954. L’accordo, firmato dal Ministro Scelba e dall’ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, non è mai stato sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento italiano;<br />
2) l’<em>Accordo bilaterale Italia-USA</em> del 16 settembre 1972;<br />
3) il <em>Memorandum d&#8217;intesa USA-Italia</em> (Shell Agreement) del 2 febbraio 1995;<br />
4) l’<em>Accordo segreto ‘Stone Ax’</em> , stipulato negli anni ‘50/’60 e rinnovato dopo l’11 settembre 2001.</p>
<p>A questi Accordi, occorre, ovviamente, aggiungere anche:</p>
<p>a) le clausole segrete contenute nella <em>Convenzione d’Armistizio</em> del 3 settembre 1943;<br />
b) le clausole segrete del <em>Trattato di pace</em> imposto all’Italia del 10 febbraio del 1947;<br />
c) il <em>Trattato NATO</em>, firmato a Washington il 4 aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 agosto 1949.</p>
<p>In riferimento al terzo carattere menzionato, quello relativo all’aggressività dell’Organizzazione dell’Alleanza nordatlantica, osserviamo che esso è ben chiaro e manifesto, se si considera l’articolata strategia messa in campo dagli USA al termine del secondo conflitto mondiale ai fini di una vera e propria egemonia (13) a livello mondiale.<br />
Tale strategia si compone di due differenti dispositivi geopolitici (14). Il primo, basato fondamentalmente su meccanismi economici, riguarda essenzialmente:</p>
<p>-l’ERP, l’<em>European Recovery Program</em>, meglio noto come Piano Marshall (1947), dal nome dell’allora segretario di stato, George Marshall. Tramite il Piano di ricostruzione dell’Europa occidentale, Washington condizionò, come i geopolitici francesi Chauprade e Thual osservano, l’integrazione economica europea in uno spazio economico da loro controllato;<br />
-il GATT, <em>Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio</em> (1947) per favorire la liberalizzazione del commercio mondiale erodendo le prerogative nazionali;<br />
-la <em>Banca mondiale</em> (1945).</p>
<p>L’altro dispositivo, diplomatico e militare, comprendeva oltre la NATO (1949):</p>
<p>- il <em>Patto di Baghdad</em> (1955), poi evoluto in <em>Patto CENTO</em> (Central Treaty Organisation) (1959), dopo l’uscita dell’Iraq del 1958;<br />
- il <em>Patto di Manila</em> o <em>SEATO</em> (South East Asia Treaty Organization) del 1954;<br />
- il <em>Patto tripartito di sicurezza</em> fra Australia, Nuova Zelanda e USA, noto con l’acronimo <em>ANZUS</em>, del 1951.</p>
<p>In tale strategia è evidente la funzione della NATO quale elemento di presidio militare nell’Europa occidentale e mediterranea (15) e di pressione verso i confini occidentale e meridionale dell’Unione Sovietica. La volontà statunitense di istallare un presidio militare in Europa emerge anche dalla nota affermazione del presidente Roosevelt, secondo la quale il Reno era da considerare come la frontiera orientale degli USA (16).<br />
La NATO costituisce, fin dalla sua creazione, una specifica maglia della rete statunitense per l’accerchiamento dell’intera massa eurasiatica. L’applicazione della teoria del <em>containment</em> (un eufemismo retorico che ha mascherato, nel periodo della Guerra fredda, l’ accerchiamento geostrategico dell’Eurasia) in realtà era un chiaro atto di prepotenza militare e diplomatica diretto dagli USA contro l’URSS ed inoltre un minaccioso avvertimento alle altre nazioni asiatiche e mediterranee. Il carattere aggressivo del <em>Patto atlantico</em> si è manifestato, negli ultimi anni, con l’allargamento (altro eufemismo che vorrebbe occultare il carattere espansionista degli USA) della sua organizzazione verso l’Europa orientale e le Repubbliche centroasiatiche.</p>
<p><strong>Un Patto antieuropeo e antieurasiatico nel nuovo sistema multipolare</strong></p>
<p>Il <strong>Patto atlantico</strong> si configura dunque come un’alleanza tipicamente egemone, antieuropea e antirussa nel periodo del bipolarismo; antieurasiatica dopo il crollo dell’Unione Sovietica.<br />
Antieuropea, perché con la sua presenza ha impedito la costituzione di un esercito europeo e contribuito alla lunga occupazione statunitense del Vecchio Continente; antieurasiatica, perché ha imposto all’Europa occidentale il ben noto ruolo di “testa di ponte” gettata sul continente eurasiatico, ai fini delle mire statunitensi per il dominio mondiale.<br />
All’alba del nuovo sistema multipolare, tuttavia, il dispositivo statunitense sembra essere obsoleto: una maglia di una rete (peraltro sempre più sfilacciata) che non riesce a “contenere” efficacemente (17) la forza delle Nazioni asiatiche emergenti ed il loro diritto, a lungo conculcato, di determinare il proprio destino. Con la presenza sempre più determinante, nella politica mondiale, di nazioni dalle dimensioni continentali come la Russia, la Cina, l’India e il Brasile, i singoli interessi nazionali dei popoli europei mostrano, ancora di più, la loro ininfluenza sul piano geopolitico e, soprattutto, l’ innaturale posizione dell’Europa nel campo occidentalista.</p>
<p>La consapevolezza della propria ininfluenza geopolitica condurrà gli Europei, prima o poi, a comprendere che la partecipazione all’<em>Alleanza atlantica </em>è un vincolo che potrebbe condurli lontano dai propri interessi mediterranei ed asiatici.</p>
<p>Se l’Europa vuole partecipare come protagonista al nuovo sistema multipolare deve, al più presto, uscire dalle soffocanti e limitanti logiche nazionali che la dividono, e riconoscere di costituire la componente occidentale dello spazio geopolitico eurasiatico. Mosca, Nuova Delhi e Beijing non attendono altro.</p>
<p>L’assunzione di una chiara visione geopolitica impone agli Europei, per la salvaguardia dei propri interessi economici, militari, politici e culturali, la rivendicazione di un’inedita sovranità continentale che può essere raggiunta soltanto a partire dalla denuncia della NATO quale strumento di dominio degli USA e dalla contestuale creazione di una forza armata europea.</font></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1. Per una trattazione della teoria contemporanea delle alleanze, si rimanda a Marco Cesa, Teorie delle alleanze, in “Quaderni di scienza politica”, II, 2, 1995, pp. 201-283.<br />
2.  Alessandro Colombo, <em>La lunga alleanza. La Nato tra consolidamento, supremazia e crisi</em>, Franco Angeli- Ispi, Milano 2001. A. Colombo, molto acutamente, individua in tre ragioni la sconsolante ambiguità storica e semantica del termine alleanza. La prima risiederebbe nella “<em>enorme varietà delle forme storiche di alleanza: varietà nel tipo di impegni, nella loro formalizzazione, nella loro durata e nei loro obiettivi</em>” (p. 25); la seconda, che riflette parzialmente la prima, consiste nella “<em>estrema varietà dei termini e delle metafore con le quali, nel corso della storia, questi accordi sono stati espressi</em>” (p. 26); la terza, infine, si ricollega, secondo lo studioso, allo “<em>slittamento semantico</em>” per il quale “<em>l’intonazione eufemistica della cultura politica dell’ultimo secolo non poteva risparmiare […] il fenomeno delle alleanze</em>” (p. 26). L’ambiguità cui fa riferimento Colombo, a nostro avviso, permane anche nell’ambito, certamente più rigoroso, almeno sul piano formale, del diritto internazionale, per il quale l’accordo di alleanza considera un impegno esclusivamente reciproco tra due o più stati.<br />
3.  Antonio Zischka, <em>Le alleanze dell’Inghilterra</em>, Casa editrice mediterranea, Roma 1941-XIX, p. 41. Per Johann von Leers, che concorda con Zischka riguardo alla valorizzazione della insularità ai fini della politica di potenza attuata dagli inglesi, invece, l’Inghilterra si sarebbe emancipata dalla massa continentale europea all’epoca dell’invasione normanna. Scrive, infatti, l’autore tedesco, “<em>Dal momento che i Normanni presero possesso delle isole britanniche, la politica estera che da lì partiva mutò completamente. Gli Anglosassoni si erano soltanto difesi contro gli attacchi che partivano dalla terraferma. I Normanni invece si servirono dell&#8217;Inghilterra come base per reprimere le potenze della terraferma. Per primi hanno valorizzato l&#8217;insularità inglese, il vantaggio di essere in una terra senza vicini e inattaccabile, come politica di potenza</em>”, <em>L’Inghilterra, l’avversario del continente europeo</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2005.<br />
4.  Antonio Zischka, <em>op. cit.</em>, p. 50.<br />
5.  Antonio Zischka, <em>op. cit.</em>, p. 53.<br />
6. Si fa riferimento agli incontri tra l’ambasciatore statunitense William Christian Bullitt Jr. e gli ambasciatori polacchi Potocki e Lukasiewicz, avvenuti in Francia nel novembre 1938 e nel febbraio 1939; riportato in Giselher Wirsing, <em>Roosevelt et l’Europe </em>(Der Masslose Kontinent), Grasset, Paris s.d., ma 1942, p. 266.<br />
7.  “<em>Geopoliticamente l’America è un’isola al largo del grande continente eurasiatico</em>”, così Henry Kissinger, <em>L’arte della diplomazia</em>, Sperling &amp; Kupfer Editori, Milano 2006, pp.634-635<br />
8.  Bernard Guillerez, <em>L’Otan, instrument de la puissance américaine</em>, in “Revue Française de Géopolitique”, 1, 2003, p. 215.<br />
9.  Il principio delle <em>temporary alliances</em> venne formulato da George Washington nel suo <em>Farewell address</em>, il 19 settembre del 1796. In quell’occasione il primo presidente degli Stati Uniti affermò: “<em>Taking care always to keep ourselves, by suitable establishments, on a respectably defensive posture, we may safely trust to temporary alliances for extraordinary emergencies</em>.” (Avendo sempre cura di mantenersi in una rispettabile posizione difensiva per mezzo di accordi convenienti, possiamo con sicurezza affidarci ad alleanze temporanee in casi di straordinaria emergenza).<br />
10. L’interpretazione della “<em>difensive posture</em>” si collega direttamente al carattere insulare degli USA.<br />
11. Per una trattazione delle fonti religiose relative alla formazione dell’identità nazionale degli USA, si rimanda, fra gli altri, a: Anthony Smith, <em>Chosen Peoples: Sacred Sources of National Identity</em>, Oxford University Press, New York 2002 e a Romolo Gobbi, <em>America contro Europa</em>, MB Publishing, Milano 2002. Sulle relazioni tra eccezionalismo e imperialismo statunitensi si rimanda a Anders Stephanson, <em>Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene</em>, Feltrinelli, Milano 2004.<br />
12. Alberto B. Mariantoni, <em>Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente</em>, in “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici&#8221;, 3, 2005, pp. 81-94.<br />
13. A proposito del termine egemonia applicato alla potenza statunitense, Chalmers Johnson, denunciandone la retorica, scrive: “<em>Alcuni autori hanno impiegato il concetto di ‘egemonia’ per indicare un imperialismo senza colonie; nell’era delle ‘superpotenze’ dopo la seconda guerra mondiale l’egemonia divenne sinonimo dei ‘campi’ occidentale e orientale. In questo caso, l’uso di concetti adeguati è complicato dalla tendenza degli Stati Uniti a coniare eufemismi per la nozione di imperialismo, che facessero apparire un po’ più innocua e innocente la sua versione americana, almeno agli occhi dei cittadini di quel paese</em>”, in <em>The Sorrows of Empire</em>, London, Verso 2004, p. 30, citato da Herfried Münkler, <em>Imperi. Il dominio del mondo dall’antica Roma agli Stati Uniti</em>, Il Mulino, Bologna 2008, p.66.<br />
14. Aymeric Chauprade, Francois Thual, <em>Dictionnaire de Géopolitique</em>, Ellipses, Paris 1999, pp. 148-149.<br />
15. Hastings Lionel Ismay, primo segretario della NATO, a proposito delle finalità del Patto, così si espresse: “<em>to keep the Germans down, the Russians out and the Americans in</em>”. Lo scopo principale della NATO, in riferimento all’Europa, dunque, era quello di mantenere la presenza americana nel territorio europeo, non quello di “difenderlo”.<br />
16. Giselher Wirsing, <em>op.cit.</em>, p. 266.<br />
17. Zbigniew Brzezinski, considerando che le nuove realtà politiche globali paiono indicare il declino dell’”Occidente”, ritiene che la “<em>Comunità atlantica (debba) mostrarsi aperta a una maggiore partecipazione da parte dei paesi non europei</em>”. Il politologo e geostratega statunitense prevede un ruolo del Giappone (ed anche della Corea del Sud) in ambito NATO, al fine di legare ancora di più Tokyo agli interessi nazionali degli USA. Zbigniew Brzezinski, <em>L’ultima chance</em>, Salerno editrice, Roma 2008, p. 150.</p>
<p><font size="2">Quest&#8217;editoriale è disponibile anche in lingua spagnola:<br />
<a href="http://www.aporrea.org/tiburon/a75103.html">El Pacto Atlántico en la geopolítica estadounidense para la hegemonía global</a> &#8211; Aporrea.org<br />
<a href="http://licpereyramele.blogspot.com/2009/03/geopolitica-y-atlantismo.html">El Pacto Atlántico en la geopolítica estadounidense para la hegemonía global</a> -<br />
<a href="http://www.surysur.net/?q=node/10280">La OTAN en la geopolítica estadounidense para la hegemonía global</a> &#8211; <a href="http://www.surysur.net/">http://www.surysur.net</a><br />
<a href="http://www.laondadigital.com/laonda/LaOnda/430/A6.htm">El pacto atlántico en la geopolítica estadounidense para la hegemonía global</a> &#8211; LaOndadigital</font></p>
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		<title>America indiolatina ed Eurasia: i pilastri del nuovo sistema multipolare</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Sep 2008 17:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’avventurismo statunitense in Georgia e la profonda crisi economico-finanziaria che investe l’intero sistema occidentale hanno definitivamente evidenziato l’incapacità degli Stati Uniti di gestire l’attuale momento storico. I paradigmi interpretativi basati sulle dicotomie est-ovest, nord-sud, centro-periferia non sembrano più essere validi per delineare i prossimi scenari geopolitici. Una lettura continentale e multipolare delle alleanze e delle tensioni fra gli attori globali ci permette di individuare nell’America indiolatina e nell’Eurasia i pilastri del nuovo sistema internazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/46/america-indiolatina-ed-eurasia-i-pilastri-del-nuovo-sistema-multipolare" title="America indiolatina ed Eurasia: i pilastri del nuovo sistema multipolare"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/eai_08_03_300.9sqai1q8i78kcwksscgksos00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="America indiolatina ed Eurasia: i pilastri del nuovo sistema multipolare" ></div></a><p><em>L’avventurismo statunitense in Georgia e la profonda crisi economico-finanziaria che investe l’intero sistema occidentale hanno definitivamente evidenziato l’incapacità degli Stati Uniti di gestire l’attuale momento storico. I paradigmi interpretativi basati sulle dicotomie est-ovest, nord-sud, centro-periferia non sembrano più essere validi per delineare i prossimi scenari geopolitici. Una lettura continentale e multipolare delle alleanze e delle tensioni fra gli attori globali ci permette di individuare nell’America indiolatina e nell’Eurasia i pilastri del nuovo sistema internazionale.</em></p>
<p><font size="2"><strong>L’incapacità statunitense di governare</strong></p>
<p>La recente questione georgiana ha definitivamente posto una pietra tombale sul cosiddetto unipolarismo statunitense e, soprattutto, sembra aver reso effettivo un sistema geopolitico articolato ormai su poli continentali, cioè un sistema multipolare.</p>
<p>Ciò non è stato affatto colto dalla maggior parte degli osservatori ed analisti, i quali, pur consapevoli del tramonto della “<em>nazione indispensabile</em>” (secondo l’ardita definizione dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright), in margine alla crisi agostana tra Mosca e Tiblisi hanno ripetutamente fatto riferimento ad un nuovo bipolarismo e ad una riformulazione della “guerra fredda”. In realtà, siamo ben lontani dalla riedizione del vecchio sistema bipolare, e non soltanto perché le motivazioni ideologiche (tra cui l’antitesi comunismo-capitalismo, totalitarismo-democrazia), che hanno caratterizzato il dopoguerra dal 1945 al 1989, e dunque fornito linfa all’equilibrio bipolare, sono venute meno, ma, soprattutto, perché grandi paesi di dimensione continentale, come la Cina, l’India e il Brasile, in conseguenza del loro sviluppo economico e grazie alla coscienza geopolitica che anima da circa un buon decennio le loro rispettive classi dirigenti, ambiscono, responsabilmente, ad assumere impegni politici, economici e sociali a livello planetario.</p>
<p>Bisogna subito dire, però, che il declino del sistema unipolare a guida statunitense non significa affatto la fine dell’egemonia di Washington, tuttora presente, anche militarmente, in vaste aree del Pianeta. Quella di Washington è per il momento un’egemonia ridotta, con cui le nuove entità geopolitiche dovranno confrontarsi ancora per qualche anno. Un’egemonia, teniamo a sottolineare, forse più pericolosa del passato per la stabilità internazionale, perché appunto traballante e suscettibile, pertanto, di essere gestita da Washington e dal Pentagono con scarso equilibrio, come la crisi georgiana ha ampiamente dimostrato.</p>
<p>La profonda crisi strutturale dell’economia degli USA (1) ha contribuito soltanto ad accelerare un processo di ridimensionamento dell’intero “sistema occidentale” che, iniziato a metà degli anni ’90, veniva tuttavia registrato solo nei primi anni dell’attuale secolo da autori come Chalmer Johnson ed Emmanuel Todd nella rispettive analisi sulle conseguenze cui gli Stati Uniti, quale unica potenza mondiale egemone, sarebbero presto andati incontro (2) e sulla decomposizione del sistema statunitense (3).</p>
<p>Johnson, profondo conoscitore dell’Asia, e del Giappone in particolare, osservava, tra il 1999 e il 2000, che gli USA non sarebbero stati in grado di gestire il loro rapporto con l’Asia, se avessero perseguito i “<em>reiterati tentativi del loro governo di dominare la scena mondiale</em>” (4). Tra i cambiamenti, già visibili, che avrebbero nel prossimo futuro delineato un nuovo quadro geopolitico, Johnson poneva la propria attenzione al crescente tentativo della Cina di emulare le altre economie dell’Asia orientale a crescita intensiva (5). Lo stesso autore, riferendosi all’impietosa analisi illustrata da David Calleo (6) nel lontano 1987 sulla disgregazione del sistema internazionale, riteneva che gli Stati Uniti di fine secolo fossero “<em>un egemone rapace</em>” “<em>dotato di scarso senso d’equilibrio</em>”.</p>
<p>Anche il francese Todd, come l’americano Johnson, riteneva che gli USA, a causa delle guerre in Medio Oriente e in Jugoslavia, fossero diventati, ormai, un elemento di disordine per l’intero sistema internazionale; secondo Todd, inoltre, l’interdipendenza economica era a netto svantaggio dell’economia statunitense, come la crescita del deficit economico dell’ultimo decennio indubbiamente dimostrava.</p>
<p>Alcuni anni dopo, nel gennaio del 2005, un acuto e brillante osservatore come Michael Lind della New America Foundation sosteneva, in un importante articolo pubblicato sul “Financial Times” (7), che alcuni Paesi eurasiatici (principalmente la Cina e la Russia) e dell’America meridionale stavano “<em>silenziosamente</em>” prendendo misure il cui effetto sarebbe stato quello di “<em>ridimensionare</em>” la potenza nordamericana.</p>
<p>Più recentemente (2007), Luca Lauriola (8) ha sostanzialmente ribadito gli stessi concetti, che qui riportiamo nelle parole di Claudio Mutti: “<em>Lauriola intende dimostrare alcune tesi che possono essere schematicamente riassunte nei termini seguenti: 1) gli USA non sono più la maggiore potenza mondiale; 2) la potenza tecnologica russa supera oggi quella statunitense; 3) l&#8217;intesa strategica tra Russia, Cina e India configura un&#8217;area geopolitica alternativa a quella statunitense; 4) gli USA si trovano in una gravissima crisi finanziaria ed economica che prelude ad un vero e proprio crollo; 5) in tale situazione, la potenza statunitense è </em>&#8220;smarrita e impazzita&#8221;<em>, sicché Mosca, Pechino e Nuova Delhi la trattano cercando di non provocare reazioni che potrebbero causare catastrofi mondiali; 6) l&#8217;amministrazione Bush prosegue imperterrita verso il precipizio, inventando continuamente menzogne che giustifichino la funzione mondiale degli USA; 7) le condizioni di vita di gran parte della popolazione statunitense sono simili a quelle di molti paesi sottosviluppati; 8 ) l&#8217;immagine odierna degli USA non è un&#8217;eccezione della loro storia, ma riproduce fedelmente quella di sempre (dal genocidio dei Pellirosse al terrorismo praticato in Vietnam); 9) negli USA, un ruolo politico eminente viene svolto da quella medesima lobby messianica che aveva primeggiato nella nomenklatura sovietica</em>” (9).</p>
<p>Ma come mai l’iperpotenza statunitense, nel breve volgere di neanche un ventennio, è sul punto di collassare? Perché un attore globale come gli USA non è stato in grado di governare ed imporre il suo tanto declamato “New Order”, democratico e liberista?</p>
<p>Le risposte a tali quesiti non vanno ricercate soltanto nelle, tutto sommato, facili analisi care agli economisti e/o nelle contraddizioni politiche in seno al sistema occidentale. Vanno, a nostro avviso, cercate proprio nell’analisi delle dottrine geopolitiche della potenza statunitense. Gli Stati Uniti d’America — potenza talassocratica mondiale — hanno sempre perseguito, fin dalla loro espansione nel subcontinente sudamericano, una prassi geopolitica che in altra sede abbiamo definita “<em>del caos</em>” (10), vale a dire la geopolitica della “<em>perturbazione continua</em>” degli spazi territoriali suscettibili di essere posti sotto la propria influenza o il proprio dominio; da qui l’incapacità di realizzare un vero ed articolato ordine internazionale, quale ci si dovrebbe aspettare da chi ambisce alla <em>leadership</em> mondiale.</p>
<p>Due geopolitici italiani, Agostino Degli Espinosa e Carlo Maria Santoro, in epoche diverse e molto lontane tra loro, rispettivamente negli anni ’30 e ’90, hanno constatato una importante caratteristica degli USA, quella di essere inadatti a governare, ad amministrare.</p>
<p>Scriveva nel lontano 1932 Agostino Degli Espinosa: “<em>L&#8217;America non vuole governare, vuole semplicemente possedere nel modo più semplice, ossia con il dominio dei suoi dollari</em>”, e proseguiva affermando che governare “<em>non significa unicamente imporre delle leggi e delle volontà: significa dettare una legge a cui lo spirito del popolo o dei popoli aderisca in modo che fra governo e governati si formi un’unità spirituale organizzata</em>” (11).</p>
<p>Ribadiva, a distanza di oltre sessant’anni, Carlo Maria Santoro: “l<em>e potenze marittime […] non sanno immaginare, neppure concettualmente, la conquista e l’amministrazione, ovvero la suddivisione gerarchica dei grandi Imperi continentali</em>” (12).</p>
<p>La specificità talassocratica degli USA, individuata da Santoro, e l’incapacità di governare, nel senso sopra magistralmente esposto da Degli Espinosa, spiegano meglio di ogni altra analisi il declino  della Potenza nordamericana. A ciò, ovviamente, vanno aggiunti anche gli elementi critici connessi al grado di espansione dell’imperialismo statunitense: dispiegamento militare, spesa pubblica, scarso senso della diplomazia.</p>
<p>Ad affermare l’inettitudine degli USA nel gestire l’attuale momento storico è giunto, recentemente, anche l’economista francese Jacques Sapir. Per il direttore della scuola di Parigi per gli studi delle scienze sociali (EHESS), anzi, già la crisi del 1997-1999 aveva mostrato ”<em>que les Ètats-Unis étaient incapables de maîtriser la libéralisation financière internationale qu’ils avaient suscitée et imposée à nombreux pays</em>” (13). Ovviamente, per Sapir la mondializzazione è un aspetto dell’espansionismo statunitense, essendo in larga misura l’applicazione della politica americana che egli ritiene essere “<em>una politica volontarista di apertura finanziaria e commerciale</em>” (14). All’epoca, quando le ricette liberiste statunitensi, veicolate attraverso i diktat del Fondo monetario internazionale, fallivano in Indonesia e venivano, a ragione, duramente rifiutate da Kuala Lumpur, fu, significativamente, sottolinea Sapir, la responsabile politica economica adottata da Pechino ad assicurare la stabilità dell’Estremo Oriente.</p>
<p>È interessante notare che l’accelerazione del processo di ridimensionamento economico e politico degli USA (2007-2008) è avvenuto proprio quando alla guida del paese permane una gruppo di potere che si rifà alle idee dei <em>think tank</em> neoconservatori. I <em>neocons</em>, è noto, hanno spinto il più possibile Washington ad attuare negli ultimi anni — a partire almeno dal 1998, anno in cui inizia la “rivoluzione negli affari militari” — una politica estera aggressiva ed espansionista; tale politica è stata condotta in stretta coerenza con i principi veterotestamentari (l’impulso messianico come componente del patriottismo statunitense e come costante del carattere nazionale) che li contraddistinguono e con la particolare declinazione, in senso conservatore, della nota tesi trockista della rivoluzione permanente. Questa tesi, oltre a costituire, per alcuni versi, il sostrato teorico della strategia della “<em>permanent war</em>”, definita dal vice presidente Dick Cheney ed attuata con solerzia dall’Amministrazione Bush nel corso degli ultimi due mandati presidenziali (2000-2008), rinverdisce la caratteristica “geopolitica del caos” di Washington.<br />
<strong><br />
America indiolatina ed Eurasia</strong></p>
<p>Se gli USA, stretti tra necessità d’ordine geostrategico (controllo della Russia e della Cina in Eurasia, del Brasile, dell’Argentina e dell’area caraibica nel proprio emisfero) e una profonda crisi economico-finanziaria, sembrano essere confusi ed oscillare tra una politica estera persino più aggressiva e muscolare rispetto al recente passato e un ripensamento realistico del proprio ruolo mondiale, i maggiori paesi eurasiatici, Russia e Cina in testa, ed i più importati paesi sudamericani, Argentina e Brasile, appaiono sempre più consapevoli delle proprie potenzialità economiche, politiche e geostrategiche.</p>
<p>Ciò obbliga gli analisti e i decisori politici ad utilizzare nuovi paradigmi per interpretare il presente. Gli schemi interpretativi del passato, basati sulle dicotomie est-ovest, nord-sud, centro-periferia, non sembrano valere più. Sarà bene analizzare il presente, al fine di cogliere gli elementi necessari per delineare i futuri possibili scenari geopolitici, da una prospettiva continentale e multipolare delle alleanze e delle tensioni fra gli attori globali; in particolare, occorrerà concentrare l’attenzione sugli assi intercontinentali tra i due emisferi del Pianeta.</p>
<p>Il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), il nuovo asse geoeconomico tra l’Eurasia e l’America indiolatina, è ormai una realtà ben definita, capace di attrarre, nel prossimo futuro, altri paesi eurasiatici e sudamericani. Se, nel breve-medio periodo, tale asse si consoliderà, il sogno “occidentalista” inglese di una comunità euroatlantica, dalla Turchia alla California (15), e quello mondialista degli USA, incardinato sulla triade Nordmerica, Europa e Giappone, saranno destinati a rimanere tali.</p>
<p>Il recente vertice dei Ministri degli esteri dei paesi del BRIC (maggio 2008, Ekaterinburg, Russia), che ha confermato l’intenzione dei nuovi paesi emergenti ad intessere ulteriormente le relazioni economiche e politiche, è stato percepito dagli USA come un vero e proprio affronto. A ciò occorre anche aggiungere la riunione dei Big Five (Brasile, India, Cina, Messico e Sud Africa), tenutasi a Sapporo nel luglio del 2008 in concomitanza con il vertice di Hokkaido del G8.</p>
<p>È con l’insediamento di Putin a primo ministro della Federazione russa (agosto 1999) che iniziano ad avviarsi consistenti relazioni economiche tra la Russia e i paesi sudamericani, per poi intensificarsi nel corso degli ultimi anni fino ad assumere una decisa dimensione politica.</p>
<p>Mentre risale all’aprile del 2001 l’interesse della Cina verso l’America meridionale, con la storica visita del presidente Jian Zemin a diverse nazione del subcontinente americano. La Cina, alla ricerca di materie prime e di risorse energetiche per il proprio sviluppo industriale, ritiene il Brasile, il Venezuela ed il Cile partner privilegiati e strategici (si contano, ad oggi, tra i 400 e 500 accordi commerciali tra Pechino, i principali paesi sudamericani e il Messico), tanto da investirvi cospicui capitali per la realizzazione di importanti infrastrutture.</p>
<p>Gli interessi russi e cinesi in America meridionale, dunque, aumentano giorno dopo giorno. Il colosso russo Gazprom (insieme all’italiana ENI) sigla contratti con il Venezuela (settembre 2008) per l’esplorazione delle aree Blanquilla Est e Tortuga, nel Mar dei Caraibi, a circa 120 chilometri a nord dalla città di Puerto la Cruz (Venezuela settentrionale), e Mosca vara un piano per la creazione di un consorzio petrolifero in America meridionale. Inoltre, mentre la Lukoil firma un memorandum d´intesa con la compagnia petrolifera venezuelana, la PDVSA, Chávez si reca a Pechino (settembre 2008) per firmare una ventina di accordi commerciali con Hu Jintao, relativi a forniture agricole, tecnologiche e petrolchimiche e si impegna a fornire 500 mila barili/giorno di petrolio entro il 2010 e 1 milione entro il 2012.</p>
<p>Inoltre, Pechino e Caracas, facendo seguito a intese intercorse nel maggio del 2008, a settembre dello stesso anno, prendono accordi per l&#8217;installazione di una raffineria di proprietà comune in Venezuela e  per la realizzazione congiunta di una flotta di quattro petroliere giganti e per l&#8217;aumento delle spedizioni di petrolio in Cina.</p>
<p>L’America caraibica e meridionale non sembra più essere il “cortile di casa” di Washington. Le preoccupazioni aumentano per Washington, quando il Nicaragua riconosce le repubbliche dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia, quando il Venezuela ospita bombardieri strategici russi a lungo raggio e, soprattutto, quando il processo di integrazione dell’America meridionale viene accelerato dalle strettissime intese tra Buenos Aires e Brasilia. Le relazioni tra i due maggiori paesi del subcontinente americano si sono recentemente (settembre 2008) concretizzate nell’adozione del sistema di pagamento in moneta locale (SML) per l’interscambio economico-commerciale. L’adozione del SML al posto del dollaro statunitense rappresenta un vero e proprio primo passo verso l’integrazione monetaria dell’intera area Mercosur e l’embrionale costituzione di un “polo regionale” che, verosimilmente, grazie soprattutto agli ormai consolidati rapporti con la Russia e la Cina in campo economico e commerciale, potrebbe svilupparsi nel breve volgere di un lustro.<br />
Il nervosismo di Washington sale, inoltre, quando Pechino e Russia espandono la loro influenza in Africa e trattengono rapporti di collaborazione con l’Iran e la Siria.</p>
<p>Tuttavia, oltre i pur importanti e necessari accordi economici, commerciali e politici, affinché il nuovo sistema multipolare possa adeguatamente svilupparsi, i suoi due pilastri, l’Eurasia nell’emisfero nordorientale e l’America indiolatina in quello sudoccidentale, dovranno assumere, necessariamente, il controllo dei propri litorali e contenere le tensioni interne (spesso suscitate artificialmente da Washington e Londra), il loro vero tallone d’Achille.</p>
<p>Infatti, per far fronte agli USA — per trovare, cioè, soluzioni ragionevoli ed equilibrate che ne riducano, a livello planetario, senza ulteriori sconvolgimenti, il grado di perturbazione — Cina e Russia devono considerare che, attualmente, l’ex iperpotenza è, sì, sicuramente una nazione “smarrita”, ma pur sempre un’entità geopolitica dalle dimensioni continentali, padrona dei propri litorali e con ancora una potente flotta navale (16), presente su tutti gli scacchieri del Pianeta. Recentemente, ricordiamo, Washington ha riattivato la Quarta Flotta (per ora costituita da 11 navi, un sommergibile nucleare e una portaerei) per dimostrare, minacciosamente, il proprio impegno presso i loro partner centroamericani e sudamericani. La pur sempre temibile potenza statunitense impone all’Eurasia, principalmente alla Russia che ne costituisce il fulcro, ma anche alla Cina, di attivare una politica di integrazione, o maggiore collaborazione, verso l’area peninsulare ed insulare della massa continentale, cioè verso l’Europa ed il Giappone. È in tale contesto che occorre considerare la nuova politica del presidente Medvedev in relazione al potenziamento delle forze armate russe e, in particolare, al riammodernamento della marina militare (17). Pur se ci troviamo nell’era della cosiddetta “geopolitica dello spazio” e della geostrategia dei missili e degli scudi spaziali, l’elemento navale rappresenta, già da oggi, un importante banco di prova sul quale gli attori globali sono chiamati a sperimentare le proprie strategie per almeno il prossimo decennio, sia nei “mari interni” (Mediterraneo, Nero e Caraibico) sia negli oceani.</p>
<p>Al fine di comprendere appieno le future mosse della potenza d’oltreoceano, Pechino e Mosca farebbero bene a tenere a mente quanto scriveva, anni or sono, Henry Kissinger,: “<em>Geopoliticamente l’America è un’isola al largo del grande continente eurasiatico. Il predominio da parte di una sola potenza di una delle due sfere principali dell’Eurasia — Europa o Asia — costituisce una buona definizione di pericolo strategico per gli Stati Uniti, una guerra fredda o meno. Quel pericolo dovrebbe essere sventato anche se quella potenza non mostrasse intenzioni aggressive, poiché, se queste dovessero diventare tali in seguito, l’America si troverebbe con una capacità di resistenza efficace molto diminuita e una incapacità crescente di condizionare gli avvenimenti</em>” (18).</p>
<p>In maniera perfettamente speculare a quello per l’Eurasia, un analogo discorso vale anche per l’America indiolatina. L’America indiolatina — cioè per il momento, il Brasile, l’Argentina ed il Venezuela — è obbligata per evidenti motivi geostrategici, a contenere le tensioni che alimentano l’instabilità di una parte dell’arco andino (19), in particolare quella boliviana, che costituisce il tratto territoriale che collega la costa occidentale a quella orientale del subcontinente americano. Brasilia, Buenos Aires, Santiago e Caracas — se veramente vogliono sottrarsi alla tutela statunitense — dovranno necessariamente incrementare le loro relazioni politiche e militari e porre particolare attenzione al potenziamento delle proprie flotte marine, civili e militari. Le condizioni attuali, grazie all’“amico lontano” rappresentato dalle potenze eurasiatiche, sembrano giocare a loro favore. Le condizioni attuali, è doveroso dirlo, giocano a favore anche dell’Europa e del Giappone.</p>
<p>Per l’equilibrio del Pianeta, tuttavia, c’è solo da sperare che gli USA prendano ragionevolmente atto del loro ridimensionamento, e non perseguano, quindi, insensate strategie di rivincita.</font></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1. L’odierna crisi economico-finanziaria risale, secondo alcuni specialisti, tra cui Jacques Sapir, a quella del triennio  1997-1999. Jacques Sapir, <em>Le nouveau XXI siècle. Du siècle «américaine» au retour des nations</em>, Seuil, Paris 2008, p.11. Ricordiamo che gli USA, dal 1992 al 1997, nella convinzione di essere ormai l’unica potenza mondiale, veicolarono, a sostegno della loro strategia di dominio mondiale, una “campagna ideologica volta ad aprire le economie del mondo al libero commercio e al libero movimento dei capitali su scala globale” (Chalmer Johnson, <em>Gli ultimi giorni dell&#8217;impero americano, Garzanti</em>, Milano 2001, p. 290).</p>
<p>2. Chalmer Johnson, <em>Gli ultimi giorni dell&#8217;impero americano</em>, Garzanti, Milano 2001, ediz. orig. Blowback, The Costs   and Consequences of American Empire, Little Brown and Company, London 2000.</p>
<p>3. Emmanuel Todd, <em>Après l’empire. Essai sur la décomposition du système américain</em>, Gallimard, Paris 2002. Ed. italiana, <em>Dopo l’impero</em>, Tropea, Milano 2003.</p>
<p>4. Chalmer Johnson, <em>op. cit.</em>, p. 59.</p>
<p>5. Chalmer Johnson, <em>op. cit.</em>, p. 58.</p>
<p>6. “<em>Il sistema internazionale va disgregandosi non solo perché nuove potenze aggressive dotate di scarso senso dell’equilibrio cercano di dominare i paesi confinanti, ma anche perché le potenze in via di declino, anziché regolarsi e adattarsi, cercano di cementare il proprio barcollante predominio trasformandolo in un’egemonia rapace</em>”, David. P. Calleo, <em>Beyond American Hegemony: The future of the Western Alliance</em>, New York 1987, p. 142, citazione tratta da Chalmer Johnson, <em>op. cit.</em>, p. 312.</p>
<p>7. Michael Lind, <em>How the U.S. Became the World&#8217;s Dispensable Nation</em> in “Financial Times”, 26 gennaio 2005.</p>
<p>8. Luca Lauriola, <em>Scacco matto all&#8217;America e a Israele. Fine dell’ultimo Impero</em>, Palomar, Bari 2007.</p>
<p>9. Claudio Mutti, <em>Recensione a L. Lauriola, Scacco matto all’America e a Israele</em>, www.eurasia-org, 27 gennaio 2008.</p>
<p>10. Tiberio Graziani, <em>Geopolitica e diritto internazionale nell’epoca dell’occidentalizzazione del pianeta</em>, in “Eurasia.  Rivista di studi geopolitici”, 4/2007, p. 7.</p>
<p>11. Agostino Degli Espinosa, <em>Imperialismo USA</em>, Augustea, Roma-Milano 1932-X, p.521.</p>
<p>12. Carlo Maria Santoro, <em>Studi di Geopolitica</em>, G. Giappichelli, Milano 1997, p. 84.</p>
<p>13. Jacques Sapir, <em>op. cit.</em>, pp. 11-12.</p>
<p>14. Jacques Sapir, <em>op. cit.</em>, pp. 63-64.</p>
<p>15. Sergio Romano, in merito alla politica inglese antieuropea, così rispondeva a due lettori del quotidiano “Corriere della sera”: “<em>L&#8217; obiettivo inglese è una grande comunità atlantica, dalla Turchia alla California, di cui Londra, beninteso, sarebbe il perno e la cerniera</em>”, Sergio Romano, Perché è difficile fare l&#8217; Europa con la Gran Bretagna, Corriere della sera, 12 giugno 2005, p. 39.</p>
<p>16. Riporta Alessandro Lattazione che “<em>la flotta USA, dieci anni fa, possedeva 14 portaerei e relativi gruppi di battaglia. Oggi ne ha, sulla carta, 10 ma solo 5/6 sono operative</em>”. Alessandro Lattanzio, <em>La guerra è finita?</em>, relazione presentata al FestivalStoria, Torino, 16 ottobre 2008.</p>
<p>17. Alessandro Lattanzio, <em>Il rilancio navale della Russia</em>, www.eurasia-rivista.org, 1 ottobre 2008.</p>
<p>18. Henry Kissinger, <em>L’arte della diplomazia</em>, Sperling &amp; Kupfer Editori, Milano 2006, pp.634-635.</p>
<p>19. Come noto, gli analisti suddividono l’America meridionale in due archi: l’arco andino, costituito da Venezuela, Colombia, Ecuador, Perú, Bolivia, Paraguay e l’arco atlantico, costituito da Brasile, Uruguay, Argentina e Cile.</p>
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		<title>Il tempo dei continenti e la destabilizzazione del pianeta</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 04:16:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/326/il-tempo-dei-continenti-e-la-destabilizzazione-del-pianeta" title="Il tempo dei continenti e la destabilizzazione del pianeta"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_08_02_thumb2.4yh65ot2fxoow0co0kkcs44og.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Il tempo dei continenti e la destabilizzazione del pianeta" ></div></a>La riaffermazione della Russia quale attore mondiale, insieme alla poderosa crescita economica dei due colossi eurasiatici, Cina ed India, pare aver definitivamente sancito, nell’ambito delle relazioni internazionali, la fine della stagione unipolare a guida statunitense e posto le condizioni, minime e sufficienti, per la costituzione di un ordine planetario articolato su più poli. Un nuovo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/326/il-tempo-dei-continenti-e-la-destabilizzazione-del-pianeta" title="Il tempo dei continenti e la destabilizzazione del pianeta"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_08_02_thumb2.4yh65ot2fxoow0co0kkcs44og.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Il tempo dei continenti e la destabilizzazione del pianeta" ></div></a><p><em>La riaffermazione della Russia quale attore mondiale, insieme alla poderosa crescita economica dei due colossi eurasiatici, Cina ed India, pare aver definitivamente sancito, nell’ambito delle relazioni internazionali, la fine della stagione unipolare a guida statunitense e posto le condizioni, minime e sufficienti, per la costituzione di un ordine planetario articolato su più poli. Un nuovo ciclo geopolitico sembra dunque profilarsi all’orizzonte. Le entità geopolitiche che caratterizzeranno questo nuovo ciclo non saranno, verosimilmente, le nazioni o le potenze regionali, bensì i grandi spazi continentali. </em></p>
<p><font size="2"><strong>Un nuovo ciclo geopolitico</strong></p>
<p>Il nuovo assetto internazionale realizzatosi dopo l’11 settembre 2001 si deve soprattutto ad almeno tre fattori concomitanti: il primo concerne la politica eurasiatica avviata da Mosca, subito dopo la fine della presidenza El’cin, a partire dal 2000-2001; il secondo è da individuarsi nel particolare sviluppo economico dell’antico Impero di Mezzo, che, intelligentemente integrato dalla dirigenza cinese nel quadro di una strategia geopolitica di lungo periodo, renderà Pechino non soltanto un gigante economico, ma uno dei principali protagonisti della politica mondiale del XXI secolo; il terzo, infine, è da mettersi in relazione all’azione di penetrazione militare degli USA nello spazio vicino e mediorientale, che Washington accompagna, sinergicamente, con una intensa attività di pressione politica ed economica in alcune zone critiche, come quella centroasiatica.</p>
<p>I fattori sopra ricordati hanno evidenziato alcuni importanti elementi utili per l’analisi geopolitica dei futuri scenari mondiali: la centralità della Russia quale regione perno dell’Eurasia, l’importanza della Cina quale elemento di <em>bilanciamento</em> nella massa continentale eurasiatica e di <em>equilibrio</em> per l’intero Pianeta, e riproposto, su scala mondiale, le tensioni permanenti tra potenze talassocratiche, rappresentate oggi dagli USA, e quelle continentali, costituite principalmente dalla Russia e dalla Cina.</p>
<p>Per la prima volta, dopo la dissoluzione dell’URSS, assistiamo al rafforzamento ed alla messa a punto di importanti dispositivi geopolitici, come ad esempio l’Organizzazione della Conferenza di Shanghai e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva dei Paesi della Confederazione degli Stati Indipendenti, che coinvolgono la Russia e i principali Paesi del continente asiatico. Tali dispositivi sono aperti significativamente anche a Pakistan, Turchia e Iran, ma escludono le Potenze occidentali e gli USA. A ciò occorre aggiungere anche i tentativi e le aspirazioni sudamericane relative alla costituzione di un sistema di difesa del subcontinente indiolatino svincolato da Washington (1).</p>
<p>La paziente e continua opera di tessitura, attuata da Putin, ed ora proseguita diligentemente dal suo successore Medvedev, di speciali relazioni tra la Russia,l’India, la Cina, l’Iran ed i paesi centroasiatici ha certamente rallentato l’espansionismo statunitense nel cuore dell’Eurasia, ed irritato fortemente quelle lobby europee e d’oltreoceano che auspicavano, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, a forza di “ondate democratiche”, o meglio di “spallate democratiche” (2), come si vedrà più tardi con le aggressioni e le “guerre umanitarie” dell’Occidente americanocentrico alla ex Federazione jugoslava, all’Afghanistan, all’Iraq, l’unificazione del Pianeta sotto l’egida di Washington, campione dell’Umanità, e, innanzitutto, la realizzazione di un governo mondiale basato sui criteri liberisti dell’economia di mercato.</p>
<p>In riferimento allo scacchiere mondiale, la formazione di una sorta di blocco eurasiatico, per ora ancora allo stato embrionale e peraltro sbilanciato verso la parte orientale della massa continentale, a cagione principalmente dell’assenza dell’Europa quale coesa entità politica e del suo innaturale inserimento nel campo “occidentalista”, ha, inoltre, innegabilmente favorito, per effetto di polarizzazione, le tendenze continentalistiche di alcuni governi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Venezuela e Bolivia), avvalorando, quindi, l’ipotesi realistica di un costituendo scenario multipolare, articolato su entità geopolitiche continentali (3).</p>
<p><strong>Nuove e vecchie tensioni</strong></p>
<p>Il timore di una saldatura degli interessi geopolitici tra le grandi potenze eurasiatiche (Russia, Cina ed India) e le tendenze continentalistiche di alcuni governi sudamericani (4) hanno destato, negli ultimi tempi, una rinnovata attenzione del Dipartimento di Stato degli USA e di alcuni think tank atlantici, preposti alla individuazione delle aree di crisi ed alla definizione di scenari geopolitici in sintonia con i <em>desiderata</em> e gli interessi globali di Washington e del Pentagono, verso quelle regioni della massa continentale eurasiatica &#8211; e del subcontinente indiolatino &#8211; più esposte alle lacerazioni causate da storiche e tuttora irrisolte tensioni endogene.</p>
<p>È dunque nella prospettiva di un’azione di disturbo e pressione verso la Cina, la Russia, l’India ed alcuni governo sudamericani, che, pensiamo, possano essere efficacemente interpretate alcune situazioni critiche poste, con particolare enfasi, all’attenzione della pubblica opinione occidentale dai principali organi di informazione.</p>
<p>Ci riferiamo alle cosiddette questioni della minoranza del popolo Karen e della “rivolta” color zafferano (5) nel Myanmar, alle questioni del Tibet e della minoranza uigura nella Repubblica Popolare Cinese, alla destabilizzazione del Pakistan (6), al mantenimento di una crisi endemica nella regione afghana.</p>
<p>Strumentalizzando le tensioni locali di alcune aree geostrategiche, gli USA, insieme ai loro alleati occidentali, hanno avviato un processo di destabilizzazione – di lungo periodo &#8211; dell’intero arco himalayano, vera e propria cerniera continentale, che coinvolgerà otto paesi dello spazio eurasiatico (Nepal, Pakistan, Afghanistan, Myanmar, Bangladesh, Tibet, Bhutan, India).</p>
<p>Questo processo di destabilizzazione è sinergico a quello già avviato dagli USA nella zona caucasica, sulla base delle indicazioni esposte, oltre dieci anni fa, da Brzezinski nel suo <em>La Grande Scacchiera</em> (7); esso sembra, inoltre, congiungersi al Progetto del Nuovo Grande Medio Oriente di Bush-Rice-Olmert volto a ridefinire gli equilibri dell’intera area a favore degli USA e del suo principale regionale, Israele, nonché a riconsiderare i confini dei principali paesi dell’area (Iran, Siria, Iraq e Turchia) lungo linee confessionali ed etniche.</p>
<p>Parallelamente al processo destabilizzatore, tuttora in corso nell’arco himalayano, pare che gli USA, secondo l’autorevole parere del prof. Luiz Alberto Moniz Bandeira (8), ne abbiano avviato uno analogo nel loro ex “cortile di casa”, in Bolivia, precisamente nella “regione della mezza luna”, sulla base delle tensioni etniche, sociali e politiche che affettano l’intera area.</p>
<p>Nell’ambito delle strategie volte a frammentare gli spazi continentali in via di integrazione, vale la pena sottolineare il grande ruolo che hanno svolto e svolgono le Organizzazioni non governative cosiddette umanitarie. Secondo Michel Chossudovsky, direttore del canadese <em>Centre pour la recherche sur la mondialisation (<a href="http://www.mondialisation.ca/">CRM-CRG</a>)</em>, alcune di esse sarebbero collegate direttamente ed indirettamente alla CIA, tramite il <em>National Endowment for Democracy</em>, potente organizzazione statunitense creata nel 1983, con lo scopo di rafforzare le istituzioni democratiche nel mondo mediante azioni non governative (9).</p>
<p>La storia del XXI secolo sarà dunque, con molta probabilità, la storia dello scontro fra due tendenze opposte: quella della frammentazione (10) del Pianeta, al momento perseguita dagli USA, e quella delle integrazioni continentali, auspicata dalle maggiori Potenze eurasiatiche e da alcuni governi del subcontinente indiolatino.</font></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1. Marco Bagozzi, <a href="../../cogit_content/articoli/EkpAEFyEZFrFLcAWOa.shtml"><em>Accordi Brasile-Venezuela: verso una alleanza militare sudamericana svincolata da Washington</em></a>, <a href="../../">www.eurasia-rivista.org</a>, 25 aprile 2008.</p>
<p>2. Samuel Huntington, <em>La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo</em>, Il Mulino, Bologna, 1995.</p>
<p>3. Di diverso avviso è Richard Hass, presidente del <em>Council on Foreign Affairs</em>, l’influente <em>think tank</em> statunitense, secondo il quale il XXI secolo si avvierebbe verso un sistema di non polarità, caratterizzato da una ampia diffusione del potere spalmato su diversi soggetti (Stati, Potenze regionali, Organizzazioni non governative, Corporazioni, Organizzazioni internazionali, ecc.) piuttosto che da una sua concentrazione in pochi poli. Richard Hass, T<em>he Age on Nonpolarity. What Will Follow U.S. Dominance</em>, Foreign Affairs, vol. 87, n. 3, May/June 2008, pp. 44-56.</p>
<p>4. Raúl Zibechi, <a href="../../cogit_content/articoli/EkEEpulpupAXrDANkw.shtml"><em>Il ritorno della Quarta Flotta: un messaggio di guerra</em></a>, Cuba debate, 9 maggio 2008, in italiano: <a href="../../">www.eurasia-rivista.org</a>, 17 maggio 2008.</p>
<p>5. Vedi in questo stesso numero di Eurasia, 2/2008, F. William Engdahl, <em>La posta geopolitica della “rivoluzione color zafferano</em>.</p>
<p>6. Michel Chossudovsky, <a href="../../cogit_content/articoli/EEAAylApupEXaSeLcm.shtml"><em>La destabilizzazione del Pakistan</em></a>, www.eurasia-rivista.org, 7 gennaio 2008; Alessandro Lattanzio, <a href="../../cogit_content/articoli/EEAlAFplEpMcWlvcQA.shtml"><em>Il grande gioco riparte da Islamabad</em></a>, <a href="../../">www.eurasia-rivista.org</a>, 29 dicembre 2007; Giovanna Canzano, <a href="../../cogit_content/articoli/EEAlluZFEukgmhNQVe.shtml"><em>La morte cruenta della Bhutto</em></a>, intervista a Tiberio Graziani, <a href="../../">www.eurasia-rivista.org</a>, 28 dicembre 2007.</p>
<p>7. Zbigniew Brzezinski, <em>La Grande Scacchiera</em>, Longanesi, Milano, 1998.</p>
<p>8. Luiz Alberto Moniz Bandeira, <a href="../../cogit_content/articoli/EEAFkAllkkJxpXjAht.shtml"><em>A Balcanização da Bolívia</em></a>, Folha de S.Paulo, 15/07/2007. Una traduzione in italiano di questo articolo si trova nel sito <a href="../../">www.eurasia-rivista.org</a>, 25 ottobre 2007. Sullo stesso argomento si veda anche l’intervista a Luiz Alberto Moniz Bandeira, <a href="../../cogit_content/articoli/EkEpFulFkABXdLyxiP.shtml"><em>Bolivia, Cuba, la seguridad de Brasil, el petróleo y la realidad del dólar</em></a>, a cura di www.laondadigital.com e, in italiano, nel sito www.eurasia-rivista.org, 9 maggio 2008.</p>
<p>9. Michel Chossudovsky, <em>Cina e America: l&#8217;Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet</em><a href="../../cogit_content/articoli/EkpllulEVEPdaoASZr.shtml">, www.eurasia-rivista.org, 22 aprile 2008.</a></p>
<p><a href="../../cogit_content/articoli/EkpllulEVEPdaoASZr.shtml">10. François Thual, <em> </em></a><em><a href="../../cogit_content/articoli/EkEuuZEZZFzzvORcwL.shtml">Il mondo fatto a pezzi</a></em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2008. Disponibile su <a href="http://www.tilsafe.com/libit/029-LGP-IV.html">librad.com italia :: nesso</a></p>
<p>***</p>
<p><strong><font size="2">Questo editoriale è disponibile anche in lingua francese: <a href="http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&amp;aid=10250">Le temps des continents et la déstabilisation de la planète</a> &#8211; <a href="http://www.mondialisation.ca/">&#8220;Mondialisation.ca&#8221;</a></font></strong><strong></strong></p>
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		<title>La funzione eurasiatica dell&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jan 2008 16:18:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/460/l-funzione-eurasiatica-delliran" title="La funzione eurasiatica dell&#8217;Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_08_012.dld284eljqgo4s8ww8k88gcs8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="La funzione eurasiatica dell&#8217;Iran" ></div></a><p><font size="2"><br />
<blockquote><em>“Il paese dell’Iran è più prezioso di ogni altro</em><em><br />
</em><em>perché si trova al centro del Mondo”</em><br />
(Sad-Dar, LXXXI, 4-5) *</p></blockquote>
<p><strong>La centralità come destino geopolitico</strong></p>
<p>Con un’estensione territoriale pari a 1 645 258 kmq, relativamente vasta se confrontata con gli altri paesi della regione mediorientale, situato nell’intersezione dei due assi ortogonali Nord-Sud e Est-Ovest, rispettivamente costituiti dalle direttrici Russia-Oceano Indiano e Cina-India-Mar Mediterraneo, l’Iran, ieri importante segmento della Via della seta e delle spezie, oggi seconda riserva mondiale di gas e terzo esportatore di petrolio, rappresenta il centro di gravità di molteplici interessi geostrategici e geopolitici che si dispiegano su scala regionale, continentale e mondiale.</p>
<p>Regionale, in rapporto alle altre potenze che tendono ad egemonizzare attualmente l’area vicino e medio orientale: Israele, Turchia, Pakistan; continentale, in rapporto ai paesi caucasici, all’India, alla Cina, alla Russia ed infine, per il tramite del “ponte anatolico”, all’Unione Europea; mondiale, in rapporto alle pratiche espansioniste degli USA nella massa continentale eurasiatica e del suo principale alleato regionale, Israele.</p>
<p>Agli elementi sopra riportati, posizione e imponente forziere di risorse energetiche, veri e propri atout geopolitici, occorre aggiungere, ai fini dell’ analisi geopolitica dell’Iran, altri fattori di equivalente importanza, tra cui:</p>
<p>- una popolazione, numerosa di oltre 65 milioni, con un’età media di 25 anni e largamente alfabetizzata;</p>
<p>- un’aspettativa di vita medio-alta valutata oltre i 70 anni;</p>
<p>- una forte identità politica che, nonostante la varietà etnoculturale stratificatasi nel corso dei secoli, la memoria e la rappresentazione collettiva contemporanea fanno risalire almeno all’epoca achemenide (648 a.C. – 330 a. C.), se non a quella del regno dei Medi (758 a.C. – 550 a.C.);</p>
<p>- una peculiarità religiosa, la Shia, che da oltre 500 anni costituisce il sostrato culturale unificante del Paese;</p>
<p>- un originale regime politico–religioso che, attento ai principi della solidarietà sociale, lascia ampi margini di libertà alle minoranze etniche e religiose del Paese, contenendone, in tal modo, la loro potenziale azione disgregatrice per l’unità nazionale.</p>
<p>Sin dall’antichità, la centralità, esaltata in splendidi distici da Nezāmī di Ganjè (1141-1204) nel suo poema <em>Le sette principesse</em> (<em>Haft Peikar</em>): “Il mondo è il corpo e l’Iran ne è il cuore / di tal confronto l’Autore non prova vergogna” (1), sembra costituire la caratteristica geopolitica (2) più rilevante dello spazio presidiato, attualmente, dalla Repubblica islamica degli ayatollah.</p>
<p>L’altopiano iranico, contornato da grandi catene montagnose (Elburz, Zagros), per la sua particolare posizione geografica ha svolto, lungo i secoli, la funzione di crocevia privilegiato tra più insiemi etnopolitici dalla marcata identità, quali l’arabo, il mongolo, il turco, l’indiano, il cinese, il russo-europeo.</p>
<p>Cerniera e zona di transito, come l’altopiano anatolico e la penisola italiana, condivide con questi due spazi un’antica vocazione imperiale. Palcoscenico di uno dei più antichi ed organizzati imperi eurasiatici, quello achemenide, fondato da Ciro il Grande, ha costituito successivamente, e con regolarità, l’area pivot dell’Impero di Alessandro Magno, di quello dei Seleucidi, di quello partico degli Arsacidi e di quello sasanide, prima di cadere sotto le dominazioni araba, turca, mongola, mantenendo, tuttavia, anche in queste situazioni, una indiscussa e importante funzione geopolitica e culturale (3).</p>
<p>In seguito, nel corso del XVI secolo, quando la scoperta del Nuovo Mondo e la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza iniziavano a produrre disastrosi effetti nella vita economica del Mediterraneo e del Vicino e Medio Oriente, tagliando fuori l’intermediazione veneziana, turca, araba e persiana dall’importante commercio delle spezie, l’area iranica diviene il fulcro di una nuova entità geopolitica: l’impero safavide. Il capostipite di questa dinastia, lo shah Ismail I, riesce, dal 1509 sino alla sua morte, avvenuta nel 1524, ad unificare, in un coeso spazio geopolitico, gli emirati e i khanati in cui era allora frammentato l’Iran.</p>
<p>Una leva importante per la costruzione dell’edificio imperiale fu certamente l’imposizione della Shia quale religione di stato. Ma è con Abbas il Grande (1587-1629) che l’antico impero sasanide, anch’esso peraltro imperniato su una religione di stato, lo zoroastrismo, sembra per un momento riemergere dal lontano passato. Abbas, abile stratega e accorto uomo di stato, dopo aver fermato, a occidente, le ondate espansive degli Ottomani e respinto, ad oriente, gli Uzbeki, riesce a recuperare gli antichi possedimenti persiani, l’Iraq e la Mesopotamia. Inoltre, grazie all’appoggio della marina inglese (4), allontana i portoghesi.</p>
<p>La politica di rafforzamento regionale, perseguita da Abbas a discapito degli Ottomani, si avvalse, sul piano internazionale, di alcuni accordi stipulati tra lo Shah e le Compagnie britannica ed olandese delle Indie orientali. Tali accordi svolsero il ruolo di dispositivi geopolitici che, successivamente, favorirono l’esiziale penetrazione occidentale nell’intera area mediorientale.</p>
<p>Per tutta la durata dei secoli XVIII e XIX, l’Iran si trova a dover contenere contemporaneamente due spinte che mirano alla sua frammentazione: quella ottomana e quella russa. Infatti, nonostante l’accordo con Istanbul sui confini occidentali, la pressione turca non diminuisce, anzi si fa più incalzante; in particolare quando l’esercito dello zar Pietro il Grande penetra nel Nordovest del Paese, nel 1722. Da questo duplice e continuo confronto lo stato persiano ne esce indebolito. Le dinastie che si succedono in questo lasso di tempo (dinastia safavide, afsharide, zand, cagiara) non riescono infatti a mettere in campo opportuni dispositivi geopolitici tali da contrastare con successo il “desiderio di territorio” dei vicini. Nel corso del XIX secolo, oltre le mire espansioniste della Russia e della Turchia ottomana, le dinastie persiane sono costrette a confrontarsi anche con l’aggressivo imperialismo britannico, che dall’India e dall’Oceano Indiano preme sull’altopiano iranico. Ormai la spinta propulsiva dell’antica vocazione imperiale si è esaurita. La posizione centrale dell’Iran si rivela, nel nuovo contesto internazionale, di lì a poco sempre più egemonizzato dalla potenza extraregionale britannica, un’appetitosa posta geopolitica.</p>
<p>In questo periodo inizia per l’Iran l’epoca delle amputazioni territoriali. Nelle due guerre condotte contro i Russi (1804-1812 e 1826-1828), infatti, perderà i territori del Caucaso (5), mentre in quelle combattute contro gli Inglesi (1837 e 1857), perderà la regione dell’Herat (Afghanistan) (6).</p>
<p>Agli inizi del XX secolo, l’Iran non è più padrone del proprio destino geopolitico. Diventa infatti oggetto della rivalità tra la Russia imperiale, impegnata nella sua avanzata verso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano e la potenza colonialista britannica, la quale, ormai all’apice della sua espansione tende a rafforzare il controllo sul Golfo e, internamente, sulle rotte strategiche afgane.</p>
<p><strong>Al centro della rivalità anglo russa</strong></p>
<p>La rivalità anglo-russa è scandita da una serie di eventi orchestrati da San Pietroburgo e Londra che tendono a minare progressivamente la già traballante autorità della casa regnante persiana e, soprattutto, a frammentare il territorio iranico, a balcanizzarlo, si direbbe oggi. I Britannici condizionano la dinastia cagiara tramite prestiti in cambio di concessioni (7), inoltre sollecitano Muzzaffareddin Shah ad aderire alle richieste di democratizzazione (occidentalizzazione) (8) della vita pubblica iraniana, sollecitate, tra gli altri, sorprendentemente, dagli ulema (9). Il 30 dicembre del 1906 viene promulgata la Costituzione, ispirata a quella belga del 1831, ed istituito il Majlès, l’assemblea elettiva. La svolta costituzionale, invece di riformare lo Stato, produce l’effetto di accelerarne la disintegrazione, a tutto vantaggio della Russia e della Gran Bretagna che, il 31 agosto del 1907, si accordano a San Pietroburgo sulla spartizione dell’altopiano iranico. Il “minaccioso accordo” anglo-russo stabilì che “il Nord lungo la linea da Qasr-è Shirin a Yadz sarebbe stato di competenza russa, mentre il Sud dal confine afghano a Bandar ‘Abbas (sarebbe spettato) agli inglesi, che già spadroneggiavano nel Golfo Persico. In seguito a questo accordo, formalmente in vigore fino alla fine della prima guerra mondiale, alle autorità iraniane restava solo la zona centrale del paese” (10). Contro il Trattato del 1907, il principe–poeta Iraj Mirza scriverà “La pace del gatto e del sorcio significa il saccheggio della dispensa”.</p>
<p>Con la scoperta del petrolio (1908) a Masjid-e Soleiman, nel Khuzistan, una provincia della “zona tampone”, formalmente a sovranità iraniana, l’Iran diventa ancora più appetibile per i due contendenti; in particolare per la Gran Bretagna. La Marina britannica, infatti, in seguito ai risultati ottenuti da un’apposita commissione, istituita in seno all’Ammiragliato da Lord Fisher, aveva deciso, nel 1912, la sostituzione del carbone con il più efficiente petrolio, quale combustibile propulsore per l’intera flotta navale (11).</p>
<p><strong>Il difficile neutralismo di Reza Khan (1921-1941)</strong></p>
<p>Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’altopiano iranico assume una nuova importanza strategica: da lì, infatti, Russi e Britannici possono muovere verso l’Impero ottomano. Ancora una volta la posizione geografica determina il destino dell’Iran. La neutralità dichiarata da Teheran il 1 settembre del 1914 sarà meramente virtuale: per tutto il corso della guerra, l’intero Paese subirà le manovre e gli intrighi degli eserciti e delle cancellerie di Mosca, Londra, Berlino, Istanbul.</p>
<p>L’Iran otterrà una relativa stabilità soltanto dopo il colpo di stato del 1921, realizzato (12) da Reza Khan e dal filoinglese Seyed Ziaeddin Tabatabai, figlio dell’ulema costituzionalista Seyed Muhammad Tabatabai (vedi n. 9). Reza Khan, nonostante l’influenza del governo inglese e, soprattutto, dell’Anglo-Persian Oil Company, perseguirà, alternando successi e insuccessi, una politica di equidistanza tra Mosca e Londra. Assicuratosi, tramite il Trattato con i Sovietici (26 febbraio 1921), l’amicizia di Mosca, e consolidato il proprio potere, Reza avvia un’importante riforma dell’esercito, riconoscendo in esso lo strumento essenziale per la difesa dei confini nazionali. Seguendo lo schema del suo omologo turco, Kemal Atatürk, promuove, inoltre, con particolare incisività, risolutezza ed asprezza, una occidentalizzazione forzata del paese, umiliando le antiche tradizioni popolari. Dopo la sua nomina a shah, avvenuta nel 1925, intraprende la progettazione e la realizzazione di una serie di grandi opere pubbliche, volte a dotare l’antico paese degli Ari di moderne infrastrutture e istituzioni. Un particolare interesse sarà rivolto alla modernizzazione delle infrastrutture viarie, tra cui la rete ferroviaria (1927 e 1938) che, pur costruita secondo logiche di sicurezza nazionale, permise la comunicazione diretta tra i porti del mar Caspio e del Golfo Persico. Tra le istituzioni di rilevante importanza si ricordano la Bank-e Melli-e Iran (Banca nazionale iraniana, 1928) e l’Università di Teheran (1934). Nel 1935, in concomitanza con la fondazione dell’Accademia della lingua persiana, la Persia assume ufficialmente la denominazione di Iran. Nel corso degli anni trenta, Reza Shah Pahlavi, al fine di allentare la pressione dei Sovietici e degli Inglesi, intensifica le relazioni internazionali con alcuni paesi europei, in particolare con la Germania, che nel frattempo è diventato il partner commerciale più importante per l’intera economia nazionale. La politica estera del nuovo shah e, soprattutto, le sue azioni volte a limitare l’influenza degli stranieri nelle questioni interne del paese, non scalfirono minimamente, tuttavia, le prerogative dell’<em>Anglo-Iranian Oil Company</em>, la quale, anzi, in un nuovo accordo (1933), estorto con la minaccia di un blocco navale ad opera della Marina britannica e della confisca del patrimonio imperiale depositato sui conti londinesi, ottiene l’estensione della concessione petrolifera per altri sessant’anni. Nel 1937 Teheran, nel quadro della politica di distensione regionale, stipula il trattato di amicizia con l’Iraq, la Turchia e l’Afghanistan, mentre l’anno successivo rafforza, attraverso il matrimonio del figlio Muhammad Reza con Fawza d’Egitto, i rapporti con il Cairo.</p>
<p>Paradossalmente, le intese diplomatiche con l’Egitto e l’Iraq, invece di emancipare Teheran dall’ingerenza inglese, la legano ancora di più alla politica vicinorientale di Londra. Infatti, l’Egitto, divenuto formalmente indipendente nel 1922, subisce ancora, negli anni trenta, l’occupazione britannica, mentre la sovranità della casa regnante irachena, nonostante l’indipendenza concessa nel 1932, è pesantemente limitata per gli aspetti economici e militari proprio dalla ex potenza mandataria, l’Inghilterra.</p>
<p>Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Iran ripercorre sostanzialmente la stessa sfortunata vicenda del primo conflitto. Si dichiarerà, come allora, neutrale, ma anche questa volta il neutralismo non pagherà; non terrà infatti Teheran lontano dai venti di guerra e, soprattutto, dalle necessità strategiche di Mosca e Londra che, a causa della posizione geografica (di nuovo!), identificano nell’altopiano iranico il corridoio privilegiato per il passaggio dei rifornimenti. Nel 1941 l’Iran viene occupato dai Sovietici a Nord e dall’esercito inglese a Sud, mentre lo shah Reza è costretto all’esilio e ad abdicare a favore del figlio Muhammad (13). Il 29 gennaio del 1942 le autorità sovietiche ed inglesi “legalizzano” l’occupazione con l’accordo tripartito tra Londra, Mosca e Teheran. Chi si occuperà della gestione del tratto ferroviario tra il mar Caspio e il Golfo saranno gli Stati Uniti, il nuovo attore globale.</p>
<p><strong>Potenza regionale in un mondo bipolare: l’Iran gendarme del Golfo (1953-1979)</strong></p>
<p>Gli Usa identificano, fin dagli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, l’importanza strategica dello spazio iranico e ne faranno successivamente, nell’ambito della dottrina del <em>containement</em>, il loro pilastro. Dopo la risoluzione della crisi dell’Azerbaijan del 1946, l’Iran entra definitivamente nel “sistema occidentale”.</p>
<p>Chi, per un breve momento, metterà in crisi la strategia statunitense, sarà Mossadeq. Il nuovo primo ministro iraniano, infatti, nel 1951, nazionalizza il petrolio ed istituisce la Società nazionale del petrolio iraniano. Alla notizia ufficiale della “presa in carico”, da parte della nuova società nazionale delle istallazioni petrolifere britanniche, gli Iraniani si riversano nelle strade al grido “naft melli shod”, “il petrolio è diventato nazionale”. Gli Usa, temendo che Teheran possa cadere nell’orbita moscovita, organizzano, in accordo con i servizi segreti britannici, un piano, denominato TP Ajax (14), per defenestrare lo scomodo premier. Il colpo di stato viene eseguito il 19 agosto del 1953: i sogni di indipendenza degli Iraniani svaniscono nel nulla.</p>
<p>Dal 1953 al 1979, l’Iran, utilizzato dagli Usa in funzione antisovietica, svolgerà un ruolo di potenza regionale ed entrerà nei dispositivi geopolitici organizzati da Washington e Londra. Nel 1955 aderirà, con Gran Bretagna, Iraq, Turchia, e Pakistan al Patto di Baghdad e, nel 1959, dopo l’uscita dell’Iraq dall’alleanza, alla sua riedizione, al Patto Cento (<em>Central Treaty Organisation</em>).</p>
<p><strong>La Repubblica Islamica dell’Iran e il “neutralismo pragmatico” (1979-1991)</strong></p>
<p>Dalla 1979 al 1991, cioè dalla rivoluzione degli ayatollah al crollo dell’Unione Sovietica, il posizionamento geopolitico dell’Iran subisce una radicale svolta. Teheran esce dal sistema occidentale senza, tuttavia, inserirsi in quello sovietico.</p>
<p>La perdita dell’alleato iraniano spinge Washington a ridefinire il quadro delle alleanze strategiche nello spazio vicino e mediorientale. Rafforza infatti i legami con il Pakistan, la Turchia e, soprattutto, con Israele e Iraq. Inoltre, interferendo nelle questioni interne dell’Afghanistan &#8211; divenuta da poco Repubblica democratica popolare, in seguito alla “Rivoluzione di aprile” (1978) – Washington provoca l’URSS, che il 24 dicembre 1979 invade il Paese dei papaveri.</p>
<p>L’obiettivo di Washington è chiaro: alimentare guerre civili e conflitti armati fra gli attori regionali (Afghanistan, URSS, Iran e Iraq); destabilizzare l’intera area ed infine assumerne il pieno controllo militare. Sono a tal riguardo illuminanti le parole del presidente Carter: “il tentativo di una forza esterna di controllare la regione del golfo Persico sarà considerata come un assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d&#8217;America, e tale assalto sarà respinto con tutti i mezzi necessari, inclusa la forza militare”.</p>
<p>In occasione della Prima Guerra del Golfo (14 agosto 1990), l’Iran, ripiegato su se stesso dopo la lunga ed estenuante guerra con l’Iraq (22 settembre 1980 – 20 luglio 1988), assume una posizione neutralista, che tradisce, tuttavia, l’ambizione a mantenere, in competizione con Baghdad, il ruolo di potenza regionale. Dichiarandosi neutrale, Teheran denuncia, infatti, sia l’invasione del Kuwait sia la presenza delle forze armate statunitensi nel Golfo. Il pragmatismo iraniano non tiene conto, evidentemente, del reale rapporto di forze che si è determinato, a favore degli USA, tra gli alleati dell’ampia coalizione antirachena. Il neutralismo di Teheran faciliterà oggettivamente le operazioni militari statunitensi.</p>
<p>Il ruolo di potenza regionale, una costante geopolitica dell’Iran moderno, sembra dunque continuare, nonostante il crollo dell’URSS. Teheran, per uscire dall’isolamento cui l’ ha ricacciata l’ostracismo degli USA e di molti Paesi occidentali, si rivolge verso il Caucaso e l’Asia. Intesse infatti una serie di importanti relazioni diplomatiche ed economiche con le nuove repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. In particolare con il Tagikistan, il Turkmenistan e il Kazhakistan.</p>
<p><strong>Potenza regionale in un mondo multipolare o funzione eurasiatica?</strong></p>
<p>A partire dalla prima presidenza Putin (2000), che imprime un cambiamento di direzione alla politica estera russa, il quadro geopolitico mondiale, nell’arco di pochi anni, muta profondamente. Il sistema unipolare perseguito dagli USA entra in crisi, nonostante il presidio militare che Washington, “esportatore di democrazia”, esercita in vaste aree del continente eurasiatico (in particolare, Afghanistan e Iraq). Oltre al successo conseguito da Putin nel riposizionare la Russia al centro delle questioni internazionali, si assiste, infatti, anche al crescente peso delle nuove e potenti economie di Nuova Delhi e di Pechino. Il baricentro della geopolitica mondiale si sposta decisamente nel continente eurasiatico (15).</p>
<p>Sembra iniziare, per gli attori globali, una nuova stagione multipolare. Il consolidamento della nuova Russia sul piano internazionale, quello della Cina e dell’India, su quello dell’economia mondiale, obbligano queste Nazioni a nuove intese strategiche, tese a rafforzare il ruolo della parte centrorientale del continente eurasiatico. Occorre inoltre considerare che tali nuove alleanze consentono, per effetto di polarizzazione, d’altra parte del globo, una maggiore libertà d’azione per alcuni importanti Paesi dell’America latina. Alcuni governi, come ad esempio quello del Venezuela, della Bolivia e, per taluni, versi dell’Ecuador, dell’Argentina e del Brasile, da sempre sottoposti alle direttive statunitensi, intraprendono infatti iniziative autonome, sovente in aperto contrasto con i desiderata di Washington.</p>
<p>Il nuovo contesto internazionale dà respiro anche all’Iran, nonostante le molte criticità e la pressione cui è continuamente sottoposto dall’iperpotenza statunitense e dalla cosiddetta Comunità internazionale. Malgrado tutto, grazie anche, molto probabilmente, al nuovo corso impresso dal presidente Ahmadinejad alla politica estera iraniana, sembrano aumentare, per l’antico paese degli Arii, i gradi di libertà per avviare, finalmente, una ben definita strategia geopolitica.</p>
<p>A livello continentale, Teheran diviene, infatti, osservatore (fin dal 2005) e membro candidato della sempre più importante Organizzazione della Conferenza di Shangai (OCS), mentre, sul piano globale, assume un ruolo politico molto influente nell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC). Avvia, inoltre, una politica di amicizia con alcuni Paesi dell’America latina, contribuendo a favorire un quadro geopolitico mondiale sempre più orientato al multipolarismo.</p>
<p>A fronte del mutato quadro geopolitico, oggi, per l’Iran si prospettano due opzioni principali: perseguire, come nel passato, una politica volta a esercitare un ruolo regionale, oppure assumere una chiara funzione nell’ambito dell’integrazione eurasiatica, facendo perno proprio su alcuni importanti dispositivi come l’Organizzazione della Conferenza di Shangai (SCO) e l’associata Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) (16).</p>
<p>Negli ultimi anni, Teheran ha praticato, alternandole, ambedue le opzioni, in riferimento alla maggiore o minore pressione internazionale cui è sottoposta, con una certa intensificazione a partire dall’11 settembre 2001.</p>
<p>Il ruolo di potenza regionale è una vecchia aspirazione iraniana, prediletta da Teheran fin dai tempi dello Shah Reza. Esso consiste, sinteticamente, nello sfruttare, con una notevole dose di pragmatismo, la propria valenza geopolitica (centralità geografica e riserva di risorse energetiche) in rapporto ai mutevoli equilibri che si istaurano nel tempo tra la Russia, gli USA ed il sistema regionale di alleanze capeggiato da questi ultimi. Alcuni atteggiamenti assunti da Teheran, in relazione a presunte distensioni con Washington e con Bruxelles, sono comprensibili proprio se interpretati alla luce di tale postura geopolitica, oltre che per accidentali questioni di mera convenienza economica.</p>
<p>Perseguendo tale strategia, tuttavia, Teheran giocherebbe le proprie carte sempre subendo le iniziative della Russia e degli USA, ma, soprattutto, entrerebbe in competizione diretta con gli altri Paesi della regione, principalmente col Pakistan, la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele.</p>
<p>La rivalità con questi paesi verrebbe, ovviamente, sfruttata dagli USA nel quadro della dottrina del Nuovo Grande Medio Oriente.</p>
<p>Questo progetto, come noto, prevede, nel medio e lungo periodo, una ridefinizione degli attuali confini della quasi totalità dei Paesi del Vicino e Medio Oriente, e la creazione, su base etnica, di nuove nazioni (17). L’opzione regionalista si rivelerebbe, a lungo andare, letale per gli interessi nazionali di Teheran e, soprattutto, devastatrice per l’integrazione eurasiatica che pare essere perseguita, tra alti e bassi, da Mosca, Pechino e Nuova Delhi.</p>
<p>La seconda soluzione, che definiamo continentalistica o eurasiatica, invece, sarebbe di gran vantaggio per l’Iran, giacché ne valorizzerebbe la posizione strategica e gli assicurerebbe un ruolo di protagonista nella costruzione del <em>Grossraum</em> eurasiatico. Inoltre, con tale scelta l’Iran imprimerebbe un’accelerazione all’attuale tendenza multipolare.</p>
<p>L’Iran, insieme al Pakistan, infatti fungerebbe da “porta oceanica” per i Paesi del Caucaso e per la Russia. Inoltre, contribuirebbe a stabilizzare l’intera area caucasica, i Balcani dell’Eurasia, secondo la “programmatica” definizione di Brzezinski. In prospettiva, insieme alla Russia, concorrerebbe, infine, a invalidare il ruolo e la presenza degli USA nell’intera regione.</p>
<p>L’altra importante funzione cui l’Iran sarebbe chiamato a svolgere è quella di raccordo, attraverso il Pakistan, tra la penisola europea e lo spazio sino-indiano. In tal caso, oltre a contenere le sempre potenziali aspirazioni panturaniche di Ankara verso oriente, diventerebbe, con la Turchia associata all’UE o suo membro effettivo, l’interfaccia diretta tra l’Europa e l’Asia, rinverdendo così la sua antica funzione eurasiatica (18).</p>
<p>Le due funzioni sopra considerate sembrano concretizzarsi nei rapporti che sempre più si consolidano tra Teheran, Mosca, Nuova Delhi (19) e Pechino.</font></p>
<p><strong>Tiberio Graziani</strong></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>* E. W. West, <em>Sacred Books of the East</em>, volume 24, Clarendon Press, 1885, cap. 81, 4-5.</p>
<p>1. La traduzione dei versi è stata eseguita sulla versione francese del poema, <em>Le Papillon des sept princesses</em>, Gallimard, Paris, 2000. La versione italiana, Nezāmī di Ganjè, <em>Le sette principesse</em>, Rizzoli, Milano, 2006, non riporta il distico che, tuttavia, viene citato nella presentazione del traduttore e curatore, Alessandro Bausani.</p>
<p>2. In riferimento ai rapporti tra letteratura e geopolitica dell’Iran, Mohammed-Reza Djalili, nel suo <em>Gèopolitique de l’Iran</em>, Editions Complexe, Bruxelles, 2005, p. 5, ha proposto l’interessante tema della “geopoetica”.</p>
<p>3. Dopo le “invasioni devastatrici” si apre per la Persia un periodo che lo storico francese Jean-Paul Roux definisce “il rinascimento timuride”. Vedi Jean-Paul Roux, <em>L’Histoire de l’Iran et des Iraniens. Des origines à nos jours</em>, Fayard, Paris, 2006, pp. 374-383.</p>
<p>4. Gli Inglesi sono presenti nel Golfo Persico fin dal 1622.</p>
<p>5. In base ai Trattati di Gulistan (1813) e di Turkmanchai (1828), la Persia perde la Georgia, la Mingrelia, il Dagestan, l’Imeretia, l’Abkhazia, l’Armenia e parte dell’Azerbaijan.</p>
<p>6. Il Trattato di Parigi (1857) tra Inglesi e Persiani mise fine ad ogni pretesa di sovranità persiana sull’Afghanistan.</p>
<p>7. Di importanza storica la concessione rilasciata da Muzaffareddin Shah al britannico William Knox d’Arcy, nel 1901, per “l’estrazione, la raffinazione e la vendita del petrolio per sessant’anni, in cambio di una somma iniziale e di una percentuale sui profitti”, Farian Sabahi, <em>Storia dell’Iran</em>, Bruno Mondadori, Milano, 2006, p. 15. Si deve a William Knox d’Arcy la scoperta del primo importante giacimento di petrolio a Masjid-e Soleiman, nel Khuzistan (26 maggio 1908). Sui retroscena del rilascio della concessione petrolifera a d’Arcy, si veda anche Anton Zischka, <em>La guerra per il petrolio</em>, Bompiani, Milano, 1942, pp. 237-250.</p>
<p>8. Farian Sabahi, op. cit. p. 41.</p>
<p>9. In particolare gli ulema Seyed Muhammad Tabatabai e Seyed ‘Abd-Allah Behbahani. Sugli attori della “rivoluzione costituzionale” vedi Farian Sabahi, op. cit., p.36. Sull’occidentalizzazione dell’Iran e sul parallelo tra la rivoluzione costituzionale e il movimento dei Giovani Turchi, vedi nello stesso testo, pp. 50-54.</p>
<p>10. Farian Sabahi, op. cit. p. 41.</p>
<p>11. Nel 1904 l’Ammiraglio britannico Lord Fisher, assertore sin dal 1882 di una modernizzazione della flotta, aveva istituito una commissione per la “valutare e suggerire i mezzi al fine di assicurare alla marina gli approvvigionamenti di petrolio”, William Engdahl, <em>Pétrole. Une guerre d’un siècle</em>, Jean-Cyrille Godefroy, Nièvre, 2007, p. 32. Proprio nel 1912 l’Ammiragliato acquisì il controllo dell’Anglo-Persian Oil Company, acquistandone il 5% delle azioni.</p>
<p>12. Il colpo di stato del 1921 fu possibile grazie al finanziamento dei funzionari britannici di stanza a Teheran, il generale Ironside e il ministro Herbert Norman.</p>
<p>13. Scrive Vincent Monteil, “Povero Iran, eternamente alle prese con i vicini del Nord e con le bramosie anglosassoni! Se questi e quelli se la intendono o si scontrano, la cosa ricade sempre sulle spalle di Hasan e Hosen. Uno degli “strumenti” diplomatici più idonei, nell’una e nell’altra ipotesi, è il famoso Trattato irano-sovietico del 1921. Le due Alte Parti Contraenti si impegnano, ognuna sul rispettivo territorio, o su quello degli Alleati, ad impedire la formazione o la presenza di qualsiasi organizzazione, gruppo, truppa o esercito che intenda aprire le ostilità contro la Persia, la Russia o gli alleati della Russia. Le parti si impegnano inoltre ad impedire a terzi l’importazione o il transito del materiale utilizzabile contro una di esse (art. 5). L’articolo 6 è quello che permise all’Esercito Rosso di invadere il Nord dell’Iran nel 1941: “ Se un terzo intendesse servirsi del territorio persiano quale base di operazione contro la Russia, o ne minacciasse le frontiere, e se il Governo persiano non fosse in grado, su richiesta russa, di porre un termine a tale minaccia, la Russia avrebbe il diritto di trasferire le sue truppe all’interno della Persia per compiervi le operazioni militari necessarie alla propria difesa. La Russia s’impegna a ritirare le truppe non appena la minaccia sarà stata sventata”. In uno scambio di lettere, l’ambasciatore sovietico precisava che gli articoli 5 e 6 andavano applicati solo nel caso in cui “tali preparativi venissero attuati in vista di un attacco considerevole contro la Russia o contro le Repubbliche Sovietiche sue alleate, dai partigiani del vecchio regime o dalle Potenze straniere che lo sostenessero”. Si trattava perciò di premunirsi di fronte ad ogni reazione armata ‘controrivoluzionaria’. Era questo il caso della Germania nazista? E quali potrebbero essere in futuro le interpretazioni del Trattato del 1921? In ogni modo l’Iran non può permettersi di inasprire un paese dieci volte più popoloso e del quale lo dividono 2.500 chilometri di frontiere.”, Vincent Monteil, <em>Iran</em>, Mondadori, Milano, 1960, pp. 44-45.</p>
<p>14. Donald N. Wilber, <em>CIA Clandestine Service History</em>, <em>&#8220;Overthrow of Premier Mossadeq of Iran, November 1952-August 1953&#8243;</em>, March 1954.</p>
<p>Il documento è reperibile presso il sito <a href="http://www.gwu.edu/%7Ensarchiv/NSAEBB/NSAEBB28/#documents">www.gwu.edu</a>.</p>
<p>15. G. John Ikenberry, <em>The Rise of China and the Future of the West</em>, Foreign Affairs, January/February 2008, Vol. 87, No 1, pp. 23-37.</p>
<p>16. La CSTO (<em>Collective Security Treaty Organization</em>) è un’organizzazione, costituita il 15 maggio 1992 tra i Paesi della Confederazione degli Stati Indipendenti; è finalizzata alla cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Uzbekistan, Kazhakistan, Kirghizistan, Tagikistan. Nel maggio del 2007 il Segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordyuzha, ha invitato l’Iran a diventarne membro effettivo, rilasciando la seguente, diplomatica, dichiarazione: “La CSTO è un’organizzazione aperta. Se l’Iran presentasse la sua candidatura in accordo col nostro statuto, noi la prenderemmo in esame”.</p>
<p>17. Mahdi D. Nazemroaya. <em>Plans for Redrawing the Middle East: The Project for a “New Middle East”</em>, <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&amp;code=NAZ20061116&amp;articleId=3882">nesso</a></p>
<p>18. Franz Altheim, <em>Dall’antichità al Medio Evo. Il volto della sera e del mattino</em>, Sansoni, Firenze, 1961, p. 31-35.</p>
<p>19. <em>The “Strategic Partnership” Between India and Iran</em>, Asia Program Special Report, No. 120, Woodrow Wilson International Center for Scholars, Washington , DC, april 2004.</p>
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		<title>Geopolitica e diritto internazionale nell&#8217;epoca dell&#8217;occidentalizzazione del paese</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 18:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/469/geopolitica-e-diritto-internazionale-nellepoca-delloccidentalizzazione-del-paese" title="Geopolitica e diritto internazionale nell&#8217;epoca dell&#8217;occidentalizzazione del paese"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_07_042.ja96fmnj0t4c4g4wsgckw0ks.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Geopolitica e diritto internazionale nell&#8217;epoca dell&#8217;occidentalizzazione del paese" ></div></a>La terra…madre del diritto. Il diritto è terraneo e riferito alla terra. Carl Schmitt Diritto internazionale e geopolitica Il diritto internazionale è strettamente correlato alle dottrine geopolitiche. Ne costituisce, anzi, per molti aspetti uno dei fondamenti. Una potenza egemone, persino quando esercita il proprio dominio con brutalità e con il più assoluto degli arbitri, avverte [...]]]></description>
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<blockquote><p><em>La terra…madre del diritto.<br />
Il diritto è terraneo e riferito alla terra.</em><br />
Carl Schmitt</p></blockquote>
<p><strong>Diritto internazionale e geopolitica</strong></p>
<p>Il diritto internazionale è strettamente correlato alle dottrine geopolitiche. Ne costituisce, anzi, per molti aspetti uno dei fondamenti. Una potenza egemone, persino quando esercita il proprio dominio con brutalità e con il più assoluto degli arbitri, avverte sempre la necessità di appellarsi al diritto, quale fonte ultima del proprio agire.</p>
<p>Carl Schmitt, uno dei principali <em>Rechtsphilosophen</em> dello scorso secolo, rintraccia il legame esistente tra terra e diritto fin nel linguaggio mitico. Inizia, infatti, il primo dei cinque corollari introduttivi al suo <em>Der Nomos der Erde</em>, quello significativamente intitolato <em>Il diritto come unità di ordinamento e di localizzazione</em>, con la seguente affermazione: “<em>La terra è detta nel linguaggio mitico la madre del diritto</em>” [1].</p>
<p>Per l’area delle cosiddette civiltà indoeuropee, il nesso tra sovranità, diritto e territorio è filologicamente comprovato dalla parentela semantica che sussiste tra il <em>rex</em>, il detentore dell’autorità necessaria per delimitare i confini (colui che può cioè <em>regere fines</em>), e <em>regio</em>, lo spazio regionale. Secondo il linguista Émile Benveniste, “<em>l’accostamento del latino rego al greco orégō ‘stendere in linea retta’ […] fa pensare che il </em><em>rex</em>, più simile in questo al sacerdote che al re in senso moderno, fosse colui che aveva autorità per tracciare i limiti delle città e per determinare le regole del diritto” [2]. Lo stesso rapporto tra sovranità, diritto e territorio è riscontrabile anche in altri ambiti culturali eurasiatici. Nell’antica Cina, ad esempio, ove lo spazio per principio è concepito come quadrato, cioè delimitato, “<em>la determinazione degli orienti come quella dei siti (la parola </em><em>fang</em>, oriente, sito, ha anche il senso di quadrato e di squadra) spetta al Capo in quanto egli presiede alle assemblee religiose”[3].</p>
<p>Se quindi il <em>diritto è terraneo e riferito alla terra</em>, per analogia, nella modernità compiuta della nostra epoca, si potrebbe sostenere che la prassi geopolitica costituisce l’insieme delle modalità mediante le quali il diritto internazionale tende a manifestarsi, ad imporsi e, soprattutto, a dotare di senso la specifica dottrina geopolitica che fattualmente lo esprime.</p>
<p>Peraltro è ben evidente che una qualsiasi dottrina geopolitica &#8211; di ampio respiro &#8211; configurandosi come una risposta totale alle esigenze del proprio tempo, quando applicata, inaugura un nuovo ciclo tra le relazioni degli attori in campo e dunque è portatrice di nuove regole.</p>
<p>Le annessioni, le conquiste, le acquisizioni di territori, la riconfigurazione di questi ultimi in nuove entità geopolitiche, cui spesso sono associate anche evacuazioni e spostamenti di intere popolazioni, impongono necessariamente nuove delimitazioni, nuove sovranità e dunque un nuovo diritto, e, sovente, persino una nuova e diversa concezione della giustizia.</p>
<p><strong>La <em>justissima tellus</em>, il mare e il caos</strong></p>
<p>In rapporto alle diverse modalità spaziali, tra le unità geopolitiche che basano il proprio diritto sulla <em>justissima terra</em> e quelle che basano la propria egemonia sul dominio del mare, esiste, ci avverte Schmitt, una differenza sostanziale. Nel mare non c’è confine, localizzazione, perciò “<em>in mare non vale alcuna legge</em>”.</p>
<p>Occorrerà attendere la formazione delle moderne talassocrazie oceaniche [4], è ancora Schmitt a ricordarcelo, affinché anche nei mari sia possibile stabilire un ordine.</p>
<p>Ma sarà un ordine del tutto particolare, svincolato dalla localizzazione. Schmitt, trattando delle moderne talassocrazie, abbina al termine ordine quello di sicurezza. Mentre, nel caso della terra, il diritto è concepito come unità di ordinamento e localizzazione, nel caso del mare, l’ordine, dunque il potere, è associato ad una funzione, quella di sicurezza. Il dominio sul mare si esercita attraverso il suo controllo. L’applicazione del principio di sicurezza renderà per sempre evanescente ogni <em>limes</em>, ogni confine [5]. Per le talassocrazie moderne non esisteranno più confini, ma soltanto fasce di sicurezza o frontiere mobili da spostare, conformemente alle necessità egemoniche [6]. Anche la percezione del territorio subisce una radicale trasformazione concettuale: esso viene concepito “<em>from the sea</em>” come porto, approdo, base, in particolare come luogo nemico [7]. Alla nota talassofobia delle antiche popolazioni eurasiatiche (India e Cina) [8] corrisponde ora, da parte delle nuove potenze marittime, una sorta di tellurofobia.</p>
<p>Le potenze marittime non conosceranno mai una unità di ordinamento e localizzazione; l’assenza di quel “<em>sakrale Ortung</em> “ che è filologicamente fondativo di ogni tipo di diritto, persino di quello più secolarizzato, sarà il vizio d’origine anche dell’attuale talassocrazia, gli USA, il “<em>continente senza misura (Der maßlose Kontinent)</em>”.</p>
<p>Il nostro Carlo Maria Santoro ha lasciato scritto, sulla scorta di evidenti riflessioni riguardo alle formulazioni schmittiane, che “<em>le potenze marittime […] non sanno immaginare, neppure concettualmente, la conquista e l’amministrazione, ovvero la suddivisione gerarchica dei grandi Imperi continentali</em>” [9].</p>
<p>Non è un dunque una coincidenza che la “<em>geopolitica del caos</em>”, come da più parti è stata definita quella messa in atto dagli Stati Uniti, almeno a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, tendente a frammentare e rendere instabili vaste regioni del pianeta, sia stata concepita ed attuata nell’ambito delle teorizzazioni geopolitiche della tradizione anglo-americana, quale regola aurea per estendere ed assicurare nel tempo la propria egemonia su scala mondiale.</p>
<p><em>Rimland</em>, arco di crisi, <em>crisis management</em>, <em>shatterbelt</em>, sono infatti i concetti-guida dell’interpretazione geopolitica (e geostrategica) degli scenari mondiali fornita dai <em>think tank</em> anglo-americani.</p>
<p>La falsa analogia tra la “<em>geopolitica del caos</em>” e il principio <em>divide et impera</em> dell’antico impero romano, il paradigma degli imperi continentali, emerge in tutta chiarezza. Lì, l’applicazione del principio è funzionale all’integrazione delle singole componenti in uno spazio territoriale unico e continuo, l’ecumene imperiale, e orientato, soprattutto, a limitare perturbazioni e tensioni locali per il bene supremo della comune casa imperiale; qui, la divisione e le tensioni endogene, peraltro spesso artificialmente alimentate, vengono poste in essere per perturbare e frammentare altri spazi geopolitici onde depredarne risorse e assoggettarne le popolazioni residenti. Lì, l’integrazione in un nuovo <em>cosmos,</em> qui la distruzione, il <em>caos</em>. Lì, le nazioni, il <em>civis</em>, lo spazio politico, qui l’individuo, il consumatore, l’illimitato spazio economico [10].</p>
<p>Il particolare punto di vista “<em>oceanico</em>” e globalizzatore influenzerà tutte le dottrine geopolitiche dei moderni imperialismi, a partire da quelli coloniali di spoliazione fino ad arrivare agli attuali Stati Uniti.</p>
<p><strong>L’Occidente e il diritto internazionale moderno</strong></p>
<p>Se la nascita del diritto internazionale (interstatale) moderno può essere fatta risalire alla pace di Westfalia (1648), la sua gestazione può datarsi a partire dal 1493, l’anno successivo alla scoperta del Nuovo Mondo, con l’emanazione delle Bolle di papa Alessandro VI relative all’arbitrato pontificio tra Spagna e Portogallo.</p>
<p>I cinque documenti alessandrini [<em>Inter coetera Divinae</em> (3 e 4 maggio 1493), <em>Eximiae devotionis</em> (4 maggio), <em>Pii fidelium</em> (23 giugno), e<em> Dudum siquidem</em> (25 settembre)], costituendo, insieme ai trattati di Tordesillas (7 giugno 1494) e di Saragozza (22 aprile 1529), le basi sia di un nuovo ordinamento per sfere d’influenza, formalmente riconosciute, sia una nuova rappresentazione del mondo, inaugurano di fatto la “<em>politica mondiale</em>” dell’era moderna.</p>
<p>Ai documenti sopra citati si deve aggiungere anche il trattato ispano-francese di Cateau-Cambrésis (1559) che ridefinisce gli equilibri europei, sposta il baricentro dal Mediterraneo all’Atlantico e istituisce le <em>amity lines</em>.</p>
<p>E’ dunque con la scoperta della <em>pars occidentalis</em> del pianeta e della sua particolare suddivisione, secondo la determinazione delle cattoliche <em>rayas </em>ispano-portoghesi e, in seguito, delle più “laiche” <em>amity lines</em> franco-inglesi, che si fa strada un nuovo diritto, seppur ancora formalmente collegato alle residuali concezioni medievali.</p>
<p>Il nuovo atteggiamento, che tiene conto dell’elemento marittimo extra-europeo (oceanico), influenzerà, prima per vie traverse, poi sempre più direttamente (mano a mano che avanzerà il processo di secolarizzazione e, contestualmente, si amplierà l’influenza della sfera economica nei processi di decisione politica), i trattati internazionali successivi.</p>
<p>Nel Continente Antico, gli <em>instrumenta</em> della Pace di Westfalia (1648) [<em>instrumentum pacis osnabrugensis &amp; instrumentum pacis monasteriensis</em>] con il Trattato dei Pirenei (1659) tra Francia e Spagna stabiliscono il nuovo ordinamento internazionale e la moderna concezione della sovranità statale, che troverà il suo compimento nella creazione dello Stato-Nazione della rivoluzione francese.</p>
<p>Sostanzialmente la storia del diritto internazionale (interstatale) è, a partire dal 1648, la storia delle regole che le potenze egemoni impongono col duplice scopo di mantenere il proprio potere e di contenere gli effetti della frammentazione delle antiche unità geopolitiche imperiali. La continua disgregazione dell’ecumene imperiale, infatti, provoca dapprima le guerre di religione, in seguito quelle dinastiche, poi la nascita dei nazionalismi fino ad arrivare alle guerre interetniche e tribali.</p>
<p>“<em>La pace di Westfalia</em>” scrive Bertrand Badie “<em>trasforma l’Impero in una specie di stato federale in seno al quale coesistono ormai 343 stati sovrani: principati, città e vescovadi. […]. L’autorità è ormai inferita dal principio di territorialità e non più dalle insegne imperiali</em>” [11].</p>
<p>Il processo di frammentazione dello spazio geopolitico europeo e vicinorientale (l’Impero ottomano) sarà inarrestabile.</p>
<p>A trarre vantaggio dello stato di debolezza della parte occidentale della <em>landmass</em> eurasiatica, saranno proprio le potenze marittime, la Gran Bretagna e gli USA, le quali riusciranno a imporre nel tempo, su scala globale, il loro particolare diritto.</p>
<p>Quando il Continente Antico cercherà di trovare soluzioni integrative, seppur discutibili, come ad esempio quella tramite la Santa Alleanza (1815), allora si assisterà ad una controreazione tipicamente geopolitica, articolata sulla contrapposizione tra potenze di terra e di mare.</p>
<p>Al debole tentativo di integrazione europeo, risponderà ben presto il “<em>controraggruppamento</em>” marittimo.</p>
<p>A tal riguardo scriveva Schmitt nel 1928, “<em>Il destino della Santa Alleanza, dell&#8217;unico sistema generale europeo degli ultimi secoli, mostra meglio di ogni costruzione quali difficoltà politiche si oppongono ad un&#8217;unificazione europea. Infatti, non appena si affacciò un simile sistema europeo, subito apparve dall&#8217;altro lato anche il controraggruppamento. La dottrina Monroe proclamata nell&#8217;anno 1823 dagli Stati Uniti (con l&#8217;approvazione dell&#8217;Inghilterra) si rivolgeva proprio contro questa Santa Alleanza e contrapponeva al tentativo di una federazione europea il continente americano unitario, prima ancora che questo continente fosse completamente colonizzato e popolato. Un&#8217;unificazione politica dell&#8217;Europa sarebbe dal punto di vista della politica mondiale un evento inaudito</em>” [12].</p>
<p>La dottrina Adams-Monroe, stabilendo il principio secondo il quale la sovranità sull’intero emisfero occidentale appartiene di diritto agli Stati Uniti d’America, istituisce una nuova divisione del pianeta. Una divisione che nel corso degli anni genererà necessariamente nuove strumentazioni normative tra gli attori dell’epoca. Le nuove normative saranno, vale la pena sottolinearlo, influenzate dal moralismo che aveva ispirato il documento di Monroe, la cui finalità è quella di imporre “<em>un nuovo ordine spaziale della terra, attraverso la distinzione di un campo di pace e sicura libertà e di un campo di dispotismo e corruzione</em>” [13].</p>
<p>A questa divisione in due emisferi, di lì a poco, intorno al 1890, corrisponderà un altro evento di rilevanza geopolitica: la chiusura della frontiera interna e la ricerca, per gli Stati Uniti, di mercati oltreoceano; in breve, la sua definitiva consacrazione come grande potenza. Tra il 1899 e il 1905, con la dottrina della “<em>Porta aperta</em>” (espansione verso la Cina) e il corollario aggiunto dal presidente Theodore Roosevelt alla dottrina Monroe, che attribuisce ai soli Stati Uniti la prerogativa di intervenire nell’America centrale al fine di garantire i diritti degli investitori stranieri, viene avviato quel processo per il quale i nuovi principi e regolamenti internazionali saranno progressivamente ideati ed applicati in funzione della salvaguardia degli esclusivi interessi della nuova potenza mondiale.</p>
<p>Ma è con l’ingresso degli USA nella Grande Guerra che inizia la vera occidentalizzazione del pianeta, cioè, dal particolare punto di vista della geopolitica, l’influenza progressiva della potenza d’oltreoceano nella massa continentale euroafroasiatica. Un’influenza che, in seguito agli esiti del secondo conflitto mondiale, della caduta dell’URSS &#8211; unica potenza continentale che <em>frena</em> la spinta statunitense verso oriente &#8211; , si tramuterà in “<em>occupazione</em>” e “<em>controllo</em>”, seguendo le classiche logiche delle talassocrazie.</p>
<p>A questo inizio si associa il contestuale tramonto del diritto internazionale.</p>
<p>Infatti, se negli anni successivi alla dottrina della “<em>Porta aperta</em>” gli USA avevano prospettato alcune norme legali, come l’arbitrato, per risolvere le dispute internazionali, le esigenze dettate dalle nuove condizioni geopolitiche, emerse a seguito della grande guerra civile europea, li sollecitano a rielaborare le precedenti dottrine (<em>Monroe</em>, <em>Porta aperta</em>) “<em>attingendo apertamente alla cultura di un proprio destino storico messianico – fino a proporsi come ideatori e arbitri di un sistema internazionale interamente rinnovato</em>” [14], che sosterrà la prassi imperialistica ed egemonica di Washington.</p>
<p>Con la fine della Grande Guerra sarà palese che “<em>il concetto di stato come concetto centrale del diritto internazionale delle genti è sorpassato</em>” [15]. Si fa strada, infatti, con l’istituzione della Società delle Nazioni, promossa dal presidente statunitense Woodrow Wilson (ma gli USA, come noto, non faranno parte del nuovo organismo), una pratica che tende gradatamente a svilire le prerogative della sovranità statale a favore dei diritti sopranazionali della comunità internazionale, in particolare con l’introduzione della giustizia penale nell’ordinamento internazionale. Di ciò sono un esempio i tentativi, peraltro falliti, di instaurare tribunali speciali contro il Kaiser e alcune personalità turche.</p>
<p>Al termine del secondo conflitto mondiale, con l’occupazione di un’importante parte dello spazio eurasiatico da parte degli USA, tale concezione produrrà l’istituzione dei tribunali speciali di Norimberga e di Tokyo e la costituzione dell’ONU.</p>
<p>Va sottolineato, in particolare, che, dal 1945 sino ai nostri giorni, ogni atto internazionale di una certa rilevanza svuoterà gradualmente il diritto internazionale, asservendone, peraltro, le parti residuali agli evidenti interessi egemonici dell’iperpotenza statunitense.</p>
<p>L’ingerenza umanitaria, la retorica dei diritti umani, la riscoperta della cosiddetta Comunità internazionale in funzione neocolonialista, la criminalizzazione del nemico politico, insieme ad altri elementi più tipicamente geopolitici e geostrategici, costituiscono ormai la nuova dottrina dell’espansionismo statunitense a livello planetario.</p>
<p>Il “<em>continente senza limiti</em>” ha realizzato, all’inizio del XXI secolo, la totale consunzione del diritto internazionale, facendone <em>chiffon de papier</em>.</p>
<p><strong>Il nuovo ordinamento nell’era post-globale</strong></p>
<p>Se il <em>diritto è terraneo e riferito alla terra</em>, un nuovo diritto emergerà necessariamente da una nuova interpretazione e suddivisione del nostro pianeta. A tale interpretazione contribuiranno in maniera rilevante i risultati delle speculazioni tratte dallo studio dei prossimi scenari geopolitici.</p>
<p>Per il momento possiamo costatare che l’occidentalizzazione del pianeta intrapresa dagli USA, mediante modalità economiche, politiche e militari, peraltro aggressive ed arroganti, ha provocato negli ultimi anni una sorta di controreazione, che va mano a mano consolidandosi facendo perno, dal punto di vista geopolitico, principalmente sulle recenti intese eurasiatiche tra Russia, Cina ed India. Queste nuove intese sembrano essere gli elementi cardine di un nuovo assetto geopolitico che, conseguentemente, introdurrà nuovi confini tra gli attori globali. A ciò bisogna aggiungere anche l’effetto di polarizzazione che l’emergente integrazione eurasiatica già produce in altre parti del pianeta, finora considerate di esclusiva pertinenza occidentale, come la Turchia e, in particolare, il Sudamerica. Pare quindi annunciarsi una nuova era post-globale. Si impone pertanto la necessità di nuove regole e di riformulare, eliminare o sostituire alcuni organismi sopranazionali come l’ONU.</p>
<p>Manca tuttavia ancora, in riferimento alla messa in cantiere di un nuovo ordinamento, che definiamo per il momento multipolare e post-globale, un tipico elemento geopolitico: una chiara demarcazione spaziale, analoga, per alcuni aspetti, a quelle formulate da Alessandro VI nel 1493 e da Monroe nel 1823.</p>
<p>È dunque dalla contrapposizione epocale tra la tendenza unipolare e globalizzatrice dell’Occidente (a guida statunitense) e quella eurasiatica e multipolare che emergerà un nuovo ordinamento.</font></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1. Carl Schmitt, <em>Der Nomos der Erde im Volkerrecht des Jus Publicum Europaeum</em>, Berlino, Duncker &amp; Humbolt, 1974. Edizione italiana a cura di Emanuele Castrucci e Franco Volpi, <em>Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello “Jus Publicum europaeum“</em>, Milano, Adelphi edizioni, 1991, p. 20.</p>
<p>2. Emile Benveniste, <em>Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, II volume, Potere, diritto, religione</em>, a cura di Mariantonia Liborio, Torino, Einaudi, 1976, p. 293 e segg. Si veda anche Luisa Bonesio, <em>Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale</em>, Reggio Emilia, Edizioni Diabasis, 2007, p. 23.</p>
<p>3. Marcel Granet, <em>Il pensiero cinese</em>, Milano, Adelphi, 1971, p. 68.</p>
<p>4. Per il termine oceanico, si fa riferimento alla tripartizione stabilita dal geografo tedesco Ernst Kapp: cultura potamica, talasso-mediterranea, oceanica.</p>
<p>5. In particolare, ai nostri giorni, “<em>essa riguarda non solo interessi materiali, ma anche valori quali la democrazia, i diritti umani, il rispetto di norme internazionali, ecc. Mentre i conflitti si sono regionalizzati e localizzati, la sicurezza rimane, tradizionalmente, globale. Si è determinata, quindi, una dissociazione tra sicurezza e difesa.</em>” (Carlo Jean, <em>Manuale di studi strategici</em>, Milano, Franco Angeli, 2004, p. 38.)</p>
<p>6. E’ in base proprio ad un’estensione del principio di sicurezza che gli USA, rinverdendo la prassi attuata durante l’occupazione delle terre appartenenti agli antichi abitatori del Nuovo Mondo, oltrepassano il diritto internazionale (interstatale), rendendo di fatto giuridicamente res nullius i territori ove è esercitata un’altra sovranità. In coerenza con tale principio, gli organi legislativi statunitensi producono nuove regole che hanno una forte incidenza sul piano del diritto internazionale. Sulle relazioni tra sicurezza, spazio aereo e giurisdizione statunitense, si veda, in questo stesso numero di Eurasia (4/2007), l’articolo di Jean-Claude Paye.</p>
<p>7. Tale mutamento radicale dell’idea di spazio si rifletterà nelle diverse concezioni relative alla guerra e al nemico. “<em>La guerra terrestre si razionalizza, facendo dello scontro armato tra stati sovrani un’opposizione tra hostes aequaliter justi. La guerra marina rimane invece ancorata al “diritto di preda”, non distingue tra nemico ed avversario, tra combattente e popolazione civile, tra guerra commerciale e guerra armata in senso proprio. Una contraddizione insanabile, destinata a riaffiorare drammaticamente a distanza di quattro secoli allorché – declinato lo jus publicum europaeum e con esso lo stato continentale &#8211; si assisterà al riemergere dell’idea di justa causa, all’affermazione di un concetto discriminatorio e moralistico del nemico ed alla trasformazione de ‘la guerre en forme’ sei-settecentesca in ‘guerra totale’ </em>“, Alessandro Campi, <em>Schmitt, Freund, Miglio. Figure e temi del realismo politico europeo</em>, Firenze, Akropolis, 1996, 50-51. Più estesamente, sulla criminalizzazione della guerra e sulla guerra umanitaria si leggani le chiarificatrici pagine di Danilo Zolo, <em>La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad</em>, Bari, Laterza, 1996, pp. 3-67.</p>
<p>8. “<em>La morale brahmanica pone il viaggio in mare tra i peccati gravi. […] Anche in epoca vedica, il Baudhayana Dharmasastra proscriveva le traversate, mentre le Leggi di Manu raccomandavavo di tenersi lontano da chi le aveva effettuate. L’induismo medievale riprende i principi di questi antichi testi</em>”, così Geneviève Bouchon, ‘Les musulmans du Kerala à l’epoque de la découverte portugaise’, <em>Mare luso-indicum II</em>, p.11, citazione tratta da Hervé Coutau-Bègarie, <em>Géostratégie de l’océan Indien</em>, Paris, Economica, 1993, p. 238 e segg. Per la Cina, il rapporto tra lo spazio e il mare è emblematicamente definito dal fatto che al di fuori dei quattro lati, che delimitano il quadrato sacro (che rappresenta la totalità dell’Impero), “<em>si trovano, a formare una specie di frangia, quattro regioni vaghe che vengono chiamate i Quattro Mari. In questi Mari diversi, abitano quattro specie di Barbari</em>.”, Marcel Granet, op. cit., p. 69.</p>
<p>9. Carlo Maria Santoro, <em>Studi di geopolitica, Milano</em>, G. Giappichelli, 1997, p. 84.</p>
<p>10. Notiamo che il ricorso alla analogia (e alla equiparazione) tra l’Impero romano e la potenza statunitense ha subito, nel corso degli ultimi anni, un notevole incremento e una intensificazione senza pari, sia da parte dei sostenitori della politica mondiale di Washington che dei suoi critici. Qui, non potendo, per motivi di spazio, entrare dettagliatamente in merito a tale analogia (e equiparazione), sia formale sia informale, che consideriamo una sorta di aberrazione interpretativa, ci preme sottolineare la sua inconsistenza, e dunque la sua impraticabilità euristica, per almeno tre motivi principali. Il primo relativo al fatto che l’Impero romano si autoconcepisce come struttura territoriale, mentre la potenza statunitense è intimamente connessa alle logiche oceaniche: gli interessi dell’ecumene romana sono localizzati, mentre quelli degli USA sono deterritorializzati; il secondo è in relazione al fatto che l’Impero tende all’autosufficienza, mentre la talassocrazia statunitense all’interdipendenza economica e finanziaria; infine, la terza considerazione è relativa al fatto che il cosiddetto universalismo imperiale è per l’appunto imperiale e non globale. L’impero romano mantiene e protegge le varie e differenti forme giuridiche e culture locali nell’ambito del suo spazio, che rimane sempre qualitativamente disomogeo. Al contrario degli USA, esso non tende cioè a un governo mondiale, all’”<em>one world order</em>” che si esprime attraverso l’uniformazione e la standardizzazione, cioè attraverso la distruzione dei caratteri culturali dei vari popoli e delle diverse comunità.</p>
<p>11. Bertrand Badie, <em>La fine dei territori</em>, Trieste, Asterios editore, 1996, p.41.</p>
<p>12. Carl Schmitt, <em>Posizioni e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles 1923-1939</em>, a cura di Antonio Caracciolo Milano, Giuffrè Editore, 2007, p. 152. Il singolo saggio cui la citazione si riferisce è un articolo del 1928 con titolo: &#8220;La Società delle Nazioni e l&#8217;Europa&#8221;.</p>
<p>13. Carl Schmitt, <em>L’unità del mondo e altri saggi</em>, Roma, Antonio Pellicani, 1994, p.281.</p>
<p>14. Federico Romero, <em>U.S.A. Potenza mondiale, Firenze</em>, Giunti, 1996, p. 27.</p>
<p>15. Carl Schmitt, <em>Il concetto d’Impero nel diritto internazionale</em>, Roma, Settimo Sigillo, 1996. p. 49.</p>
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		<title>Il risveglio dell&#8217;America Indiolatina</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jul 2007 18:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/472/il-risveglio-dellamerica-indiolatina" title="Il risveglio dell&#8217;America Indiolatina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_07_032.e4hl2sfvujw4wsww8kggw0k0c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Il risveglio dell&#8217;America Indiolatina" ></div></a>Accedere alla bi-oceanità, cioè possedere contemporaneamente una facciata sull’Atlantico ed una sul Pacifico al fine di sfuggire un sicuro accerchiamento, costituisce uno dei principali motori della geopolitica sudamericana dai tempi dell’indipendenza. François Thual (*) Un nome per il continente dei malintesi (1) Se, sulle orme di Yves Lacoste, intendiamo la geopolitica come un metodo utile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/472/il-risveglio-dellamerica-indiolatina" title="Il risveglio dell&#8217;America Indiolatina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_07_032.e4hl2sfvujw4wsww8kggw0k0c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Il risveglio dell&#8217;America Indiolatina" ></div></a><p><font size="2"></p>
<blockquote><p><em>Accedere alla bi-oceanità, cioè possedere contemporaneamente una facciata sull’Atlantico ed una sul Pacifico al fine di sfuggire un sicuro accerchiamento, costituisce uno dei principali motori della geopolitica sudamericana dai tempi dell’indipendenza.</em><br />
François Thual (*)</p></blockquote>
<p><strong>Un nome per il continente dei malintesi</strong> (1)</p>
<p>Se, sulle orme di Yves Lacoste, intendiamo la geopolitica come un metodo utile per analizzare le relazioni tra la geografia e i processi storici, possiamo affermare che ogni designazione geografica racchiude, generalmente, un significato geopolitico. Certamente non sfugge a questa regola il subcontinente americano che abitualmente indichiamo con l’espressione America latina. Per Lacoste, anzi, quest’espressione è, a ragione, doppiamente geopolitica. Non solo perché esprimerebbe, mediante una qualificazione culturale, una opposizione all’altro grande blocco geopolitico dell’emisfero occidentale, l’America del Nord, ove è maggioritaria la cultura anglosassone (2), ma anche perché, storicamente, l’attribuzione “latina” fu opera di geografi, letterati e uomini politici francesi che la utilizzarono durante la guerra di Secessione (1861-1865), a sostegno della spedizione dell’imperatore Napoleone III in Messico (1862). Con tale espressione i propagandisti del Secondo Impero evocavano la possibilità di nuovi legami geopolitici – a fondamento culturale – tra gli Stati ispanici e lusofoni del Continente americano e gli Stati europei linguisticamente affini.</p>
<p>L’avventura francese in Messico fu possibile in un momento storico di debolezza degli Stati Uniti che, nel pieno di una guerra civile, non erano in grado di far rispettare agli Europei i termini della dichiarazione Adams-Monroe, con la quale, anni prima (1823), si erano candidati alla sovranità sull’intero “emisfero occidentale”. Il tentativo francese di rientrare in gioco nel Continente americano, terminato, come noto, tragicamente con la fucilazione di Massimiliano d’Asburgo (1867), fu accompagnato da una vasta opera di sensibilizzazione delle opinioni pubbliche europee e americane. Già nel 1836, lo scrittore francese, e consigliere di Napoleone III, Michel Chevalier aveva, nelle sue <em>Lettres sur l’Amérique du Nord</em>, identificato la latinità e la cattolicità quali caratteri distintivi del Sudamerica, apparentandolo in tal modo all’Europa meridionale e opponendolo all’America del Nord, protestante e anglosassone. Qualche anno dopo, fu l’abate Emmanuel Domenech, autore di un <em>Journal d’un Missionnaire au Texas et au Mexique (1846–1852)</em>, a includere nel concetto di America latina anche il Messico e l’America centrale. L’espressione venne in seguito, nel 1861, utilizzata da L. M. Tisserand per indicare ciò che fino a quel tempo era comunemente chiamato, in Europa, Sudamerica o Nuovo Mondo.</p>
<p>Nello stesso torno di tempo, parallelamente al crescente impiego del termine “America latina”, si andavano sempre più affermando, in Francia, le tesi del panlatinismo. Queste tesi, in un primo tempo sostenitrici dell’orientamento euromediterraneo della politica estera del Secondo Impero, ben presto lo divennero anche della politica parigina verso il Sudamerica. Vicente Romero (3) rintraccia la caratteristica e il ritmo del “discorso panlatino” nell’evoluzione della “Revue espagnole et portugaise” creata dall‘“agente e propagandista del Secondo Impero” Gabriel Hugelmann. La rivista che “serviva da tribuna alla politica estera francese verso la penisola iberica” (4), cambiò il suo nome in “Revue des races latines” (1857–1861) nel 1857, anno in cui la prospettiva eurolatina andava allargandosi verso gli orizzonti extracontinentali.</p>
<p>La latinità aveva indubbiamente, osserva Alain Rouquié, “il vantaggio, limitando i legami particolari della Spagna con una parte del Nuovo Mondo, di conferire alla Francia doveri legittimi nei confronti delle sorelle americane, cattoliche e romane” (5). Il panlatinismo francese, però, fu combattuto dalla Spagna in nome della ispanità e dagli Stati Uniti in nome del panamericanismo.</p>
<p>In realtà, sulla base degli studi di Arturo Ardao (<em>Génesis de la idea y el nombre de America</em>, 1980) e di Miguel Rojas Mix (<em>Los cien nombres de América</em>, 1991), è ormai attestato che il concetto di America latina venne utilizzato per la prima volta nel 1856 dal cileno Francisco Bilbao Barquin (1823-1865) e dal colombiano José Maria Torres Caicedo (1830–1889) (6), con un significato assai diverso da quello attribuito ad esso dai Francesi. Per Bilbao Barquin e Torres Caceido, infatti, il termine voleva esprimere una netta opposizione sia all’espansionismo degli “egoisti” Stati Uniti, sia a quello della “dispotica” Europa. Il termine, che acquisì un vero e proprio contenuto geopolitico solo a partire dal 1862, come più sopra ricordato e nel particolare contesto del panlatinismo (7), divenne d’uso comune soltanto quando le organizzazioni multilaterali lo adottarono dopo il secondo conflitto mondiale (8). Prima, negli anni venti e trenta, diversi intellettuali e politici proposero nuove denominazioni, sempre in opposizione agli Stati Uniti, che tenevano conto dell’elemento indigeno e della sua storia e cultura. Il peruviano Haya de la Torre (9), ad esempio, parlò di Indoamerica, mentre Augusto “César” Sandino teorizzò il concetto di America indolatina. Queste espressioni, tuttavia, non riuscirono ad imporsi.</p>
<p>È stato giustamente rilevato che il sintagma America latina indica una “rappresentazione geopolitica relativamente recente che si oppone alla divisione classica e geologica del continente americano in tre parti: America del nord, America centrale e America del sud” (10). Tuttavia, tale rappresentazione, inclusiva di Messico e America caraibica, fino a pochi anni fa largamente accettata, è oggi nuovamente messa in discussione da chi rifiuta la “latinità” quale elemento unificante della massa subcontinentale, come i discendenti politici degli autoctoni (10), che ne sottolineano, peraltro giustamente, l’origine imperialista e l’esplicito richiamo a una unilaterale egemonia culturale, e da chi, come Moniz Bandeira (12), le contrappone, con argomentazioni geografiche, geopolitiche ed economiche il Sudamerica, a partire dalla <em>Comunità sudamericana delle nazioni</em>, quale nuovo attore della politica ed economia mondiali.</p>
<p>La ricerca di una designazione “autonoma” per il subcontinente dell’emisfero occidentale &#8211; laddove non ricada nell’ambito di un’esiziale involuzione accentuatamente ed esclusivamente identitaria, che potrebbe risolversi, per un verso, in un inedito panismo indigenista oppure, al contrario, in un nuovo panlatinismo imperniato sull’idea di un’America essenzialmente iberica o romanica &#8211; rappresenta un importante elemento dell’ormai acquisita consapevolezza, da parte delle nuove dirigenze indiolatine (13), delle potenzialità geopolitiche del proprio spazio; uno spazio ove poter esercitare, finalmente fuori della tutela nordamericana, la propria legittima sovranità a partire dalle peculiarità geografiche e storico-culturali che lo contraddistinguono.</p>
<p>Al di là delle contraddittorie e sovente deformanti rappresentazioni elargiteci dagli organi di informazione, e al di là delle analisi, spesso imprecise, fuorvianti e ideologicamente impostate, forniteci dagli addetti ai lavori, sinergicamente tese a veicolare un’immagine di un Sudamerica ora populista, ora militarista, ora “rivoluzionario”, il tratto che accomuna le dichiarazioni e le conseguenti azioni politiche delle nuove classi dirigenti di alcuni Paesi del subcontinente americano, come il Venezuela di Chávez, la Bolivia di Morales o l’Ecuador di Correa, è proprio la consapevolezza della sovranità territoriale e dell’integrazione continentale sudamericana (o indiolatina), quali imprescindibili elementi per rendere il subcontinente americano uno degli attori globali del XXI secolo.</p>
<p><strong>L’ecumene indiolatina</strong></p>
<p>Mentre l’America del Nord (Canada, USA e Messico) possiede, a partire dalla rivoluzione americana, un suo centro geopolitico ben definito (14), costituito dagli Stati Uniti d’America, che ne svolgono l’essenziale funzione di regione <em>pivot</em>, così non è per lo spazio indiolatino.</p>
<p>Infatti, a fronte dell’esistenza di un’area culturale, politica e sociale identificabile come ecumene indiolatina, notiamo che essa è geopoliticamente suddivisa in almeno due entità: il Messico, appartenente peraltro allo spazio geopolitico nordamericano, e il Sudamerica; a queste due entità principali va aggiunto un terzo spazio di condivisione che è costituito dall’America caraibica.</p>
<p>Le cause della diversa evoluzione storica e politica delle due Americhe &#8211; che hanno consentito l’unità geopolitica per quella settentrionale ed una eccessiva frammentazione per quella centromeridionale &#8211; sono da mettersi in relazione, oltre che, ovviamente, alle diverse modalità di emancipazione dalle Potenze europee (Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo), principalmente alla determinazione perseguita dalle classi dirigenti statunitensi di costituirsi dapprima come nazione bi-oceanica ed in seguito come potenza–guida dello spazio panamericano.</p>
<p>Fattori quali le ottime condizioni climatiche, la posizione centrale nello spazio nordamericano e la sovranità dei litorali pacifico e atlantico hanno permesso agli USA di svilupparsi in autonomia ed assumere un ruolo egemonico nell’intero emisfero occidentale, a spese proprio del Sudamerica, verso il quale hanno esercitato, fin dalla dichiarazione Monroe, una continua politica di pressione che non ha esitato a utilizzare mezzi coercitivi e in apparente contraddizione con i proclamati ideali di “libertà e democrazia”. Si pensi per un istante al sostegno di Washington alle dittature militari del Cile e dell’Argentina, all’aggressione di Panama, alla massiccia presenza, durante il secolo scorso, di “consiglieri militari” statunitensi nelle varie repubbliche sudamericane.</p>
<p>Oltre al fattore bi-oceanico, un altro elemento, che può aiutarci a comprendere perché il Sudamerica non sia riuscito a costituirsi come unità geopolitica, è da rintracciarsi nei differenti percorsi con cui l’America “spagnola” e l’America “portoghese” si resero indipendenti dalla Spagna e dal Portogallo.</p>
<p>Osserviamo, infatti, che, mentre il Brasile giunse all’emancipazione in maniera indolore, grazie al principe Pedro, la cui decisione di proclamare l’Impero del Brasile e l’indipendenza da Lisbona (1822) permise il mantenimento dell’integrità territoriale e successivamente la sua trasformazione in Repubblica (1889), l’America spagnola “nonostante l’ideale d’unità che animava le lotte per l’indipendenza non tardò a frammentarsi” (15). La creazione di diverse repubbliche, con il patrocinio della Gran Bretagna e degli USA, alleate nell’escludere la Spagna dal bottino sudamericano, ma concorrenti nella sua spartizione, fu favorita “dall’immensità geografica, dalle difficoltà di comunicazioni interne che rafforzarono l’intensità dei regionalismi esistenti e all’espansionismo di alcune capitali” (16). I regionalismi esistenti furono poi, assieme ad altri fattori, tra cui certamente l’ingerenza straniera nordamericana e britannica, una delle cause dell’instabilità politica e delle guerre che segnarono la storia degli stati sudamericani per tutto il XIX secolo.</p>
<p>Il filosofo e politologo argentino Alberto Buela, descrivendo le forme e la crisi dello stato contemporaneo, ha giustamente scritto, riguardo alla particolare genesi degli Stati sudamericani: “La finalità dello Stato–nazione americano, dal carattere repubblicano e liberale creato al principio del XIX secolo, sarà la creazione delle nazioni. Questo Stato-nazione tenderà ideologicamente al nazionalismo ‘de fronteras adentro’, espressione dei localismi più irriducibili incarnati dalle oligarchie vernacolari, impermeabili a una visione continentale” (17). Il localismo e il nazionalismo di matrice illuminista concorreranno, dunque, ad impedire la costituzione di un grande spazio politicamente ed economicamente coeso, tale da contenere l’espansionismo nordamericano, mentre, al contrario, il retroterra politico (e culturale) “imperiale” permetterà al nuovo Brasile indipendente di organizzarsi come paese-continente e mantenere, per tale motivo, la propria autonomia. Anzi, a differenza della frammentazione degli ex vicereami spagnoli in una ventina di stati, il Brasile allargherà, dal 1822 al 1910, proprio a spese delle “<em>patrias chicas</em>”, le proprie frontiere lungo direttrici geopolitiche e strategiche volte ad assicurargli sicurezza e stabilità. Degno di nota, per l’analisi geopolitica, è inoltre il fatto che la proclamazione dell’Impero del Brasile, oltre a conferire a quest’ultimo l’indipendenza dal Portogallo, ne determinò, per così dire, il carattere “terrestre” e continentale: il passaggio insomma da possedimento dell’impero coloniale e “oceanico” del Portogallo a grande spazio geopoliticamente autocentrato. Ne è testimonianza la dislocazione delle sue capitali: dalle costiere Salvador de Bahia (XVIII sec) e Rio de Janeiro (XIX sec.) alla “continentale” Brasilia (XX sec.).</p>
<p><strong>Il risveglio dell’America indiolatina tra tensioni locali ed integrazione continentale</strong></p>
<p>L’integrazione del Sudamerica è un antico progetto politico e geopolitico che ha sempre stentato a realizzarsi a causa, principalmente, delle ingerenze extracontinentali e dell’egoismo delle oligarchie locali.</p>
<p>La coscienza, infatti, delle strette relazioni che intercorrono tra indipendenza nazionale, sovranità subcontinentale e giustizia sociale è sempre stata viva nelle dirigenze autenticamente sudamericane. A tale coscienza, tuttavia, non è stata mai associata una pratica politica conseguente, giacché lo strabismo ideologico e gli interessi nazionalisti e classisti hanno continuamente inficiato tutte le opportunità d’integrazione subcontinentale ed anzi sono stati strumentalizzati, prima dalla Gran Bretagna poi, nel corso del XX secolo, dagli USA, proprio al fine di mantenere lo spazio sudamericano gepoliticamente frammentato.</p>
<p>Nel passato, in particolare, le incomprensioni tra alcuni Paesi come il Brasile, l’Argentina e il Cile, nonché la loro concorrenza nell’assumere un ruolo egemonico nell’intera regione, hanno a lungo allontanato la prospettiva d’integrazione continentale. Oggi, dopo le dittature degli anni ‘70 e l’ubriacatura liberista degli anni ‘80 e ‘90, fenomeni che trovano una delle proprie ragioni d’essere nel confronto geopolitico mondiale tra USA e URSS, per i Paesi del Sudamerica sembra riaprirsi lo scenario di un’integrazione regionale su base non soltanto economica, ma soprattutto politica. Ne sono un esempio i grandi progetti di infrastrutture continentali, gli otto Assi di sviluppo e integrazione dell’<em>Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana</em> (IIRSA), tra cui i quattro importanti assi “bi-oceanici”: l’Asse delle Amazzoni, che metterà in contatto i porti di Tumaco (Colombia), Esmeraldas (Ecuador), Paita (Perú) con quelli brasiliani di Manaos, Belén e Manapá; l’Asse Interoceanico Centrale che collegherà Brasile, Perù e Cile passando per la Bolivia ed il Paraguay ed infine l’Asse del Capricorno e quello Mercosur-Cile. Questi assi permetteranno alla nuova America indiolatina di proiettarsi contemporaneamente sui mercati asiatici, europei e africani.</p>
<p>Le nuove infrastrutture bi-oceaniche, la nazionalizzazione delle risorse strategiche e un’equa ridistribuzione delle ricchezze nazionali sono gli elementi che renderanno il <em>Grossraum</em> sudamericano una vera unità geopolitica ed un protagonista del nuovo sistema multipolare.</p>
<p>Affinché ciò avvenga, tuttavia, occorre che le personalità più lucide dei vari governi nazionali e le forze più autenticamente sudamericane sappiano bilanciare le forze centripete e quelle centrifughe che determinano la politica interna e quella estera dei propri Paesi, sappiano cioè resistere alle tentazioni localistiche e, contemporaneamente, ai tentativi statunitensi di coinvolgerli in un raggruppamento regionale panamericano, subordinato agli interessi mondiali di Washington.</p>
<p>Se così sarà, Simon Bolivar non avrà inutilmente “<em>arado en el mar</em>”.</p>
<p>Se così sarà, l’indipendenza continentale sarà assicurata e il sacrificio degli antichi abitanti riscattato.</font></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>* François Thual, <em>Abrégé géopolitique de l’Amerique latine</em>, p. 48, Paris 2006.</p>
<p>1. Scrive il diplomatico ed esperto di America latina Alain Rouquié a proposito dell’America: “<em>Già dall’epoca di Colombo, l’America è il continente dei malintesi. L’ammiraglio cercava la via delle Indie, ma scoprì gli indios, vale a dire il Nuovo Mondo” (L’America latina. Introduzione all’Estremo Occidente</em>, p. 11, Milano 2007). Il termine America per designare il Nuovo Mondo appare per la prima volta nel 1507, nella mappa che accompagnava il libro <em>Cosmographiae Introductio</em> dell’umanista e cartografo tedesco Martin Waldseemüller.</p>
<p>2. Yves Lacoste, <em>Géopolitique. La longue histoire d’aujourd’hui</em>, Paris 2006, p. 132. In riferimento all’omogeneità linguistica dell’America del Nord, ricordiamo che in Canada le lingue ufficiali sono l’inglese e il francese e i gruppi etnici così suddivisi: inglesi 34,2 %, francesi 22,7 %, amerindi 2%, meticci 1 %, inuit 0,1 %, altri 40 % (fonte: <em>Calendario Atlante De Agostini 2006</em>, Novara 2005, p. 390.</p>
<p>3. Vicente Romero, <em>Du nominal “latin” pour l’Autre Amérique. Not sur la naissance et le sense du nom « Amérique latine » autour des années 1850</em>, “HSAL – Histoire et Société de l’Amérique latine”, n. 7, 1998, pp. 57-86.</p>
<p>4. Vicente Romero, op. cit., p. 64.</p>
<p>5. Alain Rouquié, op. cit., p. 19.</p>
<p>6. Vicente Romero, op. cit., p. 57.</p>
<p>7. Alfred Mercier, <em>Du Panlatinisme, nécessité d’une alliance entre la France et la Confédération du Sud</em>, 1862.</p>
<p>8. Luiz Alberto Moniz Bandiera, <em>¿America latina o Sudamerica?</em>, “Clarin”, 6/5/2005.</p>
<p>9. Haya de la Torre, Víctor Raúl, <em>A dónde va Indoamérica?</em> Editorial Ercilla, Santiago de Chile 1935.</p>
<p>10. Olivier Dollfus, <em>Amérique latine</em>, in <em>Dictionnaire de Géopolitique</em> (sous la direction de Yves Lacoste), Paris 1995, p. 134.</p>
<p>11. &#8220;<em>Es necesario precisar que los únicos “latinoamericanos” que existen en nuestros países son los descendientes directos de los españoles, franceses y portugueses; quienes, anotamos de pasada, a pesar de que son una minoría absoluta, detentan todo el poder político, económico, militar y hasta religioso. Ellos son los que imponen en los planes de estudios la versión de los vencedores europeos así como el culto a los valores de la civilización occidental moderna. De otro lado, es bastante claro que el proceso educativo en nuestros países se transforma en un verdadero “lavado cerebral”, en algunos casos se hace en forma sutil en otras es terriblemente brutal, todo ello al amparo de la “democracia”, de los “derechos humanos” y de la “libertad”. Si piensan que exageramos revisen los planes de estudios –de primaria y secundaria- de los países mencionados arriba, el objetivo es claro: hacer desarraigar al amerindio e indo-mestizo de su verdadera identidad étnica y cultural, castrarlo espiritualmente y anular su memoria histórica&#8230; podríamos concluir afirmando que “latinoamérica” o “américa latina” no es para nada una realidad territorial, sea de carácter subcontinental o regional, sino más bien ella es la expresión hegemónica de una minoría de origen europeo (los latinos), quienes gobiernan nuestros países, y son propietarios de las riquezas nacionales</em>&#8221; (Intisonqo Waman, <em>¿Existe verdaderamente la llamada América Latina asì como los susodichos latinoamericanos?</em> Anos 5506 de la Era Andina, agosto de 1998 de la era vulgar).</p>
<p>12. Luiz Alberto Moniz Bandeira, <em>¿America latina o Sudamerica?</em>, “Clarin”, 6/5/2005.</p>
<p>13. Utilizziamo il termine “indiolatini” per designare gli abitanti dello spazio che va dal Messico sino alle estreme propaggini del Sudamerica, con lo scopo di sottolineare la specificità del processo storico che accomuna gli attuali discendenti degli Europei e dei primi abitatori di questa porzione dell’emisfero occidentale. L’espressione “indolatino”, spesso usata, non ci pare appropriata, giacché l’elemento “indo” riporta, semanticamente, all’India asiatica.</p>
<p>14. Messo tuttavia in crisi dalla Guerra civile del 1861-‘65.</p>
<p>15. François Thual, <em>op. cit</em>., Paris 2006, p. 13.</p>
<p>16. François Thual, <em>ibidem</em>.</p>
<p>17. Alberto Buela, <em>Formas del Estado contemporáneo in Notas sobre el peronismo</em>, Buenos Aires 2007, pp. 86-87.</p>
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		<title>Tra la Russia e il Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2007 02:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/321/tra-la-russia-e-il-mediterraneo-2" title="Tra la Russia e il Mediterraneo"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_07_02_thumb3.3erftn6s8gis8cg4s4s4scwwo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Tra la Russia e il Mediterraneo" ></div></a>Oltre a essere irrilevante, l’Europa babelica e disunita è in ultima analisi responsabile dello strapotere americano Sergio Romano (*) L’Europa irrilevante, ossia una nullità geopolitica Dobbiamo a malincuore constatare che l’Unione Europea dei 27, parvenza di un’Europa politica, è attualmente soltanto un’ “espressione geografica” tra la Russia e il Mediterraneo: una vera e propria nullità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/321/tra-la-russia-e-il-mediterraneo-2" title="Tra la Russia e il Mediterraneo"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ea_07_02_thumb3.3erftn6s8gis8cg4s4s4scwwo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="109" alt="Tra la Russia e il Mediterraneo" ></div></a><p><font size="2"><br />
<blockquote><em>Oltre a essere irrilevante, l’Europa babelica e disunita<br />
è in ultima analisi responsabile dello strapotere americano<br />
Sergio Romano </em>(*)</p></blockquote>
<p><strong>L’Europa irrilevante, ossia una nullità geopolitica</strong></p>
<p>Dobbiamo a malincuore constatare che l’Unione Europea dei 27, parvenza di un’Europa politica, è attualmente soltanto un’ “espressione geografica” tra la Russia e il Mediterraneo: una vera e propria nullità sul piano geopolitico. Dal punto di vista geostrategico, invece, essa costituisce la testa di ponte degli USA lanciata sulla massa euroafroasiatica. Per quanto riguarda poi il proprio stato di salute economico e finanziario, i Paesi dell’Unione possono vantare il primato di aver distrutto, nell’arco di appena due decenni, un equilibrio sociale &#8211; precario e debole quanto si voglia e certamente bisognoso di sostanziali e radicali correttivi. Un equilibrio che, tuttavia, giacché imperniato sullo stato sociale, costituiva un poderoso elemento di coesione nazionale ed europeo, nonostante le tensioni pure gravi che hanno costellato la storia europea degli ultimi trent’anni. Ma l’errore maggiore è stato quello di non aver costruito alcunché di alternativo, e neanche di prospettare un’ipotesi valida per la costruzione di un’Europa attenta alle questioni sociali ed alla stabilità economica. L’ubriacatura neoliberista, inaugurata dal thatcherismo, ha attraversato tutta la cultura “politica” dell’Europa continentale, esprimendosi, in nome di un’unilaterale concezione della “modernizzazione”, in pratiche antisociali, e, soprattutto, asservendo drammaticamente le scelte politiche e gli interessi &#8211; nazionali ed europei &#8211; alle logiche economiciste ed espansioniste del vivace ed aggressivo turbocapitalismo d’Oltreoceano. Le dinamiche economico-sociali del neoliberismo degli ultimi anni hanno avvantaggiato soltanto esigui e selezionati ceti europei e aumentato il divario tra “ricchi” e “poveri” (1).</p>
<p>Sul piano culturale, le cose non stanno di certo meglio. L’industria culturale di massa, quella che in particolare determina i comportamenti delle nuove generazioni (anche di quella parte di esse che si vorrebbe antagonista ed alternativa), appare totalmente dominata dagli stereotipi d’Oltreatlantico, come peraltro quella di élite. Le classi dirigenti europee, siano esse politiche, economiche, finanziarie o intellettuali, mallevadrici dell’<em>american way of life</em>, sono in gran parte cooptate nelle strutture di dominio statunitense. Il loro operato sembra dunque rispondere a egoistici interessi di casta e, soprattutto, almeno a partire dalla prima guerra del Golfo, a quelli economico-finanziari di Wall Street e a quelli strategici di Washington.</p>
<p>Il <em>soft power</em> statunitense ha vinto le ritrosie anche di quei settori della sinistra europea, in larga parte tradizionalmente antiamericana, e di quegli strati delle destre nazionali più attenti agli interessi continentali.</p>
<p>La strategia della cooptazione si è rivelata esemplare e vittoriosa, ultimamente, nel caso della elezione dei “transatlantici” Angela Merkel Kasner e Nicolas Sarkozy (2) ai vertici dell’area <em>pivot</em> per eccellenza dell’Europa occidentale: lo spazio franco-tedesco. La nuova dirigenza franco-tedesca, in sintonia con i dettami della politica estera statunitense e britannica, sembra intenzionata a seppellire, definitivamente, ogni tentativo di “orgoglio continentale”, finalizzato alla realizzazione di uno scenario alternativo a quello euroatlantico. Ormai le realistiche intese fra le cancellerie di Parigi, Berlino e Mosca sono solo un vago ricordo, come i nomi dell’ex cancelliere tedesco Schroeder, dell’ex ministro francese Vedrine e come, tra breve, quello di Chirac. Un acuto osservatore della politica internazionale, oltre che scrittore e filosofo di grido, il filoatlantico André Gluksmann, in un’intervista (3) ha dichiarato, con una retorica falsamente “gollista”, che, grazie a Sarkozy ed alla sua determinazione, “la Francia ritrova il suo posto nel mondo, la Francia torna la terra dei diritti dell’uomo. Sarkozy – seguita Glucksmann – metterà fine alla <em>realpolitik</em> di Parigi che ovunque, dall’Africa all’Asia, si è accordata con i peggiori despoti.”</p>
<p>E’ proprio per la mancanza di un sano realismo politico, invece, che i ceti egemoni europei mantengono l’Europa in uno stato di perenne subordinazione agli interessi d’Oltreoceano. L’Europa è “irrilevante” perché ancora, a distanza di oltre sessanta anni, non si è emancipata dai suoi liberators; è, in altre parole, irrilevante perché ancora non è libera delle proprie decisioni.</p>
<p>Il futuro ci dirà, tuttavia, come e quando le tensioni geopolitiche in seno all’Europa riemergeranno, e come e quando la vocazione continentale dell’Europa avrà la meglio sulle scelte ora marcatamente occidentali del nuovo corso franco-tedesco.</p>
<p><strong><br />
Il nuovo corso e le antiche tensioni orientali</strong></p>
<p>Allo stato attuale, possiamo tuttavia ritenere, con un buon grado di certezza, che la nuova alleanza franco-tedesca, sebbene occidentalista e transatlantica, prevedibilmente rappresenterà, sul piano economico e finanziario, un poderoso concorrente della “nuova” Europa orientale, costituita da quello che i Russi definiscono il proprio “estero vicino”.<br />
Come reagiranno i Paesi baltici, la Polonia, la Repubblica ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania, e la Moldova alla ritrovata sintonia tra l’Europa occidentale e Washington, dopo le “incomprensioni” degli ultimi anni, in particolare quelle originate dalla guerra angloamericana in Iraq? Il nuovo asse anglo-franco-tedesco sembra proprio nato per controbilanciare l’Europa del “rattrappimento baltico”.</p>
<p>Riteniamo che la concorrenza riguarderà, in particolare, due problemi strutturali dell’Unione Europea, peraltro ora strettamente connessi: la questione energetica e il rapporto con la Russia.<br />
Secondo il filoatlantico Glucksmann il “trattato leggero” dell’UE, auspicato da Blair e da Sarkozy e da approvare per via parlamentare, onde superare in maniera indolore una lacerante consultazione referendaria, rappresenta una soluzione “più pragmatica e rapida, che consentirà all’Europa di riprendere l’iniziativa in campo energetico. E’ uno scandalo – lamenta Glucksmann &#8211; che un’Europa nata proprio sull’energia, con la Comunità del carbone e dell’acciaio, vada a trattare con Putin in ordine sparso, senza coordinamento e quindi senza peso negoziale” (4). In realtà, un’Europa sbilanciata in senso atlantico ed egemonizzata dal quartetto degli “Atlanticist European Union modernisers” sembra più rispondere agli interessi “modernizzatori” del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, piuttosto che alle esigenze e agli interessi delle popolazioni europee.<br />
Gli appetiti tedeschi, storicamente &#8211; e ottusamente &#8211; proiettati verso oriente, in sinergia con la spregiudicatezza del nuovo inquilino dell’Eliseo, che almeno nelle affermazioni elettoralistiche, sembra interessato a una “Unione mediterranea”, non tarderanno a creare tensioni, esiziali per il precario equilibrio europeo. La voracità tedesca e il neoatlantismo à la Sarkozy saranno dunque utilizzati, nell’ambito della strategia globale statunitense, proprio contro l’integrazione europea e il dialogo eurorusso. A tal proposito, ricordiamo che le ”attenzioni” tedesche verso lo spazio economico orientale della ex-Jugoslavia sono state all’origine della disgregazione della Federazione balcanica (5).<br />
Il malumore della “nuova” Europa, più volte manifestato nei confronti di Bruxelles e Mosca, costituirà un importante <em>atout</em> nelle mani degli strateghi di Washington che lo giocheranno ai fini del mantenimento della propria egemonia sull’intera Europa e contro la Russia. Nel prossimo futuro l’Amministrazione americana si barcamenerà, verosimilmente, tra le due special relationship: quella franco-tedesca, fresca di conio e “commissariata” dall’inglese Brown, e quella della “nuova” Europa, già collaudata ai tempi dell’aggressione angloamericana all’Iraq di Saddam Hussein, e recentemente tornata nel “cuore” dei vertici del Pentagono, proprio per la sua importante funzione geostrategica.<br />
Le due special relationship saranno dunque funzionali alla nuova dottrina di contenimento dell’”Orso russo”, già denunciata dal presidente russo Putin e dal suo ministro agli esteri, Lavrov, in particolare nei discorsi pronunciati dai due statisti russi, rispettivamente, alla 43ma Conferenza sulla sicurezza (10 febbraio 2007) e alla XV Assemblea del Consiglio per la politica estera e la difesa (17 marzo 2007) (6).</p>
<p>Nel frattempo, sul piano istituzionale, l’Unione Europea della Merkel e di Barroso si affretta a intessere accordi quadro e trattati “transatlantici”. Uno degli ultimi in ordine di tempo &#8211; siglato a Washington lo scorso 30 aprile, in occasione del Summit euroamericano (7) &#8211; è quello, fortemente voluto dal cancelliere tedesco, relativo all’avanzamento dell’integrazione economica transatlantica tra l’Unione e gli USA. Il Work Program of Cooperation in questione prevede la promozione dell’integrazione economica in aree strategiche per l’economia europea: proprietà intellettuale, investimenti, mercati finanziari e innovazione, mentre una delle dichiarazioni adottate congiuntamente dai rappresentanti dell’UE e degli USA riguarda il sostegno alla “<em>Euro-Atlantic prespective</em>” in materia di “<em>promoting peace, human rights e democracy worldwide</em>”.<br />
Tali trattati, al di là della retorica cara agli “esportatori di democrazia”, tendono a cementare ancora di più il destino dell’Unione Europea con quello degli Stati Uniti e, di conseguenza, a separarla dai suoi naturali vicini: la Russia e i Paesi della sponda sud del Mediterraneo.</p>
<p><strong><br />
Il nuovo blocco occidentale e il Mediterraneo</strong></p>
<p>La separazione geopolitica dell’Europa dalla Russia e dal Mediterraneo, e la sua inclusione in un “blocco occidentale” egemonizzato dagli USA, è la strategia perseguita da Washington fin dagli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, ai fini della sua egemonia su scala globale.</p>
<p>All’epoca del cosiddetto duopolio russo-americano (1945-1989), l’attuale blocco occidentale si autodefiniva “mondo libero” e il conflitto ideologico, basato sulla dicotomia “democrazia – comunismo”, nascondeva le tensioni, spiccatamente geopolitiche, tra la talassocrazia americana e la Russia sovietica per il controllo del continente eurasiatico e del Mediterraneo. E’ in questa ottica che andrebbero rivisitati eventi storici dell’epoca, quali, tanto per citarne alcuni, la strategia della tensione, i tentativi di golpe (veri o presunti) in Italia (il “ventre molle” dell’Europa), il golpe dei Colonnelli in Grecia, le guerre arabo-israeliane, la guerra sovieto-afgana del 1979. Oggi il conflitto ideologico è più sfumato e meno riconoscibile. Esso è basato principalmente sui temi del rispetto dei diritti umani, sulla mancanza della libertà di stampa, sulla ossessiva e reiterata accusa di derive autoritarie e oligarchiche lanciata verso i vertici del Cremlino. Peraltro queste stesse accuse vengono scagliate anche contro quei Paesi, come la Cina, il Venezuela, l’Iran, la Corea del Nord, i quali, mal adeguandosi agli interessi strategici o economici degli USA, rappresentano possibili poli geopolitici funzionali alla creazione di un sistema multipolare (8).</p>
<p>Unico fatto nuovo, e decisivo per meglio comprendere le attuali dinamiche, è invece costituito dalla demonizzazione degli “islamici”. L’attribuzione di termini come terrorismo, fondamentalismo, integralismo all’Islam, ai suoi esponenti e credenti è diventata ormai una pratica mediatica comune, che, magistralmente intensificata dopo l’11 settembre 2001, è stata di fatto istituzionalizzata con la dottrina della “guerra al terrorismo”, quale particolare strumento di pressione psicologica verso le popolazioni europee. Lo scopo ultimo di tale strategia mediatica, che &#8211; in piena sintonia con la teoria dello “scontro di civiltà” &#8211; retoricamente ricorre a temi presi in prestito a certa storiografia occidentalista ed antiaraba, e si avvale delle penne più brillanti della carta stampata e degli anchormen più seguiti, è quello di predisporre psicologicamente gli europei a diffidare dei propri vicini e a rinchiudersi in una sorta di “fortezza occidentale”, e dunque appiattirsi, acriticamente, sui desiderata statunitensi volti alla “sistemazione neocolonialista” dello spazio vicino e mediorientale, dal Mediterraneo alle repubbliche centroasiatiche.</p>
<p>Con l’arrivo all’Eliseo di Nicolas Sarkozy, al Quay d’Orsay di Bernard Kouchner e, con la presenza, come cosigliere diplomatico, dello sherpa Jean-David Levitte, la “nuova” Francia neoatlantica e neocon diventa un asso insperato nelle mani del Dipartimento di Stato nordamericano. Tuttavia, l’idea sarkoziana di una “Europa mediterranea”, in altre parole di un’Europa antiturca, antiaraba e contraria all’immigrazione, nuova pedina per il progetto nordamericano del Grande Medio Oriente, dovrà scontrarsi con la realtà e le leggi della geopolitica. Il bottino vicino e mediorientale cui mira potrebbe rilevarsi un boccone amaro, difficile da digerire. L’attuale fronte neoatlantico anglo-franco-tedesco, se non adotta un sano e pragmatico realismo, invece di governare l’Europa rischia di infrangersi prima ancora di consolidarsi, nonostante l’ “amico americano”.</p>
<p><em>* &#8211; Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Milano, 2003, p. 113. </em></font></p>
<p><strong>Note:</strong></p>
<p>1 – Secondo i risultati di una ricerca svolta recentemente dal prof Patrizio Di Nicola del Gruppo di ricerca “Laboratorio Lavoro e Impresa” (Università degli Studi “La Sapienza” di Roma), il 26% della popolazione europea adulta (sopra i 15 anni), cioè oltre un 1/4 della popolazione totale, è a rischio di povertà (P. Di Nicola, II Conferenza Internazionale sul Modello Sociale Europeo, presso l’Unioncamere italiana, promossa dall’Eurispes, dalla Fondazione F. Ebert e dal Gruppo europeo “Social Europe”, Roma, 11 maggio 2007)</p>
<p>2 – Recentemente, in occasione delle elezioni presidenziali francesi, il Financial Times ha definito il quartetto Merkel, Barroso, Sarkozy e Brown, successore di Blair alla guida del Regno Unito, “<em>a powerful group of Atlanticist European Union modernisers</em>”, vedi George Parker, Liberal leaders eye Sarkozy for axis of mainstream modernisers, Financial Times, 27 aprile 2007 &#8211; <a href="http://www.ft.com./">http://www.ft.com.</a></p>
<p>3 – Stefano Montefiori, Fallita la demonizzazione di Sarko, ora finirà la realpolitik di Parigi, intervista a André Glucksmann, Corriere della sera, 7 maggio 2007.</p>
<p>4. – Ib.</p>
<p>5 – Si veda, per un approfondimento, Dragos Kaljic, Serbia, trincea d’Europa, Edizioni all’insegna del Veltro, 1999, Parma.</p>
<p>6 – I due discorsi sono riprodotti nella sezione Documenti del presente numero di Eurasia. A proposito della nuova dottrina americana di contenimento e di come essa sia radicata nella cultura politica dei Paesi dell’ “estero vicino”, si legga l’articolo, programmaticamente titolato “<em>Containing Russia</em>”, di un’ex esponente del governo di Kiev e attuale leader dell’opposizione parlamentare ucraina, Julia Timoshenko, apparso nella rivista del Council on Foreign Relations, Foreign Affairs, may/june 2007, vol.86, N. 3, pp.69-82. Sulla “terza guerra fredda” si veda, in questo stesso numero di Eurasia, la brillante analisi svolta da Stefano Vernole.</p>
<p>7 – <em>Framework for advancing transatlantic economic integration between the European Union and the United States of America</em> (<a href="http://www.consilium.europa.eu/">http://www.consilium.europa.eu</a>).</p>
<p>8 – “In questi ultimi anni gli Stati Uniti, anche all’epoca della presidenza Clinton, hanno continuato a estendere lo spazio giuridico e militare del loro potere. Il Congresso ha votato leggi extraterritoriali che l’America pretende d’imporre al di fuori del proprio territorio, e ha distribuito sanzioni agli Stati che non si adeguano alle sue prescrizioni, talora irragionevoli o demagogiche. La Colombia, per esempio, venne minacciata di sanzioni perché non riusciva a controllare le esportazioni della droga verso il mercato nordamericano. Ma gli Stati Uniti riescono forse a controllare il commercio della droga sul loro mercato nazionale?”, in Sergio Romano, op. cit., p. 113-114.</p>
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