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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>LA PRIVATIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL MOLOCH DELLO SVILUPPO</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 10:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<description><![CDATA[La tragedia avvenuta in Bangladesh riaccende i riflettori sulla questione delle esternalizzazioni nella produzione di beni da parte dei grandi marchi. La produzione materiale di abiti, macchinari e accessori tecnologici avviene spesso in Paesi del terzo mondo o cosiddetti emergenti; se da una parte c’è l’ovvia e immediata ragione economica (produrre in quei Paesi, dove [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-privatizzazione-della-politica-e-il-moloch-dello-sviluppo/19461/" title="LA PRIVATIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL MOLOCH DELLO SVILUPPO"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/rana_plaza_lead.c79x8r3ryt4wgc0s8gck4cw4k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="LA PRIVATIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL MOLOCH DELLO SVILUPPO" ></div></a><p><font size="2">La tragedia avvenuta in Bangladesh riaccende i riflettori sulla questione delle esternalizzazioni nella produzione di beni da parte dei grandi marchi. La produzione materiale di abiti, macchinari e accessori tecnologici avviene spesso in Paesi del terzo mondo o cosiddetti emergenti; se da una parte c’è l’ovvia e immediata ragione economica (produrre in quei Paesi, dove le telecamere non sono mai accese, a costi ridottissimi e mantenendo in condizioni di semi-schiavitù la forza lavoro), dall’altra c’è anche la questione del marchio.</p>
<p>Il vero marchio trascende il prodotto in sé e diventa un’esperienza di vita, diventa filosofia di vita e parte della vita stessa, trascende il prodotto fisico anzi, il sogno dei grandi guru dei marchi è proprio quello di disfarsi del prodotto e di vendere il concetto, l’esperienza, l’emozione che esso contiene. Diventa difficile parlare di territorialità e di legame con il territorio quando si tratta di questi colossi, e internet diventa quindi lo spazio ideale per i marchi, “liberati dai Paesi del mondo reale dei negozi e della produzione, questi marchi sono liberi di elevarsi, proponendosi non tanto come diffusori di merci o servizi quanto come allucinazioni collettive” (1).</p>
<p>La politica non è da meno e le due amministrazioni Bush Jr. hanno attinto a piene mani dal modello delle <i>hollow corporations</i>, consultando esperti di indagini di mercato e di marchi. Difesa dei confini, protezione civile, <i>intelligence</i> e missioni militari all’estero sono state tutte appaltate a settori privati; il direttore del fondo di finanziamento, Mitch Daniels, ha espresso chiaramente il concetto: “il governo non ha il compito di fornire servizi, ma di accertarsi che siano forniti”. Chealrotte Beers, che aveva diretto diverse agenzie pubblicitarie, venne assunta come sottosegretario alla Diplomazia e agli Affari Pubblici e le critiche per quella nomina furono respinte dal segretario di Stato Colin Powell con queste parole: “Non c’è niente di male ad assumere una persona che sappia vendere. Noi vendiamo un prodotto, e ci serve qualcuno che possa rinnovare il marchio della politica estera e della diplomazia americana”.</p>
<p>La Lockheed Martin, famosa tra le altre cose per la paternità dei discussi caccia F-35, è il più grande appaltatore al mondo della difesa, e un’inchiesta del 2004 del “<i>New York Times</i>” elencava tutti gli ambiti in cui opera, tra cui l’organizzazione del censimento nazionale, la gestione dei voli spaziali e l’assistenza sanitaria. La privatizzazione della politica si estende anche oltre i patri confini: l’occupazione militare dell’Iraq ha visto un consistente impegno di compagnie private quali Blackwater e Halliburton. Quando uomini della Blackwater aprirono il fuoco in piazza Nisour a Baghdad, uccidendo diciassette civili, l’amministrazione statunitense se ne lavò le mani scaricando sugli appaltatori tutta la responsabilità, e la compagnia risorse rinnovando il marchio e assumendo il nuovo nome di <i>Xe Services</i>.</p>
<p>Gli attentati dell’11 settembre 2001 strinsero la nazione attorno al presidente Bush, molto contestato e molto poco apprezzato, e raccolsero molti Paesi europei e non, ostili a quell’amministrazione, attorno agli USA, cosicché l’intervento militare in Afghanistan venne accettato. La guerra all’Iraq fece però scendere nuovamente le quotazioni della Casa Bianca all’estero e a lungo andare anche all’interno della nazione. Il marchio USA era ai minimi storici, finché non arrivò Obama.</p>
<p>Barack Obama, durante la sua prima campagna presidenziale, ricevette più finanziamenti da Wall Street di qualsiasi altro candidato e, una volta eletto presidente, ha confermato nei gangli delle istituzioni economiche e finanziarie persone come Ben Barnake, e continua tuttora sulla strada neoliberista.<br />
Le strategie geopolitiche statunitensi non cambiano: ostilità aperta nei confronti dell’Iran, un uso intensificato dei droni nelle zone di guerra, sostegno incondizionato a Israele (nonostante l’evidente e autentica antipatia di Obama per Netanyahu), opposizione a un blocco europeo unitario, Guantanamo rimane tuttora aperta e funzionante e Obama si è opposto ai processi contro i responsabili di Bush che autorizzarono le torture (2).</p>
<p>Si assiste così a una progressiva privatizzazione dello Stato e della <i>res publica</i> e delle relazioni internazionali. Il liberalismo economico è diventato un modello per i governi occidentali, d’altra parte il capitalismo è anche il portatore di una sua propria antropologia, quella dell’<i>Homo  oeconomicus </i>con la relativa riduzione di qualsiasi cosa a merce, a valore economico con una conseguente tendenza a ridurre i costi. La penetrazione del modello occidentale, che ha come modello gli Stati Uniti  ma che ormai li ha superati e inglobati, passa attraverso la proliferazione dei bisogni di nuovi beni da acquistare.</p>
<p>Il modello dello sviluppo prevede sempre nuovi consumatori e nicchie di mercato in ogni angolo del mondo, poiché ha bisogno di una inarrestabile ed esponenziale crescita. La crisi strutturale che stiamo vivendo e la consapevolezza che questo modello di crescita infinita non si concilia con un sistema chiuso e finito, quale è il nostro pianeta, stanno accelerando e diffondendo ideologie alternative, quali comunitarismo e decrescita.</p>
<p>Inquinamento e sfruttamento dell’ambiente stanno facendo sensibilizzare l’opinione pubblica, senza però mettere veramente in discussione il nostro modello, facendo così parlare di sviluppo sostenibile e di <i>green economy</i>; ma, come scrive Serge Latouche, <i>“</i><i>per tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dell’impresa sviluppista, siamo entrati nell’era degli sviluppi con l’aggettivo. […] Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si rimette veramente in discussione l’accumulazione capitalista. […] Questo lavoro di ridefinizione dello sviluppo […] si regge sempre su idee di cultura, natura, giustizia sociale. Si ritiene di poter guarire un Male che colpirebbe lo sviluppo in modo accidentale e non congenito. […] Lo sviluppo sostenibile è il più bel risultato di questa arte di ringiovanimento dei vecchi tempi. Illustra perfettamente il processo di eufemizzazione attraverso gli aggettivi volti a cambiare le parole ma non le cose”.</i></p>
<p>Qual è allora un modello credibile e alternativo a quello dello sviluppo? Il punto è proprio questo: non esiste una grande potenza o un continente, una confederazione di stati e nazioni che possa offrirne uno. Crollato il blocco sovietico, è crollato anche il contrasto tra due grandi modelli e quello sopravvissuto ha invaso il mondo, sia pure con adattamenti particolari. Si tratta quindi di trovare una via che non metta al centro il profitto e i mercati, ma comunità, identità e non veda il pianeta contemporaneamente come una miniera da sfruttare indefinitamente e come discarica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>* Francesco Viaro è laureato in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Padova.</i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
(1)N. Klein, <i>No Logo</i>, p. 53</p>
<p>(2) http://www.eurasia-rivista.org/il-marchio-statunitense/18674/</font></p>
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		<title>PRESENTAZIONE DEL LIBRO &#8220;LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL&#8217;IRAN TRA ORDINAMENTO INTERNO E POLITICA INTERNAZIONALE&#8221;: EVENTO A ROMA</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 10:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica islamica dell’Iran]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 15 giugno a Roma verrà presentato il libro &#8220;La Repubblica Islamica dell&#8217;Iran tra ordinamento interno e politica internazionale&#8221;, di Ali Reza Jalali. Intervengono come relatori all&#8217;evento: Giuseppe Aiello (Titolare della casa editrice Irfan Edizioni) Ali Reza Jalali (Autore del libro) Claudio Mutti (Direttore della rivista di geopolitica Eurasia) Ali Puormarjan (Direttore dell&#8217;Istituto Culturale dell&#8217;Ambasciata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/presentazione-del-libro-la-repubblica-islamica-delliran-tra-ordinamento-interno-e-politica-internazionale-evento-a-roma/19457/" title="PRESENTAZIONE DEL LIBRO &#8220;LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL&#8217;IRAN TRA ORDINAMENTO INTERNO E POLITICA INTERNAZIONALE&#8221;: EVENTO A ROMA"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/581661_251901324949341_1872535039_n2.6sn61aahpv48o8w8s08ko404g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="PRESENTAZIONE DEL LIBRO &#8220;LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL&#8217;IRAN TRA ORDINAMENTO INTERNO E POLITICA INTERNAZIONALE&#8221;: EVENTO A ROMA" ></div></a><p><font size="2">Il 15 giugno a Roma verrà presentato il libro &#8220;La Repubblica Islamica dell&#8217;Iran tra ordinamento interno e politica internazionale&#8221;, di Ali Reza Jalali.</p>
<p>Intervengono come relatori all&#8217;evento:</p>
<ul>
<li>Giuseppe Aiello (Titolare della casa editrice Irfan Edizioni)</li>
<li>Ali Reza Jalali (Autore del libro)</li>
<li>Claudio Mutti (Direttore della rivista di geopolitica Eurasia)</li>
<li>Ali Puormarjan (Direttore dell&#8217;Istituto Culturale dell&#8217;Ambasciata della R. I. dell&#8217;Iran)</li>
</ul>
<p>L&#8217;evento è organizzato dalla casa editrice Irfan Edizioni, con la collaborazione della rivista di geopolitica Eurasia, l&#8217;Associazione Imam Mahdi e l&#8217;Istituto Culturale dell&#8217;ambasciata iraniana a Roma. Indirizzo: LAB COM, Via Ridolfino Venuti 34/A (Piazza Bologna) Roma (ORE 11). L&#8217;ingresso è libero. Vi sarà anche un rinfresco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/581661_251901324949341_1872535039_n.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/581661_251901324949341_1872535039_n-e1369045188639.jpg" alt="581661_251901324949341_1872535039_n" width="610" height="862" class="aligncenter size-full wp-image-19458" /></a></font></p>
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		<title>INTERVISTA A SHKELZEN GASHI</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-shkelzen-gashi/19453/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 20:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervista a cura di Andrea Turi        Vorrei iniziare con le ultime novità circa i rapporti tra la Serbia e il Kosovo. L&#8217;accordo tra Belgrado e Pristina è stato firmato sulla base di 15 punti. Qual è lo scenario futuro che prenderà vita in questa situazione? Sembra di essere di fronte a una nuova Republika [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-shkelzen-gashi/19453/" title="INTERVISTA A SHKELZEN GASHI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/large_kosovo_albania_flags_feb16_091.bfgd48dyp94c0gc4gg48s8k84.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="45" alt="INTERVISTA A SHKELZEN GASHI" ></div></a><p><font size="2"><i>Intervista a cura di Andrea Turi<b>      </b></i></p>
<p><b><i> </i></b><br />
<b><i>Vorrei iniziare con le ultime novità circa i rapporti tra la Serbia e il Kosovo. L&#8217;accordo tra Belgrado e Pristina è stato firmato sulla base di 15 punti. Qual è lo scenario futuro che prenderà vita in questa situazione? Sembra di essere di fronte a una nuova </i></b><b>Republika Srpska<i>.</i></b></p>
<p>L&#8217;<i>Interim Agreement For Peace and Self-Governance in Kosovo</i> (<i>Rambouillet Agreement</i>, 1999), accettato dalla Delegazione del Kosovo ma non da quella della Serbia, prevedeva che i Serbi del Kosovo avessero un’autonomia all&#8217;interno del Kosovo, un&#8217;autonomia non-territoriale, solo in altri campi. Il <i>Comprehensive Proposal for the Kosovo Status Settlement</i> (<i>Martti Ahtisaari’s Proposal</i>, 2007), che è stato accettato dalla Delegazione del Kosovo ma non dalla Delegazione della Serbia, ha rafforzato l&#8217;autonomia dei Serbi in Kosovo. Inoltre, la proposta avanzata da Martti Ahtisaari ha creato le basi per l&#8217;autonomia territoriale dei Serbi in Kosovo, perché in base a questa proposta le municipalità in cui i Serbi del Kosovo sono in maggioranza hanno il diritto di creare un partenariato o un&#8217;associazione e di cooperare con le istituzioni della Serbia e di ricevere da queste aiuto finanziario. Adesso, con il <i>First Agreement of Principles Governing the Normalization of Relations</i> (<i>Brussels’ Agreement</i> 2013), firmato da entrambe le delegazioni, l&#8217;autonomia dei Serbi è stata ampliata a campi che non erano inclusi nel <i>Rambouillet Agreement</i> (1999) e nella proposta di Martti Ahtisaari: tribunali, polizia, istituzioni politiche. Le basi per una autonomia dei Serbi in Kosovo è cementata. Quindi, sì, siamo davanti ad una nuova <i>Republika Srpska</i> e se i Serbi in Kosovo sfrutteranno questa opportunità, allora alla fine di questo decennio potranno essere un&#8217;entità politica come la <i>Republika Srpska</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>A prima vista, dopo una rapida analisi, si potrebbe avere l&#8217;impressione che i &#8220;15 punti&#8221; si muovano sulle linee del precedente Piano Ahtisaari respinto. In sostanza, che cosa c&#8217;è di diverso?</i></b></p>
<p>Il piano Ahtisaari offre ai Serbi in Kosovo un più alto livello di autonomia in questi campi: lingua, eduzione, media, sanità, finanze e religione. Pertanto, la piattaforma politica della Serbia non ha demandato ulteriori diritti in questi campi. La Serbia ha richiesto diritti addizionali in tre campi: forze di polizia, tribunali e istituzioni politiche. Per quanto riguarda il campo della polizia, tutte le municipalità in cui i Serbi kosovari sono in maggioranza, stando alla proposta Ahtisaari, hanno il diritto di eleggere il comandante delle stazioni di polizia, mentre una catena di comando unificata per i servizi di polizia dovrebbe essere conservata in tutto il territorio del Kosovo. Pertanto, la piattaforma politica della Serbia chiedeva una polizia autonoma, formalmente parte del Kosovo, che avrebbe dovuto funzionare sotto l&#8217;autorità dell&#8217;<i>Executive</i> <i>Council of the Community of Serb Municipality in Kosovo</i>. Questo è garantito, più o meno, dall&#8217;accordo di Bruxelles. Fino ad ora, le strutture di sicurezza serbe nel nord del Kosovo sono state pagate dal Governo della Serbia, mentre da adesso, saranno pagate dal Governo del Kosovo, perché formalmente appartengono alla Polizia kosovara, ma il loro comandante sarà eletto dalla Comunità delle Municipalità serbe in Kosovo.</p>
<p>In campo giudiziario, stando alle disposizioni del piano Ahtisaari, le municipalità a maggioranza serba, in un certo modo, avevano il diritto di costituire tribunali distrettuali, mentre la piattaforma politica del Kosovo  chiedeva che i tribunali nella regione della Comunità delle municipalità serbe del Kosovo avesse l&#8217;autorità di decidere su tutte le tematiche giudiziarie. L&#8217;Accordo di Bruxelles dispone che la Corte d&#8217;Appello di Pristina stabilirà un quadro di riferimento per trattare con tutte le municipalità kosovare a maggioranza serba, ma dall&#8217;altra parte, enfatizza il fatto che le autorità giudiziarie dovranno operare all&#8217;interno della cornice legale del Kosovo.</p>
<p>Per quanto riguarda le istituzioni politiche, la proposta di Martti Ahtisaari prevedeva che le municipalità serbe in Kosovo potessero formare una partnership che avrebbe avuto il diritto di cooperare con le istituzioni della Repubblica di Serbia, ma le cui competenze non erano specificate concretamente. La Serbia nella sua piattaforma politica ha affermato che la Comunità della Municipalità Serbe in Kosovo avrebbe dovuto avere la sua Assemblea e il suo Consiglio Esecutivo. Con l&#8217;Accordo di Bruxelles, la Comunità delle Municipalità serbe in Kosovo avrà l&#8217;Assemblea, il Consiglio Esecutivo e il Presidente. Avrà anche il suo statuto. L&#8217;Accordo di Bruxelles è appena il primo accordo, così con i prossimi accordi che saranno raggiunti presto, le competenze della comunità saranno definite più concretamente, non solo nei campi citati in questo accordo ma anche in altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Ora, sarà possibile portare le questioni dalla carta al terreno? Che problemi ci potrebbero essere per l&#8217;attuazione dei &#8220;15 punti&#8221;?</i></b></p>
<p>Fondamentalmente ci sono due ostacoli per l&#8217;attuazione dell&#8217;accordo di Bruxelles: i Serbi del Kosovo e il Movimento Vetëvendosje<i>! </i>(Autodeterminazione!). Sono sicuro che i Serbi del Kosovo saranno neutralizzati dalla Serbia perché dall&#8217;implementazione dell&#8217;Accordo di Bruxelles dipende l&#8217;integrazione della Serbia in Europa. Inoltre, i Serbi kosovari con quest&#8217;accordo guadagnano più che gli Albanesi. Inoltre, sono sicuro che il movimento Vetëvendosje! non sarà in grado di fermare l&#8217;attuazione dell&#8217;Accordo di Bruxelles, ma alle prossime elezioni, l&#8217;Accordo di Bruxelles sarà una delle ragioni che influenzeranno la crescita di Vetëvendosje!.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Con la cosiddetta &#8220;normalizzazione&#8221; nel nord del Kosovo, la Serbia riconosce &#8220;de jure&#8221; la sovranità di Pristina, &#8220;de jure&#8221;, ma non &#8220;de facto&#8221;. Un punto sicuramente a favore di Belgrado è l&#8217;annullamento della disposizione che consente l&#8217;associazione di Pristina alle organizzazioni internazionali. Quindi, è l’accordo tra la Serbia e il Kosovo è vantaggioso per entrambi o qualcuno ha guadagnato di più?</i></b></p>
<p>È vero che con l&#8217;accordo di Bruxelles la Serbia riconosce la legislazione del Kosovo, in particolare per quanto riguarda la polizia, i tribunali, l&#8217;organizzazione di elezioni, e così via. Questo è un riconoscimento estremamente implicito della sovranità “de jure” del Kosovo, mentre, d&#8217;altro canto, il Kosovo ha riconosciuto esplicitamente l&#8217;autonomia dei Serbi in Kosovo, anche con forti competenze. L&#8217;Accordo sarebbe stato di comune vantaggio solo se la Serbia avesse riconosciuto esplicitamente l&#8217;indipendenza del Kosovo.</p>
<p>Secondo me, il Kosovo dovrebbe dare l&#8217;autonomia ai Serbi perché loro hanno sofferto molto dopo il 10 giugno 1999 e specialmente durante le rivolte del 17-18 marzo del 2004, ma la Serbia dovrebbe riconoscere esplicitamente l&#8217;indipendenza del Kosovo e gli Albanesi, nei territori in cui i Serbi hanno l&#8217;autonomia, dovrebbero avere gli stessi diritti che i Serbi nella Repubblica del Kosovo.</p>
<p>Inoltre, non ci dimentichiamo che la parte Nord del Kosovo è sotto il controllo dei Serbi e della Serbia con il forte sostegno della comunità internazionale perché dopo l&#8217;ingresso delle truppe NATO in Kosovo, i membri del KLA hanno ricevuto l&#8217;ordine dai propri comandanti di non attraversare il ponte sul fiume Ibar perché, altrimenti, la NATO gli avrebbe sparato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Ora, quale è il futuro del Kosovo? Quale sarà l&#8217;impatto dell&#8217;accordo sulla scena politica del Kosovo?</i></b></p>
<p>Il futuro del Kosovo è molto scuro. Il più grande problema del Kosovo, secondo me, è il Primo Ministro Hashim Thaci perché è pronto a firmare qualsiasi cosa gli chieda l&#8217;Unione Europea solo per salvare se stesso dalle accuse di crimini di guerra e corruzione. Pertanto, la Serbia ha guadagnato di più con questo accordo grazie al fatto che il Kosovo era rappresentato, in queste negoziazioni, da Hashim Thaci.</p>
<p>Per quanto riguarda, invece, l&#8217;impatto dell&#8217;accordo sullo scenario politico del Kosovo, sono sicuro che il Partito Democratico del Kosovo (<i>Partia Demokratike e Kosoves – PDK</i>) del Primo Ministro, Hashim Thaci, subirà una flessione alle prossime elezioni, mentre il primo partito di opposizione, per numeri, la Lega Democratica del Kosovo (<i>Lidhja Demokratike e Kosoves</i>) subirà un drastico ridimensionamento, e allo stesso tempo, il movimento Vetëvendosje! crescerà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Parlando della Grande Albania, qualcosa di fattibile o solo un sogno politico? L&#8217;esito delle prossime elezioni albanesi avranno una certa importanza per il futuro del Kosovo?</i></b></p>
<p>Per il momento gli Albanesi non sono in una situazione tale da imporre il progetto di unificazione tra il Kosovo e l&#8217;Albania. Questo progetto può essere realizzato solo se è nell&#8217;interesse della comunità internazionale, o per meglio dire, nell&#8217;interesse degli Stati Uniti. Mentre, per quanto riguarda i risultati delle elezioni in Albania, non hanno alcuna importanza per il Kosovo, perché la presa di posizione dei principali partiti politici lì &#8211; PD e PS &#8211; nei confronti del Kosovo è simile: essi sostengono ogni progetto della comunità internazionale per il Kosovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Qual è la vostra opinione sul lavoro svolto dall&#8217;Unione Europea come mediatore? Pensa che abbia mantenuto una posizione neutrale ed equilibrata tra le parti?</i></b></p>
<p>L&#8217;Unione Europea come mediatore in questo processo non ha preso in considerazione almeno due meritevoli suggerimenti dati da uno dei più diligenti mediatori internazionali nella crisi della ex-Jugoslavia, l&#8217;ambasciatore Geert-Hinrich Ahrens, nel suo libro <i>Diplomacy on the Edge: Containment of Ethnic Conflict and the Minorities Working Group of the Conferences on Yugoslavia</i>: 1) gli interlocutori devono essere scelti con cura e quelli che rappresentano interessi criminali devono essere rifiutati, 2) non è soddisfacente raggiungere un risultato attraverso pressioni sul lato più debole nei negoziati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Qual è la vostra opinione sul lavoro della comunità internazionale in Kosovo?</i></b></p>
<p>In sostanza la comunità internazionale in Kosovo ci ha cambiato l&#8217;occupazione. Ora non abbiamo la Serbia, ma abbiamo un’ élite politica criminale, che ha distrutto il Kosovo come fece la Serbia durante gli anni novanta. Una parte considerevole di responsabilità del fatto che abbiamo un&#8217;élite politica criminale è dovuta alla comunità internazionale in Kosovo, che ha avuto competenze complete nei settori della polizia e dei tribunali nella regione. Inoltre, la comunità internazionale ha avuto forti prove, ma si è rifiutata di arrestare i malviventi che hanno usurpato la scena politica in Kosovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Com’è che la società civile ha accolto la notizia dell&#8217;accordo?</i></b></p>
<p>Sfortunatamente, non abbiamo una società civile. Ho l&#8217;impressione che, per una parte considerevole della popolazione, sia chiaro che il Kosovo avrebbe potuto ottenere un accordo migliore se non fossimo stati rappresentati da Hashim Thaci.  Ma, non va dimenticato, la maggior parte dei mezzi di comunicazione in Kosovo, tra cui la televisione pubblica, è sotto il controllo del governo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Ultima domanda: parafrasando il titolo del libro di Denis MacShane, il Kosovo è ancora importante sullo scacchiere internazionale? Perché? Se no, perché no?</i></b></p>
<p>Il Kosovo sarà importante sulla scacchiera internazionale almeno finché l&#8217;EU e gli USA non avranno messo la Serbia sotto il loro controllo. L&#8217;obiettivo principale degli Accordi di Rambouillet era di mettere sotto controllo della NATO non solo il territorio del Kosovo, ma anche quello di Serbia e Montenegro. Così, il Kosovo è stato utilizzato come pretesto per porre la Serbia e Montenegro sotto controllo NATO. In modo simile, l&#8217;UE con l&#8217;Accordo di Bruxelles per porre la Serbia sotto il proprio controllo sta usando il Kosovo attraverso la legalizzazione della forte presenza serba in Kosovo. Il Kosovo ha riconosciuto l&#8217;autonomia dei Serbi in Kosovo, mentre la Serbia non è stata forzata a riconoscere l&#8217;indipendenza del Kosovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i> </i></b></p>
<p><strong>* <i>Shkelzen Gashi è un politologo kosovaro indipendente. Pubblica frequentemente nella stampa kosovara analizzando fenomeni che caratterizzano la realtà politica del Kosovo oggi. Si occupa in particolar modo della società civile in Kosovo dopo la fine del conflitto del &#8217;99.</i></strong></font></p>
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		<title>L’ANOMALIA DEI TRATTATI BILATERALI ITALIA-USA SULLE BASI MILITARI NATO</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 16:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Basi USA in Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) è un&#8217;organizzazione regionale a carattere difensivo(1), nata durante la Guerra Fredda,con il preciso intento di combattere la minaccia sovietica. Il Trattato istitutivo della Nato, in particolare nell’articolo 9, assegna all’organo politico, il North Atlantic Council (NAC) il compito di esaminare le questioni inerenti al funzionamento del Trattato, ivi inclusa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lanomalia-dei-trattati-bilaterali-italia-usa-sulle-basi-militari-nato/19444/" title="L’ANOMALIA DEI TRATTATI BILATERALI ITALIA-USA SULLE BASI MILITARI NATO"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bandiera_italo_americana.8k3vfsh9dk84sc0w8gscs4c8s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="L’ANOMALIA DEI TRATTATI BILATERALI ITALIA-USA SULLE BASI MILITARI NATO" ></div></a><p><font size="2">L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) è un&#8217;organizzazione regionale a carattere difensivo(1), nata durante la Guerra Fredda,con il preciso intento di combattere la minaccia sovietica.</p>
<p>Il Trattato istitutivo della Nato, in particolare nell’articolo 9, assegna all’organo politico, il North Atlantic Council (NAC) il compito di esaminare le questioni inerenti al funzionamento del Trattato, ivi inclusa la creazione di organismi ausiliari. Da questi compiti vengono però escluse le installazioni di infrastrutture o comandi alleati, per i quali è necessario un accordo bilaterale con lo Stato membro ospitante.</p>
<p>La Nato ha stipulato accordi in questo senso con la maggior parte dei paesi membri dell’Alleanza. In realtà però il tema degli accordi tra Italia, Stati Uniti e Nato per regolare lo status giuridico delle basi militari è da anni oggetto di un acceso dibattito.</p>
<p>Per la regolazione dei rapporti che intercorrono tra il Trattato istitutivo Nato e le basi militari americane presenti sul territorio, si fa spesso riferimento all’art 3 del Trattato Nato, in quanto si prevede “l’impegno delle parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza per sviluppare le loro capacità di legittima difesa, individuale e collettiva”(2). Fatta eccezione per questo impegno bilaterale di assistenza, il Trattato Nato non contiene disposizioni precise per quanto riguarda il regime di gestione delle basi. Dall’articolo 3 si evince solo un obbligo di cooperazione, che pertanto non costituisce un obbligo a concedere anche basi.</p>
<p>Spetta quindi all’accordo bilaterale definire diritti e obblighi dello Stato titolare della base e di quello ospitante.</p>
<p>L’ordinamento italiano individua due procedure distinte per la stipulazione di accordi internazionali: la prima in forma solenne e la seconda in forma semplificata.</p>
<p>La prima prevede che l’accordo venga sottoposto al Parlamento (articolo 80 della Costituzione) che deve autorizzare con legge il Presidente della Repubblica alla ratifica (articolo 87 della Costituzione) mediante una legge ad hoc.</p>
<p>La procedura semplificata invece non è disciplinata dalla Costituzione ma è invalsa nella prassi. In questo caso, per l’entrata in vigore dell’accordo, è sufficiente la sua sottoscrizione da parte dei ministri plenipotenziari.</p>
<p>La legge dell’11 dicembre 1984, n.839 inoltre prescrive la pubblicazione degli accordi, inclusi quelli in forma semplificata. Ciò nonostante molti accordi, in particolare quelli riguardanti l’installazione di basi, hanno disatteso la procedura prevista dalla legge, essendo stati stipulati in forma segreta o posti all’attenzione del Parlamento solo una volta stipulati.</p>
<p>Il Trattato fondamentale che disciplina lo status delle basi militari americane in Italia è l’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (di seguito BIA), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 Ottobre 1954. Noto anche come “Accordo ombrello”, per l’ampiezza della sue disposizioni, ma la sua caratteristica principale è la sua segretezza, in quanto non fu mai pubblicato.</p>
<p>Si tratta di un accordo redatto in forma semplificata e firmato dall’allora Ministro degli Esteri Pella e dall’Ambasciatrice Usa in Italia Clarice Booth Luce.</p>
<p>La parte centrale dell’accordo stabilisce il tetto massimo delle forze Usa che possono stazionare in Italia. Inoltre esso è corredato di annessi tecnici, relativi alle singole basi. Secondo le disposizioni dell’accordo, le basi vengono concesse agli Stati Uniti solo in uso e quindi non godono di alcuna extraterritorialità. Inoltre devono essere usate esclusivamente nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, a meno di ulteriori accordi specifici con il governo italiano.</p>
<p>Quest’ultima questione al momento della stipula dell’accordo non era particolarmente rilevante, in quanto in piena Guerra Fredda la Nato aveva un ruolo centrale nello scacchiere atlantico. Con la fine della contrapposizione tra i blocchi, la Nato ha però perso il suo ruolo originario e quindi spesso i suoi scopi non coincidono con quelli degli Stati membri. Come può quindi l’Italia impedire che le basi concesse in uso agli Americani vengano utilizzate per scopi che essa non condivide?</p>
<p>La questione dal punto di vista giuridico è piuttosto complessa, in quanto si fonda sul concetto di sovranità territoriale. Infatti, una volta usciti dai confini italiani, truppe e mezzi americani non hanno più nessun vincolo. (3)</p>
<p>L’altro accordo che disciplina la presenza di contingenti militari americani in Italia e l’uso delle basi è il Memorandum d’intesa tra il Ministro della Difesa della Repubblica Italiana e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, noto come Shell Agreement.</p>
<p>L’accordo è stato sottoscritto il 2 Febbraio 1995 dal sottocapo di Stato Maggiore della Difesa Franco Cervoni e dal Vice Comandante delle Forze armate Statunitensi in Europa, Generale Charles Boyd. Come il precedente, anche questo è un accordo in forma semplificata, rimasto segreto a lungo nonostante la vigenza della legge n.839/1984.</p>
<p>L’accordo venne reso pubblico nel 1999, in seguito alla tragedia del Cermis(4), per decisione dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema.</p>
<p>Il memorandum dispone che le strutture delle basi vengano poste sotto il controllo italiano e che il comandante Usa informi preventivamente le autorità italiane su ogni movimento di armi e personale, nonché su ogni inconveniente si verifichi. Ma,nonostante ciò, il pieno controllo sul personale e le operazioni rimane in capo agli Stati Uniti.</p>
<p>Più che le disposizioni dei singoli accordi, il dibattito riguarda la segretezza degli stessi e come la loro particolare natura si possa conciliare con le disposizioni contenute nella Costituzione.</p>
<p>Si potrebbe da una parte affermare che è la stessa Costituzione italiana, agli articoli 11 e 52 a garantire valori quali la sicurezza e la difesa. Tali valori però, benché fondamentali, non possono rendere nullo il principio democratico del controllo parlamentare cui è soggetta la politica estera del governo.</p>
<p>Il secondo aspetto riguarda invece l’uso della base, che dovrebbe essere di carattere difensivo, essendo considerata una bilateralizzazione dell’art 3 del Trattato Nato.</p>
<p>Il reale uso delle basi smentisce questo assunto. Ad esempio, durante il conflitto iracheno venne usata la base di Vicenza, seppur in modo limitato in quanto l’Italia si era dichiarata paese non belligerante.</p>
<p>È chiaro quindi come si renda necessaria una revisione degli accordi che disciplinano l’uso delle basi, e soprattutto delle clausole riguardanti la segretezza degli accordi, alla luce del mutato scacchiere internazionale.</p>
<p>Gli accordi erano infatti stati conclusi nel Secondo dopoguerra, quindi in un contesto politico molto diverso da quello attuale. La revisione deve essere fatta tenendo conto dei mutati rapporti di forza, e facendo attenzione al significato delle Alleanze, NATO in primis, sia delle normative di riferimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<b><i>Maria Pilar Buzzetti ha conseguito la laurea triennale in Scienze Poltiche presso l&#8217;Università Roma tre e attualmente sta terminando la laurea specialistica in Relazioni Internazionali presso la Luiss</i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
Note:</p>
<p>1 Il Trattato istitutivo della NATO si rifà all’art 51 della Carta Onu, laddove prevede l’uso della forza da parte di uno Stato, a patto che sia in funzione auto-difensiva.</p>
<p>2 North Atlantic Treaty, http://www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_17120.htm</p>
<p>3 Il territorio su cui si trova la base non è infatti considerato territorio estero,quindi non è prevista alcuna cessione di sovranità territoriale.</p>
<p>4 Il 3 febbraio 1998 un aereo militare statunitense,proveniente dalla base di Aviano,tranciò le funi della funivia del Cermis,causando la morte di 19 persone.</p>
<p>http://photos.state.gov/libraries/italy/217417/pdf/shell.pdf</p>
<p>http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=882</p>
<p>http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=882</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo articolo è presente dell’analisi del Cesem “Nato: un’alleanza da ripensare” che è possibile leggere qui: <a href="http://www.cese-m.eu/cesem/2013/05/nato-unalleanza-da-ripensare/">http://www.cese-m.eu/cesem/2013/05/nato-unalleanza-da-ripensare/</a></font></p>
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		<title>LA COREA DEL NORD METTE ALLA PROVA I LIMITI DELLA TOLLERANZA</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 16:03:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-corea-del-nord-mette-alla-prova-i-limiti-della-tolleranza/19441/" title="LA COREA DEL NORD METTE ALLA PROVA I LIMITI DELLA TOLLERANZA"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/37675_npadvhover1.1vnktzbqgk2ssos8oggss8c4s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="112" alt="LA COREA DEL NORD METTE ALLA PROVA I LIMITI DELLA TOLLERANZA" ></div></a><p><font size="2">Stando al “London Telegraph”, un appartamento nel blocco residenziale di Dandong, la più grande città cinese sul confine sino-coreano, è stato chiuso dalle autorità cinesi lo scorso mese di marzo. Quell’appartamento è stato definito come un “nodo chiave finanziario nell’apparato delle armi di distruzione di massa della Corea del Nord”. Alcuni organi di informazione sono quasi sicuri che tutto ciò mostri come la Cina non può tollerare ancora a lungo le iniziative belliche della Corea del Nord. Il governo di Pyongyang ha ripetutamente rivendicato iniziative di guerra di recente. In quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e principale vicino della Corea del Nord, le iniziative intraprese dalla Cina nel merito della questione attireranno l’attenzione mondiale, soprattutto dal momento che Pechino ha recentemente imposto alcune sanzioni ai danni della Corea del Nord per punire le sue crescenti azioni ostili verso la Cina e altre iniziative attuate dopo che il leader nordcoreano Kim Jong-un ha assunto il suo incarico, che potrebbero minacciare la pace nella Penisola Coreana.</p>
<p>Pechino ha votato a favore delle sanzioni ONU a marzo, e ha già controllato con solerzia le banche illegali della Corea del Nord in Cina. La Cina ha le sue difficoltà nella risoluzione della questione nordcoreana. Gli Stati Uniti e i loro alleati militari hanno intensificato il loro impiego strategico attorno alla penisola. Tale dispiegamento militare esercita un enorme impatto negativo sugli interessi della Cina in relazione ai temi della sicurezza. Tuttavia, la Cina non può accusare gli Stati Uniti per queste azioni di impiego geostrategico perché, secondo gli Stati Uniti, queste contromisure sono indirizzate contro la Corea del Nord. La Cina dovrebbe dunque redarguire la Corea del Nord per aver messo a rischio la stabilità regionale. Ma la Cina non può interrompere definitivamente il suo sostegno militare alla Corea del Nord come l’Occidente vorrebbe convincerla a fare.</p>
<p>In breve, non possiamo brutalmente “abbandonare” la Corea del Nord. Al di là della natura del regime politico in Corea, la Cina avrà sempre suoi interessi nella penisola in merito ai temi della sicurezza. Pechino ha già riadattato le sue politiche verso la Corea del Nord. Colpendo le sue azioni ostili, che hanno minacciato la pace nella penisola, la Cina ha stabilito avvertimenti e ammonimenti. Le relazioni diplomatiche tra Pechino e Pyongyang hanno raggiunto il loro livello più basso dal 1953. Tuttavia, questo non significa che la Cina vuole abbandonare del tutto la Corea del Nord. Essa non deve considerarsi come uno Stato satellite della Cina. Non è per tanto possibile “abbandonarla”. L’ammonimento e il sanzionamento cinesi contro il vicino sono finalizzati a preservare gli interessi della nostra stessa sicurezza.</p>
<p>In precedenza, la Cina si è sempre dimostrata amichevole nei confronti della Corea del Nord, ricevendo soltanto risposte positive. Il problema odierno è costituto dal fatto che da quando Kim Jong-un è salito al potere, la Cina ha ricevuto dal suo vicino quasi nessuna risposta positiva. Ma anche di fronte a questo, non possiamo trarre la conclusione in base alla quale l’amministrazione di Kim Jong-un non risponderà mai positivamente alla Cina.</p>
<p>Tuttavia, la scelta di non abbandonare la Corea del Nord non può essere ricondotta ad un riconoscimento cinese dello status nucleare della Corea del Nord. La denuclearizzazione è sempre stata uno dei principi della Cina sulla questione nordcoreana. Nessun Paese crede che la Corea del Nord voglia perseguire la pace costruendo un arsenale nucleare. Alcuni analisti hanno avanzato l’ipotesi secondo la quale se la Cina non ammettesse lo status di nazione nucleare della Corea del Nord e non venisse incontro alle richieste nordcoreane, e Washington poi dovesse inviare segnali di apertura a Pyongyang, una Corea del Nord in possesso di armi nucleari potrebbe esercitare una pressione sulla Cina per ritorsione.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, c’è soltanto una possibilità. La sfiducia della Corea del Nord nei confronti degli Stati Uniti è profondamente risaputa, esattamente come la sua dipendenza dalla Cina. Se il regime di Pyongyang chiudesse del tutto le sue relazioni diplomatiche con la Cina e si rivolgesse agli Stati Uniti, sarà continuamente in allarme in relazione alla futura integrità del suo regime. Ad ogni modo, una tale situazione potrebbe realizzarsi sul piano strettamente strategico. La Corea del Nord è stata a lungo un attore in gioco nel confronto tra la Cina e gli Stati Uniti. Possiamo prendere in conto questa possibilità, ma sarà opportuno non preoccuparsi più di tanto a questo proposito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>L’articolo è stato compilato dalla redattrice del “Global Times” Shu Meng sulla base di un’intervista a Shi Yinhong, direttore del Centro di Studi Statunitensi presso l’Università Renmin di Pechino.</p>
<p></i></p>
<p><i> </i></p>
<p><b>FONTE</b></p>
<p><b>Shu Meng, <i>North Korea testing limits of tolerance</i>, “Global Times” del 6/5/2013, p. 11</b></font></p>
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		<title>LA TURCHIA AFFONDA NEL “PANTANO SIRIANO” E ABBANDONA LA SUA GENTE NELL’HATAY</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 15:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Procura di Reyhanlı – su disposizione del ministero della Giustizia turco – ha vietato alla stampa di riportare notizie sulle indagini in corso a proposito dell’immane (59 morti) strage avvenuta nella cittadina (60.000 abitanti, più attualmente 25.000 rifugiati o presunti tali siriani) di confine con la Siria. L’ipotesi del coinvolgimento di un gruppuscolo di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-turchia-affonda-nel-pantano-siriano-e-abbandona-la-sua-gente-nellhatay/19438/" title="LA TURCHIA AFFONDA NEL “PANTANO SIRIANO” E ABBANDONA LA SUA GENTE NELL’HATAY"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/obama_and_erdogan1.b60d8cijy3w4wg0ogs8kkoo0w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="LA TURCHIA AFFONDA NEL “PANTANO SIRIANO” E ABBANDONA LA SUA GENTE NELL’HATAY" ></div></a><p><font size="2">La Procura di Reyhanlı – su disposizione del ministero della Giustizia turco – ha vietato alla stampa di riportare notizie sulle indagini in corso a proposito dell’immane (59 morti) strage avvenuta nella cittadina (60.000 abitanti, più attualmente 25.000 rifugiati o presunti tali siriani) di confine con la Siria. L’ipotesi del coinvolgimento di un gruppuscolo di estrema sinistra inattivo da decenni sembra ben difficilmente accreditabile, ma quello che è certo è che il “pantano siriano” pesantemente incentivato dal governo Erdoğan sta allargandosi alla realtà turca suscitando forti proteste nell’opinione pubblica.</p>
<p>I partiti di opposizione – dal repubblicano CHP al nazionalista MHP al filoislamico SP – hanno chiesto le dimissioni dell’esecutivo, mentre anche da parte del filocurdo BDP si parla di fantasie non credibili a proposito dell’asserito coinvolgimento di Damasco nella strage.</p>
<p>Il fatto è che la vasta area a ridosso della frontiera turco-siriana è stata abbandonata alle milizie armate in lotta contro il governo di Damasco e ai mercenari occidentali e di altra provenienza schierati al loro fianco, talvolta in conflitto fra loro stessi. Da queste parti la sovranità dello Stato turco è solo teorica e di facciata.</p>
<p>La popolazione locale è scesa più volte in piazza per rivendicare il suo diritto a una vita normale e per cercare di opporsi alle bande di tagliagole operative e determinanti nel fronte antisiriano.</p>
<p>Il centro comunitario della provincia di Hatay – un comitato che comprende simpatizzanti dei più svariati partiti, dal CHP al MHP al SP ma anche militanti dello stesso AKP in disaccordo con la linea ufficiale del partito – mette apertamente sotto accusa il sostegno turco ai ribelli siriani: “La gente dice semplicemente di non voler più vedere guerriglieri barbuti da queste parti”, ribadisce Mahir Mansuroğlu, portavoce del comitato, mentre il radicalizzarsi del caos e della barbarie appare sempre più come il pretesto per richiedere – da parte di Erdoğan – un intervento militare occidentale.</p>
<p>Di male in peggio. L’incontro del leader turco con Obama di questi giorni e questo tipo di richiesta (una fase intermedia potrebbe essere, come in Libia, l’instaurazione di una zona d’interdizione aerea)può fare definitivamente precipitare la situazione.</font></p>
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		<title>IL REFERENDUM E IL PETROLIO FANNO AUMENTARE LA TENSIONE SULLE ISOLE MALVINE</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 17:34:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell’anno del trentunesimo anniversario della guerra anglo-argentina, le Malvinas/Falkland tornano a far discutere i governi di Cameron e Kirchner. Alla decennale rivendicazione argentina sul possesso dell’isola, si aggiungono ora infatti, le modalità di svolgimento e il risultato del referendum tenutosi nella capitale  Domenica 10 e lunedì 11 marzo, che chiedeva alla popolazione di riaffermare o [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-referendum-e-il-petrolio-fanno-aumentare-la-tensione-sulle-isole-malvine/19429/" title="IL REFERENDUM E IL PETROLIO FANNO AUMENTARE LA TENSIONE SULLE ISOLE MALVINE"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/isole_malvinas_falklands_223877_tn1.zchkfz3zrrkc8scgoogw4o0s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="IL REFERENDUM E IL PETROLIO FANNO AUMENTARE LA TENSIONE SULLE ISOLE MALVINE" ></div></a><p><font size="2">Nell’anno del trentunesimo anniversario della guerra anglo-argentina, le Malvinas/Falkland tornano a far discutere i governi di Cameron e Kirchner. Alla decennale rivendicazione argentina sul possesso dell’isola, si aggiungono ora infatti, le modalità di svolgimento e il risultato del referendum tenutosi nella capitale  Domenica 10 e lunedì 11 marzo, che chiedeva alla popolazione di riaffermare o meno la propria volontà di restare sotto il controllo dell’amministrazione britannica. Questo tenutosi, è il secondo referendum sullo status dell’isola, dopo quello del 1986[i] il quale aveva confermato la sovranità britannica sull’isola.</p>
<p>Questa seconda consultazione popolare è stata estesa solo a coloro che vivono sull’isola da almeno 7 anni, e che godono perciò dello status di “isolano”, provocando l’irritazione del governo argentino. I votanti perciò sono dunque scesi a 1973, tutti con passaporto britannico, a fronte di una popolazione di 2563 persone, sicché l’esito della consultazione era scontato.</p>
<p>Dei 1973 aventi diritto, solo 1517 sono stati quelli che hanno esercitato il voto, esprimendo quasi all’unanimità la volontà di continuare a far parte della Gran Bretagna. Sono stati soltanto 3 i voti contrari. Rimanere territorio inglese, infatti, comporta per gli isolani il mantenimento di privilegi che il governo Kirchner non può accordare.</p>
<p>Alcuni importanti settori, come quelli concernenti la politica estera e la difesa, vengono gestiti e coordinati direttamente da Downing Street, con la parziale contropartita dell’esonero dal pagamento delle tasse a Londra.</p>
<p>Le reazioni, all’esito del referendum, non si sono fatte attendere da entrambe le parti. Durissima quella dell’ambasciatrice argentina a Londra, Alicia Castro, che ha definito il referendum “<i>publicity stunt[ii]</i>”, delegittimando di fatto il risultato della consultazione.</p>
<p>Per l’Argentina, il referendum non ha nessun valore legale, così come il suo risultato. Il referendum &#8211; continuano fonti diplomatiche vicino alla Casa Rosada &#8211; è stato indetto unilateralmente dalla Gran Bretagna, la quale ha estromesso di fatto le Nazioni Unite da ogni processo di supervisione; ecco perché il risultato non può essere accettato.</p>
<p>Il ruolo dell’ONU, nella disputa sulle Isole Malvine, è stato sempre oggetto di controversie tra i due paesi. Infatti l’Argentina – per corroborare le sue rivendicazioni &#8211; si avvale di due risoluzioni delle Nazioni Unite[iii]  che, oltre a stabilire l’istituzione di una commissione speciale sulla decolonizzazione di carattere generale, invitano i due paesi a porre fine attraverso un pacifico e risolutore dialogo alla “<i>special and particolar colonial situation in the Falkland Islands[iv]</i>”.</p>
<p>La Gran Bretagna, dal suo canto, ha ribadito sempre con estrema fermezza l’esercizio della propria sovranità sull’isola e la volontà di difendere ad ogni costo e con ogni mezzo il proprio territorio nonché i propri cittadini.</p>
<p>In seguito a ciò, all’inizio dell’anno il parlamento inglese ha deciso di aumentare la presenza militare sull’isola al fine di prevenire qualsiasi mossa argentina[v]. Il Primo Ministro inglese, David Cameron, commentando il risultato della consultazione, ha ribadito che l’Argentina deve rispettare l’esito del referendum e il diritto all’autodeterminazione degli abitanti  delle Falkland: “<i>the most important thing about this results is that we believe in self-determination, and the Falkland Islanders have spoken so clearly about their future, and now the other countries right across the world will respect and revere this very clear result</i>”.</p>
<p>L’Argentina, di contro, non si rassegna all’idea di rinunciare all’isola e cerca in vari modi di puntare i riflettori sulla questione. Anche durante la visita per l’intronizzazione di Jorge Maria Bergoglio, la presidentessa Kirchner ha avanzato la richiesta di intercessione del nuovo Papa, per stimolare un dialogo tra le parti che al momento è in una fase di completo stallo. D&#8217;altronde l&#8217;ex arcivescovo di Buenos Aires si era sempre dimostrato sensibile alla questione delle Malvine, schierandosi apertamente al fianco delle rivendicazioni argentine.[vi]</p>
<p>E&#8217; innegabile che l&#8217;isola sta diventando uno dei più importanti temi al centro della nuova agenda politica argentina. La situazione economica del paese versa in condizioni di estrema instabilità, con l&#8217;inflazione che secondo i dati ufficiali del FMI si aggira attorno al 30% e che potrebbe condurre il paese verso pesanti sanzioni internazionali. Dopo il crack finanziario alla fine degli anni &#8217;90 e il caso dei cosiddetti <i>tango bond</i>, il paese ha iniziato una lenta ripresa economica che però ora viene minata sia sul piano interno, con una netta diminuzione dei consumi ,sia sul piano internazionale con i moniti lanciati da Christine Lagarde di nuove e più pesanti sanzioni.</p>
<p>Ecco che allora le Malvine diventano un ottimo pretesto al servizio del governo per ricompattare  l&#8217;opinione pubblica interna e il popolo indirizzando tutte le diverse manifestazioni d&#8217;insofferenza e di critica verso un nemico esterno comune, la Gran Bretagna. Il tutto viene arricchito dalle recenti scoperte petrolifere nei fondali marittimi dell&#8217;isola ad opera della compagnia Rockhopper Exploration[vii].</p>
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<p><div id="attachment_19430" class="wp-caption aligncenter" style="width: 491px"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Senza-titolo21-e1368638974387.png"><img class="size-full wp-image-19430" alt="Giacimenti di petrolio alle Malvine" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Senza-titolo21-e1368639019967.png" width="481" height="343" /></a><p class="wp-caption-text"><span style="font-size: xx-small;"><font size="1">Giacimenti di petrolio alle Malvine</font></span></p></div><br />
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La compagnia inglese infatti è riuscita, tramite diverse esplorazioni, a trovare dei ricchi giacimenti di petrolio nel mare territoriale delle Falkland. La stima effettuata della compagnia sul neonato giacimento petrolifero parla della possibilità di estrarre circa centoventimila barili al giorno a fronte di un investimento complessivo di due miliardi di euro. Di questi tempi un&#8217;enormità. La compagnia si dice molto soddisfatta del risultato raggiunto, riuscendo proprio dove altre compagnie petrolifere avevano precedentemente fallito; inoltre non esclude la presenza di ulteriori giacimenti.</span></span></p>
<p>Dunque la Gran Bretagna vuole tutelare il suo investimento sulle Falkland sia sotto il punto di vista economico che dal punto di vista strategico, e lo farà con ogni mezzo a sua disposizione. Il controllo dell&#8217;isola garantisce un&#8217;importante posizione strategica tra l&#8217;atlantico e il pacifico nonché un&#8217;ottima piattaforma di transito e smistamento per il commercio marittimo.</p>
<p>Una nuova operazione militare è comunque da escludere: nessuna delle parti in causa propende per questa possibilità soprattutto in questo periodo di crisi economica internazionale. Una nuova guerra, infatti, oltre ad avere una forte opposizione dell&#8217;opinione pubblica mondiale, avrebbe dei costi che nessuno dei due paesi potrebbe permettersi.</p>
<p>Gli stessi Stati Uniti, storici alleati dell&#8217;Inghilterra, preferiscono non prendere una posizione netta e risoluta sulla questione; il segretario di Stato John Kerry riconosce infatti il controllo britannico sia formale che sostanziale sull&#8217;isola ma contemporaneamente delega la questione sulla sovranità al dialogo tra Buenos Aires e Londra[viii].</p>
<p>Dal canto suo, la dialettica argentina, seppur molto aspra, ha il compito di rafforzare il governo sul piano interno facendo proprio i classici toni nazionalisti, piuttosto che rappresentare una vera e concreta minaccia per lo status quo dell&#8217;isola, che data la  volontà dei suoi abitanti e la sua importanza strategica ed economica rimarrà a lungo sotto il controllo inglese.</p>
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<p><b><i>*Enrico Volpini, dottore in Relazioni Internazionali, presso l&#8217;università degli Studi di Roma Tre. </i></b></p>
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<p><a title="" href="#_ednref1">[i]</a><a href="http://www.sudd.ch/event.php?lang=en&amp;id=fk011986">http://www.sudd.ch/event.php?lang=en&amp;id=fk011986</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref2">[ii]</a><a href="http://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-21894972">http://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-21894972</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref3">[iii]</a><a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2012/gacol3238.doc.htm">          http://www.un.org/News/Press/docs/2012/gacol3238.doc.htm</a><a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2011/gacol3225.doc.htm">http://www.un.org/News/Press/docs/2011/gacol3225.doc.htm</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref4">[iv]</a><a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2011/gacol3225.doc.htm">http://www.un.org/News/Press/docs/2011/gacol3225.doc.htm</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref5">[v]</a><a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-2261616/Britain-set-military-presence-Falkland-Islands.html">http://www.dailymail.co.uk/news/article-2261616/Britain-set-military-presence-Falkland-Islands.html</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref6">[vi]</a><a href="http://www.telam.com.ar/notas/201303/10484-cameron-rechazo-los-dichos-de-bergoglio-sobre-malvinas-la-fumata-blanca-sobre-las-islas-fue-muy-clara.html">http://www.telam.com.ar/notas/201303/10484-cameron-rechazo-los-dichos-de-bergoglio-sobre-malvinas-la-fumata-blanca-sobre-las-islas-fue-muy-clara.html</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref7">[vii]</a><a href="http://economia.terra.com.co/noticias/noticia.aspx?idNoticia=201005071844_AFP_184400-TX-LUF52">http://economia.terra.com.co/noticias/noticia.aspx?idNoticia=201005071844_AFP_184400-TX-LUF52</a></p>
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<p><a title="" href="#_ednref8">[viii]</a><a href="http://www.lapresse.it/mondo/nord-america/usa-john-kerry-a-londra-per-prima-tappa-tour-in-europa-e-medioriente-1.290119">http://www.lapresse.it/mondo/nord-america/usa-john-kerry-a-londra-per-prima-tappa-tour-in-europa-e-medioriente-1.290119</a></p>
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		<title>SIRIA: VECCHI INGANNI, NUOVI SCENARI</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 17:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[La questione siriana sta prendendo una via decisamente preoccupante che non  lascia presagire nulla di buono. Non è la prima volta che vediamo uno stato sovrano con un legittimo governo al centro di attacchi fisici od indiretti volti a destabilizzarne l’impianto istituzionale e sociale[1]. Lo spettro di un attacco fisico portato avanti sul territorio siriano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-vecchi-inganni-nuovi-scenari/19424/" title="SIRIA: VECCHI INGANNI, NUOVI SCENARI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/senza_titolo19.3alof1sdnc4k0oo84wc08o40k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="71" alt="SIRIA: VECCHI INGANNI, NUOVI SCENARI" ></div></a><p><font size="2">La questione siriana sta prendendo una via decisamente preoccupante che non  lascia presagire nulla di buono. Non è la prima volta che vediamo uno stato sovrano con un legittimo governo al centro di attacchi fisici od indiretti volti a destabilizzarne l’impianto istituzionale e sociale<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. Lo spettro di un attacco fisico portato avanti sul territorio siriano era da molto tempo nell’aria, come allo stesso modo aleggia da molto tempo la prospettiva di un attacco contro la Repubblica Islamica dell’Iran. L’invenzione, tutta occidentale, di un “esercito libero siriano” composto perlopiù da traditori, criminali locali e mercenari delle più disparate nazionalità<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>, ci porta quantomeno a interrogarci sui “valori” portati avanti da questi loschi individui ben prezzolati. Come per il conflitto in Iraq, abbiamo assistito e assistiamo di continuo a continue pressioni da parte dei media controllati dai gruppi di potere dell’informazione, che esortano alla guerra contro il nemico Bashar Al-Assad con accuse palesemente false<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>. </p>
<p>Fin troppo evidente l’accusa portata avanti in questi ultimi mesi, relativa all’impiego di armi chimiche da parte del governo siriano nella repressione dei rivoltosi: è notizia di poco fa che a quanto pare i cosiddetti “ribelli” sarebbero stati gli unici ad impiegare armi chimiche sul territorio siriano; da qui la domanda: se in Siria non sono presenti armi chimiche, almeno in dotazione tra le file dell’esercito regolare, chi ha fornito questi armamenti ai terroristi che agiscono contro lo stato legittimo di Bashar Al-Assad?<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> Per restare ancora più sconcertati bisogna pensare all’attacco portato avanti da Israele allo stato siriano. 48 ore di terribili bombardamenti senza alcuna apparente giustificazione non sono abbastanza per far levare voci di dissenso da alcuna organizzazione per i diritti umani<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>. Di sicuro i danni, per quanto gravi, fatti dall’aviazione bellica israeliana non stanno minimamente scalfendo i risultati portati avanti dalle truppe regolari nelle operazioni di ripristino di sicurezza sulle zone in mano ai ribelli: notizia di poco fa, per esempio, che la zona a sud di Aleppo è stata bonificata dall’attività terroristica è stata sradicata<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>. L’esercito siriano, quanto a combattività, riuscirà sicuramente a tener testa ai gruppi di sovversivi che infestano ancora la nazione siriana; il vero pericolo potrebbe, però, derivare da un attacco via terra portato avanti dall’esercito israeliano con la compiacenza e l’appoggio degli USA e quindi anche con l’avallo dell’ONU.</p>
<p>A questo punto lo scenario sarebbe destinato a complicarsi ulteriormente, dal momento che a fianco della Siria, oltre a Hezbollah, verrebbe trascinato nel bel mezzo del conflitto lo stesso Iran, cioè l’obiettivo di sempre delle democrazie occidentali, che fin dal 1979 hanno inutilmente tentato di impossessarsi nuovamente della nazione dopo la rivoluzione di Khomeini e la cacciata dello Scià al servizio degli stati occidentali. L’attacco alla Siria costituisce probabilmente il pretesto per conquistare nuove zone a livello geostrategico e sostituire governi anti-imperialisti con governi fantoccio collaborazionisti come nel caso delle petromonarchie, come il Qatar<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>, vincolate da strettissimi rapporti con USA e l’alleato regionale Israele. Destabilizzando l’intera regione ed inducendo di fatto l’Iran ad un intervento, la cartina geopolitica verrebbe di fatto ridisegnata con un equilibrio a favore degli USA. Siria ed Iran, in questo momento hanno il delicato compito di evitare che si formi una faglia di frattura tra la zona NATO e quella asiatica, a vantaggio degli esportatori della <i>geopolitica del caos</i>. Gli sviluppi dei prossimi mesi potranno forse chiarire la reale direzione e le reali intenzioni degli USA e di Israele, sperando vivamente che non si ripeta uno scenario iracheno amplificato in tutta la regione.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> <a href="http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_05/attacco-israeliano-siria-punti-chiave_52297a6c-b52c-11e2-86df-caa1160f5c6a.shtml">http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_05/attacco-israeliano-siria-punti-chiave_52297a6c-b52c-11e2-86df-caa1160f5c6a.shtml</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&amp;id=20304">http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&amp;id=20304</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> <a href="http://www.arezzoweb.it/notizie/speciale.asp?idnotizia=86058">http://www.arezzoweb.it/notizie/speciale.asp?idnotizia=86058</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> <a href="http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_06/siria-del-ponte-armi-chimiche-usate-da-ribelli_3b5234e0-b636-11e2-9456-8f00d48981dc.shtml">http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_06/siria-del-ponte-armi-chimiche-usate-da-ribelli_3b5234e0-b636-11e2-9456-8f00d48981dc.shtml</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> <a href="http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_05/siria-esplosione-damasco-attacco-israele_5991f79e-b517-11e2-bb5d-f80cf18001da.shtml">http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_05/siria-esplosione-damasco-attacco-israele_5991f79e-b517-11e2-bb5d-f80cf18001da.shtml</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> <a href="http://www.statopotenza.eu/7109/le-forze-siriane-alloffensiva-da-damasco-al-mediterraneo">http://www.statopotenza.eu/7109/le-forze-siriane-alloffensiva-da-damasco-al-mediterraneo</a><br />
(Per informazioni aggiornate in tempo reale rimandiamo al canale di “Stato &amp; Potenza” su Facebook)</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Si veda il libro: “Qatar – l’assolutismo del XXI secolo” di Alessandro Lattanzio <a href="http://www.cese-m.eu/cesem/2013/01/qatar-lassolutismo-del-xxi-secolo-nuovo-libro-cesem/">http://www.cese-m.eu/cesem/2013/01/qatar-lassolutismo-del-xxi-secolo-nuovo-libro-cesem/</a></p>
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		<title>LA NATO È UN’ALLEANZA UTILE ALL’EUROPA? QUALITÀ E QUANTITÀ DEI COSTI MILITARI</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 17:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell’approfondire le spese e lo sforzo militare di un Paese è possibile incontrare numerose difficoltà e approcci di diverso tipo. In linea generale, essendo l’attività militare fondamentale per la gestione della politica estera e i rapporti internazionali, non è possibile accettare un approccio meramente economicista, basato cioè solo sui bilanci. Sebbene soprattutto in periodi critici [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-nato-e-unalleanza-utile-alleuropa-qualita-e-quantita-dei-costi-militari/19421/" title="LA NATO È UN’ALLEANZA UTILE ALL’EUROPA? QUALITÀ E QUANTITÀ DEI COSTI MILITARI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/index_decoup_021.72vr5dqqa7c4c0ko0go880ckc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="85" alt="LA NATO È UN’ALLEANZA UTILE ALL’EUROPA? QUALITÀ E QUANTITÀ DEI COSTI MILITARI" ></div></a><p><font size="2">Nell’approfondire le spese e lo sforzo militare di un Paese è possibile incontrare numerose difficoltà e approcci di diverso tipo. In linea generale, essendo l’attività militare fondamentale per la gestione della politica estera e i rapporti internazionali, non è possibile accettare un approccio meramente economicista, basato cioè solo sui bilanci. Sebbene soprattutto in periodi critici da un punto di vista economico e sociale è importante rivedere alcune priorità, non è possibile valutare pro e contro di una gestione militare soltanto attraverso i dati della spesa pubblica. E’ fondamentale invece valutare la qualità di quella spesa; questa evidenza vale per ogni tipo di spesa statale e a maggior ragione per quella militare che non ha un valore esclusivamente materiale, ma comporta scelte strategiche e, a cascata, economiche, sociali, politiche.</p>
<p>La spesa militare italiana secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) è per il 2012 di 26 miliardi di euro, pari all’1,7% del Pil. I dati militari in realtà dovrebbero essere presi con il beneficio del dubbio, altre fonti indicano la spesa reale italiana di circa 17 miliardi di euro, quello però confermato da tutti è il trend sul lungo periodo. Se in Italia i bilanci della difesa sono quindi scesi dal 2% del Pil di circa dieci anni fa, così come sono scesi ovviamente quelli degli Stati periferici europei in crisi (insieme a Roma, Madrid, Atene, Lisbona), siamo di fronte ad una sostanziale conferma per i bilanci dei grandi Paesi centrali europei e un incremento invece per Stati Uniti e Paesi emergenti.</p>
<p>La questione però non è per l’appunto quantitativa, ma qualitativa. La spesa militare è come ogni spesa e forse più di altre necessaria, ma quello che si compie con questo denaro impiegato e investito è il fulcro della questione.</p>
<p>La politica estera italiana ed europea degli ultimi decenni, a parte situazioni di particolare vantaggio come la <i>guerra fredda</i> (essendo l’Italia sulla cortina, in cambio della fedeltà agli Usa venne lasciata libera nello svolgere la politica ne Mediterraneo) non ha brillato particolarmente. Anzi, come possiamo vedere apertamente oggi, ha portato il continente dall’essere un faro e un esempio mondiale, ai margini della geopolitica mondiale. Come è potuto accadere se la spesa comune è più elevata che non in altre aree del pianeta? Incompetenza? Non è questa la spiegazione.</p>
<p>Attraverso la coalizione geopolitica che risponde al nome di Trattato del Nord Atlantico (Nato), viene gestita la politica estera dell’intero continente europeo. Basti pensare che fatta di circa 1750 miliardi di dollari la spesa militare mondiale nel 2012, oltre 1000 miliardi (circa il 57% del totale) è fatto dai bilanci dei membri dell’Alleanza Atlantica. Ma per fare cosa? Chiaramente essendo la guida della Nato stretta in mani statunitensi, che a loro volta rimangono indiscutibilmente la super potenza militare con il 40% delle spese globali (682 miliardi) seguiti ad abissale distanza dalla Cina (166 miliardi), la politica che la Nato segue è affine all’elaborazione strategica e geopolitica nord americana. Ed è qui che si evidenzia il <i>vulnus</i> delle spese militari, non solo in sprechi o esagerazioni: quasi il totale ammontare della spesa militare italiana ed europea è utilizzata per finanziare strategie nord atlantiche che nulla hanno a che vedere con gli interessi del continente.</p>
<p>E non si parla soltanto del mantenimento negli Stati europei di centinaia e centinaia di basi militari Usa/Nato, che sono una spesa accollata alla cittadinanza ospitante (questo vale soprattutto per la Germania o il Giappone), dell’utilizzo che se ne potrebbe fare altrimenti e dei danni economici legati a quelli ambientali e alla salute. E neppure del budget civile Nato per il mantenimento di uffici, burocrazia e simili sempre sulle spalle dei cittadini europei (1).</p>
<p>Proprio l’utilizzo di gran parte della spesa militare per garantire le strategie della Nato, organizzazione che vogliamo approfondire tramite questa analisi, sarebbe come minimo da ridiscutere. Per mantenere il proprio status di super potenza in tempo di crisi, con potenze emergenti dai vertiginosi incrementi di Pil, gli Stati Uniti devono vedersi garantito lo sforzo congiunto degli alleati dell’Alleanza. Per esempio proprio nel 2012 la Nato ha cancellato esborsi per le basi militari degli alleati europei, mantenendo però quelli verso le basi Usa: in questo modo la Nato non contribuisce alle spese delle basi italiane utilizzate per le proprie missioni (per esempio la guerra alla Libia), mentre l’Italia contribuisce alle spese delle basi Usa in Italia.</p>
<p>C’è un termine che torna nella storia dello sviluppo occidentale angloamericano, ossia il fardello, il “burden”: dal “fardello dell’uomo bianco” colonialista, al “burden sharing” condivisione del fardello chiesta da Kennedy per lo sviluppo europeo; oggi più che negli anni passati torna l’interesse statunitense per la condivisione del fardello, l’utilizzo delle spese militari per assicurare il vantaggio su ogni continente alla Nato stessa, di cui si preoccupa anche il segretario generale Rasmussen (2). Ma rientra questo negli interessi italiani ed europei? E inizialmente, che cos’è la Nato e come si rapporta con gli alleati?</p>
<p>Come porsi poi dinanzi alla presenza nel nostro territorio di un centinaio circa di bombe nucleari controllate dagli stessi Stati Uniti, sebbene l’Italia abbia firmato il Trattato di non proliferazione, è uno dei tanti aspetti su cui una riflessione sarebbe d’obbligo, così come sull’utilizzo dello stesso territorio italiano per operazioni militari controproducenti per la stessa Italia.</p>
<p>In un sistema accademico, culturale, politico che non è erroneo definire estremista, nessuno di questi argomenti è mai stato toccato seriamente dai vertici istituzionali. Covano ad un livello inferiore, ma non vengono mai affrontati in quanto la stesso assetto politico è fondato su uno <i>status quo</i> vitale per alcuni poteri. Oggi però la crisi economica ci pone anche davanti a possibilità, sfide o semplicemente necessità, che l’estremismo ideologico non dovrebbe e non potrà contenere. C’è assoluto bisogno per l’Italia e per l’Europa di svincolarsi da strategie controproducenti che vedono nemici nel cuore della massa eurasiatica e che quindi hanno lo scopo di dividerla. E’ assolutamente necessario riavviare il dibattito, per lo meno accademico, sull’utilità e l’opportunità di fornire risorse e uomini a strategie dubbie ed elaborate lontano dal continente europeo.</p>
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<p>*<b><i>Matteo Pistilli è vice presidente del Cesem e redattore di “Eurasia, rivista di studi geopolitici”. </i></b></p>
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(1) Per fare un esempio il documento ufficiale Usa del 2004 stimava il contributo italiano agli sforzi statunitensi di circa 2,3 miliardi di euro; stima da considerare residuale in quanto riguarda solamente stime sulle operazioni ufficiali senza prendere in considerazione costi aggiuntivi, costi opportunità e quant’altro.</p>
<p>(2) Se dovessero essere tagliate le spese degli alleati “non saremo in grado di difendere la sicurezza da cui dipendono le nostre società democratiche e le nostre prospere economie” dice nel 2012 ad un Summit Nato; “Rischiamo di avere, a oltre vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un’Europa debole e divisa” confermando che è proprio in Europa l’interesse della coalizione atlantica.</p>
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<p><em><strong>Questo articolo è la premessa dell’analisi del Cesem “Nato: un’alleanza da ripensare” che è possibile leggere qui: <a href="http://www.cese-m.eu/cesem/2013/05/nato-unalleanza-da-ripensare/">http://www.cese-m.eu/cesem/2013/05/nato-unalleanza-da-ripensare/</a></strong></em></p>
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		<title>GLI ESTENSI E L&#8217;EUROPA DELL&#8217;EST</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 14:48:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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