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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>BRICS: stato e prospettive</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 18:54:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il gruppo dei paesi BRICS, nato come conseguenza dei profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale, è uscito ormai dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta un’influente struttura internazionale. Esso sta rapidamente acquisendo potere sia come promotore delle riforme dei meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, sia come importante forum macroeconomico. La maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/brics-stato-e-prospettive/15863/" title="BRICS: stato e prospettive"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/brics_thumb1_5s34w8j0wdgk08wccosgkcgk_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1_3myeqrno20kkck8c8sw0ocgos_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_.eccn5bqpdm0o4k80oo04co4ok.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="BRICS: stato e prospettive" ></div></a><p><font size="2"><em>Il gruppo dei paesi BRICS,</em> <em>nato come conseguenza dei profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale, è uscito ormai dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta un’influente struttura internazionale. Esso sta rapidamente acquisendo potere sia come promotore delle riforme dei meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, sia come importante forum macroeconomico. La maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale.</em><em></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il gruppo dei paesi BRICS, del cui impatto sui processi mondiali e delle cui prospettive oggi si discute tanto, è nato quale conseguenza di profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale.</p>
<p>I processi di globalizzazione che hanno investito tutto il mondo alla fine del secolo scorso non solo hanno esercitato una enorme influenza sull’economia mondiale, ma hanno prodotto cambiamenti radicali nel clima politico del pianeta, nelle relazioni internazionali, nella sfera politica, militare, dell’informazione, umanitaria, nella cultura mondiale. Si è fatta sentire sempre più la voce dei paesi in via di sviluppo e dei paesi ad economia in fase di transizione ai modelli di mercato. D’altra parte, anche se in seguito alla globalizzazione il tenore di vita in molti paesi è aumentato alquanto, il divario tra i paesi “poveri” e quelli “ricchi” ha continuato a crescere. Come è stato più volte notato, tale divario e la combinazione della povertà e del libero accesso ai flussi d’informazione possono dar luogo ad una miscela esplosiva. Non è, forse, ciò che succede oggi nei paesi arabi del Vicino Oriente e del Nordafrica? I paesi del “miliardo d’oro” sentono sempre più la pressione dei paesi in via di sviluppo e di quelli poveri. Tale pressione diventa sempre più tangibile, e viene accentuata da tutta una serie di fattori.</p>
<p>Primo, la limitatezza delle risorse naturali e il loro impoverimento, in particolare di quelle energetiche non rinnovabili, nonché dell’acqua potabile, dei viveri (proteine vegetali e animali), da un lato, e il pompaggio da parte dei paesi industrializzati di risorse di ogni genere appartenenti ad altri paesi, mentre il contributo dei paesi industrialmente sviluppati al PIL mondiale si sta gradualmente riducendo. Si tratta non solo delle risorse naturali, ma anche di quelle intellettuali e di lavoro. Si capisce che nei paesi in via di sviluppo cresce il timore di rimanere, in fin dei conti, “con un pugno di mosche”, alla periferia del processo tecnologico mondiale.</p>
<p>Secondo, la non corrispondenza del sistema internazionale giuridico e di quello economico-finanziario globale a nuove condizioni di esistenza e di sviluppo della civiltà, ad un nuovo clima delle relazioni internazionali.</p>
<p>Il terzo fattore è l’ideologia di egemonismo statale cui si ispirano gli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, sentendosi l’unica superpotenza al mondo. In realtà hanno scelto la strada diretta all’ottenimento dell’egemonia a livello mondiale anche se in confezione moderna, camuffata con discorsi sui principi democratici e i valori umanitari.</p>
<p>Ben presto è divenuto evidente per tanti che la strategia di unilateralismo seguita dagli Usa nella politica mondiale, rafforzata dalla potenza economica e dalla gigantesca forza militare, può far imboccare al mondo una strada che non porta da nessuna parte, può trasformarlo in una “fattoria” come quella descritta nel libro di George Orwell, <em>Animal Farm: A Fairy Story</em>,<em> </em>in cui vige il principale comandamento: <em>”Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”</em>. Si trattava, né più né meno, di un’altra rivoluzione a livello mondiale. <em>“I nostri sforzi si devono estendere oltre ai nostri confini,</em> &#8211; diceva il presidente americano Clinton in uno dei suoi messaggi annuali al congresso, &#8211; <em>per guidare la rivoluzione che spazzi via barriere e formi nuovi legami tra gli stati e tra le persone, tra i sistemi economici e tra le culture”.</em> La stessa idea della “rivoluzione democratica globale” cercava di realizzarla anche il presidente George W. Bush Junior. Dove ha portato una tale politica lo hanno mostrato l’Irak, l’Afganistan e le rivolte del 2011 nei paesi dell’Oriente arabo.</p>
<p>È estremamente pericoloso anche l’orientamento unilaterale dell’economia mondiale al dollaro americano, qualsiasi oscillazione del quale, dovuta a operazioni speculative, a calamità naturali, a catastrofi tecnologiche, all’acuirsi della situazione internazionale, in particolare nelle aree del mondo produttrici di energia, all’interruzione di comunicazioni transcontinentali o perfino ai disguidi nella rete telematica mondiale, può provocare crolli di portata globale.</p>
<p>Non c’è da meravigliarsi che in varie parti del mondo stiano crescendo forze politiche, movimenti, partiti, unioni interstatali che cercano di cambiare l’ordine esistente, di renderlo più adeguato alle condizioni odierne e alle prospettive immediate e, in fin dei conti, di difendere con più efficacia gli interessi nazionali.</p>
<p>Va notato anche che i processi di globalizzazione economica hanno portato alla situazione in cui la crescita industriale dei paesi sviluppati che dominano finora sul nostro pianeta sta rallentando. Tali processi diventano irreversibili. Lo sviluppo dei paesi ad economia in crescita accelerata è impedito dai meccanismi obsoleti di regolamentazione globale e da una certa cristallizzazione delle istituzioni internazionali che furono create in condizioni del tutto diverse e con finalità, bisogna pur confessarlo, dirette prevalentemente alla tutela degli interessi dei paesi sviluppati. Ma oggi il paesaggio economico-finanziario è sostanzialmente cambiato, in particolare grazie alla crescita dei grandi stati ad economia in fase di transizione verso i modelli di mercato. In tali condizioni lo schema di regolamentazione globale ha cominciato a manifestare non solo semplici inconvenienti, ma dimostra sempre più spesso l’incapacità di funzionare debitamente.</p>
<p>Di solito l’origine del gruppo interstatale noto oggi come BRICS viene riferita all’analista Jim O’Neill, che nel novembre 2011 battezzò quattro paesi emergenti che si sviluppano a ritmi accelerati – Brasile, Russia, India e Cina &#8211; con l’acronimo BRIC. Ma ciò significa che “in principio c’era la parola”? Niente affatto. La vita stessa, la logica dello sviluppo mondiale hanno fatto nascere processi di attrazione dei paesi che, da una parte, hanno cominciato a dimostrare ritmi accelerati di crescita economica: nel periodo tra il 2000 e il 2008 i quattro paesi in questione hanno contribuito per il 50% alla crescita economica mondiale; verso il 2014, secondo certe stime, questo indice dovrebbe aumentare di un altro 10%. D’altra parte, l’avvicinamento dei paesi BRICS &#8211; paesi chiave dell’Asia e di tutto il continente euroasiatico, dell’America Latina, dell’Africa – testimonia del fatto che l’area euroatlantica (Europa occidentale più America del Nord) sta perdendo gradualmente il suo status informale di “quartier generale geopolitico” del mondo contemporaneo. Anche nel rapporto del NIC (<em>National Intelligence Council</em>) degli USA “Mondo dopo crisi. Tendenze globali -2025: mondo in evoluzione” si nota il perdurare “del trasferimento senza precedenti delle relative ricchezze e dell’influenza economica dall’Occidente all’Oriente”.</p>
<p>Nel periodo 2006-2010, nell’ambito del BRIC/BRICS si sono tenuti sei incontri a livello dei ministri degli esteri (oltre al gruppo dei viceministri costituitosi col secondo incontro dei capi della diplomazia dei “quattro”, nel settembre del 2007 a New York). Diventano regolari gli incontri dei ministri delle finanze e di quelli dell’agricoltura.  All’incontro dei ministri degli esteri a Ekaterinburg nel maggio del 2008 sono state tracciate le direttrici della collaborazione dei paesi BRIC: diritto internazionale, ricostruzione del sistema economico-finanziario mondiale, sicurezza globale nel campo di armamenti, clima, energia, generi alimentari, antiterrorismo [1].</p>
<p>Il primo incontro di lavoro dei capi di stato dei paesi BRIC nel formato dei “quattro” si è tenuto nel luglio 2007 in Giappone. Due anni dopo, nel giugno 2009, a Ekaterinburg si è tenuto il primo vertice ufficiale del BRIC. Il secondo vertice si è svolto nell’aprile 2010 in Brasile, dove è stato firmato il memorandum di cooperazione tra gli istituti  pubblici finanziari nel campo di sviluppo e di sostegno alle esportazioni degli stati membri del BRIC. Ambedue i vertici erano dedicati principalmente all’esame dei problemi relativi alla crisi economico-finanziaria, alle norme e principi vigenti nella gestione dell’economia e del sistema finanziario mondiale. Come è noto, i paesi dei “quattro” hanno vissuto la crisi degli anni 2008-2009 senza particolari sconvolgimenti e con più successo rispetto ai paesi avanzati, mantenendo abbastanza alti i ritmi di sviluppo economico, che sono impressionanti sullo sfondo della stagnazione dei centri tradizionali dell’economia mondiale. I paesi del BRIC hanno cominciato a svolgere un ruolo sempre più marcato nella lotta alle consequenze della crisi finanziaria nell’ambito del G20, nella politica finanziaria e monetaria globale. Tutto sommato, la crisi ha dato un nuovo impulso allo sviluppo dei rapporti tra i paesi del BRIC e senza dubbio ha aumentato la forza d’attrazione del gruppo verso altri paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Già al terzo vertice, in Cina nell’aprile 2011, al gruppo ha aderito la Repubblica del Sud Africa. È interessante che il rapporto del NIC (<em>National Intelligence Council</em>) degli USA “Mondo dopo crisi. Tendenze globali -2025: mondo in evoluzione”, pubblicato nel 2009, presentava quale uno degli scenari globali di sviluppo del mondo multipolare una distruzione del BRIC.</p>
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<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che cosa è il BRICS oggi, quali sono le sue prospettive e  opportunità nella correzione dei meccanismi internazionali esistenti nella sfera politica ed economico-finanziaria e, più in generale, nel risanamento dell’economia mondiale malata e del sistema finanziario mondiale?</p>
<p>Oggi i paesi del BRICS rappresentano quasi la metà della popolazione del pianeta e occupano un quarto della terraferma, producono quasi un quarto del totale mondiale del gas e un quinto del totale mondiale del petrolio, possiedono un terzo delle terre arabili, quasi il 40% delle riserve valutarie e in oro, il loro PIL è pari al 23% del PIL mondiale e la loro quota nel commercio mondiale costituisce il 16%. Secondo i dati del WTO nel 2009 la quota dei paesi BRIC nelle esportazioni mondiali era pari al 14,5% (di cui il 9,6% &#8211; la Cina) e  all’8,4% nei servizi (di cui il 3,8% &#8211; la Cina). [2]</p>
<p>Si tratta di cifre impressionanti. Esse dimostrano che il potenziale del BRIC è enorme, in particolare sul piano economico. È chiaro che il rafforzamento dei rapporti di associazione tra di loro può cambiare radicalmente il sistema attuale di relazioni macroeconomiche. Bisogna tener presente che i paesi BRICS dispongono non solo delle risorse necessarie per sopravvivere indipendentemente dai paesi sviluppati, ma anche per uno sviluppo attivo. L’insieme delle loro economie garantisce l’autosufficienza nei principali settori dell’economia mondiale – nelle risorse naturali, comprese le materie prime energetiche (petrolio, gas, carbone), nel settore agricolo, nella produzione industriale e nelle alte tecnologie. Questi paesi sono avvantaggiati anche dalla presenza di risorse intellettuali e di lavoro a buon mercato.</p>
<p>Respingendo con la propria politica e col fatto stesso della loro esistenza l’idea di un mondo unipolare, i paesi del gruppo BRICS, al contempo, non desiderano diventare un nuovo centro di forza globale. Dialogo e cooperazione con altri stati ed alleanze, ma non confronto; partenariato e concorrenza d’affari, ma non pressione: ecco la linea principale che essi seguono nell’arena internazionale. Proponendo un proprio programma di riforma per il FMI e la Banca mondiale, i paesi del gruppo BRICS partono non solo dai propri interessi, ma tengono anche conto degli interessi di tutti i paesi in via di sviluppo, in fase di transizione verso le economie di mercato. C’è da sperare che proprio una tale linea coordinata sarà seguita dal gruppo BRICS all’importante vertice G20 nel novembre 2011 in Francia, il che produrrà, in ultima analisi, frutti positivi per l’economia e finanze mondiali.</p>
<p>Si esprime spesso il parere (a nostro avviso, ben fondato) che i paesi BRICS trasformeranno, in un modo o nell’altro, la loro crescente potenza economica e l’influenza sulla sfera economico-finanziaria globale nel capitale politico e faranno indebolire l’influenza dei paesi del “miliardo d’oro”. In tal caso, il mondo non deve attendersi di fare ritorno all’epoca di Kipling ed al suo “l’Ovest è l’Ovest, l’Est è l’Est, e non si sposteranno da dove stanno”? Il rafforzamento e l’allargamento di questo gruppo di paesi, la crescita della sua potenza economica e dell’influenza politica non rappresentano una minaccia di un nuovo confronto globale?</p>
<p>Riteniamo che tali preoccupazioni siano prive di ogni fondamento. Le guide dei paesi BRICS hanno più volte dichiarato che non intendono creare un’alleanza politica, tanto meno un’alleanza politico-militare, che serva da alternativa, ad esempio, alla NATO. “La nostra collaborazione, sottolinea la Dichiarazione finale del vertice 2011, non è diretta contro nessun paese terzo. Siamo aperti all’estensione dell’interazione e della cooperazione con gli stati che non fanno parte del BRICS, &#8230; nonché con rispettive organizzazioni internazionali e regionali”.</p>
<p>Allo stesso tempo, non si può ritenere che i paesi del gruppo BRICS, nella loro attività comune puntando principalmente ai problemi economici del mondo contemporaneo, abbiano scelto come uno dei principi guida quello della passività politica assoluta. È difficile che oggi si possa tracciare un limite tra una grande economia e una grande politica. Per creare un ordine mondiale più equilibrato e più equo nel campo economico e nella finanza mondiale, i paesi del gruppo BRICS devono farsi valere, elevare il livello della loro partecipazione anche ai processi decisionali della politica mondiale. A questo riguardo va notato che il peso del loro parere nell’adozione di importanti decisioni attinenti all’economia e alla politica mondiale sta costantemente crescendo, al che contribuiscono sia la crescita delle loro economie, sia il livello di cooperazione tra gli stati membri BRICS, che sta aumentando. Il peso politico del gruppo BRICS è rafforzato anche dal fatto che due dei suoi partecipanti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, mentre altri tre stati sono considerati seri candidati alla qualità di membri nello stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU in vari scenari di riforma della più importante organizzazione internazionale. È del tutto logico che negli ultimi tempi i paesi del BRICS cerchino di elaborare una presa di posizione concordata su alcuni problemi politici di attualità.</p>
<p>Così, ad esempio, al vertice 2011 essi hanno esaminato la situazione nel Vicino Oriente, nel Nordfrica e nell’Africa occidentale e, in particolare, in Libia. Hanno sottolineato l’inaccettabiltà della linea dei paesi NATO partecipanti all’operazione militare in Libia, che stanno cercando di sostituire le risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di Sicurezza sulla Libia coi loro propri obiettivi: intervento umanitario e abbattimento del regime di Gheddafi. Il conflitto in Libia deve essere risolto senza l’uso della forza, con metodi politici e diplomatici, &#8211; sottolinea la Dichiarazione approvata al termine del vertice, mentre gli stati BRICS devono consolidare il coordinamento delle loro azioni nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Dichiarazione dei paesi BRICS sulla Libia di per sé non avrà sensibilizzato tanto l’opinione pubblica mondiale, ma conta molto il fatto stesso della sua apparizione, il fatto che, come scriveva il quotidiano italiano “La Repubblica”, per la prima volta i paesi “emergenti” ad economia in sviluppo hanno parlato sull’arena internazionale con voce comune.</p>
<p>Tuttavia non bisogna pensare che gli orizzonti del BRIC siano assolutamente sereni. Sulla via di strutturazione dei ”cinque” esiste tutta una serie di ostacoli molto seri.</p>
<p>Anzitutto bisogna riconoscere che i paesi dei “cinque” non hanno una base politica consolidata, tranne l’unità delle loro posizioni sulla non accettabilità del mondo unipolare. Non favoriscono il consolidamento delle loro posizioni le loro diverse preferenze politiche, diversi approcci nella definizione del corso strategico nelle nuove condizioni, nonché le contraddizioni interne.</p>
<p>Così, gli analisti del menzionato rapporto del NIC (<em>National Intelligence Council</em>) degli USA considerano che una di tali contraddizioni sia la competizione tra la Cina e l’India nel campo delle forniture energetiche, il che potrebbe portare a contrasti tra di loro. Secondo gli analisti la probabilità di un tale conflitto aumenterebbe nella misura in cui aumenteranno le difficoltà nell’accedere alle risorse che diminuiscono, nonché in seguito al confronto su altri problemi, in particolare, ad esempio, sulle nuove barriere commerciali.</p>
<p>Esistono anche problemi nei rapporti tra la Russia e la Cina. Malgrado le trattative pluriennali, le società russe e quelle cinesi non sono riuscite a raggiungere un accordo sui prezzi di importazione del gas naturale dalla Russia in Cina. I dirigenti cinesi e russi hanno annunciato più volte imponenti transazioni petrolifere e di gas che non sono mai state concluse. Un altro problema che oscura i rapporti bilaterali sono gli investimenti reciproci limitati (alla fine del 2009 il volume complessivo degli investimenti non finanziari della Cina nell’economia russa è stato pari a due soli miliardi di dollari).</p>
<p>La politica regionale della Russia e della Cina coincide raramente. Pechino e Mosca seguono prevalentemente linee autonome  indipendenti nei confronti della situazione nella penisola coreana ed a Taiwan, nonché nei confronti del Giappone. Nell’Asia meridionale la Russia e la Cina occupano in sostanza posizioni diametralmente opposte in importantissime questioni.</p>
<p>Per ora il gruppo BRICS non ha di fatto una precisa struttura organizzativa, né ha progetti in comune in molti campi; in alcuni problemi chiave i loro interessi si intersecano. Così, ad esempio, nella sfera economica i paesi BRICS per ora stanziano pochi mezzi per iniziative multilaterali collettive, offrono l’assistenza finanziaria per lo sviluppo prevalentemente su basi unilaterali o bilaterali, non mostrano troppa voglia di assumere impegni corporativi e di rinunciare alla loro influenza individuale. Lo sviluppo del commercio dei “cinque” è ostacolato dall’assenza di una zona di libero scambio e della partecipazione comune all’OMC. Gli stati associati più importanti della maggioranza dei paesi BRICS sono, di regola, quelli che non fanno parte del gruppo stesso.</p>
<p>Bisogna anche tener presente che è difficile che i paesi BRICS agiscano per indebolire il dollaro, perché il crollo della moneta americana colpirà duramente anche gli interessi della stessa alleanza emergente. Tutti i paesi membri detengono le loro enormi attività in dollari, comprese le obbligazioni di stato americane appartenenti alla Cina per molti miliardi. Così, anche se è evidente l’aspirazione dei paesi BRICS all’indipendenza dall’Occidente sul piano economico, il collegamento sensibile delle loro economie con gli USA durerà per molto tempo.</p>
<p>La non coincidenza degli interessi dei paesi membri BRICS nella sfera economica impedisce spesso la loro collaborazione nel campo delle relazioni internazionali. Così ad esempio la Cina contrasta il rafforzamento dell’India, la quale a sua volta è il suo potenziale nemico nel campo della sicurezza, essendo contraria alla sua partecipazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU quale membro permanente di questo. L’India e la Russia sono preoccupate per le crescenti potenzialità militari della Cina, che potrebbero nel lungo periodo diventare una minaccia per la loro sicurezza nazionale ecc. .</p>
<p>Come si vede, non sono poche le contraddizioni esistenti tra i paesi BRICS. Per questo il gruppo non riuscirà a diventare un’organizzazione potente e ben articolata nella prospettiva immediata. Ma trattasi di un gruppo di grandi stati ad economie in sviluppo accelerato, che hanno un’incontestabile influenza politica e rappresentano vari continenti del mondo, sicché crescerà la loro pressione sui processi economici globali, così come sull’elaborazione di certe decisioni politiche che toccano i loro interessi. Non è da escludere che il BRICS, coll’andar del tempo, si trasformi in un gruppo internazionale simile al G20 o G8, che non prenderà direttamente decisioni “sulle sorti del pianeta”, ma influirà attivamente sulla loro approvazione. Seguendo tale cammino, il gruppo dovrà superare ancora molti ostacoli.</p>
<p>Oggi, a nostro avviso, è assolutamente chiaro che il gruppo BRICS è già uscito dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta una influente struttura internazionale. Creato nei tempi in cui si manifestò la crisi dei precedenti meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, questo gruppo interstatale sta acquisendo rapidamente potere sia come promotore delle riforme di tali meccanismi, sia come importante forum macroeconomico; la maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale. Anche se l’esistenza di questa alleanza non risolverà di per sé il problema di modernizzazione dell’attuale ordine del mondo, il BRICS può diventare coll’andar del tempo parte integrante di un nuovo meccanismo internazionale che sarà fondato su principi più equi e democratici, uno dei più importanti pilastri<em> </em>per la costruzione di un nuovo ordine del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>* Il maggiore generale Vagif Aliovsatovich Gusejnov, membro del Comitato Scientifico di “Eurasia”, è direttore dell&#8217;Istituto di Analisi e Valutazioni Strategiche di Mosca e caporedattore della rivista russa “Vestnik Analitiki”.</em></strong></p>
<div></div>
<div><br clear="all" /></p>
<div>
<p><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>[1] <a href="http://www.memoid.ru/node/Geopoliticheskie_perspektivy_Rossii_v_ramkah_BRIK">http://www.memoid.ru/node/Geopoliticheskie_perspektivy_Rossii_v_ramkah_BRIK</a></p>
<p></font></div>
<div>
<font size="1"><br />
[2] Idem</p>
<p></font></div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
</font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Canale di Suez alla luce della “primavera egiziana”</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 12:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Presidente della Suez Canal Port Authority ha recentemente annunciato che, nonostante la grave crisi economica che ha colpito l’Egitto negli scorsi mesi e la diminuzione del numero di navi che hanno attraversato il Canale, i guadagni provenienti dai traffici nel 2011 sono aumentati di quasi mezzo milione di dollari rispetto all’anno precedente. Il Canale di Suez oltre ad essere una delle più importanti fonti di reddito del Paese è anche un indicatore delle attività commerciali mondiali. Gli interessi vitali che gravitano attorno ad esso coinvolgono, oltre all’Egitto, vari attori della comunità internazionale, a cominciare da Israele e Stati Uniti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-canale-di-suez-alla-luce-della-primavera-egiziana/15860/" title="Il Canale di Suez alla luce della “primavera egiziana”"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/suez_canal021.5aug0zqn3gws8wgog0c88g8kw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="Il Canale di Suez alla luce della “primavera egiziana”" ></div></a><p><font size="2"><em>Il Presidente della </em>Suez Canal Port Authority<em> ha recentemente annunciato che, nonostante la grave crisi economica che ha colpito l’Egitto negli scorsi mesi e la diminuzione del numero di navi che hanno attraversato il Canale, i guadagni provenienti dai traffici nel 2011 sono aumentati di quasi mezzo milione di dollari rispetto all’anno precedente. Il Canale di Suez oltre ad essere una delle più importanti fonti di reddito del Paese è anche un indicatore delle attività commerciali mondiali. Gli interessi vitali che gravitano attorno ad esso coinvolgono, oltre all’Egitto, vari attori della comunità internazionale, a cominciare da Israele e Stati Uniti.</em><em></em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>A livello globale e regionale l’importanza geopolitica e commerciale del Canale di Suez, che tra non molto compirà 150 anni, non può essere sottovalutata. Il Canale è la più breve via di navigazione internazionale che collega il Mar Mediterraneo con Port Said e il Mar Rosso. La sua importanza, dettata in primo luogo dalla particolare posizione geografica, è legata sia all’evoluzione del trasporto marittimo degli ultimi anni (2/3 del commercio mondiale avviene via mare) che del commercio mondiale in generale. Secondo gli ultimi dati ufficiali, quotidianamente passa per il Canale l’8% del commercio mondiale marittimo e circa 2,4 milioni di barili di petrolio. Inoltre, attraverso il gasdotto SuMed, che collega Ein Sukhna sul Golfo di Suez con Sidi Krir sulla costa del Mediterraneo, passa ogni giorno l’equivalente di 2,5 milioni di barili di petrolio (circa il 5,5% della produzione mondiale)<sup>1</sup>. Durante la crisi che ha portato alla caduta di Mubarak è bastato lo spettro della sua chiusura (com’era già accaduto all’inizio della Guerra dei sei giorni del 1967) per influire sul prezzo del greggio, ma l’allarme è rientrato quando la giunta militare ha deciso l’invio di unità speciali a guardia delle sue rive. Gli scenari di crisi ipotizzati sulle gravi conseguenze negative per l’economia marittima a seguito dell’eventuale chiusura del Canale sono drammatici. Di certo verrebbero penalizzati quei paesi, come ad esempio l’Italia, la cui economia dipende completamente dal trasporto marittimo. Questo è già avvenuto tra il 1967 e il 1975, durante i lunghi anni della chiusura del Canale nel corso dei quali sono state adottate strategie alternative e a costi maggiori, sviluppando il trasporto del petrolio con superpetroliere lungo la rotta del Capo di Buona Speranza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei mesi successivi alle rivolte, nel febbraio 2011, è sorto un nuovo caso che ha rotto la monotona routine del Canale di Suez: il transito di due navi da guerra iraniane dirette in Siria ha messo in allarme in primo luogo Israele. Dopo giorni di annunci e smentite, due navi da guerra iraniane sono entrate nel Canale di Suez e si sono dirette verso il Mediterraneo per una missione di addestramento. Era la prima volta in trent’anni che le navi militari iraniane attraversavano il canale. Le relazioni tra Egitto e Iran si sono interrotte dopo la Rivoluzione islamica iraniana del 1979 e con il Trattato di pace tra Egitto e Israele dello stesso anno. Questa operazione, definita una “provocazione” dal Ministro degli Esteri israeliano, è stata considerata il primo passo verso il riavvicinamento tra i due Paesi. In molti hanno visto nell’atteggiamento dell’Iran un tentativo di rompere il suo isolamento e di estendere la sua influenza nel Medio Oriente, in parte anche a causa dell’attuale instabilità del suo alleato principale della regione, la Siria. Questa prospettiva ha allarmato soprattutto gli storici alleati dell’Egitto, l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, ma anche Israele e gli Stati Uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le questioni fin qui esposte inducono a riflettere sulla complessità degli interessi che ruotano attorno al canale di Suez, ed è bene quindi analizzare gli aspetti storico-giuridici correlati per avere un chiaro punto della situazione. L’art. I della Convenzione di Costantinopoli del 29 ottobre 1888 relativa alla libera navigazione del Canale di Suez che ancor oggi ne disciplina il regime di transito recita: “<em>Il Canale marittimo di Suez sarà sempre libero ed aperto, in tempo di guerra come in tempo di pace, ad ogni nave mercantile o da guerra, senza distinzione di bandiera</em>”<sup>2</sup>. Secondo questo accordo (di cui è parte anche l’Italia) il Canale è soggetto ad un regime di demilitarizzazione. Questo significa che nessun atto di ostilità può essere compiuto al suo interno, ma esso può essere usato da nazioni belligeranti, in tempo di guerra, per eseguire azioni in aree esterne. Tale regime fu strettamente osservato nel corso delle due guerre mondiali, ed anche nel 1936 durante la campagna dell’Italia contro l’Etiopia. Al termine della crisi di Suez del 1956 seguita alla nazionalizzazione della Compagnia del Canale da parte del presidente Nasser, l’Egitto s’impegnò con la Dichiarazione del 24 luglio 1957 a “<em>mantenere libero il Canale e non interrompere la navigazione a favore di tutte le Nazioni entro i limiti e in accordo con le previsioni della Convenzione di Costantinopoli del 1888</em>”<sup>3</sup>. L’impegno dell’Egitto a rispettare tale regime non impedì tuttavia di applicare il divieto di transito nei confronti di navi israeliane. Il divieto fu successivamente esteso a qualsiasi carico diretto in Israele, a prescindere dalla bandiera della nave utilizzata per il trasporto, con motivazioni di vario genere riconducibili, in sostanza, alla tesi che il governo egiziano avesse il diritto, in ragione delle ostilità in corso, di adottare misure difensive. La situazione di ostilità tra i due paesi sfociò nel conflitto del giugno 1967, durante il quale Israele occupò la Penisola del Sinai sino alle rive del Canale, mentre l’Egitto bloccò il transito della via d’acqua mediante l’affondamento di quindici navi. Il Canale fu chiuso sino al 1975.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La situazione e le relazioni tra i due Paesi cambiarono con il Trattato di pace del 1979 seguito agli accordi di Camp David tra Sadat, Begin e Carter secondo il quale le “<em>navi di Israele godranno del diritto di libertà di transito attraverso il Canale di Suez e delle sue rotte di avvicinamento lungo il Golfo di Suez ed il Mediterraneo sulla base della Convenzione del 1888…</em>”<sup>4</sup>. Lo stesso Trattato riconosce inoltre che lo Stretto di Tiran ed il Golfo di Aqaba sono vie d’acqua internazionali aperte alla libertà di navigazione di tutte le Nazioni. In aggiunta a questo riconoscimento internazionale dei diritti di Israele, un’ulteriore garanzia è costituita dal Memorandum bilaterale del 1979 con cui gli Stati Uniti, sulla base del Trattato di Pace dello stesso anno, si impegnano ad adottare le misure necessarie a proteggere gli interessi di Israele relativi alla libertà di passaggio nel Canale e alla navigazione nello Stretto di Tiran e nel Golfo di Aqaba. Tali previsioni sono volte in sostanza ad impedire un nuovo blocco marittimo a Israele.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In teoria, quindi, nulla impedisce all’Iran di far transitare proprie navi. A fronte dei diritti di Israele garantiti dagli accordi appena ricordati vi è il generico diritto di cui gode l’Iran, al pari di qualsiasi altra nazione, di avvalersi del regime stabilito dalla Convenzione del 1888. Correttamente, perciò, l’Autorità del Canale ha gestito il caso in modo asettico adottando un basso profilo. Le unità iraniane (una vecchia fregata di costruzione britannica ed una grossa nave appoggio, entrambe dotate di armamento tradizionale) hanno atteso nei pressi di Jedda qualche giorno. Poi sono entrate nel Canale di Suez dirigendosi verso il Mediterraneo per una missione di addestramento ad attività antipirateria in Siria. Apparentemente niente di straordinario, dunque, anche se pare che l’Egitto negli ultimi trent’anni avesse sempre fatto in modo che l’Iran non avanzasse richieste di transito. Da questo punto di vista è chiaro che l’Iran ha abilmente sfruttato la caduta di Mubarak per mettere piede nel Mediterraneo e testare la politica estera del nuovo governo militare egiziano. Peraltro l’Egitto dopo il 1975 ha sempre autorizzato il transito di unità israeliane, compresi i sommergibili classe “<em>Dolphin</em>” dotati di missili balistici diretti nel Golfo Persico. Altro problema è che la presenza iraniana nel Mediterraneo è stata considerata una sfida ravvicinata alla sicurezza di Israele. Ma questo non riguarda il Canale, quanto piuttosto l’assetto geopolitico dello stesso Mediterraneo che, è bene ricordarlo, non è né un mare chiuso come il Mar Nero né una zona smilitarizzata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un mese dopo il passaggio delle navi iraniane, il ministro degli Esteri egiziano, Nabil al-Arabi, e il suo omologo iraniano, Ali Akbar Salehi, hanno espresso pubblicamente la volontà di rilanciare i rapporti tra i loro Paesi. «Egiziani ed iraniani meritano di avere relazioni reciproche che riflettano la loro storia e civiltà: l’Egitto non considera l’Iran come un Paese nemico», ha dichiarato al-Arabi, mentre secondo Salehi «le buone relazioni tra i due Paesi aiuterebbero a riportare la stabilità, la sicurezza e lo sviluppo nell&#8217;intera regione»<sup>5</sup>. Ma a preoccupare maggiormente Israele sono state le successive dichiarazioni del Ministro egiziano, il quale ha riconosciuto Hezbollah come parte del tessuto politico e sociale del Libano ed ha affermato di voler intraprendere relazioni più distese con la Siria e con Hamas. A conferma di ciò, non solo è stato riaperto il valico di Rafah, ma i leader di Hamas si sono incontrati con le autorità egiziane per la prima volta alla sede del Ministero degli Esteri, e non in un hotel: un segnale che l’Egitto considera Hamas un partner diplomatico e non più solo un “rischio per la sicurezza”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, secondo alcuni analisti il riavvicinamento tra Egitto e Iran non dovrebbe causare troppe preoccupazioni perché, per il momento, non si tradurrà in un’alleanza strategica e non andrà ad alterare le alleanze già esistenti sia con i Paesi arabi del Golfo come l’Arabia Saudita che con gli Stati Uniti. La portavoce del Ministero degli Esteri egiziano ha infatti dichiarato: «L’Iran è un vicino regionale con il quale si sta cercando di normalizzare le relazioni. L’Iran non è percepito né come un nemico, come lo era durante l’ex regime, né come un amico»<sup>6</sup>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un personaggio chiave che ha sempre spinto per la ripresa dei rapporti tra i due paesi è Amr Mousa, ex segretario della Lega Araba, ex Ministro degli Esteri egiziano e uno dei favoriti alla successione di Mubarak. Attraverso una politica filo-iraniana, alternativa agli USA ed all’Arabia Saudita, e soprattutto ostile ad Israele, Mousa ha cercato il consenso dei vari partiti formatisi dopo lo tsunami politico causato dalle proteste di febbraio, trovando nell’islamismo il collante giusto per conquistare il potere. Sulla stessa linea si muove Fahmi Howeydi, analista esperto in geopolitica, giornalista e intellettuale. L&#8217;ipotesi lanciata da Howeydi ha una logica perfetta, cercando di aggirare il millenario ‘scisma’ tra sunniti e sciiti. Secondo Howeydi il nuovo Egitto dovrebbe rispondere alle richieste del popolo, e quindi prendere le distanza dall&#8217;Occidente e dal suo <em>alter ego</em> regionale: Israele. Inoltre, per consolidare la stabilità del Medio Oriente si dovrebbe puntare alla creazione di una triplice alleanza tra Iran, Egitto e Turchia<strong>. </strong>Una politica estera in grado di mantenere buoni rapporti, ma più equilibrati, con gli USA e di ristabilire l’influenza del paese come leader regionale è fortemente sostenuta a livello popolare dalla maggior parte degli egiziani. La caduta del regime di Mubarak ha creato una situazione politica in cui l’Egitto si è schierato maggiormente a favore del popolo palestinese e sta prendendo le distanze da Israele. Tuttavia, l&#8217;Egitto e l&#8217;Iran hanno opinioni divergenti sulla questione palestinese: l’Egitto chiede ulteriori negoziati nella regione per una Palestina stabile, mentre l&#8217;Iran continua ad incoraggiare la resistenza nei confronti di Israele. D&#8217;altra parte, l&#8217;Egitto è ben consapevole dell’importanza crescente dell&#8217;Iran nel Medio Oriente e della sua influenza su alcune forze regionali, tra cui Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, e gli sciiti in Iraq. Tuttavia, il pieno significato dei rapporti tra Egitto e Iran non è ancora stato rivelato e non è chiaro come si svilupperanno, in particolare in seguito alle elezioni presidenziali egiziane che sono in corso in questi giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>* Eliana Favari è dottoressa magistrale in Scienze Internazionali – Global Studies (Università degli Studi di Torino).</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p><sup>1 </sup>http://www.suezcanal.gov.eg/</p>
<p><sup>2</sup> Fabio Caffio, <em>Glossario di Diritto del Mare</em>, “Supplemento alla Rivista Marittima”, nr 5/2007.</p>
<p><sup>3 </sup>Ibidem.</p>
<p><sup>4 </sup>Ibidem.</p>
<p><sup>5 </sup>Gomaa Hamadalla, <em>Egyptian FM: Gulf fears of Egypt-Iran détente ‘unjustified’</em>, “al-Masry al-Youm”, 17 aprile, 2011.</p>
<p><sup>6 </sup>Davis D. Kirkpatrick, <em>In Shift, Egypt Warms to Iran and Hamas, Israel’s Foes</em>, “New York Times”, 28 aprile 2011, accessibile su <a href="http://www.nytimes.com/2011/04/29/world/middleeast/29egypt.html?_r=2">http://www.nytimes.com/2011/04/29/world/middleeast/29egypt.html?_r=2</a> (ultimo accesso effettuato il 15 maggio 2011).</p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Il Ministro degli Esteri romeno: “Dobbiamo normalizzare i rapporti con la Russia: si sono raffreddati oltremodo”</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 12:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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<p>«Non ho mai detto che questi sia un modello politico. Non mi sono posto la questione perché ritengo che all’oggi in politica non esistano modelli… Ho invece detto che la Romania deve costruire un altro tipo di relazione e che dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia, poiché si sono raffreddate oltremodo e oltre il necessario. Inoltre mi chiedo perché non sfruttare le possibilità offerte dal mercato di un Paese così grande», ha dichiarato Marga durante un’intervista a “The Money Channel”.</p>
<p>Il ministro ha ancora affermato che oggi i rapporti russo-romeni non sono semplici, però la classe politica dirigente dei due Paesi ha il dovere di trovare soluzione per una cooperazione. «Gli uomini politici hanno l’obbligo di trovare le soluzioni al di là di episodi che possono non piacere a una parte o all’altra. I rapporti russo-romeni non sono semplici, ma noi, in quanto persone che rivestono determinati ruoli, abbiamo il dovere di creare una cooperazione reciprocamente benefica tra Romania e Russia».</p>
<p>Il ministro ha fatto riferimento anche alle parole di uno storico e politico liberale del periodo tra le due guerre mondiali, Gheorghe Bratianu, il quale disse che, vista la sua collocazione geografica, la Romania non può trarre profitto dalla relazione con l’Europa se ignora chi si trova a Oriente.</p>
<p>Andrei Marga ha ricordato che durante il governo di Radu Vasile, quando egli era ministro dell’Educazione, si recò in visita a Mosca, nell’ambito d’un incontro tra l’allora primo ministro romeno e Putin, allora al suo primo mandato. «Putin sfogliò dei dossari e ci chiese perché la Romania non esportasse porcellane, vetro, mobili, vini. Per la Romania la Russia è un mercato enorme cui non dobbiamo rinunciare».</p>
<p>Inoltre Marga ha fatto riferimento anche al sua rapporto con Vladimir Vladimir Filipov, del quale ha parlato davanti alle commissioni parlamentari, sottolineando di esserne amico e che Filipov, a sua volta, è un amico di Putin.</p>
<p>Marga ha aggiunto che conobbe Filipov durante la visita di allora in qualità di ministro dell’Educazione, in occasione di un accordo bilaterale relativo all’equiparazione delle lauree, e ha precisato che non ha mai saputo se Filipov fosse un ufficiale del Gru (il servizio segreto di informazioni dell’esercito russo), così come la stampa della Repubblica della Moldova ha affermato. «Vladimir Filipov è stato ministro della Russia per sei anni, è docente universitario, ha preparato e prepara studenti russi e di altri Paesi per conto dell’Università, è un intellettuale… A un certo punto è stato anche il candidato russo per alte funzioni all’Onu. Non so niente di suoi legami con i servizi segreti. Si possono chiedere informazioni anche ai suoi colleghi francesi e statunitensi, che lo conoscono. Di tutto il resto non saprei…»</p>
<p>Marga ha concluso affermando che certi tipi di accuse dovrebbero essere sostenuti da prove.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>Traduzione dal romeno di Luca Bistolfi</em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.gandul.info/">www.gandul.info</a>, 16 maggio 2012</font></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 07:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2_e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1.3wmak7zgxtyc4k84kwg88808g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari" ></div></a>È uscito il numero XXVI (2/2012) della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, un volume di 264 pagine intitolato: &#160; IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve sommario per ciascuno di essi. &#160; IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE di Claudio Mutti “Chi controlla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-i-sommari/15830/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2_e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c_1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg_th_1.3wmak7zgxtyc4k84kwg88808g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente: i sommari" ></div></a><p><font size="2">È uscito il numero XXVI (2/2012) della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, un volume di 264 pagine intitolato:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE</a></strong></span></p>
<p>Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve sommario per ciascuno di essi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/">IL MEDITERRANEO TRA L’EURASIA E L’OCCIDENTE </a></strong></span><strong><em>di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p>“Chi controlla il territorio costiero governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo”. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della “primavera araba”. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un’area fondamentale per l’egemonia mondiale: si tratta di quel “territorio costiero” (<em>Rimland</em>) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il “territorio centrale” (il mackinderiano <em>Heartland</em>), comprendendo le coste atlantiche dell’Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l’Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone. Non appare perciò infondata una lettura della “primavera araba” alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l’esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il “territorio costiero” – nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>AL DI LÀ DELL’<em>ETHOS </em>DELL’OCCIDENTE</strong><strong><em> di Fabio Falchi</em></strong></p>
<p>Nella conferenza “La fine della filosofia e il compito del pensiero” Martin<strong> </strong>Heidegger non esita ad asserire che «la fine della filosofia significa: inizio della civilizzazione mondiale fondata sul pensiero occidentale-europeo».Tuttavia, se da un lato si deve riconoscere nella tecnoscienza il centro ordinatore della nostra epoca, dall’altro è innegabile che l’Occidente non possa non entrare in relazione con culture “diverse”, in grado di “resistergli” sotto il profilo geopolitico, e che esso stesso rechi in sé ciò che lo “contraddice”, vuoi sotto l’aspetto economico e antropologico (Karl Marx e Karl Polanyi), vuoi sotto quello politico e culturale (Carl Schmitt). Non si dovrebbe allora vedere in ciò, tenendo anche conto che “occidentale” ed “europeo” non sono affatto sinonimi, il segno di «un primo incalzante lampeggiare dell’Ereignis», cioè di una “luce” al di là dell’ethos dell’Occidente?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA LIBIA CHE È STATA DISTRUTTA</strong><strong><em> di Giovanni Armillotta </em></strong></p>
<p>Nel saggio si esaminano essenzialmente i processi istituzionali e l’ingegneria costituzionale che hanno presieduto alla fondazione della Prima Repubblica Libica (1969-1977) e della Jamâhîriyya (1977-2011). Analizziamo la tal forma di governo venuta alla luce nella comunità internazionale: le novità e le differenze rispetto ai tradizionali significati della repubblica nei sensi liberal-democratico “occidentale” che democratico-popolare in adozione nei Paesi marxisti posti sia ad Ovest che in Estremo Oriente. Vediamo le cause che hanno favorito l’emergere della Libia quale primo Paese africano ai vertici del prodotto interno lordo procapite, fino al crollo – auspici le liberalizzazioni economiche – della Jamâhîriyya, il cui soffocamento da parte delle potenze postcolonialiste ha fatto precipitare l’ex Stato maghrebino nel tribalismo, nella violenza e nell’integralismo islamico a tutto vantaggio dell’imperialismo e dello sfruttamento dei popoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>QUO VADIS, TURCHIA?</strong><strong></strong><strong><em> di Aldo Braccio</em></strong></p>
<p>C’è una duplice possibilità, un diverso destino che incombe sulla Turchia nel medio e lungo termine: sovranità e indipendenza, ovvero essere parte integrante dell’”asse del male” di occidentale invenzione, o essere “serva (alleata di ferro) della NATO”, in prosecuzione dell’impegno filoatlantico imposto al Paese a partire dal secondo dopoguerra. In altri termini, vi è la possibilità di una Turchia ancorata  a una concezione unipolare del mondo, a guida occidentale e particolarmente a guida statunitense, e quella di un Paese che fa affidamento su una futura, prossima dimensione multipolare del pianeta e cerca di favorirne l’avvento.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>TURCHIA E SIRIA</strong><strong><em> di Aldo Braccio</em></strong></p>
<p>Il dipanarsi delle relazioni storiche fra queste due nazioni – sorte dalla dissoluzione dell’impero ottomano – è significativo della difficoltà di ricostruire uno stabile centro geopolitico nell’area vicinorientale. Le contraddittorie strategie di Ankara sono oggi all’origine di una nuova fase di tensione che non corrisponde agli interessi e alle aspirazioni né dello Stato turco né di quello siriano e che provoca evidente imbarazzo nell’opinione pubblica dei due Paesi.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>BOICOTTAGGIO CONTRO IL REGIME SIONISTA</strong><strong><em> di Claudia Ciarfella</em></strong></p>
<p>La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro le politiche del governo israeliano in Palestina, avviata il 9 luglio 2005, costituisce ad oggi il caso più cruciale e delicato di boicottaggio per fini politici e umanitari: la campagna fu lanciata attraverso un appello della società civile palestinese, sottoscritto poi da numerose altre associazioni, sindacati e personalità di spicco in tutto il mondo, e punta a colpire Israele su vari fronti. Il movimento BDS non tenta di salvaguardare solamente la categoria dei palestinesi nei Territori Occupati, bensì mira al rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele ed, infine, di quelli dei profughi palestinesi, in primis circa il loro diritto al ritorno nelle proprie terre, così come stabilito dalla Risoluzione 194/1948 delle Nazioni Unite. Il grado di incisività della campagna BDS in relazione alla forza politica ed economica di Israele è ancora oggetto di accesi dibattiti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>“TRIPOLI, SUOL DEL DOLORE&#8230;”</strong><strong><em> di Alessandra Colla</em></strong><em></em></p>
<p>Dopo una gestazione trentennale, il 29 settembre 1911 le ambizioni colonialistiche del giovane Regno d’Italia sfociano nell’aggressione alla Libia: dichiarata guerra con un pretesto all’Impero ottomano, possessore di quella regione nordafricana, l’Italia si imbarca in un’avventura destinata a segnare irrimediabilmente il corso degli eventi futuri che vedranno protagonista il bacino del Mediterraneo e le terre che vi si affacciano. Sorta di prova generale della guerra 1915-1918, il conflitto italo-turco costituisce da un lato la prima grande campagna di informazione/disinformazione di massa della storia italiana, e dall’altro il terreno ideale per la sperimentazione della nuova tipologia bellica che s’imporrà nel XX secolo: il bombardamento aereo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA “PRIMAVERA” DELLA LEGA ARABA</strong><strong><em> di Finian Cunningham</em></strong></p>
<p>Dal 1945 in poi, la Lega degli Stati Arabi ha sospeso due soli Stati membri: la Libia e la Siria, ambedue nel 2011. L’organizzazione araba ha fornito un sostegno all’azione neocolonialista degli USA e dei loro alleati.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>L’EVOLUZIONE NEOOTTOMANA</strong><strong><em> di Federico Donelli</em></strong><em></em></p>
<p>L’articolo analizza il fondamento ideologico e culturale dell’attuale politica estera della Turchia. Definita da molti analisti come una politica di stampo neoottomano, questa, fonda le proprie radici negli anni ottanta e nella carismatica figura di Turgut Ozal che per primo cercò di rilanciare le ambizioni turche attraverso un deciso richiamo del glorioso passato imperiale. L’idea che l’odierna Turchia possa rivivere il ruolo centrale degli antichi fasti ottomani è alla base della dottrina e dell’azione politica del Primo Ministro Erdoğan e del suo ideologo Davutoğlu. In un Vicino Oriente in cui regna un clima di generale instabilità la Turchia è quindi sempre più legittimata a proporsi come il Paese guida della regione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>UN PERICOLO PER L’EURASIA</strong><strong><em> di Andrea Fais</em></strong></p>
<p>Mentre negli USA e in Europa i canali d’informazione hanno scatenato un clima di entusiasmo per le “primavere arabe”, altrove le reazioni a questi eventi hanno registrato toni contrastanti e umori controversi. Mosca ed Astana avvertono la minaccia di una destabilizzazione che, come auspicato negli USA, potrebbe far saltare le cerniere eurasiatiche comprese tra Egitto e Xinjiang e tra Siria e Tatarstan; Pechino vede nello sconvolgimento del Nordafrica un attacco occidentale all’Unione Africana e ai programmi di sviluppo patrocinati dalla Cina nel Continente Nero.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>CHE COSA VUOL DIRE REPUBBLICA ISLAMICA?</strong><strong><em> di Ali Reza Jalali</em></strong><em></em></p>
<p>Il sistema politico iraniano si basa sull’Islam ed in particolare sulla forma sciita, corrente minoritaria per numero di fedeli rispetto all’Islam sunnita. Le istituzioni iraniane quindi sono sottoposte alla tutela di una guida religiosa di alto rango, che ha il compito di intervenire nelle attività dei tre poteri dello Stato (legislativo, esecutico, giudiziario) quando questi si allontanano dai principi islamici. I fondatori della Repubblica Islamica dell’Iran hanno però voluto adattare all’idea tradizionale di Stato islamico i precetti di un moderno sistema costituzionale: questa interessante sfida,che si è concretizzata con la Rivoluzione islamica del 1979, continua oggi ad affascinare gli intellettuali, iraniani e non.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>INTRIGO CONTRO LA SIRIA</strong><strong><em> di Alessandro Lattanzio</em></strong></p>
<p>La Siria è sottoposta a una pressione internazionale, che viene esercitata tramite diversi mezzi: militari, spionistici, terroristici, economici e mediatici. Organizzare una simile operazione ha richiesto molto tempo, grandi risorse ed un’ampia rete internazionale, che comprende sia capi di stato ed ex-ministri, sia docenti, politici e militanti arabi, turchi e occidentali, ovviamente con il necessario sostegno di dissidenti, terroristi e traditori di origine siriana. L’articolo si propone di definire il quadro dell’intrigo contro la Siria.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA SFIDA DELLA MEZZALUNA TURCA</strong><strong><em> di Vincenzo Maddaloni</em></strong></p>
<p>Se si pensa che fino ad alcuni mesi fa la marina israeliana e quella turca compivano le manovre congiunte sotto l’egida della NATO, si può capire l’ansia di Tel Aviv quando si è saputo che nei radar della flotta turca le navi e gli aerei israeliani non sono più segnalati come «amici» ma come «ostili». Con i suoi ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica la Turchia è il secondo paese NATO per potenza militare e ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>GUERRA DI LIBIA: BANCHE, PETROLIO E GEOPOLITICA</strong><em> <strong>di Claudio Moffa</strong></em><em></em></p>
<p>Gen. Wesley Clark: “… Una decina di giorni dopo l’11 settembre 2011, andai al Pentagono. Un Generale che aveva collaborato con me mi chiamò: ‘Sir, vi devo parlare un secondo … abbiamo preso la decisione di attaccare l’Iraq’. ‘Una guerra contro l’Iraq? E perché?’ ‘Non lo so! Credo che non sanno più che fare’ . ‘Hanno trovato forse qualche prova di legami tra Saddam e Al Qaeda?’ ‘No, No ..” … Tornai a trovarlo qualche settimana dopo, erano cominciati i bombardamenti in Afghanistan. ‘Stiamo ancora preparandoci ad attaccare l’Iraq?’ ‘Ancora peggio, Sir!’. Prese un foglietto dal tavolo e disse: ‘l’ho appena avuto dalla Segreteria della Difesa. E’ un promemoria che illustra un piano per prendere (to take) 7 paesi in 5 anni’ ” “Cominciamo con l’Iraq, poi la Siria e il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e infine l’Iran” (http://blog.alexanderhiggins.com/2011/05/22/general-wesley-clark-revealsplan-invade-iraq-syria-lebanon-lybia-somalia-sudan-iran-22858/)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA FUNZIONE EURASIATICA DELL’IRAN</strong><strong><em> di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p>La strategia statunitense, finalizzata a conseguire il controllo del bordo esterno del continente eurasiatico, ha individuato nell’Iran il segmento centrale di quella fascia islamica che rappresenta il potenziale presidio dell’Eurasia sul versante meridionale. Nell’area che va dall’Asia centrale al Vicino Oriente, l’influenza iraniana è in grado di contrastare la penetrazione occidentale, che ha i suoi attuali veicoli nei movimenti settari appoggiati dalle petromonarchie del Golfo. L’asse Mosca-Teheran può risolvere le contraddizioni esistenti tra la Russia e i musulmani dell’Asia centrale e caucasica, contraddizioni alimentate ed utilizzate dall’Occidente per destabilizzare l’area.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA DESTABILIZZAZIONE DELLA SIRIA</strong><strong><em> di Carlo Remeny</em></strong></p>
<p>Ma che cosa c’entra la violenza in Siria con la “Primavera araba”, ammesso che di primavera si possa parlare? Nulla. Si tratta, invece, di un attacco ben preparato da Paesi che per anni hanno recitato la parte degli amici di Damasco con l’obiettivo di monitorare la Siria per lanciare al momento opportuno la loro sfida mortale ad una componente fondamentale dell’alleanza tra Iran, Siria e Resistenza libanese, tanto temuta dall’Occidente.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>LA PRIMAVERA EGIZIANA DEL 1919</strong><strong><em> di Lorenzo Salimbeni</em></strong></p>
<p>Nell’autunno del 1919 l’Egitto, all’epoca sotto protettorato britannico ed ancora unito con il Sudan, fu attraversato da un movimento rivoluzionario che si opponeva al persistere della presenza britannica, nonostante le promesse di piena indipendenza con le quali era stato stimolato il coinvolgimento egiziano nella Prima Guerra Mondiale. Gli insorti ricevettero la solidarietà di Gabriele d’Annunzio e della Lega dei popoli oppressi che stava prendendo corpo nell’ambito dell’impresa che aveva portato il poeta abruzzese a prendere il controllo di Fiume: non mancarono gli abboccamenti fra emissari fiumani ed egiziani, però non vi furono risultati concreti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>STRATEGIA E GEOPOLITICA DELL’AMERICA LATINA</strong>, <strong>parte seconda</strong>,<strong><em> di Miguel Ángel Barrios</em></strong></p>
<p>Di fronte alle novità geopolitiche di grandezza epocale di cui è apportatore il secolo XX, l’autore si domanda se l’America Latina possa trasmettere un suo specifico contributo ad un mondo multipolare, che affermerà e sottolineerà le differenze, le diversità e le pluralità. Egli ritiene che, perconseguire un tale scopo, sia indispensabile recuperare l’esercizio del pensiero strategico, al fine di riscattarlo e renderlo capace di far fronte alle molteplici sfide della globalizzazione. L’argomentazione si articola dunque in tre parti, tre veri e propri saggi, il primo dei quali (“Approssimazioni teorico-pratiche”) si prefigge di mettere in luce l’importanza del pensiero strategico e dell’azione strategica. L’autore effettua preliminarmente una panoramica storica della strategia, dalla prospettiva in cui prende forma una teoria generale della guerra; quindi egli colloca la strategia, in quanto metodo di ragionamento, nel campo dell’azione sociale.</p>
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<p><strong>INTERVISTA AD ALDO COLLEONI, ex Console della Corea del Nord</strong><strong><em> a cura di Marco Bagozzi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>A COLLOQUIO CON MASSIMO FINI</strong><strong><em> di Luca Bistolfi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>INTERVISTA A FRANCO CARDINI</strong> <strong><em> a cura di Enrico Galoppini</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>INTERVISTA A SERGEI MARTYNOV, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia</strong> <strong><em> a cura di Stefano Vernole</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>L’INDIPENDENZA DELL’EGITTO NEI PIANI DELL’ASSE</strong><em> <strong>a</strong> <strong>cura di Stefano Fabei</strong></em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Alessandro Lattanzio, <em>Songun</em>, Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 2012.</strong><strong><em> Recensione di Augusto Marsigliante</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Domenico Quirico, <em>Primavera araba. Le rivoluzioni dall&#8217;altra parte del mare</em>, </strong><strong> Bollati Boringhieri, Torino 2011.</strong><strong><em> Recensione di Claudio Mutti</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Paolo Sensini, <em>Libia 2011</em>, Jaca Book, Milano. 2011.</strong><strong><em> Recensione di Alfio Neri</em></strong></font><br />
&nbsp;<br />
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		<title>L&#8217;Iran accusa il Kurdistan di servire da base per il Mossad. Il Kurdistan smentisce</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 06:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/liran-accusa-il-kurdistan-di-servire-da-base-per-il-mossad-il-kurdistan-smentisce/15810/" title="L&#8217;Iran accusa il Kurdistan di servire da base per il Mossad. Il Kurdistan smentisce"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/kurdistan11.97d90pwhnc4kwk4owowscs0kc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="69" alt="L&#8217;Iran accusa il Kurdistan di servire da base per il Mossad. Il Kurdistan smentisce" ></div></a><p><font size="2">L&#8217;Iran ha accusato il Kurdistan iracheno di collaborare e di costituire la base per i servizi segreti israeliani del Mossad.</p>
<p>Un’accusa respinta in blocco dal governo curdo, che ha richiesto a Teheran di presentare le prove di queste accuse.<br />
In effetti, il governo curdo ha affermato in un comunicato: &#8220;Una volta i funzionari iraniani avevano fatto alcune affermazioni senza prove e senza fondamento, sostenendo che la regione del Kurdistan è diventata un centro per le attività dello spionaggio israeliano. Non è però la prima volta che l&#8217;Iran esprime tali dichiarazioni, senza fornire prove o motivi&#8221;.</p>
<p>Ricordiamo che personalità iraniane avevano accusato Arbil di permettere agli agenti israeliani di operare a partire dal territorio curdo; tra queste, il console iraniano a Arbil, Azim Hosseini, il quale ha recentemente dichiarato: &#8220;Le informazioni che riceviamo e le istituzioni di sicurezza iraniane confermano che gli israeliani sono in Kurdistan e stanno lavorando contro l&#8217;Iran. Hanno anche un ruolo nella crisi irachena&#8221;.</p>
<p>In altre dichiarazioni, il diplomatico iraniano aveva detto: &#8220;la regione (cioè il Kurdistan) è diventato un centro del Mossad israeliano per spiare l&#8217;Iran&#8221;.</p>
<p>Da parte sua, il governo curdo ha detto che &#8220;funzionari iraniani sono ben consapevoli del fatto che tali accuse sono false, perché durante gli incontri tra i funzionari iraniani e curdi, abbiamo chiesto loro di portarci le prove, e finora non ce le hanno fornite.&#8221;</p>
<p>Nella sua dichiarazione, il governo curdo ha detto che &#8220;il Kurdistan rispetta le leggi internazionali e i principi della diplomazia&#8221;, aggiungendo: &#8220;Vogliamo avere relazioni basate sul rispetto reciproco dei nostri interessi comuni&#8221;. </p>
<p>&#8220;Il governo non può più rimanere in silenzio su queste accuse, così vuole rassicurare l&#8217;opinione pubblica che non ci sono basi o centri di spionaggio israeliano nella regione del Kurdistan. Così il governo respinge fermamente tali accuse &#8220;.</p>
<p>Inoltre, il governo curdo ha chiesto al Ministero degli Esteri iracheno di chiedere all&#8217;Iran di consegnare i documenti per dimostrare i fatti e di astenersi dal fare accuse nfondate &#8220;.<br />
&#8220;Il Kurdistan è convinto che l&#8217;Iran stia cercando di portare la provincia nel conflitto tra Iran e Israele (..) Ma non si vuole essere parte di questo conflitto&#8221; recita il testo.</p>
<p>Sottolineando che &#8220;la regione del Kurdistan segue una politica di sviluppo e di cooperazione nelle sue relazioni con i paesi vicini, sulla base del rispetto del diritto internazionale, e pertanto non gli è consentito di usare il suo territorio come trampolino di lancio per attaccare paesi vicini&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.almanar.com.lb/main.php"><strong><em>Al-manar</em></strong></a></p>
<p><em>Traduzione di Stefano Vernole</em><br />
</font></p>
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		<title>Stati Uniti e Giappone: il futuro di un&#8217;alleanza</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 06:34:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
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		<description><![CDATA[La questione del dislocamento della U.S. Marine Corps Air Station Futenma (MCAS)  è probabilmente soltanto uno stratagemma politico utilizzato da Yukio Hatoyama per ridisegnare i nuovi confini dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti quando sono trascorsi più di cinquant’anni dalla stipulazione del “Treaty of Mutual Cooperation and Security”  (19 gennaio 1960). Parte della classe politica giapponese vorrebbe, infatti, che l’alleanza militare con gli Stati Uniti fosse improntata su criteri di parità e uguaglianza, sia in termini di peso politico che decisionale. Inoltre, la necessità del Paese del Sol Levante di sviluppare adeguate capacità militari difensive sarebbe giustificata da ragioni di sicurezza nazionale per l’esistenza di potenziali minacce alla sua integrità territoriale rappresentate dal programma nucleare-missilistico della Corea del Nord  e dalla costante crescita militare della Cina, oltre che da un declino dell’influenza americana (leverage)  in Asia Orientale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/stati-uniti-e-giappone-il-futuro-di-unalleanza/15804/" title="Stati Uniti e Giappone: il futuro di un&#8217;alleanza"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/japan_us_20110829091758.dmkpz6ufh3scscw0c4wg4w4o0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Stati Uniti e Giappone: il futuro di un&#8217;alleanza" ></div></a><p><font size="2"><em>La questione del dislocamento della U.S. Marine Corps Air Station Futenma (MCAS) (1) è probabilmente soltanto uno stratagemma politico utilizzato da Yukio Hatoyama (2) per ridisegnare i nuovi confini dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti (3) quando sono trascorsi più di cinquant’anni dalla stipulazione del “Treaty of Mutual Cooperation and Security” (4) (19 gennaio 1960). Parte della classe politica giapponese vorrebbe, infatti, che l’alleanza militare con gli Stati Uniti fosse improntata su criteri di parità e uguaglianza, sia in termini di peso politico che decisionale. Inoltre, la necessità del Paese del Sol Levante di sviluppare adeguate capacità militari difensive sarebbe giustificata da ragioni di sicurezza nazionale per l’esistenza di potenziali minacce alla sua integrità territoriale rappresentate dal programma nucleare-missilistico della Corea del Nord (5) e dalla costante crescita militare della Cina (6), oltre che da un declino dell’influenza americana (leverage)  in Asia Orientale. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’alleanza strategico-militare tra Stati Uniti e Giappone continua a rappresentare il principale deterrente contro le «ambizioni nucleari» della Guida nord-coreana Kim Jong-il ed è un elemento di dissuasione nei confronti della Cina impegnata nella modernizzazione del proprio apparato militare (7) e al cui interno si moltiplicano le spinte nazionalistiche e irredentistiche.</p>
<p>Tuttavia, nell’ipotesi, non escludibile <em>a priori</em>, che gli Stati Uniti recedessero dal loro impegno di mantenere una credibile forza deterrente in Asia Orientale, il governo di Tokyo si vedrebbe costretto ad intraprendere la strada dell’autonomia militare. Inoltre esso potrebbe rispolverare il vecchio progetto di Kiichi Miyazawa (8) di un Forum regionale sul modello della <em>Conference on Security and Cooperation in Europe </em>(CSCE) per il Nord-Est asiatico, di cui farebbe parte anche la Cina, dove poter discutere di questioni contingenti di sicurezza, il che rappresenterebbe un altro duro colpo per la tradizionale alleanza nippo-americana, il cui cardine principale è costituito dal Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza tuttora in vigore. Del resto il <em>Paese del Sol Levante</em>, che non vuole farsi coinvolgere dagli Stati Uniti in una guerra contro la Cina nello Stretto di Taiwan, ha riconosciuto la sovranità cinese sullo Stato-isola di Taiwan (Formosa) nel 1972, allorché furono normalizzate le relazioni diplomatiche tra i due Paesi (9).</p>
<p>Il Giappone ha una differente percezione della minaccia militare della Corea del Nord poiché teme la possibilità di un attacco diretto contro il suo territorio, mentre per gli Stati Uniti, sebbene il loro soldati siano esposti al fuoco nemico, è soprattutto un problema di sicurezza internazionale legato alla proliferazione di armi nucleari nella Penisola di Corea (10).</p>
<p>Nel dicembre del 1998, inoltre, dopo che le autorità nord-coreane avevano testato un missile <em>Taepodong 1 (11)</em> tra le vive proteste degli abitanti dell’arcipelago (12), il governo di Tokyo pianificò con gli Stati Uniti la costruzione di un sistema di difesa militare missilistico (Navy Theater-Wide Defense) (13). Il regime di Pyongyang si era giustificato asserendo che si era trattato, in realtà, di un tentativo maldestro di mettere in orbita un satellite per le telecomunicazioni (agosto 1998). Da allora, tuttavia, il governo di Tokyo diventa paranoico ogni volta che le autorità militari nord-coreane eseguono nuovi test missilistici dalle piattaforme che si trovano sulla sua costa orientale. Pur avendo firmato nel 2002 una moratoria con il Giappone (<em>Japan-North Korea Pyongyang Declaration</em>) (14), la Corea del Nord continua, infatti, a testare i suoi vettori (15), tra cui il noto <em>Taepodong 2 (16)</em>. Il Giappone, che dispone di sofisticati sistemi per il rifornimento in volo dei suoi caccia, potrebbe in qualsiasi momento, con un attacco preventivo (<em>preemptive strike</em>), radere al suolo gli impianti missilistici nord-coreani (17).</p>
<p>Gli Stati Uniti e il Giappone hanno dunque risposto alla politica militare della Corea del Nord (<em>military first</em>) con la progettazione di uno scudo missilistico difensivo. Il problema del suo finanziamento e la cautela mostrata da Washington per la decisa opposizione della Cina, che vedrebbe così ridotta la sua capacità deterrente (18), rischiano, però, di minare le basi su ci si fonda l’alleanza strategica tra Washington e Tokyo. Senza la protezione degli Stati Uniti, il Giappone sarebbe costretto a incrementare le sue spese militari e ad acquisire la sua bomba atomica. L’arma della «deterrenza nucleare» non è, del resto, un’ipotesi del tutto infondata considerato che il Giappone possiede il combustibile nucleare per produrre il materiale fissile (Pu-239) da impiegare nella fabbricazione delle testate nucleari e dispone di una tecnologia missilistica molto avanzata. Il lato positivo potrebbe, d’altra parte, essere costituito dal fatto che con la fine dell’alleanza nippo-americana cesserebbe del tutto il rischio per il Giappone di farsi trascinare in una guerra asiatica.</p>
<p>Una Corea del Nord dotata di armi nucleari è un vero e proprio grattacapo per la classe politica dirigente giapponese. La presenza di numerose basi militari americane nell’arcipelago giapponese, potenziale obiettivo di un attacco missilistico nord-coreano, rende, difatti, plausibile l’ipotesi di un nuovo conflitto nella Penisola di Corea dopo quello del 1950-‘53. Tra l’altro, il Giappone potrebbe subire un attacco con armi nucleari. E i due test atomici effettuati con successo dalle autorità militari nord-coreane rispettivamente nel 2006 e 2009, assieme a eventuali progressi scientifici nella miniaturizzazione dei vettori che conducono a bersaglio le testate nucleari, potrebbero indurre il governo di Tokyo a impiegare i suoi impianti nucleari anche per scopi bellici (19). Nell’era post-Guerra fredda, un valido deterrente contro un attacco militare è costituito, in realtà, non solo da efficaci sistemi militari difensivi che utilizzano al meglio armi convenzionali, ma soprattutto dalla «rappresaglia nucleare».</p>
<p>È dal 1947 che il Giappone affida alle forze americane di stanza nell’arcipelago la difesa del suo territorio. <em>Il quid pro quo </em>è: le basi miliari americane nell’arcipelago in cambio di precise garanzie sulla sua sicurezza. L’articolo 9 della Costituzione, imposto dagli Stati Uniti, vieta, dunque, al Giappone di acquisire una sua «capacità militare»(20). Oggi, comunque, una parte della leadership giapponese avverte sempre più la necessità di abbandonare il «principio di passivo allineamento» alla politica militare americana asserito dalla <em>Dottrina Yoshida (21)</em>. E pone un’enfasi sempre maggiore sull’autonomia del Paese in termini di capacità militari e operative (22).</p>
<p>Infine la disputa nippo-americana sul dislocamento della <em>U.S. Marine Corps Air Station Futenma</em> nella prefettura di Okinawa, che ospita più della metà delle forze americane di stanza in Giappone (circa 50.000 uomini incluso il personale civile), è il sintomo più evidente delle tensioni attuali nelle relazioni tra i governi di Washington e Tokyo. Essa ha innanzitutto un’origine economica; in altre parole, chi deve sostenerne i costi. Quanto sia inoltre tediosa, per la stessa ragione, anche la questione legata al ritorno dell’isola sotto l’amministrazione del Giappone è ampiamente comprovato da alcuni documenti diplomatici desegretati (23).</p>
<p>Oggi esistono tuttavia parecchi problemi, piuttosto che fattori critici, qui di seguito esposti, che potrebbero alla lunga indebolire la solida alleanza strategico-militare tra Stati Uniti e Giappone:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. la priorità della politica estera americana assegnata al Medio Oriente in ordine, in particolare, alla stabilizzazione dell’Afghanistan e allo smantellamento del programma di arricchimento dell’uranio (HEU) dell’Iran potrebbe «distogliere» l’attenzione degli Stati Uniti dai problemi legati alla sicurezza del Giappone, preoccupato per le «ambizioni nucleari» del regime di Kim Jong-il (e la crescita militare della Cina);</p>
<p>2. l’inquinamento acustico, dell’aria e del suolo dovuti alla presenza delle basi militari americane in Giappone è motivo di aspre diatribe tra i residenti e le autorità politiche locali e di scontri diplomatici tra i governi di Washington e Tokyo. I contrasti tra i due Paesi si sono acuiti per la spinosa «questione della <em>U.S. Marine Corps Air Station Futenma»</em> che si trova nella prefettura di Okinawa, il cui territorio è occupato per il 75% dagli americani (24). Al suo dislocamento dall’area residenziale densamente popolata di Ginowan, situata nella parte più meridionale dell’isola di Okinawa, alla baia di Henoko, nella sua estremità settentrionale che guarda verso il Kyushu, come ampliamento verso il mare dell’<em>U.S. Marine Corps Camp Schwab </em>e in cambio del trasferimento di 8.000 marines a Guam (25) entro il 2014, &#8211; secondo un accordo stipulato tra i governi di Washington e Tokyo nel 2006 (è stato l’ultimo atto rilevante della politica estera di Koizumi Junichiro)-, continuano, però, a opporsi gli abitanti di Nago (26) e il governatore di Okinawa, Hirokazu Nakaima (27). Poi, episodi di violenza sessuale come quello di cui fu vittima una dodicenne giapponese aggredita il 4 settembre del 1995 da due «marines» e da un marinaio americani e gli incidenti che vedono coinvolti mezzi militari americani, il più grave dei quali si è verificato nel 2004 quando un elicottero militare si schiantò contro un edificio dell’Università Internazionale di Okinawa, insieme concorrono a rendere più esplosivo il clima nell’isola;</p>
<p>3. il Giappone sostiene i costi maggiori per il mantenimento delle basi militari americane dislocate sul proprio territorio (all’incirca 4 miliardi di dollari annui);</p>
<p>4. i progressi scientifici della Corea del Nord sia nel settore nucleare che missilistico aumentano il livello di vulnerabilità del Giappone. Diventa prioritario per le forze difensive navali giapponesi (MSDF), indipendentemente dalle riassicurazioni degli Stati Uniti sull’efficacia del loro “ombrello nucleare”, incrementare il numero dei missili antibalistici SM-3 (Standard Missile-3) in grado di intercettare, fuori dell’atmosfera terrestre, missili di medio raggio come il <em>Taepodong 1</em>;  ciò anche in considerazione del fatto che la Cina è in grado di utilizzare il <em>Global Positioning System </em>(GPS) per individuare e colpire una portaerei americana, grazie ai dati sul suo posizionamento forniti da un satellite in orbita nello spazio extra-atmosferico;</p>
<p>5. il Giappone possiede le conoscenze scientifiche e il know-how necessari per costruire in tempi brevi armi atomiche da utilizzare come «deterrente» contro la Corea del Nord e altri potenziali nemici. Esso è l’unico Stato che non fa parte del club delle potenze nucleari al quale è concesso di sottoporre al «ritrattamento chimico» il combustibile utilizzato (<em>spent fuel</em>) nelle centrali nucleari. Ed è probabile che acquisisca la cosiddetta «second-strike nuclear capability» per deterrere attacchi nemici portati con armi convenzionali o nucleari (28);</p>
<p>6. l’arma strategica della «deterrenza nucleare» sarebbe impiegabile anche nei confronti della Cina legata, tra l’altro, alla Corea del Nord da un trattato di reciproca difesa siglato nel luglio del 1961 (<em>Sino-North Korean Alliance Treaty) (29)</em>, e con la quale è in corso un’accesa disputa per il possesso delle isole <em>Senkaku</em> (Diaoyu in cinese)  (30) che si trovano a nord di Taiwan. Il rapido ammodernamento della sua flotta aero-navale, dotata anche di sommergibili equipaggiati con testate nucleari, giustifica, di fatto, il comprensibile allarmismo del governo di Tokyo (31);</p>
<p>7. i giapponesi sono già in grado di difendersi da soli. La seconda flotta navale del Pacifico, che dispone di sofisticati cacciatorpediniere e di caccia di ultima generazione, può respingere qualsiasi attacco nemico condotto con armi convenzionali contro il Giappone o navi mercantili nipponiche che solcano le acque internazionali;</p>
<p>8. al fine di sviluppare un proprio apparato militare difensivo, in accordo alle <em>National Defense Program Guidelines del 2004 (32)</em>, il Giappone ha costruito il suo caccia FS-X (sul modello dell’F-16 Jet Fighter) utilizzando tecnologia aerospaziale americana, dispone di moderni sistemi di difesa anti-missile (che utilizzano l’<em>Aegis destroyer</em> ) e di un proprio sistema di allarme e di controllo aviotrasportato (<em>AWACS</em>), e, infine, può impiegare contro potenziali nemici le sue batterie di missili antibalistici <em>Patriot</em> (PAC-3) e una nuova generazione di aerei anti-sottomarino P-3C (con disegno e sviluppo completamente indigeni e originali). Il <em>Paese del Sol Levante</em>, in cambio, ha messo a disposizione degli Stati Uniti le sue conoscenze tecnologiche per la costruzione degli aerei da combattimento invisibili F-117° (stealth fighter), impiegati con successo nella guerra del Golfo;</p>
<p>9. infine, vi è il discorso della credibilità e del prestigio internazionale derivanti dall’acquisizione dello <em>status </em>di potenza nucleare per uno Stato che ambisce a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (mentre il presidente americano Barack Obama sembrerebbe intenzionato ad appoggiare la candidatura dell’India) (33).</p>
<p>La Cina è stata più volte menzionata nel corso del presente lavoro poiché essa costituisce con gli Stati Uniti e il Giappone il cosiddetto “triangolo strategico” dell’Asia Orientale. Il <em>Paese del Centro </em>ha, infatti, un ruolo non secondario nella preservazione della pace e della sicurezza nella regione asiatica (34).</p>
<p>Il consolidamento dei rapporti bilaterali sino-americani in termini di «strategic partenership» (35), d’altro canto, potrebbe indebolire la tradizionale alleanza militare tra Stati Uniti e Giappone. Né l’abnorme crescita militare della Cina può passare inosservata (36) in quanto sono in gioco gli equilibri di potere (<em>balance of power</em>) nella regione (37). In ogni caso, i rapporti economici privilegiati che gli Stati Uniti intrattengono con la Cina (38) e la loro cooperazione strategica nella regione (39) contribuiscono insieme al generale inasprimento delle relazioni tra Stati Uniti e Giappone. Alla Cina, invece, non piace affatto l’idea che il Giappone possa dotarsi di armi atomiche per contenere la minaccia militare della Corea del Nord poiché una corsa al riarmo in Asia Orientale (<em>domino effect</em>) limiterebbe la sua «capacità nucleare deterrente»; similmente, Pechino considera il sistema TDM nippo-americano uno strumento impiegato dagli Stati Uniti e dal Giappone per neutralizzare un attacco missilistico preventivo per impedire che Taiwan diventi, <em>de jure</em>, uno Stato indipendente. Inoltre la disputa territoriale in corso con il Giappone per l’appartenenza delle isole Senkaku/Diaoyu serve alla Cina, se non altro, per verificare la tenuta dell’alleanza nippo-americana (40).</p>
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<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Quantunque l’alleanza strategico-militare con gli Stati Uniti non sia per ora in discussione, il consenso dei giapponesi sulla permanenza delle basi americane nell’isola di Okinawa, a 66 anni circa dalla fine della seconda guerra mondiale, è notevolmente diminuito e potrebbe alla lunga rivelarsi un fattore critico o un motivo di dissidio insuperabile nei rapporti tra Tokyo e Washington. Tuttavia, nuovi scenari internazionali determinati, ad esempio, dalla progressiva riduzione dell’impegno politico-militare degli Stati Uniti in Asia Orientale, potrebbero spingere il Giappone a intraprendere la strada dell’autonomia militare.</p>
<p>Avere la stessa percezione del pericolo, rappresentato, <em>in primis</em>,<em> </em>dalla minaccia nucleare-missilistica nord-coreana e dalla smisurata crescita militare della Cina, contribuisce a rafforzare le relazioni tra i due Paesi.</p>
<p>Il perseguimento di obiettivi strategici comuni non può, in altre parole, che garantire la longevità del <em>Treaty of Mutual Cooperation and Security</em>. Ma è importante, a questo proposito, che Washington rinunci all’idea che il <em>Paese del Sol Levante</em> sia legato agli Stati Uniti da un rapporto di sudditanza o subalterno e stabilisca invece con esso relazioni «più eque» in ossequio ai principi di «integrazione», di «condivisione del potere decisionale», di «inter-operabilità» (<em>active alliance relationship</em>), mentre quest’ultimo mira a incrementare il numero dei mezzi militari a sua disposizione, oltre che ad acquisire una maggiore capacità d’intervento fuori dal proprio territorio, per mere ragioni di sicurezza nazionale (41).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>* Giuseppe Cursio è Dottore in Lingue e Letterature Straniere Moderne e in Scienze Politiche, specializzando in Politica e Diplomazia, Università Sungkyun Kwan, Seul, Repubblica di Corea.</em></strong></p>
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NOTE: </p>
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<p>1.  Blaine Harden, “Obama, Japanese premier at odds over air station negotiations. Hatoyama says talks, as viewed by U.S., are ‘meaningless’”, <em>The Washington Post</em>, 17 novembre 2009.</p>
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<p>2. Il leader del Partito Democratico del Giappone (DPJ) che ha dovuto rassegnare le proprie dimissioni da primo ministro per non aver mantenuto la promessa di far dislocare la base militare americana fuori dal territorio della prefettura di Okinawa e che ha consentito al suo partito di sconfiggere alle elezioni politiche del 2009 il Partito Liberale del Giappone (LPJ), ponendo fine al suo pressoché ininterrotto dominio politico (dal 1945).</p>
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<p>3.  “Hatoyama girds to review security alliance with U.S.”, <em>The Japan Times</em>, 21 dicembre 2009.</p>
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<p>4.  L’alleanza tra i due Paesi ha per obiettivo la «preservazione della pace e della sicurezza in Asia Orientale», nonché la difesa dell’integrità territoriale del Giappone.</p>
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<p>5.  “Defense for the next decade”. <em>The Japan Times</em>, 23 dicembre 2010.</p>
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<p>6.  Mark Dodd and Debbie Guest, “Japan bolsters forces amid Chinese military splurge”, <em>The Australian</em>, 2 maggio 2009.</p>
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<p>7.  Edward Cody, “China Boosts Military Spending”, <em>The Washington Post</em>, 5 marzo 2007.</p>
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<p>8.  Si tratta della cosiddetta «Miyazawa Doctrine» dal nome del primo ministro giapponese Kiichi Miyazawa (1991-1993).</p>
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<p>9.  Si veda al riguardo il <em>Joint Communique of the Government of Japan and the Government of People’s Republic of China </em>[http://www.mofa.go.jp/region/asia-paci/china/joint72.html].</p>
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<p>10.  Richard J. Samuels, “Securing Japan: Tokyo’s Grand Strategy and the Future of East Asia”, <em>Cornell University Press</em>, Ithaca (NY), 2007, p. 153.</p>
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<p>11.  Si tratta di un missile di medio raggio (2,900km) in grado, si presume, di condurre a bersaglio testate nucleari.</p>
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<p>12.  “Anger at North Korean missile launch”, <em>BBC NEWS</em>, 1 settembre 1998    [http://news.bbc.co.uk/2/hi/161513.stm].</p>
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<p>13.  Esso utilizza cacciatorpediniere Aegis<em> </em>dotati di SM-3 (Standard Missile-3) e PAC-3 (Patriot Advanced Capability-3). È prevista anche costruzione di alcuni sistemi difensivi &#8211; spaziali per respingere attacchi nemici portati con armi nucleari; si veda al riguardo: Brian T. Kennedy, “Japanese Missile Defense Matters”, <em>The Wall Street Journal</em>, 9 novembre 2009.</p>
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<p>14.  “Japan-North Korea Pyongyang Declaration”, <em>BBC NEWS</em>, 17 settembre 2002 [http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/2264163.stm].</p>
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<p>15.  CHOE SANG-HUN, “U.S. Condemns North Korean Missile Tests”, <em>The New York Times</em>, 5 luglio 2009; Peter Foster, “North Korea launches missile in ‘satellite test’”, <em>Telegraph.co.uk</em>, 5 aprile 2009 [http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/northkorea/5108535/North-Korea-launches-missile-in-satellite-test.html].</p>
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<p>16.  È un missile «strategico» che può coprire una distanza massima di 10.000 chilometri e, quindi, in grado, se perfezionato, di colpire  obiettivi posti alla stessa distanza dall’Alaska o dalla costa occidentale statunitense.</p>
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<p>17.  Kevin Cooney, “Japan’s Foreign Policy Since 1945”, <em>M.E. Sharpe</em>, New York, 2007, p. 100.</p>
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<p>18.  Edward Lanfranco, “China warns U.S., Japan against missile defense” <em>The Washington Times</em>,<em> </em>6 giugno 2007.</p>
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<p>19.  Emma Chanlett-Avery, Sharon Squassoni, “North Korea’s Nuclear Test: Motivations, Implications, and US Options” Congressional Research Service, <em>The Library of Congress</em>, 24 ottobre 2006, p. 9 [http://www.fas.org/sgp/crs/nuke/RL33709.pdf].</p>
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<p>20.  Il testo originale, in inglese, dell’art. 2 della Costituzione giapponese, modellato sul <em>Patto Briand-Kellogg </em>del 1928 è il seguente: «Aspiring sincerely to an international peace based on justice and order, the Japanese people forever renounce war as a sovereign right of the nation and the threat or use of force as a means of settling international disputes. In order to accomplish the aim of the preceding paragraph, land, sea and air forces, as well as other war potential, will never be maintained. The right of belligerency of the state will not be recognized» [http://afe.easia.columbia.edu/japan/japanworkbook/govpol/constitution.html#war].</p>
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<p>21.  Dal nome del primo Ministro giapponese Yoshida Shigeru (1946-1947; 1948-1954), la cui attività politica aveva avuto come obiettivo primario la ricostruzione economica del Paese nel dopoguerra, confidando invece nella potenza militare americana per la difesa della sua integrità politico-territoriale.</p>
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<p>22. «…Most recently, Tokyo has been expanding its military capability to hedge against both Chinese and North Korean assertiveness and because its uncertainty about America’s future role in Asia…», in Leslie H. Gelb, “Power Rules: How Common Sense Can Rescue American Foreign”, <em>HarperCollins Publishers</em>, New York, 2009, p. 201.</p>
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<p>23.  “Declassified papers confirm existence of secret Okinawa financial pact”, <em>JapanToday</em>, 22 dicembre 2010.</p>
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<p>24.  “Gov’t delays Futenma decision until next year”, <em>JapanToday</em>, 15 dicembre 2009; Martin Fackler, “Japan Delays Decision on Moving U.S. Marine Base”, <em>The New York Times, </em>16 dicembre 2009.</p>
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<p>25.  Isola del Pacifico dove è operativa la <em>U.S. Andersen Air Force Base</em>.</p>
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<p>26.  Martin Fackler, “Japan Relents on U.S. Base on Okinawa”, <em>The New York Times</em>, 23 maggio 2010.</p>
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<p>27.  Hiroko Tabuchi, “Okinawa Re-elects Opponent of U.S. Base”, <em>The New York Times</em>, 28 novembre 2010.</p>
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<p>28.  Judith F. Kornberg, John R. Faust, “China in World Politics: Policies, Processes, Prospects”, <em>Lynne Rienner Publishers</em>, Boulder (CO), 2005, p. 203.</p>
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<p>29.  Peraltro la Cina fornisce alla Corea del Nord gli aiuti finanziari, alimentari ed energetici necessari per la sua sopravvivenza.</p>
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<p>30.  Chris Buckley, “Japan and China seek agreement beyond islands row”, <em>REUTERS</em>, 28 febbraio 2009 [http://www.reuters.com/article/idUSTRE51R1AN20090228].</p>
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<p>31.  David Pilling, “Japan feels threat of China’s military”, <em>The Financial Times</em>, 6 luglio 2007.</p>
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<p>32.  Il <em>taikō </em>del 2004 (oggi chiamato il National Program Defense Guidelines – NDPG in inglese) è stato il primo documento sulla sicurezza nazionale che ha apertamente identificato nella modernizzazione militare della Cina una potenziale minaccia per il Giappone.</p>
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<p>33.  Scott Wilson, Emily Wax, “Obama endorses India for U.N. Security Council seat”, <em>The Washington Post</em>, 8 novembre 2010.</p>
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<p>34.  <em>Reinhard Drifte, “The US-Japan-China Security</em><strong> </strong>Triangle and the Future of East Asian Security”, in “Security in a Globalized World: Risks and Opportunities”, edito da <em>Laurent Goetschel</em>, Nomos Verlag: Baden-Baden, 1999, p. 1.</p>
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<p>35.  “U.S.-China Joint Statement”, The White House, <em>Office of the Press Secretary</em>, 17 novembre 2009 [<a href="http://www.whitehouse.gov/the-press-office/us-china-joint-statement">http://www.whitehouse.gov/the-press-office/us-china-joint-statement</a>].</p>
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<p>36.  Arnaud de La Grange, “Washington s’inquiète de la puissance militaire chinoise”, <em>Le Figaro</em>, 27 marzo 2009.</p>
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<p>37.  Michael Richardson, “China’s navy changing the game”, <em>The Japan Times</em>, 13 maggio 2010.</p>
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<p>38.  Funabashi Yōichi, “Where Does Japan Fit in the China-Japan-U.S. Relationship?”, in “New Dimensions of China-Japan-U.S. Relations”, edito da <em>Japan Center for International Exchange</em>, Tokyo, 1999, p. 79.</p>
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<p>39.  Keith B. Richburg, “Obama, Hu vow to continue to strengthen partnership”, <em>The Washington Post</em>, 17 novembre 2009; “Obama and Hu – moving towards”, <em>russiatoday.com</em>, 22 novembre 2009 [http://rt.com/Top_News/2009-11-22/barack-obama-hu-jintao.html].</p>
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<p>40.  Masami Ito, “Kan’s foreign policy plate full, waiting to be attacked”, <em>The Japan Times</em>, 1 gennaio 2011.</p>
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<p>41.  Kosuke Takahashi, “Japan gets tough with new defense policy”, <em>Asia Times Online</em>, 21 dicembre 2010.</p>
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		<title>Di ritorno dalla Siria: appunti sulla geopolitica del caos</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 09:40:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/di-ritorno-dalla-siria-appunti-sulla-geopolitica-del-caos/15814/" title="Di ritorno dalla Siria: appunti sulla geopolitica del caos"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cia1.51w7q3by2fkscw4swo08cog8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Di ritorno dalla Siria: appunti sulla geopolitica del caos" ></div></a>Ormai siamo a un giro di boa. La grande operazione mediatico-militare passata alla storia come “Primavera araba”, è costretta a operare in Siria un brusco ripiegamento di rotta, soprattutto in conseguenza del fatto che Russia e Cina hanno posto il loro veto al Consiglio di Sicurezza dell’onu per un intervento armato. Dopo i sovvertimenti politici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/di-ritorno-dalla-siria-appunti-sulla-geopolitica-del-caos/15814/" title="Di ritorno dalla Siria: appunti sulla geopolitica del caos"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cia1.51w7q3by2fkscw4swo08cog8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Di ritorno dalla Siria: appunti sulla geopolitica del caos" ></div></a><p><font size="2">Ormai siamo a un giro di boa. La grande operazione mediatico-militare passata alla storia come “Primavera araba”, è costretta a operare in Siria un brusco ripiegamento di rotta, soprattutto in conseguenza del fatto che Russia e Cina hanno posto il loro veto al Consiglio di Sicurezza dell’onu per un intervento armato.</p>
<p>Dopo i sovvertimenti politici in Tunisia, Egitto e Yemen, ai quali non è di certo corrisposto il miglioramento delle condizioni di vita delle rispettive popolazioni, dopo la devastazione <em>manu militari</em> compiuta dalla nato in Libia, che ha lasciato in dote al paese una guerra a bassa intensità di tutti contro tutti, ecco che la <em>geopolitica del caos</em> si è imbattuta in Siria in un muro per ora invalicabile.</p>
<p>Non che nel caso siriano siano mancati, anche qui per operare un “cambio di regime”, dei mezzi di eccezionale portata. Al contrario, tutto quello che era possibile tentare per disarticolare l’unità interna e destabilizzare il quadro politico del paese è stato tentato, con enorme dispendio di mezzi e risorse. Ma invano.</p>
<p>Se guardiamo infatti a quello che sta avvenendo ora alla Siria, possiamo dire che l’<em>opposizione </em><em>sponsorizzata dall’Occidente e dai governi arabi del Golfo Persico </em>– il “Consiglio nazionale siriano” (cns) e l’“Esercito siriano <em>libero</em>” (fsa) – sia politicamente sconfitta e l’unica speranza rimanga quella di perseguire in una serie continua di attentati, di bombe e di uccisioni. A questa punto il “terrore” rimane l’unica carta spendibile per gli architetti del caos.</p>
<p>Non a caso la Siria, uno degli Stati guida del mondo arabo, che si è sempre considerata il “cuore dell’arabismo” (<em>qalb al-‘urubah</em>), il centro del nazionalismo arabo e della lotta contro il sionismo, non ha mai avuto una così forte indipendenza come nel periodo di Hafiz al-Assad (1970-2000), quando è diventata, da potenza minore nel concerto geopolitico vicinoorientale negli anni Cinquanta e Sessanta (subendo la guerra fredda araba e le influenze esterne britanniche e poi americane), una delle maggiori e più rispettate potenze regionali, non più asservita a tradizionali rivali come Iraq ed Egitto. Questo è il risultato più evidente dell’astuzia tattica di al-Assad, che ha saputo compensare le limitate risorse e la relativa debolezza militare sfruttando abilmente le superpotenze e i popoli vicini.</p>
<p>Ed è esattamente per porre termine a una tale situazione, la quale incarnava un perdurante ostacolo al fine di ridisegnare un “Grande Medio Oriente” secondo le nuove direttrici strategiche internazionali, che ha preso le mosse nel 2011 la poderosa macchina bellica e propagandistica che vediamo in azione.</p>
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<p>Prima di analizzare nel dettaglio l’attuale contesto siriano, è opportuno però tracciare un rapido quadro sulla panoplia dei gruppi sociali che popolano il mondo arabo. Una volta compiuta una panoramica su questo frastagliato arcipelago, entreremo nel merito degli aspetti essenziali per trarre un bilancio sullo stato del Paese così com’è emerso durante il viaggio in Siria della delegazione italo-siriana a cui ho preso parte.</p>
<p>Partiamo anzitutto dalla composizione etnica e settaria dell’intero spazio mediorientale. Il mondo arabo è costruito come un castello di carte, messo insieme da Francia e Gran Bretagna negli anni Venti del Novecento subito dopo la deflagrazione dell’Impero Ottomano. Fu diviso arbitrariamente in diciannove Stati, tutti formati da combinazioni di minoranze e gruppi etnici disomogenei, in modo tale da assemblare un puzzle sempre a rischio di entrare in stato di fibrillazione. Con la sola eccezione dell’Egitto, nel quale una maggioranza musulmana sunnita si trova di fronte una consistente minoranza di cristiani copti nell’Alto Egitto, tutti gli Stati maghrebini sono popolati da un miscuglio di arabi e berberi non-arabizzati.</p>
<p>Gruppi armati e movimenti aversivi sostenuti dalle petromonarchie feudali dei paesi del Golfo e dalle potenze occidentali (gcc + nato), come ho ampiamente argomentato nel mio <em>Libia 2011</em> (Jaca Book, Milano 2011), sono riusciti a disarticolare il complesso equilibrio interno libico facendolo letteralmente implodere su se stesso a suon di bombe.</p>
<p>Neppure la composizione dell’Iraq è essenzialmente diversa, sebbene la maggioranza degli abitanti sia sciita (65%) e la minoranza sunnita (20%). Inoltre vi è una consistente minoranza curda nel Nord del paese (12%) dove si concentra il grosso delle riserve petrolifere. Dalla caduta di Saddam Hussein in seguito all’occupazione militare nato nel marzo 2003, gli sciiti iracheni considerano la suprema Guida iraniana il loro capo naturale. Quindi, com’è facilmente intuibile, una tale condizione rende il paese pressoché ingovernabile.</p>
<p>Tutti gli Stati del Golfo e l’Arabia Saudita sono fragili contenitori che racchiudono solo petrolio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto dell’intera popolazione. Nel Bahrein, gli sciiti sono la maggioranza ma sono privi di potere; da qui le manifestazioni di protesta e la feroce repressione della famiglia regnante degli Al Khalifa che ancora continuano nel più completo silenzio dei media. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono di nuovo la maggioranza, ma al potere ci sono i wahhabiti. Lo stesso vale per l’Oman e per la Repubblica dello Yemen. In Arabia Saudita metà della popolazione è costituita da stranieri, prevalentemente egiziani e yemeniti, ma una ristretta minoranza detiene il potere. La monarchia hashemita della Giordania, da parte sua, è costituita da oltre il 40% di palestinesi, ma è governata da una minoranza beduina transgiordana.</p>
<p>Accanto a quelli arabi, gli altri Stati musulmani condividono la medesima situazione di complessità interna. Metà della popolazione iraniana è rappresentata da un gruppo di lingua farsi e l’altra metà circa da un gruppo etnicamente turco, senza dimenticare la minoranza curda. La popolazione della Turchia è composta da una maggioranza turca che ammonta al 76%, 18% di curdi, il 3% di arabi e la restante parte di altri gruppi. Sul piano confessionale invece abbiamo l’82% identificati come sunniti hanafiti, il 9,1% sunniti shafi’i, il 5,7% alevita, il 3% alauiti e lo 0,2% di cristiani. Anche in Afghanistan la componente principale musulmana è quella sunnita, con minoranze sciite (15%) nel centro del paese e a ridosso del confine con l’Iran. Nel Pakistan sunnita sono invece presenti una minoranza di circa trenta milioni di sciiti con cui spesso vengono a crearsi  pericolosi momenti di frizione.</p>
<p>La Siria non presenta differenze fondamentali rispetto al Libano, tranne che per il regime che la governa. I sunniti, da quando nel 1516 il sultano ottomano Selim i con la vittoria di Marg Dabiq presso Aleppo occupò la Siria mantenendola sotto il proprio controllo per quattro secoli, hanno rappresentato il gruppo preponderante per tutto l’arco di dominio della Sublime Porta. Altri gruppi presenti nel paese sono gli ismaeliti, di cui permangono tre sette distinte che sono sopravvissute sui monti siriani e che hanno sviluppato differenti tradizioni sociali e culturali: alawiti (14%), drusi (3,5%) e ismaeliti (1%). Gli alauiti o <em>nusayri</em> costituiscono la più numerosa minoranza siriana. <em>‘Alaw</em><em>ī</em> è l’aggettivo arabo derivato dal nome proprio di ‘Alī, che significa in questo caso “devoto di ‘Alī”. La setta si forma nel ix-x secolo nell’Iraq meridionale, crogiolo delle dottrine ismailite, su iniziativa del notabile di Bassora Ibn Nusayr, da cui il nome <em>nusayr</em><em>ī</em><em> </em>e che giunse in Siria settentrionale nel x secolo. Le roccaforti di questa comunità sono presenti soprattutto intorno a Latakia e Tartus. Gli alauiti sono stati per lungo tempo la più povera, arretrata e oppressa comunità della società siriana, fino a quando la potenza mandataria francese fondò il “territorio autonomo degli alauiti” (1920), poi Stato alauita (1922), che entrò successivamente a far parte della Federazione siriana e fu poi ridotto a <em>vilayet</em>.</p>
<p>I cristiani siriani rappresentano, dal punto di vista numerico, una delle tre comunità più importanti del Vicino Oriente con i maroniti del Libano e i copti d’Egitto. Ad Aleppo vi sono undici comunità cristiane e nove vescovi di riti diversi. Damasco è la sede di tre patriarchi: greco-ortodosso, greco-cattolico (melchita) e siriaco-ortodosso. Nella seconda metà del xx secolo la popolazione cristiana si è ridotta progressivamente in percentuale: sotto il mandato francese (1920-1946) i cristiani costituivano il 20% della popolazione siriana, nel 1948 il 14,1%, mentre nei primi anni del Ventesimo secolo si attestano intorno al 10%, di cui la metà concentrata a Damasco.</p>
<p>Dalla fine degli anni Trenta è presente nel paese anche una numerosa comunità di curdi che oggi ammonta a circa due milioni e cinquecentomila persone. A questi vanno poi aggiunti oltre quattrocentomila profughi palestinesi appartenenti a tutte le classi sociali ed economiche riparati in Siria. Tutti i cittadini hanno uguali diritti e la legislazione non contempla alcuna discriminazione; lo Stato, che pure individua nel diritto islamico la fonte principale della legislazione, vieta ogni discriminazione di carattere confessionale e tutela la libertà di culto per tutte le comunità. Le minoranze etnico-linguistiche (curdi, circassi, armeni, beduini, e a partire dal 2003 circa due milioni di iracheni scappati dalla guerra), non sono meno rilevanti di quelle religiose.</p>
<p>Infine, pur essendo noto che il presidente Bashar al-Assad è alauita, come vanno ripetendo coralmente tutti i mezzi d’informazione, lo Stato Maggiore dell’Esercito, la polizia politica, i diversi servizi di informazione così come il governo civile e l’economia nazionale sono ampiamente guidate da sunniti. In realtà, contrariamente a quanto viene diffuso dalla stampa internazionale, l’apparato statale baathista rispecchia quasi fedelmente le diversità etnico-religiose di cui è venata la società siriana.</p>
<p>I <em>media mainstream</em> evitano poi accuratamente di citare la Vicepresidente della Repubblica Araba di Siria, la dottoressa Najah al-Attar, la prima e unica donna araba al mondo a occupare una carica così elevata. La signora al-Attar non solo è di appartenenza sunnita, ma è anche la sorella di uno dei dirigenti fuorusciti dei Fratelli Musulmani, esempio emblematico del “paradosso siriano”.</p>
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<p>Questo rapido affresco delle suddivisioni etnico-confessionali che spazia dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia, pone in evidenza tutto il potenziale tellurico a cui, se opportunamente “sollecitato”, può essere sottoposta una così vasta area geografica. In questo mondo a macchia di leopardo, vi sono poi alcuni piccoli gruppi opulenti e una massa sterminata di indigenti. Negli Stati del Golfo, in Arabia Saudita, in Qatar e in Turchia è concentrata una straordinaria ricchezza in denaro e petrolio, ma coloro che ne beneficiano sono minuscoli strati elitari privi di una solida base di supporto, cosa che nessun apparato militare può evidentemente garantire.</p>
<p>Ecco che in questa situazione, una volta liquidato tra il 1989 e il 1991 l’impero sovietico, che per quasi un cinquantennio ha rappresentato il nemico strategico dell’Occidente Atlantico, viene a crearsi uno scenario del tutto nuovo. Con ovvie ricadute anche nel mondo arabo.</p>
<p>Gli Stati Uniti dispongono nell’area di un alleato di ferro come la Casa dei Saud, con la quale è tuttora pienamente operativo il “Patto di Quincy” firmato il 14 febbraio del 1945 tra Franklin D. Roosevelt e il re saudita Abd al-Aziz Al Saud. Tale accordo avrebbe permesso agli Stati Uniti di garantirsi un approvvigionamento energetico senza ostacoli in cambio della protezione del suo vassallo nell’affrontare i loro comuni avversari nella regione, in particolare il nazionalismo arabo e l’Iran, di cui alcuni territori erano passati sotto l’influenza sovietica.</p>
<p>Ma nella regione vi è anche un altro alleato di ferro, anzi d’acciaio, Israele, con cui i rapporti verranno stretti ancor di più soprattutto a partire dalla cosiddetta “Guerra dei sei giorni” del 1967. Un’entità, lo “Stato ebraico”, in guerra praticamente con quasi tutti i paesi circonvicini sin dal momento della sua proclamazione in terra palestinese nel maggio 1948.</p>
<p>Da questo intricato groviglio emergeranno negli anni successivi talune proposte operative per ridisegnare il quadro geopolitico del Vicino Oriente che rappresentano l’asse strategico fondamentale lungo il quale si muovono congiuntamente nato e Israele per il xxi secolo. La prima proposta venne formulata da Bernard Lewis, membro del Bilderberg, ex ufficiale dei servizi segreti britannici oltreché storico molto discusso per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell’Occidente non già in una reazione all’imperialismo, ma nell’Islam stesso; quest’ultimo invero sarebbe incompatibile con l’Occidente e destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “scontro di civiltà”.</p>
<p>Lewis presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo Bilderberg una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana […], con lo scopo di promuovere la <em>balcanizzazione</em> dell’intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose”. Secondo Lewis l’Occidente avrebbe dovuto “incoraggiare gruppi autonomisti come i curdi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell&#8217;Azerbaigian e così via”. In quello che definiva “Arco di crisi” sarebbe “dilagato il caos, estendendosi poi nelle regioni musulmane dell’Unione Sovietica”. Dato che l’urss veniva reputato come un regime laico e ateo, l’ascesa dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito alla Russia di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Questi ultimi si sarebbero in definitiva presentati come “il male minore”.</p>
<p>Per decenni Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di <em>think-tank</em> e un nutrito assortimento di neo-conservatori. Negli anni Ottanta Lewis frequentava abitualmente pezzi grossi del Dipartimento della Difesa. Nell’autunno del 1992 scrisse un saggio per “<em>Foreign Affairs”, la rivista del </em>Council on Foreign Relations (cfr), intitolato <em>Ripensare il Medio Oriente</em>. In questo articolo egli prospettò “un’altra politica” nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal <em>fondamentalismo</em>, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare ‘libanizzazione’. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c’è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo Stato-nazione. Lo Stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”.</p>
<p>Un proposta operativa, la sua, che s’inseriva nel solco già dissodato da George Lenczowski sempre su “<em>Foreign Affairs”</em> nell’estate del 1979, che descriveva con queste parole l’<em>Arco di crisi</em>: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l’ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all’Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del xx secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”.</p>
<p>È in questo contesto che, come ammise in seguito lo stesso Zbigniew Brzezinski, “cominciò nel 1980 l’appoggio offerto dalla cia ai mujaheddin, cioè dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan il 24 dicembre 1979. Infatti, il 3 luglio 1979, il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno – continua Brzezinski – scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici […]. Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire.</p>
<p>Fu allora che vennero creati i mujahidin e attraverso questi al-Qaeda come <em>sezione araba</em> della cia, la quale in seguito ha polarizzato l’agenda geopolitica mondiale fino ai giorni nostri. Per tale ragione il “terrorismo” non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come un “attore non statale” che reagisce alla politica di nazioni e corporation. Di fatto molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno Stato” che vengono segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano dunque a “reagire”, ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere internazionale. Rappresentano, in altri termini, il perfetto pretesto per l’avventurismo militarista e la guerra.</p>
<p>Come scrisse il “<em>San Francisco Chronicle”</em> nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell’11 settembre, “la mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell’Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del xxi secolo. Sarà l’accaparramento e la difesa di queste risorse energetiche, più che un semplice scontro tra l’Islam e l’Occidente, a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. E proseguiva così: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, Exxon-Mobil e Arco, della francese Total-Fina-Elf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. Di fatto, ovunque sia presente al-Qaeda e tutta la sua vasta rete di agenzie in <em>franchising</em>, l’esercito degli Stati Uniti e dei suoi alleati la segue a ruota, e dietro l’esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; alle spalle di queste ultime, poi, vi sono tutte le ramificazioni dei grandi potentati finanziari.</p>
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<p>Per quanto riguarda invece la compagine dell’entità sionista, nel febbraio 1982 un giornalista israeliano legato al ministero degli Esteri di Tel Aviv, Oded Yinon, scrisse un articolo per “Kivunim. A Journal for Judaism and Zionism” in cui veniva enunciata in maniera esplicita, dettagliata e univoca la <em>Strategia di Israele negli anni Ottanta del Novecento </em>per il Medio Oriente. Il piano si basava su due premesse essenziali. Per sopravvivere, Israele deve: 1) diventare una potenza imperiale nella regione; 2) dividere l’intera area in piccoli Stati attraverso la sparizione di tutti gli Stati arabi esistenti. La composizione etnica o settaria di ogni Stato sarà decisiva per determinare quanto “piccolo” dovrà essere un nuovo Stato. Pertanto, si auspicava che gli Stati “a base settaria” diventassero “satelliti di Israele” nonché, ironicamente, sua fonte di legittimazione morale.</p>
<p>L’idea non era nuova, essendosi già affacciata altre volte nel pensiero strategico sionista. Quello che invece risultava assolutamente innovativo era la maniera cristallina con cui si rendeva pubblicamente noto il progetto. “Ciò che vogliamo non è un mondo arabo, ma un mondo di frammenti arabi, pronto a soccombere all’egemonia israeliana”. Questo l’obiettivo finale.</p>
<p>L’autore, senza tanti giri di parole, propugnava esplicitamente “La dissoluzione della Siria e, più tardi, dell’Iraq in aree peculiari per etnia o religione come in Libano è l’obiettivo primario a lungo termine di Israele sul fronte orientale, mentre la dissoluzione della forza militare di questi Stati lo è a breve termine. La Siria si sfascerà in base alla sua struttura etnica e religiosa in Stati diversi, come accade nel Libano di oggi, così ci sarà uno Stato sciita alawita lungo la costa, uno Stato sunnita nell’area di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ostile al suo vicino settentrionale, e i drusi creeranno un loro Stato, forse addirittura nel nostro Golan, sicuramente nell’Hauran e nella Giordania settentrionale […]. L’Iraq, ricco di petrolio da un lato, dilaniato all’interno dall’altro, è un candidato sicuro a far parte degli obiettivi di Israele. Per noi la sua dissoluzione è perfino più importante di quello della Siria. L’Iraq è più forte della Siria […]. Qualunque tipo di scontro interarabo ci sarà d’aiuto nel breve termine e accorcerà la strada per l’obiettivo più importante che è quello di spezzettare l’Iraq in varie comunità statali come nei casi della Siria e del Libano. In Iraq è possibile una divisione in province su base etnica e religiosa simile a quella della Siria all’epoca dell’impero ottomano. Così ci saranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud saranno separate dal nord sunnita e curdo”.</p>
<p>Ricordiamolo ancora una volta: l’articolo è datato febbraio 1982, dunque senza alcuna diversione “complottista” possiamo tranquillamente convenire sulle capacità previsionali di questa analisi. L’Iraq, a seguito dell’invasione anglo-statunitense nel marzo 2003, è stato effettivamente smembrato con le modalità suggerite da Yinon, mentre per il momento le sorti della Siria non hanno ancora seguito le sue vaticinazioni.</p>
<p>Nel 1996 un <em>think-tank</em> israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani come<strong> </strong>Richard Perle, Douglas Feith<em> </em>James Colbert, Charles Fairbanks, Jr. e David Wurmser, pubblicò un documento per il leader del Likud Benjamin Netanyahu, che allora subentrava nell’incarico di Primo Ministro, intitolato <em>A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm </em>(Un taglio netto: una nuova strategia per garantire la sicurezza al Regno), in cui si auspicava che Israele “collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.</p>
<p>Nel settembre del 2000, il Project for the New American Century (pnac), un altro <em>think-tank</em> neoconservatore composto da personaggi del calibro di Paul Wolfowitz, Jeb Bush, Richard Perle, Donald Rumsfeld, Robert Zoellick, Richard Armitage, Lewis “Scooter” Libby, William Kristol, Robert Kagan, R. James Woolsey, Elliot Abrams, William J. Bennett, John Bolton, fece uscire un documento dal titolo <em>Rebuilding America’s Defenses</em> (Ricostruire le difese dell’America), dove si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l’eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq, Siria e Iran. Nel testo in questione, a proposito del processo di trasformazione della difesa statunitense, troviamo una precisazione cruciale, molto dibattuta alla luce dei successivi eventi degli attentati dell’11 settembre 2001: “Il processo di trasformazione, anche se porterà un cambiamento rivoluzionario, risulterà molto lungo, se non si dovesse verificare un evento catastrofico e catalizzante, <em>come una nuova Pearl Harbor</em>”. Il riferimento è evidentemente allo shock che causò sull’opinione pubblica americana determinando l’immediata entrata in guerra degli Stati Uniti.</p>
<p>Subito dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, che seguiva di circa un anno e mezzo l’occupazione militare dell’Afghanistan per catturare Osama Bin Laden, membri di spicco del Council on Foreign Relations (cfr) avevano cominciato a promuovere la divisione dell’Iraq in almeno tre staterelli, esattamente come si era prospettato più sopra.</p>
<p>Nel 2006 l’<em>“Armed Force Journal”</em> pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters ribadiva la “necessità di dividere l’Iraq”; poi “l’Iran, uno Stato dai confini ‘capricciosi’, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaijan unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell’attuale Afghanistan”.</p>
<p>Peters compilò anche una breve lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo Grande Gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti vi erano l’Afghanistan, la Libia, l’Iran, l’Iraq, la Siria, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre egli esprimeva l’allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini “si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che un altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”.</p>
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<p>Naturalmente qualcuno potrà obiettare che, per quanto riguarda le affermazioni or ora riportate, si tratta di semplici parole in libertà. Peccato però che una buona parte delle cose scritte o riconducibili a costoro, che ricordiamolo sono personaggi di primo piano dell’<em>intelligencija</em> e del firmamento politico-militare a livello internazionale, si sono effettivamente realizzate alla lettera. E altre, al momento in <em>standby</em>, sono in “via di esecuzione”.</p>
<p>Insomma, parliamo di gente che ha tutti i mezzi per far seguire alle parole i fatti. Gente, per dirla con Karl Rove, già capo dello staff presidenziale di George W. Bush, che non ha alcuna difficoltà a far sapere come <em>Vuolsi così colà dove si puote</em>: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo – sentenziava Rove – creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.</p>
<p>Mettiamo dunque da parte qualsiasi attribuzione gratuita di “complottismo” o “dietrologia”, che non c’entrano assolutamente nulla in tale contesto. Concentriamoci invece in quest’ultima parte del nostro scritto su quanto è stato detto e fatto nell’ultimo anno per giustificare il clamore diffamatorio dei <em>media mainstream</em> nei confronti della Siria. Vedremo così se tutto quello che la stampa ci ha riversato addosso è giustificato da elementi concreti o se, invece, ciò a cui abbiamo assistito non è altro che l’ennesimo tentativo di “creazione di una realtà” già pianificata <em>illo tempore</em>.</p>
<p>Partiamo innanzitutto anche in questo caso dalla constatazione che Al Jazeera e Al Arabiya, esattamente come era già avvenuto nel caso della “Primavera Araba” e soprattutto con la Libia a partire dal febbraio 2011, hanno scatenato una campagna mediatica internazionale tutta tesa a far passare il postulato sulle “violenze disumane perpetrate dal regime di Bashar al-Assad contro il suo stesso popolo”. I “ribelli”, nel quadretto agiografico allestito negli <em>studios</em> di proprietà dell’emiro del Qatar e del monarca saudita, erano semplici “civili desiderosi di instaurare la democrazia in Siria”. Non si sa bene a quale democrazia si faccia allusione, visto che in Qatar e Arabia Saudita di democrazia non ne esiste nemmeno l’ombra.</p>
<p>Il Qatar è soprattutto una gigantesca base militare americana, la più grande esistente fuori dagli Stati Uniti. E inoltre, per inciso, è il regno di un piccolo satrapo di stampo feudale e teocratico. Nel suo regno non vi è alcun Parlamento, nessuna Costituzione vigente, nessun partito, tanto meno vi hanno mai avuto luogo consultazioni elettorali. Quanto ai “diritti civili e umani”, meglio lasciar perdere. Nel giugno 1995 l’attuale signorotto, Sua Maestà Hamad bin Khalifa al-Thani, ha organizzato un colpo di Stato contro il suo stesso padre. Questa la pasta dell’uomo che, per il Segretario di Stato Hillary Clinton, è reputato un “partner decisivo per gli Stati Uniti”. E infatti costui, per rendersi meritevole di cotanta fiducia, nel corso del 2011 ha inviato ben cinquemila commandos per sostenere la ribellione jihadista contro la Libia.</p>
<p>Le peggiori accuse nei confronti della Siria, spesso documentate come false o fabbricate <em>ad hoc </em>ma sistematicamente avallate da un sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra, provengono da queste emittenti satellitari per essere poi subito riprese senza verifica alcuna da network come France 24, Fox news, cnn, bbc e dai circuiti internazionali ad esse collegate.</p>
<p>Da consumati esperti di chirurgia estetica, essi hanno trasformato l’Esercito siriano libero (fsa) in un movimento di “resistenza democratica” di bravi e simpatici filantropi, composto da “disertori umanitari” disgustati dalle atrocità commesse dall’esercito regolare siriano (il presunto leader del fsa, Riad Mousa al-Asaad, è ospitato nella provincia turca di Hatay, in precedenza siriana, e beneficia della diretta protezione del ministero degli Affari Esteri.).</p>
<p>Nessuna menzione invece ai “rapimenti, alle torture, alle esecuzioni sommarie, alle mutilazioni e alle pratiche criminali commesse dai gruppi armati che si oppongono al regime siriano”, come ha dovuto ammettere anche l’organizzazione non-governativa Human Rights Watch in un suo rapporto pubblicato il 20 marzo 2012, cioè dopo più di un anno di distanza da quando i terroristi imperversano in Siria. O ancora, per rimanere sulla contabilità cimiteriale del conflitto siriano, un “libero” massacratore intervistato da Ulrike Putz per “Der Spiegel”, attribuisce alla sua brigata di beccamorti da duecento a duecentocinquanta esecuzioni, quasi il 3% del bilancio complessivo delle vittime da quando si è iniziato a “esportare la democrazia” in Siria.</p>
<p>Per questo è calato un silenzio tombale – o quasi – sulle dimissioni di Ali Gashem, inviato speciale di Al Jazeera in Siria, del direttore dell’ufficio di Beirut Hassan Shaaban e del produttore di rete, quest’ultimo in protesta perché l’emittente qatariota “ha totalmente ignorato il referendum tenuto in Siria per la riforma costituzionale, che ha visto alle urne il 54% degli aventi diritto e il 90% dei voti a favore del cambiamento”. Un gesto plateale per denunciare le falsificazioni, le censure e le pressioni cui erano continuamente sottoposti dalla proprietà del network per presentare la tragedia siriana secondo i suoi desiderata.</p>
<p>Ma non è la prima volta che questo avviene: Da Wadah Khanfar a Ghassan Bin Jiddo, da Louna Chebel a Zeina al-Jaziji e a Eman Ayad, Al Jazeera ha dovuto subire importanti defezioni che passano sotto silenzio nella stampa occidentale. Malgrado questi scandali a ripetizione, i “nostri” media continuano tuttavia a considerare<em> </em><em>Al Jazeera</em> come una fonte d’informazione affidabile, e il suo padrone, il cacicco feudale Hamad bin Khalifa al-Thani, come un apostolo della democrazia.</p>
<p>Sono parimenti considerati “dettagli” su cui si può tranquillamente sorvolare ciò che nell’estate del 2011 un alto funzionario saudita ha detto a John Hannah, ex-capo assistente di Dick Cheney, che fin dall’inizio della sollevazione in Siria il re saudita ʿAbd Allah ha creduto che il cambiamento di regime sarebbe un grande beneficio per gli interessi del proprio paese: “Il re sa che, oltre al collasso vero e proprio della Repubblica Islamica, nulla indebolirebbe di più l’Iran che perdere la Siria”.</p>
<p>È questo oggi il Grande Gioco: lavorare allo smembramento della Siria. Ed è così che si è giocato: istituire in fretta un Consiglio nazionale siriano (cns) come “unico rappresentante del popolo siriano”, indipendentemente dal fatto che avesse delle basi reali nel paese; alimentare gli insorti armati provenienti dagli Stati limitrofi; imporre sanzioni che colpiscano i ceti medi; montare una campagna mediatica per denigrare gli sforzi siriani di riforma, cercare di fomentare divisioni all’interno dell’esercito e dell’élite e, come risultato finale, fare cadere la testa del presidente al-Assad.</p>
<p>Le origini di questa operazione, come si è visto, sono precedenti il cosiddetto “risveglio arabo”. Esse risalgono al fallimento di Israele nella guerra del 2006 per danneggiare seriamente Hezbollah, e alla  valutazione post-conflitto degli Stati Uniti secondo cui la Siria rappresenta il tallone d’Achille di Hezbollah, ossia il punto debole nella via di collegamento tra questa e l’Iran. Funzionari statunitensi e israeliani speculavano su cosa si sarebbe potuto fare per bloccare questo corridoio vitale, ma il principe Bandar bin Sultan dell’Arabia Saudita li ha sorpresi dicendo che la soluzione era “sfruttare le forze islamiche”.</p>
<p>“I passi successivi – spiega il diplomatico inglese Alastair Crooke – furono coinvolgere il presidente francese Sarkozy nella squadra, l’arci-promotore del modello del Consiglio di transizione di Bengasi (cnt), che aveva trasformato la nato in uno strumento per il cambiamento di regime. Barack Obama seguì contribuendo a persuadere il primo ministro della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, già piccato verso Assad, a usare la parte del Consiglio di transizione sul confine con la Siria, e a prestare la sua legittimità alla ‘resistenza’ ”.</p>
<p>Sembrava quasi fatta. Mancava solo, come passo finale, una legittimazione da parte della Lega Araba, egemonizzata dagli autocrati del Qatar e dell’Arabia Saudita. Si pensava che un’ispezione di osservatori sul territorio sarebbe stata sdegnosamente rifiutata da Damasco, cosa che in effetti non avvenne. Ma una volta iniziati i suoi lavori, la Commissione ha dovuto registrare le grida di dolore dei siriani che denunciavano le atrocità dei “ribelli”, che in moltissimi casi erano composti da stranieri. Nel suo rapporto ha quindi riferito di tali atrocità delle bande armate, tenute nascoste dai media e ignorate dalle capitali occidentali e dalle retrive monarchie arabe. Risultato: la Lega Araba ha gettato via il rapporto e ha preteso le dimissioni del capo-missione, il generale sudanese Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, colpevole di aver turbato la “narrativa” corrente.</p>
<p>Alla luce di tutto questo, come ha avuto il coraggio di ammettere pubblicamente Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico di Aleppo, possiamo dunque arguire che l’obiettivo primario di queste sollevazioni eterodirette è stato fin dall’inizio di frantumare la società siriana, infliggere quante più perdite possibili all’esercito di Assad, dividere il paese su linee etnico-confessionali, paralizzare la produzione agricola, industriale, artigianale. Insomma, distruggere il tessuto connettivo della società siriana facendola regredire a quel pulviscolo di entità territoriali che, per usare le parole del sociologo siriano Safouh al-Akhrass, “sotto i turchi era costituita da una serie di comunità, ognuna indipendente dalle altre, legate in ordine sparso a un apparato amministrativo simile al feudalesimo europeo”.</p>
<p>Composti da tutte le nazionalità che popolano la regione, i movimenti eversivi presenti in Siria ostentano un radicale antinazionalismo che non riconosce alcun limite territoriale. Dunque non possono essere associati in senso stretto a un solo paese della regione. Nelle loro fila si trovano sauditi, maghrebini, libici, giordani, libanesi, turchi, afghani, ma perfino tanti palestinesi che respingono l’idea di una lotta di liberazione nazionale in Palestina. I paesi nato e gli Stati Uniti, come del resto già avvenuto in tempi recenti, completano un simpatico quadretto familiare del terrorismo contro la Siria a fianco delle monarchie del Golfo, dei mercenari libici, dei propagandisti salafiti e di al-Qaeda.</p>
<p>È un scenario ingarbugliato con venature surrealiste (o surreali?) che ci viene confermato, a riprova della consapevolezza nei confronti di ciò che sta accadendo, dalle personalità più disparate che abbiamo incontrato nei giorni trascorsi in Siria: dal Patriarca greco-cattolico melchita di Antiochia e di tutto l’Oriente Gregorios iii Laham, che parla esplicitamente di una “dittatura della stampa” tesa a falsificare e sovvertire completamente i fatti reali, allo sceicco Muhammad Sa’id Ramadan al-Buti, presidente del Congresso Islamico dei Paesi dello Sham e forse il più eminente studioso vivente dell’Islam.</p>
<p>Costui, facendoci l’onore di riceverci nella sala antistante la Moschea degli Omayyadi, il più grande edificio di culto a Damasco e una delle più belle moschee al mondo, di cui è anche Imam, ci ha salutato con queste parole: “Credo nella vostra fratellanza più che in quella dei nostri cugini arabi che falsificano la verità”. E stiamo parlando di un musulmano sunnita di rito hanafita, i cui saggi discorsi contrastano radicalmente con gli appelli all’omicidio e all’odio degli sceicchi wahhabiti dell’Arabia Saudita, come per esempio il telepredicatore Aidh Al-Qarni, il quale dagli schermi di Al-Arabiya ha dichiarato che <em>“ammazzare Bashar al-Assad è un dovere per ogni vero fedele!”. O ancora </em>lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, che lancia abitualmente dal pulpito di Al Jazeera delle <em>fatwah</em> che legalizzano l’assassinio di alauiti, cristiani, drusi oltreché dei sunniti favorevoli al governo siriano. Telepredicatori settari che, incredibili a dirsi, promettono addirittura dei “passaporti per il paradiso” ai volenterosi fanatici che si immolano nella “guerra santa” contro presunti infedeli.</p>
<p>Sulla medesima lunghezza d’onda degli incontri precedenti va senz’altro collocata anche Madre Agnès-Mariam de la Croix, di origine palestinese con cittadinanza libanese e francese, superiora del Monastero Mar Yakub (San Giacomo l’Interciso) a Qâra, ubicato a circa duecentocinquanta chilometri a Nord di Damasco e quasi al confine con il Libano, la quale mi ha raccontato dettagliatamente i risultati della sua inchiesta tesa a controllare la veridicità delle informazioni propalate quotidianamente dai <em>media mainstream</em>.</p>
<p>Madre Agnes-Mariam espone una realtà molto diversa dal quadro che, volente o nolente, si è raffigurato in Occidente sui fatti siriani. Senza interrompere la sua attività di pittrice per “guadagnarsi il pane” e fare andare avanti i lavori di sistemazione dello splendido Monastero che condivide con un’altra ventina tra suore e frati provenienti da varie parti del mondo, mi parla di “persone spacciate per morte ad uso televisivo e che morte invece non erano”, di “individui uccisi e orribilmente mutilati affinché le loro morti potessero essere attribuite alle violenze dell’esercito siriano, ma che invece erano stati assassinati dai cosiddetti ‘ribelli’ a beneficio delle troupes dei grandi network”. Parla ancora di “violenze inaudite su bambini, di stupri, di mutilazioni di seni, di uccisioni seriali di cristiani presenti nelle città teatro delle rivolte dei fanatici settari, di omicidi compiuti ai danni di sunniti che non condividevano la loro violenza beluina”. Parla di tutto ciò che ha potuto appurare in prima persona, senza frapporre tra sé e i fatti alcun filtro televisivo o giornalistico, ma la sua testimonianza non viene raccolta da nessun mezzo di comunicazione, neppure da quelli cattolici. Non rientrando nei canoni del “politicamente corretto”, la sua voce fuori dal coro risulta sgradita ai corifei del Big Brother. E tutto questo, per una donna della sua tempra e della sua dirittura morale, è fonte di scoramento trovandosi al cospetto di una Chiesa che, precisa Madre Agnès-Mariam, “non ha più il coraggio di testimoniare la verità”. La sua conclusione è che stiamo vivendo in tempi Apocalittici, giudizio forse condiviso oggi da molte persone.</p>
<p>Un’ulteriore smentita dei cumuli di menzogne ai danni della Siria proviene anche dal Centre Français de Recherche sur le Renseignement, un gruppo d’intelligence privato allestito da vecchi dirigenti della Direction de la Surveillance du Territoire (dst), insieme al Centre International de Recherche et d’Études sur le Terrorisme &amp; l’Aide aux Victimes du Terrorisme. Il titolo del loro rapporto: <em>Siria, una libanizzazione artificiale</em>, è già molto indicativo del risultato della loro ricerca. Senza risparmiare critiche al regime siriano e alla sua gestione della crisi, vi si dichiara senza tanti orpelli “la falsificazione orchestrata degli eventi, il gioco degli attori stranieri che perseguono, attraverso il loro sostegno agli oppositori, obbiettivi di politica estera che nulla hanno a che vedere con la situazione interna del Paese”. Il documento colloca la rivolta nella strategia israelo-americana in Medio Oriente, che è stata battezzata come “instabilità costruttiva”. Tale strategia, secondo gli analisti francesi, “è basata su tre principî: creare e gestire conflitti a bassa intensità, favorire lo spezzettamento politico e territoriale, promuovere il settarismo, se non addirittura la pulizia etnico-confessionale”. Insomma gli stessi principî che, come abbiamo visto in precedenza, informavano il “Piano Bernard Lewis” e le linee direttrici per Israele stilate da Oded Yinon.</p>
<p>Quel che si vuole distruggere, aggiunge la dottoressa Nadia Khost, siriana, autrice di molte opere sulla conservazione del patrimonio culturale della civiltà araba, è “un Paese che si distingue per un tessuto sociale dove le religioni, le confessioni e le etnie si mescolano in una unità nazionale. Un Paese che traduce le opere della letteratura mondiale, che ascolta la musica classica e la musica locale, e dove le donne partecipano alla vita produttiva e pubblica”.</p>
<p>Non a caso la “nuova” bandiera tricolore con tre stelle riportata in auge dal cns era quella in vigore durante l’occupazione coloniale francese della Siria, quando appunto il paese era smembrato in tre entità distinte. Proprio com’è avvenuto in Libia, con la sola differenza che in questo caso il drappo “ufficiale” risale all’epoca in cui il paese era sotto dominio anglo-americano.</p>
<p>“Tutto questo deve finire, e al più presto”, strepita al nostro indirizzo un tassista, le cui parole sono chiaramente riconducibili al <em>modus cogitandi</em> e forse anche <em>agendi</em>… del salafismo o della Fratellanza Musulmana. Nell’ascoltare il suo eloquio esagitato mentre ci conduce per le strade affollate di Damasco, un brivido corre lungo la schiena. Soprattutto per frasi che, d’un lampo, materializzano quell’oggetto impalpabile chiamato <em>bipensiero</em> così magistralmente descritto da George Orwell. Per lui, come del resto per tutti i fanatizzati della sua specie, “la Siria deve essere liberata dagli infedeli che la governano e diventare al più presto un paese in cui regna la Sha’ria, esattamente come nelle teocrazie dell’Arabia Saudita e del Qatar… Al Jazeera e Al Arabiya dicono la pura verità su quello che accade in Siria, chi dice il contrario è un infedele… Israele fa il bene dei palestinesi ed è un Stato amico. Vi raccontano un sacco di bugie su Israele. Credetemi, Israele è molto buono e ci aiuta tanto!… L’Occidente è nostro alleato nella nostra lotta di liberazione… Dovete raccontare la verità; sono tutte bugie quelle che vi dicono nei vostri paesi, cioè che Bashar al-Assad è buono e fa il bene dei suoi cittadini&#8230; È un bugiardo, il più grande bugiardo, dovete raccontarlo a tutti!&#8230;” Forse non sa che da un anno i grandi media occidentali dipingono il presidente siriano ad immagine e somiglianza di un mostro assetato di sangue. Insomma, il nostro tassista è un miscuglio di ignoranza, fanatismo e creduloneria che compendia fedelmente il tipo di ominide sul quale fanno presa i rigurgiti neofeudali che tentano di gettare nello scompiglio il paese.</p>
<p>Fortunatamente la Siria è composta per la maggior parte da ben altre persone, quelle per esempio che nelle elezioni del 7 maggio hanno tributato in tutto il paese una maggioranza schiacciante alla coalizione riunita intorno al partito Ba‘th. Persone che magari ambiscono del tutto legittimamente a migliorare le proprie condizioni di vita e a far avanzare quelle del proprio paese, ma che hanno ben chiaro nella loro mente e nei loro cuori che quanto viene loro presentato come “alternativa” alla Siria di oggi è un futuro remoto costellato di barbarie, un salto nel buio gravido di lotte intestine, di fanatismo settario, di guerra di tutti contro tutti, di conflitti etnici e confessionali che ci si augurava di aver definitivamente gettato nella pattumiera della Storia.</p>
<p>Perché l’Occidente atlantico, a fronte di un variegato panorama di partiti di opposizione presenti in Siria, ha deciso unilateralmente che il cns sia l’“unico rappresentante del popolo siriano”? Forse perché è il solo raggruppamento, tra i tanti oppositori disponibili nel paese, che spinge per un intervento militare della nato contro la Siria? Sulla base di quale “istanza democratica” si è potuta prendere una decisione così grave da passare addirittura sopra la testa di un intero popolo? Chi autorizza queste entità (nato – petromonarchie del Golfo – Turchia – Israele) a fare sfoggio di una tale arroganza in nome della “Democrazia”? Domande talmente semplici da lasciare disarmati, ma che in ciò che resta del decadente mondo occidentale non si ha più neppure la forza di porre.</p>
<p>Chissà, forse nel tragico epilogo che sembrava travolgere la Siria ma da cui siamo certi possa presto riemergere con rinnovato vigore, è contenuto anche un messaggio che, sia pure in forme per il momento meno traumatiche, può servire da <em>memento</em> anche per il neofeudalesimo che ormai sembra lambire tutti i paesi bagnati dal Mare Nostrum. Del resto il triste destino della Libia è lì a ricordarcelo ogni giorno.</font><br />
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		<title>Intervista a Massimo Campanini</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 05:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-massimo-campanini/15823/" title="Intervista a Massimo Campanini"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/l43_110218193545_big.6ibsviqxgjwoc4ss4ggg4ssg8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="77" alt="Intervista a Massimo Campanini" ></div></a><p><font size="2"><em>In occasione dell&#8217;uscita <a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">del n. 2/2012, dedicato in buon parte alla &#8220;Primavera araba&#8221;</a>, &#8220;Eurasia&#8221; offre ai suoi lettori un&#8217;intervista esclusiva a Massimo Campanini, esperto di questioni mediorientali. L&#8217;intervista è stata realizzata tre mesi fa.</em></p>
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<p><strong>Professor Campanini, vorrei cominciare con la domanda forse più impegnativa, alla quale nessuno finora ha saputo dare una risposta esauriente, ammesso che ciò sia possibile ricorrendo ai consueti strumenti dell’analisi sociale e politica. Esiste a Suo avviso un filo conduttore, un motivo comune, in quella che è stata definita la “primavera araba”? Vi è chi la spiega con un diffuso desiderio di “libertà”, che però non può bastare come categoria analitica, anche perché la “libertà” è un concetto che va riempito di contenuti concreti. Per di più, gli occidentali, se davvero tenessero per principio alla “libertà” (che resterebbe pur sempre un concetto vago), aiuterebbero sia i “ribelli libici”, verso i quali sono stati così solerti, che i manifestanti del Bahrain, sommamente ignorati e peraltro più pacifici (visto che anche il “pacifismo” pare costituire per gli occidentali una “questione di principio” da cui far derivare simpatie ed appoggi). Non si è, piuttosto, in presenza di un “grande gioco” tra potenze nel quale il mondo arabo-islamico funge, per l’ennesima volta, da “campo di battaglia” e le relative popolazioni da ‘comparse’ di un dramma i cui protagonisti risiedono altrove?</strong></p>
<p>Esistevano motivi oggettivi a giustificare le rivolte arabe. Il desiderio di libertà e partecipazione, il desiderio di essere protagonisti della vita politica e istituzionale dei singoli paesi è certamente uno di questi. Un membro dell’assemblea costituente tunisina, appartenente al partito islamico moderato al-Nahda, mi ha detto che la rivoluzione tunisina è stata la rivoluzione della dignità, della riacquisita consapevolezza di essere protagonisti e al centro della storia, come cittadini e come uomini. Naturalmente, tutto ciò non è sufficiente. Non bisogna trascurare le motivazioni economiche, la crisi del mondo del lavoro, la disoccupazione, la povertà ingigantite dal saccheggio delle risorse nazionali da parte dei regimi al potere, da quello di Ben ‘Ali a quello di Mubarak. È naturalmente anche vero che le rivolte o rivoluzioni arabe si sono inquadrate in un più ampio orizzonte di geopolitica internazionale dove gli interessi neo-imperialistici delle grandi potenze hanno avuto il loro ruolo. Questo giustifica i due pesi e le due misure che sono stati applicati, per esempio, in Libia e in Siria. Questa proiezione internazionale però non credo abbia avuto effetto sulla scaturigine e sullo svolgimento delle rivolte (fatto salvo il caso molto ambiguo della Libia) quanto piuttosto potrebbe averne sui potenziali esiti nel futuro dei cambiamenti istituzionali. Bisognerà verificare sul campo quanto la Tunisia e l’Egitto, ma anche la Libia e la Siria (poco si dice ormai dell’Algeria o dello Yemen) saranno in grado di determinare liberamente il proprio futuro. In ogni caso, nutro una visione relativamente positiva delle ribellioni che hanno agitato il mondo arabo mediterraneo nel 2011: sono convinto che, nella maggior parte dei casi, si sia trattato di autentici moti popolari che molto potevano dire riguardo alla sperimentazione, in paesi per lungo tempo di democrazia bloccata, di nuovi modelli politici. Questo a prescindere dagli sguardi interessati che dall’estero potevano essere gettati sulle rivolte, soprattutto nel timore che avrebbero potuto aprire la strada a un’affermazione dell’Islam (come in parte si sta verificando).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel cosiddetto “Occidente” viene sistematicamente diffusa dai media “autorevoli” l’idea secondo cui dovremmo tremare all’idea di un mondo islamico “in mano agli estremisti”. Ora, per chi s’informa solo dalla televisione e dai giornali più conformisti, anche i Fratelli Musulmani rientrano nel calderone del “fondamentalismo/estremismo/terrorismo”… Ma non le pare schizofrenico che, da una parte, i governi occidentali sostengano “rivolte” guidate da movimenti “islamisti” (i “liberal-democratici” arabi a mio avviso sono poco più che folclore) e, dall’altra, continuino ad alimentare questa paura del “terrorismo islamico”, di “al-Qâ‘ida” eccetera? Questo, se restiamo su un piano propagandistico. Gli occidentali, difatti, non si fanno alcuno scrupolo nell’essere “alleati” di chicchessia, compresi “regimi islamici” che “governano con la sharî‘a” (altra definizione “terrificante”) come quelli della Penisola araba, e ciò dimostra che l’unico criterio che per essi vale – come per chiunque altro, del resto – è sempre stato quello di considerare “alleato” chi accetta di “collaborare” e/o si sottomette, specialmente in campo economico e finanziario. Alla luce di tutto ciò, anche il tanto sbandierato “laicismo” – che sembrerebbe un valore non negoziabile in casa propria &#8211; non risulta affatto essere <em>conditio sine qua non</em> per lo stabilimento di solide “alleanze”: si pensi alla Siria, più “laica” (definizione che lascia il tempo che trova) dell’Arabia Saudita, eppure totalmente invisa a Washington e ai suoi alleati. Come spiega queste contraddizioni?</strong></p>
<p>La spiegazione deve essere individuata, com’è ovvio, negli interessi geopolitici e di potenza che motivano le decisioni dei paesi occidentali. Il fatto che il regime siriano sia “laico” non è sufficiente a far dimenticare il suo costante legame con l’Unione Sovietica, prima, e la Russia dopo, oppure le convergenze strategiche che manifesta nei confronti del regime più vituperato del mondo contemporaneo, quello sciita rivoluzionario dell’Iran. Si tratta dunque di supportare tutti quei capi di Stato o quei movimenti o quelle tendenze ideologiche che in qualche modo risultano congrue o almeno utili ai disegni di potenza dell’Occidente in una regione “calda” e instabile come il Medio Oriente. In questa luce è evidente che l’islamismo politico o islamismo radicale, sostenitore, almeno sul piano teorico, di posizioni fortemente critiche per non dire ostili all’<em>outlook</em> e al sistema politico internazionale occidentale, venga additato come il principale nemico dell’ordine mondiale, come il destabilizzatore, ideologico e pratico, della democrazia internazionale. Da ciò derivano le condanne, spesso pregiudiziali e disinformate, di movimenti come i Fratelli Musulmani, che indubbiamente godono di consenso popolare e che stanno conseguendo importanti risultati in elezioni che possono essere considerate sostanzialmente libere e democratiche. Del resto, l’alternativa rappresentata dai movimenti islamici si innesta in un quadro di grave crisi, di idee e di rappresentatività, dei partiti liberal-democratici nei Paesi arabi, partiti che non hanno radicamento di massa e sono fondamentalmente elitari. Questi ultimi non hanno di fatto accettato il risultato elettorale che ha premiato gli islamisti e agitano lo spettro di un boicottaggio del processo di trasformazione istituzionale in atto dimostrando di essere ben poco coerenti con quei principi democratici che vanno sbandierando.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Alcuni sostengono che dietro questa “primavera araba” vi sarebbe una “regia occulta” dei Fratelli Musulmani, sostenuta dagli occidentali (con la Turchia a svolgere un ruolo di appoggio) e dalle “petromonarchie” del Golfo. Tra l’altro, è stato anche osservato che gli ex “moderati” Ben ‘Ali e Mubarak, ostili alla Fratellanza islamica, prima della loro defenestrazione stavano intensificando le loro relazioni con la Cina (similmente alla Grecia poco prima l’esplosione del “problema del debito greco”). Adesso, dopo il “cambiamento”, Tunisia ed Egitto, per non parlare della Libia, vengono ricondotti nell’alveo “atlantico” grazie alla collaborazione di dirigenze per anni tenute “al caldo” a Londra. E non stupisce, a questo punto che la “nuova Tunisia”, seguita immediatamente da altri, abbia espulso l’ambasciatore siriano ufficialmente per motivi di carattere “morale”, ma non il rappresentante diplomatico israeliano (che dovrebbe essere invece come il “fumo negli occhi” per chi dell’Islam fa una sorta di “programma politico”)! Ci può aiutare a comprendere meglio tutto ciò e a capire quali alleanze svilupperanno i Paesi arabi dopo le “rivolte”? </strong></p>
<p>Che ci sia stata una regia occulta dei Fratelli Musulmani in combutta con l’Occidente dietro le rivolte arabe è una tale sciocchezza che non merita neppure di essere esaminata; e del resto risulta in palese contraddizione con quanto ipotizzato (e analizzato) nella domanda precedente. I Fratelli Musulmani stanno tentando di approfittare delle rivolte per imprimere un marchio islamico alle società in via di trasformazione di Tunisia, Egitto, Marocco e anche Libia, ma la loro proposta politica è lungi dal venire accettata dai <em>policy-makers</em> occidentali, ossessionati dal problema securitario “islamico”. Nel quadro del riassetto e del riassestamento delle relazioni internazionali dopo le rivolte, di tutto rilievo appare la posizione della Turchia che ambisce, da una parte, a un ruolo di potenza regionale grazie al suo peso demografico, economico e militare, e, dall’altra, a un ruolo di potenziale guida e punto di riferimento nei confronti dei nuovi regimi “islamicamente moderati”, alla luce del carattere altrettanto “islamicamente moderato” dell’AKP. Il problema del rapporto con Israele è ovviamente molto delicato. Credo che nessuno dei Paesi arabi abbia voglia di rischiare una nuova guerra con Israele, che sarebbe devastante per i rapporti internazionali oltre che per l’economia della regione. E tuttavia c’è da aspettarsi un raffreddamento o almeno una più consapevole presa di distanza dei nuovi governi islamisti moderati nei confronti dello Stato ebraico, rispetto alla politica succube e rinunciataria, per esempio, di un Mubarak. In ogni caso non credo ci sia da aspettarsi un profondo sconvolgimento delle alleanze internazionali della regione. Non foss’altro che per questioni economiche, i rapporti tra nuovi Paesi arabi e mondo occidentale rimarranno privilegiati rispetto, per esempio, a quelli con la Russia, che sta disperatamente cercando di non abbandonare la Siria di Assad per non perdere il suo principale punto di appoggio in Medio Oriente. Naturalmente l’espansionismo cinese cercherà di ingerirsi anche negli affari mediorientali, ma la Cina gode di maggiori credenziali di neutralità e di passato disimpegno rispetto alla Russia, e in ogni caso, se vorrà svolgere un ruolo significativo nell’area, dovrà calibrare e riequilibrare i suoi disegni strategici. Il Medio Oriente non è territorio “vergine” come l’Africa nera. <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dopo il suicidio del giovane tunisino Bou ‘Azizi, che ha rappresentato la miccia in grado di far esplodere la polveriera, i “disperati economici” che s’immolano in Tunisia non si contano, mentre in Libia si va già diffondendo &#8211; più rapidamente di quanto si è formata in Iraq &#8211; l’idea secondo cui “si stava meglio quando si stava peggio”. In Libia, inoltre, il “tenore di vita” non era quello delle masse di diseredati che comprensibilmente, in Egitto, appoggiano le “rivolte”… Vi sono poi dichiarazioni dei “salafiti” egiziani che denotano un certo attaccamento ai principi del “libero mercato”… Non c’è il concreto rischio che le speranze di molti di veder migliorare le proprie condizioni socio-economiche venga platealmente frustrato?</strong></p>
<p>Le rivoluzioni o le rivolte su larga scala hanno sempre per conseguenza una crisi economica più o meno profonda, di riassestamento e di trasformazione. La storia rivoluzionaria dell’Unione sovietica e della Cina lo dimostra ampiamente. I Paesi arabi che hanno conosciuto le rivolte non sfuggono a questa regola: le economie di Tunisia ed Egitto sono in crisi e non è inverosimile che, almeno per un prevedibile futuro, la povertà si diffonderà piuttosto che diminuire. Molto dipenderà dalle politiche economiche che sapranno implementare i nuovi governi la cui operatività è comunque di là da venire. Indubbiamente la Libia godeva di una certa affluenza sotto Gheddafi e di certe garanzie di <em>welfare</em>. È giustificabile che esistano alcuni scontenti della situazione presente. Ma in ogni caso, anche qui non si può divinare il futuro. Il carattere liberista che indubbiamente prenderà il sistema economico libico – come già profondamente liberista era il carattere, sotto Ben ‘Ali e Mubarak, dei sistemi economici tunisino ed egiziano – dovrà essere attentamente programmato e monitorato.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Veniamo ora alla “questione palestinese”, che per decenni ha costituito il coperchio, la giustificazione, la valvola di sfogo di ogni tensione presente nella regione vicino-orientale. Come giudica il fatto che proprio durante questi sconvolgimenti nella regione arabo-islamica, sia la Palestina con la relativa “questione” ad essere passata in sott’ordine? Il “nuovo Egitto” non dovrebbe fare di più per i palestinesi? È notizia di questi giorni (12 febbraio 2012) che il gasolio egiziano è esaurito, e Gaza, pertanto, è rimasta al buio e al gelo!</strong></p>
<p>Sono convinto che, purtroppo, per i palestinesi non ci sia una reale via d’uscita. Ormai nessuno dei Paesi arabi – peraltro secondo me con ragione – ha la possibilità o la volontà di mettere a rischio gli equilibri interni e internazionali per risolvere con una azione di forza la “questione palestinese”. I palestinesi sono sempre stati (dopo Nasser) fondamentalmente abbandonati a se stessi e questa situazione non cambierà anche se, per esempio, il nuovo Egitto potrà ulteriormente raffreddare (ma non rompere) la pace con Israele. Dovrebbe piuttosto essere Israele, se condizionato dalla maggioranza aggressiva e nazionalista che attualmente lo domina, a rendere la situazione più tesa e incandescente. I palestinesi devono in ogni caso contare sulle proprie forze per strappare qualche concessione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il ruolo della Turchia (membro della Nato, ricordiamolo), che sta proponendosi come uno degli attori principali delle sommosse nella vicina Siria, secondo Lei è coerente con quello sin qui svolto finora? Gli arabi – penso alla vicenda della Freedom Flotilla e ad alcune uscite eclatanti del primo ministro Erdogan contro Israele  – guardano con molto favore alla Turchia “islamica”, visto che gli arabi stessi si dimostrano patologicamente incapaci di esprimere una guida capace di andare al di là dei particolarismi nazionali e settari. Ma non c’è il rischio, invece, che la Turchia si faccia prendere la mano inseguendo sogni d’egemonia regionale, e non solo (penso ai Balcani) rischiando di provocare oltre il limite di sopportazione altre medie e grandi potenze d’Eurasia (penso alla Russia e all’Iran)?</strong></p>
<p>Come ho già detto in precedenza, la Turchia sogna di essere la bandiera e la guida di un Medio Oriente islamicamente moderato, fondamentalmente liberista, comunque prioritariamente interessato a un equilibrio internazionale regionale. Non credo che i dirigenti turchi vogliano comunque tirare a tal punto la corda da rischiare guerre. Il loro appoggio, almeno morale, alle rivolte arabe e il loro disegno strategico di indebolimento della Siria attuale o comunque di possibile controllo di un’eventuale nuova Siria si inquadrano in un medesimo orizzonte strategico di egemonia regionale. Un conflitto potenziale con l’Iran è possibile, ma allo stato attuale delle cose non conviene a nessuno.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non ritiene che vi sia il rischio che gli arabi, infatuatisi in una sorta di “nazionalismo religioso”, possano prestarsi di buon grado a svolgere un ruolo attivo in un’ipotetica prossima campagna militare occidentale contro l’Iran? Non crede che un innalzamento della provocazione nei confronti di Tehran potrebbe innescare una fase particolarmente grave dello scontro in atto per il predominio mondiale, se non addirittura una guerra mondiale?</strong></p>
<p>Lei evoca scenari apocalittici che non tengono conto della <em>realpolitik</em>. Certi regimi arabi, come l’Arabia Saudita o gli emirati del Golfo, vedrebbero sicuramente di buon occhio un indebolimento o addirittura un rovesciamento dell’Iran. Ma non hanno la forza militare per imporsi. D’altro canto, nuovi Paesi arabi come la Tunisia o l’Egitto non hanno alcuna convenienza ad inasprire le tensioni regionali, come ho già detto in precedenza. Un attacco israeliano (o israelo-americano) all’Iran rimane possibile, anche se, credo, non probabile perché scoperchierebbe un vaso di Pandora dalle conseguenze  imprevedibili.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Un’ultima domanda: ne vale la pena di “fare la rivoluzione” per poi mantenere intangibili i confini, specialmente nel Vicino Oriente arabo-islamico? Voglio dire: che senso ha illudere le masse, sovente infiammate col sogno dell’unità dall’Atlantico al Golfo, se poi l’obiettivo non è quello di unire la “patria araba e islamica” in un&#8217;unica entità politico-amministrativa? A chi spetterebbe, a suo avviso, la guida di una siffatta entità? Vengono in mente i dibattiti sul Califfato che tennero banco ancora per tutti gli anni Trenta dopo la (illegittima, poiché l’Assemblea di Ankara non aveva alcun potere per farlo) abolizione del Califfato ottomano… Per non parlare delle crescenti aspettative messianiche che circolano nel mondo islamico proprio a proposito dell’esito finale di questa “primavera”…</strong></p>
<p>I sogni universalistici, siano essi panarabi o panislamici, sono retaggi del passato e sono sostanzialmente improponibili e impraticabili nel mondo contemporaneo. Non vedo aprirsi prospettive né per l’uno né per l’altro. I particolarismi e gli egoismi nazionali e locali sono ormai dovunque predominanti. I Fratelli Musulmani per esempio potrebbero avere nel loro DNA una vocazione panislamista, ma soltanto dal punto di vista teorico. Dal punto di vista pratico sono interessati a ottenere il controllo di quei Paesi in cui stanno vincendo le elezioni, come in Tunisia o in Egitto. A questo fine nazionale o francamente nazionalistico, la rivoluzione indubbiamente può servire.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>* Massimo Campanini (Milano 1954) ha insegnato nelle Università di Urbino, Milano e Napoli l’Orientale. Attualmente è professore associato di storia dei paesi islamici all’università di Trento. Si occupa di studi coranici, di pensiero politico islamico e di movimenti islamici contemporanei. Tra i suoi ultimi libri: </em>Ideologia e politica nell’Islam<em> (Mulino 2008) e </em>I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo<em> (Utet 2010). È in corso di stampa </em>L’alternativa islamica<em> (Bruno Mondadori 2012).</em></p>
<p><em> </em></font></p>
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		<title>Donne in Iran</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:58:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
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		<category><![CDATA[movimenti femminili iraniani]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/donne-in-iran/15798/" title="Donne in Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/persian_women.5e8n8fjtjw0s4k0oks08w08c4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Donne in Iran" ></div></a>Mai come in questo periodo storico l&#8217;attenzione internazionale è dedicata a quanto accade nel Vicino Oriente. L’Iran in particolare è teatro di una serie di mutamenti dal risvolto geopolitico importantissimo, per cui cattura facilmente l&#8217;attenzione dei media occidentali. Giocata sulla rilevanza delle differenze, la comunicazione mediata da quotidiani ed agenzie di stampa tende a creare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/donne-in-iran/15798/" title="Donne in Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/persian_women.5e8n8fjtjw0s4k0oks08w08c4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Donne in Iran" ></div></a><p><font size="2"><em>Mai come in questo periodo storico l&#8217;attenzione internazionale è dedicata a quanto accade nel Vicino Oriente. L’Iran in particolare è teatro di una serie di mutamenti dal risvolto geopolitico importantissimo, per cui cattura facilmente l&#8217;attenzione dei media occidentali.</em></p>
<p><em>Giocata sulla rilevanza delle differenze, la comunicazione mediata da quotidiani ed agenzie di stampa tende a creare una percezione di alterità minacciosa, soprattutto su tematiche care alla cultura occidentale, come il dualismo Stato-Religione o la condizione della donna, per citarne alcune.</em></p>
<p><em>E&#8217; proprio in relazione a quest&#8217;ultimo tema che regna molta confusione presso i destinatari dell&#8217;informazione, nonostante esso presenti interessanti spunti di riflessione, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione politica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;evoluzione<em> </em>storica della partecipazione femminile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Risalgono ai primi anni del &#8217;900, quando l&#8217;Iran era ancora conosciuto come Persia, i primi movimenti a favore dei diritti delle donne persiane. Pochi anni dopo l&#8217;adozione della Costituzione del 1906, infatti, nascono movimenti di donne che rivendicano l&#8217;importanza dell&#8217;educazione femminile, considerata un investimento per la nazione, poiché donne istruite avrebbero allevato uomini migliori per il loro paese.</p>
<p>Le prime scuole femminili furono create da missionari stranieri e da personalità provenienti dall’ambiente intellettuale persiano, ma ebbero vita breve. L’istruzione femminile, gestita da privati, rimase completamente priva di una regolamentazione specifica fino al 1908; fu solo in quell&#8217;anno che il governo persiano stanziò i primi fondi per la creazione di alcune scuole elementari femminili e per una sorta di istituto magistrale. Furono anni di intenso dibattito e le riviste di settore ebbero modo di toccare temi socialmente rilevanti: i figli, il matrimonio, i diritti delle donne.</p>
<p>Se da una parte l&#8217;attivismo femminile produsse innovazioni nel campo educativo, negli stessi anni (politicamente instabili fino alla definitiva salita al potere dello Scià, nel 1925) proliferarono diverse organizzazioni e società clandestine per le libertà e i diritti femminili, che nello loro file annoveravano donne provenienti per lo più dalla classe media istruita; alcune erano imparentate con personalità importanti, artefici del processo costituzionale di pochi anni prima. Questa prima ondata di associazionismo femminile non ebbe vita facile: la segretezza talvolta fu violata e le associazioni stesse, nonché attiviste di rilievo come Mohtaram Eskandari, furono legalmente perseguite.</p>
<p>Con il consolidamento dell&#8217;autorità dello Scià Reza Pahlavi, prese il via un&#8217;ondata di riforme (deislamizzazione del sistema giudiziario e dell&#8217;istruzione, divieto dell’abbigliamento femminile tradizionale ecc.) che rientrava in un generale programma di occidentalizzazione della vita persiana.</p>
<p>La questione femminile si inserì in questo quadro di novità, soprattutto nell’ambito educativo. Tra il 1928 e il il 1935 le donne ebbero accesso all’Università di Teheran e furono incoraggiate a seguire corsi di studi in Occidente; tutto questo in un quadro di riforme che culminò nel 1944, quando l’istruzione divenne obbligatoria.</p>
<p>L&#8217;Iran divenne così un centro nevralgico degli attivismi femminili dell&#8217;area, tanto che nel 1932 Teheran ospitò il secondo <em>Congresso delle donne orientali.</em></p>
<p>Nei successivi anni &#8217;50 videro la luce numerose organizzazioni femminili, tra le quali vanno annoverate <em>Rah-e Now </em>(fondata del 1955) e la <em>Lega Femminile di sostegno alla Dichiarazione dei Diritti Umani </em>(nel 1956). Quindici tra le più importanti organizzazioni andarono a formare nello stesso anno una federazione chiamata <em>Consiglio Superiore delle Organizzazioni Femminili in Iran, </em>i cui sforzi erano indirizzati verso l&#8217;ottenimento del suffragio femminile.</p>
<p>Nonostante l’opposizione di buona parte degli ambienti religiosi, nel 1963 fu riconosciuto alle donne il diritto di voto; ciò rientrava nell’ampio programma di riforme promosso dallo Scià Reza Pahlavi, programma conosciuto come “Rivoluzione Bianca”. Sei donne furono elette al <em>Majlis </em>(Parlamento).</p>
<p>Nel corso degli anni &#8217;60 la partecipazione politica femminile a ruoli attivi ed istituzionali divenne consistente. Donne elette nei consigli comunali di piccole e grandi città, donne nel corpo diplomatico, donne attive nel sistema giudiziario, dove, a partire dal 1969, cinque donne ricoprirono il ruolo di giudice; donne nei servizi governativi, nel campo dell&#8217;educazione, della sanità e dello sviluppo.</p>
<p>Per le più alte cariche governative si dovrà attendere il 1968, anno in cui Farrokhru Parsa, una delle sei donne già elette al <em>Majlis,</em> divenne Ministro dell&#8217;Educazione.</p>
<p>Ottenuti risultati in ambito istituzionale, con il diritto di voto e l’ingresso in importanti cariche politiche ed amministrative, i movimenti femminili si impegnarono sul piano sociale. Una nuova coalizione di gruppi femminili, facente capo all’<em>Organizzazione delle</em> <em>Donne dell’Iran, </em>si fece portavoce della lotta per il miglioramento della condizione femminile nei diversi ambiti sociali. Il lavoro e la promozione dell&#8217;educazione delle donne divenne il punto centrale dell&#8217;attivismo delle volontarie dell&#8217;organizzazione, le quali però stavolta si impegnavano nella difesa della cultura tradizionale ed islamica della nazione.</p>
<p>Nel 1975 fu emanata la <em>Legge per la Tutela della Famiglia. </em>Fissando nuove regole per il matrimonio, per la richiesta di divorzio, per la tutela della prole, per la poliginia, il testo di legge apportava sostanziali modifiche alla condizione femminile.</p>
<p>I dati del 1978 riportano che all&#8217;epoca 22 donne furono elette al <em>Majlis, </em>2 in Senato. Tre sottosegretari, un ministro, un governatore e un sindaco erano di sesso femminile, senza contare l’elevato numero di donne impegnate a livello locale e investite di cariche politiche di minor rilievo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dopo la Rivoluzione Islamica</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Rivoluzione Islamica del 1979, alla quale le donne iraniane danno un apporto decisivo, provoca la caduta del regime dello Scià ed instaura la Repubblica Islamica. L’ordinamento politico iraniano si conforma ai principi della cultura religiosa del Paese, che ha trovato il suo massimo interprete nell’<em>ayatollah</em> Khomeyni. Diritti e doveri dei cittadini, uomini e donne, vengono perciò stabiliti da una legge che ha le sue fonti principali nella Rivelazione coranica e nella condotta esemplare del Profeta Muhammad.</p>
<p>La legislazione precedente viene riveduta in base ai principi islamici; per quanto riguarda in particolare la vita delle donne, la legge sulla famiglia emanata dallo Scià viene abolita qualche mese dopo la Rivoluzione. Già nel 1967 l&#8217;ayatollah Khomeyni aveva espresso il suo dissenso in relazione ad essa: &#8220;La legge sulla famiglia che è stata recentemente discussa al Parlamento su ordine di agenti stranieri, per distruggere i valori islamici e il nucleo della famiglia musulmana, è contraria ai comandamenti dell&#8217;Islam&#8221; (Adelkhah Fariba, <em>La révolution sous le voile. Femmes islamiques d&#8217;Iran</em>, Khartala, Paris 1981, p. 63).</p>
<p>In genere, i mutamenti della condizione femminile dopo la Rivoluzione da una parte producono un ripiegamento familiare della donna, ma nello stesso tempo evidenziano una sua più marcata presenza nella vita pubblica. Nella Costituzione della Repubblica Islamica emerge una concezione dell&#8217;unità familiare in cui &#8220;la donna viene riscattata dalla condizione di oggetto o di strumento di lavoro a servizio del consumismo edello sfruttamento. Mentre riacquista l&#8217;importante e grande dovere di madre, ossia la crescita di individui musulmani, è presente accanto agli uomini nelle diverse attività della vita. Di conseguenza le è affidata una responsabilità maggiore e le è riconosciuto un valore superiore&#8221; (<em>Introduzione alla Costituzione della Repubblica Islamica</em>, Centro Culturale Islamico Europeo, Roma 1982, pp. 7-8).</p>
<p>Due princìpi della Costituzione, nel capitolo consacrato ai diritti della nazione, si riferiscono direttamente alle donne. L&#8217;art. 21, in particolare, afferma: &#8220;Il governo ha il compito di garantire in tutti i campi i diritti della donna, nel rispetto delle leggi islamiche, e di mettere in atto quanto segue:</p>
<p>- creazione di condizioni che favoriscano lo sviluppo della personalità della donna e l&#8217;attuazione dei suoi diritti nella sfera materiale e spirituale;</p>
<p>- assistenza alle madri, in particolare nel periodo della gestazione e della crescita dei figli e protezione dei bambini privi di tutela familiare;</p>
<p>- istituzione di tribunali competenti al fine di difendere la stabilità della famiglia;</p>
<p>- costituzione di un&#8217;assicurazione specifica a favoredelle vedove e delle donne anziane prive di sostegni;</p>
<p>- assegnazione della tutela dei figli, in vista del loro bene, alle madri che ne siano degne, qualora sia assente un tutore legale&#8221;.</p>
<p>Mentre il diritto di voto e di eleggibilità non viene modificato, alle donne sono interdette la carriera giudiziaria e quella militare. Tuttavia nel 1986 viene autorizzato l&#8217;addestramento militare femminile e l&#8217;addestramento per l&#8217;autodifesa civica delle donne.</p>
<p>Tra le norme stabilite dal regime dello Scià, viene abrogata quella risalente al 7 gennaio 1937 (&#8220;Giornata della donna&#8221;), che, nell’ottica di una occidentalizzazione dei costumi, vietava alle donne di portare il velo nei luoghi pubblici. L’ordinamento rivoluzionario, nel contesto di una restaurazione del costume tradizionale islamico, inizialmente prescrive alle donne di coprire i capelli col velo (in persiano: <em>hejab</em>) negli uffici pubblici, poi estende la prescrizione a tutti i luoghi pubblici. La concezione sottostante a tale norma è stata illustrata dalle militanti islamiche con parole d&#8217;ordine di questo tipo: &#8220;La donna velata è una perla nella sua conchiglia&#8221;; &#8220;Il velo è la barricata delle donne&#8221;; &#8220;Colei che è bella per il suo pensiero, non mette in mostra la bellezza del suo corpo&#8221;; &#8220;La mancanza del velo è per la donna il massimo dell&#8217;asservimento intellettuale&#8221;.</p>
<p>L’associazionismo femminile riceve un notevole impulso. Nel 1979 nasce la &#8220;Società delle donne della Rivoluzione Islamica&#8221;. Nel 1984 viene istituito l’Ufficio per lo studio delle questioni femminili, che dirige l&#8217;Università femminile &#8220;Al-Zahra&#8221; di Teheran. Nel 1987 viene creato il Consiglio culturale e sociale della donna, che agisce sul piano giuridico per tutelare le donne nel lavoro, nella famiglia e nella società. Tutte le fondazioni di assistenza sociale create dopo la Rivoluzione hanno una sezione femminile diretta da donne.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;istruzione, nasce tutta una serie di scuole femminili. Oggi la maggioranza delle lauree universitarie è stata conseguita da donne. Ma un dato ancor più clamoroso è che la scuola teologica di Qom (il vivaio dell’<em>élite</em> religiosa iraniana e non solo iraniana) consente alle donne di raggiungere la qualifica di <em>marja-e taqlid</em>, che nella gerarchia religiosa sciita è una delle più elevate.</p>
<p>Per venire ai giorni nostri, durante il secondo mandato del Presidente Ahmadinejad l’Assemblea Nazionale di Teheran annovera otto donne<em>.</em> Nel governo, il Ministero della Sanità è stato affidato a una donna, Marzieh Vahid Dastjerdi, ginecologa, già impegnata nello stesso Ministero.</p>
<p>In genere i mezzi d’informazione occidentali, mobilitati da lungo tempo in una vera e propria campagna di demonizzazione della realtà iraniana, passano sotto silenzio il fenomeno della partecipazione femminile alla vita sociale, politica e religiosa della Repubblica Islamica, preferendo presentare al pubblico occidentale icone femminili che, quando non sono quelle di un’assassina come la famigerata Sakineh, rappresentano pur sempre un fenomeno di alienazione culturale caratteristico di ambienti socialmente e topograficamente limitati. Le figure femminili divulgate dalla propaganda occidentale come figure esemplari di una idealizzata dissidenza femminile appartengono infatti a quel ceto alto borghese che è sopravvissuto alla Rivoluzione del 1979 e che si trova concentrato, ad esempio, nei quartieri alti di Teheran Nord.</p>
<p>Nei movimenti femminili iraniani troviamo dunque due orientamenti distinti e contrastanti. Da una parte abbiamo la rivendicazione del diritto-dovere della donna di partecipare in maniera organica alla vita sociale, in linea con la tradizione islamica; dall’altro, la rivendicazione egualitaria di una parità assoluta tra individuo maschile e individuo femminile. Mentre la prima tendenza trova espressione nelle istituzioni rivoluzionarie, la seconda corrisponde invece a quella cultura d’importazione che si era già espressa in Iran all’epoca dello Scià. Al ruolo attivo e costruttivo della tendenza islamica fa dunque riscontro l’azione di fronda e di protesta svolta dalla tendenza “laica” e occidentalista, che talvolta si è manifestata in azioni di aperta contestazione.</p>
<p>In sostanza, la realtà delle donne iraniane è ben diversa da come viene dipinta dai mezzi di informazione di massa occidentali, che spesso obbediscono a logiche di propaganda del tutto estranee ad una disinteressata ricerca della verità. Alla luce della ricostruzione storica dei movimenti per i diritti femminili, alcune considerazioni possono essere fatte: le donne iraniane esistono e partecipano da protagoniste alla vita sociale e politica del loro Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<ul>
<em><strong><em>* Claudia Manili è Dottoressa Magistrale in Relazioni Internazionali presso l&#8217;Università degli Studi di Milano.</em></strong></em>
</ul>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></font></p>
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		<title>Il Pentagono insegna la guerra totale contro l’Islam</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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<p>Il portavoce del ministero della Difesa, il Capo di Stato maggiore interforze dell&#8217;esercito, il generale Martin Dempsey, che ha ordinato l&#8217;indagine su questo corso dal titolo &#8220;Prospettive sull’ Islam e il radicalismo islamico&#8221;, mercoledì ha condannato l&#8217;insegnamento di un professore del Dipartimento della Difesa, che incitava alla &#8220;guerra totale contro l&#8217;Islam&#8221;.</p>
<p>Questo corso, impartito dal 2010 agli ufficiali da un professore del collegio interforze di Norfolk in Virginia, considerava nel dettaglio la possibilità di bombardare le città sante di Mecca e Medina, allo stesso modo di Hiroshima.</p>
<p>L&#8217;ufficiale ha precisato che il tenente colonnello Matthew Dooley, che presiedeva questo corso, non è &#8220;più in grado di insegnare&#8221;, ma resta comunque al collegio interforze.</p>
<p>Secondo Dooley e alcuni consulenti dell’antiterrorismo da lui invitati in classe, l&#8217;Islam nel suo insieme deve essere considerato come un nemico dall’esercito degli Stati Uniti.</p>
<p>La rivista americana “Wired”, che ha rivelato la storia sul suo blog Danger Room, giovedì ha pubblicato degli stralci sul corso.<br />
Sul suo blog, il redattore capo della BBC negli Stati Uniti si dichiara stupito che comandanti, capitani e colonnelli fossero a conoscenza di questo corso dal 2010, &#8220;senza sentire il bisogno di dire a chicchessia che qualcosa di molto strano stava accadendo in quell’aula&#8221;.</p>
<p>L&#8217;anno scorso un caso simile aveva coinvolto l&#8217;FBI. Un documento dell&#8217;Ufficio di formazione sull’antiterrorismo, ugualmente pubblicato su “Wired”, spiegava che i musulmani americani sono “probabilmente simpatizzanti del terrorismo&#8221;.<br />
&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.almanar.com.lb/main.php"><strong><em>Al-manar</em></strong></a><br />
&nbsp;</p>
<p><em>Traduzione di Stefano Vernole<br />
</em></font></p>
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