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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 18:36:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ALBA]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Rafael Chávez Frías]]></category>
		<category><![CDATA[venezuela]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/che-cosa-e-lalba-1/15738/" title="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cumbre_alba_chavez_mensajefidel_02_580x3861.f3ghmrxa4b48googwo80owc8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)" ></div></a>È necessario avanzare verso la stabilità del Continente: nel campo politico, in quello economico e in quello sociale, questo modello dell’ALBA punta verso la stabilitàe riprendendo le parole di Cristo:«L’unico sentiero verso la pace, è la Giustizia;la fratellanza, l’uguaglianza…non ci sarà pace, finché non ci sia giustizia nel mondo» Hugo Chávez Frías (2) &#160;   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/che-cosa-e-lalba-1/15738/" title="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cumbre_alba_chavez_mensajefidel_02_580x3861.f3ghmrxa4b48googwo80owc8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Che cosa è l&#8217;ALBA? (1)" ></div></a><p><font size="2"><em>È necessario avanzare verso la stabilità del Continente: nel campo politico, in quello economico e in quello sociale,</em><em> questo modello dell’ALBA punta verso la stabilità</em><em>e riprendendo le parole di Cristo:</em><em>«L’unico sentiero verso la pace, è la Giustizia;</em><em>la fratellanza, l’uguaglianza…</em><em>non ci sarà pace, finché non ci sia giustizia nel mondo»</em></p>
<p style="text-align: left;">Hugo Chávez Frías (2)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
	<strong>I. </strong><strong>Cosa s’intende per ALBA</strong>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA) è, fondamentalmente, un modello d’integrazione dei popoli dei Caraibi e dell’America Latina, i quali condividono spazi geografici, vincoli storici e culturali, necessità e potenzialità comuni.</p>
<p>Si tratta, in sostanza, di uno schema d’integrazione basato sui principi di cooperazione, solidarietà e complementarità, che nasce come alternativa al modello neoliberale, il quale non ha fatto altro che approfondire le asimmetrie strutturali e favorire l’accumulazione delle ricchezze a minoranze privilegiate a scapito del benessere dei popoli.</p>
<p>L’ALBA poggia sulla creazione di meccanismi finalizzati a creare vantaggi cooperativistici tra le nazioni che consentano di compensare le asimmetrie esistenti tra i paesi dell’emisfero. Si muove contro gli ostacoli che impediscono la vera integrazione, come possono essere la povertà e l’esclusione sociale, lo scambio ineguale e le condizioni inique dei rapporti internazionali, l’accesso all’informazione, alla tecnologia e alla conoscenza; aspira a creare consensi, per ripensare gli accordi d’integrazione in funzione del raggiungimento di uno sviluppo nazionale e regionale endogeno che sradichi la povertà, corregga le ineguaglianze sociali e assicuri un innalzamento della qualità della vita dei popoli. In questo senso, la costruzione dell’ALBA nei Caraibi rafforzerà lo sviluppo endogeno, sovrano ed equilibrato dei paesi della regione.</p>
<p>Il suo principio si basa sulla cooperazione tramite fondi di compensazione per correggere le disparità che pongono in svantaggio i paesi meno sviluppati di fronte a quelli più sviluppati.</p>
<p>Per questo motivo la proposta dell’ALBA attribuisce priorità all’integrazione latinoamericana e alle negoziazioni tra alleanze subregionali, aprendo nuovi spazi di consultazione, al fine di approfondire la conoscenza delle nostre posizioni e identificare spazi d’interesse comune che consentano di costituire alleanze strategiche e presentare livelli simili nel processo di negoziazione.</p>
<p>L’ALBA è una proposta intesa a creare consensi che implichino il ripensamento degli accordi d’integrazione, in funzione del raggiungimento di uno sviluppo endogeno nazionale e regionale che contribuisca ad eliminare la povertà, corregga le ineguaglianze sociali e assicuri una crescente qualità di vita per i popoli. La proposta dell’ALBA si somma al risveglio della coscienza espressa nell’emergenza di una nuova <em>leadership</em> politica, economica, sociale e militare in America Latina e nei Caraibi; oggi più che mai, è vantaggioso effettuare l’unità latinoamericana e caraibica.</p>
<p>Il presidente Hugo Chávez nel suo intervento all’ALADI (3) ha sintetizzato l’ideologia dell’ALBA nei seguenti punti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Promuovere la lotta contro la povertà.</li>
<li>Preservare l’autonomia e l’identità latinoamericana.</li>
<li>Il trasferimento di tecnologia, l’assistenza tecnica.</li>
<li>La formazione di risorse umane.</li>
<li>Diritto di precedenza alle imprese nazionali come fornitrici degli enti pubblici.</li>
<li>Gli accordi non potranno essere ostacolati alla diffusione del progresso scientifico e tecnologico.</li>
<li>Affrontare l’arbitrio dei monopoli e degli oligopoli mediante efficaci meccanismi che assicurino una sana concorrenza.</li>
<li>Gli investitori stranieri non potranno citare in giudizio gli Stati per la gestione dei monopoli statali d’interesse pubblico.</li>
<li>Trattamento speciale e differenziato delle economie disuguali, in modo da poter offrire maggiori opportunità ai più deboli.</li>
<li>Processo di ampia partecipazione sociale, qualificabile come democratico.</li>
<li>I diritti economici, sociali, culturali e civili saranno indipendenti, indivisibili e irrinunciabili.</li>
<li>Gli interessi commerciali o quelli degli investitori non potranno godere di una superiorità assoluta, che travalichi i diritti umani e la sovranità degli Stati.</li>
<li>Assoggettare l’ALCA (4) agli accordi sulla protezione dei diritti umani, ambiente e generi attualmente esistenti.</li>
<li>Creazione di Fondi di Convergenza Strutturale per la correzione delle asimmetrie (5).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>II.</strong><strong> Principi che regolano l’ALBA</strong>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="1">
<li>L’integrazione neoliberale predilige il commercio e gli investimenti; invece l’Alternativa Bolivariana per l’America Latina (ALBA) è una proposta che fonda il suo interesse sulla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale.</li>
<li>La proposta dell’ALBA assegna un’importanza fondamentale ai diritti umani, al lavoro e alla donna, alla difesa dell’ambiente e all’integrazione fisica.</li>
<li>Nell’ALBA, la lotta contro le politiche protezioniste e i rovinosi sussidi da parte dei paesi industrializzati non possono negare il diritto dei paesi poveri di proteggere i loro contadini e produttori agricoli.</li>
<li>Per i paesi poveri nei quali l’attività agricola è fondamentale, le condizioni di vita di milioni di contadini e indigeni si vedrebbe irreversibilmente colpita qualora si verificasse un’invasione dei beni agricoli importati, compresi i casi in cui il sussidio non vi fosse.</li>
<li>La produzione agricola è qualcosa di più che la produzione di merci; è la base per preservare scelte culturali, costituisce una forma d’insediamento del territorio, definisce modalità di rapporto con la natura, ha a che fare direttamente con la sicurezza e l’autosufficienza alimentare. In questi paesi l’agricoltura è più che altro un modo di vita e non può essere trattata come qualsiasi altra attività economica.</li>
<li>L’ALBA deve colpire gli ostacoli che si frappongono all’integrazione sin dalle sue fondamenta, vale a dire: A) la povertà della maggioranza della popolazione; B) le profonde disparità e asimmetrie che esistono tra i paesi; C) lo scambio ineguale e le condizioni inique nei rapporti internazionali; D) l’onere di un debito impagabile; E) le imposizioni delle politiche di aggiustamento strutturale da parte del FMI e della BM e le regole rigide dell’OMC che intaccano le basi dell’appoggio sociale e politico; F) gli ostacoli per l’accesso all’informazione, la conoscenza e la tecnologia che derivano dagli attuali accordi sulla proprietà intellettuale; G) deve prestare attenzione ai problemi che compromettono il consolidamento di una vera democrazia, come il monopolio dei mezzi di comunicazione sociale</li>
</ol>
<ol start="7">
<li>Affrontare la cosiddetta Riforma dello Stato, la quale ha solo prodotto brutali processi di deregolamentazione, privatizzazione e smembramento delle capacità della gestione pubblica.</li>
<li>Come risposta alla selvaggia dissoluzione sofferta dallo Stato per più di un decennio di egemonia neoliberale, fin d’ora s’impone il rafforzamento dello stesso, fondato sulla partecipazione del cittadino agli affari pubblici.</li>
<li>Bisogna mettere in questione l’apologia del libero commercio, concepito sufficiente per garantire l’automatico avanzamento verso superiori livelli di crescita e benessere collettivo.</li>
<li>Senza un chiaro intervento dello Stato, volto a ridurre le disparità tra i paesi, la libera concorrenza tra disuguali non può condurre se non al consolidamento dei più forti a danno dei più deboli.</li>
<li>L’approfondimento dell’integrazione latinoamericana ha bisogno di un’agenda economica definita dagli Stati sovrani, svincolata dall’influenza nefasta degli organismi internazionali.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>III. L’ALBA nei Caraibi</strong><br />
<strong> </strong></p>
<p>L’ALBA acquista una dimensione speciale nei Caraibi, grazie all’esistenza di condizioni oggettive che consentirebbero di avanzare rapidamente nel processo d’integrazione, mediante lo sviluppo di un programma di cooperazione integrato e consistente, indirizzato a costruire le basi dello sviluppo socioeconomico sostenibile e il consolidamento di una comunità di nazioni.</p>
<p>Evidenziamo, pertanto, che le proposte dell’ALBA circa i Caraibi non hanno la pretesa di entrare in conflitto con gli accordi multilaterali o subregionali esistenti, i quali, invece, devono essere assunti come complementari.</p>
<p>Perciò, le iniziative devono mantenere una visione sistemica e integratrice, prendendo in considerazione la complessità dei processi e l’indivisibilità delle dimensioni politiche, sociali, economiche, culturali, ambientali, di sicurezza e sovranità dei popoli dei Caraibi.</p>
<p>I Caraibi sono una riserva di ricchezze energetiche e idrobiologiche, ricca di giacimenti minerali strategici. È una regione che diverrà una potenza turistica mondiale e di prestazione di servizi marittimi per la sua ubicazione geostrategica. È, ugualmente, una zona di ampio e ricco profilo culturale ed etnico.</p>
<p>D’altra parte, le comunità delle nazioni caraibiche mostrano un peso politico importante negli organismi multilaterali internazionali come l’ONU e l’OSA, nei quali hanno un’importante capacità di negoziazione al momento della presa di decisioni.</p>
<p>Senza dubbio, tutte queste capacità si potenzierebbero nell’ambito di un processo d’integrazione come quello proposta dall’ALBA.</p>
<p>I Caraibi sono un mercato relativamente piccolo, di 36,25 milioni di abitanti. Aggiungendo la CARICOM (6) (15,7 milioni), Cuba (11,3 milioni) e Repubblica Dominicana (9,1 milioni), la regione raggiunge i 62,8 milioni di abitanti, se includiamo anche il Venezuela; il PIL della regione raggiunge gli 80.000 MM USD (7) dei quali il 36,25% (28.000 MM USD) è fornito dai 15 paesi integranti della CARICOM e il rimanente 63,75% (52.000 MM USD) da Cuba e Repubblica Dominicana.</p>
<p>Troviamo degli svantaggi nel fatto che i paesi caraibici hanno sempre esibito bilanci commerciali in disavanzo e anche nel fatto che il commercio interregionale è basso per quanto rappresenta il volume delle esportazioni &#8211; l’11,75% del totale esportato e le importazioni &#8211; il 5,15%. Difatti, il 71% delle esportazioni della regione ha come destinatari l’America del Nord e l’Europa, mentre solo un 12% finisce in America Centrale e un 4% in Sudamerica.</p>
<p>I settori che riportano maggiori indici d’esportazione sono: prodotti minerali (compresi il petrolio e i suoi derivati), tessili, prodotti chimici, manifatture varie, bibite, alimenti e metalli comuni.</p>
<p>Bisogna far notare che esistono potenzialità di complementarità e sostituzione d’importazioni provenienti da paesi terzi per prodotti elaborati interregionalmente, in quanto esistono settori la cui richiesta di merci possiede una produzione interregionale, ma queste sono commercializzate con paesi terzi.</p>
<p>Per le ragioni summenzionate, si può concludere che esistono una grande sfida e grandi opportunità per lo sviluppo e l’approfondimento del commercio interregionale, che consentirebbe di portare a termine un’efficiente sostituzione d’importazioni provenienti da paesi terzi, in cambio di prodotti di origine interregionale.</p>
<p>Senza dubbio, come abbiamo appena rilevato, i settori corrispondenti a “Prodotti Minerali”, “Metalli Comuni” e “Turismo” presentano una maggiore potenzialità di sviluppo e complementarità tra i paesi dei Caraibi, grazie ai vantaggi comparativi apportati da ciascuna delle parti.</p>
<p>In campo sociale, si può anche affermare che esistono necessità e obiettivi comuni, poiché tutti i paesi della regione chiedono di contribuire allo sviluppo dei livelli dell’educazione primaria e colmare le lacune presenti nell’educazione superiore, la quale è stata storicamente bassa nei Caraibi, così come i livelli di scolarità.</p>
<p>Nel campo sanitario, l’ALBA riconosce sfide comuni: dopo l’Africa subsahariana, i Caraibi sono la zona più colpita dalla SIDA.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>IV.</strong><strong> Iniziative dell’ALBA per i Caraibi</strong>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<p>Le iniziative concrete nell’ambito dell’ALBA per i Caraibi sono le seguenti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>a.    Lotta contro la povertà e l’esclusione sociale</strong></p>
<p>Organizzare programmi abitativi, servizi fondamentali (acqua, elettricità e viabilità), alfabetizzazione, salute. Progettare un piano d’appoggio tecnico e finanziario per lo sviluppo del programma d’alloggi decorosi, tenendo conto delle caratteristiche etnoculturali della regione, nonché l’istituzione di basi d’appoggio tecnico e finanziario per l’erogazione dei servizi fondamentali (essenzialmente acqua ed elettricità), per l’infrastruttura viaria e quella medica di base nel campo della sanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>b.      </strong><strong>Piano d’insieme in materia di sicurezza alimentare</strong>
</ol>
<p>Introdurre un piano d’insieme sulla sicurezza alimentare mediante l’elaborazione di un quadro normativo che garantisca le condizioni per lo sviluppo della produzione e l’elaborazione degli alimenti, conforme a norme di corretta fabbricazione, analisi dei rischi e punti di controllo critico, così come il marketing e la commercializzazione dei prodotti alimentari a basso prezzo per le popolazioni di minori risorse presenti nella regione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>c.       </strong><strong>Sviluppo energetico e minerario</strong>
</ol>
<p>Intraprendere iniziative d’insieme per lo sviluppo energetico e minerario mediante l’articolazione di catene di aggregazione di valore integrate, capaci di aggiungere valore alle materie prime e capaci di stimolare lo sviluppo endogeno nella regione sulla base dell’innovazione tecnologica, al fine di conseguire la sovranità produttiva. Elaborare una cartina minerario-metallurgica dei Caraibi e lo studio delle sue potenzialità industriali, come fondamento di un piano strategico minerario della regione. Applicare strategie d’insieme di <em>marketing</em> e d’ingegneria dei mezzi logistici per il trasporto, lo stoccaggio e la distribuzione degli alimenti non lavorati e di altri prodotti presenti nella regione caraibica. Ampliare le opzioni d’energia primaria nei Caraibi, con particolare riguardo al gas naturale. Stabilire le basi per la creazione di un Fondo di Sviluppo Minerario finalizzato all’assistenza tecnica, finanziaria e d’investigazione e allo sviluppo scientifico e tecnologico del settore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>d.       </strong><strong>Portafoglio d’investimenti integrato</strong>
</ol>
<p>Progettare e promuovere un portafoglio d’investimenti volto a costruire le catene industriali integrate di aggregazione di valore delle materie prime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>e.      </strong><strong>Scambio accademico e culturale</strong>
</ol>
<p>Accomunare gli sforzi per ampliare il raggio d’azione dell’Università dei Caraibi, attraverso l’apertura di sedi in altri paesi della regione. Incentivare gli sforzi di scambio culturale tra i nostri Paesi allo scopo di rafforzare i vincoli storici e culturali. Stabilire alleanze strategiche rivolte alla formazione di risorse umane in diversi settori, condividendo le capacità e le potenzialità comuni nel settore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>f.       </strong><strong>Turismo</strong>
</ol>
<p>Condividere le esperienze e gli sviluppi raggiunti dall’industria turistica nella regione, per gettare le basi di una gestione integrata, approfittando dei vantaggi e delle capacità proprie di ciascun paese. Stabilire alleanze strategiche orientate alla formazione delle risorse umane nel settore turistico, allo sviluppo dell’infrastruttura dei trasporti, alla logistica in generale e alla costituzione di una linea aerea caraibica regionale, in previsione della realizzazione di una struttura turistica nella regione. Esplorare la formazione di una nuova iniziativa d’integrazione, attraverso il servizio della gestione, promozione, certificazione, logistica e commercializzazione dei servizi turistici nei Caraibi.</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
<strong>g.      </strong><strong>Conservazione ambientale</strong>
</ol>
<p>Elaborare programmi d’insieme di conservazione, sorveglianza e monitoraggio degli ecosistemi; promuovere il consolidamento di sistemi d’appoggio alla gestione ambientale comunitaria e la formazione di risorse umane in questa materia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>h.      </strong><strong>Mercato regionale caraibico</strong>
</ol>
<p>Sviluppare programmi di sostegno al produttore e al consumatore, programmi tributari, di finanziamento e accesso al credito, garanzie, promozione e indagine di mercato, agevolazione del commercio, infrastruttura d’appoggio alla produzione, istituzione di circuiti produttivi basati sullo sviluppo endogeno. Nuovo programma d’incentivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<strong>i.        </strong><strong>Prevenzione e gestione delle calamità</strong>
</ol>
<p>Costruzione di un sistema di prevenzione e gestione delle calamità nella regione, mediante l’istituzione di un sistema di monitoraggio di azione congiunta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V. Conclusione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È possibile concludere affermando che la proposta del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Rafael Chávez Frías, costituisce un fatto storico ed epocale; essenzialmente presente nei sogni d’integrazione dei nostri padri della patria, essa offre una vera possibilità di sviluppo e indica una strada luminosa per il futuro dell’America Latina e dei Caraibi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione</em>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p></font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>1. Fonte: Relazione di Fernando Ramón Bossi, Segretario dell’Organizzazione del Congresso Bolivariano dei Popoli, presentata nel Foro del III Vertice dei Popoli, Mar del Plata, 3 novembre 2005,  Documento del Ministerio de Integración y Comercio Exterior (Ministero dell’Integrazione e Commercio Estero). in http://www.alternativabolivariana.org/pdf/alba_mice_es.pdf</p>
<p>2. Insediamento della V Assemblea Generale della Confederazione Parlamentare delle Americhe, 25 novembre 2003.</p>
<p>3. ALADI (<em>Asociación Latinoamericana de Integración</em>, Associazione Latinoamericana per l’Integrazione) (N.d.T.).</p>
<p>4. FTAA-ALCA (<em>Free Trade Area of the Americas</em>, Area di Libero Commercio delle Americhe) (N.d.T.).</p>
<p>5. Fonte: Bancoex. Proposta di Programma Culturale Educativo dell’ALBA.</p>
<p>6. CARICOM (<em>Caribean Community</em>. Comunità Caraibica) (N.d.T.).</p>
<p>7. MM USD (<em>Milliards United States Dollar,</em> Miliardi di dollari americani) (N.d.T.).</p>
<p><strong> </strong></font></p>
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		<title>America latina: quattro blocchi di potere</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/america-latina-quattro-blocchi-di-potere/15732/" title="America latina: quattro blocchi di potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/300px_latin_america_orthographic_projection_svg_.eur1w1oa5v4sg40kkk4w8sc8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="America latina: quattro blocchi di potere" ></div></a>Diversamente dal dualismo semplicistico con il quale la Casa Bianca e la maggioranza della sinistra descrivono il processo, in America Latina esistono quattro blocchi di nazioni in contesa tra loro. Ciascuno rappresenta differenti gradi di adeguamento o di opposizione alle politiche e agli interessi americani, che dipenderanno da come gli Stati Uniti definiscano o ridefiniscano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/america-latina-quattro-blocchi-di-potere/15732/" title="America latina: quattro blocchi di potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/300px_latin_america_orthographic_projection_svg_.eur1w1oa5v4sg40kkk4w8sc8g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="America latina: quattro blocchi di potere" ></div></a><p><font size="2">Diversamente dal dualismo semplicistico con il quale la Casa Bianca e la maggioranza della sinistra descrivono il processo, in America Latina esistono quattro blocchi di nazioni in contesa tra loro. Ciascuno rappresenta differenti gradi di adeguamento o di opposizione alle politiche e agli interessi americani, che dipenderanno da come gli Stati Uniti definiscano o ridefiniscano i propri interessi secondo i nuovi scenari.</p>
<p>La sinistra radicale annovera la FARC (1) in Colombia; settori dei sindacati e i movimenti contadini e delle baraccopoli in Venezuela; la confederazione operaia CONLUTAS (2)  e settori del Movimento dei Senza Terra in Brasile; settori della Confederazione Operaia Boliviana, i movimenti contadini e le organizzazioni delle baraccopoli di El Alto; settori del movimento contadino-indigeno della CONAIE (3); i movimenti magistrali e indigeno-contadino in Oaxaca, Guerrero e Chiapas, in Messico; settori della sinistra contadino-nazionalista in Perù; settori dei sindacati e dei disoccupati in Argentina. È, questo, un blocco politico eterodosso, disperso, fondamentalmente antimperialista, che rifiuta qualsiasi concessione alle politiche socioeconomiche neoliberiste, si oppone al pagamento del debito estero ed in genere appoggia un programma socialista o nazionalista radicale.</p>
<p>La sinistra pragmatica comprende presidente Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e Fidel Castro a Cuba. Racchiude anche una molteplicità di grandi partiti elettorali e i principali sindacati e unioni contadine dell’America Centrale e del Sudamerica: i partiti elettorali di sinistra, il PRD (4) in Messico, il FMLN (5) nel Salvador, la sinistra elettorale e la confederazione operaia in Colombia, il partito comunista cileno, la maggioranza del partito parlamentare nazionalista peruviano Humala, settori degli esponenti del MST (6) in Brasile, il MAS (7) in Bolivia, la CTA (8) in Argentina e una minoranza del <em>Frente Amplio</em> e della confederazione operaia in Uruguay. Vi è compresa anche la maggioranza degli intellettuali latinoamericani di sinistra. Questo blocco è “pragmatico” perché non fa appello all’espropriazione del capitalismo né al rifiuto del debito estero e tanto meno alla rottura dei rapporti con gli Stati Uniti.</p>
<p>In Venezuela, tra il 2005 e il 2007, le banche private nazionali ed estere hanno ricavato un tasso d’interesse di oltre il 30%. Meno dell’1% del latifondo è stato espropriato per concedere titoli di proprietà ai contadini diseredati. I rapporti tra capitale e manodopera continuano a far pendere la bilancia a favore delle aziende e degli appaltatori. Il Venezuela e il presidente della Colombia, Álvaro Uribe, hanno firmato diversi accordi di cooperazione economica e di sicurezza di alto livello. Mentre promuove una maggiore integrazione latinoamericana, Chávez è alla ricerca di una “integrazione” con Brasile e Argentina, le cui produzioni e distribuzioni di greggio sono controllate dalle corporazioni multinazionali europee e dagli investitori americani. Nonostante Chávez denunci il tentativo americano di sovvertire il processo democratico in Venezuela, il paese fornisce il 12% delle importazioni totali di greggio agli Stati Uniti, è proprietario di 12.000 distributori di benzina CITGO (9) in quel paese e di diverse raffinerie. Il sistema politico del Venezuela è molto aperto all’influenza dei mezzi di comunicazione privati, ferocemente ostili al presidente eletto e al Parlamento. In questo paese sono presenti ONG finanziate dagli Stati Uniti, una dozzina di partiti e una confederazione di sindacati che agiscono a favore dei pianificatori americani. Quasi tutti i funzionari e i membri del Parlamento che sono a favore di Chávez si sono raccolti intorno al suo programma politico più per soddisfare i propri interessi personali che per lealtà populista. Il pragmatismo del Venezuela è un campo molto lucrativo per gli investitori statunitensi, è un affidabile fornitore di energia e stabilisce alleanze con la Colombia, principale cliente degli Stati Uniti in America Latina.</p>
<p>La retorica e il discorso radicale di Chávez non corrispondono alla realtà politica. Se non fosse per l’intransigente ostilità di Washington e per le sue tattiche di continua sfida e destabilizzazione, Chávez apparirebbe agli occhi di tutti come un moderato. È ovvio che settori della grande industria si lamentino per l’incremento dei pagamenti mediante <em>royalties</em>, dividendi sugli utili e imposte. Washington dipinge Chávez come se fosse un “pericoloso radicale”, perché paragona la sua politica a quella remissiva dei precedenti regimi clientelari del Venezuela degli anni ’90. Ma se giudichiamo le prese di posizione di Chávez in politica estera, ammetteremo che, tra il 2000 e il 2007, si è prodotto un cambiamento in ambito internazionale e, di conseguenza, le sue limitate riforme nel settore dell’assistenza sociale, delle imposte e altro, agli occhi degli americani fanno di lui un radicale pragmatico con il quale ci si deve adeguare.</p>
<p>Lo stesso ragionamento va applicato alla politica di Cuba e della Bolivia. Cuba ha stabilito, in America Latina, rapporti diplomatici con quasi tutti i clienti e alleati degli Stati Uniti. Sul fronte diplomatico, ha esplicitamente teso la mano ad Uribe, respinge la sinistra rivoluzionaria della FARC in Colombia e appoggia pubblicamente neoliberisti come Lula da Silva in Brasile, Néstor Kirchner in Argentina e Tabaré Vázquez in Uruguay; per di più ha firmato tutta una serie di accordi con grandi esportatori americani per l’acquisto di generi alimentari. Cuba offre gratuitamente servizi sanitari e di formazione professionale di medici e di educatori ad un esteso numero di regimi clienti degli Stati Uniti, che vanno dall’Honduras a Haiti al Pakistan. Ha aperto le porte agli investitori stranieri dei quattro continenti in tutti i suoi principali settori di sviluppo. Il paradosso è che, mentre Cuba approfondisce la sua integrazione nel mercato capitalista mondiale, sotto lo stimolo di una nuova <em>élite</em> orientata verso il mercato, la Casa Bianca incrementa la sua ostilità ideologica. Questo atteggiamento estremista è applicato anche al regime di sinistra pragmatica di Morales in Bolivia, la cui “nazionalizzazione” non ha espropriato né esproprierà nessuna società straniera. Uno dei suoi principali obiettivi è quello di stimolare gli accordi commerciali tra le <em>élites </em>delle aziende agricole della Bolivia e degli Stati Uniti.</p>
<p>Il terzo e più numeroso dei blocchi politici in America Latina è costituito dai neoliberisti pragmatici: il Brasile di Lula e l’Argentina di Kirchner. Molti sono gli imitatori di questi regimi che si trovano nelle file dell’opposizione liberale di sinistra in Ecuador, Nicaragua, Paraguay e in altri luoghi. Kirchner e Lula sostengono in modo deciso il loro pacchetto di privatizzazioni legali, semilegali e illegali. Entrambi hanno prepagato le loro obbligazioni ufficiali del debito estero e sono alla ricerca di strategie di crescita mediante l’esportazione di minerali e prodotti agricoli, ed hanno incrementato i profitti imprenditoriali e finanziari, diminuendo gli stipendi e i salari.</p>
<p>Esistono anche delle differenze. La strategia a favore dell’industria adottata da Kirchner ha portato ad un tasso di crescita che raddoppia quello raggiunto da Lula; ha ridotto la disoccupazione di un 50%, e ciò contrasta con il fallimento delle politiche d’impiego di Lula. In Argentina, il mercato degli investimenti costituisce, per gli imprenditori e per i banchieri, un terreno favorevole per il conseguimento di alti profitti. Le principali divergenze con Washington scaturiscono dalle negoziazioni intorno all’accordo di libero scambio. Maggiori opportunità di commercio globale e una posizione mercantile più forte conferiscono loro un atteggiamento più deciso sul tavolo dei negoziati. Né Lula né Kirchner avalleranno il tentativo militare statunitense di rovesciare o boicottare Chávez, perché lavorano congiuntamente moltiplicando investimenti e progetti lucrativi nel campo del petrolio e del gas. Riconoscono la natura fondamentalmente capitalista del regime di Chávez, anche se rifiutano la maggior parte del suo radicale discorso antimperialista. Entrambi i presidenti diversificano i loro soci commerciali e cercano di avere accesso nei mercati cinesi ed asiatici.</p>
<p>Washington non è ostile all’Argentina ed ha un rapporto amichevole con il Brasile, ma non è riuscita ad allargare la sua influenza nei confronti di questi governi per la sua incapacità di capire questi regimi di libero scambio “nazionalista”. Il fatto che Kirchner s’impegni a trovare accordi negoziati, investimenti regolati, riscossione delle tasse e rinegoziazione del debito estero, tutto ciò è visto come “nazionalista”, “di sinistra” e al limite del tollerabile. Washington si preoccupa perché le politiche di libero scambio di Lula pretendono che gli Stati Uniti pongano fine ai sussidi e alle quote agricole, così come ha fatto il Brasile. Ma pur di difendere le sue aziende agricole non competitive, Washington sacrifica con il suo estremismo la possibilità di entrare su vasta scala e a lungo termine nel settore industriale e dei servizi del Brasile.</p>
<p>Il quarto blocco politico è composto dai regimi, partiti e associazioni delle <em>élites</em> neoliberiste dottrinarie, che seguono alla lettera i dettami di Washington. È il regime di Felipe Calderón in Messico, che si appresta a privatizzare le lucrative aziende petrolifere e dell’elettricità. È il regime di Michelle Bachelet in Cile, perenne esportatore di minerali e prodotti agricoli; il Centroamerica esportatore di frutta tropicale e gremito di “<em>maquiladoras</em>”. La Colombia, che dalla fine degli anni ‘90 riceve da parte degli americani aiuti militari per cinquemila milioni di dollari. Il Perù, che per più di vent’anni ha privatizzato tutta la sua ricchezza mineraria, attualmente è governato da Alan García, un altro cliente degli Stati Uniti.</p>
<p>Secondo quanto affermano Washington e gli ideologi di destra, nella regione stravince un “populismo radicale”, semplificando in questo modo una complessa realtà per difendere i propri interessi. In realtà, quello che c’è in America Latina è un quadrilatero di forze che competono e si confrontano.</p>
<p>Washington insiste che l’influenza sovversiva del Venezuela e di Cuba indeboliscono la sua posizione in America Latina. Un fattore ancora più importante è dato dall’aumento generalizzato dei prezzi dei beni di consumo, il che significa maggiori entrate da esportazione nella regione. Dunque, i paesi latinoamericani dipendono meno dalle “condizioni” poste FMI al fine di accedere ai prestiti, e ciò limita ancora di più l’influenza americana. Una maggiore liquidità significa poter contare su prestiti commerciali senza dover fare ricorso alla Banca Mondiale. Gli estesi mercati dell’Asia, in particolare, e l’aumento degli investimenti asiatici nelle industrie estrattive latinoamericane erodono ancora di più la leva mercantile americana nella regione. Di fronte alla caduta dell’economia prevista nel 2007, è molto probabile che gli Stati Uniti riducano gli investimenti e il commercio con l’America Latina. In altre parole, a differenza degli anni ’90, l’America possiede minori margini di manovra sui radicali e i neoliberisti pragmatici. L’incapacità di distinguere tra i regimi e l’esagerare il grado e la classe dell’opposizione conduce all’esacerbazione dei conflitti. Continuare ad insistere nel tentativo di raggiungere accordi di libero scambio su scala continentale mediante concessioni non reciproche, vuol dire perdere l’opportunità di ottenere vantaggiosi rapporti commerciali.</p>
<p>Questa è la conseguenza di una configurazione ultraconservatrice da parte dei pianificatori americani e dei loro principali consulenti.</p>
<p>Washington descrive grossolanamente la realtà latinoamericana e legge in maniera scorretta il contesto regionale e internazionale presente, ma a loro volta gli intellettuali di sinistra esagerano sul radicalismo o sulla realtà rivoluzionaria di Cuba e di Venezuela. Sorvolano sulle contraddizioni presenti nella realtà di questi paesi e sugli adeguamenti pragmatici nei confronti dei regimi neoliberisti. Con ridottissima perspicacia storica, essi continuano a credere che i neoliberisti pragmatici come Lula, Kirchner e Vásquez siano dei “progressisti”, e li annoverano insieme con altri personaggi di sinistra pragmatici come Chávez, Castro e Morales. In alcune occasioni identificano i partiti e i regimi secondo le loro identità politiche di sinistra e non secondo le attuali politiche elitarie di libero scambio ed esportazioni agre minerali.</p>
<p>La sinistra deve affrontare il fatto che, nonostante il potere americano sia decaduto, questo si sta riprendendo e avanza da quando le ribellioni di massa hanno abbattuto i suoi clienti tra il 2000 e il 2002. Sono rimaste nel nulla le speranze riposte dalla sinistra nei confronti della vittoria dei vecchi partiti politici elettorali di centrosinistra, in quanto questi non sono stati in grado di modificare le politiche neoliberiste dei loro predecessori. È da ingenui ed è causa di maggiori confusioni considerare la conversione della sinistra al neoliberismo pragmatico come qualcosa di progressista o qualcosa che possa costituire un contrappeso allo strapotere americano.</p>
<p>Il declino dell’influenza statunitense in America Latina non è da considerarsi in maniera lineare: ad una inaspettata caduta ha fatto seguito una parziale ripresa. Nessuna ascesa appoggiata dalla sinistra radicale si salva da un calo d’influenza. I veri trionfatori sono i partiti di sinistra e i neoliberisti pragmatici, i quali sono arrivati al potere dopo la ritirata dei neoliberisti dottrinari e della favorevole congiuntura di sviluppo del mercato mondiale.</p>
<p>(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>* James Petras, professore emerito di Sociologia alla Binghamton University (New York, USA) e professore aggiunto alla Saint Mary&#8217;s University (Halifax,Nuova Scozia, Canada), si presenta come “attivista e scrittore rivoluzionario e antimperialista”. È autore di numerosi libri ed articoli. </em><em>Il presente articolo, tradotto dall’inglese da Ramón Vera Herrera, è apparso in spagnolo sul “Diario La Jornada” (Messico), edizione digitale, 10 marzo 2007 (<a href="http://www.jornada.unam.mx/2007/03/10/index.php?section=opinion&amp;article=030a1pol">http://www.jornada.unam.mx/2007/03/10/index.php?section=opinion&amp;article=030a1pol</a>).</em></p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>1. FARC-EP, Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) (N.d.T.)</p>
<p>2. CONLUTAS, Coordenação Nacional de Lutas, (Coordinamento Nazionale delle Lotte) (N.d.T.)</p>
<p>3. CONAIE, Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) (N.d.T.)</p>
<p>4. PRD, Partido de la Revolución Democrática (Partito della Rivoluzione Democrótica) (N.d.T.)</p>
<p>5. FMLN, Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fronte farabundo Martí per la Liberazione Nazionale) (N.d.T.)</p>
<p>6. MST, Movimento Sem Terra (Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra) (N.d.T.)</p>
<p>7. MAS, Movimiento al Socialismo (Movimento per il Socialismo) (N.d.T.)</p>
<p>8. CTA, Central de los Trabajadores Argentinos (Sindacato dei Lavoratori Argentini) (N.d.T.)</p>
<p>9. Citgo Petroleum Corporation, è una società consociata della Petróleos de Venezuela, S.A (PDVSA) (N.d.T.)</font></p>
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		<title>Il potenziale internazionale dell’Iran</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/" title="Il potenziale internazionale dell’Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ir_lgflag.8se279ygnokkso88084ogs0c4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Il potenziale internazionale dell’Iran" ></div></a>Dal punto di vista delle scienze strategiche, il potenziale e il ruolo internazionale di un Paese può essere approfondito da diverse visuali. La storia, l’economia, la società, la cultura, la politica, sono tutte sfere da analizzare, ma prima di ogni cosa bisogna valutare la questione  della posizione geografica di una nazione. Vi sono almeno tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-potenziale-internazionale-delliran/15726/" title="Il potenziale internazionale dell’Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/ir_lgflag.8se279ygnokkso88084ogs0c4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Il potenziale internazionale dell’Iran" ></div></a><p><font size="2">Dal punto di vista delle scienze strategiche, il potenziale e il ruolo internazionale di un Paese può essere approfondito da diverse visuali. La storia, l’economia, la società, la cultura, la politica, sono tutte sfere da analizzare, ma prima di ogni cosa bisogna valutare la questione  della posizione geografica di una nazione. Vi sono almeno tre fattori geografici da considerare: l’aria, l’acqua e la terra. Ad esempio un Paese che non abbia uno sbocco sui mari internazionali, come l’Austria, la Svizzera o la Mongolia, ha un ruolo molto inferiore rispetto alle altre nazioni. Dopo queste valutazioni geografiche, come appunto lo sbocco a mare o l’estensione geografica, bisogna valutare fattori molto più decisivi, come la politica, la cultura, la società, ma anche la forza militare e l’economia. Infine bisogna confrontare il fattore “geografico” con gli altri fattori e valutarne il complesso per comprendere il potenziale e il ruolo internazionale di un Paese. Ad esempio quando si parla di geopolitica, si intende quella scienza che studia il legame tra il fattore geografico e quello politico di un Paese. Quando si vuole studiare l’associazione tra il ruolo geografico e l’economia, allora si sta parlando di geoeconomia e così via. Una valutazione complessiva è fondamentale, altrimenti non si capirebbe come nel XIX secolo un Paese con un’estensione territoriale non molto grande come la Gran Bretagna, sia divenuta la principale potenza mondiale. L’attuale posizione iraniana ha delle peculiarità rispetto a qualche anno fa. Possiamo analizzare il potenziale iraniano da diversi punti di vista:</p>
<p>1-   Oggi l’Iran è diventato di fatto il cuore (“heartland”) dell’agglomerato continentale eurasiatico. Secondo gli studiosi della geopolitica, verso i primi anni del XX secolo, la terra centrale o “heartland” del mondo era rappresentato da quell’area geografica ad est del Mar Caspio, all’incirca coincidente con gli odierni Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, estremità meridionale della Russia, nord Afghanistan e nord est Iran. Gli studiosi quindi ritenevano che il controllo su questi territori avrebbe determinato l’egemonia mondiale (1). Si dice ad esempio che Hitler, molto affascinato da queste teorie, abbia ordinato l’aggressione all’URSS proprio per impossessarsi di quei territori, che per buona parte erano parte dell’impero sovietico. L’avanzata delle truppe tedesche però, come sappiamo, si fermò a ovest del Mar Caspio, decretando una sconfitta pesante per l’Asse. L’avventura militare degli USA e della NATO in Afghanistan, iniziata nel 2001 con la scusa della “lotta al terrorismo”, in realtà rappresenterebbe ancora una volta il tentativo di dominare questa zona. Per diversi motivi però, progressivamente, il “cuore” del continente eurasiatico, si è trasferito più verso ovest, e oggi questa zona coincide con i territori iraniani e quelli limitrofi alla Repubblica islamica dell’Iran. Questa posizione strategica, secondo molti analisti, durerà ancora per almeno cinquant’anni.</p>
<p>2-   Il ruolo fondamentale dell’Iran non riguarda solo la centralità “continentale” rispetto allo scacchiere eurasiatico, ma anche la sua centralità per ciò che riguarda l’egemonia sui mari. Fino al perdurare della “guerra fredda”, il “cuore” degli oceani e dei mari (“heart-sea”) era considerato l’Atlantico settentrionale, dalle coste britanniche a quelle americane, passando per il famigerato “triangolo delle Bermuda” e per il Mar dei Caraibi. Questo ruolo centrale era dovuto alla ricostruzione dell’Europa occidentale, che necessitava di transiti oceanici per e dagli Stati Uniti. Con la caduta dell’URSS, il centro dei mari è stato caratterizzato dal Golfo Persico, dal Mare di Oman e dalle coste settentrionali dell’Iran, ovvero il Mar Caspio, centri nevralgici tutti questi per le forniture energetiche del mondo. Qualche decennio fa tra lo “heartland” e lo “heart-sea” vi erano 10.000 km di distanza, mentre adesso sono coincidenti con il territorio e il mare dell’Iran. Ecco quindi il perché della centralità dell’Iran in tutte le questioni internazionali. Questo fatto è per la Repubblica islamica una grande opportunità di essere un attore internazionale di primaria importanza, ma allo stesso tempo è una minaccia, visto che tutte le potenze mondiali dovranno avere un’influenza su questo Paese se vorranno avere sogni di egemonia.</p>
<p>3-   L’Iran e i Paesi limitrofi ad esso sono i principali produttori di petrolio e gas naturale al mondo, e questa regione è il cuore economico del pianeta; chi vuole controllare le sorti dell’umanità nel XXI secolo deve avere una certa egemonia su buona parte dei territori e dei mari che hanno una contingenza con l’Iran. Non a caso in un discorso nel mese di marzo del 2012, la Guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sottolineato come le fonti energetiche in molte zone del mondo vanno verso l’esaurimento e, sempre secondo il capo di Stato iraniano, le riserve energetiche iraniane dovrebbero perdurare fino ai prossimi ottant’anni (2).</p>
<p>4-   Dal punto di vista politico l’Iran è un Paese indipendente e ha un ruolo regionale che, insieme ad altre realtà mediorientali (3), si trova in opposizione rispetto al regime sionista, quello che l’Occidente definisce “l’unica democrazia della regione”. Questa circostanza rende l’Iran “simpatico” a molti, ma “antipatico” ad altri, ed è un fatto che nelle relazioni internazionali va preso in considerazione. Il regime sionista infatti è l’unico “Paese” al mondo per cui la leadership americana spende parole come: “la sicurezza di Israele è la sicurezza degli Stati Uniti” (4).</p>
<p>5-   Per ciò che riguarda un approccio culturale, bisogna dire che l’influenza iraniana dal punto di vista linguistico si estende dal Kurdistan siriano al subcontinente indiano, fino all’Afghanistan e all’Asia centrale (5). Mentre se consideriamo il fattore religioso, l’Iran, in quanto cuore del mondo sciita, ha un’influenza fondamentale dal Mar Mediterraneo orientale (Libano) all’Afghanistan occidentale (la regione di Herat), dal Caucaso (Azerbaijan) al Pakistan, per arrivare alla Penisola araba (6).</p>
<p>Tutti questi fattori rendono l’Iran un Paese con un alto potenziale. Quando una nazione ha un’alta capacità di influenza nelle relazioni internazionali, indubbiamente le altre nazioni egemoni si adoperano per ostacolare un potenziale concorrente. Per ciò che concerne l’atteggiamento degli USA nei confronti dell’Iran come nuovo “heartland”, bisogna dire che gli americani hanno sempre considerato il continente eurasiatico come una sorta di “grande Oriente”, da suddividere in tre macro-aree: il Vicino Oriente (Europa), il Medio Oriente (l’Asia sud-occidentale), l’Estremo Oriente (la parte orientale dell’Asia). L’Iran, trovandosi nella macro-area mediorientale, rappresenta un Paese privilegiato per i piani espansionistici nordamericani, soprattutto per il potenziale energetico (petrolio e gas naturale) che caratterizza il sottosuolo iraniano e dei Paesi limitrofi all’altopiano iranico. Non a caso l’Amministrazione Bush Junior parlava di “Grande Medio Oriente” (7), non solo per ampliare il raggio di questa macro-area rispetto alla visione classica, ma anche per far capire all’opinione pubblica l’importanza del dominio su questa regione. Tutto ciò rappresenta per la Repubblica islamica dell’Iran una grande opportunità per tramutare l’enorme potenziale che ha in azione concreta, ma d’altro canto può essere considerata una minaccia, perché le varie Amministrazioni americane passeranno il proprio tempo a organizzarsi per ingerenze più o meno esplicite negli affari iraniani, non solo a livello nazionale o regionale, ma a livello mondiale.</p>
<p>Le principali minacce alla stabilità iraniana, che poi vengono utilizzate dagli USA, sono classificabili in due punti: la secolarizzazione della società iraniana e la diversità delle etnie che abitano il territorio iraniano. La secolarizzazione forzata è fomentata principalmente dall’estero e rappresenta una sfida culturale importante, in quanto il regime della Repubblica islamica basa la propria legittimazione sulla religione islamica sciita, e nel momento in cui i valori religiosi si dovessero ridimensionare nella società, per un potenziale nemico dell’Iran sarebbe più facile dividere lo Stato dal popolo, così da corrompere le radici popolari delle istituzioni (8). Un altro punto è il pericolo della cosiddetta “balcanizzazione”; questo pericolo è sempre dietro l’angolo in un Paese multietnico, come in buona parte degli Stati eurasiatici, ma il vantaggio che ha l’Iran rispetto ad altre realtà è che vi è nell’islam sciita duodecimano (9) un fattore di unità nazionale non riscontrabile in altri Paesi dell’area.</p>
<p><em>Il progetto “Iran 1414”</em></p>
<p>Vista l’importanza di questo Paese e la rinascita culturale, ideologica, scientifica (10) e sociale della nazione iraniana, soprattutto dalla rivoluzione del 1979 (senza dimenticare l’importante contributo del governo Ahmadinejad nella spinta verso uno sviluppo socialmente sostenibile che non schiacci i ceti meno abbienti, come purtroppo è accaduto in altri contesti nel cosiddetto Terzo Mondo), gli intellettuali e gli analisti si sono messi all’opera per programmare il futuro iraniano. Un ruolo importante è stato giocato dai centri di ricerca strategica, come quello diretto dal dott. Hasan Abbasi (“Centro studi Yaqin”), noto esperto iraniano di politica internazionale che apertamente parlano di un progetto denominato “Iran 1414”. Lo stesso Abbasi in un articolo apparso sul suo sito internet esprime questi concetti:</p>
<p>“Il progressivo deterioramento della potenza mondiale americana apre un vuoto colmabile nei prossimi decenni da chi riuscirà meglio ad organizzarsi, soprattutto per gli aspetti culturali. Infatti, tra il 2030 e il 2035 inizierà probabilmente una nuova epoca in cui il vero potere non sarà più nell’arma atomica o nell’egemonia economica, ma nel potenziale culturale e nella capacità di controllare i cuori e le menti delle persone del pianeta”. (11)</p>
<p>Egli in un altro articolo scrive:</p>
<p>“La vera sfida del futuro non sarà nella guerra classica, rappresentata dagli armamenti (“hard power”) o dall’influenza economica (“semi-hard power”), ma dalla capacità di una nazione di influenzare attraverso la cultura, i media, i film e lo sviluppo scientifico (“soft power”) gli altri popoli”. (12)</p>
<p>Questo programma, fatto proprio anche dal governo iraniano, ha come obiettivo quello di fare dell’Iran entro l’anno 1414 del calendario tradizionale iraniano, coincidente con il 2035 del calendario occidentale, una delle principali potenze mondiali, con un apparato economico all’avanguardia (13), strutture burocratiche moderne e soprattutto una capacità di impatto nelle relazioni internazionali senza precedenti nella storia iraniana, basato sulla cultura e la peculiarità della civiltà iraniana. In questa ottica il fattore “sciita” ha una valenza importantissima e il messaggio ideologico di questa corrente islamica può aprire frontiere inesplorate per gli iraniani. Non è un caso quindi che il presidente Ahmadinejad in tutti i suoi discorsi, sia a livello nazionale che a livello internazionale, esordisca con una preghiera rivolta al Signore per accelerare il ritorno del Messia, tratto tipico di tutte le religioni, ma dell’islam sciita in particolare (14). Lo stesso Mahmoud Ahmadinejad ha avuto modo di ricordare che se la Repubblica islamica dell’Iran fosse per qualche motivo privata del pensiero sciita non avrebbe più nessuna particolarità e non potrebbe presentarsi al mondo come un’alternativa all’attuale ordine mondiale. Gli intellettuali iraniani parlano addirittura di voler presentare in Iran un modello sociale definito come “società messianica” (in persiano “jame’eie mahdavi”), da contrapporre al modello sociale occidentale (“società civile”, di cui si parla tanto anche alla luce della cosiddetta “Primavera araba”). Per fare ciò vi è la necessità di grandi riforme e di una stretta collaborazione tra istituzioni, intellettuali e persone comuni.</p>
<p>Quindi, per concludere, si può dire che il ruolo internazionale dell’Iran ha una base molto forte nella posizione geografica e nel potenziale geopolitico e geoeconomico del Paese, ma queste caratteristiche “positive”, sono sotto la lente delle potenze aggressive, principalmente gli USA, sempre pronte ad approfittare delle varie situazioni per rimettersi in sesto, anche se ormai la loro egemonia sembra sulla via del tramonto. Le altre nazioni devono essere capaci di colmare il vuoto del dominio nordamericano attraverso la cooperazione, per un mondo più equo e meno unilaterale.</p>
<p>&nbsp;<br />
</font><font size="1"><br />
NOTE:</p>
<p>(1)   Questa teoria fu elaborata dall’inglese Halford Mackinder che la sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904.</p>
<p>(2)               Bisognerebbe considerare alcuni numeri: l’area del Golfo Persico rappresenta circa il 2% della superficie del pianeta Terra, e in esso sono concentrate tra il 20% e il 25% delle riserve petrolifere e di gas naturale del mondo. Cioè, nel restante 98% del pianeta vi è circa il 75% degli idrocarburi. Non esiste al mondo una tale densità di risorse energetiche in un luogo così ristretto. Poi, queste risorse sono facilmente trasportabili via mare, mentre il petrolio e il gas naturale in altri contesti devono essere trasportati attraverso costosissimi oleodotti e gasdotti. Inoltre i mari meridionali dell’Iran si trovano in una posizione centrale nel contesto eurasiatico, facilitando il trasporto sia verso Est che verso Ovest.</p>
<p>(3)   Il celebre “Asse della Resistenza”, che unisce l’Iran, la Siria, la resistenza libanese e quella palestinese.</p>
<p>(4)   Questa frase è stata ripetuta più volte sia da Barack Obama che dal suo predecessore G.W. Bush Jr.</p>
<p>(5)   Lingue come il curdo, il pashtun, l’urdu, per non parlare poi del dari e del tagiko, sono tutte lingue indoeuropee affini al neopersiano.</p>
<p>(6)   I Paesi a maggioranza assoluta sciita sono l’Iran, l’Iraq, il Bahrain e l’Azerbaijan, mentre il Libano, la Siria, la Turchia, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi, il Qatar, l’Oman e lo Yemen ospitano importanti comunità sciite che variano dal 20% al 40% dell’intera popolazione. Per un confronto sulle varie statistiche disponibili a livello internazionale vedi Mohammad Ali Shomali, <em>Alla scoperta dell’islam sciita</em>, Jamiat Az-Zahra, Qom (Iran), 2004.</p>
<p>(7)   La famosa teoria neoconservatrice del “Grande Medio Oriente” venne elaborata dai centri di ricerca strategica vicini al governo Bush, come l’American Enterprise Institute, in concomitanza con la “guerra al terrorismo”, che poi si trasformò in “guerra preventiva”, e che a sua volta condusse al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Non a caso C. Rice, Segretario di Stato di G. W. Bush Jr., disse apertamente che la guerra del Libano del 2006 rappresentava “il dolore necessario per il parto del nuovo ordine mediorientale”, nel senso che una volta tolta la “spada di Damocle” degli Hezbollah dalla testa del regime sionista, la strada per un attacco israelo-americano all’Iran sarebbe più semplice. Come non leggere l’attacco alla Siria iniziato nel 2011, con l’infiltrazione nel Paese arabo-mediterraneo delle bande armate sostenute dagli USA e dai suoi alleati regionali, come la continuazione di quella politica?</p>
<p>(8)   Il movimento culturale e politico del “riformismo iraniano” rappresenta, in una certa misura, la quinta colonna della secolarizzazione forzata pubblicizzata dall’esterno. Gli ideali di umanesimo, in contrapposizione alle idee “teocentriche” della Costituzione iraniana, il liberismo economico sul modello occidentale, il sostegno alla borghesia sono alcuni dei principi fondamentali dei riformatori. Molti dei politici iraniani che hanno aderito all’esperienza riformista del governo Khatami, oggi sono commentatori ed analisti per il canale satellitare del governo americano “Voice of America”, come l’ex deputato al parlamento di Tehran e vicepresidente dell’assemblea Mohsen Sazegara o l’ex Ministro della Cultura Ataollah Mohajerani.</p>
<p>(9)   L’islam sciita duodecimano è la corrente che ha più fedeli all’interno dello sciismo. Più del 90% degli iraniani appartiene a questa confessione. Tra le altre scuole sciite più importanti vi sono gli Alawiti, presenti soprattutto in Siria, gli Alevi (Turchia), gli sciiti Zaiditi (Yemen) e i Drusi, da alcuni intellettuali considerati affini agli sciiti, in Libano.</p>
<p>(10) “Fino a 15 anni fa, l&#8217;Iran aveva una produzione scientifica in linea con quella di paesi come l&#8217;Iraq e il Kuwait, con circa 700 paper pubblicati ogni anno. Oggi, mentre Iraq e Kuwait faticano a spostare l&#8217;assicella di qualche tacca più in alto, la Repubblica Islamica dell&#8217;Iran sforna articoli scientifici a ritmo serrato, arrivando a toccare quota 13mila paper all&#8217;anno e posizionandosi come il paese con la più rapida crescita scientifica dell&#8217;ultimo decennio.” Vedi H<a href="http://it.notizie.yahoo.com/blog/wired/perch%C3%A9-il-progresso-scientifico-iran-fa-paura-093237105.html">Uhttp://it.notizie.yahoo.com/blog/wired/perch%C3%A9-il-progresso-scientifico-iran-fa-paura-093237105.htmlU</a>H.</p>
<p>(11) H<a href="http://drhasanabbasi.ir/">Uhttp://drhasanabbasi.irU</a></p>
<p>(12) Ibidem.</p>
<p>(13) Secondo le previsioni del progetto “1414” l’Iran nel 2035 dovrebbe diventare la settima potenza economica del mondo (PIL reale), mentre secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, oggi si troverebbe al 17° posto, con un PIL reale di circa 900 mld USD.</p>
<p>(14) Tutti i musulmani, ma anche ebrei, cristiani e appartenenti ad altre religioni concordano sull’avvento di un Salvatore che instaurerà la giustizia nel mondo prima della fine dei tempi. Nell’islam sciita duodecimano però la carica emotiva di questo credo è superiore per intensità rispetto alle altre religioni, rappresentando un tratto tipico della cultura sciita. La preghiera spesso ripetuta dal presidente Ahmadinejad inizia con questa formula: “Allahumma ajjel lewalyyek al-faraj” cioè, “Oh Dio, accelera l’avvento del Tuo vicario”.</p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Le forze strategiche dell’India</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mirco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Geostrategia e Militaria]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[militaria]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/le-forze-strategiche-dellindia/15722/" title="Le forze strategiche dell’India"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/indian_army_sikh_light_infantry_regiment.672q6x3vjjk8sswo0w8kg8w40.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="Le forze strategiche dell’India" ></div></a>Secondo le fonti più accreditate, New Delhi possiederebbe 80/100 testate nucleari, destinate ad armare velivoli caccia-bombardieri e missili di teatro. L&#8217;ex ufficiale dell&#8217;intelligence indiana, J.K. Sinha, ha affermato che l&#8217;India è in grado di produrre 130 kg di plutonio per uso militare ogni anno, grazie ai sei reattori non inclusi nell&#8217;accordo nucleare tra India e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/le-forze-strategiche-dellindia/15722/" title="Le forze strategiche dell’India"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/indian_army_sikh_light_infantry_regiment.672q6x3vjjk8sswo0w8kg8w40.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="Le forze strategiche dell’India" ></div></a><p><span style="font-size: small;">Secondo le fonti più accreditate, New Delhi possiederebbe 80/100 testate nucleari, destinate ad armare velivoli caccia-bombardieri e missili di teatro. L&#8217;ex ufficiale dell&#8217;intelligence indiana, J.K. Sinha, ha affermato che l&#8217;India è in grado di produrre 130 kg di plutonio per uso militare ogni anno,  grazie ai sei  reattori non inclusi nell&#8217;accordo nucleare tra India e Stati Uniti.</p>
<div><span style="font-size: small;"><strong>Missili schierati dall&#8217;India</strong><br />
Sono stati prodotti in serie, finora, solo i missili di teatro <em>Prithvi-Danush</em> (circa 75/100 unità schierate), mentre per quanto riguarda gli altri sistemi missilistici a gittata intermedia, non è chiaro se sia mai stata avviata una produzione in grande serie. </p>
<p><strong>Prithvi</strong><br />
Il <em>Prithvi</em> è un missile balistico a corto raggio autocarrato, a singolo stadio e a propellente liquido. La progettazione del missile è iniziata nel 1983 ed è stato testato la prima volta nel 1988. Il missile ha una lunghezza di 9 metri, un diametro di 1,1 ed ha una gittata di 150-250km e trasporta una testata di 1000kg.<br />
Il <em>Dhanush</em> è la versione navale del <em>Prithvi</em>, è uno dei cinque sistemi missilistici sviluppato dalla <em>Research Defence &#038; Development Organization</em> (DRDO) nell&#8217;ambito dell&#8217;Integrated <em>Guided Missile Development Program</em> (IGMDP). Il lavoro di progettazione del missile è iniziato nel 1988 e le prime prove sono state effettuate nel novembre 1990. Il Danush ha una gittata di 300-350 km e trasporta una testata di 500 kg.</p>
<p><strong>Agni</strong><br />
L&#8217;<em>Agni-I</em> è un missile balistico a medio raggio (MRBM), ha un&#8217;altezza di 15 metri, pesa 12 tonnellate ed ha un solo stadio a propellente solido. Il missile può trasportare una testata nucleare di 1 tonnellata sugli obiettivi in Pakistan, senza dover essere schierato alle frontiere. Le testate atomiche possono essere rapidamente montate dal BARC (<em>Bhaba Atomic Research Centre</em>) e dal DRDO (<em>Defense Research &#038; Development Organisation</em>), secondo il principio dichiarato dall&#8217;India del &#8216;<em>non primo impiego</em>&#8216;. L&#8217;<em>Agni-I</em> è inoltre progettato per essere lanciato sia da un lanciatore mobile su rotaia, che si può spostare normalmente nel sistema ferroviario, che da un sistema di lancio autocarrato. Il DRDO di Ahmednagar e il Centro di Ricerca &#038; Sviluppo di Pune hanno svolto un ruolo importante nella creazione del veicolo di trasporto e lancio. Infatti, il sistema missilistico mobile riduce la vulnerabilità del sistema d&#8217;arma e ne consente una maggiore flessibilità operativa. L&#8217;Agni-II è un Missile Balistico a Raggio Intermedio (IRBM), il cui sviluppo è iniziato nel 1979. Nel 1983 divenne parte dell&#8217;Integrated Missile Development Program Guide (IGMDP) dell&#8217;India. Il primo test dell&#8217;<em>Agni-II</em> avvenne il 22 maggio 1989, e altri due test furono condotti il 29 maggio 1992 e il 19 febbraio 1994. Questi test hanno coinvolto dei banchi di prova tecnologici (TTB) per sviluppare la struttura, l&#8217;integrazione, la navigazione e controllo, la dinamica del volo del missile e la tecnologia dei veicoli di rientro. L&#8217;<em>Agni-II</em> ha una lunghezza di 20 metri, un diametro di 1,3 metri e pesa 16 tonnellate, ha una gittata di 2500km e trasporta una testata di 1000kg, rappresentando così un netto miglioramento rispetto al suo predecessore. Sono in corso di sviluppo delle varianti successive, come l&#8217;<em>Agni-III</em>, un missile balistico a raggio intermedio, con gittata di 3000 – 5500km e che dovrebbe essere armato con una testata da 200Kt. L&#8217;<em>Agni-III</em> è stato testato con successo il 12 aprile 2007, da Wheeler Island, al largo della costa di Orissa, e il 7 maggio 2008, l&#8217;India ha ancora una volta testato, con successo, questo missile. Infine sono in fase di studio i missili balistici intercontinentali (ICBM) <em>Agni-V</em>, con una gittata di 5000 km, e <em>Agni-VI</em>, con una gittata di 6000 km.</p>
<p><strong>Sagarika</strong><br />
Il K-15 <em>Sagarika</em> è un missile balistico lanciabile da sottomarini (SLBM), a due stadi a propellente solido, con una gittata di 700 chilometri. Lo sviluppo del missile K-15 è iniziato alla fine degli anni &#8217;90, con l&#8217;obiettivo di costruire un missile balistico per i sottomarini a propulsione nucleare della classe <em>Arihant</em>. Il <em>Sagarika</em> ha una lunghezza di 10 metri, un diametro di 0,74 metri, pesa 17 tonnellate e può trasportare un carico utile di 1000kg. E&#8217; stato sviluppato presso il complesso missilistico DRDO di Hyderabad. Il missile farà parte della forza di deterrenza nucleare indiana, fornendo la capacità di effettuare la rappresaglia a un attacco nucleare.<br />
Il missile è stato testato con successo sei volte, e il 26 febbraio 2008 è stato lanciato da un pontone sommerso a 50 metri, al largo delle coste di Visakhapatnam. Una versione terrestre del Sagarika è stata testata con successo il 12 novembre 2008.<br />
Il DRDO sta sviluppando anche il missile sublanciato K-4, che dovrà avere una gittata di 3000 km. </p>
<p><strong>SSBN</strong><br />
I sottomarini a propulsione nucleare lanciamissili balistici (SSBN) classe <em>Arihant</em>, in corso di sviluppo per la Marina militare indiana, costituiranno la terza componente della triade nucleare di New Delhi. L&#8217;INS <em>Arihant</em> è stato presentato al pubblico il 26 luglio 2009. L&#8217;<em>Arihant</em> è il primo sottomarino nucleare progettato e costruito in India. La classe sarà costituita da quattro battelli che entreranno in servizio nella Marina indiana a partire dal 2015. Lo SSBN <em>Arihant</em> ha un dislocamento di 6.000 tonnellate, è lungo 112 metri, raggiunge la quota di 300 metri di profondità, e sarà armato di 6 tubi lanciasiluri da 533mm, con 30 siluri, missili o mine, e di 4 tubi di lancio per SLBM, con 12 SLBM K15 (3 in ogni tubo di lancio) o 4 SLBM K-4. </p>
<p><strong>Velivoli strategici</strong><br />
L&#8217;<em>Indian Air Force</em> dispone di diversi velivoli con capacità nucleare: 51 Dassault 2000H Mirage. 110 Sukhoi Su-30MKI, 14 HAL <em>Tejas</em> e 113 MiG-29. Inoltre l&#8217;India possiede centinaia di SEPECAT <em>Jaguar</em> e di MiG-27M che possono essere impiegati per trasportare bombe nucleari a gravità. Il Su-30MKI è l&#8217;unico velivolo di teatro a disposizione dell&#8217;India, avendo una autonomia di oltre 3.000 km senza rifornimento, permettendo di attaccare in modo efficace obiettivi molto distanti, in sostituzione dei sistemi missilistici come l&#8217;Agni. </p>
<p><strong>Note:</strong><br />
<span style="font-size: x-small;">*KB: Ufficio Progettazione<br />
**MIRV: Testata Multipla a Rientro Indipendente<br />
***OKB: Ufficio Progettazione Indipendente</p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Riferimenti:</strong><br />
<span style="font-size: x-small;">http://www.bharat-rakshak.com/MISSILES/category/ballistic</p>
<p>http://www.fas.org/programs/ssp/nukes/nuclearweapons/nukestatus.html</span></span></span></span></div>
<p></span></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 18:36:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
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		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_.5woks5rl8nk84s04csssow08c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a>Editoriale del numero XXVI (2-2012) &#160; &#8220;Chi controlla il territorio costiero governa l&#8217;Eurasia; chi governa l&#8217;Eurasia controlla i destini del mondo&#8221;1. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della &#8220;primavera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_.5woks5rl8nk84s04csssow08c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a><p><font size="2"><strong><ins datetime="2012-05-12T18:34:51+00:00"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/">Editoriale del numero XXVI (2-2012)</a></ins></strong></p>
<p>&nbsp;<br />
&#8220;Chi controlla il territorio costiero governa l&#8217;Eurasia; chi governa l&#8217;Eurasia controlla i destini del mondo&#8221;<sup>1</sup>. Questa celebre formula, proposta dallo studioso americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in un libro che apparve postumo mentre era in corso il secondo conflitto mondiale, può aiutare a comprendere il significato geopolitico della &#8220;primavera araba&#8221;. Ricordiamo che secondo Spykman, esponente della scuola realista, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare il loro impegno su un&#8217;area fondamentale per l&#8217;egemonia mondiale: si tratta di quel &#8220;territorio costiero&#8221; (<em>Rimland</em>) che, come una lunga fascia semicircolare, abbraccia il &#8220;territorio centrale&#8221; (il mackinderiano <em>Heartland</em>), comprendendo le coste atlantiche dell&#8217;Europa, il Mediterraneo, il Vicino e il Medio Oriente, la Penisola Indiana, l&#8217;Asia Monsonica, le Filippine, il Giappone.</p>
<p>Non appare perciò infondata una lettura della &#8220;primavera araba&#8221; alla luce dei criteri geostrategici dettati da Spykman, i quali suggeriscono agli Stati Uniti l&#8217;esigenza di mantenere in uno stato di disunione e di perenne instabilità il &#8220;territorio costiero&#8221; &#8211; nel quale rientrano anche le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo.</p>
<p>Già una decina d&#8217;anni or sono un geopolitico francese aveva preventivato un&#8217;azione occidentale intesa a frammentare la Libia avvalendosi di manodopera locale: &#8220;sul tracciato delle vecchie reti senussite, l&#8217;agitazione islamista potrebbe provocare l&#8217;esplosione di questo paese artificiale e recene. Nella Cirenaica si concentrano le ricchezze petrolifere; e il regime di Gheddafi irrita certe capitali occidentali che non vedrebbero male una divisione della Libia&#8221;<sup>2</sup>.</p>
<p>Oggi, pur concedendo che i movimenti di protesta e di eversione nel Nordafrica e nel Vicino Oriente abbiano avuto un&#8217;origine endogena e un&#8217;esplosione imprevista, non si può non constatare che gli Stati Uniti, dopo alcune iniziali esitazioni del loro Presidente, li hanno guardati con simpatia, patrocinati e sostenuti (con l&#8217;ovvia eccezione dell&#8217;insurrezione popolare sciita nel Bahrein, repressa dall&#8217;intervento militare saudita).</p>
<p>D&#8217;altronde Obama manifestò fin dall&#8217;inizio del suo mandato la volontà di favorire la transizione alla democrazia nel mondo arabo (così come in altre parti del mondo musulmano), magari in maniera formalmente più garbata rispetto al suo predecessore, ma comunque premendo sui governanti locali per imporre loro una <em>perestrojka</em> in versione araba.</p>
<p>Così le organizzazioni &#8220;non governative&#8221; e le varie associazioni dirittumaniste sostenute dalla CIA e dallo <em>State Department </em>intensificarono le loro attività, in conformità con la raccomandazione che fin dal 1993 Samuel Huntington aveva rivolta al governo americano: allacciare stretti legami con tutti coloro che, all&#8217;interno del mondo islamico, difendono i valori e gl&#8217;interessi occidentali. Lo stesso &#8220;New York Times&#8221; ha riconosciuto che &#8220;alcuni movimenti e capi direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (&#8230;) hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall&#8217;<em>International Republican Institute</em>, dal <em>National Democratic Institute </em>e da <em>Freedom House</em>&#8220;<sup>3</sup>. Quest&#8217;ultima organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di attivisti egiziani e tunisini, per insegnar loro a &#8220;trarre beneficio dalle opportunità della rete attraverso l&#8217;interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e i media&#8221;<sup>4</sup>.</p>
<p>Anche il <em>National Endowment for Democracy</em> ha comunicato ufficialmente, tramite il suo sito informatico<sup>5</sup>, di aver versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane impegnate nella difesa dei &#8220;diritti umani&#8221; e nella promozione dei valori democratici: 21.000 dollari USA al <em>Democratic Forum for Youth</em>, 25.000 all&#8217;<em>Egyptian Democratic Academy</em>, 89.000 alla <em>Freedom House</em>, 55.000 all&#8217;<em>Ibn Khaldun Center for Development Studies</em>, oltre un milione al <em>Center for International Private Enterprise</em>, 35.000 all&#8217;<em>Egyptian Democracy Institute</em>, 23.000 all&#8217;<em>El-hak Center for Democracy and Human Rights</em>, 25.000 alla <em>Human Development Association</em>. Altri finanziamenti del NED sono stati destinati alla Tunisia (213.000 dollari, ripartiti fra il <em>Center for International Private Enterprise </em>e il <em>Mohamed Ali Center for Research, Studies and Training</em>), alla Libia (145.000 dollari: metà all&#8217;<em>Akhbar Libya Cultural Limited </em>e metà al <em>Libya Human and Political Development Forum</em>), alla Siria (148.000 per <em>Human Rights</em> e 400.000 per l&#8217;<em>International Republican Institute</em>), allo Yemen (674.000 dollari ripartiti fra varie organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani). Ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono aggiunti i fondi stanziati dalla <em>Open Society Foundation </em>di George Soros, che nel 2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in particolare in Egitto e in Tunisia. Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare l&#8217;Egitto, il bilancio dei fondi dell&#8217;USAID destinati alle organizzazioni democratiche e dirittumaniste ammonta complessivamente a 62.334.187 dollari<sup>6</sup>. Una cifra enorme, che in Egitto è superata soltanto dai cento milioni di dollari elargiti dall&#8217;Emiro del Qatar ai Fratelli Musulmani<sup>7</sup>.</p>
<p>Il movimento eversivo finanziato dagli USA ha rovesciato i governi della Tunisia e dell&#8217;Egitto e grazie all&#8217;intervento militare occidentale si è impadronito della Libia; però non è riuscito ad abbattere il governo siriano, nonostante il ricorso al terrorismo e alla lotta armata e nonostante l&#8217;appoggio britannico, francese, turco e qatariota. Quanto all&#8217;Algeria, il progetto di destabilizzazione del paese è costretto a puntare soprattutto sulle pulsioni secessioniste berbere, dal momento che gli Algerini, oltre a non essersi ancora ripresi del tutto dal trauma di una guerra civile che ha fatto 200.000 morti, hanno assistito da vicino agli effetti catastrofici prodotti dalla &#8220;primavera araba&#8221; in Libia.</p>
<p>In ogni caso, il mondo arabo offre agli eversori occidentali ampie possibilità di manovra, poiché a collaborare con loro non sono soltanto le minoranze &#8220;illuminate&#8221; fautrici dei diritti umani, dello Stato laico e della democrazia capitalista, ma anche movimenti e gruppi che si richiamano formalmente all&#8217;Islam e quindi dovrebbero teoricamente osteggiare l&#8217;intrusione occidentale. Qualora però si vada ad esaminare più da vicino l&#8217;identità dei movimenti integralisti, si può facilmente constatare che, quando non si tratta di residui del vecchio collaborazionismo anglofilo (come i senussiti libici), la loro matrice ideologica è generalmente riconducibile a correnti eterodosse (wahhabite e salafite); le quali, essendo ostili all&#8217;Islam tradizionale e visceralmente nemiche dell&#8217;Islam sciita, ricevono il sostegno politico e il generoso aiuto economico delle monarchie petrolifere alleate dell&#8217;Occidente e dell&#8217;entità sionista. Risulta quindi condivisibile la diagnosi di chi individua lo scopo degli &#8220;islamisti&#8221; non nell&#8217;instaurazione di un ordine islamico, ma in una versione islamizzata della cultura occidentale: &#8220;tutti questi neofondamentalisti, ben lungi dall&#8217;incarnare la resistenza di un&#8217;autenticità musulmana nei confronti dell&#8217;occidentalizzazione, sono al contempo prodotti ed agenti della deculturazione in un mondo globalizzato&#8221;<sup>8</sup>.</p>
<p>Un caso esemplare è rappresentato dal movimento &#8220;fondamentalista moderato&#8221; dei Fratelli Musulmani, il risultato più consistente di quella linea riformista che, inaugurata da Muhammad Ibn &#8216;Abd al-Wahhâb (1703-1792), assunse con Jamâl ad-Dîn al-Afghânî (1838-1897) e con Muhammad &#8216;Abduh (1849-1905) forme apertamente occidentalizzanti e antitradizionali. Nonostante gli aspetti equivoci del loro comportamento nel periodo di Nasser, i Fratelli Musulmani hanno tuttavia mantenuto a lungo una posizione antimperialista, tanto che sono stati inseriti nella lista nera del <em>National Security Council</em>. Poi però, se non già negli anni Ottanta al tempo dell&#8217;Afghanistan, sicuramente dopo l&#8217;11 Settembre 2001 il rapporto tra i Fratelli e gli USA è cambiato. Si potrà anche sorridere delle furibonde invettive di Gheddafi<sup>9</sup> o delle rivelazioni del giornale libanese &#8220;Al-Dinar&#8221; circa gli incontri di David Petraeus coi capi del movimento, ma è un fatto certo che nel luglio 2011 Hillary Clinton dichiarò di voler instaurare una nuova relazione con la Fratellanza, la quale aveva ed ha &#8220;un impatto significativo e crescente sull&#8217;Islam in America&#8221;<sup>10</sup>, tanto che il 10 gennaio 2012 il portavoce dell&#8217;organizzazione, Ahmed Sobea, ha dato ufficialmente notizia di un colloquio di esponenti della Fratellanza con William Burns, numero due del Dipartimento di Stato, e con l&#8217;assistente segretario Jeff Feltman. Parlando agli studenti della Georgetown University, i membri della delegazione hanno detto: &#8220;Siamo qui perché riconosciamo il ruolo davvero importante degli Stati Uniti nel mondo e vorremmo che le nostre relazioni con loro fossero migliori di quanto lo sono ora. I nostri principi sono universali: libertà, diritti umani, giustizia per tutti&#8221;<sup>11</sup>.</p>
<p>D&#8217;altra parte i Fratelli Musulmani sembrano aver avuto da tempo un rapporto piuttosto stretto con l&#8217;Inghilterra. A Londra infatti il fuoruscito tunisino Rashid al-Ghannushi ha fondato <em>Al-Nahda</em>; a Londra risiede Tariq Ramadan<sup>12</sup>, nipote del fondatore dell&#8217;organizzazione e consigliere del governo britannico per le questioni relative all&#8217;estremismo islamico; Londra fu scelta come luogo d&#8217;esilio dal multimilionario Khayrat al-Shater, designato dai Fratelli come candidato per le presidenziali egiziane, il quale &#8220;ha incontrato Hillary Clinton, decine di politici, diplomatici e finanzieri di Wall Street&#8221;<sup>13</sup>.</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d&#8217;onda dei Fratelli Musulmani si colloca l&#8217;AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), la forza turca di governo che da un lato cerca di conciliare l&#8217;identità islamica con la democrazia liberale e l&#8217;appartenenza al blocco occidentale, mentre dall&#8217;altro mira ad attribuire alla Turchia una funzione egemone nell&#8217;area che appartenne all&#8217;Impero ottomano. Nel progetto &#8220;neoottomano&#8221; che ne risulta, però, il ruolo regionale della Turchia a guida demoislamica sembra condannato a rimanere strumentalmente inserito nella strategia atlantista di dominio mediterraneo &#8211; come dimostrato dalla complicità turca con l&#8217;eversione libica e siriana &#8211; e quindi ad esplicarsi nella forma di un deuteragonismo subordinato ai disegni d&#8217;Oltreoceano. Non solo, ma la scelta turca di incoraggiare i fermenti &#8220;primaverili&#8221; del mondo arabo rischierebbe di creare una collisione con la Russia e con l&#8217;Iran, rovinando tutto il lavoro fatto dai politici di Ankara per stabilire buone relazioni con queste due potenze. Finché la Turchia non si deciderà a tagliare il nodo che la tiene vincolata all&#8217;Alleanza Atlantica (e all&#8217;entità sionista), il &#8220;neoottomanesimo&#8221; sarà soltanto una caricaturale parodia di quella funzione imperiale che invece potrebbe essere svolta nell&#8217;area mediterranea da una Turchia solidale con le potenze eurasiatiche.</p>
<p>Analogo discorso vale per il mondo musulmano di lingua araba, che le centrali della sovversione settaria vorrebbero allontanare dal suo modello tradizionale, per vincolarlo, in un&#8217;unione innaturale, al modello di democrazia liberale proposto dall&#8217;Occidente come il solo possibile e pensabile. La scelta che si impone ad Arabi e Turchi è dunque la stessa: o con l’Eurasia o con l’Occidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE:</p>
<p>1. Nicholas Spykman, <em>The Geography of Peace</em>, Harcourt Brace, New York 1944, p. 43.</p>
<p>2. François Thual, <em>La planète émiettée. Morceler et lotir: une nouvelle art de dominer</em>, Arléa, Paris 2002, p. 124; ed. it. <em>Il mondo fatto a pezzi</em>, Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 2008, p. 92.</p>
<p>3. <em>U.S. groups Helped Nurture Arab Uprising</em>, &#8220;The New York Times&#8221;, 15 aprile 2011.</p>
<p>4. <em>New Generation of Advocates: Empowering Civil Society in Egypt</em>, dal sito di <em>Freedom House </em>(<em>www.freedomhouse.org</em>).</p>
<p>5. <em>www.ned.org</em></p>
<p>6. Alfredo Macchi, <em>Rivoluzioni S.p.A.</em>, Alpine Studio 2012, p. 282.</p>
<p>7. Alfredo Macchi, op. cit., p. 208.</p>
<p>8. Olivier Roy, <em>Généalogie de l&#8217;islamisme</em>, Hachette, Paris 2001, p. 10.</p>
<p>9. &#8220;Quelli che oggi si chiamano Fratelli Musulmani? [...] Sono servi dell&#8217;imperialismo. Sono la destra reazionaria, i nemici del progresso, del socialismo e dell&#8217;Unità araba. Sono un mucchio di teppisti, bugiardi, sporcaccioni, fumatori di hashish, ubriaconi, vigliacchi, delinquenti. Ecco chi sono i Fratelli Musulmani. Tutto ciò ha fatto di loro i servi dell&#8217;America. Chi apparteneva alla fazione dei Fratelli Musulmani, oggi si vergogna a dirlo. Sono diventati qualcosa di marcio, di sporco, di detestato in tutto il mondo arabo e in tutto il mondo musulmano&#8221; (Christian Bouchet, <em>Islamisme</em>, Pardès, Puiseaux 2002, p. 77).</p>
<p>10. Karim Mezran, <em>La Fratellanza musulmana negli Stati Uniti</em>, in: <em>I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo</em>, a cura di Massimo Campanini, Karim Mezran, UTET, Torino 2010, p. 195.</p>
<p>11. Daniele Raineri, <em>Vecchia spia al Cairo. Fratelli musulmani in tour in America per convincere Washington. Il salafita fuori gara</em>, &#8220;Il Foglio quotidiano&#8221;, 10 aprile 2012.</p>
<p>12. Si veda <em>Intervista a Tariq Ramadan</em>, a cura di C. Mutti, &#8220;Eurasia&#8221;, n. 1/2010.</p>
<p>13. Cecilia Zecchinelli, <em>Il milionario islamico che vuole guidare l&#8217;Egitto</em>, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 2 aprile 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 18:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Numeri di Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2.e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a>EURASIA 2/2012, (aprile-giugno 2012), 264 pagine &#160; Editoriale Claudio Mutti, Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente Geofilosofia Fabio Falchi, Al di là dell’ethos dell’Occidente Dossario: Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente Giovanni Armillotta, La Libia che è stata distrutta Aldo Braccio, Quo vadis, Turchia? Aldo Braccio, Turchia e Siria Claudia Ciarfella, Boicottaggio contro il regime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente/15690/" title="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_2_x_sito_2.e1tm6snrm0gso8swcok0gwc4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="113" alt="Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente" ></div></a><p><font size="2"><strong><em>EURASIA  2/2012, (aprile-giugno 2012), 264 pagine</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong></p>
<p>Claudio Mutti, <em><ins datetime="2012-05-12T18:28:07+00:00"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-mediterraneo-tra-leurasia-e-loccidente-2/15679/">Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</a></ins></em></p>
<p><strong>Geofilosofia</strong></p>
<p>Fabio Falchi, <em>Al di là dell’ethos dell’Occidente</em></p>
<p><strong>Dossario: Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente</strong></p>
<p>Giovanni Armillotta, <em>La Libia che è stata distrutta</em><br />
Aldo Braccio, <em>Quo vadis, Turchia?</em><em></em><br />
Aldo Braccio, <em>Turchia e Siria</em><br />
Claudia Ciarfella, <em>Boicottaggio contro il regime sionista</em><br />
Alessandra Colla, <em>“Tripoli, suol del dolore…”</em><br />
Finian Cunningham, <em>La “primavera” della Lega Araba</em><br />
Federico Donelli, <em>L’evoluzione neoottomana</em><br />
Andrea Fais, <em>Un pericolo per l’Eurasia</em><br />
Ali Reza Jalali, <em>Che cosa vuol dire Repubblica Islamica?</em><br />
Alessandro Lattanzio, <em>Intrigo contro la Siria</em><br />
Vincenzo Maddaloni, <em>La sfida della Mezzaluna turca</em><br />
Claudio Moffa, <em>Guerra di Libia. Banche, petrolio e geopolitica</em><br />
Claudio Mutti, <em>La funzione geopolitica dell’Iran</em><br />
Carlo Remeny, <em>La destabilizzazione della Siria</em><br />
Lorenzo Salimbeni, <em>La primavera egiziana del 1919</em></p>
<p><strong>Continenti</strong></p>
<p>Miguel A. Barrios, <em>Strategia e geopolitica dell’America Latina</em> (seconda parte)</p>
<p><strong>Interviste</strong></p>
<p>Marco Bagozzi, <em>Intervista all’ex console della Corea del Nord</em><br />
Luca Bistolfi, <em>A colloquio con Massimo Fini</em><br />
Enrico Galoppini, <em>Intervista a Franco Cardini</em><br />
Stefano Vernole, <em>Intervista al Ministro degli Esteri della Bielorussia</em></p>
<p><strong>Documenti</strong></p>
<p>Stefano Fabei, <em>L’indipendenza dell’Egitto nei piani dell’Asse</em></p>
<p><strong>Recensioni</strong></p>
<p>Augusto Marsigliante, <em>Alessandro Lattanzio, Songun</em><br />
Claudio Mutti, <em>Domenico Quirico, Primavera araba</em><br />
Alfio Neri, <em>Paolo Sensini, Libia 2011</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Lukashenko: Sarkozy ricevette 100 milioni di dollari da Gheddafi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 16:55:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksandr Lukashenko]]></category>
		<category><![CDATA[Muammar Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Sarkozy]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lukashenko-sarkozy-ricevette-100-milioni-di-dollari-da-gheddafi/15673/" title="Lukashenko: Sarkozy ricevette 100 milioni di dollari da Gheddafi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/gaddafi_sarkozy1.9h9tyxcs0x8oso0kswwkccs0s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Lukashenko: Sarkozy ricevette 100 milioni di dollari da Gheddafi" ></div></a>Il presidente francese uscente, Nicolas Sarkozy, ricevette 100 milioni di dollari dal capo libico Muammar Gheddafi per finanziare la sua campagna elettorale del 2007. Lo ha detto martedì scorso il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. &#8220;Secondo quello che mi disse lo stesso Gheddafi nel corso della sua visita qui a Minsk, Sarkozy beneficiò di un finanziamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/lukashenko-sarkozy-ricevette-100-milioni-di-dollari-da-gheddafi/15673/" title="Lukashenko: Sarkozy ricevette 100 milioni di dollari da Gheddafi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/gaddafi_sarkozy1.9h9tyxcs0x8oso0kswwkccs0s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Lukashenko: Sarkozy ricevette 100 milioni di dollari da Gheddafi" ></div></a><p><font size="2">Il presidente francese uscente, Nicolas Sarkozy, ricevette 100 milioni di dollari dal capo libico Muammar Gheddafi per finanziare la sua campagna elettorale del 2007. Lo ha detto martedì scorso il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko.</p>
<p>&#8220;Secondo quello che mi disse lo stesso Gheddafi nel corso della sua visita qui a Minsk, Sarkozy beneficiò di un finanziamento di 100 milioni di dollari, e non di 50 milioni, per la sua campagna elettorale del 2007&#8243;, ha dichiarato Lukashenko in un messaggio rivolto al popolo ed al Parlamento del Paese.</p>
<p>Nicolas Sarkozy, che ha perso le elezioni presidenziali del 2012 contro il socialista François Hollande, lascerà l&#8217;incarico a metà maggio. Secondo i risultati ufficiali delle elezioni, Sarkozy avrebbe ricevuto il 48,38% dei voti contro il 51,62% di Hollande.</p>
<p>I documenti che dimostrano il finanziamento della campagna di Sarkozy da parte delle autorità libiche sono stati al centro dell&#8217;attenzione dei mezzi di comunicazione fin dal mese scorso. Sarkozy ha negato le accuse.</p>
<p><a href="http://www.almanar.com.lb/main.php"><strong><em>Al-manar</em></strong></a></font></p>
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		<title>Aggiornamenti Ambasciata di Siria– 11 maggio 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 19:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/aggiornamenti-ambasciata-di-siria-11-maggio-2012/15665/" title="Aggiornamenti Ambasciata di Siria– 11 maggio 2012"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/syria_target_75de013.gpbezdjabhw80owc0osw4ggc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="73" alt="Aggiornamenti Ambasciata di Siria– 11 maggio 2012" ></div></a>&#160; Ieri mattina  due esplosioni terroristiche hanno scosso Damasco, sulla circonvallazione meridionale, vicino all&#8217;incrocio Qazzaz, in una zona gremita di gente e passanti, causando la morte di 55 persone e il ferimento di 372 tra civili e militari. Le due esplosioni sono avvenute proprio mentre gli impiegati si stavano recando al lavoro, gli studenti stavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/aggiornamenti-ambasciata-di-siria-11-maggio-2012/15665/" title="Aggiornamenti Ambasciata di Siria– 11 maggio 2012"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/syria_target_75de013.gpbezdjabhw80owc0osw4ggc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="73" alt="Aggiornamenti Ambasciata di Siria– 11 maggio 2012" ></div></a><div></div>
<ul>&nbsp;<br />
	<font size="2">
<li>Ieri mattina  due esplosioni terroristiche hanno scosso Damasco, sulla circonvallazione meridionale, vicino all&#8217;incrocio Qazzaz, in una zona gremita di gente e passanti, causando la morte di 55 persone e il ferimento di 372 tra civili e militari. Le due esplosioni sono avvenute proprio mentre gli impiegati si stavano recando al lavoro, gli studenti stavano andando a scuola e all&#8217;università, in un&#8217;ora di punta, soprattutto  in quella zona  di grande densità di popolazione. La veemenza e la potenza delle esplosioni hanno letteralmente trasformato le macchine che in quel momento passavano di lì in carcasse mentre le esplosioni hanno provocato un ampio cratere sulla strada. Il Ministero degli Affari Interni ha emesso il seguente comunicato:</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>&#8220;<em>Precisamente  alle ore <strong>7.56</strong> della mattina di giovedi <strong>10</strong> maggio, nel momento in cui i siriani si recano al lavoro, e i bambini a scuola, nella città di Damasco, sulla strada denominata &#8220;Circonvallazione Meridionale&#8221; in località Qazzaz, gremita di automobili e passanti e vicino al centro delle forze di sicurezza, i gruupi terroristici armati, supportati da parti straniere che mercanteggiano il sangue siriano,  hanno perpetrato un nuovo crimine: due esplosioni terroristiche distanziate l&#8217;una dall&#8217;altra solo da pochi secondi. Le esplosioni sono avvenute mediante due auto-bomba guidate da due kamikaze che trasportavano enormi quantità di materiale esplosivo, quantificabile in più di <strong>1000</strong>  kg. che hanno causato due crateri, il primo lungo <strong>5,50</strong> mt, largo <strong>3,30</strong> mt. e profondo <strong>1</strong> mt,  il secondo dal diametro di <strong>8,50</strong> mt. e profondo <strong>2,50</strong> mt.  Al momento della stesura del comunicato, le vittime si contavano in <strong>55</strong> mentre i feriti erano <strong>372</strong> tra civili e militari. Sono stati rinvenuti <strong>15</strong> portafogli di persone non identificate, sono state sventrate <strong>21</strong> automobili ed altre <strong>105</strong> sono state completamente distrutte, mentre sono state danneggiate <strong>78</strong> automobili e <strong>400</strong> abitazioni, oltre a ingenti danni materiali nelle proprietà private e pubbliche</em>&#8220;.</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>Un gruppo terroristico armato ieri ha piazzato un ordigno esplosivo in un&#8217;automobile delle forze di sicurezza contenente vettovaglie, sulla strada che collega il villaggio di Sama (provincia di Suweida) e il villaggio di Maliha Sharkiya ( provincia di Deraa). L&#8217;esplosione ha causato la morte di sei ufficiali.</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>Un gruppo terroristico armato ha piazzato un ordigno esplosivo sulla linea secondaria di un oleodotto a nord del campo Omar, di proprietà della società petrolifera Al Furat, nella provincia di Deir Ez-Zor, causando il divampare di un incendio che, fortunatamente, è stato immediatamente domato.</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>Ad Aleppo, nei pressi della rotatoria al-Lirmun, un gruppo terroristico ha assaltato molti agenti delle forze di sicurezza, uccidendone uno e ferendone altri nove.</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>Sempre ad Aleppo, nel centro della città, vicino al mercato (suq el-hal), tre cittadini sono stati feriti nell&#8217;esplosione di una bomba piazzata da un gruppo terroristico.</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>D&#8217;altra parte,  175 persone, raggirate e coinvolte negli ultimi fatti,  non colpevoli di omicidi,  si sono consegnate spontaneamente con le loro armi alle autorità competenti delle province di Homs e Hama. Dopo aver regolarizzato la loro posizione, le autorità competenti le hanno immediatamente rilasciate.</li>
<p></font></ul>
<ul><font size="2"></p>
<li>Questi cittadini si sono spontaneamente consegnati alle autorità e si sono pentiti, impegnandosi a non commettere più azioni che possono minare la sicurezza e la stabilità della Siria, dopo essersi resi conto  dell&#8217;esistenza di un complotto tramato contro di loro.</li>
<p></font></ul>
<p>&nbsp;<br />
<font size="2"><br />
<em><strong>Fonte: Ambasciata di Siria a Roma</strong></em></font></p>
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		<title>Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e tecnologia]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/" title="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/centrale_nucleare.jrunnd1d8zkwcgook0ok0ok0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;" ></div></a>Sì al nucleare. Più che un slogan, di questi tempi in Italia, parrebbe una dichiarazione di guerra. Eppure, questo è il nome di un gruppo composto da diverse persone ben informate sui temi relativi all’energia atomica, e determinate a diffondere ogni possibile analisi e disamina in materia nucleare. Hanno deciso di aprire una pagina omonima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/intervista-al-gruppo-si-al-nucleare/15651/" title="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/centrale_nucleare.jrunnd1d8zkwcgook0ok0ok0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Intervista al gruppo: &#8220;Sì al Nucleare&#8221;" ></div></a><p><font size="2"><a href="http://www.archivionucleare.com/index.php/page/1/"><ins datetime="2012-05-10T15:31:32+00:00">Sì al nucleare</ins></a>. Più che un slogan, di questi tempi in Italia, parrebbe una dichiarazione di guerra. Eppure, questo è il nome di un gruppo composto da diverse persone ben informate sui temi relativi all’energia atomica, e determinate a diffondere ogni possibile analisi e disamina in materia nucleare. Hanno deciso di aprire una pagina omonima su <a href="https://www.facebook.com/AtomiPerLaPace/info"><ins datetime="2012-05-10T15:31:32+00:00">facebook</ins></a>, incontrando favori e immancabilmente molte critiche. L’Italia è un Paese particolare, uno Stato in cui è sempre più difficile parlare di energia nucleare in modo distaccato e scevro da pregiudizi di tipo ideologico e “morale”. In realtà, anche la loro è una “missione politica”, se vogliamo. Anzi, in mezzo al qualunquismo e al disastro dilagante nel nostro Paese, un gruppo di comuni italiani che cercano di ragionare in modo scientifico sui fondamentali ambiti delle fonti energetiche e della ricerca dei fattori necessari ad un autentico benessere economico e sociale, senz’altro spicca per merito e segna un’importante inversione di tendenza. Tuttavia, essi preferiscono non darsi etichette, al di là del loro status di cittadini italiani che pretendono, legittimamente, una politica seria, diversa, coerente e realmente intenzionata a realizzare sul serio gli interessi nazionali della nostra cara e bistrattata Penisola. Li abbiamo incontrati per sentire cosa vogliono e cosa chiedono alla politica.</p>
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<p><strong><em>D: Da diverso tempo avete aperto una pagina sul popolare social network occidentale facebook, per innescare una discussione aperta e scevra da dogmatismi ideologici in merito all’energia nucleare e a tutti quelli che sono i vantaggi in termini economici e geopolitici che ne deriverebbero, qualora l’Italia dovesse decidere di riprenderne in considerazione lo sviluppo. Il vostro gruppo si è col tempo espanso, sino a diventare una fonte di regolare aggiornamento scientifico su tutto ciò che riguarda la ricerca atomica in Italia e nel mondo, e state addirittura organizzando una manifestazione pacifica per il prossimo mese di settembre, dedicata proprio ai temi del nucleare. Chi siete e come vi proponete dinnanzi all’opinione pubblica?</em></strong></p>
<p>R: Siamo in primo luogo un gruppo di cittadini seriamente preoccupati per la situazione energetica italiana; essa rappresenta uno dei problemi economici più gravi che il nostro Paese si trova ad affrontare e sta rapidamente assumendo un peso sempre maggiore, specialmente se le scelte che verranno attuate nel presente non saranno oculate e lungimiranti. Fra noi ci sono anche tecnici specializzati nel settore che forniscono il dovuto supporto scientifico, uno dei quali lavora nel settore della ricerca nucleare all&#8217;estero.</p>
<p>Ci sono inoltre persone professionalmente estranee all&#8217;argomento, ma accomunate dall&#8217;intento di informare il più correttamente possibile il vasto pubblico sulla tematica, di per se estremamente complessa e vasta. Pensiamo infatti che il pubblico sia poco e male informato. Del resto, ripetere acriticamente uno <em>slogan</em> è molto più facile che studiare una tematica complessa, alla lunga siamo certi che questo approccio non paghi, per questo è necessario promuovere un dibattito informato e scevro da ideologie e preconcetti. Ci pare invece che la stampa e i <em>mass media</em> in Italia siano tutti ideologicamente schierati, e questo ci preoccupa molto. La manifestazione del 30 settembre, che stiamo organizzando in occasione dell’anniversario della nascita di Enrico Fermi, si propone di far conoscere alla gente il nostro punto di vista sinora distorto ad arte dagli oppositori al nucleare.</p>
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<p><strong>D: Il tema del nucleare, come visto ampiamente, è quasi un tabù ideologico nel nostro Paese. Le campagne mediatiche operate dalle principali sigle ambientaliste ed ecologiste hanno ormai trasformato qualunque dibattito sul filone in una rissa verbale, virtuale o reale, al bar o in televisione. Tuttavia, dimentichiamo che nel nostro Paese sono presenti diversi ordigni nucleari della Nato dislocati all’interno di alcune delle più note basi militari del nostro territorio nazionale, e che a pochi chilometri dai nostri confini, la Francia e la Slovenia ricorrono quotidianamente all’utilizzo di energia nucleare. In un contesto del genere, il nucleare per l’Italia sarebbe un pericolo reale o invece potrebbe rappresentare un’opportunità per integrarsi in un sistema internazionale che vede ricorrervi praticamente quasi tutti i Paesi industrializzati e addirittura anche alcuni in via di sviluppo, come l’India, il Sud Africa o il Pakistan?</strong><br />
<strong><em> </em></strong><br />
R: Chiariamo una cosa: il nucleare militare c’entra poco o niente col nucleare civile. La confusione fra le due tecnologie è il cavallo di battaglia degli antinuclearisti, mal informati o in malafede checché ne dicano. Qualche esempio? La Francia, come la Cina o l&#8217;India svilupparono i loro programmi militari molto prima ed indipendentemente dai programmi civili. Ad esempio il primo test nucleare francese, la <em>Gerboise Bleue</em>, risale al 1960, mentre il massiccio sviluppo dell&#8217;industria nucleare civile si ebbe solo nella seconda metà degli anni &#8217;70, in seguito alla crisi petrolifera del 1973 come risposta per dare maggiore sicurezza energetica.</p>
<p>Parlare di nucleare in Italia è tabù, non si può mai fare un discorso serio in merito senza arrivare alla rissa verbale, non mancano purtroppo gli esempi. A questo tipo di meccanismo non intendiamo sottostare. Non si affronta così, in un Paese moderno e civile, una tematica tanto importante e complessa. Nel Regno Unito sono state effettuate diverse trasmissioni che spiegano al cittadino la tematica legata all&#8217;energia &#8211; ad esempio come si gestisce una rete elettrica, che tipo di difficoltà sorgono e come vengono affrontate. Secondo noi, chiunque voglia intervenire sull&#8217;argomento ne ha pieno diritto, ma solo dopo essersi debitamente informato. Non vediamo come possa farlo in Italia, vista la mancanza di questo tipo di programmi di documentazione. Altro esempio: recentemente l&#8217;ente elettrico olandese ha inviato una lettera ai suoi clienti spiegando che si trovava costretto ad aumentare le tariffe, e ne spiegava i motivi, fra cui citava la chiusura di alcuni impianti nucleari tedeschi, che hanno avuto l&#8217;immediato effetto di aumentare il prezzo dell&#8217;energia nella borsa elettrica. Risulta a qualcuno che gli enti elettrici italiani abbiano fatto la stessa cosa?</p>
<p>Ricordiamo che attualmente, nel mondo, sono in funzione 436 reattori nucleari, e ben 62 sono in costruzione. A parte Germania ed Italia, con le loro decisioni basate sull&#8217;onda emotiva ampiamente montata <em>ad hoc</em> da una stampa schierata e spesso deontologicamente scorretta, le altre nazioni del mondo, dopo un periodo di verifiche per adeguare gli <em>standard</em> di sicurezza in seguito all’incidente di Fukushima, hanno deciso di continuare su questa strada. In particolare è sintomatico che, anche dopo l&#8217;incidente giapponese, negli Stati Uniti l’NRC (ossia l&#8217;ente di controllo preposto) ha approvato ad inizio 2012 la costruzione di quattro unità nucleari (del tipo Gen.III+) di modello AP-1000: due nell’impianto di Vogtle in Georgia e due nell’impianto V.C. Summer nella Carolina del Sud. Un fatto che di per se dovrebbe far riflettere.</p>
<p>Ci teniamo a dire che noi non stiamo proponendo il nucleare come unica fonte, bensì come una delle fonti del <em>mix</em> energetico assieme a tutte le fonti in funzione delle rispettive capacità di generazione.</p>
<p>Infine, il fatto che i Paesi in via di sviluppo stiano considerando la fonte nucleare, contraddice radicalmente la linea della sua antieconomicità propugnata dagli oppositori (specialmente dopo aver esaurito gli argomenti).</p>
<p>Si pensi poi al fatto che l’adozione di adeguati sistemi nucleari consentirebbe anche di desalinizzare l’acqua del mare, garantendo riserve di acqua dolce in certe particolari zone del pianeta. Tale opzione è già stata studiata in passato: si pensava di utilizzare delle unità mobili che avrebbero dovuto fornire energia ed acqua potabile – fatto rilevantissimo se si considera che le prossime guerre potrebbero avere luogo per il controllo delle fonti idriche.</p>
<p>Vogliamo, inoltre, qui solo citare il fatto che l’energia nucleare potrebbe essere utilizzata efficacemente per la produzione di idrogeno da utilizzare quale combustibile per l’autotrazione che – ricordiamolo – è un vettore energetico, non una fonte, e non si trova libero in natura in quantità significative. In Giappone, ad esempio, ne è stata studiata la fattibilità industriale (processo IS).</p>
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<p><strong>D: In Italia, uno dei tecnici più apprezzati ed odiati allo stesso tempo in materia nucleare è Fulvio Conti, amministratore delegato di ENEL. Da almeno vent’anni, strenuo sostenitore di un ponderato ritorno all’utilizzo dell’energia nucleare per finalità domestiche ed industriali, Conti ha illustrato in più di un’occasione quali sarebbero i vantaggi di un piano di diversificazione nell’approvvigionamento energetico, in termini ambientali, economici e logistici. Denigrato da più parti, ma anche molto stimato per le sue conoscenze e il suo approccio scientifico e distaccato, ha dovuto rivedere e frenare i piani presentati a Villa Gernetto nel 2010, nel quadro di una cooperazione italo-russa tra ENEL e InterRaoUes, dopo il brusco stop stabilito dal referendum dello scorso anno e dopo il definitivo crollo del governo Berlusconi sotto i colpi del fatidico spread. Questo ha dimostrato non soltanto la debolezza in materia strategica ed energetica del nostro Paese, ma anche l’endemica ideologizzazione pubblica su temi che invece dovrebbero essere affrontati con un approccio del tutto scientifico. Come pensate di integrarvi in questo ancora minuscolo fronte nuclearista e quali possibilità realisticamente esistono per il ritorno al nucleare nella Penisola?</strong></p>
<p>R: La nostra è solo una battaglia per la verità. Nessuno di noi vende impianti nucleari o di altra natura, e la nostra passione è puramente civile. Non riceviamo fondi né finanziamenti e sappiamo bene che nel confrontarci col cosiddetto fronte &#8220;ambientalista&#8221;, ben finanziato e supportato, assumiamo il ruolo di Davide contro Golia. Le parole di Schopenhauer recitano &#8220;<em>Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti</em>&#8220;.</p>
<p>Non intendiamo convincere nessuno, non è il nostro fine, e non ci interessa. Desideriamo solo far capire al massimo numero possibile di persone che prima di disquisire di qualsiasi argomento, specie se complesso e di importanza strategica per il futuro del Paese, bisogna ben informarsi da fonti affidabili. Questo dovrebbe essere un concetto già acquisito da ognuno a scuola, purtroppo così non è affatto; secondo, cerchiamo di fornire a chi desideri informarsi il materiale per farlo, niente politica, ideologia o quant&#8217;altro.</p>
<p>Sono del resto argomenti tecnici, governati da leggi fisiche e matematiche, quindi difficilmente opinabili. Nulla a che spartire coi sentimenti o le ideologie. L&#8217;energia non ha ideologia o colore politico.</p>
<p>Fare il nostro &#8220;mestiere&#8221; dopo il secondo referendum in merito (sulle cui modalità preferiamo non esprimerci) è diventato oltremodo complesso: speriamo che un giorno qualcuno se ne assuma la responsabilità per le conseguenze future. Siamo però ben consci che i politici non pagano praticamente mai per i loro errori.</p>
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<p><strong>D: Il ritorno al nucleare produrrebbe tutta una serie di ripercussioni in ambito geopolitico. Basti pensare alla dipendenza di Roma dalla Russia, dai Paesi del Golfo e del Nord Africa e dalla Francia nel mercato degli idrocarburi lungo gli ultimi anni, per capire come l’Italia sia sempre stata fortemente condizionata da altri Stati nelle sue scelte di politica estera. Dopo la devastante guerra in Libia e dopo le sanzioni che l’Unione Europea ha deciso di comminare ai danni dell’Iran, il ritorno al nucleare appare l’unica scelta possibile per supplire alla domanda energetica in un Paese dove le stesse tariffe di consumo sull’energia elettrica stanno aumentando spaventosamente. Credete che vi siano forze politiche o gruppi di pressione economici che cercano di cavalcare la paura sociale ed il terrore mediatico per impedire che l’Italia si doti di nuovi impianti nucleari e dunque di una sua sovranità energetica?</strong></p>
<p>R: Diciamo alcune cose, tanto per rispondere a qualche sciocchezza di quelle che vanno di moda: Italia e Francia, nonostante quest&#8217;ultima sia il Paese più nuclearizzato del mondo, consumano quantità simili di petrolio. Vero. Tuttavia non si dice che i due Paesi usano il petrolio primariamente per l&#8217;autotrazione. Non si dice inoltre che, al contrario della Francia, l’Italia produce oltre metà della propria energia elettrica col gas, consumandone oltre 82 miliardi di metri cubi all&#8217;anno, cioè più di Francia, Svizzera, Portogallo, Danimarca, Romania e Finlandia messe assieme! Questo fatto, dovrebbe far riflettere.</p>
<p>Ricordiamoci la storia dello sviluppo energetico del nostro Paese, dall&#8217;omicidio di Enrico Mattei all&#8217;incriminazione di Felice Ippolito (la centrale Enrico Fermi di Trino Vercellese fu costruita in soli 3 anni, dal 1961 al 1964, a dispetto dei 20 anni che ci vorrebbero secondo i detrattori del nucleare), passando per <em>Tangentopoli</em> &#8211; come non ricordare l&#8217;articolo di Giangiacomo Schiavi &#8220;Il gas uccise l&#8217;atomo&#8221; apparso sul Corriere della Sera nell&#8217;aprile del 1993, li si dimostrava che l&#8217;abbandono dell&#8217;atomo fu dovuto alle tangenti elargite dalle <em>lobby</em> del gas metano al PSI&#8230;</p>
<p>I soli ad avere un tornaconto da questa situazione sono stati coloro che avevano interessi nel mondo del petrolio e del gas; nel frattempo i movimenti &#8220;ambientalisti&#8221; nostrani intrattenevano con l’ENI e la SNAM rapporti a dir poco idilliaci.</p>
<p>Ricordiamoci di cosa successe a Trecate, in provincia di Novara, il 28 febbraio 1994! Ebbene il tappo di un pozzo di trivellazione sito nel bel mezzo del parco naturale del Ticino saltò, scaturendone una eruzione di petrolio, gas ed acido solforico; andò avanti per ben tre giorni. Ci fu la paralisi dei trasporti in quella zona, e fu chiamato addirittura un tecnico da Houston, già al lavoro come esperto nei pozzi kuwaitiani. Molte persone dovettero lasciare le proprie case e il sindaco di Trecate proibì la vendita ed il consumo di prodotti agricoli. Alla fine il flusso incontrollato si interruppe solo per il crollo delle pareti del pozzo, ma il fortissimo inquinamento da idrocarburi si estendeva per 40 chilometri quadrati. Furono fermate tutte le attività agricole asportando strati di terreno per un’area di 5.000 metri quadrati, proprio come a Chernobyl. La tragedia ambientale ha interessato i media nazionali per non più di tre giorni. E oggi, grazie anche all’impegno “ambientalista” dell’Agip, non se ne ricorda più nessuno.</p>
<p>I movimenti “ambientalisti” che si oppongono allo sfruttamento dell’energia dell’atomo rappresentano la parte emersa di un insieme di interessi di aziende che operano in regime di monopolio: quelli petroliferi e metaniferi per esempio, quelli elettorali dei partiti politici che hanno ottenuto facili consensi sfruttando il terrore e la disinformazione seguita al tragico incidente di Chernobyl prima ed il più recente di Fukushima poi; quelli dello Stato che non vuole rinunciare alle accise sul petrolio e sul gas; quelli delle correnti politiche e di potere che hanno prosperato per anni grazie ai finanziamenti occulti delle <em>lobby</em> petrolifere (almeno tre processi negli ultimi anni hanno tentato di far luce in merito). Come crede possa trovare spazio il nucleare in tutto questo?</p>
<p>Oltretutto, i media nazionali sono sponsorizzati direttamente o indirettamente, da persone o gruppi che hanno interessi prominenti nel mondo del petrolio e del gas; ben pochi vivono delle informazioni vendute al pubblico (anzi, talvolta tale componente dei bilanci è secondaria). Un sistema così squilibrato di sicuro non può fare informazione in modo obiettivo ed ha contribuito senz’altro in maniera molto importante alla capillare diffusione della radiofobia presso la popolazione, come evidentemente pianificato da qualcuno.<strong></strong></p>
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<p><strong>D: Proprio in vista di un possibile ritorno al dibattito in materia di energia nucleare, l’ENEL aveva diffuso meno di due anni fa un cd interattivo a carattere divulgativo realizzato assieme a EDF, dove – in un linguaggio facilmente comprensibile al pubblico – veniva descritto il funzionamento di una normale centrale nucleare, dalle norme di sicurezza per la realizzazione del sito sino allo stoccaggio e al deposito delle scorie, con riferimenti anche a ciò che avviene all’estero. Tecnicamente in cosa consiste e come funziona una centrale nucleare?</strong></p>
<p>R: La tecnologia nucleare è una cosa complicata purtroppo, per essere capita a fondo richiede senz&#8217;altro anni di studio. Tuttavia noi promuoviamo ed alle volte produciamo dei documenti tecnico-divulgativi esposti nella maniera più semplice possibile, documenti per tutti. Naturalmente, è necessaria la volontà di volersi informare.</p>
<p>Sinteticamente: una centrale nucleare funziona in maniera molto simile ad una tradizionale centrale termoelettrica (a carbone ad esempio): si ha una fonte di energia termica che genera vapore il quale a sua volta muove una turbina collegata ad un alternatore generando energia elettrica, analogamente alla dinamo di una bicicletta, che poi viene immessa in rete.</p>
<p>Nel caso di un impianto nucleare la fonte di questo calore è appunto l&#8217;energia sprigionata dall&#8217;atomo per fissione nucleare, ovvero quel processo che spezza l&#8217;atomo di uranio in due atomi più leggeri liberando energia. Ricordiamo che di uranio nel mondo ce n’è un quantitativo non trascurabile: sulla crosta terrestre è tre volte più abbondante dello stagno. Fra risorse convenzionali e non convenzionali si stima ci siano riserve per circa 40 milioni di tonnellate nel mondo, escludendo l&#8217;acqua di mare, naturalmente. Col consumo attuale, circa 65.000 tonnellate annue, dunque basterebbe per almeno 6 secoli.</p>
<p>Prevedendo un aumento vertiginoso della domanda di energia entro i prossimi decenni (altro punto su cui si medita ben poco nonostante istituti specializzati se ne occupino da anni, come la IIASA tanto per citarne uno) le risorse totali di uranio si esauriranno più rapidamente ma non prima di 1 secolo e mezzo.</p>
<p>Riciclando il plutonio nei reattori di quarta generazione le risorse si moltiplicherebbero di 100 volte, quindi potremmo disporre delle necessarie risorse energetiche per i prossimi secoli, nonostante la crescita della popolazione e dei consumi.</p>
<p>Per il cosiddetto “problema delle scorie”, il loro trattamento non è banale indubbiamente: tuttavia esistono già delle soluzioni adeguate quali lo smaltimento in siti geologici, come hanno deciso di attuare gli svedesi (a Forsmark) ed i francesi (a Bure), ad esempio. Abbiamo visitato personalmente alcuni di questi siti, parliamo per conoscenza diretta. Non dimentichiamoci delle tecnologie in corso di studio sulla trasmutazione nucleare, quella tecnologia che consente di trasmutare le scorie in elementi a vita molto più breve, incenerendo gli elementi più pericolosi.</p>
<p>Vorremmo ricordare quanto sta avvenendo col progetto &#8220;MYRRHA&#8221; ad opera dell&#8217;SCK-CEN (l&#8217;ente belga di ricerca preposto, con sede a Bruxelles): é un impianto sperimentale per provare la fattibilità di un reattore sottocritico alimentato da un acceleratore di particelle (grossomodo l&#8217;idea del Prof. Rubbia), che dovrebbe venire realizzato a Mol, proprio nel Belgio. L&#8217;impianto servirà a studiare varie tecnologie, fra cui quella della fattibilità tecnica della trasmutazione delle scorie citata sopra ma non solo: anche ricerche sui materiali per i reattori di quarta generazione, sulla tecnologia della fusione nucleare, produzione di silicio per applicazioni rinnovabili per irraggiamento neutronico, radioisotopi per la medicina nucleare, importantissimi per certe applicazioni mediche ma settore a rischio data la graduale uscita fuori servizio dei reattori dedicati alla loro produzione per giunti limiti di età. Il governo belga ha promesso di finanziare il 40% delle spese se si trovano i finanziatori che coprono la restante parte delle stesse. Il totale ammonta ad 1 miliardo di euro circa &#8211; bei soldi di sicuro, ma se si confronta con le centinaia di miliardi spesi per l&#8217;installazione dei pannelli fotovoltaici (anche nella sola Italia), che producono una parte irrisoria dei nostri bisogni, appare una cifra relativamente modesta. Ebbene a trovare i finanziatori pare si stiano trovando grosse difficoltà. Ecco la tecnica degli antinuclearisti: far seccare un ramo, e poi tagliarlo con la scusa che è secco. Noi a questi giochi non ci stiamo e intendiamo fare da osservatorio su questi fatti e denunciarli pubblicamente.</p>
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<p><strong>D: Avevate accennato alla condizione di difficoltà in cui si trova il settore della produzione di radionuclidi per la medicina nucleare. Potreste spiegare meglio questo aspetto per renderlo meglio comprensibile al pubblico?</strong></p>
<p>R: Non solo la medicina nucleare. I radionuclidi vengono usati anche in molte applicazioni della ricerca (anche ambientale), in progetti di ottimizzazione di processi produttivi, o nelle misurazioni.</p>
<p>Come accennato, la produzione mondiale di tali radionuclidi è affidata a pochi reattori, alcuni dei quali vicini al decommissionamento.</p>
<p>In un&#8217;intervista di qualche anno fa, Christopher O’Brien, direttore della <em>Canadian Nuclear Medicine Society</em>, parlò delle drammatiche conseguenze dello spegnimento forzato, nel novembre 2007, del reattore di Chalk River canadese che, pur essendo una macchina di oltre 50 anni di età, produceva il 40% della quantità mondiale di molibdeno (da cui si estrae il tecnezio &#8211; uno dei radioisotopi maggiormente utilizzati in medicina nucleare e non solo) e, a distanza di poche ore, si è trovata a produrre zero. Tutto ciò, per questioni “burocratiche”. Non per un malfunzionamento o un incidente.</p>
<p>Non mancano conseguenze “positive” a questo eccesso di burocrazia. Una di esse è l’introduzione di un criterio aggiuntivo a cui la decisione di spegnimento forzato deve sottostare: la considerazione delle scorte e delle fonti di approvvigionamento alternative. Un altro è la presa di coscienza della necessità di una maggiore coordinazione e cooperazione a livello mondiale tra i gestori dei reattori. Consideriamo anche che in Europa, il reattore di Petten (Olanda) soddisfa circa il 35% della domanda mondiale di molibdeno. Per cui, tirando le somme, i tre quarti della produzione mondiale sono affidati a due singoli reattori in funzione da oltre 40 anni. L’installazione di un simile reattore ha, in generale, delle ricadute positive quali una diminuzione della dipendenza dall’estero, una maggiore occupazione di tecnici altamente specializzati e, più importante, un accesso più semplice e diffuso alle tecniche diagnostiche e curative della medicina nucleare.</p>
<p>Un esempio sul caso italiano: pur non essendo noi in grado di dire, con esattezza, quanto del tempo di attesa per una scintigrafia tiroidea o per una diagnosi tumorale sia dovuto alla scarsità (che si traduce in un maggiore costo) dei radioisotopi necessari, non c’è alcun dubbio che l’aumento della quantità di essi prodotta permetterà un maggior numero di servizi ad un costo più basso per il Sistema Sanitario.</p>
<p>Per cui, rimanendo esclusivamente nell’ambito delle applicazioni mediche e tralasciando gli altri pur importantissimi effetti positivi summenzionati, si tratta di mettere a confronto i costi derivanti dalla messa in opera di tale struttura con i benefici derivanti dal salvataggio di vite umane. Lasciamo il lettore libero di riflettere e di decidere da quale parte penda l’ago della bilancia.</p>
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<p><strong>D: Nel mondo, diversi Paesi industrializzati – come la Cina o il Canada – stanno sperimentando nuove soluzioni, e già si parla del nucleare di quarta generazione. La domanda energetica va di pari passo con lo sviluppo economico, tecnologico ed infrastrutturale, ed è logicamente in continuo aumento. Dati alla mano, le energie rinnovabili sembrano non essere minimamente in grado di supplire al fabbisogno. In Italia, la bozza di progetto pre-referendum prevedeva lo sviluppo decennale di alcune centrali nucleari di terza avanzata. Una delle argomentazioni di punta dei critici del nucleare era ed è quella relativa alla morfologia del territorio italiano, in buona parte sismico. Quanto è reale questo pericolo in relazione alla costruzione di impianti nucleari in Italia e quali misure di sicurezza potrebbero venire incontro ai requisiti tecnici del caso?</strong></p>
<p>R: I reattori di quarta generazione si basano su concetti innovativi, la ricerca è oggi attivissima in questo settore, dacché qualcuno di noi si dedica per lavoro a questo argomento. Tuttavia si parla di macchine che saranno commercialmente disponibili non prima del 2030-2040.</p>
<p>Approfittiamo poi di questo spazio per dire una cosa ben nota negli ambienti tecnici, ma che non riesce proprio ad arrivare alle orecchie dell&#8217;uomo comune: i reattori di quarta generazione necessiteranno di un certo tipo di combustibile, e l&#8217;ideale sarebbe poter disporre di plutonio. Ora, il plutonio non si trova in natura, bensì si genera per irraggiamento dell&#8217;uranio nei reattori attuali. Morale: per poter attivare efficacemente i reattori di quarta generazione occorre prima aver attivato i reattori di terza (o III+, come quelli che si volevano fare in Italia o come quelli che si stanno facendo in Cina, America, ecc …). Infatti è esattamente quello che i francesi stanno facendo, dopo essersi dotati di opportuni codici di calcolo per lo studio degli scenari, appunto. Del resto qualcuno si è chiesto (ammesso sempre ne sia informato!) perché i francesi si stanno prendendo prima le nostre scorie per poi restituircele fra qualche decennio? Semplice: ne estraggono il plutonio (e noi li paghiamo pure!) e ci restituiscono gli altri elementi radioattivi (attinidi minori e prodotti di fissione, per i &#8220;ben informati&#8221;) di cui non possiamo fare nulla e per i quali abbiamo comunque bisogno di un deposito geologico. Gran bella pensata dei nostri politici, non trovate? Badate che anche in questo caso non parliamo per sentito dire: qualcuno di noi ha visitato di persona l&#8217;impianto di riprocessamento di La Hague in Normandia, all’interno del quale si separano i vari elementi radioattivi, e si è ben informato sui fatti.</p>
<p>Ma veniamo ai pericoli, veri o presunti, in merito alla realizzazione di impianti nucleari nel nostro territorio. Intanto diciamo subito che gli studi di localizzazione dei possibili impianti sono molto complessi e dettagliati, e tengono conto della distribuzione della popolazione, delle aree sismiche, della distribuzione delle risorse idriche necessarie per il raffreddamento della centrale e delle montuosità del territorio. Ottenute le tavole che indicano questi aspetti esse vengono incrociate e si vede quali sono i siti idonei risultanti. Crediamo che la procedura sia adeguata, se fatta con criterio e competenza. Peraltro questi studi furono già fatti in passato ed i risultati sono ben noti.</p>
<p>Costruire una centrale nucleare in zona sismica non significa correre maggiori rischi, significa maggiori costi per rispondere ai requisiti di sicurezza (obbligatori per legge!). Ricordiamo che a Fukushima le centrali hanno retto al sisma anche se progettate per accelerazioni di poco inferiori a quelle effettivamente sostenute e la causa scatenante dell&#8217;incidente nucleare è stata il maremoto. Le norme di costruzione stabilite dallo Stato sono basate sulle serie storiche all&#8217;atto della costruzione della centrale. Successivamente vengono aggiornate in base ad eventi più gravi.</p>
<p>Il terremoto dell&#8217;11 marzo 2011, oltre ad essere tra quelli storicamente più forti di tutta la serie storica del Giappone, ha generato un&#8217;onda di maremoto superiore a quanto si poteva prevedere persino per un sisma di questa scala. In particolare, l’onda di 15 metri al porto di Fukushima Daiichi è stata causata dall&#8217;interferenza costruttiva dei maremoti sviluppati da più terremoti, dovuti a distinte faglie e sviluppatisi a catena: più onde di maremoto a Fukushima Daiichi si sono sovrapposte. Così non è stato nella vicina Fukushima Daini.</p>
<p>Questo tipo di fenomeno non era ancora stato ben valutato dal punto di vista scientifico, mentre a posteriori esiste un&#8217;ampia simulazione che dimostra quello che è successo. Come sappiamo, i terremoti non sono prevedibili e le norme si sviluppano dalla conoscenza storica effettiva, con qualche margine aggiunto che in molti casi si è rivelato prezioso. Anche questi aspetti fanno parte delle lezioni che (quasi) tutto il mondo sta apprendendo da questo incidente.</p>
<p>La TEPCO, in fase di richiesta della licenza, aveva considerato, come base di progetto per Fukushima Daiichi, gli effetti del maremoto cileno del 22 Maggio 1960 consistenti in un livello storico di sollevamento di 3,15 metri nel porto di Onahama. Dopo la pubblicazione del documento <em>Tsunami Assessment Methods for Nuclear Power Plants in Japan</em> prodotto dalla <em>Japan Society of Civil Engineers</em> nel 2002, la TEPCO rivalutò volontariamente la sua base di progettazione stabilendo che un maremoto base di progetto avrebbe portato ad un livello d&#8217;acqua massimo di 5,7 metri. Successivamente, nel 2006, la TEPCO condusse uno studio sullo sviluppo dell’analisi probabilistica del pericolo di maremoto, utilizzando la costa di Fukushima come esempio. Tale studio stimò che la probabilità di subire, in quella zona, un maremoto superiore a 6 metri di altezza d’onda nei successivi 50 anni fosse inferiore ad un centesimo.</p>
<p>Teniamo presente, infine, che l’installazione di Fukushima risale agli anni Settanta. I nuovi stilemi si basano sui sistemi passivi, ossia si &#8220;difendono&#8221; da soli basandosi su principi fisici che entrano in funzione automaticamente in caso di incidente, senza bisogno di alimentazione esterna. Un principio molto diverso dai primissimi parametri. Noi in Italia abbiamo &#8220;buttato tutto in caciara&#8221; indicendo un vergognoso referendum, di cui, secondo noi, in futuro ci si pentirà. Lo definiamo così per il semplice motivo che siamo del tutto convinti che sia stato votato in massima parte da gente che non ha capito cosa ha votato, come la complessità della tematica che traspare dalle righe sopra potrebbe suggerire, o che ha votato per infimi motivi politici.</p>
<p>Per fortuna, nonostante il referendum, le attività operative e di ricerca nell’ingegneria nucleare in Italia non si sono fermate. A dimostrazione di ciò, ricordiamo brevissimamente il coinvolgimento della nostra Ansaldo Nucleare in varie collaborazioni che vanno dallo smaltimento dei rifiuti radioattivi a Chernobyl alla partecipazione, insieme all’ENEA, al progetto ELSY il quale mira alla realizzazione di un reattore al piombo (quarta generazione).</p>
<p>In conclusione, la scienza non è democratica, non si piega ai referendum; riunirsi e decidere che 2 + 2 = 5 è possibile, come anche decidere a maggioranza che da domani nelle bottiglie da 1 litro si devono mettere 2 litri di acqua, ma non funziona, ci può solo coprire di ridicolo. Forse siamo degli utopisti, ma ci auguriamo un giorno questi elementari concetti siano chiari a tutti.<strong></strong></p>
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<p><strong>D: Un altro pomo della discordia è quello relativo allo smaltimento delle scorie. Come sappiamo, esse vengono suddivise in tre categorie di radioattività: bassa, media e alta. Mentre le prime due decadono in un arco massimo di tempo che non supera i 300 anni, le scorie ad alta intensità (che costituiscono una minima percentuale nella fase di processo) decadono in migliaia di anni. I sostenitori del nucleare propongono varie ipotesi a riguardo, e sdrammatizzano la situazione, pur tenendo presente il rischio di contaminazione presente in una fase così delicata della gestione di una centrale. Quali sono le nuove frontiere nell’ambito dello smaltimento?</strong></p>
<p>R: Come dicevamo sopra fondamentalmente ci sono due vie: una già disponibile ed in fase di attuazione da parte di Francia e Svezia ad esempio, ovvero quella dello smaltimento in siti geologicamente stabili, e l’altra in fase di ricerca, ma molto promettente, che è quella della trasmutazione nucleare nei reattori a spettro veloce, ovvero la <em>Gen IV</em> su cui si concentra la odierna ricerca nucleare.</p>
<p>Illustriamone molto sinteticamente i dettagli dicendo che le scorie in quanto radioattive decadono, ossia si trasformano, e col tempo smaltiscono la loro radioattività. Quindi in linea di principio basterebbe aspettare perché la radioattività diventi insignificante (ovvero paragonabile a quella ambientale), seppur tempi più o meno lunghi – si va dai microsecondi ai milioni di anni. Se si contengono le scorie in barriere tali da isolarle dalla biosfera efficacemente per tempi adeguati questa si può considerare una soluzione ragionevole.</p>
<p>I contenitori sono costituiti da acciai speciali dello spessore di alcuni centimetri, e le scorie vengono vetrificate: si usano vetri di tipo vulcanico sviluppati apposta. Il rischio potenziale, infatti, è che arrivi l’acqua, sciolga il tutto e lo trasporti nella biosfera, attraverso la quale i radionuclidi potrebbero nuocere alla vita sulla superficie terrestre. I test di lisciviabilità dimostrano che, anche se immersi in acqua, tali vetri rilasciano quantità irrisorie di radionuclidi nel tempo: pensate all’acqua fresca che deve sciogliere un vetro, tanto per intenderci. Prima, però, dovrebbero sciogliere alcuni centimetri di ferro, penetrare qualche decina di centimetri di bentonite, e penetrare nel sito geologico. Si usano ad esempio miniere di sale perché in esse l’acqua non arriva da milioni di anni. Quindi, li le scorie rimarranno probabilmente per molti milioni di anni indisturbate, e nel frattempo si saranno incenerite da sole per decadimento. L’argomento sarebbe molto complesso, ma qui si è voluto schematizzare il principio con cui vengono attuate queste cose.</p>
<p>Due parole poi le meritano le tecnologie della trasmutazione nucleare. Se invece di “rallentare” i neutroni, come si fa nei reattori attuali, li si usano alla massima energia con la quale nascono sulle scorie più perniciose, se ne riduce la tossicità di qualche migliaio di volte, facendo sì che nemmeno serva un deposito geologico a quel punto. Non si tratta di tecnologie fantascientifiche, ma di cose allo studio e ben realizzabili. Secondo quanto ci risulta, quello andato in onda qualche mese fa su un canale della BBC, è stato l’unico documentario sull’energia nucleare a citare la trasmutazione e spiegarne sommariamente i principi. Alla TV italiana queste cose non le abbiamo mai nemmeno sentite accennare.</p>
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<p><strong> </strong></p>
<p><strong>D: Petrolio, gas e carbone non presentano simili rischi, ma generano enormi quantità di problemi legati principalmente all’emissione di CO2. In diverse aree del mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’Italia o la Gran Bretagna, l’inquinamento legato al settore estrattivo e minerario costituisce uno dei principali problemi degli ultimi cento anni. Premesso che le materie prime non stanno affatto finendo, come alcuni teorici avevano invece pronosticato negli anni passati, sembrerebbe tuttavia necessario ripensarne l’utilizzo. Possiamo dire dunque che il nucleare potrebbe essere la soluzione, o una delle soluzioni, ai problemi ambientali?</strong></p>
<p>R: La fonte energetica nucleare è quella che, tra tutti tipi a noi noti, presenta la maggiore concentrazione di energia: 1 metro cubo di gas genera circa 4 kWh di energia elettrica, 1 kg di carbone genera mediamente 2 kWh, 1 kg di combustibile nucleare genera sui 400.000 kWh. Questa concentrazione comporta anche costi di generazione estremamente contenuti: ad esempio negli Stati Uniti nel 2010 la parte del costo del kWh dato dal combustibile di una centrale a carbone è stato di circa 3 centesimi di dollaro, nel caso di una centrale a gas di circa 5 centesimi di dollaro, mentre in una nucleare meno di 0,7 centesimi di dollaro.</p>
<p>Indubbiamente il nucleare presenta alcuni punti delicati, in merito alla sicurezza, la proliferazione, i costi di impianto, anche se molto inferiori a quanto sbandierato da certe <em>lobby</em> che hanno ingigantito ad arte alcuni aspetti. Crediamo, però, che un oculato e razionale uso di questa fonte possa sicuramente ridurre la pressione sulle questioni ambientali, sui costi, e soprattutto sulla disponibilità delle risorse, contribuendo forse a tentare di disinnescare la violenza che potrebbe risultare dalla volontà (forse dalla necessità) di doversi accaparrare le risorse energetiche. I fatti recenti indicano drammaticamente questa tendenza a nostro avviso.</p>
<p>Ed ecco perché riteniamo che rinunciare a priori, per beceri motivi ideologici, partitocratici, o peggio ancora per bassi calcoli di interesse personale, sia di fatto un crimine verso noi stessi e verso le generazioni future che, riteniamo, dovrebbero avere il diritto di disporre della stessa quantità di energia di cui noi abbiamo beneficiato. Naturalmente per farlo ci sarebbe bisogno non di politicanti che guardano alle prossime elezioni, ma di statisti che guardano alle prossime generazioni &#8211; una merce sempre più rara purtroppo al giorno d’oggi. E temiamo se ne vedranno facilmente le conseguenze.</p>
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<p>&nbsp;<br />
<strong><em>Intervista a cura di Andrea Fais</em></strong><br />
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]]></content:encoded>
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		<title>Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 16:25:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/una-nuova-storia-del-popolo-romeno-ancora-un-impegno-mal-riuscito/15647/" title="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/castellan_romeno.2ro9zc6wn6yogwsswwww0gkw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito" ></div></a>Le quattrocento e sessantaquattro pagine del saggio del “balcanologo” francese Georges Castellan sulla Storia del popolo romeno (Argo, 2011, euri 26) sono un evento editoriale e culturale da salutarsi con gioia, ché era dal 1972, quando Editori Riuniti pubblicò un omonimo volume, questa volta collettaneo, comprendente la storia romena dagli albori daci sino all’anno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/una-nuova-storia-del-popolo-romeno-ancora-un-impegno-mal-riuscito/15647/" title="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/castellan_romeno.2ro9zc6wn6yogwsswwww0gkw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito" ></div></a><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Le quattrocento e sessantaquattro pagine del saggio del “balcanologo” francese Georges Castellan sulla </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Storia del popolo romeno </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(Argo, 2011, euri 26) sono un evento editoriale e culturale da salutarsi con gioia, ché era dal 1972, quando Editori Riuniti pubblicò un omonimo volume, questa volta collettaneo, comprendente la storia romena dagli albori daci sino all’anno di uscita, che in Italia non appariva un’opera consimile. Se si escludono alcuni esigui studi sulla Romania contemporanea<a name="_ftnref1" href="#_ftn1"></a>[1] e qualche distratta pagina sparsa qua e là sulle vicende del 1989, all’oggi il testo di Castellan, professore emerito dell’Università di Paris III, risulta essere l’unico testo nella nostra lingua a occuparsi di svolgere le millenarie vicende di questo popolo fratello.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tuttavia, nonostante l’indubbio merito del docente (noto in Francia per essere uno dei massimi esperti della storia euro-orientale e del quale in Italia sono già usciti per il medesimo editore Argo una <em>Storia dell’Albania e degli albanesi </em>e una <em>Storia dei Balcani. XIV-XX secolo</em> ed è annunciata una <em>Storia della Bulgaria</em>), il libro risente di alcuni difetti di cui dobbiamo render conto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Uno dei primi, che si riscontrano per esempio scorrendo l’«Indice dei nomi, dei luoghi e dei popoli», è l’assenza di Mircea Eliade (1907-1986), il più noto studioso di religioni al mondo e autore di diversi studi sulla Romania e sul popolo romeno, e di Nicolae Densusianu, nome meno noto ma non per questo meno importante, autore del poderoso testo sulla <em>Dacia preistorica</em>, pietra miliare negli studi sulle origini di romeni. Assenze che, sebbene il testo del Capitolo I su «Preistoria e antichità. I daci e la provincia romana» sia una non trascurabile fonte di notizie (parliamo per chi non abbia soverchia contezza dell’argomento), non si spiegano affatto in un lavoro composto da una persona nota quale esperto di simili questioni e a cui non riusciamo a trovare una seppur minima giustificazione oggettiva.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’assenza di Eliade da queste pagine si connette a un’altra duplice assenza, ossia quella dei due più importanti miti del popolo romeno, vale a dire la Miorita e Mastro Manole, cui tutti i romeni, da secoli, si abbeverano. Tale assenza si può spiegare, come in parte anche quella di Densusianu, con l’ormai inveterato vizio delle spirito moderno d’espungere qualsivoglia riferimento al mito e limitarsi (nel senso peggiore del termine) a una visione scientista e progressista della storia, che appunto escluda ciò che, invece, fonda, anche solo a livello psicologico, l’anima d’un popolo. La mancanza di riferimenti alla Miorita e a Mastro Manole equivale a espellere, ad esempio, da una storia di Roma, il mito di Romolo e Remo e della Lupa.<a name="_ftnref2" href="#_ftn2"></a>[2]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il capitolo dedicato alla Guardia di Ferro riflette invece – sebbene in misura minore rispetto ad altri autori di cui altrove lo scrivente ha trattato – il consueto pregiudizio nei confronti di quest’organizzazione e la sostanziale incomprensione del «fenomeno legionario», come lo chiamò il filosofo Nae Ionescu, una delle teste pensanti più sfavillanti dei primi anni del Novecento in Romania (e “padre spirituale” degli intellettuali della «nuova generazione»), anch’egli del tutto assente dal testo di Castellan.<a name="_ftnref3" href="#_ftn3"></a>[3] Le pagine dedicate alla Guardia di Ferro si riducono a sei scarse e portano il titolo di «Fascismo romeno», indice di un’incomprensione piuttosto profonda, che liquida la Legione Arcangelo Michele nell’indefinito novero, appunto, dei fascismi europei, quando, almeno in Italia, è stato ampiamente dimostrato, sia dallo scrivente sia soprattutto da Claudio Mutti e Mariano Ambri nei loro studi sull’argomento, quanto tale collocazione, sebbene a tutta prima possa anche apparire giustificata, crolli sotto la lente di chiunque conosca sia il fenomeno in sé sia l’ambiente storico politico e culturale, nonché religioso, entro cui esso si sviluppò.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Che la manciata di pagine dedicate al fenomeno legionario siano così sbrigative e soprattutto affette da pregiudizio, deriva dal fatto – che ci pare esser più che certo – che la fonte cui Castellan attinge è del tutto inattendibile. Si tratta del libro della sua compatriota Alexandra Laignel-Lavastine, autrice di un testo intitolato </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Cioran, Eliade, Ionesco. L&#8217;oubli du fascisme: trois intellectuels roumains dans la tourmente du siècle</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, pubblicato in Francia nel 2002 e in Italia nel 2008 col titolo </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionescu. Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, in cui tutti i luoghi comuni triti e ritriti sull’argomento campeggiano in ogni pagina. Che la fonte di Castellan sia questa, lo evinciamo non solo dal fatto che ambedue sono francesi e che la Laignel-Lavastine è una delle “studiose” più note in Francia dell’argomento, ma soprattutto da una frase attribuita a Corneliu Zelea Codreanu – «Quarantotto ore dopo la nostra vittoria, noi ci alleeremo con la Germania e con l’Italia» – presente anche nella versione italiana sebbene con traduzione differente. Ebbene, tale frase, a quanto ci risulta, non è mai stata né scritta né pronunciata dal Capitano. E infatti né la Laignel-Lavastine né Castellan citano la fonte originale. È d’altra parte difficile inoltre che Castellan – tale osservazione valga per tutto il libro – abbia potuto attingere a fonti originali, dacché, scorrendo la bibliografia al fondo del volume, peraltro non vasta, non ci s’imbatte nemmeno una volta in un titolo originale romeno, avendo evidentemente l’autore adoperato solo saggi in lingue occidentali.<a name="_ftnref4" href="#_ftn4"></a>[4]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Spostandoci in anni più recenti, alla pagina 360 si sobbalza nel leggere che Nicolae Ceausescu «partì per un breve soggiorno in Iran, del quale ignoriamo tutto». Affermazione davvero incredibile, nel senso vero e proprio del termine, dacché oggi le notizie circa quel viaggio, svoltosi nei giorni avanti la caduta del regime, sono di dominio pubblico, ancorché – è nostro obbligo evidenziarlo – si sia cercato da più fronti di minimizzare l’importanza di quella che si presentava come una vera e propria missione diplomatica prevista già da tempo e con implicazioni di portata davvero importante. Anche qui stupisce che un esperto di storia dei Balcani e della Romania liquidi la questione in siffatto modo, che lascia intravvedere una superficialità piuttosto pronunciata oppure un’autocensura.<a name="_ftnref5" href="#_ftn5"></a>[5]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ambigua è anche la seguente affermazione, secondo cui «restano molti punti oscuri su quelle quattro giornate che vennero chiamate “rivoluzione” ma che, in realtà, furono un “complotto di palazzo”, organizzato da dissidenti della nomenclatura […]» (p. 361). Nonostante l’onestà di non ostinarsi a parlare, come ancora oggi molti “studiosi” ed “esperti” seguitano a fare, di rivoluzione senza implicazioni golpiste, in tale affermazione e in generale in tutta la parte relativa al crollo del regime ceausista non sono accolte le differenti informazioni che, nel corso degli anni, sono emerse per rettificare la versione ufficiale della storia. Per esempio la figura di Mihail Gorbaciov passa indenne al (mancato) setaccio di Castellan, che la rappresenta come un semplice riformatore che «si sforzava di far evolvere il sistema sovietico» (p. 357).  Anche le modalità di sostituzione dei capi degli altri Stati afferenti al blocco sovietico risulta, sotto la penna di Castellan, come qualcosa di pacifico, spontaneo e naturale, quando invece è noto piuttosto il contrario.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Una parola va spesa anche per la traduzione, per opera di Anna Rita Galeone, la quale, ancorché dimostri una notevole conoscenza della lingua francese, non pare abbia invece idea dell’argomento che sta affrontando e, men che meno, della lingua romena. Un solo esempio: alla p. 364 si parla di «minatoriade», in riferimento ai massacri di civili inermi ordinati da Ion Iliescu tra il 1990 e il 1991. Gli è che il termine corretto è, in romeno, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>mineriade </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(pl. di </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>mineriada</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, da </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>mineri</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, ovvero «minatori» appunto), termine presocché intraducibile se non a condizione di riuscire con espressioni piuttosto goffe quale quella testé citata. Tale osservazione, tuttavia, ci porta a elogiare Castellan per aver fatto riferimento a questi gravi fatti, ferita ancor oggi aperta in Romania, sconosciuti in Occidente e dei quali solo oggi s’inizia a parlare.<a name="_ftnref6" href="#_ftn6"></a>[6]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Un altro problema che presenta questa </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Storia del popolo romeno</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"> riguarda il periodo precedente la salita al potere di Gheorghe Gheorghiu-Dej, ossia il periodo propriamente sovietico, successivo all’installazione dei carri armati moscoviti sul territorio romeno. Tra i tanti esempi di lacune, possiamo citare quella riguardante l’Esperimento Pitesti, già definito da Solgenitsin «la più orribile barbarie del mondo contemporaneo», su cui negli ultimi si è scritto non poco e soprattutto in Francia, Paese di Castellan, da parte di studiosi romeni emigrati e non solo. Tra tutti possiamo citare Virgil Ierunca (nato in Romania, a Ladesti, 1920 e morto a Parigi nel 2006), autore di diverse pagine sull’Esperimento,<a name="_ftnref7" href="#_ftn7"></a>[7] nonché marito della notissima dissidente e studiosa Monica Lovinescu, appartenente a un famiglia di intellettuali romeni di gran notorietà (assenti anch’essi).<a name="_ftnref8" href="#_ftn8"></a>[8]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Altre assenze eccellenti sono quelle di Ion Luca Caragiale (1852-1912) e di Ion Creanga (1837-1889) – citati solo una volta di passaggio – che sono tra i più importanti e letti scrittori romeni, ed è come se da una storia degli italiani con analoghe pretese, mancassero Luigi Pirandello o Carlo Collodi. Ma l’assenza più vistosa è quella di Mihai Eminescu, il poeta e scrittore nazionale per eccellenza, un Dante, un Leopardi o un Carducci romeno per fama e importanza; e non solo per motivi esclusivamente culturali, quanto storico-politici. Infatti Eminescu, oltre che poeta, fu prolifico autore di saggi e articoli pubblicati sulla stampa dell’epoca e concernenti questioni politiche di rilevanza fondamentale, tanto che la sua produzione maggiore, per estensione, è quella pubblicistica e non già poetica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nessuna traccia anche di quegli scrittori romeni emigrati nei primi decenni del Novecento, quali per esempio Emil Cioran e soprattutto Vintila Horia (1915-1992). Sebbene del primo sia citata – tutto qui – una frase in esergo,<a name="_ftnref9" href="#_ftn9"></a>[9] del secondo non si fa mai nemmeno distratta menzione. Vintila Horia è l’autore del celebre </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Dieu est né en exil </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Dio è nato in esilio</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, pubblicato in Italia nel 1961 dalle Edizioni del «Borghese») e vincitore del prestigioso Premio Goncourt, che poi rifiutò a causa delle pressioni politiche dovute alla “scoperta” che alcuni intellettuali francesi marxisti avevano fatto circa la sua vicinanza al Fascismo italiano e in generale a idee considerate “fasciste”. Da soggiungere c’è che ad aver suggerito alla giuria del Goncourt il nome di Horia per il primo premio fu un intellettuale non certo sospetto di simpatie fasciste, vale a dire Jean-Paul Sartre.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Distratte e superficiali sono anche le pagine dedicate alla storia dell’Ottocento, e soprattutto alla sua seconda metà, quando la Romania entrò politicamente a far parte dell’Europa occidentale essendo stata coinvolta nei moti rivoluzionari che portarono poi in Italia al cosiddetto Risorgimento e quando terminò la dominazione ottomana. Al contrario di quanto si possa credere la Romania ebbe grande parte in causa nel fenomeno rivoluzionario di quell’epoca e i rapporti diplomatici con i Paesi euro-occidentali, e in particolar modo con l’Italia di Cavour, erano strettissimi e intensi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per motivi di spazio abbiamo preferito concentrare la nostra critica sugli aspetti più noti della storia romena e non addentrarci in questioni troppo specialistiche o dettagliate: ciò però non significa affatto, anzi, che anche molte altre parti di questo libro, e sotto molteplici punti di vista, non siano a dir poco carenti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il presente studio accusa la pigrizia di questi tempi svogliati, presente financo tra gli specialisti, i quali, al contrario, dovrebbero invece, non foss’altro che si occupano solo di determinati argomenti, non lasciare nulla o quasi d’intentato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il lavoro di Georges Castellan risulterà utile ai digiuni che vogliano avere un’infarinatura della storia romena; ma a quanti già studino e conoscano non solo superficialmente l’oggetto di tale indagine, la lettura di questa <em>Storia del popolo romeno </em>non potrà essere più utile di quanto lo possa essere un’estesa voce d’enciclopedia. L’ennesima dimostrazione che l’Italia è ancora incapace di scrivere o di importare, fatte salvo rarissime e neglette eccezioni, studi seri e completi sulla storia della Romania, la quale, ben lungi per gli italiani dall’essere un argomento esornativo, dovrebbe costituire un punto nodale d’indagine, in nome d’una cultura, sì, scomparsa dalle membra vive di questa civiltà europea, ma che almeno nei libri avrebbe e ha diritto a un’esistenza più dignitosa e onesta.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[1] A. Biagini, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Storia della Romania contemporanea</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Bompiani, Milano, 2004; F. Guida, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Romania</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Edizioni Unicopli, 2009 e </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>La Romania contemporanea</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, in «Rivista della Fondazione Europea Dragan», Edizioni Nagard, Milano, 2003; D. Pommier Vincelli, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>La Romania dal comunismo alla democrazia. Momenti di storia internazionale</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Edizioni Nuova Cultura, 2008.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[2] Avviene però sovente che gli studiosi moderni si occupino di tali questioni senza avere la benché minima idea, fosse pur circoscritta alla semplice storia delle religioni, di che cosa sia realmente il mito. In entrambi i casi siamo davanti a un supino appiattimento intellettuale a posizioni eminentemente moderne, che, ai nostri occhi, risultano, sotto un certo punto di vista speciale, del tutto inutili e, pertanto, trascurabili.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[3] Tra gli intellettuali romeni che non compaiono nel libro c’è anche Constantin Noica (1909-1987), tra i filosofi romeni più rappresentativi e accostabile, per temi trattati e potenza di pensiero, a Martin Heidegger.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[4] In relazione a ciò e a quanto detto più sopra circa il mito, possiamo indicare un’altra grave assenza dal testo di Castellan, ossia quella di Vasile Lovinescu, i cui testi, in particolare </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Dacia hiperboreana</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, costituiscono uno strumento fondamentale, sotto l’aspetto della storia sacra ma non solo, per la comprensione della Romania. Notiamo ancora che, però, i testi di Lovinescu sono stati tradotti anche in francese.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[5] Se il lettore fosse interessato ad approfondire la faccenda, ci permettiamo di rimandare alla nostra Postfazione, «Il fango e la neve. Romania 1989-Duemila», in appendice al volume di Grigore Cartianu, da noi curato e tradotto, intitolato </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>La tragica fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">(Aliberti editore, 2012), in cui troverà tutte le fonti possibili sulla questione.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[6] Ci permettiamo ancora di rimandare alla nostra citata Postfazione.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[7] In Francia, nel 1996, fu pubblicato il suo testo </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Pitesti, laboratoire concentrationnaire (1949-1952) </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">con prefazione niente meno che di Francois Furet. Un approfondimento sul problema per il lettore italiano può venire da D. Fertilio, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra, </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Marsilio, Venezia, 2010 e da </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Il libro nero del comunismo europeo. Crimini, terrore, repressione</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, a cura di S. Courtois, Mondadori, Milano, 2007, pp. 295-352.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[8] Monica Lovinescu era imparentata con il citato Vasile Lovinescu e con il critico letterario Eugen e con il noto drammaturgo Hori</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[9] «In Europa, la fortuna finì a Vienna. Dopo, maledizione su maledizione, da sempre» (</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>De l’inconvénient d’être né</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">). Per quanto Cioran sia uno dei romeni più noti nel mondo e tra i più raffinati scrittori in lingua francese del Novecento, egli, a nostro giudizio, non rappresenta minimamente la Romania e il suo spirito, pertanto la scelta di tale epigrafe, se non con il fatto che Cioran è appunto autore molto letto nella patria di Castellan, non si giustifica affatto.</span></span></p>
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