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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
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		<title>Kirghizistan: nostalgia per l’Unione Sovietica</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 14:58:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5784/kirghizistan-nostalgia-per-l%e2%80%99unione-sovietica" title="Kirghizistan: nostalgia per l’Unione Sovietica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/kirghizistan1.aril7rqeo1kwso8gss088w80o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="40" alt="Kirghizistan: nostalgia per l’Unione Sovietica" ></div></a>Il 14 agosto ha avuto luogo a Bishkek un evento, a prima vista esclusivamente interno al paese. Nel Teatro nazionale dell’Opera e della Danza, si è svolto il primo congresso del partito dell’Unione SSR (USSR). L’acronimo del nuovo partito kirghizo si richiama esplicitamente alla defunta Unione Sovietica (SSR stanno per: Svoboda – Libertà; . Spravedlivost [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5784/kirghizistan-nostalgia-per-l%e2%80%99unione-sovietica" title="Kirghizistan: nostalgia per l’Unione Sovietica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/kirghizistan1.aril7rqeo1kwso8gss088w80o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="40" alt="Kirghizistan: nostalgia per l’Unione Sovietica" ></div></a><p><font size="3"> Il 14 agosto ha avuto luogo a Bishkek un evento, a prima vista esclusivamente interno al paese. Nel Teatro nazionale dell’Opera e della Danza, si è svolto il primo congresso del partito dell’Unione SSR (USSR). L’acronimo del nuovo partito kirghizo si richiama esplicitamente alla defunta Unione Sovietica (SSR stanno per: <em>Svoboda</em> – Libertà; . <em>Spravedlivost – </em>Giustizia;<em> Rodina – </em>Patria.</p>
<p>Il Congresso dell’ ”Unione Libertà Giustizia Patria” ha ospitato circa 800 delegati provenienti dalle 48 circoscrizioni delle 9 regioni del Kirghizistan.</p>
<p>In un breve periodo di tempo, il Kirghizistan ha vissuto già una seconda rivoluzione, accompagnata da scontri interetnici nelle regioni Osh e Jala-Abad e rivolte in varie parti del paese.</p>
<p>Ora il governo ad interim, succeduto al sollevamento contro di Bakiev, ha indetto le elezioni per il rinnovo del parlamento della repubblica per il 10 ottobre. Queste elezioni sono cruciali per la popolazione. La questione principale è: quali forze entreranno nel parlamento e quali costituiranno il nuovo governo? Dal nuovo rapporto di forze dipenderanno le sorti del paese per quanto concerne l’integrità territoriale dell’ex repubblica sovietica.</p>
<p>Il partito USSR è stato costituito in vista della prossima ricorrenza. Il prossimo anno, infatti, saranno 20 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica. Questo collegamento è stato sottolineato dai partecipanti al congresso.  La nostalgia per il “futuro assicurato”, la pace interetnica, la giustizia sociale hanno spinto i militanti di diversi gruppi etnici del paese a costituire un partito distinto. In meno di un mese, il numero degli aderenti al nuovo partito si è decuplicato. Molti partiti politici hanno dichiarato la loro disponibilità ad entrare nella nuova organizzazione. Oltre il 60% dei candidati dall’Unione SSR sono rappresentanti delle diaspore nazionali.</p>
<p>Unire il popolo kirghizo e i rappresentati delle diaspore nazionali in una unica forza differenzia il partito USSR dalle altre 12 organizzazioni politiche registrate dal Comitato centrale elettorale (CEC)</p>
<p>Come ha osservato Andrew Poroskun, vice capo del partito: &#8220;<em>20 anni sono un periodo lungo che ci permette di valutare quello che abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. </em></p>
<p><em>Ciò che è grande è visibile da lontano. In pratica, tute le parole d’ordine per le quali il popolo sovietico era sceso in piazza ed aveva protestato contro i Sovietici non vengono attuate. Le forze democratiche, che distrussero lo stato sovietico, facevano dichiarazioni, per esempio, sul “proprietario efficiente” che avrebbe dovuto privatizzare le imprese statali. Questo slogano è stato il più grande inganno. Le imprese sono state privatizzate, ma ciò è stato un bene o un male per la vita del popolo? I profitti ricavati da queste privatizzazioni sono stati utilizzati per le necessità sociali, per i bisogni dei lavoratori e delle famiglie? Tutti noi conosciamo le risposte a queste domande. La transizione dal socialismo al capitalismo selvaggio ha forse elevato il livello culturale dei giovani? Ha creato nuova occupazione, ha migliorato il livello di vita degli anziani e delle fasce più vulnerabili? Forse la medicina è diventata perfetta e più accessibile? Possiamo elencare all’infinito questi falsi slogan</em>”.</p>
<p>La maggior parte dei partecipanti del congresso ha sostenuto che il crollo dell&#8217;Unione Sovietica era un inganno e un tradimento dei popoli che vivono in URSS.</p>
<p>E le conseguenze di questo tradimento si fanno ancora sentire.</p>
<p>Le conseguenze delle rivoluzioni colorate in Kirghizistan, Ucraina e Georgia sono evidenti a tutti.</p>
<p>I dirigenti democratici di questi paesi hanno preso il potere attraverso la manipolazione delle persone insoddisfatte della realtà post-sovietica. Ironicamente, lo strumento principale della politica dei democratici è diventata il nazionalismo.</p>
<p>La loro regola ha mostrato che il nazionalismo non giova al popolo. Deprivando dei diritti le varie comunità e discriminandole, il potere non rende le giovani generazioni più educate, non incrementa il livello sociale del popolo, non assicura una vita sicura. Il risultato principale dei regimi di colore è costituito dalla minaccia per l&#8217;integrità di quei paesi in cui la rivoluzione colorata ha avuto luogo. Il presidente arancione Yushchenko ha definitivamente scisso la società  nell’ Ucraina occidentale e orientale. La Georgia ha perso l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud &#8211; una grossa fetta del suo territorio, proprio a causa della follia nazionalista di Saakashvili. In Kirghizistan, il governo Bakiev ha esacerbato le aspirazioni separatiste tra alcune diaspore nazionali.</p>
<p>Siamo tutti testimoni del fatto che il nazionalismo come base per la politica non è diretto né al rafforzamento dello Stato, né al miglioramento della qualità della vita delle nazioni titolari, ma piuttosto alla distruzione di ciò che è rimasto dopo il crollo sovietico, il crollo degli Stati indipendenti emersi in luogo delle repubbliche sovietiche. Fortunatamente, tra i tre paesi che hanno sperimentato la rivoluzione colorata, Saakashvili è stato l&#8217;unico che è riuscito a realizzare pienamente lo scenario della disintegrazione della Georgia.</p>
<p>Molti dei membri del Congresso hanno sperimentato tutte le delizie del regime colorato Bakiev. Al fine di far salire i loro affari, molti furono gettati in prigione: il capo del Partito URSS, Ishenbai Kadyrbekov, ex presidente del parlamento, è stato anche sottoposto a persecuzioni politiche ed è stato messo in prigione.</p>
<p>Molti si sono iscritti al partito USSR, perché non vogliono vedere il crollo del loro paese. Arif Alaferdov (rappresentante della comunità Azerbaigian nel consiglio politico del partito), ha dichiarato: &#8220;Vedo che questo partito è l&#8217;unico in Kirghizistan che intende attuare la politica internazionale, non a parole ma nei fatti.&#8221;</p>
<p>Ishenbai Kadyrbekov, presidente del consiglio politico del partito dell&#8217;Unione SSR, ha sottolineato più volte che il Kirghizistan è orgoglioso delle sue diversità &#8211; etniche, linguistiche, culturali: &#8220;<em>La nostra sfida è quella di prendere tutto ciò che era meglio nell&#8217;URSS e rendere il nostro paese forte e prospero. Solo lavorando insieme al fine di rafforzare e sviluppare il Kirghizistan, siamo in grado di superare le minacce che la nostra società deve affrontare</em> &#8220;. </font></p>
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		<title>Relazioni bilateriali Cina &#8211; Canada</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 14:10:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>

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		<description><![CDATA[La Cina continua il meticoloso lavoro di trattative diplomatiche per rafforzare le relazioni bilaterali con importanti Paesi dello scacchiere internazionale. Una grande leva e’ sicuramente quella economica. Il caso del Canada ne è un esempio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5768/relazioni-bilateriali-cina-canada" title="Relazioni bilateriali Cina &#8211; Canada"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/harper_and_hu_meets_ph1.ay4yyav2t0oog4kkowkgo0sgw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="62" alt="Relazioni bilateriali Cina &#8211; Canada" ></div></a><p><font size="3">I primi tentativi di avvicinamento tra i due Paesi risalgono al 1970. Da allora una incessante attività delle rispettive diplomazie cerca di fortificare e consolidare le relazioni bilaterali, anche se con fasi alterne.</p>
<p>Nel maggio del 1989, Wan Li e Rong Yiren, presidente e vice-presidente dello Standing Committee of the National People&#8217;s Congress of China, vanno per la prima volta in Cina. I rappresentanti dei ministeri degli esteri discutono di politica, relazioni internazionali e disarmo.</p>
<p>L’ambasciata canadese in Cina promuove una attivita’ “Canada-China friendly Month” sotto il segno di “Enjoy the future”.</p>
<p>Il primo ministro canadese tiene una conferenza alla televisione.</p>
<p>A seguito degli avvenimenti dell’89, il governo canadese avvia una serie di sanzioni nei confronti della Cina, fra cui, l’interruzione delle relazioni diplomatiche ufficiali tra i ministeri, cessazione dello scambio in ambito militare e la promulazione di una speciale legge sull’immigrazione con l’obiettivo di incoraggiare gli studenti cinesi in Canada a rimanervi. La conseguenza e’il raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi. E il volume degli scambi commerciali si riduce del 40% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>In 1990 il governo canadese decide di terminare la legge speciale sull’immigrazione e una delegazione diplomatica viene inviata in Cina per partecipare alle celebrazioni del ventennale delle relazioni sino-canadesi.</p>
<p>Nel 1991 i rispettivi ministri degli esteri si incontrano due volte, prima a New York poi a Seul, scambiando punti di vista sui temi internazionali e dimostrando il comune interesse a un riavvicinamento.</p>
<p>Nel 1993 si intensificano le attivita’ diplomatiche. In marzo, Joe Clark, presidente della Queen’s Privy Council for Canada e ministro degli affari intergovernativi, si reca in Cina. In maggio il futuro primo ministro cinese Zhu Rongji ricambia la visita. Le relazioni si possono considerare di nuovo buone.</p>
<p>Nello stesso anno, gli scambi tra i due Paesi raggiungono i 2.5 miliardi di dollari. Sempre piu’ imprenditori si mostrano interessati alla Cina e vengono avviati 740 programmi di investimento per un valore di 750 milioni di dollari.</p>
<p>Negli anni successivi la cooperazione si rafforza, e tenuto conto dell’importanza e numerosita’ della comunita’ cinese in Canada, si  espandono i piani di sviluppo in diversi campi, della cultura, delle arti, della danza e della musica (con diversi gruppi in visita) e dell’educazione (favorendo per esempio gli scambi tra studenti universitari, che nel 1995 sono gia’ piu’ di dieci mila).</p>
<p>Nel 2005 il presidente cinese Hu Jintao visita il Canada e insieme al primo ministro canadese Paul Martin decidono di innalzare le relazione bilaterali tra i due Paesi ad un livello superiore definendole partnership strategica e comunicando l’obiettivo di raddoppiare il volume degli scambi commerciali nei successivi cinque anni.</p>
<p>Con il nuovo governo canadese dal 2006 si e’ avuto un periodo di relativamente meno intense relazioni diplomatiche per non dire di raffreddamento. Nonostante gli scambi economici e culturari siano continuati, la Cina non sembrava piu’ essere tra le priorita’ del nuovo governo in mano ai conservatori.</p>
<p>Ma nel 2009 il primo ministro Stephen Harper compie un viaggio in Cina con lo specifico obiettivo, oltre che di trattare temi di politica internazionale, di consolidare la mutua cooperazione. Alcuni dicono che si rese conto del rischio che &#8220;cold politics, warm economics&#8221;, formula che avrebbe danneggiato piu’ il Canada che la Cina.</p>
<p><strong>Lo stato dell’arte</strong></p>
<p>Il 2010 segna il quarantesimo anniversario della fondazione delle relazioni bilatrerali Cina-Canada che ormai si sviluppano lungo molteplici direzioni, dal trade all’energia e ambiente, ai temi riguardanti la salute, la governance e le scienze e tecnologie.  Sono attive piu’ di quaranta attivita’ di cooperazione bilaterale.</p>
<p>Gli scambi commerciali tra Cina e Canada hanno raggiunto i 29 miliardi di dollari nel 2009, ma gli obiettivi dei due Paesi, confermati durante gli incontri di fine giugno in Canada, sono molto ambiziosi: ancora una volta raddoppiare il volume di scambi e raggiungere i 60 miliardi entro il 2015.</p>
<p>Il primo ministro Stephen Harper ha ricevuto per la prima volta il presidente cinese Hu Jintao in visita in Canada per il G20 e con lui si e’ intrattenuto per discutere del processo di consolidamento.</p>
<p>Il Canada ha come partner commerciale preferenziale gli Stati Uniti (75% degli sambi), ma la Cina e’ diventata il secondo interlocutore (per la Cina il Canada e’ tra i primi quindici Paesi per l’importanza dei volumi realizzati).</p>
<p>Il trend positivo sembra confermato, infatti nei primi quattro mesi dell’anno gli scambi commerciali hanno raggiunto gia’ i 10 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Ma non si parla solo di benefici economici in senso stretto. La Cina e il Canada hanno siglato un accordo per incrementare gli scambi culturali e la mobilita’ delle persone attraverso il ADS (Approved Destination Status). L’autorizzazione, che il governo cinese aveva concesso gia’ a 134 Paesi, non includeva il Canada. Cio’ ha comportato per diverso tempo che fossero meno di duecento mila all’anno i cinesi in visita in Canada. Concedendo l’accesso a gruppi organizzati di turisti cinesi, l’industria del turismo canadese ne beneficera’ e avra’ la possibilita’ di raggiungere il traguardo dei 100 miliardi di dollari all’ anno di volume d’affari.</p>
<p>Un altro punto di cooperazione che sta realizzandosi compiutamente e’ quella sul fronte energetico, dal petrolio al gas naturale al nucleare. L’industria canadese possiede tecnologie molto avanzate in questi settori e la Cina e’ interessata in particolar modo alle tecniche per  la conservazione dell’energia e per la protezione dell’ambiente. Zhang Xiaoqiang, deputy director del China’s National Development and Reform Commision, ha confermato che il governo cinese ha stanziato gia’6,6 milardi di dollari da investire soprattutto in progetti di sviluppo delle risorse naturali.</p>
<p>Nonostante i piani di sviluppo, i successi economici e le affermazioni di reciproca stima tra i due Paesi e molti punti in comune tra cui la volonta’ di “develop our relations from a strategic and long-term perspective”, come afferma il governatore generale canadese Michaelle Jean, le differenze sono rilevanti. Ed emergono in molte posizioni, e la distanza, affievolitasi sotto il precedente governo canadese dei liberali, rimane comunque notevole sotto molti punti di vista, alcuni accentuati proprio nell’ultimo periodo.</p>
<p>Il governo conservatore canadese si sente molto lontano dalle posizioni politiche cinesi in molti campi. Inoltre c’e’ un tema interno, l’attitudine a voler differenziare l’impronta della propria politica dal precedente governo liberal che si e’mostrato piu’ incline a sviluppare rapporti con la Cina. Con una frase dl forte impatto, l’attuale primo ministro ha affermato che “would not sell out Canadian values for the mighty dollar&#8221;, non intende sacrificare i valori canadesi in cambio di scambi commerciali.</p>
<p>Infine c’e’ la questione, non trascurabile almeno per parte cinese, di Lai Changxing che vive in Canada da piu’ di dieci anni, ma su cui pendono vari capi di imputazione fra cui contrabbando e corruzione. Il governo cinese ne chiede l’estradizione e lo ritiene tra i principali ricercati; in Canada, in molti la pensano diversamente.</p>
<p>Pechino – 30 Agosto 2010</p>
<p>Per rivolgere commenti all’autore o contattarlo: <a href="mailto:manu@emasen.com">manu@emasen.com</a></p>
<p><strong><em>*Emanuele C. Francia, manager e consulente, ha seguito per diverso tempo le operazioni cross-border per numerose imprese italiane in Europa e Stati Uniti. Da alcuni anni vive a Pechino ed e’ co-fondatore e partner di Emasen Consulting,  una societa’ di consulenza specializzata nei processi di  internazionalizzazione e supporto alle imprese italiane. Scrive su alcune riviste scientifiche di geopolitica, economia e managemnt e collabora con universita’ sia in Italia che in Cina nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento.</em></strong>  </font></p>
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		<title>I servizi segreti israeliani infiltrati in tutto il governo libanese</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 13:59:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>

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		<description><![CDATA[WMR ha appreso dalle sue fonti d’intelligence libanese, che il governo libanese sta arrivando a capire che la penetrazione dell’intelligence israeliana di tutti i gruppi politici del paese, è peggiore di quanto inizialmente creduto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5763/i-servizi-segreti-israeliani-infiltrati-in-tutto-il-governo-libanese" title="I servizi segreti israeliani infiltrati in tutto il governo libanese"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/lebanon_israel_flags_012.e0mk1wgh5xwsg4owk4ggwks0o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="58" alt="I servizi segreti israeliani infiltrati in tutto il governo libanese" ></div></a><p>Fonte: <em>Global Research</em>, 25 agosto 2010 &#8211; <em>Opinion Maker</em><br />
<a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20759">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20759</a></p>
<p><font size="3">WMR ha appreso dalle sue fonti d’intelligence libanese, che il governo libanese sta arrivando a capire che la penetrazione dell’intelligence israeliana di tutti i gruppi politici del paese, è peggiore di quanto inizialmente creduto.</p>
<p>Il <em>Mossad</em> d’Israele, una volta soddisfatta di penetrare le parti cristiana e drusa del paese, ha ora ben completamente infiltrato, ai massimi livelli, i partiti sunniti e sciiti. Recentemente, il Libano ha accusato il generale a riposo Fayez Karam, un alto membro del <em>Movimento Libero</em> <em>Patriottico </em>del generale a riposo Michel Aoun, alleato di <em>Hezbollah</em>, di spionaggio per conto del Mossad.</p>
<p>Tra i partiti politici penetrati dai servizi segreti israeliani, vi è il <em>Movimento per il Futuro</em> del Primo Ministro Saad Hariri, figlio dell&#8217;ex primo ministro libanese Rafik Hariri, assassinato da un&#8217;autobomba a Beirut nel 2005. Il tribunale speciale delle Nazioni Unite per il Libano (STL), avrebbe previsto di accusare assai presto dell&#8217;assassinio, l’<em>Hezbollah</em> libanese. Tuttavia, il leader di <em>Hezbollah</em>, Hassan Nasrallah, ha annunciato di recente che il gruppo ha avuto la prova video dei droni israeliani, che mostra la <em>Israeli Defense Force</em> monitorare Hariri prima del suo assassinio.</p>
<p>Il procuratore capo del STL, Daniel Bellemare del Canada, ha richiesto le prove di <em>Hezbollah</em>. Tuttavia, WMR ha appreso che Bellemare è sospettato dai servizi segreti libanesi di avere stretti contatti con gli agenti precedente sia della CIA che <em>Mossad</em>. WMR ha precedentemente riferito che Bellemare è sospettato di avere consentito e introdotto prove contro <em>Hezbollah</em> sull&#8217;assassinio di Hariri, manipolando intercettazioni delle chiamate al cellulare che imputano la &#8220;<em>pistola fumante</em>&#8221; a <em>Hezbollah</em>. Si teme che Bellemare potrebbe dare le prova di <em>Hezbollah</em> al Mossad, affinché gli israeliani determinino l&#8217;origine della fuga dei video classificati.</p>
<p>Il Mossad avrebbe anche preso di mira anche il successore del leader politico sciita libanese Nabih Berri, attuale speaker del parlamento libanese. L&#8217;operazione del <em>Mossad</em> è sostenuta attivamente, da dietro le quinte, dall&#8217;Arabia Saudita, un paese che sta rapidamente diventando un sempre più segreto “<em>di Pulcinella</em>&#8221; alleato d’Israele in Medio Oriente.</p>
<p>Secondo fonti del WMR in Libano, una rete di Israele e degli Stati Uniti, che può contare sul sostegno delle Nazioni Unite, dopo la prevista incriminazione di <em>Hezbollah</em> per l&#8217;assassinio di Hariri, è una rete sunnita nella valle della Bekaa, in Libano. Incluso un membro della stessa famiglia di Ziad al-Jarrah, uno dei presunti dirottatori del volo <em>United 93</em> dell&#8217;11 settembre 2001.</p>
<p>L’intelligence libanese ha collegato Ziad al-Jarrah, che opera dalla Valle della Bekaa, a una rete Salafita supportata dai sauditi, che include affiliati di &#8220;<em>al-Qaida</em>&#8221; che sarebbero utilizzati per inseguire gli sciiti in tutto il Libano, a seguito delle accuse di Bellemare contro <em>Hezbollah</em>. L’intelligence libanese ha scoperto che i membri di questa stessa rete Salafita/<em>al-Qaida</em>, supportata dal <em>Mossad</em>, anche per obiettivo ti principali leader sciiti in Iraq. WMR ha appreso che Ziad al-Jarrah è stato utilizzato dal Mossad, dalla CIA e dall&#8217;intelligence saudita come una &#8220;<em>Patsy</em>&#8221; del complotto 9/11, così come simili &#8220;<em>zimbelli</em>&#8221; sono utilizzati in Iraq e altrove, per aiutare a mantenere il mito di &#8220;<em>al-Qaida</em>&#8221; e di Usama bin Ladin vivo.</p>
<p>La stessa rete salafita/<em>al-Qaida</em> in Libano, mentre era ancora in fase embrionale, è stata utilizzata dal <em>Mossad</em> e dalla CIA per spiare i gruppi palestinesi in Libano, negli anni ‘80 e &#8217;90, così come la Siria, durante la sua occupazione del Libano.</p>
<p>La rete di spionaggio israeliana si estende anche alla Siria. Secondo fonti libanesi, l&#8217;ex vice presidente siriano Abdel Halim Khaddam, che ha accusato il presidente siriano Bashar al Assad di aver ordinato l&#8217;assassinio di Rafik Harir, è tatticamente sostenuto da Israele e Stati Uniti. Khaddam, che dirige dall&#8217;esilio il <em>Fronte di Salvezza Nazionale</em> (NSF), sta cercando di rovesciare Assad. La NSF riceve non solo il sostegno dell’intelligence di Israele e degli Stati Uniti, ma anche dai servizi segreti francesi e tedeschi. La NSF ha sedi a Bruxelles, Berlino, Parigi e Washington DC, ed è sospettato di lavorare dietro le quinte con Bellemare per accusare <em>Hezbollah</em> dell&#8217;assassinio di Hariri. Tuttavia, i tentativi precedenti di accusare Assad e i generali libanesi filo-siriani dell&#8217;attentato, sono falliti a causa della mancanza di una qualsiasi prova credibile.<br />
Wayne Madsen è un giornalista investigativo, autore e redattore di Washington DC. Ha scritto per diversi giornali e blog rinomati.</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a><br />
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		<title>L’assistenza militare Cinese al Pakistan e le sue implicazioni per l&#8217;India</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 13:54:22 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan ha ammesso che nessuna relazione tra due Stati sovrani è unica e durevole come quella tra il Pakistan e la Cina. Le relazioni sono iniziate dal 1950, quando il primo ruppe i rapporti diplomatici con la Repubblica cinese e riconobbe la Repubblica popolare cinese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5759/5759" title="L’assistenza militare Cinese al Pakistan e le sue implicazioni per l&#8217;India"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pakistan_china_locator.6uhl6c2qfp8g8okosskgw8wsc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="37" alt="L’assistenza militare Cinese al Pakistan e le sue implicazioni per l&#8217;India" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.southasiaanalysis.org/papers40/paper3996.html">http://www.southasiaanalysis.org/papers40/paper3996.html</a></p>
<p>24 Agosto 2010</p>
<p><font size="3">Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan ha ammesso che nessuna relazione tra due Stati sovrani è unica e durevole come quella tra il Pakistan e la Cina.</p>
<p>Le relazioni tra il Pakistan e la Cina sono iniziate dal 1950, quando il primo ruppe i rapporti diplomatici con la Repubblica cinese e riconobbe la Repubblica popolare cinese. Con il passare del tempo i rapporti tra i due Paesi si sono rafforzati, avendo l&#8217;India come nemico comune. Entrambi i paesi si sostengono a vicenda anche su questioni internazionali. La Cina sostiene il Pakistan sul Kashmir, mentre il Pakistan supporta la Cina sulle questioni del Tibet, di Taiwan e dello Xinjiang.</p>
<p>Hussain Haqqani un alto diplomatico pakistano ha sottolineato che &#8220;<em>Per la Cina, il Pakistan è un vantaggioso deterrente secondario verso l’India, mentre per il Pakistan, la Cina è un garante di alto valore per la sicurezza contro l&#8217;India</em>&#8220;.</p>
<p>La Cina favorisce anche le tensione tra India e Pakistan, lasciando, in questo modo, l&#8217;India impegnata nella regione dell’Asia del Sud, non potendo così sfidare la Cina in campo internazionale.<br />
<strong>Gli aiuti militari Cinesi al Pakistan </strong></p>
<p>Lisa Curtis della <em>Heritage Foundation</em>, un think tank di Washington, citata su un articolo, affermava che &#8220;<em>la politica cinese nei confronti del Pakistan è determinata principalmente dal suo interesse a contrastare la potenza indiana nella regione, e deviava la forza militare e l&#8217;attenzione strategica indiana lontano dalla Cina</em>&#8220;.</p>
<p>La Cina è il principale fornitore di armi del Pakistan. Anche per il trasferimento di tecnologia e know-how il Pakistan dipende molto dalla Cina. La Cina ha trasferito 36 missili balistici M9, anche se l’ha riconosciuto ufficialmente soltanto nel 1992.</p>
<p>Da allora in poi, i legami della difesa tra le due nazioni si sono sempre più rafforzati, con la Cina che aveva anche fornito al Pakistan aerei JF-17 e F-7, e diversi tipi di armi di piccolo calibro e di munizioni.</p>
<p>Il 70 per cento degli aerei e dei carri armati (MBT) delle forze armate del Pakistan è stato acquistato dalla Cina. La Cina ha fornito più di 400 aerei militari, 1600 MBT e più di 40 navi. La maggior parte dei progetti missilistici pakistani è stata avviata dalla Cina.</p>
<p>La Cina non solo ha modernizzato l’esercito Pakistano, ma anche creato dei progetti comuni col Pakistan. I J-10 e JF-17 sono l&#8217;ultima versione cinese degli aeromobili russi SU-27 e MiG-29*. Il caccia JF-17 <em>Thunder</em> è stato sviluppato congiuntamente dai cinesi e dai pakistani presso il <em>Pakistan Aeronautical Complex</em>, di Kamra. Si tratta di un avanzato aereo da combattimento leggero multi-ruolo. Inizialmente, dei missili cinesi sarebbero stati montate sul JF-17 e poi l&#8217;aereo sarebbe stati dotato di più sofisticati radar e missili.</p>
<p>Oltre il JF-17, altri progetti comuni importanti includono il K-8 <em>Karakorum</em>, aereo d’addestramento  avanzato, il tank <em>al-Khalid</em>, i missili da crociera <em>Babur</em>, la fregata F-22, sistemi AWACS (<em>Airborne Warning and Control System</em>), ecc. La Cina ha anche costruito il porto oceanico di Gwadar e assistite il <em>Space and Upper Atmosphere Research Commission del Pakistan</em> (SUPARCO) nello sviluppo della tecnologia spaziale. La<em> Heavy Rebuild Factory Factory</em> (HRF) di Taxila è stato costruito con l&#8217;assistenza cinese.</p>
<p>La Cina ha aiutato il Pakistan anche nello sviluppo del programma nucleare. Secondo un rapporto dell’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, la Cina aveva trasferito non solo progetti di armi nucleari, ma anche uranio bellico, in modo che al Pakistan fosse possibile costruire due bombe nucleari. La Cina ha costruito due reattori nucleari a Ch’asma, e ha anche voluto costruirvi altri due reattori nucleari, ma la cosa non andò lontano.</p>
<p>La fregata anti-sommergibile 054A, costruita nel cantiere navale Huangpu è stata venduta alla marina del Pakistan.</p>
<p>Il Ministro della Difesa cinese, Liang Guangile, incontrando Noman Bashir, capo di stato maggiore della marina del Pakistan, nel dicembre 2009 a Pechino, ha ribadito che le forze armate cinesi vorrebbero migliorare i loro rapporti amichevoli con le forze della Difesa pakistana. Il Generale Liang ha confermato che la marina pakistana avrebbe ricevuto un totale di otto Fregate F-22P da 3000 tonnellate dalla Cina. Tuttavia, il Pakistan vuole acquistare anche navi da 4.000 tonnellate, da affiancare alle Fregate F-22P. La leadership cinese è disposto a dare le navi da 4.000 tonnellate al Pakistan. Il Pakistan anche acquisito 120 missili da crociera anti-nave a lungo raggio cinesi C-802. La Cina ha dato al Pakistan anche un secondo SAAB 2000 attrezzato col radar ERIEYE e fornirà anche un velivolo da allarme precoce aereo Shaanxi ZDK-03.</p>
<p>La Cina vorrebbe creare delle basi militari all&#8217;estero. Almeno una base militare sarebbe stabilita in Pakistan. Una base militare cinese in Pakistan farebbe pressione sull’India e controbilancerebbe l’influenza degli gli Stati Uniti in Pakistan e Afghanistan. Non solo, la base militare cinese in Pakistan faciliterebbe alla Cina la repressione della rivolta degli Uiguri, che chiedono una nazione indipendente nella provincia dello Xinjiang.</p>
<p>La Cina assiste liberamente il Pakistan non solo sui fronti diplomatico, della difesa, della tecnologia e nucleare, ma anche sul fronte economico. Più di 60 imprese e circa 10 mila lavoratori cinesi sono coinvolti in 122 progetti in Pakistan. Gli investimenti cinesi hanno già superato i 7.000 milioni dollari e potrebbe aumentare a 10 miliardi dollari quest&#8217;anno.</p>
<p><strong>La visita della delegazione cinese </strong></p>
<p>Il Consigliere di Stato e Ministro della Difesa cinese, Generale Liang Guanglie, ha guidato una delegazione di 17 membro in Pakistan, il 23 maggio 2010, in una visita di due giorni. La delegazione in visita ha incontrato il presidente pakistano, il primo ministro, il ministro della difesa e i generali al vertice militare, compresi il Generale Ashfaq Parvez Kayani, Capo di Stato Maggiore dell&#8217;Esercito e il Generale Tariq Majid, presidente del Comitato dei capi di stato maggiore. Sia il Generale Kayani e che il Generale Majid hanno espresso apprezzamento verso la Cina per il suo genuino sostegno al Pakistan.</p>
<p>I ministri della difesa di entrambi i paesi hanno firmato tre accordi, apparentemente per consentire al Pakistan di combattere il terrorismo. Nell&#8217;ambito di tali accordi, la cooperazione e la comunicazione strategica tra le forze armate dei due paesi sarebbero state rafforzate. Esercito, Marina e Aeronautica Militare del Pakistan e della Cina parteciperanno a esercitazioni militari congiunte. I ministri hanno anche concordato di condividere l&#8217;intelligence per estirpare la minaccia del terrorismo. Il ministro della Difesa cinese ha anche promesso di fornire quattro aerei da addestramento all’aviazione e 60 milioni di yuan (8,78 milioni di dollari) alle forze della difesa pakistane.</p>
<p>Sia il presidente pakistano che il Primo Ministro hanno sottolineato gli stretti amichevoli legami tra la Cina e il Pakistan. Tuttavia, nel corso dei colloqui, il presidente Zardari ha affermato che l&#8217;intelligence indiana si trova dietro gli attacchi terroristici in Pakistan.</p>
<p>Il primo ministro pakistano, Yousuf Raza Gilani, ha anche accusato che vi sono ampie prove che un&#8217;agenzia d’intelligence indiana assistita le organizzazioni terroristiche in Pakistan attraverso l&#8217;Afghanistan. Gilani ha affermato che il Pakistan vuole sradicare il terrorismo dal suo suolo, ma ha bisogno del sostegno della Cina per combattere il terrorismo. Gilani anche lodato le imprese cinesi, e cioè la  <em>China National Electronic Import and Export Corporation</em> (CEIEC) e <em>China North Industries Corporation</em> (Norinco) per aver dato credito alle forze di difesa del Pakistan.</p>
<p>Il Generale Liang ha dichiarato che la Cina vuole rendere il Pakistan autosufficiente e non desidera mantenerlo dipendente dalla Cina. Ha promesso che la Cina avrebbe fornito, in futuro, pezzi di ricambio in più, unità d’assemblaggio, impianti di alaggio e ulteriori progetti di joint venture con Pakistan.</p>
<p><strong>Cosa dopo? </strong></p>
<p>L’India dovrebbe cercare di contrastare il nesso tra il Pakistan e la Cina, mentre i legami militari e nucleari tra i due paesi si stanno rafforzando. La Cina ancora fornisce clandestinamente missili e tecnologia nucleare al Pakistan. Anche se gli Stati Uniti hanno confermato le informazioni su questa diabolica alleanza, sembra che gli statunitensi non vogliano dare credito a queste evidenti prove.</p>
<p>L’India, inoltre, non ha fatto alcuna opposizione attiva a questo rapporto malsano. L’India dovrebbe radunare il sostegno internazionale contro la proliferazione delle attività illecite della Cina. E&#8217; ora che l&#8217;India adotti una campagna contro la tangibile proliferazione illegale della Cina.</p>
<p>Non solo, la Cina dovrebbe inoltre comprendere che la pressione dei taliban, che si sta aggravando molto velocemente nel Pakistan nucleare, potrebbe essere un fenomeno pericoloso per il mondo. La Cina deve utilizzare la sua influenza in modo che l&#8217;impatto dei taliban e dei terroristi in Pakistan, non sia tale che possano ottenere il controllo dei dispositivi nucleari.<br />
Giornalista-autore e commentatore di politica estera, relazioni internazionali, terrorismo e sicurezza di New Delhi.</p>
<p>*Il JF-17 è l&#8217;evoluzione ultima del MIG-21/J-7. NdT</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
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		<title>Oro blu &#8211; La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 12:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libro evidenzia il sempre maggiore fabbisogno di gas da parte dei Paesi UE, di cui circa un quarto importato dalla Federazione Russa e che si prevede raddoppiare da oggi al 2025.


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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5752/oro-blu-la-contesa-del-gas-tra-cina-russia-ed-europa" title="Oro blu &#8211; La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/oro_blu1.9s8qsmdn8b48c0ok0ck8s008c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="115" alt="Oro blu &#8211; La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa" ></div></a><p><font size="3"> <strong><em>Oro blu &#8211; La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa</em></strong> </p>
<p>di Stefano Casertano</p>
<p>prefazione di Massimo Nicolazzi.</p>
<p>Il libro evidenzia il sempre maggiore fabbisogno di gas da parte dei Paesi UE, di cui circa un quarto importato dalla Federazione Russa e che si prevede raddoppiare da oggi al 2025.</p>
<p><strong>Stefano Casertano</strong> è docente di economia delle risorse energetiche all’Università di Potsdam-Germania, ed è consulente per ministeri, istituzioni pubbliche ed NGO in Europa, negli Stati Uniti ed in Medio Oriente. Ha conseguito un MBA alla Columbia University di New York e un Ph.D. all’Università di Potsdam, sui rapporti tra economie estrattive e conflitti sociali. Nel 2009 ha pubblicato <em>Sfida all’Ultimo Barile</em>, una storia petrolifera della Guerra Fredda.</p>
<p><strong>Massimo Nicolazzi</strong>, tra i maggiori esperti internazionali di petrolio e gas, si occupa di idrocarburi da trent’anni: oggi da Vienna come amministratore delegato di Centrex Europe &amp; Energy Gas, in passato come consulente ed advisor, prima ancora ricoprendo incarichi direttivi in Agip-Eni e successivamente in Lukoil, la più grande compagnia petrolifera russa ed una delle maggiori al mondo.</p>
<p>Pagine 94, Formato 14cm x 20,6cm ISBN   9-788890-465833</p>
<p>Fuoco Edizioni<br />
Via dei Gonzaga 54b<br />
00163 – Roma<br />
Tel. 0666156035, Fax 0666483373<br />
<a href="mailto:ordini@fuoco-edizioni.it">ordini@fuoco-edizioni.it</a><br />
<a href="http://www.fuoco-edizioni.it/">http://www.fuoco-edizioni.it/</a><br />
</font></p>
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		<title>Un&#8217;interpretazione geopolitica dell&#8217;affaire Mistral</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:25:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel settembre 2009 Parigi e Mosca annunciarono di essere in trattative per l'acquisto di portaelicotteri di produzione francese da parte russa. La questione non è puramente commerciale, ma chiama in causa molti altri fattori, tra cui quelli geopolitici, che potrebbero far deragliare i negoziati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5748/uninterpretazione-geopolitica-dellaffaire-mistral" title="Un&#8217;interpretazione geopolitica dell&#8217;affaire Mistral"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/1_mistral_ship.35ydxz4led44ow04sog0wcoos.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="Un&#8217;interpretazione geopolitica dell&#8217;affaire Mistral" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un rapido sguardo sulla situazione attuale</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dur</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ante lo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>show</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> navale tenutosi a San Pietroburgo nel giugno 2009 fu discussa, per la prima volta, la possibilità che la Russia acquistasse un certo numero di navi da guerra francesi. Dopo una serie di contatti informali e notizie frammentarie che si rincorsero per qualche mese, nel settembre 2009 Parigi e Mosca annunciarono pubblicamente la loro volontà di discutere i dettagli del contratto di vendita che avrebbe permesso alla Russia di acquistare un certo numero di portaelicotteri di produzione francese. Sin dal principio entrambe le parti erano consapevoli del fatto che le discussioni avrebbero richiesto qualche anno ed una buona dose di pragmatismo e buona volontà. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel corso dei mesi si sono pian piano palesati tutta una serie di nodi, alcuni dei quali sciolti agievolmente altri ancora presenti, che hanno impedito una rapida conclusione dell’affare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per tutta una serie di motivi legati alla politica interna ed estera dei due Stati, che prenderemo in esame nei paragrafi seguenti, ci sembra di poter affermare che la questione non sia puramente commerciale ma chiami in causa molti altri fattori, tra cui quelli geopolitici, che potrebbero far deragliare l’accordo. Senza ombra di dubbio, Francia e Russia hanno mostrato capacità di comprensione reciproca, ad esempio, accordandosi in via di principio sul cosidetto schema 2+2: quando fu chiaro che la Russia avrebbe voluto acquistare 4 navi francesi la discussione si focalizzò sulla seconda in quanto la prima sarebbe stata costruita in Francia, la terza e la quarta in Russia sotto licenza mentre sulla seconda si discusse più a lungo. In un primo tempo Mosca affermò di voler costruire anche la terza nei propri cantieri ma accettò poi di lasciare l’onere e l’onore ai cantieri francesi onde evitare di mettere in difficoltà il Presidente francese Sarkozy. Dunque ci fu un’evoluzione, dettata dalla comprensione reciproca, dallo schema 1+3 al 2+2. Al contrario, un punto molto delicato su cui non si è raggiunto ancora un accordo e che potrebbe far naufragare la vendita è quello del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">trasferimento di tecnologia</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Fin dal principio, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mosca ha </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">posto come </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>conditio sine qua non</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> per la conclusione della vendita il fatto </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di poter acquistare l</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">e</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nav</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">i</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con l&#8217;attuale dotazione di sistemi missilistici e di tecnologie di guerra</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Come esponenti di spicco delle gerarchie militari e delle elite politiche russe hanno affermato, Mosca non è interessata a comprare una scatola vuota, alla Russia non interessa la nave in sè bensì le sue capacità. Questo, per motivi legati alla sua collocazione internazionale che presto prenderemo in esame, mette in difficolta la Francia che tende ad avere alcune riserve su tale punto. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene molti, sia in Russia che in Francia, abbiano sostenuto che la firma del contratto è ormai imminente e dovrebbe tenersi allo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">Euronaval show</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che si terrà il prossimo ottobre a Parigi i nodi irrisolti, a cominciare dal trasferimento di tecnologia di cui dicevamo poc’anzi, restano tutti – al punto che qualche giorno fa Mosca ha lanciato un bando di gara, che verrà ufficializzato a settembre, aperto a società russe e straniere per l’acquisto di navi da guerra appartenenti alla stessa classe della Mistral francese ed il cui risultato dovrebbe essere pubblicato a fine anno, ponendo così fine alle negoziazioni esclusive con la Francia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ quindi chiaro che l</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a questione del trasferimento di tecnologia ha dei pesantissimi risvolti di carattere politico e geopolitico su cui non si può tacere e che ci prefiggiamo di analizzare nella presente analisi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Q</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>ualche informazione in più sulle capacità della portaelicotteri Mistral</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La portaelicotteri Mistral è uno dei fiori all’occhiello dell’ingegneria militare francese. In termini di dimensioni, con le sue 23.700 tonnellate di peso ed i suoi 199 metri di lunghezza, è seconda soltanto alla portaerei Charles De Gaulle. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La prima missione francese in cui fu utilizzata la Mistral risale al 2006, quando fu necessario evacuare gli stranieri presenti in Libano che rischiavano di rimanere coinvolti negli scontri tra Israele e Hezbollah. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Mistral, prodotta dalla francese </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Direction des Constructions Navales Services</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">DCNS)</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>, </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ha la possibilità di trasportare 16 elicotteri, un contingente di 450 uomini (che può arrivare fino a 900 in situazioni di emergenza sebbene per un tempo limitato), 60 veicoli blindati o 13 carri armati e 1200 tonnellate di merce.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ciò di cui i francesi vanno fieri e che i russi apprezzano profondamente è il fatto che la Mistral è una portaelicotteri che può essere utilizzata per una serie molto ampia di funzioni, tra le quali spiccano il lancio di assalti anfibi, la possibilità di essere impiegata come centro di controllo e comando mobile ed ospedale. Inoltre, grazie a motori di nuova generazione, i consumi sono molto contenuti. Il prezzo per una Mistral oscilla tra i 400 ed i 500 milioni di euro, equipaggiamento militare escluso.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Grazie agli eccellenti livelli di qualità raggiunti non è facile, ed i russi ne sono consapevoli, trovare un sostituto alla Mistral. Solo la ‘</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le Dokdo</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">’, costruita dalla divisione navale della sudcoreana Daewoo è in grado di reggere la concorrenza con il modello francese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La tecnologia in dotazione alla Mistral è di ultima generazione e permette a chi la possiede di dotarsi di un mezzo versatile per la realizzazione di una ampia serie di obiettivi. Come dicevamo, il trasferimento di tecnologia è il tema più caldo, sotto il profilo politico, che i due Paesi sono chiamati a discutere.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La Russia </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>e le pressioni interne</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Deve essere chiaro fin dal principio che le trattative sono giunte in una fase alquanto delicata ed una loro conclusione in senso negativo provocherebbe un danno politico ed economico ad entrambi i Paesi. Detto questo, ci sembra corretto affermare che sotto il profilo delle pressioni internazionali la Russia si trovi in una posizione più facile rispetto alla Francia. Sebbene sia membro di diverse organizzazioni internazionali, in alcune delle quali gioca persino il ruolo guida come nel caso della OTSC, nessuno dei suoi alleati ha espresso preoccupazione per il possibile impiego delle Mistral (anche perchè, fanno osservare molti, i membri della suddetta alleanza non hanno sbocchi sul mare e di conseguenza non temono possibili sbarchi anfibi russi). La Francia, al contrario, subisce pressioni ed è costretta a dare spiegazioni a molti alleati all’interno e all’esterno della NATO. Quindi almeno a livello di politica internazionale la Russia non stà incontrando gli stessi ostacoli della Francia ed è libera di portare avanti il proprio ambizioso piano di riforma militare ed ammodernamento degli armamenti in possesso alle proprie forze armate al fine di metterle al passo con le sfide che attendono la Russia nel XXI secolo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In un certo senso la guerra contro la Georgia dell’agosto 2008 ha fatto da catalizzatore a questa spinta riformista: senza ombra di dubbio, la guerra fu vinta dalla Russia che, contrariamente a ciò che scrivono molti, non fece un uso sproporzionato della forza (perchè se così fosse oggi probabilmente non esisterebbe più una Georgia indipendente). Tuttavia il conflitto mise a nudo tutta una serie di carenze dell’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>hardware</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e dell’elettronica russa su cui è necessario intervenire. Per capire quanto importante sia la Mistral per le forze armate russe è sufficiente riportare le parole del comandante della marina russa, ammiraglio </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Vladimir Vyso</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>c</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>k</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>ij</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, che nel settembre 2009, ricordando le operazioni di sbarco di truppe russe dal mare sulla costa georgiana, sottolineò come con una Mistral i russi avrebbero potuto raggiungere tale obiettivo in 40 minuti invece delle 26 ore impiegate. Chiaramente tali parole devono essere lette come una critica alle capacità navali russe. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il presidente russo Medvedev ha stabilito che il 2020 è l’anno in cui questo processo di rapida modernizzazione deve essere portato a termine. Per raggiungere tale obiettivo la Russia ha rinunciato al principio di proteggere il proprio complesso militare-industriale acquistando solo le armi da esso prodotte per orientarsi anche verso i produttori esteri. Non solo. I vertici politici e militari russi non hanno risparmiato critiche al settore: oltre all’esempio sopra citato dell’ammiraglio</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Vysoc</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">kij, vale la pena citare il capo di stato maggiore, generale </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Nikolaj Makarov</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, che ha più volte criticato i produttori nazionali affermando che essi non sono in grado di capire e di produrre ciò che serve alla Russia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mosca sembra molto determinata nel portare a termine il proprio obiettivo ed ha già acquistato all’estero armi altamente teconologiche (come ad esempio i droni israeliani) o è in trattative avanzate (come nel caso dei veicoli blindati per il trasporto truppe prodotti dalla italiana IVECO). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Chiaramente se l’affare Mistral andasse in porto sarebbe il più grande acquisto di armi provenienti da un Paese membro della NATO mai realizzato e potrebbe avere, in questo caso il condizionale è d’obbligo, delle ricadute geopolitiche non indifferenti avvicinando politicamente la Russia al cuore dell’Europa attraverso i suoi stretti legami con Francia, Germania ed Italia, rendendo ancor più stringente la necessità di riformare le istituzioni su cui si regge la sicurezza europea al fine di accogliere la Russia come </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>partner</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> paritario in grado di assumersi le proprie responsabilità.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul versante russo, le resistenze più temibili all’accordo (anche se non impossibili da superare) provengono dall’interno, in particolare dai produttori di armi e dai costruttori di navi che riescono, grazie al loro peso economico ed ai contatti politici, ad esercitare forti pressioni. Molte compagnie navali russe, alcune delle quali appartengono alla </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Compagnia di Costruzioni Navali Unite</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, l’azienda di stato che avrà il compito di costruire le due navi francesi sotto licenza nel casi in cui l’accordo dovesse andare a buon fine, mettono in dubbio che l’acquisto della portaelicotteri francese sia un buon affare per Mosca e si dicono pronte e capaci a realizzarne una simile. Molte di queste stesse compagnie critiche verso l’accordo si sono rivolte al </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>servizio anti-monopolio russo</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> affinché questa investigasse sul caso Mistral per capire se non fosse stata violata la legislazione antimonopolistica russa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> probabile che uno dei motivi per cui la Russia ha recentemente deciso di indire un bando di gara aperto a competitori nazionali ed internazionali e di porre fine ai negoziati esclusivi con la Francia sia quello di mettere a tacere queste critiche, senza però perdere di vista la necessità di concludere l’affare con Parigi. Questo perchè a Mosca sono veramente pochi coloro che credono che attualmente i costruttori navali russi ed i produttori di armi in generale possano realizzare qualcosa anche solo lontanamente simile alla Mistral fancese. Anzi, certi grandi fallimenti (come ad esempio le difficoltà di collaudo dei nuovi missili intercontinentali </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Bulava</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con relativi fallimenti nei lanci di prova e l’affondamento del sottomarino </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Nerpa</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nel 2008 che ha causato la morte di 20 persone dell’equipaggio) hanno aperto gli occhi anche ai più ottimisti. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> probabile quindi che il bando di gara sia solo un </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>escamotage </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">per mettere a tacere le critiche provenienti da aziende nazionali con cui è meglio evitare lo scontro frontale. Anche perchè non è intenzione né tanto meno interesse di Mosca mettere in ginocchio e smantellare la propria industria militare; al contrario l’obiettivo è quello di aiutarla a rilanciarsi attraverso l’importazione di tecnologie straniere utili a permettere la riduzione di un </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>gap</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> tecnologico che al momento è abbastanza ampio mentre, allo stesso tempo, si cerca di sostenere i prodotti migliori e tecnologicamente più competitivi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se il processo di modernizzazione delle forze armate lanciato dalla Russia dovesse andare a buon fine, Mosca dovrebbe riuscire ad ottenere una serie di benefici militari, economici e geopolitici scaglionati nel tempo. Un buon esempio di quanto appena affermato viene sempre dal possibile acquisto delle 4 Mistral da cui la Russia punta ad ottenere diversi risultati, tra i quali:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">1. con la loro entrata in servizio Mosca otterrebbe fin da subito una rinnovata capacità di proiezione geopolitica sui mari e sui </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>rimlands</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> attraverso la distribuzione (questa pare essere al momento l’idea) di una nave a ciascuna Flotta (Baltico, Nord, Pacifico, Mar Nero). Questo permetterebbe di iniziare a colmare alcune delle lacune che affliggono la attempata marina russa;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2. con l’acquisizione della tecnologia (non dimentichiamo che l</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a Russia è interessata al</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la M</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">istral non solo o </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">non </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">principalmente per la sua capacità di assalto anfibio, ma per il suo valore come piattaforma di comando con elettronica avanzat</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> per la gestione della battaglia e delle operazioni militari </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>network-centric</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in mare</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) da parte dei costruttori russi che si occuperebbero delle 2 Mistral da realizzare sotto licenza la produzione nazionale sarebbe in grado di fare un passo in avanti in termini tecnologici che le permetterebbe di rispondere in modo più efficente alle necessità delle forze armate russe;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">3. la Russia, che vuole le Mistral complete dell’equipaggiamento di navigazione e della documentazione tecnica ma che intende equipaggiarla, almeno parzialmente, con armi ed elicotteri russi (nello specifico, gli efficientissimi </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ka-52 Alligator</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) mostra di essere interessata a sostenere, soldi alla mano, l’industria nazionale in grado di produrre eccellenza e, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>last but not least</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, posti di lavoro.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ora, affinchè quanto appena detto sui possibili benefici che l’acquisto della Mistral </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">può apportare si realizzi, è necessario che Mosca riesca a convincere Parigi ad accettare un trasferimento totale di tecnologia. I vertici politici e militari russi sono stati molto chiari: niente trasferimento di tecnologia niente affare! </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al fine di convincere la Francia a cedere su questo punto la Russia sta esercitando tutta una serie di pressioni: molti credono che l’aver messo fine alle discussioni esclusive con Parigi e l’aver indetto un bando di gara sia in realtà una forma di pressione per obbligare la Francia a cedere sul trasferimento di tecnologia. Inoltre, sempre come forma di pressione, la Russia tiene aperte le discussioni con Olanda, Spagna e Corea del Sud per l’acquisto di navi appartenenti alla stessa classe della Mistral. Come precedentemente detto, la Daewoo rappresenta il concorrente più temibile per la Mistral anche se, ed è bene tenerlo a mente, solo con l’acquisto delle Mistral e l’avvicinamento alla Francia la Russia può ottenere i dividendi geopolitici sperati sul continente europeo al fine di archiviare la guerra fredda ed essere considerata un interlocutore credibile e fondamentale per la sicurezza. Chiaramente l’acquisto Mistral non garantirebbe tali risultati in modo automatico ma sarebbe sicuramente un ottimo inizio. Al contrario, acquistando la Dokto le ricadute politiche sarebbero molto meno significative.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Oltre alle pressioni, che se diventano eccessive potrebbero rivelarsi anche controproducenti, la Russia dovrebbe impegnarsi in atti di diplomazia pubblica volti a sgomberare il campo da tutti quei pregiudizi tipici della guerra fredda che ancora oggi la penalizzano e che sono molto diffusi sul continente europeo, in particolare nell’Europa Orientale. Mosca deve proseguire sulla linea utilizzata dal Presidente Medveded volta a presentare l’accordo sulle Mistral come segno di buona volontà e cooperazione nei confronti della Russia poiché tale affermazione, come presto vedremo, ben si combina alla visione del Presidente francese Sarkozy. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Francia e le pressioni esterne</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In un certo senso la Francia si trova ad affrontare una situazione diametralmente opposta a quella dell&#8217;interlocutore russo: mentre a livello interno non sembrano esserci troppi ostacoli alla conclusione dell’accordo, sul fronte internazionale Parigi si trova a subire pressioni da parte di certi alleati che non vedono di buon occhio la vendita delle Mistral, soprattutto se equippaggiate con tutta la loro tecnologia. Estonia, Lettonia, Lituania e Georgia sono gli Stati che hanno pubblicamente espresso la propria opposizione al progetto poiché temono che la potenza militare della Mistral venga rivolta, prima o poi, contro di loro. Questi Stati hanno chiesto che l’accordo venga accantonato o, nel caso in cui vada in porto, che non avvenga alcun trasferimento di tecnologia militare e che si fornisca garanzie alla loro sicurezza nazionale, altrimenti si vedranno costretti a prendere misure volte ad autotutelarsi. Dal nostro personale punto di vista ci sembra che le preoccupazioni della Georgia trovino, in virtù delle relazioni altamente conflittuali con la Russia, un certo fondamento mentre è un po&#8217; più difficile comprendere e condividere la posizione dei tre Stati Baltici la cui indipendenza non sembra minimamente in pericolo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche se Estonia, Lituania e Lettonia hanno chiesto che si dibatta la questione in sede NATO per il momento sembra che l’Alleanza non sia disponibile, al punto che il Segretario generale della NATO, </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anders Fogh Rasmussen</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, ha più volte ribadito che la vendita della Mistral è una questione bilaterale tra Francia e Russia e si è detto sicuro del fatto che la Russia, un </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>partner</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> della NATO, non utilizzerà tali armamenti contro altri Paesi. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> chiaro che Rasmussen può tenere questa posizione molto accomodante perchè il membro più importante dell’Alleanza, vale a dire gli Stati Uniti d’America, non hanno formulato una politica lineare verso tale questione. Sebbene il segretario di stato Hillary Clinton e quello alla difesa Robert Gates abbiano espresso qualche dubbio in proposito (ma non opposizione) altri, come l’ambasciatore americano a Mosca John Beyrle, si sono detti favorevoli alla conclusione dell’accordo.  Lo stesso presidente USA Barack Obama nel marzo scorso aveva affermato che si sarebbe dovuto discutere della questione in sede NATO per capirne gli effetti sulla stabilità europea ma poi, e questo non ci sembra casuale, non se ne fece nulla. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> probabile che in questo momento gli USA stiano facendo buon viso a cattivo gioco: chiaramente il fatto che due tra gli Stati europei più importanti discutano di armi e sicurezza scavalcando Washington non è certo cosa gradita, ma il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>reset</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> delle relazioni USA-Russia impone che si adotti una linea prudente. Inoltre non bisogna dimenticare che gli USA hanno una presenza geopolitica in Europa ben radicata e se dopo l’ipotetica conclusione dell’affare Mistral si vorrà discutere di sicurezza nel vecchio continente nessuno potra esimersi dall’ascoltare il punto di vista e le necessità nordamericane in materia. Per il momento comunque la più grande preoccupazione di Washington non è la vendita delle 4 portaelicotteri francesi alla Russia bensì il comportamento degli alleati orientali: gli USA non possono disinteressarsi totalmente delle loro preoccupazioni poiché potrebbero averne un danno in termini di credibilità e innescare processi politici difficili da controllare che potrebbero richiedere un impegno maggiore di Washington in Europa Orientale, in un momento non facile per la diplomazia americana e soprattutto per le casse statali.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I motivi che spingono la Francia ad appoggiare la vendita delle Mistral alla Russia sono molteplici, qui riportiamo quelle che a noi sembrano essere i più importanti: </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">1. non è un segreto il fatto che Parigi aspiri a mantenere ed ampliare la propria centralità nella politica europea e cerchi di evitare di essere messa in ombra dal dinamismo di Berlino che da molti anni a questa parte sembra aver incrinato il mito dell’asse franco-tedesco come motore dell’integrazione europea. Vendendo le portaelicotteri Mistral a Mosca la Francia mette sul tavolo una delle sue carti vincenti in grado di mettere in ombra la stessa Germania, vale a dire la produzione di armi d’eccellenza, al fine di evitare che sia solo Berlino a guidare il processo di riappacificazione con la Russia. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in quest’ottica che devono essere lette le parole del presidente Sarzoky quando più volte ha ribadito che non si può chiedere a Mosca la sua collaborazione su temi caldi quali l’Afghanistan ed il programma nucleare iraniano e poi rifiutarle la vendita della Mistral perchè si dubita delle sue intenzioni, se la Russia è un alleato va trattato come tale. Si tratta chiaramente di un messaggio importante che potrebbe avere un effetto </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>boomerang</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> dirompente sulla credibilità francese se l’accordo dovesse fallire perchè Parigi rifiuta il trasferimento di tecnologie come chiesto dall’alleato russo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2. secondo le statistiche del SIPRI, la Francia è il quarto esportatore mondiale di armi ed è uno dei pochi Paesi al mondo in grado di offrire tutto ciò che serve per garantire la sicurezza nazionale dello Stato acquirente. La vendita di armi è chiaramente un affare molto remunerativo che permette a Parigi di incassare svariati miliardi di euro all’anno. Ora, come ha giustamente fatto notare </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Jean-Pierre Maulny, dir</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ettore aggiunto</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> de</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">l</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">l&#8217;</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Institut de relations internationales et stratégiques</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (Iris)</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, le esportazioni francesi di armi sono cresciute ma il mercato mondiale è cresciuto ancor più velocemente e ciò significa che Parigi stà perdendo terreno! </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> chiaro dunque che la vendita delle Mistral permetterebbe alla Francia di recuperare;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">3. la crisi economica e finanziaria ha colpito duro anche in Francia e, al pari di molti altri Paesi, la ripresa sembra molto più lenta di quanto ci si attendesse. Buona parte della classe politica francese, presidente Sarkozy in testa, vede nella costruzione di 2 delle 4 Mistral oggetto delle trattative un utile stimolo al rilancio della produzione nazionale ed un messaggio di speranza per i lavoratori dei cantieri navali di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Saint Nazaire</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e per le loro famiglie.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche dal lato francese, al pari di quello russo, tutti questi importanti risultati verranno conseguiti se e solo se Parigi accetterà un trasferimento di tecnologia connesso alla vendita delle Mistral. La questione è alquanto delicata perchè le pressioni su Parigi sono molte. Si consideri, per esempio, ciò che accadde all’inizio dell’anno: dopo la visita nelle capitali delle tre Repubbliche baltiche del ministro francese per gli affari europei Pierre Lellouche al fine di calmare le preoccupazioni nate attorno all’affaire Mistral, la Lituania emise un comunicato in cui si affermava che il ministro aveva dato garanzie sul fatto che la portaelicotteri francese sarebbe stata venduta alla Russia priva di tecnologia militare, quasi si trattasse di una nave civile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se l’accordo per l’acquisto delle 4 navi Mistral (secondo lo schema 2+2) andasse in porto entrambi i Paesi ne trarrebbero, come abbiamo cercato di mostrare, innegabili vantaggi economici, politici e geopolitici. Le difficoltà chiaramente non mancano e potrebbero far deragliare i negoziati: in particolare, come abbiamo visto, la questione del trasferimento di tecnologia è al centro degli incontri bilaterali. Essa ha un significato eminentemente politico e come tale necessita di una soluzione politica. In particolare ci sembra che la Francia, la quale ha volontariamente scelto di cimentarsi in tale contrattazione con Mosca, debba avere il coraggio, seppur condito da tutta la diplomazia ed il tatto di cui Parigi è capace verso gli altri membri NATO, di dar seguito alle proprie dichiarazioni secondo cui se la Russia è un alleato va trattata come tale e di conseguenza, pensiamo noi, il trasferimento di tecnologia militare cosidetta ‘sensibile’ non dovrebbe costituire un problema. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poichè in ballo non vi sono solo 4 portaelicotteri ma anche e soprattutto le geometrie che giacciono alla base degli equilibri europei è doveroso che entrambi i Paesi facciano tutto il possibile per facilitare un esito positivo dei negoziati. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong>* Alessio Bini, dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna), collabora con “Eurasia”</strong></em></span></strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong> </strong></em></span></span></span></p>
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		<title>Malvinas, petrolio e la diplomazia del potere</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 08:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei miei interventi sull’Argentina e sulle ipotesi di conflitto ho sollevato la questione  della difesa delle risorse naturali strategiche come prioritá della politica statale, dinanzi a uno scenario internazionale che, in maniera crescente, punta alla lotta per la loro conquista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5742/malvinas-petrolio-e-la-diplomazia-del-potere" title="Malvinas, petrolio e la diplomazia del potere"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/malvinas.1m7nw5p0l7i8ws8k884g4sw4o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="51" alt="Malvinas, petrolio e la diplomazia del potere" ></div></a><p><font size="3">Nei miei interventi sull’Argentina e sulle ipotesi di conflitto ho sollevato la questione  della difesa delle risorse naturali strategiche come prioritá della politica statale, dinanzi a uno scenario internazionale che, in maniera crescente, punta alla lotta per la loro conquista.</p>
<p>Lascio intravedere l’importanza del riarmo, non nel senso in cui lo conosciamo (o crediamo di conoscerlo, o in cui esso si relaziona alla corsa agli armamenti, o allo scontro, etc.) bensì nel senso di una modernizzazione dell’apparato difensivo, intendendo per esso non solo il braccio armato della politica estera  (le FF.AA.), ma anche l’educazione, la salute, le reti di trasporto e logistiche, i servizi sanitari e la difesa civile, etc., cioè tutti gli elementi che costituiscono nel loro insieme la Difesa nazionale.</p>
<p>A questo punto un comune cittadino potrebbe domandarsi qual è l’importanza degli arcipelaghi dell’Atlantico del sud per cui l’Argentina e la Gran Bretagna si scontrano. La questione è che non si tratta di semplici isole rocciose prive di risorse e d’importanza strategica, al contrario, oltre alle risorse che in seguito citerò, esse vanno necessariamente inserite in un contesto  nel quale il Sudamerica come regione acquisisce, con il passare del tempo, sempre più importanza nel contesto internazionale. Come ho già detto in altri articoli, la sub- regione sudamericana possiede innumerevoli riserve naturali strategiche di enorme importanza per lo sviluppo umano, da ogni punto di vista, a cominciare dalla risorsa più importante per la vita: l’acqua dolce, che è ció che fa di questa regione una regione che nel XXI secolo sarà tra i principali artefici delle questioni mondiali dal momento in cui la scarsità di questa risorsa aggraverà<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Questa importanza si nota quando si analizza la politica nordamericana, iraniana e quella di altre potenze in relazione alla nostra regione, dato che è evidente una corsa a esplorare e a guadagnare terreno e sostegno. Cosí mentre gli Stati Uniti mantengono una presenza diretta (militare) in diversi paesi della regione a cominciare dalla Colombia, l’Iran cerca di allearsi con il Venezuela di Chavez e i suoi alleati per mezzo di accordi energetici e commerciali, la Cina fa lo stesso servendosi di accordi tecnologici e Israele anche, come nel caso, tra gli altri, dei recenti accordi con la Colombia per la produzione di tecnologia militare.</p>
<p>Però come si colloca la questione Malvinas in questo contesto? In primo luogo una delle cose più ovvie che possono venire in mente è che questi arcipelaghi, geograficamente parlando, sono parte integrante del cono sud americano. Non è un dato minore né di scarsa importanza allorquando la regione cerca di integrarsi per elaborare politiche comuni dati che queste politiche includono nella loro agenda la questione Malvinas, esattamente com’è avvenuto per l’accordo tra Colombia e Stati Uniti per le basi, che ha indotto la conferenza dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) a Bariloche.</p>
<p>Dall’altro lato la questione acquisisce importanza nel momento in cui il mondo vada incontro a conflitti sempre maggiori a causa della scarsità di risorse. Si è parlato molto delle risorse delle Malvinas ma ben poco è stato fatto, anche da parte britannica, fino a questi ultimi giorni durante i quali entrambi i paesi hanno riaperto le ostilità a causa dell’imminente sfruttamento petrolifero nella piattaforma marittima argentina (a nord delle Malvinas) per opera dell’impresa britannica <em>Desire Petroleum, </em>che già conta su un investimento di 135 milioni di dollari e, nel prossimo futuro, per mano delle compagnie Falkland Oil &amp; Gas, Rockhopper e Borders &amp; Southern Petroleum.</p>
<p>Così mentre ci sono elementi che affermano che nelle isole vi siano circa 18.000 milioni di barili di petrolio<a href="#_ftn2">[2]</a>, dall’altro lato è possibile affermare che, a causa della scarsa esplorazione e sfruttamento britannico, per ora l’importanza delle isole  per il Regno Unito risiede unicamente nel rafforzamento  della sovranità sulle isole e sulla regione dell’Atlantico del sud, come accesso e base d’appoggio per future spedizioni antartiche e come fonte di potere diplomatico una volta giunta l’ora di negoziare nell’arena internazionale, dato che sono le vittorie diplomatiche che garantiscono le maggiori possibilità di raggiungere altri obiettivi diplomatici.</p>
<p>Il quotidiano inglese The Guardian aveva pubblicato notizie relative  alla scoperta di importanti giacimenti petroliferi nelle isole e sulle ripercussioni economiche per gli isolani, la cui popolazione non supera i 3.000 abitanti, che già godono di uno tra i redditi pro capite più alti del pianeta, dovuti agli introiti delle attività legate alla pesca<a href="#_ftn3">[3]</a> .</p>
<p>È importante dire quanto è allarmante la situazione per l’Argentina, tenendo conto dell’importanza del petrolio nel mondo ricordando che il presidente Néstor  Kirchner ha annullato il trattato sulle concessioni nelle esplorazioni di ricerca di questa risorsa nelle isole, che opportunamente avevano firmato Argentina e Gran Bretagna.</p>
<p>Nel caso delle Malvinas la vittoria britannica consiste nel non lasciare spazio all’inizio di trattative diplomatiche e nel mantenere, in questo modo, la sovranitá sulle isole, la ragione che avanzano in loro sostegno é la libera detereminazione degli isolani di appartenere alla corona, con il loro status politico di Territorio di Oltremare, con tutti gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino britannico.</p>
<p>Questi interessi (di mantenimento della sovranitá e del potere) sono dimostrati dal crescente aumento del potere militare britannico nelle Malvinas che, nonostante alcuni puntuali dietrofront nell’invio di navi cresce nel tempo, tanto da inviare alla base di Mount Pleasant, alla fine del 2009, i moderni Eurofighter Typhoon per rimpiazzare i vecchi Panavia Tornado F3, con il solo obiettivo di “intercettare una possibile incursione argentina”<a href="#_ftn4">[4]</a>. Questo é qualcosa che difficilmente si verificherá. Va sottilineato che questa é la prima volta che questo aereo effettua una missione transoceanica di difesa.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Global Trends  2025.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> 3.500 milioni secondo <em>Desire Petroleum PLC</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> http://www.infobae.com/mundo/429078-100897-0-Revelan-que-hablar%EDa-una-reserva-millionaria-petr%F3leo-las-Islas-Malvinas</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> http://www.janes.com/news/defence/jdw/jdw090930_1_n.shtml</p>
<p><em><strong>* </strong></em><strong><em>Matías</em></strong><em><strong></strong><strong> Magnasco è docente del Master in Relazioni internazionali   dell’Università Internazionale Tres Fronteras, direttore   dell’Osservatorio Guyana e Suriname del Centro Argentino di Studi   Internazionali, membro del Centro Aeronautico di Studi Strategici della   Forza Aerea argentina. E&#8217; un frequente contributore di Eurasia.</strong><br />
</em>  </p>
<p>Traduzione dallo spagnolo a cura di Ilaria Poerio</font></p>
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		<title>Il Corno d’Africa tra endemica instabilità e terrorismo internazionale</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 08:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[corno d'africa]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Gibuti]]></category>
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		<description><![CDATA[In una delle più povere ed instabili regioni del pianeta si intersecano oggi tre livelli di scontro - una forte conflittualità interna, guerre regionali ed interstatali e un terrorismo islamista in feroce crescita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5723/il-corno-d%e2%80%99africa-tra-endemica-instabilita-e-terrorismo-internazionale" title="Il Corno d’Africa tra endemica instabilità e terrorismo internazionale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/eritrea1.7g7rg53dtw080g4k8owssgg4k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Il Corno d’Africa tra endemica instabilità e terrorismo internazionale" ></div></a><p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Il Corno d’Africa è una delle aree del mondo su cui, in virtù di un’importanza geostrategica forse addirittura maggiore rispetto ad altri noti scenari di crisi, sono oggi più attentamente puntati i riflettori dell’intera comunità internazionale. Nella regione, tra le più povere ed instabili del pianeta, si intersecano, infatti, tre livelli di scontro &#8211; una forte conflittualità interna, guerre regionali ed interstatali e un terrorismo islamista in feroce crescita – che, alimentandosi uno con l’altro, rischiano di condannare il Corno d’Africa ad un futuro sempre più buio e di minacciare gravemente la sicurezza e la stabilità internazionali.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Il recente conflitto tra Eritrea e Gibuti</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Un allarmante focolaio di crisi si è aperto nel marzo del 2008 nella zona confinaria tra Eritrea e Gibuti, a causa di azioni militari di Asmara nell’area di Ras Doumeira e nell’isola di Doumeira volte, ufficialmente, alla cattura di disertori. Il territorio occupato e conteso, formalmente neutralizzato, si trova lungo una contestata linea di frontiera risalente ad accordi siglati tra Italia e Francia nel 1901 e rappresenta, dunque, ancora oggi, una pesante eredità coloniale.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Tale contenzioso confinario si inserisce, tuttavia, in un più ampio scenario di tensione. Il Gibuti è, infatti, la principale via al mare per l’Etiopia, l’arci-nemica dell’Eritrea, e Ras Doumeira si trova in un fazzoletto di mare altamente strategico per i traffici internazionali, in quanto è l’imprescindibile rotta di transito per i commerci tra il Golfo di Aden ed il Mar Rosso. Se, dunque, Asmara ottenesse il controllo sull’area accrescerebbe notevolmente la propria rilevanza nello scacchiere regionale ed il proprio potere negoziale, soprattutto nei confronti di Addis Abeba, con cui guerreggia quasi ininterrottamente dal 1961 e a cui imputa il mancato riconoscimento delle linee di demarcazione fissate dagli Accordi di Algeri del 2000 nonché il mantenimento di truppe nel proprio territorio. Asmara sta altresì sostenendo l’organizzazione secessionista etiopica <em>Oromo Liberation Front</em>, accusata da Addis Abeba di essere di natura terroristica e di intrattenere legami con Al–Qaeda. Alcuni militanti dell’OLF, arrestati in Somalia, confermarono di aver vissuto per un determinato periodo in Yemen, mentre altri ammisero di essere stati dispiegati ed addestrati proprio dall’Eritrea. Inoltre, se l’Etiopia si erge a maggior sostenitrice del governo federale di transizione di Mogadiscio, in cui difesa è intervenuta militarmente nel 2006, l’Eritrea ha, al contrario, svolto per molto tempo un importante ruolo di destabilizzazione nel conflitto interno in Somalia, fornendo – secondo i rapporti ONU in merito &#8211; appoggio politico, diplomatico, militare e finanziario ai gruppi di opposizione armata somali. La Somalia, senza un governo centrale autorevole da circa vent’anni e a tutti gli effetti un <em>failed state,</em> è insomma di fatto utilizzata dall’Eritrea come teatro di scontro con l’Etiopia.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Il rischio – reale &#8211; che il Corno d’Africa diventasse una nuova polveriera e le minacce che un’escalation del conflitto Eritrea – Gibuti avrebbe posto alla pace internazionale hanno indotto l’ONU ad intervenire. Dopo il mancato rispetto di Asmara della Risoluzione 1862 (adottata all’unanimità nel novembre 2009) invocante il ritiro delle parti allo <em>status quo ante, </em>il 23 dicembre 2009, su pressioni dell’U.A. e dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo<a href="#_ftn1">[1]</a>, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, <em>ex</em> capitolo 7 dello Statuto, ha imposto, nonostante la pesante astensione di Pechino, un pacchetto di sanzioni all’Eritrea. Considerata ingiusta da Asmara, la Risoluzione 1907 (sostanzialmente un embargo militare e il congelamento dei beni degli alti responsabili politici e militari) è riuscita tuttavia a sbloccare la situazione. Grazie alla mediazione del Qatar, nella cui leadership sia Asmara che Gibuti confidano, nel giugno 2010 è stata ratificata un’intesa con la quale le due parti si impegnano a raggiungere un accordo negoziato; esse attribuiscono, inoltre, a Doha il compito di formare un Comitato che possa facilitare la demarcazione della frontiera e controllarne l’implementazione. Infine, nell’attesa di un accordo definitivo, al Qatar è demandato il dispiegamento di un gruppo di osservatori militari<a href="#_ftn2">[2]</a> con funzioni di <em>peacekeeping. </em></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>La posizione iraniana</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Supposizioni non confermate da dichiarazioni ufficiali vorrebbero che il Qatar fosse, in realtà, la <em>longa manus </em>di Tehran nel Corno d’Africa. Il regime degli <em>ayatollah </em>attribuisce, in effetti, da tempo un peso rilevante all’Africa nell’ambito della propria politica estera e mantiene risaputi ottimi rapporti con Doha. Lo stesso Ahmadinejad ha più volte sostenuto che <em>“non ci sono limiti all’espansione dei (nostri) legami con i paesi africani</em>”, come del resto testimoniano i numero</span><span style="font-size: medium">si accordi diplomatici, commerciali e di difesa e le frequenti visite ad alto livello conclusi con diversi Stati del continente nero. Nonostante le differenze settarie (l’Iran è sciita, mentre in gran parte dei paesi africani prevale un Islam sunnita caratterizzato da tratti sincretici con il Cristianesimo e l’Animismo e spesso intriso di mistica <em>sufi</em>), Tehran fa leva proprio sulla fratellanza musulmana ed offre aiuti e petrolio a quei governi ancora deboli e docili di cui spera di ottenere il supporto diplomatico al proprio contestato programma nucleare. La tematica religiosa appare, ad ogni modo, più che altro una copertura al vero obiettivo iraniano di esercitare un’influenza militare in una zona così altamente strategica e di indebolire ulteriormente Israele, i cui rapporti con gli stati africani si stanno progressivamente deteriorando, salvo rare eccezioni, quale quella rappresentata dall’Etiopia.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">L’Iran è, effettivamente, uno dei pochi Stati ad avere buone relazioni sia con il Gibuti che con l’Eritrea, mentre i legami con il vicino Sudan rientrano all’interno di una più vasta alleanza regionale filo-iraniana comprendente la Siria, il Qatar, Hezbollah e Hamas. Dopo che il ministro degli esteri Mottaki palesò, nel novembre 2008, alla leadership di Gibuti la propria disponibilità ad aiutare le due parti nella risoluzione della controversia, fu proprio il governo di Asmara a rivolgersi, nel dicembre 2009, a Tehran per assicurarsene l’appoggio. Benché il Gibuti ospiti attualmente una base americana, la Repubblica Islamica è ben conscia dell’esistenza di un terreno fertile per una collaborazione ancora più profonda, una consapevolezza, questa, cementificata dall’aperto sostegno dato da Gibuti alle sue ambizioni nucleari. Dal fronte eritreo si registra, nel contempo, un progressivo allineamento a Tehran:  le ripetute violazioni dei diritti umani commesse da Asmara hanno causato un deciso inasprimento dei rapporti con la gran parte dei paesi africani e occidentali ed il conseguente anelito a rompere l’isolamento diplomatico, ricercando quei partner come il Sudan, la Libia, gli islamisti somali e l’Iran meno sensibili alle tematiche umanitarie e ai moniti della comunità internazionale. L’Iran, da sempre favorevole ad aiutare i governi più diffidenti nei confronti dell’Occidente (nel novembre 2009 il regime di Asmara definì gli USA come propri <em>“nemici storici”</em>), ha, infatti, più volte invitato le proprie imprese ad investire in Eritrea, che pare abbia garantito a Tehran il controllo totale sul porto di Assab nel Mar Rosso.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">D’altro canto i legami di Tehran con il Qatar appaiono sempre più stretti, anche in considerazione di comuni radici culturali. Benché intrattenga buone relazioni con gli USA, al cui ombrello demanda ancora la propria sicurezza, Doha ha, infatti, recentemente sostenuto il diritto iraniano all’uso pacifico del nucleare, smarcandosi così nettamente dalla più rigida posizione di Washington e dell’ONU, e mantiene con il regime degli <em>ayatollah </em>rapporti di cooperazione in ambito economico, politico, militare ed energetico. Nel gennaio del 2009 Iran, Qatar e Russia hanno, ad esempio, ufficializzato una <em>gas troika </em>per coordinare l’esportazione del gas, mentre nei prossimi mesi Doha e Tehran dovrebbero siglare un accordo per stabilire la linea di demarcazione della riserva di gas naturale di North Field/South Pars, che i due paesi condividono. Inoltre, l’accordo di cooperazione in materia di difesa del febbraio 2010 manifesta l’importanza strategica che l’Iran attribuisce al Qatar e la rilevanza dell’emirato nel più ampio progetto di Tehran di svolgere un ruolo chiave nel mantenimento della sicurezza e della stabilità nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz. Un rafforzamento dei rapporti tra Iran e Qatar permetterebbe, dunque, da un lato a Tehran di perseguire l’intento di ridurre le tensioni con gli stati del Golfo e, allo stesso tempo, di indebolire una roccaforte statunitense nell’area; dall’altro consentirebbe a Doha di scongiurare eventuali future pretese iraniane sulla propria porzione di riserve di gas, da cui peraltro dipende la prosperità del paese, e di evitare problemi all’interno della numerosa comunità sciita (circa il 30% del totale). Il dubbio, dunque, che il Qatar sia la testa di ponte iraniana nel Corno d’Africa non è certo fuorviante né fantasioso.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Il terrorismo somalo e i legami con lo Yemen</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Soprattutto dopo il fallito attentato sul volo Amsterdam – Detroit del Natale 2009 ad opera di un 23enne nigeriano affiliato ad Al–Qaeda addestratosi nello Yemen,  il  Corno d’Africa ed i suoi legami con il gruppo terroristico facente capo a Osama Bin Laden hanno nuovamente attirato la preoccupazione internazionale.  È, infatti, soprattutto in Somalia e in Yemen che pare, ad oggi, essere principalmente localizzato il problema terroristico, tanto che un rapporto del Comitato degli Affari Esteri del Senato americano del gennaio 2010 descrive un inquietante quadro in cui la Somalia rivestirebbe per lo Yemen il ruolo che il Pakistan assume per l’Afghanistan.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">La Somalia vive da circa vent’anni in una situazione estremamente drammatica che la rende uno dei paesi più vulnerabili al terrorismo internazionale. Senza un governo centrale credibile, sono i gruppi Al–Shabaab (dall’arabo <em>la gioventù),</em> eredi delle Corti Islamiche<a href="#_ftn1">[3]</a>, a controllare porzioni sempre più vaste del territorio, soprattutto nel sud del paese, compresi i porti di Merka e Kismayo, dove sono particolarmente numerose le attività piratesche, parte dei cui proventi viene utilizzata proprio per finanziare le attività dell’organizzazione. Potendo spesso beneficiare della connivenza dei baroni locali, Al- Shabaab conduce dal 2006 operazioni terroristiche ai danni del governo federale di Mogadiscio (l’ultimo attentato è stato compiuto proprio martedì scorso, 24 agosto) e delle truppe governative appoggiate dai <em>peacekeepers</em> dell’Unione Africana (AMISOM). Proclamatosi allineato con Al–Qaeda dal 2007, Al–Shabaab annovera tra le proprie fila soprattutto giovani perlopiù ventenni, poco istruiti, spesso con trascorsi criminali ed opera frequentemente dei reclutamenti forzati nelle aree più povere del paese, ma può contare anche su centinaia di combattenti volontari provenienti dall’estero (Afghanistan, Pakistan, la regione del Golfo e alcune nazioni occidentali come gli USA e la Gran Bretagna). Il successo dei proselitismi non pare nascere, tuttavia, tanto da una convinta adesione al progetto ideologico di <em>jihad</em> islamico, quanto da un notevole spessore politico e da una chiara agenda “nazionale”, che la accredita come unico movimento sovra-clanico dalla forte impronta nazionalista, nonché dalla profonda crisi umanitaria e sociale in cui versa la popolazione. In molte aree, infatti, Al–Shabaab è l’unica a fornire i basilari servizi sociali e giuridici ma è consapevole che potrebbe perdere consensi in modo celere  e dunque ora adotta anche dei mezzi pragmatici per estendere il proprio potere nel paese. Usando delle strategie <em>politiche</em> per indurre i clan locali alla collaborazione, abile nell’adattarsi alle diverse specificità locali e forte di una propaganda spiccatamente populista, Al–Shabaab riesce, pertanto, a modulare il suo atteggiamento radicale per insinuarsi con successo nei sistemi locali di potere.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">La crescita della forza – e dunque della pericolosità &#8211; di Al–Shabaab è testimoniata anche dalla recente internazionalizzazione delle azioni terroristiche: è stata, infatti, proprio una cellula somala a rivendicare i due attentati in Uganda del luglio 2010, mentre i leader hanno annunciato di essere pronti ad aiutare i <em>“fratelli”</em> yemeniti. Lo Yemen è, in effetti, la base di addestramento e di reclutamento dei gruppi di Al-Qaeda della Penisola Arabica (AQAP) e il principale luogo di rifugio e di transito per centinaia di giovani somali in fuga dalla guerra, dalla fame e dai reclutamenti forzati di Al-Shabaab. I numerosi campi profughi disseminati nel martoriato territorio yemenita sono, insomma, un fertile terreno di conquista per gli affiliati di Al-Shabaab, che vi si possono infiltrare con facilità, suggellando i legami con i leader di AQAP. Ponte ideale tra l’area afghana e pakistana e il Corno d’Africa, da cui si estendono – attraverso la Somalia &#8211; le ramificazioni verso l’intero continente nero, lo Yemen si trova, dunque, in una posizione di notevole rilevanza strategica per i gruppi terroristici. L’obiettivo di AQAP è, infatti, quello di ampliare il proprio controllo su tutta l’area comprendente il Golfo di Aden, il Mar Rosso e, soprattutto, lo stretto di Bab el Mandeb. Quest’ultimo è una fascia di 30 km che separa lo Yemen dal Gibuti e rappresenta il corridoio ideale per stabilire una comunicazione sicura tra i nuclei della penisola arabica e quelli africani e per realizzare, così, una proficua saldatura con Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), operante ormai anche in Mauritania, Mali e Niger.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">L’estrema povertà, la drammatica situazione interna e la grande disponibilità di armi hanno, di fatto, reso lo Yemen l’ultimo santuario di Al-Qaeda, capace di ottenere un grande sostegno dalla popolazione, profondamente ostile ad un governo centrale inadeguato e troppo legato agli USA. AQAP sta, in effetti, traendo beneficio dalla disarmante debolezza di Sanaa, sempre più inetta a controllare un territorio lacerato da lotte intestine. Se, infatti, il sud del paese ospita le principali roccaforti di Al-Qaeda, la zona montuosa settentrionale è occupata dai ribelli sciiti Al-Houthi, che si battono per il riconoscimento di una maggiore autonomia e di un ruolo più incisivo dello sciismo zayadita all’interno della compagine statale. Modellato sull’Hezbollah libanese, Al-Houthi pare riceva ingenti finanziamenti da Tehran, le cui guardie rivoluzionarie (i <em>pasdaran</em>) sono accusate di fornire addestramento ed armi ai ribelli nell’intento di trasformarli in una copia locale del <em>Partito di Dio. </em>Benché l’Iran neghi categoricamente ogni coinvolgimento in merito, riaffermando con forza l’esistenza di <em>“legami fraterni</em>” con Sanaa, sarebbe sostanzialmente impossibile per Al-Houthi operare senza un sostegno esterno, anche perché probabilmente l’Arabia Saudita sta offrendo ospitalità all’esercito yemenita per attaccare i ribelli dal nord.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Conclusioni</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Il drammatico quadro delineato fotografa l’esistenza di un complesso intreccio tra povertà estrema, instabilità politica e terrorismo, suscettibile di far precipitare il Corno d’Africa in un baratro senza via d’uscita. Il nefasto connubio di ragioni storiche, politiche ed economiche impone, così, come <em>conditio sine qua non </em>per ogni –difficile- tentativo di<em> </em>stabilizzazione e pacificazione dell’area un impegno costruttivo dell’intera regione e un approccio globale a tutti i conflitti, affinché si affermino i fondamentali principi di buon vicinato, non interferenza e cooperazione regionale.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Se, da un lato, l’aperto sostegno dell’Occidente e degli USA al governo di transizione somalo potrebbe isolarlo ulteriormente e rafforzare la cooperazione tra i gruppi estremisti, il Segretario dell’ONU Ban Ki Moon rileva come Asmara stia compiendo al riguardo apprezzabili passi in avanti. L’Eritrea sta, infatti, lentamente cambiando la propria politica precedente: ha firmato la dichiarazione di Istanbul sulla Somalia, del cui governo non nega più la legittimità, e si sta impegnando in un dialogo costruttivo con i paesi vicini e la comunità internazionale. Il pericolo però che Al-Shabaab riesca ad infiltrarsi anche in Gibuti e a sviluppare un’intensa collaborazione con i vari gruppi di Al-Qaeda rappresenta una minaccia con portata non più solo regionale, ma internazionale e fa temere per la stabilità interna degli Stati più geograficamente prossimi.</span></p>
<p style="text-align: justify"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: medium"><em>* Valentina Francescon è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Trieste)</em></span></span></strong></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Igad: l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo, costituita dai sei stati del Corno d’Africa (<a title="Somalia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Somalia">Somalia</a>, <a title="Eritrea" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eritrea">Eritrea</a>, <a title="Etiopia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Etiopia">Etiopia</a>, <a title="Kenya" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kenya">Kenya</a>, <a title="Sudan" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sudan">Sudan</a> <a title="Uganda" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Uganda">Uganda</a> e <a title="Gibuti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gibuti">Gibuti</a>), volta al perseguimento dei seguenti obiettivi: 1. sicurezza alimentare e protezione ambientale; 2. prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti;3. affari umanitari e sviluppo infrastrutturale.<br />
<a href="#_ftnref2">[2]</a> Si tratta di ufficiali in servizio permanente messi a disposizione delle Organizzazioni Internazionali per un impiego temporaneo nelle aree di crisi ove è necessario controllare gli accordi stipulati tra le parti contendenti in merito al cessate-il-fuoco, alla salvaguardia delle integrità delle zone di interposizione, all&#8217;evacuazione di profughi e/o feriti, al controllo degli armamenti e della situazione generale.<br />
<a href="#_ftnref1">[3]</a> L’Unione delle Corti Islamiche era la coalizione antigovernativa legata al terrorismo islamista internazionale che nel 2006 conquistò gran parte della Somalia, inclusa la capitale Mogadiscio. Fu sconfitta militarmente dai soldati inviati alla fine del 2006 dall’Etiopia in difesa del governo somalo di transizione in procinto di soccombere. L’ala più giovane delle UCI, che continuò a combattere, si è presto riorganizzata nei gruppi armati ora noti con il nome di Al-Shabaab.</p>
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		<title>Obama e la bufera delle elezioni di mid-term</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 19:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
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		<description><![CDATA[I più recenti sondaggi pubblicati sul New York Times vedono un Obama in netta caduta, sia in termini di popolarità che di consensi. Brutta storia se si pensa che le elezioni di mid-term sono prossime e che i Democrats stanno cercando in ogni modo di dare vita a una campagna elettorale efficace.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5719/obama-e-la-bufera-delle-elezioni-di-mid-term" title="Obama e la bufera delle elezioni di mid-term"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zobama1.3psfo8o4m06cw0socos4goog4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="88" alt="Obama e la bufera delle elezioni di mid-term" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">I più recenti sondaggi pubblicati sul <em>New York Times</em> vedono un Obama in netta caduta, sia in termini di popolarità che di consensi. Brutta storia se si pensa che le elezioni di <em>mid-term </em>sono prossime e che i <em>Democrats</em> stanno cercando in ogni modo di dare vita a una campagna elettorale efficace.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Secondo l’eminente testata il partito democratico potrebbe perdere, al Senato, fra i 6 e i 7 seggi: stando ai dati elaborati dal <em>FiveThirtyEight forecasting model</em> il gruppo del presidente avrebbe approssimativamente il 20% di possibilità di perdere 10 o più posti nella Camera Alta, cosa che costerebbe ai democratici il controllo della stessa. Le statistiche prevedono l’11% di possibilità di perdere 9 seggi, così da scendere a soli 50 voti favorevoli e renderli molto vulnerabili. La media delle oltre 100 mila proiezioni ha dato come risultato di 6,5 seggi in meno al Senato. Il 2 novembre è sempre più prossimo e recuperare un 5% di perdite di consensi, visto anche il fatto che non vi sono più molti indecisi dell’ultimo minuto, sembra poco plausibile.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>Le proiezioni</strong></span> <span>si basano su un modello statistico che mette a paragone gli attuali consensi politici nonché i dati demografici, con quelli dei passati sei cicli di elezioni. L’attendibilità?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I risultati che sono stati proposti mostrano come, in tempi recenti, un candidato al Senato che fosse in vantaggio di 7 punti a 10 settimane dal voto, abbia poi vinto circa l’80% delle volte; altrimenti, un candidato con ben 12 punti di vantaggio è stato rilevato vincente il 95% delle volte. Il modello, dunque, risulta molto attendibile considerando anche che, nel 2008 ha previsto correttamente i risultati di tutte e 35 le elezioni della Camera Alta. Inoltre, ad ogni nuova elezione il modello viene ricalibrato, affinché ‘impari’ a calcolare anche il grado di approssimazione con cui effettua le previsioni e si migliori.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli Stati in cui è quasi certa la sconfitta sarebbero: North Dakota, Arkansas, Indiana e Delaware. Intanto, però, l’ombra di John McCain riappare alle spalle di Obama, poiché il senatore repubblicano ha vinto le primarie del suo partito in Arizona e si appresta a presentarsi per il rinnovo del Senato. A fronte del vertiginoso calo di consensi che sta sperimentando il presidente nordamericano, c’è da chiedersi se questa non sia una nuova nota dolente.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>A cosa può essere dovuto tale calo?</strong></span> <span>Nelle ultime settimane si sono susseguiti diversi avvenimenti rilevanti per la politica statunitense. </span><span><em>In primis</em></span><span>, il famoso </span><span><em>Financial Bill</em></span><span>: grande riforma del sistema economico e bancario statunitense che avrebbe dovuto dare una spinta rinvigorente ai conti del Paese, ma anche aiutare quelli dei cittadini. Ebbene, nel momento in cui, per la prima volta dopo le sue elezioni, Obama si trova ai minimi storici di popolarità, arriva la notizia che la banche avrebbero ancora un ampio margine per continuare a speculare. In effetti, la riforma finanziaria prevede che gli istituti di credito non possano rischiare capitali propri, ma questo non impedisce loro di utilizzare fondi dei clienti per fare investimenti ad alto rischio.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La consulente finanziaria Janet Tavakoli ha commentato dicendo: “Puoi usare l’attività del cliente come copertura praticamente per qualsiasi cosa” – e ha continuato – “ecco un aspetto in cui il <em>Financial Bill</em> non agisce”. Dal canto suo, il presidente ha riunito il suo <em>team</em> per continuare a discutere dell’economia del Paese: dal luogo di villeggiatura Obama fa sapere che si stanno tracciando nuovi interessanti progetti, quali quello di consentire finanziamenti sia pubblici che privati per favorire progetti di infrastrutture per i trasporti.</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Abbiamo bisogno di progetti infrastrutturali del ventunesimo secolo, che possano portare alla creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro” ha fatto sapere il presidente da Seattle.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>E non solo</strong></span> <span>le pessimistiche previsioni di una nuova recessione economica hanno fanno colare a picco i consensi dell’ inquilino della Casa Bianca, ma anche la sua intenzione di costruire una moschea a </span><span><em>Ground Zero</em></span><span>. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tale proposta è giunta a poco più di un mese dal nono anniversario della strage delle Torri gemelle, e ha trovato i dissensi di circa il 60% degli americani. Per superare lo sgomento delle famiglie delle vittime, Obama ha affermato: “gli attacchi dell’11 settembre sono stati un evento profondamente traumatico per il nostro Paese. Il dolore e la sofferenza vissuta da chi ha perso i propri cari è inimmaginabile, quindi capisco le emozioni che questa vicenda provoca. <em>Ground Zero</em> è, per queste ragioni, un territorio sacro”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il presidente ha poi ribadito che al-Qaeda e Islam non sono la stessa cosa, e che la libertà religiosa negli Stati Uniti sarà sempre tutelata. Il gesto presidenziale voleva probabilmente dare un senso storico di pacificazione e unione fra culture e religioni diverse, e chiaramente lo scopo non era quello di andare contro gli interessi del proprio partito.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nonostante ciò, è indubbio il senso di patriottismo e attaccamento alla radici culturali e storiche della Nazione degli statunitensi; l’evento del <em>World Trade Center</em> è stato così traumatizzante ed è così profondamente radicato nelle coscienze dei cittadini da non permettere un tale tipo di proposta, almeno per il momento. Obama non ha forse saputo ben comprendere i tempi con i quali questo tipo di approccio potrebbe essere fatto, e questo è andato al suo discapito. Proporre una così forte presenza islamica sul terreno in cui migliaia di statunitensi sono morti (a causa di estremisti islamici) è stato ovviamente un brutto passo falso.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>Di fronte, quindi, a repubblicani</strong></span> <span>che accusano gli avversari di voler imporre nuove tasse, analisti scettici sulla ripresa economica ed elettori sgomenti di fronte alla proposta presidenziale della moschea a </span><span><em>Ground Zero</em></span><span>, è chiaro il perché i </span><span><em>Democrats</em></span><span> siano in netto svantaggio nelle proiezioni di voto. La situazione è decisamente complicata e molto delicata, l’unico modo per cercare di risalire la china per il Partito democratico sarebbe quello di fare marcia indietro sulla questione moschea, e spingere invece su iniziative economiche che aiutino l’occupazione. Solo così, di fronte a una crescita occupazionale quasi pari a zero, si potrebbe riconquistare la fiducia di molti elettori perplessi. Una migliore condizione economico-sociale risolleverebbe gli animi e gli umori dei nordamericani, e potrebbe essere d’aiuto al partito democratico.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il tempo stringe e il 2 Novembre è vicino, vedremo se Obama sarà in grado di aggiustare la situazione ed evitare una bruciante sconfitta alle elezioni di <em>mid-term</em>.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em>* Eleonora Peruccacci è dottoressa in Relazioni internazionali (Università di Perugia), collabora frequentemente al sito di “Eurasia”</em></span></p>
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		<title>Investire in Libia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 12:56:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[Per le economie europee la nuova frontiera del business è rappresentata dalla sponda opposta del mediterraneo dove si affacciano paesi legati all’Europa da questioni storiche, culturali e di prossimità; la vicinanza infatti ha pur sempre una sua rilevanza nella spiegazione del commercio internazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5709/investire-in-libia" title="Investire in Libia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mediterranean_sea_political_map_it_svg_1.vhp8w651s3k0cw404kg0gs4s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="58" alt="Investire in Libia" ></div></a><p><em>Tripoli 25/08/2010</em></p>
<p><font size="3"> Per le economie europee la nuova frontiera del business è rappresentata dalla sponda opposta del mediterraneo dove si affacciano paesi legati all’Europa da questioni storiche, culturali e di prossimità; la vicinanza infatti ha pur sempre una sua rilevanza nella spiegazione del commercio internazionale. I paesi nord africani sono già da tempo meta delle imprese italiane ed europee che qui hanno le fabbriche dei prodotti ad alto contenuto di manodopera come le calzature e l’abbigliamento. Basti pensare a Marocco e Tunisia che sono stati e continuano ad essere luoghi di delocalizzazione produttiva a causa dei vantaggi assoluti che riguardano il costo della manodopera e di altri vantaggi che derivano dal sistema paese: ridotta tassazione, costo dell’energia elettrica, affitti, ecc.</p>
<p>In questo senso una rinnovata opportunità per l’imprenditoria mondiale, è costituita dalla Libia. Si tratta infatti dell’ultimo paese nord africano ad essersi aperto alle economie occidentali; la ragione va ricercata nelle sue vicende politiche e nella recente revoca dell’embargo e delle sanzioni economiche internazionali a cui si è pervenuti progressivamente a partire dal 1999.</p>
<p>Lo sdoganamento della Libia nella comunità internazionale ha dato, come risultato interno, un impulso immediato e notevole all’edilizia, dal momento in cui c’è stata la disponibilità di accedere a materiali e manodopera estera qualificata.</p>
<p>Qui la cementificazione e l’ammodernamento delle città riguarda tutto il paese, da est a ovest, da Bengasi a Tripoli.</p>
<p>D’altro canto è abbastanza logico che un paese con una grande disponibilità finanziaria, derivante dal petrolio, punti innanzitutto alle infrastrutture e al rinnovamento urbano, quasi una carta d’identità da esibire a chi entra nel paese. Questo processo di rinnovamento ha avuto l’effetto di attrarre i costruttori edili di mezzo mondo che qui si contendono appalti per grattaceli e centri commerciali di tutto rispetto, anche se con successi alterni. Infatti aver concluso un contratto non sempre è sinonimo di successo.</p>
<p>L’esperienza diretta insegna che un contratto fra un imprenditore estero e un organismo statale libico molte volte  viene rimesso in discussione a posteriori, oppure revocato ad opera già iniziata, sulla base di vizi presunti. Un esempio: il costruendo aeroporto di Tripoli. Inizialmente commissionato a costruttori francesi è poi passato ai brasiliani per essere successivamente smembrato in lotti minori e affidato a  <em>contractors</em> turchi e di altre nazioni.</p>
<p>Questo tipo di comportamento deriva in parte dalla cultura del paese e in parte è da attribuire alla completa assenza di competenza e di figure professionali in grado di valutare i contratti e di giudicare l’esecuzione dei lavori; i sovrintendenti dei lavori commissionati dal governo libico provengono da altri paesi arabi, in particolare dall’Egitto.</p>
<p>E cosa dire dello sviluppo delle attività industriali e manifatturiere?</p>
<p>È noto che la crescita e lo sviluppo delle economie emergenti passa attraverso i processi di privatizzazione e che la privatizzazione ha origine dalla capacità di un paese di attrarre i capitali stranieri, e con essi lo <em>skill</em> tecnologico, il <em>know how </em>specifico, le capacità imprenditoriali e manageriali, attraverso un percorso ormai noto e ben delineato.</p>
<p>A tale proposito in Libia, da tempo, non si fa che parlare delle “zone franche” o <em>free trade zone</em>. Si tratta di aree destinate a investitori esteri che intendono avviare una attività di tipo produttivo; esse godono di particolari facilitazioni previste dalla legge libica n. 5/1997. Questi benefici si possono riassumere succintamente nei seguenti punti:</p>
<p><em>Esenzione da dazi doganali per l’importazione di attrezzature e macchinari necessari alla realizzazione del progetto.</em></p>
<p><em>Esenzione quinquennale di qualunque imposta o tassa sul reddito derivante dal progetto.</em></p>
<p><em>Esenzione dell’imposta sul consumo e dai dazi doganali all’export per le merci provenienti dal progetto realizzato dell’investitore.</em></p>
<p><em>Esenzione del progetto dalla tassa di bollo per gli atti e i documenti commerciali d’uso.</em></p>
<p>Come effetto immediato un aumento dell’attività manifatturiera interna contribuirebbe a diminuire le importazioni del paese, a ridurre la disoccupazione (circa 2 milioni), ad innalzare i salari, ad elevare il tenore di vita, a diminuire l’assistenzialismo statale, ad esempio.</p>
<p>Inoltre gli insediamenti produttivi importerebbero tecnologia, dando vita ad un “effetto trascinamento” che inciderebbe positivamente sulla espansione delle attività industriali medesime.</p>
<p>Ora, se ci fermiamo a queste prime considerazioni, potremmo analogicamente dedurre che la Libia rappresenta un paese allettante per le affaticate economie occidentali, una nuova frontiera del business. Se così fosse c’è da chiedersi: è conveniente oggi investire o fare affari in Libia? E poi, su quali garanzie possono contare gli imprenditori esteri?</p>
<p>Oggi la Libia evidenzia un rischio paese ancora alto e gli IDE (investimenti diretti esteri) sono ancora modesti proprio a causa del rischio paese. Più concretamente possiamo dire che qui l’iniziativa privata è quasi inesistente. Fabbriche, alberghi, grandi opere sono tutte statalizzate e quindi l’interlocutore per l’imprenditoria straniera è lo Stato, attraverso i suoi organismi interni.</p>
<p>Inoltre bisogna ricordare che la Libia non ha ad oggi sottoscritto nessuno dei trattati multilaterali che fanno capo al WTO come il WIPO (<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;ved=0CBgQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.wipo.int%2F&amp;rct=j&amp;q=wipo&amp;ei=VrT7S4bnBI2IOKnSgfUB&amp;usg=AFQjCNFTeF7VsBf_DH4H-W9avc_IuKZtbw&amp;sig2=tsAJm816cbUg2WUVV19yeg"><em>World Intellectual Property Organization</em></a><em>),</em> oppure alla Banca Mondiale come la convenzione multilaterale ICSID ((<em>International Centre for the Settlement of Investment Disputes</em>) che garantisce l’ambito istituzionale e i servizi amministrativi necessari per la risoluzione, mediante il ricorso alla conciliazione o all&#8217;arbitrato, delle controversie che dovessero insorgere tra uno Stato membro della Convenzione ed un investitore, cittadino di un altro Stato membro.</p>
<p>Non ha sottoscritto neppure l’ Euro-Med (<em><a title="Euro-Mediterranean-Partnership" href="http://ec.europa.eu/external_relations/euromed/index.htm">Euro-Mediterranean-Partnership</a></em><em>) </em>un accordo fra la comunità europea e i paesi del bacino del Mediterraneo, perché ad oggi la Libia figura come paese osservatore.</p>
<p>La insufficiente tutela della proprietà privata e un sistema giuridico che consideri l’investitore come cittadino e non come uno “straniero” sono altri concreti deterrenti che frenano gli investimenti diretti esteri in questo paese. Per completare il quadro vanno citate le barriere non tariffarie costituite da un sistema burocratico complesso che prevede una lunga serie di autorizzazioni per poter avviare una qualsiasi attività industriale. <em></em></p>
<p>Si conviene quindi che l’ambito istituzionale (inteso come sistema politico del paese) e l’ambito legale (inteso come l’insieme delle leggi che incidono sulle decisioni di investimento) oggi sono tali da scoraggiare la maggior parte delle iniziative private estere che hanno come scopo qualsiasi forma di attività industriale “stanziale” in territorio libico.</p>
<p>La Libia è ancora troppo lontana dal modo di rapportarsi con l’imprenditoria estera in generale, da una parte perché ha saltato il passaggio dello sviluppo industriale interno che avrebbe assicurato un apprendimento dal fare (<em>learning by doing</em>) e dall’altra perché la grande, enorme, disponibilità di spesa derivante dal petrolio permette ai propri amministratori di assumere atteggiamenti anche arroganti, consci di poter contare sul corteggiamento di innumerevoli società imprenditoriali pronte ad alternarsi al tavolo degli appalti.</p>
<p>Porre le condizioni affinché il clima sia più favorevole agli IDE è un fatto che spetta alla politica, anche se, politicamente parlando, non so quanto interesse reale ci sia ad avviare un processo di sviluppo economico di tipo occidentale. Gli immensi guadagni derivanti dal petrolio e la ridotta popolazione (poco più di 6 milioni) consentono al governo una politica economica del paese per certi versi anomala e tesa ad appagare la domanda interna attraverso le importazioni in ogni settore ad esclusione di quello energetico. Il processo di privatizzazione e il conseguente aumento di competitività internazionale che da esso deriva, qui, come in altre economie emergenti del Mediterraneo, sembra più motivato dalla necessità di conservare una posizione strategica a livello geopolitico. In altre parole in quest’area del mondo è più importante rimanere economicamente competitivi (vorrei dire comparabili) più che in rapporto ai paesi industrializzati, in rapporto ai paesi appartenenti alla stessa area geografica e che presentano le stesse caratteristiche istituzionali, culturali, religiose ed economiche. Se il processo non viene spinto in maniera più decisa è perché già allo stato attuale lo sviluppo interno del paese permette il raffronto della Libia con gli altri stati limitrofi e dall’altra parte perché c’è la paura che un processo di privatizzazione troppo spinto potrebbe far perdere il controllo economico delle istituzioni sul paese; va da se che una destabilizzazione di tipo economico renderebbe vulnerabile il paese anche ad una destabilizzazione di tipo politico; quest’ultimo punto rappresenterebbe infatti un effetto collaterale assolutamente intollerabile.</p>
<p>*<strong>Diego Fassa, dottore in <em>Relazioni Pubbliche ad indirizzo aziendale</em> presso l’università di Udine, laureando in <em>Economia e diritto per l’impresa e la PA</em>, indirizzo <em>International Business and Law </em>presso l&#8217;università di Modena e Reggio Emilia, si occupa di consulenza aziendale di direzione</strong></font></p>
<p><strong>Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”</strong></p>
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