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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
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		<title>Il crollo del mito del G-2, o stallo nelle relazioni Cina-Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 12:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo inverno è stato freddo per le relazioni Cina-USA. Tanti e seri disaccordi tra i due paesi, non sono emersi contemporaneamente, per decenni. In passato la Cina e gli Stati Uniti hanno evitato di prendere una serie di misure severe contro l'altro, ma evidentemente le cose sono cambiate, oltre il riconosciuto, nel corso degli ultimi mesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3396/il-crollo-del-mito-del-g-2-o-stallo-nelle-relazioni-cina-stati-uniti" title="Il crollo del mito del G-2, o stallo nelle relazioni Cina-Stati Uniti"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/usa_china_flag.do776nqzb484cgw48gsss0skk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="33" alt="Il crollo del mito del G-2, o stallo nelle relazioni Cina-Stati Uniti" ></div></a><p>Fonte:  <em><a href="mailbox:///C%7C/Users/Daniele/AppData/Roaming/Thunderbird/Profiles/0xbhhxi0.default/Mail/Local%20Folders/Inbox?number=980281891">Strategic Culture Foundation</a></em> http://en.fondsk.ru/print.php?id=2824 02.03.2010<br />
<font size="3"><br />
Questo inverno è stato freddo per le relazioni Cina-USA. Tanti e seri disaccordi tra i due paesi, non sono emersi contemporaneamente, per decenni: gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione senza precedenti sulla Cina, affinché rivaluti lo yuan, per la cyber guerra scoppiata tra <em>Google</em> e l&#8217;amministrazione cinese, l’intenzione di Washington di vendere armi per 6,4 miliardi di dollari a Taiwan, il dumping della Cina sulle obbligazioni statunitensi, per un valore di 34,2 miliardi di dollari, entrambe le parti minacciano di introdurre dazi punitivi sull&#8217;importazione, e il presidente Usa, B. Obama, ha ricevuto 14° Dalai Lama Tenzin Gyatso alla Casa Bianca. In passato la Cina e gli Stati Uniti hanno evitato di prendere una serie di misure severe contro l&#8217;altro, ma evidentemente le cose sono cambiate, oltre il riconosciuto, nel corso degli ultimi mesi.</p>
<p>In particolare, la serie di tensioni è stata una sorpresa &#8211; proprio di recente, gli analisti statunitensi hanno pubblicato previsioni completamente diverse per quanto riguarda i rapporti con la Cina. L’economista statunitense e direttore del <em>Peterson Institute for International Economics</em>, Fred Bergsten, coniò il termine G-2, come la formula della nuova economia globale, nel suo <em>‘The United States and the World Economy’</em> (2005). Nel primi mesi del 2009, il concetto è stato accolto dai guru della politica estera degli Stati Uniti come l’ex segretario di Stato, H. Kissinger e l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Z. Brzezinski. La loro idea era che la Cina dovrebbe assumere l&#8217;onere dell’egemonia globale, congiuntamente con gli Stati Uniti, il che implica che l&#8217;amministrazione Obama darebbe avviare un atteggiamento generalmente benigno verso il paese.</p>
<p>La visita a Pechino, nel novembre 2009, del presidente statunitense B. Obama, ha suggerito che l’istituzione del G-2, ma l&#8217;offerta è stata accompagnata da raccomandazioni piuttosto imperiose, affinché la Cina rivalutasse lo yuan ed aderisse al regime delle sanzioni da imporre all&#8217;Iran. La Cina ha declinato sulla base del fatto che la sua autosufficienza non è ancora abbastanza matura, che è necessario un serio ammodernamento e che, in politica estera, credono a Pechino, dovrebbe mantenere l&#8217;indipendenza e stare lontano da qualsiasi alleanza. Al momento della visita di Obama, la Cina aveva abbastanza tempo per conoscere nel dettaglio il concetto di G-2, e il rifiuto ufficiale della offerta di diventare un partner, minore, degli Stati Uniti è stato il prodotto di ampio consenso, raggiunto già in precedenza.</p>
<p>La visita di Obama del Novembre 2009, dovrebbe essere considerata come il punto di partenza del gelo tra la Cina e gli Stati Uniti. La dimensione iraniana merita particolare attenzione, nel contesto. La Cina è l&#8217;unico ostacolo ancora presente sulla via della crociata contro l&#8217;Iran, e dipende dalla posizione di Pechino, se la risoluzione del problema &#8220;<em>iraniano</em>&#8221; seguirà il programma degli Stati Uniti. E&#8217; altamente improbabile, però, che sotto qualsiasi combinazione di circostanze, la Cina si astenga dal porre il veto al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu, sulla proposta degli Stati Uniti di imporre sanzioni contro l&#8217;Iran. La spiegazione dietro tale posizione è che l&#8217;Iran è per la Cina, uno principali partner commerciali e strategici. Oltre il 15% delle importazioni di petrolio della Cina, (per un totale di circa 450.000 barili al giorno) è fornito dall’Iran, con solo due paesi &#8211; Angola e Arabia Saudita – che forniscono quantitativi maggiori. La Cina ha preso due importanti nuove iniziative, per rafforzare la sua cooperazione con l&#8217;Iran nel settore dell&#8217;energia, alla fine del 2009. L’azienda statale della Cina, <em>Sinopec</em>, ha firmato un contratto con Teheran per sviluppare la prima fase del campo petrolifero di Yadavaran, uno dei più grandi dell&#8217;Iran, e per  investire 6,5 miliardi di dollari per l&#8217;aggiornamento delle capacità di raffinazione dell&#8217;Iran. Pechino ha calcolato che non avrebbe alcun senso di abolire tali piani, in nome dell’assunzione del ruolo di partner minoritario, nel duetto con gli Stati Uniti.</p>
<p>La rivalutazione dello yuan è un tema ricorrente, sin dall&#8217;inizio del decennio in corso. La Cina ha accettato un compromesso sulla questione nel 2005, quando si fissò un tasso flessibile per lo yuan, sincronizzato con un paniere di valute, e lo yuan ha effettivamente aggiunto il 21%, entro il luglio 2008. Il processo si fermò alla vigilia della crisi economica globale. Attualmente il tasso di cambio è di circa 6,82 yuan per un dollaro statunitense, rispetto ai 8,2 yuan nel 2005. I paesi occidentali industrializzati assorbono la maggior parte delle esportazioni cinesi, e perciò sono insoddisfatti della situazione: B. Obama, presidente degli Stati Uniti, e diversi altri leader occidentali, credono che l’artificialmente sottovalutato yuan protegga il mercato cinese dalle importazioni occidentali, dando agli esportatori cinesi un vantaggio sleale.</p>
<p>Gli analisti occidentali sostengono che la Cina deve rivalutare lo yuan per guidare la sua continua crescita economica. Anche se il rafforzamento dello yuan ridurrebbe l&#8217;esportazione della Cina e le corrispondenti entrate, apporterebbe un benefico effetto nell’ostacolare l&#8217;afflusso nel paese di investimenti speculativi, che acuiscono l&#8217;inflazione. Nel febbraio scorso, gli analisti della <em>Goldman Sachs</em> prevedevano una rivalutazione del 5% dello yuan a breve, ma Pechino è rimasta insensibile.</p>
<p>Pechino ha trovato un approccio alternativo al contenimento dei rischi finanziari &#8211; secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, nel dicembre 2009 la Cina ha venduto obbligazioni degli Stati Uniti per 32,2 miliardi di dollari e ha quindi ridotto le sue riserve di obbligazioni degli Stati Uniti a 755 miliardi di dollari. Di conseguenza, oggi &#8211; per la prima volta dall’agosto 2008 – il Giappone, e non la Cina, è titolare più grande al mondo di obbligazioni degli Stati Uniti (per un totale di 769 miliardi di dollari).</p>
<p>La versione ufficiale è che il dumping delle obbligazioni degli Stati Uniti da parte della Cina, è un tentativo di diversificare le sue riserve monetarie. Per evitare un’eccessiva iniezione di liquidità, la Cina, probabilmente, non opterà per decisi tagli agli investimenti in titoli statunitensi. Continueranno a svolgere un ruolo importante nelle riserve valutarie cinesi &#8211; i titoli degli Stati Uniti rappresentano circa il 70% del totale della Cina, che ha superato i 2,3 mila miliardi di dollari. Ancora, l’azione della Cina di sbarazzarsi di una parte della sua attività in dollari, ha avuto ripercussioni in tutto il mondo e può essere indicativo della strategia del paese, a lungo termine.</p>
<p>Un nuovo problema nelle relazioni Cina-Stati Uniti è emerso durante l&#8217;inverno, con <em>Google</em> che accusa la Cina d’inondare il mondo di <em>spyware</em>. Secondo <em>Google</em>, gli attacchi informatici contro le sue infrastrutture aziendali sono stati lanciati dalla Cina. Vale a dire, sono stati fatti tentativi di irrompere nelle <em>mailbox</em> dei dissidenti cinesi registrate su <em>Google. Google</em> ha risposto levando la censura richiesta sul suo motore di ricerca, e quindi, momentaneamente, conquistare una quota maggiore del mercato cinese. I cittadini cinesi hanno avidamente colto l&#8217;occasione per esaminare le versioni alternative del 1989 sulla tragedia di Piazza Tian&#8217;anmen, la situazione in Tibet, Xinjiang, il problema di Taiwan e altri temi, ai quali i funzionari di Pechino sono sensibili.</p>
<p>Funzionari cinesi, dell&#8217;esercito e ambienti accademici, negano ogni coinvolgimento negli attacchi cibernetici, spostando automaticamente i sospetto su <em>Baidu</em>, la principale compagnia nazionale in concorrenza con <em>Google</em>. <em>Analysis International</em> dice la quota di mercato <em>Baidu</em> era circa il doppio di quello di <em>Google</em>, nella seconda metà del 2009 &#8211; 61,6% contro 29,1%. Mentre il divario persiste, il divario tra le due aziende è in costante decrescita di anno in anno. Al momento, il ritiro di <em>Google</em> dal mercato cinese come un suo compromesso con il governo cinese – cioè il ripristino della censura &#8211; sembrano ugualmente possibile. Considerando che la Cina è la patria di circa il 20% dei navigatori su Internet del mondo, è chiaro che la società statunitense odierebbe perdere aderenza in tale mercato.</p>
<p>La responsabilità nel provocare l&#8217;ennesimo grave conflitto spetta agli Stati Uniti. Washington aggredisce la Cina nel settore in cui l&#8217;amministrazione del paese non è meno sensibile della questione della libertà di parola &#8211; il programma degli Stati Uniti di portare avanti l’accordo per la fornitura di armi per 6,4 miliardi, a Taiwan. L&#8217;arsenale che Washington intende vendere all&#8217;isola, che Pechino guarda come una sua provincia, comprende 60 elicotteri UH-60M <em>Black Hawk</em>, 114 missili intercettori <em>Patriot</em> PAC-3, 12 sistemi missilistici anti-nave <em>Harpoon Block II</em>, 2 cacciamine classe <em>Osprey</em>, e il modernizzato sistema di controllo e comando <em>Po Sheng</em>, progettato specificamente per soddisfare le esigenze delle forze armate di Taiwan.</p>
<p>Pechino ha reagito prontamente, e la risposta è stata dura. Una nota di protesta è stata consegnata all&#8217;ambasciatore degli Stati Uniti in Cina. Una dichiarazione ufficiale accusa gli Stati Uniti d’interferire negli affari interni della Cina, minacciando la sua sicurezza nazionale. La protesta diplomatica è stata accompagnata da una serie di misure che certamente faranno arrabbiare gli Stati Uniti. La Cina ha annullato il programma di cooperazione militare con gli Stati Uniti e impone sanzioni alle imprese statunitensi coinvolte nella trattativa con Taiwan. L&#8217;elenco delle società interessate include <em>Boeing, United Technologies, Raytheon </em>e<em> Lockheed Martin</em>. Le prime due sono stati soggetti attivi sul mercato interno cinese.</p>
<p>Anche l’amministrazione del presidente taiwanese Ma Ying-jeou, si torva di fronte una situazione difficile. Lo scorso gennaio la Cina e Taiwan avevano avviato dei negoziati su una proposta di accordo quadro per la cooperazione economica (ECFA), e il presidente del Kuomintang, Ma Ying-jeou, in realtà cercava di mobilitare tutta la sua influenza politica, per sostenerla. Il raggiungimento dell&#8217;accordo è in cima alla lista delle priorità economiche di Taiwan. L’accordo Cina-ASEAN è entrato in vigore il 1° gennaio 2010, e nel caso in cui l&#8217;ECFA non riesca a materializzarsi, Taiwan si troverà svantaggiata nelle rigide rivalità economiche regionali, con i suoi prodotti che non saranno in grado di competere con quelli dei paesi dell&#8217;ASEAN. Il regime di libero commercio della Cina con Indonesia, Vietnam e altri paesi dell&#8217;Asia sud-orientale, rappresentano per l&#8217;economia di Taiwan un duro colpo. Mentre Pechino è il primo partner commerciale di Taipei, questa città è da qualche parte, sotto ai top 20 di Pechino.</p>
<p>l’incontro del presidente Usa, B. Obama, con il 14° Dalai Lama Tenzin Gyatso, poteva rivelarsi un evento periferico, nel contesto dell’escalation globale tra Cina e Stati Uniti. Inoltre, la visita del Dalai Lama ha avuto luogo durante la normale e non troppo movimentata vacanza del capodanno cinese, ma Pechino non smette mai di monitoraggio le visite del Dalai Lama, e la reazione è seguita senza indugio. Le spiegazioni di Obama, che ha ricevuto il suo ospite come leader religioso, piuttosto che leader politico del Tibet, sono state spazzate via dalla Cina, che percepisce la riunione alla Casa Bianca dei due vincitori del premio Nobel, come un gesto politico. Va notato che, a differenza di G. Bush, B. Obama ha parlato con il Dalai Lama nella camera delle carte, invece che nello Studio Ovale, e non si è presentato con la <em>Congressional Gold Medal</em>.</p>
<p>E&#8217; ampiamente condiviso che la visita del Dalai Lama negli Stati Uniti, riflette il tentativo di Washington di seminare discordia geopolitica in Asia meridionale, e d’infiammare le tensioni tra i due pesi massimi della regione, l&#8217;India e la Cina. La Cina prevede di diversificare le rotte attraverso il quale importa petrolio e gas dal Golfo Persico e dall’Africa. La costruzione di un oleogasdotto di 1.100 km per collegare la Birmania e la provincia cinese dello Yunnan, inizierà nel settembre 2010. Il progetto sarà gradualmente terminato nel 2012 e ridurrà la via i rischi derivanti dalla necessità di passare lo Stretto di Malacca, attuale via di transito per la Cina, afflitto dalla pirateria. La nuova via di transito attraverserà lo Sri Lanka, il paese la cui amicizia con la Cina è ravvivata dalla presenza di ingenti investimenti cinesi nella sua economia. In contrasto con la Birmania e lo Sri Lanka, l&#8217;India è un paese che hanno rapporti tesi con la Cina, a causa delle dispute di confine e dell’attività pubblica del Dalai Lama. L&#8217;India è chiaramente preoccupata per la marcia delle imprese cinesi in tutti i paesi vicini. In cima a ciò, le relazioni di New Delhi con Colombo e Naypydaw sono tutt&#8217;altro che ideali.</p>
<p>Parlando dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, la domanda chiave è: quali sono le ragioni che improvvisamente fanno inasprire e costringere entrambi i paesi a indurire le loro politiche estere. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, però, ci si dovrebbe rendere conto che la sorpresa nella sua posizione più rigida, deve essere attribuita esclusivamente al contrasto con la promessa di una politica più morbida, che è stata fatta nella campagna elettorale di Obama. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, ha fatto dei tentativi di nuovi approcci, nel suo primo anno in carica: ha negato l&#8217;approvazione dell’accordo per le armi a Taiwan, e non ha ricevuto il Dalai Lama durante la precedente visita negli USA del leader tibetano. Inoltre, anche H. Clinton era impegnata a domare le critiche a Pechino sui diritti umani.</p>
<p>Il ritorno alla politica internazionale in stile Bush, deve essere legata alla pressione cui B. Obama è esposto in connessione con una serie di questioni di politica interna, soprattutto la riforma del sistema sanitario, che doveva diventare il punto culminante della sua carriera politica. Inoltre, l’establishment degli Stati Uniti avanza un’inflessibile resistenza a qualsiasi cambiamento che abbia il potenziale di influenzare il primato statunitense. Perciò, il presidente ha dimostrato una determinazione senza compromessi, per mantenere la leadership globale degli USA, e la politica internazionale di Washington sta divenendo sempre più aggressiva.</p>
<p>La motivazione dietro l&#8217;evoluzione della posizione di Pechino, non è così facile da seguire, e vi coesistono diverse spiegazioni, più o meno realistiche, sul passaggio dalla politica di &#8220;ascesa morbida&#8221; nello stile degli stratagemmi di Mao Zedong. I commentatori conservatori occidentali sono convinti che la Cina stia mostrando il suo vero volto di potenza, negando i diritti desiderati e chiedendo la revisione dell’equilibrio globale. Gli analisti cinesi dicono che la crisi finanziaria mondiale, cui danno la colpa all’occidente, spiega i vantaggi del modello cinese di sviluppo economico e, quindi, rende la leadership del paese più assertiva. Un&#8217;altra spiegazione è che il corso più duro della politica estera, è un sottoprodotto del processo di transizione in Cina, che il potere ha già avviato in previsione del XVIII Congresso del Partito Comunista, in programma nel 2012. Il punto è che la politica nazionalista migliora discretamente la posizione dei candidati al vertice. Un punto di vista alternativo è che, l&#8217;esercito e gli ambienti conservatori in Cina, prevalgono sui riformisti e chiedono una politica più autoritaria.</p>
<p>Il conflitto tra i due paesi, per affermare la leadership a livello mondiale, è in corso, ma alcune conclusioni intermedie possono già essere tratte. Gli Stati Uniti, come attuale leader incontrastato, impiega una strategia basata sulla forza, mentre la Cina &#8211; il leader del futuro &#8211; si basa principalmente sulla pressione economica. A partire da oggi, gli Stati Uniti hanno perso di più, nel gioco: <em>Boeing, United Technologies</em> e molto probabilmente <em>Google</em>, si trovano ad affrontare il rischio di essere espulsi dal lucroso mercato cinese. Inoltre, il dumping delle obbligazioni degli Stati Uniti da parte della Cina, ha avuto l&#8217;effetto di minare la fiducia nelle obbligazioni degli Stati Uniti su scala globale. Al contrario, i danni per la Cina sembrano essere limitata al livello di immagine. L’episodio della cyber-guerra, la manifestazione di forza delle società degli Stati Uniti e il sostegno a Teheran, condiziona i commentatori e i media occidentali, con pretesti per varie accuse contro la Cina, e vi è la probabilità che le campagne medianiche, infine, parleranno della capacità della Cina di attrarre investimenti.</p>
<p>Nel complesso, uno scontro in piena regola tra la Cina e gli Stati Uniti è improbabile. Nessuno di loro ha bisogno di perderci economicamente da tale conflitto. Le economie dei due giganti sono intrecciate e interdipendente, l&#8217;accordo si è rivelato stabile nel corso dei decenni, e nessuna alternativa ad essa si profila all&#8217;orizzonte. Eppure, è difficile prevedere la durata del gelo attuale. Ma una cosa è certa: almeno per i prossimi molti anni, il concetto di G-2 non ha chance.<br />
</font><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
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		<title>Si avvicinano le elezioni in Sudan</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 20:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il prossimo 11 aprile si terranno le elezioni presidenziali in Sudan, le prime consultazioni elettorali libere dopo ventiquattro anni. Si avvicina un momento storico per il popolo del più esteso paese africano, un appuntamento fissato dagli accordi di pace di Nairobi siglati nel 2005]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3391/si-avvicinano-le-elezioni-in-sudan" title="Si avvicinano le elezioni in Sudan"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/regions_of_sudan.61nx1i5yy1kwos0sss4wwk000.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="97" alt="Si avvicinano le elezioni in Sudan" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il prossimo 11 aprile si terranno le elezioni presidenziali in Sudan, le prime consultazioni elettorali libere dopo ventiquattro anni. Si avvicina un momento storico per il popolo del più esteso paese africano, un appuntamento fissato dagli accordi di pace di Nairobi siglati nel 2005, che avevano decretato la fine delle ostilità tra il nord e il sud del paese, e che avevano progettato un percorso democratico da completarsi con il referendum per l&#8217;indipendenza del Sud Sudan fissato per il gennaio 2011. Nelle elezioni di aprile si eleggeranno i due presidenti (del nord e del Sud Sudan), i governatori dei 26 stati sudanesi, oltre che i deputati del parlamento nazionale e di quello del sud. Saranno chiamati al voto milioni di cittadini, molti dei quali si troveranno per la prima volta alle prese con le operazioni di voto. E&#8217; un evento molto atteso sia dai cittadini sudanesi </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">– </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">che nel novembre scorso hanno affollato gli uffici per il registro degli aventi diritto al voto </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">– </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">sia dall&#8217;Unione Africana e dal mondo in genere. Ed è un evento atteso anche da </span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fatima Ahmed Abdelmahmoud</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, sessantaseienne prima ed unica donna-candidato alle elezioni presidenziali.  La leader del partito </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Unione Socialista e Democratica Sudanese </em></span></span><span style="font-size: medium;">sfiderà – pur senza grandi speranze di vittoria, in un paese nel quale le donne ricoprono un ruolo decisamente marginale – il presidente in carica Omar al-Bashir. Gli altri dieci candidati alla presidenza che si affronteranno sono, in ordine sparso, <strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al-Sadiq Al-Mahdi </span></span></strong><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(</span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Partito Umma); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Hatem Al-Sir </span></span></strong><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(</span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Partito democratico unionista); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Yassir Arman </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Movimento di liberazione del Sud Sudan); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abdullah Deng Nhial </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Partito del congresso popolare); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mohamed Ibrahim Nugud </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Partito comunista sudanese); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mubarak Al-Fadil </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Partito del rinnovamento e della riforma dell&#8217;Umma); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abdel-Aziz Khalid </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Forze dell&#8217;alleanza sudanese); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kamil Al-Tayib Idriss </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(indipendente); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ahmed Goha </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(indipendente); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Munir Sheik Al-Deen </span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Nuovo partito democratico nazionale). Secondo alcuni analisti (Alex de Waal, ad esempio) si prospetta persino un secondo turno elettorale, con l&#8217;islamico moderato Yassir Arman ad insidiare più d&#8217;ogni altro la </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>leadership</em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di al-Bashir. Il segretario generale del Movimento popolare di liberazione del Sudan, Pagan Amum, si è dimostrato in diverse occasioni fiducioso sull&#8217;esito del voto, prefigurando addirittura un successo elettorale, che appare davvero molto difficile. Se non altro perché i dati che emergono dalla registrazione degli aventi diritto al voto dimostrano una schiacciante predominanza della popolazione del nord (11 milioni a fronte dei poco meno di 3 del sud).</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi giorni, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, intervenuto al vertice della </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Inter-Governmental Authority on Development</em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (IGAD) tenutosi a Nairobi, ha riaffermato la volontà di giungere al referendum per l’autodeterminazione, e ha diffidato chi tenta di boicottarlo attraverso la posticipazione. Kiir ha accennato a quella che considera la priorità del popolo del Sudan meridionale: il referendum è più importante delle elezioni presidenziali di aprile. Un modo per dire che, anche se il meccanismo elettorale delle presidenziali dovesse fallire, il voto per l&#8217;indipendenza si terrà egualmente, dacché, secondo il politico sudanese, </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">«</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il diritto all’autodeterminazione è uno dei più grandi successi del CPA (</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comprehensive Peace Agreement</em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> n.d.r.)  e sarà difeso ad ogni costo </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">». Nei mesi scorsi diverse voci, tra le quali quella del Segretario Generale dell&#8217;Onu Ban-Ki-Moon e quella del presidente dell&#8217;Unione Africana Jean Ping, avevano messo in dubbio la necessità del processo di separazione. Il Segretario dell&#8217;Onu aveva spiazzato tutti nel febbraio scorso rilasciando una dichiarazione ad una radio africana, in cui diceva che  «le Nazioni Unite hanno la grande responsabilità, insieme all&#8217;Unione Africana, di mantenere la pace in Sudan e rendere attraente l’unità». Una prospettiva evidentemente poco allettante per il presidente Kiir, che era intervenuto sulla questione con una nota, in cui sosteneva che i sudanesi del sud «non permetteranno opposizioni all&#8217;indipendenza, e se sarà il caso riprenderanno le armi ». Kiir fa riferimento anche ai trattati di pace di Nairobi del 2005, in cui vennero stabiliti modi e tempi di quella che si immaginava come una </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>secessione dolce, </em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">impugnandoli a favore del quesito referendario</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>. </em></span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Proprio nel momento più delicato degli ultimi anni la distanza tra il Partito del Congresso Nazionale (PCN) e il Movimento di Liberazione Popolare del Sudan (MLPS) sembra aumentare notevolmente. L&#8217;approssimarsi delle scadenze elettorali sta facendo salire la tensione e ha fatto già scattare il meccanismo delle alleanze. Etiopia, Kenya e Uganda non nascondono le loro simpatie per il governo del Sud Sudan, e vedono con favore la possibile separazione. Dal canto suo il nord del paese gode dell&#8217;appoggio di Eritrea ed  Egitto, i quali si stanno adoperando per convincere il governo di Juba a rimandare a tempi migliori il referendum. In questo complesso scenario, una cosa sembra certa:</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> s</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">e il Sudan vuole davvero avviare un processo democratico, dovrà affidarsi anche all&#8217;aiuto di istituzioni straniere quali Nazioni Unite, Unione africana, Lega araba e Unione europea, che facciano opera di supervisione, garantendo il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Riforme giuridiche che permettano lo svolgimento di elezioni libere e giuste e grande impegno nella sicurezza sono altri passi imprescindibili. Tutto questo potrà avvenire solo se gli attori in scena, ovvero PCN e MLPS, negozieranno accordi in merito, se riusciranno ad ottenere un trattato di pace che garantisca alla popolazione del Darfur la partecipazione al voto di aprile, se saranno adottate misure atte a mantenere la pace nel sud del paese.  Il fallimento del processo di democratizzazione del Sudan e quindi l&#8217;annullamento del referendum per l&#8217;autodeterminazione del Sud non sembrano dunque sostenibili, alla luce del sistema di alleanze regionali che sta prendendo forma in questi mesi, ma soprattutto alla luce della soluzione cui il Sud Sudan ha ripetutamente menzionato, ovvero quella di autoproclamarsi Stato indipendente.</span></span></p>
<p>Fonti:</p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9416&amp;IdModule=1">http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9416&amp;IdModule=1</a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.apcom.net/africa_news/20100115_061700_f0a766_6529.shtml">http://www.apcom.net/africa_news/20100115_061700_f0a766_6529.shtml</a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.manitese.it/2009/aperta-la-campagna-elettorale-in-sudan/">http://www.manitese.it/2009/aperta-la-campagna-elettorale-in-sudan/</a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://lanarkway.blogosfere.it/2010/02/sudan-cresce-la-tensione-in-vista-delle-elezioni.html">http://lanarkway.blogosfere.it/2010/02/sudan-cresce-la-tensione-in-vista-delle-elezioni.html</a></span></span></span></p>
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		<title>Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
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		<description><![CDATA[La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell'est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3389/scaroni-contro-glinteressi-delleni" title="Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/519x258.apoo14s6n94w844gwoc0kcs00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="39" alt="Scaroni contro gl&#8217;interessi dell&#8217;ENI" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22387910/SCARONI+CONTRO+GLI+INTERESSI+D" target="_blank">Conflitti e strategie</a>&#8221;<br />
<font size="3"><br />
La notizia è di quelle che lasciano increduli. Ieri l’Amministratore Delegato dell’Eni Paolo Scaroni, spiazzando un po’ tutti, soprattutto i partners di Gazprom, ha dichiarato che South Stream, il progetto di pipeline in coabitazione tra Russia, Italia e Francia che aggira i paesi extracomunitari dell&#8217;est, dovrebbe fondersi con Nabucco, gasdotto concorrente voluto dai vertici europei e statunitensi per depotenziare l’arma energetica russa, la quale, secondo le alte sfere di Bruxelles e quelle di Washington, rischia di divenire un ricatto di lungo periodo per l’indipendenza energetica del Vecchio Continente. Riporto interamente la notizia alla fine di queste breve riflessioni, tratta da un dispaccio dell’Agi news. Inutile negare che queste uscite apparentemente po’ bizzarre e fuori dal reale contesto geopolitico sono il prodotto di quella svolta strategica, per nulla vantaggiosa, che Berlusconi ha attuato con il suo discorso davanti alla Knesset, il parlamento Israeliano. <a name="more-22387910"></a><br />
Da quel momento in poi si sono moltiplicate le scelte e le dichiarazioni ostili nei confronti dell’Iran  e ora anche della Russia. Eppure solo qualche mese fa era stato lo stesso manager dell&#8217;Eni a criticare il progetto euro-americano, a suo dire troppo fumoso e scoordinato per produrre risultati effettivi, in un settore come quello dell’energia dove gli equilibri politici sono basilari. Inoltre, trattandosi di progetti a lunga scadenza la programmazione puntuale e le sinergie tra aziende e governi richiedono una unità d’intenti sugli obiettivi da conseguire che non possono essere definiti strada facendo. Scaroni, cito testualmente, in altro frangente si era dimostrato proprio di questo avviso: “Nabucco ha il fiato troppo corto perché tagli il traguardo questo perché manca un Paese fornitore di gas come principale attore di questo progetto…Faccio fatica a immaginare qualcuno che mette denaro sul tavolo senza avere nessuna sicurezza che alla fine il tubo che costruisce sia pieno di gas”. Ovvero, una gestazione destinata a concludersi con un aborto spontaneo e prematuro. Naturalmente da Mosca sono arrivate dure reazioni contro le  parole a ruota libera pronunciate da Scaroni: “Un compromesso tra i due progetti non può esserci di principio perché tutto al momento si gioca a livello politico” hanno ribattuto con tono stentorio i vertici del colosso russo. E a livello politico, il South Stream e il Nabucco sono progetti che si escludono inevitabilmente perchè veicolano interessi strategici dirimenti tra competitors geopolitici (Russia e Usa); altro che complementarietà e reciprocità! Se da Roma speravano di aggirare l’ostacolo politico di una convivenza con Mosca sempre più invisa agli alleati USA, riportando in auge la favola della cooperazione economica per la “massima profittabilità degli investimenti e l’integrazione delle iniziative”, hanno sbagliato del tutto i loro conti.<br />
I russi sono in piena riconfigurazione dei propri assetti nazionali, anche in campo  militare, per dar maggiore concretezza ad una proiezione <em>di potenza</em> sullo scacchiere internazionale finalizzata al recupero di quelle sfere d&#8217;influenza perdute dopo il crollo dell&#8217;URSS. Questo scherzetto italiano, equivalente ad un tradimento, è stato immediatamente rispedito al mittente da Mosca che, a questo punto, farebbe bene a chiedere un chiarimento al governo Berlusconi. Ma c’è da dire che pure sotto il solo profilo economico le affermazioni degli alti ranghi di San Donato sono del tutto autolesionistiche.  Operando nei termini palesati dall’Ad del cane a Sei Zampe si rinuncia preventivamente alla possibilità di creare un monopolio insieme ai russi per aderire a slogan ideologici sulla cooperazione allargata &#8211; per nulla innocenti e atti a celare la crescente sudditanza italiana verso gli statunitensi &#8211; che servono esclusivamente ad annacquare le posizioni di preminenza già conquistate. Questi  benefici iniziali sono difendibili entro una cornice ristretta di iniziative bilaterali o al massimo trilaterali, come accade adesso per il South Stream. Oltre questo perimetro si perdono i vantaggi economici; quando poi, inseguendo valutazioni  contrastanti col movimento della storia attuale indirizzato al policentrismo, si pensa di imbarcare  nelle iniziative  in corso paesi con una visione geopolitica opposta ai nostri interessi, si finirà certamente per neutralizzare anche le futuribili utilità geostrategiche.<br />
Se le nuove politiche elaborate dal nucleo dirigente dell’Eni si riducono a queste barzellette auspichiamo che il Governo, almeno nella sua parte non compiacente con detti disegni che vanno in contrasto con gli interessi nazionali, si muova repentinamente per ridare coerenza ai suoi programmi. Persino defenestrando le attuali figure apicali dell’ENI.</p>
<p></font><br />
(AGI-News) Houston, 10 mar. &#8211; I gasdotti South Stream e Nabucco dovrebbero fondersi diventando un unico progetto. Lo ha detto l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, dal palco della Cera Week, uno dei principali summit sull&#8217;energia a livello globale. &#8220;Questi due gasdotti non sono alternativi ma complementari e dovrebbero condividere il tratto che va dalla Bulgaria all&#8217;Austria&#8221;, ha precisato Scaroni, ricordando che South Stream e&#8217; il progetto sviluppato da Eni e Gazprom per trasportare in Europa fino a 63 bcm di gas dalla Russia e dall&#8217;Asia centrale, passando sotto il Mar Nero. Il Nabucco punta invece a trasportare 31 bcm di gas dall&#8217;Asia Centrale verso l&#8217;Europa entro il 2020. L&#8217;obiettivo comune e&#8217; quello di arginare l&#8217;Ucraina, attraverso la quale passa attualmente l&#8217;80% del gas che arriva in Europa dalla Russia. &#8220;Entrami questi progetti &#8211; ha evidenziato il manager di Eni &#8211; richiedono ingenti investimenti. South Stream contempla tra i suoi fondatori Gazprom, che e&#8217; il piu&#8217; importante produttore di gas del mondo e quello che manca al Nabucco e&#8217; proprio un grosso produttore tra i suoi partners. Cio&#8217; spiega perche&#8217; il progetto non sia ancora partito pur essendo stato concepito nel 2002&#8243;.  Secondo Scaroni, i due gasdotti hanno quello che i banchieri definirebbero un &#8220;fit strategico&#8221; e quindi &#8220;se tutti i partners decidessero di fondere le due pipeline per un tratto &#8211; ha esortato il numero uno del Cane a sei zampe &#8211; si ridurrebbero gli investimenti, i costi operativi e si massimizzerebbero i profitti&#8221;. Sotto uno stesso tetto si troverebbero cosi&#8217; riuniti i principali produttori e i principali consumatori: il gas e il mercato del gas. I due progetti &#8220;riuscirebbero comunque a centrare i loro obiettivi strategici &#8211; ha insistito Scaroni &#8211; diversificando le forme di approvvigionamento e le rotte di transito&#8221;. Per Scaroni, &#8220;la definizione di interconnessioni, lo sviluppo di fonti alternative e il rafforzamento dei corridoi di approvvigionamento, rappresentano tutte misure fondamentali per assicurare all&#8217;Europa forniture di gas abbondanti, convenienti e sicure&#8221;. (AGI) -</p>
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		<title>Qualche riflessione sugli &#8220;studi strategici&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[strategia]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflessioni a partire dal "Manuale di Studi Strategici" di G. Giacomello e G. Badialetti, che offre un quadro didattico e divulgativo sulle origini del "pensiero strategico".


.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3387/qualche-riflessione-sugli-studi-strategici" title="Qualche riflessione sugli &#8220;studi strategici&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/wdocjkrp87fk_m.b3ancbkjcqgw848oso08kkws4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="112" alt="Qualche riflessione sugli &#8220;studi strategici&#8221;" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli autori G. Giacomello e G. Badialetti, del “Manuale di Studi Strategici” (edit. V§P), rispettivamente professore e militare di professione, offrono un quadro didattico  per lo più divulgativo, sulle origini del “pensiero strategico” che il senso comune tende a collocarlo come arte o scienza dell’ uso bellico, nel modo più efficace possibile, al fine della vittoria. Una semplice predisposizione di un pensiero strategico </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>a risposte adeguate</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> tra possibili sviluppi alternativi di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>“violenze organizzate”</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, al fine di vincere, oppure un’idea di strategia   che possa nascere dallo studio della storia (delle guerre), del Generale prussiano W.V.Clausewitz (1780-1831)” che si avvalse del proprio supporto empirico di “ materiale vissuto,”  sulla base del quale fu in grado di elaborare le sue  Teorie Generali dell’arte “Della Guerra” ?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E da qui, gli autori si dipanano su uno sviluppo  di pensiero strategico, attorno   all’ asse fondamentale di ricerca  del filosofo guerriero Clausewitz;  un tipo di ricerca che si inanella in una  risoluzione politica <em>impropria,</em> circa il destino dell’Europa a partire dalle fine della Seconda Guerra Mondiale, con gli Usa, unico stato <em>realmente </em>vincitore: “L’Europa è diventata  l’unica parte del mondo  ad  essere riuscita a mettere da parte la guerra come strumento di relazione tra vicini”. Così  gli autori suindicati, dopo avere volato alto nel pensiero strategico, vengono assaliti da un improvvido contorcimento culturale che sfocia in un occultamento ideologico della condizione <em>simil-statalista</em> dell’Europa che fa da corollario ad un <em>pacifismo”coatto,” aperto ad ogni multiculturalismo-multietnico-multirazziale,</em> risorto improvvisamente dalle ceneri delle guerre europee,  come appendice  ad un predominio  militare Usa, totale e assoluto sull’Europa, in una sorta di collante politico che tiene surrettiziamente in vita le varie identità nazionali, non ancora pienamente sopite; oltre a rappresentare una <em>condizione  ideale </em>dello spirito di uno  <em>Stato Sovranazionale </em>e<em> </em>non  autonomo, e/o a sovranità sempre più limitata, e perciò adatto ad ogni impresa di “<em>guerra giusta e umanitaria”</em> da svolgere per conto del  mandante predominate d’Oltreoceano. <em> </em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo ricerca degli autori campeggia su Clausewitz, rispetto ad ogni altro studio di  pensiero strategico, passando per  <em>Tucidide( Grecia-424 a.C</em>.) e  <em>Sun Tzu (Cina-396 a.C</em>, conosciuto in Usa, negli anni ’70 per la guerra in Vietnam, con qualche utilizzo di quest’ultimo,  per strategie commerciali ed ad uso e consumo in Usa per chi si occupa di business management) fino ad arrivare a Machiavelli. Secondo Clausewitz, la guerra viene considerata come un processo storico sottomesso alla politica in quanto impegno cruciale dello Stato, che per prevalere con la forza deve far appello a tutte le  risorse materiali e spirituali del proprio popolo. Al contrario dei romani e greci che non  sottolinearono alcun il legame tra politica e guerra, perché per tutti i militari, civili, patrizi e plebei la guerra e la politica stava veniva vissuta nella “natura delle cose, ..due facce inscindibili della stessa medaglia: “la tattica come gli ideali marziali e gli istinti bellicosi sono semplicemente subordinati alle necessità della politica. E’ così che Roma garantisce la sua superiorità strategica su così tanti avversari, per un tempo così lungo.”  E’ con il diffondersi della religione cristiana e successivamente con la dottrina della Chiesa cattolica che si giunse ad ammettere  nelle due forme di guerra possibili, <em>guerra santa e guerra giusta,</em> una colpa  attribuibile  ad un nemico, con l’uso necessario della forza per ottenere il rispetto di un diritto; e così fino alla fine del 1700, e all’inizio cioè, del c.d. “<em>diritto internazionale dei conflitti armati”.</em> Tale quadro internazionale cambia, dopo la Prima Guerra Mondiale con l’adozione del “patto Istitutivo delle Società delle Nazioni” che  limitava, parzialmente, l’uso della forza nei rapporti interstatali. Questo assetto internazionale viene messo in crisi dalla Seconda guerra mondiale,  nel dopo 1945, con la Carta Onu (Patto) delle Nazioni Unite che vincolò progressivamente tutti gli stati, indipendentemente dalla loro adesione. In tal modo la Carta, o Patto tra le nazioni,  attribuisce il monopolio dell’uso della forza al “Consiglio di Sicurezza,” che può intervenire nel caso in cui vi sia una minaccia alla pace, o sua violazione, o atto di aggressione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il congresso di Vienna (1814-15) con la <em>Restaurazione</em> politica al periodo antecedente al 1792 (Rivoluzione Francese) concluse un periodo sanguinoso di guerre napoleoniche, che con le loro idee libertarie avevano messo in crisi le monarchie europee; e con esse anche il sovvertimento di un certo ordinamento sociale fondamento del loro potere assoluto, a partire dalla nuova strategia di Bonaparte, dei suoi caratteri della guerra moderna che seppe imprimere   una guerra di popolo, attraverso la <em>“levée en masse</em> di tutti i cittadini francesi chiamati a difendere la loro neo acquisita libertà. Per consentire ad armate, di tali dimensioni di muovere, di operare e combattere al di fuori del suolo patrio si ricorre all’unica possibile alternativa alla bancarotta dello stato, vivere delle risorse disponibili nei territori <em>liberati, </em> ..Quello che muove il popolo, fino ad allora inerme osservatore, vittima o <em>cieco strumento</em> della guerra a diventarne l’attore principale” </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ proprio quest’idea di popolo in armi,  e della sua forza ed energia da convogliare   in un’impresa di guerra subordinata alla capacità politica del sovrano  in grado di difendere gli interessi dello Stato, quella che più affascina Clausewitz (antagonista alle guerre  napoleoniche). Anche se quest’idea del popolo in armi “<em>deve essere mobilitato ed asservito alla causa dello stato-nazione senza divenire vittima delle suggestioni libertarie proprie dell’esperienza francese</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’idea centrale di Clausewitz è  che<em>“La guerra non è nient’altro che la politica dello Stato proseguita con altri mezzi”. </em>Il fenomeno bellico si ascrive perciò in una <em>dimensione sociale, </em>senza con questo definire in modo esaustivo che cosa s’intenda per politica, entrare cioè direttamente nel merito dei suoi contenuti e dei suoi valori: “<em>L’interazione politica è lo scopo, la guerra è il mezzo e mai il mezzo può essere pensato senza scopo”</em> Una definizione, quest’ultima, che richiama la capacità politica del principe condottiero, volta a mantenere in una <em> “proporzione”</em>, lo scopo politico, l’obbiettivo militare  e  le risorse disponibili.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Rimane, in tutto questo, l’interpretazione fondamentale del fenomeno guerra, come processo indecifrabile se non collegato alla politica: “<em>E’ la politica che ha creato la guerra. Essa è l’intelligenza mentre la guerra è semplicemente lo strumento</em>; ed ancora,<em> la guerra ha una sua grammatica, ma non certamente una sua logica”</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo i nostri autori, il modello teorico proposto da Clausewitz è quello di uno sviluppo di “un’analisi della guerra intellettualmente difendibile, e cioè partendo dall’insieme dei fenomeni osservabili e rilevabili dallo studio della storia della logica e dal senso comune e li rende intellegibili attraverso immagini simboliche ed analogiche (guerra come <em>duello ingrandito,</em> collisione <em>di forze vive,</em> ma anche <em>scambio monetario</em> inteso come mezzo per perfezionare un’interazione, un agire tra soggetti diversi – al pari della decisione delle armi nell’interscambio guerresco – o ancora <em>gioco,</em> per il suo collegamento con il calcolo delle probabilità), per progredire poi “<em>dai singoli elementi dell’oggetto….al tutto nel suo nesso interno”.</em> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E da qui si può rilevare il carattere assoluto della teoria che prevale con i suoi principi organizzativi sulla rilevanza dei fenomeni e dei loro collegamenti; una teoria che dovrebbe illuminare a far capire, ma che non <em>svela</em> la sua interezza. <em>L’ideal tipo</em> <em>di stratega</em> che emerge è quello che mette insieme “la forma assoluta, teorica, della guerra, con la sua forma reale, quella che trova applicazione pratica nella storia. La guerra come concetto puro  è definita come “<em>un atto di forza che tende a ridurre l’avversario al nostro volere”</em> E su questo aspetto ben si comprende,  come dalla guerra assoluta, del totale asservimento dell’avversario, si può rilevare (dall’esperienza storica) un continuo incremento di violenza in grado di superare il livello posto dalla parte avversa, eliminando ogni limite logico alla sua applicazione ed ad ogni scopo praticabile. Ed è  su  limite invalicabile che intervengono “le libere e plurali volontà delle leadership ed i motivi politici che determinano gli obbiettivi da raggiungere e le risorse da investire, quantificando così la misura dello sforzo bellico ed inibendo di fatto <em>l’escalation</em>.”</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel passare dal dominio assoluto a quello reale (e/o probabilistico), la guerra manifesta la propria subordinazione alla politica, “e <em>appare come continuazione della politica con l’immischiarsi di altri mezzi”.</em> Ciò significa che la diplomazia e la politica continuano a guerra inoltrata come un’attività parallela, anche se l’essenza della guerra continua ad essere la violenza, mitigata talvolta per non raggiungere la sua fase ultima, più distruttiva: <em>“la guerra può essere una cosa che talvolta è più e talvolta è meno guerra. La teoria deve ammettere questo, ma è suo dovere porre in alto la forma assoluta ed usarla come punto di riferimento generale”.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un paradigma quest’ultimo di Clauswitz su cui si è potuto intessere e costruire una <em>fenomenologia della guerra</em>, la cui decisione (della sua applicazione) è in rapporto alla condotta della guerra, come scelta squisitamente politica: “<em>non si inizia nessuna guerra senza sapere che cosa con essa e che cosa in essa si voglia raggiungere”.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La trinità clausewitziana, stato, esercito, popolo è un utile strumento con il quale analizzare lo scopo,  che si intende raggiungere in una guerra moderna comprensiva di forze internazionali, indipendentemente da una loro legittimità giuridica. Del resto la descrizione della guerra non appartiene né al dominio dell’arte né alla scienza ma allo scambio sociale tra le “parti” in conflitto, come risulta a tutt’oggi nelle forze internazionali impegnate nelle operazioni di “<em>peacekeeping”, </em>il cui scopo ultimo è di avere la capacità di influenzare la popolazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo il pacifismo postbellico imposto in Europa, ove si era affermato un primato della pace, entro comunque un mondo bipolare, in un equilibrio del terrore atomico, sembrerebbe secondo i nostri autori, <em>che la  nuova fase storica post-Guerra-Fredda</em>, sia proprio <em>l’inizio d’epoca del peacekeeping</em>, con la possibilità di impiegare strumenti militari in un <em>ambito limitato;</em> una sorta di versione aggiornata di politica <em>neoclausewitziana, </em> aperta  ad ogni avvio di <em>multipolarismo</em>, dove troveranno posto  guerre regionali tra paesi  dominanti, nella loro inenarrabile pantomina di una comune cooperazione tra i popoli.</span></span></p>
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		<title>Corso di lingua persiana</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 12:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Corso di lingua persiana con l'Associazione Culturale Iraniana. Dal 27 marzo al 29 maggio 2010, ogni sabato mattina. Corsi per principianti, intermedio o avanzato. Presso la Biblioteca Amilcar Cabral del Comune di Bologna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3385/corso-di-lingua-persiana-2" title="Corso di lingua persiana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/iranwoman5_f301c.3fjfyqqrteeck80w4ss808gss.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Corso di lingua persiana" ></div></a><p><font size="3">CORSO DI LINGUA PERSIANA<br />
Associazione Culturale Iraniana<br />
<em>CORSE ZABANE FARSI<br />
Anjomane farhanghie iranian</em><br />
Durata del corso<br />
dal 27 Marzo 2010 al 29 Maggio 2010<br />
<em>Momoddate cors:Az 27 Mars 2010 ta 29<br />
Mei 2010</em><br />
Frequenza: ogni sabato mattina<br />
<em>Hozur: har shanbeh sobh</em><br />
-corso principianti (per chi conosce già<br />
l’alfabeto) dalle 9,00 alle10,30<br />
<em>-corse ebtedaii az 9,00 ta 10,30</em><br />
-corso avanzato dalle 10,30 alle 12,00<br />
<em>-corse pishrafteh az 10,30 ta 12</em><br />
-corso intermedio dalle 12,00 alle 13,30<br />
<em>-corse motavvaset az 12,00 ta 13,30</em><br />
presso <em>nazde</em>: Biblioteca Amilcar Cabral<br />
del Comune di Bologna<br />
Via <em>khibane</em> San.Mamolo.24 ,Tel 051. 581464<br />
Per informazioni contattare <em>Baraye ettelaot ba</em><br />
328 8165265<br />
Dott.ssa. Zoia Eghtedari <em>tamas beghirid</em></font></p>
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		<title>La nuova Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 09:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>
		<category><![CDATA[Integrazione sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ stato firmato lo scorso 23 febbraio l’atto di nascita della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Esclusi per ragioni politiche ed economiche Stati Uniti e Canada, la Comunità è promossa dalla necessità di creare un’organizzazione regionale che possa offrire un’alternativa concreata alle unioni regionali promosse e modellate dagli USA.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3381/la-nuova-comunita-degli-stati-latinoamericani-e-caraibici" title="La nuova Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cancun.cae39ga4jrscg8g8koo0w48sc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La nuova Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdendnote { margin-left: 0.5cm; text-indent: -0.5cm; margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		P.sdfootnote-western { margin-bottom: 0cm; font-family: "Arial", sans-serif; font-size: 10pt } 		P.sdfootnote-cjk { margin-bottom: 0cm; font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 10pt } 		P.sdfootnote-ctl { margin-bottom: 0cm; font-family: "Arial", sans-serif; font-size: 10pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } 		A.sdendnoteanc { font-size: 57% } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ stato firmato lo scorso 23 febbraio l’atto di nascita della <em>Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños</em>. A Quintana Roo, nei pressi di Playa del Carmen (Messico), la <em>Cumbre de América Latina y el Caribe</em> (CALC) ha approvato per volontà dei presidenti e delle alte autorità dei 32 paesi della regione latinoamericana e caraibica, la costituzione della neonata comunità, il cui compimento verrà discusso e sentenziato nel 2011 in Venezuela e nel 2012 in Cile.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La proposta, obiettivo previsto dalla CALC</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote1anc" href="#sdendnote1sym"><sup>i</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, va letta come </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">passo</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> necessario nel cammino avviato dalla Dichiarazione di Rio de Janeiro nel 1986, a sua volta sintesi del Gruppo Contadora e del Gruppo di supporto Contadora. Esclusi per ragioni politiche ed economiche Stati Uniti e Canada, sono invece diverse le motivazioni in capo all’esclusione dell&#8217;Honduras, che lasciano sul campo pareri discordanti. In linea col sentiero delineato, la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad de Estados Latinoamericanos</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> è promossa dalla necessità di creare un’organizzazione regionale che possa offrire un’alternativa concreata alle unioni regionali promosse e modellate dagli USA. Il riferimento è tanto alla fallita </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Área de Libre Comercio de las Américas</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (ALCA) quanto all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> è un’organizzazione regionale senza alcun legame con la sfera politica e commerciale dei paesi firmatari. Non si parla di un trattato di libero commercio, stadio più semplice di integrazione economica, come è il NAFTA (</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>North Atlantic Free Trade Area</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Le finalità della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> sono piuttosto simili a quelle dell’ALBA</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote2anc" href="#sdendnote2sym"><sup>ii</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, vertendo sulla promozione della cooperazione fra i meccanismi sub-regionali e basandosi su principi quali il rispetto del diritto internazionale, la eguaglianza degli stati sovrani, il ripudio dell’uso e minaccia della forza, la promozione della democrazia e dei diritti umani. Detti obiettivi saranno perseguiti attraverso un impulso all’integrazione regionale, promuovendo lo sviluppo sostenibile e la concertazione politica, convocando forum e incontri con la società civile</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote3anc" href="#sdendnote3sym"><sup>iii</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Facciamo un passo indietro. Il progetto ALCA nasce come estensione del NAFTA ai paesi caraibici e del centro e sud America: l’integrazione economica proposta da Washington si propone di tagliare le tariffe sui beni manufatturieri ed agricoli, tenendo al contempo alte le barriere sui beni classificati “proprietà intellettuali”. Agguerrito oppositore del progetto, il Brasile di Lula rifiuta un pacchetto unico di riforme, demandando le questioni più delicate al WTO. Dopo diversi incontri senza progresso, il vertice dell’OAS tenutosi a Buenos Aires nel novembre 2005 ne sancisce il fallimento: la posizione di Brasilia già supportata dal Venezuela di Chávez, trova la solidarietà del Mercosur</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote4anc" href="#sdendnote4sym"><sup>iv</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Mercado común del Sur</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">). Pensare ad un’ALCA senza Argentina e Brasile snatura il progetto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sulle macerie dell’ALCA Caracas pensò l’ALBA, un’alternativa alla proposta statunitense riassumibile in un patto di solidarietà fondato sui valori di giustizia ed uguaglianza, che mira ad uno sviluppo endogeno del sub-continente inseguendo innanzitutto l’auto-sostentamento. Il seguito alla proposta venezuelana non è stato all’altezza delle aspettative di Chávez, raccogliendo consensi importanti solo da paesi a marcata maggioranza socialista (Cuba, Bolivia, Nicaragua ed Ecuador, fra gli altri), nonostante il supporto esterno dei giganti del sub-continente in progetti essenziali come il Banco del Sur</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote5anc" href="#sdendnote5sym"><sup>v</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Qui la politica si intreccia a maglie strette con l’economia: comprare il petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi attira consensi, ma gli eccessi del Presidente venezuelano rischiano di compromettere (all’esterno) il sostegno alle sue proposte negli accordi bilaterali con il resto del mondo e (all’interno) di minarne il consenso.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">D’altra parte, proprio l’adesione del Venezuela al Mercosur nel dicembre 2005 (effettiva dal luglio seguente) ha riacceso il dibattito sull’integrazione regionale, in particolare tra i paesi membri della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad Andina de Naciones </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(CAN). Nata con l’obiettivo di creare un’unione doganale e di coordinare le politiche economiche tra i paesi andini, la CAN si rivoluziona negli anni Ottanta per sopravvivere alla crisi del debito, dando vita ad uno sviluppo prettamente commerciale aperto agli scambi, culminato con la creazione di un’area di libero scambio nel 1993. Accantonato il contenuto sociale, la CAN attraversa una doppia crisi identitaria, probabilmente intrecciata: sul versante economico, il modello aperto lavora in un’ottica liberista che accentua anziché ridurre le disparità sociali; sul versante politico, i paesi membri imboccano percorsi politici marcatamente distinti, contribuendo allo stallo della situazione. La decisione venezuelana di uscire dalla comunità nel maggio 2006 è naturale conseguenza dell’immobilismo che addormenta finanche l’unione doganale, a cui Caracas predilige il dinamismo (seppur a sua volta privo di connotati sociali) di un Mercosur avverso a proposte d’integrazione marchiate da Washington (come l’ALCA) e trainato da un potente Brasile incline ad un’integrazione latinoamericana</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote6anc" href="#sdendnote6sym"><sup>vi</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e da un’Argentina con cui Caracas ha stretto importanti scambi bilaterali in occasione della crisi energetica del 2004 (e del 2006) rifornendola di greggio.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non per altro è proprio a Brasilia che si costituisce il 23 maggio 2008 l’UNASUR (<em>Unión de Naciones Suramericanas</em>), istituzione nata sul modello dell’UE con l’obiettivo di sostituirsi all’OAS integrando Mercosur e CAN. Seppur dotata di un consiglio di difesa, l’UNASUR è ancora debole, ma riesce comunque a spegnere il focolaio tra Ecuador e Colombia nel 2008, a supportare la legittimità di Morales, ad impegnarsi a favore di Zelaya in Honduras e ad alzare la voce alla notizia dell’installazione di nuove basi USA in Colombia e della presenza della IV flotta della marina a stelle e strisce in acque caraibiche e degli stati dell’UNASUR. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> si inserisce nell’intrigato groviglio d’integrazione regionale con ruoli precisi in relazione alle (numerose) altre organizzazioni internazionali latinoamericane. Le due organizzazioni che l’UNASUR promette di sintetizzare (Mercosur e CAN) hanno tratti pressoché esclusivamente economici; anche l’UNASUR è un’istituzione economica con prospettive politiche, esattamente com’è stato il percorso che ha portato alla UE. Al contrario, l’ALBA assume connotati a sfondo sociale, ma è una provocazione di Chávez agli USA, a cui i governi conservatori della regione non potranno mai aderire, tanto per ragioni politiche quanto per opportunismo economico da leggere in un’ottica di accordi bilaterali sostitutivi dell’ALCA. Anche Brasile e Argentina non hanno sposato il progetto bolivariano per ragioni analoghe, seppur non perfettamente sovrapponibili: resta però viva a Brasilia ed a Buenos Aires la volontà di accentuare ed allargare un processo d’integrazione non circoscritto ad un mercato comune. Da questa volontà nasce la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, permeata dei valori sociali necessari ad integrare l’UNASUR, libera da connotati chavisti e capace di raccogliere il consenso di tutti i 32 governi della regione</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote7anc" href="#sdendnote7sym"><sup>vii</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A questo punto bisogna riflettere sull’esclusione dei due colossi settentrionali, in particolare gli USA: con quale attenzione Washington assiste agli sforzi di emancipazione di un “cortile di casa” sempre più convinto a sviluppare un progetto d’integrazione regionale, di cui la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> è solo un’ultima declinazione</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote8anc" href="#sdendnote8sym"><sup>viii</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">? Le risposte sono molteplici, riassumibili in due linee guida. Innanzitutto, a favore dei paesi centro meridionali gioca il pantano mediorientale che costringe la Casa Bianca ad un ingente impiego di uomini e forze, tali da impedire una dedizione ai vicini meridionali sui livelli del secolo scorso. D’altra parte, le cause non sono esclusivamente esogene: dai primi anni del secolo XXI un diffuso consenso investe i politici della regione inclini ad accordi sud-sud finalizzati ad un affrancamento dal giogo statunitense; tendenza che ha trovato conferma al momento del vaglio elettorale, e che permette una capillare attenzione ed avversione quando non una denuncia pubblica di possibili ingerenze USA</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote9anc" href="#sdendnote9sym"><sup>ix</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. E l’insediamento di Obama alla Casa Bianca non mostra un cambio di rotta rispetto alla politica repubblicana nemmeno in occasione del golpe di Micheletti in Honduras, evidenziando posizioni differenti all’interno degli stessi democratici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il percorso d’integrazione regionale è tutt’altro che in discesa. Diverse sfide ne mettono a repentaglio il cammino, minacciandolo sotto più aspetti. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>In primis</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, il consenso al progetto regionale interno ai singoli stati, manifestato come sostegno ai </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>leader</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> impegnati in questa direzione: la recente svolta a destra del Cile rappresenta una prima importante prova, non meno delicata dei nuovi equilibri argentini maturati nella consultazione elettorale del giugno 2009, che la Kirchner deve suo malgrado gestire. Con uno sguardo all’imminente futuro, sarà determinante l’esito delle urne brasiliane, che ad ottobre investiranno il successore di Lula. In secondo luogo, l’armonia di un’organizzazione regionale che raggruppa paesi di colori politici antitetici necessita di un paziente lavoro diplomatico. Nella due giorni di inaugurazione della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> alcuni nodi sono già venuti al pettine. Uribe e Chávez si sono scontrati verbalmente: il premier colombiano lamentando l’embargo commerciale imposto da Caracas che isola Bogotá; la controparte venezuelana accusando di essere stata minacciata da paramilitari e delinquenti colombiani. Solo l’intervento pacificatore di altri </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>leader</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ha convinto Chávez a non abbandonare il vertice e Uribe a moderare il linguaggio</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote10anc" href="#sdendnote10sym"><sup>x</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Anche l’esclusione di Honduras (non invitato perché sospeso dall’OAS) ha suscitato polemiche</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote11anc" href="#sdendnote11sym"><sup>xi</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, come anche le proposte di rimpiazzare l’OAS (cui partecipano sia Canada che USA) con la neonata </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad</em></span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><a name="sdendnote12anc" href="#sdendnote12sym"><sup>xii</sup></a></em></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Certo, non tutto il male vien per nuocere: su alcuni punti caldi i </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>leader</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> si sono trovati d’accordo, convergendo sia sulla sovranità delle isole Malvine</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote13anc" href="#sdendnote13sym"><sup>xiii</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, sia sulla denuncia dell’embargo statunitense a Cuba, sia sul sostegno all’Ecuador di Correa accusato da un organo internazionale di riciclare denaro sporco per fini terroristi</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote14anc" href="#sdendnote14sym"><sup>xiv</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Il terzo aspetto riguarda le relazioni internazionali, e pone diversi stati davanti alle proposte statunitensi di accordi bilaterali invitanti e non sempre trasparenti. E’ importante che la valutazione del costo-opportunità degli stati più vicini a Washington non sia limitata ad un’ottica, seppur vitale, di scambi sud-sud, ma consideri prospettive globali trainate da Brasile e Messico di accordi regionali con i giganti asiatici, che possono pesare sulla bilancia in modo preponderante. Le diffidenze tra i grandi paesi della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comunidad</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> devono lasciare il campo a proficue collaborazioni che portino ad un avvicinamento degli stessi: gli imprenditori messicani non devono temere la competitività del nucleo industriale brasiliano di San Paolo, ma preoccuparsi piuttosto di incrementare lo scambio economico da cui deriverà un avvicinamento dei due paesi</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdendnote15anc" href="#sdendnote15sym"><sup>xv</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. L’esempio deve essere l’esperienza positiva dell’UE e la volontà va alimentata con la crescente coscienza di una regione virtuosa, emancipata dagli USA.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><span style="font-size: medium;">* Pierpaolo Ciancio, dottore in Scienze politiche-economiche (Università di Pavia), collabora con “Eurasia”</span></strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><strong><span style="font-size: medium;"><br />
</span></strong></span></p>
<div id="sdendnote1">
<p><a name="sdendnote1sym" href="#sdendnote1anc">i</a> Fino al momento del compimento del processo di costituzione della 	<em>Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños</em> il Gruppo 	di Rio e la CALC continueranno le proprie attività unificate in un 	unico organismo, preservando le proprie metodologie di lavoro e 	scadenze, al fine di mantener fede ai rispettivi mandati. 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.eluniversal.com/2010/02/23/int_ava_crean-la-comunidad-d_23A3475771.shtml">http://www.eluniversal.com/2010/02/23/int_ava_crean-la-comunidad-d_23A3475771.shtml</a></span></span></p>
</div>
<div id="sdendnote2">
<p><a name="sdendnote2sym" href="#sdendnote2anc">ii</a> Per aprofondimenti sull’<em>Altenativa Bolivariana por las Americas</em> (ALBA), vedi Dario Azzellini, “Il Venezuela di Chávez”, Derive 	Approdi 2006, pag. 209-210</p>
</div>
<div id="sdendnote3">
<p><a name="sdendnote3sym" href="#sdendnote3anc">iii</a> Vedi link nota 1</p>
</div>
<div id="sdendnote4">
<p><a name="sdendnote4sym" href="#sdendnote4anc">iv</a> Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e dal 2006 Venezuela sono 	paesi membri. Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù paesi 	associati.</p>
</div>
<div id="sdendnote5">
<p><a name="sdendnote5sym" href="#sdendnote5anc">v</a> Per i dettagli relativi al Banco, vedi Maurizio Matteuzzi, 	“L’America latina si fa la sua banca”, <em>Il Manifesto</em>, 10 	ottobre 2007</p>
</div>
<div id="sdendnote6">
<p><a name="sdendnote6sym" href="#sdendnote6anc">vi</a> Per approfondimenti sulla politica brasiliana degli ultimi anni si 	veda 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2010/pagina.php?cosa=1001lm15.01.html#5">http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2010/pagina.php?cosa=1001lm15.01.html#5</a></span></span></p>
</div>
<div id="sdendnote7">
<p><a name="sdendnote7sym" href="#sdendnote7anc">vii</a> Al vertice hanno partecipato tutti i 32 governi del centro e sud 	America, più i paesi caraibici, con l’unica eccezione 	dell’Honduras: la <em>Comunidad</em> è però partecipata 	attivamente da 25 paesi. Vedi 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.rnw.nl/espanol/article/nace-comunidad-de-estados-latinoamericanos-y-caribe%C3%B1os">http://www.rnw.nl/espanol/article/nace-comunidad-de-estados-latinoamericanos-y-caribe%C3%B1os</a></span></span></p>
</div>
<div id="sdendnote8">
<p><a name="sdendnote8sym" href="#sdendnote8anc">viii</a> Per completezza, vale la pena ricordare un’altra associazione per 	l’integrazione regionale, l’ALADI, subentrata a Montevideo nel 	1980 all’ALALC</p>
</div>
<div id="sdendnote9">
<p><a name="sdendnote9sym" href="#sdendnote9anc">ix</a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> “Washington sta creando un esercito sudamericano unificato, agli 	ordini del Pentagono, che è una versione militare della proposta </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>Free Trade Area of the 	Americas</em></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> e ha il 	proprio quartiere generale in Colombia”, sostiene Raúl Zibechi, 	membro del comitato di redazione del settimanale </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>Brencha</em></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> di Montevideo. Si veda Raúl Zibechi, “Brasilian Military Getting 	Ready for Vietnam-style U.S. Invasion”, </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>Brazzil</em></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">, 	22 luglio 2005. Per una digressione più recente sul tema rimando ad 	un articolo di Maurice Lemoine visualizzabile all’indirizzo </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.monde-diplomatique.it/ricerca/ric_view_lemonde.php3?page=/LeMonde-archivio/Settembre-2009/0909lm14.01.html&amp;word=Honduras;Obama"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">http://www.monde-diplomatique.it/ricerca/ric_view_lemonde.php3?page=/LeMonde-archivio/Settembre-2009/0909lm14.01.html&amp;word=Honduras;Obama</span></a></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> Lo stesso Morales ha messo in guardia sul pericolo di un golpe in 	Bolivia, orchestrato dall’ambasciata americana col supporto di 	gruppi paramilitari colombiani. Si veda Roberto Zanini, “C’è il 	pericolo di un golpe”, </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>Il 	Manifesto</em></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">, 30 ottobre 	2007.</span></p>
</div>
<div id="sdendnote10">
<p><a name="sdendnote10sym" href="#sdendnote10anc">x</a> Vedi 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.eluniversal.com/2010/02/23/int_ava_crean-la-comunidad-d_23A3475771.shtml">http://www.eluniversal.com/2010/02/23/int_ava_crean-la-comunidad-d_23A3475771.shtml</a></span></span></p>
</div>
<div id="sdendnote11">
<p><a name="sdendnote11sym" href="#sdendnote11anc">xi</a><span style="font-size: x-small;"> Il presidente uscente del Costa Rica, Oscar Arias, ha affermato che 	“in questo vertice di unità è assente il governo honduregno, il 	cui popolo è vittima di un golpe militare in ragione del quale 	merita aiuto piuttosto che emarginazione”. Vedi link nota 9. </span></p>
</div>
<div id="sdendnote12">
<p><a name="sdendnote12sym" href="#sdendnote12anc">xii</a> “E’ molto importante non pretendere di rimpiazzare l’OAS. 	L’OAS è un’organizzazione permanente con funzioni proprie”, 	ha dichiarato il neo-eletto presidente cileno Sebastián Piñera, 	ospite del vertice. Vedi link nota 9.</p>
</div>
<div id="sdendnote13">
<p><a name="sdendnote13sym" href="#sdendnote13anc">xiii</a> Lula ha criticato l’ONU accusata di occuparsi solo degli interessi 	dei membri del Consiglio di Sicurezza, tralasciando conflitti aperti 	come la diatriba tra Argentina e Regno Unito sulla sovranità delle 	isole Malvine. Vedi 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://elorbe.com/portada/02/24/crean-comunidad-de-estados-latinoamericanos-y-caribenos.html">http://elorbe.com/portada/02/24/crean-comunidad-de-estados-latinoamericanos-y-caribenos.html</a></span></span></p>
</div>
<div id="sdendnote14">
<p><a name="sdendnote14sym" href="#sdendnote14anc">xiv</a> Vedi link nota 13</p>
</div>
<div id="sdendnote15">
<p><a name="sdendnote15sym" href="#sdendnote15anc">xv</a> Si ascolti a questo riguardo l’intervista a Lucio Oliver, 	direttore del dipartimento di studi latinoamericani dell’Università 	Nazionale Autonoma del Messico e specialista in sociologia politica. 	Vedi link nota 7.</p>
</div>
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		<title>La Visita di Putin a Nuova Delhi: l’inviato della speranza nelle relazioni bilaterali della difesa</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 13:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[vladimir putin]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi dieci anni, se qualcosa ha colpito negativamente la maggior parte delle relazioni bilaterali tra l'India e la Russia, ciò è stato la difesa, il settore nel quale entrambi i paesi avevano goduto dei rapporti più intensi. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3378/la-visita-di-putin-a-nuova-delhi-l%e2%80%99inviato-della-speranza-nelle-relazioni-bilaterali-della-difesa" title="La Visita di Putin a Nuova Delhi: l’inviato della speranza nelle relazioni bilaterali della difesa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/bc490fd6_5378_4f11_9ee3_46b735120adb_mw800_mh600.7rjcuayd5rks0gwcs8g480cgg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="La Visita di Putin a Nuova Delhi: l’inviato della speranza nelle relazioni bilaterali della difesa" ></div></a><p>Fonte: <em>Strategic Culture Foundation</em> <a href="http://en.fondsk.ru/print.php?id=2843">http://en.fondsk.ru/print.php?id=2843</a> 09.03.2010<br />
<font size="3"><br />
Negli ultimi dieci anni, se qualcosa ha colpito negativamente la maggior parte delle relazioni bilaterali tra l&#8217;India e la Russia, ciò è stato la difesa, il settore nel quale entrambi i paesi avevano goduto dei rapporti più intensi. E&#8217; ovvio che, con una minore componente sovietica/russa nel settore della difesa dell&#8217;India, essa sarebbe stata per lo più rudimentale o qualcosa di diverso. Come previsto, la visita di Putin in India, l’11 e 12 marzo, avrebbe suscitato molto del pessimismo presente nella maggior parte dell’ultimo decennio di relazioni bilaterali nella difesa. In realtà, è stato Vladimir Putin che ha cercato di dare una nuova svolta alle relazioni bilaterali, durante la sua visita in India, nel 2000, quando entrambi i paesi hanno firmato l&#8217;agenda sul partenariato strategico, e si può sperare che durante la sua visita, entrambi i paesi lasceranno indietro le passate differenze rispetto alle relazioni nella difesa, e inaugurino una nuova era di sana e produttiva cooperazione nella difesa. Inutile aggiungere che oltre il cinquanta per cento delle armi dell&#8217;India sono di origine sovietica/russa.</p>
<p>La questione più importante, come anche irritantemente cruciale, nella cooperazione bilaterale nella difesa, è quella sull’<em>Admiral Gorshkov</em>. Firmato l’accordo nel gennaio 2004, al prezzo di $ 1,4 miliardi, la portaerei avrebbe dovuto essere consegnata nel 2008. Tuttavia, in seguito, le differenze sull’accordo sulla portaeromobili si sono protratte molto a lungo. Quasi la metà del decennio è passata per raggiungere una soluzione amichevole sulla controversia. I pessimisti e gli estremisti, in India, hanno affermato di voler diversificare le fonti dell&#8217;India nel procurarsi materiale per la difesa, in particolare indicando gli Stati Uniti e altri paesi come Israele e Francia. Tuttavia, la classe dirigente indiana, in particolare sotto la guida del Primo Ministro Manmohan Singh, non ha voluto far decadere l&#8217;accordo. L&#8217;accordo è già costato all&#8217;India una cifra enorme, e poi la portaerei che già possiede, la INS <em>Vikrant</em>, è troppo vecchia per essere utilizzata ancora a lungo. L’<em>Admiral Gorshkov</em>, ribattezzata dall&#8217;India, INS <em>Vikramaditya</em>, potrebbe solo aiutare l&#8217;India a mantenere l&#8217;equilibrio nella sua difesa, soprattutto riguardo alla preparazione navale, in una regione concorrenziale e ostile.</p>
<p>L&#8217;argomentazione russa è stata che il calcolo iniziale non fosse corretto, in quanto i costi, in seguito ai lavori presso i cantieri <em>Shevmash</em>, sono aumentati drammaticamente. Inoltre, il ritardo del refitting ne ha ulteriormente alzato il costo. E&#8217; stato durante la visita del presidente della Russia, Dmitrij Medvedev, in India, nel dicembre 2008, che una soluzione della questione spinosa è apparsa brillante. Entrambi i paesi hanno concordato nel risolvere rapidamente le questioni controverse, compreso la questione dell’<em>Admiral Gorshkov</em>. Gli ottimisti predissero che il problema sarebbe stato risolto entro <em>&#8216;tre mesi</em>.&#8217; Tuttavia, infine, necessitò circa un anno o poco più, per una risoluzione definitiva della controversia. La visita del Primo Ministro Vladimir Putin, non avrebbe potuto essere più tempestiva, come oggi. Entrambi i paesi hanno celebrato il 2008 e il 2009 come gli anni dell’amicizia tra le due nazioni. E il 2010 appare propizio, con l&#8217;amicizia che sembra dare i suoi frutti nella risoluzione delle controversie, rafforzando ulteriormente la cooperazione bilaterale nella difesa.</p>
<p>Le basi della prossima visita di Putin sono state preparate dal Vice Primo Ministro russo, Sergei Sobjanin, durante la sua visita a New Delhi il 15 e 16 febbraio 2010. Durante la sua visita, Sobjanin ha incontrato il Primo Ministro Singh e i ministri degli affari esteri, della difesa e del commercio. Sembra che la progressiva contrazione della cooperazione India-Russia nella difesa, sarà coperta, e forse anche ampliata, dalla visita di Putin. La gamma di accordi che potranno essere firmati, durante la visita di Putin, conferma questo punto di vista.</p>
<p>Durante la visita di Putin, entrambi i paesi potrebbero firmare tre accordi di cooperazione militare tecnica del valore di 4 miliardi di dollari US. Ciò include anche l&#8217;accordo sull’aggiornamento della portaerei <em>Admiral Gorshkov</em>. Come parte della nuova intesa, l&#8217;accordo sulla portaerei sarà firmato per 2,34 miliardi di dollari. L&#8217;esitazione iniziale indiana, o ciò che uno degli ex Capi di Stato Maggiore della Marina dell&#8217;India ha chiamato portaerei ‘<em>Cavallo di Troia&#8217;</em>, è stato messa da parte, oggi. L’India, con l&#8217;attuale accordo, pagherà l&#8217;importo supplementare. Oltre l&#8217;affare sulla portaerei, entrambi i paesi potrebbero firmare un altro accordo da 1,2 miliardi dollari per altri caccia navali 29 MiG-29K. Entrambi i paesi potrebbero anche firmare un accordo per lo sviluppo congiunto dell’aereo da combattimento <em>stealth</em> di quinta generazione (FGFA) e dell’aereo da trasporto multi-ruolo (MTA). Come riferito, ci sono anche dei piani dell’India per procurarsi ulteriori 40-45 Sukhoj-30MKI, da aggiungere ai 230 di questi caccia già contrattati. Durante la visita di Putin, l&#8217;accordo riguardante il completamento dell’ordine del sottomarino a propulsione nucleare K-152 <em>Akula-II</em>, il <em>Nerpa</em>, per la marina indiana, nel quadro di un contratto di affitto per 10 anni, derivante da un accordo siglato nel 2004, potrà probabilmente avere luogo.</p>
<p>Per quanto riguarda la cooperazione nel settore nucleare, la visita di Putin probabilmente riguarderà anche lo status della cooperazione esistente. La cooperazione della Russia e dell&#8217;India, sul nucleare, è davvero fenomenale. La cooperazione della Russia nell&#8217;approvazione, ricevuta dall&#8217;India, dal ‘<em>Gruppo dei paesi fornitori nucleari’</em>, non può essere negata. Durante la visita di Putin, l’accordo relativo ai reattori nucleari di Kundankulam, nello stato indiano del Tamil Nadu, sarà probabilmente firmato. Ci potrebbe essere un altro accordo per il nuovo sito per reattori nucleari, individuato ad Haripur, nel Bengala occidentale.</p>
<p>Nel mondo globalizzato, in cui la diplomazia economica appare cruciale nelle relazioni politiche, le relazioni India-Russia sono state abbastanza flessibili nell’adattarsi alle mutevoli equazioni globali. Entrambe s’integrano a vicenda nei vari settori, tra cui la difesa è il primo. Oltre la difesa, entrambi i paesi desiderano enormemente un ordine mondiale libero dal terrorismo, dal fondamentalismo religioso, dalle rivalità delle potenze e da ingiuste equazioni globali. Questi obiettivi sono stati/sono in realtà, parte del partenariato strategico che i due paesi sposano. Ora, gli aspetti irritanti nel settore della difesa possono essere risolti, e l&#8217;India e la Russia possono aggiungere legami significativi agli altri aspetti della loro partnership strategica, tra cui i rapporti commerciali, nei prossimi giorni.</font></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
<p><a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a></p>
<p><a href="http://www.bollettinoaurora.da.ru/">http://www.bollettinoaurora.da.ru</a></p>
<p><a href="http://sitoaurora.narod.ru/">http://sitoaurora.narod.ru</a></p>
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<p><a href="http://eurasia.splinder.com/">http://eurasia.splinder.com</a></p>
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		<title>Israele. Il Re è nudo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:36:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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		<description><![CDATA[Se sul breve termine Netanyahu è stato in grado di ottenere dei successi tattici, rinviando continuamente l’ora delle scelte, nel medio periodo tutto ciò viene pagato da un crescente isolamento di Israele nel mondo, in Europa e negli stessi Stati Uniti, da un appannamento della sua immagine e della sua stessa credibilità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3376/israele-il-re-e-nudo" title="Israele. Il Re è nudo"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/160408netanyahu.8udw0aa9ols8cw0kc4s880co0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="Israele. Il Re è nudo" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.cipmo.org/1501-indice-editoriale/israele-re-nudo-biden-negoziati-indiretti.html" target="blank">CIPMO</a>, 11.03.10</p>
<p><font size="3">Questi negoziati di “prossimità” tra israeliani e palestinesi, negoziati indiretti mediati dagli USA, che gli Stati Uniti erano riusciti a mettere in piedi dopo mesi di defatiganti peregrinazioni del loro Inviato Speciale nell’area George Mitchell, non potevano davvero avviarsi in condizioni peggiori.<br />
Il Ministro dell’Interno israeliano, Eli Yishai, non ha neanche atteso la partenza del Vice Presidente statunitense, Joe Biden, per comunicare la avvenuta concessione dei permessi di costruzione di altri 1600 appartamenti nel sobborgo di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est, la parte araba della città, considerata capitale unica e indivisibile di Israele.<br />
La reazione di Biden, che ha visto in quella decisione una vera e propria provocazione rivolta contro la sua persona e la sua visita, non si è fatta attendere, ed egli ha bollato la notizia come un atto che faceva venire meno la fiducia, necessaria per rilanciare le stesse trattative.<br />
Che si sia trattato di uno sgambetto del partito religioso Shas, cui Yishai appartiene, o di un atto voluto, la sostanza non cambia: il rilancio del negoziato non può essere definita la priorità numero uno per Netanyahu.<br />
Va detto che egli non è nuovo a questa politica di zig-zag, per cui a aperture sul piano diplomatico corrispondono iniziative volte a riconsolidare la sua coalizione, o la sua stessa costituency elettorale. Iniziative, anche, volte a provocare delle reazioni da parte palestinese, che vanifichino sul terreno le stesse aperture diplomatiche, effettuate più che altro per ricucire con l’alleato americano.<br />
Così è stato, con il suo discorso di Bar Ilan, del giugno scorso, dove alla accettazione della piattaforma “Due stati Due popoli” veniva accoppiata la richiesta ai palestinesi e al mondo arabo del riconoscimento del carattere ebraico di Israele; al momento della proclamazione della moratoria di 10 mesi degli insediamenti, quando contestualmente venivano rilasciate 3000 licenze di costruzione per appartamenti già avviati o che avevano ottenuto i relativi permessi; nel momento in cui veniva annunciata la possibilità della ripresa dei negoziati indiretti, con l’annuncio della inclusione di due siti di Nablus e Betlemme nella lista di quelli appartenenti al “cultural heritage” israeliano, cosa che ha provocato una vasta reazione in tutto il mondo arabo, e la stessa netta condanna degli USA. E ora l’annuncio di questi giorni.<br />
Non sono mancati, ad onor del vero, anche atti che andavano in direzione positiva, quale la rimozione di numerosi blocchi stradali in Cisgiordania, che ha consentito una maggior libertà di movimento ed è stata tra le cause essenziali della nuova crescita economica registratasi in tale area nel 2009.<br />
Ma la tendenza prevalente è stata l’altra, e ciò è stato determinante nel generare il diffuso clima di sfiducia che circonda questo stentata e indiretta ripresa negoziale.<br />
Ma al di là di quanto detto finora, l’elemento determinante è la consapevolezza che nel momento in cui si riavvia il confronto negoziale, già così fragile, quelli che ci si trova di fronte sono i nodi irrisolti del Final Status: Gerusalemme, i confini, gli insediamenti, i rifugiati, l’acqua. E non pare che l’attuale coalizione di governo israeliana possa andare molto lontano, su quelle strade.<br />
D’altronde, a novembre ci sono le elezioni di mezzo termine, negli USA, ed è improbabile che Obama voglia pigiare sull’acceleratore dopo tutti questi mesi di sostanziale surplace.<br />
Netanyahu, dalla sua passata esperienza diplomatica negli Stati Uniti, ha tratto una profonda conoscenza degli ambienti politici di quel paese, e sa come manovrare, a suo vantaggio, anche nella più difficile delle circostanze, come si è visto nei primi mesi della presidenza Obama.  Ma se sul breve termine egli è stato in grado di ottenere dei successi tattici, rinviando continuamente l’ora delle scelte, nel medio periodo tutto ciò viene pagato da un crescente isolamento di Israele nel mondo, in Europa e negli stessi Stati Uniti, da un appannamento della sua immagine e della sua stessa credibilità. E questo può essere un prezzo molto duro, e molto pericoloso soprattutto nel momento in cui sta venendo al pettine il nodo Iran.<br />
Un’ultima osservazione. Se lo scenario più probabile è quello di un negoziato che si trascina senza arrivare al dunque, si pone il problema del che fare, in questi mesi, per riempire questo vuoto tendenziale se non dichiarato. La cosa più concreta appare l’appoggio, forte e concreto, al progetto del Primo ministro palestinese Fayyad, che si propone di costruire lo Stato palestinese dal basso, a partire dai successi già raggiunti nella ricostruzione delle istituzioni, nella sicurezza, nella economia, e nella stessa assistenza ai settori più disagiati.<br />
Il Presidente Shimon Peres, recentemente, lo ha chiamato il Ben Gurion palestinese. Un nome impegnativo, da parte di un israeliano. In questa sfida, Fayyad non deve essere lasciato solo, in particolare dall’Europa, perché nel vuoto, come si sa, possono crescere le cose peggiori.</font></p>
<p><font face="Times New Roman" size="3"><strong>* Janiki Cingoli è direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente.</strong></font></p>
<p><em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;</em></p>
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		<title>Per gli investitori Mosca è diventata più interessante di New York</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 09:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[La capitale russa  per la prima volta al sesto posto nella lista delle dieci città più interessanti per gli investitori globali - I leader del rating sono Londra e Parigi - Vanno molto forte le città cinesi - Nei prossimi due anni le metropoli europee rischiano di essere superate da altri due centri finanziari asiatici: Mumbai e Singapore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3374/per-gli-investitori-mosca-e-diventata-piu-interessante-di-new-york" title="Per gli investitori Mosca è diventata più interessante di New York"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mosca.1d3zlvgtjtggk080wggwsks00.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Per gli investitori Mosca è diventata più interessante di New York" ></div></a><p>Fonte: &#8220;<a href="http://www.intesasanpaolo24.com/Csi/Bollettini/Editoriale/115.htm" target="blank">Notiziario dai mercati CSI</a>&#8220;, 05.03.10</p>
<p><font size="3"><em><strong>La capitale russa  per la prima volta al sesto posto nella lista delle dieci città più interessanti per gli investitori globali &#8211; I leader del rating sono Londra e Parigi &#8211; Vanno molto forte le città cinesi &#8211; Nei prossimi due anni le metropoli europee rischiano di essere superate da altri due centri finanziari asiatici: Mumbai e Singapore.</strong></em></p>
<p>Le economie globali si stanno riavendo dalla crisi e sono in cerca di investimenti strategici. Per la prima volta gli analisti internazionali hanno dichiarato che Mosca offre migliori possibilità per gli investitori di New York. Il rating delle dieci città più interessanti per gli investitori, elaborato dall’agenzia finanziaria francese Paris Ile de France Capitale Economique in collaborazione con la società di consulenza internazionale KPMG, vede al primo posto Londra, che nel 2009 è riuscita a realizzare 270 grandi progetti d’investimento. Invece, la “Grande mela” che nel 2008 &#8211; così come per molti anni prima &#8211; era  al terzo posto, nel 2009 è retrocessa al decimo, mentre la capitale russa è salita al sesto.<br />
La classifica è elaborata in base a sondaggi d’opinione, che gli analisti hanno condotto tra oltre 500 finanzieri e capitani d’industria di tutto il mondo, e attraverso l’analisi  di dati statistici macroeconomici, oltre di quelli relativi agli investimenti degli ultimi cinque anni.<br />
Secondo gli analisti francesi e internazionali i criteri più importanti che attirano gli investimenti sono la stabilità politica, la sicurezza legale degli investimenti e la situazione economica e finanziaria delle città prese in esame.<br />
Londra, leader della classifica, si trova al primo posto non soltanto per gli indicatori oggettivi, ma soprattutto in base alle preferenze degli uomini d’affari di tutto il mondo: il 42% degli intervistati ha infatti citato la capitale britannica come città più attraente per gli investimenti e per il business in generale.<br />
Al secondo posto c’è Shanghai che per tutta una serie di indicatori economici e finanziari, tra cui la disponibilità di moderni centri di analisi finanziaria, la accessibilità di centri per uffici, ha addirittura battuto Londra. Oltre a Shanghai altre due città cinesi sono entrate nella classifica: Hong Kong è al terzo posto, mentre a Pechino gli esperti hanno assegnato il quinto.<br />
Queste valutazioni non hanno sorpreso gli operatori finanziari: ormai da molti anni gli investitori preferiscono le operazioni in Cina piuttosto che a quelle in molte altre città del mondo. Lo sviluppo economico dei Paesi asiatici ha permesso agli analisti di arrivare alla conclusione che nei prossimi anni i tradizionali leader europei potrebbero essere superati da altre due città asiatiche Mumbai e Singapore.<br />
Già ora nella lista delle prime cinque città del mondo più interessanti per gli investitori globali ci sono soltanto due città europee: Londra e Parigi. E questo perché la crisi globale non ha praticamente influenzato in negativo i volumi di investimenti affluiti nelle economie delle capitali di Gran Bretagna e  Francia.<br />
Inoltre, gli investitori hanno giudicato molto positivamente le opportunità finanziarie offerte da Londra e da Parigi, grazie alla stabilità politica della Gran Bretagna e della Francia, al loro elevato tenore di vita e alle loro infrastrutture molto ben sviluppate.<br />
Il sesto posto di Mosca riflette soprattutto le aspettative degli investitori globali, legate ai piani del Cremlino di trasformare la capitale russa in uno dei più importanti centri finanziari del mondo (Editoriale del no.114 del Notiziario dai mercati Csi).<br />
 In febbraio la Borsa Dice (Moscow international stock exchange) ha reso nota l’intenzione di aprire una propri rappresentanza a Londra, un passo che favorirebbe un’ulteriore integrazione della Russia nella comunità finanziaria internazionale. “L’ufficio a Londra sarà aperto nella prima metà del 2010”, ha dichiarato il vice presidente della Borsa Micex, Vladimir Gusakov.<br />
La Borsa Micex è una delle due maggiori piazze russe, la cui quota del mercato azionario russo con il settore extra borsistico raggiunge il 67 per cento del totale. La Borsa Micex è la più grande piazza non soltanto della Russia e dei Paesi della Csi, ma anche dell’Europa Centrale e Orientale. Inoltre è tra 30 maggiori Borse del mondo. La quota della Borsa Micex nelle contrattazioni delle attività russe e dei depositary receipts delle azioni delle società russe raggiunge il 63 per cento. Malgrado la crisi globale, la Borsa Micex ha aumentato nel 2009 i propri redditi del 34,7 per cento. Come primo passo verso l’internazionalizzazione la Borsa Micex aveva siglato due anni fa un accordo di cooperazione con la Borsa tedesca.<br />
Infine, tra i fattori che danno una prova dell’uscita dell’economia russa dalla crisi è  da segnalare la posizione più solida delle banche del Paese, che secondo un’analisi della Banca centrale sono in grado di compensare, senza crollare, le eventuali perdite dovute all’accumulo delle attività tossiche.<br />
Secondo i dati dell’Istituto centrale il volume dei debiti scaduti nel totale portafoglio creditizio avrebbe raggiunto il 5,2 per cento, mentre le riserve costituite per compensare le perdite sono ormai arrivate al 9,8% del portafoglio creditizio delle banche.</font></p>
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		<title>Breve commento sul referendum islandese</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 19:40:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>

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		<description><![CDATA[Il risultato del cosiddetto referendum “Icesave” non lascia adito a dubbi interpretativi. Il 92.3% dell’elettorato islandese ha sonoramente bocciato il nuovo disegno di legge, approvato dal parlamento il 30 Dicembre 2009.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3368/breve-commento-sul-referendum-islandese" title="Breve commento sul referendum islandese"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pf_icesave_website_1010568c.e4ke3nrlelw844sgsow0wk8kw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="Breve commento sul referendum islandese" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il risultato del cosiddetto referendum “Icesave” non lascia adito a dubbi interpretativi. Il 92.3% dell’elettorato islandese ha sonoramente bocciato il nuovo disegno di legge, approvato dal parlamento il 30 Dicembre 2009, che prevedeva una restituzione dei “prestiti” britannici ed olandesi slegata dall’andamento economico del paese nei prossimi anni. Londra e l’Aia avevano unilateralmente risarcito i propri cittadini rimasti vittime del fallimento di Landsbanki e della sua banca online Icesave. Da allora, negoziati triangolari tra Islanda, Gran Bretagna ed Olanda si sono succeduti senza sosta: il Tesoro di Reykjavik ha sempre confermato la sua disponibilità a garantire le somme già versate da Londra e l’Aia. Il problema, piuttosto, ha riguardato il “quanto”, il “quando” ed il “come”.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><a href="../../3301/lislanda-ed-il-referendum-icesave-previsioni-sul-risultato">Nel mio articolo sulla vicenda</a>, preannunciavo una bocciatura per l’Icesave II con un voto contrario pari al 53%.  L’approccio elettorale utilizzato per elaborare la previsione, pur non essendo “statico” (venivano considerati, per esempio, i </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>trend</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> di consenso per ogni partito), si basava su diversi presupposti, diciamo così, “non-dinamici”. Due di questi, in particolare il fatto che l’affluenza alle urne fosse in linea con l’affluenza media delle consultazioni legislative ed il fatto che non succedessero eventi politici rilevanti nei giorni precedenti alla consultazione, non hanno trovato conferma. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">A poche ore dal voto, la dichiarazione del Primo Ministro </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Jóhanna Sigurðardóttir, secondo la quale il referendum sarebbe stato inutile poiché un nuovo accordo era già “sul tavolo”, ha avuto un effetto dirompente sull’elettorato. Molti elettori di centro-sinistra (e della sinistra estrema), teoricamente i più propensi a votare in favore dell’Icesave II, hanno disertato le urne (come, tra l’altro, lo stesso Primo Ministro): rispetto alle ultime elezioni politiche, l’affluenza è scesa dall’85% al 63%. Gli altri elettori di sinistra, preferendo seguire il Presidente socialdemocratico Ólafur Ragnar Grímsson (piuttosto che un premier che prima aveva voluto il nuovo disegno di legge, per poi rinnegarlo) e desiderando mandare un segnale forte all’intera comunità internazionale, hanno votato contro la nuova normativa Icesave. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Occorre ora rispondere a due domande: che tipo di segnale ha voluto mandare il popolo islandese? E perché Jóhanna Sigurðardóttir, il primo capo dell’esecutivo nella storia islandese ad essere filo-europeo, ha lasciato mettere a rischio l’ingresso dell’Islanda nell’UE? </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Partiamo dalla seconda domanda. Non c’è dubbio, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles, che il referendum di ieri abbia fortemente compromesso il cammino di Reykjavik verso l’Unione Europea. Altrettanto evidente è il fatto che di accordi sicuri “sul tavolo”, come li ha definiti Jóhanna Sigurðardóttir, non ve n’è traccia. Inoltre, quello ch’è certo, è che il Primo Ministro, ormai conscio di difendere una causa perdente (o, come ha testimoniato il mio articolo, a forte rischio di sconfitta), ha deciso di distanziarsi sempre più da quello stesso provvedimento votato poco prima in parlamento. Non è un caso che Jóhanna Sigurðardóttir abbia dichiarato, a qualche ora dal voto, che un eventuale esito negativo del referendum non avrebbe in alcun modo minato la stabilità del governo. Dunque, perdere una battaglia oggi per non perdere una guerra, la guerra per il controllo dell’esecutivo islandese. È da vedere se tale ragionamento sia corretto: le conseguenze politiche del referendum, in realtà, sono tutt’altro che prevedibili. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto concerne invece il primo quesito, emerge chiaramente come il popolo islandese, oltre ad aver perso quasi totalmente la fiducia nei confronti della propria classe politica, abbia voluto mandare un chiaro segnale alla comunità internazionale: “non pagheremo noi gli errori delle nostre banche”, è stato lo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>slogan</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che ha accompagnato i cortei e le manifestazioni contro il nuovo disegno di legge Icesave. Certo, questo non è precisamente il messaggio che i politici islandesi hanno rivolto a Londra e l’Aia negli ultimi mesi: nella loro opinione, come già ricordato, in ballo non vi sarebbe il “se” pagare, ma il “quanto”, il “quando” ed il “come” pagare. In altre parole, l’Icesave II ha ricevuto una chiara bocciatura, ma non è detto che a futuri accordi, magari più favorevoli di questo, il popolo islandese non riservi (se consultato) lo stesso trattamento. Alcuni commentatori parlano d’irresponsabilità degli islandesi; in fondo, si dice, anche loro avevano beneficiato di questo capitalismo di carta, anche loro si erano comprati auto di grossa cilindrata e beni di lusso che mai erano stati visti prima nel paese. Può essere, ma questa è la democrazia. Ed è quantomeno curioso che nel giorno in cui i principali media nostrani celebrano le votazioni in Iraq e s’interrogano sullo stato della democrazia italiana, gli stessi media facciano passare uno storico pronunciamento di una democrazia come l’Islanda in secondo o, sempre se va bene, terzo piano. Esistono forse momenti nei quali è lecito parlare di democrazia e momenti nei quali non lo è?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>* Francesco Rossi, dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna), collabora con “Eurasia”</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span></p>
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