<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>eurasia-rivista.org &#187; Europa</title>
	<atom:link href="http://www.eurasia-rivista.org/europa/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.eurasia-rivista.org</link>
	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Jul 2010 12:39:55 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=abc</generator>
	<atom:link rel="next" href="http://www.eurasia-rivista.org/europa/feed?page=2" />

		<item>
		<title>Il Kosovo è un inganno</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5290/il-kosovo-e-un-inganno</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/5290/il-kosovo-e-un-inganno#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 05:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5290</guid>
		<description><![CDATA[Lo scippo del Kosovo non è solo un atto ostile contro la Serbia, è un atto strategico contro l’Europa. Non strettamente contro l’Ue, ma proprio contro l’Europa soggetto continentale composto da attori che non sono riusciti a irradiare negli anni la luce di una costruttiva politica nella Penisola Balcanica. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5290/il-kosovo-e-un-inganno" title="Il Kosovo è un inganno"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mappa_kosovo01gg.1y41ju6x70cgso4cgs004g0gs.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="66" alt="Il Kosovo è un inganno" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo scippo del Kosovo non è solo un atto ostile contro la Serbia, è un atto strategico contro l’Europa. Non strettamente contro l’Ue, il cui vuoto politico è funzionale allo strutturarsi di un’entità di libero mercato nello spazio del più ampio mercato globale, ma proprio contro l’Europa soggetto continentale composto da attori &#8211; di vari livelli e dimensioni-  che non sono riusciti a irradiare negli anni la luce di una costruttiva politica nella Penisola Balcanica. Distruttiva si, in particolare ad opera di alcuni Paesi e in piena complicità con i piani atlantici, con l’aggravio di portare avanti una logica ed una destabilizzazione funzionale ai nemici dell’Eurasia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sulla base degli eventi occorsi dagli anni Novanta ad oggi, il Kosovo si configura come:</span></span></p>
<ul>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">tappa del processo di 	disgregazione del blocco eurasiatico iniziato con la fine dell’era 	bipolare</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">tassello nel quadro 	della frammentazione della Penisola Balcanica</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">fattore di penetrazione 	di gruppi dominanti, movimenti etnico-religiosi e mafie 	internazionali</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">indicatore 	dell’inconsistenza strategica dell’Europa</span></span></li>
</ul>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Qualcuno, nella fase di dissoluzione della <em>Jugoslavia</em>, ha pensato di lavorare nello stretto ambito di qualche pseudo-interesse nazionale, quasi a spartirsi con miopia quel che si è riusciti ad accaparrare. Falchi si sono scagliati sulla preda, inserendosi nei canali degli equilibri etnici e territoriali agevolando lo scontro e le soluzioni inique, e avvoltoi hanno rosicchiato le opportunità che si presentavano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nessuna visione strategica, nessuna capacità e soprattutto volontà di elaborare un processo edificante di qualcosa che seguisse dei criteri di giustizia e intelligente configurazione della regione. Hanno ritenuto più proficuo e ipocritamente partecipativo giostrare forme di interventismo umanitario, quasi interamente correlato ad una disinformazione mediatica che sanciva buoni e cattivi, colpevoli e innocenti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se il Kosovo ha l’ardire, nella sua ristretta dimensione politica, economica e diplomatica di autoproclamarsi indipendente da uno Stato autorevole come la Serbia, è evidente trattasi di un’azione di forza pianificata e perseguita nella certezza (fondata sulla neanche celata complicità) del pieno sostegno americano, di cui si appresta ad essere un protettorato, benchè non nelle forme  ufficiali.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se accade che un popolo di peso e valore storico come quello serbo debba vedersi scippare un territorio di rilevanza assoluta, vuol dire che questo popolo è stato tradito. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E chi ha tradito la Serbia ha aggiunto un numero in più a quella lunga lista di atti ostili, sotto ogni forma e contenuto, che da anni si consumano contro l’integrità, la sovranità, la stabilità dell’Europa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli americani controllano per procura il Kosovo, gli europei pagano per tutti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La prassi è stata qui, come altrove, quella di una violazione del diritto internazionale nelle vesti della Nato, perché il sopruso del più forte prevalesse, e di un riposizionamento di facciata nella <em>Comunità internazionale</em> attraverso un’opera di gestione nell’ambito delle Nazioni Unite che, di fatto, ha sancito una legittimazione a posteriori di un’aggressione contro uno Stato sovrano, la Serbia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli occidentali, con la copertura Nato-Onu, hanno allevato un <em>buco nero</em>, uno <em>stato-mafia</em> dove si sono buttati fiumi di danaro in scialbe forme di cooperazione e dove si sono affidate responsabilità politiche a terroristi presentati come uomini in lotta di liberazione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ai clan criminali mano libera per la costituzione di un’economia grigia dei traffici internazionali e intanto si è sottratto il Kosovo alla Serbia, prima neutralizzando l’azione di quest’ultima, poi lasciando che avvenisse una proclamazione d’indipendenza che non trova legittimazione nel diritto e non può trovare neanche un’accomodante logica di realismo politico, giacchè la situazione sul territorio kosovaro è identificabile come un cancro alimentato in seno ad un contesto di già precario equilibrio regionale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Logica e buon senso per affermare che qui vincono terroristi islamisti o finti tali e mafiosi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I capi kosovari avevano stretto un patto sulla parola, di tipo tribale, con americani e inglesi contemporaneamente alla stesura della <em>risoluzione 1244 delle N.U</em>,<em> </em>che è la mossa di facciata attuata ai fini della legittimazione dell’aggressione Nato del 1999. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tanto per essere chiari: il Kosovo non si è né liberato né autodeterminato. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Siamo semmai ad un’astrazione giuridico-politica che trova fondamento non nel diritto ma nel sopruso. E la c.d. giustizia internazionale è, notoriamente, espressione della <em>bilancia di potenza</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo l’intervento Nato del ’99, maturava una situazione nella quale i kosovari non potevano fregiarsi di un’indipendenza ottenuta con mezzi propri, la <em>Comunità internazionale</em> non la riconosceva e le potenze che per loro agivano non erano nelle condizioni di renderla da subito effettiva. Conseguenza di ciò fu la 1244, che in suo passaggio sancisce <em>“la creazione di una presenza civile internazionale in Kosovo al fine di fornire un’amministrazione provvisoria per il Kosovo  sotto la quale il popolo del Kosovo potrà godere di un’autonomia sostanziale all’interno della Repubblica Federale di Jugoslavia, e che fornirà un’amministrazione provvisoria mentre stabilirà e presiederà allo sviluppo di istituzioni democratiche provvisorie di autogoverno per garantire le condizioni  per una vita pacifica e normale per tutti gli abitanti del Kosovo”.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo che si è giunti ad un’autoproclamazione avallata senza passare ancora per l’Onu, pure questa risoluzione risultava violata.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Queste violazioni perpetrate dal 1999 ad oggi poggiano sulla logica di un “intervento umanitario” che si è nutrito non di basi giuridiche ma di una mistificazione, di un’artificiosa elaborazione dello <em>status</em> di vittime di pulizia etnica da attribuire ai kosovari, per un genocidio che non c’è mai stato. Capovolta la dinamica, la compagine armata di terroristi giungenti da più parti sul territorio serbo assurgeva al ruolo di esercito di liberazione nazionale, nella fattispecie l’<em>Uçk</em>, foraggiata ed addestrata da determinati ambienti della Nato stessa. Ora una composita galassia di tali partigiani e di malavitosi si ritrova ad essere padrona assoluta sulla testa dei serbi, che negli anni hanno drammaticamente subito sanguinosi attentati e visto i simboli della propria identità assaltati o distrutti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La mitopoiesi di un Kosovo tutto albanese pretende di estirpare le radici serbe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le forzature che si sono consolidate nel tempo non possono, però, portare ad una estremizzazione, cioè ad una radicale contrapposizione di serbi-ortodossi contro albanesi-kosovari-musulmani e viceversa. Non può sussistere ciò né a livello ideologico né nella prassi, seppure qualcuno sulle due sponde ci sia già cascato. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa è la strada per rimanere vittime di un tranello, cioè di un’azione autolesionista.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’elemento di fondo è che uno Stato sovrano subisce una rapina, un intero popolo è oggetto di subdole manovre. Compresi i kosovari stessi, evidentemente trascinati da una nefanda propaganda che fa impugnare loro la bandiera a stelle e strisce e accarezzare il sogno di una prossima “Grande Albania”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La prospettiva è più realisticamente quella di un’ampia zona di formazione e smistamento di terroristi islamici, di intrecci mafioso-affaristici e di una entità che, se avrà una dimensione strutturale, sarà oggetto di ben note trame bancarie e finanziarie. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il Kosovo incarnerebbe, insomma, un piccolo modello tipico “democratico-globalizzato”, specie se si considera che questo territorio &#8211; depotenziato delle strutture sociali serbe, comunque finora ancora utilizzate-  è un vuoto politico-istituzionale-economico che è facile capire a che tipo di classe dirigente verrà affidato e con quali prospettive. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli occidentali hanno già messo i kosovari stessi nelle mani di sfruttatori senza scrupoli, indigeni e non, che sulla loro pelle continueranno a prosperare. Già si delineano gli standard politici ed economici richiesti e FMI e BM impastano le trame dell’usura</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Agisce una casta di intoccabili che si nasconde nella fitta rete di legalità e illegalità in tal modo da avere le mani libere e sporche senza mostrare il volto, usandone altri come paravento. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Insomma, come si fa nelle democrazie truccate, lo spazio è occupato da servizi segreti manovratori, milizie private, trafficanti, manipolatori e addetti alla disinformazione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il Kosovo non è libero, è prigioniero di se stesso.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La pratica liberista come quella delle privatizzazioni-rapina va consolidandosi ai danni delle imprese pubbliche e collettive serbe, per di più con una legislazione &#8211; appositatamente realizzata dall’Unmik-  che calpesta i diritti dei legittimi proprietari, le norme giuridiche serbe e che taglia fuori i lavoratori. La Kosovo Trust Agency ha aperto un ciclo di privatizzazioni indecoroso, come nel caso di una ventina di imprese dal valore reale di 136,6 milioni di euro svendute alla cifra di 24,7. Il capitalismo di rapina abbraccia la Serbia del dopo-Milosevic. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I soldi che l’Europa ha sparso (e che sono anche i nostri soldi di cittadini europei ) hanno foraggiato sia una rete ingarbugliata di politicanti e funzionari pagatissimi, inefficienti e collusi (anche se operanti legalmente), sia il costituirsi di clan che giostrano un malaffare che travalica i confini stessi della regione kosovara. Regione che è solo una pedina in una piattaforma dove si muovono le organizzazioni internazionali e di governo, i partiti, le mafie, i gruppi armati e delinquenza comune. E si rafforzano i legami con gli albanesi della diaspora, che ovviamente sono “benefattori e democratici” rifugiatisi sulla sponda atlantica e raccolgono fondi per iniziative di vario tipo, in combutta con gli ambienti della finanza internazionale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Intanto, se molti combattenti islamici già usati e noti come “fanteria della Nato”, provenuti dalla Bosnia o dalle zone asiatiche, sono emigrati, diverse organizzazioni <em>wahhabite</em> si radicano con effettivi progetti di moschee e <em>madrasse</em>, per un proselitismo che si allarga ai più giovani. Anche loro da sfruttare se e quando a qualcuno converrà agitare fantasmi con il ricorso agli scontri, agli attentati e ai sabotaggi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Siffatto scenario ha ovviamente una funzionalità specifica legata alle prospettive strategiche americane nell’area e al rimescolamento degli assetti tra Asia ed Europa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli europei continueranno ancora a voltare la faccia rispetto alla degenerazione del Kosovo e a voltare le spalle ai serbi. Continueranno le loro ipocrite missioni umanitarie maturando forse solo una parvenza di progetto politico, di fatto foriero di altri sprechi e obiettivi fasulli. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non hanno nulla da guadagnare da questo aborto <em>terroristico-mafioso</em> che si apprestano ancora ad allevare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">LA TELA DEL KOSOVO</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Il binomio diaspora-criminalità organizzata</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel fosco scenario della vicenda kosovara ci sono personaggi e centri di potere che hanno un’influenza decisiva circa le sorti dello sbandierato staterello indipendente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il ruolo che svolge la diaspora albanese nel mondo con i suoi diversi strumenti a disposizione è sostanzialmente poco sottolineato nello scorrere dei flussi mediatici di informazione. Di solito, a livello internazionale e con riferimento a determinati regimi ed avvenimenti, prevale uno schema ormai standard che mostra uomini e donne (magari non proprio “brava gente”) che, in fuga dai Paesi d’origine e trovato un accogliente rifugio nella terra della libertà e dell’uguaglianza (di solito Londra e Washington ) dove un’occasione non si nega quasi a nessuno, rinsaviscono nelle vesti di arguti intellettuali, politici ed economisti con le soluzioni giuste e gli strumenti per fare bene. Qualcuno diventa portabandiera dei diritti umani, assumendo i connotati di una certuna superiorità morale, altri si inseriscono nei gangli istituzionali, diplomatici o economici. Alcuni ritornano sul suolo patrio dopo colpi di stato ovviamente “democratici”, altri dopo bombardamenti, anche quelli forieri di libertà per così dire <em>all’occidentale</em>. C’è poi anche la categoria di quanti operano da burattini <em>tout court</em> o da burattinai-progettisti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ebbene, tra gli artefici del “progetto Kosovo” vi sono senza dubbio gli albanesi della diaspora (compresi gli albanesi-kosovari appunto), che ruotano intorno a potenti gruppi di pressione che veicolano flussi di danaro calamitati in diversi modi, trasparenti e non. Tali gruppi lobbistici da tempo sono integrati nelle strategie operative atlantiche, il che vuol dire un raggio d’azione che investe tanto le forme più “istituzionali” di gestione del Kosovo, ma soprattutto la dimensione criminale e illegale che costituisce, non scopriamo nulla di nuovo, la piattaforma distintiva di questo territorio. Dunque, stanziatesi a Washington, in Svizzera, in Germania o in Gran Bretagna, le centrali della diaspora albanese si prodigano da tempo in una manipolazione costante sul piano mediatico e nel sostegno ad una classe dirigente <em>criminal-burocratica</em> che ha assunto le redini del comando in Albania e in Kosovo. Una diaspora che gioca un ruolo primario nel cammino di edificazione della “Grande Albania”, un soggetto geopolitico congeniale ai processi di destabilizzazione sul versante orientale dell’Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i potenti gruppi di pressione transnazionale albanesi ci sono il <em>National Albanian American Council </em>e l’<em>Albanian American Civil League </em>(AACL). Il loro peso risulta decisivo nella creazione della mitopoiesi kosovara e nella materiale realizzazione attraverso i vari passaggi che hanno caratterizzato gli ultimi anni di transizione dalla fine della Jugoslavia alla nascita di un buco nero chiamato Stato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La lobby albanese, si noti, si è imposta in tre di quei Paesi che hanno costituito il <em>Gruppo di contatto</em> delegato alla gestione della questione kosovara, cioè USA, Gb e Germania.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Moltissime famiglie kosovare hanno uno o più referenti all’estero, il che implica una risorsa economica irrinunciabile, come del resto evidenziano dei dati del 2003 da parte del ministero delle Finanze kosovaro, che indicano in 720 milioni di euro le rimesse degli emigrati, pari a quasi il 50% del pil. Ma le rimesse non rendono l’evidenza di una più stretta cooperazione finanziaria tra gli emigrati e la madrepatria, giacchè tale forma di cooperazione concerne le ingenti somme che fruttano gli ingarbugliatissimi traffici illegali che come vene stanno diramandosi sul martoriato “corpo” della penisola balcanica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel corso degli ultimi anni si sono verificate sostanzialmente tre ondate migratorie dal territorio del Kosovo: negli anni Sessanta dalle campagne, negli Ottanta e i primi anni Novanta con i flussi provenienti dai centri urbani, e nella fase post-attacco Nato, cioè quando il fenomeno dei rifugiati fu innestato da una serie di forzature e dopo i bombardamenti “democratici” delle forze atlantiche, e non come reazioni alle violenze etniche serbe che lì non hanno avuto luogo, sebbene ciò venisse artificiosamente sostenuto allora per scindere buoni e cattivi. Sicchè, il numero di kosovari all’estero si aggirerebbe intorno alle 800 mila unità, con una prevalenza maggiore in Germania di circa 400 mila e via discendendo negli altri Paesi prima citati. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel discorso delle cifre occorre tener presente che non sussiste sempre una precisa suddivisione tra albanesi kosovari e albanesi in senso lato, tanto più se si ha conto del fatto che le emigrazioni albanesi sono state abbastanza rilevanti e hanno interessato diversi territori, sia di provenienza che di approdo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’elemento etnico albanese, di fatto, rimane il punto caratterizzante dei gruppi lobbistici, che sono agguerriti e influenti in considerazione della loro funzionalità agli interessi delle grandi potenze nella regione balcanica e del connubio realizzato con i territori a forte influenza albanese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le <em>lobby albanesi</em>, parallelamente all’azione delle forze Nato, hanno fatto in modo che il Kosovo diventasse un problema ben oltre le contingenze storico-politiche e che si radicalizzasse nel tempo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Su tutte l’AACL, con sede a Washington e ottime simpatie alla Casa Bianca prima clintoniana e poi bushana, ha apertamente lavorato all’opera di legittimazione e di affiancamento delle milizie dell’<em>Uck </em>alle truppe e agli ambienti della Nato, attraverso un sostanzioso appoggio sia politico che finanziario, così da portare avanti l’obiettivo di presentare un sanguinario movimento terroristico come un esercito di liberazione  e personaggi molto discutibili come interlocutori politici a pieno titolo con cui convincere gli europei a trattare. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questi anni hanno lavorato per la preparazione del Kosovo all’indipendenza. Hanno contribuito a che si realizzasse, per esempio sotto il sedicente pacifista Rugova, una dimensione pubblica parallela a quella serba, una sorta di Stato parallelo clandestino che potesse contare su strutture pubbliche di vario tipo. All’interno, però, si è fatto in modo che il controllo fosse nelle mani di faccendieri, clan e terroristi. E oggi l’asse <em>diaspora-mafia</em> è ben consolidata, anzi oggi può vantare un altro Stato di riferimento, il Kosovo “liberato” ed “autodeterminatosi”, quale tassello della piattaforma albanofona mafiosa su cui magari innestare il progetto “Grande Albania”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ci troviamo in una zona in cui la contiguità territoriale ha molta importanza per le varie mafie che muovono i traffici dall’Oriente fino all’Europa. Per quanto concerne i flussi globalizzati, occorre tenere presente che i gruppi criminali sono dei soggetti geopolitici a tutti gli effetti che si inseriscono nei giochi delle alleanze e nei processi di destabilizzazione e stabilizzazione, spesso agendo alle spalle delle istituzioni e delle figure pubbliche, che in determinati territori sono una loro stessa emanazione. Il caso del Kosovo è lampante come esempio di penetrazione mafiosa, trattandosi di un contesto in cui la debolezza e l’inefficienza delle istituzioni sono combinate ad un alto tasso di corruzione ed ad una situazione economica di sostanziale povertà. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In siffatto scenario, l’economia<em> grigia</em> criminale costituisce l’unico fattore di mobilità sociale, come del resto si verifica nelle zone ad alta densità mafiosa. Dall’Estremo Oriente, passando per l’Asia centrale e i territori caucasici fino ai Balcani, c’è una mole di traffici di stupefacenti, di armi e di esseri umani che rappresentano una forma di sostentamento per quanti vivono in aree di conflitto o comunque di disgregazione, povertà e disoccupazione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le traiettorie dell’illegalità rivestono un ruolo geo-strategico assoluto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I Balcani ed il Kosovo sono snodi fondamentali, considerando sia i traffici di esseri umani e le migrazioni clandestine, sia le armi e la droga. Data l’ormai elevata esposizione del Canale d’Otranto con il conseguente aumenti di rischi e costi, oggi si punta sulle direttrici terrestri, con tutto il giro di documenti falsi, contraffatti o rilasciati illecitamente, grazie ad una collaudata rete di corruzione e complicità che comprende istituzioni, politici, poliziotti, doganieri e magistrati.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I flussi di essere umani più strettamente attinenti al Kosovo, che alimentano il fenomeno degradante della sfruttamento e della prostituzione nelle nostra società, si diramano dall’Oriente verso Mosca, per via aerea dall’Ucraina attraverso Moldova, Romania, Serbia e Montenegro o Croazia e lungo la frontiera Slovenia-Italia verso  l’Ue; oppure dalla Turchia o Medio Oriente  via Ucraina, Moldova, Romania, Serbia, Montenegro e Italia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le organizzazioni criminali gestiscono una tratta di donne e uomini di varie nazionalità con prevalenza russa, moldava, ucraina, romena e bulgara a fronte della crescente domanda di lavoratori a basso costo, e prostitute proveniente dai mercati europei. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questi anni, hanno assunto rilievo i cinesi mediante le loro <em>triadi </em>criminali intorno alle quali ruota un giro di affari molto lucroso. Del resto, esse puntano in maniera crescente ad una penetrazione nei Balcani, in particolare con l’obiettivo di fare della Serbia un trampolino verso l’Europa dell’immigrazione clandestina. Pristina ha ormai una propria <em>china-town</em>, dove si intensificano attività commerciali a copertura di una certa rete di smistamento illegale che dalla Serbia, compreso il territorio kosovaro, si indirizza sull’autostrada Belgrado-Zagabria verso l’Italia per poi accedere agli altri Paesi europei. I cinesi sono formidabili nelle estorsioni e nel riciclaggio all’interno di una proficua economia sommersa. Indagini degli inquirenti e dell’Unmik hanno rilevato enormi transazioni finanziarie tra il Kosovo e la Repubblica popolare cinese, in virtù di grosse somme che settimanalmente passano sui conti intestati alle varie attività locali. Di solito arrivano in Kosovo in contanti per poi ripartire con i conti bancari. Sono il frutto dell’intensissima operazione di traffici che i cinesi ramificano e radicano nell’ombra con una metodologia di sfruttamento, considerando poi che le autorità di sicurezza hanno scarso potere di intervento e le istituzioni sembrano appunto compiacenti a che il progetto “Kosovo mafioso” abbia successo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I flussi di armi partono solitamente dai territori ex-sovietici, in particolare Asia centrale, Ucraina e Georgia nonché dalla Transnistria, per poi giungere attraverso i Balcani orientali nei territori della ex-Jugoslavia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le direttrici di ingresso e smistamento di armi per quanto riguarda il Kosovo sono fondamentalmente in senso Nord-Sud, verso la Macedonia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul versante Nord-Ovest le armi entrano dal Montenegro attraverso Kuciste, passando i centri logistici di Pec, Klina, Urosevac e Kacanik; dall’Albania attraverso Morina e Kukes, passando per Djakovica e Prizren.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sul versante Nord-Est esse provengono dallo stesso territorio serbo passando per Mitrovica, Gnjilane o Vitina, di fatto intorno al centro principale, Pristina.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I flussi di droga, centinaia di tonnellate, hanno origine soprattutto in Afghanistan, nelle zone di confine con Pakistan, Iran e Turkmenistan, nei centri quali Kandahar, Helmand, Nimroz, Farah, Uruzgan, Day Kundi e Badghis. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta in primo luogo di eroina, avvalendosi di uno snodo importantissimo che è il territorio iraniano di confine così come quello turco, dove agiscono i gruppi criminali indigeni, protagonisti dello smercio in Europa. Dunque, oltre alla tradizionale rotta della <em>via della </em>seta, c’è una direttrice balcanica centrale attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, Macedonia, Kosovo, Bosnia e Slovenia; e una più a sud Turchia-Grecia-Albania. Entrambe confluiscono in Italia, dove la criminalità organizzata ha stretto particolari accordi con i gruppi turchi e albanesi. Non solo, a Pristina convoglierebbe anche gran quantità di cocaina per via aerea. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le organizzazioni albanesi-kosovare. che interagiscono con altre di varia etnia e nazionalità, hanno ormai un potere di primissimo livello e costituiscono delle efficacissime centrali decisionali e di smistamento nel quadrilatero Durazzo-Skopje-Pristina-Podgorica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In considerazione di questo scenario, il Kosovo ricopre il ruolo di simil-cerniera tra Occidente ed Oriente. L’assimilazione della sua società e delle sue istituzioni alle pratiche e ai modelli mafiosi ne determina uno status geo-strategico rilevante se inquadrato nella doppia funzione di stabilizzazione/destabilizzazione che esso può esercitare, in base alle circostanze e agli interessi di cricche e potenze. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se la Serbia qui ha perso sovranità, l’Europa misura la cifra della propria inconsistenza e della propria sudditanza a poteri interni ed esterni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Alfredo Musto, dottore in Scienze politiche e relazioni internazionali (Università “La Sapienza” di Roma), è collaboratore di “Eurasia”.</strong></em></span></span></p>
<p><a type="button_count" name="fb_share" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a><script src="http://static.ak.fbcdn.net/connect.php/js/FB.Share" type="text/javascript"></script></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/5290/il-kosovo-e-un-inganno/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5278/la-serbia-perde-il-kosovo-ma-guadagna-la-fiat</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/5278/la-serbia-perde-il-kosovo-ma-guadagna-la-fiat#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 14:14:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5278</guid>
		<description><![CDATA[Quanto accaduto nella giornata di ieri, pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja e annuncio di Marchionne, sembrerebbero due eventi separati ma in realtà corrispondono alla stessa logica e allo stesso storico disegno, lo smembramento dell’ex Jugoslavia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5278/la-serbia-perde-il-kosovo-ma-guadagna-la-fiat" title="La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mladjan_dinkic_marchionne_352.570oqu9txg4ck888ws0so8c4c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT" ></div></a><p><font size="3">Quanto accaduto nella giornata di ieri, pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (città non particolarmente amata a Belgrado …) e annuncio di Marchionne, sembrerebbero due eventi separati ma in realtà corrispondono alla stessa logica e allo stesso storico disegno, lo smembramento dell’ex Jugoslavia e la penetrazione nei Balcani dei potentati economico-finanziari sotto protezione atlantista.</p>
<p>Bisogna innanzitutto sottolineare il carattere solamente simbolico del pronunciamento sul Kosovo, in quanto l’ultima parola sulla questione spetterà all’Assemblea Generale dell’ONU, che a settembre dovrà confermare le conclusioni della Corte e indicare alle parti politiche la strada da seguire.</p>
<p>Stando a quanto riportato nelle scorse ore dalle varie agenzie, sarebbero tre gli scenari ora possibili:</p>
<p>uno scambio di territorio; la concessione di una larga autonomia alla parte nord del Kosovo &#8211; quella a maggiore concentrazione di popolazione serba; un assetto politico e territoriale analogo a quello esistente a Cipro.</p>
<p>Nel primo caso, si prenderebbe in considerazione un eventuale passaggio alla Serbia del Kosovo settentrionale, che ha continuità territoriale con la Serbia e che è teatro delle tensioni maggiori fra la comunità serba e quella albanese, in cambio dell&#8217;annessione al Kosovo della regione di Presevo, nel sudest della Serbia al confine col Kosovo, caratterizzata da una massiccia presenza di popolazione albanese.</p>
<p>&#8221;<em>Se una parte dei serbi non sono disposti a vivere nella parte nord del Kosovo e pensano di potersi separare, allora gli albanesi della regione di Presevo sono pronti a unirsi al Kosovo&#8221;</em>, ha detto di recente il presidente del Parlamento kosovaro Jakup Krasniqi.</p>
<p>Un&#8217;alternativa meno traumatica potrebbe essere la concessione al nord del Kosovo di uno statuto di forte autonomia e alcuni citano come possibile modello l&#8217;Alto Adige-Suedtirol.</p>
<p>“<em>Una larga autonomia al nord e&#8217; una soluzione possibile, ma purtroppo modelli non ce ne sono e bisogna trovarli sul terreno</em>&#8221;, ha però osservato ieri l&#8217;ambasciatore d&#8217;Italia a Pristina Michael Giffoni, che e&#8217; anche rappresentante speciale con il ruolo di &#8216;facilitatore politico&#8217; dell&#8217;Unione europea a Kosovska Mitrovica, la citta&#8217; del nord Kosovo letteralmente divisa in due in un settore serbo e uno albanese, e simbolo per questo della persistente contrapposizione etnica in Kosovo.</p>
<p>Giffoni, che ritiene difficile un ripensamento sull&#8217;indipendenza, esclude un possibile scambio di territori fra Belgrado e Pristina e sostiene di propendere piuttosto per uno statuto di forte autonomia per il nord, dove la Serbia continua a sostenere economicamente le strutture parallele.</p>
<p>&#8221;Tutto però va fatto guardando innanzitutto ai problemi concreti della popolazione, sia quella serba che quella albanese, a cominciare dalla regolamentazione del commercio, dal funzionamento delle dogane e delle forze di polizia, dall&#8217;erogazione dell&#8217;energia elettrica&#8221; e via dicendo.</p>
<p>Una terza ipotesi potrebbe ricalcare la situazione di Cipro, l&#8217;isola mediterranea divisa in due, della quale tuttavia é entrata nella Ue solo la parte greca, mentre quella sotto controllo turco fa come dire vita a sé.</p>
<p>Il nostro ambasciatore si e&#8217; mostrato peraltro fiducioso e sostanzialmente ottimista sulle prospettive di soluzione della disputa in Kosovo.</p>
<p>&#8221;<em>Al nord io vedo notevoli segnali di miglioramento e a Mitrovica si nota un inizio di integrazione fra serbi e albanesi&#8221;</em>, ha detto Giffoni, per il quale gli ultimi, recenti incidenti registratisi nella zona non sarebbero il frutto di azioni organizzate.</p>
<p>&#8221;<em>Del resto, anche la gente comincia a essere stanca&#8221;</em>, ha aggiunto.</p>
<p>&#8221;<em>Molto dipenderà dal primo passo che farà Belgrado dopo il pronunciamento della Corte internazionale, visto che sono stati i serbi a chiedere il suo parere&#8221;</em>.</p>
<p>Ma la Serbia, per ora, non sembra intenzionata ad abbandonare la partita diplomatica e per bocca delle sue più alte cariche istituzionali ha dichiarato che “non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo”, pur dichiarandosi disponibile a trattare per una soluzione condivisa e forte del sostegno di Russia e Cina (ma anche di Spagna, Argentina, Venezuela, Cipro, Romania ecc.) che hanno già ribadito come “<em>il rispetto per la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati sia uno dei principi fondamentali della legge internazionale</em>”.</p>
<p>Questo nutrito gruppo di Stati (ricordiamo che il Kosovo è stato riconosciuto indipendente finora da 69 paesi su 192 membri appartenenti alle Nazioni Unite), hanno ribadito che la separazione non consensuale di una regione da uno Stato membro dell&#8217;Onu fomenterebbe i secessionismi di tutto il mondo.</p>
<p>Già oggi i serbi di Bosnia Erzegovina hanno alzato la voce ed annunciano l&#8217;intenzione di proclamare la propria indipendenza sulla base del parere espresso ieri dalla Corte Internazionale di Giustizia all&#8217;Aja sul Kosovo.</p>
<p>&#8220;<em>La Repubblica serba di Bosnia</em> &#8211; ha dichiarato il premier serbobosniaco Milorad Dodik citato dai media belgradesi &#8211; <em>potrebbe adottare subito una dichiarazione di indipendenza che non viola il diritto internazionale. Il caso rappresenta un segnale positivo per proseguire la lotta per il futuro status della Republika Srpska. E&#8217; parecchio tempo che non ci piace più far parte della Bosnia</em>”.</p>
<p>E&#8217; per questo timore che paesi con problemi di minoranze etniche al loro interno (tra i quali ad esempio cinque stati membri dell&#8217;Unione europea) si sono schierati contro il riconoscimento del Kosovo.</p>
<p>Sul piano giuridico, poi, non esistono norme che consentano una secessione, se si escludono quelle scaturite dal contesto coloniale.</p>
<p>Infine, la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, unico organo internazionalmente riconosciuto capace di deliberare su una secessione, prevede il rispetto dell’integrità territoriale della Serbia, pur ammettendo per il Kosovo una sostanziale autonomia.</p>
<p>Secondo i giudici della Corte, invece, la 1244 &#8221;non preclude&#8221; la proclamazione dell&#8217;indipendenza fatta dal Kosovo il 17 febbraio 2008, in quanto i due strumenti “operano su livelli diversi&#8221;.</p>
<p>Al contrario della 1244, la dichiarazione di indipendenza &#8221;é un tentativo di determinare lo status del Kosovo&#8221;.</p>
<p>Per i giudici, la 1244 &#8221;non contiene proibizioni&#8221; alla dichiarazione di indipendenza e non può essere quindi interpretata come un ostacolo all&#8217;indipendenza.</p>
<p>Proprio su questi aspetti, il pronunciamento della Corte dell’Aja appare grottesco, fino a sfiorare il ridicolo.</p>
<p>Grottesco perché non tiene nemmeno conto di quanto scritto in una Risoluzione delle Nazioni Unite, il cui contenuto fu decisivo per porre fine alla guerra (molto più efficace certamente dei bombardamenti della NATO, che intaccarono solo in modo minimo l’operatività dell’esercito serbo).</p>
<p>Ridicolo perché tiene conto solo dei pronunciamenti di una parte, quella albanese, dimenticando l’adozione della nuova Costituzione serba, confermata da un referendum popolare, secondo la quale il “Kosovo deve rimanere, per sempre, parte integrante della Serbia” e che, quindi, allo stesso modo della dichiarazione unilaterale di Pristina “costituisce un tentativo di determinare lo status del Kosovo”.</p>
<p>A chiarirci le idee è arrivato tempestivamente Sergio Marchionne, che ha annunciato l’intenzione della FIAT di spostare la propria produzione in Serbia, dove la “tassazione sarebbe minore”.</p>
<p>Non a caso, uno dei rari autori a scrivere con cognizione di causa sulla vicenda kosovara, diversi anni fa notò come: “l’obiettivo mancato di allontanare Milosevic dal potere, non fa che ritardare un programma occidentale che vede nella Serbia un formidabile fornitore di manodopera, oltretutto una manodopera molto qualificata e a buon mercato, Secondo studi recenti, la manodopera serba, con un salario doppio di quello che percepisce attualmente, costerebbe dieci volte meno di quella immigrata in Europa. Inoltre la sua vicinanza con i mercati europei ridurrebbe enormemente le spese di trasporto. In questo modo per il mercato mondiale del lavoro la Serbia diventerebbe molto più appetibile dell’Estremo Oriente” (1).</p>
<p>Come giustamente rilevato nell’ultimo importante discorso tenuto dallo stesso Milosevic, le potenze occidentali fecero guerra al presidente jugoslavo come pretesto per colpire la Serbia e trasformarla in un paese del Terzo Mondo: oggi questo concetto dovrebbe essere chiaro anche a quei lavoratori italiani che nei prossimi mesi verranno lasciati a casa, grazie alle “munifiche” opportunità offerte dalla delocalizzazione produttiva degli stabilimenti FIAT.</p>
<p>Come in un gioco ad incastro, la questione serba e quella del Kosovo e Metohija, in particolare, rappresentano un esempio significativo della strategia globalizzatrice a guida statunitense, che vorrebbe uniformare tutti i popoli del pianeta ai dettami del nuovo ordine mondiale-multinazionale, perché ne riassume le principali motivazioni di carattere economico (dominio del libero mercato), geopolitico (occidentalizzazione del mondo) e militare (influenza atlantista).</p>
<p>Vedremo nei prossimi mesi se le potenze eurasiatiche saranno in grado di bloccare questa offensiva e quali saranno le loro mosse, aldilà delle inevitabili dichiarazioni di condanna per il pronunciamento della Corte giunte in queste ore.  </font></p>
<p>1. Sandro Provvisionato, “UCK: l’armata dell’ombra”, Gamberetti, Roma, 1999.</p>
<p><strong>Stefano Vernole è redattore della rivista “</strong><strong>Eurasia</strong><strong>”; è autore dei libri <em>La lotta per il Kosovo</em> e <em>La questione serba e la crisi del Kosovo</em>.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/5278/la-serbia-perde-il-kosovo-ma-guadagna-la-fiat/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cina, la vera sfida per l’Unione Europea?</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5173/cina-la-vera-sfida-per-l%e2%80%99unione-europea</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/5173/cina-la-vera-sfida-per-l%e2%80%99unione-europea#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 17:57:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5173</guid>
		<description><![CDATA[L’attuale complesso delle relazioni internazionali e la crisi economica globale hanno sottolineato come la Cina abbia accresciuto il suo potere economico-politico, candidandosi a poter diventare la quarta potenza economica del mondo e un attore politico di importanza strategica per i capitalismi occidentali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5173/cina-la-vera-sfida-per-l%e2%80%99unione-europea" title="Cina, la vera sfida per l’Unione Europea?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/la65217_070907_eu_china_flags21.212z0tjkuan4c48s4w4cso8s4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="54" alt="Cina, la vera sfida per l’Unione Europea?" ></div></a><p><span style="font-size: medium;">L’attuale complesso delle relazioni internazionali e la crisi economica globale che, partendo dagli Stati Uniti, ha investito l’intero sistema mondiale, hanno sottolineato come la Cina abbia accresciuto il suo potere economico-politico, candidandosi a poter diventare la quarta potenza economica del mondo e un attore politico di importanza strategica per i capitalismi occidentali. Negli ultimi quindici anni e, in particolar modo, dopo l’ingresso nella World Trade Organization, Pechino ha portato avanti una corsa all’industrializzazione, al progresso tecnologico, al potenziamento militare, alla globalizzazione e all’urbanizzazione senza precedenti, cosicché si può parlare di un nuovo “Balzo in Avanti”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma l’escalation cinese riflette anche un mutamento degli equilibri politici su scala regionale e globale, sul quale le altre grandi potenze economiche, Stati Uniti e Unione Europea, hanno bisogno di riflettere e al quale, al tempo stesso, dare risposta. In particolare, Bruxelles, nell’ambito delle sue relazioni esterne, non ha ancora preso in considerazione la costante influenza e penetrazione cinese all’interno delle strutture economiche e politiche di Paesi che rivestono un ruolo chiave all’interno dello scacchiere internazionale (Russia, Iran, India e in qualche misura anche Arabia Saudita), continuando a considerare il paese asiatico un “partner strategico” quasi esclusivamente in ambito commerciale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>L’incerta “partnership strategica”</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Infatti, fin dal 1982 – anno della nuova Costituzione cinese, che, ispirata alla “strategia delle quattro modernizzazioni” di Deng Hsiao-p’ing, ha aperto la Cina alle economie di mercato occidentali – Bruxelles ha inteso intavolare con la Cina accordi bilaterali di natura commerciale: l’“Accordo di cooperazione economica e commerciale” (1985) era volto a “promuovere e intensificare gli scambi commerciali” e “incoraggiare la costante crescita della cooperazione economica”. Queste relazioni, raffreddatesi a seguito dei fatti di piazza Tienanmen (1989) e del conseguente embargo posto sulla vendita delle armi, si sono rinnovate nel corso degli anni Novanta, che, pur aprendosi a nuovi settori – ambiente e sviluppo sostenibile, diritti umani, cooperazione doganale e culturale, relazioni sull’informazione e sulla ricerca in campo scientifico e tecnologico –, hanno continuato a limitarsi ad una cooperazione economica che ha posto le basi per l’ingresso della Cina nella WTO (2001).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo il 2001 – anno cruciale anche nella ridefinizione dell’intero sistema delle relazioni internazionali – il Consiglio dell’UE ha approvato un rapporto della Commissione europea sulle relazioni UE-Cina, “A Maturing Partnership: Shared Interests and Challenges in EU-China Relations” (settembre 2003), in cui le istituzioni comunitarie hanno definito Pechino “partner strategico” dell’Unione Europea e hanno dato avvio nel biennio 2005-2006 ad una serie di memorandum e intese bilaterali (24 Dialoghi Settoriali) volte a conseguire una collaborazione in una vasta gamma di ambiti che vanno dalla ricerca scientifica e tecnologica alla regolazione delle imprese e alla politica di concorrenza, dalle politiche energetiche ed ambientali a quelle agricole e industriali, dall’educazione e dalla cultura ai diritti di proprietà intellettuale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tuttavia i dettagli e, soprattutto, gli obiettivi di tale partenariato strategico – menzionato anche nel Rapporto sulla Sicurezza Strategica Europea (ESS, dicembre 2003) e nella successiva Comunicazione della Commissione intitolata “Unione Europea e Cina, partner più vicini, responsabilità crescenti” (ottobre 2006) –, pur escludendo con chiarezza l’aspetto militare, non sono mai stati completamente definiti e hanno omesso la nuova dimensione geopolitica assunta dal colosso cinese. D’altra parte, gli obiettivi principali per i leader comunitari, in assenza di una visione politica effettivamente comune, sono la costante importazione di prodotti a basso costo, l’allargamento del mercato europeo nel sud-est asiatico, la possibilità di contare su un partner economico con cui instaurare un multilateralismo effettivo che porti ad una “global governance”. Dal canto suo, la Cina, nel mantenere semplicemente relazioni commerciali con l’Europa, spera di ottenere la garanzia dello status di economia di mercato (MES), di porre fine immediata all’embargo sulle armi, di assicurare la libertà di movimento dei propri cittadini e beni all’interno dello spazio europeo, di procurarsi il know-how necessario al potenziamento scientifico e tecnologico. L’Unione Europea per la Cina, quindi, non è altro che il più grande mercato su cui sfogare l’enorme produzione interna. Tuttavia è al di fuori dell’UE che la Cina trova la ragione della sua legittimazione internazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il nuovo impero cinese</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni l’ex Celeste Impero, grazie alla sua diplomazia, ha tessuto una fitta rete di rapporti internazionali che lo rendono il principale attore asiatico in grado di connettere cinque regioni strategiche: la formazione del BRIC (con Brasile, Russia e India) e dell’alleanza strategica del Gruppo di Shanghai (SCO, di cui fanno parte anche Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e che ha come osservatori Iran, India e Pakistan), è lo strumento attraverso cui la Cina intende imporre la propria egemonia economica e politica nell’Asia Centrale. E proprio verso l’Iran – contro cui sono state richieste dagli USA nuove sanzioni per il proseguimento del programma nucleare, sanzioni che la Cina ha nei giorni scorsi criticato aspramente pur finendo per approvarle – il Paese asiatico sta rivolgendo le sue attenzioni, sperando di costruire un polo di interesse alternativo a quello americano. In secondo luogo, attraverso il dialogo con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e attraverso il costante potenziamento della flotta, la Cina aspira a diventare, come le recenti vicende relative alla Corea, i rapporti con Taiwan e i contenziosi circa alcune isole nel Mar cinese meridionale hanno dimostrato, la prima potenza militare nella regione del sud-est asiatico, estromettendone gli Stati Uniti. Non di meno, la Cina sta rafforzando la sua influenza nella regione del Golfo Persico, allacciando relazioni sempre più strette con l’Arabia Saudita, alla quale ha venduto fin dagli anni Ottanta missili e armi e con la quale ha siglato dei memorandum di intesa per l’approvvigionamento energetico. Proprio la connessione fra petrolio e moneta costituisce il perno intorno a cui ruota la politica di ascesa della Cina. La “oil diplomacy” della Cina si dispiega su scala globale e gli introiti derivanti dai Paesi produttori di petrolio (così come quelli derivanti dalla cooperazione energetica con le regioni siberiane della Russia) vengono impiegati nella costruzione di infrastrutture in Asia, Africa e America Latina e nei fondi sovrani asiatici. Proprio in Africa, grazie al forum sino-africano (FOCAC) e ad investimenti ad ampio raggio all’interno di 49 Paesi su 53 del Continente nero, la Cina sta creando le premesse per un nuovo terreno di scontro con gli Stati Uniti. Infine, grazie agli investimenti che Pechino ha realizzato nel Sud America, Argentina e Brasile hanno potuto saldare i propri debiti con il Fondo Monetario Internazionale, togliendo agli USA una potente arma di ricatto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In questo scenario si inseriscono, inoltre, le controverse relazioni con il Tibet – territorio fondamentale per l’accesso ad importanti risorse naturali – e con le minoranze di altre regioni interne, che, invece, godono dell’approvazione delle democrazie occidentali; infine, il segno tangibile dell’accresciuto peso della Cina è stato il fallimento della Conferenza di Copenaghen sul clima, in cui Pechino è riuscita a dettare le sue regole al momento della finalizzazione dell’accordo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questi ambiti, dunque, sono accomunati da una medesima strategia: l’indebolimento dell’Occidente e, in particolare, degli Stati Uniti. In questo gioco di forze, che potrebbe preludere alla creazione di un G2 con gli USA per un’effettiva governance mondiale, l’Unione Europea rischia di rimanere esclusa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Ripensare la strategia europea</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Cina è diventato, quindi, un importante test per l’Unione Europea. Bruxelles dovrà dimostrare che le sue azioni non riguardano più il completamento dell’allargamento e del mercato interno, ma anche una globalità di aspetti e regioni mondiali. La sfida per i leader comunitari diventa inserire la Cina non più nel contesto di politiche commerciali o, comunque, di ampio raggio economico, ma nell’ambito di politiche di aspirazione mondiale.<br />
La sfida per l’UE, che allo stato attuale delle cose non ha alcuna influenza politica sulle scelte di Hu Jintao, è capire, come suggerito dai maggiori think tank europei, di cosa la Cina ha bisogno e che soltanto l’Unione Europea può offrirle e garantirle.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo la ratifica del Trattato di Lisbona – che conferisce all’UE una nuova credibilità a livello internazionale anche attraverso la ridefinizione del ruolo dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza – e la creazione del “Servizio Europeo per l’Azione Esterna” (EEAS), Bruxelles ha la possibilità di agire su due diversi livelli per creare un’effettiva partnership strategica con Pechino: da un lato, date le tensioni nelle relazioni sino-americane, può rilanciare un coordinamento politico con Washington; dall’altro, rilanciando il partenariato Asia-Europa (ASEM, 1996), può realizzare una forte rete di collaborazione e coordinamento politico con i Paesi del sud-est asiatico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questa strategia ha, dunque, come presupposto l’abbandono delle politiche bilaterali con la Cina, per aprirsi ad un approccio multilaterale globale. In particolare, questa multilateralità deve esplicarsi non più su punti vaghi ed obiettivi incerti, ma su alcuni aspetti concreti: commercio e investimenti, industria e tecnologia, cambiamenti climatici, proliferazione nucleare e diritti umani. La multilateralità deve presupporre, inoltre, un sistema di “reciproco impegno”, prevedendo una serie di misure sanzionatorie qualora la Cina non rispetti gli accordi presi (per esempio, misure anti-dumping, sanzioni sulle importazioni illegali, sanzioni per la non collaborazione alle emissioni di CO2).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Creare un sistema di interdipendenza globale che imbrigli la Cina, la sua moneta, il suo sistema economico e sociale in una rete internazionale, può essere l’arma con cui l’Unione Europea può emergere anche come potenza mondiale capace di influenzare le scelte dei partner a livello regionale e globale. Questa partnership, infine, non può prescindere dal problema della sicurezza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Commissione Barroso I (2004-2009), infatti, pur rinnovando il vecchio accordo del 1985 (il nuovo “Partnership and Cooperation Agreement”, a cui si aggiungono i nuovi meeting UE-Cina), è risultata piuttosto debole nelle sue azioni verso Pechino. Tuttavia, dato il quadro internazionale e la criticità soprattutto della regione mediorientale, e dato il rinnovamento politico e istituzionale dell’UE anche grazie al passaggio dell’Unione Europea Occidentale (UEO) sotto il controllo di Bruxelles, la Commissione Barroso II ha il compito di rafforzare il suo peso all’interno della NATO, in modo da creare un effettivo ed efficace blocco politico e strategico contrapposto a quello cinese, anche alla luce del futuro ingresso nel patto Atlantico di Paesi che hanno strette relazioni con il Continente asiatico. E, inoltre, non bisogna dimenticare il ruolo che il Partenariato Euro-Atlantico (EAPC) può giocare negli equilibri euroasiatici. Una potenza mondiale, quale l’Unione Europea potrebbe aspirare ad essere, necessita non solo di una “partnership strategica” di tipo economico, ma anche di una partnership in materia di sicurezza globale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Maria Serra è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)</em></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></strong></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autrice e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;</span></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/5173/cina-la-vera-sfida-per-l%e2%80%99unione-europea/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mosca, Berlino e la sicurezza in Europa</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5110/mosca-berlino-e-la-sicurezza-in-europa</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/5110/mosca-berlino-e-la-sicurezza-in-europa#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 07:10:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5110</guid>
		<description><![CDATA[Lo scorso 5 giugno il presidente russo Dimitri Medvedev ed il primo ministro tedesco Angela Merkel hanno proposto la crezione di un nuovo comitato politico e di sicurezza russo-europeo che, se realizzato, potrebbe avere delle ripercussioni geopolitiche importanti su tutta la politica mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5110/mosca-berlino-e-la-sicurezza-in-europa" title="Mosca, Berlino e la sicurezza in Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/merkel_medvedev1.9ro8uoj4w30og0owwc0wc0wc0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="61" alt="Mosca, Berlino e la sicurezza in Europa" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo scorso 5 giugno il presidente russo Dimitri Medvedev ed il primo ministro tedesco Angela Merkel si sono incontrati nello splendido scenario del castello di Meseberg, 40 km a nord di Berlino, per una serie di discussioni bilaterali incentrate su un ampio ventaglio di temi politici ed economici. Si è discusso sia della questione del nucleare iraniano e delle possibili sanzioni contro Teheran sia dell’imminente riunione del G-8 senza dimenticare l’importante tema dei rapporti euro-russi con particolare attenzione alla questione dell’abolizione del regime dei visti e della sicurezza del Continente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Proprio in materia di sicurezza</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> europea i due statisti, sulla scia di un’idea russa elaborata nel 2008 hanno proposto, nel memorandum finale dell’incontro, la crezione di un nuovo comitato politico e di sicurezza. Comitato che, se realizzato, potrebbe avere delle ripercussioni geopolitiche importanti su tutta la politica mondiale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, ci sembra che la sua creazione dipenda dallo scioglimento di molti nodi che attualmente si frappongono tra lo stato di cose presente e la realizzazione di questo ambizioso progetto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poiché la complessità che circonda il tema della sicurezza europea, e dei possibili modi con cui garantirla, è notevole, conviene muoversi con una buone dose di pragmatismo compiendo un passo alla volta al fine di disporre le tessere del mosaico nel modo corretto. Vediamo innanzitutto quali sono i punti salienti della proposta russo-tedesca. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I contenuti della proposta </strong></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’idea contenuta nel memorandum delinea la possibilità di creare un nuovo Comitato composto dal capo della diplomazia europea (dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la carica è ricoperta da Catherine Ashton) ed il ministro degli affari esteri russo (Sergej Lavrov). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tale comitato, che nel memorandum viene definito con il nome di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="text-decoration: underline;">Comitato Politico e di Sicurezza Russia-UE</span></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>, </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">avrebbe il compito di:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- permettere uno scambio più agevole di opinioni e punti di vista sui maggiori temi politici e di sicurezza;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- sviluppare le linee guida per operazioni congiunte civili/militari;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- fare raccomandazioni sulle varie situazioni di crisi ed i conflitti alla cui risoluzione la Russia e l’UE stanno contribuendo all’interno delle varie cornici internazionali;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- mostrare celermente la propria utilità trovando una soluzione condivisa e duratura al conflitto congelato in Transnistria.</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al fine di mostrare che tipo di forma tale Comitato dovrebbe avere, Angela Merkel ha fatto notare che al momento a Bruxelles esiste già un comitato che si occupa di questioni legate alla sicurezza, ovvero il Comitato Politica e Sicurezza del Consiglio Europeo (CPS), e che esso potrebbe essere sviluppato al fine di permettere i contatti tra UE e Russia non solo a livello di ambasciatori ma pure di ministri degli esteri.</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il progetto russo-tedesco è senza ombra di dubbio molto interessante ed il fine che si pone, garantire maggior sicurezza agli uomini e alle donne che vivono nel grande spazio europeo, è non solo nobile ma soprattutto utile ad evitare che sorgano nuove fonti di tensioni o che quelle già presenti si protraggano all’infinito. Come è noto, le tensioni drenano molte risorse, risorse che potrebbero essere utilizzate in altri modi, ad esempio per finanziare la crescita economica ed il benessere dei cittadini. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, come ben sappiamo, la storia è piena di pro</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">getti politici interessanti che, per vari motivi, non sono mai stati implementati. Di conseguenza, in questa sede, non dovremmo domandarci solo se tale progetto sia utile ma se sia anche realizzabile. Sebbene l’utilità del progetto ci sembri fuori discussione, visto e considerato che l’architettura su cui si basa la sicurezza europea sembra sempre più obsoleta e scricchiolante, la sua realizzabilità dipende da tutta una serie di variabili indipendenti che potrebbero pregiudicarne la realizzazione. Queste variabili sono legate ai Paesi coinvolti, ai loro interessi nazionali ed alle loro rappresentazioni geopolitiche. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> tempo dunque di capire i motivi che hanno spinto, da un lato, la Russia e la Germania a proporre tale progetto e, dall’altro, di comprendere quali sono le reazioni degli interlocutori europei.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Mosca, Berlino, Bruxelles e la sicurezza in Europa</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong> tra equilibrismi e paure reciproche </strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Da molti anni gli esperti di politica europea si domandano se la politica estera dell’Unione debba essere considerata come la somma di 27 politiche estere differenti oppure se essa consista in qualcosa di più della somma delle singole parti. Ad oggi pare proprio impossibile mettere la parola fine a tale diatriba in quanto il processo di costruzione europea è un vero e proprio </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>work in progess</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> caratterizzato da una </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>multi-level governance</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e per questo ci sembra saggio evitare di entare nel merito; tuttavia ci sembra innegabile che ogni qual volta si discuta di quale tipo di politica l’UE deve o dovrebbe tenere nei confronti dei vicini orientali, la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Germania</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> svolga un ruolo difficilmente sottovalutabile nel modellare le decisioni politiche al fine di metterle al passo con i propri interessi nazionali e con la propria rappresentazione geopolitica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dietro alla volontà tedesca di realizzare tale Comitato </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ci sembra di poter intravedere la consapevolezza che:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- essendo la Germania il Paese guida dell’Europa (è ormai chiaro a tutti che la Francia non può tenere il passo con Berlino) ha tutto l’interesse a trovare una soluzione credibile al problema della sicurezza del Continente, sicurezza che non può realizzarsi pienamente se la Russia continua ad essere esclusa e/o rilegata in posizione periferica; </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- un&#8217;associazione strategica tra UE e Russia non può basarsi solo su materie economiche ma ha bisogno di essere inserita all’interno di un quadro politico-istituzionale; </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- è necessario creare la stabilità e la fiducia necessaria a favorire il rafforzamento della relazione economica con la Russia, Paese che offre ai capitali tedeschi ed europei ottime opportunità di investimento ed un mercato molto grande;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- è irrinunciabile creare le condizioni necessarie all’implementazione di accordi volti a garantire la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">sicurezza degli approvigionamenti energetici</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in tutto il Continente che includano la Russia e non la scavalchino. Il progetto </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Nord Stream</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> rappresenta un primo ed importante passo in tale direzione ma ve ne saranno probabilmente degli altri. Un banco di prova importante è la capacità di russi ed europei di trovare un accordo volto a modernizzare il sistema ucraino di trasporto del gas, la vera arteria energetica continentale d’Europa.</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per parte sua la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Russia </strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ha investito molte energie al fine di rafforzare la cooperazione con Berlino in quanto consapevole che la Germania rappresenta la chiave di volta della costruzione europea ed è il Paese che ha un ruolo centrale nel modellare le politiche europee verso i vicini orientali. Possiamo dunque affermare che le motivazioni che hanno spinto i russi a proporre la creazione del Comitato siano:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- la volontà di inserirsi a pieno titolo nel mantenimento della sicurezza europea accollandosi oneri ed onori e contibuendo, dal punto di vista di Mosca, a liberare l’Europa dalle divisioni imposte dalla guerra fredda e sopravvissute a quel periodo storico permettendo così alla Russia di dare il proprio contributo alla pace e alla sicurezza d’Europa;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- l’innalzamento del livello di sicurezza ai propri confini occidentali, confini su cui Mosca percepisce tutta una serie di minacce alla propria sicurezza nazionale;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- la volontà di liberare risorse politiche ed economiche da investire per: a)modernizzare il Paese; b) implementare politiche sociali che contrastino il problema del calo demografico; c) prestare più attenzione alle relazioni con la Cina, a partire dalla pressione demografica che questa pone sulle regioni scarsamente popolate dell’est della Russia. Se tale questione non viene affrontata per tempo ed in modo razionale rischia di avvelenare i rapporti tra Mosca e Pechino portandoli a percepirsi più come concorrenti che come interlocutori. All’interno del ceto militare e politico moscovita alcuni parlano già apertamente della Cina come maggior minaccia alla sicurezza della Russia. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> chiaro dunque che bisogna agire in tempi rapidi per disinnescare una bomba che finirebbe con il danneggiare entrambi; d) mettere in sicurezza la propria sterminata frontiera meridionale contrastando in particolare la minaccia posta dall’slamismo radicale.</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dai punti che abbiamo succintamente elencato emerge chiaramente il fatto che tra Mosca e Berlino esistono delle basi tendenzialmente solide su cui costruire legami bilaterali ancora più forti e mutualmente vantaggiosi di quanto già non accada. Sarebbe tuttavia miope non prendere atto del fatto che esistono anche punti di attrito tra i due attori geopolitici che impediscono di procedere speditamente verso la realizzazione del loro progetto. All’origine di questi attriti vi sono vari motivi e soprattutto vari attori: mentre la Russia sembra godere di una maggiore libertà di manovra, la Germania deve fare i conti con le istituzioni esistenti di cui è parte e con i punti di vista, gli interessi e gli obiettivi geopolitici dei propri alleati europei e d’oltre oceano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre riteniamo non si debbano sottovalutare gli attriti endogeni, quelli cioè che scaturiscono dalle differenze esistenti tra la visione geopolitica tedesca e quella russa nei confronti di molti temi di politica internazionale a cominciare dalle alleanze politico-militari esistenti di cui presto ci occuperemo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il fatto di essere il Paese guida in Europa non significa che ciò che la Germania dica e pensi vada bene per tutti, anzi. Berlino è consapevole del fatto che sia necessario prestare molta attenzione per evitare che nelle capitali europee riemergano timori mai sopiti nei confronti della sua condotta internazionale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La reazione di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Bruxelles</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di fronte alla proposta russo-tedesca è stata alquanto pragmatica. Innanzitutto, Commissione e Consiglio hanno fatto sapere che non erano stati preventivamente consultati né dalla Russia né dalla Germania prima dell’annuncio del progetto anche se da Berlino almeno da un paio di settimane arrivavano notizie che lasciavano intravedere qualcosa. Chiaramente questa scelta deliberata da parte di Berlino di non comunicare a Bruxelles la propria intenzione di presentare un progetto così importante per la sicurezza europea in accordo con la Russia non faciliterà il compito della Germania di ‘vendere’ il progetto agli alleati europei.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene a Bruxelles vi sia chi vede positivamente la volontà di Mosca di lavorare più a stretto contatto con l’UE per la risoluzione dei conflitti e loda i passi fin qui compiuti da ambo le parti nel creare un clima di fiducia e cooperazione, molti altri si interrogano su quale valore aggiunto avrà il nuovo Comitato rispetto a quanto già esiste. Gli scettici fanno notare che gli incontri russo-europei sono tutt’altro che sporadici, in quanto:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- l’UE e la Russia si incontrano 2 volte all’anno in un apposito convegno; </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- Ashton e Lavrov si riuniscono almeno tre volte all’anno;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- il presidente del CPS si incontra con l’ambasciatore russo presso l’UE ogni mese;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">- esistono numerosi incontri tra gruppi di esperti di ambo le parti; </span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla luce di tutto ciò la Germania sembra essersi impegnata in un grande sforzo di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>relazioni pubbliche</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> verso i propri alleati europei al fine di spiegare loro che la prosecuzione dell’avvicinamento russo-tedesco con la realizzazione del Comitato Politico e di Sicurezza produrrà benefici tangibili per tutti i membri dell’UE. Chiaramente il compito non è semplice. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in tale ottica che deve essere letto l’ultimo incontro, tenutosi alla fine di giugno, del cosiddetto </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="text-decoration: underline;">triangolo di Weimar</span></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>, </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">un </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>club</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> creato nel 1991 che riunisce Francia, Germania e Polonia. La regola stabilisce che il Paese ospitante ha il diritto di invitare il ministro degli esteri di un Paese terzo rispetto ai membri del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>club</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. La Francia, Paese ospitante, ha scelto, non del tutto casualmente, Sergej Lavrov. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Durante l&#8217;incontro si è discusso, senza grossi passi in avanti, di sicurezza europea, concentrandosi su due argomenti in particolare: il progetto russo-tedesco di creare un Comitato Politico e di Sicurezza e la proposta russa di sottoscrivere un nuovo patto per la sicurezza dell’Europa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La scelta francese di invitare i russi deve essere letta probabilmente come il tentativo da parte della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Francia</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di inserirsi tra la Russia e la Germania e mostrare così a se stessa ed al mondo che l’asse Parigi-Berlino esiste ancora. Insomma, un tentativo tardivo di salvare le apparenze che non riesce comunque a nascondere il fatto che in Europa la Francia, rispetto alla Germania, occupa ormai un ruolo secondario non più solo in ambito economico. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Molto più importante per la nostra analisi è il ruolo svolto dalla </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Polonia</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, Paese che detiente una grande influenza nelle scelte politiche compiute dall’UE verso i vicini orientali. Come tutti noi ben sappiamo, dopo il tragico incidente verificatosi il 10 aprile scorso in Russia in cui ha perso la vita il presidente polacco Lech Kaczynski, in Polonia si è assistito ad un riavvicinamento, visibile nelle azioni e nelle parole dei due governi così come nei sondaggi d’opinione su campioni rappresentativi delle due popolazioni, tra Mosca e Varsavia. Riavvicinamento che ha l’intento, almeno sulla carta, di portare ad un superamento dei contenziosi e delle divergenze del passato. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> chiaro che se ciò si verificasse sarebbe uno dei mutamenti geopolitici più significativi verificatisi in quella parte del mondo. Non è certo nostra intenzione negare l’esistenza di tale mutamento nell’umore dei polacchi, visto e considerato che lo stesso Jarosław Kaczynski, fratello gemello del defunto presidente polacco, durante la campagna elettorale per le presidenziali vinte poi dal rivale Bronislaw Komorowski ,è stato costretto a mettere da parte la sua retorica anti-russa per non perdere voti e accattivarsi l’elettorato. Ciò che ci preme sottolineare è che ci sembra troppo presto per poter capire se questo processo di riavvicinamento durerà e se, soprattutto, sarà in grado di far compiere alle relazioni russo-polacche un salto qualitativo in avanti. Nel frattempo prendiamo atto del fatto che la Polonia continua a portare avanti, magari con meno clamore, scelte politico-militari che non possono certo far piacere alla Russia. In particolare la Polonia, pochi giorni fa, in occasione della visita del segretario di Stato USA Hillary Clinton, ha siglato un nuovo accordo per lo spiegamento di missili intercettori statunitensi a corto raggio (il piano Bush, rispetto all’attuale piano Obama, prevedeva invece missili a lungo raggio) nell’ambito del piano americano di scudo missilistico utile, ufficialmente, a proteggere gli USA e i suoi alleati da attacchi missilistici provenienti dai cosiddetti Stati canaglia, Iran </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>in primis</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Non solo, il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski,</span></span> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ha affermato di non avere nulla in contrario alla rimozione del regime dei visti tra UE e Russia ma ha anche sottolineato che, essendo quella dei visti una leva importante nelle mani degli europei per influenzare la politica russa, essa deve essere usata con parsimonia per ottenere concessioni sostanziali da Mosca. Tenendo conto che la pressione russa sulla rimozione del regime dei visti si fa sempre più stringente, la Germania rischia di trovarsi stretta tra Varsavia e Mosca. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla luce di quanto affermato fin qui è chiaro che se il progetto russo-tedesco di creare un Comitato politico e di sicurezza, che non può non aver richiamato l’attenzione della Polonia, non viene gestito nel modo più inclusivo e trasparente possibile da parte della Germania rischia di far riemergere la paura mai sopita dei polacchi di essere accerchiati da tedeschi e russi e di spingere Varsavia su posizioni ancor più filo-atlantiste e filo-statunitensi di quanto già non sia, con grave danno per la politica europea, per la credibilità e la libertà di manovra della Germania e per la sicurezza russa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Comunque sia, anche se la Germania agisse nel migliore dei modi verso gl&#8217;interlocutori europei, ciò potrebbe non bastare. Altri attori, come presto vedremo, potrebbero creare limiti insormontabili al progetto geopolitico russo-tedesco. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p lang="en-GB">
<p lang="en-GB"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>L’Alleanza Atlantica e Washington</strong></span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p lang="en-GB"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un altro importante elemento che condiziona e limita la libertà di manovra della Germania è l’Alleanza Atlantica ed il suo membro più importante, gli Stati Uniti d’America. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Alleanza, che viene creata agli inizi del periodo della guerra fredda, sopravvive all’implosione dell’URSS e comincia un difficile percorso di ridefinizione degli obiettivi e della sua ragione d’essere che non si è ancora concluso e che potrebbe anche non arrivare mai.</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Essa rappresenta, seppur criticata da più parti, una delle istituzioni su cui si regge la sempre più scricchiolante architettura della sicurezza in Europa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> chiaro che gli USA, essendo il Paese più potente dell’Alleanza, imprimano ad essa un corso confacente ai propri interessi geopolitici, spesso anche a costo di creare attriti con gli alleati europei, Germania </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>in primis</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. La Germania, membra del Patto dal 1955, quando ancora il Paese era diviso in due, non sembra, per vari motivi, intenzionata a svincolarsi da essa. Una tale azione comporterebbe dei costi che, probabilmente, l’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>elite</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> tedesca non vuole o non può sostenere. Quindi si assiste al tentativo da parte di Berlino, ai limiti dell’equilibrismo, di ritagliarsi più spazio di manovra all’interno di un’Alleanza che in realtà non lascia spazi (eccezion fatta per gli USA) e l’enunciazione delle cosiddette 3D, fatta a suo tempo dal segretario Stato di Bill Clinton Madeleine Albright, ne sono la riprova. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come ben sappiamo, Washington è impegnata in un tentatativo di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>reset</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> delle sue relazioni con Mosca, azzeramento che chiaramente è utile a servire gli interessi statunitensi e che deve farsi secondo i ritmi, i modi e le priorità dettati dalla Casa Bianca senza che si presti troppa attenzione alle idee russe in materia di sicurezza e che si prendano in considerazione i loro timori. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> ancora presto per capire quali conseguenze geopolitiche avrà tale rilancio delle relazioni tra i due Paesi, tuttavia, ad oggi, permangono molte differenze tra le due rappresentazioni geopolitiche di Washington e Mosca (per approfondire meglio tali differenze rimandiamo al brillante saggio scritto da Tiberio Graziani dal titolo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>‘<a href="../../3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare">La Russia, chiave di volta del sistema multipolare’</a></em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, editoriale del numero <a href="../../3856/la-russia-e-il-sistema-multipolare">1/2010 di “Eurasia”</a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">) ed è possibile che anche questo nuovo tentativo si dissolva in una bolla di sapone com’è già accaduto in passato. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Washington non ha ancora commentato la proposta russo-tedesca, tuttavia è probabile che il progetto non sia gradito alla Casa Bianca la quale potrebbe scorgere nell’avvicinamento russo-tedesco, se non proprio una vera minaccia geopolitica, comunque un elemento di fastidio da evitare a tutti i costi. Come molti hanno fatto notare, se il progetto russo-tedesco si realizzasse la Russia otterrebbe inevitabilmente una certa influenza sulle decisioni della NATO, cosa che chiaramente Washington non vuole e la storia delle relazioni NATO-Russia dal 1992 ad oggi lo dimostrano chiaramente. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> quindi nell’interesse degli USA evitare che la Germania trovi nella Russia, con la creazioni di meccanismi istituzionali come il Comitato Politico e di Sicurezza, un Paese con cui fare fronte comune per rifiutare le richieste di Washington o per far comunque valere piani alternativi più utili ai propri interessi. C’è da aspettarsi dunque che gli USA facciano di tutto per far deragliare il progetto, magari facendolo nascere totalmente depotenziato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La sfida che attende Mosca e Berlino è molto complessa e difficile in quanto non sarà per niente facile convincere e rassicurare Washington delle proprie buone intenzioni volte a salvaguardare </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ed incrementare la sicurezza europea che non può prescindere dal coinvolgimento attivo e paritario della Russia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene in questo periodo di profonda crisi economica in cui la mancanza di prospettive occupazionali domina le discussioni quotidiane delle persone comuni in tutta Europa, il tema della sicurezza europea rappresenta uno delle questioni politiche più pressanti per gli statisti del Continente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni si è assistito ad un vistoso abbassamento del livello della sicurezza europea. Tale </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">tendenza</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, che reca in sé una dimensione politica, economica, militare e geopolitica, può essere chiaramente invertito a patto che vengano prese tutta una serie di decisioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A tal fine ci sembra improcastinabile la piena partecipazione della Russia, con relativa assunzione di oneri ed onori, ai tavoli in cui si discute e si decide di comune accordo come mantenere la stabilità e la sicurezza nello spazio europeo. Sia chiaro però che l’inclusione della Russia deve essere reale e non fittizia e deve quindi dare a Mosca la possibilità di esprimere la propria opinione, discutere con gli altri interlocutori, decidere, contribuire alla sicurezza e goderne i benefici. Per arrivare a tale traguardo urgono passi concreti da parte di tutti verso un rimodellamento delle proprie rappresentazioni geopolitiche al fine di accantonare gli elementi più divisivi presenti in esse. La creazione del Comitato Politico e di Sicurezza UE-Russia </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">potrebbe essere un passo concreto verso quella direzione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Purtroppo, a parere di chi scrive, il timore più grande non risiede nella possibilità che tale Comitato non veda mai la luce ma che nasca profondamente ridimensionato, depotenziato e incapace di espletare le funzioni per cui era stato pensato. Questo perché purtroppo, da un secolo a questa parte ormai, la politica europea ci ha abituati a convivere con montagne che partoriscono topolini. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)</strong></em></span></span></strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> </strong></em></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><a type="button_count" name="fb_share" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a><script src="http://static.ak.fbcdn.net/connect.php/js/FB.Share" type="text/javascript"></script></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/5110/mosca-berlino-e-la-sicurezza-in-europa/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Velvet Revolution&#8221;, atto secondo.</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5066/velvet-revolution-atto-secondo</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/5066/velvet-revolution-atto-secondo#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 14:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica Ceca]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5066</guid>
		<description><![CDATA[Le elezioni in Repubblica Ceca hanno comportato cambiamenti politici interni; anche per quanto riguarda la politica estera sono attese novità, ma sempre nel solco dell'atlantismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5066/velvet-revolution-atto-secondo" title="&#8220;Velvet Revolution&#8221;, atto secondo."><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zcz.95b1ql1kb8ws4c0g8k0gsow8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="&#8220;Velvet Revolution&#8221;, atto secondo." ></div></a><p><span><span style="font-size: medium"><strong>Dopo l&#8217;era Klaus la Repubblica Ceca torna alle origini: gli eredi di Vaclav Havel tornano alla ribalta, <em>king-makers </em>di una pressochè certa coalizione di centrodestra. Duramente sconfitta la prospettiva socialdemocratica, la sinistra è chiusa nell&#8217;angolo. E cambia anche la politica estera: atlantisti eccome, ma la strada per Washington passa per Berlino.</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le scorse elezioni politiche in Repubblica Ceca, tenutesi sabato 29 maggio, hanno consegnato al Paese una geografia politica completamente stravolta: i due partiti perno della democrazia centroeuropea, la socialdemocratica CSSD e la conservatrice-liberista ODS, sono infatti crollati dal loro usuale “mercato potenziale” del 65% a poco più del 40. E a beneficiarne, con grande sorpresa degli analisti, sono stati due partiti, il populista VV (Affari Pubblici, guidato da un giornalista investigativo di tendenze libertarie e democratico-direttiste) e il liberalconservatore TOP09 (Tradizione-Responsabilità-Prosperità, fondato dal carismatico Principe von Schwarzenberg), molto chiari su cosa intendono chiedere al popolo ceco: lacrime e sangue. Il paese veniva da un prolungato periodo di instabilità politica, generato dalla rissosità della vecchia maggioranza ODS- KDU/CSL (un partito cristiano democratico di tendenze europeiste)-Verdi, e dalla non facile personalità dell&#8217;ex primo ministro Topolanek, noto in Italia per le sue foto in costume adamitico a Villa Berlusconi e nel suo Paese per una infuocata intervista con giudizi poco lusinghieri su ebrei e omosessuali. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A questi fattori e a una serie di difficoltà economiche, si era andato a saldare anche un certo isolamento internazionale: il presidente Vaclav Klaus, leader dell&#8217;ODS, aveva spinto con forza per l&#8217;adesione del Paese al progetto di scudo missilistico USA e, coerente con le posizioni anti-stataliste e “sovraniste” che l&#8217;avevano spinto a concordare lo smembramento della Cecoslovacchia  e la mancata formalizzazione del Gruppo di Visegrad con Polonia e Ungheria in una organizzazione regionale, aveva fatto fronte comune col controverso Presidente polacco Lech Kasczinsky per bloccare il Trattato di Lisbona. Sul piccolo Paese mitteleuropeo si erano quindi addensate le ire di Bruxelles (e del potente vicino tedesco, considerato che Klaus aveva vincolato la sua firma a una modifica al Trattato contro eventuali rivendicazioni immobiliari da parte degli esuli dei Sudeti), nonchè quelle di Mosca; l&#8217;elezione di Obama e il congelamento dello scudo avevano non a torto gettato nell&#8217;ansia la dirigenza ceca. In questo contesto, una vittoria elettorale alle elezioni regionali del 2008 e il collasso del governo Topolanek, rimpiazzato da un governo tecnico, sembravano il miglior viatico per una vittoria della CSSD di Jiri Paroubek, ex primo ministro. Tanto più che uno dei partiti della maggioranza, la KDU, aveva subìto una devastante scissione a opera del carismatico principe Karel von Schwarzenberg, ministro degli Esteri di Tusk, che prometteva di rubare parecchi voti all&#8217;ODS. L&#8217;unico problema sembrava il dover scegliere i <em>partners </em>della futura coalizione di governo: la prima opzione di Paroubek, convinto europeista e sostenitore di una rapida integrazione nella zona Euro, sarebbe probabilmente stata proprio il TOP09, uscito dalla maggioranza in aspra polemica con il fortemente euroscettico Klaus. Di fronte alla sua apparente indisponibilità, tuttavia, Paroubek era più che pronto a giocarsi la carta di un possibile appoggio esterno del Partito Comunista Ceco, il più forte d&#8217;Europa e tuttora convinto della bontà dell&#8217;esperienza 1948-1989: nonostante lo Statuto della CSSD, uno dei pochi partiti socialdemocratici est-europei a non venire dall&#8217;ex partito filosovietico al potere, impedisse alleanze organiche, le proposte socialdemocratiche di tassare i ricchi, bloccare definitivamente i progetti di scudo e ritirarsi dall&#8217;Afghanistan avrebbero verosimilmente ottenuto il sostegno della battagliera estrema sinistra. Una simile possibilità aveva gettato nello sconforto i commentatori dei grandi giornali <em>liberisti </em>d&#8217;Occidente, e con loro anche le Borse; un analista, Robert Kron, si era spinto al punto di immaginare per il Paese una politica estera <em>post-atlantica e opportunista </em>che avrebbe messo in soffitta l&#8217;inclinazione americanista e predominante nel paese dai tempi della presidenza Havel.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>I Risultati</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Cosa ha portato a un risultato tanto diverso dalle aspettative, con i socialdemocratici gabbati da una vittoria in termini di voti ma lontanissimi dal poter creare attorno al loro tutto sommato magro 22,1% una maggioranza di governo? A favore di Paroubek non hanno certo giocato l&#8217;esplicita possibilità di un&#8217;alleanza con i comunisti, in un Paese che sente ancora forte l&#8217;eredità simbolica della Primavera di Praga e di Charta 77, e il suo ruolo come ex dirigente del Partito Socialista (una formazione fantoccio del vecchio regime). Ma l&#8217;aspetto più importante è stato sicuramente l&#8217;esplodere della crisi greca, che ha acceso nel piccolo e virtuoso Paese una forte ansia e ha spinto gli indecisi lontano dalle posizioni di Paroubek, a suo tempo congedatosi dal governo con un forte incremento del debito pubblico. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il fattore economico si è andato poi a combinare al forte rigetto, da parte del Paese e sopratutto delle sue fasce più giovani e urbanizzate, dell&#8217;attuale sistema politico: sia Klaus che Paroubek sono visti, pur essendo non più vecchi di molti loro colleghi occidentali, come “<em>dinosauri”</em>, e la scarsa popolarità del Presidente non ha beneficiato il suo concorrente, considerato un arrogante “<em>barone delle tessere</em>”, specialmente dopo il “<em>pensionamento forzato</em>” del popolare ex primo ministro Milos Zeman, che ha corso alle elezioni con una sua lista il cui risultato, pur di poco più basso dell&#8217;asticella del <em>quorum</em>, ha escluso i socialdemocratici dalla <em>premiership</em>. Il leader socialdemocratico si era ulteriormente alienato i favori dell&#8217;elettorato orchestrando, con il sostegno di alcuni transfughi della maggioranza, una mozione di sfiducia contro il suo vecchio e odiato avversario Topolanek proprio durante il semestre ceco di presidenza dell&#8217;UE, in cui il Paese sperava di riscattarsi dell&#8217;aura di “<em>pariah</em>” procuratagli dalle intemerate di Klaus. Solo il 13% dei giovani cechi ha votato per la CSSD e il KSCM, oramai sempre più accomunate da un elettorato di pensionati e lavoratori rurali, consegnando una netta maggioranza a  TOP09 e VV, i due “<em>piccoli partiti irresponsabili</em>” tanto in uggia a Klaus ma che combinati hanno preso un terzo dei voti in più del suo ODS: circa la metà dei 200 deputati uscenti non è riuscita a tornare in Parlamento, abbassando l&#8217;età media dei deputati in un paese che, all&#8217;inizio degli anni 2000, aveva brevemente avuto un primo ministro trentaduenne. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">E proprio tra i giovani Karel von Schwarzenberg è oramai diventato un personaggio quasi <em>cult</em>: l&#8217;aristocratico, legato a un gran numero di famiglie nobiliari boeme, austriache e polacche, incarna in pieno le loro aspettative di modernizzazione e dinamismo, mescolando retorica da libera impresa, europeismo e un americanismo in salsa obamiana. Lui e il nuovo leader dell&#8217;ODS Petr Necas sono visti come figure concilianti in grado di portare la Repubblica fuori dalle secche della contrapposizione reciproca, e nonostante le trattative siano ancora in corso, è chiaro che il nuovo governo taglierà fortemente il deficit, ora al 5,9% del PIL, e muoverà, con quale velocità è da vedere, verso l&#8217;adozione dell&#8217;Euro. Resta da vedere anche se il partito populista VV, in cui statutariamente le decisioni più importanti devono passare per il voto degli iscritti, sarà realmente un partner affidabile per i due partiti di centrodestra che, senza di lui, non hanno la maggioranza assoluta e sono relativamente appaiati a un blocco socialcomunista che, sommato alla lista di Zeman, mantiene comunque un insediamento attorno al 40%, mentre non è certo una novità, nella tumultuosa politica ceca, l&#8217;emergere di partiti conservatori d&#8217;opinione, magari implosi nell&#8217;arco di una o due legislature. Con le dimissioni di Paroubek e una stagione di austerità durissima in arrivo, i socialdemocratici potrebbero avere una <em>chance </em>di rilanciare un&#8217;immagine di partito del cambiamento, anche se la grande incognita è l&#8217;evoluzione dello scenario politico che, ad oggi, è talmente spostato a destra da obbligarli a cercare una intesa con i comunisti, reduci addirittura da un tentativo di bandirne l&#8217;organizzazione giovanile per “<em>contrarietà al principio costituzionalmente garantito di tutela della proprietà privata”.</em> Lo stesso KSCM è attraversato da un duro dibattito interno sulla possibilità di aprire ai socialdemocratici in maniera stabile e moderare le proprie posizioni, con alcuni che si spingono fino a ipotizzare scissioni fino ad oggi impensabili in un partito che ha largamente mantenuto stabile la sua base elettorale nel corso degli ultimi 20 anni.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>La politica estera</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">A questo punto, cosa cambia nella politica estera del Paese? Si può rispondere moltissimo o quasi nulla, a seconda dei punti di vista. Quasi nulla dal punto di vista dei più ampi orientamenti geopolitici del Paese: Vaclav Klaus e i suoi univano a un determinato euroscetticismo una fedeltà incontestabile all&#8217;Alleanza Atlantica in generale, ma agli USA in particolare, e la Repubblica Ceca non aveva fatto mancare il suo supporto né nelle campagne per i diritti umani in Tibet, Birmania etc., né in momenti più drammatici come lo scudo missilistico, la guerra in Afghanistan, dove è tuttora presente un contingente ceco, o quella in Iraq, dove il Paese ha mantenuto truppe dal 2003 al 2008. Paroubek aveva impostato la sua campagna anche su una deviazione di rotta, che si basasse più su un riapprocciarsi con Bruxelles, i cui Fondi Strutturali sono una grande opportunità di modernizzazione per il Paese, e con Mosca, magari tramite i buoni uffici della Slovacchia del vicino Robert Fico. Ed è proprio Mosca la grande sconfitta “<em>geopolitica</em>” di queste elezioni ceche: il king-maker Schwarzenberg aveva già a suo tempo spinto fortemente per lo scudo missilistico, e definito Putin, in una intervista allo <em>Spiegel</em>, un governante autoritario, rifiutando l&#8217;idea di una zona di influenza o interessa russa in Europa orientale e il sovrano diritto del suo Paese a scelte di questo genere. Schwarzenberg è inoltre stato uno dei collaboratori dell&#8217;ex Presidente Havel, che con lui torna a influenzare la politica del Paese dopo che, all&#8217;inizio degli anni &#8217;90, Vaclav Klaus aveva portato il suo ODS fuori dalla coalizione civica di Havel e lo aveva poi rimpiazzato alla Presidenza, “<em>chiudendo</em>” la Cecoslovacchia. E&#8217; quindi chiaro che, qualora le attuali relazioni complessivamente rilassate tra USA e Russia dovrebbero avviarsi a nuove fasi di crisi, la Repubblica Ceca farà una chiara scelta di campo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tuttavia, cambia moltissimo da un altro punto di vista: se Klaus aveva sempre privilegiato il legame transatlantico diretto, Schwarzenberg e Havel provengono da un altro filone di pensiero, che considera fondamentale l&#8217;integrazione (o, sarebbe meglio dire, la re-integrazione) anche politica della Repubblica Ceca con una Europa Occidentale di cui ci si sente l&#8217;estremo avamposto davanti a una Russia “<em>asiatica”</em>,  e che viene naturalmente vista in un rapporto di parità e stretta amicizia con gli Stati Uniti. I legami politici, e anche familiari, di Schwarzenberg, confrontati con le chiare reazioni di alcuni grandi giornali tedeschi, fanno quindi pensare che un fronte fondamentale di politica estera del nuovo governo sarà quello di fare da ponte tra Berlino e Washington, la “<em>coppia d&#8217;oro”</em> dell&#8217;Occidente a lungo divisa, poi riapprocciatasi, e oggi di nuovo ai ferri corti sulla crisi finanziaria. Con la vittoria del centrodestra ceco e slovacco, la recente affermazione di Komorowski in Polonia e l&#8217;imprevedibile ma fiscalmente ortodosso governo di FIDESZ in Ungheria, la Germania ha ora dalla sua un formidabile blocco di sostenitori del rigore economico che, se si dovesse saldare con la nuova Inghilterra liberalconservatrice di Cameron (come auspicato da Mario Monti in un recente dibattito alla LUISS sul rilancio del mercato unico), garantirebbe alle sue ricette un peso fortissimo sulle future scelte dell&#8217;Unione Europea.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>*Manfredi Mangano è dottore in Scienze Politiche (Università degli Studi di Camerino)</strong></em></span></span></p>
<p><a name="fb_share" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/5066/velvet-revolution-atto-secondo/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Crisi dell’euro e smantellamento dell’Unione Europea</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5008/crisi-dell%e2%80%99euro-e-smantellamento-dell%e2%80%99unione-europea-2</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/5008/crisi-dell%e2%80%99euro-e-smantellamento-dell%e2%80%99unione-europea-2#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 06:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Portogallo]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5008</guid>
		<description><![CDATA[L’offensiva contro l’euro è innanzitutto un’azione destinata a portare negli Stati Uniti i capitali esteri necessari alla copertura del crescente deficit. Quest’azione tattica si sdoppia in un’operazione strategica, quella di un movimento di smantellamento dell’Unione Europea a vantaggio di un’unione economica che copre i due continenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5008/crisi-dell%e2%80%99euro-e-smantellamento-dell%e2%80%99unione-europea-2" title="Crisi dell’euro e smantellamento dell’Unione Europea"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/20897_euro123.56j5kx100e4g88ok0gk8ggc8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Crisi dell’euro e smantellamento dell’Unione Europea" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La crisi dell’euro è il risultato di un attacco mirato da parte delle agenzie di rating statunitensi Standard &amp; Poor’s, Moody’s e Fitch contro il debito della Grecia, della Spagna e del Portogallo. L’abbassamento dei conti di questi tre paesi da parte delle agenzie americane, soprattutto per quanto riguarda quelli della Grecia, relegati nella categoria degli investimenti speculativi, è la conseguenza di un’azione mirata. Quest’abbassamento fa seguito ad una serie di decisioni ripetute e molto ravvicinate. Questi attacchi sono stati appoggiati dall’apparato statale statunitense, in particolare dalle dichiarazioni allarmiste del consigliere economico del presidente Obama, ex presidente della Federal Reserve, Paul Volker che ha parlato di una futura disintegrazione della zona euro. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest’offensiva contro l’euro è innanzitutto un’azione destinata a portare negli Stati Uniti i capitali esteri necessari alla copertura del crescente deficit della bilancia finanziaria degli USA. È un segnale di avvertimento a paesi come la Cina, che aveva iniziato a riequilibrare le sue riserve di valute acquistando in euro anziché in dollari. Per gli Stati Uniti, c’è in effetti una certa urgenza in materia. Fino al 2009, il finanziamento dei loro deficit e la difesa del dollaro erano assicurati da un saldo positivo dei flussi finanziari. Ma, durante questo stesso anno, se il movimento dei capitali rimaneva positivo, esso non arrivava più a compensare i deficit. Il saldo diventò negativo per un ammontare di 398 miliardi di dollari. A livello puramente economico, l’offensiva contro l’euro e della stessa linea di quella contro la lotta alla frode fiscale, iniziata dal presidente Obama nel 2009. Si tratta di portare i capitali nella cerchia degli USA. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest’azione tattica si sdoppia in un’operazione strategica, quella di un movimento di smantellamento dell’Unione Europea a vantaggio di un’unione economica che copre i due continenti, in cui il progetto di creazione di un grande mercato transatlantico ne è la manifestazione più visibile. È in funzione di questo secondo obiettivo che si può comprendere l’atteggiamento della Germania che, sia per la lotta alla frode fiscale che per l’attacco contro l’euro, ha fornito un sostegno all’offensiva statunitense. Questo doppio atteggiamento è coerente con l’impegno privilegiato di questo Stato europeo nella realizzazione di un’unione economica transatlantica. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Unione Europea è stata costruita attorno la Germania e strutturata secondo i suoi interessi. Paese economicamente il più competitivo al momento dell’installazione del grande mercato, ha potuto, senza vincoli politici, senza governo economico e trasferimenti importanti verso le zone sfavorite, giocare pienamente i suoi vantaggi economici comparativi. Fino a quest’anno, la zona euro assorbe i tre quarti delle esportazioni tedesche. La Germania, dalle dichiarazioni dei suoi responsabili politici e dei suoi banchieri, così come dalla ripetuta ostentazione delle sue esitazioni, ha contribuito all’efficacia dell’offensiva contro l’euro. Per lei, i benefici di quest’azione sono immediati. Il calo della moneta comune permette di aumentare le esportazioni fuori dalla zona euro. In più, questo paese può meglio finanziare i suoi propri deficit. La crisi e la fuga verso la qualità che essa genera permettono alle obbligazioni tedesche di piazzarsi con un tasso di interesse ridotto. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se, a lungo termine, la Germania dà l’impressione di tagliare il ramo su cui è seduta, vuol dire che ha deciso di cambiare ramo e che vuole inserirsi in un insieme più grande: il grande mercato transatlantico. La « costruzione europea » è ad un incrocio. Se fino ad ora, ha permesso uno sviluppo permanente della Germania, tale processo non più continuare secondo le stesse modalità. La UE non può uscire dalla crisi senza mettere in atto un governo economico che gestisca una politica economica comune, un’armonizzazione dello sviluppo e, per questo, senza assicurare dei conseguenti trasferimenti finanziari verso i paesi e le regioni sfavoriti. Una tale gestione politica è in completo disaccordo col semplice patto di stabilità promosso dalla Germania. La politica di bilancio di diminuzione accelerata dei deficit imposta nuovamente in nome di questo patto si farà a scapito del potere di acquisto delle popolazioni e non può realizzarsi senza una recessione economica. La zona euro non può più essere la sbocco privilegiato delle esportazioni tedesche. La Germania ha fatto la sua scelta: il grande mercato transatlantico e il mercato mondiale. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In luogo di ristrutturare il debito dei paesi deboli, cosa che avrebbe portato le banche a versare la loro parte, l’Europa ha messo in piedi due fondi di intervento. I 110 miliardi di euro di aiuto alla Grecia, così come i 750 miliardi di prestiti e garanzie, hanno come fine quello di sottomettere i paesi ricevitori alle condizioni del FMI, in cui gli USA hanno la maggioranza dei diritti di voto. In caso di depressione o anche di stagnazione economica, la politica di consolidamento delle spese pubbliche è votata al fallimento. I 750 miliardi previsti di aiuto serviranno a rimborsare le banche a scapito del potere di acquisto del contribuente e questo versamento alle istituzioni finanziarie aumenterà di molto la recessione. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La costruzione europea è stata imposta dagli Stati Uniti che, dopo la guerra, ne hanno fatto una condizione per le concessioni degli aiuti del Piano Marshall. È stata realizzata attorno la Germania, i cui interessi immediati erano complementari a quelli degli USA. L’attacco contro l’euro e l’operazione di smantellamento dell’Unione Europea risultano anche da un’offensiva lanciata dagli USA a cui ha dato il cambio la prima economia del vecchio continente, e ugualmente le istituzioni della UE. La Commissione e il Consiglio confermano così la loro partecipazione alla decomposizione dell’Unione ed alla sua integrazione in una nuova struttura politica ed economica transatlantica sotto la direzione americana, un ruolo già ricoperto attraverso i negoziati degli accordi sul trasferimento dei dati personali dei cittadini europei verso gli USA e sulla creazione di un grande mercato comprendente i due continenti. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p style="text-align: right;" lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">(Traduzione di Matteo Sardini)</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="fr-FR"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Jean-Claude Paye, sociologo, autore de </strong></em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La fine dello Stato di diritto</strong></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Manifestolibri). Su “Eurasia” ha pubblicato </strong></em></span></span><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Spazio aereo e giurisdizione statunitense</strong></span></span></em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 4/2007), </strong></em></span></span><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Gli scambi finanziari sotto controllo USA</strong></span></span></em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 1/2009), </strong></em></span></span><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La gerarchizzazione del sistema finanziario</strong></span></span></em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> (nr. 1/2010). </strong></em></span></span></span></span></span></p>
<p><a name="fb_share" type="button_count" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a><script src="http://static.ak.fbcdn.net/connect.php/js/FB.Share" type="text/javascript"></script></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/5008/crisi-dell%e2%80%99euro-e-smantellamento-dell%e2%80%99unione-europea-2/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Slovenia e Croazia: Equilibri e Opportunità nei Balcani</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4914/slovenia-e-croazia-equilibri-e-opportunita-nei-balcani</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/4914/slovenia-e-croazia-equilibri-e-opportunita-nei-balcani#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 11:45:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Adriatico]]></category>
		<category><![CDATA[Croazia]]></category>
		<category><![CDATA[Slovenia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=4914</guid>
		<description><![CDATA[Si è svolto nello scorso mese di giugno in Slovenia un referendum popolare – che ha visto la vittoria del si – su un possibile Accordo di arbitrato internazionale per tentare di porre fine al contenzioso marittimo fra Croazia e Slovenia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4914/slovenia-e-croazia-equilibri-e-opportunita-nei-balcani" title="Slovenia e Croazia: Equilibri e Opportunità nei Balcani"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/slovenia_croatia.1dp1ait5u6w0cgg8w8ssk0ksk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="41" alt="Slovenia e Croazia: Equilibri e Opportunità nei Balcani" ></div></a><p><span style="font-size: medium">Si è svolto nello scorso mese di giugno in Slovenia un referendum popolare – che ha visto la vittoria del si – su un possibile Accordo di arbitrato internazionale per tentare di porre fine al contenzioso marittimo fra Croazia e Slovenia.  Quest’ultima, con i suoi solo 47 Km di costa e un solo centro portuale rilevante (Capodistria o Koper in sloveno), rivendica una nuova delimitazione della piccola Baia di Pirano, aprendo così la strada ad un corridoio che colleghi le proprie acque territoriali alle acque internazionali del nord Adriatico.</span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Connessa, ma in secondo piano, è una disputa che riguarda alcuni punti del confine terrestre: già nel 1991, al momento della dichiarazione d’indipendenza dall’ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, alcuni confini amministrativi sulla sponda sinistra del fiume Dragogna, che sfocia nella valle di Pirano, non coincidevano con quelli catastali (i villaggi di Mulini, Scodellini, Busini e Scrili).</span></div>
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><br />
</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Natura e cause della controversia</strong></span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify">
<p><span style="font-size: medium">In effetti, al momento della dissoluzione dello Stato federale di Tito, i due Paesi dichiararono di non avere contenziosi marittimi. Eppure, nel 1993 il Governo di Lubiana pubblicò un “<em>Memorandum on the Bay of Piran of 7 april 1993”</em>, in cui, invocando sia il principio dell’uti possidetis<em> </em>[1], sia alcune circostanze speciali ex articolo 12 della I Convenzione di Ginevra sul Diritto del Mare (1958), nonché il “diritto naturale” agli interessi di comunicazione e di pesca, rivendicava dalla Croazia l’intera Baia di Pirano con il conseguente accesso alle acque internazionali.</span><span style="font-size: medium"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine-01-Cartina.jpg"><img class="size-medium wp-image-4928 alignright" style="margin: 5px;float: right" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine-01-Cartina-300x253.jpg" alt="" width="285" height="239" /></a></span></p>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
</div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify">
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium">La Croazia ribadì che la linea mediana, ex articolo 15 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS, 1982), è l’unico principio applicabile per la definizione del confine in</span><span style="font-size: medium"> questione.</span></p>
</div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify">
<p><span style="font-size: medium">Un tentativo di accordo nel 2001, che consentiva alla Slovenia un accesso al mare alto dell’Adriatico nel punto d’incontro tra le acque territoriali croate e quelle italiane – come stabilito negli Accordi di Osimo (1975) – mediante un corridoio passante per le acque internazionali croate, fallì a causa della mancata ratifica dello stesso da parte di Zagabria e per la successiva decisione unilateral</span><span style="font-size: medium">e da parte di Lubiana di creare nel 2005, dopo il suo ingresso nell’Unione Europea, delle zone di protez</span><span style="font-size: medium">ione ecologica e di pesca in acque internazionali adiacenti alla frontiera stabilita da Osimo e in tutta la Baia di Pirano, aree, quindi, di competenza non slovena.</span><span style="font-size: medium"> </span></p>
</div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Le motivazioni che hanno spinto i due Paesi a mantenere le proprie posizioni per quasi un ventennio vanno ricercate, più che nelle rivalità ereditate dalla Repubblica jugoslava – nel forte senso di identità nazionale e della memoria storica, nella presunta superiorità e capacità economica della Slovenia in ragione della maggiore autonomia che aveva all’interno della SRFJ –, semmai nella loro prospettiva politica, economica e strategica all’interno della regione adriatica e balcanica, anche, e soprattutto, alla luce del loro ingresso nell’Unione Europea.</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Entrambi, infatti, nell’ottica della membership all’interno dell’UE, ambiscono ad ottenere un duplice arricchimento: uno economico e uno strategico, in un raggio geografico che comprende il nord Adriatico e i Balcani occidentali, fino ad estendersi, in prospettiva, al Mar Nero.</span></div>
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><br />
</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>La prospettiva slovena</strong></span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">L’accesso alle acque internazionali e la possibilità dello sfruttamento di nuove risorse marine costituirebbe, infatti, una preziosa risorsa economica per la Slovenia: aumentare il raggio di estensione marino significa aumentare il traffico marittimo di merci e persone verso il Mediterraneo, ingrandire la flotta e i pescherecci, ampliare le risorse ittiche, potenziare il porto di Capodistria e creare le premesse per la costruzione di nuove aree portuali. In secondo luogo, Lubiana ha interesse ad inserirsi nei traffici dell’alto Adriatico a causa della presenza, in corrispondenza del Golfo di Venezia, di rilevanti giacimenti di metano, il cui sfruttamento è stato impedito nel 1999 dal Governo italiano per i rischi di “subsidenza” (cedimento del terreno a venir meno del gas), ma a cui, invece, la Croazia può attingere, a causa della mancanza di un’analoga legge nazionale in materia di valutazione dell’impatto ambientale. Infine, non si può non considerare che il rafforzamento economico dell’intera Baia di Pirano costituirebbe un elemento importante per consolidare i rapporti economici e la politica di cooperazione transfrontaliera con l’Austria, la quale vede proprio nell’insenatura slovena la prima via di accesso al mare.</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Finché il Governo di Butor Pahor non vedrà quindi riconosciuto il suo interesse, continuerà ad osteggiare l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea.</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">D’altra parte, però, è anche vero che Lubiana ha principalmente due ragioni per porre il veto all’adesione di Zagabria: da un lato, bloccando, appunto, l’apertura del capitolo di adesione relativo ad ambiente e pesca, intende rafforzare il piano di cooperazione transfrontaliera con l’Italia (<a href="http://www.fondieuropei2007-2013.it/sezioni/schedass.asp?id=15">Programma IPA-Adriatico</a>, in cui sono coinvolti tutti i Paesi che affacciano sull’Adriatico, anche se con alcune significative differenze), ponendosi come unico interlocutore con Italia e UE nei Balcani Occidentali e come beneficiario dei Fondi Europei di Sviluppo Regionale in maniera speciale; dall’altro, data la non ancora effettiva collaborazione della Croazia con il Tribunale dell’Aja per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia e la mancanza di certezza nella lotta alla corruzione e al crimine organizzato, la Slovenia pretende una garanzia sulla sicurezza dei propri confini e del proprio spazio aereo nell’area della Dragogna, continuando così a bloccare l’apertura di altri due capitoli: politica estera, di sicurezza e difesa; giustizia e diritti fondamentali.</span></div>
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><br />
</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>La prospettiva croata</strong></span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">La Croazia, dal canto suo, non è stata finora disponibile a cedere alle richieste dei vicini in ragione della minor concorrenza economica nelle acque dell’Adriatico, specialmente con riferimento alle rotte commerciali verso il Golfo di Trieste e all’accesso alle riserve di metano. <strong> </strong></span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Tuttavia, in qualità di membro UE, rientrerebbe nel Programma IPA rivestendo un maggior peso e ottenendo notevoli agevolazioni finanziarie nell’ambito della dotazione del FESR. Dal punto di vista strategico, infine, la Croazia aspira a diventare il partner principale dell’Unione Europea sia per il coordinamento del Programma di Stabilizzazione e Associazione (<a href="http://ec.europa.eu/enlargement/enlargement_process/accession_process/how_does_a_country_join_the_eu/sap/index_it.htm">SAP</a>) degli altri Paesi balcanici, sia per la gestione dei rapporti con Serbia e Bosnia-Erzegovina, i quali nel dicembre scorso hanno presentato domanda di adesione all’UE. Quest’ulteriore allargamento, inoltre, permetterebbe a Zagabria di porsi come il corridoio privilegiato per il reperimento delle risorse naturali dell’ex Jugoslavia (principalmente carbone, rame, gas e petrolio) e per il transito delle risorse energetiche provenienti dall’area caspica e caucasica. La speranza per il presidente croato Ivo Josipovic è che, nonostante siano stati chiusi 17 capitoli di adeguamento all’<em>aquis commmunautaire</em> su 35, l’obiettivo UE possa essere raggiunto entro la fine del 2011.</span></div>
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><br />
</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>La prospettiva dell’Unione Europea</strong></span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Per diversi anni l’Unione Europea ha provato a negoziare l’accordo tra i due Stati: in particolare, durante gli anni della Commissione Barroso I (2004-2009), il Commissario per l’Allargamento Olli Rehn ha presentato in più occasioni un progetto di arbitrato internazionale, che le due parti hanno successivamente rifiutato. Di fronte all’ostruzionismo dei Paesi, tuttavia, sia le Presidenze del Consiglio dell’UE tenute prima dalla Svezia (luglio-dicembre 2009) e poi dalla Spagna (gennaio-giugno 2010), si sono disinteressate della polemica, dichiarando che si tratta di una questione bilaterale che non richiede mediazione da parte di Bruxelles. Anzi, sia Stoccolma che Madrid, in ragione dei propri interessi personali, sono sembrate concentrarsi di più sull’ingresso nell’UE dell’Islanda e sull’attuale crisi economica, piuttosto che sviluppare la politica di allargamento verso Est.</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Eppure, l’Unione Europea, risolte le pendenze della Croazia nei confronti del Tribunale dell’Aja, ha tutto l’interesse perché il contenzioso venga risolto e perché Zagabria entri nello spazio comunitario. Le immediate ragioni sono, evidentemente, l’arricchimento proveniente dalle risorse croate (innanzitutto il turismo), il rilancio e il successo della Strategia di Lisbona, il rafforzamento della cooperazione internazionale e transfrontaliera con i Paesi già membri, il consolidamento della politica di coesione e vicinato nell’area balcanica.</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Tuttavia, avere la Croazia come Paese membro, implica vantaggi molto più significativi: in primo luogo, la presenza croata nell’UE spingerebbe gli altri Paesi balcanici ad accelerare il processo di stabilizzazione e adeguamento ai vincoli comunitari, portando nuovi mezzi nell’economia europea. In secondo luogo, l’aumento della mobilità e del volume delle merci commerciabili, permetterebbe un veloce completamento dei corridoi di trasporto paneuropei che coinvolgono la penisola balcanica (corridoio V, VIII e X). Ancora, la ricchezza mineraria e la grande produzione di energia idroelettrica della Croazia costituirebbero un’ulteriore fonte di approvvigionamento energetico, oltre a quella proveniente dai Paesi dell’area caspica.</span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Proprio questo progressivo avvicinamento all’area del Mar Nero e del Caspio, colmando il vuoto geografico dell’UE nei Balcani occidentali, risponde a due esigenze: assicurare la sicurezza energetica e quella militare. L’inesorabile allargamento al sud-est avvicina l’Europa, infatti, alle frontiere mediorientali; ed, essendo la Croazia uno Stato membro della NATO dal 2009, si rafforzerebbero le azioni in materia di sicurezza e difesa, di controllo dei flussi migratori e di lotta alle reti criminali e terroristiche. </span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Ciò che si evince da questo quadro complesso e articolato è che la soluzione ad una semplice disputa territoriale apparentemente marginale rispetto alle questioni europee, può trasformarsi in un importante punto di approdo e di partenza per successive politiche e azioni comunitarie che riguardano un bacino territoriale che va ben al di là della semplice regione adriatica e che coinvolge assetti e strategie economiche e militari del corridoio est-ovest.<strong> </strong></span></div>
<p><span style="font-size: medium"> </span></p>
<p style="text-align: justify">
<div style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Mentre l’arbitrato internazionale opererà affinché vi sia un’interpretazione condivisa del diritto internazionale sulla questione della Baia di Pirano, potrebbe spettare al Belgio, neo-insediato alla presidenza dell’UE, sciogliere i nodi circa le procedure e le modalità di allargamento nei Balcani, circa le priorità, gli obiettivi, le strategie.</span></div>
<p><span style="font-size: small"> </span></p>
<p style="text-align: justify">[1] Secondo tale principio, viene riconosciuta la sovranità su un determinato territorio quando questa, in presenza di certe situazioni, è stata già acquisita. Tale criterio, già originario del diritto romano e acquisito dal diritto internazionale moderno, ha avuto applicazione in diverse occasioni fra XIX e XX secolo (Prussia, Sudamerica, Africa).</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: medium"><em>* Maria Serra è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)</em></span></span></strong></p>
<p><a name="fb_share" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/4914/slovenia-e-croazia-equilibri-e-opportunita-nei-balcani/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le elezioni in Slovacchia</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4765/le-elezioni-in-slovacchia</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/4765/le-elezioni-in-slovacchia#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 08:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Slovacchia]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=4765</guid>
		<description><![CDATA[Il risultato delle elezioni slovacche ha messo in luce, allo stesso tempo, la popolarità di cui gode ancora il primo ministro uscente Robert Fico ed il rifiuto, da parte dell’elettorato, di molte delle sue politiche a cominciare da quelle più marcatamente nazionaliste.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4765/le-elezioni-in-slovacchia" title="Le elezioni in Slovacchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/robert_1.4u1fnvm465mow0gg8g4c04gos.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Le elezioni in Slovacchia" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il 12</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> giugno scorso i cittadini slovacchi sono stati chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento e, di conseguenza, per stabilire a chi spetti il diritto – dovere di guidare il Paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dalle urne sono</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> usciti una serie di risultati alquanto interessanti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Innanzittutto, il primo ministro uscente Robert Fico <em>(nella foto)</em> sembra aver riportato una vera e propria </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>vittoria di Pirro</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">: sebbene il suo partito (Smer – SD, centro – sinistra) abbia registrato un aumento dei gradimenti rispetto alle precedenti elezioni (circa il 6% in più) ed abbia incassato più voti di tutti gli altri partiti considerati singolarmente (34,8% delle preferenze che si traduce in 62 seggi parlamentari), i suoi 2 alleati sono usciti malconci dalla tornata elettorale: mentre l’ultranazionalista Partito Nazionale Slovacco ha superato per un soffio la soglia di sbarramento del 5% (ottenendo un 5,1%, 9 seggi), il nazionalista Movimento popolare per la democrazia slovacca (HZDS) dell’ex primo ministro Valdimir Meciar si è attestato ben al di sotto di quella soglia rimanendo quindi escluso dall’assegnazione dei seggi parlamentari. Come già annunciato dal Presidente della Repubblica Ivan Gasparovic, Fico ha il diritto, in quanto leader del partito più votato, di tentare la formazione di una nuova coalizione di governo. Le possibilità che riesca in tale impresa sembra ad oggi quasi inesistenti, se si tiene conto del fatto che:</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<ol>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una 	coalizione tra Smer – SD e Partito Nazionale Slovacco non è 	sufficiente a creare una </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>coalizione 	minimo vincente</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (che abbia cioè il numero di seggi minimo per ottenere la fiducia 	parlamentare). I due partiti assieme hanno 71 seggi. Ne mancano 	dunque 5;</span></span></li>
</ol>
<p lang="it-IT">
<ol>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">4 	partiti di centro – destra, a cui spettano complessivamente 79 	seggi, si sono detti indisponibili  ad appoggiare un governo guidato 	da Fico (sia partecipando ad una coalizione sia accettando un 	governo di minoranza guidato dal premier uscente). </span></span></li>
</ol>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">altro dato importante di questa consultazione elettorale consiste nel calo di gradimento nei confronti dei partiti che si sono fatti portabandiera di visioni marcatamente nazionaliste. Questo non vale solo per i partiti nazionalisti slovacchi ma anche per il partito nazionalista della minoranza ungherese (Partito della coalizione ungherese) che non è riuscito a mantenere nemmeno 1 seggio parlamentare. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Last but not least</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, una coalizione di 4 partiti di centro – destra (il liberale SDKU guidato da </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Iveta Radicova che, salvo sorprese, dovrebbe diventare il primo premier donna della storia slovacca; Libertà e Solidarietà; Partito cristiano – democratico; Most – Hid, il Partito moderato della minoranza ungherese), si è aggiudicato 79 seggi e con molta probabilità riceverà, dopo che Robert Fico avrà preso atto dell’impossibilità di formare un esecutivo, l’incarico di governare il Paese. Tra le politiche che tale coalizione vorrebbe implementare ve ne sono 2 che hanno una dimensione geopolitica difficilmente sottovalutabile: l’atteggiamento negativo che 2 dei 4 partiti nutrono nei confronti del piano europeo volto a creare un </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>fondo di salvataggio per l’area Euro</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e la volontà di dar vita ad un clima più rilassato e meno divisivo nei confronti della propria minoranza ungherese e nelle relazioni con Budapest. Nei paragrafi seguenti cercheremo di chiarire perchè, a nostro avviso, entrambe le questioni hanno una portata geopolitica.</span></span></span></p>
<p lang="en-US">
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, la campagna elettorale in questo piccolo Paese dell’Europa Orientale </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">abitato da 5,4 milioni di abitanti non è stata egemonizzata dal tema dell’andamento dell’economia nazionale. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tale questione, comunque importante, si è intrecciata con tutta una serie di tematiche quali, ad esempio, la questione della (vera o presunta) minaccia ungherese, il problema della corruzione presente nel Paese, il ruolo della Slovacchia nell’Unione Europea e nell’Eurozona, ritenute centrali sia dall’elettorato sia dalle forze politiche.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Questioni economiche </strong></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crisi</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> economica mondiale non ha di certo risparmiato la Slovacchia che, non dobbiamo mai dimenticarlo, rappresenta il Paese più povero dell’Eurozona con degli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>standards</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di vita pari al 72% della media dei Paesi che compongono la zona euro. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2009 si è registrata una contrazione del PIL pari al 4,7%, la prima recessione affrontata da Bratislava dai tempi del </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>divorzio di velluto</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con la Repubblica Ceca (gennaio 1993) ed una crescita del deficit pubblico pari al 6,8%, ben al di la del 3% previsto dal Patto di stabilità e crescita. Gli esperti prevedono che, salvo interventi strutturali volti a contenere la spesa pubblica, il deficit lieviterà al 7,4%.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla base di tale aumento del deficit non vi è solo la diminuzione del PIL ma anche le politiche sociali messe in campo dal governo Fico. Infatti, dal suo insediamento nel 2006, il premier uscente ha incrementato le spese per il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Welfare</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. La coalizione di centro – destra è intenzionata ad intervenire su quelle spese al fine di ridimensionarle. Tale progetto ha già portato ad un incremento delle vendite dei titoli di stato slovacchi.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un’altra questione che spaventa molto gli slovacchi è la disoccupazione che è cresciuta drammaticamente nell’ultimo anno attestandosi al 12,97%, uno dei livelli più alti dell’Eurozona assieme ad Irlanda e Spagna. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine, anche se il debito pubblico slovacco è uno tra i più bassi d’Europa (35,7% del PIL) si ritiene che, senza manovre volte a correggere l’attuale tendenza negativa, esso posso aumentare vertiginosamente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene la Banca centrale preveda</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> che nel 2010 l’economia nazionale crescerà ad un tasso del 3,2% appare chiaro che il nuovo governo dovrà mettere mano a delle riforme volte a fronteggiare l’invecchiamento della popolazione, la disoccupazione e la corruzione nel sistema economico al fine di ridare slancio a quella che fino a poco tempo fa era definita come la tigre dell’Europa Orientale per via della sua crescita sostenuta e basata principalmente sulle esportazioni. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Da Bruxelles ad Atene via Bratislava</strong></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un’altra questione economica, che merita una trattazione a parte per via delle pesanti ricadute geopolitiche che potrebbe avere sulla Slovacchia e sul suo ruolo nell’Unione Europea è quella legata al</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em> tendenziale</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> rifiuto espresso da 2 delle 4 forze politiche che compongono la coalizione di centro – destra (che molto probabilmente formerà il nuovo governo) sia verso il progetto europeo</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> volto a creare un fondo di salvataggio per l’eurozona</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> chiamato </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>European Financial Stability Facility </em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">da 440 miliardi di euro sia, di conseguenza, verso il pagamento di un contributo di 800 milioni di euro che la Slovacchia dovrebbe fare al fine di contribuire al prestito di 110 miliardi di euro concordato dai Paesi UE alla Grecia. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le ragioni addotte da queste 2 formazioni politiche, una delle</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> quali è lo SDKU di Iveta Radicova, probabile futuro primo ministro, sono le seguenti:</span></span></span></p>
<p lang="en-US">
<ol>
<li><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il 	Paese ha bisogno, vista la situazione complessa e delicata in cui 	versano le finanze pubbliche, di tenere per sè più denaro 	possibile;</span></span></span></li>
</ol>
<p lang="it-IT">
<ol>
<li><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">i</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> cittadini slovacchi, che come abbiamo detto sono i più poveri 	dell’eurozona</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con degli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>standards</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di vita pari al 72% della media dei Paesi che compongono la zona 	euro, non sono per niente favorevoli a fare sacrifici per aiutare 	Paesi più ricchi del loro; </span></span></li>
</ol>
<p lang="it-IT">
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sebbene nel breve periodo entrambi gli argomenti sembrino ragionevoli molti esperti di politica slovacca sostengono che alla fine a Bratislava prevarrà una visione più diplomatica ed oculata in grado di tenere in considerazione gli interessi di lungo periodo del Paese, visione che porterà i decisori slovacchi ad optare per la partecipazione del loro Paese all’EFSF. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Se si tiene conto del fatto che, da un lato, il rifiuto slovacco a prendere parte a tale iniziativa non bloccherà la creazione del fondo e che, dall’altro, la ripresa economica della Slovacchia dipende chiaramente da un’alchimia composta da lungimiranti scelte economiche messe in campo dal governo e dalla stabilità, dal dinamismo, dalla prosperità e dalla </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>solidarietà</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> dell’eurozona ci sembra più che sensato augurarsi un cambiamento di opinione da parte dei 2 partiti che probabilmente comporranno la prossima coalizione di governo. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Come abbiamo avuto modo di constatare nelle ultime settimane, da un indebolimento della solidarietà tra i Paesi dell’area e</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">uro a guadagnarci sarebbero soltanto gli speculatori e non certo i Paesi europei, grandi e piccoli che siano.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ci sembra dunque che non sia nell’interesse nazionale della Slovacchia prendere le distanze dall’ EFSF, principalmente per 2 motivi:</span></span></span></p>
<p lang="en-US">
<ol>
<li><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">perchè 	metterebbe la Slovacchia, Paese piccolo e relativamente povero, in 	rotta di collisione con i</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>partners</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> europei. Giova ripetere che la Slovacchia non ha la possibilità, 	per via del suo contributo ridotto, di bloccare la realizzazione del 	progetto, quindi un suo NO la spingerebbe </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>politicamente</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in un angolo senza nemmeno darle la possibilità di poter ricattare 	gli altri </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>partners</em></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> con il blocco del progetto. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> alquanto difficile che da tale collisione ad uscire vincitori siano 	gli interessi economici e geopolitici di Bratislava;</span></span></span></li>
</ol>
<p lang="en-US">
<ol>
<li><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La 	promozione degli interessi slovacchi, sia economici sia geopolitici, 	dipendono molto dalla stabilità e dalla solidarietà all’interno 	dell’eurozona. Dalla Slovacchia ci si attende dunque una scelta 	più lungimirante da cui, sia chiaro, a trarne beneficio saranno 	prima di tutto i propri cittadini. Contribuire a minare la solidità 	dell’eurozona sarebbe per Bratislavia un clamoroso autogol;</span></span></span></li>
</ol>
<p lang="en-US">
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per questi motivi ci sembra corretto affermare che il Paese, non per idealismo disinteressato bensì per meglio servire i propri interessi, dovrebbe essere presente, in misura proporzionale alle sue capacità economiche si intende, a tale iniziativa europea volta a fare quadrato attorno all’euro.</span></span></span></p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US"><img class="aligncenter size-full wp-image-4766" title="La Slovacchia" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Mappa.gif" alt="" width="550" height="413" /></p>
<p lang="en-US">
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un nodo geopolitico</strong></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>: la minoranza ungherese ed i non facili rapporti con Budapest </strong></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quello delle minoranze nazionali è un problema che accomuna tutti i Paesi dell’Europa Orientale e la Slovacchia non fa </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">certo eccezione. La </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>questione ungherese</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> in Slovacchia rappresenta forse il nodo geopolitico più importante e, con molta probabilità, quello più difficile da sciogliere. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il rapporto con la propria minoranza ungherese e con Budapest </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ci porta dritto al cuore della rappresentazione geopolitica slovacca, soprattutto di quella promossa dal governo Fico, una rappresentazione volta a dipingere l’Ungheria come un vero e proprio pericolo alla sicurezza nazionale del Paese per via della sua politica revanscista e la propria minoranza ungherese come una possibile quinta colonna su cui vigilare attentamente. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> dunque superfluo dire che i rapporti tra Bratislava e Budapest, durante l’era Fico, non sono sempre stati idilliaci. L’ultima ondata di tensioni si è verificata in seguito all’approvazione da parte del parlamento di Budapest, lo scorso maggio, di una legge volta a concedere la doppia cittadinanza a tutti gli ungheresi residenti in altri Paesi, come la Slovacchia ad esempio. La reazione del governo slovacco è stata immediata e rabbiosa, con il primo ministro Fico che ha definito tale atto una grave minaccia alla sicurezza nazionale e che come contromisura ha proposto, attirando le critiche di Budapest, di privare della cittadinanza slovacca tutti coloro che avessero fatto domanda per ottenere quella ungherese. Non si dimentichi che 500 mila cittadini slovacchi, vale a dire il 10% della popolazione, appartengono alla minoranza ungherese concentra nel sud del Paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ chiaro che il governo Fico, anche per via dei suoi alleati nazionalisti, ha soffiato sul fuoco delle tensioni e ha ridotto gli spazi per rapporti più distesi politicizzando gli elementi che dividono piuttosto che quelli che avvicinano i due popoli. Stessa cosa dicasi per la controparte ungherese. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia sarebbe un errore pensare che dietro ai non facili rapporti slovacco-ungheresi ci sia solo e semplicemente la mano di forze politiche che hanno interesse a creare divisioni là dove invece vi è concordia. La questione è più complessa. Esistono in realtà eventi storici su cui si sono articolate rivendicazioni politiche, narrazioni storiche e mitologiche non solo divergenti ma spesso conflittuali, rivendicazioni e narrazioni che si sono sedimentate e che per questo sono difficili da cambiare. Il trattato del Trianian (1920) con cui l’Ungheria fu privata di 2/3 del suo territorio e molti suoi cittadini si ritrovarono a vivere improvvisamente in Stati stranieri quali Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia ed il decreto voluto da Benes nel secondo dopoguerra con cui si pianificò l’espulsione di 3 milioni di tedeschi e 600 mila ungheresi e l’incameramento dei loro beni da parte dell’allora Cecoslovacchia comunista sono due tra i molteplici esempi di eventi storici dolorosi su cui si sono innestate letture differenti che influenzano ancora oggi la vita delle persone, le loro scelte di voto e le loro percezioni geopolitiche. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dalla coalizione di centro-destra, a cui, salvo colpi di scena, spetterà l’onere e l’onore di guidare il Paese ci si attendono passi in avanti verso un rapporto più sereno con la propria minoranza ungherese e, ma ciò dipende anche dalla volontà della controparte, con Budapest. Chiaramente tra i 2 processi di distensione esistono legami ed influenze reciproche.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I presupposti perchè le tensioni verso la minoranza ungherese si stemperino sembrano esserci tutti, basti ricordare che 1 dei 4 partiti della coalizione è il Most-Hid, partito moderato della minoranza ungherese che ha soppiantato, nelle preferenze di voto, il più nazionalista Partito della coalizione ungherese. Tra gli obiettivi del Partito, fatto proprio anche dagli altri alleati, vi è la volontà di creare legami tra le due comunità al fine di ridurre, o almeno contenere, gli attriti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abbassare i toni nelle relazioni con la minoranza ungherese ci sembra più che doveroso. Sarebbe utile che Bratislavia, di fronte al dato di fatto della presenza di una minoranza etnica ungherese alquanto consistente e geograficamente concentrata trovasse il coraggio di fare un passo deciso verso l’inclusione (che non significa certo assimilazione) politica, sociale ed economica nonchè verso il rimodellamento della propria rappresentazione geopolitica al fine di permettere anche agli ungheresi una partecipazione piena alla definizione e promozione degli obiettivi geopolitici del Paese.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il risultato delle elezioni slovacche ha messo in luce, allo stesso tempo, la popolarità di cui gode ancora il primo ministro uscente Robert Fico, presentatosi in campagna elettorale come il </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>protettore</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> del popolo slovacco, ed il rifiuto, da parte dell’elettorato, di molte delle sue politiche a cominciare da quelle più marcatamente nazionaliste. Il fatto che i suoi 2 alleati di governo, entrambi nazionalisti, siano usciti malconci dalla consultazione elettorale ne è la riprova. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> probabile che Fico, dopo qualche tentativo di attirare verso di sé almeno 1 dei 4 partiti della coalizione di centro-destra al fine di costituire un nuovo governo, prenda atto dell’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>impasse</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, passi la mano e si sieda all’opposizione. Una cosa è sicura, la sua carriera non è finita ed il suo potere rimane molto grande. Quindi, se dai banchi dell’opposizione decidesse di cavalcare la tigre del nazionalismo, che oggi non pare essere un buon affare ma, si sa, le cose cambiano in fretta,  potrebbe ostacolare la volontà della coalizione di centro-destra di costruire legami stabili con la minoranza ungherese ed il tentativo di riportare le relazioni con Budapest sui binari della normalità. Tuttavia, come la saggezza popolare insegna, non bisogna fasciarsi la testa prima di rompersela, dunque attendiamo e vediamo come evolvono i rapporti tra maggioranza ed opposizione.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In conclusione</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, oggi la vera sfida geopolitica che attende il futuro governo è quella volta a costruire ponti resistenti tra le varie etnie che compongono questo piccolo Stato. Infatti, oltre a quella ungherese esiste anche una minoranza rumena che è afflitta da livelli di povertà, privazione sociale ed esclusione a tratti intollerabile. Anche in questo caso, a nostro avviso, la risposta giusta, come nel caso della minoranza ungherese, consiste nel mettere in campo una serie di politiche inclusive e nel rendere partecipe la minoranza rumena del processo di ridefinizione della rappresentazione e degli obiettivi geopolitici del Paese. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong><span style="font-size: medium;">* Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)</span></strong></em><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><a type="button_count" name="fb_share" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a><script src="http://static.ak.fbcdn.net/connect.php/js/FB.Share" type="text/javascript"></script></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/4765/le-elezioni-in-slovacchia/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Strategia della tensione&#8221; contro la Turchia</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4706/strategia-della-tensione-contro-la-turchia</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/4706/strategia-della-tensione-contro-la-turchia#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 09:44:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=4706</guid>
		<description><![CDATA[E’ in corso una guerra, “a bassa intensità” ma alquanto sanguinosa,  che  sembra non attirare più l’interesse dei grandi mass media occidentali: quella che flagella la zona di confine tra Turchia e Iraq, da una parte e dall’altra, con attentati terroristici e bombardamenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4706/strategia-della-tensione-contro-la-turchia" title="&#8220;Strategia della tensione&#8221; contro la Turchia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/erdogan02.aewhejvfv54og4ckgg8so8wg0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="&#8220;Strategia della tensione&#8221; contro la Turchia" ></div></a><p><font size="3">
<p style="text-align: justify;">E’ in corso una guerra, “a bassa intensità” ma alquanto sanguinosa,  che  sembra non attirare più l’interesse dei grandi mass media occidentali: quella che flagella la zona di confine tra Turchia e Iraq, da una parte e dall’altra, con attentati terroristici e bombardamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ultimo fine settimana, 12 militari turchi uccisi; lo stesso giorno dei fatti della <em>Mavi Marmara</em> un missile lanciato dai terroristi a Iskenderun aveva provocato 7 morti fra i marinai di quella base navale. Bombardamenti turchi sulle basi del PKK situate nel nord Iraq hanno causato decine di vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla fine dell’inverno si sono moltiplicati gli attacchi terroristici del PKK, che ora minaccia di colpire indiscriminatamente tutte le città turche: questa  la risposta alle indubbie aperture manifestate dal governo di Ankara sulla questione curda a partire  dalla prima affermazione elettorale  dell’AKP, nel novembre 2002.</p>
<p style="text-align: justify;">Che senso ha tutto questo ? I grandi mass media occidentali tacciono il fatto è che è in atto una vera e propria guerra sotterranea contro la Turchia, una campagna destabilizzante che ha lo scopo di creare crescenti difficoltà e infine di rovesciare – con le buone o con le cattive – il suo legittimo governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il PKK, come apertamente sostengono diversi analisti turchi (citiamo fra le testimonianze più recenti Nurullah Aydın, dell’Università di Ankara, e Sedat Laçiner, dell’Organizzazione di ricerca strategica internazionale), e come attestano le deposizioni di numerosi guerriglieri catturati, viene di fatto gestito dagli ufficiali dei servizi israeliani presenti in gran numero nell’Iraq settentrionale,  attivi da oltre un decennio anche nei confronti della sezione iraniana (il PJAK) del movimento terrorista. Significativa al proposito è la dichiarazione del leader storico del PKK, Őcalan (detenuto nelle carceri turche) di non essere più a capo dell’organizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Trasferiamoci negli Stati Uniti e leggiamo nelle cronache di questi giorni passaggi importanti della campagna destabilizzante in atto contro Ankara.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso di una conferenza stampa  esponenti del Congresso sia repubblicani che democratici hanno criticato la Turchia, membro della NATO, per aver sostenuto la flottiglia umanitaria che ha tentato di forzare il blocco israeliano su Gaza e per non avere invece sostenuto le sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza contro l’Iran.</p>
<p style="text-align: justify;">Il democratico Eliot Engel ha definito queste due prese di posizione “scandalose”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il numero tre dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti, Mike Pence, ha argomentato che “se la Turchia resta così vicina all’Iran e così ostile a Israele, ne subirà le conseguenze”, dicendosi anche pronto a riconsiderare la sua posizione a proposito della risoluzione del Congresso – attualmente “congelata” ma minacciosamente incombente -  sul “genocidio armeno”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono convinto che il sangue dei morti della <em>Mavi Marmara</em> sia responsabilità dei turchi”, ha rincarato il repubblicano Peter King, mantre la democratica Shelley Berkley ha ammonito che “la Turchia non merita di essere membro della Comunità europea finchè si comporta in modo simile all’Iran più che a una nazione europea”.</p>
<p style="text-align: justify;">I parlamentari democratici newyorkesi Carolyn Maloney, Christine Quinn e Charles Ranger da parte loro si stanno battendo perché a due <em>provocatori</em> della <em>Mavi Marmara </em>– Ahmet Faruk Unsal e Kevin Ovenden &#8211; <em> </em>sia impedito di recarsi negli Stati Uniti per portare la loro testimonianza su quanto accaduto nel corso del tragico assalto israeliano; d’altra parte – ha sottolineato il democratico Jerrold Nadler – “l’IHH, l’organizzazione che ha costituito la flottiglia, è conosciuta da gran tempo per i suoi legami con organizzazioni terroristiche quali Hamas e Al Quaida. E’ responsabilità del nostro governo assicurarsi che terroristi e loro fiancheggiatori non siano autorizzati a entrare negli Stati Uniti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di prese di posizione isolate o minoritarie: il senatore Joe Biden, Vicepresidente americano, aveva prontamente affermato “il diritto di Israele a intervenire”, nel caso della flottiglia antiembargo, si tratta dello stesso Biden convinto fautore della frammentazione dell’Iraq e della necessità di rilanciare il tema del “genocidio armeno” contro e oltre la stessa volontà di Jerevan, disponibile al dialogo con Ankara.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>lobby</em> israeliana determinante nel Congresso USA, insomma, agisce in piena sintonia con l’<em>intelligence</em> di Tel Aviv ben radicata nella “Valle dei lupi” irachena.</p>
<p style="text-align: justify;">I turchi, sottoposti a un’inedita strategia della tensione,  ne tengano conto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">p.s.: la Reuters comunica ora (22 giugno) che “una bomba piazzata lungo la strada è esplosa oggi al passaggio di un autobus che trasportava dei militari e le loro famiglie a Istanbul, provocando la morte di quattro persone, dopo che l&#8217;esercito turco ha intensificato le operazioni contro i ribelli curdi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><strong>Aldo Braccio, esperto di Vicino e Medio Oriente, è redattore di Eurasia</strong></span></p>
<p>  </font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/4706/strategia-della-tensione-contro-la-turchia/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Non si può barattare la terra con il denaro. Kosovo e Metohia è Serbia</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4432/non-si-puo-barattare-la-terra-con-il-denaro-kosovo-e-metohia-e-serbia</link>
		<comments>http://www.eurasia-rivista.org/4432/non-si-puo-barattare-la-terra-con-il-denaro-kosovo-e-metohia-e-serbia#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 10:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo e Metohia]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Pilotto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=4432</guid>
		<description><![CDATA[La comunità internazionale non può proporre alla Serbia di barattare la terra con il denaro. Kosovo e Metohia è Serbia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4432/non-si-puo-barattare-la-terra-con-il-denaro-kosovo-e-metohia-e-serbia" title="Non si può barattare la terra con il denaro. Kosovo e Metohia è Serbia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/pilotto_1.5im8rftmeko4woo84okk4sc0g.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="78" alt="Non si può barattare la terra con il denaro. Kosovo e Metohia è Serbia" ></div></a><p><font size="3">
<p style="text-align: justify;">La regione balcanica ritorna al centro dell’attenzione internazionale, in ragione della conferenza di Sarajevo, che si è conclusa ieri nella capitale bosniaca. Da due millenni la regione balcanica affascina gli storici per la sua complessità, per la sua natura variegata e composita, per la specificità legata allo straordinario mosaico di civiltà, culture, lingue, religioni, folklore, tradizioni, usi, costumi, geografie. Dagli Illiri di Bardhyl ai greci di Alessandro Magno, dai Romani di Diocleziano agli Unni di Attila, dai Bizantini di Giustiniano ai Bulgari di Simeone, dai Croati di Tomislav ai Serbi di Dusciano, dagli Ottomani di Solimano ai Veneziani di Mocenigo, dagli Albanesi di Skandenberg ai Romeni di Michele, dai Serbi di Giorgio il Nero ai Montenegrini di Nicola Petrović, passando attraverso le numerose crisi balcaniche del XIX e XX secolo per arrivare ad oggi: una pletora di rapporti dialettici, culturali, spesso conflittuali, che portarono questa regione ad essere spesso il centro di attenzione da parte dell’Europa e del mondo. Lotte locali, ambizioni egemoniche, interferenze straniere, ruolo delle grandi dinastie europee, interessi politici, militari, economici, tutto contribuì ad aumentare la tensione nella regione balcanica, la quale uscì anch’essa distrutta e ridefinita territorialmente dopo due guerre mondiali. L’attuale conferenza di Sarajevo, tuttavia, voluta dall’Unione Europea e preparata con lodevole solerzia dall’Italia, risponde alla necessità di favorire un dialogo ed una stabilizzazione dei paesi della regione dopo vent’anni di sommovimenti, scaturiti dal crollo del muro di Berlino. I problemi da risolvere, tuttavia, sono consistenti e le conclusioni della conferenza paiono ancora obiettivamente lontani dagli idealii. Cerchiamo di capirne le ragioni.</p>
<p>Le divisioni politiche, culturali e religiose interne di paesi come la Bosnia e la Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, in primo luogo, creano fragilità e scarsa capacità esecutiva da parte dei rispettivi governi: in Bosnia, ad esempio, anche l’etnia croata aspira ora ad una maggiore autonomia e ciò si oppone all’ideale di una maggiore omogeneità del paese. In Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, inoltre, vi è anche il problema supplementare legato alla scelta del nome (Macedonia), che è contrastato accanitamente dalla Grecia e che impedisce importanti riconoscimenti da parte internazionale (il paese non è stato ammesso nella NATO, qualche mese fa, a differenza di Croazia ed Albania). Una possibile intesa su un nuovo nome (Repubblica di Nord Macedonia), tuttavia, non risolverebbe ben più consistenti problemi relativi alla definizione delle lingua e della cittadinanza, che Skopje considera semplicemente “macedoni” e che Atene considera semplicemente “slave”.   Come stabilizzare tali paesi, trovando assetti costituzionali e nomi aderenti ai diritti ed ai doveri in gioco? Problema enorme.</p>
<p>La Serbia, in secondo luogo. La Serbia è il paese centrale ed imprescindibile per qualsivoglia politica inerente ai Balcani: duramente colpita dagli eventi di questi ultimi vent’anni e dalla decomposizione della Jugoslavia, Belgrado sentì la responsabilità storica di proteggere le numerose popolazioni serbe viventi nella regione balcanica. Da ciò emersero ulteriori conflitti in Bosnia (prima) e nella provincia serba del Kosovo e Metohia (poi). Da ciò derivò la crisi del 1999, l’intervento armato della NATO, i bombardamenti sulle città serbe (Belgrado, Novi Sad), la paralisi della via di comunicazione del Danubio, la decapitazione dell’economia serba, l’invio di una nuova forza multinazionale militare in Kosovo e Metohia, che non riuscì ad impedire un’autoproclamazione di indipendenza del Kosovo, il 17 febbbraio 2008. Tale atto, riconosciuto a tutt’oggi solo da un terzo dei paesi del mondo e da nessuna organizzazione internazionale, continua a creare il malessere di fondo della regione balcanica, l’ostacolo fondamentale per una vera opera di pacificazione e di stabilizzazione nei Balcani. Il Kosovo e Metohia rappresenta il cuore della civiltà serba, il territorio in cui fiorirono le più importanti espressioni della chiesa serbo-ortodossa, della lingua serba, della storia serba. La battaglia di Kosovo Polje (28 giugno 1389) rappresentò una sconfitta epocale per i serbi, ma anche un evento in cui si manifestò con orgoglio quella dignità nazionale che, cinque secoli più tardi, avrebbe dato i propri frutti nella lotta per la realizzazione dei regni indipendenti dei Karageorgević e degli Obrenović. I serbi non possono abbandonare il Kosovo e Metohia e non lo faranno mai. Ma una parte della comunità internazionale (fra cui l’Italia) fa finta di niente, spera che col tempo tutto si aggiusti e che il desiderio di entrare nell’UE diventi prevalente, specie se accompagnato da promesse di denaro. Qui sta l’errore di fondo, che la conferenza di Sarajevo ha messo in luce. La terra non si baratta con il denaro: questo è il messaggio imprescindibile proveniente da Belgrado. Occorre seriamente prenderne atto ed avviare un umile processo di resipiscenza, attraverso una decisione coraggiosa. E’ proprio vero che non si possa fare un piccolo passo indietro, quando ci si accorge di aver sbagliato? E’ proprio vero che non si possa concordare una posizione più morbida, garantendo una profonda autonomia amministrativa al Kosovo e Metohia, lasciando formalmente la sovranità a Belgrado? Forse, con un po’ di coraggio e tutti insieme, si può. Coraggio Ministro Frattini, prenda l’iniziativa.</p>
<p><strong><em>Stefano Pilotto è docente di Storia dei Trattati e Politica Internazionale all&#8217;Università degli Studi di Trieste </em></strong> </font></p>
<p>Nella foto un’immagine del monastero serbo-ortodosso di Dečani (Kosovo e Metohia), considerato patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco e che custodisce, fra le reliquie, la famosa “Prima Charta del Monastero di Dečani”, un testo di grande valore storico, che riproduce in lingua serba la storia dei primi re serbi della stirpe dei Nemanidi (1330).</p>
<p><em>Si ringrazia il prof. Pilotto per aver permesso la pubblicazione di questo articolo, apparso il 3 giugno 2010 ne Il Piccolo di Trieste.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.eurasia-rivista.org/4432/non-si-puo-barattare-la-terra-con-il-denaro-kosovo-e-metohia-e-serbia/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
