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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Estremo Oriente</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Jul 2010 12:39:55 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La Cina si concentra sulla &#8220;difesa in mare aperto&#8221;</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5273/la-cina-si-concentra-sulla-difesa-in-mare-aperto</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 12:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[forze armate]]></category>

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		<description><![CDATA[Una serie di recenti dichiarazioni di alti ufficiali militari cinesi che alludono a un riallineamento dell'ELP, indicano che potrebbero essere in vista significativi cambiamenti nella composizione delle forze armate. Sembra che Hu abbia iniziato un processo di riorientamento dei suoi generali, concentrando le promozioni nella Marina e nell'Aviazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5273/la-cina-si-concentra-sulla-difesa-in-mare-aperto" title="La Cina si concentra sulla &#8220;difesa in mare aperto&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chinanavy_1551150c.1mo68tpsvdy8cok44osg084wc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="La Cina si concentra sulla &#8220;difesa in mare aperto&#8221;" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-size: small;">Fonte: “<a href="http://www.atimes.com/atimes/China/LG09Ad02.html">Asia Times Online</a>”, 09.07.10</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un recente discorso riguardante la modernizzazione dell&#8217;Esercito di Liberazione Popolare (ELP) cinese, ha sottolineato più i progressi tecnologici che la trasformazione della dimensione umane dell&#8217;ELP.  In particolare, riesaminandola, questa discussione ha rivelato l&#8217;assenza della disponibilità di una  banca dati pubblica dei comandanti militari cinesi col grado di generale pieno (<em>shangjiang</em>).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sullo sfondo  dell&#8217;intenzione dichiarata dall&#8217;ELP di riorientare le forze armate nell&#8217;ambito del suo programma di modernizzazione, un&#8217;analisi delle carriere dei 118  generali(1981-2009) può fornici indicazioni significative sulla trasformazione dell&#8217;ELP.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>ELP aumenterà le forze navali ed aeree</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una serie di recenti dichiarazioni di alti ufficiali militari cinesi che alludono a un riallineamento dell&#8217;ELP, indicano che potrebbero essere in vista significativi cambiamenti nella composizione delle forze armate.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ad aprile, il portavoce del ministro della difesa cinese, il colonnello Huang Xueping, dichiarò durante un&#8217;intervista: &#8220;E&#8217; naturale che si voglia costruire una forza militare <em>efficiente</em> [corsivo aggiunto] che sia incentrata più sulla tecnologia che sulla forza dell&#8217;uomo”. La dichiarazione di Huang, tenendo conto della crescente assertività della marina cinese nelle acque internazionali vicino al Giappone e nel Mar Cinese Meridionale negli ultimi anni, ha sollevato domande sulle intenzioni e sulle capacità dell&#8217;ELP.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difatti, la direzione militare cinese sembra stia mostrando l&#8217;intenzione di allontanarsi dalla tradizionale priorità data all&#8217;esercito per concentrarsi sulla forza aerea e navale. Rafforzando il ruolo dell&#8217;aviazione e della marina, pare si voglia estendere la capacità di proiezione della potenza militare cinese nel Pacifico, pur riducendo le dimensioni numeriche complessive delle forze armate.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Secondo il colonnello anziano Yang Chengjun, ricercatore della forza strategica dell&#8217;ELP, la proporzione dell&#8217;esercito nelle forze armate cinesi è un &#8220;problema&#8221; radicato nella storia e dimostra il bisogno di &#8220;ottimizzare la composizione delle diverse armi&#8221; in modo che la macchina militare cinese possa sostenere le sfide della modernità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sulla stessa linea del ministro della difesa cinese, il direttore del Centro per il Controllo delle Armi e degli Studi sulla Sicurezza Internazionale presso l&#8217;Istituto Cinese di Studi Internazionali a Pechino,Teng Jianqun, il quale considera la concentrazione della Cina sullo sviluppo delle forze aeree e navali ormai inevitabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Prendendo l&#8217;analisi da un ulteriore punto di vista, Xu Guangyu, un maggiore generale dell&#8217;ELP in pensione, ora facente parte dell&#8217;Associazione Cinese per il Controllo delle Armi e il Disarmo (CACDA), un gruppo governativo di esperti, crede che la Cina possa realizzare queste evoluzioni distribuendo il bilancio tra l&#8217;esercito, la marina e l&#8217;aviazione con un rapporto di 50:25:25, anziché l&#8217;attuale rapporto di 60:20:20.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Xu non considera il rapporto di 40:30:30 poiché ritiene che la potenza navale ed aerea sarà &#8220;per lo più utilizzata per aumentare l&#8217;efficacia di combattimento delle nostre [della Cina] forze di terra.&#8221; L&#8217;affermazione di Xu sembra implicare che l&#8217;ELP &#8211; almeno per il momento &#8211; non stia tentando di emulare la proiezione della potenza globale americana, le cui capacità sono sostenute e rese possibili dai bilanci militari nordamericani che in questi ultimi anni hanno distribuito risorse tra esercito, marina e aviazione pressapoco pari ad un rapporto di 40:30:30. [1]</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Strategia della &#8220;Difesa in mare aperto&#8221;</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;avvento della strategia della &#8220;difesa in mare aperto&#8221; (<em>yuanyang fangyu</em>, letteralmente “difesa nel mare lontano”) della Marina dell&#8217;Esercito di Liberazione Popolare (MELP), ideata per lo sviluppo a lungo termine delle capacità navali cinesi, sembra essere il motivo principale della spinta a trasformare la composizione delle forze armate cinesi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Yin Zhuo, un contrammiraglio in pensione, attualmente ricercatore anziano presso il Centro di Ricerca ed Equipaggiamento della Marina, dichiarò in un&#8217;intervista al <em>People&#8217;s Daily Online</em> che la MELP è stata creata per assolvere a due missioni principali: preservare la sicurezza marittima (inclusa l&#8217;integrità territoriale) e proteggere i fiorenti ed estesi interessi economici e marittimi della Cina.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E se la prima rappresenta ancora la principale preoccupazione della MELP, si sta cominciando a dare maggiore importanza alla seconda. Il contrammiraglio Zhang Huachen, vice comandante della Flotta del mare orientale, sostiene che &#8220;con l&#8217;espansione degli interessi economici del Paese, la marina vuole proteggere le rotte di trasporto nazionali e la sicurezza delle più importanti rotte marittime&#8221;. La dichiarazione del contrammiraglio mostra una motivazione logica e legittima alla base della nuova strategia della MELP.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La strategia della difesa in mare aperto è significativa per due ragioni. Innanzitutto, mostra che le ambizioni navali della Cina si estendono oltre le tradizionali aree costiere o &#8220;mare vicino&#8221; (<em>jinyang</em>). In secondo luogo, amplia le responsabilità difensive della MELP, includendo la protezione degli interessi economici marittimi della Cina &#8211; che il precedente rapporto sulla difesa della Cina non prevedeva[2].</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> logico, dunque, che una possibile motivazione chiave dietro il riorientamento delle forze armate della Cina deriva dal bisogno percepito da quest&#8217;ultima di proiettare la sua influenza oltre l&#8217;area costiera dove è richiesto alla MELP di mettere in atto le nuove mansioni previste.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>CMC: il più elevato organo di comando militare della Cina</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In qualità di organo di comando e politica militare più elevato, il CMC sorveglia e comanda le cinque branche delle forze armate cinesi: le forze di terra dell&#8217;ELP, l&#8217;Aviazione dell&#8217;Esercito di Liberazione del Popolo (AELP), i Corpi di Seconda Artiglieria (CSA [<em>le forze nucleari, ndt</em>) e la Polizia Armata del Popolo (PAP) (che rientra sotto la guida congiunta del CMC e del Consiglio di Stato).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dal ristabilimento del grado militare (<em>junxian</em>) nel 1988, il CMC ha promosso a generale 118 comandanti militari: 17 sotto Deng Xiaoping (1981-1989), 79 sotto Jiang Zemin (1989- 2004) e 22 sotto Hu Jintao (2004 a tutt'oggi).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le forze armate cinesi sono tradizionalmente influenzate dall'esercito, in virtù della storia della Cina come potenza continentale. Per di più, le forze di terra dell'ELP hanno radici negli anni '20, prima ancora che nascessero la Repubblica Popolare e le altre armi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Perciò, non sorprende che i generali delle forze di terra facciano la parte del leone coprendo il 71 % del totale. Tuttavia, Hu ha promosso più generali "non appartenenti alle forze di terra" (MELP, AELP, CSA and PAP) rispetto ai suoi predecessori. In termini percentuali, il 45% dei generali promossi da Hu non fanno parte delle forze di terra, in confronto al 25% e al 24% rispettivamente di Jiang e Deng.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Strategia del Corpo della Seconda Artiglieria</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il CMC sovrintende direttamente e comanda i CSA, che controllano l'arsenale nucleare e i missili convenzionali della Cina. Nonostante lo scarso organico (stimato a 100.000 unità, ossia il 3% del personale militare cinese), la CSA hanno prodotto un numero proporzionalmente più alto di generali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dei 118 ufficiali promossi a generale, 6 (il 5% del totale) provenivano dai CSA - il chè può essere indicativo della speciale reputazione che questa branca ha all'interno delle forze armate cinesi. Hu ha nominato, in termini percentuali, la maggior parte dei generali dei CSA (9%), rispetto a Deng (6%) e Jing (4%). Questa sproporzione riflette il rilievo da lui conferito alla forza strategica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>La Polizia Armata del Popolo, impiegata sul fronte interno</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre tutte le altre armi sono orientate all'esterno la PAP, rivolta all'interno, è incaricata del "fondamentale compito di protezione e sicurezza nazionale, del mantenimento della stabilità sociale assicurandosi che la popolazione viva in pace e soddisfatta"[3].</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Jiang ha incorporato con successo la PAP nella struttura di comando del CMC promuovendo il primo generale della PAP nel 1998. Nel complesso, ha nominato 5 generali della PAP, rappresentanti il 6% del totale. Proseguendo sulla stessa linea, Hu ha nominato 2 generali della PAP, ossia il 9% del totale.  Finché la stabilità interna rimarrà tra le maggiori priorità del PCC e di Hu, ci possiamo aspettare che egli prosegua a promuovere generali della PAP.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Hu promuoverà più ammiragli</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Escludendo i CSA, forza strategica, e la PAP, votata alla sicurezza interna, scopriamo che il 33% dei restanti generali nominati da Hu non appartengono alle forze di terra; il valore assommava al 17% per Jing e al 19% per Deng.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In altre parole, i generali nominati da Hu appartengono per il 67% all&#8217;esercito, per l&#8217;11% alla marina e per il 22% all&#8217;aviazione; i generali nominati da Jiang erano per l&#8217;83% nell&#8217;esercito, per il 7% nella marina e per il 10% nell&#8217;aviazione, mentre quelli promossi da Deng appartenevano per l&#8217;81% all&#8217;esercito, per il 13% alla marina e per il 6% all&#8217;aviazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sembra che Hu abbia iniziato un processo di riorientamento dei suoi generali, concentrando le promozioni nella Marina e nell&#8217;Aviazione. Date le ambizioni alla Marina ed il relativo sottorappresentamento degli ammiragli (in cui il punto di riferimento, malgrado le dichiarazioni di Xu, è raggiungere una proporzione del 25%), ci si può aspettare che Hu aumenti la promozione di ufficiali della MELP.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In qualità di presidente del CMC, Deng ha promosso 17 generali in un&#8217;unica &#8220;classe&#8221; nel 1988. Jiang ha promosso, in media, generali ogni due anni tra il 1989 e il 2004, con classi solitamente composte da dieci generali. Hu, in media, ha promosso generali ogni anno tra il 2004 e il 2009 con una classe composta mediamente da 4 generali. Mentre Jiang sembra aver istituzionalizzato il processo di promozione, Hu sembra averlo regolarizzato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Implicazioni</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Se Hu continuasse a promuovere generali più o meno allo stesso ritmo che ha avuto in passato, egli potrebbe ragionevolmente promuovere altri 10 generali entro la fine del suo mandato di presidente del CMC nel 2012 (anche se egli potrebbe reiterarlo oltre il 2012 seguendo l&#8217;esempio di Jiang). Dato il riorientamento delle forze armate cinesi, che rappresenta una priorità dell&#8217;ELP, ci si dovrebbe aspettare di vedere, durante il rimanente mandato di Hu, una sproporzione di neo-generali a favore delle forze non di terra.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dei 10 prossimi generali di Hu, assumendo che CSA e PAP ne abbiano uno ciascuno, si potrebbe ragionevolmente pensare che gli altri 8 possano articolarsi così: 3 generali nell&#8217;esercito, 3 nella marina e 2 nell&#8217;aviazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questa combinazione conferirà una proporzione finale dei generali promossi da Hu pari a 58% nell&#8217;esercito, 19% nella marina e 23% nell&#8217;aviazione &#8211; un risultato direzionalmente coerente se paragonato all&#8217;obiettivo dichiarato da Xu del 50% all&#8217;esercito, 25% alla marina e 25% all&#8217;aviazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">È</span> improbabile che il numero degli ammiragli della Marina abbia un aumento improvviso, mentre ci si aspetta che Hu continui in futuro il suo graduale e bilanciato approccio nella promozione dei generali, prendendo in considerazione gl&#8217;interessi di tutte le branche, come in passato. Questo riflette anche l&#8217;approccio piuttosto cauto di Hu alle forze armate, dato dalla mancanza di una formazione militare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ormai gli obiettivi sono chiari. Questo è solo l&#8217;inizio di una tendenza a lungo termine.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(Traduzione di Sabrina Cuccureddu)</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Joseph Lin Y attualmente studia presso l&#8217;Istituto universitario di Affari Internazionali e Studi Strategici di Tamkang University di Taipei, Taiwan. Ha ricoperto incarichi dirigenziali presso società multinazionali e società di investimento negli Stati Uniti, in Cina, Hong Kong e Taiwan. L&#8217; articolo più recente di Lin è &#8220;Il mutamento del volto dei Generali Militari Cinesi: evoluzione delle pratiche di promozione tra il 1981 e il 2009&#8243;; è stato pubblicato nella Gazzetta coreana di Analisi della Difesa nel marzo 2010</strong></em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong><br />
</strong></em></span></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong>Note</strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">1. Todd Harrison, Analysis of the 2010FY Defense Budget Request (Washington DC: Center for Strategic and Budgetary Assessments, August 12, 2009): 38. Quando la voce &#8220;difesa a livello europeo&#8221; è esclusa dal bilancio militare degli USA, il relativo rapporto del bilancio tra esercito, marina (compreso il corpo dei marines) e aviazione  è stato negli ultimi anni di circa 40:30:30 .</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">2. Information Office of the State Council of the People&#8217;s Republic of China, &#8220;China&#8217;s National Defense 2008&#8243;, January 2009, Section V: 7.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">3. Ibid, Sezione VIII: 10</span></p>
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		<title>Cina e Iran alleati nel Vicino Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 09:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[La Cina sta emergendo a livello globale non solo come superpotenza economica, ma anche come uno dei principali attori politici nel panorama internazionale. La crescente influenza cinese nel Vicino Oriente sta modificando gli equilibri politici nel continente e non si esclude che in futuro possa superare l'egemonia degli Stati Uniti. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4891/cina-e-iran-alleati-nel-vicino-oriente" title="Cina e Iran alleati nel Vicino Oriente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/china_iran_flag.6qjiipermbcw4c4c4c8wcgco8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Cina e Iran alleati nel Vicino Oriente" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Il 10 giugno scorso il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si è recato in Cina per la “giornata nazionale dell&#8217;Iran” all&#8217;Expo di Shanghai. Il suo arrivo  è avvenuto all&#8217;indomani dell&#8217;approvazione in sede ONU di nuove sanzioni contro l&#8217;Iran per il suo programma nucleare, a favore delle quali ha votato anche Pechino, tradizionale alleata di Teheran.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Nuove sanzioni al programma nucleare iraniano </strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il presidente Ahmadinejad, in occasione della sua visita in Cina, avrebbe dichiarato che la risoluzione sulle sanzioni  non ha alcun valore legale e che il Consiglio di Sicurezza sarebbe “uno strumento nelle mani degli Stati Uniti”. Secondo Ahmadinejad, infatti, “le potenze nucleari vogliono tenere per sé la tecnologia e non vogliono che altri paesi utilizzino il nucleare in maniera pacifica”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo cinque mesi di colloqui tra Usa, Gran Bretagna, Germania, Russia e Cina, 12 dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 9 giugno hanno votato a favore di ulteriori sanzioni contro il paese islamico; la Turchia e il Brasile hanno espresso voto contrario; il Libano è stato l&#8217;unico paese ad astenersi. Alla base della deliberazione vi è il timore delle potenze occidentali e di Israele che l&#8217;Iran possa produrre armi atomiche. Nonostante le nuove sanzioni, tuttavia, l&#8217;Iran non ha mostrato alcuna intenzione di porre fine al suo programma. Il nuovo documento impone sanzioni a 15 aziende collegate alla Guardia Rivoluzionaria Iraniana (i <em>Pasdaran</em>), a 3 sussidiarie della maggiore compagnia di navigazione iraniana e ad una delle sue banche. Viene esteso anche il bando alla vendita di armi e vengono fissate nuove regole per le interdizioni in mare. Si tratta del quarto pacchetto di sanzioni contro l&#8217;Iran. Nelle precedenti risoluzioni 1731 del 2006, 1747 del 2007 e 1803 del 2008, il Comitato sanzioni del Consiglio di Sicurezza aveva già imposto all&#8217;Iran una serie di misure: un embargo contro lo sviluppo dei suoi piani di missili balistici e di materiale sensibile ai fini della proliferazione nucleare; un divieto all&#8217;importazione di armi convenzionali; sanzioni individuali contro soggetti ritenuti “pericolosi”, ai quali sono stati impediti viaggi e sono stati congelati i conti bancari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dunque i rapporti tra Iran e Nazioni Unite si fanno sempre più tesi, ma anche la tradizionale amicizia con la Cina potrebbe essere messa in discussione alla luce dei nuovi eventi. Il voto cinese in favore delle sanzioni è stato una sorpresa per l&#8217;Iran, vista la posizione di primo partner commerciale di Teheran assunta da Pechino negli ultimi anni. Tuttavia, il presidente iraniano Ahmadinejad ha minimizzato l&#8217;appoggio di Pechino alle sanzioni ed ha dichiarato che, da un accordo tra i due Paesi, potrebbe nascere un mondo migliore.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina è stata a lungo restia sulla questione delle risoluzioni per non compromettere i rapporti bilaterali con la Repubblica islamica. Infatti, ha sempre posto l&#8217;accento sul diritto di Teheran, rivendicato ufficialmente da Ahmadinejad, di utilizzare l&#8217;energia nucleare per scopi pacifici. Anche se la Cina ha votato a favore di ulteriori sanzioni, lo ha fatto nella consapevolezza che la questione del nucleare iraniano si possa risolvere attraverso il dialogo e il negoziato. Dunque, una soluzione diplomatica è l&#8217;unica via per garantire pace e stabilità nella regione. La potenza asiatica in tal modo cerca di tutelare i propri interessi di approvvigionamento energetico nel Vicino Oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il fabbisogno energetico di Pechino</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni del XX secolo, la Cina ha cominciato a guardare con interesse l&#8217;area del Vicino Oriente, in particolare quella che si affaccia sul Golfo Persico, per la ricchezza di risorse energetiche di cui dispone. E l&#8217;Iran, principale potenza in quella regione, è divenuto l&#8217;oggetto delle ambizioni sia cinesi sia statunitensi nel Golfo Persico. Il successo della rivoluzione khomeinista nel 1979, che ha provocato il rovesciamento della dinastia Pahlevi, ha interrotto i legami tra l&#8217;Iran e gli Stati Uniti. Da quel momento, ha avuto inizio un periodo di tensioni tra i due paesi che persiste ancora oggi. Di fronte a questa tensione, Washington ha più volte chiesto la collaborazione di Pechino per isolare Teheran. Allo stesso tempo, nel corso degli anni &#8217;90, la Cina ha sviluppato una crescente relazione con l&#8217;Iran, attraverso accordi di cooperazione energetica, economica e tecnologica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Repubblica islamica rappresenta ormai il più importante alleato della Cina nel Vicino Oriente per il mantenimento degli attuali tassi di crescita economica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La crescita cinese degli ultimi anni ha fatto aumentare in maniera esponenziale i consumi energetici. Anche se il carbone è la principale fonte di energia per la Cina, che ne è anche primo produttore e consumatore al mondo, il petrolio è divenuto di importanza vitale per il gigante asiatico. Si tratta della risorsa strategica per eccellenza; ciò significa che chi controlla il mercato petrolifero è, di fatto, <em>leader</em> nelle relazioni internazionali. Fino ad oggi, sono stati gli USA a controllare le fonti di approvvigionamento energetico avvalendosi di strumenti militari, mentre la Cina, che ancora non dispone di sufficiente capacità militare, partecipa alle dinamiche geopolitiche mondiali attraverso strategie prevalentemente tecnico-produttive e commerciali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Di fronte al crescente fabbisogno energetico da parte cinese, è cresciuta dunque l&#8217;importanza strategica dell&#8217;Iran, principale fornitore di petrolio e gas naturale, oltre che per la Cina, anche per l&#8217;India e il Giappone. Il paese è dotato delle più grandi riserve petrolifere al mondo, dopo l&#8217;Arabia Saudita e il Canada, ed ha la capacità produttiva con il maggior margine di crescita in assoluto. Questo potenziale di crescita è particolarmente significativo per il gas naturale che, nei prossimi anni, diventerà una risorsa più importante del petrolio, aumentando il valore strategico delle relazioni con la Cina. Le compagnie cinesi, da parte loro, riforniscono l&#8217;Iran di benzina e altri combustibili di cui ha bisogno perché, nonostante gli immensi giacimenti di greggio, le raffinerie nazionali non sono in grado di soddisfare il fabbisogno interno. L&#8217;Iran, per sviluppare le proprie risorse energetiche, ha bisogno di investimenti esteri ed è stato costretto a creare una rete di rapporti al di fuori dell&#8217;orbita statunitense, a causa delle continue condanne dei programmi nucleari iraniani. Pertanto, di fronte alle sanzioni, agli embarghi e ai vincoli imposti, l&#8217;Iran non permette agli Stati Uniti di sfruttare le sue risorse, le quali, invece, vengono utilizzate per coltivare relazioni con i più importanti paesi asiatici. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fino al 1993, la Cina era un paese esportatore di petrolio; oggi, invece, ne importa il 40%. Secondo l&#8217;AIE, l&#8217;Agenzia Internazionale per l&#8217;Energia, entro il 2030 Pechino avrà bisogno di importare l&#8217;80% del fabbisogno petrolifero. A partire dal 2008, la Cina rappresenta il secondo maggiore importatore di greggio al mondo (con un consumo che si aggirava intorno ai 7 milioni di barili al giorno), dopo gli Stati Uniti (il cui consumo nello stesso anno ammontava a circa 20 milioni di barili al giorno). Metà del petrolio esportato in Cina proviene dalla regione del Golfo Persico; da qui l&#8217;importanza dell&#8217;Iran come <em>partner</em> commerciale della Cina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni sono aumentati gli accordi siglati tra i due paesi. Nel 2001 il volume del commercio sino-iraniano ammontava a 3,3 miliardi di dollari e nel 2005 ha raggiunto i 9,2 miliardi di dollari. Nello stesso anno, le esportazioni cinesi in Iran hanno rappresentato l&#8217;8,3% del mercato totale di importazione iraniano. Nel 2004, l&#8217;azienda cinese <em>Zhuhai Zherang</em> ha firmato un accordo di 25 anni per l&#8217;importazione di 110 milioni di tonnellate di gas naturale liquido. Nello stesso anno, la <em>Sinopec</em>, importante gruppo petrolifero cinese, ha siglato un accordo da 110 miliardi di dollari per l&#8217;importazione di 250 milioni di tonnellate di gas naturale. Successivamente la <em>Sinopec</em> ha concluso un altro accordo – in compartecipazione con l&#8217;indiana ONGC (<em>Oil And Natural Gas Corporation</em>) – per sviluppare il giacimento di Yadaveran, a sud dell&#8217;Iran, assicurandosi il 51% dei diritti sul giacimento, stimato in circa 30 miliardi di barili. Il commercio tra i due paesi è cresciuto del 35% dal 2009 e sono centinaia le compagnie petrolifere cinesi che operano sul territorio iraniano. Nel 2008, la <em>China National Petroleum Corporation</em> ha firmato un contratto con la <em>National Iranian Oil co.</em>,del valore di 17 miliardi di dollari, per lo sfruttamento del giacimento dell&#8217;Azadegan; nell&#8217;agosto del 2009, ne è stato siglato un altro per lo sviluppo delle raffinerie di Abadan. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La cooperazione economica e militare</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina ritiene che i rapporti bilaterali con l&#8217;Iran non solo rispondano agli interessi di entrambi le nazioni, ma siano decisivi per la pace, lo sviluppo e la stabilità della regione. La Cina ha sempre cercato di mantenere e rafforzare i legami economici con il paese islamico. Da un lato, la Repubblica popolare cinese, a causa della sua incessante crescita, ha bisogno di nuovi mercati e di sempre maggiori risorse energetiche; dall&#8217;altro, l&#8217;Iran può usufruire dei beni di consumo provenienti dalla Cina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Pechino non si limita ad importare il petrolio grezzo e il gas naturale, ma partecipa, attraverso investimenti diretti, all&#8217;estrazione dell&#8217;energia iraniana, alla ricerca di nuovi giacimenti e alla costruzione di infrastrutture. È coinvolta, infatti, nell&#8217;erezione di dighe; collabora con Teheran nella costruzione delle autostrade nazionali iraniane, nella realizzazione delle linee metropolitane nella capitale, nello sviluppo di porti e aeroporti e nella costruzione di navi e aeroplani civili.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Di non poca importanza è anche la collaborazione militare, iniziata ai tempi della prima Guerra del Golfo tra Iran e Iraq (1980-1989). In quel periodo, la Cina si è imposta sui vari tentativi statunitensi di stabilire un embargo sulla vendita di armi all&#8217;Iran,  ed ha permesso al paese di assorbire circa il 90% del totale delle esportazioni militari cinesi. Nel corso degli anni &#8217;90, Pechino è diventato il principale venditore di armi del paese ed ha continuato a fornire materiali per la costruzione di missili e lo sviluppo della tecnologia militare. Attualmente gli accordi riguardano diverse forniture: armi leggere e artiglieria, sottomarini e carri armati, caccia bombardieri e piccole navi da guerra, sistemi balistici e missili. La collaborazione sino-iraniana riguarda la fornitura da parte cinese non solo della tecnologia, ma anche della competenza per lo sviluppo di programmi nucleari civili.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Relazioni politiche</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli interessi politici cinesi nel Vicino Oriente si riflettono oltre che nella questione nucleare iraniana, anche nella volontà cinese di porre fine all&#8217;egemonia economico-politica degli Stati Uniti nella regione mediorientale e di creare un mondo multipolare. L&#8217;ascesa della superpotenza cinese ha condotto anche l&#8217;attività politica e diplomatica ad assumere caratteristiche globali, per cercare di mantenere l&#8217;accesso alle materie prime e ai mercati esteri. Ne è derivata, dunque, una naturale competizione con gli Stati Uniti. A favore della Repubblica popolare cinese vi sono, poi, i buoni rapporti con l&#8217;Iran che, essendo l&#8217;unico paese della regione che si affaccia sul Mar Caspio, sul Golfo Persico e che controlla lo Stretto di Hormuz, ha una posizione centrale nello scacchiere mondiale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2000 Pechino e Teheran hanno siglato la “Dichiarazione congiunta tra la Repubblica popolare cinese e la Repubblica islamica iraniana”. Si tratta di un documento in cui viene sottolineata la collaborazione per una maggiore equità politica, per un mondo più libero dall&#8217;egemonismo. Si evidenzia, inoltre, la centralità di una comunità internazionale fondata sulla cooperazione e il dialogo e l&#8217;importanza del rispetto dei diritti umani, tenendo conto della storia, della cultura e della religione di ciascun paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;interesse cinese nei confronti nell&#8217;Iran e, più in generale della regione mediorientale, dimostra dunque che la Cina ha iniziato a sviluppare un&#8217;idea di politica internazionale, dopo decenni di politica che non si è estesa oltre il Mare della Cina. Ora, invece, attraverso l&#8217;alleanza con l&#8217;Iran, la Cina potrebbe estendere la propria influenza, da un lato, verso l&#8217;area del Golfo Persico e, dall&#8217;altro, verso il Mar Nero e il Mediterraneo, quindi in Europa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;insieme dei cambiamenti, degli interessi e delle ambizioni della politica cinese dimostra come il paese stia emergendo a livello globale non solo come superpotenza economica, ma anche come uno dei principali attori politici nel panorama internazionale. La crescente influenza cinese nel Vicino Oriente sta modificando gli equilibri politici nel continente e non si esclude che in futuro possa superare l&#8217;egemonia degli Stati Uniti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> </strong><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;">* Silvia Bianchi è dottoressa in Editoria e giornalismo (LUMSA di Roma)</span></strong></em></span></span></p>
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		<title>Okinawa: la “chiave di volta” del Pacifico</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 13:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Basi Usa]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Okinawa]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua il contenzioso sulla presenza della base Usa sull'isola di Okinawa e mentre parte della politica giapponese insiste per la rimozione può essere utile sottolineare l'importanza strategica dell'isola per gli Usa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4756/okinawa-la-chiave-di-volta-del-pacifico" title="Okinawa: la “chiave di volta” del Pacifico"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zokinawa.aegiram0te88ck0s8kggs00wg.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="71" alt="Okinawa: la “chiave di volta” del Pacifico" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Continua ancora, nell’isola di Okinawa, la mobilitazione contro la presenza della base della marina americana sita a Futenma: dopo gli incontri fra il nuovo primo ministro giapponese Naoto Kan ed il governatore dell’isola Hirokazu Nakaima la situazione non ha trovato soluzione; da una parte il governatore ha sottolineato l’impotenza delle proprie richieste lamentando come la volontà della popolazione giapponese non possa per adesso essere messa in pratica, dall’altra il governo ha riconfermato di voler attuare l’accordo stipulato con Washington e procedere ad una semplice ri-localizzazione nel nord dell’isola della base e non ad una sua chiusura come chiesto dai cittadini. Quindi il presidente dell’Assemblea della prefettura di Okinawa, Zenshin Takamine, lunedì 21 giugno ha consegnato una lettera &#8211; indirizzata al presidente Obama &#8211; all’ambasciatore statunitense in Giappone John Roos: nella missiva sottolinea come il 90% della popolazione dell’isola sia contraria al progetto di spostamento della base verso la regione costiera di Henoko ed invita il presidente Usa a visitare il Memorial Park della città di Itoman così da poter leggere i 14.000 nomi di militari americani che hanno perso la vita ad Okinawa durante la seconda guerra mondiale. Takamine sottolinea come il 75% delle basi militari americane presenti in Giappone siano concentrate proprio nella sua isola e sono responsabili di numerosi  problemi, non solo connessi ad una evidente sovranità limitata determinata dalla presenza di militari stranieri, ma anche legati all’inquinamento ambientale, allo scarso sviluppo dovuto all’onore economico che le basi comportano per la popolazione  ed alla convivenza serena per i cittadini. Nello stesso giorno il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha invece avuto modo di scambiare opinioni con il Ministro degli esteri giapponese Katsuya Okada (uno dei ministri confermati dopo le dimissioni dell’ex premier Hatoyama): durante i colloqui sono state ribadite le intenzioni governative sulla ri-localizzazione della base e per convincere i nipponici gli Usa hanno di nuovo agitato lo spauracchio nord-coreano, prendendo a pretesto l’affondamento misterioso della nave sud-coreana “Cheonan” (1).</span></span></p>
<p lang="en-GB"><span><span style="font-size: medium"><strong>&#8220;The Keystone of the Pacific&#8221;</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La questione relativa alle basi militari statunitensi ad Okinawa è centrale per vari aspetti; soprattutto per l’ingente dispiegamento di forze Usa in Giappone in generale e sull’isola in particolare. L’isola (in realtà insieme di isole) appartenente all’arcipelago delle Ryukyu (antico nome della stessa) è sita in una posizione strategica importantissima, al largo di Taiwan e del Mare orientale cinese, tale da essere considerata “la chiave di volta del Pacifico” dal Dipartimento di Stato Usa. Da tale postazione gli Stati Uniti riescono a controllare oltre alla Cina continentale e Taiwan, anche la penisola coreana, gli arcipelaghi dell’oceano pacifico, le Filippine, la penisola indocinese consolidando in questo modo la propria superiorità marittima nell’area. Taipei, Shanghai, Hong Kong, Seoul, Manila e Tokyo sono tutte situate a 1500 km di raggio da Okinawa che è quindi equidistante fra le diverse zone del Pacifico; se per arrivare in Corea del Sud dagli Stati Uniti si impiegano 16 ore di volo e da Guam 5, partendo da Okinawa è questione di sole 2 ore e chiaramente gli stessi vantaggi riguardano la navigazione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sin dalla rinascita moderna del Giappone, nei primi anni del ventesimo secolo, la marina nipponica considerava il principale potenziale nemico gli Stati Uniti così che Tokio nel disegnare quella che chiamò la “Sfera di Co-prosperità della Grande Asia orientale”, mirava a presentarsi come il campione della lotta contro l’imperialismo “occidentale” che aveva soggiogato sino ad allora l’Asia intera;  interessante notare, nel delineare le sfere di interesse delle varie potenze, come il Giappone non sarà ufficialmente in guerra con l’Urss se non nel 1945 praticamente a guerra finita. Proprio nella stretta finale della guerra mondiale ad est, nell’aprile 1945 le forze anglo-americane convergeranno tutte sull’isola di Okinawa (dove ci fu una delle più cruente battaglie della storia), scelta per il valore strategico come base per la futura invasione del Giappone e, come vedremo, per il controllo dell’intero oceano Pacifico negli anni a venire. Dopo aver annichilito l’impero del Sol Levante con la forza attraverso l’esercito e soprattutto le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, gli alleati, più precisamente gli Stati Uniti vista la divisione del mondo decisa a metà degli anni quaranta, instaurarono nell’arcipelago nipponico un vero e proprio protettorato, durato ufficialmente sette anni, durante il quale le istituzioni, la cultura, la politica giapponesi sono state totalmente riscritte. Non è una provocazione dire che sono state riscritte in inglese, vista per esempio la nuova Costituzione giapponese fatta redigere dal generale MacArthur (Capo supremo per le potenze alleate) &#8211; praticamente <em>vicerè </em>nel Giappone ricostruito &#8211; proprio in inglese e poi tradotta ed adottata senza che i giapponesi potessero discuterla. Ma l’occupazione americana produsse anche altre riforme come la fondamentale smilitarizzazione del Paese, l’epurazione politica dei personaggi sgraditi, lo scioglimento di organizzazioni patriottiche, l’imposizione di un sistema politico democratico che rinunciava “per sempre” alla guerra ed al mantenimento di “forze di terra, di mare e dell’aria”. Insieme a ciò vennero addirittura decisi a Washington i programmi educativi e culturali giapponesi e la ridefinizione dell’economia nell’arcipelago. Il Giappone tornerà ad essere un Paese formalmente indipendente soltanto nel 1952, dopo la firma e l’entrata in vigore del trattato di Pace di San Francisco, che sanciva le riforme fatte sino ad allora dopo la “resa incondizionata” del 1945 e smembrava l’impero giapponese, definendo i confini definitivi ed ufficiali dell’arcipelago e ponendo in questo modo le isole Ryukyo, fra cui Okinawa, sotto amministrazione statunitense, con la rinuncia formale di Tokio a rivendicare tali territori. Nello stesso giorno della firma del trattato di pace fu firmato un accordo bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti (revisionato nel 1960) che garantiva la presenza di basi e forze militari Usa in Giappone e garantiva altresì il loro utilizzo per mantenere, con linguaggio orwelliano, la pace e la sicurezza internazionale nell’area.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La guerra di Corea e successivamente quella del Vietnam, fondamentali dal punto di vista Usa per il controllo dell’Asia orientale ed il <em>contenimento</em> dell’Unione Sovietica nel quadro della <em>guerra fredda, </em>rendevano quindi centrale il rapporto privilegiato fra Giappone e Usa ed, in particolare, “l’amministrazione fiduciaria” posta da questi ultimi sull’isola di Okinawa, che si trovava nella situazione, unica del suo genere, di essere la sola colonia costituita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per moderare tale situazione evidentemente in contraddizione con la politica dell’Onu, il segretario di Stato Dulles cominciò a parlare di “residua sovranità” del Giappone sull’isola, e, sebbene questa formula fosse interpretata come la possibilità di ricondurre un giorno queste isole sotto la sovranità giapponese, era sin troppo chiaro che fin quando non si sarebbe proceduto ad una normalizzazione dell’area (soprattutto dopo l’inizio della guerra in Vietnam) questa sarebbe stata una pia illusione; anche perché i giapponesi ponevano teoricamente delle limitazioni all’utilizzo delle basi americane poste in territorio sovrano, limitazioni che chiamate “<em>livello della terra ferma”</em> prevedevano la messa al bando ed il libero uso delle armi nucleari. Comunque nel 1969 il problema venne risolto con un accordo (firmato nel 1970 ed entrato in vigore nel 1972) che riportava Okinawa sotto sovranità giapponese ed assoggettava teoricamente le basi americane alle limitazioni previste; in realtà oggi sappiamo, perché citati dall’ex Premier Hatoyama, della presenza di accordi segreti che sebbene mai venuti alla luce, di certo garantivano e garantiscono ancora la continuità della sovranità americana in Giappone ed a Okinawa in special modo per quanto riguarda le scelte di carattere militare (2). </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ancora oggi ci sono in Giappone all’incirca 90 strutture militari statunitensi, per un totale di 3.130.000 metri quadrati, il 75% dei quali soltanto ad Okinawa. Queste basi, fino ad oggi facilitate nella presenza dal grande sforzo economico della popolazione giapponese (3) (sono anche esenti da affitto) sono concentrate in poche aree precise: 37 ad Okinawa (coprono il 18% del suolo dell’isola), 15 a Kanagawa, 11 a Nagasaki, 7 a Tokyo. Su 52.000 soldati americani la metà stazionano a Okinawa. Questa ha avuto un ruolo fondamentale rispettivamente nella guerra di Corea, nella guerra del Vietnam, nella guerra del Golfo, nelle invasioni in Iraq ed Afganistan; quindi rimane ancora oggi un fulcro del sistema di espansione mondiale degli Stati Uniti, dopo essere stata l’avamposto per la dottrina del <em>containment</em> nell’arco asiatico. Infatti la vicinanza a diversi possibili focolai regionali di crisi rende centrale l’importanza della presenza statunitense nell’isola, anche per la rapidità di intervento.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La messa in discussione della presenza statunitense non è quindi una notizia di poco conto e spiega bene perché su questo problema sia caduto il Premier Hatoyama (4) e perché dagli Stati Uniti sia arrivata una forte reazione diplomatica a difesa della insindacabilità della presenza dei propri militari. L’altro arco fondamentale nel vecchio <em>containment</em> americano, quello occidentale, è anch’esso oggi sottoposto a frizioni tanto da far parlare di “<em>una guerra a bassa intensità”</em> (5) per destabilizzare la Turchia (altro Stato ospitante numerose basi Usa/Nato) ed impedire un suo protagonismo nell’area. Tutto questo conferma quanto la dottrina del contenimento dell’Urss in realtà non fosse che un faccia del classico obiettivo strategico statunitense, ossia l’occupazione e l’accerchiamento della massa continentale eurasiatica, per impedirne l’unità considerata pericolosa per gli interessi anglo-americani. La volontà di parte della classe dirigente attuale giapponese di un ripensamento della <em>relazione speciale </em>con gli Usa è figlia anche dell’emergere di nuove potenze e può essere da esempio per le classi dirigenti europee; come il Giappone oggi emergente, considera fondamentale una coesistenza con il gigante cinese (oggi come teoricamente ai tempi della sfera di Co-prosperità, dall’eloquente motto “l’Asia agli asiatici”) e punta quindi ad una maggiore sovranità legata anche al benessere ed alla difesa degli interessi dei propri cittadini, così in Italia, Francia, Germania per citare alcuni Stati in cui sono presenti numerose basi militari nord-americane che di conseguenza mantengono questi territori in una posizione di sovranità limitata, si potrebbe prendere coscienza di una situazione mai affrontata con coraggio.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><strong>*Matteo Pistilli</strong></em></span></span></p>
<p><span><em>Note:</em></span></p>
<p><span><em>1) La “normalizzazione” del Giappone: reazione degli Usa verso i Paesi “emergenti” (Matteo Pistilli) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/4512/la-normalizzazione-del-giappone-reazione-degli-usa-verso-i-paesi-emergenti">http://www.eurasia-rivista.org/4512/la-normalizzazione-del-giappone-reazione-degli-usa-verso-i-paesi-emergenti</a></em></span></p>
<p><span><em>2) Giappone: desecretati i patti clandestini imposti dagli USA (Matteo Pistilli) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/3072/giappone-desecretati-i-patti-clandestini-imposti-dagli-usa">http://www.eurasia-rivista.org/3072/giappone-desecretati-i-patti-clandestini-imposti-dagli-usa</a></em></span></p>
<p><span><em>3) Il Giappone è lo Stato che più di ogni altro mette a bilancio fondi per sostenere basi controllate da stranieri; questo è uno degli aspetti intollerabili per la popolazione giapponese, ma ci si potrebbe porre il problema anche per esempio riguardo l’Italia, vista l’ingente presenza di basi militari sulla penisola e la probabile presenza di trattati segreti che la regola.</em></span></p>
<p><span><em>4) Per ricostruire cronologicamente la “questione Okinawa” dai contributi presenti su “Eurasia”:</em></span></p>
<p><span><em>Febbraio 2010 &#8211; Giappone: Desecretati i patti clandestini imposti dagli USA (Matteo Pistilli) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/3072/giappone-desecretati-i-patti-clandestini-imposti-dagli-usa">http://www.eurasia-rivista.org/3072/giappone-desecretati-i-patti-clandestini-imposti-dagli-usa</a></em></span></p>
<p><span><em>Volontà, immaginazione, senso comune: ristrutturare l’alleanza nippo-statunitense (Jitsuru Terashima) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/3846/volonta-immaginazione-senso-comune-ristruttura-lalleanza-nippo-statunitense">http://www.eurasia-rivista.org/3846/volonta-immaginazione-senso-comune-ristruttura-lalleanza-nippo-statunitense</a></em></span></p>
<p><span><em>Maggio 2010 &#8211; Okinawa in piazza contro la base USA (Matteo Pistilli) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/3960/okinawa-in-piazza-contro-la-base-usa">http://www.eurasia-rivista.org/3960/okinawa-in-piazza-contro-la-base-usa</a></em></span></p>
<p><span><em>Giugno 2010 &#8211; La “normalizzazione” del Giappone: reazione degli Usa verso i Paesi “emergenti” (Matteo Pistilli) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/4512/la-normalizzazione-del-giappone-reazione-degli-usa-verso-i-paesi-emergenti">http://www.eurasia-rivista.org/4512/la-normalizzazione-del-giappone-reazione-degli-usa-verso-i-paesi-emergenti</a></em></span></p>
<p><span><em>5) “Strategia della tensione” contro la Turchia, (Aldo Braccio) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/4706/strategia-della-tensione-contro-la-turchia">http://www.eurasia-rivista.org/4706/strategia-della-tensione-contro-la-turchia</a></em></span></p>
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		<title>Gli Stati Uniti accusati di accerchiamento strategico della Cina</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4701/gli-stati-uniti-accusati-di-accerchiamento-strategico-della-cina</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 12:18:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=4701</guid>
		<description><![CDATA[Un articolo intitolato “Il complotto degli USA contro la Cina”, scritto dal Colonnello dell'Aviazione ed influente stratega cinese Dai Xu, pubblicato dall'edizione in lingua cinese dell'agenzia di stampa Xinhua il 27 maggio 2010, arriva come un macigno negli Stati Uniti per l'idea di “accerchiamento strategico crescente” della Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4701/gli-stati-uniti-accusati-di-accerchiamento-strategico-della-cina" title="Gli Stati Uniti accusati di accerchiamento strategico della Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/chinese_military_300x300.2wntl0jul7ggkoc04gkck4wc4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Gli Stati Uniti accusati di accerchiamento strategico della Cina" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A.western:link { so-language: zxx } 		A.ctl:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Fonte: </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Chennai Centre for China Studies</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.c3sindia.org/us/1373"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">http://www.c3sindia.org/us/1373</span></span></a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un articolo intitolato <em>“Il complotto degli USA contro la Cina”</em>, scritto dal Colonnello dell&#8217;Aviazione ed influente stratega cinese Dai Xu, pubblicato dall&#8217;edizione in lingua cinese dell&#8217;agenzia di stampa <em>Xinhua</em> il 27 maggio 2010, arriva come un macigno negli Stati Uniti per l&#8217;idea di “accerchiamento strategico crescente” della Cina. È interessante notare come la recensione di tale articolo, riproduzione di uno scritto dallo stesso autore qualche giorno prima ma con altra pubblicazione (“Huan Qiu Shi Ye” &#8211; Global Vision, 24 maggio 2010), è comparsa proprio a cavallo della seconda tornata dei <em>Sino-USA Strategic and Economic Dialogues</em> (Pechino, 24-25 maggio 2010) e, naturalmente, stimola le riflessioni degli esperti in merito all&#8217;interpretazione della tempistica di apparizione e del contenuto della stessa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dai Xu, nel suo articolo, sostiene che gli USA stiano tentando di portare avanti un “accerchiamento strategico crescente” della Cina. Prima della Guerra Fredda, l&#8217;obiettivo statunitense era quello di contenere la Cina in modo tale da </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>strangolare dolcemente</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> l&#8217;Unione Sovietica. Terminata la Guerra Fredda, la strategia è stata invertita: dunque, contenere duramente la Russia per riuscire a </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>strangolare dolcemente </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la Cina. Relativamente a ciò che egli chiama la “Trappola del Dollaro USA”, Dai Xu riprende le osservazioni di qualche anno fa del professor Zhang Wuchang dell&#8217;Università della Finanza di Beijing, rivelando che in Cina gli USA controllano ben 21 industrie su un totale di 28, dopo averla </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>svuotata economicamente</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, in un momento in cui il focus del Paese è rimasto per anni quello di garantire la crescita del PIL attraverso gli scambi commerciali. Gli USA reinvestivano in Cina i soldi che dalla Cina arrivavano, sradicando così i marchi cinesi e controllando le risorse minerarie interne, le azioni della Banca di Cina e il mercato azionario. Allo stesso tempo, secondo Dai Xu, gli USA impediscono alla Cina di acquisire  compagnie statunitensi e le negano di dotarsi di qualunque loro strumento ad alta tecnologia. Tutto ciò che gli Stati Uniti vogliono è che la Cina investa in maniera cospicua sui loro buoni del Tesoro in modo da lasciarla senza liquidi per acquistare tecnologia, costruire industrie moderne, sviluppare potenziale militare e un sistema di sicurezza efficiente. L&#8217;intento americano è quello di vendere un “debito tossico” in risposta alla precedente vendita cinese di “giocattoli tossici”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ritenendo che la strategia della </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>morsa diplomatica</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> miri ad isolare completamente la Cina, l&#8217;esperto cinese ha riconosciuto che il Sudest Asiatico sta diventando sempre più politicamente dipendente dagli Stati Uniti. Nel Nord Est, il Vietnam sta diventando filo-USA. La strategia statunitense in Nord Corea, Myanmar e Pakistan, i tre </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>veri amici</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> della Cina, sembra sfidare proprio l&#8217;attore cinese:</span></span></p>
<ol>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">indirettamente, 	gli USA stimolano il programma nucleare nordcoreano in modo da 	colpire l&#8217;immagine internazionale della Cina e forzare Sud Corea, 	Giappone e gli altri ad avvicinarsi agli USA;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il 	loro crescente interesse in Myanmar serve allo scopo di controllare 	Pechino mentre lo stesso Myanmar potrebbe perdere fiducia nella Cina 	ed optare per il supporto di India e ASEAN per bilanciare il peso 	cinese nell&#8217;area;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">nel 	caso del Pakistan, esso è già sotto controllo statunitense a causa 	del protrarsi della guerra afghana;</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">nell&#8217;Oceano 	Indiano, vi è una collusione India – USA contro la Cina.</span></span></li>
</ol>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">All&#8217;interno della Cina poi, gli Stati Uniti puntano strategicamente su Tibet e Xinjiang per manipolare la scena regionale. In conclusione, Dai Xu ritiene che gli USA stiano conducendo un attacco graduale in vista del grande obiettivo dell&#8217;accerchiamento del gigante euroasiatico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il Colonnello Dai Xu è noto essere un falco in materia di difesa ed ha recentemente sostenuto lo sviluppo cinese delle basi oltreoceano. Media come </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Global Times</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> hanno conferito rilievo internazionale alle sue visioni. Ciò che appare importante è che egli non sia il solo, all&#8217;interno della gerarchia dell&#8217;Esercito di Liberazione Popolare (ELP), a mettere in dubbio le motivazioni strategiche statunitensi nei confronti della Cina. Un altro ufficiale superiore del ELP, il Colonnello Liu Mingfu, dell&#8217;Università Nazionale della Difesa, nel suo libro </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Il sogno cinese</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, pubblicato prima della sessione di marzo 2010 del Congresso Nazionale del Popolo, ha chiesto alla Cina di “lasciare indietro ogni illusione ed essere pronta ad un duello con gli Stati Uniti per la dominazione globale nel XXI secolo”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In contrasto con la posizione nazionalista e intransigente degli esperti del ELP, in generale i commenti cinesi sul tema sono rimasti cauti. Il Consigliere di Stato Dai Bingguo, pur ammettendo la mancanza di consenso nell&#8217;ultimo dialogo sino-statunitense, si è mostrato ottimista relativamente alle relazioni bilaterali a lungo termine. Ha descritto il continuo dialogo come benefico per lo sviluppo di un rapporto </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>positivo, cooperativo e completo. </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Liu Hong, corrispondente da Washington per la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Xinhua</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, ha dipinto il dialogo come simbolico di una relazione sempre più paritaria. Il professore Chen Dongxiao del Centro Studi Internazionali di Shanghai spera che la “situazione della mutua dipendenza strategica venga mantenuta nel lungo periodo poiché i due Paesi necessitano l&#8217;uno dell&#8217;altro nell&#8217;interesse di un equilibrio strategico”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La questione chiave è dunque: come interpretare a questo punto le affermazioni anti-USA di esperti come Dai Xu? In qualche modo, la situazione rispecchia ciò che accadde nel novembre 2004 quando Qian Qichen, considerato lo zar della politica estera cinese, alla vigilia delle elezioni statunitensi alle quali Bush junior partecipava per la seconda volta, accusò la strategia USA di puntare all&#8217;accerchiamento della Cina, in un articolo sul </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>China Daily</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (altra questione è che, recentemente, lo stesso </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>China Daily</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> abbia disconosciuto quell&#8217;articolo).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;ultima, che può essere considerata la visione che appartiene agli analisti militari come Dai Xu, combacia con l&#8217;atteggiamento prevalente tra alcuni settori degli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>opinion makers</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> cinesi. Tali opinioni sembrano avere anche una dimensione domestica – implicitamente, infatti, esse disapprovano l&#8217;attuale approccio pragmatico di Pechino verso Washington. Il patrocinio dato a queste visioni da agenzie ufficiali come </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Xinhua</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> indica che gli scrittori in questione sono influenti. Ricordando, in ogni caso, che non vi sono prove dirette ed evidenti che dimostrino divisioni interne alla dirigenza sul tema, qualsiasi affrettata conclusione, secondo cui le forze armate cinesi non approvino l&#8217;attuale politica statunitense sulla definizione della politica estera della nazione, potrebbe risultare errata. In effetti, il sistema cinese permette la conciliazione tra differenti approcci – nell&#8217;ambito delle relazioni esterne, il gruppo dominante sugli Affari Esteri del partito gioca un ruolo decisivo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le visioni degli esperti militari sembra però che abbiano la capacità di mettere pressione sull&#8217;attuale dirigenza collettiva che opera in Cina per le relazioni con gli Stati Uniti. In particolar modo, la dirigenza di quinta generazione che nel 2012 prenderà il potere potrebbe dover affrontare un dibattito politico relativamente ai legami con gli USA. La pressione sta già dando i suoi effetti? La risposta potrebbe essere affermativa, a giudicare dall&#8217;introduzione, da parte del regime di Hu Jintao, di un nuovo criterio per condurre le relazioni sino-statunitensi: la </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>protezione degli interessi vitali</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> della Cina. Il messaggio è che il principio degli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>interessi vitali</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, ovvero nessun compromesso su questioni di integrità territoriale e sovranità nazionale, da ora in avanti guiderà la condotta strategica cinese nei confronti di tutte le potenze straniere, USA compresi. Il criterio ha ricevuto ulteriore enfasi in seguito alla conferenza stampa del Ministro degli Esteri Yang Jiechi durante la sessione del marzo 2010 del Congresso Nazionale del Popolo; in quell&#8217;occasione, sono stati fatti specifici riferimenti sulle tematiche relative al Tibet e a Taiwan. Ne è emersa un&#8217;immagine nitida: un&#8217;associazione strategica con gli USA può essere stabilita solo se temi caldi come Tibet e Taiwan vengono risolti. Sia Cina sia Stati Uniti sono consapevoli che ciò non succederà presto e così, ci si può aspettare che le relazioni bilaterali continueranno ad essere basate sul pragmatismo, negli anni a venire.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Finora, Pechino non ha formalmente applicato il criterio degli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>interessi vitali</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nell&#8217;ambito delle relazioni con nazioni con le quali ha problemi territoriali. In particolare, il contestato confine con l&#8217;India non è stato ufficialmente discusso sulla base di tale principio. La Cina non può discostarsi da questa posizione, e così, l&#8217;inclusione del confine conteso nella categoria degli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>interessi vitali</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> potrebbe indebolire la validità della formula del “reciproco adattamento” con disposizioni inerenti a favorire compromessi sulle questioni di confine. A questo proposito, ed in ogni caso, Nuova Delhi dovrà seguire da vicino le future tendenze cinesi.</span></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(traduzione di Chiara Felli)</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* D.S. Rajan è direttore del Chennai Centre for China Studies (India)</strong></em></span></span></p>
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		<title>Relazioni bilaterali della Cina: il caso dell&#8217;Australia</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 06:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>

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		<description><![CDATA[Da alcuni anni la Cina sta coltivando e intessendo profonde relazioni politico-economiche (ma non solo) con importanti Paesi dello scacchiere internazionale.  Il caso delle ottime relazioni con l’Australia è significativo, ma occorre rilevare che ultimamente si sono verificate alcune increspature. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4684/relazioni-bilaterali-della-cina-il-caso-dellaustralia" title="Relazioni bilaterali della Cina: il caso dell&#8217;Australia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cabc_logo.ewefbv5qdfcwc80k80wkwkwoo.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="93" alt="Relazioni bilaterali della Cina: il caso dell&#8217;Australia" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdfootnote { margin-left: 0.5cm; text-indent: -0.5cm; margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A.sdfootnoteanc { font-size: 57% } --></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>Da alcuni anni la Cina sta coltivando e intessendo profonde relazioni politico-economiche (ma non solo) con importanti Paesi dello scacchiere internazionale. Tra questi spiccano le intense attività di rafforzamento dei rapporti bilaterali con USA , Russia, alcuni Paesi dell”Europa occidentale, e ancora di più i suoi impegni in Asia nell’area del Pacifico. </em></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em>Il caso delle ottime relazioni con l’Australia è significativo, ma occorre rilevare che ultimamente si sono verificate alcune increspature. </em></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I tentativi di diventare una super potenza, non solo economica, sono ben rappresentati dalla partecipazione della Cina al G20 (il prossimo appuntamento sarà a breve a Toronto), dal tentativo di costruire il G2 con gli Stati Uniti, e dalla volontà della Cina di essere rappresentata tra gli interlocutori principali (se non il principale) dell’area dell’estremo Oriente e del Pacifico. Con questo scopo sta investendo molto nei rapporti con il Giappone, nel porsi come riferimento per le questioni tra le due Coree, e nello sviluppare accordi economici con i principali Paesi del sud-est Asiatico.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra questi uno dei più significativi è quello con l’Australia, un Paese importante e forse data la posizione geografica e la popolazione ridotta, poco considerato in alcune aree del mondo sviluppato. Proprio grazie alla sua localizzazione e alle sue origini riveste invece un ruolo strategico in quanto Paese di cultura occidentale nell’area del Pacifico ed è uno dei primi interlocutori della Cina.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni gli sforzi e le occasioni di incontro tra i due Paesi sono state notevoli, e i progressi fatti in numerosi campi hanno rappresentato un elemento di continuita’ e di orgoglio per entrambe le nazioni nel nuovo millenio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ultimamente le cose sono un po’ cambiate. Soprattutto questioni politiche e in particolare le posizioni dell’Australia nei confronti del Dalai Lama, in favore dei separatisti dello Xinjiang e infine lo  scandalo della societa’ Rio Tinto</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, hanno raffreddato se non incrinato le relazioni tra i due Paesi. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È un capovolgimento delle attitudini e avviene quasi di improvviso, dopo anni, come si è detto, di successi incredibili e traguardi raggiunti, sotto il punto di vista economico, politico,  degli scambi culturali e in ambito educativo.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli esperti rilevano come l’Australia sia stata notevolmente beneficiata dalle relazioni bilaterali. Nel periodo 2008-2009, gli scambi economici hanno raggiunto gli 80 miliardi di dollari. L’export australiano verso la Cina è cresciuto notevolmente (diventando il primo partner commerciale) anche durante il periodo della crisi internazionale, e ha supportato ed aiutato l’Australia a non risentirne troppo. Anche sotto il fronte degli investimenti, i due Paesi sono partner in moltissime attività. Gli Australiani hanno investito 6 miliardi di dollari (fino al 2009) in piu’ di 10 mila progetti in Cina e la Cina ha contraccambiato con investimenti (non finanziari) in Australia per 3 miliardi di dollari. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma forse proprio anche a causa di questo stretto legame instaurato, le relazioni si sono raffreddate. La Cina nella sua veloce corsa alla crescita economica, è fortemente dipendente dalle forniture di materie prime e risorse naturali. Sembra che alcuni imprenditori australiani del settore del rame e dell’acciaio, con il supporto di politici, abbiano minacciato di alzare notevolmente i prezzi, non solo per realizzare maggiori profitti, ma  anche per intervenire dall’esterno sulla miracolosa crescita economica cinese. Alcuni sostengono che l’Australia sia spaventata dall’affermarsi della Cina come potenza economica, ma anche militare e dal crescente peso politico e dal ruolo cruciale che si sta costruendo nell&#8217;area del Pacifico. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, alcuni fra i maggiori critici cinesi alle posizioni australiane evidenziano come, sebbene l’Australia sia un Paese nato da migranti e con una pluralità di culture, sia fondamentalmente un Paese di cultura occidentale e pertanto “soffra, come spesso gli Stati Uniti, l’Inghilterra e altri Paesi europei, di un complesso di superiorità nei confronti dei Paesi asiatici. Per questo mostra grande interesse per temi come diritti umani, libertà, democrazia, pur conoscendo molto poco della Cina”</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Effettivamente sono diversi i giornali e mass-media australiani che calcano la mano presentando con enfasi la Cina come un Paese dittatoriale, autocratico, ed eccessivamente spregiudicato. Gli stessi commentatori cinesi affermano che “l’Australia vive oggi un problema di identità:  vorrebbe rappresentare un ponte tra occidente e oriente, ma non sa come porsi nei confronti dell’evidente affermazione della Cina. Da un lato vuole cooperare con la Cina svilppando i rapporti e continuando a beneficiare della sua rapida crescita, dall’altro non sembra apprezzare la posizione dominante che la Cina va assumendo nell’area”. In effetti la posizione australiana è delicata e complessa. </span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ultima analisi, nonostante punti di vista profondamente diversi e impostazioni a volte in contrasto, questi due Paesi sono innegabilmente legati reciprocamente e continuano, o cercano, di sviluppare una mutua cooperazione con reciproci benefici. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E l’Australia, per i cinesi, rimane un Paese molto attraente, una piccola isola (relativamente) vicina di cultura occidentale nel cuore del Pacifico, un luogo dove mandare i figli a scuola a imparare l’inglese, dove andare in vacanza e apprendere i costumi , conoscere e vivere la cultura occidentale.</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p><strong><span style="font-size: medium;"><em>*Emanuele C.Francia, manager e consulente, ha seguito per diverso tempo le operazioni cross-border per numerose imprese italiane in Europa e Stati Uniti. Da alcuni anni vive a Pechino ed è co-fondatore e partner di Emasen Consulting,  una societa’ di consulenza specializzata nei processi di  internazionalizzazione e supporto alle imprese italiane. Scrive su alcune riviste scientifiche di geopolitica, economia e management e collabora con alcune universita’ sia in Italia che in Cina nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento</em></span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></strong></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> La filiale cinese dell’impresa è stata accusata di gravi atti di 	corruzione e il management locale è stato ritenuto responsabile e 	condannato. Tra i top executives anche un alto esponente della 	societa’, australiano   di origine cinese.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Citazioni tratte da un articolo pubblicato da Yang Danzhi, 	ricercatore all’Institute of Asia-Pacific Studies presso 	l’Accademia Cinese di Scienze Sociali.</p>
</div>
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		<title>Aggiornamenti sul settore immobiliare in Cina</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4563/aggiornamenti-sul-settore-immobiliare-in-cina</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 15:39:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora una volta parliamo del Real Estate cinese. Non per mania,  puntiglio o per passione personale, ma per i rilevanti risvolti economici e per gli impatti sociali che riveste tale settore in Cina. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4563/aggiornamenti-sul-settore-immobiliare-in-cina" title="Aggiornamenti sul settore immobiliare in Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zshanghai.bwpxiz0v1b4kwk8c8gk84oc48.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="50" alt="Aggiornamenti sul settore immobiliare in Cina" ></div></a><p><em><span><span style="font-size: medium;">Ancora una volta parliamo del Real Estate cinese. Non per mania,  puntiglio o per passione personale, ma per i rilevanti risvolti economici e per gli impatti sociali che riveste tale settore in Cina. Chi vive o e’ in contatto con la Cina sa quanto importanza questo settore riveste per l’economia (si dice 15-20% del PIL) e per gli equilibri della societa’ civile (la domanda di casa e‘oggi tra i bisogni primari della popolazione cinese). Le manovre poste recentemente in essere dal governo sono decisamente forti e pertanto interessanti da analizzare, sebbene dall’impatto tutt’ora non certo.</span></span></em></p>
<p><em><span><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></em></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Nel precedente articolo (dal titolo “Questa volta la bolla immobiliare cinese e’ a un punto di svolta (?)” del 15 aprile 2010) abbiamo anticipato le mosse del governo cinese per cercare di raffreddare la crescita dei prezzi delle case in Cina. Ora, a distanza di due mesi, e’ necessario fare il punto della situazione e un aggiornamento: nonostante i tentativi e le nuove politiche con le conseguenti nuove forti imposizioni, a tutt’oggi (1 giugno) i prezzi delle case non sono scesi. Gli sforzi del governo centrale e delle municpialita’ locali non hanno sortito gli effetti sperati. I prezzi non scendono (anzi, sembra siano aumentati ancora del 10%).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Si’, scendono il numero di contrattazioni (la domanda e’ inevitabilmente effettivamente calata). E cio’ porta a una battaglia competitiva tra gli operatori del settore (agenzia immobiliari, traders,&#8230;.)  e forse, in un futuro non si sa quanto prossimo, anche alla riduzione dei prezzi. Gli effetti tuttavia, ad oggi sembrano essere pressoche’ nulli, nonostante la forza delle decisioni e delle politiche introdotte.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Tra le nuove rigide norme introdotte, vi e’ quella di non poter acquistare piu di un appartamento per nucleo familiare a Pechino, se residenti, e una extra in citta’, se non residenti; tassi di interesse sul mutuo piu’ alti e la  minaccia di introduzione di una onerosa tassa sulla proprieta’. Cio’ avrebbe dovuto rallentare il preoccupante fenomeno dei giochi degli speculatori immobiliari, calmierare i prezzi e rendere in ultima battuta le case maggiormente accessibile alle vere esigenze della popolazione. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Inoltre, attraverso il controllo i prezzi delle case, si ridurrebbe almeno in parte il preoccupante fenomeno dell’inflazione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Tutto cio’ ancora non sembra essere avvenuto. Il mercato immobiliare si appresta al contrario a superare quello inglese e giapponese (nel 2011) divenendo il secondo al mondo. Ci si attende che i capitali investiti eccedano l’1,2 triliardi di euro nel 2010, dietro al mercato statunitense che nonostante la crisi immobiliare capitalizza 3,5 triliardi di euro. Se si pensa che solo nel 2009 i dati cinesi parlavano di 700 miliardi (e il Giappane di 1 miliardo di euro), ben si comprende come la crescita rapida della proprieta’ immobiliare sia ancora lontana dall’arrestarsi. Le ragioni della crescita sono riconducibili al forte sviluppo dell’economia cinese in generale, agli investimenti miliardari pubblici con conseguente pioggia di liquidita’ e di attivita’ produttiva (soprattutto infrastrutturale) intrrodotti per controbilanciare la crisi internazionale e gli effetti negativi sull’export cinese, e infine al fenomeno migratorio dalle campagne verso le citta’ principali e il conseguente bisogno di casa nelle metropoli</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Una delle manovre piu’ discusse e sul punto di essere introdotta e’ una tassa sulla proprieta’. Per noi occidentali, cio’ non appare troppo strano. Siamo abituati a tasse su proprieta’, possesso e utilizzo (si pensi alla casa, all’automobile, alle barche, e altri beni immobili o mobili&#8230;) .ma in Cina questa proposta viene mal digerita dai cittadini. Un aspetto curioso e’ che, in quanto totalmente nuova e non essendo entrata nella mentalita’comune, i cinesi si chiedono perche’ dovrebbe pagare una tassa per qualcosa che appartiene loro, che hanno acquistato e per cui non ricevono alcun servizio (pubblico). Gli economisti si interrogano invece sugli effetti che tale tassa possa implicare. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Occorrera’ prima di tutto vedere le  regole e le modalita’. Sembra che la volonta’ del governo sia di introdurre tale nuova tassa non per la prima casa di proprieta’(il 20% del mercato immobiliare cinese e’ posseduto da proprietari di piu’ di una casa).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">La sua applicazione dovrebbe essere graduale e introdotta in un primo tempo in alcune citta’, si parla di Wuhan in Hubei come progetto pilota. Successivamente Pechino, e Shanghai, Chongqing e Shenzhen dove le municipalita’ stanno gia’ predisponendosi per adempiere al nuovo incarico (strutturarsi per verificare e riscutore tale tassa sembra non essere affatto semplice).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">L’effetto principale dovrebbe essere il limitare gli investitori piu’ aggressivi dal possedere molteplici appartamenti e specularne sopra il prezzo. Percio’ sembra quasi sicuro che verra’ introdotta. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">Rimangono tuttavia questioni importanti aperte su cui e’ interessante riflettere:</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">-         Un tema dovra’ essere maggiormente dibattuto tra gli esperti cinesi e internazionali: l’introduzione di una tassa di proprieta’ fara’ scendere il prezzo delle case (o invece lo aumentera’)? Agli economisti il compito di sviluppare le ipotesi piu’ verosimili. Un effetto certo (e positivo, almeno per le casse pubbliche) sara’ quello di incrementare gli introiti dello stato. Si parla di 20 miliardi di euro all’anno potenziali.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">-         Poiche’le regole piu’ rigide si applicano alle principali citta’ (ad iniziare da Pechino e Shanghai, &#8230;), nonostante il prezzo delle case li’ dovesse diminuire, cosa succederebbe in altre citta’? Data la grande disponibilita’ di liquidita’ e la volonta’ ad investire, si potrebbe innescare un nuovo fenomeno speculativo in altre aree. Sarebbe tale da neutralizzare a livello nazionale gli effetti di calmieramento?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">-         Se anche si riuscisse nell’intento ambizioso di far scendere i prezzi, di quanto calerebbero? (in precedenza si parlava di un 20-30% stimato). Cio’ renderebbe concretamente l’acquisto di casa piu’ accessibile (come accennato i prezzi sono oggi quasi allineati al livello delle principali citta’ occidentali, sebbene la popolazione non abbia certo salari proporzionali e lo stesso potere di acquisto). </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">-         Poiche’ le regole piu’ rigide si applicano agli appartamenti, si potrebbero osservare mosse speculative con pesanti riprcussioni (sempre dovute alla liquidita’ in eccesso) sul prezzo di altri immobili con diversa destinazione d’uso (uffici, negozi?) </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;">-         A fronte di tutto cio’, si corre il rischio che l’inflazione continui a correre?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em>Beijing &#8211; 15 Giugno 2010</em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></p>
<p><em> </em></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span></p>
<p><em> </em></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em>Da leggere anche :</em></span></span><a href="http://www.eurasia-rivista.org/3883/questa-volta-la-bolla-immobiliare-cinese-e-a-un-punto-di-volta" target="_blank"><span><span style="font-size: medium;"><em>Questa volta la bolla immobiliare cinese è a un punto di svolta (?)</em></span></span></a></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span></p>
<p><strong><span><span style="font-size: medium;"><em>*Emanuele C.Francia, manager e consulente, ha seguito per molto tempo le operazioni cross-border per numerose imprese italiane in Europa e Stati Uniti. Da alcuni anni vive a Pechino ed e’ co-fondatore e partner di Emasen Consulting,  una societa’ di consulenza specializzata nei processi di  internazionalizzazione e supporto alle imprese italiane. Scrive su alcune riviste scientifiche di geopolitica, economia e managemnt e collabora con alcune universita’ sia in Italia che in Cina nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento.</em></span></span></strong></p>
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		<title>La situazione delle ONG in Cina</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 11:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei fenomeni più caratteristici della società cinese contemporanea è costituito dalla comparsa e dallo sviluppo del settore delle ONG. Le ONG, nella Cina comunista, hanno una storia recente. A lungo furono bandite dal Paese in quanto non erano emanazioni dirette del partito unico. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4551/la-situazione-delle-ong-in-cina" title="La situazione delle ONG in Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/xin_5512033109064762341721.2tdrk6ipo9q8wo04oc84s048c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="55" alt="La situazione delle ONG in Cina" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Uno dei fenomeni più caratteristici della società cinese contemporanea è costituito dalla comparsa e dallo sviluppo del settore delle ONG. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le ONG, nella Cina comunista, hanno una storia recente. A lungo furono bandite dal Paese in quanto non erano emanazioni dirette del partito unico. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il governo cinese, dopo aver ammesso l’inadeguatezza dei propri mezzi per risolvere i vari problemi sociali e ambientali della Cina, è stato costretto a delegare parte delle proprie funzioni e responsabilità al settore privato o alla società civile, adottando una nuova strategia nota con il nome di “un piccolo governo, una grande società”. Lo scopo di questa strategia era quello di soddisfare le lacune statali nell’erogazione dei servizi sociali attraverso lo sviluppo della società civile, della quale però intendeva conservare il controllo e la gestione. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Sino al 2004 le ONG potevano operare in Cina solo se trovavano un dipartimento del governo che garantisse per loro davanti allo Stato. Venivano chiamate con il nome contraddittorio di “ONG &#8211; organizzate dal governo”. Questo portava ad un controllo serrato delle loro attività. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La condizione della sponsorizzazione ha fermato l’entrata nel Paese di molte ONG straniere. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Dopo il 2004 si sono aperti degli spazi di tolleranza di cui hanno approfittato soprattutto ONG internazionali, come per esempio la Croce rossa e il WWF. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le ONG portano nel Paese milioni di euro e nuove e moderne tecnologie per lo sviluppo educativo, sanitario, per i disabili, e perciò, in generale, per tutti i campi umanitari a cui lo Stato non riesce a far fronte. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’esempio di queste associazioni venute dall’estero ha fatto emuli dentro la Cina; i cittadini hanno scoperto un modo nuovo per potersi riunire per difendere i propri diritti o impegnarsi in battaglie per il progresso del Paese.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Uno dei termini cinesi più diffusi per indicare queste associazioni, che perciò sono esterne alla struttura statale, è </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>shehui tuanti</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> o </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>shetuan</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, ovvero “organizzazioni sociali”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina raggruppa le ONG in due categorie: i gruppi sociali e le fondazioni, a seconda del modo in cui avviene il finanziamento e a seconda del capitale di base richiesto per iniziare queste attività.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni si è assistito a due fenomeni paralleli nella società civile cinese: da un lato c’è stato un notevole aumento del numero complessivo delle ONG, in particolare in seguito al terremoto del Sichuan e alle Olimpiadi di Pechino, due eventi che hanno messo in luce l’importanza del terzo settore nel garantire servizi là dove il governo cinese non arriva; dall’altro, invece, si è avuto un notevole incremento del numero delle ONG supportate dalle autorità civili mentre, al contrario, sono progressivamente diminuite le organizzazioni autonome stabilite al livello di base. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le autorità cinesi si sono mostrate sempre meno disposte a tollerare organizzazioni di base in aree politicamente sensibili, come quella della tutela dei diritti umani o quelle riguardanti il pubblico interesse. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le ONG, in Cina come altrove, fanno comodo quando assistono le autorità nel fornire servizi essenziali dai quali lo Stato si è ritirato, ad esempio nel caso di emergenze successive a catastrofi naturali, così come nei casi in cui fungono da ausiliari nel mantenimento di una stabilità sociale sempre più precaria di fronte agli squilibri derivanti dallo sviluppo economico; quando, invece, queste organizzazioni diventano troppo sicure di sé ed iniziano ad agire come dei “cani da guardia” nei confronti delle autorità, è il momento di lanciare un richiamo all’ordine (1). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nell’estate del 2009 il governo cinese è intervenuto per la prima volta contro una ONG con la chiusura forzata della Gongmeng, una lega di avvocati che si occupava della tutela dei diritti della popolazione e che aveva sede a Pechino. Questa organizzazione era composta da giuristi che mettevano gratuitamente a disposizione della popolazione le proprie competenze giuridiche per casi di interesse pubblico. Il 14 luglio 2009 i responsabili dell’organizzazione hanno ricevuto un’ingiunzione da parte dell’Ufficio delle imposte della municipalità di Pechino in cui veniva richiesto il pagamento di oltre 1.420.000 yuan (circa 140.000 euro) per tasse e multe non pagate. Poi si è proceduto con l’arresto di uno dei responsabili dell’organizzazione, Xu Zhiyong.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questo fatto ha significato la definitiva perdita di sicurezza da parte di coloro che lavorano nel terzo settore in Cina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In seguito a questi fatti le autorità cinesi hanno iniziato una campagna denigratoria anche nei confronti di Oxfam, una nota federazione di ONG internazionali finalizzate alla lotta contro la povertà e l’ingiustizia. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Nel febbraio di quest’anno le autorità cinesi hanno reso noto un nuovo regolamento (2) finalizzato a regolamentare alcune questioni tecniche relative ai trasferimenti bancari internazionali destinati a quelle da loro definite “organizzazioni cinesi”. Se formalmente lo scopo della normativa risulta essere quello di prevenire il riciclaggio di denaro sporco, gli attivisti di molte ONG cinesi hanno capito che in questo modo qualsiasi somma di denaro proveniente dell’estero, e perciò anche i soldi destinati al finanziamento delle loro ONG, si trova ad essere oggetto di controllo da parte del governo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel marzo scorso cinque ONG di primo piano hanno inviato una lettera congiunta all’Amministrazione statale della valuta estera chiedendo chiarimenti interpretativi su vari punti del nuovo regolamento; ad oggi ancora non hanno ricevuto una risposta.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em>* Carla Pinna è dottoressa in Scienze politiche (Università di Cagliari)</em></span></strong><em> </em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(1) www.cineresie.info</span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;">(2) www.safe.gov.cn</span></p>
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		<title>Cina e USA si confrontano nel Vicino Oriente</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 08:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<category><![CDATA[vicino oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[La Cina sta cominciando a stabilire la sua presenza nella regione altamente strategica e ricca di energia del Medio Oriente, creando stretti legami con i poteri regionali e sfidando gradualmente il controllo regionale degli Stati Uniti e di Israele. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4523/cina-e-usa-si-confrontano-nel-vicino-oriente" title="Cina e USA si confrontano nel Vicino Oriente"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/china_us.1e94f5kusjy80gsk00gg8c48k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="Cina e USA si confrontano nel Vicino Oriente" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Fonte: “<a href="http://www.fpif.org/articles/china_and_america_jostle_in_middle_east">Foreign Policy in Focus</a>”, 10.05.10</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questo secolo è stato testimone dell&#8217;emergere della Cina come il principale sfidante al ruolo di superpotenza degli Stati Uniti. In maniera drammatica, la Cina sta cominciando a stabilire la sua presenza nella regione altamente strategica e ricca di energia del Medio Oriente, creando stretti legami con i poteri regionali e sfidando gradualmente il controllo regionale degli Stati Uniti e di Israele. Grazie a decenni di rapida crescita economica  e accelerando la modernizzazione militare, la Cina ha ora sia la necessità sia la capacità di impegnarsi in Medio Oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Confinata ai margini durante la Guerra Fredda, la dirigenza cinese ha finalmente trovato un&#8217;opportunità per entrare nella politica regionale ed   estendere le sue esportazioni militari. Nel corso degli anni &#8217;80, la Cina criticò sempre più il disinteresse sovietico ad appoggiare le “potenze revisioniste” regionali, come la Siria, contro gli alleati degli Stati Uniti. Di conseguenza, essa cercò un&#8217;influenza regionale instaurando stretti legami con le maggiori potenze antiamericane dell&#8217;area.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il Medio Oriente è stato teatro dei conflitti della Guerra fredda tra gli Stati Uniti e l&#8217;Unione Sovietica. La regione diventerà un campo di battaglia nel conflitto del XXI secolo tra una Cina in pieno sviluppo e gli Stati Uniti in fase stagnante?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel corso degli anni &#8217;90, la Cina fornì una quantità crescente di tecnologia missilistica alla Siria. Ma il partner chiave per emergere nella regione fu l&#8217;Iran. Durante la guerra tra Iran ed Iraq, la Cina fu un importante fornitore militare per l&#8217;Iran. Dagli anni &#8217;80 fino al 1997, il sostegno ai programmi nucleari  divvnne un elemento centrale degli sforzi di Pechino per stabilire una forte collaborazione con l&#8217;Iran.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli anni &#8217;90, l&#8217;Iran intraprese un importante programma di ricostruzione, e il graduale aumento dei prezzi del petrolio accelerò le speranze iraniane di un ritorno. Il programma di ricostruzione estese la base industriale dell&#8217;Iran e rinvigorì la popolazione e l&#8217;economia. Le guerre degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan hanno eliminato i nemici dell&#8217;Iran in Oriente ed in Occidente. Il paese si è trovato a questo punto in una nuova posizione di supremazia strategica ed ha cominciato ad intensificare la sua retorica contro il tandem USA-Israele. Di fronte ad avversari così potenti, l&#8217;Iran ha cercato una cooperazione più profonda con la superpotenza nascente, la Cina. Un inorgoglito Iran ha inoltre perfezionato la sua influenza regionale e l&#8217;ha consolidata in Iraq, in Libano, nella Palestina occupata, in Siria e perfino in Afghanistan.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I fiorenti legami della Cina con l&#8217;Iran<strong> </strong>non sono affatto sorprendenti. L&#8217;Iran ospita le seconde più grandi riserve di petrolio e gas naturale. È inoltre una tradizionale potenza regionale, con una vasta rete di alleati ed agenti in tutta la regione. Per l&#8217;Iran, che ha dovuto affrontare un crescente vuoto di investimenti e l&#8217;isolamento internazionale a causa del suo programma nucleare, la Cina rappresenta un potenziale rimedio per lo sviluppo delle sue ampie risorse energetiche ed una fonte per la sua moderna tecnologia militare. La Cina vede l&#8217;Iran come un contrappeso agli alleati degli Stati Uniti nella regione, ed ha preso in considerazione l&#8217;dea di stabilire una presenza navale nel Golfo Persico, dove viene trasportato il 40% dell&#8217;energia globale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina è stata anche un&#8217;importante fonte di sostegno contro le richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di severe sanzioni contro l&#8217;Iran. Quando gli alleati atlantici insieme alla Russia hanno fatto pressioni per maggiori sanzioni contro l&#8217;Iran, la Cina ha ripetutamente sabotato questi sforzi. A gennaio, segnalò il suo disinteresse a qualsiasi sanzione inviando un rappresentante di basso livello ai colloqui del gruppo dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania). Durante la Conferenza di Monaco sulla sicurezza, a febbraio, il ministro degli esteri cinese si oppose con veemenza a qualsiasi prospettiva di sanzioni contro l&#8217;Iran. Questa posizione è stata ripetuta nel corso della riunione di aprile dei leader del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli interessi commerciali e finanziari della Cina in Iran si stanno intensificando accanto allo sviluppo di un allineamento strategico nonché ideologico tra le due potenze. Negli ultimi cinque anni, la Cina è emersa come il principale investitore in Iran, con investimenti nel settore energetico del valore di circa 120 miliardi di dollari. Malgrado le sanzioni già in vigore, il commercio tra i due paesi è cresciuto del 35% nel 2008, fino a 27 miliardi di dollari. Nel 2009, la Cina ha firmato nuovi investimenti nel settore energetico di oltre 8 miliardi di dollari. A quanto pare, sta emergendo un tandem Cina-Iran.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Attrarre gli alleati arabi dell&#8217;America</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Una dimostrazione della crescente raffinatezza diplomatica della Cina è data dal modo in cui ha sostenuto narrazioni, norme e visioni alternative per sfidare le politiche nordamericane altamente impopolari in Medio Oriente e le direttive di Washington sullo sviluppo economico a livello globale. Nel 1996, la Cina istituì l&#8217;Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, per controbilanciare l&#8217;espansione della Nato in Asia centrale ed offrire un organismo di sicurezza alternativa in Asia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In diretto contrasto con l&#8217;impopolare approccio statunitense, la Cina ha in seguito sviluppato il <em>Consenso di Pechino</em>, che ha messo in rilievo lo sviluppo guidato dallo stato, il principio di non interferenza negli affari di altri stati, ed il commercio senza presupposti politici. Visto che il sentimento antiamericano cresceva in Medio Oriente, la Cina ha trovato più facile estendere legami con le maggiori potenze regionali, inclusi gli alleati arabi degli Stati Uniti, Egitto ed Arabia Saudita. Le mosse strategiche della Cina sono state un&#8217;accorta fusione di politica estera mercantilistica e diplomazia incentrata sulla sicurezza.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le vaste riserve energetiche dell&#8217;Arabia Saudita sono vitali per gli interessi economici di lungo termine della Cina. Nel 1988, la Cina fornì ad una disperata Arabia Saudita missili di medio raggio CSS-2 per soddisfare le esigenze strategiche del paese, cosa che gli Stati Uniti avevano rifiutato di fare. Da allora, i rapporti tra i due paesi sono cresciuti. Attualmente, l&#8217;Arabia Saudita è il maggior fornitore di greggio per la Cina &#8211; seguita da Angola e Iran – e la Cina è il più grande mercato di esportazione per i sauditi, superando il mercato in crisi degli Stati Uniti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dal 2006, il presidente Hu Jintao ha visitato il regno due volte. Ogni mese, i cinesi inviano rappresentanti in Arabia Saudita per assicurarsi che le relazioni siano sulla giusta strada, e che le forniture energetiche siano sicure. Da quando i due paesi hanno istituito rapporti diplomatici nel 1990, il commercio è cresciuto da un importo iniziale di 290 milioni di dollari a circa 41,8 miliardi di dollari nel 2008.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2009, 70 compagnie cinesi, soprattutto edilizie che impiegano circa 16 mila lavoratori cinesi, erano attive nel regno saudita. Dal 2006, i cinesi hanno guadagnato più di 2 miliardi di dollari in contratti al di fuori del settore energetico. In termini strategici, i sauditi stanno cercando di diversificare le loro relazioni con l&#8217;estero – o di distaccarsi dalla loro dipendenza dagli Stati Uniti – estendendo i legami con la Cina. Essi inoltre considerano i loro legami con l&#8217;emergente potenza asiatica come un trampolino di lancio per sfruttare il crescente mercato asiatico, visto che l&#8217;Occidente fa fatica ad assorbire il petrolio saudita.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;Egitto, che possiede il più forte esercito arabo, è un alleato chiave sotto la presidenza di Hosni Mubarak ed è stato il secondo più grande destinatario degli aiuti militari statunitensi dopo Israele. Dati i rapporti così intimi tra gli Stati Uniti e l&#8217;Egitto, l&#8217;influenza cinese nel paese dovrebbe essere minima. Ma le cose stanno cominciando a cambiare. Nel 2008, il commercio bilaterale ammontava a 6,2 miliardi di dollari ed entro il 2010 la Cina dovrebbe diventare il principale partner commerciale dell&#8217;Egitto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I legami militari tra i due paesi stanno anch&#8217;essi crescendo. Negli ultimi anni, funzionari di alto livello dell&#8217;esercito e della difesa si sono scambiati regolarmente reciproche visite ed hanno lavorato sulle modalità in cui estendere ulteriormente i rapporti. Quasi un anno dopo che un funzionario cinese aveva incontrato un alto comandante dell&#8217;aeronautica egiziana, l&#8217;Egitto ha annunciato nel 2010 i suoi piani per co-produrre un caccia avanzato, nell&#8217;ambito del progetto sino-pakistano per la produzione dell&#8217;aereo da combattimento JF-17 thunder. Gli egiziani considerano la Cina come un partner strategico che potrebbe aiutarli a raggiungere l&#8217;autosufficienza militare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La Cina e Israele</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Attraverso una serie di operazioni clandestine a partire dal 1980 fino alla fine del secolo, Israele fornì alla Cina quasi 4 miliardi di dollari di tecnologie sensibili. Queste esportazioni, alcune delle quali risalivano agli Stati Uniti, contribuirono  immensamente alla modernizzazione militare della Cina, rinnovando la tecnologia sovietica ed incorporando quella statunitense. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre le relazioni della Cina con la Siria e l&#8217;Iran sono migliorate, vi è stato un marcato deterioramento nei rapporti tra Cina ed Israele. Le pressioni da parte degli Stati Uniti hanno inoltre spinto Israele a prendere le distanze dalla Cina. Negli ultimi anni, i funzionari israeliani hanno irritato la dirigenza cinese effettuando visite diplomatiche e culturali a Taiwan, e i media israeliani hanno implicitamente riconosciuto la sovranità di Taiwan. A partire da Deng Xiaoping, la Cina si è spostata verso una visione più pragmatica del conflitto arabo-israeliano ed ha sottolineato la pacifica convivenza reciproca, il riconoscimento di Israele da parte dei suoi vicini arabi, ed il ritiro israeliano dai territori occupati insieme a garanzie di sicurezza da parte dei paesi arabi. Anche se la Cina è membro del Consiglio di Sicurezza, non è formalmente parte del quartetto del Medio Oriente, composta da Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite. La Cina deve ancora esercitare un ruolo decisivo nella risoluzione del conflitto arabo-israeliano. Anche se è stata più comprensiva nei confronti di Hamas, Hezbollah ed altri gruppi di resistenza, la Cina si oppone al terrorismo come mezzo per perseguire obiettivi politici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>La competizione strategica Cina-Usa</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La spinta della Cina verso il Medio Oriente è un&#8217;estensione calcolata del suo nascente status globale. Già principale alleato dell&#8217;unica potenza nucleare musulmana – il Pakistan – la Cina sta approfondendo i suoi legami con il principale nemico degli Stati Uniti nella regione, l&#8217;Iran, mentre cerca di accattivarsi i principali alleati degli Stati Uniti. Di conseguenza, il sostegno della Cina ha incoraggiato l&#8217;atteggiamento di sfida dell&#8217;Iran ed ha diminuito le prospettive di dure sanzioni. I critici statunitensi della Cina, in particolare negli ambienti di destra, vedono la Cina come un concorrente strategico piuttosto che come un partner strategico, e sono profondamente preoccupati per la crescente influenza cinese in Medio Oriente. Essi vedono i crescenti legami della Cina con le potenze regionali – come l&#8217;Iran, l&#8217;Arabia Saudita, la Siria, e l&#8217;Egitto – come una sfida diretta al controllo statunitense sulle riserve strategiche di energia nella regione e sono preoccupati soprattutto per le esportazioni cinesi di materiale militare strategico, come i missili balistici, ai suoi alleati nella regione. Essi ritengono che la Cina stia bloccando i tentativi di isolare l&#8217;Iran e rafforzando le forze antiamericane nell&#8217;area, minando quindi il potere degli Stati Uniti nella regione.</span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Invece di supplicare praticamente il sostegno della Cina”, scrive l&#8217;ex rappresentante degli Stati Uniti per l&#8217;ONU John Bolton, “l&#8217;America dovrebbe prendere le proprie decisioni per fare il necessario per impedire ciò che ora sembra quasi inevitabile in assenza di un attacco militare israeliano: un Iran dotato di armi nucleari”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Cina si è inoltre opposta all&#8217;espansione militare statunitense nel Golfo Persico e all&#8217;avventurismo militare in Iraq e in Afghanistan. Essa ha descritto gli Stati Uniti come una fonte di destabilizzazione nella regione. La Cina ha anche ripetutamente criticato i piani statunitensi per sanzionare ed isolare il Sudan per le accuse di genocidio, invece di chiedere una soluzione pacifica del problema. In generale, la Cina vede le sanzioni come un mezzo controproducente ed inefficace per un cambiamento politico. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli Stati Uniti restano la potenza militare dominante nel mondo. Ma, mentre pagano un prezzo pesante – materialmente ed ideologicamente – nelle loro guerre in Medio Oriente e lottano con un&#8217;economia nazionale in crisi, gli Stati Uniti vedono come la Cina si stia posizionando al centro della politica regionale e stia estendendo rapidamente i suoi investimenti, le sue relazioni commerciali e militari con potenti attori regionali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Disponendo di molta liquidità ed influenza, Pechino sta cambiando l&#8217;equilibrio di potere regionale anche se è un nuovo arrivato in Medio Oriente. Washington, intanto, è troppo distratta dalle sue guerre per fare qualcosa di più che osservare gli spostamenti tettonici. </span></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">(traduzione di Silvia Bianchi)</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong><span style="font-size: medium;">* Richard Javad Heydarian è un opinionista iraniano ed analista degli sviluppi in Medio Oriente. Risiede a Manila.</span></strong></em></span></p>
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		<title>La &#8220;normalizzazione&#8221; del Giappone: reazione degli Usa verso i Paesi &#8220;emergenti&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 19:15:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il cambio di governo giapponese rientra in una tentata “normalizzazione" attuata dagli Usa; allo stesso modo ci si potrebbe aspettare una “normalizzazione” nei rapporti con la Turchia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4512/la-normalizzazione-del-giappone-reazione-degli-usa-verso-i-paesi-emergenti" title="La &#8220;normalizzazione&#8221; del Giappone: reazione degli Usa verso i Paesi &#8220;emergenti&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zobamma.ehwx2monasoog4cs4w08kc8s8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="La &#8220;normalizzazione&#8221; del Giappone: reazione degli Usa verso i Paesi &#8220;emergenti&#8221;" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Il 4 giugno 2010, infine, il premier giapponese Hatoyama ha presentato le dimissioni e nell’arcipelago nipponico si è proceduto alla nomina del sostituto, Naoto Kan, e di nuovi 11 ministri.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La parabola dell’ex premier si è quindi conclusa dissipando in poco tempo l’enorme appoggio popolare che ne aveva salutato l’elezione otto mesi orsono: il principale obiettivo che aveva reso possibile quella vittoria era l’impegno di chiudere la base militare di Okinawa e ripensare i rapporti con Washington divenuti intollerabili, per peso economico e sudditanza politica, per la popolazione giapponese.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel febbraio il premier Yukio Hatoyama aveva promosso una commissione d’inchiesta per indagare sui patti segreti firmati da Giappone e Usa dopo la fine della seconda guerra mondiale – con l’obiettivo di ripensare la sclerotica politica estera (1) &#8211; ed in aprile una grande manifestazione effettuata proprio ad Okinawa aveva ricordato al Governo democratico la promessa fatta nel 2009 esprimendo altresì la contrarietà ad un semplice spostamento della base americana in un’altra zona dell’isola (2). L’impossibilità di raggiungere questo obiettivo ha portato alle dimissioni del primo ministro ed alle dichiarazioni del suo sostituto, che ha subito assicurato gli Usa sulla volontà giapponese di rispettare i patti con gli Stati Uniti e quindi di essere favorevole alla ri-localizzazione della base di Futenma. Infatti a fine maggio l’ormai ex premier aveva dovuto annunciare quella che è ritenuta una vittoria per l’amministrazione Obama, ossia il semplice spostamento della base al nord dell’isola, provocando nuove manifestazioni di disapprovazione e gli ormai classici “Usa go home” lo avevano accolto nel suo secondo viaggio sull’isola.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ha influenzato la vicenda, oltre alla classica debolezza con cui il Giappone si rapporta agli Usa, anche un controverso incidente avvenuto nella notte del 26 marzo davanti alle acque territoriali della Corea del Nord: le agenzie occidentali hanno riportato l’affondamento di una corvetta sud-coreana ad opera di un sottomarino di Pyongyang: il problema però è che quella stessa notte era in corso una esercitazione militare navale congiunta Usa-Corea del Sud, e sembra dubbio – anche ad una firma del Washington Post (3) – che durante un simile dispiegamento di forze (quasi una provocazione allo stato nord-coreano, vista la vicinanza al suo spazio), un sottomarino possa essersi avvicinato senza essere notato dagli avanzati radar ed abbia potuto abbattere una corvetta fra l’altro utilizzando un missile tedesco (La Corea del Nord non utilizza quel tipo di armamenti). Comunque sia è evidente come il ventilato pericolo nord-coreano risponda alla logica dall’amministrazione statunitense e venga utilizzato come spauracchio nelle relazioni con il Giappone (e nell’area), non essendoci più “l’impero del male” sovietico con cui giustificare il dispiegamento delle proprie basi militari.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Eppure il dispiegamento di basi è ancora oggi necessario dal punto di vista degli Stati Uniti: l’espansionismo è la caratteristica principale della politica estera Usa e risponde alla funzione di difendere il sistema “occidentale” nato dalla seconda guerra mondiale &#8211; formato da tutto l’apparato “nord-atlantico” e “universale” basti pensare a FMI, Banca Mondiale, WTO -  contro le sfide che gli altri “attori egemoni”  Cina, India, Russia gli stanno ponendo, mettendo in discussione l’unipolarismo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Insieme alla crisi interna ed al troppo esteso dispiegamento di forze “imperialiste”,  a mettere in pericolo l’egemonia nord-americana sono i rapporti con i Paesi che il direttore della rivista “Eurasia” Tiberio Graziani, annovera fra gli “attori emergenti”(4) e fra i quali per quanto riguarda il continente eurasiatico rientrano Giappone e Turchia. Ora pare evidente come ci troviamo proprio nel momento in cui questi due Stati sono al centro del ciclone dei rapporti internazionali; le intenzioni di allontanarsi da un troppo stringente controllo della potenza di riferimento, ormai fuori tempo negli squilibri multipolari che si stanno affacciando all’orizzonte, ha portato tali Stati a porre in essere scelte autonome provocando così la reazione degli Stati Uniti. Il cambio di governo giapponese rientra quindi in una tentata “normalizzazione&#8221;, che nella evoluzione delle attuali relazioni internazionali non potrà essere definitiva; allo stesso modo ci si potrebbe aspettare una “normalizzazione” nei rapporti con la Turchia, che sta subendo, specie dopo il dialogo con l’Iran, una destabilizzazione interna che comunque viene da lontano; Ankara, infatti, dopo essere stata un baluardo della Nato vicino al cuore dell’Eurasia, si sta smarcando da tale ruolo e punta a diventare un potenza regionale fondamentale nei rapporti fra Europa,  Asia e vicino oriente.</span></span></p>
<p><span>Note:</span></p>
<p><span>1)</span><span> </span><a href="http://www.eurasia-rivista.org/3072/giappone-desecretati-i-patti-clandestini-imposti-dagli-usa"><span>http://www.eurasia-rivista.org/3072/giappone-desecretati-i-patti-clandestini-imposti-dagli-usa</span></a></p>
<p><span>2)</span><span> </span><a href="http://www.eurasia-rivista.org/3960/okinawa-in-piazza-contro-la-base-usa"><span>http://www.eurasia-rivista.org/3960/okinawa-in-piazza-contro-la-base-usa</span></a></p>
<p><span>3)</span><span> </span><a href="http://blog.washingtonpost.com/spy-talk/2010/05/asian_analysts_question_korea_torpedo_incident.html?hpid=news-col-blog"><span>http://blog.washingtonpost.com/spy-talk/2010/05/asian_analysts_question_korea_torpedo_incident.html?hpid=news-col-blog</span></a></p>
<p><span><em>4)</em><em> </em>“<em>La categoria degli attori emergenti raggruppa, invece, quelle nazioni che, valorizzando particolari atout geopolitici o geostrategici, cercano di smarcarsi dalle decisioni imposte loro da uno o da più membri del ristretto club del primo tipo. Mentre lo scopo immediato degli emergenti consiste nella ricerca di una autonomia regionale e, dunque, nell’uscita dalla sfera d’influenza della potenza egemone, da attuarsi principalmente mediante articolate intese ed alleanze regionali, transregionali ed extra-continentali, quello strategico è costituto dalla partecipazione attiva al gioco delle decisioni regionali e persino mondiali”</em></span></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare"><span>http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare</span></a></p>
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		<title>Avanza l&#8217;alleanza tra Arabia Saudita &#8211; Cina</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 08:09:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4503/avanza-lalleanza-tra-arabia-saudita-cina" title="Avanza l&#8217;alleanza tra Arabia Saudita &#8211; Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/china_saudi_arabia_locator1.1m6sajsrk4dcgscg88cg0csk4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="Avanza l&#8217;alleanza tra Arabia Saudita &#8211; Cina" ></div></a>Fonte: http://www.realclearworld.com/ 7 aprile 2010 Mentre l&#8217;influenza di Washington nel mondo e nel Medio Oriente diminuisce, i paesi del Golfo si stanno liberando dal loro tradizionale orientamento verso la dipendenza dagli Stati Uniti. La supremazia politica ed economica dell&#8217;America nella regione, che data dal dopoguerra, è minacciata a causa della propria politica estera, ma anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4503/avanza-lalleanza-tra-arabia-saudita-cina" title="Avanza l&#8217;alleanza tra Arabia Saudita &#8211; Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/china_saudi_arabia_locator1.1m6sajsrk4dcgscg88cg0csk4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="Avanza l&#8217;alleanza tra Arabia Saudita &#8211; Cina" ></div></a><p>Fonte: http://www.realclearworld.com/ 7 aprile 2010 </p>
<p>Mentre l&#8217;influenza di Washington nel mondo e nel Medio Oriente diminuisce, i paesi del Golfo si stanno liberando dal loro tradizionale orientamento verso la dipendenza dagli Stati Uniti. La supremazia politica ed economica dell&#8217;America nella regione, che data dal dopoguerra, è minacciata a causa della propria politica estera, ma anche dalla crescita di importanza delle potenze emergenti. Nessun paese ha capitalizzato su tale mutamento più della Cina, che coerentemente con le sue azioni a livello globale, si è votata assertivamente a rafforzare i suoi legami con la regione del Golfo, in generale, e in particolare con la sua potenza economica e politica più importante, l&#8217;Arabia Saudita. </p>
<p>Le radici dell’alleanza Cina-Arabia Saudita<br />
Dal punto di vista cinese, la sicurezza energetica pone al centro le relazioni bilaterali con l&#8217;Arabia Saudita, come è stato nel caso di molti delle più importanti relazioni strategiche della Cina, negli ultimi dieci anni. La Cina ha adottato una politica a più livelli, ideata per acquisire e garantire l&#8217;approvvigionamento energetico a lungo termine, diversificando le proprie fonti di petrolio e gas, impegnandosi nella &#8216;diplomazia energetica&#8217; e a stabilire delle riserve di energia. Con le più grandi riserve di petrolio del mondo, l&#8217;Arabia Saudita è destinata a svolgere un ruolo importante nella politica energetica cinese.<br />
Il Regno ha dimostrato la sua intenzione di adottare un approccio indipendente negli affari globali, più di 20 anni fa, con i colloqui tra l&#8217;ex Unione Sovietica e i ribelli afgani nel 1988. Cina e Arabia Saudita hanno firmato un memorandum d&#8217;intesa e hanno aperto uffici commerciali nei reciproci altri paesi quell&#8217;anno, che ha portato alla istituzione formale di relazioni diplomatiche bilaterali. Le loro relazioni sono cresciute costantemente da allora. Just as China has been vociferous in its pursuit of a deeper relationship with the region, Saudi Arabia has been the most assiduous in the region in cultivating a stronger relationship with China. Si è vociferato che proprio con la Cina, nella sua ricerca di un rapporto più profondo con la regione, l&#8217;Arabia Saudita è stata la più assidua, nella regione, a coltivare il rapporto più forte. Per questo motivo, l&#8217;Arabia Saudita, dall’11 settembre 2001, è stata percepita con sospetto dagli USA – già durante gli anni di Bush. La prima visita all&#8217;estero del re Abdullah, dopo l’ascesa al trono, è stata in Cina. E il presidente Hu ha compiuto due visite in Arabia Saudita, nel giro di tre anni.<br />
L’Arabia Saudita volge lo sguardo sull’Asia con maggior fervore, negli ultimi dieci anni, riconoscendo che la sete del Giappone per il petrolio, combinata con la crescita economica e la crescente influenza sull&#8217;economia mondiale della Cina e dell&#8217;India, ha fatto sì che l&#8217;Asia sostituirà il Nord America e l’Europa come il più grande consumatore di petrolio saudita. Nel 2009, le esportazioni di petrolio saudita negli Stati Uniti è scesa a 989.000 barili al giorno &#8211; il livello più basso in 22 anni, oltre un terzo in meno rispetto al 2008. Per contro, le esportazioni di petrolio verso la Cina sono raddoppiate tra il 2008 e il 2009, a più di un milione di barili al giorno. Il Regno fornisce attualmente un quarto di tutte le importazioni di petrolio della Cina. L&#8217;importanza economica reciproca non può quindi essere esagerata.<br />
Un aumento sostanziale delle esportazioni cinesi verso l&#8217;Arabia Saudita, si è verificata dopo il 2000, quando i prodotti cinesi sono diventato più competitivi. In conseguenza all’ascesa dei prezzi del petrolio, nella prima parte dello scorso decennio, l&#8217;appetito dell&#8217;Arabia Saudita per i prodotti cinesi è aumentato drammaticamente. Tra il 2002 e il 2004, le importazioni dalla Cina nell&#8217;Arabia saudita, sono balzate del 160 per cento &#8211; un tasso di crescita non eguagliata da nessun altro paese durante questo periodo, in termini di valore. Nel 2006, il presidente cinese Hu ha dichiarato la volontà di incrementare il commercio bilaterale tra i due paesi a 150 miliardi di rial, entro il 2010. Dal 2008, le esportazioni saudite hanno raggiunto i 116 miliardi di rial, e le importazioni dalla Cina hanno raggiunto i 40 miliardi di rial, mentre il volume di petrolio esportato dal Regno saudita in Cina, ha raggiunto i 720 mila barili al giorno.<br />
La domanda di petrolio della Cina dovrebbe crescere di quasi un milione di barili al giorno, nel corso dei prossimi due anni, con il consumo complessivo di petrolio che è quasi raddoppiato tra il 2000 e il 2009 (a 8,5 milioni di barili al giorno). La Cina rappresenta un terzo del consumo mondiale di petrolio nel 2010. Così, mentre il consumo di petrolio della Cina è ancora solo la metà di quella degli Stati Uniti (a 18,5 milioni di barili al giorno), l’Arabia Saudita sa che è solo questione di tempo prima che la Cina ne diventi il principale consumatore. Il Regno sta riorientando la politica estera ed energetica, per adattarsi a tale eventualità.<br />
Il Regno saudita è già un partner commerciale della Cina, nel Grande Medio Oriente, e la Cina è il quarto più grande importatore dall&#8217;Arabia Saudita e il quinto più grande esportatore, in generale. I prodotti industriali cinesi stanno sempre più sostituendo le merci occidentali nei mercati dell’Arabia saudita, cosa che influisce nell&#8217;atteggiamento saudita per quanto riguarda l&#8217;importanza relativa della Cina &#8211; e quindi dell&#8217;Occidente &#8211; nei rapporti strategici di lungo termine. Se la Cina firma un accordo di libero scambio con il GCC, l&#8217;importanza percepita della Cina in tutta la regione, crescerà. </p>
<p>Attualità<br />
La verità è che molti, nel GCC, si sono stancati delle pressioni degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, e percepiscono l’ingerenza statunitense negli affari interni. Molti Stati del Golfo trovano che i loro rapporti in evoluzione con la Cina, siano di sollievo, in quanto la Cina &#8211; che essa stessa è oggetto della percepita ingerenza statunitense negli affari interni &#8211; tende a non fare lo stesso con i suoi partner commerciali. Ma i cordiali rapporti della Cina con gli Stati del Golfo non sono privi di punti sensibili. In particolare, la repressione dei musulmani nella provincia della la Cina dello Xinjiang, hanno complicato il dialogo politico con gli Stati della regione. Gli attivisti religiosi nel Golfo, tendono a tracciare un parallelo tra Xinjiang, Gaza, e Kashmir. In ultima analisi, la forza delle relazioni economiche della regione con la Cina, dominerà le sue relazioni politiche con la Cina, e gli eventuali disaccordi sulle politiche statali, avrà il contrappeso necessario per garantire che le relazioni, regionali e bilaterali, restino cordiali e sulla strada giusta.<br />
Presumendo che l&#8217;acquisto di petrolio resti centrale per la politica economica ed estera della Cina, non passerà molto tempo prima che la Cina porterà il suo rapporto con l&#8217;Arabia Saudita, a un altro livello. Se vorrà trasformare il proprio rapporto, da quello di un corteggiatore un po&#8217; schivo, verso un impegno più formale. Per fare ciò, si deve scegliere tra lavorare entro i confini del paesaggio diplomatico post-Guerra Fredda, predisposto dagli Stati Uniti, o impugnare tale ordine in modo audace. Facendo questo, si potrebbe rompere il secolare predominio che  gli USA e dei suoi alleati, hanno avuto sulle relazioni diplomatiche del Golfo, e consentire alla Cina di iniziare, veramente, a plasmare le sue relazioni bilaterali e regionali a propria immagine. Questa scelta può avvenire prima di quanto la Cina, o l&#8217;Occidente, possano immaginare, poiché il potere politico della Cina ha, per molti aspetti, già superato il suo potere economico – e qualche sapientone non riesce a comprenderlo. Per esempio, la Cina ha scatenato un&#8217;ondata fiscale e diplomatica, nel tentativo di proteggere le risorse economiche in Africa, per la maggiore parte del decennio.<br />
Ma questo sarebbe una cosa che la Cina oggi cerca? Spezzando lo status quo ante e disfacendo un secolo di storia e di influenze, comporterebbe enormi sforzi in termini di persuasione, generosità fiscale, influenza commerciale e creazione di rapporti. L&#8217;Africa è stata una noce relativamente facile da rompere – molte delle nazioni africane hanno bisogno dei soldi e delle infrastrutture che la Cina ha fornito, e hanno seguito la Cina semplicemente per il fatto che, essa, ha perseguito un rapporto con loro. Ma il Golfo non ha bisogno dei soldi della Cina, o delle sue infrastrutture, e generalmente non è così facilmente accomodante in simili aperture.<br />
Così, di cosa la Cina avrebbe bisogno di fare, per far compiere una simile impresa nel Golfo? Sarebbe necessario sostituire l&#8217;ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, che hanno così attentamente costruito nel corso degli ultimi 60 anni. Chiaramente, questo non è qualcosa che sarà facile da realizzare &#8211; se si può fare. La Cina non è una potenza navale mondiale, anche se Pechino sta costruendo le sue capacità a tal proposito &#8211; attraverso la protezione del trasporto marittimo internazionale contro i pirati somali, proprio al largo delle coste dell’Arabia Saudita, nel Mar Rosso. Ma ha proiettato la sua potenza militare nel Golfo dagli anni ’80, attraverso la proliferazione dei missili e la vendita di armi. L’Arabia Saudita ha acquistato missili a raggio intermedio CSS-2 dalla Cina, nel 1988, sollevando sospetti, allora, circa le ambizioni nucleari del Regno saudita. La Cina rispondeva a una necessità strategica del Regno, che gli USA non avrebbero accettato di soddisfare. Gli Stati Uniti hanno continuato a commisurare il loro sostegno militare a favore del Regno, con i suoi imperativi strategici con Israele &#8211; qualcosa che la Cina non ha e non farà. </p>
<p>Implicazioni<br />
Il comportamento cinese nel Golfo è dettato principalmente da due fattori potenzialmente contraddittori. Uno, Uno, la Cina ha ritrovato lo status di &#8216;stato-pilastro&#8217;, che favorisce un regime di stabilità. Ma questo è un po&#8217; in contrasto con la tendenza della Cina ad aprirsi la sua strada nei rapporti che ritiene importanti, e alla sua storia di dettare le condizioni alle quali affronterà i temi ritenuti di importanza cruciale. La Cina, inoltre, sta ancora cercando il suo posto sulla scena mondiale e, a volte, gestisce goffamente le relazioni bilaterali. L&#8217;altra è la ricerca cinese per l&#8217;energia, alla luce della sua esplosione economica, il perseguimento opportunistico che può portare la Cina ad avere un&#8217;influenza destabilizzante nel Golfo. L&#8217;Arabia Saudita ha fatto capire che può aumentare le forniture di petrolio alla Cina in tempi di crisi militare, cosa che potrebbe spingere la Cina a oltrepassare la sua presenza nel Golfo, e altrove.<br />
Per ora, l&#8217;Arabia Saudita non mancherà di tenere il piede nelle due staffe statunitense e cinese, ritenendo che i propri interessi, a lungo termine, sono ben serviti dal mantenere i vantaggi comparativi offerti da entrambe le nazioni. Detto questo, il pendolo si sta chiaramente spostando verso il campo cinese. Nel tempo, come i legami economici del Regno saudita con la Cina cresceranno più decisamente, il loro rapporto militare si espanderà. Quando potenza militare della Cina corrisponderà la sua potenza politica ed economica a livello mondiale, diventerà il più forte alleato militare dell&#8217;Arabia Saudita. Tuttavia, un potenziale ostacolo si trova nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). Se la SCO porterà l&#8217;Iran da osservatore a stato membro, il calcolo potrebbe cambiare, con Pechino, e Mosca, che arrivano nel Golfo Persico attraverso la porta iraniana.<br />
Nel complesso, le forti relazioni commerciali della Cina con l&#8217;Arabia Saudita, e il suo acerrimo rivale, l’Iran, sono anteriori alla guerra in Iraq, ma il nuovo panorama geo-strategico creato dall’Iraq, dall’Iran e dall’AFPAK, ha cambiato le dinamiche dei rapporti. Con l&#8217;Arabia Saudita contrariata dagli effetti della politica statunitense in Iraq, e dal silenzioso tentativo di allentare la morsa degli Stati Uniti su di esso, e con l&#8217;Iran che, desideroso di puntellare un sostegno contro una potenziale aggressione degli Stati Uniti, che premono per la questione delle sue capacità nucleari, si appresta a riempire anticipatamente il vuoto in Iraq, dopo il ritiro degli Stati Uniti, entrambi i paesi hanno interesse a coltivare i rapporti con la Cina. Allo stesso tempo, la Cina ha attivamente perseguito i suoi interessi energetici in Iraq e, in particolare, nella regione curda, con politiche che apparentemente inaspriscono il separatismo curdo. La Cina sta rapidamente diventando quella potenza regionale che Riyadh ha riconosciuto più di due decenni fa. </p>
<p>Daniel Wagner è un ricercatore temporaneo presso l’Istituto di Analisi Militare per il Vicino Oriente e del Golfo (INEGMA).<br />
Theodore Karasik  è Direttore per la Ricerca e lo Sviluppo dell’INEGMA. </p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio </p>
<p>http://www.aurora03.da.ru</p>
<p>http://sitoaurora.altervista.org</p>
<p>http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/</p>
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