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Dove va la Turchia? Intervista ad Aldo Braccio

Turchia :::: Enrico Galoppini :::: 12 novembre, 2011 ::::  
Dove va la Turchia? Intervista ad Aldo Braccio

Fonte: “European Phoenix

 

Europeanphoenix incontra Aldo Braccio, turcologo, studioso della Turchia contemporanea e redattore della rivista di Studi Geopolitici “Eurasia”, autore di vari saggi ed articoli pubblicati sia sulla rivista che sul suo sito. Di recente pubblicazione è il suo “Turchia ponte d’Eurasia – Tra Mediterraneo e Asia centrale il ritorno di Istanbul sulla scena internazionale”: http://turchiapontedieurasia.blogspot.com/ 

Per prima cosa, poiché la storia e la geografia sono fondamentali per comprendere il presente, ti chiedo di descriverci in sintesi come si giunge all’attuale Repubblica di Turchia, i cui confini corrispondono all’incirca con quelli dell’Anatolia, già bizantina, greca, ittita eccetera… I turchi, in senso lato, si trovano infatti anche in Asia centrale, fin all’interno della Repubblica popolare cinese (Turkestan orientale, o Xinjiang)… Per di più, i popoli turcofoni non sono stati tra i musulmani della prim’ora. Eppure, oggi, dici “Turchia” e subito si pensa ad una realtà più ristretta di quella che in realtà è se si considera lo spazio che da Istanbul arriva fino al Turkestan più estremo. Sarebbe inoltre opportuno che, descrivendoci questo processo storico che ha condotto all’attuale situazione per cui i “turchi” vengono percepiti in Occidente unicamente “gli abitanti della Turchia”, ci parlassi della forza e del ruolo che, concretamente, al di là di vaghe aspirazioni, può avere un ideale “panturanico” nell’attuale scenario geopolitico mondiale.

I turchi, come giustamente rilevi, hanno avuto una dimensione storica e geografica che va molto al di là del territorio anatolico. Provenienti, a quanto ne sappiamo, dalle regioni settentrionali dell’Eurasia, dalla taiga siberiana, ove praticavano lo sciamanesimo (la prima parola turca che conosciamo è “Tengri”, il grande Dio celeste), essi si sono trasferiti nel cuore dell’Asia, approssimativamente nella Mongolia centroccidentale e nella zona verso il grande lago Balhash. Storicamente il loro territorio di irraggiamento, la loro “capitale” è l’Őtuken, la foresta sacra situata nella Mongolia settentrionale, loro effettiva patria d’origine (“non c’è mai stato niente di superiore ad essa – se ci abiti, sarai per sempre detentore di un impero eterno”, recita un loro canto). Popolo nomade per eccellenza – o meglio: insieme di popoli nomadi – i turchi sono entrati in contatto, spesso dominandoli, con innumerevoli popolazioni: cinesi, iraniane (con cui lo scambio culturale è stato particolarmente rilevante), indiane, centroasiatiche, europee, mediterranee. Con le dovute eccezioni storiche, si può dire che le relazioni fra turchi e… resto del mondo si sono generalmente manifestate in un clima di relativa tolleranza, in particolare religiosa. La successiva adesione all’Islam è anch’essa avvenuta senza traumi e in un quadro di rispetto per le altre forme religiose. Tra arabi e turchi, in particolare, la religione islamica ha favorito un positivo matrimonio, anziché una deflagrazione. Oggi comunque – terminata una grande storia, una vera epopea – i turchi sono essenzialmente percepiti come gli abitanti della repubblica di Turchia, ed è probabilmente giusto che sia così; di popoli turcofoni ce ne sono ovviamente anche altri, ma l’ideale panturanico non può andare al di là di un importante richiamo culturale e dello stringere relazioni di carattere politico e commerciale. Esso può però servire a compattare e rendere più salda e solidale un’area strategica fondamentale se saprà collocarsi all’interno di una più grande realtà e comunità di popoli che ovviamente non è solo turca: una realtà eurasiatica, in prospettiva, una realtà inclusiva ma di rispetto delle caratteristiche proprie di ogni popolo.

 

A questo punto la domanda sorge spontanea: in che misura, concretamente, l’attuale dirigenza turca si sta muovendo in un’ottica “eurasiatista”, di una auspicabile “pax eurasiatica” in armonia con gli altri poli regionali dell’Eurasia, e quanto, invece, sta perseguendo un disegno egemonico a tutto campo? Intendo dire che ad un certo punto il rischio è quello d’entrare in rotta di collisione con altri poli regionali dell’Eurasia (penso all’Iran, all’Egitto, e addirittura alla Russia, visto che sulla Siria la Turchia sta premendo non poco)… Nel Vicino Oriente l’influenza turca, anche come “modello”, è tangibile, e nel Mediterraneo la Turchia non nasconde la sua volontà espansionistica, dalla Tunisia all’Egitto, passando per la Libia (subitaneo riconoscimento del nuovo regime), per non parlare dell’annosa questione cipriota… E poi abbiamo l’influenza turca nei Balcani, fino all’Albania e alla Bosnia… E come si sposa questa “grande politica” con l’appartenenza della Turchia alla Nato?

Certamente dalla Turchia giungono segnali contraddittori a fronte di una situazione complessa e della non sempre coerente applicazione dei principi di “profondità strategica” sanciti dal suo ministro degli Esteri Davutoğlu. Fu proprio lui a elaborare, nel suo saggio fondamentale Stratejik Derinlik, scritto quando ancora era solo un accademico, le linee geopolitiche che ribaltavano il passato puramente atlantista e “occidentale” della politica estera turca. L’epoca della Guerra Fredda veniva definitivamente accantonata e l’esigenza di buoni rapporti con i Paesi vicini affermata con forza, nel quadro di una politica equidistante fra Europa e Asia (“La Turchia è un Paese tanto europeo quanto asiatico, tanto balcanico quanto caucasico, tanto mediorientale quanto mediterraneo”). Non si può negare che la nuova politica turca riproponga in qualche modo una visione del mondo che fu quella del lungimirante Impero Ottomano, nel senso che cerca di affidare alla Turchia una funzione  sovrana e centrale atta a riequilibrare spinte provenienti dall’esterno, armonizzandole e compensandole: e ciò vale anche sul piano interno, dove aperture significative si sono avute sulla questione curda e in parte su quella armena.

Ma se i presupposti sono buoni, e se dal 2002 (prima grande vittoria elettorale dell’AKP) molti passi sono stati fatti su questa strada (ricordiamo soprattutto le ristabilite positive relazioni con l’Iran e con la Russia, la mancata partecipazione alla guerra di aggressione contro l’Iraq, la coraggiosa difesa dei palestinesi e il distacco dalla politica bellicista e coloniale di Israele), certamente rimangono aspetti di segno contrario, prese di posizione alquanto deludenti. Hai giustamente sottolineato la permanenza di Ankara all’interno della NATO: questo comporta una maggiore difficoltà di svolgere un ruolo autonomo, considerata anche la presenza di vertici militari da sempre molto legati all’Occidente a guida statunitense, ideologicamente e operativamente massoni e filosionisti. Questi ambienti si sono distinti per continui colpi di Stato e pressioni addirittura di stampo terroristico, così come certa alta magistratura ha condotto una guerra continua – a base di cancellazione dall’oggi al domani di partiti grandi e piccoli e di altri provvedimenti giudiziari –  contro i settori politici meno allineati. Fatto sta che la politica internazionale turca ha talora assunto posizioni gravemente confliggenti con i suoi presupposti teorici: cito il caso del Kosovo e, oggi o appena ieri, quelli della Libia e della Siria. Nella previsione  – alquanto cinica –  di un rapido ribaltamento dei rispettivi regimi e dell’instaurazione di governi più compiacenti verso l’Occidente, Ankara sta introducendo gravi motivi di tensione proprio nel rapporto con quegli Stati – Iran e Russia – che sono essenziali per l’equilibrio e l’autonomia dell’intera area di cui la Turchia fa parte. Particolarmente miope è l’incomprensione nei confronti della Siria, ove un terrorismo armato sfacciatamente organizzato e sostenuto dai soliti mestatori (USA, GB, Francia, Israele) sta innestando in maniera folle una situazione esplosiva, anche perché Russia e forse anche Cina non sembrano, stavolta, disposti alla politica dello struzzo: senza contare l’allarme che la vicenda ovviamente suscita in Iran, Paese con il quale la Turchia ha tuttora buoni rapporti. Diversa è la situazione per Cipro, ove è ora Israele a soffiare sul fuoco, dopo aver recuperato un’intesa strategica con la disastrata Grecia a danno della Turchia: certo una soluzione della questione cipriota è auspicabile sia per i greci che per i turchi, ma questa potrà presumibilmente avvenire solo nella prospettiva della cessazione della freddezza/ostilità della UE nei confronti del Paese “ponte d’Eurasia”.

A proposito di Unione Europea, che cosa ci puoi dire sulla questione “Turchia dentro, Turchia fuori”? Tempo addietro avevo abbozzato una breve analisi del problema, che a mio avviso è posto male (leggi qua). Oggi avverto un progressivo disincanto della stessa Turchia, nello specifico della sua nuova classe dirigente “islamica”, rispetto alla prospettiva di un ingresso nell’UE. Pensiamo solo a come vengono massacrati i cosiddetti “PIIGS” dall’eurocrazia che esegue pedissequamente i dettami dell’élite finanziaria che detiene le leve del potere in Europa. Una Turchia – un ‘carattere’ turco! – gelosa della propria sovranità nazionale (ma che comunque, ricordiamolo, sta ancora nella Nato), potrebbe mai accettare le cessioni di sovranità ‘necessarie’ per far parte dell’Unione Europea? E come mai gli sponsor di questa operazione, oggi per la verità piuttosto silenti, erano invariabilmente di stretta ‘osservanza atlantica’? Non è che con questa “polpetta avvelenata” s’intendeva depotenziare la Turchia togliendola dal suo alveo naturale?

È difficile non concordare sul fatto che l’Unione Europea rappresenti oggi un vero e proprio disastro per l’Europa, le sue tradizioni e il suo avvenire. Un’entità priva di autentica sovranità politica, abbandonata alla predazione di speculatori finanziari, e, per quanto riguarda i rapporti internazionali, succube dei diktat americani. I turchi si rendono conto di ciò, anche a livello di opinione pubblica, e risultano ora più freddi – tutti i sondaggi lo confermano – sull’ipotesi di adesione all’UE. D’altra parte, anche per l’incredibile lungaggine della procedura di ammissione, viene certamente percepita  la diffidenza, perfino l’ostilità europea nei loro confronti, e vissuta da alcuni come una sfida da vincere, da altri come un buon motivo per rinunciare. Prescindendo da questioni di carattere geopolitico – importanti, e su cui poi tornerò – si può dire che il banco di prova della Turchia in Europa è il banco di prova dell’Islam in Europa, e come tale è vissuto da molti europei. La Turchia dell’AKP è avvertita come il tramite privilegiato di una malintesa “invasione islamica”, confusa spesso subdolamente con la questione immigratoria, che a sua volta nulla ha a che fare con l’Islam ma è invece uno dei tanti frutti marci della globalizzazione, la vera responsabile dello sradicamento dei popoli. L’ostilità verso la Turchia è in realtà l’ostilità verso l’Islam, ossia verso una forma tradizionale e religiosa legittima che è vissuta con fastidio e rancore da questo Occidente superficiale e desacralizzato, sedicente pacifista ma guerrafondaio. In questo senso l’integrazione della Turchia in Europa non sarebbe un pericolo ma un arricchimento, uno stimolo a uscire dalla piatta e orizzontale dimensione “atlantica” in cui versa l’UE. Inoltre – e qui torniamo a considerazioni di ordine geopolitico – il Paese anatolico costituisce (dopo la penisola iberica, quella italiana e quella greco-balcanica) la quarta grande penisola proiettata nel Mediterraneo, e il tramite attraverso cui possono pervenire nel nostro continente i ricchissimi approvvigionamenti energetici del Caspio e delle zone limitrofe; ma anche l’intermediario autorevole verso altre realtà asiatiche, come l’Iran, e verso le nazioni arabe. Bisognerebbe anche ricordare che – storicamente – la Turchia è sempre stata in relazione con l’Europa, costituendo l’arco di volta di imperi che – da Alessandro Magno in poi – abbracciavano tanto l’Europa che l’Asia. Certamente poi – come hai osservato – nelle intenzioni degli agitprop “occidentali” e atlantisti l’ammissione di Ankara nell’UE aveva lo scopo di uniformarla ai dettami della globalizzazione snaturandone i lineamenti essenziali, a partire dall’Islam per arrivare, ad esempio, alla concezione tradizionale della famiglia e alla poca propensione a indebitarsi con gli organismi finanziari internazionali (propensione che era invece ben presente in passato, nella “Turchia sentinella dell’Occidente”). Poiché ci troviamo in un momento piuttosto complesso e contraddittorio della politica estera turca – per dire : da una parte l’allontanamento da Israele, dall’altra la grave incomprensione della questione siriana – non si capisce bene chi eventualmente – in caso di ammissione di Ankara all’UE –  mangerà la polpetta avvelenata, se la Turchia o gli ambienti atlantisti europei.

Mi servi la domanda sul piatto: come interpretare l’atteggiamento della Turchia nei confronti della Siria? Di prim’acchito appare sbalorditivo il fatto che Ankara operi tutte queste pressioni su Damasco (pare vi siano stati addirittura degli scontri armati al confine)… Credi che tali pressioni siano “a fin di bene”, per aiutare la Siria ad uscire dall’empasse? Oppure per prepararsi un vantaggio, giocando d’anticipo, in vista di un prossimo attacco “Occidentale” (il virgolettato è sempre più d’obbligo, poiché tra i “liberatori” della Libia vi sono anche gli Stati del Golfo da sempre alleati di Usa e Gran Bretagna)? La Turchia potrebbe infatti aver paura che da un attacco alla Siria possa nascere un “Kurdistan indipendente”, perennemente ostile, comprensivo dei territori del nord dell’Iraq, in cui, tra l’altro, l’esercito turco è attivo militarmente per fronteggiare le milizie foraggiate dagli occidentali.
La Turchia ha inoltre deluso i fautori della “causa palestinese” imbarcatisi sulla Freedom Flotilla, prima illusi su un sostegno da parte della marina militare turca e poi mandati letteralmente allo sbaraglio! Per non parlare della seconda Flotilla, osteggiata apertamente dal governo turco… Alla luce di questi comportamenti poco “lineari”, temo che la Turchia, come altre “potenze regionali”, intenda imporre l’intera sua “linea”, comportandosi da “grande potenza”. Ma di questo passo, se ciascuno pensa di essere il “centro del mondo”, addio “integrazione eurasiatica”… Potremmo addirittura assistere, un domani, ad impreviste contrapposizioni militari tra “potenze regionali” d’Eurasia, col proverbiale “terzo che gode” di fronte ai due litiganti…

Sì, potremmo veramente assistere – o riassistere – a questi tristi scenari, e purtroppo in questa fase la Turchia sta confortando questa tesi. L’eventualità di una guerra alla Siria – di un’ennesima aggressione occidentale contro un Paese sovrano, per essere più precisi – assumerebbe il carattere di vera catastrofe anche per la Turchia, e questo i turchi lo sanno bene: significherebbe il crollo dell’impianto geopolitico costruito da dieci anni a oggi – la politica di buon vicinato e di fattiva collaborazione con la Russia, l’Iran, la Cina stessa; significherebbe, in prospettiva, anche la divisione e di nuovo la contrapposizione fra arabi e turchi, e questo qualsiasi posizione prendessero certi regimi arabi corrotti e prezzolati. Non credo che si voglia questo, per cui ci auguriamo che certe valutazioni siano presto riconsiderate. Per di più la presenza di un territorio nazionale siriano abbandonato al frazionamento e all’anarchia – seppure sotto il tallone della NATO, o di chi per essa – favorirebbe, come in Iraq,  il riconsolidamento di roccaforti del PKK e di aspirazioni secessioniste. D’altra parte il pronunciamento turco sui fatti siriani è abbastanza sibillino, un po’ come è stato quello sulla situazione libica: dopo una prima fase di non-ingerenza e anzi di freddezza verso le geremiadi occidentali si è passati a un sostegno deciso delle pretese atlantiche, manifestate come sempre sotto forma di campagne umanitarie. Il mese di svolta, per quanto riguarda la Turchia, è stato il maggio 2011: ancora a metà mese Erdoğan affermava pubblicamente che Bashâr al-Asad era un buon amico, nonostante qualche ritardo nelle riforme, mentre a fine mese – dopo la pubblicazione di un’allarmata relazione del think-tank turco USAK, meglio conosciuto come International Strategic Research Organization, che chiedeva di cambiare radicalmente l’orientamento nei confronti di Damasco – gli “oppositori” siriani venivano ospitati ad Antalya e il regime di al-Asad veniva repentinamente accusato di barbarie.

 
Speriamo dunque di sbagliarci… Uno dei motivi di delusione derivanti da queste ultime mosse della Turchia deriva dalla sensazione che con l’Akp, in grado di parare alcuni tentativi di “golpe laicista” (si pensi al complotto che ha visto coinvolti alte cariche dell’esercito e della magistratura), Ankara intendesse inaugurare una politica più lungimirante e meno “nazionalista”. Probabilmente, quest’avvicendamento storico alla guida del Paese, impedito più volte con le maniere forti (si pensi alle successive messe al bando dei “partiti islamici”) e che incontra ancora resistenze nei circoli legati al kemalismo, sta imprimendo un cambiamento più sensibile all’interno, mentre in politica estera si fa fatica a virare con maggior decisione rispetto ad un passato filo-atlantista. Per carità, le differenze, a partire dalla mancata collaborazione con gli Usa nell’invasione dell’Iraq, si vedono, ma non è forse nella società turca che stanno avvenendo i cambiamenti più rapidi? Penso alla rinnovata “vita religiosa”, in precedenza non poco ostacolata. Confermi quest’impressione oppure anche su questo fronte c’è ancora molto da lavorare a causa dei danni del passato “laicista”? E tutto ciò come si sposa con il concetto di “neo-ottomanesimo”?

Anche come esperienza personale mi sembra proprio di poter confermare quest’impressione: l’azione disgregatrice del “mondo moderno” – formula sintetica e archetipo ben presente a chi conserva un orientamento tradizionale – non è certo venuta meno, ma un corpo sociale generalmente sano e non inquinato dal relativismo occidentale contemporaneo si mantiene abbastanza integro. Un fenomeno come quello delle “tigri anatoliche” fa da termometro del clima culturale e dell’assetto valoriale di questo Paese: lavoro e impresa nel rispetto della preghiera e dell’integrità umana, integrità considerata non solo dal punto di vista fisico ma anche spirituale; e sono stati proprio gli imprenditori vincenti della profonda Anatolia, per lo più estranei alla grande industria e al grande capitalismo, a “opporsi alla firma di un nuovo accordo con il Fondo Monetario Internazionale, rifiutando di mettere sotto tutela il bilancio dello Stato”, come ricorda l’economista Sűleyman Yaşar, professore all’Università di Istanbul. A parte questo, consiglierei ai nostri benpensanti, progressisti e no, costantemente spaventati dai costumi e comportamenti islamici, di farsi un giro – ma è un esempio fra mille – per il quartiere Fatih di Istanbul: troveranno, assieme alle donne velate e/o in costume tradizionale, tanta compostezza e serenità, e una cortesia inusuale in una grande città. Ad ogni modo certamente la vita religiosa – in passato osteggiata e limitata dall’intolleranza ideologica  kemalista – si può oggi dispiegare in condizioni accettabili di libertà, eccezion fatta per alcuni provvedimenti discriminatori come il divieto di portare il copricapo tradizionale nelle scuole pubbliche. La convergenza con concezioni neo-ottomane si può effettivamente riscontrare in certi aspetti della politica estera (progetto di una centralità turca in armonia col mondo circostante – in particolare quello arabo – in esplicito rifiuto dell’ordinamento internazionale sorto dalla Guerra Fredda) così come sul fronte interno (apertura verso le componenti nazionali minoritarie, in particolare verso i curdi; forte diminuzione dell’aspetto nazionalistico e riscoperta storica e culturale del passato imperiale, non più considerato con imbarazzo ma diventato quasi “di moda”).

In conclusione del nostro colloquio, sottolineerei che questo Paese, così accogliente e ospitale, ma dal presente ancora così imprevedibile e controverso, rappresenta per noi europei un interlocutore importante e un esempio di percorso, di viaggio verso il recupero della sovranità. Che questo percorso si compia interamente, fuori dalle chimere “occidentali” purtroppo egemoni in Europa, è l’auspicio nel loro e nel nostro interesse, ed è la scommessa fondamentale che oggi impegna l’intero popolo turco.

 

 

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