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Il vertice SCO di Ekaterinburg e l’offensiva energetica della Cina verso il Mar Caspio
:::: 30 Giugno 2009 :::: 9:09 T.U. :::: Analisi :::: Ajdar Kurtov

di Ajdar Kurtov*


Il contesto politico e gli esperti rimarranno per lungo tempo concentrati su un altro vertice della Shanghai Cooperation Organization che è stato convocato a Ekaterinburg il 16 giugno. Si potrebbero cercare, per un po' di tempo, alcune idee fondamentali del documento principale che il vertice ha adottato, - la dichiarazione di Ekaterinburg dei capi di Stato della SCO. Tuttavia, confrontare alcune disposizioni della Dichiarazione con la pratica delle attività nella zona centrale della regione asiatica, sembra rivelarsi più produttivo.

Il punto 5 della Dichiarazione suoni un po' patetica: "Gli Stati membri della SCO, rilevando l'importanza fondamentale del settore energetico per il successo dello sviluppo economico e la creazione di condizioni favorevoli per migliorare le condizioni di vita dei loro popoli, esprimono la volontà di far progredire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in questo settore, sulla base paritaria, con l'obiettivo di assicurare l'efficace, affidabile e sicuro per l'ambiente, approvvigionamento energetico". E ora diamo un'occhiata a come i leader della Cina, incondizionati dallo SCO, attuano il loro piani energetici nella regione.

Focalizziamoci sulle seguenti due situazioni, a titolo di esempio. La prima ha a che fare con il crescente coinvolgimento della Cina nel settore della produzione di idrocarburi in Kazakistan. Tornando al 1990, il Kazakistan rese facilmente disponibili le sue ricchezze minerarie alle imprese degli statunitensi, britannici, francesi e italiani, le aziende imposero decisamente dei termini sfavorevoli o addirittura paralizzanti al Kazakshtan. La maggior parte dei profitti generati sono stati inoltrati ai nuovi partner del Kazakistan, mentre esse non erano responsabili agli obblighi dei contratti firmati, in particolare per quanto riguarda la conformità con le norme relative all'ecologia.

Tale situazione è stata ampiamente ispirata dalla corruzione che ha colpito i leader kazaki, inclusi i funzionari di più alto grado (un caso per illustrare il punto è il cosiddetto "Kazakhgate"). Incombeva la minaccia di trasformare il Kazakistan, rendendolo un paese del terzo mondo col ruolo di esportatore di greggio verso i paesi altamente avanzati.

L'Occidente era perfettamente contento verso la politica dei leader kazaki, dal momento che tale politica ha, sia aiutato a risolvere il problema economico di ottenere profitti superiori per le società occidentali, sia di allinearla agli obiettivi politici delle nazioni occidentali, cioè di separare dalla Russia il Kazakistan e prevenire qualsiasi nuova formula di rilancio dell'alleanza delle ex repubbliche sovietiche.

Tuttavia, il Kazakistan cresceva sempre più forte economicamente, socialmente e politicamente, la destabilizzazione interna rischiava di essere ridotta in gran parte, a causa della sconfitta dell’opposizione kazaka e delle organizzazioni irredentiste slave, e il mondo degli idrocarburi subiva una ripresa dei prezzi di mercato fino dall'inizio di questo secolo; ciò ha fatto pensare ai leader del Kazakistan che era meglio migliorare la loro vecchia posizione. Il Kazakistan, riconsiderando i precedenti accordi firmati, ha chiesto nuove condizioni, e Astana ha specificamente proclamato l'obiettivo di istituire il controllo dello Stato sul settore petrolifero e del gas.

Astana ha cominciato gradualmente a cambiare la legislazione nazionale in materia di gestione delle risorse del sottosuolo e della protezione ambientale per costringere le società occidentali ad una maggiore conformità con le esigenze del Kazakistan, e contemporaneamente ha provocato un conflitto con la società italiana ENI, l'operatore petrolifero del più promettente giacimento del Kazakistan, quello di Kashagan, sul fondale del Mar Caspio. Oltre Kashagan, nel settore settentrionale del Mar Caspio, l’area contrattuale dell’Eni in Kazakistan, comprende anche i giacimenti petroliferi di Aktoty, Kairan e Kalamkas. Ma il Kazakshtan formalmente reclama ai suoi partner stranieri l'incapacità di rispettare le scadenze nel rendere operativi i giacimenti petroliferi e produrre grandi quantità di petrolio.

Il Kazakistan ha modificato il suo Codice Interno delle Entrate, per legiferare sulle sue ricchezza minerarie, l’amministrazione delle risorse e le connesse disposizioni legislative in materia d'ecologia delle attività degli investitori stranieri. Le innovazioni legali previste per il consolidamento del diritto dello Stato per ottenere il 50% della quota su ogni nuovo progetto sui mercati secondari, e anche il divieto di ri-vendita delle licenze per la gestione delle risorse del sottosuolo, per un periodo di due anni dalla registrazione dei diritti di proprietà; rafforzare il controllo da parte del Ministero per la Protezione Ambientale, l’ obbligo di esigere che gli enti economici esteri dovrebbero attirare i "contenuti kazaki" e anche il diritto di utilizzare i riferimenti alla necessità di garantire la sicurezza nazionale, come giustificazione dell’esplicito rifiuto di concedere licenze per la gestione delle risorse del sottosuolo.

Concentriamoci sul termine "contenuto kazako", che implica non solo un ampliamento della quota di capitale del Kazakistan autorizzato ai consorzi, impegnati nella stesura di alcuni progetti, ma l'idea che i partner stranieri del Kazakistan siano tenuti a essere orientati nella destinazione delle ricchezze minerarie del Kazakistan. Ad esempio, i partner stranieri dovrebbero acquistare non meno del 30%-35% dei materiali e delle attrezzature di produzione kazaka, impiegare non meno del 90% della manodopera e dei servizi e del 90% del personale kazako. Dal maggio 2009 i kazaki hanno introdotto questo tipo di obbligazioni contrattuali in 144 contratti.

La società nazionale "KazMunaiGaz" è stata incaricata istituzionalmente di sostenere gli interessi dello stato del Kazakistan nel settore del petrolio e del gas. Nell'autunno dello scorso anno, la società controllava il 18% della produzione di petrolio della Repubblica, l'80% del trasporto del petrolio, la metà della raffinazione del petrolio e solo il 6% del petrolio prodotto per la vendita al dettaglio. E' stato proprio l'anno scorso che molte hanno indicato che il Presidente kazako stava cercando di puntellare la posizione della Società "KazMunaiGaz".

Secondo i dati disponibili, "KazMunaiGaz" controlla 615 milioni di tonnellate di riserve di petrolio, tuttavia la maggior parte di queste sarebbero difficili da recuperare; inoltre, il periodo di picco della produzione di petrolio è passato, in molti giacimenti petroliferi. Data la situazione, "KazMunaiGaz" è naturalmente interessata a promuovere la sua attività nel petrolio e nel gas, un obiettivo che ha cercato di raggiungere attraverso l'uso della burocrazia statale, che l’aiuta a regolare i contratti già firmati.

Le autorità kazake hanno fatto pressione sulle società straniere nel tentativo di costringere queste ultime ad accettare le modifiche ai contratti già firmati. Questo è stato il caso della società canadese "PetroKazakhstan", che è stata costretta a pagare multe per i grandi guasti ecologici e a sospendere temporaneamente il processo di produzione, fino a che i top manager della società hanno deciso di vendere al Kazakistan una certa quota dei progetti avviati. L'operazione appare perfetta, con i canadesi che vendono la loro impresa al nuovo proprietario, la CNPC International Ltd., "cedendo" il 33% della quota della raffineria di petrolio "PetroKazakhstan" alla "KazMunaiGaz" e la partecipazione del 50% nella società affiliata "Kazgermunai". Il governo del Kazakistan ha fatto ricorso a simili tattiche contro la società britannica "BG Group" per cacciarla dal progetto del nord-Caspio, e contro il consorzio "Aqip KCO", che possedeva i rubinetti del grande campo petrolifero di Kashagan.

Anche se, ovviamente, nel caso del consorzio, Astana scelse, a seguito di una prolungata lotta tra accuse di "nazionalismo delle risorse" rigettate sui leader del Kazakistan, di non aggravare la situazione e di incontrare a metà strada il consorzio. "Aqip KCO" conveniva di rafforzare la quota di produzione della "KazMunaiGaz" e l’accordo sulla ripartizione, dall’8,3% al 16,8%, per 1,78 miliardi di dollari. Formalmente il Kazakistan affermava di rallentare la pressione sul disaccordo con il consorzio, ritardando al 2011 la data per la produzione su scala industriale del campo petrolifero Kashagan, mentre contemporaneamente, i costi del progetto aumentavano, passando dai 57 miliardi di dollari ai 136 miliardi di dollari.

Inizialmente i leader del Kazakistan applicavano la stessa tattica nel perseguire uno stesso obiettivo: una delle tre raffinerie di petrolio del Kazakistan, la raffineria Pavlodar, che è situata vicino al confine russo ed è tecnologicamente orientata alla raffinazione del petrolio russo. La struttura è stata privatizzata nel gennaio 1997 e il governo ne ha consegnato la gestione alla CCL Oil Company Ltd. degli Stati Uniti, nei termini di un accordo di partenariato pubblico-privato. Ma il governo kazako ha prematuramente denunciato il contratto, pochi anni dopo, e consegnato il 51% del capitale sociale alla OAO "Mangistaumunaigaz". La società ha poi portato il suo stock di azioni al 58%, con il 42% del capitale sociale della raffineria di petrolio Pavlodar di proprietà dello Stato.

Dopo che la società nazionale "KazMunaiGaz" ha acquistato il 51% degli stock di azioni della "Mangistaumunaigaz" dalla Central Asia Petroleum dell’Indonesia, di conseguenza acquisendo il controllo della struttura. Nel frattempo, il gigante del gas russo GAZPROM, ha reso vano il tentativo di acquistare il 49% delle azioni della "Mangistaumunaigaz". Le autorità kazake hanno preferito la Cina alla Russia. E 'stato segnalato, il 16 aprile 2009, che per la crisi economica mondiale, il Kazakistan ha preso in prestito dalla Cina 10 miliardi di dollari, durante la visita a Pechino di N. Nazarbayev. L’azienda cinese CNPC Company ha acquistato una partecipazione del 50% della "Mangistaumunaigaz", per 1,4 miliardi di dollari. I dettagli della transazione restano sconosciuti, ma Astana sostiene che la raffineria di petrolio di Pavlodar è stata stralciata dall’accordo e diventerà di proprietà della "KazMunaiGaz". Ma gli esperti stimano la "Mangistaumunaigaz" a 3,6 miliardi di dollari. La società possiede 36 campi, con la perforazione, in corso in 15 di questi. Gli esperti sostengono che "Mangistaumunaigaz" ha riserve di petrolio per 1,32 miliardi di barili. È lecito ritenere che sia il suddetto prestito cinese al Kazakistan, che la decisione di Astana a favore della Cina, piuttosto che della GAZPROM, siano relativi alla vendita della "Mangistaumunaigaz".

In altre parole, i leader del Kazakistan hanno cacciato i partner occidentali dal mercato degli idrocarburi e rifiutato di andare incontro alle società russe, mentre perdono terreno con la Cina. Società cinesi già possiedono un terzo del petrolio prodotto in Kazakistan, più di 20 milioni di tonnellate l'anno. L'acquisto delle attività della "Mangistaumunaigaz" del Kazakistan, da parte della CNPC della Cina, farà stringe ulteriormente la morsa della Cina sul mercato del petrolio kazako e indebolirà le posizioni della Russia e dell'Occidente nel complesso in del carburante e dell’energia del Kazakistan. La Cina è venuta in possesso di grandi quantità di risorse che consentano di spostare la strategia del petrolio del Kazakistan in favore di Pechino. Ora, le assicurazioni che le autorità del Kazakistan cercheranno di riconquistare il controllo sull’economia del settore dei combustibili, suonano vuote con tale sfondo.

La seconda situazione che illustra la politica energetica della Cina verso l’Asia centrale, ha a che fare con un paese che formalmente non aderisce alla SCO, ma tuttavia, ciò non significa, in nessun modo, che limiterà la politica della Cina dell’avanzata verso le risorse della regione del Mar Caspio. Il paese asiatico centrale in questione è il Turkmenistan.

Ashgabat ha discusso a lungo la costruzione di 6.400 km di gasdotto dal Turkmenistan alla Cina e al Giappone. La costruzione del progetto avrebbe dovuto essere eseguita in 10 anni ed era piuttosto costosa (11 miliardi di dollari, di cui circa 1,7 miliardi destinati alla sezione marina della condotta). E' stato probabilmente a causa di ciò, e anche perché la Cina ha cambiato politica energetica nel 21° secolo, che la direzione a est del forniture di gas naturale Turkmeno è stata "aggiornata", ossia la possibilità per la posa di una conduttura per il Giappone è stato eliminata, con la Cina che è divenuta il solo terminale della consegna.

La China National Petroleum Corporation, CNPC, ed Exxon Turkmenistan (Amu Darya) Limited, hanno studiato per molti anni il potenziale di idrocarburi dei promettenti campi lungo la riva Turkmena dell'Amu Darya. Gli studi erano volti a scoprire le opportunità economiche di quello che è stato poi l’ipotetico progetto di un gasdotto orientale. Gli studi geofisici sono stato fatto tutti sulla riva destra dell’Amu Darya. Un certo numero di nuovi giacimenti di gas sono stati scoperti nel 2000, in particolare nel settore Garagoi, ai margini del deserto Kyzylkum.

Secondo la Società Exxon, il progetto di posa di un gasdotto a lungo raggio, dal Turkmenistan alla Cina, potrebbe risultare realistico solo se sono utilizzati per la fornitura di 30 miliardi di metri cubi di gas o più all'anno. Ma gli esperti pensavano che l'importo potrebbe comprendere anche il gas da zone della Cina occidentale. Turkmenistan garantirà la fornitura annuale di 33 miliardi di metri cubi di gas (di cui 3 miliardi di metri cubi al fine di garantire il funzionamento delle stazioni dei compressori) in 25 anni.

I cinesi sono stati i fattori centrale della politica estera del Turkmenistan, dal 2006 circa. I due paesi hanno poi firmato 36 accordi intergovernativi. Il Turkmenistan ha registrato 37 progetti d'investimento di imprese cinesi, per l'importo di 382,6 milioni di dollari e 360 milioni di Yuan.

Un più importante sviluppo per il Turkmenistan, nel 2006, è stata la visita in Cina, all'inizio di aprile, del il presidente della Repubblica di S. Niyazov. L'accordo principale, di un pacchetto che è stato firmato a Pechino, era l'accordo intergovernativo generale per l'attuazione del gasdotto progettato Turkmenistan-Cina e la vendita di gas naturale dal Turkmenistan alla Repubblica Popolare di Cina, del volume totale di 30 miliardi di metri cubi l'anno per 30 anni, dal momento in cui il gasdotto è stato commissionato, e che dovrebbe essere completato nel 2009. In base all'accordo, la riva destra del fiume Amu Darya dovrebbe essere utilizzata come una risorsa potenziale per il settore delle forniture in questione, con esperti cinesi impegnati nella prospezione e lo sviluppo in collaborazione con esperti Turkmeni. Tuttavia, l'accordo anche caratterizzato da una disposizione in base alla quale il Turkmenistan garantisce le consegne di gas alla Cina, se necessario, anche da altri giacimenti di gas della repubblica. La durata della convenzione è stata fissato a tre anni. La Repubblica Popolare di China ha stanziato 200 milioni di yuan come prestito a basso tasso per il Turkmenistan, nel quadro di un altro accordo di poco successivo. Due settimane dopo la sua visita a Pechino, S. Niyazov ha ordinato la creazione di un Di rettorato speciale per la cooperazione Turkmena-cinese presso il Ministero del petrolio, del gas e delle risorse minerarie.

Un anno dopo, nell'estate del 2007, i due paesi hanno concluso un altro accordo per rendere una realtà il gasdotto verso la Cina. La CNPC è stata autorizzato a fare sforzi rilevanti in Turkmenistan e ha avuto concessa una licenza da operatore di prospezione del gas e per lo sviluppo di giacimenti di gas a terra, il primo titolo che il Turkmenistan ha concesso ad una società estera. La lunghezza totale del nuovo gasdotto Turkmenistan-Cina sarà poco più di 7.000 chilometri, con oltre 180 chilometri che dovrebbe essere previsti in Turkmenistan, 530 chilometri in Uzbekistan, 1.300 chilometri in Kazakistan, e oltre 4.500 chilometri in Cina. Il costo globale del progetto assomma a circa 20 miliardi di dollari. 17 miliardi di metri cubi di gas turkmeno avrebbero dovuto essere esportati annualmente mediante lo sviluppo di nuovi giacimenti di gas, mentre i restanti 13 miliardi di metri cubi di gas annui verrà esportato attraverso la costruzione di impianti per la purificazione e il trattamento del gas presso il più grande campo di gas condensato, a Bagtyyarlyk. Per inciso, la Società russa Stroytransgaz ha vinto un contratto da 395 milioni di euro per la posa della sezione Turkmena, di 188 chilometri, del gasdotto, da Malai a Bagtyyarlyk. La società costruirà anche un impianto per purificare e disidratazione del gas e una stazione di misurazione del gas. La costruzione del gasdotto è inizata nel 2008.

Durante le Olimpiadi nel 2008 il nuovo presidente del Turkmenistan Gurbanguly Berdymuhamedov detto che il flusso del gasdotto verso la Cina sarebbe aumentato. L'accordo è stato siglato nel quadro di un apposito accordo che è stato firmato nel corso di una visita ufficiale ad Ashgabat del leader della Cina Hu Jintao. L’efficienza del flusso del gasdotto commissionato nel 2009, dovrebbe essere potenziato da 30 miliardi di metri cubi di gas annuali a 40 miliardi di metri cubi di gas. A differenza del Kazakistan, il Turkmenistan continua a insistere sul fatto che tutti i 40 miliardi di metri cubi di gas saranno pompati nel gasdotto, dai campi della riva destra del fiume Amu Darya, dal Turkmenistan. Tuttavia, non è chiaro che cosa Turkmenistan addebiterà alla Cina per il suo gas. Ashgabat, ovviamente, si riserva il diritto di avere l'ultima parola, nella speranza che in futuro sarà in grado di gestire le contraddizioni tra i suoi partner commerciali, che si adoperano per ottenere il gas turkmeno.

Non è neppure chiaro se Ashgabat sarà in grado di fornire tutto il volume del gas che la Cina ha chiesto. I cinesi sostengono inoltre il diritto di sviluppare altri due grandi progetti, nel loro stesso interesse. I progetti in questione sono i seguenti:

1. Un cluster di giacimenti di gas, sulla riva destra del fiume Amu Darya, con la massima capacità di produzione di gas stimata da 25 miliardi di metri cubi a 30 miliardi di metri cubi all'anno. La progettata capacità dovrebbe essere raggiunta tra il 2015 e il 2020 circa. 12 miliardi di metri cubi di gas dovrebbero essere prodotte nei giacimenti di gas nel 2010. I più grandi giacimenti di gas del cluster sono Samandepe e Altyn Asyr. La stima delle riserve della zona contrattuale di Bagtyyarlyk assommano a 1,7 trilioni di metri cubi, ma la cifra non può essere dimostrata. Un totale di 17 campi di gas e di gas condensato sono stati scoperti sulla riva destra del fiume Amu Darya, compresi Samandepe e Farap (in fase di sviluppo); Metejan, Kishtivan, Sandykty (aperte); Akgumalam, Tangiguiy, Iljik, Yanguiy, Yanguiy Orientale, Chashguiy, Girsan, Beshir, Bota, Uzyngyi, Bereketli, Pirgyi (in esplorazione). Il più grande di questi, per il momento, è Samandepe con 80 miliardi di metri cubi di riserve di gas.

2. I geologi Turkmeni sostengono che le riserve dei campi vanno da 3 a 7 trilioni di metri cubi di gas. Una società britannica, ha chiesto di valutare le riserve, il parere condiviso effettivamente si avvicinava alla cifra più elevata per gli strati saturi di gas. In particolare, solo tre anni fa il massimo previsto di gas in uscita è stato stimato da 15 a 20 miliardi di metri cubi l'anno, ma i Turkmeni ora rivendicano che la produzione dei giacimenti di gas raggiungerà i 45 miliardi di metri cubi di gas all'anno, entro il 2020. La progettata capacità dovrà essere raggiunta tra il 2015 e il 2020 circa. 10 miliardi di metri cubi di gas dovrebbero essere prodotti nel 2010.

13 miliardi di metri cubi di gas dovrebbero essere forniti ai cinesi dal gasdotto dei giacimenti di gas di Samandepe e Altyn Asyr, che sono attualmente sviluppati dalla Società Turkmengaz. I Turkmeni ritengono esistenti le riserve. I restanti 17 trilioni di metri cubi di gas dovrebbero essere forniti attraverso lo sviluppo dei giacimenti di gas che non sono ancora stati aperti nella zona contrattuale di Bagtyyarlyk, dove gli esperti della CNPC cinese lavorano sull’accordo dei termini di ripartizione della produzione.

In seguito ad una esplosione del gasdotto Asia centrale-Centro del 9 aprile 2009 Ashgabat ha deciso, nonostante GAZPROM, comprendendo le imprese cinesi nel progetto di realizzazione del giacimento di Sud Yolotan. Si è così attribuito alla Cina un credito di 3 miliardi di dollari, destinato a sviluppare su scala industriale i giacimenti di gas. Ciò si aggiunge in gran parte alla stabilità del progetto per la fornitura di gas turkmeno verso la Cina, complicando il rifornimento di gas alla Russia, a condizioni ragionevoli. Ai primi di giugno 2009, il presidente turkmeno ha detto confidenzialmente, che la repubblica avrebbe avviato dal 2009 il pompaggio di 40 miliardi di metri cubi di gas verso la Cina, attraverso il nuovo gasdotto.

Il gasdotto di collegamento con la Cina è una forte prova che Pechino sta stringendo la presa sul Turkmenistan. Nel 2006 e nel 2007 il commercio Cinese-Turkmeno è cresciuto di 18 volte. 30 joint venture Turkmeno-Cinesi erano operativi in Turkmenistan nel mese di agosto 2008. Società cinesi sono coinvolte in 49 progetti di investimento in Turkmenistan per l'importo di 1.284 miliardi di dollari.

Pur prendendo parte alle attività della SCO, la Cina non dimentica mai sui suoi interessi. Ha costantemente guadagnato l'accesso alle ricchezza energetica nell’Asia centrale, mentre cacciava della zona le aziende americane, europee e russe. Questo è cui si dovrebbe pensare per ora. Tutti i desideri sul futuro della moneta sovranazionale della SCO sono suggestivi come le discussioni dell’era sovietica su come "formare una società di persone comuniste". Bisogna rendersi conto che gli interessi della politica energetica dei paesi dell'Asia centrale, della Russia e della Cina sono ben lungi dall'essere sempre coincidenti. Il Club dell’energia della SCO, oggi non arrivare ad essere un modello di cooperazione che si adatti a tutti gli Stati membri. La Cina cerca di mantenere il suo alto tasso di crescita economica. La Cina oggi penetra energicamente nell’Asia centrale per ottenere l'accesso alle locali riserve di gas e di petrolio. I cinesi costruiscono contemporaneamente diversi gasdotti per il trasporto delle risorse minerarie in questione verso il confine occidentale della Cina.

Finora non c'è stato alcun riavvicinamento tra gli Stati membri della SCO sulla cooperazione energetica, anche se il concetto di politica energetica della SCO è stata oggetto di discussione da diversi anni. Almeno, all'ultimo vertice della SCO, è stata approvata la Dichiarazione Ekaterinburg, che non offre nulla se non "nebbia diplomatica". I segni che guardiamo sono quelli della tendenza della produzione.

*Fondazione Cultura Strategica

Traduzione di Alessandro Lattanzio.
Alessandro Lattanzio, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, è autore di Terrorismo sontetico, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2007, e di Dominio globale, Fuoco edizioni, Roma 2009. Anima, inoltre, i seguenti siti di informazione ed analisi:
http://www.aurora03.da.ru
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