Il viceprefetto di Saintes silurato dopo aver pubblicato un articolo anti-israeliano su un sito internet
PARIGI (AP)
Domenica, al ministero degli Interni, si è venuti a sapere che il viceprefetto di Saintes (Charente-Maritime), Bruno Guigue, è stato silurato dopo aver pubblicato sul sito internet 'oumma.com' un articolo 'molto violentemente anti-israeliano'. Il ministro dell’Interno Michèle Alliot-Marie, messo mercoledì al corrente di quell’articolo, ha 'emesso immediatamente un decreto che ha posto fine alle funzioni del viceprefetto' il quale si è espresso in 'termini del tutto inaccettabili' e ha violato il suo 'dovere di riservatezza', spiega la stessa fonte. Bruno Guigue ha in particolare dichiarato nel suo articolo pubblicato il 13 marzo, che Israele è il 'solo Stato al mondo i cui cecchini abbattono delle ragazzine all’uscita delle scuole'. Egli ha pure menzionato 'le prigioni israeliane dove, grazie alla legge religiosa, le torture si interrompono durante il shabbat'. Ecco il testo incriminato: Bruno Guigue: Quando la lobby filo-israeliana si scatena contro l’ONU
Nella sua rubrica « Point de vue » del 27 febbraio 2008, « Le Monde » ha generosamente offerto le sue colonne ad un testo di un’isteria verbale e di una malafede incalcolabili. Le accuse che proferisce nei confronti del consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU sono così falso che l’elenco dei firmatari attenua a stento il nostro stupore : Pascal Bruckner, Alain Finkielkraut, Claude Lanzmann, Elie Wiesel, Pierre-André Taguieff, Frédéric Encel .. La lista è facile da completare tanto ci è divenuta familiare l’onnipresenza degli intellettuali organici della lobby filo-israeliana. Il titolo senza mezzi termini di questa prosa odiosa è già tutto un programma : « L´ONU contro i diritti dell’uomo ». Fin dalla prima riga, si può leggervi questo angosciato appello : « L’anno 2008 vedrà contemporaneamente il sessantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo da parte dell’ONU e la distruzione dei suoi principi da parte della stessa ONU ? Tutto porta a temerlo, in quanto da un certo numero di anni con le sue derive l’ONU è diventata una caricatura ». Inevitabilmente, il lettore non avverito si allarma : l’organizzazione internazionale sarebbe repentinamente diventata suicida ? Ma per fortuna il seguito ci illumina subito sulle profonde preoccupazioni dei nostri firmatari: « Su iniziativa delle Nazioni Unite, si tenne nel 2001 a Durban, in Sudafrica, la conferenza mondiale contro il razzismo. In nome dei diritti dei popoli, furono scanditi dei «morte all’America ! » e « morte a Israele ! » e in nome del relativismo culturale fu fatto silenzio sulle discriminazioni e sulle violenze commesse contro le donne ». Quale rapporto tra la geopolitica del Medio Oriente, manifestamente in causa negli appelli a combattere gli Stati Uniti e Israele, e l’oppressione delle donne, sarebbe assicurato dal « relativismo culturale » ? Probabilmente nessuno. Ma amalgamare i due argomenti presenta l’interesse polemico di insinuare tra le vittime una perniciosa concorrenza : voi che condannate Israele e l’America, non dite niente della sofferenza delle donne oppresse nei paesi musulmani. È una antifona consueta della retorica lobbysta : essa permette di distogliere il lettore occidentale dalla critica della politica americana o israeliana fissando la sua attenzione su un problema interno delle società medio-orientali. Eppure, questo avvicinamento polemico tra i due argomenti è particolarmente ridicolo. L´Arabia Saudita, dove è obbligatorio portare il velo e alle donne è proibito guidare l’automobile, è l’alleato storico degli Stati Uniti nella regione. Il regime oscurantista dei Talebani era nato sotto gli auspici di una CIA che prestò i suoi campi di addestramento sul suolo americano ai combattenti del mollah Omar. In compenso, l´Iraq e la Siria baathisti, più vicini alla norma occidentale in material di condizione femminile, non hanno avuto diritto agli stessi riguardi. Il primo è stato polverizzato sotto le bombe USA, la seconda è classificata nella categoria degli « Stati canaglia ». Ma poco importa : i sostenitori della politica americana in Medio Oriente si credono autorizzati a dare lezioni in materia di emancipazione femminile. Inoltre, trattandosi dell´ONU, non ci si stupirà per un tale risentimento da parte dei portavoce del neoconservatorismo alla francese. Perché le risoluzioni del consiglio dei diritti dell’uomo, come ieri le dichiarazioni dell’assemblea generale, hanno osato chiamare in causa la repressione israeliana nella Palestina occupata. I 47 Stati eletti dai loro pari al CDH beneficiano dell’uguaglianza di voto. La sensibilità che vi si esprime riflette dunque un’opinione maggioritaria che non ha alcuna ragione per garantire l’occupazione militare dei territori arabi. Tuttavia, gli incensatori di Israele si rassicurino : non potendo essere esecutive, queste risoluzioni restano simboliche. Ma non basta. Esesi devono pure stigmatizzare il principio attraverso un uso grossolano della calunnia. A questo, i firmatari si dedicano con rabbia. « Con la sua meccanica interna, le coalizioni e le alleanza che vi si costituiscono, per i discorsi che vi si tengono, i testi che vengono negoziati e la termologia utilizzata che annienta la libertà di espressione, legittima l’oppressione delle donne e stigmatizza le democrazie occidentali .. Il CDH è divenuto una macchina da guerra ideologica nei confronti dei suoi principi fondatori. Ignorata dai grandi media, giorno dopo giorno, sessione dopo sessioni, risoluzione dopo risoluzione, viene forgiata una retorica politica per legittimare i passaggi all’atto e alle violenze di domani ». Sintomo di una psicosi paranoide o munumento della demologia occidentale : siamo incerti sulla diagnosi. La sola certezza è che questa requisitoria contro dei misfatti inesistenti attesta un’inventiva fuori del comune. Il consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU vorrebbe « annientare la libertà di espressione » ? Ci si può ben domandare perché e come. Ma i nostri interrogative rimangono senza risposta. I nostri polemisti annunciano «la messa a morte dell’universalità dei diritto» da parte della stessa ONU, ma questa morte annunciata resta avvolta nel mistero. Nessuna citazione delle risoluzioni del CDH viene a suffragare tale accusa e i detrattori dell’ONU condannano le sue presunte idée con una violenza inversamente proporzionale alle prove di quello che sostengono. Visibilmente, essi preferiscono parlare al posto suo, procedendo direttamente al commento di quello che si presume abbia detto. Come forma di citazioni, dobbiamo allora accontentarci delle frasi riassunte in stile indiretto, senza virgolette, che avrebbe pronunciato il signor Dudu Diène, relatore speciale presso l’ONU sul razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia. Così, l´intellettuale senegalese avrebbe dichiarato che « enunciare una critica contro il porto del burqa costituisce un’aggressione razzista, che la laicità è radicata in una cultura schiavista e colonialista e che la legge francese contro il porto di segni religiosi a scuola è partecipe del razzismo anti-musulmano ». C’è un unico problema : queste citazioni sono introvabili. Se ciascuno di questi enunciati, evidentemente, solleva delle obiezioni, ancora non è stato formulato. Una polemica grossolana su citazioni che non esistono : il procedimento condanna I suoi autori. Dopotutto, le sole citazioni che gli ideologi pubblicati da « Le Monde » avrebbero dovuto produrre a sostegno della loro tesi sono quello dello stesso CDH. Ma essi si guarderanno bene dal farlo. Fornendo la loro tendenziosa interpretazione invece del pensiero altrui, essi pontificano gravemente prendendo per realtà la loro fantasia : « La confusione è massima, affermano, quando ogni critica alla religione è denunciata come atteggiamento razzista ». Ma da dove viene questa idea ? Chi l’ha messa in giro ? Nessuno lo sa. Chiunque, in compenso, può verificare quanto enunciato dal CDH sulla questione religiosa. Basta consultare i verbali ufficiali delle sei sessioni riunite dalla sua creazione, nel giugno del 2006. Il 30 marzo 2007, il CDH ha così adottato una risoluzione « sulla lotta contro la diffamazione delle religioni ». Questo testo moderato si basa sul « diritto di ciascuno alla libertà di espressione, che si dovrebbe esercitare in modo responsabile e può dunque essere sottoposto a restrizioni, prescritte dalla legge e necessarie per il rispetto dei diritti o della reputazione altrui, per la protezione della sicurezza nazionale, della salute o della morale pubbliche, e per il rispetto delle religioni e delle convinzioni ». Sul piano dei principi, questo testo non differisce affatto dal diritto positivo in vigore nella maggior parte dei paesi, avendo anche gli Stati occidentali posto dei limiti giuridici all’esercizio della libertà di espressione. In Francia, il riconoscimento della liberà di espressione non dà vita ad alcun diritto a diffamare il proprio vicino, in quanto ogni forma d’ingiuria che manifesti una discriminazione razziale o religiosa è punita dalla legge, e certe disposizioni legislative hanno inoltre avuto l’effetto di enunciare una verità ufficiale su dei fatti storici. Naturalmente, il tenore di questa risoluzione del CDH non è indifferente al contesto politico legato alla « guerra contro il terrorismo » condotta da Washington a tamburo battente. «Il Consiglio si dichiara preoccupato dalle immagini stereotipate negative delle religioni e dalle manifestazioni d’intolleranza e di discriminazione in material di religione o di convinzione. Si dichiara, inoltre, profondamente preoccupato dai tentativi tendenti ad associare l’Islam con il terrorismo, la violenza e le violazioni dei diritti dell’uomo. Nota con viva inquietudine l’intensificarsi della campagna di diffamazione delle religioni e la designazione delle minoranze musulmane secondo caratteristiche etniche e religiose a partire dai tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 ». L´adozione di questo testo si è scontrata con l’opposizione dei paesi occidentali, messi in minoranza al momento del voto finale. Tuttavia, nessuno di loro ci ha visto il mortale pericolo per la civiltà universale denunciato dai firmatari del nostro pamphlet anti-ONU. In nome dell’Unione Europea, la rappresentante della Germania « ha fatto osservare che, come stabilito dal rapporto del signor Dudu Diène, la discriminazione fondata sulla religione non riguarda unicamente l´islam, ma anche il giudaismo, il cristianesimo e religioni e fedi venute dall’Asia, nonché persone senza religione. Ha inoltre sottolineato che è problematico separare la discriminazione fondata sulla religione da altre forme di discriminazione. Ha anche giudicato controproducente l’utilizzo del concetto di diffamazione, preconizzando piuttosto un testo imperniato sulla libertà di religione o di convinzione ». È evidente che questo dibattito attesta una differenza di sensibilità sulle questioni religiose tra paesi membri dell’organizzazione della conferenza islamica (OCI) e paesi occidentali. Ciò meritava una riflessione sulla relativa secolarizzazione delle società interessate e il riferimento, esplicito nei paesi musulmani, a valori religiosi. Ma questa riflessione non è nemmeno passata per la testa ai nostri intrepidi firmatari che, in mancanza dei testi ai quali fanno vagamente allusione, ne snaturano volutamente il significato. Rifiutando di discutere razionalmente gli argomenti dell’altro, si preferisce stigmatizzarlo immaginando una grossolana drammaturgia che mette in scena personaggi reali. Di colpo, questo teatro di marionette prende il posto dell’argomentare. È così che I nostril firmatari se la prendono violentemente con la signora Louise Arbour, alto commissario ai diritti dell’uomo dell’ONU. « Ha partecipato ad una conferenza a Teheran dedicata ai diritti dell’uomo e alla diversità culturale, denunciano. Portando il velo, come esige la legge della repubblica islamica, l’alto commissario è stata testimone passivo dell’enunciazione di principi a venire, così riassunti : offesa ai valori religiosi considerata razzista. Ancor peggio, all’indomani di quella visita, 21 Iraniani, tra cui numerosi minori, sono stati pubblicamente impiccati. In sua presenza, il presidente Ahmadinejad ha rinnovato il suo appello alla distruzione di Israele ». Ancora una volta, l´arte dell´amalgama intellettuale arriva ai suoi massimi. Mescolando tutto e il contrario di tutto, il testo pubblicato da « Le Monde » punta sulla confusa indignazione del lettore anestetizzandone il giudizio critico. E sia: a Teheran, Louise Arbour ha portato il velo. Ma, in Israele, avrebbe potuto organizzare una riunione durante il shabbat ? I regimi religiosi hanno delle esigenze che gli altri non hanno. Si può deplorarlo, ma sono a casa loro. L´offesa alla religione, in certi paesi, è considerate una forma di razzismo. Bisogna convincerli del contrario ? E in che modo ? La pena di morte, infine, è crudelmente applicata in Iran. Ma gli aspetti odiosi del regime di Teheran non ne sono la sintesi e il regime saudita non ha nulla da invidiargli. Su tutto passa l’amicoizia degli Stati Uniti, dove un presidente texano è stato eletto per la sua reputazione di esecutore implacabile di presunti criminali. Per non parlare di Israele, solo Stato al mondo dove i cecchini abbattono ragazzine all’uscita della scuola. Le diatribe iraniane contro lo Stato ebraico provengono anch’esse da uno scontro geopolitico del quale uno dei principali parametri è l’atteggiamento dello stesso Israele. Se da sessant’anni esso avesse applicato la pena di morte ai civili con maggiore discernimento , non avrebbe suscitato un tale rigetto da parte dei suoi vicini prossimi o allontanati. Sotto occupazione militare, amputati di una parte del loro territorio o regolarmente bombardati dai suoi aerei, questi ultimi hanno eccellenti ragioni per detestarlo. Ma poco importa. Decisi a istruire accuse a carico della signora Arbour per il suo soggiorno a Teheran, i nostri polemisti incriminano « il suo silenzio e la sua passività», che ella avrebbe giustificati con « il rispetto della legge iraniana e la preoccupazione di non offendere i suoi ospiti ». « Charbonnier è padrone a casa sua, commentano. Fu il dottor Goebbels ad utilizzare questo argomento per la sua opportunità, alla tribuna della Società delle Nazioni nel 1933, per sottrarsi ad ogni critica di un’istituzione internazionale impotente ». Sembra di sognare. Perché, analogia per analogia, colpisce la rassomiglianza tra il Reich che nel 1933 sedeva alla SDN e lo Stato ebraico che dal 1967 si fa beffe del diritto internazionale. Come il suo lontano predecessore, anche Israele si « sottrae ad ogni critica di un’istituzione internazionale impotente ». E se lo fa, è per meglio conquistare il « suo spazio vitale, dal mare al Giordano », seconda la bella formula usata da Effi Eitam, ministro di Ariel Sharon, nel 2002. « I grandi crimini politici hanno sempre avuto bisogno di parole per legittimarsi. La parola annoncia il passaggio all’atto », filosofeggiano I nostri firmatari. Non hanno torto : il 29 febbraio, il viceministro israeliano della Difesa, Matan Vilnaï, ha brandito la minaccia di una « shoah » contro i Palestinesi prima di lanciare a Gaza la sanguinosa operazione che ha fatto 110 vittime palestinesi in una settimana. Libero di infrangere un tabù religioso, lo Stato ebraico ha manifestamente superato uno scoglio semantico prima di scatenare la sua potenza militare : è passato « dalla parola all’atto ». Ma il meglio è stato riservato per il finale. « Le ideologie totalitarie avevano sostituito le religioni. I loro crimini, le promesse non mantenute di un futuro radioso, hanno aperto alla grande al ritorno di Dio in politica. L’11 settembre 2001, alcuni giorni dopo la fine della conferenza di Durban, proprio in nome di Dio, è stato commesso il più grande crimine terroristico della storia ». Legare in una stessa trama l’11 settembre 2001 e le risoluzioni del CDH: ce ne voleva di faccia tosta. È vero, abbiamo a che fare con degli specialisti. « Ritorno di Dio in politica », dicono. I nostri intellettuali sanno di che cosa parlano : Israele non è lo Stato confessionale per eccellenza ? « Se la rivendicazione di un angolo di terra è legittimo, afferma Theodor Herzl, allora tutti i popoli che credono nella Bibbia hanno il dovere di riconoscere il diritto degli Ebrei ». Biblicamente fondata, la legittimità di uno Stato ebreo in Palestina va da sè : il testo sacro prende il posto del titolo di proprietà. Per i sionisti religiosi, il ritorno degli ebrei in Eretz Israël è inscritto nel racconto della stessa Alleanza. Prendere possesso della terra che Dio ha dato agli Ebrei fa parte del piano divino e rinunciare a questa offerta vorrebbe dire contrariarlo. Di colpo, con gli Arabi, nessun compromesso è possibile. Nel 1947, il grande rabbino di Palestina ribadisce lo statuto teologico del futuro Stato ebraico : « E’ nostra forte convinzione che nessuno, né individuo né potere costituito, abbia il diritto di alterare lo statuto della Palestina che è stato stabilito dal diritto divino ». Capo del partito nazional-religioso, il generale Effi Eitam spiega a sua volta nel 2002 : « In quanto popolo, noi siamo i soli al mondo ad intrattenere un dialogo con Dio. Uno Stato realmente ebreo avrà per fondamento il territorio, dal mare al Giordano, che costituisce lo spazio vitale del popolo ebreo ». Almeno, è chiaro. Di conseguenza, non c’è da stupirsi che la lobby filo-israeliana esecri l’ONU : il suo desiderio per il diritto internazionale è inversamente proporzionale al suo invischiamento nel diritto divino. È vero che l’uno è infinitamente più favorevole dell’altro al Grande Israele. Dare contro alle risoluzioni dell’ONU con la Thora ha dell’exploit intellettuale e del prodigio politico : Israele lo ha fatto. Per i nostri firmatari, « in nome di Dio, è stato commesso il più grande crimine terroristico della storia ». Non è del tutto falso, a condizione di includere nell’analisi lo Stato ebraico, questo artefatto coloniale costruito col forcipe sulle rovine della Palestina, in nome della Bibbia e della Shoah. A proposito di terrorismo, lo Stato di Israele è quello più titolato, con un palmares da fuoriclasse. Gli odiosi attentati dell’11 settembre 2001 hanno fatto dieci volte meno vittime dell’assedio di Beyruh da parte di Tsahal nel 1982. I suoi ammiratori occidentali devono certamente essere estasiati dalle prove di un esercito in grado dii uccidere cisì facilmente dei bambini con i missili. Devono anche essere confusi per l’ammirazione di fronte alle galere israeliane dove, grazie alla legge religiosa, la tortura viene interrotta durante il shabbat. Lo Stato ebraico merita in pieno questo concerto di elogi che gli intellettuali organici gli sciorinano lungo le colonne. E quale tracotanza da parte dell’ONU nel voler ficcare il suo sporco naso negli affari interni israeliani ! Come le peggiori calunnie, le accuse pubblicate su « Le Monde » del 27 febbraio si sono diffuse sulla rete. In certi blog, esse suscitano commenti odiosi che osiamo appena citare. Il signor Dudu Diène viene definito « difensore della setta del pedofilo folle e degli adoratori della pietra». Si legge che « dopo le invasioni musulmane la mezzaluna fertile divenne la mezzaluna sterile e la civiltà emigrò in Occidente ». Sull’ONU, uno internauta scatenato riassume a modo suo l’articolo pubblicato da « Le Monde » : « l´ONU, è un’accozzaglia di feccia islamista e terzomondista ». Che cosa aspettiamo a sopprimere l´ONU ? Sarebbe ancora più semplice. Islamofobia dichiarata, odio del mondo arabo, stupefacente arroganza occidentale, c’è di tutto. Operazione riuscita, signore e signori intellettuali organici. È nostro dovere non aver paura di dire la verità, per rigurado verso tutti quei Palestinesi che, come Cristi in croce, hanno sofferto e ancora dovranno soffrire a causa di Israele, ma anche a causa delle nostre cecità e dei nostri errori nel sostenerlo apportato. Bruno Guigue (http://oumma.com/_Bruno-Guigue_) giovedì 13 marzo 2008 -------------------------------------------------------------------------------- Reazione di Silvia Cattori : Bruno Guigue l´onesto sanzionato Israele e i crimini del suo esercito protetti Il signor Bruno Guigue, viceprefetto di Saintes, è stato recentemente destituito per aver diffuso, sul sito Oumma.com, un articolo intitolato « Quando la lobby filo-israeliana si scatena contro l´ONU ». Del resto, Guigue ha pubblicato numerosi libri sul conflitto arabo-israeliano e sulla situazione nel Vicino Oriente (*) e le sue opinioni su questo argomento sono note. Perché dunque silurarlo ora ? Perché sono state considerate solo due frasi, estratte dal lungo articolo che se la prendeva essenzialmente con una tribuna publicata su Le Monde con il titolo « L´ONU contro i diritti dell’uomo » [1] ; tribuna firmata in particolare da Pascal Bruckner, Alain Finkielkraut, Claude Lanzmann, Elie Wiesel, Pierre-André Taguieff, Frédéric Encel ? È la domanda pertinente posta in un articolo che, secondo noi, merita una lettura esaustiva [2]. L´autore di questo articolo, Nidal, trova una prima spiegazione alla domanda posta, nel fatto che « Israele lancia la sua campagna contro Durban 2 » [3]. In effetti, egli rileva che « il Consiglio dei Diritti dell’Uomo dell’ONU organizza, nel 2009 a Durban, una seconda conferenza mondiale contro il razzismo, dopo quella del 2001 denunciata da Israele e dagli Stati Uniti come un « circo » antisemita e anti-israeliano ». Egli osserva che da febbraio 2008, « gli ambienti sionisti si agitano per la preparazione di questa conferenza (mentre l’argomenta non agita per niente le folle) : bisogna delegittimare preventivamente la conferenza ». Fa notare che tale sembra proprio il fine della tribuna pubblicata su Le Monde con il titolo «L’ONU contro i diritti dell’uomo» e che denuncia il « Consiglio dei diritti dell’uomo », organizzatore della conferenza di Durban (tribuna contro la quale ha reagito il signor Guigue nell’articolo per cui è stato accusato). Egli trova una seconda spiegazione in una volontà di « mettere al passo l’esecutivo » da parte di un nuovo governo filo-israeliano che « avrebbe la sensazione di scontrarsi contro un’amministrazione meno ... convinta » e nel fatto che « l´orientamento « filo-arabo » dell’amministrazione francese è al centro delle preoccupazioni degli agitatori filo-israeliani». Infine, esempi alla mano, egli rileva che il « dovere di riservatezza » invocato per silurare il signor Guigue si applica, a senso unico, solo quando qualcuno se la prende con Israele e non quando se la prende con i musulmani. Ci sembra che l’autore di questo articolo abbia visto bene le implicazioni del caso e la strategia messa all’opera. Il lancio e la manipolazione di dibattiti (che vanno nel senso della politica guerrafondaia neoconservatrice degli Stati Uniti e del loro nuovo piccolo barboncino sarkozyiano - contro Durban, contro il Sudan sull’argomento del Darfur, contro la Cina per i Tibetani strumentalizzati e interposti, contro Chavez, contro Hamas, contro Hezbollah, l´Iran, la Siria, etc) contro i bersagli della lobby filo-israeliana francese ha avuto inizio molto tempo fa. Ma è diventato molto efficace da quando i presunti « nuovi filosofi » (che non hanno mai apportato niente alla filosofia) sono dietro le quinte della presidenza Sarkozy. Quanto al fatto che l´UJPF (Unione Ebrea Francese per la Pace) abbia fornito il suo sostegno [4] a Bruno Guigue, non possiamo che felicitarcene. Ma questo non permette di dimenticare che in questi ultimi anni alcuni responsabili di tale associazione si siano adoperati per lanciare appelli alla « vigilanza », a isolare ed ostracizzare numerose persone, accusandole a torto di « antisemitismo » perché criticavano la politica di Israele in maniera per loro non conveniente (per ragioni ideologiche ?) e ad alimentare delle campagne menzognere. Si potrà veramente credere che l´UJFP non pratichi, a seconda della propria convenienza, una difesa del singolo, quando essa prenderà le difese di tutti quelli che, a causa della loro critica a Israele, si sono visti trascinare nel fango. Noi pensiamo, ad esempio, a Dieudonné, di cui il presidente dell´UJFP, Pierre Stambul, ha contribuito macchiare la reputazione [5], mentre era già bersaglio del CRIF e di avvocati che lo trascinavano da un tribunale all’altro. Il giorno in cui quest’associazione presenterà le sue scuse a tutti quelli che i suoi dirigenti hanno insultato, potremo crederla sincera alle sue posizioni. Silvia Cattori (http://www.silviacattori.net/article406.html) (*) Tra questi lavori : « Aux origines du conflit israélo-arabe », e « Proche-Orient : la guerre des mots », Editions l´Harmattan [1] Vedi : http://www.lemonde.fr/opinions/article/2008/02/27/l-onu-contre-les-droits-de-l-homme_1016249_3232.html [2] « Commentaires sur l´affaire du sous-préfet limogé » http://tokborni.blogspot.com/2008/03/commentaires-sur-laffaire-du-sous-prfet.html [3] Alla Conferenza Mondiale contro il Razzismo, organizzata a Durban nel settembre 2001 sotto la guida dell’alto commissario dei Diritti dell’Uomo all’ONU, Israele fu designato come Stato razzista. [4] Sostegno, tuttavia, associato ad una strana riserva, quando l´UJFP sfuma l’affermazione di Bruno Guigue dicendo che Israele « senza dubbio non è il solo » paese i cui cecchini tirano su ragazzine all’uscita di scuola. I responsabili dell´UJFP possono citare un paese dove, dal 1987, dei battaglioni di soldati in jeep e carri armati entrano, giorno dopo giorno, talvolta parecchie volte al giorno, nei campi profughi di Jenin e di Balata, come noi stessi abbiamo visto, stuzzicano dei bambini, li provocano finché questi bambini, impazziti dalla rabbia, lanciano pietre ed essi trovano così il pretesto per prenderli di mira, ferirli, mutilarli, ucciderli ? Sono stata testimone oculare dei crimini dell’esercito israeliano sui bambini. Vedi, ad esempio : « Les enfants de Market Street », 22 marzo 2004. « BALATA ou la mort à petit feu », 12 dicembre 2003 « Tsahal : une armée qui mène la guerre contre des enfants », 3 dicembre 2003 [5] Il signor Stambul è intervenuto presso alcuni siti per far togliere un intervista di Dieudonné che accusava di antisemitismo, ad esempio. « Sono piuttosto stupito di trovare questa "intervista" di Sylvia Cattori e di Dieudonné (...) Se questo genere di articoli continua a passare su « Marseille solidaire » chiederò di non esservi più iscritto » Vedi : « Palestine : l´ampleur de la tragédie exige un soutien sans faille », 30 gennaio 2005 -------------------------------------------------------------------------------- Reazione di Joss Rovélas : Dopo la Palestina, la Francia colonizzata dallo Stato di Israele!
In Francia, si possono fare, anche ai più alti livelli dello Stato, delle affermazioni negrofobe nello stesso stile di quelle di intellettuali come Alain Finkielkraut, Max Gallo, Hélène Carrère d'Encausse o di giornalisti indifferentemente di sinistra o di destra nonché di uomini polirtici socialisti e UMP che battono ogni giorno il Front National sul proprio terreno del razzismo e dell’esclusione ! Tutti i giorni è possibile stigmatizzare l’insieme dei musulmani assimilandoli ad una corrente integralista sia pure minoritaria. Ogni giorno è possibile calunniarli tutti e indifferentemente per il terrorismo di Ben Laden omettendo accuratamente di denunciare i pluridecennali soprusi terroristici dello Stato di Israele con il suo esercito d’occupazione, Tsahal, che ogni giorno uccide e tortura bambini, donne e uomini palestinesi che si trovano legittimamente nel loro paese ! Ogni giorno è possibile, con il sostegno della maggior parte degli uomini politici francesi, dei media e del resto della società civile, lasciar dire delle menzogne vergognose sulla commissione dei diritti umani dell’ONU. Questa è la continuazione della scandalosa campagna di denigrazione della Conferenza Mondiale contro il Razzismo di Durban del 2001, da parte di Israele, della sua diaspora e degli USA. Eppure quella conferenza aveva denunciato tutte le forme di razzismo e d’intolleranza, ma dimostrando, cifre alla mano, che il razzismo contro i non bianchi era la situazione più corrente vissuta ovunque nel mondo. Quella coraggiosa conferenza aveva effettuato il riconoscimento della deportazione, della schiavitù e della plurisecolare colonizzazione dei neri e dell’Africa come un Mega-Crimine contro l’umanità. Sette anni dopo, i negrofobi francesi dietro il loro presidente franco-ungherese, uscito di fresco dall’immigrazione dai paesi dell’Est, hanno designato i responsabili di tutto ciò che va male in Francia, gli immigrati...originari dall’Africa ! Sembra uno scherzo, ma, disgraziatamente, è il risultato di una successione di viltà, di compiacenze di tutti i politici francesi. E questo presidente, una specie di Napoleone, è il più fervente difensore dello Stato genocida e coloniale di Israele nonché del suo abituale tirapiedi, gli USA. Il coraggio di questo giovane viceprefetto Bruno Guigue e lo sfruttamento dalle due parti che ne sarà fatto non ci deve far dimenticare che il primo dovere di coloro che lottano contro l’attentato alle libertà e per il diritto di espressione ovunque nel mondo è di garantire la solidarietà totale verso chi è in prima linea. Questa solidarietà deve essere concreta pensando come prima cosa a preservare l’incarico o ritrovarne un lavoro a quelli che subiscono le conseguenze l’inammissibile ricatto dell’antisemitismo non appena viene denunciato lo Stato canaglia di Israele. Tutti quelli che ovunque nel mondo lottano contro l’oppressione imperialista non devono mai dimenticare che lo Stato di Israele è la realizzazione più perfezionata del colonialismo occiodentale. (http://www.montraykreyol.org/spip.php?article1024) 23 marzo 2008 1:27 PM -------------------------------------------------------------------------------- Chris McGreal: Cecchini che prendono di mira dei bambini BRUNO GUIGUE HA RAGIONE : I CECCHINI ISRAELIANI ASSASSINANO DEI BAMBINI Bruno Guigue è stato destituito dal suo posto di viceprefetto per aver scritto che i cecchini israeliani abbattono dei bambini. Dire cose del genere sarebbe essere "anti-israeliani". Si tratta della verità, come mostra il seguente articolo del Guardian, scritto nel 2005. [The Guardian - UK - Chris McGreal chris.mcgreal@guardian.co.uk - 29/06/2005 - Trad. ISM] È stato il tiro su Asma Mughayar a spazzare via tutti gli ultimi dubbi che avevo sul modo in cui I soldati israeliani uccidevano tanto dei bambini che dei civili palestinesi. Asma, 16 anni, e il suo fratellino Ahmad, raccoglievano la biancheria sul tetto della loro casa nel sud della striscia di Gaza nel mese di maggio dell’anno scorso, quando furono abbattuti da un cecchino dell’esercito israeliano. Né l’uno né l’altra erano armati o minacciavano il soldato che sparò, invisibile, da un foro nel muro di un blocco di appartamenti vicini. L´esercito disse che tutti e due erano saltati su una bomba palestinese piantata nel suolo per uccidente dei soldati. I cadaveri raccontano una storia diversa*. All’obitorio di Rafah, Asma era stesa con un solo foro di proiettile nella tempia; suo fratello di 13 anni aveva un solo impatto di proiettile, alla fronte. Non aveva nessun’altra ferita, certamente non conseguente ad un’esplosione. Messo di fronte a questo, l’esercito cambiò il suo rapporto e pretese che entrambi fossero stati uccisi da un tiratore palestinese, questo malgrado le prove che indicavano il rifugio del cecchino israeliano. Quello che i militari non fecero fu chiedere ai loro soldati perché avessero fornito un falso rapporto del decesso o parlare ai genitori dei ragazzi o ai testimoni. Quando i giornalisti fecero pressione sulla questione, l’esercito promise una completa indagine, ma alcunee settimane dopo essa fu tranquillamente abbandonata. È diventato la norma in un esercito che sembra ritenere che sia meglio proteggersi da ogni responsabilità che vivere secondo la sua affermazione di essere "l´esercito più morale al mondo". Come hanno fatto notare ieri i genitori di Tom Hurndall dopo la condanna di un sergente israeliano per l’omicidio involontario del loro figlio, il soldato è stato giudicato solo perché la famiglia britannica ha avuto le risorse per mettere abbastanza pressione. Ma non c’è stata alcuna giustizia per I genitori delle centinaia di bambini palestinesi uccisi dai soldati israeliani. Secondo il gruppo israeliano dei Diritti dell’Uomo, B´Tselem, l´esercito ha ucciso 1.722 civili palestinesi – più di un terzo di loro erano minori – e 1.519 combattenti, e l´Intifada è iniziata circa cinque anni fa; a confronto le cifre israeliane sono di 658 civili uccisi – di cui il 17% minori - e 309 militari. L´esercito ha indagato solo su 90 decessi palestinesi, come al solito sotto pressioni esterne. Sono stati condannati sette soldati : tre per omicidio involontario, nessuno per assassinio. Il mese scorso, un tribunale militare ha condannato un soldato a 20 mesi di prigione per aver abbattuto un palestinese che aggiustava la sua antenna televisiva, la pena più lunga per la morte, di un civile, meno di quanto ricevono gli obiettori di coscienza israeliani rifiutandi di servire nell’esercito. B´Tselem sostiene che la mancanza di responsabilità e di regole d’ingaggio che “incoraggiano tra i soldati un atteggiamento da grilletto facile” hanno creato una “cultura dell’impunità” – opinione sostenuta dal gruppo dei Dirittio dell’Uomo con sede a New York, Human Rights Watch, che la scorsa settimana ha definito numerose indagini per morti di civili “un’impostura ... che incoraggia i soldati a pensare di poterla frare franca per un omicidio". Nel sud di Gaza, gli omicidi avvengono in un clima che si riassume in una forma di terrore contro la popolazione. Il tiro aleatorio a Rafah e Khan Yunis ha preso centinaia di vite, tra cui cinque bambini abbattuti mentre erano seduti nelle loro aule di scuola. Molti altri sono morti presi volutamente di mira dai cecchini – bambini che giocavano a calcio, seduti fuori di casa o di ritorno da scuola. Quasi sempre le "indagini" si sono risolte nel chiedere al soldato che ha tirato il grilletto che cosa è successo – spesso affermano che vi è stato uno scambio di colpi, mentre non ce n’è stato nessuno – e presentandolo come un fatto. La polizia militare ha lanciato lo scorso ottobre un’inchiesta sulla morte di Iman al-Hams solo dopo che i soldati avevano reso pubbliche le circostanze in cui il loro comandante aveva scaricato la sua arma sulla ragazzina di 12 anni. È stato registrato mentre duceva ai suoi uomini che la giovane avrebbe dovuto essere uccisa anche se avesse avuto tre anni. Il colonnello Pinhas Zuaretz era comandante nel sud di Gaza due anni fa, quando l’ho interpellato sul numero di omicidi. Il colonnello, che ha riscritto le regole d’ingaggio per permettere ai soldati di sparare su ragazzini di 14 anni, ha riconosciuto che le versioni ufficiali di numerosi assassinii erano false, ma ha giustificato la strategia come un prezzo per sopravivere contro un secondo Olocausto. Forse questa opinione era condivisa dal soldato che in aprile ha abbattuto tre ragazzi di 15 anni, Hassan Abu Zeid, Ashraf Mousa e Khaled Ghanem, per essersi avvicinati alla frontiera fortificata tra Gaza e l’Egitto. I militari hanno detto che gli adolescenti erano dei contrabbandieri di armi e dunque dei “terroristi”, che il soldato aveva loro sparato alle gambe e che li aveva uccisi solo perché non si erano fermati. Il rapporto era una falsificazione. Gli adolescenti erano in "una zona proibita" ma giocavano a pallone. I loro cadaveri non mostravano alcuna ferita provocatta per neutralizzarli, ma solo spari grosso calibro alla testa o alla schiena. L´esercito lo ha ammesso tranquillamente - ma ha dichiarato che non ci sarà nessuna inchiesta. Articolo in francese: http://www.ism-france.org/ Articolo in inglese: http://www.guardian.co.uk
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