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Luca Bionda intervista Elizaveta Valieva
:::: 29 Settembre 2008 :::: 9:32 T.U. :::: Intervista :::: Luca Bionda

Intervista a Elizaveta Valieva
a cura di Luca Bionda



Vi proponiamo un’anticipazione dell’intervista con Elizaveta Valieva, giornalista osseta, incentrata sul recente conflitto in Ossezia del Sud; l’intervista è stata raccolta ad inizio Settembre.
L’intervista completa potrete leggerla nel prossimo numero di Eurasia (Eurasia 3/2008)



D.: Elizaveta Valieva, cosa ci può dire riguardo alla situazione dei profughi sudosseti in Ossezia del Nord? Dove sono concentrati? Tanti sono già tornati a Tskhinvali?

R.: Nei primi giorni del conflitto, il Ministero delle Situazioni di Emergenza aveva installato un campo profughi ad Alagir, in Ossezia del Nord. Ho visitato i profughi sia lì che a Vladikavkaz. Mi hanno raccontato con emozione che cosa hanno patito durante la guerra. Le donne, in particolare, in pensiero per la sorte di mariti, figli e fratelli rimasti a difendere Tskhinvali.

Quando sono arrivata a Tskhinvali, una settimana dopo la guerra, pochi civili erano tornati. C’erano solo uomini e militari, pochissime donne e bambini. Pochi giorni dopo, però, ho visto colonne di auto e bus che riportavano i profughi a Tskhinvali e la città si è rianimata.


D.: Cosa vi hanno detto i profughi di Tskhinvali?

R.: Ho ancora nella memoria il racconto di Ilja Tuaev, un anziano di 86 anni. Quando è scoppiata la guerra lui si trovava in una casa di cura fuori Tskhinvali, in montagna. Ha saputo dell’inizio della guerra dalla televisione. Pensava che la città fosse stata cancellata dalla faccia della terra. Quando, due giorni dopo la fine della guerra, Ilja è ritornato a Tskhinvali, aveva paura di uscire della macchina. «Credevo che le mie figlie fossero morte. Avevo paura di guardare la mia casa, temendo di vederla in rovina», mi raccontava Ilia Tuaev.

Ricordo anche il racconto di sua figlia di 47 anni Irina Tuaeva. Durante i bombardamenti georgiani con i missili Grad e con l’aviazione, lei era a Tskhinvali. Con i vicini si era rifugiata in un sotterraneo. «Quando i rumori si sono smorzati, siamo usciti dai sotterranei: eravamo sporchi, con i capelli scompigliati e gli occhi stravolti. Abbiamo visto i primi carri armati russi che sono entrati in città. I soldati ci guardavano come fossimo extraterrestri: non riuscivano a credere che qualcuno fosse sopravvissuto a quei bombardamenti. Non ci credevamo neanche noi. Uno dei soldati mi ha dato un cioccolatino che aveva in tasca, facendomi commuovere fino alle lacrime», raccontava Irina.


D.: Come valuta l’inizio dell’invasione georgiana? Crede che sia stata una scelta del governo di Tbilisi oppure pensa che Saakashvili sia stato “costretto” dagli Stati Uniti d’America o dalla Russia?

La situazione precedente il conflitto andava bene per la Russia, consapevole che forzare la mano sul riconoscimento dell’Ossezia del Sud avrebbe avuto per Mosca conseguenze molto negative dal punto di vista delle relazioni internazionali. E infatti la Russia ha sempre svolto un ruolo pacificatore.

R.:
I Repubblicani degli Stati Uniti d’America potevano avere interesse a spingere Saakashvili a scatenare questa guerra per ragioni di politica interna legate alle elezioni presidenziali. Non è possibile dire con certezza quale sia stato il catalizzatore della decisione di Saakashvili, ma è certo che lui era sicuro del non intervento della Russia. Forse contava sul fatto che Putin fosse a Pechino per la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi e che Medvedev fosse in ferie.
A dimostrazione di questa sua convinzione, sta il fatto che i georgiani non hanno nemmeno tentato di bloccare il tunnel di Roki né di compiere operazioni militari in direzione di Java, che si trova vicino al confine russo.

Tskhinvali è una città difficile da difendere a causa della sua posizione e Saakashvili voleva conquistare la città in breve tempo per mettere davanti al fatto compiuto tutto il mondo. Secondo il suo piano, alle 9 di sera dell’8 agosto era prevista una conferenza stampa per l’annuncio della vittoria georgiana. Tutto questo poteva aver luogo solo in caso di non intervento della Russia.


D.:
Come vede il futuro politico della Georgia? Crede che Saakashvili darà le dimissioni e abbandonerà la politica? I partiti politici di opposizione posso cercare un dialogo con la Russia?

R.: Le elezioni presidenziali all’inizio di quest’anno hanno mostrato che Saakashvili, nonostante la sua vittoria, aveva problemi di popolarità. Ho seguito le elezioni georgiane e so che esse non sono state del tutto regolari. Gli osservatori hanno notato che era stato aggiunto il 10 – 16 % dei voti grazie all’intervento dell’amministrazione. Le persone che lavoravano nell’organizzazione della macchina hanno ricevuto incarichi di governo, per esempio Iakobashvili. È chiaro che, in nome del conflitto armato, la nazione georgiana si è unita intorno al suo leader. Ora per Saakashvili è vantaggioso conservare la tensione in Georgia perché appena essa scenderà, l’opposizione comincerà a rivolgergli domande spiacevoli. È possibile che il risultato di questo saranno le dimissioni di Saakashvili, tanto più se la perdita dei territori di Abkhazia e Ossezia del Sud diventerà un fatto irreversibile.

Per ora, nello spettro politico georgiano non ci sono serie forze che vogliano dialogare con la Russia, né penso che appariranno in tempi brevi. Perché la Russia è garante dell’indipendenza degli ex territori della Georgia e i georgiani la ritengono una forza occupante. Se vogliamo parlare di chi potrebbe essere il futuro presidente della Georgia, bisogna fare il nome di Nino Burjanadze, che la scorsa primavera ha preso le distanze dalla maggioranza di Saakashvili e non ha partecipato alle elezioni parlamentari. La Burjanadze sta conducendo serrate consultazioni negli Stati Uniti d’America. Meno probabilità ha Salome Zurabishvili, che è sostenuta dall’Europa […].



NOTE: Elizaveta Valieva lavora come giornalista tra Mosca e Vladikavkaz (Repubblica dell’Ossezia del Nord, RUS); è caporedattrice e responsabile del portale informatico Ossetia.ru. Collabora con il sito dell’Institute for War and Peace Reporting.

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