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Dalla strage di Beslan alla distruzione di Tschinvali. Intervista a Luca Bionda e Ennio Bordato
:::: 3 Novembre 2008 :::: 14:49 T.U. :::: Interviste :::: Giuseppe Iannello

di Giuseppe Iannello (www.russianecho.net)


Ritorniamo a parlare di Ossetia. Sono trascorsi ormai più di due mesi da quella tragica notte tra il 7 e l’8 di agosto quando l’esercito georgiano ha sferrato un attacco “annunciato” da tempo: l’Ossetia del Sud doveva ritornare all’ovile; con o senza gli Ossetini questo poco importava. “La Georgia ai georgiani” era stato il motto del primo presidente della Georgia postsovietica Gamsakhurdija, che i presidenti che lo avevano succeduto, Shevardnadze e Saakashvili, avevano fatto poco per smentire. Ma si sperava che il buon senso avrebbe infine prevalso, che le scaramucce, le provocazioni facessero parte di un rito, di una retorica politica tesa alla salvaguardia della propria poltrona in nome del solito nazionalismo di copertura di ben altri interessi …
Ed invece non è stato così. Perché il “buon senso” non è il criterio che governa le relazioni internazionali del mondo unipolare. Questo è importante che ce lo ficchiamo in testa per evitare di incorrere in ricerche di senso lì dove l’unica logica è quella della realizzazione del proprio obiettivo. E per farlo tutti – dico tutti – i mezzi sono leciti. Qualsiasi considerazione etica è del tutto estranea a chi oggi ancora regge i fili della politica e dell’economia mondiale.
Allora, poste queste premesse, è il caso che ci soffermiamo a cercare di comprendere secondo altre logiche anche quello che è successo in Ossetia del Sud e non ci sorprenderà che vengano messe in relazione Beslan e Tschinvali, due città entrambe ossete (la prima dell’Ossetia del Nord), vittime di un dolore che non trova risposta nella malvagità umana, perché chi ha mosso gli aggressori non ha agito secondo le categorie del bene e del male, ha agito e basta. Il dolore umano è una variabile che non viene presa in considerazione. Soprattutto quando la ragione deve stare da una sola parte.


I fatti
Beslan,1 settembre 2004, un gruppo di terroristi prende in ostaggio più di mille e trecento persone tra studenti, docenti e allievi della “Scuola n.1” della città. L’azione si concluderà dopo tre giorni con la morte di 376 persone, tra cui 172 bambini.

Tschinvali:7/8 agosto 2008, in seguito all’assalto dell’esercito georgiano la città viene praticamente distrutta, tutte le strutture pubbliche vengono colpite (università, scuole, ospedale, perfino il cimitero); i morti secondo fonti ossetine sono in tutto il paese 1672.

Gli intervistati

Luca Bionda: redattore della rivista di geopolitica Eurasia (www.eurasia-rivista.org) ed osservatore internazionale indipendente alle elezioni in Abchazia

Ennio Bordato: presidente dell’Associazione “Aiutateci a salvare i bambini” operante nella Federazione russa dal 2001 e presente a Beslan dal settembre 2004.

La Russia del 2004 non era la Russia di oggi e la situazione geopolitica era ben diversa. In Cecenia c’erano appena state le elezioni e il Caucaso sembrava avviato verso la normalizzazione. Poi improvvisamente il primo settembre l’assalto alla scuola di Beslan da parte di un gruppo che si dice agli ordini del comandante ceceno Bassaiev …

BIONDA: Chi ha sfruttato la tragedia cecena e quella di Beslan per urlare anche in Europa in favore dell’indipendenza della Cecenia, dovrebbe anche spiegarci il motivo di un tale slancio emotivo. Perché l’Europa dovrebbe sostenere l’indipendenza della Cecenia? Per portarla in quale direzione?
In ogni caso l’intera vicenda di Beslan non può essere ricondotta solo al “problema ceceno”, dato che tra i caduti del commando furono identificati anche Ingusci, due Inglesi di origine algerina, un Russo di origine coreana ed a quanto risulta dai riscontri pure un uomo non identificato dalla pelle scura. Tutto questo basta e avanza per dimostrare come il territorio ceceno fosse infiltrato da gruppi terroristici internazionali con chiare ramificazioni all’estero; gran parte della battaglia diplomatica tra Mosca e Londra deriva proprio dal sostegno dato dal governo inglese a molti rifugiati ceceni dall’oscuro passato ed ai finanziatori degli indipendentisti, come l’oligarca in esilio londinese Berezovskij.

Signor Bordato, la sua Associazione era da anni impegnata con i bambini della clinica RDKB di Mosca … Poi ha deciso di occuparsi anche delle vittime di Beslan. Perché?

BORDATO: Nelle ore successive alla liberazione degli ostaggi della Scuola n. 1 di Beslan molti bambini ex ostaggio furono portati a Mosca per essere curati. Ricordo molto bene la situazione, io ero proprio a Mosca quel 4 settembre 2004 e subito il Ministero della Sanità russo preallertò la Clinica pediatrica RDKB per poter ospitare il maggior numero di bambini possibile.
Un intero reparto fu liberato per ospitare i piccoli Ossetini feriti. Circa quaranta arrivarono a Mosca e furono curati presso Traumatologia, Chirurgia toracica, Chirurgia addominale, Microchirurgia, Rianimazione …
Quel giorno l’idea di ospitare in Italia un gruppo di questi bambini apparve nella mia mente e contemporaneamente nella mente del Presidente della Giunta della Provincia Autonoma di Trento che mi chiese, telefonicamente, di preannunciare questa volontà ai nostri amici moscoviti.
Di lì partì il Progetto “Accoglienza dei bambini di Beslan” che vide la presenza, credo per primi in Europa di trentatré bambini ex ostaggio con una trentina di loro congiunti.
Il Progetto di accoglienza durò quasi due mesi e fu portato a buon fine soprattutto grazie alla compianta Professoressa Axia dell’Università di Padova (e delle sue collaboratrice, le psicologhe Scrimin, Capello e Moscardino) che “governarono” la situazione drammatica cui versavano tutti i nostri ospiti. Le loro condizioni psicologiche infatti – come si può immaginare – erano al limite.
Da lì prese poi il via il Progetto che terminerà nei prossimi mesi “Bambini di Beslan: proseguire l’intervento psicologico”. La situazione non è ancora sensibilmente migliorata. Vi è da dire che nel 2008 la Federazione Russa riesce molto meglio a governare le situazioni emergenziali, ma rimane, come peraltro in Europa, il fatto che se la famiglia ha alle spalle risorse autonome (culturali, economiche, sociali) la condizione del bambino ex ostaggio è migliorata. Laddove ciò non esiste potete immaginare …

Beslan è molto lontana da Mosca. Ha notato una sostanziale differenza con la vita della capitale, con i suoi modelli culturali … ha percepito allora l’identità ossetina?

BORDATO: Il Caucaso è una terra bellissima (forse più bella delle mie Dolomiti …) ma la sua storia – soprattutto economica – ancora non le permette di affrancarsi dalle tradizioni secolari di conflitto interetnico. La cultura ossetina, per esempio, sino a solo cento anni fa si tramandava solo verbalmente. I primi libri furono stampati e diffusi alla fine dell’800. Il come le donne e gli uomini di Beslan raccontavano delle loro esperienza nella scuola n. 1, dei problemi dei loro figli e nipoti, mi ha fatto conoscere la loro antichissima tradizione. Di come si fanno i brindisi in una cena o di come si debba avere – sempre – ad ogni inizio di pasto il “pirog” tradizionale (tre “pirogi” - uno di verdura, uno di carne e l’ultimo di formaggio) e di come debba tagliato senza spostare il piatto. Tutto è lontano – appunto – quasi tremila chilometri da Mosca. Poi la loro “strana” religiosità: il San Giorgio ossetino è molto diverso dal San Giorgio russo. Un Santo molto più guerriero, ma contemporaneamente una figura mitologica che è vocato a risolvere ogni problema quotidiano: a cominciare da un breve viaggio in automobile …
L’identità ossetina, come tutte le identità del Caucaso è fortissima. Ma credo abbia, in quel contesto, un qualcosa di più. Il fatto di essere diventata una nazione “bersaglio”: se non si riesce a colpire Mosca allora colpiamo l’Ossetia. Nella storia recente (Stalin era di madre ossetina e di padre georgiano), dopo la Rivoluzione dell’Ottobre - anche se i popoli mussulmani del Caucaso scelsero subito di stare con i Bolscevichi e gli Ossetini rimasero invece fedeli alla Zar - il potere sovietico ebbe sempre un approccio più “favorevole” agli Ossetini rispetto agli altri popoli del Caucaso, proprio per il legame solido che è sempre esistito fra la Russia e l’Ossetia.

L’Ossetia del Sud non è del tutto mono-etnica. Qual è la consistenza e il ruolo della minoranza georgiana?

BIONDA: Prima dell’invasione di Tschinvali ad opera dell’esercito di Tbilisi, in Ossetia del Sud vi era una forte minoranza georgiana e, come è noto, anche molti nuclei famigliari misti. Aspetti certamente favorevoli per una pacifica convivenza tra le etnie, che le sconsiderate operazioni militari georgiane hanno messo forse per sempre in crisi.
I dati numerici sulla presenza georgiana sono contraddittori e l’isolamento dell’Ossetia inflitto dalla Georgia non ha di certo aiutato in tal senso. I Georgiani prima del conflitto costituivano dal 25 al 30% della popolazione del territorio indipendentista. Tali considerazioni su basano sulla percentuale di Georgiani registrati a Tschinvali e sul censimento dei villaggi a forte maggioranza georgiana o persino monoetnici georgiani. Molti villaggi lungo le zone di combattimento, a grandi linee coincidenti con la linea di confine, sono stati abbandonati o distrutti durante il conflitto ed al momento è difficile capire se ci sarà un ritorno parziale o completo dei georgiani nelle loro enclaves in Ossetia. In ogni caso il territorio dell’Ossetia del Sud oggi risulta sotto il completo controllo del governo indipendentista guidato da Eduard Kokoity.
Dovendo essere realisti, al momento con la linea espressa dal governo Saakashvili, tra Ossetia del Sud e Georgia non ci possono essere trattative chiare e di lunga durata.

Un accenno all’Abchazia, dove invece gli Abchazi non erano maggioranza al momento della dissoluzione dell’URSS. Qui sembra che una sorta di pulizia etnica ci sia stata … o comunque una fuga forzata della popolazione georgiana …


BIONDA: Tutto il Caucaso risente delle politiche che nell’epoca imperiale e poi sovietica hanno provocato deportazioni e continue rivolte, consideriamo che nella regione coesistono decine di etnie che spesso, oltre all’uso del russo quale idioma di base nel campo politico ed amministrativo, sono divisi da marcate differenze etniche, culturali e religiose.
La tattica governativa di favorire politicamente le etnie meglio disposte verso il potere centrale, massicciamente usata nel Caucaso sovietico, generò numerosi problemi nella gestione del potere in Abchazia. Ci sono dati differenti sulla composizione demografica dell’Abchazia, tuttavia i più ritengono che i Georgiani costituissero il gruppo più numeroso nella regione. Come è stato possibile tutto questo?
Nel periodo sovietico il controllo georgiano dell’Abchazia fu reso possibile da una politica di favoreggiamento dell’immigrazione dalla vicina Mingrelia (Samegrelo), la quale permise a Tbilisi di assegnare posti chiave nella politica locale alle sole etnie fedeli al potere centrale. All’inizio furono proprio il georgiano Stalin ed il mingreliano Lavrentij Beria ad incoraggiare una politica di repressione della cultura abchaza a vantaggio dei Georgiani in Abchazia.
Forzare le tappe in tema di immigrazione ed integrazione provoca spaccature enormi nella società, anche se a giudicare da quanto visto in Kosovo Metohija sembra che l’Europa non intenda fare tesoro delle esperienze dell’URSS.
In ogni caso oggi sappiamo che il favoreggiamento dell’immigrazione georgiana verso l’Abchazia ebbe un “effetto boomerang”, provocando in modo decisivo le tensioni che sarebbero sfociate nel conflitto armato ed in orribili episodi di violenza interetnica che, è giusto dirlo, coinvolsero tanto i civili georgiani quanto quelli abchazi, anche se su dati numerici differenti.
L’indipendenza dell’Abchazia nel 1992 arrivò invece con l’appoggio di popolazioni, militari e volontari molto diversi, basti pensare che vi presero parte numerosi popoli caucasici, Armeni, Russi, Cosacchi, Cabardini, Tatari... credo che nel clima politico di quegli anni un mancato intervento a favore della parte più debole avrebbe significato un massacro degli Abkhazi da parte dei nazionalisti georgiani. Questo senza nulla togliere alle sofferenze di migliaia di profughi georgiani che ancora oggi sopravvivono in alberghi decrepiti e container di fortuna da Zugdidi fino a Tbilisi.
Nessun presidente georgiano ha provveduto a trovare una sistemazione definitiva ai profughi, giacché farlo certificherebbe la sconfitta nella guerra con l’Abchazia; le nuove generazioni di profughi stanno crescendo nell’analfabetismo, nella povertà, nella disoccupazione e nel disagio sociale. Il problema è ben lontano dalla sua soluzione; anzi, come abbiamo visto, la tragedia si è addirittura aggravata con il fallito piano per conquistare l’Ossezia del Sud.

Il ruolo delle altre potenze della regione. Mi riferisco in particolare alla Turchia, che confina appunto con la Georgia …

BIONDA: Il ruolo della Turchia al momento non è chiaramente decifrabile. Si tratta di un paese sottoposto a forti pressioni da parte della NATO, e come tale impossibilitato ad esprimere liberamente la propria politica di potenza regionale. La Turchia oggi intrattiene sostanzialmente buone relazioni con la Georgia ma al tempo stesso questo non impedisce ad Ankara di mantenere contatti importanti con la Russia. La Turchia non sembra avere avuto una “parte attiva” nel conflitto e nella fornitura di particolari armamenti.
Inoltre la recente ed importantissima ripresa del dialogo tra Armenia e Turchia ha ulteriormente complicato il quadro geopolitico del Caucaso: le ragioni, i tempi e i modi di questo parziale disgelo sono anch’essi non troppo chiari: potrebbe trattarsi di una spinta diplomatica russa per consolidare il proprio ruolo nella regione, ma il tempo potrebbe anche evidenziare una regia statunitense. Gli Americani infatti, coscienti di avere reso la Georgia un territorio politicamente inadatto al trasporto degli idrocarburi estratti nel bacino del Mar Caspio, potrebbero essere intenzionati a controllare nuovi territori utili a diversificare il trasporto delle risorse energetiche provenienti da Turkmenistan ed Azerbaijan, i cui governi hanno forti legami con la politica nordatlantica.

L’immane dolore delle vittime di Beslan fu accentuato dalla poco chiarezza fatta sullo scontro finale tra terroristi e forze speciali? I media occidentali insistettero molto sulla presunta avventatezza del blitz che avrebbe favorito il bagno di sangue...

BORDATO: Prima di entrare nel merito delle fasi finali della vicenda vorrei richiamare la dichiarazione del Governo russo una ventina di giorni dopo la strage. Vi fu una apparizione anche sui nostri media. Il Governo russo disse che la verità sui fatti di Beslan non poteva essere detta poiché una sua pubblicizzazione avrebbe posto in essere un confronto (armato?) con una potenza straniera. Mi rimane ancor oggi questa cosa nella mente e ciò è in perfetta linea con le notizie e le analisi che qua e là vengono riportate dalla rete. Il ruolo di Berezovskij e dell’Inghilterra (chi si ricorda dell’affaire Litvinenko), del ruolo che la British Petroleum ha nel Caucaso (in particolare riferimento all’Azerbaijan) ed rapporti del finanziamento della cosiddetta “guerriglia” cecena ed il ruolo del comandante del gruppo di assalitori della Scuola di Beslan Basaev.
L’attacco a Beslan può pertanto essere ricondotto ad una fine e perfida strategia geopolitica che voleva una vera e propria “psichiatrizzazione” del Caucaso. Una bomba lanciata in mezzo a molte nazionalità con il compito di staccare letteralmente Mosca dal Caucaso dando ai vari “signori della guerra” piccole porzioni di territorio per poi – chissà – intervenire a suon di dollari o cannoni. (naturalmente contro il “terrorismo internazionale”).

Questo il contesto geopolitico, ma qual è la “verità” delle vittime e dei cittadini di Beslan a proposito dell’assalto finale?

BORDATO: Non c’è nessuna “verità”. C’è solamente un immenso dolore che il passare degli anni acuisce ancor più. Un meccanismo psicologico che fa dubitare di tutti e di tutto e che si allarga a macchia d’olio con un senso di colpa dei vivi verso i morti e dei parenti dei morti verso i vivi. Una vera tragedia di popolo. Difficile farlo comprendere con una frase su un pezzo di carta …

Esiste una verità storica su “Beslan”? O almeno un’inchiesta giornalistica che abbia posto delle ipotesi fondate?

BIONDA
: Se si esclude la magistratura russa, credo che nessuno abbia tutti gli strumenti per dare una lettura organica di un simile evento. La precisa volontà di far trapelare poco o nulla dei risultati delle indagini, atteggiamento che tutti in Occidente giudicano corretto solo quando applicato entro i propri confini nazionali, ha generato molte ipotesi alternative e le illazioni più diverse, spesso volte deliberatamente a screditare le autorità moscovite e, secondariamente, quelle di Vladikavkaz.
Un’indagine rigorosa ed oggettiva non può subire interferenze politiche da oligarchi ed esponenti degli indipendentisti ceceni fuggiti a Londra; molti hanno strumentalizzato in modo odioso la tragedia per infondere un clima di caos politico in tutta la Russia.
Non avendo quindi gli elementi diretti per giudicare nel dettaglio i fatti di Beslan, credo che l’ipotesi più strutturata e verosimile sia quella delineata dagli organi giudiziari russi, sulle cui implicazioni geopolitiche concordano peraltro molti analisti del calibro di Markedonov o Meyssan: la strage di Beslan fu dovuta ad un attacco sferrato da un gruppo di terroristi frammisti a sbandati e tossicodipendenti, addestrati e rassegnati a morire senza uno scopo preciso, se non quello di colpire a fondo la società russa ed estera.
Nel programma dell’attacco terroristico è impossibile vedere un chiaro progetto politico come ad esempio la creazione di un califfato o la richiesta di liberazione di combattenti ceceni detenuti. Solo il caos politico potrebbe essere l’obiettivo di un gesto così plateale ed assurdo, nessun piano concreto per la creazione di una Cecenia indipendente, nessuna Ichkeria. La presenza di un commando multietnico già di per se dimostrerebbe questa tesi.
Certamente vi sono ancora punti oscuri riguardanti in particolare la corruzione di alcune autorità ossete che non avrebbero impedito l’ingresso del commando nella Repubblica dell’Ossezia del Nord. Esistono altresì diversi tragici esempi di inefficienza nei soccorsi e nelle operazioni degli Spetsnaz che sono stati evidenziati ad esempio dalle “Madri di Beslan”.

BORDATO: Rimane altresì a me distintamente assai chiaro come vi sia una grande contraddizione di fondo nell’animo dei cittadini di Beslan, laddove permane un profondo astio per Mosca (la Mosca dei burocrati) e una venerazione ed un vera e genuina riconoscenza agli appartenenti alle forze armate e speciali russe che hanno aperto la strada per la salvezza di chi si è potuto salvare. “Venerazione” testimoniata dal monumento eretto in città ai morti degli Spetsnaz, tappa ogni settembre di una sorta di pellegrinaggio comune tra le madri degli agenti e quelle dei bambini della scuola sui luoghi del massacro.

Quattro anni dopo Beslan la distruzione di Tschinvali. Lei quest’anno, commemorando l’anniversario della strage della scuola, ha messo in relazione “Beslan” e “Tschinvali”. Perché?


BORDATO
: La tragedia dell’Ossezia Meridionale è la tragedia di tutto il popolo osseto. Accanto alle urla, lancinanti delle madri, a Beslan quest’anno e nei prossimi anni si uniranno migliaia di voci straziate nel dolore per la morte di un bambino, di una donna, di un vecchio nella notte cupa dell’8 agosto 2008 quando gli ospedali, gli orfanotrofi, le case di riposo, i cimiteri per volontà della Presidenza georgiana sono diventati i primi obiettivi del genocidio osseto. E nessuno sentirà le voci degli abitanti dei 48 villaggi non esistono più ...
Ma accanto al dolore fisico un altro dolore, meno straziante ma che lascia maggiormente sbigottiti, il dolore morale. Il popolo osseto non si capacita dei motivi per i quali questa nuova, immensa sua tragedia sia stata largamente strumentalizzata dalle cronache, come la vittima sia stata presentata come carnefice. Del perché non si sia voluto raccontare la verità al mondo.
Un’immensa menzogna che fa male più delle bombe, più dei cari scomparsi. Oggi Beslan è tutta l’Ossetia. A Beslan come a Tchinvali la popolazione soffre, soffre ancora. E sta male. E questo dolore sta sempre più diventando un dolore solitario, senza solidarietà e quindi senza speranza. Un dolore che squarcia un’intera nazione e che non trova solidarietà, per con-dividere, per non farti rimanere solo con i tuoi incubi, con la tua disperazione.
____

Il dolore degli Ossetini per la comunità internazionale non esiste e non deve esistere. Gli aiuti a pioggia solo e unicamente ai profughi georgiani lo dimostra più di qualsiasi altra evidenza. Il recente riconoscimento da parte della Russia della loro indipendenza pone tuttavia un limite al ripetersi di quell’incubo. Nuove avventure militari di governi scellerati si troveranno davanti un paese sovrano che potrà ricorrere in piena autonomia al sostegno militare della Russia. L’incubo è stato ricacciato dietro l’angolo, ma potrebbe rispuntare da qualche altra parte. I fabbricanti di guerre non molleranno. La Russia rimane nel mirino.


Articolo originale sul sito RUSSIAN ECHO (www.russianecho.net).Si ringrazia Giuseppe Iannello per avere cortesemente permesso la pubblicazione dell’intervista.

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