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Tanti discorsi, situazione confusa
:::: 26 Agosto 2009 :::: 11:45 T.U. :::: Analisi - Italia :::: Gianfranco La Grassa

di Gianfranco La Grassa*

Da ormai qualche mese prevale l’ottimismo, così com’era richiesto dal premier italiano e da molti altri, nella convinzione – vera inversione dei rapporti causa-effetto, come se l’economia fosse legata a “riti magici” – che le crisi dipendano dalla sfiducia; in particolare quella dei consumatori. Comunque, si sono susseguiti negli ultimi tempi (stando alle statistiche) dati positivi; in primo luo-go relativi all’inversione di tendenza del Pil in Francia e Germania nell’ultimo trimestre. Tuttavia, permangono ancora altri segnali nient’affatto positivi, oltre alla constatazione del fatto che il segre-tario al Tesoro dell’attuale governo americano (un ex repubblicano), notorio “amico” delle banche, ha di fatto consentito che queste riprendessero, pur se non ancora a pieno ritmo come prima, i loro usuali “giochetti”.

Tuttavia, sarebbe limitativo confinarsi in polemicuzze tese a porre in dubbio la ripresa o meno; una ripresa che deve comunque essere quella dell’economia reale, non delle manovre finanziarie. Non ho alcuna voglia di giocare all’esperto; non lo sono, ma desidero esserlo meno di quanto mi sarebbe consentito dalla mia preparazione, poiché sento a questo punto una certa “antipatia” per gente che fino all’ultimo, negando ogni evidenza, ha ignorato la bufera che avanzava, poi è stata obbligata a prenderne atto ma si è divisa tra ottimisti (passerà presto) e pessimisti (siamo vicini al collasso), ha cominciato a blaterare sul vero cambio d’epoca che la crisi consentirebbe aprendo alla nuova moralizzazione nel campo degli affari, alla nuova predominanza dello spirito imprenditoriale produttivo (quello sano) rispetto agli imbrogli dei finanzieri, ecc. Infine, si è puntato il dito contro il pessimismo, prendendolo per causa della crisi (quando un normale cervello lo prende per effetto, sia pure magari in grado di peggiorare la situazione).

Inutile discettare adesso se abbiamo superato il punto di svolta inferiore del ciclo, se siamo nuo-vamente in salita; oppure se i dati prescelti risentano appunto dell’intenzione di infondere fiducia e ottimismo (quello “della volontà” in termini gramsciani). Entro la fine dell’anno penso proprio che scoccherà “l’ora della verità”, almeno per quanto riguarda il ciclo economico strettamente conside-rato. Per il momento, noto che tutte le valutazioni, del tipo “abbiamo ormai superato il peggio”, possono benissimo essere sintetizzate con quello che, a quanto riportato l’altro giorno su vari gior-nali, ha detto Bernanke, “capo” della FED americana:
«L'economia globale appare sulla via della ripresa dopo aver evitato il peggio, ma il rimbalzo sarà probabilmente lento e rimangono molti rischi».

Leggo oggi che Trichet è molto più guardingo, ma comunque questo “su e giù” (o “tira e mol-la”) è tutto sommato quanto sento dire da mesi ormai. Non gioco all’“esperto”, al “tecnico prepara-to”. Tanto meno, cercherò di paludarmi di una maggiore cultura (umanistica) diffondendomi sul tema di una nuova etica negli affari (Tremonti docet). Cercherò, sia pure per cenni, di ribadire tesi da me sostenute tante volte; annoierò chi mi ha letto abitualmente (pochi), ma so che, di questi tem-pi, bisogna ripetere certe piccole annotazioni di buon senso (e di memoria storica) fino alla nausea, perché veramente ci si dimentica facilmente di quanto detto appena due giorni prima (concedo che per un giorno il ricordo resti impresso, come appiccicato con una colla riposta per anni in un casset-to).

E’ bene che la memoria torni comunque, senza credere certo ad una ripetizione pari pari del già accaduto, a quella lunga stagnazione (circa un quarto di secolo) della fine del secolo XIX, che vide il “perfezionarsi” del declino dell’Inghilterra come paese predominante (centrale), e l’avvio di quel-la che fu detta l’epoca “dell’imperialismo”, cioè del conflitto policentrico per la “successione” al sunnominato paese (di passaggio, ricordo che la Borsa di Londra rimase ancora per decenni il cen-tro finanziario del mondo, a dimostrazione che la finanza non è il settore decisivo per lo sviluppo, e i rapporti di forza tra paesi, del sistema capitalistico).

Per quanto ne capisco, non siamo al presente entrati in una fase storica del genere; difficile non accorgersi però del relativo declino degli Usa (malgrado l’ancora nettissima prevalenza del loro ap-parato bellico), che – dopo un atteggiamento molto aggressivo nei 15 anni successivi al “crollo del muro” (e dell’Urss) – hanno infatti mutato strategia (o, forse meglio, tattica) per mascherare i loro, a mio avviso non abbandonati, progetti “imperiali” (cioè di predominanza mondiale centrale). Non è un declino definitivo e irreversibile, nessuno ci può dire che cosa ci riserveranno i prossimi decenni (perché i processi storici sono ben lunghi). Tuttavia, oggi, il baricentro politico mondiale si sta spo-stando verso est. Tutti dicevano, e ancora dicono, soprattutto per la crescita di Cina e India; perso-nalmente – ma semmai se ne riparlerà – penso che in questo momento sia più decisiva la Russia, la cui potenza tutti credono (erroneamente) limitata alle riserve di petrolio e gas. Rinvio semplicemen-te agli studi di Jacques Sapir (allievo e successore, alla presidenza del CEMI all’EHESS di Parigi, del mio Maestro francese, Bettelheim), e in particolare all’ultimo suo volume (che sarebbe bene fosse tradotto in Italia): Le nouveau XXIe siècle: du siècle américain au retour des nations, Le Seuil, 2008. Ci si accorgerà che la Russia ha ben altre “risorse”.

Non sembra, in definitiva, vicina una fase di autentica stagnazione, tanto meno così lunga come quella del 1873-96 (circa). Tuttavia, alla fine di un ulteriore periodo di difficoltà in fondo “minori”, penso che l’attuale multipolarismo si accentuerà. Non credo affatto ad un ritorno del predominio americano; pur se ciò dovesse accadere, avverrà dopo un duro confronto mondiale (di cui oggi ve-diamo in fondo solo scaramucce) accompagnato da profondi mutamenti della struttura sociale, e i-stituzionale, degli Usa. Non suggerisco comunque di disinteressarsi dell’andamento dell’attuale cri-si (ne siamo fuori, ancora dentro, il peggio è passato ma la coda sarà ancora lunga, ecc. ecc.; tutte tesi sostenute finora); giacché la crisi economica è quella che più tocca, nell’immediato, la vita quo-tidiana delle persone e altera spesso in modo drastico la distribuzione del reddito fra ceti, essendo quindi foriera di turbamenti della cosiddetta “pace sociale”. Tuttavia, cerchiamo di capire pure dove va “il mondo” nel medio periodo, poiché in esso si verificheranno quei processi sostanziali in grado di investire con modalità ben più “tormentose” l’esistenza delle attuali più giovani generazioni (non necessariamente si deve pensare a guerre, comunque a processi piuttosto turbolenti).

*****

Vi è un altro problema assai più rilevante che l’attuale congiuntura (non economica, intendo par-lare della fase storica) solleva e pone alla nostra attenzione. La cosiddetta stagnazione – quella della fine del XIX secolo è stata veramente paradigmatica in proposito – lo è solo per i tassi di crescita (del ben noto Pil). La crescita non è però lo sviluppo, che è invece trasformazione qualitativa, cioè dei rapporti sociali: prima di tutto sul piano geopolitico (quindi mondiale) e, secondariamente, sul piano interno dei principali e più avanzati paesi del capitalismo globale. Se è probabile che – aggra-vamento o meno della crisi attuale (in ogni caso, la più accentuata finora dalla fine della guerra, quindi dopo quella del 1929) – ci avviamo comunque verso una situazione multipolare in tempi nemmeno lunghissimi, altrettanto probabile è l’inizio di un periodo di stagnazione, il che non impe-disce la crescita, ma certo rende del tutto irrealistico pensare a periodi prolungati in cui essa sia in-tensa. Ovviamente, non escludendo che una crescita robusta si verifichi ancora in dati paesi tipo Ci-na e India e forse qualche altro. Nell’insieme però il ciclo sarà relativamente piatto se non addirittu-ra, in futuro, con qualche picco in basso.

Tuttavia, penso sarà invece intenso il verificarsi di processi trasformativi che intanto investiran-no con maggiore intensità la configurazione (geo)politica della formazione mondiale. Si constaterà il solito sviluppo ineguale dei diversi paesi che è tipico fenomeno di epoche simili (come già di quella a cavallo tra otto e novecento). La maggioranza delle forze politiche esistenti oggi nell’occidente “avanzato”, e in quello europeo in particolare, ha ormai accettato il capitalismo (nella sua versione esistente in quest’area) come orizzonte intrascendibile; ed è convinta – questa l’ideologia dominante (dei dominanti) – che si imponga la cooperazione globale, il reciproco accor-do per uscire dalle varie crisi, quella mondiale come quelle concernenti singoli settori o singole are-e. I pochi critici “anticapitalistici” (più nelle chiacchiere che nelle reali politiche propugnate) sono rimasti ancorati a vecchie forme di lotta; essi pensano ancora all’esistenza delle “classi” nella vec-chia impostazione già errata in quasi tutto il secolo passato poiché era in fondo quella ottocentesca.
Complessivamente, si può dire che esiste un “complesso politico” del tutto incapace di pensare in termini di sviluppo/trasformazione dei rapporti di forza internazionali, approfittando della crisi; ma non tanto di questa in se stessa – ecco perché, a medio raggio, non è poi così rilevante se essa si aggraverà oppure se siamo veramente in vista della fine del tunnel – bensì della fase storica di cui essa è spia. Questo blog dedica molta attenzione ad alcune questioni, che sono fra quelle in più chiara evidenza, proprio come chiavi di lettura degli atteggiamenti politici. Penso alla più importan-te fra queste, lo scontro su Southstream (e dunque anche sul ramo nord dello stesso gasdotto) e sul Nabucco; oppure a quella “minore”, subordinata a quest’ultima, relativa alla diatriba Magna-Fiat per la Opel (che ha dietro l’americana GM), con adesso l’intervento di un terzo incomodo (anch’esso collegato agli americani).

Se non vogliamo cadere nelle ingenuità economicistiche, dobbiamo leggere i segnali provenienti da questi scontri (per il momento sono quelli più in chiaro) solo al fine di scoprire l’evoluzione po-litica degli schieramenti in campo, in specie in Europa; ed evidentemente soprattutto in Italia, visto che qui siamo. Non entro, in questo specifico scritto, nella disamina – del resto sempre assai viva nel blog – dell’atteggiamento delle diverse forze politiche italiane, e dello schieramento trasversale (intera sinistra e destra finiana, e certamente anche il sedicente centro ancora democristiano) che più lavora per finalità antinazionali e filoamericane; mentre, dall’altra parte, mi sembra di notare co-munque notevole indecisione, voglia di compromesso, posizioni involute e poco comprensibili (quindi anche poco incisive in termini di “opinione pubblica” e di orientamento dei vari media).
Si tratta di definire comunque un indirizzo generale di analisi (critica), che deve essere tenuto nell’attuale fase. Non si può più restare – in funzione allora subordinata, pur se giocata con la ben nota “radicalità” del più uno, alle centrali sindacali, tese solo a conservare il potere di vertici buro-cratici e reazionari – alla recita della “lotta di classe”, o più semplicemente delle “masse lavoratri-ci”, dalle quali vengono generalmente esclusi, a sinistra, i vasti ceti dei “lavoratori autonomi” (mal-grado qualche chiacchiera, non però di parte sindacale, sulla loro “importanza”). Del resto, per for-tuna, anche i cosiddetti operai, a parte i pensionati, stanno abbandonando questa sinistra che difende solo posizioni arretrate e terribilmente costose in termini di “inefficienza” (in realtà inefficacia) del sistema “nazionale” complessivo.

Nessuno nega l’appoggio ad azioni di difesa delle proprie condizioni di vita; l’interesse generale deve però essere rivolto principalmente – lo ripeto per i sordi (in verità provocatori e puri mascal-zoni) – alla posizione d’insieme della nostra formazione particolare nel contesto internazionale. Il problema è anche, ma non tanto, quello di uscire nel modo migliore dalla crisi del momento; quanto invece quello di attrezzarsi più efficacemente in vista della fase multipolare in avanzata. Lo svilup-po/trasformazione deve soprattutto avere questo significato. Non dicono quasi niente i dati macroe-conomici che solitamente vengono presi in considerazione per misurare la presunta “salute” o meno di un dato sistema “economico”, che non serve a definire veramente i possibili punti di forza di un paese nella configurazione mondiale. I dati economici vanno (quasi) bene in periodi normali, in cui un assetto internazionale (monocentrico o bipolare) non è in discussione. Nel multipolarismo, essi sono addirittura negativi in quanto oscurano le necessità di ogni data formazione particolare, che non sono affatto quelle cooperative (è solo l’economia, in quanto ideologia dominante, a provocare tale “svista”), bensì competitive, quindi di irrobustimento del proprio sistema sociale e politico nel confronto con altri. Senza questo rafforzamento, fa ridere la “lotta di classe” o delle “masse lavora-trici”; anzi certe lotte servono proprio a potenze straniere per favorire l’azione dei soliti “Cavalli di Troia”.

Ovviamente, qui il discorso dovrebbe continuare, ma esso serviva solo a fissare precisi paletti (anche in vista della nostra riunione di settembre). Nessun dialogo possibile con chi insiste in con-cezioni – soprattutto (pur se non solo) diffuse a sinistra – che introducono i suddetti “Cavalli”. Ov-viamente, i dirigenti della sinistra (di tutta la sinistra) sono ormai dei farabutti e mascalzoni in ser-vizio permanente attivo di forze straniere (leggasi: statunitensi). Tuttavia, questo è un effetto; la causa risiede in più complessi fenomeni involutivi di vecchie formazioni capitalistiche ormai sem-pre più (sub)dominanti. Nessun dialogo più a sinistra (e con certa destra o centro); sempre ricordan-do che l’uso di simili etichette è solo di comodo e che, quindi, possono esserci certamente eccezio-ni. Più probabili e frequenti però tra i “sinistri moderati e razionali”, mentre la gauche caviar, gli intellettuali di origine girotondina (oggi con l’Idv), quelli che parlano della lotta presunta antagoni-stica contro i dominanti senza distinzioni, sono quasi tutti irrimediabilmente mascalzoni ed eversori (in funzione di fatto filo-americana). Sarà triste, ma si deve combatterli.

*ripensaremarx

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