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Karadzic, l'incubo non è finito
:::: 25 Luglio 2008 :::: 15:36 T.U. :::: analisi :::: Danilo Zolo

di Danilo Zolo

L'arresto di Radovan Karadzic è stato accolto trionfalmente come una grande ed inattesa vittoria della giustizia internazionale. È la fine di un incubo per i membri e i sostenitori del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia. E lo è per tutti coloro che non dimenticano le tragedie della guerra di Bosnia-Erzegovina e in particolare della strage di Srbrenica del luglio 1995.
Dopo tredici anni di latitanza, si dichiara che un feroce criminale, spesso stigmatizzato come «boia di Srbrenica» e «macellaio dei Balcani», sarà finalmente processato e condannato all'ergastolo.
Ora tutti s'aspettano che l'Europa premi il governo serbo e il presidente Boris Tadic per la loro collaborazione accelerando il processo di adesione della Serbia all'Unione.
Ma il processo è tuttora sospeso in attesa di una piena cooperazione della polizia serba con l'attività investigativa del Tribunale dell'Aja. E l'Ue manda a dire che «non basta». Un atteggiamento che, a dir poco, può diventare un boomerang per il governo di Belgrado che ha garantito l'arresto eccellente.
Sarebbe ingenuo o ciecamente partigiano negare le gravi responsabilità politiche che Karadzic ha avuto nel sanguinoso processo di smembramento della Federazione jugoslava e della Bosnia in particolare. E non si può negare che i crimini che molto probabilmente ha commesso meritavano di essere accertati e puniti. Ma tutto ciò non cancella alcuni aspetti gravemente negativi dell'intera vicenda, che gettano un'ombra cupa sul ruolo che l'Europa, la Nato e il Tribunale dell'Aja hanno svolto nei Balcani a partire dai primi anni '90.
Non si può ignorare anzitutto che ancora una volta nei Balcani il ruolo dell'Europa - in questo caso sostenuta dagli Stati uniti - è stato quello di esasperare il nazionalismo, di favorire la frammentazione delle etnie e delle loro strutture politiche, e di aggravare la dipendenza delle loro economie dall'esterno. Si è ripetuta la logica delle strategie imperiali che per secoli hanno dominato la «questione d'Oriente», dall'espansionismo della Russia zarista e dell'Austria asburgica all'invasione della Jugoslavia da parte delle truppe fasciste e naziste nella Seconda guerra mondiale.
La «guerra umanitaria» scatenata nella primavera del 1999 dalla Nato contro la Federazione jugoslava, motivata dalla necessità di difendere la minoranza albanese del Kosovo, non si è sottratta a questa logica imperiale. La guerra della Nato - che Antonio Cassese, primo presidente del Tribunale dell'Aja, ha autorevolmente qualificato come gravemente lesiva della Carta delle Nazioni unite - ha comportato diecimila missioni d'attacco e l'uso di oltre 23mila ordigni esplosivi. Gli attaccanti hanno fatto strage di civili e devastato il paese usando armi di distruzione di massa, incluse le cluster bombs e i proiettili all'uranio impoverito. Il Tribunale dell'Aja, pur avendone piena competenza, ha ignorato i gravissimi crimini di guerra e contro l'umanità sicuramente commessi dalle autorità politiche e militari della Nato, a cominciare dal suo segretario Javier Solana che oggi plaude alla cattura di Karadzic.
E occorre considerare che la Procura del Tribunale ha stabilito rapporti di sistematica collaborazione con i vertici dell'Alleanza atlantica. Né va taciuto che, in cambio della sua preziosa collaborazione, la Nato ha ottenuto dal procuratore Carla del Ponte l'archiviazione delle denunce presentate contro le sue autorità politiche e militari da autorevoli giuristi occidentali.
Infine la «guerra umanitaria» voluta dalla Nato non ha mai arrestato la violenza e lo spargimento del sangue. Come ogni altra guerra, la guerra del Kosovo ha lasciato una lunga scia di odio, di paura, di corruzione, di miseria e di morte. La protezione dei diritti dei cittadini kosovaro-albanesi non ha arrestato la «pulizia etnica». Essa è continuata spietatamente, ma in direzione inversa: contro i serbi sconfitti, da parte delle milizie dell'Uck, sotto gli occhi delle truppe Nato. Fino a diventare, contro il diritto internazionale, legittimazione di una indipendenza unilaterale.
Oggi la cattura di Karadzic, lungi dal favorire la rinascita del paese serbo ed il rafforzamento della democrazia, può aggravare la situazione. Dopo l'illegale separazione del Kosovo dallo stato unitario serbo, il nuovo intervento del Tribunale dell'Aja potrebbe portare non alla pace e a un felice ingresso della Serbia in Europa, ma a nuove tensioni nazionalistiche e a nuove crisi violente. L'incubo, purtroppo, non è finito.

L'articolo del prof. Danilo Zolo, apparso nel quotidiano 'il manifesto' del 24 luglio 2008, viene qui riprodotto con una lieve modifica, apportata nella sua parte iniziale.
La modifica, concordata con l'Autore stesso, si è resa necessaria al fine di limitare l'ambiguità che una lettura superficiale potrebbe generare. Il tono della parte iniziale dell'articolo voleva essere, ovviamente, sarcastico.
(t.g.)

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