Difesa: Sarkozy elimina degli effettivi per finanziare l’acquisto di equipaggiamenti e per meglio procedere verso una difesa europea integrata alla NATO. Martedì 17 giugno, di fronte a circa 3.000 esponenti del personale delle forze armate, delle forze della sicurezza interna e della sicurezza civile, egli ha presentato il Nuovo libro bianco che definisce gli orientamenti della Difesa per i prossimi 15 anni. Da parte del Presidenti più atlantista e più filo-israeliano che la Francia abbia mai conosciuto, che cosa ci si poteva aspettare ?
Il discorso tenuto da Nicolas Sarkozy conferma i peggiori timori circa l’appoggio che egli potrebbe essere indotto a portare agli Israeliani e agli Stati Uniti nell’attacco all’Iran. L’opposizione tra Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy si era inasprita quando quest’ultimo, allora ministro delle finanze, aveva voluto ridurre i crediti militari. Ci si aspettava, dunque, dal libro bianco una drastica diminuzione degli stanziamenti, in quanto le casse vuote a causa della prodigalità verso il padronato non potevano in teoria che sancire queste restrizioni. Ma non sarà così: certo, Nicolas Sarkozy ridurrà gli effettivi e prevede la soppressione di 54.000, posti ma continua a finanziare largamente l’equipaggiamento. Lo Stato francese assegna al suo esercito 377 miliardi di euri fino al 2020, con uno sforzo che cresce come spese in equipaggiamenti, il che non può non rallegrare i suoi amici dell’industria dell’armamento, Dassault e Lagardère i quali, per una strana specificità francese, sono proprietari di media. Ma per capire la logica di questo libro bianco bisogna non solo conteggiare la miniera d’oro che ricadrà nelle casse dell’industria dell’armamento, ma anche comprendere come l’esercito francese sarà integrato ad una difesa europea, essa stessa totalmente integrata alla NATO, dunque agli Stati Uniti. Il precedente Libro bianco risale al 1994. Esso già presentava un’importante evoluzione in rapporto alla posizione che era stata quella del Generale De Gaulle. Allora, con De Gaulle, la Francia aveva fatto la scelta della dissuasione nucleare nei confronti dell’Unione Sovietica. Non si trattava di vincere una guerra, ma d’impedirla, per non arrivare alla propria distruzione. Per questo, la nazione doveva restare padrona di tale scelta fondamentale. E, a differenza della Gran Bretagna, la Francia teneva allora ferma la propria indipendenza di comando dagli Stati Uniti. Decidendo, nel marzo 1966, di ritirarsi dal comando integrato dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), il Generale De Gaulle aveva optato per l’indipendenza della dissuasione nucleare francese dall’Alleanza. Tale ritiro dal Comando non è stato rimesso in causa da nessuno dei successori del Generale De Gaulle fino a Nicolas Sarkozy che molto chiaramente prevede di farlo. E che ha ripetuto questa scelta davanti a 3000 quadri dell’esercito. È un’evoluzione che ormai ha l’aria di una rottura. In nome della dissuasione, il primo Libro bianco del 1972, sotto il presidente Georges Pompidou, combinava la specificità francese nell’Alleanza atlantica e la sua posizione militare nella guerra fredda contro la minaccia sovietica, sviluppando il peso delle industrie dell’armamento. A parte le operazioni nell’Africa francese che sono degli interventi classici, l’esercito francese si sviluppa secondo questa logica di accumulazione di investimenti negli equipaggiamenti, che la porterà all’esercito di mestiere ma anche, poco a poco, a passare dalla difensiva all’offensiva. Il privilegio accordato alla dissuasione nucleare nelle spese di bilancio si esercita a partire dalla scelta gollista, in parte a spese dell’esercito di terra. Di fatto, buona parte dello stanziamento militare passa sotto la diretta autorità del Presidente della Repubblica e dipende dal segreto difensivo. Si sviluppa un’industria nazionale della difesa con i suoi baroni, in particolare Dassault, il grande costruttore dei Mirage, poi del Rafale, ma anche imprenditore di stampa, come Lagardère, e questo complesso industriale-mediatico pesa sempre di più sugli orientamenti francesi; il suo peso in materia di Difesa ma anche di politica cresce e non è un mistero per nessuno che tutto questo bel mondo non veda di buon occhio la posizione francese di rifiuto dell’impegno a fianco degli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq. Dunque, invece di tentare di vedere in Sarkozy il creatore di una nuova politica, forse sarebbe interessante vedere quali sono le forze in Francia, ma anche negli Stati Uniti, che si sono date i mezzi per avere un Sarkozy alla testa della Francia. Queste forze si sono sviluppate non solo sotto la destra, ma l’elezione di Mitterrand ha coinciso con una nuova ondata di nazionalizzazioni, seguite da privatizzazioni dopo che lo Stato aveva reso le nuove multinazionali ancora più redditizie; da queste operazioni vantaggiose nascevano delle fortune. Spedizioni coalizzate alla fine della guerra fredda accelerano questa evoluzione: la guerra del Golfo del 1991 è l’occasione per una revisione. Senza fondamentalmente ritornare sul concetto di dissuasione nucleare, il Libro bianco sulla difesa del 1994 rimette già l’accento sulla nozione di proiezione delle forze all’esterno. Sempre più è la fine del nucleare dissuasivo, con l’arresto del missili tattici suolo-suolo Hadès, dei test nucleari dopo un’ultima campagna decisa dal presidente Chirac durante il suo primo mandato, la chiusura del centro di prova del Pacifico, il passaggio alla simulazione o, ancora, lo smantellamento dei missili strategici suolo-suolo del plateau d’Albion. In compenso, e questo sarà rivelato dal presidente Chirac nel suo discorso di Brest, si passa ad un nucleare offensivo con equipaggiamento dei Rafales ( sempre Dassault) e ci si pronuncia per un’integrazione europea. Secondo il libro bianco presentato nel giugno 2008, le spese di equipaggiamento aumenteranno per passare dagli odierni 15,5 miliardi di euri medi annui a 18 miliardi di euri da qui al 2020. L’obiettivo è di essere alla fine in grado di schierare, in sei mesi e per la durata di un anno, 30 000 uomini a 7000 o 8000 km dalla Francia e di mobilitare 10 000 uomini sul territorio nazionale in caso di gravissima crisi. Non si può accusare Nicolas Sarkozy di rottura con I suoi predecessori. Nel suo discorso di Brest del 2005, Jacques Chirac aveva mostrato tra l’indifferenza generale come si era passati da un nucleare difensivo, quello del Generale De Grulle, ad un nucleare offensivo con Rafales forniti di testate nucleari e portaerei, per non parlare dei sommergibili che in ogni momento, aveva spiegato, potevano prendere di mira qualsiasi città del mondo. La logica di questo esercito di mestiere disegnato dal libro bianco resta la stessa: è un esercito diretto verso l’esterno, i cui mezzi sono tutti in previsione di una loro collocazione nelle coalizioni della NATO e degli Stati Uniti. È un esercito che offrirà o pretenderà di offrire all’Europa la capacità nucleare francese. In questa logica, l’esercito dovrà disporre entro il 2020 di 300 aerei da combattimento operativi (Rafale e Mirage 2000 modernizzati), di una portaerei (la decisione sulla seconda portaerei è stata rinviata al 2011-2012 per ragioni di bilancio), di 18 fregate, 6 sottomarini nucleari d’attacco e 4 sottomarini in gradi di lanciare ordigni.
Eppure, ci garantisce Nicolas Sarkozy, il budget dell’esercito non aumenterà affatto nel periodo 2009-2011: esso sarà mantenuto al livello dell’inflazione e poi, progressivamente a partire dal 2012, aumenterà dell’1% in più dell’inflazione per ogni anno. Risultato: lo sforzo di difesa rappresenterà nel 2020 il 2% del PIL contro il 2,3% di oggi. Perché Nicolas Sarkozy intende finanziare l’impegno sull’equipaggiamento con una riduzione degli effettivi militari: 54 000 posti civili o militari saranno soppressi in sei o sette anni. In totale, l’esercito alla fine conterà 224 000 uomini contro i 271 000 di oggi. L’esercito di terra subirà una riduzione del 17% dei suoi effettivi per arrivare a 130 600 uomini, l’aviazione del 24% con 50 000 uomini e la Marina dell’11% con 44 100 uomini. Ad essere presi di mira sono essenzialmente i servizi di sostegno e di logistica che attualmente contano il 60% degli effettivi, in quanto il restante 40% appartiene alle unità operative. Nicolas Sarkozy intende invertire questo rapporto. Questo rafforza la logica di un esercito offensivo, d’intervento. Anche se nel suo discorso di Cherbourg dello scorso novembre il capo dello Stato ha insistito sul carattere difensivo, tutto va nella direzione opposta.
In effetti, entro il 2020, la Francia raddoppierà il budget dedicato al servizio informazioni spaziale, che passerà a circa 700 milioni di euri l’anno. Saranno assegnati nuovi mezzi per l’acquisto di piccoli apparecchi telecomandati di sorveglianza. Del resto, sarà creato un “consiglio nazionale dell’informazione”, con un “coordinatore nazionale dell’informazione” posto accanto al Presidente della Repubblica. Questi orientamenti saranno declinati nel quadro di due leggi di programmazione militare per il periodo 2009-2011, poi per il 2012-2017. La prima, secondo l’Eliseo, deve essere portata a termine entro luglio per essere presentata in Parlamento a “metà settembre”. Ci verrà detto che questa progressione di marcia è coerente con la logica dell’iper-attivo Presidente ma, soprattutto, è destinata ad imporre una situazione irreversibile di integrazione europea e di ritorno nel comando della NATO, una logica da spedizione, per difendere non il paese, ma “gli interessi” francesi nel mondo, ossia degli interessi sempre più integrati alle multinazionali finanziarie. Il Libro bianco sarà esaminato mercoledì al consiglio dei ministri, poi presentato il 26 giugno davanti ai parlamentari dal Primo ministro François Fillon. “Sappiamo di poter finanziare questo programma. Sono degli obiettivi sostenibili e saranno dunque sostenuti”, si assicura nell’entourage di Nicolas Sarkozy. Non c’è alcun dubbio che lo saranno a spese della nostra sanità e dell’istruzione dei nostri figli. La logica neoliberista, che sta dietro le formulazioni dei trattati costituzionali europei, viene descritta come uno smantellamento dello Stato. Il capitale nella sua forma imperialista, quella della concorrenza tra multinazionali nel saccheggio delle risorse del pianeta, ha più che mai bisogno dello Stato. Ha bisogno dello Stato per imporre ai popoli delle politiche che li spogliano, ha bisogno dello Stato per i suoi bilanci militari, per pagare le perdite dei giochi finanziari. Inoltre, ha bisogno di una forma super-statale sulla quale il cittadino non ha più presa. L’evoluzione dell’esercito francese va interamente in questo senso, quello dell’aggressività imperialista sotto il comando degli Stati Uniti. Se l’Irlanda ha detto NO, è in buona parte perché quel paese tiene al suo statuto di neutralità e, conoscendo i progetti della presidenza francese, gli Irlandesi non hanno voluto ritrovarsi in politiche avventurate. In effetti, il Libro bianco conferma la volontà della Francia di operare contemporaneamente per un rafforzamento della politica della Difesa europea – l’obiettivo è di disporre di una capacità europea di 60 000 uomini schierabili su di un teatro lontano per un anno – e per un ritorno condizionato della Francia sotto il comando integrato della NATO. Gli scenari di intervento ricevuti dai giornalisti danno da pensare: così, c’è quello in cui un paese (che non può essere che l’Iran o la Russia) sarà suscettibile di voler “testare la solidarietà all’interno della NATO”: “Un’invasione che inneschi il meccanismo di solidarietà dell’Alleanza sembra poco probabile nei prossimi 15 anni. In compenso, nel quadro di un’affermazione di forza o di interessi, alcuni paesi confinanti o alla portata dei membri dell’Alleanza possono essere tentati di testare i limiti della solidarietà adottando dei modi di confronto indiretto: destabilizzazione regionale, puntuale attacco, minaccia di impiego di missili, campagna terroristica… Qualunque ne sia l’autore, non può essere trascurato il rischio di un’azione limitata che produca un errore di calcolo che coinvolga l’Alleanza. ” O, ancora ... / Impegno della Francia in una grande coalizione regionale. ” In un tale scenario, la decisione d’impegno della Francia sarebbe motivata da un tentativo diretto contro interessi strategici e concepito in un quadro multinazionale. Questo scenario è determinante per definire il volume e le capacità d’azione degli eserciti.” “Questo scenario non condurrebbe per forza ad un’operazione massiccia, unica, ma potrebbe svilupparsi in un insieme di operazioni molto diversificate (dall’evacuazione degli abitanti all’operazione di pace, passando per tutta la gamma delle operazioni speciali o degli attacchi mirati) che contribuiscono all’azione principale o che la coprono. Ci potrebbe essere bisogno di rendere sicuro il traffico marittimo nelle zone sensibili (in particolare negli stretti)”. Quest’ultimo punto fa, evidentemente, pensare all’eventualità di una guerra multinazionale contro l’Iran … Il discorso di Nicolas Sarkozy non può che confermare I nostri timori dopo le affermazioni del Primo ministro israeliano, di G.W.Bush a Londra, dopo le dichiarazioni del capo di Stato francese che anch’esse indicano l’Iran. Nicolas Sarkozy il quale promette che una reintegrazione della Francia nel comando integrato dell’Alleanza atlantica si farà solo “se prima ci sarà un progresso dell’Europa della difesa” (il presidente si guarda bene dal precisare di quale progresso è in attesa, soprattutto dopo il rifiuto irlandese di quel trattato di Lisbona che doveva proprio essere il quadro istituzionale di questo rilancio.). E qui si scopre ciò che mai è stato detto dalla stampa francese in mano ai mercanti d’armi: che il Trattato di Lisbona doveva favorire "un’Europa della difesa" che l’Irlanda ha rifiutato. Ma vi è un punto, che forse passerà inavvertito, il quale mi sembra meritare un’attenzione tutta particolare. Si tratta di quello che Nicolas Sarkozy ha detto e di quello che ha sottinteso circa l’Iran. In effetti, il capo dello Stato ha insistito sulla necessità di “reincentrare” la nostra presenza militare all’estero “sulle nostre zone di interesse strategico” e, a questo proposito, ha menzionato gli accordi con gli Emirati Arabi Uniti e dunque l’apertura della base francese ad Abu Dhabi, situata di fronte alle coste iraniane. Pochi minuti dopo, egli ha parlato proprio della Repubblica islamica dicendo che “la crisi iraniana è la prima minaccia che pesa sul mondo”. Infatti, l’Iran è il solo paese straniero – al di fuori dell’alleato americano – che il capo dello Stato ha nominato durante il suo discorso sulla Difesa. É un semplice gesticolare allo scopo di far pressione su Teheran nel momento in cui I leader iraniani hanno nuovamente rifiutato una proposta dei sei? Oppure è già una preparazione psicologica dell’opinione pubblica francese ad eventuali attacchi americani e/o israeliani che la Francia sosterrebbe incaricandosi, ad esempio, di controllare una parte del Golfo persico a partire, in particolare, dalla sua base di Abu Dhabi? È poco probabile che questi progetti bellicisti incontrino una vera opposizione; visto lo stato di peggioramento politico in cui si trova la rappresentanza nazionale; le vere proteste saranno quelle dei deputati sindaci che protesteranno contro la chiusura delle caserme in Francia. Il Libro bianco prevede semplicemente che “i territori che saranno toccati dalle misure di ristrutturazione beneficeranno di un accompagnamento economico”. “Questo sarà difficile e richiederà molto impegno da parte dello Stato”, si dice all’Eliseo. Ma possiamo temere che tutto si limiterà a questo e che in particolare i socialisti staranno zitti nella misura in cui sono atlantismi, filo-europei fino alla disonestà. Essi senza dubbio si rallegreranno per tale avanzamento di una difesa europea e per il programmato ritorno della Francia nel comando della NATO. Ad esempio, si fatica ad immaginare Ségolène Royal, che è capace di rifiutare agli Iraniani il nucleare civile, protestare contro la logica di un esercito francese che conferma la sua specializzazione nel nucleare e nell’informazione spaziale per compiacere i suoi mercanti che sono anche gli amici di Sarkozy. Di fronte a questo genere di situazione si può misurare fino a che punto la sistematica distruzione delle organizzazioni, del partito comunista, dei sindacati, lasci oggi disarmato il popolo francese. Ci vorrebbe una forza politica capace di mobilitarsi contro questi progetti in corso di realizzazione. Oggi in Francia assistiamo a manovre d’apparato attorno alla costruzione di una forza politica veramente a sinistra, di estrema sinistra, anticapitalista, comunista. È chiaro che l’urgenza per un vero Partito Comunista sarebbe di opporsi ai pericolosi progetti del Presidente. Esso dovrebbe radunare i Francesi non solo attorno ad un movimento di pace che rifiuti le avventure, ma anche attorno ad un altro concetto della DIFESA NAZIONALE. Eppure, possono esistere un partito comunista, dei comunisti, a cui sia divenuta estranea la questione della pace e della guerra, che possano di questi tempi in cui si moltiplicano le rivolte della fame, disinteressarsi della risposta che la Francia fornirà ai paesi che tentano di andare verso lo sviluppo: la guerra, la minaccia nucleare? Che il budget della Francia faccia sempre più pressione sulle spese indispensabili ai cittadini per dare sempre più, tra l’altro, ai trust dell’armamento? Abbiamo abbandonato la grande rivendicazione di un mondo senza armi e senza guerra, peggio, accettiamo di sostituire ad una legittima difesa nazionale l’offensiva imperialista nucleare ? Non possiamo continuare così, si tratta di questioni non aggirabili: l’uscita dall’Europa, la nostra concezione delle relazioni internazionali basate su cooperazioni reciprocamente vantaggiose, una politica di pace, un riorientamento delle nostre priorità, ecco che cosa ci si aspetta dai comunisti. Per il momento, non vedo niente che annunci questo e non posso credere che domande pure semplici siano ignorate a tal punto.
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URL di questo articolo: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=9361 17 giugno 2008
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