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Intervista a Luís Alberto Moniz Bandeira sulla Bolivia, Cuba e la sicurezza del Brasile
:::: 9 Maggio 2008 :::: 15:52 T.U. :::: Intervista :::: Onda digital

Bolivia, Cuba, la sicurezza del Brasile, il petrolio e la realtà del dollaro

Onda digital intervista Luís Alberto Moniz Bandeira, storico, politologo e geopolitico brasiliano

Il politologo e storico brasiliano Luís Moniz Bandeira a colloquio con La Onda digital, analizza la drammatica realtà della Bolivia di questi giorni in preda a pulsioni secessioniste, spiega perché Brasilia ha avviato un programma di sviluppo delle proprie Forze Armate e perché Washington vuole dispiegare la IV Flotta nell’America del Sud e ci avverte sulla pericolosità delle ONG.

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Oggi assistiamo ad una situazione contraddittoria in America latina. Da una parte abbiamo il Paraguay, che si integra ai governi progressisti del Sud con il trionfo di Fernando Lugo, dall’altra il governo di Cristina Fernández in Argentina che subisce la pressione dei settori più potenti della produzione agraria. Ci troviamo ina situazione di instabilità istituzionale?
C’è instabilità, però non possiamo definirla propriamente istituzionale, benché la situazione in Bolivia sia estremamente grave e quella del Venezuela possa evolvere negativamente, a causa delle misure adottate dal governo che vanno oltre le possibilità economiche, sociali e politiche del paese.
Molte volte, lo Stato deve intervenire nell’economia per promuovere lo sviluppo di alcuni settori industriali o per mantenere la sicurezza nazionale, etc. La statalizzazione, tuttavia, non significa socializzazione e non sempre può disprezzare gli investimenti esteri. La Bolivia, nonostante le ricchezze minerarie che possiede, rimane il paese più povero dell’America del Sud, e non dispone di risorse finanziarie e tecnologiche per gli investimenti necessari allo sviluppo della produzione.
Ha bisogno di capitali e tecnologia. Questa è la realtà. Le difficoltà che incontra già ne evidenziano l’incapacità di rispondere alla domanda di gas dell’Argentina e del Brasile, rispetto agli impegni assunti.
I dirigenti della sinistra non comprendono che tutto ciò è dovuto all’influenza stalinista che ancora sussiste – cioè che il socialismo, in conformità con la dottrina di Karl Marx, non è una via di sviluppo, bensì di distribuzione della ricchezza che il capitalismo produce, beneficiando soltanto i ceti più elevati della società. Nessuna forma di socialismo è realizzabile nei paesi le cui forze produttive sono in ritardo, e che, oltretutto, sono inserite in una economia mondiale di mercato, regolata dalle leggi del capitalismo e da cui non possono liberarsi.


Nello stesso tempo la Bolivia attraversa un processo di disintegrazione interna, per l’azione dei settori separatisti di destra. Ci troviamo di fronte ad un’alleanza dei settori tradizionalmente dominanti, con interessi stranieri, come gli Stati Uniti, che avvertendo che l’integrazione dell’America Latina avanza, cercano di arrestarla?
La mia opinione è quella di un politologo e storico, che studia la politica boliviana sin dalla giovinezza. La disintegrazione è una possibilità che ha sempre minacciato la Bolivia. La Bolivia non è propriamente uno stato nazionale. Non è stata mai una comunità stabile, con un unico idioma, una unità economica, sociale e politica, e una psicologia che si esprime in una sua cultura ed identifica tutte le regioni. Questo è uno degli elementi della sua cronica e tradizionale instabilità sociale e politica. Indubbiamente c’è un’alleanza delle forze economiche che predominano nella regione nota come Media Luna, che abbraccia Santa Cruz de La Sierra, Cobija ed altri dipartimenti, i più ricchi della Bolivia, e che si oppone al presidente Evo Morales. Però ciò non accade perché le potenze straniere vedono avanzare l’integrazione dell’America del Sud. I fattori sono molto complessi; inoltre il presidente Morales procede in iniziative che la Bolivia non può sostenere a lungo.
Il risultato del plebiscito del 4 maggio, secondo il quale circa l’85% della popolazione di Santa Cruz de la Sierra ha votato per l’autonomia della regione, getta il governo del presidente Evo Morales in un bivio: ritornare sui suoi passi ed accettare un dialogo con l’opposizione o si sarà una guerra civile dalla conseguenze imprevedibili.
Senza il riconoscimento del Brasile e dell’Argentina, uno Stato formato nella Media Luna sarebbe completamente irrealizzabile, praticamente isolato e bloccato.
La secessione di Santa Cruz de la Sierra non avverrà, perché il Brasile e l’Argentina non riconosceranno nessun stato che i dirigenti di Santa Cruz de la Sierra e degli altri dipartimenti pretenderanno di costituire. Ci sono proprietari brasiliani di terre di Santa Cruz de la Sierra che temono la riforma agraria e sono favorevoli alla secessione, oltre potenti interessi internazionali che, contrari al presidente Evo Morales ed alle sue nazionalizzazioni, tentano di abbattere il suo governo e certamente finanziano l’opposizione interna. La situazione boliviana è molto grave e difficile: quello che può accadere è quasi impossibile da prevedere.


Queste situazioni si presentano nello stesso momento in cui il Brasile e il Venezuela cercano un’intesa militare, che permetta la creazione di un sistema comune di difesa per il Sudamerica. Esiste il timore di un intervento militare straniero nella regione? Avverrà per gli interessi degli USA in Amazzonia, nel bacino acquifero Guaranì e nelle riserve petrolifere del Brasile e del Venezuela?
Non si può scartare nessuna possibilità di interventi militari nella regione da parte di qualche potenza. Però appare un’ipotesi molto remota, stante l’attuale contesto economico e politico mondiale. E’ sicuro che gli USA abbiano interessi in Amazzonia, nel bacino acquifero Guaranì e nelle riserve petrolifere del Brasile. Tuttavia, la minaccia non è di un intervento militare diretto. Gli USA, per quanto potenti militarmente, non possiedono le condizioni politiche per tentarlo; inoltre le conseguenze finanziarie, dovute alle spese militari, saranno ancora più nefaste per la sua economia, già alquanto castigata e in declino. La minaccia maggiore è dovuta alla penetrazione delle ONG (Organizzazioni non governative), quasi tutte finanziate dalle imprese transnazionali. Queste possono creare gravi problemi per il Brasile e dovrebbero essere proibite di agire nella regione dell’Amazzonia. Rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale.


Il Pentagono ha annunciato l’immediata riattivazione della IV Flotta che operò fino al 1950 nell’America del Sud e che dopo la Seconda Guerra Mondiale venne sciolta. C’è una relazione tra questa misura e lo sviluppo del Brasile come potenza economica petroliera? O c’è una relazione con l’aumento dei governi progressisti nel Sudamerica?
L’immediata riattivazione della IV Flotta è strettamente collegata alla scoperta di riserve petrolifere al largo del litorale brasiliano. Gli USA desiderano assicurasi la preminenza nella regione e il controllo esclusivo di queste fonti di energia molto più sicure d i quelle mediorientali. E, con questa prospettiva, la riattivazione della IV Flotta ha anche l’obiettivo di minacciare, con la possibilità di intervento militare, qualunque governo che attenti contro gli interessi statunitensi. Si tratta di una misura prevista in qualunque piano elaborato dal Pentagono. Il Brasile, tuttavia, non può protestare, giacché qualunque paese ha il diritto di inviare le proprie flotte nei mari internazionali. Ciò è permesso dal Diritto internazionale e nessuna protesta potrà far desistere da questa decisione gli USA.
Il Venezuela e Cuba fanno un atto politico di protesta, giacché i loro governi sono in conflitto aperto con gli USA. Ma questo non è il caso del Brasile. Quello che il Brasile deve fare è rafforzare la Marina e le Forze Armate in generale.
Non avrebbe mai dovuto firmare il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), non perché debba pretendere di fabbricare le bombe atomiche, che è impensabile, bensì perché si tratta di un trattato discriminatorio, quando le grandi potenze perseguono ampliamenti dei propri arsenali.
Si potrebbe aggiungere che ciò accade proprio quando gli USA usano le bombe ad uranio impoverito nelle guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, come prima avevano fatto contro la Jugoslavia, intossicando le popolazioni e i propri soldati, con terribili malattie e degradando l’ambiente.


Le autorità militari brasiliane intendono ampliare e modernizzare l’esercito. Perché il Brasile sente la necessità di avere Forze Armate più grandi e meglio equipaggiate?
Il Brasile, con l’immenso territorio che possiede, con ricchezze minerali, alle quali si aggiunge ora la scoperta di grandi riserve di petrolio, non può rinunciare a possedere Forze Armate meglio equipaggiate. Le ipotesi di guerra esistono e sono sempre oggetto di studio nelle Scuole di comando e negli Stati maggiori di tutte le Forze armate. La principale ipotesi di guerra delle Forze armate brasiliane è relativa al confronto, con una “potenza tecnologicamente superiore”, in Amazzonia. Adesso, probabilmente, dovrà essere inclusa anche l’ipotesi di guerra per la difesa delle riserve di petrolio sul litorale. A tal fine, è fondamentale la costruzione del sottomarino nucleare, insieme con la riattivazione dell’industria bellica nazionale. La restaurazione della IV Flotta degli Stati Uniti nell’Atlantico del sud ne impone l’estrema necessità. Il Brasile non può restare disarmato. Gli USA seguitano a finanziare la Colombia, il cui esercito è diventato il più importante e meglio equipaggiato fra quelli sudamericani. Con una popolazione di 44 milioni di abitanti, la Colombia detiene un contingente militare di circa 208.600 effettivi, mentre il Brasile, con 8,5 milioni di kmq e più di 190 milioni di abitanti, dispone di un contingente di solo 287.870 soldati, e l’Argentina, con 40 milioni di abitanti e un territorio di 2,7 milioni di kmq, conta appena 71.655 effettivi. La Colombia, con un PIL di 320.4 miliardi di dollari (stima 2007), secondo il metodo della parità del potere di acquisto, destina il 3,8% alle spese militari, mentre il Brasile, il cui PIL è di 1.838 miliardi di dollari (stima 2007), ne impegna appena l’1,5 %, e l’Argentina, con un PIL pari a 523.7 miliardi di dollari, l’1,1 %. La Colombia, e non il Venezuela, costituisce una eventuale minaccia nella regione, in virtù dell’appoggio che riceve dagli USA. Lo ha dimostrato invadendo il territorio dell’Ecuador.

Ritiene che possano esserci cambiamenti significativi nella politica USA riguardo al Sudamerica, qualora le prossime lezioni nordamericane siano vinte dai Democratici?
Non credo in cambiamenti fondamentalmente significativi negli USA, chiunque sia il futuro presidente, repubblicano o democratico. L’America del Sud è molto importante per il rifornimento energetico degli USA, in particolare ora, con le scoperte degli enormi giacimenti di petrolio nel litorale del Brasile. Ci troviamo di fronte a due paesi con le maggiori masse territoriali, le maggiori masse demografiche e, malgrado la asimmetria, le maggiori economie dell’emisfero. Tenderanno a mantenere le migliori relazioni, tra gli eventuali disaccordi commerciali e politici.


Il prezzo del petrolio aumenta in tutto il mondo e pregiudica i paesi che sono esclusivamente consumatori, come l’Uruguay. Di chi è la responsabilità di tali aumenti?

Il dollaro è la moneta fiduciaria, con la quale il prezzo del petrolio fino ad oggi è stato determinato.
Giacché solo gli USA possono emettere dollari, e lo fanno come meglio desiderano, essi erano anche i proprietari gratuiti del petrolio mondiale, nel senso che potevano acquistarlo con moneta senza un reale controvalore, con semplici pezzi di carta.
Tuttavia, queste continue emissioni, senza un reale controvalore, eseguite per conseguire le necessità del consumo e delle spese per l’apparato bellico e le relative azioni, aumentano sempre di più il deficit fiscale, che coniugandosi a quello commerciale, hanno provocato la svalutazione del dollaro. Ciò si è riflesso sull’aumento del prezzo del petrolio.
Così, la svalutazione di questa divisa, con la quale si fissava la quasi totalità dei contratti commerciali di petrolio, fino al novembre del 2000, erose il potere d’acquisto dei produttori che, per compensare le perdite, incrementarono, inevitabilmente, il prezzo del petrolio.
Ciò si verificò, per la prima volta nel 1971. Il dollaro svalutato provocò un immediato aumento del 5% del prezzo del greggio, con la previsione di altri aumenti al fine di compensare nuove ulteriori svalutazioni.
Alla fine del 1972, l’OPEC fu praticamente autorizzata a effettuare significati aumenti del prezzo del petrolio, per compensare il deprezzamento del dollaro, che perdette quasi il 40% in rapporto al marco tedesco, tra il febbraio e il marzo del 1973. Fu il primo choc del petrolio. Attualmente la crisi è infinitamente più grave. Saddam Hussein lo percepì nel 2000, e, nei contratti petroliferi, d iniziò a sostituire il dollaro con l’euro. Ciò costituì uno degli elementi dell’intervento degli USA in Iraq.
L’Iran, a metà del 2003, cominciò ad accettare eurodollari come pagamento per le sue esportazioni di petrolio all’Unione Europea (UE) ed ai paesi asiatici. A partire dal maggio 2008, iniziò a firmare contratti con i prezzi fissati soltanto in euro. Questo è uno dei motivi per il quale gli USA desiderano attaccare l’Iran.
Anche la Russia firma contratti con i prezzi fissati in euro. Ci sono anche altri paesi dell’OPEC, tra i quali, il Venezuela, che esaminano la questione di effettuare la vendita di petrolio in cambio di euri. Un cambio completo nel commercio internazionale del petrolio che si basi sull’euro, sarebbe un gran colpo sferrato all’egemonia del dollaro e di conseguenza agli Stati Uniti. I paesi che acquistano o producono petrolio, cercheranno di convertire in euri i dollari dei propri fondi di riserva, nelle banche centrali europee; la Cina, il Giappone e tutti gli altri paesi, compresi quelli dell’America Latina. Questo fatto produrrebbe nell’economia degli USA un’inflazione che, secondo alcuni calcoli, sarebbe superiore al 100%, congiuntamente ad un collasso bancario simile a quello del 1929-1930. Con la conseguenza che i fondi stranieri possano essere allontanati dai mercati borsistici degli Stati Uniti.


La caduta del dollaro è irreversibile?

Nel lungo periodo è irreversibile. Tuttavia non si può pensare che il suo declino, che riflette quello degli USA, sarà lineare. Ci saranno congiunture di recupero ed altre di stabilità. Alti e bassi. Nonostante l'eruzione delle crisi periodiche, la tendenza è, ogni volta più profonda, sempre nel senso di caduta. Gli USA non sono più un sole di prima grandezza, come lo furono dopo la seconda guerra mondiale, tra gli anni ‘50 e ’60. Coloro che non percepiscono che i suoi raggi diminuiscono d’intensità sempre di più, non conoscono la storia. Il declino dell’impero britannico si è accentuato quando la Gran Bretagna si indebitò a causa delle guerre 1914-1918 e 1939-1945 e divenne dipendente dalle risorse finanziarie degli USA. Oggi gli USA sono una potenza indebitata. Il suo debito pubblico è salito dai 5.600 miliardi di dollari, nel 2000, ai 9.000 miliardi nel 2007, l’equivalente, più o meno, dei due terzi del PIL, stimato in 13.800 miliardi (2007), secondo il metodo della parità del potere d’acquisto.
Accade che gli USA emettono dollari senza un controvalore effettivo. Con questi dollari acquistano energia, servizi e manufatti dall’Arabia Saudita, dalla Cina, dall’Unione Europa e da altri paesi, e questi paesi, con gli stessi dollari, acquistano i buoni del Tesoro americano. In tal modo finanziano i debiti militari che gli Stati Uniti fanno per mantenere l’industria bellica e consumare la sua produzione nella guerra in Iraq, Afghanistan e in altre regioni del mondo.
Venerdì 2 maggio, il presidente George W. Bush ha chiesto formalmente al Congresso di approvare la spesa di oltre 70 miliardi di dollari per le campagne militari in Iraq e Afghanistan del 2009. Per finanziare le due guerre ci sono altre richieste per spese di 108 miliardi di dollari, attualmente in corso d’approvazione dal Congresso, ora controllato dal Partito democratico.
Il deficit fiscale, incrementato sempre di più a causa delle spese militari, è il più grande della storia degli USA. E’ una bolla che esploderà e minaccerà tutta l’economia mondiale, molto più dell’esplosione della bolla dei prestiti subprime, di cui hanno sofferto recentemente le banche e le istituzioni finanziarie negli USA ed in altri paesi. Questa crisi è solamente un leggero maremoto in confronto allo tsunami che potrà avvenire nell’economia mondiale come conseguenza di un collasso provocato dai deficit gemelli (commerciale e fiscale) sui quali l’economia degli Stati Uniti si sostiene.


I cambiamenti in corso a Cuba, a partire da quando Raúl Castro ha assunto la presidenza, sono "briciole" come li definisce la destra internazionale, o siamo dinanzi ad un processo più profondo?
Raúl Castro non può procedere molto nel processo di cambiamento, mentre gli USA mantengono con Cuba uno stato di guerra fredda. E’ molto difficile farli, così come è molto problematico che un governo americano, democratico o repubblicano che sia, cambi rapidamente la politica degli Stati Uniti rispetto a Cuba, soprattutto quando la popolazione cubana di Miami rappresenta un importante fattore elettorale. E’ una comunità estremamente radicalizzata, che è stata spinta verso destra e desidera ristabilire lo statu quo anteriore alla rivoluzione, il che è impossibile, poiché la popolazione non lo accetterà. Cuba quindi è un problema nella politica interna degli Stati Uniti, a causa della forte influenza elettorale degli immigrati cubani, soprattutto in Florida. Questo è dimostrato dal fatto che Washington ha intensificato il commercio con la Cina ed ha sollevato l'embargo contro il Vietnam, che sono paesi ancora diretti da partiti comunisti, ma non ha ridotto le dure restrizioni che impongono a Cuba, appunto per non irritare i nemici del regime istituito da Fidel Castro.


Individua delle differenze tra Fidel e Raúl sulla direzione che deve prendere Cuba?
Ci sono sempre differenze tra le personalità, anche se sono fratelli. Nessuno è uguale all'altro. Ma credo che Fidel Castro abbia riconosciuto la necessità di normalizzare la situazione di Cuba, di promuovere il suo inserimento nel mercato internazionale, e non ha voluto fare egli stesso le riforme necessarie, non ha voluto andare contro le posizioni che aveva precedentemente preso. Per lui, che è un galiziano, un uomo con un acuto senso dell’ onore e dell’orgoglio, sarebbe molto difficile cambiare la sua politica dopo avere gridato "socialismo o morte", per tanti anni.
Raúl Castro, benché identificato e solidale con suo fratello Fidel, e con il regime della rivoluzione, non mai si è pronunciato, pubblicamente, sulla politica economica e mai è stato responsabile per la condotta del governo. È, quindi, più libero per prendere tali iniziative, riformare cioè il sistema economico esistente nell'isola, per migliorare le condizioni di vita e di consumo della popolazione. Non si può parlare di socialismo quando il paese soffre per la mancanza di merci, per le quotidiane difficoltà di alimentazione, per la mancanza di materie, ecc. Qualsiasi forma di socialismo è impossibile con un basso livello di produzione. Questa è stata la causa fondamentale della caduta dell'Unione Sovietica e di tutto il blocco socialista. Una società socialista è impensabile senza l'alto sviluppo delle forze produttive, senza che il popolo possa sfruttare i progressi tecnologici della civiltà. E l'Unione Sovietica e tutto il blocco socialista erano molto in ritardo rispetto alle potenze industriali dell’Occidente. La sua produzione non soddisfaceva direttamente le necessità umane.


Molti analisti hanno sostenuto che Cuba abbia preso la direzione cinese, dove si coniugano il partito unico con alcune forme di produzione capitalista.
Non c’è dubbio che Cuba dovrà seguire il cammino della Cina e del Vietnam, perché, vogliamo o no, è inserita in un'economia mondiale di mercato, disciplinata dalle leggi capitaliste, e il suo popolo non può eternamente vivere "nel periodo speciale in tempo di pace". Il regime politico non avrebbe condizioni per sussistere e potrebbe prodursi un arretramento totale, influendo sulle conquiste di base della rivoluzione del 1959.
Dal successo economico dipende la continuità del regime politico cubano. Senza sviluppare la sua economia, alzare il tenore di vita della popolazione, questo regime politico è condannato. Lo sviluppo economico si produce soltanto con l'accumulo di capitale, che è incompatibile con il socialismo. Il socialismo non è la via per lo sviluppo, ma per la distribuzione della ricchezza prodotta dal capitalismo. Questo è stato il problema dell'Unione Sovietica, nella misura in cui ha preteso di fare del socialismo, non una conseguenza dello sviluppo capitalista, ma una forma alternativa di sviluppo. Nonostante lo straordinario avanzamento nel settore della tecnologia militare, atomica e spaziale, l'Unione Sovietica è rimasta molto in ritardo rispetto alle potenze capitaliste. E, inserita nel mercato mondiale capitalista, non ha potuto resistere ed è crollata con con tutto il blocco socialista.
Era inevitabile che le oscillazioni della congiuntura influissero sulla sua economia, giacché non aveva mai cessato di dipendere dalla esportazioni e dalle importazioni. Michail Gorbaciov ha provato a fare delle riforme per salvare l’Unione Sovietica, ma era troppo tardi. Il modello di socialismo stabilito da Stalin, che da tempo si mostrava irrealizzabile, crollò.


È vero che Fidel è andato a chiedere a Lula di dare un aiuto alimentare al Venezuela di Chávez?

Non credo che Fidel Castro abbia chiesto a Lula di dare sostegno alimentare al Venezuela di Chávez. Cuba ha bisogno ancora più del Venezuela di aiuti alimentari, tanto che le riforme che Raúl Castro promuove puntano ad aumentare la produzione agricola. Cuba ha bisogno di sicurezza alimentare ed il Brasile gli ha concesso un credito di 200 milioni di dollari statunitensi per l’acquisto di prodotti alimentari e medicine. La questione del Venezuela, tuttavia, è diversa. Il presidente Hugo Chávez dispone di grandi riserve di dollari, in virtù dell'aumento fantastico del prezzo del petrolio. La penuria di prodotti alimentari è la conseguenza di alcune politiche adottate dal governo di Chávez. La produzione agricola in Venezuela è per diversi fattori insufficiente per l'approvvigionamento della popolazione. Il paese deve forse importare il 60% o il 70% di ciò che consuma. Ma il presidente Chávez ha congelato i prezzi interni, mentre aumentano sul mercato mondiale. Le imprese cessano così di importarli perché non hanno margine di profitto. E in più Chávez pretende di fare ciò che chiama "il socialismo del secolo XXI"; il fatto è che il Venezuela si trova all’interno del sistema capitalista mondiale, dipende da un'economia di mercato, e non ha le condizioni per uscirne. Il Venezuela non può smettere di esportare ed importare, e questo rende la sua economia ancora più dipendente dal mercato mondiale.


Perché Chávez non si pronuncia sui cambiamenti in corso a Cuba?.
- La politica di Raúl Castro mira a ristabilire la normalità e l'inserimento di Cuba nel sistema internazionale, per superare le immense difficoltà che il popolo da decenni affronta. Con tale obiettivo è necessario aumentare la produzione, sviluppare l'economia, cosa che può fare soltanto mediante gli investimenti esteri. Questa è la ragione per la quale Raúl Castro, benché sia grato del sostegno del Venezuela, cerca di avvicinarsi al Brasile, affinché Cuba non sia di nuova risucchiata nell’orbita statunitense. Il presidente Hugo Chávez, tuttavia, tende a radicalizzare le sue politiche interne ed il confronto con gli Stati Uniti, cosa che a Cuba non interessa. Forse è questa la ragione per la quale il presidente Hugo Chávez non si pronuncia per quanto riguarda le riforme che Raúl Castro inizia a promuovere.



Luiz Alberto Moniz Bandeira autore di oltre 20 libri, tra cui “De Martí a Fidel: la Revolución Cubana y América Latina”, laureato in Scienze politiche alla USP e professore ordinario di Storia della politica estera del Brasile, editorialista de La ONDA digital e di varie pubblicazioni specializzate.

Si ringrazia il prof. Luiz Alberto Moniz Bandeira per aver permesso la traduzione e pubblicazione di questa intervista.


Fonte: La Onda digital

Altri articoli di Luiz Alberto Moniz Bandeira nel sito di Eurasia. Rivista di studi geopolitici:
La balcanizzazione della Bolivia

Articoli nella rivista Eurasia:
Brasile contro Stati Uniti: la predizione di Hegel (Eurasia. Rivista di studi geopolitici, a. IV, numero 3, 2007)

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