a cura di Stefano Vernole*
International Action Center, “La NATO nei Balcani”, Editori Riuniti, Roma, 1999
Prefazione di Luciana Castellina
“Nel febbraio del 1992 … il nuovo presidente Izetbegovic accelera, procedendo alla proclamazione della secessione, forte del risultato del referendum, peraltro suggeritogli dagli europei, e segnatamente dalla commissione Badinter. Che però non si è curata di precisare che quella consultazione non avrebbe potuto violare il principio che da sempre aveva retto la vita della Bosnia: vale a dire la regola secondo cui nessuna norma costituzionale può essere modificata senza il consenso di tutte e tre le comunità. Cosa che non si verifica. Al referendum rifiutano infatti di partecipare i serbi, che vogliono preservare la Federazione jugoslava; e dunque il 60% di sì che Izetbegovic ottiene rappresenta una maggioranza solo apparente, in quanto determinata dal solo voto dei musulmani e dei croati. Questi ultimi l’hanno dato, peraltro, solo per ragioni tattiche: per liquidare intanto la Federazione, riservandosi poi di operare per ricongiungersi alla Croazia … (p. XVIII). Gli europei fanno finta di non vedere che Izetbegovic non è il rappresentante di tutta la Bosnia, bensì dei soli musulmani che non sono che una minoranza. Ma sono gli Stati Uniti soprattutto, con una netta svolta rispetto ad un più prudente atteggiamento iniziale ad abbracciare sconsideratamente la causa musulmana, continuamente promettendo di annullare l’embargo sulle armi che – sola misura sensata adottata dalla comunità internazionale – aveva fino a quel punto evitato che il sanguinoso conflitto si estendesse ulteriormente. E promettono anche intervento militare, cosicché Izetbegovic si sente abbastanza forte per respingere via via tutti i piani che i mediatori approntano, allontanando di continuo la speranza di una soluzione almeno transitoria. Ed è proprio così che già al primo tentativo – quello compiuto a Lisbona dalla presidenza di turno portoghese – fallisce la mediazione europea. E’ la vigilia della deflagrazione del conflitto, il 22 marzo 1992” (p. XIX).
Il ruolo delle sanzioni nella distruzione della Jugoslavia, di Richard Becker
“Intensi negoziati si tennero a Lisbona il 18-19 marzo 1992 per impedire la guerra civile in Bosnia. Fu raggiunto un accordo che prevedeva la spartizione della repubblica secondo confini etnici, con un’ampia autonomia per le comunità locali.. Izetbegovic firmò questo accordo, noto come piano Cutileiro, ma quasi subito si smentì e lo rifiutò dopo che gli Stati Uniti dissero che erano pronti a riconoscere la Bosnia come paese autonomo. Il 22 marzo, la guerra civile si estese in Bosnia. Il 6 aprile, gli Stati Uniti e la Comunità europea riconobbero il governo Izetbegovic come governo legittimo della Bosnia” (pp. 12-13).
La tragedia della Bosnia: il ruolo sconosciuto del Pentagono, di Sara Flounders
“Fra l’autunno del 1992 e la primavera del 1993 resoconti giornalistici a sensazione sostennero che almeno ventimila, e forse fino a centomila, donne musulmane erano state violentate da unità dell’esercito serbo-bosniaco. Questo consolidò nell’opinione pubblica l’idea che i serbi fossero gli aggressori e i musulmani le vittime … Queste sensazionali accuse di stupro sono state usate cinicamente dai maggiori mezzi di informazione, specialmente negli Stati Uniti, senza nemmeno tentare di verificarne le fonti. Il ministro degli esteri della Bosnia-Erzegovina, Haris Silajdzic, formulò l’accusa per la prima volta durante i colloqui di pace di Ginevra, sostenendo che trentamila fra donne e ragazze erano state violentate. Il periodico Ms. pubblicò in prima pagina un articolo che accusava i serbo-bosniaci di violentare le donne allo scopo di girare filmati pornografici. Questi filmati non sono mai stati trovati e le accuse non sono state sostenute dalle prove raccolte dall’Osservatorio di Helsinki o dall’Osservatorio per i diritti umani. Nel gennaio 1993 il rapporto Warburton, autorizzato dalla Comunità europea, stimò in ventimila il numero delle donne musulmane violentate dai serbi in base alla loro concezione di conquista. Questo rapporto è stato ampiamente citato come una fonte indipendente e autorevole. Nessun ascolto fu dato a un membro dissenziente del gruppo investigativo, Simone Weil, ex ministro francese e presidente del parlamento europeo, che rivelò come la stima di ventimila vittime fosse basata in realtà sull’interrogatorio di quattro vittime, due uomini e due donne. Il ministro della sanità croato a Zagabria era stato la principale fonte di informazioni su cui il rapporto Warbuton basava la sua stima di ventimila. Il periodico Newsweek riportò che più di cinquantamila donne musulmane erano state violentate in Bosnia. Tom Post, uno degli autori del servizio, spiegò che la stima di cinquantamila stupri si basava sul racconto di ventotto donne. Questa stima era il risultato di un calcolo matematico, ottenuto moltiplicando ogni accusa di stupro per un certo fattore, dato che storicamente lo stupro è stato e continua a essere un crimine sottodenunciato. Il New York Times ha pubblicato un reportage fotografico dal titolo: Neonato di due mesi nato da una ragazzina musulmana stuprata in un campo di detenzione serbo. USA Today ha raccontato la storia di un neonato di cinque mesi, probabilmente il frutto degli stupri sistematici da parte dei serbi. In quel momento la guerra era iniziata da meno di nove mesi … (pp. 37-38). Gruppi musulmani in due diverse aree della Bosnia hanno sfidato il governo guidato da Alija Izetbegovic e contestano la pretesa di Izetbegovic di rappresentare gli interessi della comunità musulmana, richiedendo una politica di cooperazione con le altre etnie presenti nella regione … Un gruppo di musulmani bosniaci dell’area nordoccidentale di Bihac guidati da Fikret Abdic dichiarò la sua autonomia dal governo di Sarajevo sostenuto dagli Stati Uniti. Come rappresaglia il governo di Izetbegovic lanciò un attacco militare contro queste forze musulmane che volevano la pace con i loro vicini serbi e croati. L’attacco contro un governo musulmano-bosniaco liberamente eletto fu organizzato dagli Stati Uniti. Come hanno riferito nel novembre 1994 i quotidiani britannici Guardian, Observer e Independent, così come alcuni quotidiani francesi e tedeschi, sei generali americani presero parte alla pianificazione dell’offensiva nel giugno di quell’anno. L’attacco violò l’armistizio e una zona protetta dalle Nazioni Unite. L’offensiva del governo di Izetbegovic, nella regione di Bihac sostenuta dagli USA, inizialmente ebbe il successo sperato. Ma i serbo-bosniaci, in alleanza con i serbi della Croazia e con le forze musulmano-bosniache guidate da Fikret Abdic, si riorganizzarono e iniziarono una violenta controffensiva. A questo punto i bombardieri USA sotto il comando della NATO intervennero in difesa di Izetbegovic … Abdic, potente uomo d’affari locale, era un membro della presidenza collettiva bosniaca. Aveva preso più voti di Izetbegovic nelle elezioni nazionali ed era stato espulso dal governo quando Sarajevo (il quartier generale di Izetbegovic) aveva rifiutato un accordo di pace raggiunto con la mediazione della comunità internazionale (pp. 39-41). Alla fine dell’assedio, il comandante delle truppe Onu in Bosnia, luogotenente generale dell’esercito dell’esercito britannico Michael Rose, disse durante una visita al rappresentante americano John P. Murtha … che i resoconti sui danni e gli incidenti erano stati abbondantemente gonfiati. I morti e i feriti bosniaci attorno a Gorazde sono stati più vicini a duecento che a duemila. I media avevano ampiamente esagerato il numero dei feriti e dei morti per promuovere un clima di guerra e giustificare l’intervento della Nato. Gli ufficiali dell’Onu trovarono che l’ospedale di Gorazde, che era stato ripetutamente descritto come completamente distrutto dai serbi, necessitava solo di una buona ripulita. L’ospedale era stato danneggiato perché le forze del governo di Izetbegovic avevano stabilito il loro quartier generale militare nell’edificio a fianco. Dopo la fine dell’assedio, il New York Times riferì di un’enorme fabbrica di munizioni a Gorazde sotto il controllo dei musulmani bosniaci. La fabbrica di munizioni Pobjeda includeva un groviglio di tunnel sotterranei e di magazzini bunker. Conteneva abbastanza esplosivo da far saltare la città. Durante tutto l’assedio l’opinione pubblica era stata invece bombardata da una propaganda che rappresentava le forze musulmano-bosniache male armate contro un ben equipaggiato esercito serbo-bosniaco. La simpatia del mondo per il governo di Izetbegovic è stata principalmente costruita attraverso storie terrificanti di brutali attacchi serbi contro civili disarmati a Sarajevo. Uno dei più raccapriccianti fu l’attacco su un mercato all’aperto avvenuto il 5 febbraio 1994, che causò la morte di sessantotto persone. Quando la spaccatura tra le forze americane e le forze inglesi e francesi sotto la bandiera dell’Onu divenne più acuta, queste atrocità serbe furono messe in discussione. Un’analisi del cratere lasciato dall’esplosione, condotta dall’Onu, dimostrò che erano state proprio le forze del regime di Izetbegovic le responsabili della strage al mercato. Più tardi le Nazioni Unite resero pubblica l’analisi di un cratere lasciato da un’altra granata, che era esplosa ferendo un bambino, come prova che l’esercito bosniaco di Izetbegovic non aveva esitato a colpire civili della sua stessa parte pur di guadagnarsi le simpatie dell’opinione pubblica mondiale (pp. 43-44). Il 28 agosto 1995 un’altra esplosione in un piccolo mercato di quartiere a Sarajevo uccise 37 persone. Gli USA presero questo fatto come pretesto per scatenare il più grande attacco militare in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Più di quattromila incursioni aeree degli Stati Uniti e della NATO furono portate a termine (vennero sparati almeno 31.000 proiettili all’uranio impoverito, anche se fonti serbe stimano esserne stati sparati molto di più. Per fare un solo esempio, stando alle statistiche raccolte dall’Osservatorio militare italiano sui danni provocati dalle munizioni ad uranio impoverito, nel villaggio serbo di Hadzici, a pochi chilometri da Sarajevo, su una popolazione di soli 5.000 abitanti, si registrerebbero 150 ammalati di tumore ogni anno. Nota del curatore). Il corrispondente da Washington del New York Times, David Binder, ha scritto nel periodico The Nation che l’esplosione avvenne il giorno dopo che il vicesegretario di Stato Richard Holbrooke aveva promesso un maggiore impegno militare da parte della Nato. Mancava solo una buona giustificazione per agire. Binder cita quattro diverse fonti militari che contestano il rapporto dell’Onu, redatto in tutta fretta, che accusava i serbo-bosniaci dell’esplosione. Un ufficiale dell’artiglieria russa, il colonnello Andrei Demurenko, presente nella capitale bosniaca, apparve in televisione a Sarajevo per denunciare la falsificazione dei fatti del rapporto Onu. Egli sosteneva che la probabilità di colpire una strada ampia meno di un centinaio di metri dalle posizioni dell’artiglieria serba a uno o due miglia di distanza era una su un milione. Uno specialista canadese con una lunga esperienza di servizio in Bosnia disse a Binder che la spoletta della granata di mortaio ritrovata nel cratere del mercato non proveniva affatto da un mortaio. Due ufficiali dell’amministrazione americana a Sarajevo spiegarono a Binder che basandosi sulla traiettoria, la poca profondità del cratere e il fatto che nessuno avesse sentito un sibilo acuto, si poteva concludere che la granata era stata lanciata da molto vicino o lasciata cadere in mezzo alla folla da un tetto nelle vicinanze. Sebbene Binder fosse un corrispondente fisso del New York Times, dovette rivolgersi a The Nation per pubblicare questa storia (pp. 46-47). L’appena formato Consiglio esecutivo per la pace nei Balcani (membri del Consiglio esecutivo erano Zbigniew Brzezinski, Frank Carlucci, Hodding Carter, Max Kampelman e Jeane Kirkpatrick), il 22 luglio 1995 fece un appello per la fine dell’embargo militare nei confronti della Bosnia, il ritiro delle forze Onu dalla Bosnia e un efficace attacco aereo Nato. Questo pacifico gruppo asserì che i raid aerei dovevano essere strategici e prolungati, e non punture di spillo. La dichiarazione concludeva: <>” (p. 48).
I media e la guerra civile jugoslava, di Barry Lituchy
“Una caratteristica costante di quasi tutti gli articoli del New York Times e di Newsweek è stata una fotografia di donne e bambini musulmani in fuga dalla guerra. Non si vedono mai donne o bambini serbi mutilati o uccisi dalla guerra. Non ci raccontano nemmeno che il fuoco proveniente dalle posizioni serbe a Sarajevo è una risposta contro i cecchini musulmani annidati sui palazzi più alti della città. Occasionalmente, nella disperata ricerca di fotografie che documentassero le atrocità serbe, i media hanno usato fotografie di serbi morti facendole passare per vittime musulmane, come è successo nel numero di Newsweek del 4 gennaio 1993. Il 7 agosto 1993 il New York Times riportava una fotografia che voleva rappresentare dei croati che si disperavano per le atrocità serbe, mentre in effetti gli assassinii in questione erano stati commessi dai musulmani bosniaci. Nell’agosto 1992 la televisione bosniaca favorì la pubblicazione della possibile esistenza di campi di concentramento che si sosteneva fossero usati dai serbi per sterminare musulmani e croati. Per provare che quello che avevano scoperto non era una prigione ma piuttosto un campo di sterminio di tipo nazista, Itn e altri diffusero in tutto il mondo fotografie di due uomini emaciati entrambi presumibilmente musulmani. Tuttavia, alla fine, uno di loro fu identificato come Slobodan Konjevic, un serbo malato di tubercolosi da dieci anni, arrestato per saccheggio. La storia dei campi di concentramento o sterminio, avendo raggiunto il suo scopo, fu abbandonata. Ma a quel punto era già stata vista da milioni di persone … E’ certamente vero che forze serbo bosniache hanno cacciato i musulmani dalle loro case in zone controllate dai serbi. Non è stato detto però che forze musulmane e croate praticavano esattamente la stessa politica. Ma i media presentavano questa odiosa pratica della pulizia etnica come un crimine unicamente serbo, caratteristico della politica e del modo di pensare serbi. Così sorprenderebbe molte persone apprendere che 600.000 profughi musulmani e croati hanno avuto rifugio nella Jugoslavia dominata dai serbi. Questo non è mai stato ricordato, così come non è mai stato detto che, dopo la dichiarazione di indipendenza della Croazia nel 1991, è stato chiesto ai serbi in Croazia di fare un giuramento di fedeltà. Quarantamila che si rifiutarono di farlo furono espulsi dalle loro abitazioni. I media non riferirono nemmeno della sanguinosa campagna del governo musulmano che, nell’agosto 1994, fece pulizia etnica dei serbi nella Bosnia settentrionale e quindi costrinse sessantamila musulmani di Bihac (che erano a favore dei serbi e odiavano il governo di Sarajevo) a scappare dalle loro case (pp. 70-71). Povero Peter Jennings della Abc! Avendo organizzato un intero programma speciale sulle atrocità serbe, è stato costretto a mandare in onda la dichiarazione di un rappresentante di Helsinki Watch il quale affermava che la storia degli stupri da parte dei serbi proviene da fonti governative croate e bosniache non è sostenuta da alcuna prova concreta. Quello che non ha detto è che la Ruder Finn è la principale responsabile per la diffusione di questa storia. La storia dello stupro è ancora in giro nonostante non ci siano prove di stupri da parte dei soldati serbi più di quanti ne siano imputabili ai soldati musulmani e croati … Quando la classe dominante americana vuole distruggere un particolare gruppo etnico, inventa stereotipi razziali per svilirne e degradarne tutti i rappresentanti. I serbi sono stati marchiati in questo modo … Il 5 febbraio 1994 ci fu l’infame massacro del mercato di Sarajevo in cui sessantotto persone furono uccise. I serbi furono accusati di essere i colpevoli, finché durante una trasmissione sulla televisione francese non venne fuori che le Nazioni Unite sapevano che erano stati i musulmani a colpire la loro stessa gente per indurre l’Onu e la Nato a intervenire militarmente nel conflitto … Ma la verità è finalmente venuta a galla, e le Nazioni Unite hanno rivelato altri casi di bombardamenti da parte delle forze musulmane contro i propri stessi cittadini per poi spacciarli come atrocità serbe (pp. 72-73).”
Nota ai parlamentari britannici sulla Bosnia Erzegovina di Balkan Research Center, pubblicata sulla rivista francese di geopolitica Hérodote
“Il cambiamento giunge in seguito all’organizzazione da parte della CEE, nel febbraio 1992, della sotto-conferenza sulla pace in Bosnia. In marzo, i Serbi negoziarono con successo una nuova formula per la repubblica con la CEE e con i musulmani e con i Croati: essi diedero il loro parere favorevole ad una Bosnia Erzegovina sovrana e indipendente, territorialmente intatta, in cambio della seguente concessione: il potere sarà esercitato sulla base del principio territoriale. In altre parole: là dove un gruppo nazionale predomina in una regione, sarà l’agente del potere politico, con dei diritti di minoranza garantiti per le altre nazioni. Questa formula è anche conosciuta sotto il nome di cantonizzazione … Il 18 marzo 1992, Izetbegovic accettava il principio della cantonizzazione, così come i Croati. Infatti, lord Carrington aveva fatto dell’accettazione della cantonizzazione una premessa al riconoscimento internazionale della repubblica. Una volta ottenuto questo riconoscimento, Izetbegovic doveva rigettare prontamente questa cantonizzazione. Tuttavia, questa formula politica rimane la politica ufficiale della CEE, e fu interamente supportata dai Serbi e dai Croati. Solo i musulmani vi si opposero … Uno degli argomenti più frequenti contro i Serbi nel conflitto in corso è che, rappresentando solo il 34% della popolazione, essi reclamano però il 70% della superficie del territorio. Questa pretesa si comprende sullo sfondo della struttura della proprietà della terra nella repubblica: i Serbi, abitanti tradizionali delle campagne, sono i proprietari legali di circa il 64% delle terre. Il fatto che i musulmani, abitanti tradizionali delle città, non possiedano che poche terre è una delle ragioni per le quali si oppongono alla cantonizzazione. Sotto questo aspetto, l’offerta da parte dei dirigenti serbi di fornire delle compensazioni, donando ai musulmani alcune terre serbe, non è mai stata esaminata. I dirigenti serbi non sono né degli alleati ideologici di Milosevic (sono anticomunisti; alcuni sono monarchici); essi non vogliono impegnarsi nella creazione di una Grande Serbia. Essi non fanno nulla di più di quanto facciano gli altri due gruppi: difendono ciò che li riguarda come il proprio interesse nazionale”. Nota del 14 ottobre 1992.
Resto del Carlino del 2 ottobre 1995: “Bosnia: gravi scontri. Mladic contrattacca. Un atroce sospetto sulla strage d’agosto”, dall’inviato, Giampaolo Pioli.
“… Ieri si è appreso intanto che secondo esperti militari britannici, i quali hanno esaminato le traiettorie balistiche dei colpi di mortaio che hanno provocato 41 morti nella strage di agosto al mercato della capitale, non sarebbero stati i serbi ad aver centrato un obiettivo civile, ma gli stessi musulmani. A suo tempo, anche i caschi blu francesi condivisero questa impostazione, ma un ufficiale superiore americano del quartier generale dell’Unprofor decise altrimenti e scaricò la responsabilità sui serbi. In effetti, le milizie di Karadzic quel giorno lanciarono dalle loro postazioni di nord-ovest, 4 ordigni di mortaio da 120 millimetri, che caddero vicini alla zona del mercato ma non procurarono vittime, mentre il quinto colpo partito da una posizione a sud, dove erano schierate le truppe bosniache, sarebbe stato quello che ha causato la strage. Secondo le rivelazioni apparse ieri sul Sunday Times, gli esperti inglesi ritengono che i musulmani avessero cinicamente calcolato di provocare incidenti di questo tipo, per influenzare i negoziati di pace, guadagnare l’attenzione dei mezzi di informazione e la solidarietà internazionale. Non si tratta di dubitare solo dell’ultimo massacro – dice l’analista militare Paul Bever – ma anche di quelli precedenti e persino delle bombe del febbraio 1994.”
Limes 4/1996, pp. 207-214, “Perché in Bosnia abbiamo lavorato per i musulmani”, di Jan Turnbull.
“C’è una coerenza nella strategia americana nell’ex Jugoslavia: la scelta di sostenere i bosniaci musulmani anche a costo di ostacolare i progetti dell’Onu e degli alleati occidentali. La lobby bosniaca e il ruolo degli ambasciatori Albright e Galbraith … Ma, in realtà, per chi segue nel tempo e non episodicamente lo sviluppo della politica statunitense nell’ex Jugoslavia appare chiaro che non solo una strategia globale c’è stata. Ma che essa è stata estremamente sofisticata e coerente. Troppi partners, troppe coincidenze sarebbero altrimenti inspiegabili. Va subito detto che i due elementi portanti della politica dell’amministrazione Clinton nell’ex Jugoslavia sono stati l’appoggio globale, diplomatico e operativo dato ai musulmani bosniaci, nonché, in subordine e in parallelo, l’adozione della Croazia come Stato cliente e referente regionale principale … la manipolazione delle nazioni Unite e della Nato a favore della federazione croato-musulmana.”
Giano, n. 53 luglio 2006, pp. 169-183, “Srebrenica: usare la guerra per fare più guerra”, di Diana Johnstone. La falsa interpretazione del massacro di luglio 1995 come parte di un continuativo progetto serbo di “genocidio” ha fatto parte della lacerazione della Jugoslavia e conduce ad una giustificazione preventiva delle guerre occidentali
“Nel 1993 lo scrittore francese Bernard Henri Levy, che assunse il ruolo di ambasciatore non ufficiale in Francia del leader musulmano bosniaco Alija Izetbegovic, fu colto di sorpresa nel sentirsi rimproverare dal ministro degli esteri bosniaco Haris Silajdzic per non aver saputo sfruttare a sufficienza il tema propagandistico del genocidio. Questo secondo il commento di Levy, rivelava il lato americano di Silajdzic. Forse rispecchiava anche la consulenza della Ruder Finn … Sul letto di morte Izetbegovic non ebbe difficoltà ad ammettere al suo ardente ammiratore Bernard Kouchner di aver esagerato. Kouchner ricordò a Izetbegovic una conversazione che questi aveva avuto col presidente francese Mitterand nel corso della quale egli parlava dell’esistenza di campi di sterminio in Bosnia. - <>. In un primo momento i campi venivano strumentalizzati per sostenere l’accusa di genocidio. Però, entro la fine del 1992 erano stati chiusi, e comunque un’indagine dimostrerebbe che anche i musulmani e i croati gestivano campi simili … L’ICTY diventò presto uno strumento che si prestava a essere usato dalle potenze occidentali, specialmente dal governo degli Stati Uniti, per intervenire politicamente negli affari interni degli Stati dell’ex Jugoslavia … Le esagerazioni, anche se intese dagli Occidentali a dimostrare il loro interesse per la situazione dei musulmani, nei fatti producono l’effetto contrario, contribuendo alla creazione di uno spirito di conflitto di civiltà. Da anni ormai ci sono state molte indicazioni di una disponibilità serba ad ammettere la colpevolezza per quello che successe a Srebrenica, ma soltanto per quello che vi successe realmente, e in cambio del riconoscimento che atrocità simili furono commesse da tutte le parti in causa … La guerra lì fu il risultato di una situazione legale estremamente complessa (una piccola repubblica federale instabile composta costituzionalmente da tre nazionalità: serbi, musulmani e croati, a sua volta parte di una repubblica federale più grande in via di disintegrazione) esacerbata da molteplici giochi di potere locali e dagli interventi inconsulti di Grandi Potenze. Inoltre, tutto questo avvenne in una regione dove le memorie di una guerra civile estremamente sanguinosa durante la Seconda Guerra Mondiale erano ancora molto vive (gli storici stimano che nel solo campo di concentramento di Jasenovac, gestito dagli Ustascia croati, furono sterminati dai 600.000 agli 800.000 serbi. Nota del curatore) ... L’Unione Europea propose un piano di cantoni per la Bosnia-Erzegovina, non molto differente dalla sistemazione attuale, il quale fu accettato dai leaders delle comunità bosniaco-musulmane, serbe e croate. Ma poco dopo, il presidente musulmano Alija Izetbegovic lo rinnegò, dopo che l’ambasciatore degli Stati Uniti l’aveva incoraggiato a chiedere di più. Nel corso dei successivi combattimenti, gli USA opposero ostacoli a ogni piano europeo di pace. Questo rifiuto di ogni compromesso, che fece piombare la Bosnia-Erzegovina in una guerra fratricida, fu appoggiato allora da un coro di umanitari, i quali sostenevano che la Bosnia dovesse essere uno Stato centralizzato in nome del multiculturalismo. Furono quegli stessi umanitari che poi plaudirono alla frantumazione della Jugoslavia multiculturale – la quale effettivamente creò la crisi in Bosnia … Nota 10: La foto, fatta al campo di transizione di Trnopolje da una squadra della rete televisiva britannica Itn, era doppiamente ingannevole. La squadra dell’Itn entrò in un’area chiusa al limite del campo che era circondata da un recinto in fil di ferro, segnalando ai musulmani nel campo aperto di avvicinarsi. Le foto prese davano l’impressione falsa che gli uomini musulmani fossero circondati da filo spinato. In secondo luogo, i fotografi si concentrarono su uno o due uomini molto magri, che si erano tolte le camicie a causa dell’intenso caldo estivo. I commenti sulla foto omettevano ogni riferimento al fatto che questi due erano circondati da altri uomini che apparivano come ben nutriti e che si intrattenevano piacevolmente coi giornalisti”.
In questo breve documento abbiamo raccolto alcune citazioni che non affrontano direttamente la questione della tragedia di Srebrenica (che tragedia comunque rimane alla pari di quelle sopportate dai Serbi ad es. nei villaggi circostanti di Bratunac e Kavica), in quanto riteniamo che il blog promosso dal Comitato per la liberazione di Radovan Karadzic abbia già pubblicato la documentazione sufficiente ad inquadrare questa vicenda nelle sue reali dinamiche e nella sua reale portata. Questa considerazione, ovviamente, non giustifica lo sfruttamento della tragedia di Srebrenica (né di altri terribili episodi caratterizzanti la guerra nella ex Jugoslavia) operato dalle potenze occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna in primis, per affermare i propri interessi geopolitici nello scacchiere balcanico e subordinare in maniera irrimediabile la potenziale crescita strategica europea alla NATO. Il documento vuole essere un contributo alla comprensione di quanto realmente accadde negli anni Novanta (e di quanto potrebbe ancora accadere a causa delle manipolazioni atlantiste in Kosovo). Da questo punto di vista, condividiamo pienamente lo scopo del comitato sopraccitato, che si propone di delegittimare una volta per tutte il ruolo del Tribunale dell’Aja, quale strumento riconosciuto al servizio dell’Alleanza Atlantica e dei suoi burattinai di Washington. (n.d.c.).
*Stefano Vernole, analista, redattore di "Eurasia. Rivista di studi geopolitici", è esperto dell'area balcanica.
|