di Stefano Vernole*
Mai come quest’anno il giorno di Vidovdan (San Vito) per i Serbi assumeva un’importanza particolare. La secessione del Kosovo, attuata per mano della dirigenza albanese il 17 febbraio scorso e frutto delle pressioni occidentali, in spregio a tutte le regole del diritto internazionale, non è stata minimamente digerita. Sia il governo di Belgrado sia la minoranza serba della provincia non ne intendono riconoscere la legittimità e grazie all’appoggio russo nemmeno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha potuto finora avallare alcunché, suscitando al contrario le ire di Washington, patrocinatrice dell’ennesimo spezzettamento balcanico. Nonostante le varie difficoltà e i mille impegni, decido quindi di mettermi in viaggio verso Belgrado, nella speranza di trovare un modo per poi raggiungere il Kosmet e m’imbarco sull’ultimo volo disponibile il 26 giugno. Arrivato nella capitale serba, le mie prime ricerche si rivelano vane ma quando sto ormai per recarmi verso la stazione dei bus e visionare gli orari di partenza in direzione Kosovska Mitrovica arriva la telefonata di uno dei miei contatti. Ho un posto prenotato sul pullman organizzato dall’ ”Accademia Ivo Andric” e dall’ “Unione degli Scrittori” serbi, il ritrovo alle ore 21.00, presso una delle loro chiese favorite, è fissato per la sera del 27 giugno. Avviso altri miei amici residenti nella capitale, raduno un po’ della roba lasciata a casa di un conoscente che aveva generosamente deciso di ospitarmi e mi presento all’appuntamento fissato. I pullman sono addirittura tre, cerco di capire la tipologia di coloro che hanno deciso ancora una volta di mettersi in marcia verso la “Terra sacra” e capisco subito di non essere capitato solo in mezzo ad un ritrovo d’intellettuali. Per la maggioranza si tratta di donne, quasi tutte vestite modestamente o addirittura in maniera tradizionale, perlopiù giovani, qualche ragazzo appartenente ai circa 12 gruppi nazionalisti sorti in Serbia negli ultimi mesi e protagonisti dei cortei che hanno infiammato la nazione dopo il 17 febbraio. Molti sono stupiti di vedere un giornalista italiano in mezzo a loro, essendo abituati agli inviati embedded non capiscono perché un europeo laico voglia partecipare alla loro esperienza che, comprenderò subito, è essenzialmente di tipo religioso. Troppi sono ancora i ricordi della criminalizzazione attuata contro la Serbia negli anni Novanta, acuiti ora dalla questione del Kosovo e Metohija. Diverse persone mi chiederanno durante il viaggio i motivi di questa persecuzione che ancora non riescono completamente a spiegarsi, ma se le mie motivazioni tutte basate sulla geopolitica realista sono certo apprezzate, la maggior parte di loro rimane intimamente convinta di un disegno premeditato ed attuato in maniera diabolica contro quelli che si considerano gli ultimi difensori della cristianità europea. Tra i partenti, due persone in particolare mi rimarranno impresse. Un uomo di mezza età sulla sedia a rotelle e senza una gamba, che non accenna al minimo atteggiamento di pietismo ma anzi ci sprona ad intraprendere il viaggio utilizzando qualche parola d’italiano. Una bellissima ragazza, di origini russe, che vediamo piangere mentre saluta i genitori rimasti a Belgrado; solo a Pec capiremo il motivo di questo atteggiamento, quando invece di proseguire verso Decani la vedremo sistemarsi al Patriarcato, con l’obiettivo di divenire assistente dell’Igumena. Dopo oltre 24 ore di caldo torrido, appena il nostro pullman si mette in moto scoppia un temporale violentissimo, il quale associato ad un incidente stradale che rallenta notevolmente la nostra andatura, mi fa pensare al solito scherzo del destino, non sempre favorevole a coloro che vogliono sfidare la sorte (atteggiamento al quale i Serbi sono abituati da tempo). Nessuno dei partecipanti comunque si scoraggia, le musiche mistiche che ci accompagneranno per tutto il percorso vengono intonate in coro e conferiscono solennità alla serata. Prendere sonno diventa perciò difficile e in una sorta di dormiveglia, alle prime luci dell’alba, intravediamo il confine del Kosovo e Metohija, il quale, per chi proviene da nord, assomiglia ormai ad una groviera bucata. I segni dei posti di dogana bruciati a Leposavic sono ancora evidenti, i rari soldati della KFOR lì piazzati hanno poca voglia di controllare chi siamo e dopo una dichiarazione verbale di voler proseguire e raggiungere Gracanica ci lasciano passare. Tutti i paesi che attraversiamo sono un tripudio di bandiere serbe, come a ribadire che lì il confine non è ancora stato spostato, tutti si stanno evidentemente preparando per l’annunciata proclamazione del Parlamento serbo del Nord, in programma per le ore 16 del 28 giugno. Giunti di fronte alle miniere di Trepca, poco distanti da Kosovska Mitrovica, finalmente la polizia kosovara e le truppe della KFOR compaiono all’orizzonte, fermano i pullman e li perquisiscono. Delusi per non aver trovato armi, alcuni “soldatini” della NATO cercano soddisfazione bloccando le ragazze, chiedendo loro di aprire gli zaini ma ottenendo in cambio solo degli sguardi ironici, tipici della fierezza femminile serba. Possiamo allora ripartire verso l’enclave di Gracanica e stavolta salgono insieme a noi due energici ma discreti uomini in “borghese”, probabilmente esponenti del MUP serbo che vigilano sui nostri spostamenti e vogliono assicurarsi che a nessuno venga in mente di attaccarci. Arrivati di fronte allo stupendo Monastero, in perfetto orario per l’inizio della Messa, improvvisamente tutte le donne presenti iniziano ad indossare il foulard per coprirsi la testa e l’atmosfera diviene sempre più mistica. Su un palco improvvisato e protetto dal torrido sole che illumina la nuova giornata, in un tripudio di bandiere serbe e di ritratti di Santo Re Lazar e di San Sava, il vescovo di Raska-Prizren, Artemije, dà vita alla liturgia cristiano-ortodossa, affiancato dal metropolita montenegrino e inviato speciale del patriarca Pavle, Amfilohije, dal capo del Monastero di Visoki Decani, Teodosije, ma soprattutto sotto la spinta incessante dei fedeli, che non smettono di baciare icone ed inginocchiarsi di fronte ai simboli religiosi più cari. Tra i numerosissimi presenti che riempiono le strade di Gracanica, notiamo anche i giovani del gruppo “1389”, autori della Vidovdanski Mars, una discesa a piedi verso il Kosovo iniziata il 14 giugno da Belgrado. Sono riconoscibili sia per le magliette sia per i capelli corti, il loro aspetto rende bene l’idea della stanchezza accumulata nelle ultime due settimane, tuttavia sembrano soddisfatti dell’impresa compiuta e più che alla cerimonia del Monastero s’interessano ai caffé e ai ristoranti dislocati all’interno dell’enclave. Sentendoli parlare, veniamo a sapere della presenza anche di ragazzi francesi, russi e tedeschi, che simbolicamente hanno voluto portare la loro solidarietà di europei, aderendo all’iniziativa dei “marciatori”. Poco prima di partire per Gazimestan, si verifica qualche momento di tensione con uomini Albanesi che passano sulla strada costellata di pullman e ci urlano qualcosa, tutto però finisce subito lì e c’imbarchiamo alla volta di Kosovo Polje, stavolta su un pullman di fedeli russi, in gran parte donne, arringati dal pope. Il dispiegamento intorno al “Campo dei Merli” è abbastanza imponente, i militari slovacchi permettono l’accesso solo ai Serbi che li salutano con il segnale delle tre dita, simbolo (un po’ popolarizzato) della Trinità ortodossa. D’altronde la marea di giovani che incontriamo lungo la salita che conduce al monumento di Gazimestan, nel luogo dove si combatté l’epica battaglia dei Serbi contro i Turchi il 28 giugno 1389, è formata soprattutto dai ragazzi dell’ultima generazione belgradese, in un crescendo di cori nazionalisti quasi da stadio. Giunti in cima, il timido tentativo di alcuni soldati della KFOR per chiederci i documenti s’infrange con la determinazione del collega giornalista che ho a fianco, nema pàsos (niente passaporti) risponde e passiamo senza alcun controllo. L’immagine del monumento di Gazimestan e dello sventolio di stendardi agitati sotto il caldo soffocante, permette di capire l’intensità dei sentimenti che le migliaia di manifestanti esprimono nella celebrazione. Alla commemorazione assiste anche il rappresentante del governo di Belgrado, l’ormai dimissionario Ministro per il Kosovo e Metohija, Samardzic, mentre il carismatico Artemije consegna le medaglie d’oro e d’argento insieme ad un sussidio di 100 euro alle madri con più di quattro figli, come a sottolineare quanto la politica demografica abbia inciso nel corso dei secoli sulle vicende balcaniche. Tutto si svolge senza problemi, sotto gli sguardi forse un po’ stupiti dei tanti giornalisti presenti, televisioni russe e albanesi comprese. A questo punto chi può si dirige a Kosovska Mitrovica, dove l’esponente del Partito Radicale Serbo, Radovan Nicic, viene eletto presidente del Parlamento dei Serbi del Nord-Kosovo. Il nome ufficiale è “Assemblea dell’unione delle municipalità della provincia autonoma del Kosovo”, si compone di 53 seggi occupati dai delegati eletti nelle elezioni amministrative serbe del maggio scorso e fungerà da organismo politico separato, in rappresentanza della minoranza serba presso il governo di Belgrado. Unmik, UE e Pristina digrignano i denti, affermando che questo organo è solo rappresentativo e non avrà il potere di legiferare ma in realtà esso sancisce ufficialmente la secessione prodottasi sul terreno, in quanto Eulex non può operare nel Nord ed ora i Serbi controllano il 15% del territorio kosovaro. Chi sperava in una fuga precipitosa, dopo la dichiarazione d’indipendenza letta da Thaci, si sbagliava; qui i Serbi sono addirittura aumentati e pare che in tutto il Kosmet ammontino ora a 140.000 persone. Intanto noi proseguiamo verso il sud e giungiamo nelle enclavi serbe di Orahovac e Velika Hoca. Qui la situazione è molto meno allegra rispetto a Gracanica, dove i soldati svedesi ed irlandesi della KFOR lasciavano una certa libertà di movimento. Appena arrivati, dopo aver percorso una strada completamente dissestata, ci si para di fronte uno scenario di tipo palestinese. Inizialmente vogliamo visitare uno dei tanti monasteri cristiano-ortodossi distrutti negli anni scorsi ma ricostruiti parzialmente, grazie alla pazienza della Chiesa locale; i militari austriaci hanno in mano una lista e facendo una sorta di appello chiamano nome per nome tutti i presenti, che vi possono accedere solo passaporto alla mano. Siamo circa 150 persone, molti non hanno nemmeno mangiato dalla sera prima e la temperatura atmosferica è altissima; un amico francese inveisce contro il responsabile della KFOR, che a sua volta si giustifica parlando di “ordini superiori”, lui gli replica accusandoli di “essere tutti agli ordini degli americani”. Il capitano austriaco ribadisce la propria nazionalità, poi finalmente si decide a concederci un pass non trovando i nostri nomi sulla lista e possiamo passare. A Velika Hoca, forse qualche centinaio di abitanti, i Serbi giunti da Belgrado scaricano casse di materiale da destinare all’enclave, la gente ringrazia e dimostra tutta la sua riconoscenza per i “fratelli” che non li hanno abbandonati completamente, ma le loro condizioni sono apparentemente terribili, le possibilità di spostamento sono nulle e si limitano a sopravvivere in una sorta di ghetto vigilato dalla polizia. A Orahovac, dove passeremo la notte, la situazione non è molto diversa, con la differenza che gli abitanti dimostrano un’inaspettata allegria, frutto del loro spirito indomabile. Vista la targa serba del pullman, un gruppo di Rom ci si fa incontro sorridendo e salutandoci gioiosamente, in quanto condividono la stessa sorte dei Serbi, rispetto ai quali sono considerati “collaborazionisti”. Notiamo gli striscioni, in inglese, dell’USAID, che annunciano la “settimana della cultura” nelle enclavi serbe del Kosmet, dal 30 giugno al 4 luglio, evidentemente CIA e Soros sperano di trovare consensi anche qui ma temo che resteranno delusi. Dopo l’ennesima messa della giornata, veniamo assegnati, divisi in gruppi di tre-quattro persone, alle rispettive famiglie, poche decine che non hanno abbandonato il paese. Il mio padrone di casa è un profugo della Bosnia, ironia della sorte, risistemato in Kosovo nella speranza di un futuro migliore; qui vive da assediato, con acqua e luce che arrivano ad intermittenza, mentre i sussidi di Belgrado rimangono per ora in sospeso, in attesa di ridefinire i compiti della polizia serbo-kosovara. Non mancano però caffè turco e rakja, la sua famiglia è di un’ospitalità disarmante, in particolare i bambini stravedono per me e un collega russo, di cui ammirano i tatuaggi sul corpo, sognando forse un giorno di poterseli permettere. Alla cena, divisa in due fasi visto che la stanza non poteva accoglierci tutti nello stesso momento, faccio conoscenza con i ragazzi più giovani giunti da Belgrado, studenti universitari che vorrebbero lavorare nei corpi speciali. Per ora si limitano ad intonare i canti patriottici e tutta l’enorme tavolata li segue, instancabile. E’ ancora il giorno di Vidovdan, l’orgoglio serbo non può essere accantonato e in quanto stranieri siamo costretti a tenere il rituale discorso in piedi, con il quale bisogna dimostrare di avere apprezzato l’accoglienza. Date le circostanze, i legami fra tutti i presenti si stringono immediatamente e non possiamo rifiutare di proseguire la nottata nella kafana vicina, dove la musica tradizionale, alternata ai cori per il Kosovo, ci tiene svegli ancora diverse ore. Dopo l’ennesima notte praticamente insonne, riprendiamo il viaggio alle 6 del mattino per il Patriarcato di Pec, dove le formalità burocratiche sono per fortuna meno opprimenti. I responsabili del complesso appaiono estremamente preoccupati, in quanto sembra stia andando a buon fine il progetto di togliere alla Chiesa le terre circostanti il Monastero, che le appartengono invece da sempre. In questo caso, la questione potrebbe arroventarsi anche nel Sud e le truppe della KFOR, con le quali adesso si collabora abbastanza cordialmente rischierebbero di essere considerate “truppe di occupazione”, con tante conseguenze poco piacevoli per gli stessi soldati italiani. Forse l’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che giustificò il riconoscimento con la necessità di evitare rappresaglie, si era scordato che nella provincia non esistono solo gli Albanesi, molti dei quali, peraltro, iniziano ad essere stufi delle promesse di una “comunità internazionale” che regala sovranità solo di carta, come quella delineata nel “Piano Athisaari”. Nei discorsi degli stessi Serbi, non si esclude addirittura di arrivare ad un accordo con i nazionalisti schipetari in funzione anti-NATO, alleanza che manderebbe in frantumi lo schema del divide et impera realizzato dalle lobbies occidentali nei Balcani. Ammirate le bellezze architettoniche e spirituali del Patriarcato, c’intratteniamo a colloquio con il Metropolita del Montenegro, Amfilohije Radovic, che aggiorna sugli ultimi episodi di violenza nei confronti dei Serbi delle enclavi. In ogni caso, tutti ripetono l’incrollabile affermazione che sento ormai da anni: “passeranno altri 500 anni ma il Kosovo e Metohija farà ancora parte della Serbia, abbiamo resistito per secoli agli Ottomani, possiamo resistere tranquillamente anche all’Alleanza Atlantica”. Una piccola dimostrazione la verifichiamo poco dopo nella vicina Decani; i solerti militari italiani di guardia al mitico Monastero di Visoki Decani vorrebbero ripetere lo schema del giorno precedente: lista e accesso persona per persona, passaporto alla mano. Qui cerco di fare da mediatore e la maggiore disponibilità degli ufficiali ci consente stavolta di evitare inutili controlli; un cospicuo gruppo di Serbi ha ormai raggiunto l’ingresso, superando lo sbarramento dei militari e la KFOR evita intelligentemente di utilizzare la forza. Dopo l’ulteriore immersione in un’atmosfera di sacralità, ripartiamo con calma per Belgrado e solo nel tardo pomeriggio, nei pressi di uno splendido Monastero del XII secolo situato sopra Novi Pazar, riusciamo a bere qualcosa. Nel frattempo giungono le notizie del probabile incarico di governo nazionale affidato all’economista Mirko Cvetkovic, a capo di una coalizione guidata dai liberali ma che gode del sostegno decisivo dei Socialisti, dell’ex Presidente Milosevic e di “Serbia Unita”, la formazione dell’ex comandante paramilitare Arkan. “Tutto va bene madama la marchesa”, l’importante per l’ambasciata americana che ha ricominciato a distribuire i visti ai suoi connazionali è evitare un esecutivo anti-NATO, quale quello prefigurato dai Radicali e dal Partito Democratico Serbo dell’ex premier Kostunica, molto più interessati a stringere alleanze militari con la Russia. In Europa, ovviamente, solo voci di giubilo, le privatizzazioni continueranno, la corruzione pure, la “questione morale” sui presunti crimini di guerra è ormai superata, “stabilizzazione democratica” la chiamano. L’intesa liberali-socialisti-partito di Arkan ha ribaltato anche l’intesa che era già stata raggiunta per affidare le chiavi della municipalità di Belgrado al radicale Vucic; le firme e i trattati, si sa, sono carta straccia nell’ex Jugoslavia, Kumanovo insegna e pazienza se ora la capitale serba si è riempita di scritte in cui Tadic viene paragonato a colui che prese i famosi trenta denari … Peccato che nel frattempo le creature occidentali inizino a mostrare i segni delle loro forzature. Il governo di Pristina è in piena crisi, a causa della rimozione del viceministro del Commercio e dell’Industria, Naser Osmani, che lancia accuse nei confronti di Hashim Thaci per la sua propensione a piazzare i membri del proprio partito ai vertici delle aziende pubbliche. La lotta per il potere tra l’attuale premier kosovaro e l’atro ex comandante dell’UCK, Ramush Haradinaj, sospettato dai servizi segreti tedeschi di aver rafforzato la sua rete di traffici, stringendo accordi con il re del contrabbando di sigarette Naser Kelmendi e con il signore dell’eroina Ekrem Lluka, è appena iniziata. La Bosnia-Erzegovina si trova sull’orlo del collasso finanziario, stando alle indiscrezioni di un’imminente bancarotta della Federazione croato-musulmana, nelle cui casse sarebbero rimasti solo 221 euro. Il ministro delle Finanze Bevanda e il capo del governo di Sarajevo, Brankovic, rifiutano di commentare, intanto vengono accusati dai giornali bosniaci di acquistare imbarcazioni extra lusso, destinate ai politici, del valore di 85.000 euro. Il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha escluso categoricamente la possibilità di aiutare la Federazione croato-musulmana dalla crisi finanziaria in cui è piombata e, dopo aver perso l’appoggio statunitense, il suo consenso è ormai ai minimi storici tra i Serbi: la strada dell’indipendenza sembra ormai spianata, meglio tenere un basso profilo. Mentre la Macedonia viaggia sul filo del rasoio … signore e signori, la partita nei Balcani è appena cominciata, gli amanti delle emozioni forti possono gioire, i popoli che abitano quell’area, forse no, come sempre nessuno se ne assumerà le responsabilità.
* Stefano Vernole – inviato di “Eurasia” in Kosovo e Metohija
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