di Fabrizio Vielmini*
Biškek (Kyrgyzstan) – La situazione costantemente deteriorata dell’Afghanistan spinge i vicini ex-sovietici a prestare uno sguardo sempre più attento alle vicende del martoriato paese asiatico. L’anno scorso a Biškek, il vertice dei capi di Stato dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (OCS, forum regionale che riunisce Russia, Cina e le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tagikistan ed Uzbekistan) si era segnalato per l’appello contemporaneo da parte di Vladimir Putin e del presidente afgano Karzai, invitato a partecipare quale osservatore, affinché l’OCS si attivasse in direzione di Kabul. Questa settimana sulle rive del lago Issik Kul, località balneare non lontano da Biškek, una buon numero di diplomatici, orientalisti ed esperti afgani ed ex-sovietici si sono dati appuntamento per discutere gli scenari di un tale intervento in una conferenza internazionale organizzata quale sforzo congiunto della fondazione locale Alexander Knjazev, del Fondazione Friedrich Ebert (legata alla SPD tedesca) e della Fondazione Massoud (diretta dal fratello del leggendario comandante mujahidin).
Se il convegno - “L’Afghanistan, l’OCS, sicurezza e geopolitica dell’Eurasia centrale” - è restato lontano dall’ambizioso obbiettivo prefissosi di elaborare un pacchetto di raccomandazioni operative per l’intervento dell’OCS sul terreno afgano, nondimeno ha presentato un evento importante per una serie di motivi. Non capita sovente di vedere in consessi internazionali una delegazione afgana di tale livello e talmente consistente ed assortita. Erano presenti rappresentanti delle principali fazioni che segmentano il paese, membri del parlamento. Una bella prova di pluralismo. Per la prima volta una rappresentanza di tale livello dall’Afghanistan si ritrova con colleghi dello spazio post-sovietico, anche’essi varii, da tutta la Russia e l’Asia centrale, e molto preparati, con molti veterani degli anni dell’intervento sovietico.
Presente altresì un rappresentante (il consigliere politico del “famigerato” IPIS di Teheran, dr. Galeri) di un attore chiave per il futuro dell’Afghanistan, l’Iran, il quale è abitualmente escluso dai negoziati dall’ostracismo statunitense. Assenza importante per la piena riuscita di una discussione sul ruolo futuro OCS, quella della parte cinese, spia dell’atteggiamento attendista (e di una certa altezzosità, secondo i post-sovietici) che domina a Pechino a riguardo degli sviluppi sullo scacchiere centrasiatico. In contrasto con i combattivi interventi anti-americani provenienti dalla parte post-sovietica, gli afgani ci sono andati molto cauti, quasi che, più che ad un dibattito accademico, partecipassero a negoziati politici. Con poche eccezioni, lunghi interventi dominati da un legnoso politicamente corretto, che lasciava intravedere da quale fonte provengano i loro stipendi. Nonostante ciò i principali problemi sono stati messi sul tavolo così come sono stati instaurati molti contatti che sicuramente porteranno in futuro a nuove iniziative di contatto fra le due parti.
Intervista ad Ahmad Wali Massoud Oltre a beneficiare del carisma dello scomparso Ahmad Shah, Ahmad Wali Massoud è una figura conosciuta sulla scena internazionale quale ambasciatore del suo paese a Londra, carica che ha ricoperto a lungo, in particolare nel periodo critico della pressa di Kabul da parte dei Talebani. Dal 2003 dirige l’omonima Fondazione attiva nell’assistenza alla popolazione afgana in settori svariati quali l’educazione, la sanità, la promozione della cultura. E’ il personaggio politico di riferimento di una parte importante dell’Afghanistan quale la comunità tagika.
Quali sono le sue impressioni dell’evento che la sua fondazione ha contribuito ad organizzare?
Positive. Simili occasioni sono importanti opportunità per spiegare ad i nostri vicini settentrionali qual è la situazione dell’odierno Afghanistan. Il paese è entrato in una nuova era e sta lavorando ad una nuova definizione di sé in modo da superare gli strascichi di decenni di guerre. Facciamo parte tutti dello stesso insieme regionale, e l’Afghanistan presenta oggi una serie di possibilità per fare affari, incrementare i contatti culturali e sociali, in cui vorremmo che i nostri vicini venissero coinvolti. Da contatti quali quelli di oggi mi aspetto che essi si attivino per costruire nuovi ponti fra noi e loro. Dobbiamo essere uniti per affrontare le sfide che stanno di fronte al popolo afgano, sfide per le quali non basta la sola presenza della NATO.
I talibani non possono essere sconfitti militarmente. Non si tratta di un’organizzazione strutturata ma di un insieme di gruppi e correnti ideologiche differenti unite dal relazionarsi al popolo quale “ la tradizione” che si oppone agli “infedeli” Si tratta quindi di saper parlare alla gente, la cui maggioranza è ostile al fondamentalismo, secondo un approccio strategico sul piano culturale volto a smontare il discorso tenuto dai talebani. Finora gli occidentali si sono invece mossi in modo tattico. Abbiamo bisogno di coinvolgere sul terreno più attori in grado di parlare al popolo come musulmani, ciò che gli occidentali non sono finora riusciti a fare.
Parlando di questi ultimi, distinguerebbe l’azione nel suo paese degli Anglo-Americani da quella degli Europei?
E’ chiaro che i primi hanno un agenda ben definita e si muovono più attivamente ed in profondità sul territorio per realizzarla. Gli europei si sono finora distinti per un comportamento di breve periodo, privo di una dimensione politica. Sembra che vogliano semplicemente dimostrare di esserci.
Durante il convegno sono spiccati i suoi interventi particolarmente critici nei confronti del governo del presidente Karzai. Può elaborare la sua visione? Il regime di Karzai è sin dall’inizio privo di qualsiasi legittimità nei confronti del paese. Karzai è stato imposto dagli USA alla conferenza di Bonn del 2002. Le due forze principali afgane presenti in tale occasione – l’Alleanza del Nord e l’entourage del vecchio re Zahir Shah – avevano in mente tutt’altre figure per guidare il primo governo di transizione post-talebano. Washington impose d’accettare il proprio rappresentante, A. Karzai, che senza tale supporto non sarebbe mai stato riconosciuto dal popolo quale guida paese. Si tratta di un uomo senza personalità, né qualità intellettuali, né meriti particolari nei confronti dell’Afghanistan. Una simile imposizione dall’esterno è comprensibile che produca le circostanze politiche per lo sviluppo dell’estremismo. Penso che i suoi stessi concittadini diventerebbero estremisti se le regole del gioco venissero loro imposte dal di fuori.
Deduco dalle sue parole che il problema principale dell’Afghanistan oggi è la mancanza di legittimità del governo centrale… Si, se Karzai cercherà di farsi rieleggere alle presidenziali del prossimo anno la nazione si solleverà. Quest’uomo ha fallito su tutta la linea. Nel momento in cui si è installato al potere aveva 3 missioni: farla finita con le insorgenze armate, arrestare il narcotraffico e ricostruire le istituzioni dello Stato. La bancarotta in tutte e tre le direzioni è sotto gli occhi di tutti. Karzai sta portando male non solo il paese ma alla stessa reputazione della comunità internazionale. Karzai ha perso ogni credibilità, nessuna provincia è pronta a sostenerlo – nella stessa Kabul, agenzie di rating vicine al governo hanno registrato negli ultimi 12 mesi un calo di popolarità dal 63 al 40 %. Se gli Stati Uniti abbandonassero il paese scomparirebbe in un batter d’occhio. Politicamente è già un uomo finito e chiunque scelga di associarsi a lui è destinato a perdere. Io stesso ho ricevuto proposte in questo senso da parte di membri della sua amministrazione. A questi ho risposto che se il presidente vuol fare veramente qualcosa per il paese che annunci la costituzione di un governo d’unità nazionale in cui vengano riflesse tutte le componenti, politiche, regionali e tribali, del popolo. Una simile dirigenza potrebbe rivolgere un messaggio forte alle forze talebane, attirando verso di sé gli elementi responsabili fra queste presenti. In mancanza di un simile processo, la fase pre-elettorale sarà sicuramente marcata dalla violenza. Dopo le elezioni, il primo compito del governo deve essere il cambiamento del sistema politico. Il presidenzialismo non può funzionare nelle nostre condizioni. Il paese non è fatto per essere posto sotto un’autorità centrale espressa da una sola figura. La prova nei fatti è che l’attuale governo controlla al massimo un 30% del territorio nazionale, dato riconosciuto dagli stessi americani. Alla presidenza va aggiunto un premierato dai poteri forti e altri meccanismi di tipo orizzontale, che esprimano una pluralità di centri di potere riflettente la diversità interna del paese. L’attuale istituto della presidenza è un surrogato della vecchia monarchia, tutti i partiti dipendono dal presidente. E’ un tipico sistema patrimoniale dove la competizione politica ha per posta non l’espressione della volontà popolare ma la vicinanza al vertice. Se, come non mi auguro, il presidente venisse improvvisamente a mancare sarebbe il caos automatico. Il sistema più indicato per l’Afghanistan è quello parlamentare. Importante altresì introdurre l’elezione dei governatori delle province.
Che cosa propone per porre fine al caos e al narcotraffico che oggi dominano il paese? Innanzitutto la comunità internazionale avrebbe dovuto riconoscere la minaccia posta dal problema afgano molto prima. Quale ambasciatore mi rivolsi più volte agli USA per ottenere qualche supporto per la lotta al narcotraffico ed ai talibani – due facce della stessa medaglia sentendomi rispondere che si trattava di un problema interno afgano. Poi, affrontando il problema della sicurezza interna afgana, bisogna capire che non si troverà nessuna via d’uscita se non si terrà in considerazione l’insieme dei risultati prodotti da trent’anni di guerra. Ad esempio, i vecchi mujahidin, coloro che hanno combattuto per la libertà del paese, sarebbero la forza più indicata per combattere i narcotrafficanti oggi. Perché non sono stati integrati nei ranghi dell’Esercito nazionale? Forse perché si ha paura della forza che rappresenterebbero poi sul piano politico?
Nondimeno lei insiste sul fatto che quello di oggi è un Afghanistan qualitativamente nuovo. Perché? Negli ultimi anni si sono prodotti enormi cambiamenti in una società che prima viveva frammentata e senza contatti interni. Moltissime persone sono state all’estero, tornando hanno portato nuove idee e valori. Anche se non affermatisi fino in fondo, sono presenti i concetti di democrazia, di diritti civili e delle donne. Abbiamo bisogno di fissare questo potenziale in un nuovo corrispondente meccanismo. Ma questo è esattamente ciò che il regime di Karzai non vuole, preferendo invece puntare sulle forme tradizionali di legittimità, l’etnicità, il tribalismo. Non è stato fatto nulla per promuovere i partiti politici perché il regime è solo interessato ad accentuare le divisioni della società per meglio dominare.
Un ultima domanda riguardo alle novità di una scena politica interna ultimamente marcata dall’apparizione del Fronte Nazionale. Si tratta di un’evoluzione del vecchio Fronte unito-Alleanza del nord o qualcosa di più? Lei aderisce a questo nuovo soggetto? E’ presto per tirare le somme di un soggetto in evoluzione che non esiste ancora da un anno e quindi ancora carente di risorse ed organizzazione. Il FN parte da una piattaforma che in Europa definireste di sinistra. Di fatto ad esso aderiscono tutte le maggiori personalità dell’AdN, quali Rabbani, Ismail Khan, etc. La dirigenza FN mi ha chiesto effettivamente di aderire. Mi sono detto pronto se verranno realizzate alcune premesse. Primo, allargare la base, soprattutto all’intellighenzia. Secondo, definire un programma nazionale chiaro. Terzo, definire i meccanismi per portare queto programma alla fetta più larga di popolazione. Quarto, scegliere i candidati da presentare alle elezioni secondo primarie interne, a tutti i livelli. Se queste premesse verranno realizzate sarò lieto di entrare nella competizione elettorale con l’FN.
* Fabrizio Vielmini, analista, esperto dell'Asia Centrale, collabora a riviste specializzate, tra cui Limes ed Eurasia. Rivista di studi geopolitici, e a numerosi quotidiani nazionali ed internazionali.
Fonte: Il manifesto, 15 giugno 2008
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