sfondo_1 eurasia sfondo_2
editoriali articoli numeri presentazione abbonamenti gerenza
inv
articoli
Una Georgia politicamente immobile corre verso la NATO
:::: 7 Gennaio 2008 :::: 9:05 T.U. :::: Analisi :::: Luca Bionda

di Luca BIONDA (*)

Le elezioni presidenziali del 5 Gennaio 2008, giunte anticipatamente dopo le violente proteste di piazza del Novembre scorso, non cambieranno il corso della Georgia; su questo concordano oggi molti giornalisti ed analisti politici dell’area caucasica. Il popolo georgiano probabilmente condividerà tale affermazione nei prossimi mesi, forse con un certo disappunto. Molte le aspettative e poche le realtà possibilità di cambiamento.

A prescindere dai risultati prettamente numerici della consulta, tutti a favore dell’uscente Mikheil Saakashvili (1), le elezioni provocheranno fratture e tensioni nella politica interna senza comunque spostare la direzione della politica estera del paese. Quest’ultima resterà del tutto immutata, anche perché essa oggi viene decisa solo in parte entro i palazzi governativi di Tbilisi.

IL PANORAMA POLITICO PRE-ELETTORALE

I disordini inscenati dall’opposizione ostile a Saakashvili negli ultimi mesi hanno coinvolto politicamente Unione Europea, Stati Uniti e Russia. I tre grandi supervisori della politica transcaucasica sono stati chiamati ad occuparsi, da differenti prospettive, della politica del piccolo Stato postsovietico, divenuto (troppo) importante a seguito di scelte geostrategiche ed energetiche promosse in prima persona dal governo americano.
I manifestanti che l’autunno scorso hanno a più riprese occupato strade e piazze di Tbilisi per protestare contro quella che definiscono una deriva autoritaria del governo sono stati respinti da polizia e reparti antisommossa con idranti e proiettili di gomma; per giorni, stando alle principali agenzie europee e russe, si sarebbero susseguiti arresti di massa e pestaggi per cercare tra le case di Tbilisi gli organizzatori della rivolta, pare senza prestare troppa attenzione a distinguere i semplici facinorosi dagli agitatori politici.
La classica goccia che, dopo l’affaire Okruashvili (2), ha fatto traboccare il vaso spingendo i Georgiani ad occupare viale Rustaveli ed il centro della capitale, è stata la chiusura forzata di reti televisive e giornali ostili al governo. La tensione nella capitale, nonostante le rassicurazioni del governo ai media occidentali, è aumentata al punto che il laburista Shalva Natelashvili dopo essere stato oggetto di minacce e perquisizioni nei suoi uffici ha chiesto agli Stati Uniti la disponibilità a concedere asilo politico alla propria famiglia.
È importante citare a tale proposito la vicenda che ha coinvolto lo scorso novembre il canale televisivo Imedi fondato da Badri Patarkatsishvili, l’uomo più ricco della Georgia; la sede di Imedi, oggi gestita direttamente dalla compagnia americana News Corp sotto il controllo di Louis Robertson, è stata infatti chiusa con la forza dall’esercito.
È lo stesso direttore della programmazione, Giorgi Targamadze, a fornire una descrizione dei fatti sul sito “www.eurasianhome.org”, fonte che certo non può essere annoverata fra quelle del tutto anti-Saakashvili o filo-russe; il sito infatti è parte della Eurasia Foundation di George Soros, lo stesso miliardario americano che ha fatto confluire in Georgia i milioni di dollari necessari ad organizzare nel 2003 la Rivoluzione delle Rose.
Racconta Targamadze: “Le loro azioni sono state del tutto anticostituzionali, hanno infranto le leggi georgiane ed il decreto speciale firmato da Saakashvili dopo il 7 Novembre. Non abbiamo avuto avvertimenti circa la possibilità che l’emittente potesse essere attaccata; le operazioni dei militari sono iniziate all’improvviso, uomini mascherati ed armati hanno colpito i giornalisti. Nessuno pensava che simili azioni potessero accadere qui in Georgia. Hanno distrutto completamente i programmi e lo studio centrale di trasmissione (…) dopo avere allontanato i dipendenti dallo studio è arrivato un gruppo che dopo essere entrato ha devastato ogni cosa” (3).
La stessa Unione Europea, preoccupata che la situazione danneggiasse irreparabilmente il quadro della nuova e pacifica Georgia, ha fatto sapere in più di una occasione che repressioni della libertà di manifestazione e confessioni estorte con la forza risultano incompatibili con la nuova immagine democratica del paese e mineranno il percorso di avvicinamento georgiano verso l’UE iniziato assieme agli altri Stati transcaucasici.
Le lamentele di Bruxelles hanno mostrato all’Europa una Georgia diversa da quella descritta solitamente dalla stampa occidentale; la repressione dei manifestanti ha ricordato a molti il periodo sovietico o la fase di transizione guidata da Gamsakhurdia e Shevardnadze.
È utile qui notare che le stesse critiche rivolte a Saakashvili sono spesso indirizzate, per fatti anche di più lieve entità, all’ingombrante vicino russo.
Il clima elettorale all’immediata vigilia delle elezioni è stato comunque definito tranquillo, escludendo il pestaggio subito da circa dieci sostenitori di Gachechiladze presso Batumi (Ajaria), attacco sferrato peraltro da persone a volto coperto.

LE ELEZIONI PRESIDENZIALI DEL 5 GENNAIO
A preoccupare Mikheil Saakashvili oggi è soprattutto l’avvocato Levan Gachechiladze, candidato indipendente e tendenzialmente moderato, sostenuto da nove partiti d’opposizione (tra gli altri: Partito Repubblicano, Via della Georgia, Partito Conservatore, Partito del Popolo, Movimento per una Georgia Unita).
Se fossero esatti i primi risultati disponibili, quelli cioè che dichiarerebbero vincente Saakashvili con oltre il 52% (4), assisteremmo probabilmente a nuove proteste di piazza guidate da Gachechiladze, che pochi giorni orsono avrebbe parlato di altre proiezioni a lui decisamente favorevoli.
Gachechiladze ha chiamato in queste ore a raccolta attivisti e gente comune, invitando tutti a manifestare contro quelle che egli stesso, con l’appoggio di altri candidati sconfitti, definisce elezioni falsificate (5); è lo stesso leader dell’opposizione unita, dopo avere riunito diverse migliaia di persone nel centro di Tbilisi, a spiegare che numerose violazioni sarebbero state registrate dagli osservatori, una vicenda sulla quale la Commissione Elettorale Centrale ha promesso di fare piena luce. Nuove manifestazioni sono previste per la prossima settimana, dopo le celebrazioni per il Natale Ortodosso.
È possibile che l’opposizione possa riproporre il vecchio trucco utilizzato nelle principali “rivoluzioni colorate”, portando sulle barricate una popolazione disorientata da risultati elettorali totalmente divergenti da false proiezioni diffuse dalla stampa antigovernativa. Dopo tutto questo sistema è stato il trampolino di lancio per lo stesso Saakashvili e per Juščenko in Ucraina, perché non provarci ancora?
Interessante la presenza tra i candidati a presidente di Badri Patarkatsishvili, miliardario inseguito dalla magistratura georgiana: per evitare l’arresto ha seguito la campagna elettorale e le elezioni da Londra. Patarkatsishvili, che in un primo tempo si era limitato a finanziare l’opposizione per “liberare la Georgia dal fascista Saakashvili”, ha scelto di partecipare alla competizione elettorale solo all’ultimo momento. In campagna elettorale ha promesso di coprire personalmente parte delle spese della popolazione per la corrente elettrica ed il gas. Si tratta di un personaggio piuttosto particolare, considerando anche che tra le sue enormi ricchezze figura anche Kommersant, il maggiore quotidiano russo di economia e finanza. Alle elezioni giungerà terzo, alle spalle di Gachechiladze.
Un altro candidato atipico nel panorama politico georgiano, al di là dei risultati elettorali, è Shalva Natelashvili, capo del locale Partito Laburista; autore di un programma politico tendenzialmente orientato a sinistra e verso una riforma della Georgia come repubblica parlamentare, Natelashvili si muove verso Occidente cercando però il recupero di buone relazioni diplomatiche con la vicina Russia, consapevole che il deterioramento dei rapporti con Mosca ha sempre provocato enormi problemi al paese. Con buona approssimazione può essere definito il punto di riferimento per i più pragmatici e tutti coloro che in generale riconoscono nell’atteggiamento antirusso dell’odierna classe politica il principale ostacolo alla crescita del paese ed al dialogo con gli indipendentisti abkhazi. Natelashvili è stato perfino definito dai nazionalisti un “agente della Russia”, indubbiamente un avversario scomodo per Saakashvili al punto da dover essere politicamente neutralizzato separando il Partito Laburista dal resto dell’opposizione.
Altri tre candidati, Davit Gamkrelidze (Partito della Nuova Destra), Gia Maisashvili (Partito del Futuro) ed Irina Sarishvili (Movimento Politico Imedi) (6), hanno partecipato alla competizione elettorale, certamente senza nutrire grandi aspettative di vittoria.
Le elezioni anticipate decise solo lo scorso novembre hanno infatti dato un certo vantaggio a Saakashvili, una data estremamente ravvicinata che ha in parte spiazzato l’opposizione, costringendo i maggiori partiti ad un difficile confronto interno per decidere i candidati alla presidenza.

IL REFERENDUM SULL’INGRESSO NELLA NATO: EFFETTI SULLA POLITICA ESTERA GEORGIANA
Come la stessa stampa europea ha evidenziato, contestualmente alla scheda per le elezioni presidenziali sono stati proposti due quesiti riguardanti la data delle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento (primavera o inverno 2008) e, soprattutto, un referendum sull’ingresso della Georgia nella NATO.
Limitatamente al secondo quesito, di maggiore importanza per il futuro ruolo internazionale del paese, i primi exit-polls realizzati dalla rete televisiva (semi)indipendente Rustavi-2, dal canale MZE e dalla televisione Ajaria (7), i Georgiani avrebbero dato come previsto un ampio consenso al piano di adesione NATO promosso da Saakashvili. Tali dati, chiaramente da confermare, indicherebbero poco più del 60% di elettori favorevoli all’Alleanza Atlantica, circa il 18% di contrari ed una parte consistente dell’elettorato indecisa, non interessata all’argomento o a rispondere al quesito.
Sono cifre che testimoniano implicitamente un certo consenso appoggio alla politica estera di Saakashvili, anche se si tratta di percentuali notevolmente inferiori rispetto a quanto prospettato nei giorni scorsi da certa stampa italiana, ove i favorevoli al piano della NATO erano dati intorno al 90%…
I risultati del referendum potrebbero essere in parte interpretati come un effetto della propaganda antirussa che da sempre costituisce il cavallo di battaglia del presidente Saakashvili; tale orientamento si avverte più o meno chiaramente anche in molti partiti d’opposizione, salvo casi particolari come ad esempio il laburista Natelashvili.
In verità la russofobia qui ha anche radici profonde nell’esperienza sovietica, acuita dopo il crollo dell’Unione Sovietica dal supporto russo ai separatisti dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, la regione ribelle che i Georgiani chiamano con un certo tono denigratorio “distretto di Tskhinvali”. Fonte di attrito lo è stata anche l’Ajaria, regione guidata dal lontano 1991 al 2004 dal filorusso Aslan Abashidze, il cui abbandono forzato ha riportato almeno per il momento questo importante territorio costiero nella sfera di influenza di Saakashvili.
Le “rivoluzioni colorate” hanno indubbiamente dato nuovo slancio alla propaganda antirussa, concretizzando una collaborazione americana in Georgia di cui l’ingresso nella NATO costituirà il traguardo finale. La presenza statunitense in Georgia dal 2003 è andata sempre in crescendo, occupando ogni carattere della società e della politica del paese. Le organizzazioni non governative americane oggi promuovono dibattiti politici sui mezzi di comunicazione, entrano nelle scuole, nell’università, nella sanità, nelle istituzioni, plasmando la classe politica ed i dirigenti georgiani di oggi e di domani. I fondi per lo sviluppo stanziati da Washington negli ultimi quattro anni costituiscono però un accordo estremamente vincolate per il piccolo paese caucasico.
La Georgia in questi ultimi anni ha beneficiato di enormi stanziamenti statunitensi per l’ammodernamento delle proprie infrastrutture militari e per l’addestramento, anche in territorio americano, di esercito e reparti speciali georgiani. Un contingente georgiano di diverse centinaia di unità è anche presente tra le forze di coalizione in Iraq.
Dalla cooperazione atlantica la piccola Georgia guadagna l’appoggio economico, politico e “militare” dell’Occidente, ma è molto improbabile ad esempio che gli Stati Uniti possano appoggiare direttamente ed alla luce del sole l’esercito georgiano in un’avventura bellica in Ossezia del Sud o addirittura in Abkhazia; gli indipendentisti verrebbero appoggiati massicciamente dalla Russia e le proporzioni del conflitto diventerebbero impossibili da gestire per gli stessi Stati Uniti, soprattutto alla luce degli avvenimenti odierni in Iraq ed Afghanistan.
Con l’ingresso della Georgia nella NATO gli Stati Uniti potrebbero sperare una sorta di effetto a catena, magari aprendo le porte della NATO all’Ucraina oppure all’Azerbaijan. Qualora tale reazione non si verificasse Washington consoliderebbe almeno il controllo totale della politica energetica ed estera della Georgia.
Un altro aspetto di primaria importanza non è certo sfuggito ai vertici NATO: la Georgia confina con tutte le principali repubbliche del Caucaso russo: Kabardino Balcaria, Karachaj Cherkessia, Ossezia del Nord, Inguscezia, Cecenia, Dagestan. Si tratta quasi esclusivamente di territori di montagna con condizioni climatiche che offrono limitate possibilità di accesso con grandi mezzi militari meccanici ma vi sono anche valichi che permettono un buon movimento a gruppi di guerriglieri armati che si muovono a piedi o su piccoli fuoristrada. Non è un caso che dopo la strage di Beslan (Ossezia del Nord) la Russia ha compiuto alcune incursioni militari nella valle di Pankisi, sul confine georgiano – ceceno, a caccia della guerriglia cecena.
È significativo il fatto che le ultime dispute tra Mosca e Tbilisi abbiano fatto aumentare la tensione in diverse aree del Caucaso russo ed in particolare in Inguscezia, dove i ribelli ingusci e ceceni hanno maggiore possibilità di movimento rispetto alla Cecenia, in cui Kadyrov da tempo attua con sostanziale successo una politica durissima di repressione verso chi si rifiuta di consegnare le armi.
La reazione della Russia all’indomani delle elezioni è stata comunque piuttosto moderata, in un comunicato del Ministero degli Affari Esteri russo secondo quanto reso noto da alcune agenzie stampa viene posto l’accento sul clima non propriamente sereno durante la campagna elettorale e le elezioni. La Russia pare accentuare le debolezze della politica georgiana, annotando irregolarità e pressioni governative sulle operazioni di voto. Paradossalmente oggi è stata la stessa Unione Europea ad ammettere numerose irregolarità a cui dovrà essere tempestivamente posto rimedio, benedicendo comunque le elezioni come le più libere della storia georgiana; termini simili sono stati utilizzati anche dall’ex presidente ad interim Nino Burdjanadze.
Esistono comunque segnali piuttosto contrastanti per quanto concerne le relazioni attuali e nell’immediato futuro tra Mosca e Tbilisi. Ad esempio lo scorso 20 Settembre uno scontro a fuoco lungo il confine tra Abkhazia e Georgia ha coinvolto peacekeepers russi e soldati georgiani, costando la vita a due ufficiali russi; circa una settimana dopo la delegazione georgiana si è rifiutata di incontrare alle Nazioni Unite il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
In autunno Saakashvili aveva chiesto con forza il ritiro russo da Sukhum, capitale dell’Abkhazia, ed il rilascio di alcuni ufficiali georgiani catturati e detenuti dai corpi di pace russi nelle aree di confine e nella gola del Kodor.
A Novembre invece è giunto da parte russa un segnale distensivo, il completamento dello sgombero dei reparti militari russi dalla base operativa di Batumi in Ajaria.
Impossibile comunque intravedere oggi eventuali cambiamenti nella politica estera della Georgia.
Le prossime settimane ci diranno se Saakashvili sarà in grado di gestire le problematiche interne provocate da un’opposizione uscita sonoramente sconfitta dalle urne; in caso contrario dai futuri scontri politici potrebbe uscire una nuova figura in grado di aumentare o di smorzare le tensioni con la Russia ed i paesi limitrofi (es: Armenia). Con ogni probabilità si tratterà pur sempre di uomini idonei a portare avanti il programma “atlantico” elaborato per la Georgia dai benefattori d’oltreoceano.


(*) Redattore di EURASIA – Rivista di Studi Geopolitici



NOTE:
(1) Alle elezioni ha dedicato un breve spazio anche “La Stampa” del 3 Gennaio 2008, dando Saakashvili favorito nei sondaggi su tutti i candidati dell’opposizione con il 40% delle preferenze.
(2) Ex Ministro della Difesa, fuggito ed arrestato a Monaco di Baviera dopo essere stato cacciato dal Presidente georgiano. Arrestato a Settembre, secondo l’agenzia RussiaToday sarebbe stato rilasciato con una cauzione di 6.000.000 di dollari; ha dichiarato di possedere pesanti prove contro Saakashvili riguardanti episodi di corruzione e soprattutto la pianificazione di possibili omicidi politici (Patarkatsishvili).
(3) www.eurasianhome.org - Tv company “Imedi” resumes its broadcasting in Georgia – Giorgi Targamadze, Director of the TV company “Imedi” political programs, Tbilisi.
(4) Il vincitore eviterebbe in questo caso anche il secondo turno elettorale.
(5) RIA Novosti, 6 gennaio 2008: V Tbilisi proshel mnogotysjachnyj miting v podderzhku Levana Gachechiladze.
(6) Irina Sarishvili ha chiesto agli elettori di boicottare il referendum sull’adesione del paese alla NATO che si terrà contestualmente alle elezioni presidenziali, spiegando che ciò “coinvolgerebbe la Georgia in una guerra contro l’Iran” (FONTE: RIA Novosti, 4 Gennaio 2008, Marina Kvaratskhelia: Chto obeshchajut kandidaty v prezidenty Gruzii).
(7) RIA Novosti, 5 Gennaio 2008, Grazhdane Gruzii vyskazalis’ za vstuplenie strany v NATO – Ekzit Pol






sopra invia stampa
inv
inv
ricerca
:: avanzata ::
inv
lista
:: dettaglio ::