di Emanuela Irace *
Non è in Pakistan che si gioca la partita, ma dall’altra parte dell’oceano. Dopo Clinton e Bush, sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca a decidere il futuro del sub continente asiatico, quello disegnato dagli Alleati alla fine della prima guerra mondiale e delineato con la fine dell’impero coloniale britannico. Sforbiciato sulla carta geografica e passato alla storia come lo scacchiere dei mandati britannici, o configurato sulla base di un comune credo religioso.
Iraq, Afghanistan e Pakistan. Ombelico del mondo. Crocevia strategico per finanza e petrolio. Culla di civiltà e interessi geopolitici. Madre di terrorismi. Ago della bilancia in oriente per stabilire i rapporti di forza in occidente. L’assassinio di Benazir Bhutto ridisegna scenari e arresta la partita. E non basta la moviola per stabilire che la gara è cambiata e le regole del gioco devono ancora essere inventate. Sullo scacchiere pachistano i ruoli sono “doppi”, mai chiari.
La strategia di Pervez Musharraf, architetto di democrazia con la divisa dell’esercito, che si era assicurato una presidenza di garanzia e un governo ricattabile: per la corruzione e per il potere dei militari, avrebbe potuto creare con l’accoppiata Benazir Bhutto - Nawaz Sharif , un esperimento di Governo, genere “Grossa Coalizione”, a imitazione di quella tedesca, a parità di lobbies, o forse più, visto che in Pakistan non esistono partiti di opinione. Il Presidente Musharraf , con la Bhutto, lasciapassare di normalizzazione per il mondo occidentale – in quanto donna, e portatrice di una continuità Usa alla lotta al terrorismo - aggiungeva l’ultimo tassello a un disegno perfetto. Ora Musharraf deve fare i conti con i suoi interessi personali e con quelli internazionali di stabilità in un’area che tale non lo è mai stata.
In ballo, come sempre, una marea di soldi e prestiti. Investimenti Usa, europei, egiziani ma soprattutto asiatici. Tutto il territorio abitato è coperto dalla telefonia mobile, e a contendersi il business ci sono già diversi gestori, e la Luftansa ha investito con ben tre voli a settimana i collegamenti con Lahore.
Musharraf e Bhutto erano in linea, e nonostante i diverbi, furiosi, potevano essere una coppia.
Entrambi, seppur per motivi diversi, volevano la “pulizia” alle frontiere e con essa la guerra al terrorismo. Ora, tolta la Regina dalla scacchiera e immaginando che le elezioni possano comunque svolgersi a ridosso della data prevista, nella corsa al governo si fa strada l’ipotesi Sharif, alfiere di Clinton, al tempo della prima guerra al terrorismo, Primo ministro che aprì lo spazio aereo ai missili su Jalalabad nel ’98, oggi, emblema del Nazionalismo pakistano e paladino di un certo antiamericanismo, e in caso di vittoria elettorale sotto scacco di Al Qaeda.
Un bel rompicapo per Musharraf, dipinto dalla piazza come antagonista della Bhutto e probabile capro espiatorio in un momento di instabilità che rischia di aprirsi alla guerra civile.
Quali che siano le ipotesi per il futuro del Pakistan, bisognerà aspettare il verdetto Usa e le elezioni presidenziali del 2008. * Emanuela Irace, consulente IsIAO, collabora al Io Donna, Il manifesto e Liberazione.
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