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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Biblioteca</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Mon, 06 Sep 2010 15:50:53 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
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		<item>
		<title>Malvinas, petrolio e la diplomazia del potere</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 08:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Indiolatina]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei miei interventi sull’Argentina e sulle ipotesi di conflitto ho sollevato la questione  della difesa delle risorse naturali strategiche come prioritá della politica statale, dinanzi a uno scenario internazionale che, in maniera crescente, punta alla lotta per la loro conquista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3">Nei miei interventi sull’Argentina e sulle ipotesi di conflitto ho sollevato la questione  della difesa delle risorse naturali strategiche come prioritá della politica statale, dinanzi a uno scenario internazionale che, in maniera crescente, punta alla lotta per la loro conquista.</p>
<p>Lascio intravedere l’importanza del riarmo, non nel senso in cui lo conosciamo (o crediamo di conoscerlo, o in cui esso si relaziona alla corsa agli armamenti, o allo scontro, etc.) bensì nel senso di una modernizzazione dell’apparato difensivo, intendendo per esso non solo il braccio armato della politica estera  (le FF.AA.), ma anche l’educazione, la salute, le reti di trasporto e logistiche, i servizi sanitari e la difesa civile, etc., cioè tutti gli elementi che costituiscono nel loro insieme la Difesa nazionale.</p>
<p>A questo punto un comune cittadino potrebbe domandarsi qual è l’importanza degli arcipelaghi dell’Atlantico del sud per cui l’Argentina e la Gran Bretagna si scontrano. La questione è che non si tratta di semplici isole rocciose prive di risorse e d’importanza strategica, al contrario, oltre alle risorse che in seguito citerò, esse vanno necessariamente inserite in un contesto  nel quale il Sudamerica come regione acquisisce, con il passare del tempo, sempre più importanza nel contesto internazionale. Come ho già detto in altri articoli, la sub- regione sudamericana possiede innumerevoli riserve naturali strategiche di enorme importanza per lo sviluppo umano, da ogni punto di vista, a cominciare dalla risorsa più importante per la vita: l’acqua dolce, che è ció che fa di questa regione una regione che nel XXI secolo sarà tra i principali artefici delle questioni mondiali dal momento in cui la scarsità di questa risorsa aggraverà<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Questa importanza si nota quando si analizza la politica nordamericana, iraniana e quella di altre potenze in relazione alla nostra regione, dato che è evidente una corsa a esplorare e a guadagnare terreno e sostegno. Cosí mentre gli Stati Uniti mantengono una presenza diretta (militare) in diversi paesi della regione a cominciare dalla Colombia, l’Iran cerca di allearsi con il Venezuela di Chavez e i suoi alleati per mezzo di accordi energetici e commerciali, la Cina fa lo stesso servendosi di accordi tecnologici e Israele anche, come nel caso, tra gli altri, dei recenti accordi con la Colombia per la produzione di tecnologia militare.</p>
<p>Però come si colloca la questione Malvinas in questo contesto? In primo luogo una delle cose più ovvie che possono venire in mente è che questi arcipelaghi, geograficamente parlando, sono parte integrante del cono sud americano. Non è un dato minore né di scarsa importanza allorquando la regione cerca di integrarsi per elaborare politiche comuni dati che queste politiche includono nella loro agenda la questione Malvinas, esattamente com’è avvenuto per l’accordo tra Colombia e Stati Uniti per le basi, che ha indotto la conferenza dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) a Bariloche.</p>
<p>Dall’altro lato la questione acquisisce importanza nel momento in cui il mondo vada incontro a conflitti sempre maggiori a causa della scarsità di risorse. Si è parlato molto delle risorse delle Malvinas ma ben poco è stato fatto, anche da parte britannica, fino a questi ultimi giorni durante i quali entrambi i paesi hanno riaperto le ostilità a causa dell’imminente sfruttamento petrolifero nella piattaforma marittima argentina (a nord delle Malvinas) per opera dell’impresa britannica <em>Desire Petroleum, </em>che già conta su un investimento di 135 milioni di dollari e, nel prossimo futuro, per mano delle compagnie Falkland Oil &amp; Gas, Rockhopper e Borders &amp; Southern Petroleum.</p>
<p>Così mentre ci sono elementi che affermano che nelle isole vi siano circa 18.000 milioni di barili di petrolio<a href="#_ftn2">[2]</a>, dall’altro lato è possibile affermare che, a causa della scarsa esplorazione e sfruttamento britannico, per ora l’importanza delle isole  per il Regno Unito risiede unicamente nel rafforzamento  della sovranità sulle isole e sulla regione dell’Atlantico del sud, come accesso e base d’appoggio per future spedizioni antartiche e come fonte di potere diplomatico una volta giunta l’ora di negoziare nell’arena internazionale, dato che sono le vittorie diplomatiche che garantiscono le maggiori possibilità di raggiungere altri obiettivi diplomatici.</p>
<p>Il quotidiano inglese The Guardian aveva pubblicato notizie relative  alla scoperta di importanti giacimenti petroliferi nelle isole e sulle ripercussioni economiche per gli isolani, la cui popolazione non supera i 3.000 abitanti, che già godono di uno tra i redditi pro capite più alti del pianeta, dovuti agli introiti delle attività legate alla pesca<a href="#_ftn3">[3]</a> .</p>
<p>È importante dire quanto è allarmante la situazione per l’Argentina, tenendo conto dell’importanza del petrolio nel mondo ricordando che il presidente Néstor  Kirchner ha annullato il trattato sulle concessioni nelle esplorazioni di ricerca di questa risorsa nelle isole, che opportunamente avevano firmato Argentina e Gran Bretagna.</p>
<p>Nel caso delle Malvinas la vittoria britannica consiste nel non lasciare spazio all’inizio di trattative diplomatiche e nel mantenere, in questo modo, la sovranitá sulle isole, la ragione che avanzano in loro sostegno é la libera detereminazione degli isolani di appartenere alla corona, con il loro status politico di Territorio di Oltremare, con tutti gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino britannico.</p>
<p>Questi interessi (di mantenimento della sovranitá e del potere) sono dimostrati dal crescente aumento del potere militare britannico nelle Malvinas che, nonostante alcuni puntuali dietrofront nell’invio di navi cresce nel tempo, tanto da inviare alla base di Mount Pleasant, alla fine del 2009, i moderni Eurofighter Typhoon per rimpiazzare i vecchi Panavia Tornado F3, con il solo obiettivo di “intercettare una possibile incursione argentina”<a href="#_ftn4">[4]</a>. Questo é qualcosa che difficilmente si verificherá. Va sottilineato che questa é la prima volta che questo aereo effettua una missione transoceanica di difesa.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Global Trends  2025.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> 3.500 milioni secondo <em>Desire Petroleum PLC</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> http://www.infobae.com/mundo/429078-100897-0-Revelan-que-hablar%EDa-una-reserva-millionaria-petr%F3leo-las-Islas-Malvinas</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> http://www.janes.com/news/defence/jdw/jdw090930_1_n.shtml</p>
<p><em><strong>* </strong></em><strong><em>Matías</em></strong><em><strong></strong><strong> Magnasco è docente del Master in Relazioni internazionali   dell’Università Internazionale Tres Fronteras, direttore   dell’Osservatorio Guyana e Suriname del Centro Argentino di Studi   Internazionali, membro del Centro Aeronautico di Studi Strategici della   Forza Aerea argentina. E&#8217; un frequente contributore di Eurasia.</strong><br />
</em>  </p>
<p>Traduzione dallo spagnolo a cura di Ilaria Poerio</font></p>
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		<title>Il Corno d’Africa tra endemica instabilità e terrorismo internazionale</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 08:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[corno d'africa]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Gibuti]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Qatar]]></category>
		<category><![CDATA[somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[In una delle più povere ed instabili regioni del pianeta si intersecano oggi tre livelli di scontro - una forte conflittualità interna, guerre regionali ed interstatali e un terrorismo islamista in feroce crescita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Il Corno d’Africa è una delle aree del mondo su cui, in virtù di un’importanza geostrategica forse addirittura maggiore rispetto ad altri noti scenari di crisi, sono oggi più attentamente puntati i riflettori dell’intera comunità internazionale. Nella regione, tra le più povere ed instabili del pianeta, si intersecano, infatti, tre livelli di scontro &#8211; una forte conflittualità interna, guerre regionali ed interstatali e un terrorismo islamista in feroce crescita – che, alimentandosi uno con l’altro, rischiano di condannare il Corno d’Africa ad un futuro sempre più buio e di minacciare gravemente la sicurezza e la stabilità internazionali.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Il recente conflitto tra Eritrea e Gibuti</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Un allarmante focolaio di crisi si è aperto nel marzo del 2008 nella zona confinaria tra Eritrea e Gibuti, a causa di azioni militari di Asmara nell’area di Ras Doumeira e nell’isola di Doumeira volte, ufficialmente, alla cattura di disertori. Il territorio occupato e conteso, formalmente neutralizzato, si trova lungo una contestata linea di frontiera risalente ad accordi siglati tra Italia e Francia nel 1901 e rappresenta, dunque, ancora oggi, una pesante eredità coloniale.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Tale contenzioso confinario si inserisce, tuttavia, in un più ampio scenario di tensione. Il Gibuti è, infatti, la principale via al mare per l’Etiopia, l’arci-nemica dell’Eritrea, e Ras Doumeira si trova in un fazzoletto di mare altamente strategico per i traffici internazionali, in quanto è l’imprescindibile rotta di transito per i commerci tra il Golfo di Aden ed il Mar Rosso. Se, dunque, Asmara ottenesse il controllo sull’area accrescerebbe notevolmente la propria rilevanza nello scacchiere regionale ed il proprio potere negoziale, soprattutto nei confronti di Addis Abeba, con cui guerreggia quasi ininterrottamente dal 1961 e a cui imputa il mancato riconoscimento delle linee di demarcazione fissate dagli Accordi di Algeri del 2000 nonché il mantenimento di truppe nel proprio territorio. Asmara sta altresì sostenendo l’organizzazione secessionista etiopica <em>Oromo Liberation Front</em>, accusata da Addis Abeba di essere di natura terroristica e di intrattenere legami con Al–Qaeda. Alcuni militanti dell’OLF, arrestati in Somalia, confermarono di aver vissuto per un determinato periodo in Yemen, mentre altri ammisero di essere stati dispiegati ed addestrati proprio dall’Eritrea. Inoltre, se l’Etiopia si erge a maggior sostenitrice del governo federale di transizione di Mogadiscio, in cui difesa è intervenuta militarmente nel 2006, l’Eritrea ha, al contrario, svolto per molto tempo un importante ruolo di destabilizzazione nel conflitto interno in Somalia, fornendo – secondo i rapporti ONU in merito &#8211; appoggio politico, diplomatico, militare e finanziario ai gruppi di opposizione armata somali. La Somalia, senza un governo centrale autorevole da circa vent’anni e a tutti gli effetti un <em>failed state,</em> è insomma di fatto utilizzata dall’Eritrea come teatro di scontro con l’Etiopia.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Il rischio – reale &#8211; che il Corno d’Africa diventasse una nuova polveriera e le minacce che un’escalation del conflitto Eritrea – Gibuti avrebbe posto alla pace internazionale hanno indotto l’ONU ad intervenire. Dopo il mancato rispetto di Asmara della Risoluzione 1862 (adottata all’unanimità nel novembre 2009) invocante il ritiro delle parti allo <em>status quo ante, </em>il 23 dicembre 2009, su pressioni dell’U.A. e dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo<a href="#_ftn1">[1]</a>, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, <em>ex</em> capitolo 7 dello Statuto, ha imposto, nonostante la pesante astensione di Pechino, un pacchetto di sanzioni all’Eritrea. Considerata ingiusta da Asmara, la Risoluzione 1907 (sostanzialmente un embargo militare e il congelamento dei beni degli alti responsabili politici e militari) è riuscita tuttavia a sbloccare la situazione. Grazie alla mediazione del Qatar, nella cui leadership sia Asmara che Gibuti confidano, nel giugno 2010 è stata ratificata un’intesa con la quale le due parti si impegnano a raggiungere un accordo negoziato; esse attribuiscono, inoltre, a Doha il compito di formare un Comitato che possa facilitare la demarcazione della frontiera e controllarne l’implementazione. Infine, nell’attesa di un accordo definitivo, al Qatar è demandato il dispiegamento di un gruppo di osservatori militari<a href="#_ftn2">[2]</a> con funzioni di <em>peacekeeping. </em></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>La posizione iraniana</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Supposizioni non confermate da dichiarazioni ufficiali vorrebbero che il Qatar fosse, in realtà, la <em>longa manus </em>di Tehran nel Corno d’Africa. Il regime degli <em>ayatollah </em>attribuisce, in effetti, da tempo un peso rilevante all’Africa nell’ambito della propria politica estera e mantiene risaputi ottimi rapporti con Doha. Lo stesso Ahmadinejad ha più volte sostenuto che <em>“non ci sono limiti all’espansione dei (nostri) legami con i paesi africani</em>”, come del resto testimoniano i numero</span><span style="font-size: medium">si accordi diplomatici, commerciali e di difesa e le frequenti visite ad alto livello conclusi con diversi Stati del continente nero. Nonostante le differenze settarie (l’Iran è sciita, mentre in gran parte dei paesi africani prevale un Islam sunnita caratterizzato da tratti sincretici con il Cristianesimo e l’Animismo e spesso intriso di mistica <em>sufi</em>), Tehran fa leva proprio sulla fratellanza musulmana ed offre aiuti e petrolio a quei governi ancora deboli e docili di cui spera di ottenere il supporto diplomatico al proprio contestato programma nucleare. La tematica religiosa appare, ad ogni modo, più che altro una copertura al vero obiettivo iraniano di esercitare un’influenza militare in una zona così altamente strategica e di indebolire ulteriormente Israele, i cui rapporti con gli stati africani si stanno progressivamente deteriorando, salvo rare eccezioni, quale quella rappresentata dall’Etiopia.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">L’Iran è, effettivamente, uno dei pochi Stati ad avere buone relazioni sia con il Gibuti che con l’Eritrea, mentre i legami con il vicino Sudan rientrano all’interno di una più vasta alleanza regionale filo-iraniana comprendente la Siria, il Qatar, Hezbollah e Hamas. Dopo che il ministro degli esteri Mottaki palesò, nel novembre 2008, alla leadership di Gibuti la propria disponibilità ad aiutare le due parti nella risoluzione della controversia, fu proprio il governo di Asmara a rivolgersi, nel dicembre 2009, a Tehran per assicurarsene l’appoggio. Benché il Gibuti ospiti attualmente una base americana, la Repubblica Islamica è ben conscia dell’esistenza di un terreno fertile per una collaborazione ancora più profonda, una consapevolezza, questa, cementificata dall’aperto sostegno dato da Gibuti alle sue ambizioni nucleari. Dal fronte eritreo si registra, nel contempo, un progressivo allineamento a Tehran:  le ripetute violazioni dei diritti umani commesse da Asmara hanno causato un deciso inasprimento dei rapporti con la gran parte dei paesi africani e occidentali ed il conseguente anelito a rompere l’isolamento diplomatico, ricercando quei partner come il Sudan, la Libia, gli islamisti somali e l’Iran meno sensibili alle tematiche umanitarie e ai moniti della comunità internazionale. L’Iran, da sempre favorevole ad aiutare i governi più diffidenti nei confronti dell’Occidente (nel novembre 2009 il regime di Asmara definì gli USA come propri <em>“nemici storici”</em>), ha, infatti, più volte invitato le proprie imprese ad investire in Eritrea, che pare abbia garantito a Tehran il controllo totale sul porto di Assab nel Mar Rosso.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">D’altro canto i legami di Tehran con il Qatar appaiono sempre più stretti, anche in considerazione di comuni radici culturali. Benché intrattenga buone relazioni con gli USA, al cui ombrello demanda ancora la propria sicurezza, Doha ha, infatti, recentemente sostenuto il diritto iraniano all’uso pacifico del nucleare, smarcandosi così nettamente dalla più rigida posizione di Washington e dell’ONU, e mantiene con il regime degli <em>ayatollah </em>rapporti di cooperazione in ambito economico, politico, militare ed energetico. Nel gennaio del 2009 Iran, Qatar e Russia hanno, ad esempio, ufficializzato una <em>gas troika </em>per coordinare l’esportazione del gas, mentre nei prossimi mesi Doha e Tehran dovrebbero siglare un accordo per stabilire la linea di demarcazione della riserva di gas naturale di North Field/South Pars, che i due paesi condividono. Inoltre, l’accordo di cooperazione in materia di difesa del febbraio 2010 manifesta l’importanza strategica che l’Iran attribuisce al Qatar e la rilevanza dell’emirato nel più ampio progetto di Tehran di svolgere un ruolo chiave nel mantenimento della sicurezza e della stabilità nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz. Un rafforzamento dei rapporti tra Iran e Qatar permetterebbe, dunque, da un lato a Tehran di perseguire l’intento di ridurre le tensioni con gli stati del Golfo e, allo stesso tempo, di indebolire una roccaforte statunitense nell’area; dall’altro consentirebbe a Doha di scongiurare eventuali future pretese iraniane sulla propria porzione di riserve di gas, da cui peraltro dipende la prosperità del paese, e di evitare problemi all’interno della numerosa comunità sciita (circa il 30% del totale). Il dubbio, dunque, che il Qatar sia la testa di ponte iraniana nel Corno d’Africa non è certo fuorviante né fantasioso.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Il terrorismo somalo e i legami con lo Yemen</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Soprattutto dopo il fallito attentato sul volo Amsterdam – Detroit del Natale 2009 ad opera di un 23enne nigeriano affiliato ad Al–Qaeda addestratosi nello Yemen,  il  Corno d’Africa ed i suoi legami con il gruppo terroristico facente capo a Osama Bin Laden hanno nuovamente attirato la preoccupazione internazionale.  È, infatti, soprattutto in Somalia e in Yemen che pare, ad oggi, essere principalmente localizzato il problema terroristico, tanto che un rapporto del Comitato degli Affari Esteri del Senato americano del gennaio 2010 descrive un inquietante quadro in cui la Somalia rivestirebbe per lo Yemen il ruolo che il Pakistan assume per l’Afghanistan.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">La Somalia vive da circa vent’anni in una situazione estremamente drammatica che la rende uno dei paesi più vulnerabili al terrorismo internazionale. Senza un governo centrale credibile, sono i gruppi Al–Shabaab (dall’arabo <em>la gioventù),</em> eredi delle Corti Islamiche<a href="#_ftn1">[3]</a>, a controllare porzioni sempre più vaste del territorio, soprattutto nel sud del paese, compresi i porti di Merka e Kismayo, dove sono particolarmente numerose le attività piratesche, parte dei cui proventi viene utilizzata proprio per finanziare le attività dell’organizzazione. Potendo spesso beneficiare della connivenza dei baroni locali, Al- Shabaab conduce dal 2006 operazioni terroristiche ai danni del governo federale di Mogadiscio (l’ultimo attentato è stato compiuto proprio martedì scorso, 24 agosto) e delle truppe governative appoggiate dai <em>peacekeepers</em> dell’Unione Africana (AMISOM). Proclamatosi allineato con Al–Qaeda dal 2007, Al–Shabaab annovera tra le proprie fila soprattutto giovani perlopiù ventenni, poco istruiti, spesso con trascorsi criminali ed opera frequentemente dei reclutamenti forzati nelle aree più povere del paese, ma può contare anche su centinaia di combattenti volontari provenienti dall’estero (Afghanistan, Pakistan, la regione del Golfo e alcune nazioni occidentali come gli USA e la Gran Bretagna). Il successo dei proselitismi non pare nascere, tuttavia, tanto da una convinta adesione al progetto ideologico di <em>jihad</em> islamico, quanto da un notevole spessore politico e da una chiara agenda “nazionale”, che la accredita come unico movimento sovra-clanico dalla forte impronta nazionalista, nonché dalla profonda crisi umanitaria e sociale in cui versa la popolazione. In molte aree, infatti, Al–Shabaab è l’unica a fornire i basilari servizi sociali e giuridici ma è consapevole che potrebbe perdere consensi in modo celere  e dunque ora adotta anche dei mezzi pragmatici per estendere il proprio potere nel paese. Usando delle strategie <em>politiche</em> per indurre i clan locali alla collaborazione, abile nell’adattarsi alle diverse specificità locali e forte di una propaganda spiccatamente populista, Al–Shabaab riesce, pertanto, a modulare il suo atteggiamento radicale per insinuarsi con successo nei sistemi locali di potere.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">La crescita della forza – e dunque della pericolosità &#8211; di Al–Shabaab è testimoniata anche dalla recente internazionalizzazione delle azioni terroristiche: è stata, infatti, proprio una cellula somala a rivendicare i due attentati in Uganda del luglio 2010, mentre i leader hanno annunciato di essere pronti ad aiutare i <em>“fratelli”</em> yemeniti. Lo Yemen è, in effetti, la base di addestramento e di reclutamento dei gruppi di Al-Qaeda della Penisola Arabica (AQAP) e il principale luogo di rifugio e di transito per centinaia di giovani somali in fuga dalla guerra, dalla fame e dai reclutamenti forzati di Al-Shabaab. I numerosi campi profughi disseminati nel martoriato territorio yemenita sono, insomma, un fertile terreno di conquista per gli affiliati di Al-Shabaab, che vi si possono infiltrare con facilità, suggellando i legami con i leader di AQAP. Ponte ideale tra l’area afghana e pakistana e il Corno d’Africa, da cui si estendono – attraverso la Somalia &#8211; le ramificazioni verso l’intero continente nero, lo Yemen si trova, dunque, in una posizione di notevole rilevanza strategica per i gruppi terroristici. L’obiettivo di AQAP è, infatti, quello di ampliare il proprio controllo su tutta l’area comprendente il Golfo di Aden, il Mar Rosso e, soprattutto, lo stretto di Bab el Mandeb. Quest’ultimo è una fascia di 30 km che separa lo Yemen dal Gibuti e rappresenta il corridoio ideale per stabilire una comunicazione sicura tra i nuclei della penisola arabica e quelli africani e per realizzare, così, una proficua saldatura con Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), operante ormai anche in Mauritania, Mali e Niger.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">L’estrema povertà, la drammatica situazione interna e la grande disponibilità di armi hanno, di fatto, reso lo Yemen l’ultimo santuario di Al-Qaeda, capace di ottenere un grande sostegno dalla popolazione, profondamente ostile ad un governo centrale inadeguato e troppo legato agli USA. AQAP sta, in effetti, traendo beneficio dalla disarmante debolezza di Sanaa, sempre più inetta a controllare un territorio lacerato da lotte intestine. Se, infatti, il sud del paese ospita le principali roccaforti di Al-Qaeda, la zona montuosa settentrionale è occupata dai ribelli sciiti Al-Houthi, che si battono per il riconoscimento di una maggiore autonomia e di un ruolo più incisivo dello sciismo zayadita all’interno della compagine statale. Modellato sull’Hezbollah libanese, Al-Houthi pare riceva ingenti finanziamenti da Tehran, le cui guardie rivoluzionarie (i <em>pasdaran</em>) sono accusate di fornire addestramento ed armi ai ribelli nell’intento di trasformarli in una copia locale del <em>Partito di Dio. </em>Benché l’Iran neghi categoricamente ogni coinvolgimento in merito, riaffermando con forza l’esistenza di <em>“legami fraterni</em>” con Sanaa, sarebbe sostanzialmente impossibile per Al-Houthi operare senza un sostegno esterno, anche perché probabilmente l’Arabia Saudita sta offrendo ospitalità all’esercito yemenita per attaccare i ribelli dal nord.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><strong>Conclusioni</strong></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Il drammatico quadro delineato fotografa l’esistenza di un complesso intreccio tra povertà estrema, instabilità politica e terrorismo, suscettibile di far precipitare il Corno d’Africa in un baratro senza via d’uscita. Il nefasto connubio di ragioni storiche, politiche ed economiche impone, così, come <em>conditio sine qua non </em>per ogni –difficile- tentativo di<em> </em>stabilizzazione e pacificazione dell’area un impegno costruttivo dell’intera regione e un approccio globale a tutti i conflitti, affinché si affermino i fondamentali principi di buon vicinato, non interferenza e cooperazione regionale.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: medium">Se, da un lato, l’aperto sostegno dell’Occidente e degli USA al governo di transizione somalo potrebbe isolarlo ulteriormente e rafforzare la cooperazione tra i gruppi estremisti, il Segretario dell’ONU Ban Ki Moon rileva come Asmara stia compiendo al riguardo apprezzabili passi in avanti. L’Eritrea sta, infatti, lentamente cambiando la propria politica precedente: ha firmato la dichiarazione di Istanbul sulla Somalia, del cui governo non nega più la legittimità, e si sta impegnando in un dialogo costruttivo con i paesi vicini e la comunità internazionale. Il pericolo però che Al-Shabaab riesca ad infiltrarsi anche in Gibuti e a sviluppare un’intensa collaborazione con i vari gruppi di Al-Qaeda rappresenta una minaccia con portata non più solo regionale, ma internazionale e fa temere per la stabilità interna degli Stati più geograficamente prossimi.</span></p>
<p style="text-align: justify"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: medium"><em>* Valentina Francescon è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Trieste)</em></span></span></strong></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Igad: l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo, costituita dai sei stati del Corno d’Africa (<a title="Somalia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Somalia">Somalia</a>, <a title="Eritrea" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eritrea">Eritrea</a>, <a title="Etiopia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Etiopia">Etiopia</a>, <a title="Kenya" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kenya">Kenya</a>, <a title="Sudan" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sudan">Sudan</a> <a title="Uganda" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Uganda">Uganda</a> e <a title="Gibuti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gibuti">Gibuti</a>), volta al perseguimento dei seguenti obiettivi: 1. sicurezza alimentare e protezione ambientale; 2. prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti;3. affari umanitari e sviluppo infrastrutturale.<br />
<a href="#_ftnref2">[2]</a> Si tratta di ufficiali in servizio permanente messi a disposizione delle Organizzazioni Internazionali per un impiego temporaneo nelle aree di crisi ove è necessario controllare gli accordi stipulati tra le parti contendenti in merito al cessate-il-fuoco, alla salvaguardia delle integrità delle zone di interposizione, all&#8217;evacuazione di profughi e/o feriti, al controllo degli armamenti e della situazione generale.<br />
<a href="#_ftnref1">[3]</a> L’Unione delle Corti Islamiche era la coalizione antigovernativa legata al terrorismo islamista internazionale che nel 2006 conquistò gran parte della Somalia, inclusa la capitale Mogadiscio. Fu sconfitta militarmente dai soldati inviati alla fine del 2006 dall’Etiopia in difesa del governo somalo di transizione in procinto di soccombere. L’ala più giovane delle UCI, che continuò a combattere, si è presto riorganizzata nei gruppi armati ora noti con il nome di Al-Shabaab.</p>
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		<title>Obama e la bufera delle elezioni di mid-term</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 19:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Area Anglosassone]]></category>
		<category><![CDATA[barack obama]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[I più recenti sondaggi pubblicati sul New York Times vedono un Obama in netta caduta, sia in termini di popolarità che di consensi. Brutta storia se si pensa che le elezioni di mid-term sono prossime e che i Democrats stanno cercando in ogni modo di dare vita a una campagna elettorale efficace.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span style="font-size: medium">I più recenti sondaggi pubblicati sul <em>New York Times</em> vedono un Obama in netta caduta, sia in termini di popolarità che di consensi. Brutta storia se si pensa che le elezioni di <em>mid-term </em>sono prossime e che i <em>Democrats</em> stanno cercando in ogni modo di dare vita a una campagna elettorale efficace.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Secondo l’eminente testata il partito democratico potrebbe perdere, al Senato, fra i 6 e i 7 seggi: stando ai dati elaborati dal <em>FiveThirtyEight forecasting model</em> il gruppo del presidente avrebbe approssimativamente il 20% di possibilità di perdere 10 o più posti nella Camera Alta, cosa che costerebbe ai democratici il controllo della stessa. Le statistiche prevedono l’11% di possibilità di perdere 9 seggi, così da scendere a soli 50 voti favorevoli e renderli molto vulnerabili. La media delle oltre 100 mila proiezioni ha dato come risultato di 6,5 seggi in meno al Senato. Il 2 novembre è sempre più prossimo e recuperare un 5% di perdite di consensi, visto anche il fatto che non vi sono più molti indecisi dell’ultimo minuto, sembra poco plausibile.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>Le proiezioni</strong></span> <span>si basano su un modello statistico che mette a paragone gli attuali consensi politici nonché i dati demografici, con quelli dei passati sei cicli di elezioni. L’attendibilità?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">I risultati che sono stati proposti mostrano come, in tempi recenti, un candidato al Senato che fosse in vantaggio di 7 punti a 10 settimane dal voto, abbia poi vinto circa l’80% delle volte; altrimenti, un candidato con ben 12 punti di vantaggio è stato rilevato vincente il 95% delle volte. Il modello, dunque, risulta molto attendibile considerando anche che, nel 2008 ha previsto correttamente i risultati di tutte e 35 le elezioni della Camera Alta. Inoltre, ad ogni nuova elezione il modello viene ricalibrato, affinché ‘impari’ a calcolare anche il grado di approssimazione con cui effettua le previsioni e si migliori.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Gli Stati in cui è quasi certa la sconfitta sarebbero: North Dakota, Arkansas, Indiana e Delaware. Intanto, però, l’ombra di John McCain riappare alle spalle di Obama, poiché il senatore repubblicano ha vinto le primarie del suo partito in Arizona e si appresta a presentarsi per il rinnovo del Senato. A fronte del vertiginoso calo di consensi che sta sperimentando il presidente nordamericano, c’è da chiedersi se questa non sia una nuova nota dolente.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>A cosa può essere dovuto tale calo?</strong></span> <span>Nelle ultime settimane si sono susseguiti diversi avvenimenti rilevanti per la politica statunitense. </span><span><em>In primis</em></span><span>, il famoso </span><span><em>Financial Bill</em></span><span>: grande riforma del sistema economico e bancario statunitense che avrebbe dovuto dare una spinta rinvigorente ai conti del Paese, ma anche aiutare quelli dei cittadini. Ebbene, nel momento in cui, per la prima volta dopo le sue elezioni, Obama si trova ai minimi storici di popolarità, arriva la notizia che la banche avrebbero ancora un ampio margine per continuare a speculare. In effetti, la riforma finanziaria prevede che gli istituti di credito non possano rischiare capitali propri, ma questo non impedisce loro di utilizzare fondi dei clienti per fare investimenti ad alto rischio.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La consulente finanziaria Janet Tavakoli ha commentato dicendo: “Puoi usare l’attività del cliente come copertura praticamente per qualsiasi cosa” – e ha continuato – “ecco un aspetto in cui il <em>Financial Bill</em> non agisce”. Dal canto suo, il presidente ha riunito il suo <em>team</em> per continuare a discutere dell’economia del Paese: dal luogo di villeggiatura Obama fa sapere che si stanno tracciando nuovi interessanti progetti, quali quello di consentire finanziamenti sia pubblici che privati per favorire progetti di infrastrutture per i trasporti.</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: medium"><span>Abbiamo bisogno di progetti infrastrutturali del ventunesimo secolo, che possano portare alla creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro” ha fatto sapere il presidente da Seattle.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>E non solo</strong></span> <span>le pessimistiche previsioni di una nuova recessione economica hanno fanno colare a picco i consensi dell’ inquilino della Casa Bianca, ma anche la sua intenzione di costruire una moschea a </span><span><em>Ground Zero</em></span><span>. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Tale proposta è giunta a poco più di un mese dal nono anniversario della strage delle Torri gemelle, e ha trovato i dissensi di circa il 60% degli americani. Per superare lo sgomento delle famiglie delle vittime, Obama ha affermato: “gli attacchi dell’11 settembre sono stati un evento profondamente traumatico per il nostro Paese. Il dolore e la sofferenza vissuta da chi ha perso i propri cari è inimmaginabile, quindi capisco le emozioni che questa vicenda provoca. <em>Ground Zero</em> è, per queste ragioni, un territorio sacro”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il presidente ha poi ribadito che al-Qaeda e Islam non sono la stessa cosa, e che la libertà religiosa negli Stati Uniti sarà sempre tutelata. Il gesto presidenziale voleva probabilmente dare un senso storico di pacificazione e unione fra culture e religioni diverse, e chiaramente lo scopo non era quello di andare contro gli interessi del proprio partito.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nonostante ciò, è indubbio il senso di patriottismo e attaccamento alla radici culturali e storiche della Nazione degli statunitensi; l’evento del <em>World Trade Center</em> è stato così traumatizzante ed è così profondamente radicato nelle coscienze dei cittadini da non permettere un tale tipo di proposta, almeno per il momento. Obama non ha forse saputo ben comprendere i tempi con i quali questo tipo di approccio potrebbe essere fatto, e questo è andato al suo discapito. Proporre una così forte presenza islamica sul terreno in cui migliaia di statunitensi sono morti (a causa di estremisti islamici) è stato ovviamente un brutto passo falso.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span><strong>Di fronte, quindi, a repubblicani</strong></span> <span>che accusano gli avversari di voler imporre nuove tasse, analisti scettici sulla ripresa economica ed elettori sgomenti di fronte alla proposta presidenziale della moschea a </span><span><em>Ground Zero</em></span><span>, è chiaro il perché i </span><span><em>Democrats</em></span><span> siano in netto svantaggio nelle proiezioni di voto. La situazione è decisamente complicata e molto delicata, l’unico modo per cercare di risalire la china per il Partito democratico sarebbe quello di fare marcia indietro sulla questione moschea, e spingere invece su iniziative economiche che aiutino l’occupazione. Solo così, di fronte a una crescita occupazionale quasi pari a zero, si potrebbe riconquistare la fiducia di molti elettori perplessi. Una migliore condizione economico-sociale risolleverebbe gli animi e gli umori dei nordamericani, e potrebbe essere d’aiuto al partito democratico.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il tempo stringe e il 2 Novembre è vicino, vedremo se Obama sarà in grado di aggiustare la situazione ed evitare una bruciante sconfitta alle elezioni di <em>mid-term</em>.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em>* Eleonora Peruccacci è dottoressa in Relazioni internazionali (Università di Perugia), collabora frequentemente al sito di “Eurasia”</em></span></p>
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		<title>Investire in Libia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 12:56:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[Per le economie europee la nuova frontiera del business è rappresentata dalla sponda opposta del mediterraneo dove si affacciano paesi legati all’Europa da questioni storiche, culturali e di prossimità; la vicinanza infatti ha pur sempre una sua rilevanza nella spiegazione del commercio internazionale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tripoli 25/08/2010</em></p>
<p><font size="3"> Per le economie europee la nuova frontiera del business è rappresentata dalla sponda opposta del mediterraneo dove si affacciano paesi legati all’Europa da questioni storiche, culturali e di prossimità; la vicinanza infatti ha pur sempre una sua rilevanza nella spiegazione del commercio internazionale. I paesi nord africani sono già da tempo meta delle imprese italiane ed europee che qui hanno le fabbriche dei prodotti ad alto contenuto di manodopera come le calzature e l’abbigliamento. Basti pensare a Marocco e Tunisia che sono stati e continuano ad essere luoghi di delocalizzazione produttiva a causa dei vantaggi assoluti che riguardano il costo della manodopera e di altri vantaggi che derivano dal sistema paese: ridotta tassazione, costo dell’energia elettrica, affitti, ecc.</p>
<p>In questo senso una rinnovata opportunità per l’imprenditoria mondiale, è costituita dalla Libia. Si tratta infatti dell’ultimo paese nord africano ad essersi aperto alle economie occidentali; la ragione va ricercata nelle sue vicende politiche e nella recente revoca dell’embargo e delle sanzioni economiche internazionali a cui si è pervenuti progressivamente a partire dal 1999.</p>
<p>Lo sdoganamento della Libia nella comunità internazionale ha dato, come risultato interno, un impulso immediato e notevole all’edilizia, dal momento in cui c’è stata la disponibilità di accedere a materiali e manodopera estera qualificata.</p>
<p>Qui la cementificazione e l’ammodernamento delle città riguarda tutto il paese, da est a ovest, da Bengasi a Tripoli.</p>
<p>D’altro canto è abbastanza logico che un paese con una grande disponibilità finanziaria, derivante dal petrolio, punti innanzitutto alle infrastrutture e al rinnovamento urbano, quasi una carta d’identità da esibire a chi entra nel paese. Questo processo di rinnovamento ha avuto l’effetto di attrarre i costruttori edili di mezzo mondo che qui si contendono appalti per grattaceli e centri commerciali di tutto rispetto, anche se con successi alterni. Infatti aver concluso un contratto non sempre è sinonimo di successo.</p>
<p>L’esperienza diretta insegna che un contratto fra un imprenditore estero e un organismo statale libico molte volte  viene rimesso in discussione a posteriori, oppure revocato ad opera già iniziata, sulla base di vizi presunti. Un esempio: il costruendo aeroporto di Tripoli. Inizialmente commissionato a costruttori francesi è poi passato ai brasiliani per essere successivamente smembrato in lotti minori e affidato a  <em>contractors</em> turchi e di altre nazioni.</p>
<p>Questo tipo di comportamento deriva in parte dalla cultura del paese e in parte è da attribuire alla completa assenza di competenza e di figure professionali in grado di valutare i contratti e di giudicare l’esecuzione dei lavori; i sovrintendenti dei lavori commissionati dal governo libico provengono da altri paesi arabi, in particolare dall’Egitto.</p>
<p>E cosa dire dello sviluppo delle attività industriali e manifatturiere?</p>
<p>È noto che la crescita e lo sviluppo delle economie emergenti passa attraverso i processi di privatizzazione e che la privatizzazione ha origine dalla capacità di un paese di attrarre i capitali stranieri, e con essi lo <em>skill</em> tecnologico, il <em>know how </em>specifico, le capacità imprenditoriali e manageriali, attraverso un percorso ormai noto e ben delineato.</p>
<p>A tale proposito in Libia, da tempo, non si fa che parlare delle “zone franche” o <em>free trade zone</em>. Si tratta di aree destinate a investitori esteri che intendono avviare una attività di tipo produttivo; esse godono di particolari facilitazioni previste dalla legge libica n. 5/1997. Questi benefici si possono riassumere succintamente nei seguenti punti:</p>
<p><em>Esenzione da dazi doganali per l’importazione di attrezzature e macchinari necessari alla realizzazione del progetto.</em></p>
<p><em>Esenzione quinquennale di qualunque imposta o tassa sul reddito derivante dal progetto.</em></p>
<p><em>Esenzione dell’imposta sul consumo e dai dazi doganali all’export per le merci provenienti dal progetto realizzato dell’investitore.</em></p>
<p><em>Esenzione del progetto dalla tassa di bollo per gli atti e i documenti commerciali d’uso.</em></p>
<p>Come effetto immediato un aumento dell’attività manifatturiera interna contribuirebbe a diminuire le importazioni del paese, a ridurre la disoccupazione (circa 2 milioni), ad innalzare i salari, ad elevare il tenore di vita, a diminuire l’assistenzialismo statale, ad esempio.</p>
<p>Inoltre gli insediamenti produttivi importerebbero tecnologia, dando vita ad un “effetto trascinamento” che inciderebbe positivamente sulla espansione delle attività industriali medesime.</p>
<p>Ora, se ci fermiamo a queste prime considerazioni, potremmo analogicamente dedurre che la Libia rappresenta un paese allettante per le affaticate economie occidentali, una nuova frontiera del business. Se così fosse c’è da chiedersi: è conveniente oggi investire o fare affari in Libia? E poi, su quali garanzie possono contare gli imprenditori esteri?</p>
<p>Oggi la Libia evidenzia un rischio paese ancora alto e gli IDE (investimenti diretti esteri) sono ancora modesti proprio a causa del rischio paese. Più concretamente possiamo dire che qui l’iniziativa privata è quasi inesistente. Fabbriche, alberghi, grandi opere sono tutte statalizzate e quindi l’interlocutore per l’imprenditoria straniera è lo Stato, attraverso i suoi organismi interni.</p>
<p>Inoltre bisogna ricordare che la Libia non ha ad oggi sottoscritto nessuno dei trattati multilaterali che fanno capo al WTO come il WIPO (<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;ved=0CBgQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.wipo.int%2F&amp;rct=j&amp;q=wipo&amp;ei=VrT7S4bnBI2IOKnSgfUB&amp;usg=AFQjCNFTeF7VsBf_DH4H-W9avc_IuKZtbw&amp;sig2=tsAJm816cbUg2WUVV19yeg"><em>World Intellectual Property Organization</em></a><em>),</em> oppure alla Banca Mondiale come la convenzione multilaterale ICSID ((<em>International Centre for the Settlement of Investment Disputes</em>) che garantisce l’ambito istituzionale e i servizi amministrativi necessari per la risoluzione, mediante il ricorso alla conciliazione o all&#8217;arbitrato, delle controversie che dovessero insorgere tra uno Stato membro della Convenzione ed un investitore, cittadino di un altro Stato membro.</p>
<p>Non ha sottoscritto neppure l’ Euro-Med (<em><a title="Euro-Mediterranean-Partnership" href="http://ec.europa.eu/external_relations/euromed/index.htm">Euro-Mediterranean-Partnership</a></em><em>) </em>un accordo fra la comunità europea e i paesi del bacino del Mediterraneo, perché ad oggi la Libia figura come paese osservatore.</p>
<p>La insufficiente tutela della proprietà privata e un sistema giuridico che consideri l’investitore come cittadino e non come uno “straniero” sono altri concreti deterrenti che frenano gli investimenti diretti esteri in questo paese. Per completare il quadro vanno citate le barriere non tariffarie costituite da un sistema burocratico complesso che prevede una lunga serie di autorizzazioni per poter avviare una qualsiasi attività industriale. <em></em></p>
<p>Si conviene quindi che l’ambito istituzionale (inteso come sistema politico del paese) e l’ambito legale (inteso come l’insieme delle leggi che incidono sulle decisioni di investimento) oggi sono tali da scoraggiare la maggior parte delle iniziative private estere che hanno come scopo qualsiasi forma di attività industriale “stanziale” in territorio libico.</p>
<p>La Libia è ancora troppo lontana dal modo di rapportarsi con l’imprenditoria estera in generale, da una parte perché ha saltato il passaggio dello sviluppo industriale interno che avrebbe assicurato un apprendimento dal fare (<em>learning by doing</em>) e dall’altra perché la grande, enorme, disponibilità di spesa derivante dal petrolio permette ai propri amministratori di assumere atteggiamenti anche arroganti, consci di poter contare sul corteggiamento di innumerevoli società imprenditoriali pronte ad alternarsi al tavolo degli appalti.</p>
<p>Porre le condizioni affinché il clima sia più favorevole agli IDE è un fatto che spetta alla politica, anche se, politicamente parlando, non so quanto interesse reale ci sia ad avviare un processo di sviluppo economico di tipo occidentale. Gli immensi guadagni derivanti dal petrolio e la ridotta popolazione (poco più di 6 milioni) consentono al governo una politica economica del paese per certi versi anomala e tesa ad appagare la domanda interna attraverso le importazioni in ogni settore ad esclusione di quello energetico. Il processo di privatizzazione e il conseguente aumento di competitività internazionale che da esso deriva, qui, come in altre economie emergenti del Mediterraneo, sembra più motivato dalla necessità di conservare una posizione strategica a livello geopolitico. In altre parole in quest’area del mondo è più importante rimanere economicamente competitivi (vorrei dire comparabili) più che in rapporto ai paesi industrializzati, in rapporto ai paesi appartenenti alla stessa area geografica e che presentano le stesse caratteristiche istituzionali, culturali, religiose ed economiche. Se il processo non viene spinto in maniera più decisa è perché già allo stato attuale lo sviluppo interno del paese permette il raffronto della Libia con gli altri stati limitrofi e dall’altra parte perché c’è la paura che un processo di privatizzazione troppo spinto potrebbe far perdere il controllo economico delle istituzioni sul paese; va da se che una destabilizzazione di tipo economico renderebbe vulnerabile il paese anche ad una destabilizzazione di tipo politico; quest’ultimo punto rappresenterebbe infatti un effetto collaterale assolutamente intollerabile.</p>
<p>*<strong>Diego Fassa, dottore in <em>Relazioni Pubbliche ad indirizzo aziendale</em> presso l’università di Udine, laureando in <em>Economia e diritto per l’impresa e la PA</em>, indirizzo <em>International Business and Law </em>presso l&#8217;università di Modena e Reggio Emilia, si occupa di consulenza aziendale di direzione</strong></font></p>
<p><strong>Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”</strong></p>
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		<title>Marco Di Branco, Storie arabe di Greci e di Romani</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 15:22:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Marco Di Branco, Storie arabe di Greci e di Romani. La Grecia e Roma nella storiografia arabo-islamica medievale, Plus &#8211; Pisa University Press, Pisa 2009 Come è noto, la Rivelazione coranica afferma (Corano, XIV, 4; XV, 10; XXII, 35; XXII, 66) che ogni comunità umana ha ricevuto un insegnamento divino per il tramite di uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"><strong>Marco Di Branco, <em>Storie arabe di Greci e di Romani. La Grecia e Roma nella storiografia arabo-islamica medievale</em>, Plus &#8211; Pisa University Press, Pisa 2009</strong></p>
<p>Come è noto, la Rivelazione coranica afferma (<em>Corano</em>, XIV, 4; XV, 10; XXII, 35; XXII, 66) che ogni comunità umana ha ricevuto un insegnamento divino per il tramite di uno o più profeti inviati da Dio. Su tale asserzione si fondò l&#8217;idea, diffusa presso l&#8217;<em>élite</em> intellettuale islamica, che anche l&#8217;antica sapienza ellenica provenisse dalla &#8216;Nicchia delle luci della profezia&#8217; e che fosse possibile riconoscere lo statuto di profeti o comunque di sapienti divinamente ispirati anche agli <em>theioi andres</em> della Grecia antica e classica: da Pitagora, Empedocle, Socrate, Platone, Plotino fino a Gemisto Pletone (del quale Mehmed il Conquistatore farà tradurre in arabo i frammenti dei <em>Nomoi</em> scampati al bruciamento decretato dal patriarca cristiano). </p>
<p> Fu così che Gialal al-Din Rumi, al quale Aflaki attribuisce la frequentazione dei saggi del &#8220;convento di Platone&#8221;, poté parlare dei Greci in termini di ammirazione e di solidarietà spirituale: &#8220;I Greci sono come i sufi: senza ripetizione e libri e apprendimento essi hanno lustrato i loro cuori, ripulendoli da avidità e cupidigia, da avarizia e da malizia, rifuggendo da profumo e colore. In ogni istante, subito, vedono la bellezza&#8221; (p. 37).</p>
<p> Di questo &#8220;atteggiamento di straordinaria ammirazione per la cultura greca classica ed ellenistica&#8221; (p. 41) si occupa un recente lavoro di Marco Di Branco, docente di Storia bizantina e di Archeologia bizantina, che viene ad aggiungersi ai numerosi studi sulla sopravvivenza del pensiero filosofico e scientifico greco all&#8217;interno della civiltà islamica. Il lavoro in oggetto affronta il tema della storia greca e romana (nel periodo compreso tra l&#8217;età classica e il principato di Costantino) &#8220;quale essa è percepita, narrata e rappresentata nella storiografia arabo-islamica medievale fra VIII e XIV secolo d.C.&#8221; (p. 10), cioè dalla più antica storia universale di matrice islamica, quella di Ya&#8217;qubi, fino alla celebre cronaca di Ibn Khaldun.</p>
<p>Personaggio centrale della storia greca vista dall&#8217;Islam è Alessandro Magno, per lo più identificato col Bicorne (<em>Dhu&#8217;l-qarnayn</em>) della Sura della Caverna. Il capitolo relativo ad Alessandro è preceduto da una significativa citazione: i versi (verosimilmente estratti dall&#8217;<em>Iskandarnameh</em>) con cui il persiano Nezami di Ganje rende omaggio alla cultura greca: &#8220;Per la civiltà di quel Re amator di sapienza &#8211; la fama della Grecia s&#8217;è levata alta al cielo &#8211; ed ora che quelle contrade han richiuso il loro quaderno &#8211; l&#8217;effimero Tempo non ha loro strappato la fama eterna di Scienza&#8221;. Nella poesia, nella letteratura, nell&#8217;arte e nella stessa storiografia del mondo islamico il Macedone viene presentato non solo come alchimista e filosofo allievo di Aristotele, ma anche come &#8220;un profeta che annuncia il Dio unico ed è pronto a sostenerne la causa con le armi in pugno, [mentre] la campagna persiana si muta in un vero e proprio <em>gihad</em> contro gli infedeli&#8221; (p. 73). </p>
<p> Per quanto riguarda i Romani, il primo storico musulmano in grado di distinguere <em>al-Yunaniyyun </em>(i Greci) da <em>al-Rum </em>(i Romani) è Ya&#8217;qubi, che inizia il capitolo della storia romana a partire da Cesare e da Augusto. Il periodo monarchico e repubblicano di Roma, che occupa uno spazio alquanto ridotto anche nelle successive opere di Tabari e di Mas&#8217;udi (il primo a menzionare la leggenda di Romolo e Remo), è d&#8217;altronde trascurato dalle cronache bizantine stesse, che costituiscono la fonte degli storici arabi e persiani del Vicino Oriente. In compenso, le storie universali di Miskawayh e di Tha&#8217;alibi rivolgono una maggiore attenzione al rapporto fra Persiani e Romani: dall&#8217;epoca mitica dei primi re della terra (in cui il sovrano iranico Faridun avrebbe concesso a suo figlio Salm il potere sul paese dei <em>Rum</em>) fino alle vicende romano-persiane d&#8217;età costantiniana e postcostantiniana.</p>
<p> Che il regno di Costantino inauguri una nuova fase nella storia dei <em>Rum</em> è nozione condivisa da quasi tutti gli storici musulmani del periodo preso in esame dall&#8217;Autore. L&#8217;interesse di Ya&#8217;qubi per la figura di Costantino è sostanzialmente connesso all&#8217;attività religiosa di questo imperatore, il primo che &#8220;si allontanò dalle dottrine greche per quelle cristiane (&#8230;); e fu per questo che egli mosse guerra contro dei consanguinei e vide in sogno come se dei giavellotti scendessero dal cielo con su di essi delle croci&#8221; (p. 136). Tabari invece ritiene degna di nota, oltre alla conversione di Costantino, la fondazione della nuova capitale dell&#8217;Impero, la cacciata degli ebrei dalla Palestina e l&#8217;<em>inventio crucis</em>. Da parte sua, Mas&#8217;udi conclude il bilancio dell&#8217;attività costantiniana con una &#8220;durissima requisitoria contro la religione cristiana, responsabile della distruzione dell&#8217;antica scienza dei Greci&#8221; (p. 138).</p>
<p> Il disinteresse della storiografia musulmana orientale per quella parte di storia greca e romana su cui avevano taciuto le fonti bizantine viene compensato dagli storici del Maghreb e dell&#8217;Andalusia. Questo filone occidentale, che sfocia nel <em>Kitab al-&#8217;ibar </em>del tunisino Ibn Khaldun, ha alle proprie origini il <em>Kitab Hurushiyush</em>, una traduzione delle <em>Historiae</em> di Paolo Orosio rimaneggiata ed arricchita da notizie provenienti da altre fonti. &#8220;Non è senza emozione &#8211; scrive Di Branco &#8211; che si leggono, per la prima volta in lingua araba, i fatti della guerra di Troia e la vicenda del cavallo (&#8230;), le gesta dei difensori dell&#8217;Ellade contro i Persiani (&#8230;), il nome di Pericle (&#8230;), il racconto della Guerra del Peloponneso (&#8230;), le grandi imprese della Repubblica romana&#8221; (p. 160).</p>
<p> L&#8217;Autore fa notare che nell&#8217;opera di Ibn Khaldun (dove le prime due città di cui si faccia menzione sono Alessandria e Roma) le vicende dei Greci e dei Romani rappresentano &#8220;uno degli <em>exempla</em> storici più importanti su cui riflettere&#8221; (p. 190), in quanto danno modo di meditare sulle dinamiche politiche e costituiscono &#8220;un banco di prova per la celebre teoria <span style="text-decoration: underline;">h</span>alduniana dell&#8217;<em>&#8216;asabiyyah</em>, lo &#8216;spirito di corpo&#8217;, la forza fondamentale che muove la storia umana&#8221; (p. 193). La Grecia, in particolare, viene esaltata da Ibn Khaldun come il centro da cui il sapere si è irradiato nel <em>dar al-islam</em>. &#8220;Dove sono le scienze dei Persiani? &#8211; egli si chiede &#8211; Dove quelle dei Caldei, degli Assiri, dei Babilonesi? Dove sono le loro opere e i loro risultati? Dove sono, prima di esse, le scienze degli Egizi? Le scienze che sono giunte fino a noi provengono da una sola nazione, la Grecia (&#8230;) Non conosciamo nulla della scienza delle altre nazioni&#8221; (p. 191).  </font></p>
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		<title>Daniele Scalea, La sfida totale</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 10:53:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando nella Prefazione a un libro (che tu credi un semplice saggio) trovi scritto che il libro in questione è un trattato di alto livello, e che al riguardo «non c'è molto altro da dire», ti vien voglia di accantonare ogni velleità recensoria per armarti di matita e procedere a una lettura chiosastica mentre anneghi nel sublime.

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			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"><strong>Daniele Scalea, <em>La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali</em> (con una prefazione del gen. Fabio Mini), Fuoco Edizioni, 2010</strong></p>
<p>Quando nella <em>Prefazione</em> a un libro (che tu credi un semplice saggio) trovi scritto che il libro in questione è un trattato di alto livello, e che al riguardo <em>«non c&#8217;è molto altro da dire»</em>, ti vien voglia di accantonare ogni velleità recensoria per armarti di matita e procedere a una lettura chiosastica mentre anneghi nel sublime.</p>
<p>Ma quando il libro è <em>La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali</em> di Daniele Scalea, e la prefazione è del gen. Fabio Mini, sapere che un esperto siffatto definisce l&#8217;opera prima di questo giovane e brillante studioso come <em>«un trattato di alta geopolitica»</em> che descrive <em>«il mondo attuale cercando di interpretarlo alla luce delle teorie classiche della geopolitica confermandone […] la validità metodologica»</em> non può che farti venire una voglia matta di dire la tua – tanto più che è lo stesso Scalea, nella sua <em>Introduzione</em>, a dichiarare: <em>«L&#8217;insoddisfazione per le interpretazioni abitualmente propinate al grande ed al “piccolo” pubblico mi ha spinto a scriverne una mia. Questo libro non ha l&#8217;ambizione di rivelare fatti nuovi, ma solo di tessere quelli già noti nella trama di una nuova interpretazione. Non si tratta di un&#8217;opera d&#8217;approfondimento con tutti i crismi della metodologia scientifica, ma d&#8217;un commento dal vago sapore divulgativo, che ha anteposto la leggibilità al rigore delle dimostrazioni»</em>.</p>
<p>E ha perfettamente ragione, Scalea, su tutti i punti.</p>
<p>Primo, perché è incontestabile che da tempo ormai – e segnatamente dall&#8217;11 settembre 2001 – tutti gli accadimenti che si determinano sul globo vengono fatti digerire all&#8217;opinione pubblica sulla base di fantasiose griglie interpretative volte ad accreditare una messianica gestione unipolare del pianeta. In quest&#8217;ambito, per esempio, si colloca il famosissimo (e, a mio personale avviso, mai abbastanza vituperato) <em>Scontro di civiltà</em> di Samuel Huntington: pubblicato nel 1996 come sviluppo di un articolo pressoché omonimo apparso nel 1993 sulla prestigiosa rivista “Foreign Affairs”, il saggio di Huntington sosteneva la tesi secondo cui nel mondo post-Guerra fredda la fonte primaria di conflitto sul pianeta sarebbe stata rappresentata dalle identità culturali e religiose ovvero dalla loro rispettiva irriducibilità – peccato che il testo di Huntington suggerisse in realtà le linee di attuazione di questo scontro secondo i voti dell&#8217;amministrazione statunitense: e basta leggersi il rapporto dell&#8217;istituto di ricerca “Project for a New American Century” (PNAC) intitolato <em>Rebuilding America&#8217;s Defenses: Strategies, Forces and Resources for a New Century</em> (<em>Ricostruire le difese dell&#8217;America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo)</em>, uscito nel 2000, oppure il documento  <em>The National Security Strategy</em> (<em>La strategia per la sicurezza nazionale</em>) reso pubblico dalla Casa Bianca nel settembre 2002, per rendersene conto agevolmente. Pertanto è comprensibilissimo che ogni tanto qualcuno, più accorto o più libero degli altri, decida di “andare a vedere come stanno le cose” per conto suo; e, potendolo, renda a tutti l&#8217;immenso favore di condividere le sue interpretazioni.</p>
<p>Poi, perché realmente <em>La sfida total</em>e non rivela fatti nuovi – non ce n&#8217;è bisogno. I fatti che hanno determinato il nostro presente (il presente <em>del pianeta</em>, mica beghe di quartiere) datano, come sappiamo, dagli anni Quaranta del XX secolo: ma hanno subìto un&#8217;accelerazione esponenziale dal novembre 1989, quando la caduta del Muro di Berlino sancì, oltre alla fine ufficiale della Guerra fredda, anche l&#8217;inizio dell&#8217;unipolarizzazione americanocentrica. Ora, il punto non è il loro essersi manfestati nella nuda concretezza fattuale, appunto: bensì il loro essere stati travisati attraverso la lente deformante della <em>mission</em> statunitense, che si sta rivelando – e non da ora – l&#8217;ideologia più esiziale con la quale l&#8217;umanità si sia mai confrontata. Partendo da questa constatazione difficilmente contestabile (almeno da parte di chi non sia un servo, uno sciocco o entrambe le cose contemporaneamente – bingo!), Scalea si cimenta nell&#8217;impresa non facile, ma in questo caso riuscita, di descrivere gli scenari attuali alla luce delle teorie geopolitiche classiche, sgombrando il campo dalle manipolazioni pilotate e dalle forzature compiacenti a cui l&#8217;opinione pubblica sembra pressoché ovunque assuefatta. Ne emerge un quadro d&#8217;insieme che a tratti è così distante dalla prospettiva consueta da sembrare addirittura riferito a un altro mondo – e probabilmente lo è davvero: il mondo di chi ha perso da tempo la memoria e la coscienza di sé.</p>
<p>In terzo e ultimo luogo, il saggio di Daniele Scalea è veramente un testo divulgativo nell&#8217;accezione migliore del termine: oltre a fornire, si diceva, un apprezzabile quadro d&#8217;insieme della situazione internazionale presente (sempre magmatica e suscettibile di cambiamenti repentini, come è nella natura delle cose) <em>La sfida totale</em> ha il pregio di offrire una breve ma completa storia del pensiero geopolitico classico: utile ripasso per gli addetti ai lavori, esaustiva introduzione per i principianti e salutare bacchettata sulle dita dei teoreti improvvisati.</p>
<p>Come scrive il gen. Mini nella <em>Prefazione</em>, il primo degli elementi <em>«che incidono negativamente sulla validità dell&#8217;analisi geopolitica […] è che, alla pari di qualsiasi teoria politica, la geopolitica non è mai obiettiva, asettica o imparziale»</em>. Mi verrebbe da commentare: “purtroppo”. In realtà,  non dimentichiamo che proprio la facoltà di scegliere e di assumersi progettualmente la responsabilità delle conseguenze derivanti da una scelta costituisce la cifra non soltanto dell&#8217;uomo, bensì del cittadino contrapposto al suddito. Così come richiede una scelta, ossia uno schierarsi in campo, il momento storico in cui viviamo: e si tratta di una scelta da confermare giorno per giorno, in accordo con i mutamenti che plasmano senza posa il nostro mondo. A fronte di chi si lascia vivere, di chi aspetta le briciole o di chi ostenta il disprezzo dell&#8217;ignorante per la disciplina geopolitica, ben venga un testo lucido e chiaro come questa <em>Sfida totale</em>, aiuto prezioso per chiunque voglia scegliere – di diventare ciò che è: un cittadino, o un suddito.</p>
<p></font></p>
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		<title>Hervé Coutau-Bégarie, L’Amérique solitaire ?</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 14:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli USA sono, oggi, la potenza dominante, egemonica. Uno dei pilastri della loro potenza e influenza è costituito da una rete di alleanze militari effettuate dopo la Seconda guerra mondiale, nel quadro della guerra fredda. Questa rete si è rivelata essere di una notevole solidità giacché è sopravvissuta al sistema bipolare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"> L’Amérique solitaire ?<br />
<em>Les alliances militaires dans la stratégie des Etats-Unis</em></p>
<p>Hervé Coutau-Bégarie, <em>Economica</em>, 2010, p. 124</p>
<h3>Il libro</h3>
<p>Gli USA sono, oggi, la potenza dominante, egemonica. Uno dei pilastri della loro potenza e influenza è costituito da una rete di alleanze militari effettuate dopo la Seconda guerra mondiale, nel quadro della guerra fredda. Questa rete si è rivelata essere di una notevole solidità giacché è sopravvissuta al sistema bipolare.<br />
Quale spiegazione dare a tale fatto?<br />
Gli Stati Uniti non sono diventati la potenza egemone per caso, ma perché essi hanno voluto e saputo dotarsi di strumenti indispensabili alla loro espansione mondiale, innanzitutto avendo cura di non alienarsi la loro liberta di azione.<br />
Essi restano fedeli al testamento di George Washington, in un contesto completamente mutato: accettano (o impongono) soltanto quelle alleanze che non li condizionano.</p>
<h3>L’autore</h3>
<p><strong>Hervé Coutau-Bégarie</strong> è direttore di ricerca presso l’<em>École pratique des Hautes Études</em> e del corso di strategia al <em>Collège Interarmées de Défense</em>. Dirige, inoltre, la rivista <em>Stratégique</em> e presiede l’Institut de Stratégie Comparée.<br />
Autore di oltre venti volumi dedicati alle questioni strategiche, è soprattutto noto per il voluminoso <em>Traité de stratégie</em> (Economica, 6 ediz., 2008) </font></p>
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		<title>Origini delle forme di governo in America latina</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5681/origini-delle-forme-di-governo-in-america-latina</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 14:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura / Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[I vicereame indiano per la sua funzione e le sue caratteristiche è una istituzione propria e specifica d’America, mentre l’istituzione del Comune è la cerniera o l’anello sul quale gira e si vincolano due regimi politici come la monarchia spagnola nell’epoca coloniale e la repubblica dall’Indipendenza americana. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"> Nella Nostra America le forme e i diversi regimi di governo hanno avuto inizio con il vicereame colombiano, il quale si differenzia palesemente da quello delle Indie.<br />
In questo modo Cristoforo Colombo, per via della sua smisurata brama, chiese e ottenne dai Re Cattolici, Isabel di Castiglia e Fernando d’Aragona, tre titoli: quello di ammiraglio, quello di governatore e quello di vicerè a vita. Titoli concessi nelle capitolazioni di Granata il 17 e il 30 aprile 1492.</p>
<p>Siate il nostro ammiraglio, e vicerè e governatore. E così i vostri figli e successori  nella suddetta funzione e incarico potranno prendere il titolo e impiegarlo per assegnare la carica di don e ammiraglio e vicerè e governatore.</p>
<p>Ma, in realtà, l’unica carica che esercitò fu quella di governatore, poiché quella di vicerè fu solo onorifica. Il suo governo in America lasciò molto a desiderare e, nel 1499, fu rimpiazzato da Bobadilla, che solo ebbe il titolo di governatore.<br />
Il vicereame delle Indie appare soltanto nel 1535 con la creazione del Vicereame di Nuova Spagna in Messico.</p>
<p>La particolarità e l’originalità di questa istituzione non può essere equiparata con quella dei vecchi vicereami, tranne che nel termine. Poiché anche se ci sono stati vicerè spagnoli in Cataluña, Valencia, Mallorca, Sardegna, Napoli, Sicilia, Aragona e Castiglia ( in queste due ultime quando i re viaggiavano ed erano costretti ad allontanarsi ) nessuno di loro si può equiparare al vicereame indiano poiché: I vicereami spagnoli in Europa non riuscirono a stabilirsi in un modello determinato [1]. La nostra istituzione vicereale si distinse per due caratteristiche singolari, tipiche e originali: a) i vicerè possiedono maggiore potere che gli europei e adottano delle misure senza dover interpellare prima la Corte, assimilandosi in questo modo agli stessi re che li nominano e li spediscono. b) i sudditi indiani formano parte indissolubile della corona e il vicerè non sottomette né ignora la popolazione che si trova nei suoi domini e sono equiparati agli abitanti di Spagna, invece nei vicereami europei non si è verificata questa equiparazione.<br />
A questa istituzione c’è da aggiungere per il Brasile il regime di quattordici capitanati designati dal re del Portogallo nel 1532, dei quali solo quello di Pernambuco ebbe successo. Nell’America spagnola si adottarono i capitanati come quello di Cile, Guatemala, e Venezuela come territori militarizzati e governati militarmente da un capitano generale, da lì il suo nome.</p>
<p>Elementi emergenti nel governo di America latina</p>
<p>Tornato Colombo dal suo primo viaggio nel maggio del 1493, Isabel la Cattolica nominò a Juan Rodríguez de Fonseca, membro del Consiglio di Castiglia, affinché si facesse carico di tutti gli affari commerciali nelle terre appena scoperte. Nel 1503 con la creazione della Casa de Cotratación [2] gli venne tolta l’ingerenza negli affari commerciali, ma continuò in testa dell’amministrazione degli affari americani fino al 1524, data della creazione del Regale e Supremo Consiglio delle Indie da parte di Carlo V di Germania e Carlo I di Spagna.<br />
In quella circostanza si statuì che le Indie appartenevano alla corona di Castiglia, erano proprietà della corona spagnola, la quale si trasformava in una monarchia patrimoniale assoluta, perché queste terre erano state scoperte ed esplorate per merito di Isabel di Castiglia, tanto che tutte le leggi delle Indie e il loro governo si plasmarono su quelle di Castiglia.</p>
<p>L’influenza del Consiglio delle Indie si estese in tutti gli ambiti: giudiziario, finanziario, ecclesiastico, legislativo, commerciale, censura e militare. Ebbe anche la funzione di Corte d’Appello su tutti gli affari. Con l’avvento dei Borboni, nel 1700, e, in particolare, di Carlo III (1759), si mette da parte la teoria degli Asburgo riguardo al rapporto della Corona e i suoi possedimenti americani e si cerca l’unificazione e il coordinamento della metropoli e delle colonie, istituendosi il centralismo borbonico, caratteristico delle monarchie assolute. America smise di dipendere dal re per dipendere dalla metropoli. E gli americani cessarono di essere vassalli, retti dal patto monarchico secondo il quale avevano delle obbligazioni reciproche con il re, per trasformarsi in sudditi, i quali dovevano al re obbedienza incondizionata. Cessammo, per merito dell’influenza dell’Illuminismo francese sulla monarchia borbonica, di essere regni per diventare colonie. Questo balzo qualitativo provocherà, secondo il nostro parere di fronte a ciò che è considerato storicamente corretto, la reazione indipendentista.  Il fatto è che l’ordine Borbone, illuminato e cosmopolita, fece della Nostra America terra di saccheggio, non solo nel rimpiazzare le autorità creole locali con i funzionari della penisola, ma anche perché al momento di diventare sudditi e colonie il nostro compito era quello di approvvigionare la metropoli.</p>
<p>Ritorniamo ai secoli XVI e XVII, dove gli agenti politici, giudiziari e militari più significativi in America erano i vicerè, i Tribunali e i capitani generali.</p>
<p>I vicerè e i capitani esercitavano l’autorità suprema all’interno della loro giurisdizione, sia nei vicereami, sia nelle capitanate e nei rispettivi tribunali, questi ultimi incaricati dell’amministrazione della giustizia e, in alcuni casi, della funzione legislativa, i quali anch’essi dipendevano da queste. Le udienze si trovavano localizzate nelle principali città di ogni giurisdizione ma, mentre in Spagna si presentavano come dei semplici tribunali, in America esercitavano la doppia funzione giudiziaria e politica amministrativa. E “la protezione degli interessi aborigeni era da sempre considerata una delle loro funzioni più importanti, tant’è vero che due giorni la  settimana si destinavano i processi tra indios e tra questi e spagnoli” [3].</p>
<p>Il governo dell’America non si fondava, come gli Stati costituzionali moderni, sulla divisione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario, bensì dove tutti esercitavano gli stessi poteri. Inoltre, il tribunale ecclesiastico, gli uditori, la carica di ministro residente e l’ordinanza erano tutte figure politico-amministrative che facevano che il governo nelle Indie fosse, in realtà, un gioco di pesi e di contrappesi.</p>
<p>Da un punto di vista giurisdizionale il governo dell’America si divise in due grandi vicereami, quello di Nuova Spagna in Messico, America settentrionale e America centrale, e quello del Perù per quanto concerne l’America meridionale, di cui dipendevano i governatorati come quello di Buenos Aires. In seguito si crearono altri vicereami (circa nel 1776), quello del Río de la Plata per il Cono Sud dell’America e quello di Nuova Granata per il nord dell’America meridionale e parte dell’America centrale. Inoltre, ebbe capitanati come quello di Cile, Venezuela Quito o Guatemala. Per quanto concerne le giurisdizioni locali, queste erano governate secondo il caso da governatori o sindaci, i quali possedevano autorità politica e giudiziaria all’interno dei loro distretti. Con le riforme di Carlo III, i governatorati e i comuni presero il nome d’Intendenze, le quali si contraddistinguono per il centralismo borbonico di stampo francese. E in questo modo si commette l’errore di smontare l’impalcatura plurale del governo americano degli Asburgo. Afferma al riguardo lo studioso inglese Harring: “Nella Nuova Spagna c’erano all’incirca duecento tra governatori e sindaci maggiori e al loro posto si stabilirono dodici Intendenze”.[4]</p>
<p>In realtà, le Intendenze furono create per una più sistematica, precisa ed efficace riscossione delle rendite regali, poiché con l’altro sistema si diluivano nell’intelaiatura amministrativa dei duecento governatorati che erano difficili da controllare.<br />
Le giurisdizioni locali hanno la figura dei Comuni, così familiare per noi sin dalla scuola elementare, denominate anche municipi o corporazione municipale. Si contraddistingueva per essere, basicamente, l’organismo deliberativo della comunità urbana e suburbana dove la componente creola era rappresentata. Le città indiane furono un trapianto dei vecchi municipi castigliani del Medioevo, tanto nel suo tracciato quanto nella sua amministrazione. L’autorità municipale era rappresentata dai governatori o dai consiglieri e dai sindaci o dai magistrati, il numero dei consiglieri variava secondo l’importanza che rivestiva la città e quello dei sindaci numericamente era composto in uno per i villaggi e in due per gli abitati maggiori.<br />
Dal momento che il Comune era l’unica istituzione che si perpetrava a se stessa, senza essere un’appendice amministrativa della Spagna e che si presentava come l’unica entità di governo che concedeva all’elemento creolo ampia partecipazione con la caduta del trono spagnolo, quando Giuseppe Bonaparte conquista Madrid, i coloni americani trasformarono il Comune, e in particolar modo il Comune Aperto a tutti i cittadini, nel centro politico, trasformandolo nell’unica istituzione capace di mettersi in moto per la costituzione dei primi governi americani.<br />
Finendo, possiamo affermare che il vicereame indiano per la sua funzione e le sue caratteristiche è una istituzione propria e specifica d’America, mentre l’istituzione del Comune è la cerniera o l’anello sul quale gira e si vincolano due regimi politici diametralmente diversi come lo furono quello della monarchia spagnola nell’epoca coloniale e la repubblica dall’Indipendenza americana. </font></p>
<p>(traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione)</p>
<p>[1] Radaelli, Sigfrido, La institución virreinal en las Indias, Perrot, Buenos Aires, 1957, p. 53.<br />
[2] Casa de contratación de las Indias, tribunale per le relazioni fra la Spagna e le colonie americane (N.d.T.)<br />
[3] Haring, Clarence, El imperio hispánico en América, Buenos Aires, Ed. Solar Hachette, 1972, p. 138.<br />
[4] Ibidem, p. 151. Bisogna aggiungere che il governatore intendente si eleggeva in Spagna, mentre i vecchi governatori e i sindaci erano in prevalenza americani.</p>
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		<title>Mar Cinese Meridionale: il conflitto per la supremazia regionale visto dai “piccoli” Stati</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 13:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Mar Cinese Meridionale è teatro di un vasto conflitto carsico che coinvolge nazioni leader a livello globale, medie potenze e altri Stati del Sudest Asiatico. Un avvenimento recente ha fatto risorgere la questione: nell’aprile 2010, la flotta meridionale cinese ha condotto delle esercitazioni militari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3">  <strong>1. Introduzione</strong></p>
<p>Il Mar Cinese Meridionale è teatro di un vasto conflitto carsico che coinvolge nazioni leader a livello globale, medie potenze e altri Stati del Sudest Asiatico. Un avvenimento recente ha fatto risorgere la questione: nell’aprile 2010, la flotta meridionale cinese ha condotto delle esercitazioni militari, simulando una battaglia navale con la flotta cinese proveniente dal nord e quando quest’ultima tornava ai porti di origine, la flotta orientale ha condotto altre esercitazioni nello stretto di Luzon. È la prima volta che la Cina ostenta un tale spiegamento di forze.<br />
Mentre al riemergere di questo conflitto i riflettori sono puntati quasi esclusivamente verso Cina e Stati Uniti, in Europa viene dato poco spazio agli altri attori, che hanno dinamiche ed interessi altrettanto concreti e ben più diretti rispetto ai due grandi protagonisti. In Italia è pressoché sconosciuto.<br />
L’obiettivo di questo articolo è fornire una panoramica generale di questo contenzioso, analizzare i rapporti di forza dei “piccoli” Stati, formulando nelle conclusioni possibili soluzioni, seppur parziali, a loro favore.</p>
<p> <a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Bertollo-cartina-1.jpg"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Bertollo-cartina-1-218x300.jpg" alt="" title="Bertollo - cartina 1" width="218" height="300" class="alignright size-medium wp-image-5677" /></a></p>
<p><strong>2. Alle radici del conflitto</strong></p>
<p>Il Mar Cinese Meridionale è la rotta più breve per le linee di navigazione fra India e Cina e le rispettive periferie (Golfo Persico, Giappone e Corea). Su questo mare sono presenti due arcipelaghi oggetto di disputa territoriale da parte di tutti gli stati rivieraschi: le isole Paracel e Spratly.<br />
Storicamente, queste isole erano conosciute come approdi per pescatori e cacciatori di tartarughe, ma sono sempre state utilizzate come transito e mai abitate in modo permanente data la ridotta dimensione delle isole: in concreto, le isole sono poche, mentre vi sono numerosi scogli, banchi e atolli, spesso esistenti solo con la bassa marea. Economicamente non avevano alcun valore, salvo per una risorsa utilizzata verso fine ‘800 e nella prima metà del ‘900: il guano, composto organico sfruttato da mercanti giapponesi come fertilizzante e combustibile. Dopo i giapponesi, nessuno ha più portato avanti lo sfruttamento di tale risorsa in modo effettivo.<br />
Durante “il secolo Europeo” i due arcipelaghi erano considerati inizialmente solo un intralcio e pericolosi per la navigazione. Nel 1926, con la sempre maggiore ingerenza giapponese per apparenti fini commerciali (il guano sembra essere più una copertura per intaccare nei fatti il dominio europeo di quei mari), la Repubblica di Cina rivendica le due aree e nel 1930 la Francia le rivendica a sua volta come rappresentante dei diritti dell’Impero dell’Annam, che con l’imperatore Gia Long aveva ufficialmente rivendicato le isole Paracel già nel 1816. La Gran Bretagna dichiarò la sovranità per le Spratly nel 1877, ma il Foreign Office non protestò mai più di tanto sull’occupazione francese.<br />
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone rinuncia nei trattati di pace con i vari paesi, fra cui la Cina, a qualsiasi diritto sulle isole Paracel e Spratly (oltre che alle Pratas), senza però cedere formalmente tali diritti ad un altro Stato.<br />
Dal 1951 al 1956 vi è una corsa per accaparrarsi le isole tra Taiwan, Francia (poi Vietnam del Sud) e Filippine, ma fino al 1974 la questione si cristallizza: nel 1974, mentre il Vietnam del Nord avanza verso il sud, la Repubblica Popolare Cinese occupa e scaccia l’esercito sudvietnamita dalle Paracel. Nel 1977 l’esercito cinese sbarca su 3 delle isole Spratly, già abbandonate dal regime di Saigon, il che innesca la rapida caduta dei rapporti fra Hanoi e Pechino: dato che il Vietnam era nuovamente un paese unito e non aveva più bisogno del supporto cinese, vennero portate di nuovo alla luce le ambizioni sui due arcipelaghi. A completare il quadro, Malaysia e Brunei Darussalam avanzano rivendicazioni rispettivamente nel 1979 e nel 1984.<br />
Nel 1982, l’entrata in vigore della Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare (United Nations Convention on the Law of the Sea – UNCLOS) porta ad una nuova fase di questo contenzioso: gli Stati possono dichiarare Zone Economiche Esclusive (EEZ) fino a 200 miglia nautiche dalla linea di base e sfruttare la Piattaforma Continentale fino a 350 miglia; all’interno delle EEZ gli Stati hanno un diritto esclusivo a sfruttare tutte le risorse [1].<br />
Oggi, le Spratly sono in parte rivendicate da Brunei, Filippine e Malaysia, in toto da Vietnam, Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina (Taiwan): con l’eccezione del Brunei, tutti gli altri paesi occupano militarmente alcune isole, per garantire e rafforzare le loro rivendicazioni.<br />
Per le Paracel, il contenzioso riguarda solo Vietnam, Cina e Taiwan. L’arcipelago è sotto controllo militare di Pechino. In entrambi i casi si è scatenata la guerra della toponomastica: Hoang Sa e Xisha sono i nomi rispettivamente vietnamita e cinese delle Paracel, mentre le Spratly sono conosciute come Truong Sa, Nansha e Kalayaan da vietnamiti, cinesi e filippini.</p>
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<p><strong>3. La posta in gioco</strong></p>
<p>L’importanza di questo conflitto è da analizzarsi sotto 3 aspetti: logistico/commerciale, risorse ittiche, risorse energetiche, tutti strettamente legati alla sicurezza, militare e non, dei paesi parte nel contenzioso.<br />
Dal punto di vista logistico, il Mar Cinese Meridionale risulta essere, su scala mondiale, la seconda rotta per il trasporto di container. Infatti, nel 2006 il 50% dei container transitava per questo mare, con una rotta fra le isole Spratly e le Paracel. Sempre nel 2006, 10 milioni di barili di greggio al giorno transitavano per lo stesso percorso.<br />
Nei tempi antichi l’area risultava essere importantissima per il commercio fra Cina e India e oggi, con importanti paesi industrializzati e in via di industrializzazione, è la via per qualsiasi trasporto merci, oltre ad essere la via più semplice per l’approvvigionamento di petrolio dal Golfo Persico, non solo per l’Asia, ma anche per altri continenti. Un punto sensibile alla navigazione del Mar Cinese Meridionale resta tuttora lo stretto di Malacca, passaggio quasi obbligato e di sovraffollamento, zona che vede ancora la presenza di pirati. Non vi sono analoghi rischi di pirateria nell’area in esame, se non casi sporadici, ma sono state numerose le imbarcazioni appartenenti a Vietnam, Cina e Filippine sequestrate da uno di questi paesi con il pretesto di attività illegali nelle acque di competenza o violazione dei confini, soprattutto per la pesca.<br />
Il diritto alla libertà di navigazione non è messo in discussione. Ciononostante, diversi stati asiatici e non, vedono con un certo timore le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, in primis nel caso che un conflitto possa arrecare danno al commercio di transito e in secondo luogo, ben più rilevante, esiste un certo timore di ritorsione economica nel caso fosse rallentato il traffico, di idrocarburi in primis. Una nazione come il Giappone, che dipende fortemente da risorse energetiche esterne, ha tutto l’interesse a mantenere ottimi rapporti con il Vietnam e le Filippine, mentre è noto l’attrito secolare che intercorre tra Tokyo e Pechino, a cui si aggiungono analoghe controversie nel Mar Cinese Orientale. Il progettato oleodotto e gasdotto che dovrebbe portare nuovo approvvigionamento dalla Russia non sarebbe sufficiente per ridurre la dipendenza dal Mar Cinese Meridionale. La Corea si trova in una situazione analoga.<br />
La pesca è un argomento di grande importanza, anche se spesso sottostimato rispetto ad altre tematiche. I paesi della regione sono tra i maggiori produttori mondiali nei settori della pesca e dell’acquacoltura con ingenti introiti derivanti dall’export.<br />
Dal punto di vista alimentare, i paesi rivieraschi del Sudest Asiatico ricevono il 50% delle proteine della loro dieta dal pesce e da prodotti marini. Quindi, oltre ad essere una importante risorsa economica è anche una risorsa culturale, nonché, ben inteso, una necessità per la popolazione. Con gli aumenti generalizzati dei prezzi delle derrate alimentari e con l’aumento del prezzo del gasolio anche per le imbarcazioni, portare avanti le proprie rivendicazioni per controllare vaste estensioni fornisce una maggiore sicurezza alimentare e permette, in parte, una migliore gestione e sostenibilità delle risorse ittiche nell’area di propria “giurisdizione”.<br />
Fonti della FAO informano che oltre il 75% delle risorse ittiche mondiali è completamente sfruttato, sovrasfruttato o significativamente impoverito [2]: il Mar Cinese Meridionale non ne è immune e tale problema si riscontra in tutti i paesi rivieraschi. Anche se per questioni tecniche e tecnologiche la pesca d’altura non è molto praticata da questi paesi, le migrazioni di banchi di pesci verso le zone costiere non alleggeriscono il problema. Inoltre, paesi industrializzati come il Giappone (e Taiwan in scala ridotta) possiedono tale tecnologia e già da decenni i pescherecci nipponici solcano qualunque mare. Con la sua formidabile crescita economica, la Cina ha la possibilità di dotarsi di una moderna flotta, affiancando quindi il Giappone nello sfruttamento dei mari ad essa contigui.<br />
Infine, il tema che risulta più delicato nella regione è la presenza di petrolio, gas e altri minerali sui fondali marini.<br />
Le risorse accertate di petrolio nel Mar Cinese Meridionale risultano essere 7,7 miliardi di barili, ma si stima che vi siano riserve pari a 28 miliardi di barili e la presenza di oltre 753 miliardi di mc di gas naturale [3]. Al momento, i dati sono molto incerti e vi sono stati molti studi (non accessibili al pubblico) sulle potenziali riserve di gas e petrolio: la Cina stima rispettivamente 213 e 105 miliardi di barili fra Spratly e Paracel. Ma altri studi cinesi parlano di riserve equivalenti-petrolio di 225 miliardi di barili nelle sole Spratly di cui 60-70% in gas, ovvero 255 trilioni di mc, mentre un’altra stima per tutto il Mar Cinese Meridionale si eleverebbe a 566 trilioni di mc [4].<br />
Fino ad oggi, non è stata portata a termine alcuna trivellazione per prospezione nelle aree contese, quindi non esistono stime di riserve provate nelle Spratly o nelle Paracel [5]. In particolare gli attriti tra Vietnam e Cina hanno fisicamente impedito le prospezioni petrolifere nell’area, a cui è seguito un ritiro volontario delle compagnie petrolifere stesse dalla parte sud del Mar Cinese Meridionale in mancanza di una sicura legittimazione. Nonostante altre zone siano molto ricche di petrolio e gas, non è possibile certificarne la presenza sul’area delle isole in discussione.<br />
Vista la gran fame di energia che caratterizza sia i paesi industrializzati sia i paesi in via di sviluppo, sembra difficile avvicinarsi ad una soluzione del problema, particolarmente nelle Spratly.<br />
Nel 1995 la Cina ha occupato il Mischief Reef erigendo costruzioni, ma una escalation armata è stata in parte scongiurata e i paesi ASEAN si sono accordati per cooperare in ricerca scientifica, contro pirateria e traffico di droga e hanno discusso sulle EEZ. Un ulteriore passo in avanti risulta dalla proposta congiunta di Vietnam e Filippine del 1999 sottoposta agli altri paesi dell’ASEAN che, nel novembre 2002, ha visto la nascita di un documento di Code of Conduct nel Mar Cinese Meridionale, firmato da tutti i paesi ASEAN e la Cina, in cui gli stati si impegnano a risolvere le loro controversie senza ricorrere all’uso della forza. Anche se nei fatti tale documento non assicura un comportamento corretto delle parti, fino ad ora tutti gli stati hanno sempre evitato l’uso della forza.<br />
Vista l’importante valenza geopolitica dell’area, ogni paese sta portando avanti da diverso tempo le proprie strategie per vedere riconosciuti i propri diritti, aumentare il proprio peso o mantenere lo status quo. Ad ogni modo, tutte queste nazioni del Sudest Asiatico vedono la presenza cinese con diffidenza, con maggiore o minore intensità.</p>
<p><strong>4. I paesi nel conflitto: punti di vista, dinamiche e forze in campo</strong></p>
<p>Tra le nazioni in esame, il Vietnam ha un ruolo di primo piano alla luce delle sue capacità militari, economiche e demografiche che possono renderlo, in futuro, una Media Potenza e una Potenza Regionale nell’ambito del Sudest Asiatico. Oggi, gli analisti militari ed economici vedono il Vietnam come futuro leader in ambito ASEAN assieme all’Indonesia, leader storico dell’Associazione.<br />
Tale disegno geopolitico è ben chiaro alla luce delle rivendicazioni di Hanoi: il Mar Cinese Meridionale dovrebbe diventare un “Mare Nostrum” con il possesso in toto di Paracel e Spratly e quindi far passare la rotta commerciale da e per lo stretto di Malacca quasi esclusivamente nelle proprie acque. Concretamente non ha alcuna presenza nelle Paracel, mentre oltre la metà delle Spratly è sotto controllo vietnamita.<br />
Per quanto concerne le Spratly, nel 1988 vi è stata uno scontro navale (e sbarchi terrestri) fra le marine militari di Vietnam e Cina nei pressi del Johnson Reef, con 70 morti da parte vietnamita e limitate perdite e danni per i cinesi. Come risultato di questo scontro, Pechino riuscì ad occupare 6 ulteriori postazioni nelle Spratly a scapito di Hanoi.<br />
Il Vietnam considera la presenza cinese minacciosa e porta avanti con forza la propria posizione e con la crescita economica sta effettuando un ammodernamento dell’apparato militare, navale in primis con l’acquisto di sommergibili russi. La Cina, dal canto suo, alterna momenti di quiete ad azioni mirate al possesso degli arcipelaghi. Un fatto di particolare tensione soprattutto per il Vietnam è l’annuncio del dicembre 2007 della costruzione di una città sulle isole occupate. La città è un pretesto, ma l’atto politico di integrarle amministrativamente con la provincia di Hainan ha scatenato manifestazioni degli studenti vietnamiti davanti all’ambasciata cinese. Ancora adesso risulta essere una protesta spontanea (ovviamente non frenata dal governo), la prima nella storia del Vietnam unito.<br />
Le Paracel risultano molto più importanti per la sicurezza nazionale del Vietnam. Non solo il paese si vede fortemente limitato dal punto di vista marittimo, con la vicinanza di tali isole, ma eventuali postazioni militari cinesi risulterebbero ledere fortemente la sicurezza di tutto il paese, dal nord al sud. Data la distanza dagli estremi geografici del Vietnam, una base militare rappresenterebbe un ricatto verso il paese e una stazione di telecomunicazioni raccoglierebbe qualsiasi tipo di informazione. Ciononostante, le isole sono troppo piccole per poter collocarvi serie installazioni militari e il lavoro di Intelligence può essere svolto da satelliti con uffici a Pechino con le attuali tecnologie. Di rimando, il Vietnam potrebbe acquistarne anch’esse per il controspionaggio.<br />
L’importanza è ulteriormente ridimensionata, ma sempre rilevante, dalla nuova base di sottomarini nucleari a Sanya, sulla costa meridionale dell’isola di Hainan. In tale ottica le Paracel rappresentano un bilanciamento, seppur minimo, a favore del Vietnam sia di natura difensiva sia territoriale verso sud, nel caso molto improbabile che ne riottenesse il possesso.<br />
Il Vietnam ha tutte le intenzioni di far diventare la questione una priorità in ambito ASEAN visto il suo ruolo di presidente dell’Associazione nel 2010. Sia l’esercitazione militare della marina cinese l’aprile scorso sia il peso delle relazioni di Hanoi con alcuni stati ASEAN fanno presagire maggiori chances di riuscita.<br />
Esistono forti difficoltà dato che nessun’altra nazione ASEAN rivendica le Paracel e difficilmente verrebbe a crearsi un fronte compatto in favore del Vietnam. Non essendo interessati e avendo comunque importanti legami economici e commerciali con la Cina, paesi come le Filippine, la Malaysia e il Brunei non vogliono inimicarsi Pechino, stessa cosa per altre nazioni più distanti (Singapore) o senza interessi marittimi (Thailandia). Nei fatti, tali ipotesi si sono concretizzate nel dicembre 2000, quando durante la delimitazione del Golfo del Tonchino fra Vietnam e Cina, il primo voleva includere nell’accordo un Code of Conduct anche per le Paracel, progetto non supportato in ambito ASEAN, forse per i sospetti di Brunei, Filippine e Malaysia nei confronti di Hanoi di fare delle Spratly una zona militarizzata (anche se il governo vietnamita sembra non considerare per nulla quest’ipotesi) e per la vastità dell’area rivendicata dai vietnamiti.</p>
<p>Le Filippine sono in prima fila nel contenzioso qui trattato reclamando la quasi totalità delle Spratly e pattugliano lo Scarborough Reef ad ovest di Luzon. Nel marzo 2009, con la Philippine Baselines Law, la presidente Arroyo ha rafforzato le rivendicazioni nell’area con un maggiore supporto legislativo.<br />
Le Filippine sono le più vicine geograficamente alle Spratly, ma dopo il ritiro delle truppe statunitensi nel 1992 risultano avere un apparato di sicurezza particolarmente fragile che, aggiunto a problemi di natura interna, ne fanno l’attore più debole nel contenzioso.<br />
La debolezza è visibile dalla presenza nell’area: solo una piccola parte del territorio controllato da Manila è direttamente occupata o a portata di controllo e di azione, mentre la gran parte è considerata “virtualmente” occupata, caso unico tra i paesi rivieraschi.<br />
Questo stato di fatto è causa dell’incidente di Mischief Reef, che a sua volta ha causato una difficoltà cronica in azioni più o meno concrete a tutela delle rivendicazioni filippine. Nel 1995, le autorità filippine scoprirono nel Mischief Reef costruzioni in legno, rifugi per pescatori secondo i cinesi. A distanza di anni, le costruzioni si sono espanse col cemento comprendendo edifici circolari, molto verosimilmente radar. In aggiunta, esiste anche una mappa (non ufficiale) per nuove strutture, forse per l’attracco di navi e anche una pista aerea artificiale.<br />
La gravità della situazione nasce dalle reazioni filippine che si sono fermate a livello verbale. La spiegazione sta nella fragilità dell’apparato difensivo filippino, ricordando quanto successe nel 1988 sul Johnson Reef al Vietnam, nazione con strutture militari ben superiori: è uno scenario plausibile ove uno scontro militare per un obiettivo termini nella caduta di molte più postazioni in mano ai cinesi.<br />
Manila ha anche avuto una parentesi di apertura verso la Cina (con conseguente distacco dalla solidarietà creatasi in ambito ASEAN sul tema) tramite una missione scientifica comune avviata nel 2005 in una zona non ben precisata dell’area contesa a cui si è associato anche il Vietnam, fortemente contrario ma poi invitato a partecipare. Nel 2008 si è conclusa la missione con lo scambio di un numero elevato di informazioni tra le parti: la natura della missione non ha a che vedere con gli idrocarburi, ma diversi elementi della ricerca sono indirettamente un punto di partenza per successive azioni di prospezione.<br />
Se da un lato questo episodio dimostra la fragilità filippina a portare avanti i suoi interessi in modo autonomo, dall’altro è un modo di controllare da vicino gli altri contendenti, oltre che ottenere una preziosa collaborazione in materia. Inoltre, se una tale iniziativa fosse stata unilaterale, è verosimile immaginare il tipico intervento della guardia costiera o della marina militare di uno dei paesi per far uscire la spedizione dalle acque in questione.<br />
Nella zona di sovrapposizione tra Filippine e Malaysia vi sono solo 2 isole e la situazione sul campo non è tesa come in altri quadranti del mare. Esiste però una controversia che se riportata attivamente alla luce “allarga” fortemente il fronte: lo stato di Sabah.<br />
Il North Borneo (oggi Sabah) apparteneva al sultanato di Sulu (isole meridionali delle Filippine), fu ceduto in concessione alla British North Borneo Company nel 1878 e divenne dominio della corona britannica nel 1920. Ciononostante, l’Alta Corte del North Borneo decretò il 19 dicembre 1939 che il legittimo successore di Sabah non era la Gran Bretagna bensì le Filippine in quanto successori del sultanato di Sulu.<br />
Nel 1963, la Malaysia neo indipendente comprese lo stato di Sabah e furono rotte le relazioni diplomatiche fino al 1989. Oggi Manila non ignora il proprio diritto, ma l’ha tolto dalle priorità per migliorare i rapporti con la Malaysia.<br />
La questione è dormiente, ma la posta in gioco è alta: Sabah è lo stato più esteso della Malaysia, il terzo più popoloso (3,5 milioni), con giacimenti di gas e petrolio, lo stretto di Palawan sarebbe sotto completo controllo filippino e le Spratly malesi diverrebbero filippine, essendo sotto la giurisdizione di Sabah.</p>
<p>Il Brunei reclama una porzione di mare come EEZ e non detiene il controllo militare dell’area. Non vi sono mai state proteste ufficiali nei confronti dell’occupazione vietnamita, mentre con la Malaysia è aperto un dialogo da diversi anni e vi sono state proposte di prospezioni petrolifere comuni tra le parti, mai attuate fino ad oggi.<br />
Vista la limitata possibilità delle forze armate del paese e la mancanza di rivendicazioni forti rispetto alle altre nazioni, il Brunei è, di fatto, il paese con la posizione più passiva. La propria situazione geografica spiega già di per se il motivo del basso profilo del Brunei nel contenzioso.<br />
L’economia del Brunei, di fatto, dipende fortemente dall’industria di estrazione petrolifera e del gas sulle proprie coste sia in termini assoluti sia facendo il confronto con gli altri paesi della regione. Pertanto può lasciare perplessi l’approccio passivo in confronto agli altri paesi alla luce della questione del potenziale di idrocarburi. Tale posizione non stupisce se si tiene conto della fame di energia di Vietnam e Filippine (per non parlare della Cina) vista la crescita fortissima del proprio apparato industriale, quasi inesistente invece nel sultanato.<br />
In futuro, l’effettiva scoperta di giacimenti al largo delle coste del Borneo &#8211; molto verosimilmente &#8211; renderà più attiva la posizione del Brunei, il quale non sarà in grado di sostenerla da solo. Pertanto, si potrebbe considerare scontata una attività congiunta con Kuala Lumpur.</p>
<p>La Malaysia rivendica una piccola porzione delle Spratly. Nel passato, non vi sono stati scontri o incidenti con gli altri contendenti, ad eccezione di un episodio nell’ottobre 1999, quando sopra un’isola da essa occupata 2 aerei militari filippini e 2 aerei militari malesi hanno quasi ingaggiato un combattimento.<br />
I rapporti con il Vietnam sono molto buoni e un contenzioso minore nel golfo di Thailandia ove le EEZ dei due paesi si sovrapponevano è stato risolto con un accordo di sfruttamento comune, a cui si aggiunge l’adiacente zona di sfruttamento comune tra Malaysia, Thailandia e Vietnam. La Malaysia riveste un ruolo economico sempre più crescente per l’economia vietnamita visto l’imponente volume di investimenti malesi del 2008, primo paese investitore in quell’anno e tra i primi cinque complessivi, nonché tradizionale partner commerciale.<br />
Risoluzioni delle dispute territoriali tra i due paesi nelle Spratly non sono ancora state affrontate e fino ad ora non sembra essere nemmeno una priorità.<br />
Inusuale è invece la situazione de facto con il Brunei. Le rivendicazioni malesi coincidono per oltre il 90% con quelle del sultanato e la posizione dell’isola da essa occupata (con la costruzione di un faro) “soffoca” la EEZ del vicino. Ciononostante, la situazione è poco conflittuale, come per il contenzioso con Manila, se la questione Sabah resta dormiente.<br />
Per tradizione, anche la Malaysia vede con un certo timore la presenza cinese nelle acque ad essa limitrofe, troppo vicina alle sue coste e bacini energetici. Tale sentimento è attenuato dal vigore dei rapporti economici tra i due paesi e dalla forte comunità di origine cinese.</p>
<p>L’Indonesia non ha contenziosi territoriali diretti: esiste una sovrapposizione tra le rivendicazioni con il Vietnam, ma i due governi si sono già dichiarati disponibili a risolvere il problema in modo pacifico tramite dialoghi interministeriali e una possibile commissione ad hoc. Ad ogni modo, Hanoi e Jakarta non sollevano la questione ormai da anni.<br />
I rapporti tra i due paesi sono molto forti in quanto vi è la reciproca consapevolezza del potenziale demografico, politico ed economico che possono entrambi giocare in ambito ASEAN. L’Indonesia, fino alla crisi asiatica del 1997, era il paese leader indiscusso in ambito ASEAN, ambizione che sta tornando in auge. Il Vietnam dal canto suo esercita un’importante influenza sugli altri stati della penisola indocinese, ad eccezione della Thailandia, rendendolo, di fatto, leader regionale.<br />
Un punto comune al Vietnam sono i rapporti con la Cina. Da sempre Jakarta si ritiene apertamente antagonista di Pechino nel Sudest Asiatico e le mire espansionistiche di quest’ultima si conciliano poco con le ambizioni indonesiane. Ulteriore tensione è data dalla poca chiarezza degli schemi cinesi: le rivendicazioni cinesi non comprendono l’isola di Natuna, ma in più di un caso sono state prodotte carte ove Natuna è inclusa, con grandi proteste dell’Indonesia.<br />
Non vi sono rischi sul versante malese nonostante le relazioni spesso altalenanti tra i due Stati, mentre preoccupa molto di più Jakarta non solo il movimento cinese nelle Spratly ma soprattutto la debolezza delle Filippine e il conseguente controllo dello stretto di Palawan, la via obbligata per merci e idrocarburi estratti ad est del Kalimantan verso i mercati asiatici.<br />
Pertanto i rapporti tra Vietnam e Indonesia si rafforzano enormemente ed è ormai opinione comune di esperti militari e analisti economici, indicata anche nello “Scontro di Civiltà” di Hungtington, che questi due paesi scavalcheranno Thailandia e Filippine come importanza strategica per gli Stati Uniti. È da ricordare inoltre che l’associazione del Vietnam nel 1995 all’ASEAN è stata positivamente accolta dalle altre nazioni ASEAN in quanto rappresenta politicamente e militarmente un’ulteriore assicurazione e protezione dall’ingerenza cinese.<br />
In ambito ASEAN, ove si applica la pratica del Consensus, nel 1995 e nel 2002 c’è stato un fronte comune in funzione anti-cinese, mentre oggi si assiste ad alcune spaccature, dato che Cambogia, Laos e Myanmar non hanno sbocco su tale mare, la Thailandia ha un antagonismo storico nei confronti del Vietnam e Singapore guarda a questioni etniche e di natura economica con la Cina.<br />
Oltre a Stati Uniti, Giappone e Corea, anche Australia e India premono molto per una soluzione del contenzioso, tendenzialmente a svantaggio di Pechino. Ciononostante, salvo gli Stati Uniti, gli altri “osservatori” non possono affrontare direttamente la questione essendo in “periferia”, per la sicurezza su altri confini e per implicazioni economiche con il gigante cinese.</p>
<p>Taiwan, nonostante non sia Sudest Asiatico, è soggetto di una particolare situazione nel Mar Cinese Meridionale. Le rivendicazioni territoriali di Taiwan nell’area sono identiche a quelle della Cina, non solo a seguito del contenzioso storico tra Pechino e Taipei, ma ancor più perché in origine fu proprio l’establishment repubblicano degli anni ‘30 a tracciare i famosi “segni” sulle cartine che reclamano la quasi totalità del mare alla Cina.<br />
Taipei occupa militarmente le isole Pratas e mantiene il controllo dell’isola di Itu Aba, l’isola più grande dell’arcipelago delle Spratly.<br />
Le Pratas sono strategicamente importanti perché la loro vicinanza a Formosa le rende un punto di difesa e di comunicazione in direzione sud. Inoltre, in vicinanza delle isole, la Cina sta già sfruttando dei giacimenti di gas. Non sono ancora state effettuate prospezioni da parte delle autorità taiwanesi, ma la possibile presenza di gas nelle Pratas rappresenterebbe per Taiwan un’ulteriore fonte energetica propria che si aggiungerebbe alle esigue risorse possedute.<br />
D’altro canto, viste da Pechino, le Pratas rappresentano un gap difensivo nella linea che congiunge Hainan e Pratas (oltre che alla stessa Formosa), lasciando scoperte Canton e Hong Kong.<br />
Itu Aba è l’unica isola delle Spratly ove è possibile costruire un aeroporto e piccole strutture portuali senza ricorrere ad allargamenti artificiali (vedasi Mischief Reef). Inoltre, essendo al centro della maggiore concentrazione dell’arcipelago permette un controllo delle attività degli altri contendenti.<br />
Con il possesso delle Pratas e Itu Aba e le rivendicazioni del Mar Cinese Meridionale, ma anche delle isole Senkaku (ad est di Formosa, sotto controllo giapponese), Taiwan si trova nella situazione di fatto di essere uno Stato Arcipelagico, che con un “corridoio logistico” formato da Itu Aba, Pratas e Formosa, isola teoricamente le acque territoriali e la marina militare cinesi dalle rotte delle navi container e delle petroliere. Relazioni storiche e attuali di Giappone, Corea e Stati Uniti con la Cina sono un punto a favore di Taiwan come possibile “gendarme del mare” per proteggere i loro interessi economici.<br />
Taiwan è indubbiamente un attore economico di primo rilievo per gli altri paesi sia in quanto partner commerciale sia, elemento di maggior peso, come investitore. Taiwan è infatti il primo investitore in Vietnam e tra i principali investitori in Malaysia, Filippine e Indonesia.<br />
Ciononostante, l’assenza di rapporti diplomatici a causa della politica dell’Unica Cina indebolisce la forza economica di Taipei nei confronti degli altri stati con i quali, di fatto, non vi sono rapporti, se non sporadici (e mai di natura politica o militare). Infatti, quando nel 2002 gli stati appartenenti all’ASEAN e la Cina firmarono il Code of Conduct Taiwan non venne invitata all’iniziativa.<br />
Resta rilevante notare che non vi sono stati incidenti o momenti di tensione fra Taiwan e gli altri Stati dal 1995, quindi anche se non figura fra i firmatari del Code of Conduct in realtà è forse l’attore che più ne ha seguito gli intenti. Questo può essere anche facilmente spiegato dato il rischio di una ritorsione di qualsiasi natura che tocchi direttamente l’isola di Formosa a causa di eventi nel sud. Un’altra spiegazione per il comportamento di Taiwan è negli sviluppi negli ultimi anni dei rapporti più distesi (soprattutto in ambito economico) tra Taipei e Pechino che non rendono utile una politica intransigente e dai toni alti: le comuni rivendicazioni e l’approccio di Taiwan rendono un ottimo servizio agli interessi della Cina. In passato si sviluppò la tesi di utilizzare le rivendicazioni e la presenza nel Mar Cinese Meridionale come moneta di scambio per il riconoscimento di Taiwan da parte degli altri stati rivieraschi, ma oggi è a dir poco impensabile vista l’importanza del colosso cinese.</p>
<p>5. Quale soluzione?</p>
<p>In conclusione, avendo visto la panoramica storica, la posta in gioco e la particolare situazione dei “piccoli” attori della disputa, 3 sono le possibilità aperte agli stati del Sudest Asiatico per risolvere a loro favore il conflitto.<br />
La prima possibilità è il conflitto armato su scala locale.<br />
Ciononostante, l’opzione reca molti dubbi perché il Vietnam confina con la Cina e si troverebbe ad affrontarla da solo sulle Paracel, le Filippine hanno un apparato di sicurezza particolarmente fragile, le forze armate malesi e cinesi non si trovano nemmeno in contatto nelle Spratly, mentre Brunei e Taiwan difficilmente interverrebbero, il primo per mancanza di mezzi, il secondo per una eccessiva esposizione nei confronti di Pechino. Infine, non è possibile prevedere la costituzione di un’alleanza fra questi paesi e, ben più importante, provocare uno scontro è un suicidio politico nei confronti della comunità internazionale, oltre che violare il Code of Conduct del 2002, senza contare i costi diretti e indiretti dell’operazione.<br />
La seconda possibilità è il mantenimento dello status quo.<br />
In sostanza, si tratterebbe di ricercare limitati risultati di riconoscimento delle proprie rivendicazioni su base bilaterale e soprattutto multilaterale, in particolare in ambito ASEAN e tramite Corti Internazionali di Giustizia. Presupposto per adire alle Corti è l’unanimità di richiesta di tutti gli attori. Proprio questa mancanza, col passare del tempo, rafforza la posizione de facto della Cina.<br />
Terza possibilità, più auspicabile, è un innalzamento dei rapporti da bilaterali a multilaterali “ristretti”.<br />
Mirando a escludere la Cina (e Taiwan) da possibili colloqui (più facile se informali o segreti), Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei dovrebbero puntare a risoluzioni e ad iniziative comuni. Di fatto, esiste una divisione tra le isole occupate viste le concentrazioni di Malaysia a sud, Filippine ad est e alla preponderanza nel resto dell’arcipelago del Vietnam. Per la questione Paracel, Hanoi potrebbe ottenere supporto dagli altri 3 paesi cedendo alcune postazioni (dopo l’ottenimento delle Paracel) e, ipotesi fantapolitica, nulla vieta che si trovi un accordo (su carta) sulla “spartizione” delle postazioni cinesi e di Itu Aba per creare quadranti più omogenei.<br />
Sicuramente un accordo di mutua difesa (seguito da esercitazioni congiunte) contro azioni cinesi rafforzerebbe di molto la loro posizione sul campo e a livello regionale e multilaterale.<br />
Iniziative comuni ancora più importanti devono essere il comune utilizzo e gestione delle risorse. Infatti è solo tramite l’accordo tra questi paesi che le risorse ittiche possono avere la giusta regolamentazione per sfruttamento e riproduzione e l’iniziativa tripartita del 2005 per missioni scientifiche è un ottimo esempio di come si può operare in comune, spingendosi anche nella ricerca di risorse energetiche e (più difficile nel trovare un accordo) sull’estrazione di petrolio e gas.<br />
Ad ogni modo, è evidente che prima ancora di un tale disegno multilaterale, devono essere fatti grandi passi in avanti sulle relazioni bilaterali Brunei-Malaysia e Vietnam-Filippine [6].<br />
In mancanza di tali sforzi e lungimiranza, il Mar Cinese Meridionale rischia di diventare meno mare e più lago. Cinese.</p>
<p><strong>* Massimiliano Bertollo, esperto di relazioni internazionali e geopolitica, si occupa principalmente delle aree Sudest Asiatico e Asia Centrale</strong></font></p>
<p><strong><em>Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”</em></strong></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>[1]Non è intenzione di questo articolo approfondire la materia UNCLOS, bensì di analizzare direttamente, sotto l’aspetto geopolitico, le rivendicazioni territoriali e la situazione de facto.<br />
[2] Tratte da Xue, China and International Fisheries Law and Policy.<br />
[3] U.S. Geological Survey, 1993/1994, www.eia.doe.gov.<br />
[4] www.eia.doe.gov.<br />
[5] Nell’aprile 2006 una cooperazione fra Husky Energy e Chinese National Offshore Oil Corporation ha annunciato la scoperta di riserve di gas molto a nord delle Spratly.<br />
[6] Ipotizzando un non inasprimento della questione Sabah tra Kuala Lumpur e Manila.</p>
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New York Times, www.nytimes.com<br />
Philippine Daily Inquirer, www.inquirer.net<br />
South China Morning Post, www.scmp.com<br />
South China Sea Project, www.southchinasea.org<br />
Strait Times, www.straitstimes.com<br />
The Nation, www.nationmultimedia.com</p>
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		<title>Smart Power: Clinton lancia il GHI</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli Stati Uniti hanno deciso di interrompere gli aiuti alla lotta contro malattie specifiche e di sostituirli con un aiuto ai sistemi sanitari. Si prevede di sostenere 20 paesi, tra cui 8 sono già stati selezionati (Bangladesh, Etiopia, Guatemala, Kenya, Malawi, Mali, Nepal e Ruanda).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <a href="http://www.voltairenet.org/article166784.html">Voltairenet</a></p>
<p><font size="3">  La segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha lanciato il 16 Agosto 2010 l&#8217;Iniziativa Globale degli Stati Uniti nel campo della salute (Global Health Initiative &#8211; GHI).<br />
Gli Stati Uniti hanno deciso di interrompere gli aiuti alla lotta contro malattie specifiche e di sostituirli con un aiuto ai sistemi sanitari. Si prevede di sostenere 20 paesi, tra cui 8 sono già stati selezionati (Bangladesh, Etiopia, Guatemala, Kenya, Malawi, Mali, Nepal e Ruanda).<br />
&#8220;Le azioni riguarderanno il miglioramento e la sostenibilità dei sistemi sanitari, lo sviluppo di migliori metodi di raccolta dei dati, monitoraggio e valutazione, promozione della ricerca e innovazione, e rafforzamento dell’impegno a favore delle organizzazioni multilaterali, partner nella salute globale e del settore privato, e lo sfruttamento del loro ruolo&#8221;.<br />
Il GHI è un’applicazione del programma di Smart Power, definita dalla commissione bipartisan Armitage-Nye del CSIS (2007), che guida l&#8217;azione della signora Clinton. L&#8217;idea generale è che questo tipo di investimento è il meno costoso per gli Stati Uniti, per migliorare la loro immagine all&#8217;estero.<br />
Nel maggio 2009, il presidente Barack Obama aveva chiesto 8,6 miliardi dollari al Congresso per finanziare questa iniziativa, nel corso dell&#8217;anno fiscale 2010. Il suo piano prevedeva un bilancio totale di 63 miliardi di dollari in sei anni. Il GHI è stato presentato in dettaglio al Senato, il 10 marzo 2010, da Hillary Clinton e dal filantropo Bill Gates (Microsoft). </p>
<p>Documenti:<br />
Smart Power: A Smarter, More Secure America, relazione presentata da Joseph Nye e Richard Armitage (CSIS, 2007).<br />
(http://csis.org/files/media/csis/pubs/071106_csissmartpowerreport.pdf)<br />
Smart Global Health Policy, relazione presentata dall’ ammiraglio Wiiliam Fallon e da Helene Gayle (CSIS, 2010).  (http://www.voltairenet.org/IMG/pdf/Healthier_World.pdf)<br />
Discorso di Hillary Clinton: &#8220;L&#8217;iniziativa globale degli Stati Uniti nella sanità”, 16 agosto 2010. (http://www.voltairenet.org/article166781.html) </font></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
<p>http://www.aurora03.da.ru</p>
<p>http://sitoaurora.altervista.org</p>
<p>http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/</p>
<p>http://eurasia.splinder.com</p>
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