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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Editore</title>
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	<description>Rivista di studi Geopolitici</description>
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		<title>Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 16:25:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/una-nuova-storia-del-popolo-romeno-ancora-un-impegno-mal-riuscito/15647/" title="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/castellan_romeno.2ro9zc6wn6yogwsswwww0gkw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito" ></div></a>Le quattrocento e sessantaquattro pagine del saggio del “balcanologo” francese Georges Castellan sulla Storia del popolo romeno (Argo, 2011, euri 26) sono un evento editoriale e culturale da salutarsi con gioia, ché era dal 1972, quando Editori Riuniti pubblicò un omonimo volume, questa volta collettaneo, comprendente la storia romena dagli albori daci sino all’anno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/una-nuova-storia-del-popolo-romeno-ancora-un-impegno-mal-riuscito/15647/" title="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/castellan_romeno.2ro9zc6wn6yogwsswwww0gkw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="Una “nuova” Storia del popolo romeno: ancora un impegno mal riuscito" ></div></a><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Le quattrocento e sessantaquattro pagine del saggio del “balcanologo” francese Georges Castellan sulla </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Storia del popolo romeno </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(Argo, 2011, euri 26) sono un evento editoriale e culturale da salutarsi con gioia, ché era dal 1972, quando Editori Riuniti pubblicò un omonimo volume, questa volta collettaneo, comprendente la storia romena dagli albori daci sino all’anno di uscita, che in Italia non appariva un’opera consimile. Se si escludono alcuni esigui studi sulla Romania contemporanea<a name="_ftnref1" href="#_ftn1"></a>[1] e qualche distratta pagina sparsa qua e là sulle vicende del 1989, all’oggi il testo di Castellan, professore emerito dell’Università di Paris III, risulta essere l’unico testo nella nostra lingua a occuparsi di svolgere le millenarie vicende di questo popolo fratello.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tuttavia, nonostante l’indubbio merito del docente (noto in Francia per essere uno dei massimi esperti della storia euro-orientale e del quale in Italia sono già usciti per il medesimo editore Argo una <em>Storia dell’Albania e degli albanesi </em>e una <em>Storia dei Balcani. XIV-XX secolo</em> ed è annunciata una <em>Storia della Bulgaria</em>), il libro risente di alcuni difetti di cui dobbiamo render conto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Uno dei primi, che si riscontrano per esempio scorrendo l’«Indice dei nomi, dei luoghi e dei popoli», è l’assenza di Mircea Eliade (1907-1986), il più noto studioso di religioni al mondo e autore di diversi studi sulla Romania e sul popolo romeno, e di Nicolae Densusianu, nome meno noto ma non per questo meno importante, autore del poderoso testo sulla <em>Dacia preistorica</em>, pietra miliare negli studi sulle origini di romeni. Assenze che, sebbene il testo del Capitolo I su «Preistoria e antichità. I daci e la provincia romana» sia una non trascurabile fonte di notizie (parliamo per chi non abbia soverchia contezza dell’argomento), non si spiegano affatto in un lavoro composto da una persona nota quale esperto di simili questioni e a cui non riusciamo a trovare una seppur minima giustificazione oggettiva.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L’assenza di Eliade da queste pagine si connette a un’altra duplice assenza, ossia quella dei due più importanti miti del popolo romeno, vale a dire la Miorita e Mastro Manole, cui tutti i romeni, da secoli, si abbeverano. Tale assenza si può spiegare, come in parte anche quella di Densusianu, con l’ormai inveterato vizio delle spirito moderno d’espungere qualsivoglia riferimento al mito e limitarsi (nel senso peggiore del termine) a una visione scientista e progressista della storia, che appunto escluda ciò che, invece, fonda, anche solo a livello psicologico, l’anima d’un popolo. La mancanza di riferimenti alla Miorita e a Mastro Manole equivale a espellere, ad esempio, da una storia di Roma, il mito di Romolo e Remo e della Lupa.<a name="_ftnref2" href="#_ftn2"></a>[2]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il capitolo dedicato alla Guardia di Ferro riflette invece – sebbene in misura minore rispetto ad altri autori di cui altrove lo scrivente ha trattato – il consueto pregiudizio nei confronti di quest’organizzazione e la sostanziale incomprensione del «fenomeno legionario», come lo chiamò il filosofo Nae Ionescu, una delle teste pensanti più sfavillanti dei primi anni del Novecento in Romania (e “padre spirituale” degli intellettuali della «nuova generazione»), anch’egli del tutto assente dal testo di Castellan.<a name="_ftnref3" href="#_ftn3"></a>[3] Le pagine dedicate alla Guardia di Ferro si riducono a sei scarse e portano il titolo di «Fascismo romeno», indice di un’incomprensione piuttosto profonda, che liquida la Legione Arcangelo Michele nell’indefinito novero, appunto, dei fascismi europei, quando, almeno in Italia, è stato ampiamente dimostrato, sia dallo scrivente sia soprattutto da Claudio Mutti e Mariano Ambri nei loro studi sull’argomento, quanto tale collocazione, sebbene a tutta prima possa anche apparire giustificata, crolli sotto la lente di chiunque conosca sia il fenomeno in sé sia l’ambiente storico politico e culturale, nonché religioso, entro cui esso si sviluppò.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Che la manciata di pagine dedicate al fenomeno legionario siano così sbrigative e soprattutto affette da pregiudizio, deriva dal fatto – che ci pare esser più che certo – che la fonte cui Castellan attinge è del tutto inattendibile. Si tratta del libro della sua compatriota Alexandra Laignel-Lavastine, autrice di un testo intitolato </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Cioran, Eliade, Ionesco. L&#8217;oubli du fascisme: trois intellectuels roumains dans la tourmente du siècle</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, pubblicato in Francia nel 2002 e in Italia nel 2008 col titolo </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionescu. Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, in cui tutti i luoghi comuni triti e ritriti sull’argomento campeggiano in ogni pagina. Che la fonte di Castellan sia questa, lo evinciamo non solo dal fatto che ambedue sono francesi e che la Laignel-Lavastine è una delle “studiose” più note in Francia dell’argomento, ma soprattutto da una frase attribuita a Corneliu Zelea Codreanu – «Quarantotto ore dopo la nostra vittoria, noi ci alleeremo con la Germania e con l’Italia» – presente anche nella versione italiana sebbene con traduzione differente. Ebbene, tale frase, a quanto ci risulta, non è mai stata né scritta né pronunciata dal Capitano. E infatti né la Laignel-Lavastine né Castellan citano la fonte originale. È d’altra parte difficile inoltre che Castellan – tale osservazione valga per tutto il libro – abbia potuto attingere a fonti originali, dacché, scorrendo la bibliografia al fondo del volume, peraltro non vasta, non ci s’imbatte nemmeno una volta in un titolo originale romeno, avendo evidentemente l’autore adoperato solo saggi in lingue occidentali.<a name="_ftnref4" href="#_ftn4"></a>[4]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Spostandoci in anni più recenti, alla pagina 360 si sobbalza nel leggere che Nicolae Ceausescu «partì per un breve soggiorno in Iran, del quale ignoriamo tutto». Affermazione davvero incredibile, nel senso vero e proprio del termine, dacché oggi le notizie circa quel viaggio, svoltosi nei giorni avanti la caduta del regime, sono di dominio pubblico, ancorché – è nostro obbligo evidenziarlo – si sia cercato da più fronti di minimizzare l’importanza di quella che si presentava come una vera e propria missione diplomatica prevista già da tempo e con implicazioni di portata davvero importante. Anche qui stupisce che un esperto di storia dei Balcani e della Romania liquidi la questione in siffatto modo, che lascia intravvedere una superficialità piuttosto pronunciata oppure un’autocensura.<a name="_ftnref5" href="#_ftn5"></a>[5]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ambigua è anche la seguente affermazione, secondo cui «restano molti punti oscuri su quelle quattro giornate che vennero chiamate “rivoluzione” ma che, in realtà, furono un “complotto di palazzo”, organizzato da dissidenti della nomenclatura […]» (p. 361). Nonostante l’onestà di non ostinarsi a parlare, come ancora oggi molti “studiosi” ed “esperti” seguitano a fare, di rivoluzione senza implicazioni golpiste, in tale affermazione e in generale in tutta la parte relativa al crollo del regime ceausista non sono accolte le differenti informazioni che, nel corso degli anni, sono emerse per rettificare la versione ufficiale della storia. Per esempio la figura di Mihail Gorbaciov passa indenne al (mancato) setaccio di Castellan, che la rappresenta come un semplice riformatore che «si sforzava di far evolvere il sistema sovietico» (p. 357).  Anche le modalità di sostituzione dei capi degli altri Stati afferenti al blocco sovietico risulta, sotto la penna di Castellan, come qualcosa di pacifico, spontaneo e naturale, quando invece è noto piuttosto il contrario.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Una parola va spesa anche per la traduzione, per opera di Anna Rita Galeone, la quale, ancorché dimostri una notevole conoscenza della lingua francese, non pare abbia invece idea dell’argomento che sta affrontando e, men che meno, della lingua romena. Un solo esempio: alla p. 364 si parla di «minatoriade», in riferimento ai massacri di civili inermi ordinati da Ion Iliescu tra il 1990 e il 1991. Gli è che il termine corretto è, in romeno, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>mineriade </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(pl. di </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>mineriada</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, da </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>mineri</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, ovvero «minatori» appunto), termine presocché intraducibile se non a condizione di riuscire con espressioni piuttosto goffe quale quella testé citata. Tale osservazione, tuttavia, ci porta a elogiare Castellan per aver fatto riferimento a questi gravi fatti, ferita ancor oggi aperta in Romania, sconosciuti in Occidente e dei quali solo oggi s’inizia a parlare.<a name="_ftnref6" href="#_ftn6"></a>[6]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Un altro problema che presenta questa </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Storia del popolo romeno</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"> riguarda il periodo precedente la salita al potere di Gheorghe Gheorghiu-Dej, ossia il periodo propriamente sovietico, successivo all’installazione dei carri armati moscoviti sul territorio romeno. Tra i tanti esempi di lacune, possiamo citare quella riguardante l’Esperimento Pitesti, già definito da Solgenitsin «la più orribile barbarie del mondo contemporaneo», su cui negli ultimi si è scritto non poco e soprattutto in Francia, Paese di Castellan, da parte di studiosi romeni emigrati e non solo. Tra tutti possiamo citare Virgil Ierunca (nato in Romania, a Ladesti, 1920 e morto a Parigi nel 2006), autore di diverse pagine sull’Esperimento,<a name="_ftnref7" href="#_ftn7"></a>[7] nonché marito della notissima dissidente e studiosa Monica Lovinescu, appartenente a un famiglia di intellettuali romeni di gran notorietà (assenti anch’essi).<a name="_ftnref8" href="#_ftn8"></a>[8]</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Altre assenze eccellenti sono quelle di Ion Luca Caragiale (1852-1912) e di Ion Creanga (1837-1889) – citati solo una volta di passaggio – che sono tra i più importanti e letti scrittori romeni, ed è come se da una storia degli italiani con analoghe pretese, mancassero Luigi Pirandello o Carlo Collodi. Ma l’assenza più vistosa è quella di Mihai Eminescu, il poeta e scrittore nazionale per eccellenza, un Dante, un Leopardi o un Carducci romeno per fama e importanza; e non solo per motivi esclusivamente culturali, quanto storico-politici. Infatti Eminescu, oltre che poeta, fu prolifico autore di saggi e articoli pubblicati sulla stampa dell’epoca e concernenti questioni politiche di rilevanza fondamentale, tanto che la sua produzione maggiore, per estensione, è quella pubblicistica e non già poetica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nessuna traccia anche di quegli scrittori romeni emigrati nei primi decenni del Novecento, quali per esempio Emil Cioran e soprattutto Vintila Horia (1915-1992). Sebbene del primo sia citata – tutto qui – una frase in esergo,<a name="_ftnref9" href="#_ftn9"></a>[9] del secondo non si fa mai nemmeno distratta menzione. Vintila Horia è l’autore del celebre </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Dieu est né en exil </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Dio è nato in esilio</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, pubblicato in Italia nel 1961 dalle Edizioni del «Borghese») e vincitore del prestigioso Premio Goncourt, che poi rifiutò a causa delle pressioni politiche dovute alla “scoperta” che alcuni intellettuali francesi marxisti avevano fatto circa la sua vicinanza al Fascismo italiano e in generale a idee considerate “fasciste”. Da soggiungere c’è che ad aver suggerito alla giuria del Goncourt il nome di Horia per il primo premio fu un intellettuale non certo sospetto di simpatie fasciste, vale a dire Jean-Paul Sartre.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Distratte e superficiali sono anche le pagine dedicate alla storia dell’Ottocento, e soprattutto alla sua seconda metà, quando la Romania entrò politicamente a far parte dell’Europa occidentale essendo stata coinvolta nei moti rivoluzionari che portarono poi in Italia al cosiddetto Risorgimento e quando terminò la dominazione ottomana. Al contrario di quanto si possa credere la Romania ebbe grande parte in causa nel fenomeno rivoluzionario di quell’epoca e i rapporti diplomatici con i Paesi euro-occidentali, e in particolar modo con l’Italia di Cavour, erano strettissimi e intensi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per motivi di spazio abbiamo preferito concentrare la nostra critica sugli aspetti più noti della storia romena e non addentrarci in questioni troppo specialistiche o dettagliate: ciò però non significa affatto, anzi, che anche molte altre parti di questo libro, e sotto molteplici punti di vista, non siano a dir poco carenti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il presente studio accusa la pigrizia di questi tempi svogliati, presente financo tra gli specialisti, i quali, al contrario, dovrebbero invece, non foss’altro che si occupano solo di determinati argomenti, non lasciare nulla o quasi d’intentato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il lavoro di Georges Castellan risulterà utile ai digiuni che vogliano avere un’infarinatura della storia romena; ma a quanti già studino e conoscano non solo superficialmente l’oggetto di tale indagine, la lettura di questa <em>Storia del popolo romeno </em>non potrà essere più utile di quanto lo possa essere un’estesa voce d’enciclopedia. L’ennesima dimostrazione che l’Italia è ancora incapace di scrivere o di importare, fatte salvo rarissime e neglette eccezioni, studi seri e completi sulla storia della Romania, la quale, ben lungi per gli italiani dall’essere un argomento esornativo, dovrebbe costituire un punto nodale d’indagine, in nome d’una cultura, sì, scomparsa dalle membra vive di questa civiltà europea, ma che almeno nei libri avrebbe e ha diritto a un’esistenza più dignitosa e onesta.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[1] A. Biagini, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Storia della Romania contemporanea</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Bompiani, Milano, 2004; F. Guida, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Romania</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Edizioni Unicopli, 2009 e </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>La Romania contemporanea</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, in «Rivista della Fondazione Europea Dragan», Edizioni Nagard, Milano, 2003; D. Pommier Vincelli, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>La Romania dal comunismo alla democrazia. Momenti di storia internazionale</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, Edizioni Nuova Cultura, 2008.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[2] Avviene però sovente che gli studiosi moderni si occupino di tali questioni senza avere la benché minima idea, fosse pur circoscritta alla semplice storia delle religioni, di che cosa sia realmente il mito. In entrambi i casi siamo davanti a un supino appiattimento intellettuale a posizioni eminentemente moderne, che, ai nostri occhi, risultano, sotto un certo punto di vista speciale, del tutto inutili e, pertanto, trascurabili.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[3] Tra gli intellettuali romeni che non compaiono nel libro c’è anche Constantin Noica (1909-1987), tra i filosofi romeni più rappresentativi e accostabile, per temi trattati e potenza di pensiero, a Martin Heidegger.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[4] In relazione a ciò e a quanto detto più sopra circa il mito, possiamo indicare un’altra grave assenza dal testo di Castellan, ossia quella di Vasile Lovinescu, i cui testi, in particolare </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Dacia hiperboreana</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, costituiscono uno strumento fondamentale, sotto l’aspetto della storia sacra ma non solo, per la comprensione della Romania. Notiamo ancora che, però, i testi di Lovinescu sono stati tradotti anche in francese.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[5] Se il lettore fosse interessato ad approfondire la faccenda, ci permettiamo di rimandare alla nostra Postfazione, «Il fango e la neve. Romania 1989-Duemila», in appendice al volume di Grigore Cartianu, da noi curato e tradotto, intitolato </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>La tragica fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">(Aliberti editore, 2012), in cui troverà tutte le fonti possibili sulla questione.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[6] Ci permettiamo ancora di rimandare alla nostra citata Postfazione.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[7] In Francia, nel 1996, fu pubblicato il suo testo </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Pitesti, laboratoire concentrationnaire (1949-1952) </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">con prefazione niente meno che di Francois Furet. Un approfondimento sul problema per il lettore italiano può venire da D. Fertilio, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra, </em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Marsilio, Venezia, 2010 e da </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Il libro nero del comunismo europeo. Crimini, terrore, repressione</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, a cura di S. Courtois, Mondadori, Milano, 2007, pp. 295-352.</p>
<p></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[8] Monica Lovinescu era imparentata con il citato Vasile Lovinescu e con il critico letterario Eugen e con il noto drammaturgo Hori</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">[9] «In Europa, la fortuna finì a Vienna. Dopo, maledizione su maledizione, da sempre» (</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>De l’inconvénient d’être né</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">). Per quanto Cioran sia uno dei romeni più noti nel mondo e tra i più raffinati scrittori in lingua francese del Novecento, egli, a nostro giudizio, non rappresenta minimamente la Romania e il suo spirito, pertanto la scelta di tale epigrafe, se non con il fatto che Cioran è appunto autore molto letto nella patria di Castellan, non si giustifica affatto.</span></span></p>
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		<title>La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 09:23:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-nazionalizzazione-argentina-di-ypf-un-messaggio-per-leuropa/15107/" title="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zeuropa.7xx3m8u6lu8so4og0c8w4co8w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa" ></div></a>La nazionalizzazione da parte dell’Argentina della quota spagnola (Repsol) della compagnia energetica YPF, che diventa così proprietà di Buenos Aires, ci parla direttamente di geopolitica, di Europa e di crisi. Più di una volta su queste pagine abbiamo affrontato la questione dell’importanza dello studio e di un approccio geopolitico nelle scelte a lungo termine non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-nazionalizzazione-argentina-di-ypf-un-messaggio-per-leuropa/15107/" title="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zeuropa.7xx3m8u6lu8so4og0c8w4co8w.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="La nazionalizzazione argentina di YPF: un messaggio per l’Europa" ></div></a><p><span style="font-size: small;"> La nazionalizzazione da parte dell’Argentina della quota spagnola (Repsol) della compagnia energetica YPF, che diventa così proprietà di Buenos Aires, ci parla direttamente di geopolitica, di Europa e di crisi.</span></p>
<div><span style="font-size: small;">Più di una volta su queste pagine abbiamo affrontato la questione dell’importanza dello studio e di un approccio geopolitico nelle scelte a lungo termine non solo del nostro Paese, ma dell’Europa in generale. Questioni come quella sopra citata ci confermano insistentemente quanto detto in precedenza e sono un campanello di allarme che non solo chi governa, ma anche le famiglie universitarie, e le caste giornalistiche dovrebbero ascoltare con attenzione.</p>
<p>L’azione di un grande Stato come l’Argentina, in crescita e desideroso di spazio economico e geopolitico è non solo comprensibile, ma naturale: quando i rapporti di forza precedenti vengono meno, i nuovi equilibri vanno a modificare una situazione che limita la sovranità di un governo e di un popolo: in questo modo una classe dirigente scrupolosa compie scelte, a volte drastiche, ma che vanno nella direzione di riportare sotto il controllo della propria cittadinanza le attività economiche e le possibilità di crescita che un tempo sarebbero state di altri.</p>
<p>In una situazione di stallo geopolitico, vero o apparente, come quello vissuto per qualche anno dopo il crollo dell’Unione Sovietica, qualcuno si era illuso di cristallizzare tutto, rendendo azioni del genere impossibili, richiamandosi al feticcio del diritto internazionale. In realtà questa “dottrina” non è nient’altro che retorica buona nei momenti meno vitali, in cui chi impone l’equilibrio ha interesse nel dettare regole internazionali per garantirsi lo status quo. Quando lo status quo viene meno, come succede da qualche anno con le economie emergenti che sfidano la superpotenza USA, il diritto internazionale ritorna in soffitta e viene violato proprio da chi lo ha imposto: le regole dell’ONU vengono messe da parte e sono sostituite dagli interventi della NATO; così le concezioni e le strategie geopolitiche tornano apertamente a farla da padrone. E’ quello che sta succedendo nell’America indiolatina, è quello che succede nel campo d’azione statunitense, ma purtroppo è quello che non succede per quanto riguarda l’Europa.</p>
<p>E non si parla dell’espropriazione della multinazionale spagnola Repsol, ma della mancanza di strategia di lungo termine che lascia tutta l’Europa continentale in balia degli eventi.</p>
<p>Come è stato più volte affermato, la crisi economica di cui sentiamo il peso sulle nostre spalle, originata dal mito finanziario e dall’economia senza regole, ha come epicentro specifico gli Stati Uniti ed è particolarmente drammatizzata dal contemporaneo emergere di nuovi spazi geopolitici. Il crescente multipolarismo pone una sfida proprio all’Europa: continuare a non avere una visione geopolitica autonoma e quindi continuare acriticamente ad essere periferia del sistema atlantico, oppure sviluppare una propria strategia sovrana di lungo periodo cercando autonomia e compattezza e dialogando coi grandi spazi geopolitici, in particolare con quelli del condominio eurasiatico.</p>
<p>L’imposizione del sistema geopolitico atlantico &#8211; che aveva avuto origine con la fine della seconda guerra mondiale e con lo sbarco degli Usa sul territorio europeo – fu giustificato in funzione anticomunista durante la guerra fredda. Ma oggi tale sistema si rivela apertamente come uno strumento che consente agli USA di scaricare il peso della crisi sulla periferia (l’Europa continentale) e di preservare la loro prerogativa di centro geopolitico. Quando le nazioni emergenti, come è il caso dell’Argentina, reclamano e riconquistano il proprio ruolo e la propria sovranità, in una sistemazione geopolitica del genere a farne le spese sono proprio gli Stati e i popoli europei.</p>
<p>Non è un caso che dagli Stati Uniti di Obama, sempre pronti a difendere la libertà del mercato e quindi i diritti di investimento delle multinazionali, non una parola si è sino ad ora levata in difesa della società spagnola Repsol e dei suoi “diritti”. Quello che gli USA tutelano è il proprio interesse, per cui il mercato di una potenza emergente come l’Argentina risulta più interessante che non le possibilità connesse all’Europa, la quale rimane periferia, giardino di casa e base del sistema militare NATO.</p>
<p>E’ per questo che anche in Europa sarebbe necessario rendersi conto che l’analisi geopolitica dovrebbe prendere il posto della vuota retorica del diritto internazionale &#8211; ormai in crisi così come le varie organizzazioni internazionali &#8211; e rendersi conto che nessuna coalizione atlantica difende gl’interessi europei. Non esiste più la scusa della minaccia sovietica e Stati come Iran, Russia (per fare due esempi di Paesi criminalizzati gratuitamente e a noi vicini) rappresentano enormi possibilità di crescita politica ed economica per l’Europa, oggi bloccata da vuoti burocratismi e da argomenti retorici legati al passato.</p>
<p><strong>*Matteo Pistilli è redattore di “Eurasia, rivista di studi geopolitici”.</strong></span></div>
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		<title>Siria: la posizione algerina concorda con quella russa</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 16:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-la-posizione-algerina-concorda-con-quella-russa/14380/" title="Siria: la posizione algerina concorda con quella russa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zalgeria.a416n992fdsgkk0ks00ksk0sw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="77" alt="Siria: la posizione algerina concorda con quella russa" ></div></a>Intervistato dalla televisione russa in lingua araba &#8220;Russia oggi&#8221;, il ministro algerino degli Esteri, Mourad Medelci, ha toccato vari aspetti delle questioni internazionali, tra cui la crisi siriana e gli affari bilaterali russo-algerini, in particolare gli accordi militari tra i due paesi. Per quanto concerne la crisi siriana, il ministro algerino ha dichiarato che &#8220;su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-la-posizione-algerina-concorda-con-quella-russa/14380/" title="Siria: la posizione algerina concorda con quella russa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zalgeria.a416n992fdsgkk0ks00ksk0sw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="77" alt="Siria: la posizione algerina concorda con quella russa" ></div></a><p><font size="2"><br />
Intervistato dalla televisione russa in lingua araba &#8220;Russia oggi&#8221;, il ministro algerino degli Esteri, Mourad Medelci, ha toccato vari aspetti delle questioni internazionali, tra cui la crisi siriana e gli affari bilaterali russo-algerini, in particolare gli accordi militari tra i due paesi.</p>
<div>
	Per quanto concerne la crisi siriana, il ministro algerino ha dichiarato che &#8220;su questo argomento, l&#8217;Algeria converge sulla posizione russa&#8221;.<br />
	La convergenza dei punti di vista e delle posizioni è motivata da &#8220;quello che sta avvenendo in quel paese&#8221;. L&#8217;Algeria chiede la cessazione degli atti di violenza, da qualunque parte provengano, e rifiuta di schierarsi con l&#8217;una o con l&#8217;altra parte, perché così non si troverebbe soluzione alla crisi.<br />
	Per quanto riguarda gli accordi bilaterali, il ministro degli Esteri algerino si è detto soddisfatto della cooperazione militare. &#8220;La cooperazione tra i due paesi ha raggiunto una tappa importante dell&#8217;industrializzazione nel campo militare&#8221;, ha dichiarato.<br />
	Mourat Medelci probabilmente si riferiva alla richiesta fatta dalla Russia all&#8217;Algeria per il finanziamento e la fabbricazione dell&#8217;ultimo tipo di aereo da combattimento a reazione. L&#8217;agenzia russa di Stato per le esportazioni di equipaggiamenti militari, la Rosoboronexport, aveva inoltrato una richiesta di aiuto economico a vari paesi, tra cui l&#8217;Algeria, per la fabbricazione di questo aereo di quinta generazione, chiamato Petka, che viene presentato come il futuro gioiello della flotta aerea russa. Questo aereo, chiamato anche T-50, è concepito dal grande costruttore aeronautico russo Sukhoi. L&#8217;impegno finanziario algerino nella fabbricazione consentirebbe a questo aereo di accedere, come promette il costruttore, ad una tecnologia di punta ed alla coproduzione. Il ministro algerino ha d&#8217;altronde parlato degl&#8217;investimenti economici russi in Algeria.<br />
	Mourat Medelci ha auspicato l&#8217;incremento degli investimenti russi in Algeria, citando come un fatto esemplare la &#8220;massiccia presenza russa in Algeria nel settore metallurgico negli anni Settanta&#8221;.</p>
<p>Fonte: www.tempdz.com
</p></div>
<p></font></p>
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		<title>La lunga notte della credibilità italiana</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 11:43:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
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		<description><![CDATA[I due fatti ben noti che hanno vivacizzato le pagine “estero” dei quotidiani italiani di questi giorni, il ridicolo blitz inglese in Nigeria – che è costato la vita ad un ostaggio italiano- e l’arresto di due militari italiani in India – accusati di aver compiuto omicidio in acque internazionali- evidenziano come il peso internazionale dell’Italia sia oggi ai minimi storici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-lunga-notte-della-credibilita-italiana/14155/" title="La lunga notte della credibilità italiana"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zlutto.3yvzlixk4oo4444c0cco4sowc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="95" alt="La lunga notte della credibilità italiana" ></div></a><p><span style="font-size: small;">I due fatti ben noti che hanno vivacizzato le pagine “estero” dei quotidiani italiani di questi giorni, il ridicolo blitz inglese in Nigeria – che è costato la vita ad un ostaggio italiano- e l’arresto di due militari italiani in India – accusati di aver compiuto omicidio in acque internazionali- evidenziano come il peso internazionale dell’Italia sia oggi ai minimi storici.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Con la fine del governo Berlusconi in molti si erano illusi: impossibile raggiungere quella sensazione di carnevale permanente che sembrava pervadere la reputazione dell’Italia all’estero in quei giorni, se non altro allegri; a quanto pare non è così e l’influenza, nonché il credito, che la nostra diplomazia (e con essa i nostri interessi) ha fuori dai confini della penisola è sotto lo zero. Nessuna tutela per i militari accusati di illegalità (forse legittimamente), ma in acque internazionali non di competenza indiana; nessun coordinamento (e nemmeno un messaggio) prima della grottesca azione britannica nel tentativo di liberare gli ostaggi. Il governo Monti rappresenta probabilmente il grado più basso della considerazione che ci viene accordata nel mondo. E questo per una serie di motivi, cronici e congiunturali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Le radici che determinano la leggerezza internazionale del nostro Stato giungono da lontano: oltre cento basi militari NATO/USA presenti sul nostro territorio hanno negli anni tolto ogni velleità sovrana ai “distratti” ministeri italiani; se furono istallate all’epoca della guerra fredda, durante la quale l’Italia riuscì anche a ritagliarsi un piccolo ruolo di avanguardia sulla cortina di ferro, avendo in cambio un ruolo più deciso nel Mediterraneo, con la fine di quella e i confini del “grande gioco” eurasiatico spostati più a est, l’Italia rimane semplicemente periferia dell’alleanza atlantica: non periferia geografica, ma geopolitica, con la funzione di “granaio” (vedere il caso FIAT) per il centro del sistema di alleanza.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A queste motivazioni permanenti di debolezza, comuni a quasi tutta Europa (le basi sono diffuse ovunque e ospitano anche le proibite armi atomiche [1]) dobbiamo inoltre sommare le questioni congiunturali che fanno dell’Italia di oggi un attore internazionale di scarsissimo impatto.<br />
Il compito dell’esecutivo Monti di attuare riforme e politiche richieste dall’esterno è infatti un ulteriore elemento di indebolimento della voce e degli interessi italiani. Una sfilza di scelte, fatte da un governo non legittimato dalla sovranità popolare, che rispecchiano volontà estranee al tessuto sociale nazionale, non possono non rovesciarsi sulla poca sovranità nazionale rimasta, minandola alla base.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Proprio in questi giorni attraverso decreto il governo ha accontentato le richieste delle istituzioni UE togliendo la “golden share” (praticamente il controllo statale) in ambito di telecomunicazioni, energia e trasporti. In questo modo apre il mercato a grandi corporazioni basate in Europa che, se pur non agiranno nell’immediato causa la crisi economica e la scarsa liquidità, presto assalteranno aziende che sino ad ora erano considerate centrali per i settori strategici da difendere. E a ragione: questa aria di smobilitazione è proprio ciò che crea il vulnus di credibilità, colpendo nel peso e nella proiezione internazionale italiana e mediterranea, come abbiamo potuto pure appurare a causa del trattamento riservateci dalle agenzie di rating (agenzie private, statunitensi).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La mancanza di sovranità popolare interna (che sarebbe addirittura garantita dalla Costituzione) va in questo modo ad influire anche sulla sovranità nazionale esterna: se non si proteggono i settori strategici, se ci si adegua ai diktat esterni (operazione inevitabile se non ci si crea collegamenti “sovrani” con Paesi emergenti e/o vicini), l’influenza e la voce in capitolo dei nostri diplomatici e rappresentanti diminuisce sempre di più. Per assurdo, probabilmente, aveva più peso a livello internazionale il governo Berlusconi, dati i legami stretti (a quanto pare e purtroppo soprattutto a livello personale, quindi con pochi vantaggi a lungo termine per il Paese) con la Russia di Putin, come ci dimostrano le allarmate opinioni degli analisti governativi statunitensi (questione energetica e rapporti Eni-Gazprom).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Troncati quei rapporti, per accontentare il centro del nostro sistema di alleanze (Usa) e i satelliti più vicini (Gran Bretagna), ci troviamo di nuovo a fari spenti nella notte della sovranità italiana. L’elaborazione di una strategia di lungo periodo, che abbia come centro d’interesse le prerogative dell’Italia e il Mediterraneo si rende urgente e necessaria: lo studio e l’approfondimento della geopolitica nel nostro Paese può essere quindi di fondamentale importanza per illuminare il nostro futuro.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: small;"><em><strong>*Matteo Pistilli è redattore di Eurasia, rivista di studi geopolitici.</strong></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note:</p>
<p>1]In cinque chiedono il ritiro delle armi atomiche Usa dal proprio territorio,  Matteo Pistilli, eurasia-rivista.org: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/in-cinque-chiedono-il-ritiro-delle-armi-atomiche-usa-dal-proprio-territorio/3328/">http://www.eurasia-rivista.org/in-cinque-chiedono-il-ritiro-delle-armi-atomiche-usa-dal-proprio-territorio/3328/</a></p>
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		<title>Siria e Iran nel Grande Gioco</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 23:06:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Grande gioco]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa estate un alto funzionario saudita ha detto a John Hannah, ex-capo assistente di Dick Cheney, che fin dall'inizio della sollevazione in Siria, il re ha creduto che il cambiamento di regime sarebbe un grande beneficio per gli interessi sauditi: "Il re sa che oltre il collasso della stessa Repubblica Islamica, nulla indebolirebbe di più l'Iran che perdere la Siria". 
Questo è oggi il "grande gioco" -  perdere la Siria. Ed è così che si gioca: istituire in fretta un consiglio di transizione come unico rappresentante del popolo siriano, indipendentemente dal fatto che abbia delle gambe reali in Siria; alimentare gli insorti armati provenienti dagli stati limitrofi; imporre sanzioni che colpiscano i ceti medi; montare una campagna mediatica per denigrare gli sforzi siriani di riforma, cercare di fomentare divisioni all'interno dell'esercito e dell'elite e, infine, il presidente Assad cadrà - così i suoi fautori insistono. 
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/siria-e-iran-nel-grande-gioco/13828/" title="Siria e Iran nel Grande Gioco"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/syriaglobe.4h45k3p73fuo44ck8wc80gw0.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Siria e Iran nel Grande Gioco" ></div></a><p><font size="2"></p>
<p>Questa estate un <a href="http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/08/09/responding_to_syria_the_kings_statement_the_presidents_hesitation">alto funzionario saudita</a> ha detto a John Hannah, ex-capo assistente di Dick Cheney, che fin dall&#8217;inizio della <a href="http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2011/nov/04/syria-protests-challenge-assad-peace-pledge-live-updates?CMP=NECNETTXT8187">sollevazione in Siria</a>, il re ha creduto che il cambiamento di regime sarebbe un grande beneficio per gli interessi sauditi: &#8220;Il re sa che oltre il collasso della stessa Repubblica Islamica, nulla indebolirebbe di più l&#8217;Iran che perdere la Siria&#8221;.</p>
<p>Questo è oggi il &#8220;grande gioco&#8221; -  perdere la Siria. Ed è così che si gioca: istituire in fretta un consiglio di transizione come unico rappresentante del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Syrian_people">popolo siriano</a>, indipendentemente dal fatto che abbia delle gambe reali in Siria; alimentare gli insorti armati provenienti dagli stati limitrofi; imporre sanzioni che colpiscano i ceti medi; montare una campagna mediatica per denigrare gli sforzi siriani di riforma, cercare di fomentare divisioni all&#8217;interno dell&#8217;esercito e dell&#8217;elite e, infine, il <a href="http://sana.sy/eng/article/5.htm">presidente Assad</a> cadrà &#8211; così i suoi fautori insistono.<br />
Europei, statunitensi e alcuni Stati del Golfo vedrebbero, nel &#8220;gioco&#8221; in Siria, il logico successore del gioco apparentemente riuscito in Libia a plasmare il risveglio arabo verso un paradigma culturale occidentale. In termini di politica regionale, tuttavia, la Siria è strategicamente più importante, e l&#8217;Iran lo sa. L&#8217;Iran ha detto che reagirà a qualsiasi intervento esterno in Siria.</p>
<p>E non è un &#8220;gioco&#8221;, come i tanti morti da entrambe le parti attestano. Gli elementi radicali armati utilizzati in Siria come ausiliari per deporre Assad, contrastano con la prospettiva di un qualsiasi risultato che possa emergere all&#8217;interno del paradigma occidentale. Questi gruppi possono anche avere obiettivi sanguinosi e per nulla democratici. Ho avvertito questo pericolo in relazione all&#8217;Afghanistan degli anni &#8217;80: alcuni dei mujahidin afghani erano realmente radicati nella comunità, suggerivo, ma altri costituivano un grave pericolo per il popolo. Il politico statunitense che all&#8217;epoca mise gentilmente il suo braccio intorno alle mie spalle, mi disse di non preoccuparmi: queste erano le persone che &#8220;avrebbero preso a calci i sovietici&#8221;. Abbiamo scelto di guardare da un&#8217;altra parte, perché prendere a calci i sovietici andava bene per le esigenze interne degli USA. Oggi l&#8217;Europa guarda dall&#8217;altra parte, rifiutando di considerare che in Siria, gli insorti sono per davvero combattenti veterani che infliggono simili perdite alle forze di sicurezza siriane, perché spacciare Assad e affrontare l&#8217;Iran, fa gioco, soprattutto in un momento di difficoltà interne.</p>
<p>Fortunatamente, tali tattiche in Siria, a dispetto di forti investimenti, sembrano fallire. La maggior parte delle persone nella regione credono che se la Siria viene spinta ulteriormente nella guerra civile, il risultato sarà la violenza settaria in Libano, Iraq e anche più ampiamente altrove. L&#8217;idea che tale conflitto vomiti fuori una stabile, nonché occidentale, democrazia, è fantasiosa nella migliore delle ipotesi, un atto di insensibilità suprema nel peggiore dei casi.</p>
<p>Le origini della operazione per &#8220;cacciare Assad&#8221; hanno preceduto il risveglio arabo: esse risalgono al fallimento di Israele <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2006_Lebanon_War">nella guerra del 2006</a> per danneggiare seriamente Hezbollah, e alla  valutazione post-conflitto degli Stati Uniti secondo cui la Siria rappresenta il tallone d&#8217;Achille di Hezbollah &#8211; come vulnerabile via di collegamento tra Hezbollah e l&#8217;Iran. Funzionari statunitensi speculavano su cosa si sarebbe potuto fare per bloccare questo corridoio vitale, ma era il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bandar_bin_Sultan">principe Bandar</a> dell&#8217;Arabia Saudita che li ha sorpresi dicendo che la soluzione era sfruttare le forze islamiche. Gli statunitensi furono incuriositi, ma non si poteva trattare con queste persone. Lasciate fare a me, rispose Bandar. Hannah <a href="http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/04/22/bandars_return">osservava</a> che &#8220;Bandar che lavora senza collegamenti con gli interessi degli Stati Uniti, è chiaramente motivo di preoccupazione. Ma Bandar che lavora come partner &#8230; contro il comune nemico iraniano, è una grande risorsa strategica&#8221;. Bandar ottenne l&#8217;incarico.</p>
<p>La pianificazione ipotetica, tuttavia, divenne un&#8217;azione concreta solo quest&#8217;anno, con il <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/feb/12/egypt-cairo-street-protests-tunisia-mubarak-obama">rovesciamento del presidente egiziano Mubarak </a>. Improvvisamente Israele sembrava vulnerabile, e un indebolimento della Siria, impantanata e in difficoltà, ne aveva accresciuto il fascino strategico. In parallelo, il Qatar ha fatto un passo in avanti. <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Azmi_Bishara">Azmi Bishara</a>, un pan-arabista che si è dimesso dalla Knesset israeliana e si è auto-esiliato a Doha, è stato secondo alcune fonti locali coinvolto in uno schema in cui al-Jazeera non solo avrebbe <a href="http://www.project-syndicate.org/commentary/hroub2/English">riferito della rivoluzione</a>, ma ne avrebbe fatto un&#8217;istanza regionale &#8211; o almeno questo è quello che si credeva a Doha, sulla scia dei moti tunisini ed egiziani. Il Qatar, tuttavia, non stava semplicemente cercando di sfruttare le sofferenze umane per un intervento internazionale, ma ne era anche &#8211; <a href="http://www.foreignaffairs.com/articles/68302/david-roberts/behind-qatars-intervention-in-libya">come in Libia</a> –  <a href="http://www.wired.com/dangerroom/2011/08/tiny-qatar-flexed-big-muscles-in-libya/">direttamente coinvolto</a> come patrono operativo fondamentale dell&#8217;opposizione.</p>
<p>I passi successivi furono coinvolgere il presidente francese Sarkozy &#8211; l&#8217;arci-promotore del modello del consiglio di transizione di Bengasi, che aveva trasformato la NATO in uno strumento per il cambiamento di regime – nella squadra. Barack Obama seguì contribuendo a persuadere il primo ministro della Turchia, Recep Tayyip Erdogan &#8211; già piccato verso Assad &#8211; a usare la parte del Consiglio di transizione sul confine con la Siria, e a prestare la sua legittimità alla &#8220;resistenza&#8221;.  Entrambe questi ultimi componenti, tuttavia, furono contestati dalle rispettive forze di sicurezza, scettiche sull&#8217;efficacia del modello del Consiglio di transizione, e che si opposero all&#8217;intervento militare. Anche Bandar incontrava delle difficoltà: non ha l&#8217;ombrello politico del re, e gli altri della famiglia stanno giocando altre carte islamiche, per fini diversi. Iran, Iraq e Algeria &#8211; e, occasionalmente, Egitto &#8211; cooperano per ostacolare le manovre del Golfo contro la Siria nella Lega Araba. Il modello del Consiglio di transizione, che in Libia ha mostrato debolezze sfruttando solo una fazione come governo-in-attesa, è più crudamente deficitario in Siria. Il consiglio dell&#8217;opposizione siriana, messo insieme da Turchia, Francia e Qatar, è colpito dal fatto che le <a href="http://www.joshualandis.com/blog/?p=12447">strutture di sicurezza siriane sono rimaste solide</a> quasi come la roccia per sette mesi &#8211; le defezioni sono state trascurabili &#8211; e la base di sostegno popolare ad Assad è intatta. Solo un intervento esterno potrebbe cambiare questa equazione, ma per l&#8217;opposizione chiederlo sarebbe un suicidio politico, e lo sanno.</p>
<p>L&#8217;opposizione interna <a href="http://www.nytimes.com/2011/09/16/world/middleeast/syrian-opposition-council-forms-in-istanbul.html?_r=1">radunata a Istanbul</a> aveva richiesto una dichiarazione di rifiuto dell&#8217;intervento e dell&#8217;azione armata esterni, ma il Consiglio nazionale siriano aveva annunciato anche prima dei colloqui intra-opposizione, che aveva raggiunto un accordo &#8211; tale era la fretta dei soggetti esterni.</p>
<p>L&#8217;opposizione esterna continua a sostenere la sua posizione in favore dell&#8217;intervento esterno, e con una buona ragione: l&#8217;opposizione interna lo rifiuta. Questo è il difetto del modello -  la maggioranza in Siria si oppone profondamente all&#8217;intervento esterno, temendo un conflitto civile. Quindi i siriani affrontano un lungo periodo di <a href="http://english.al-akhbar.com/content/instead-war-syria-siege-sanctions-and-sabotage">rivolte sostenute esternamente</a>, di assedio e attrito internazionale.  Entrambe le parti la pagheranno col sangue.</p>
<p>Ma il vero pericolo, come Hannah stesso <a href="http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/04/22/bandars_return">ha notato</a>, è che i sauditi possano &#8220;ancora una volta accendere la vecchia rete jihadista sunnita e puntare nella direzione generale dell&#8217;Iran sciita&#8221;, mettendo per prima la Siria nel mirino. In realtà, questo è esattamente ciò che sta accadendo, ma l&#8217;occidente, come ieri in Afghanistan, preferisce non vedere &#8211; fino a quando il dramma fa gioco per il pubblico occidentale.</p>
<p>Come Foreign Affairs ha riferito il mese scorso, <a href="http://www.foreignaffairs.com/articles/136473/john-r-bradley/saudi-arabias-invisible-hand-in-the-arab-spring">l&#8217;Arabia ed i suoi alleati del Golfo stanno sparando i radicali salafiti </a>(fondamentalisti sunniti), non solo per indebolire l&#8217;Iran, ma per fare ciò che vedono necessario per sopravvivere &#8211; interrompere e dirottare il risveglio che minaccia la monarchia assoluta. Questo sta accadendo in Siria, Libia, Egitto, Libano, Yemen e Iraq.</p>
<p>Questo orientamento letteralista e islamicamente assertivo dell&#8217;Islam può essere generalmente considerato come impolitico e flessibile, ma la storia è tutt&#8217;altro che confortante. Se si dice abbastanza spesso a delle persone, che possono decidere su tutto e gli gettate addosso secchi di soldi, non stupitevi della loro metamorfosi &#8211; ancora una volta &#8211; in qualcosa di molto politico.  Potrebbero essere necessari alcuni mesi, ma i frutti di questo nuovo tentativo di usare le forze radicali per fini occidentali, ancora una volta, sarà controproducente. Michael Scheuer, ex capo dell&#8217;unità bin Ladin della CIA, <a href="http://nationalinterest.org/print/article/zawahiri-era-5732">ha recentemente avvertito</a> che la risposta di Hillary Clinton al risveglio arabo, impiantando paradigmi occidentali con la forza, se necessario, nel vuoto dei regimi decaduti, sarà vista come una &#8220;guerra culturale contro l&#8217;Islam&#8221;, e seminerà i semi di un ulteriore ciclo di radicalizzazione.</p>
<p>Uno dei tristi paradossi è la sottovalutazione dei sunniti moderati, che ora si trovano intrappolati tra l&#8217;incudine di essere visti come uno strumento dell&#8217;occidente, e il martello dei radicali salafiti sunniti, che attendono l&#8217;opportunità di eliminarli e di smantellarne lo stato. Che strano mondo: Europa e Stati Uniti pensano che vada bene &#8220;usare&#8221; proprio quegli islamisti (tra cui al-Qaida) che assolutamente non credono nella democrazia di tipo occidentale, al fine di realizzarla. Ma allora, perché non basta guardare dall&#8217;altra parte e trarre beneficio unendosi alla pubblica cacciata di Assad?</p>
<p></font><font size="1"></p>
<p>FONTE: <a href="http://libyaagainstsuperpowermedia.com/2012/02/16/syria-and-iran-the-great-game/">http://libyaagainstsuperpowermedia.com/2012/02/16/syria-and-iran-the-great-game/</a></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com/">http://aurorasito.wordpress.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</font></p>
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		<title>Verso l&#8217;Unione Eurasiatica</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 16:39:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[L'Editoriale di Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[La Russia sta sviluppando un'azione aggregatrice per restaurare in parte quell'unità che si è disgregata col crollo dell'URSS. Il 1 gennaio 2012, infatti, è entrato ufficialmente in vigore l'accordo siglato da Russia, Bielorussia e Kazakhstan per l'istituzione di un'unione doganale preliminare all'unificazione dell'economia delle tre repubbliche. In un articolo pubblicato dal quotidiano "Izvestia" che ha suscitato l'allarme dei commentatori occidentalisti, Vladimir Putin ha definito lo Spazio Economico Unico "un traguardo di portata storica non solo per i tre paesi, ma anche per tutti gli Stati postsovietici". Nel caso di una sua rielezione alla guida della Russia, Putin prospetta il passaggio di questi tre paesi ad una fase ulteriore di coordinamento e quindi alla nascita del nucleo di una Unione Eurasiatica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/verso-lunione-eurasiatica/13678/" title="Verso l&#8217;Unione Eurasiatica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/copertina_numero_eurasia_1_20122.ekljufw6r7cws8sgo044c0wc4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="112" alt="Verso l&#8217;Unione Eurasiatica" ></div></a><p><span style="font-size: small;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/nasce-lunione-eurasiatica/13688/"><strong>Editoriale del numero XXV (1-2012</strong>)</a></p>
<p><span style="font-size: small;">Nell&#8217;assumere la direzione di &#8220;Eurasia&#8221;, che le Edizioni all’insegna del Veltro pubblicano dal 2004, rivolgo un ringraziamento ai redattori, ai collaboratori ed a tutti coloro &#8211; in particolare il CPE &#8211; che finora hanno in vario modo sostenuto la rivista; esprimo la gratitudine mia e della redazione a Tiberio Graziani per averla portata ad un livello qualitativo che viene unanimemente riconosciuto come eccellente; ringrazio infine Alessandra Colla per aver generosamente accettato la carica di responsabile legale in questa nuova fase della vita di &#8220;Eurasia&#8221;. </p>
<p><span style="font-size: small;">Un memore e commosso pensiero va a Carlo Terracciano, l&#8217;intellettuale militante che mi esortò a pubblicare una rassegna di geopolitica in un&#8217;epoca in cui tale disciplina, dopo essere stata considerata con sospetto perché associata al nome sulfureo di Karl Haushofer (e, in Italia, alla rivista fascista &#8220;Geopolitica&#8221;), veniva riproposta al pubblico italiano da un gruppo redazionale di orientamento atlantista che aveva scelto di cavalcare la tigre della &#8220;riscoperta&#8221; della geopolitica. </p>
<p><span style="font-size: small;">A tale sfida &#8220;Eurasia&#8221; ha risposto fornendo ai propri lettori le analisi idonee ad inquadrare le relazioni tra gli Stati e ad approfondire il significato delle dottrine degli attori internazionali, sforzandosi al contempo di prospettare scenari alternativi imperniati sull&#8217;idea di sovranità. L&#8217;adozione dei criteri interpretativi geopolitici, contrastando efficacemente i dogmi ideologici funzionali al dominio imperialista, ha fatto sì che intorno alla rivista si formasse una vasta rete di qualificati collaboratori di varia origine nazionale, politica, culturale e confessionale, i quali hanno avvertito l&#8217;esigenza di sostituire le vecchie e desuete mappe concettuali con strumenti analitici adeguati ad una situazione storica nuova ed in continuo cambiamento.</p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Eurasia&#8221; si è dunque proposta di essere, come recita il suo sottotitolo, una &#8220;rivista di studi geopolitici&#8221;, vale a dire un laboratorio di idee nel quale ci si propone di procedere secondo criteri oggettivi e metodi d&#8217;indagine <em>lato sensu</em> &#8220;scientifici&#8221;. Ma ciò non deve far pensare che la ragion d&#8217;essere di questa rivista si esaurisca in un ozioso esercizio di analisi ispirato ad un&#8217;illusoria neutralità: la scelta stessa di chiamarsi &#8220;Eurasia&#8221; definisce il punto d&#8217;osservazione da cui questa comunità redazionale considera ed esamina gli eventi mondiali, nonché l&#8217;obiettivo ideale verso cui si dirigono i suoi sforzi teorici.</p>
<p><span style="font-size: small;">Sarebbe facile obiettare che il termine &#8220;Eurasia&#8221; non corrisponde ad un concetto univoco e condiviso. Tuttavia, se bisogna precisare il termine in questione sulla base della definizione di continente generalmente accettata, allora i confini naturali dell&#8217;Eurasia sono quelli segnati dai mari e dagli oceani che la circondano: l&#8217;Artico, il Pacifico, l&#8217;Indiano e l&#8217;Atlantico. A questa unità geografica corrisponde, al di là di una rigogliosa molteplicità di forme, una <em>essenziale unità eurasiatica</em>, che è stata colta da studiosi come Marcel Mauss, secondo il quale &#8220;dalla Corea alla Bretagna esiste un&#8217;unica storia, quella del continente eurasiatico&#8221;; o come Mircea Eliade, assertore della &#8220;unità fondamentale non solo dell&#8217;Europa, ma di tutta l&#8217;ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylon&#8221;; o come Giuseppe Tucci, che riassumeva tale concetto dicendo: &#8220;Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia&#8221;.   </p>
<p><span style="font-size: small;">Nella prospettiva di un progetto geopolitico, l&#8217;unità eurasiatica può essere pensata come un&#8217;alleanza dei grandi spazi in cui il continente si articola: lo spazio russo, quello estremo-orientale, quello indiano, quello europeo, quello dell&#8217;Islam nordafricano e vicino-orientale. Alcuni di questi grandi spazi sono già oggi polarizzati intorno ad un soggetto politico sovrano (è il caso della Cina, dell&#8217;India, della Russia), mentre altri (la fascia islamica del Mediterraneo, l&#8217;Europa) sono ancora privi, del tutto o in parte, di unità e di sovranità politica e militare.</p>
<p><span style="font-size: small;">La Russia, in particolare, sta sviluppando un&#8217;azione aggregatrice per restaurare in parte quell&#8217;unità che si è disgregata col crollo dell&#8217;URSS. Il 1 gennaio 2012, infatti, è entrato ufficialmente in vigore l&#8217;accordo siglato da Russia, Bielorussia e Kazakhstan per l&#8217;istituzione di un&#8217;unione doganale preliminare all&#8217;unificazione dell&#8217;economia delle tre repubbliche. In un articolo pubblicato dal quotidiano &#8220;Izvestia&#8221; che ha suscitato l&#8217;allarme dei commentatori occidentalisti, Vladimir Putin ha definito lo Spazio Economico Unico &#8220;un traguardo di portata storica non solo per i tre paesi, ma anche per tutti gli Stati postsovietici&#8221;. Nel caso di una sua rielezione alla guida della Russia, Putin prospetta il passaggio di questi tre paesi ad una fase ulteriore di coordinamento e quindi alla nascita del nucleo di una Unione Eurasiatica, alla quale dovrebbero successivamente aderire Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia, Moldova e Ucraina. L&#8217;Unione Eurasiatica rivitalizzerebbe così il progetto della Comunità Economica Eurasiatica (EurAsEC) formulato nel 2000 dagli Stati della CSI e rinsalderebbe sotto il profilo economico l&#8217;Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (la &#8220;NATO dell&#8217;Est&#8221;) istituita nel 2002.</p>
<p><span style="font-size: small;">Questo progetto d&#8217;integrazione dello spazio postsovietico, che assegna all&#8217;Unione Eurasiatica un ruolo di efficace connessione tra l&#8217;Europa e l&#8217;Estremo Oriente, trova sostegno sia in Russia sia in altri paesi della CSI. “Una grande parte della popolazione delle repubbliche della CSI &#8211; ha commentato il politologo Sergej Cernjakhovskij &#8211; si pronuncia per varie forme di ripristino dell’Unione Sovietica. La libera circolazione dei capitali sarà interessante anche per gli imprenditori. Tra le maggiori forze politiche l’idea è vicina ai comunisti, ai nazionalisti, ai conservatori e ad una parte dei liberali. Ho l’impressione che Putin farà di questo progetto il compito centrale della sua presidenza. Anche se riuscirà ad unire in tal modo 4-5 repubbliche, si garantirà un posto nella storia. Putin desidera realizzare un’impresa di grande rilevanza”.</p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Eurasia&#8221;, che fin dalla sua nascita ha guardato con particolare attenzione alla funzione geopolitica della Russia, inaugura la sua nuova serie ritornando ad occuparsi di questo tema fondamentale.</p>
<p></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></p>
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		<title>Mikis Theodorakis, una scintilla per la Grecia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 13:15:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mikis Theodorakis, il maggiore compositore greco moderno, ha 87 anni, una tempra e un coraggio ancora invidiabili. Celebrato in tutta Europa negli anni Settanta per la sua opposizione al regime dei colonnelli, è poi caduto nel dimenticatoio dei benpensanti di ogni tendenza per le sue intemperanze poco gradite agli “occidentali”: oggi è in prima fila nella contestazione del superpotere finanziario che sta mettendo in ginocchio la Grecia, costituendo anche un movimento – Spitha, “la scintilla” – che ha lo scopo di “resistere direttamente alle pressioni di Stati Uniti, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea”. “La sovranità nazionale – osserva Theodorakis – viene ceduta alle potenze straniere”.
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			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/mikis-theodorakis-una-scintilla-per-la-grecia/13673/" title="Mikis Theodorakis, una scintilla per la Grecia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/mikis1.cmtifef3btsko4ocowgg0s0g4.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Mikis Theodorakis, una scintilla per la Grecia" ></div></a><p><span style="font-size: small;">Mikis Theodorakis, il maggiore compositore greco moderno, ha 87 anni, una tempra e un coraggio ancora invidiabili.</p>
<p><span style="font-size: small;">Celebrato in tutta Europa negli anni Settanta per la sua opposizione al regime dei colonnelli, è poi caduto nel dimenticatoio dei benpensanti di ogni tendenza per le sue intemperanze poco gradite agli “occidentali”: oggi è in prima fila nella contestazione del superpotere finanziario che sta mettendo in ginocchio la Grecia, costituendo anche un movimento – Spitha, “la scintilla” – che ha lo scopo di “resistere direttamente alle pressioni di Stati Uniti, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea”. “<em>La sovranità nazionale</em> – osserva Theodorakis – <em>viene ceduta alle potenze straniere</em>”.</p>
<p><span style="font-size: small;">In un’intervista a To Vima denuncia : “<em>I</em><em>l loro programma di ‘salvataggio della Grecia’ aiuta solo le banche straniere, proprio quelle che, attraverso i politici e i governi al loro soldo, hanno imposto il modello politico che ha portato alla crisi attuale (…) Se gli Stati non si impongono sui mercati, questi ultimi li inghiottiranno</em>”, per cui si rende necessario “<em>un protezionismo che attui un controllo drastico della Finanza</em>”. </p>
<p><span style="font-size: small;">Nessuna eco hanno avuto le sue parole nei grandi media europei. La sua definitiva “espulsione” dalle grandi tribune dell’informazione risale al 2004, allorché in un’intervista rilasciata ad Haaretz si espresse in modo scandaloso : “<em>Invece di chiedersi cosa vi sia di sbagliato nella politica di Israele gli ebrei dicono che gli europei sono contro di loro per antisemitismo. E’ una reazione malata. E’ una reazione da psicopatologia del popolo ebraico : gli ebrei vogliono sentirsi vittime, ‘Lasciateci creare un altro ghetto’. E’ una reazione masochista, vi è un masochismo psicologico nella tradizione ebraica</em>”. </p>
<p><span style="font-size: small;">Theodorakis precisò nella stessa intervista : “<em>Gli ebrei hanno in mano la la Finanza mondiale; controllano le grandi banche, e spesso i governi</em>”.</p>
<p><span style="font-size: small;">“<em>Lei personalmente ritiene che gli ebrei, la comunità ebraica internazionale, abbia il controllo delle banche, di Wall Street, dei media ?</em>”<br />
“<em>Sì</em>”<br />
“<em>E Lei afferma che, influenzando Bush, ha il controllo della politica mondiale ?</em>”<br />
“<em>Sì</em>”<br />
“<em>Dunque gli ebrei tirano le fila alle spalle di Bush ?</em>”<br />
“<em>No, loro stanno davanti a lui</em>”.</p>
<p><span style="font-size: small;">Un provocatore ieri come oggi, Mikis Theodorakis, e anche un personaggio simbolo della Grecia che non si arrende.</p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>* Aldo Braccio è redattore di Eurasia<br />
</strong><br />
</span></span></span></span></span></span></span></span></p>
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		<title>La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldavia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 13:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
		<category><![CDATA[Moldavia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli stati ex-sovietici dell'Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l'ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L'Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l'Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall'Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell'unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell'Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all'interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall'altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/la-successiva-fase-della-rinascita-della-russia-ucraina-bielorussia-e-moldavia/13669/" title="La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldavia"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/883669.84wd8bo1gp8os80sc0gc48w8o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="120" alt="La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldavia" ></div></a><p><span style="font-size: small;"><em>8 Febbraio,</em> <a href="http://www.stratfor.com"><em>Stratfor Global Intelligence</em></a></p>
<p><span style="font-size: small;">Gli stati ex-sovietici dell&#8217;Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l&#8217;ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L&#8217;Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l&#8217;Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall&#8217;Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell&#8217;unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell&#8217;Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all&#8217;interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall&#8217;altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><strong>Ucraina </strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Diversi fattori rendono l&#8217;Ucraina cruciale per la Russia. La sua posizione sulla pianura del Nord Europa e lungo il Mar Nero, ha fatto dell&#8217;Ucraina un percorso tradizionale per l&#8217;invasione da ovest. L&#8217;Ucraina è anche il secondo paese più grande dell&#8217;ex Unione Sovietica in termini di popolazione. Inoltre, l&#8217;Ucraina è la terza più grande economia dell&#8217;Unione Sovietica, e le sue industria, agricoltura ed energia sono integrate con quelle della Russia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Le Leve della Russia </em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Politica: il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo Partito delle Regioni godono di una relazione di sostegno con Mosca. La Russia ha anche legami con i leader dell&#8217;opposizione ucraina come l&#8217;ex primo ministro Julija Timoshenko e il politico di spicco Arsenij Jatsenjuk. Inoltre, gli oligarchi ucraini, come Dmitrij Firtash e Rinat Akhmetov, hanno mantenuto relazioni commerciali con la Russia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano il 17 per cento della popolazione ucraina, e il 30 per cento degli ucraini parla russo come lingua madre. Inoltre, gli ucraini provengono dallo stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale dei russi (e dei bielorussi). La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, e oltre il 10 per cento della popolazione ucraina è sotto il patriarcato di Mosca. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sicurezza: La Russia mantiene una presenza militare in Ucraina, stazionando la sua Flotta del Mar Nero in Crimea. Il servizio di sicurezza federale della Russia e il suo omologo ucraino collaborano nell&#8217;intelligence e nell&#8217;addestramento. Anche se l&#8217;Ucraina non è un membro dell&#8217;Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia, non è neanche un membro della NATO. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Economica: l&#8217;Ucraina ottiene più del 60 per cento del suo gas naturale dalla Russia, con cui può manipolare l&#8217;infrastruttura delle pipeline ucraina, tagliandone i rifornimenti. La Russia possiede molte risorse nel settore dell&#8217;industria metallurgica dell&#8217;Ucraina e rifornisce l&#8217;energia all&#8217;industria (oltre a mantenere rapporti commerciali con gli oligarchi del settore). La Russia fornisce all&#8217;Ucraina anche assistenza finanziaria o prestiti tramite la Sberbank e altre istituzioni finanziarie. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Successi, ostacoli e ambizioni della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tra il 2010 e il 2012, la Russia ha raggiunto molti dei suoi obiettivi in Ucraina. Mosca ha esteso il contratto di affitto di Sebastopoli per la Flotta del Mar Nero fino al 2042. La legislazione ucraina ha reso illegale l&#8217;appartenenza alla NATO, limitando i legami di Kiev con il blocco, e la fazione filo-occidentale del governo ucraino, guidata dall&#8217;ex presidente Viktor Jushchenko e il suo partito Nostra Ucraina-Autodifesa popolare sono stati emarginati. Una grave minaccia per i piani della Russia, gli accelerati negoziati tra Kiev e l&#8217;Unione europea, non sono stati completati nel 2011 come previsto, lasciando Ucraina senza accordi di associazione e di libero scambio con l&#8217;Unione e senza prospettive esplicite di adesione all&#8217;UE. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel 2012, Mosca spera di ottenere un certo grado di controllo sulle pipeline e sul sistema di immagazzinamento energetici dell&#8217;Ucraina, mantenendo elevati i prezzi del gas naturale e costringendo l&#8217;Ucraina a scambiare risorse energetiche con un gas più economico. La Russia vuole anche impedire che l&#8217;Ucraina si avvicini troppo all&#8217;Unione europea attraverso la creazione e la manipolazione di sfide interne che non mancheranno di tenere occupato Janukovich, e rendere l&#8217;Ucraina meno desiderabile agli europei. Inoltre, Mosca prevede di impedire a specifici stati membri dell&#8217;UE, in particolare Svezia e Polonia, e alla loro iniziativa di Partnership orientale, dal concentrarsi sull&#8217;Ucraina, mantenendo quei paesi divisi e concentrati su altre questioni. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tuttavia, questo non significa che Mosca può fare quello che vuole in Ucraina. La più grande sfida alle ambizioni della Russia in Ucraina proviene dal governo ucraino, nonostante gli stretti legami del governo con Mosca. Non è nell&#8217;interesse di Janukovich o degli oligarchi che compongono la sua base di potere, cedere il controllo del sistema di transito del gas del Paese alla Russia, che non è solo una risorsa economica di vitale importanza, ma anche un simbolo della sovranità dell&#8217;Ucraina. È per questo che l&#8217;Ucraina ha continuato ad opporsi a vendere il sistema alla Russia e ad entrare nelle istituzioni guidate dai russi, come l&#8217;unione doganale, che minerebbe ulteriormente la sovranità economica di Kiev. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Oltre il 2012, Mosca vuole preparare l&#8217;Ucraina a una maggiore integrazione attraverso l&#8217;adesione all&#8217;Unione Eurasiatica, evolventesi in unione doganale e spazio economico comune. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>La posizione e la strategia dell&#8217;Ucraina</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Poiché storicamente è stata governata da molte potenze estere &#8211; Russia, Polonia, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, &#8211; il territorio che costituisce la moderna Ucraina comprende popoli provenienti da culture diverse e con diverse visioni del mondo. La divisione più ampia in Ucraina è tra l&#8217;est, economicamente e culturalmente più integrato con la Russia, e l&#8217;ovest, più nazionalista, più vicino all&#8217;occidente e più favorevole all&#8217;adesione dell&#8217;Ucraina alle istituzioni occidentali, come l&#8217;Unione Europea. L&#8217;imperativo principale per ogni Stato ucraino è evitare che il paese si spacchi ed essere in equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Così, Janukovich, nonostante provenga dall&#8217;est dell&#8217;Ucraina e sostenga una piattaforma molto più amichevole verso la Russia di quella del suo predecessore, non è stato solo un alleato incondizionato di Mosca, durante la sua presidenza. Anche se ha fatto numerosi gesti favorevoli alla Russia, all&#8217;inizio del suo mandato, come passare la normativa giuridica per bloccare l&#8217;adesione alla NATO e la firma dell&#8217;accordo Gas – Flotta del Mar Nero, Janukovich ha poi cercato di bilanciarli con i negoziati dell&#8217;Ucraina con l&#8217;Unione europea, per firmare l&#8217;accordo di associazione e libero scambio (con cui Kiev spera di includere una disposizione per un&#8217;eventuale adesione all&#8217;UE). </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tuttavia, il fallimento dei negoziati dell&#8217;Ucraina con l&#8217;Unione europea, a causa della detenzione della Timoshenko, ha indebolito il contrappeso dell&#8217;Ucraina verso la Russia e costretto Kiev a una posizione difficile. L&#8217;Ucraina può soltanto cercare di pagare più di 400 dollari ogni mille metri cubi di gas della Russia, per un tempo sufficiente lungo, prima che i prezzi alti creino una crisi finanziaria; così si tratta davvero della questione di quando – e non se &#8211; l&#8217;Ucraina dovrà dare alla Russia almeno un certo controllo, o l&#8217;accesso al suo sistema energetico, in cambio di prezzi più bassi. Questo diminuirà la capacità di Kiev di manovrare ulteriormente nei confronti di Mosca, e farà in modo che, lo voglia o no, l&#8217;Ucraina infine debba tenere in conto gli interessi della Russia. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><strong>Bielorussia</strong> </span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La geografia gioca un grande ruolo nell&#8217;importanza della Bielorussia per la Russia. Il paese è situato sulla pianura nord europea, un percorso tradizionale d&#8217;invasione da ovest, e non ci sono barriere geografiche significative agli invasori, a causa del terreno pianeggiante del paese. La Bielorussia funge da tampone per il nucleo territoriale della Russia. La Bielorussia ha anche una delle maggiori economie dell&#8217;ex Unione Sovietica, e le sue industrie, energia e sicurezza sono integrate con quelle della Russia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Le Leve delle Russi</em></strong><strong><em>a</em></strong> </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Politica: la Bielorussia e la Russia sono partner nello Stato dell&#8217;Unione, e il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko riceve il sostegno di Mosca. La Russia ha legami con i leader della sicurezza bielorussa e l&#8217;élite economica della Bielorussia ha rapporti d&#8217;affari con la Russia.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano l&#8217;11 per cento della popolazione bielorussa. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo come lingua madre, e il russo e il bielorusso sono entrambe lingue ufficiali del paese. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, con circa il 60 per cento della popolazione sotto il patriarcato di Mosca. Bielorussi e russi hanno radici nello stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale e quindi hanno affinità culturali. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sicurezza: il complesso militare-industriale della Bielorussia è integrato con quella della Russia, e i due paesi hanno un sistema unificato di difesa aerea. La Bielorussia è un membro della CSTO a guida russa e ospita installazioni militari russe, come i sistemi di difesa aerea S-300. Inoltre, gli organismi d&#8217;intelligence bielorussi e russi hanno un rapporto di collaborazione, compresa l&#8217;addestramento. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Economica: La Russia fornisce il 99 per cento del gas naturale della Bielorussia e la maggior parte del suo petrolio. La Russia possiede anche una quota del 100 per cento di Beltransgaz, dandogli la piena proprietà dei gasdotti del paese. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono importanti per l&#8217;economia bielorussa, la metà delle esportazioni bielorusse va in Russia. Inoltre, la Russia fornisce alla Bielorussia assistenza finanziaria, tra cui un prestito di 3 miliardi dollari attraverso la Comunità economica eurasiatica, e 1 miliardo di dollari di prestito dalla Sberbank. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Successi, ostacoli e ambizioni della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">L&#8217;influenza della Russia in Bielorussia non è stata incontrastata negli ultimi due anni. All&#8217;inizio del 2010, Lukashenko s&#8217;è scagliato contro Mosca per gli elevati prezzi dell&#8217;energia e ha iniziato a prendere in considerazione fornitori alternativi (Venezuela e Azerbaigian, in particolare), come modo per fare pressione sulla Russia ad abbassare i prezzi. Ma la Russia ha mantenuto alti i prezzi e tagliato il gas naturale alla Bielorussia, fino a quando Minsk ha accettato di cedere il controllo completo del proprio sistema di pipeline e di Beltransgaz a Mosca. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Russia ha seguito diverse strategie per aumentare la sua influenza in Bielorussia. A partire dal 2010, Russia e Bielorussia si sono integrate economicamente e la Bielorussia ha aderito all&#8217;unione doganale russa, una entità che è diventata lo Spazio economico comune nel 2012. La Russia è stata in grado di limitare i legami verso occidente della Bielorussia e le aperture, attraverso la Polonia, dell&#8217;UE a Minsk, in vista delle elezioni bielorusse. Dopo le elezioni, l&#8217;Occidente ha scelto di isolare la Bielorussia, dando alla Russia la possibilità di aumentare il suo sostegno economico e politico a Lukashenko. Mosca ha anche migliorato la sua integrazione della sicurezza con Minsk, quando la Bielorussia ha aderito alla forza di reazione rapida della CSTO e ospitato lo schieramento di S-300. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel 2012, la Russia vuole proseguire i suoi sforzi di integrazione della Bielorussia. Lo spazio economico comune servirà gli interessi economici della Russia, ma Mosca vuole accedere agli asset economici più strategici della Bielorussia, quali le raffinerie e l&#8217;azienda dei sali di potassio Belaruskali. Politicamente, Mosca vuole che Minsk rimanga isolata dall&#8217;Unione europea e dall&#8217;Occidente. Militarmente, la Russia vuole utilizzare le vendite di armi e la partecipazione alla CSTO per avvicinare la Bielorussia. Dopo il 2012, la Russia vuole una completa integrazione strategica della Bielorussia, attraverso l&#8217;Unione Eurasiatica.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Posizione e strategia della Bielorussia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">A differenza della Russia o dell&#8217;Ucraina, la Bielorussia è una società relativamente omogenea, sia culturalmente che politicamente. Questo ha facilitato la centralizzazione del potere di Lukashenko, che domina politicamente la Bielorussia dal 1994. Inoltre, a differenza della Russia o dell&#8217;Ucraina, la Bielorussia non ha sviluppato una potente classe di oligarchi; piuttosto, Lukashenko ha mantenuto un modello sociale ed economico molto simile al vecchio sistema sovietico, sin dai primi anni dell&#8217;indipendenza della Bielorussia. Governa il paese con un affiatato gruppo di élite, molti dei quali hanno legami con l&#8217;apparato di sicurezza e d&#8217;intelligence.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Anche se questa dinamica ha reso più facile il consolidamento del potere, complica un altro imperativo: l&#8217;equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità economica, militare e politica.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Bielorussia non si è mai allontanata troppo dalla Russia in termini di sicurezza o economia, tenuto conto dei requisiti delle riforme democratiche ed economiche necessarie per essere considerati membri della NATO e dell&#8217;UE. Tuttavia, i rapporti politici della Bielorussia con la Russia non sono stati così costanti, i due paesi hanno formato lo Stato dell&#8217;Unione nel 1997, ma questa vicinanza non ha impedito divergenze sulle questioni economiche che hanno portato periodicamente Lukashenko a guardare verso Occidente per la cooperazione, al fine di ottenere una leva sulla Russia. Data l&#8217;integrazione delle infrastrutture della Bielorussia con quelle della Russia, e le connotazioni politiche delle relazioni economiche, questo è più facile a dirsi che a farsi. I test di Minsk su Mosca su questioni quali i prezzi dell&#8217;energia, di solito sono fallite, come la recente acquisizione da parte di Gazprom di Beltransgaz ha dimostrato. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Paesi come la Polonia e la Lituania hanno interessi geopolitici nel corteggiare la Bielorussia, come il desiderio di stabilire ad est lo stesso tipo di tampone territoriale che la Russia desidera avere da ovest. Ma questi paesi non possono eguagliare l&#8217;influenza della Russia sulla Bielorussia, così hanno fatto ricorso a manovre di soft power, come la creazione di legami con gruppi di opposizione bielorussi e guidato sanzioni dell&#8217;UE contro il governo Lukashenko. Il successo della prima strategia è stato limitato, dal momento che i gruppi di opposizione affrontano numerosi vincoli. La seconda strategia è una minaccia più grave per il governo bielorusso, in quanto il governo di Lukashenko dipende da un modello populista economico e tali modelli s&#8217;indeboliscono in ambienti economicamente e finanziariamente poveri. Tuttavia, questo isolamento economico ha dato alla Russia la possibilità di fornire assistenza finanziaria e servire come ancora di salvezza economica della Bielorussia, un ruolo che Mosca continuerà a giocare per tutto il tempo in cui Lukashenko sarà sulla cresta dell&#8217;onda. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Andando avanti, la Bielorussia non avrà altra scelta, se non supportare la strategia e una più ampia rinascita della Russia, date le limitate opzioni di Minsk di ottenere sostegno da altre potenze. Pertanto, la Russia continuerà a integrare la Bielorussia, muovendosi verso la creazione dell&#8217;Unione Eurasiatica nel 2015. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><strong>Moldova</strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La posizione della Moldova la rende importante per la Russia. Si trova nella Bessarabia, tra i Carpazi e il Mar Nero, un percorso tradizionale d&#8217;invasione da sud-ovest e dagli Stati balcanici. Si trova vicino al porto strategico di Odessa e alla penisola di Crimea, dove la Russia staziona la sua Flotta del Mar Nero, e serve come parte della rete di transito dell&#8217;energia che collega la Russia all&#8217;Europa e alla Turchia. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Le leve della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Politica: L&#8217;ex presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo partito comunista si trovano in partnership con la Russia. Mosca ha anche legami con i leader dell&#8217;Alleanza per l&#8217;Integrazione Europea (AEI), tra cui il primo ministro moldavo Vlad Filat e il presidente Marian Lupu. In particolare, la Russia sovvenziona la leadership della regione secessionista della Transnistria. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sociale: solo circa il 6 per cento della popolazione moldava è etnicamente russa, anche se in Transnistria il 30 per cento della popolazione è russa (e un altro 30 per cento è ucraino). Circa l&#8217;11 per cento dei moldavi parla russo come lingua madre, e circa il 16 per cento della popolazione ha il russo come lingua primaria. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, ma divisa tra ortodossa rumena e ortodossa russa.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Sicurezza: La Russia mantiene circa 1.100 truppe in Transnistria (insieme ad un piccolo contingente di soldati ucraini). Anche se la Moldavia non fa parte del CSTO a guida russa, non è neanche membro della NATO.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">● Economica: la Moldova dipende dalla Russia per il 100 per cento del gas naturale e invia il 20 per cento delle sue esportazioni in Russia (particolarmente importante è il vino, importazione che la Russia ha tagliato per ragioni politiche). La Russia controlla gran parte dell&#8217;economia in Transnistria &#8211; che pur essendo una regione separatista, è il cuore industriale della Moldova &#8211; e fornisce assistenza finanziaria e sovvenzioni alla Transnistria. </span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>Successi, ostacoli e ambizioni della Russia</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Russia ha respinto i tentativi di smilitarizzare la Transnistria o consentire una presenza occidentale sul suo territorio. Tuttavia, Mosca ha dovuto fronteggiare alcune battute d&#8217;arresto in Moldova; i comunisti non sono al potere da quando il filo-occidentale AEI li ha cacciati dal potere nel 2009, dopo la &#8220;Rivoluzione Twitter&#8221;. Nonostante la sua posizione, l&#8217;AEI non è abbastanza forte da eleggere un presidente, per cui la Moldova è in stallo politico da quasi tre anni.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Gli obiettivi della Russia per il 2012 sono migliorare la propria posizione in Moldova, attraverso il rafforzamento del Partito comunista e formando relazioni indipendenti con i leader e i membri dell&#8217;AEI. Se la Russia non può aiutare i comunisti a riconquistare il potere, almeno vuole far rimanere divisa la Moldova e l&#8217;AEI incapace di eleggere un presidente filo-occidentale. Mosca potrebbe ottenere questo risultato complicando il processo politico e ostacolando i negoziati tra Moldavia e Transnistria. La Russia vuole anche mantenere la propria presenza militare e influenza politica in Transnistria, e iniziare a gettare le basi per un eventuale inserimento della Moldova nell&#8217;Unione Eurasiatica.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong><em>La posizione e la strategia della Moldova</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Come l&#8217;Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell&#8217;Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">La Moldova è divisa sia territorialmente che politicamente. Il governo moldavo non detiene la sovranità territoriale sulla Transnistria, che ospita una base militare russa ed è popolata in gran parte da russi e ucraini. La spaccatura all&#8217;interno della Moldova è politicamente dominata da due grandi gruppi: i comunisti filo-russi e la AEI, una coalizione di partiti che vogliono portare la Moldova verso occidente. L&#8217;AEI si articola ulteriormente, con alcuni elementi impegnati in stretti legami con la Romania e la NATO, mentre altri sono più flessibili nelle loro lealtà, ma in generale, tutti i partiti dell&#8217;AEI supportano l&#8217;integrazione moldava con l&#8217;Unione europea. Dal 2009, né il Partito comunista, né l&#8217;AEI sono in grado di ottenere abbastanza voti in parlamento (61 su 101) per eleggere un presidente, in modo che il paese è paralizzato e incapace di formare una politica estera decisiva da quasi tre anni. Queste divisioni significano che la visione e la strategia della Moldova non sono unificate. Tutti i leader della Moldova devono superare queste divisioni, al fine di consolidare il paese, solo allora la questione della Transnistria e le più ampie questioni di politica estera, saranno affrontate da Chisinau. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell&#8217;Ucraina) appartenevano alla Romania, come provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d&#8217;Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall&#8217;influenza della Russia, le prospettive di adesione all&#8217;UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell&#8217;Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell&#8217;UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all&#8217;occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">La paralisi della Moldavia &#8211; politico, territoriale e geopolitica – dovrebbe persistere fino a che una potenza straniera sarà in grado di contestare la Russia nella regione in termini di hard power, piuttosto che soft power. Questo non è probabile che accada nel breve e medio termine.</span></p>
<p>FONTE: <a href="http://www.stratfor.com/analysis/next-stage-russias-resurgence-ukraine-belarus-and-moldova ">http://www.stratfor.com/analysis/next-stage-russias-resurgence-ukraine-belarus-and-moldova<br />
</a><br />
Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
<a href="http://sitoaurora.altervista.org/home.htm">http://sitoaurora.altervista.org/home.htm</a><br />
<a href="http://aurorasito.wordpress.com">http://aurorasito.wordpress.com</a></span></p>
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		<title>Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 14:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/marilina-veca-cuore-di-lupo-kimerik-2011/13609/" title="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cuoredilupo1.acy73q50l9ckggg8so4w88kc8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="110" alt="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011" ></div></a>La nuova edizione di Cuore di lupo, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK. Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic. La luce su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/marilina-veca-cuore-di-lupo-kimerik-2011/13609/" title="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cuoredilupo1.acy73q50l9ckggg8so4w88kc8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="110" alt="Marilina Veca, &#8220;Cuore di lupo&#8221;, Kimerik, 2011" ></div></a><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La nuova edizione di <em>Cuore di lupo</em>, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La luce su questa vergognosa pagina delle guerre balcaniche è stata accesa, finalmente, dal Rapporto sulla violazione dei diritti umani in Kosmet, presentato dal coraggioso senatore svizzero Dick Marty al Consiglio d’Europa nel 2011.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Come giustamente sottolinea nella prefazione l’ex Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, “era noto che in Kosovo e Metohija sparirono, dalla primavera del 1998 (cioè ben prima che Slobodan Milosevic inviasse nella provincia serba la polizia per mettere fine alle violenze dell’UCK e ben prima che si riaccendesse il conflitto che servì da pretesto per i bombardamenti della NATO sulla Federazione Jugoslava n.d.r.) all’inverno 2001 (cioè quando le forze della coalizione internazionale avrebbero dovuto far rispettare l’ordine pubblico n.d.r.), 1.300 serbi e non albanesi”.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dei rapimenti, testimoniati da diversi rapporti internazionali, scrivemmo parecchio tempo fa in pochissimi (tra questi proprio Marilina Veca) (1).<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">A distanza di 10 anni conosciamo la sorte di quelle povere persone: “Purtroppo, all’orrore del commercio degli organi umani non partecipano solamente terroristi e psicopatici appartenenti al cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo. Sono coinvolti anche medici, infermieri, e altre persone rinomate, insomma gente perbene”, sottolinea giustamente la Raskovic (2).<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per questa ragione “lo stesso titolo Cuore di lupo è simbolico! Sappiamo da tante storie e leggende che uno dei principali animali totemici per i serbi è il lupo, Vuk! Ecco perché, anche ai propri figli, i serbi danno il nome di quest’animale. Perché sopravvivano”.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Lo straziante libro di Marilina Veca, utilizzando nomi di fantasia, ci narra le storie vere di quattro famiglie serbe e della loro disperazione: i loro uomini, Dragan, Dejan, Milan, Srdjan sono stati rapiti e usati come cavie da laboratorio, i loro organi sono stati espiantati e venduti al mercato nero.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Daniel, un ragazzino la cui famiglia appartiene alla più classica borghesia francese, attende, apatico, un nuovo cuore che gli permetta di avere una vita “normale”.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In mezzo, l’impotenza delle donne serbe che invano chiedono aiuto alla miriade di organizzazioni internazionali e ai militari che affollano ancora oggi il Kosovo e Metohija alla ricerca di un facile stipendio, l’imbarazzo e la vergogna dei tanti albanesi che vorrebbero aiutarle ma che si trovano anch’essi prigionieri a casa propria.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Migliaia di soldati della KFOR che non riescono a controllare una regione grande quanto l’Abruzzo, con l’evidente scopo di punire chi ha osato sfidare l’Alleanza Atlantica, gendarme del mondo a stelle e strisce.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ma anche perché le complicità occidentali sono tante: nel 2002 la tv dell’Iraq occupato dagli atlantici ci ha mostrato “un certo sceicco Behramin che si vantava del suo nuovo cuore trapiantatogli in Turchia. Lo sceicco disse sorridendo che gli dispiaceva una cosa sola: il cuore che batteva nel suo petto era serbo… D’altro canto non era necessario avere a disposizione un grande centro chirurgico per l’espianto, per strappare il cuore ad un giovane serbo e metterlo nell’apposito trasportatore. Bastava una baracca dietro una certa casa gialla e bastava un elicottero con i motori accesi. Tutto il resto si svolgeva altrove …” (3).<br />
</span></span>“<span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dopo il rapporto Marty nessuno può far finta di non sapere”, scrive Falco Accame, ma in quello che si autodefinisce il “migliore dei mondi possibili” non crediamo sia possibile avere giustizia e riteniamo che gli esponenti della “comunità internazionale” si apprestino a chiudere la vicenda con il minor clamore possibile.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Costoro farebbero però bene a tenere a mente le parole del grande San Sava, primo arcivescovo ortodosso e primo scrittore della letteratura serba, rappresentante di questo popolo presso il Signore nella tradizione: “Perdoniamo, ma non dimentichiamo!”.<br />
</span></span>“<span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">I serbi perdonano ma non dimenticano”, ribadisce Dragan Mraovic nel libro; noi sicuramente non dimenticheremo, ma non essendo serbi, allo stesso tempo, non perdoneremo.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">1) Marilina Veca, Il Kosovo perduto, Edizioni Interculturali, Roma, 2003. Stefano Vernole, <em>La questione serba e la crisi del Kosovo</em>, Noctua, Molfetta, 2008, pp. 144-145.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">2)</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Sui coinvolgimenti internazionali si legga: Steve Brady, </span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><em>Kosovo, dietro il traffico di organi spunta l’ombra di Israele</em></span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">, <a href="http://www.statopotenza.eu/">www.statopotenza.eu</a> 24 dicembre 2011.<br />
</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">3) Dragan Mraovic, <em>Cuore di lupo</em>, pp. 96 e 104</span></span></p>
<p align="justify"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Guerra Valutaria: quali sono i veri obiettivi dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran?</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 10:59:52 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[embargo petrolifero]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Contro chi è rivolto in realtà  il cosiddetto "embargo petrolifero contro l'Iran" dell'Unione Europea? Si tratta di una importante questione geostrategica. Oltre a rifiutare le nuove misure dell'UE contro l'Iran come controproducenti, Teheran ha messo in guardia gli Stati membri dell'Unione Europea che l'embargo petrolifero contro l'Iran danneggerà loro e le loro economie, molto più che non l'Iran. Teheran ha così avvertito i dirigenti dei paesi dell'Unione Europea che le nuove sanzioni sono stolte e contrarie ai loro interessi nazionali e comunitari; ma ciò è corretto? Alla fine, chi beneficerà della catena di eventi che vengono messi in moto? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/guerra-valutaria-quali-sono-i-veri-obiettivi-dellembargo-petrolifero-dellue-contro-liran/13458/" title="Guerra Valutaria: quali sono i veri obiettivi dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/petrolio_iran1.1ka53k5ffkw0sk00so4sg08wk.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="64" alt="Guerra Valutaria: quali sono i veri obiettivi dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran?" ></div></a><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Contro chi è rivolto in realtà  il cosiddetto &#8220;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran&#8221; dell&#8217;Unione Europea? Si tratta di una importante questione geostrategica. Oltre a rifiutare le nuove misure dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran come controproducenti, Teheran ha messo in guardia gli Stati membri dell&#8217;Unione Europea che l&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran danneggerà loro e le loro economie, molto più che non l&#8217;Iran. Teheran ha così avvertito i dirigenti dei paesi dell&#8217;Unione Europea che le nuove sanzioni sono stolte e contrarie ai loro interessi nazionali e comunitari; ma ciò è corretto? Alla fine, chi beneficerà della catena di eventi che vengono messi in moto?</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran è nuovo? </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;embargo del petrolio contro l&#8217;Iran non è una cosa nuova. Nel 1951, l&#8217;amministrazione del primo ministro iraniano Mohammed Mossadegh, con il sostegno del parlamento iraniano, nazionalizzò l&#8217;industria petrolifera iraniana. In risposta al programma di nazionalizzazione del Dr. Mossadegh, gli inglesi bloccarono militarmente  le acque territoriali e i porti nazionali dell&#8217;Iran con la Royal Navy inglese, e impedirono all&#8217;Iran di esportare il suo petrolio. Inoltre impedirono militarmente il commercio iraniano. Londra congelò anche beni iraniani e iniziò una campagna per isolare l&#8217;Iran con le sanzioni. Il governo del Dr. Mossadegh era democratico e non poteva essere facilmente diffamato internamente dagli inglesi; così cominciarono a ritrarre Mossadegh come una pedina dell&#8217;Unione Sovietica che avrebbe trasformato l&#8217;Iran in un paese comunista con i suoi alleati politici marxisti.<br />
L&#8217;embargo illegale navale internazionale britannico fu seguito da un cambio di regime a Teheran, attraverso un colpo di stato progettato dagli anglo-statunitensi nel 1953. Il colpo di stato del 1953 trasformò lo Scià di Persia da figura costituzionale a monarca assoluto e in un dittatore, come i sovrani di Giordania, Arabia Saudita, Bahrain e Qatar. L&#8217;Iran fu trasformato in una notte da monarchia costituzionale democratica in dittatura.<br />
Oggi, un embargo petrolifero imposto militarmente contro l&#8217;Iran non è possibile, come lo fu nei primi anni &#8217;50. Invece Londra e Washington usano il linguaggio della giustizia e si nascondono dietro i falsi pretesti sulle armi nucleari iraniane. Come negli anni &#8217;50, l&#8217;embargo sul petrolio contro l&#8217;Iran è legato al cambio di regime. Eppure, ci sono anche più ampi obiettivi che vanno oltre i confini dell&#8217;Iran, legati al progetto di Washington d&#8217;imporre un embargo petrolifero contro gli iraniani.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;Unione Europea e la vendita del petrolio iraniano </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il principale cliente del petrolio iraniano è la Repubblica Popolare Cinese. Secondo l&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia (AIE) di Parigi, che fu creata dopo l&#8217;embargo petrolifero arabo del 1973 come ala strategica del Blocco occidentale dell&#8217;organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), l&#8217;Iran esporta 543.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina. Gli altri clienti di grandi dimensioni dell&#8217;Iran sono India, Turchia, Giappone e Corea del Sud. L&#8217;India importa 341.000 barili al giorno dall&#8217;Iran, la Turchia 370.000 barili al giorno, il Giappone 251.000 barili e la Corea del Sud 239.000 barili al giorno.<br />
Secondo il ministero iraniano del Petrolio, l&#8217;Unione europea rappresenta solo il 18% delle esportazioni di petrolio iraniano, il che significa meno di un quinto delle vendite di petrolio iraniano. Solo &#8220;collettivamente&#8221; l&#8217;Unione europea è il secondo cliente più grande dell&#8217;Iran. In tutto i paesi dell&#8217;UE importano 510.000 barili al giorno dall&#8217;Iran. La posizione collettiva che tutti i paesi dell&#8217;UE importatori di petrolio iraniano hanno, è stato evidenziato da coloro che vogliono sottolineare l&#8217;efficacia dell&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea contro l&#8217;Iran.<br />
L&#8217;Iran può sostituire le vendite di petrolio verso l&#8217;Unione europea attraverso nuovi acquirenti o incrementando le vendite ai clienti esistenti, come Cina e India. Un accordo iraniano per cooperare con la Cina per lo stoccaggio delle riserve strategiche cinesi, riempirebbe gran parte del vuoto lasciato dall&#8217;Unione europea. Così, l&#8217;embargo del petrolio contro l&#8217;Iran avrà minimi effetti diretti contro l&#8217;Iran. Piuttosto, è più probabile che uno qualsiasi degli effetti che l&#8217;economia iraniana subirà, sarà legato alle conseguenze globali dell&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;Iran e la guerra globale delle valute </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), sia il dollaro che l&#8217;euro costituiscono insieme l&#8217;84,4% delle riserve valutarie mondiali scambiate alla fine del 2011. Il dollaro statunitense da solo, compone il 61,7% di questo dato, costituendo la maggior parte delle riserve valutarie mondiali scambiate nel 2011. La vendita di energia è una parte importante di questa equazione, perché il dollaro statunitense è legato al commercio del petrolio. Così, il commercio di petrolio attraverso quello che viene chiamato petro-dollaro, aiuta a sostenere il prestigio internazionale del dollaro statunitense. I paesi di tutto il mondo sono stati praticamente costretti a utilizzare il dollaro statunitense per mantenere le loro esigenze commerciali e le loro transazioni energetiche.<br />
Per evidenziare l&#8217;importanza del commercio internazionale del petrolio per gli Stati Uniti, tutti i membri del Gulf Cooperation Council (GCC) &#8211; Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti &#8211; hanno le loro valute nazionali ancorate al dollaro statunitense e sostengono il petro-dollaro col commercio petrolifero in dollari statunitensi. Inoltre, le valute di Libano, Giordania, Eritrea, Gibuti, Belize e di diverse isole tropicali nel Mar dei Caraibi, sono anch&#8217;esse tutte ancorato al dollaro statunitense. A parte i territori d&#8217;oltremare degli Stati Uniti, anche El Salvador, Ecuador e Panama ufficialmente utilizzano il dollaro statunitense come moneta nazionale.<br />
L&#8217;euro invece è contemporaneamente sia un rivale del dollaro statunitense che una valuta alleati. Entrambe le valute lavorano insieme contro le altre valute, in molti casi, e sembrano essere sempre più controllati da centri di potere finanziario in fusione. A parte i diciassette membri dell&#8217;Unione europea, che utilizzano l&#8217;euro come moneta propria, il Principato di Monaco, San Marino e Città del Vaticano hanno la concessione di diritti e anche il Montenegro e la provincia serba a maggioranza albanese del Kosovo usano l&#8217;euro come valuta nazionale. Al di fuori dell&#8217;area dell&#8217;euro (zona euro), le valute di Bosnia, Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, in Europa, e le valute di Capo Verde, Comore, Marocco, Repubblica democratica di São Tomé e Príncipe e le due zone CFA in Africa, e le valute di diverse colonie occidentali extraeuropee, come la Groenlandia, sono tutte ancorate all&#8217;euro.<br />
Diverse zone monetarie sono direttamente legate all&#8217;euro. In Oceania, il franco Comptoirs Français du Pacifique (PCP), chiamato semplicemente Franco del Pacifico (franc pacifique), utilizzato in un&#8217;unione monetaria alle dipendenze francesi di Polinesia francese, Nuova Caledonia e Territorio delle Isole Wallis e Futuna è ancorato all&#8217;euro. Come accennato in precedenza, le zone CFA in Africa sono anch&#8217;esse ancorate all&#8217;euro. Così, sia il franco della Comunità Finanziaria dell&#8217;Africa (Communauté financière d&#8217;Afrique, CFA) o franco CFA dell&#8217;Africa occidentale, viene utilizzato da Benin, Burkina Faso, Costa d&#8217;Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo &#8211; che il franco della Cooperazione Finanziaria dell&#8217;Africa centrale (Coopération financière en Afrique centrale, CFA) o franco CFA dell&#8217;Africa centrale – viene utilizzato da Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Guinea Equatoriale e Gabon -, hanno il loro destino legato al valore monetario dell&#8217;euro.<br />
L&#8217;Iran non è alla ricerca di un confronto militare tra le crescenti ostilità con gli Stati Uniti e l&#8217;Unione Europea. Nonostante la narrazione deformata che viene presentata, Teheran ha detto che chiuderebbe lo Stretto di Hormuz come ultima risorsa. Gli iraniani hanno anche detto che non lasceranno che le navi degli Stati Uniti o nemiche, attraversino le acque territoriali iraniane, loro diritto legale, e che invece le navi ostili possono attraverso le acque territoriali dell&#8217;Oman nello Stretto di Hormuz. Come nota a margine, tra l&#8217;altro, il problema per gli Stati Uniti e gli altri avversari dell&#8217;Iran, è che le acque dell&#8217;Oman nello Stretto di Hormuz sono troppo basse.<br />
Invece di un confronto militare, Teheran sta reagendo  economicamente in diversi modi. Il primo passo, iniziato prima del 2012, sono stati la diversificazione della vendita e degli scambi internazionali del petrolio iraniano, riguardo le rispettive valute di transazione. Questo fa parte di una mossa calcolata dall&#8217;Iran per abbandonare l&#8217;utilizzo del dollaro statunitense, proprio come Saddam Hussein in Iraq fece nel 2000, come mezzo per combattere contro le sanzioni imposte all&#8217;Iraq. In questo contesto, l&#8217;Iran ha creato una borsa internazionale dell&#8217;energia in competizione con il New York Mercantile Exchange (NYMEX) e l&#8217;International Petroleum Exchange (IPE) di Londra, che operano entrambe con il dollaro statunitense per le transazioni. Questa borsa dell&#8217;energia, chiamata Kish Oil Bourse, è stata ufficialmente inaugurata nell&#8217;agosto del 2011 sull&#8217;isola di Kish nel Golfo Persico. Le sue prime operazioni sono state effettuate utilizzando l&#8217;euro e il dirhem degli Emirati.<br />
Nel contesto delle rivalità tra di euro e dollaro statunitense, gli iraniani in origine volevano mettere l&#8217;euro in un sistema di petro-euro, con la speranza che la competizione tra il dollaro statunitense e l&#8217;euro potesse rendere l&#8217;Unione europea un alleato dell&#8217;Iran e scollegare l&#8217;Unione europea dagli Stati Uniti. Con le tensioni politiche crescenti con l&#8217;UE, il petro-euro è diventato sempre meno allettante per Teheran. L&#8217;Iran ha capito che l&#8217;Unione europea è sottomessa agli interessi degli Stati Uniti ed è guidata da capi corrotti. Così, in misura minore, l&#8217;Iran ha anche cercato di allontanarsi dall&#8217;euro.<br />
Inoltre, l&#8217;Iran ha ampliato il proprio abbandono dell&#8217;uso del dollaro statunitense e dell&#8217;euro, come politica nelle relazioni commerciali bilaterali. Iran e India discutono di pagamenti in oro per il petrolio iraniano. Il commercio iraniano-russo viene condotto in rial iraniani e rubli russi, mentre il commercio iraniano con la Cina e altri paesi asiatici, viene effettuato utilizzando il renminbi cinese, Rial iraniano, yen giapponese e altre valute che non siano il dollaro e l&#8217;euro.<br />
Mentre l&#8217;euro avrebbe potuto essere il grande vincitore in un sistema di petro-euro, le azioni dell&#8217;Unione europea hanno lavorato contro ciò. L&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea contro l&#8217;Iran ha solo piantato i chiodi nella bara. A livello globale, la matrice emergente del commercio e delle transazioni eurasiatici e internazionali al di fuori degli ombrelli del dollaro statunitense e dell&#8217;euro, sta indebolendo entrambe queste valute. Il Parlamento iraniano ha appena passato una legge che tagliare le esportazioni di petrolio ai membri dell&#8217;Unione europea che faranno parte del regime di sanzioni, fino alla revoca delle sanzioni petrolifere all&#8217;Iran. La mossa iraniana sarà un duro colpo per l&#8217;euro, soprattutto perché l&#8217;Unione europea non avrà il tempo di prepararsi per i tagli energetici iraniani.<br />
Ci sono diverse possibilità che possono emergere. Uno di queste è che ciò potrebbe essere parte di quello che Washington vuole, e che potrebbe essere giocata contro l&#8217;Unione europea. Un altro è che gli Stati Uniti e specifici Stati membri dell&#8217;UE, stanno lavorando insieme contro i rivali strategici economici e altri mercati.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Chi se ne avvantaggia? Gli obiettivi economici non sono l&#8217;Iran&#8230; </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La fine delle esportazioni di petrolio iraniano verso l&#8217;Unione europea e il declino dell&#8217;euro vanno direttamente a beneficio degli Stati Uniti e del loro dollaro. Ciò che l&#8217;Unione europea sta facendo è semplicemente indebolire se stessa e consentire al dollaro statunitense di avere il sopravvento nella sua rivalità nei confronti dell&#8217;euro. Inoltre, qualora vi fosse il crollo dell&#8217;euro, il dollaro statunitense riempirà rapidamente gran parte del vuoto. Nonostante il fatto che la Russia possa beneficiare dei prezzi del petrolio e di una maggiore leva sulla sicurezza energetica dell&#8217;Unione europea come fornitrice, il Cremlino ha anche messo in guardia l&#8217;Unione europea che sta lavorando contro i propri interessi, subordinandosi a Washington.<br />
Molte importanti questioni sono in gioco, circa le conseguenze economiche dell&#8217;aumento dei prezzi del petrolio. L&#8217;Unione europea sarà in grado di resistere alla tempesta economica o al collasso della valuta? Ciò che l&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea contro l&#8217;Iran farà sarà destabilizzare l&#8217;euro e creare una valanga globale, danneggiando le economie extra-UE. A questo proposito, Teheran ha avvertito che gli Stati Uniti mirano a danneggiare le economie concorrenti mediante l&#8217;adozione delle sanzioni petrolifere dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran. All&#8217;interno di questa linea di pensiero, questa è la ragione per cui gli Stati Uniti stanno cercando di costringere Cina, India, Corea del Sud e Giappone in Asia, a ridurre o tagliare le importazioni di petrolio iraniano.<br />
Nell&#8217;Unione Europea, saranno le economie dei membri più fragili e in lotta, come la Grecia e la Spagna, che saranno ferite dall&#8217;embargo  petrolifero dell&#8217;UE contro l&#8217;Iran. Le raffinerie di petrolio nei paesi dell&#8217;Unione europea che importano petrolio iraniano, dovranno trovare nuovi venditori come fonti e saranno costrette ad adeguare le loro operazioni. Piero De Simone, uno dei leader dell&#8217;Unione Petrolifera d&#8217;Italia, ha avvertito che circa settanta  raffinerie di petrolio dell&#8217;UE potrebbero essere chiuse e che i paesi asiatici potrebbero iniziare a vendere petrolio raffinato iraniano all&#8217;Unione europea a scapito delle raffinerie locali e della locale industria petrolifera. Nonostante le rivendicazioni politiche in sostegno all&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran, l&#8217;Arabia Saudita non sarà in grado di colmare il vuoto delle esportazioni petrolifere iraniane verso l&#8217;Unione europea o altri mercati. Una carenza di forniture di petrolio e i cambiamenti della produzione potrebbero avere effetti a spirale nell&#8217;Unione europea e sui costi di produzione industriale, dei trasporti e sui prezzi di mercato. La previsione è che che l&#8217;UE effettivamente aggraverà la crisi nella zona euro o eurozona.<br />
Inoltre, l&#8217;aumento continuo dei prezzi, che vanno dal cibo ai trasporti, non sarà limitato all&#8217;Unione europea, ma avrà ramificazioni globali. Coll&#8217;aumentare dei prezzi su scala globale, le economie in America Latina, Caraibi, Africa, Medio Oriente, Asia e Pacifico si troveranno ad affrontare nuove difficoltà, mentre il settore finanziario negli Stati Uniti e di molti dei suoi partner &#8211; tra cui i membri dell&#8217;Unione europea &#8211; potrebbe capitalizzare attraverso l&#8217;acquisizione di alcuni settori e mercati. Il FMI e la Banca Mondiale, in rappresentanza di Bretton Woods a Wall Street, potrebbero gettarsi nella mischie e imporre altri programmi di privatizzazione a vantaggio dei settori finanziari degli Stati Uniti e dei loro principali partner. Inoltre, come l&#8217;Iran decide di vendere il 18% del petrolio e di smettere di vendere ai membri dell&#8217;UE, sarà inoltre un fattore di mediazione.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">I fantasmi dell&#8217;embargo petrolifero arabo del 1973: la Libia e l&#8217;AIEA</span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Mentre i paesi in Africa o del Pacifico non hanno riserve strategiche di petrolio e saranno alla mercé degli aumenti dei prezzi mondiali, gli Stati Uniti e l&#8217;Unione europea hanno lavorato strategicamente cercando di isolarsi da questi scenari. Questo è dove l&#8217;International Energy Agency (IEA) di  Parigi entra in scena. Le riserve di petrolio libico sono anch&#8217;esse un fattore delle ostilità e della petro-politica che coinvolgono l&#8217;Iran.<br />
L&#8217;AIE è stata creata dopo l&#8217;embargo petrolifero arabo del 1973. Come accennato in precedenza, si tratta dell&#8217;&#8221;ala strategica Blocco occidentale dell&#8217;organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico (OCSE).&#8221; L&#8217;OCSE è un club di paesi che comprende Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Danimarca, Giappone, Canada, Corea del Sud, Turchia, Australia, Israele e Nuova Zelanda. Si basa essenzialmente sui contorni del blocco occidentale, che è composto da alleati e satelliti degli USA. A parte Israele, Cile, Estonia, Islanda, Slovenia, e Messico, tutti i membri dell&#8217;OCSE, sono membri dell&#8217;AIE.<br />
Dalla sua creazione nel 1974, uno dei compiti dell&#8217;IEA è quello di stoccare riserve strategiche di petrolio per i paesi OCSE. Durante la guerra della NATO contro la Libia, l&#8217;AIE in realtà ha aperto le sue riserve strategiche di petrolio per compensare il vuoto lasciato dalla mancanza di esportazioni di petrolio libico. Le uniche altre due volte cui questo è accaduto, fu nel 1991, quando Washington ha guidato la coalizione militare nella sua prima guerra contro l&#8217;Iraq, e nel 2005, quando l&#8217;uragano Katrina ha devastato gli Stati Uniti.<br />
La guerra in Libia aveva molti scopi. I fini perseguiti sono stati i seguenti: (1) impedire l&#8217;unità africana, (2) scacciare la Cina fuori dall&#8217;Africa, (3) controllare le riserve strategiche energetiche più importanti, e (4) preservare le forniture di petrolio nello scenario di conflitti degli USA contro la Siria e l&#8217;Iran. Ciò che la guerra della NATO alla Libia aveva come scopo, era assicurarsi la produzione petrolifera dalla Libia, perché c&#8217;era la possibilità che la Libia del Colonnello Muammar Gheddafi potesse sospendere le vendite di petrolio all&#8217;Unione europea, a sostegno della Siria o dell&#8217;Iran in possibili conflitti con gli Stati Uniti, la NATO e Israele. E&#8217; anche interessante notare che una delle figure libiche nelle Nazioni Unite, che hanno contribuito a permettere la guerra contro la Libia, vi è Sliman Bouchuiguir, il capo della Lega libica per i diritti umani (LLHR) e attuale ambasciatore libico in Svizzera, che ha lavorato a formulare una strategia per impedire che il petrolio venisse usato come arma strategica, per assicurarsi che la crisi petrolifera del 1973 si ripeta mai per gli Stati Uniti e i loro alleati.<br />
A parte l&#8217;Iran, i siriani sono stati una fonte di importazioni di petrolio per l&#8217;Unione europea. Come l&#8217;Iran, l&#8217;UE ha anche bloccato il petrolio siriano attraverso un regime di sanzioni progettato dal governo statunitense. Con il petrolio iraniano e siriano escluso dall&#8217;UE, il valore strategico del petrolio libico aumenta. A questo proposito, le relazioni circa il dispiegamento di migliaia di soldati degli Stati Uniti nei giacimenti di petrolio libici, possono essere analizzate come coordinato o collegato alla crescente ostilità degli Stati Uniti e dell&#8217;Unione europea verso la Siria e l&#8217;Iran. Dirottare l&#8217;invio di petrolio libico verso l&#8217;UE prima destinato alla Cina, può anche essere parte di tale strategia.</span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La guerra psicologica </span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In realtà, il regime di sanzioni progettato dal governo statunitense contro l&#8217;Iran è andato fin dove può andare. Tutti gli interventi sull&#8217;isolamento iraniani sono bravate e sono lontane dalla realtà delle attuali relazioni e commercio internazionali. Brasile, Russia, Cina, India, Iraq, Kazakistan, Venezuela e altri paesi dello spazio post-sovietico, Asia, Africa e America Latina, hanno tutti rifiutato di aderire alle sanzioni contro l&#8217;economia iraniana.<br />
L&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;Unione europea, insieme alle più ampie sanzioni contro l&#8217;Iran, ha un aspetto più ampiamente psicologico. L&#8217;Iran e il suo alleato siriano, affrontano una guerra multi-dimensionale che ha scopi economici, occulti, diplomatici e psicologici. La guerra psicologica, che coinvolge i media mainstream come strumento di politica estera e di guerra, è un&#8217;opzione molto economica per gli Stati Uniti, a causa del suo costo molto basso. Maggiore enfasi viene inoltre data ad essa, nel contesto dell&#8217;attuale situazione economica del mondo.<br />
Eppure, la guerra psicologica può essere combattuta su entrambi i lati. Gran parte del potere degli Stati Uniti è psicologico e legato alla paura. Come la geografia del Golfo Persico, il tempo è dalla parte dell&#8217;Iran e lavora contro gli Stati Uniti. Se l&#8217;Iran continua il suo corso attuale e resterà insensibile alle sanzioni, questo l&#8217;aiuterà a spezzare la soglia psicologica che scoraggia globalmente i paesi ad opporsi agli Stati Uniti. Nel caso in cui molti altri paesi continuino a rifiutarsi ad inchinarsi all&#8217;amministrazione Obamam, nell&#8217;imporre sanzioni contro l&#8217;Iran, questo sarà anche un duro colpo per il prestigio e il potere degli Stati Uniti, che si tradurrà nei campi economico e finanziario.<br />
Inoltre, alla fine l&#8217;embargo petrolifero dell&#8217;UE colpirà l&#8217;UE invece dell&#8217;Iran. Nel lungo termine potrebbe anche danneggiare gli Stati Uniti. Strutturalmente, gli effetti dell&#8217;embargo dell&#8217;UE sul petrolio radicherà ulteriormente l&#8217;Unione europea nell&#8217;orbita di Washington, ma questi effetti catalizzeranno una crescente opposizione sociale a Washington, che alla fine si manifesteranno in ambito politico ed economico. </span></span></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Traduzione di Alessandro Lattanzio</span></span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Fonte:  <a href="http://www.strategic-culture.org/pview/2012/01/31/currency-warfare-what-are-the-real-targets-of-the-e.u.-oil-embargo-against-iran.html">Strategic Culture Foundation</a></span></span></span></strong></p>
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