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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Asia Meridionale</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
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		<title>Hamid Gul: &#8220;Le relazioni di Wikileaks sono false&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 19:12:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
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		<description><![CDATA[La pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti classificati degli Stati Uniti, includono affermazioni secondo cui l’ex capo delle spie del Pakistan, Hamid Gul avrebbe ordinato attacchi contro le truppe della NATO. Gul parla con il Monitor delle notizie di Wikileaks.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5308/hamid-gul-le-relazioni-di-wikileaks-sono-fittizie" title="Hamid Gul: &#8220;Le relazioni di Wikileaks sono false&#8221;"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/hamid_gul_20081222.3aer7vwvgz6sk4ccg8g8w0o0s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="63" alt="Hamid Gul: &#8220;Le relazioni di Wikileaks sono false&#8221;" ></div></a><p>Fonte: Global Research, 27 luglio 2010 &#8211; <em>The Christian Science Monitor</em><br />
<a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20297">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20297</a><br />
<font size="3"><em>La pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti classificati degli Stati Uniti, includono affermazioni secondo cui l’ex capo delle spie del Pakistan, Hamid Gul avrebbe ordinato attacchi contro le truppe della NATO. Gul parla con il Monitor delle notizie di Wikileaks. </em><br />
L&#8217;ex capo dell’agenzia spionistica del della Pakistan, deride come &#8220;<em>maligna, fittizia e assurda</em>&#8221; la  pubblicazione di documenti militari degli Stati Uniti che imputano a lui una serie di attentati contro le forze Usa e della NATO in Afghanistan.</p>
<p>Il nome di Hamid Gul compare non meno di otto volte nei documenti trapelati Domenica su <em>Wikileaks</em>, il whistle-blower* online. Negli articoli, il generale in pensione ed ex capo dell’<em>Inter-Services Intelligence </em>(ISI) dal 1987 al 1989, è accusato di aver ordinato attacchi IED contro le forze afgane e internazionali, nel dicembre 2006, e di complotto per rapire personale delle Nazioni Unite da usare come ostaggi in cambio dei militanti prigionieri.</p>
<p>L&#8217;ISI è citato in almeno 190 rapporti, ed è accusato di appoggiare gli attacchi contro le forze degli Stati Uniti e dell’Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord (NATO) in Afghanistan. In una relazione del marzo 2007, l&#8217;ISI è sospettato di aver donato 1.000 motocicletta al leader militante Jalaluddin Haqqani, per effettuare attacchi suicidi in Afghanistan.</p>
<p>&#8220;<em>Questa è una sciocchezza assoluta</em>&#8220;, ha detto Gul in una intervista telefonica. Chiamato a rispondere alle varie relazioni di <em>Wikileaks</em> in cui il suo nome compare, ha risposto: &#8220;<em>dannosa, fittizia, e assurda &#8211; e se questa è la condizione dell’intelligence degli Stati Uniti, allora temo che non c&#8217;è da meravigliarsi che stiano perdendo in Afghanistan, e perderanno ovunque nel mondo cercheranno di ficcare il naso</em>&#8220;.</p>
<p>Gul in passato si faceva chiamare il &#8220;<em>tesoro</em>&#8221; di Washington, per giocare un ruolo chiave nel sostegno segreto della CIA ai <em>mujahiddin</em> afgani contro il governo filo-sovietico di Kabul, negli anni 080, ed è uno dei principali architetto della strategia del Pakistan in Afghanistan. Non ha ricoperto alcun incarico dal 1992, sebbene sia ancora visto come un consulente ben collegato ai militari.</p>
<p>&#8220;<em>E&#8217; una vergogna oltraggiosa per [gli USA], se un generale di 74 anni, seduto nella sua piccola casa e che non ha nulla a che fare con l’ISI, possa tirarsi fuori da tutto questo</em>&#8221; dice, aggiungendo: &#8220;<em>Se riesco a tirarmi fuori dalla sconfitta dell’America in Afghanistan, allora i libri di storia lo registreranno a mio credito, e le generazioni future si rallegreranno di ciò.</em>&#8221;</p>
<p><strong><em>&#8216;So dei vostri misfatti in Afghanistan&#8217; </em></strong></p>
<p><em>Wikileaks</em> non ha rivelato la fonte delle informazioni trapelate dall’intelligence, che sono state rilasciato settimane fa al <em>New York Times, The Guardian</em> e <em>Der Spiegel</em>, che hanno analizzato i dati e, contemporaneamente, pubblicato gli articoli di Domenica. In aprile, <em>Wikileaks</em> aveva rilasciato un filmato classificato sui tiri dei militari degli Stati Uniti su un gruppo di civili, che si sostiene fossero insorti di Baghdad, tra cui due corrispondenti dell’agenzia stampa <em>Reuters</em>. A maggio, gli Stati Uniti arrestarono Bradley Manning, un analista dell’intelligence USA sospettato di aver fornito il video a <em>Wikileaks</em>.</p>
<p>Gul, però, dice che gli stessi Stati Uniti hanno orchestrato l&#8217;ultima denuncia di <em>Wikileaks</em>, per spostare l&#8217;attenzione dai propri errori in Afghanistan. Parlando con tono elevato, e a volte furioso, dice egli ritiene che gli Stati Uniti possono ora usare la denuncia per forzare la mano al Pakistan sulla politica in Afghanistan.</p>
<p>&#8220;<em>Loro [gli statunitensi] vogliono bandire il Pakistan e ora, al momento giusto, spuntano tali rivelazioni. Mi rifiuto di credere che non sia stato proposito</em>&#8220;, afferma Gul.</p>
<p>Il Pakistan, un paese inondato dalle teorie della cospirazione, è già brulicante di voci secondo cui gli Stati Uniti hanno orchestrato la denuncia di <em>Wikileaks</em>, per minare il Pakistan e aprire la strada a un intervento militare. Gul stesso, avverte che qualsiasi intervento militare in Pakistan trascinerebbe il paese nel caos. &#8220;<em>Se si colpisce il Pakistan con un qualsiasi pretesto, si accenderà un inferno che infiammerà ogni parte della regione</em>&#8220;, dice.</p>
<p>Gul si dice pronto a testimoniare davanti al Congresso Usa, per onorare il suo nome, aggiungendo che egli è anche disposto a condividere i suoi segreti sul coinvolgimento degli Stati Uniti in e Afghanistan. &#8220;<em>Conosco le vostre malefatte in Afghanistan e le lacune nella vostra leadership, il vostro coinvolgimento nel traffico di stupefacenti, e come il vostro complesso della sicurezza stampi denaro e truffi i vostri stessi contribuenti</em>&#8220;, dice.</p>
<p><strong>Le relazioni di <em>Wikileaks</em> messe in discussione </strong></p>
<p>La fuga di notizie, che spazia dal gennaio 2004 al dicembre 2009, rafforzare una diffusa visione afgana e statunitense, secondo cui l&#8217;ISI non ha tagliato i suoi legami storici con i taliban, anche se la veridicità delle relazioni non può essere confermata in modo indipendente, e analisti indipendenti hanno messo in dubbio la loro affidabilità. Infatti, alcune delle relazioni appaiono plausibili, come ad esempio una relazione del febbraio 2007 che sostiene che l&#8217;ISI e gli insorti taliban avrebbero programmato di acquistare bevande alcoliche da &#8220;<em>mescolarle con veleno</em>&#8220;, per uccidere le truppe afgane e dell’ISAF.</p>
<p>Rifaat Hussain, un analista della difesa dell’Università <em>Quaid-i-Azam</em> di Islamabad, dice di credere che le fonti siano ex membri del governo afgano del presidente Hamid Karzai, scontenti per come operi il suo programma politico. &#8220;<em>A quanto pare, hanno fatto questa pubblicazione per mettere in imbarazzo il governo di Karzai e inserire un cuneo tra Kabul e il Pakistan, oltre a creare un attrito maggiore tra il Pakistan e gli Stati Uniti</em>&#8220;, dice.</p>
<p>Il dottor Hussain mette altresì in dubbio la veridicità delle relazioni. Dato il gran numero di relazioni fuoriuscite &#8211; in totale circa 92 mila &#8211; dice che è probabile che siano in forma grezza, e senza alcun filtro da parte degli analisti dell’intelligence. &#8220;<em>Le prove grezze sono essenzialmente materiale primo che deve essere confermato</em>&#8221; dice, &#8220;<em>che si raccoglie da varie fonti, prima di sapere se il contenuto è solido e affidabile, o meno</em>.&#8221;</p>
<p>*Lo spifferatore.(NdT)</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio  </font></p>
<p><a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a><br />
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		<title>Le capacità nucleari di India e Cina: un&#8217;analisi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 10:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[Un confronto della capacità nucleare di India e Cina deve essere tratto dall’insieme della loro visione strategica, delle ambizioni globali e politiche, e dall’etica sociale che condizionano le loro percezioni. La loro visione strategica impone lo sviluppo delle capacità nucleari adeguate al contesto geo-strategico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5205/le-capacita-nucleari-di-india-e-cina-unanalisi" title="Le capacità nucleari di India e Cina: un&#8217;analisi"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/cina_india_bandiere1.bckewcj1vxss4cwk480swo8cw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="Le capacità nucleari di India e Cina: un&#8217;analisi" ></div></a><p>Fonte: Paper no. 3.920 <a href="http://www.southasiaanalysis.org/papers40/paper3920.html">http://www.southasiaanalysis.org/papers40/paper3920.html</a> 12 luglio 2010</p>
<p><font size="3"> Un confronto della capacità nucleare di India e Cina non può essere fatto in modo isolato. Deve essere tratto dall’insieme della loro visione strategica, delle ambizioni globali e politiche, e dall&#8217;etica sociale che condizionano le loro percezioni. La loro visione strategica impone lo sviluppo delle capacità nucleari (compresa la politica nucleare, i concetti, la potenza delle armi e dei vettori), adeguato al contesto geo-strategico.</p>
<p><strong><br />
L’impostazione strategica</strong></p>
<p>Da quando la recessione economica globale è iniziata intorno al 2008, il peso economico della Cina è in aumento. E l&#8217;amministrazione Obama, subito dopo l’avvento al potere, ha compiuto sforzi particolari per corteggiare la Cina e chiederle aiuto a contrastare il proprio declino economico. Apparentemente le ambizioni globali delle Cina sono state rafforzate da tutto questo. Così, non sorprende se ha mostrato riluttanza a cooperare con gli sforzi dell&#8217;amministrazione Obama, per trasformarla in un partner negli affari internazionali.</p>
<p>Tuttavia, una delle ragioni più importanti della riluttanza cinese, è il sospetto sulle intenzioni degli Stati Uniti in Asia, dove essi stavano sviluppando una convergenza strategica nelle relazioni con l&#8217;India. Ciò è stato chiarito in Cina del Libro Bianco della Difesa 2008, che parlava dell’<em>&#8216;aumento della presenza militare Usa in Asia-Pacifico.&#8217; </em>La Cina s’è accorta della creazione, sponsorizzata dagli USA, dell’asse anti-cinese che si estende dall&#8217;India al Giappone. Anche se questo non è stato trattato dal generale Ma Xiaotian, il Sottocapo di Stato Maggiore del PLA, parlando al <em>Shangri-La Dialogue 2010</em>, ha detto: &#8220;<em>noi crediamo che mantenere la sicurezza nell’Asia-Pacifico serva agli interessi della Cina, e ciò è anche responsabilità della Cina</em>.&#8221; A quanto pare, la sempre più assertiva postura della Marina cinese nel Mar Cinese Meridionale, è solo una affermazione di questa politica.</p>
<p>Questa affermazione di potere, ha una forte connotazione strategica per i vicini dell’ASEAN, in particolare; la Cina rischia di essere incorporata nella loro architettura di sicurezza per i prossimi anni, come indicato dal Professor Zhuang Jian Zhong, Vice Direttore permanente del Centro Nazionale di Studi Strategici, della Shanghai Jiaotong University, al <em>Shangri-La Dialogue 2010</em>.</p>
<p>Dopo che la legge sul nucleare civile India-Stati Uniti è diventata una realtà, le relazioni economiche India-USA erano pronti a crescere velocemente. Tuttavia, questo non è accaduto quando l&#8217;amministrazione Obama ha avuto atteggiamenti dilatori proprio verso l’India. I rapporti USA-India sono entrati recentemente in fase di raffreddamento, per la prima volta da quando il presidente Obama è salito al potere. La realtà è che questo è avvenuto solo dopo l&#8217;impasse nei rapporti USA-Cina. Ora i rapporti economici India-USA sono pronti a crescere rapidamente solo perché l&#8217;economia indiana, meno dipendente dal mercato di esportazione della Cina, ha una crescita costante dell’8%.</p>
<p>Inoltre, anche se gli Stati Uniti si ritirassero dall&#8217;Afghanistan, probabilmente manterranno il Pakistan quale alleato strategico nella regione. È probabile che l’esercito continui a decidere la posizione strategica del Pakistan, nei prossimi anni. Forse questa è la ragione di fondo per i 10 miliardi di dollari USA di assistenza per l&#8217;esercito del Pakistan. Non va dimenticato che il Pakistan, uno stretto alleato della Cina, ha raggiunto la sua capacità nucleare aiutato dalla Cina. Queste considerazioni sono suscettibili di influenzare il modo degli Stati Uniti d’incoraggiare l&#8217;India a svolgere un ruolo strategico importante in Afghanistan, e altrove, verso Occidente. Con tali considerazioni, nell’orizzonte delle relazioni estere statunitensi, la Cina continuerà ad occupare uno spazio più grande dell’India, nei prossimi anni, indipendentemente dagli alti e bassi nei rapporti USA-Cina.</p>
<p>L’India domina la regione sud-asiatica fisicamente ed economicamente. Il soft power della cultura indiana si diffonde nella regione. Durante l&#8217;epoca della guerra fredda, aveva costruito una forte relazione con l&#8217;Unione Sovietica, che ha ancora un contenuto residuo di grandi dimensioni in Russia, in particolare come fornitore di attrezzature militari e armi. L’ubicazione geografica dell’India, le permette di essere una potenza dominante nella regione dell&#8217;Oceano Indiano. Così non sorprende che la Cina coltivi i vicini più piccoli dell&#8217;India, che hanno una paura latente della dominazione indiana. La stretta relazione della Cina con il Pakistan, è ben nota. Nepal e Sri Lanka sono sempre più sotto l&#8217;influenza cinese. Fatta eccezione per il Pakistan, l&#8217;attuale ruolo delle relazioni della Cina con gli altri vicini dell’India, sembra avere più contenuto politica ed economica che militare.<br />
<strong>L’impostazione nucleare </strong></p>
<p>Dato il peso militare relativamente più piccolo di quello economico, l&#8217;India, a differenza della Cina, sembra occuparsi solo delle ambizioni regionali. A differenza della Cina, che ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare (TNP), come riconosciuta potenza nucleare, anche se l&#8217;India non ha firmato il TNP, la sua capacità nucleare ha ottenuto il riconoscimento solo dopo aver testato le armi nucleari nel 1998. Così l&#8217;India ha limiti fondamentali nell’aumentare le sue armi nucleari, anche se dice di avere scorte di uranio arricchito per la produzione di altre 30 testate. L’arsenale nucleare dell’India è stimato tra le 40 e le 80 testate. Cioè meno del numero di testate del Pakistan e, probabilmente, pari a un quinto dell’arsenale della Cina. Inoltre, con i limitati test nucleari effettuati, delle domande sulle loro prestazioni operative sono state sollevate.</p>
<p>Ma la limitazione principale dell&#8217;India sta nella sua debole componente dei vettori. L’India, al momento, ha solo missili balistici a breve e medio raggio. Lo sviluppo del missile navale è destinato soltanto a perfezionarne la gittata intermedia. Il  suo primo sottomarino nucleare, l’INS <em>Arihant</em>, è ora in fase di prove in mare, ma rischia di diventare operativo nel 2012, se continua tale sua programmazione. Quindi, al momento, non ha sottomarini lanciamissili balistici operativi. La sua flotta sottomarina sta invecchiando, e a causa degli appalti programmati, la sua flotta navale rischia di essere ridotta della metà, secondo una stima. Quindi, i vettori nucleari dell’India, in questo momento, sono limitate soltanto agli aeromobili e alle navi di superficie della Marina con capacità nucleare. Al momento, questo limita la portata della capacità nucleare dell’India verso l&#8217;Asia meridionale e il Tibet.</p>
<p>Dopo i test nucleari del 1998, l&#8217;India ha adottato la politica del ‘non primo impiego’. Ma secondo la sua politica nucleare, anche se non userà per prima le armi nucleari l&#8217;India, <em>‘progetterà ritorsioni nucleari a un primo attacco massiccio, volto a infliggere danni inaccettabili’</em>. Ma come queste parole possano assumere un forma, resta da vedere. Con la limitata capacità missilistica dell’India, la capacità di un secondo colpo dovrà essere basata sulla sua forza aerea e navale di superficie. Così, l&#8217;India continuerà a essere vulnerabile agli attacchi missilistici nucleari superiori alla gittata intermedia.</p>
<p>Solo nel 2003 l&#8217;India ha istituito il Comando strategico nucleare. Questo riunisce l&#8217;organizzazione dei servizi responsabile del controllo e della totalità delle armi nucleari dell’India, missili e altri mezzi. Esso ha, inoltre, la responsabilità esecutiva per l&#8217;applicazione della politica nucleare. Tuttavia, è il Comitato governativo per la sicurezza (CCS) con il Primo Ministro, che autorizzerà la risposta a qualsiasi attacco nucleare. Rapide decisioni sotto pressione, non sono mai state il punto di forza del CCS. Anche se possa, in tempo reale, ordinare un attacco di rappresaglia nucleare, è una questione controversa.</p>
<p>La chiave della debolezza dell’India non è solo nel processo decisionale strategico, ma nella tardiva attuazione delle decisioni. L&#8217;India ha omesso di usare il tempo come risorsa insostituibile. Così, la ricerca sulla difesa, controllata dallo statale e i programmi di sviluppo, regolarmente non riescono a perseguire i programmi. Le acquisizioni della difesa sono diventate un focolaio della corruzione, e la procedura burocratica sembra essere più incentrata sulla corruzione derivanti dagli appalti che sulla programmazione dei sistemi d&#8217;arma. Ciò non è migliorato, nonostante le denunce dei capi del servizio; questo ha notevolmente indebolito la modernizzazione delle forze armate.</p>
<p>D&#8217;altro canto, la Cina ha sviluppato una ben articolata visione a lungo termine, per migliorare la sua capacità strategica ,in conformità con le sue ambizioni globali. Ha sviluppato la sua vasta scala di armi di ricerca, sviluppo e capacità produttiva. E&#8217; diventato un produttore di arma importante, che dà un colpo potente per diffondere positivamente la sua influenza.</p>
<p>La Cina ha adottato la politica nucleare del ‘<em>Non primo impiego’</em>, ben prima dell&#8217;India, nel 1964, con l&#8217;affermazione di non essere la prima a usare armi nucleari &#8220;<em>in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza</em>.&#8221; Anche se la Cina ha ribadito la sua politica nucleare, nel 2009, la credibilità della Cina nell’attuarla, resta bassa. Per esempio, ci sono state segnalazioni che la Cina ha studiato attacchi nucleari contro l&#8217;Unione Sovietica, nel caso di un attacco sovietico convenzionale. Possiede vettori nucleari navali, aerei, sottomarini e anche missilistici.</p>
<p>Il suo programma di modernizzazione militare è sulla buona strada, con uno sviluppo mirato a migliorare le capacità navali e missilistiche, mentre si trasforma l’enorme PLA in una forza moderna, con una migliore mobilità e potenza di fuoco.</p>
<p>La Cina, è segnalato, avrebbe il minor numero di testate nucleari, tra le cinque potenze nucleari. Sebbene il numero esatto dell’arsenale nucleare la Cina non sia noto, la cifra di circa 130 testate nucleari collocate in missili e aerei, indicati dal Bollettino degli Scienziati Atomici, è probabilmente corretto. Probabilmente altre 70 si trovano in deposito. La Cina ha sviluppato una serie di missili balistici intercontinentali, tra cui il missile intercontinentale DF-5, che ha una gittata di circa 15 mila chilometri, ed è in servizio dal 1980. Circa 80 testate sono dispiegati sui missili balistici DF-3, DF-4, DF-5 e DF-21. Tra questi, la Cina avrebbe 25 missili DF-5. Nell&#8217;ambito del programma di modernizzazione militare, la Cina ha migliorato la precisione e la capacità di carico dei missili. Ha il potenziale per sviluppare, in alcuni anni, anche missili a testata multipla.</p>
<p>Anche se la marina del PLA è classificata come la terza più grande del mondo, aveva soltanto una capacità difensiva legata alle sue regioni costiere, la sola capacità costiera. Tuttavia, come risultato degli sforzi della modernizzazione, ha ormai raggiunto la capacità delle acque d’altura. Ciò significa che ha una capacità offensiva limitata a circa un migliaio di miglia dalle proprie coste. Continua a soffrire di carenze dei sistemi di comando C4.</p>
<p>In linea con una maggiore priorità strategica della marina cinese, è in procinto di trasformarsi in una marina oceanica, anche se è ancora una lunga strada da percorrere. Ha sviluppato i sottomarini lanciamissili balistici <em>Type 094</em>, armati con gli SLBM JL 2, con una gittata di 8.000 chilometri, il che metterebbe l&#8217;emisfero occidentale all&#8217;interno del suo raggio d’azione. Ha sviluppato una grande base per sottomarini ad Hainan, causa di preoccupazione per gli Stati Uniti e l’India.</p>
<p>Dall&#8217;ultimo decennio, la presenza militare cinese nelle acque internazionali è in aumento. Ha svolto esercitazioni congiunte con più di una dozzina di paesi, tra cui India e Pakistan. Nella sua prima esperienza internazionale, una flottiglia ha attuato operazioni anti-pirateria nel Golfo di Aden. Probabilmente, nel corso del prossimo decennio, vedremo l’affermazione su grande scala della marina cinese nella regione dell&#8217;Oceano Indiano.</p>
<p>I Cinesi sono stati determinanti nel contribuire allo sviluppo delle capacità missilistiche e nucleari del Pakistan, e del mancato rispetto degli accordi internazionali. I due paesi hanno stretto legami strategici. Ciò potrebbe determinare l&#8217;ulteriore crescita della capacità nucleare di Pakistan, in futuro. I cinesi che, recentemente, hanno annunciato di consegnare due centrali nucleari al Pakistan, apparentemente nell&#8217;ambito di un contratto del 1991, ne è un esempio calzante. Anche se l&#8217;amministrazione Bush si erano opposta, in precedenza, gli Stati Uniti sembrano, oggi, aver scelto di ignorarla, a causa delle opportunità politiche dettate dalla sua posizione in Af-Pak. Così, la Cina gode di enorme vantaggio, con la sua presenza nel vicino Pakistan.<br />
<strong>Conclusione </strong></p>
<p>La Cina gode di un grande vantaggio sull’India, in tre aspetti essenziali della capacità nucleare: le armi processo decisionale i sistemi, e opzioni di consegna. Tuttavia, la capacità cinese si basa soprattutto sui suoi sistemi ICBM operativi, di terra e di mare. La sua capacità di altura, è aumentata con lo sviluppo dei sottomarini balistici 094, armati di SLBM. Questo potrebbe superare i suoi limiti nelle operazioni oceaniche. Così, la capacità nucleare della Cina è coordinata con le sue ambizioni globali.</p>
<p>Comparativamente, la capacità nucleare dell’India è circoscritta dai limiti delle sue ambizioni regionali. Questa situazione è improbabile che cambi, a meno che l&#8217;India migliori la sua capacità di gestire le sfide alla sicurezza strategica. Per dare forma ad essa, più armi nucleari e missili sono essenziali. In particolare, sviluppare una forte capacità anti-missile. L&#8217;India ha una lunga strada da percorrere, in questo modo. La forza dell’India dipenderà la costruzione di un rapporto ‘<em>win-win’</em> con la Cina; allo stesso tempo, l&#8217;India deve sviluppare più strette relazioni strategiche con gli USA, senza sacrificare i propri interessi regionali. Le relazioni indo-russe, un po&#8217; stagnanti al momento, hanno anche bisogno di essere nutrite. Più di tutto questo, è necessario accelerare l&#8217;ammodernamento delle forze armate. Nei prossimi anni, la regione dell’Oceano Indiano rischia di diventare la scena dell’affermazione di potenza. Ciò comporterebbe la necessità di rendere la marina indiana una potente entità, in modo che l&#8217;India non perda il suo vantaggio strategico nella regione. </font></p>
<p>Il Col. R Hariharan, un ex ufficiale dell&#8217;intelligence militare, è associato al <em>South Asia Analysis Group</em>, e al <em>Chennai Centre for China Studies</em>. E-mail:colhari@yahoo.com Website: <a href="http://www.colhariharan.org/">www.colhariharan.org</a></p>
<p><em>Traduzione di Alessandro Lattanzio</em></p>
<p><a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a><br />
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		<title>Caos all’uscita dal tunnel afghano</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 14:12:25 +0000</pubDate>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.eurasia-rivista.org/?p=5194</guid>
		<description><![CDATA[Ecco quali sono in sintesi i problemi e le possibili vie d’uscita dal tunnel afghano, che presenta una flebile luce alla fine. Ci sono anche altri tunnel, come quello in Iraq in cui gli Stati Uniti sono entrati nel 2003, e il problema fondamentale della Palestina,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5194/5194" title="Caos all’uscita dal tunnel afghano"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/afghanistan2.5caqtx3x4q88okoog4oosscow.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="47" alt="Caos all’uscita dal tunnel afghano" ></div></a><p>“<em>La storia è governata da un inesorabile determinismo in cui la libera scelta dei principali personaggi storici ha un ruolo marginale</em>”,  Leone Tolstoj</p>
<p>“<em>Gli americani hanno gli orologi, ma noi abbiamo il tempo</em>”,  un membro di una tribù afghana</p>
<p>“<em>I recenti avvenimenti riguardanti l’Afghanistan non dovrebbero generare confusione. La coalizione formata da Stati Uniti e Nato ha perso una guerra che i suoi </em><em>leader</em> politici non hanno mai voluto, e non hanno mai saputo come, vincere”,  Michael Scheuer, ex capo dell’unità Cia a caccia di Bin Laden.</p>
<p><font size="3">Per preparare gli americani, in special modo coloro che rifiutano di accettare il declino dell’egemonia statunitense, nel suo saggio pubblicato su nationalinterest.com il professor Paul Kennedy – che nel 1987 scrisse un’opera pionieristica intitolata <em>The Rise and Fall of the Great Powers</em> – cerca di preparare i credenti nella validità eterna del “destino manifesto” degli Usa al ridimensionamento della potenza e dell’influenza di Washington.</p>
<p>Dopo una lucida esposizione della storia europea degli ultimi cinque anni, il prof. Kennedy biasima gli imperialisti, i neo-con e i “sio-con” statunitensi, in particolare per l’uso inappropriato della parola <em>appeasement</em> nella sua accezione più comune: resa. Secondo il prof. Kennedy, per il primo ministro Neville Chamberlain a Monaco si trattò di una mossa strategica, e non di una resa.</p>
<p>Nel suo libro, il prof. Kennedy mise in evidenza lo stretto legame esistente tra economia, potere e strategia politica negli ultimi cinque secoli, forse per la prima volta in un’opera storica. Il libro prevedeva che gli Stati Uniti si sarebbero esposti troppo e che avrebbero potuto subire un declino; tutto questo si è avverato, sebbene all’epoca una tale blasfemia sia stata oggetto di scherno da parte di molti, soprattutto perché l’Unione Sovietica stava già smembrandosi e il Giappone non era riuscito ad acquisire un vero potere.</p>
<p>Il libro, tradotto in 23 lingue, venne accolto molto positivamente dagli altri storici, come A.J.P. Taylor, sir Michael Howard e altri. L’autore di questo articolo, che all’epoca (1987-89) partecipava all’istituzione della Scuola diplomatica per i funzionari del Ministero degli Esteri indiano, raccomandò il libro come lettura obbligatoria, tra l’altro, per tutti coloro che si apprestavano a intraprendere la carriera diplomatica.</p>
<p>Per la prima volta, nel  libro si stimava che la percentuale di partecipazione dell’Hindustan (il subcontinente) e della Cina all’economia mondiale ammontava rispettivamente al 24,5% e al 32,8% nel 1750, anno in cui le compagnie commerciali e d’invasione occidentali giunsero in Asia; dopo che queste ultime ebbero colonizzato e razziato il continente, nel 1900 le percentuali scesero all’1,7% e 6,2% rispettivamente, mentre quella dell’Europa, in particolare quella britannica che passò dall’1,9% al 18,5%, aumentò fino al 62%. L’Asia assicurò le materie prime e i mercati protetti che favorirono l’industrializzazione dell’Europa, mentre la ricchezza estorta alle colonie servì a espandere e a mantenere l’Impero britannico, su cui il sole non tramontava mai. Non dovrebbe quindi sorprendere che la percentuale di partecipazione di Cina e Hindustan all’economia mondiale stia di nuovo aumentando.</p>
<p>Prima di considerare ciò che il prof. Kennedy afferma a proposito di Afghanistan e Pakistan nel suo saggio, si presenteranno alcuni dati storici, geografici e psicologici riguardanti l’Asia meridionale e le regioni immediatamente confinanti.</p>
<p><strong>La configurazione geopolitica di India e Pakistan</strong></p>
<p>Per quanto riguarda la configurazione geopolitica dell’Hindustan o Asia meridionale, coloro che oggi prevalgono in Pakistan – ossia i musulmani dal Punjab a Lahore e Islamabad – nel corso della storia hanno provato invidia per coloro che governavano l’Hindustan e che avevano stabilito la propria capitale sulla Yamuna a Delhi o Agra, disponendo di vasti territori a cui imporre tasse, anche senza il Deccan. Essi invitarono i Moghul a invadere l’Hindustan quando gli afghani erano al potere a Delhi. Poi invitarono i Pathan e gli iraniani quando i Moghul detenevano il potere a Delhi. La religione di chi era al potere a Delhi era irrilevante. Per difendersi, l’Hindustan avrebbe dovuto controllare Kabul, se non anche Kandahar, come successe all’epoca dei primi Moghul. Una volta che Kabul e Kandahar andarono perdute, l’Hindustan divenne preda degli invasori. E le genti del Punjab parteciparono alle razzie, depredando gli invasori se questi non avevano successo.</p>
<p>Oggi è in atto lo stesso paradigma strategico. Le potenze straniere – prima la Gran Bretagna, poi gli Usa e la Cina – sono dietro alle violente contese che hanno visto il Pakistan opporsi all’India, prima nel 1947, poi nel 1965 e infine con la guerra di Kargil, per citare alcuni episodi. In questo processo, il Pakistan è stato afflitto dalla diffusione dell’oppio (nella cui coltivazione e vendita di contrabbando le élite pakistane, specialmente individui provenienti dall’esercito e dall’ISI, sono coinvolte sia per finanziare le proprie attività sia per incrementare la ricchezza personale) e dei kalashnikov e continua a invidiare il progresso economico dell’India.</p>
<p><strong>La debolezza dell’India</strong></p>
<p>Grandi pensatori nel campo della metafisica e delle questioni spirituali, con una visione del mondo interiore simile a una rana in un pozzo, nel corso della storia gli indiani hanno mostrato raramente di possedere l’intelligenza tattica e la mancanza di scrupoli necessaria ad adottare decisioni strategiche. C’è qualcosa che non va nel clima sicofantico di Delhi e dell’Hindustan, a prescindere dal fatto che i leader siano induisti o musulmani. Tra i pochi regnanti dotati di una mentalità e di capacità strategiche ci furono i Maurya, che avevano la loro capitale a Pataliputra e dislocarono il principe ereditario a Ujjain per respingere l’invasione dall’Hindukush e scontrarsi con l’invasore nel percorso prescelto: il Sind-Gujarat  o Punjab e le montagne ai piedi dell’Himalaya. Allo stesso modo i primi Moghul; dopo aver costruito la sua lussuosa capitale a Fatepur Sikri, Akbar passò circa dieci anni nei pressi di Lahore per contrastare l’arrivo dei mongoli e di altri popoli radunatisi nella regione dell’Hindukush. In epoca moderna, c’è stata Indira Gandhi che, invece di rastrellare in tutto il mondo (come sta invece facendo l’attuale leadership in seguito allo stupro della capitale economica e culturale dell’India  avvenuto il 26 novembre 2008) per evitare l’afflusso di rifugiati provenienti dal Pakistan orientale, sfruttò la situazione e divise in due il Pakistan. Ci sono stati ancora pochi altri, come il maharaja Sikh Ranjit Singh e Tippu Sultan, ma le tele che tessero furono di gran lunga meno ampie.</p>
<p>Come è stato ricordato scherzando, salvo il mitico re Poro che oppose una forte resistenza all’avanzata di Alessandro Magno, la regione tra Peshawar e Panipat è sempre rimasta <em>porosa </em>per gli invasori provenienti da nord-ovest. Sopravvivere a tutte le avversità è la qualità delle genti della regione, che sono dinamiche, lavorano sodo e tra loro ci sono delle buone guide, che tuttavia non sono abbastanza perspicaci da assumere il controllo supremo. Solo raramente hanno dato vita a grandi regni, come evidenziò Rajiv Gandhi durante l’insurrezione del Punjab indiano supportata dal Pakistan, e l’unico Stato di una certa importanza in quella regione venne creato dal maharaja Sikh Ranjit Singh a Lahore.</p>
<p>Durante l’epoca coloniale e dopo la partizione dell’India, gli inglesi, seguendo il principio imperialista del divide et impera, hanno sfruttato la rivalità tra induisti e musulmani. La bugia che hanno lasciato durevolmente in eredità consiste nell’aver inculcato ai pakistani l’idea che essi sono più coraggiosi degli indiani e degli induisti. Naturalmente alcuni pakistani ci hanno ricamato sopra, rintracciando le origini del proprio popolo in Asia centrale, in Afghanistan, in Iran e nelle terre arabe. Quando si schierarono con gli inglesi all’epoca in cui gli abitanti dell’Hindustan insorsero contro la Compagnia delle Indie Orientali nel 1957, i pakistani vennero classificati come una razza marziale e destinati a carne da macello per l’impero a causa del loro tradimento. Il giornalista e storico S. Khuswant Singh ha ricordato che il Punjab venne conquistato dagli inglesi con truppe indiane provenienti dal Bengala, dal Bihar e dall’Orissa. Gran parte dei pakistani e dei musulmani in India erano in origine individui provenienti dall’Hindustan e dal Deccan che si sono poi convertiti.</p>
<p>Un altro esempio. Nell’odierna Repubblica turca, coloro che giunsero dall’Asia centrale – ossia i turcomanni e altre tribù altaiche – e che diedero vita all’impero selgiuchida e ottomano costituiscono il 12-15% del totale. Ironia della sorte, gran parte di essi sono aleviti e seguono una forma sciita dell’Islam, che trae origine dalla loro visione cattolica centroasiatica che rispetta e accoglie spunti da tutti i credo, a partire da Tengri (il dio turcomanno che simboleggia il cielo) agli sciamani, fino al buddhismo, il cristianesimo, evolvendo infine in una versione sufita umanistica dell’Islam. Gli aleviti non sono trattati molto meglio degli ahmadi, dei qadiani e persino dei mohajir (emigrati dall’attuale India) in Pakistan. Di tanto in tanto, devono far fronte a pogrom da parte dei turchi sunniti. I cittadini turchi discendono in gran parte dagli abitanti originari dell’Asia minore, che parlavano greco quando vennero conquistati, e dai migranti delle province ottomane dell’Europa orientale. Il paese venne islamizzato e turchizzato dopo la disfatta dell’esercito bizantino a opera dei turchi selgiuchidi sul lago Van nell’XI secolo e la conquista nel 1453 di Costantinopoli, l’odierna Istanbul.</p>
<p>Ma non sono in molti a conoscere l’influenza e il contributo del Buddhismo all’Islam sufita, sebbene il contributo dei santi sufiti dal Khorasan e dall’Asia centrale sia riconosciuta. L’Islam si diffuse nel subcontinente in gran parte per opera dei santi sufiti.</p>
<p>Le comunità altaiche nell’Asia centrale costituiscono una piccola parte della popolazione dell’Asia meridionale, della Turchia e via dicendo. Dunque la leggenda secondo cui queste facevano parte del gruppo di invasori è evidentemente falsa. In ogni caso i mongoli e le loro orde, le tribù altaiche e altre che devastarono e dominarono l’Asia e l’Europa orientale per oltre un secolo sono stati dominati col pugno di ferro dai russi, da cui si affrancarono in seguito al crollo dell’Urss. L’epoca del predominio basato sulla bruta forza fisica è finita già da tempo, altrimenti i neri negli Stati Uniti e gli africani tra gli altri, che dominano in campo sportivo, controllerebbero il mondo.</p>
<p><strong>Il petrolio mediorientale e la partizione del Pakistan</strong></p>
<p>Si consideri ora la <em>raison d’être</em> per cui venne creato il Pakistan. Già prima della Seconda guerra mondiale era divenuto chiaro che il petrolio rivestiva un’importanza capitale per affrontare le guerre e sostenere l’economia. Negli anni quaranta gli inglesi, che dominavano il Medio Oriente e amministravano ancora l’India, consapevoli dell’importanza del petrolio e dell’importanza strategica del Medio Oriente quale ancora di salvezza per l’India, strinsero alleanze militari con la maggior parte dei paesi mediorientali, incluso l’Iran, per proteggere i propri pozzi di petrolio dall’Unione Sovietica.</p>
<p>Gli inglesi, quindi, crearono un Pakistan debole e dipendente che fungesse da baluardo contro qualsiasi mira dell’Unione Sovietica sul Golfo e l’Asia meridionale. Lo Stato voluto dagli inglesi aveva il destino segnato sin dall’inizio. Nel 1972, quando l’autore di questo articolo venne assegnato ad Ankara, i turchi non si stupirono della divisione del Pakistan.</p>
<p>Nel suo libro ben documentato <em>The Shadow of the Great Game: The Untold Story of India’s Partition</em> e basato su documenti inglesi, un ex diplomatico indiano, Narendra Singh Sarila, rivela che dopo la Seconda guerra mondiale, avendo ormai compreso che Londra avrebbe dovuto liberare l’India dal suo giogo, la classe dirigente inglese di ogni orientamento politico, conservatore e laburista allo stesso modo, tramò, raccontò una serie di bugie e infine divise il subcontinente indiano creando lo stato del Pakistan. Questo perché a causa della dottrina della non violenza e della pace propugnata da Gandhi, nonché l’idealismo non strategico e la visione di Jawaharlal Nehru per la creazione di un rapporto di amicizia e solidarietà tra i popoli colonizzati e sfruttati nel mondo intero, Nuova Dehli non avrebbe mai firmato i patti militari occidentali per proteggere i giacimenti di petrolio mediorientali dall’Unione Sovietica.</p>
<p>L’obiettivo finale degli inglesi era quello di mantenere il controllo su almeno una parte dell’India nordoccidentale, per scopi difensivi e offensivi nei confronti dell’Urss in caso di future concessioni nel subcontinente. E gli inglesi sapevano che questo obiettivo sarebbe stato raggiunto più facilmente se un Pakistan zelante e obbediente avesse stretto con loro un rapporto clientelare. L’unico modo per ottenere tutto questo era quello di usare Jinnah per staccare una parte dell’India, che confina con Iran, Afghanistan e lo Xinjiang e crearvi un nuovo Stato. Sarila documenta nei dettagli il fatto che, al termine della Seconda guerra mondiale, il nuovo governo laburista di Clement Attlee e Wavell decisero di dividere l’India e usarono Jinnah e i movimenti politici islamici per proteggere i propri interessi strategici.</p>
<p>In un telegramma segreto datato 6 febbraio 1946 e indirizzato al Segretario di Stato a Londra, Lord Wavell spiegava a grandi linee come avrebbe dovuto essere divisa l’India. Il  3 giugno 1947 il ministro degli esteri inglese Ernest Bevin, in un discorso tenuto all’assemblea annuale del partito laburista, rivelò che la divisione dell’India “avrebbe contribuito a consolidare la posizione della Gran Bretagna nel Medio Oriente”.</p>
<p>Sarila illustra inoltre le origini dell’attuale problema in Kashmir e come la questione venne gestita alle Nazioni Unite in modo da favorire l’alleato pakistano. Il fatto che l’India non avrebbe dovuto avere un accesso diretto via terra in Asia centrale, nemmeno attraverso l’Afghanistan, e che questo causò la perfida politica dell’Occidente riguardo alla questione del Kashmir è stato affermato chiaramente anche nel libro <em>War and Diplomacy in Kashmir</em>, 1947-48, di un altro diplomatico indiano, C. Das Gupta.</p>
<p><strong>L’asse militare Usa-Pakistan</strong></p>
<p>A differenza di quanto accadde in India, all’inizio in Pakistan non esistevano organizzazioni politiche popolari forti, mentre i funzionari civili dell’epoca britannica rafforzarono il controllo dell’apparato burocratico sull’entità politica e sulle decisioni da prendere e ben presto invocarono un aiuto militare. Poco dopo il generale Ayub Khan, incoraggiato dai militari americani, cercò di stringere rapporti di cooperazioni più stretti con il Pentagono. E nel 1958 i militari si impadronirono del paese, mentre Ayub Khan, un semplice colonnello all’epoca della divisione, si promosse ben presto al rango di feldmaresciallo. Egli cacciò via gli ufficiali che non volevano sottostare al piano anglosassone che prevedeva di sfruttare la posizione strategica del Pakistan nell’ambito delle mutevoli contese della Guerra fredda contro il blocco comunista.</p>
<p>Il generale Zia ul-Haq fu un abile macchinatore, un vero mullah in uniforme. Mentre seduceva i mezzi di comunicazione dell’India del Nord (che un altro generale, Parvez Musharraf, trattò con atteggiamento sprezzante ad Agra nel 2001) con generosi encomi e kebab, il generale pianificò l’operazione Topaz, che nel 1989 alimentò l’insurrezione in Kashmir. L’islamizzazione del paese a cui diede impulso rese la situazione per le donne e per le minoranze insostenibile. In seguito alla sentenza di esecuzione di Zulfiqar Ali Bhutto nel 1977, il generale Zia divenne un paria; ma nel 1979, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, divenne nuovamente caro agli Stati Uniti, i quali ripristinarono e rafforzarono notevolmente i legami militari del Pakistan con il Pentagono.</p>
<p>Questo fece sì che il controllo sul Pakistan da parte dei militari e dell’ISI diventasse pervasivo, onnipotente, onnisciente e minaccioso per il paese stesso. Questa alleanza difensiva, le cui radici risalgono all’epoca di Ayub Khan, e la relazione simbiotica tra l’ISI e la CIA, rafforzata dal generale Zia, non sono mai venute meno e le probabilità che questo accada sono poche. Washington preferisce avere a che fare con i militari e con altri dittatori, che sono più facilmente gestibili.</p>
<p>Come all’epoca dell’entrata delle truppe sovietiche in Afghanistan nel 1979, causata dalle provocazioni degli Usa e dal sostegno ai jihadisti afghani (come arrogantemente ammesso da Zbigniew Brzezinski, consigliere della sicurezza nazionale di Carter, al settimanale francese<em> Le Nouvel Observateur</em>), l’11 settembre ha nuovamente posto la necessità che il Pakistan si conformasse nuovamente agli obiettivi degli Stati Uniti (Washington minacciò persino di radere al suolo il Pakistan con le bombe se non avesse obbedito). Washington aveva bisogno del Pakistan per proteggersi dalla cosiddetta ritorsione della sua precedente politica in Afghanistan con cui aveva creato i Mujaheddin, Al Qaeda e i Taliban. Gli Usa desideravano ardentemente impedire che il materiale nucleare o la bombe atomiche pakistane finissero nelle mani dei jihadisti. Secondo alcuni documenti, in questo caso si verificherebbe l’intervento delle forze speciali statunitensi, mentre secondo un altro documento le armi nucleari più importanti sarebbero state nascoste vicino al confine con la Cina, in modo da poter essere facilmente portate via. In ogni caso, la prospettiva è pericolosa, specialmente per i vicini del Pakistan, che ricatta regolarmente l’India, con grande sollievo per l’Occidente, che non esprime mai alcuna condanna. E pensare che l’Occidente si coalizza contro Tehran che arricchisce l’uranio per generare energia!</p>
<p><strong>La creazione di vivai di terroristi in Afghanistan e Pakistan</strong></p>
<p>Dal 1979 fino all’abbandono delle truppe sovietiche nel 1989, gli Usa, la Gran Bretagna, altri paesi occidentali, l’Arabia Saudita, altri paesi del Golfo o musulmani e persino la Cina (che ha venduto fucili d’assalto AKM e lanciarazzi RPG Type 69, mentre gli Stati Uniti hanno fornito addirittura sistemi missilistici antiaerei) hanno sfruttato i jihadisti come arma contro le forze russe in Afghanistan. Washington e Riyadh sono stati i principali finanziatori, per un totale di circa 10 miliardi di dollari per la guerra in Afghanistan (gli Stati Uniti hanno contribuito con 600 milioni di dollari l’anno di aiuti, una cifra analoga proveniva dagli Stati del Golfo). La CIA e i suoi alleati, l’ISI, l’MI6 britannico e altri hanno reclutato, equipaggiato e addestrato quasi 40 000 mujaheddin fanatici provenienti da 40 paesi musulmani tra cui il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Algeria e lo stesso Afghanistan. Il governo militare di Zia ha fondato circa 2500 scuole religiose, finanziate dall’Arabia Saudita e appoggiate dagli Stati Uniti. Circa 225 000 bambini iscritti in queste scuole sono stati addestrati a combattere come guerriglieri in Afghanistan e altrove. Non è stato speso neanche un centesimo a sostegno della popolazione o dell’economia aghane.</p>
<p>Tra coloro che risposero all’appello per la Jihad figura il miliardario saudita Osama bin Laden con le sue coorti. Sebbene nella sua violenta campagna contro gli interessi degli Stati Uniti bin Laden avesse attaccato alcune ambasciate americane nell’Africa orientale e gli Stati Uniti abbiano reagito attaccando i suoi campi di addestramento con missili, fu solo con l’attacco al World Trade Center di New York dell’11 settembre 2001 che gli Stati Uniti si resero conto della possibile minaccia posta dal terrorismo nucleare, con legami tra Al Qaeda, i Taliban e altri facenti capo al potente ISI nel Pakistan dotato di armi nucleari (naturalmente, molte persone, anche negli Stati Uniti, credono che l’11 settembre sia stata una montatura per fornire agli Stati Uniti un pretesto per attuare le sue invasioni illegali).</p>
<p>Dopo aver imposto il ritiro delle forze sovietiche dall’Afghanistan nel 1989, cui seguì lo sgretolamento e il crollo dell’Urss, l’Occidente dimenticò a lungo il mostro che aveva creato. Ma era ovvio che i vivai di terroristi lasciati a sud del ventre molle della Russia e proprio al di là del confine con la turbolenta provincia musulmana dello Xinxiang nella Repubblica cinese e con lo Jammu e Kashmir in India avrebbero prima o poi agito in maniera negativa in questi paesi. I mujaheddin mercenari, infatti, si animarono di vita propria. A centinaia fecero ritorno nei paesi d’origine, in Algeria, Cecenia, Kosovo e Kashmir per organizzare attentati terroristici in nome di Allah contro i seguaci della “corruzione” laica. Di fatto, Lashkar-e-Toiba, l’implacabile organizzazione nemica dell’India, nacque mentre l’Occidente e i paesi musulmani stavano intraprendendo la loro guerra contro l’Urss in Afghanistan. Per gli Stati Uniti si tratta solo di un danno collaterale per l’India. Un vero peccato!</p>
<p>Negli anni ottanta, la jihad sviluppò anche un cancro autoctono in Pakistan, che adesso minaccia seriamente di distruggere lo stesso Pakistan. Finita la Jihad contro le truppe sovietiche  in seguito al ritiro dei russi, nel 1990 l’ISI assegnò ai jihadisti un nuovo compito: seminare il terrore in Jammu e Kashmir. Guidati da veterani afghani, i combattenti vennero addestrati, equipaggiati e finanziati in segreto dall’ISI per combattere contro i soldati indiani in Kashmir. Migliaia vennero trasportati dagli Usa nei Balcani per combattere contro i serbi, dando loro un’esposizione internazionale. I migliori vennero poi inviati in Afghanistan per aiutare i Taliban contro le truppe della Nato e degli Stati Uniti che sostenevano a Kabul il governo di Hamid Karzai, imposto da Washington in Afghanistan nel 2002.</p>
<p><strong>Il ruolo dei guerrieri islamici nella Storia</strong></p>
<p>Le tensioni tra chi detiene il potere, il clero e i combattenti religiosi, ossia i Mir e i Pir, non si sono ancora allentate nel mondo islamico. Sembra andare a marcia indietro anche la moderna Turchia, l’unica nazione musulmana laica, dove il partito religioso dell’AK al potere è in ascesa, grazie ai miliardi investiti dai sauditi in Turchia e ai regali diretti al partito. I finanziamenti sauditi alle madrasah e alle moschee sono il principale ostacolo alla modernizzazione dell’istruzione e allo sviluppo della società islamica. La situazione rimarrà invariata finché la dinastia saudita protetta da Washington non sarà rovesciata.</p>
<p><strong>Ascesa e declino dei giannizzeri nell’Impero ottomano. Un paragone con il potere dei Taliban</strong></p>
<p>Poiché l’Iran divenne una barriera per il reclutamento dei turchi non musulmani dall’Asia centrale, una pratica che gli arabi avevano adottato, i sultani ottomani – successori dei turchi Selgiuchidi in Anatolia, come era chiamata allora la Turchia – conquistarono infine l’Impero bizantino e fecero di Costantinopoli, la capitale imperiale, la loro Istanbul. Poi cominciarono a reclutare ragazzi cristiani provenienti in gran parte dai Balcani ma anche dall’Anatolia per le loro famose truppe d’assalto, i giannizzeri, e per le posizioni più importanti dell’apparato amministrativo, con un sistema chiamato “Devshirme”.</p>
<p>Inizialmente basato sul reclutamento coatto, il sistema si trasformò progressivamente in un corpo – privilegiato e influente &#8211; di guerrieri che prevedeva la conversione dei ragazzi cristiani all’Islam, i quali imparavano le arti marziali turche. A differenza dei coscritti feudali, i giannizzeri giuravano fedeltà esclusivamente al sultano. Un rigido addestramento e un codice morale severo li rese qualcosa di più che un’impressionante forza militare, ossia un’entità politica dal potere talmente sconfinato (predecessori dell’ISI e dei Taliban loro protetti?) da contribuire involontariamente alla caduta dello stesso Impero. I giannizzeri furono un fattore importante nell’espansione militare dell’Impero ottomano, a partire dalla presa di Costantinopoli nel 1453 fino alle battaglie contro l’Impero austro-ungarico (il Pakistan in mano a individui del Punjab spera di estendere il predominio sull’Afghanistan e oltre; molti amministratori pakistani come il generale Zia sognavano di creare dei califfati).</p>
<p>Man mano che il potere ottomano aumentava, una serie di rivolte dei giannizzeri procurò loro molto potere. La prima rivolta dei giannizzeri nel 1449 servì da modello per molte altre rivolte successive, ognuna delle quali procurava più potere e denaro. I giannizzeri raggiunsero un livello d’influenza talmente elevato che alla fine del XVII secolo la burocrazia ottomana era di fatto ostaggio dei loro capricci e desideri. Un ammutinamento generò un cambiamento nell’atteggiamento seguito dai politici. I giannizzeri finirono con l’organizzare colpi di stato volti a rovesciare addirittura i sultani che non accontentavano le loro richieste. I giannizzeri posero davanti a qualsiasi altra cosa il loro interesse personale e ostacolarono la modernizzazione dell’esercito (i militanti pakistani/jihadisti legati ad Al Qaeda hanno tentato di assassinare il presidente Musharraf e hanno attaccato molti importanti santuari inclusi quelli dei Santi sufiti a Lahore e persino posti di polizia e dell’esercito).</p>
<p>Nel 1807, i giannizzeri insorsero contro il sultano Selim III e lo sostituirono con Mahmud II, il quale decise infine di decimare i giannizzeri per preservare l’impero. Nell’estate del 1826, quando i giannizzeri organizzarono un’altra rivolta, il resto dell’esercito e il popolo si schierarono contro di loro. I giannizzeri, infine, dovettero affrontare la morte oppure l’abbandono  e l’esilio. I sopravvissuti furono messi al bando e le loro ricchezze sequestrate dallo Stato.</p>
<p>Come nel sultanato d’Iconio, negli anni ottanta i pakistani &#8211; guidati dal presidente religioso Zia-ul-haq- inviarono in Afghanistan jihadisti e militanti, ossia ghazi dei giorni nostri, che imposero l’abbandono dell’Afghanistan da parte dei sovietici. Infine il Comunismo, danneggiato dal nazionalismo slavo e dal cristianesimo ortodosso, crollò all’inizio degli anni novanta.</p>
<p><strong>Se il Pakistan riuscisse ad annientare i Taliban…</strong></p>
<p>Un insieme composto da vari miliziani, predoni, fanatici religiosi, nazionalisti e capoclan etichettati come Al Qaeda, Taliban, Taliban pakistani a via dicendo sono in qualche modo simili ai giannizzeri dell’Impero ottomano, la forza militare più efficiente che nel passato terrorizzò i cristiani europei. Ma ben presto, invece di spargere il terrore tra i nemici degli ottomani, essi minacciarono i sultani e alla fine i giannizzeri dovettero essere annientati. Riuscirà il Pakistan a fare la stessa cosa, ossia a distruggere i Taliban pakistani? È una bella domanda. Forse il generale Musharraf avrebbe potuto farlo dopo l’11 settembre. Adesso invece bisognerebbe pagare un prezzo molto alto.</p>
<p><strong>L’ennesimo asse Usa (Israele, Gran Bretagna) – dinastia saudita/wahabita – esercito pakistano/ISI</strong></p>
<p>Al termine della Seconda guerra mondiale, Washington – che aveva procrastinato l’entrata in guerra in modo che la Gran Bretagna subisse perdite e si indebolisse – si autoproclamò ufficialmente capo delle nazioni cristiane occidentali. Già al termine del primo conflitto mondiale il centro del potere economico aveva cominciato a spostarsi dalla City di Londra verso Wall Street; ma Londra possiede ancora un grande potere di manipolazione e inganno.</p>
<p>A partire dagli anni cinquanta, l’Urss cominciò a interessarsi a molti Stati arabi guidati da leader laici e nazionalisti, come Abdul Gamal Nasser in Egitto. L’Occidente si servì della religione e di capi di Stato conservatori e dalle cariche ereditarie per contrastare le ondate di egualitarismo socialista che investirono il Medio Oriente, l’Asia e l’Africa. La lotta per ottenere l’influenza e il controllo su questi paesi da parte dell’Occidente e dell’Urss (con la Cina) ha visto molti capovolgimenti di fronte.</p>
<p>Un cambiamento fondamentale fu determinato dalla perdita dell’Iran nel 1979, quando lo Shah in Shah – il guardiano degli Stati Uniti in quella regione – venne rovesciato dalla rivoluzione sciita guidata da Khomeini, mettendo in pericolo gli alleati degli Stati Uniti, ossia l’Arabia Saudita e altri sceiccati e regni nella regione. Il mondo occidentale e i suoi impauriti alleati in quella regione, scioccati, incoraggiarono e fornirono aiuti economici e militari a Saddam Hussein, affinché spegnesse le fiamme che eruttavano dal vulcano della rivoluzione sciita con la fede nel martirio. Iran e Iraq persero oltre un milione di giovani. La guerra degli anni Ottanta tra Iran e Iraq servì solo a proteggere gli interessi dell’Occidente e dei suoi alleati in quell’area. L’Iraq continua a subire perdite e a soffrire.</p>
<p>Dal Medio Oriente, la leva della strategia occidentale per manipolare e controllare la regione e le sue risorse si è espansa nell’Asia meridionale grazie a un asse tra Washington, i religiosi wahabiti dell’oscurantista dinastia saudita e l’esercito pakistano-ISI. Dalla caduta dello Shia, Israele continua a essere l’attuale guardiano di Washington in Medio Oriente, cosa che ha reso Tel Aviv più esigente e irresponsabile nei suoi comportamenti. La sua importanza strategica non diminuirà, anche se gli Stati Uniti hanno perso in Ucraina nei confronti della Russia, hanno avuto un’attitudine esitante in Kirghizistan e l’alleato georgiano è stato duramente colpito due anni fa da Mosca, allo stesso modo degli invincibili carri armati e dei famigerati commando militari israeliani per mano dei guerriglieri Hezbollah nel Libano meridionale durante la guerra del 2006.</p>
<p>I vivai di terroristi di cui ci si era dimenticati si sono trasformati in Al Qaeda e nei Taliban, questi ultimi creati dal Pakistan con l’appoggio dei governanti arabi dei Paesi del Golfo e il consenso statunitense, dal momento che Washington voleva un Afghanistan “stabile” per gli oleodotti della sua multinazionale UNOCAL, che dovevano trasportare petrolio dall’Asia centrale a quella meridionale e oltre. Questo sogno non si è ancora realizzato.</p>
<p>In cambio della sua cooperazione, il presidente pakistano Zia-ul-Haq ricevette un adeguato compenso in denaro e aiuti militari che permisero a Islamabad di invadere il Kargil, in India. In abbondanza di armi, il Pakistan acquisì una cultura della violenza e aumentò la produzione di oppio in Afghanistan, rendendo inoltre milioni di suoi cittadini dipendenti dalla droga. Il generale Zia islamizzò il Pakistan e portò a termine il programma per la costruzione della bomba atomica con l’aiuto della Cina e con l’assenso e persino l’appoggio dell’Occidente.</p>
<p>Ma il capo di Al Qaeda Osam bin Laden, scelto per la Jihad in Afghanistan dai governanti sauditi, sognava di conquistare quegli Stati musulmani che si erano allontanati dall’ideologia salafita/wahabita e di convertire altri popoli all’Islam. Le vittime di questo disegno sono l’India e gli Stati dell’Europa centrale di recente indipendenza come il Tajikistan, il Kirgizistan e l’Uzbekistan e gli Stati arabi che hanno appoggiato la guerra e inviato volontari per combattere in Afghanistan.</p>
<p>I tragici eventi dell’11 settembre hanno mostrato chiaramente le contraddizioni di fondo dell’asse Usa-Arabia Saudita-Pakistan, dal momento che 14 dei 19 dirottatori erano di origine saudita ed erano guidati da un egiziano, mentre le ramificazioni dei Taliban e di Al Qaeda nell’esercito, nell’ISI e nella classe dirigente del Pakistan e viceversa erano profondissime.</p>
<p>Sebbene i dirottatori dell’11 settembre fossero sauditi, gli Stati Uniti – che avevano vinto in seguito alla caduta del muro di Berlino nel 1990 ed erano divenuti l’unica superpotenza mondiale – organizzarono invece un’invasione in Afghanistan, nell’ambito della cosiddetta “Guerra al Terrorismo”; in realtà l’obiettivo era quello di costruire basi militari per controllare la regione ed espandere la minaccia e il dominio di Washington in Asia centrale, ricca di petrolio e altre risorse.</p>
<p>Ma le tensioni all’interno dell’asse stretto tra crociati e jihadisti divennero intollerabili dopo che gli Stati Uniti invasero illegalmente l’Iraq nel marzo del 2003, provocando la rabbia e l’ostilità delle masse di musulmani in tutto il mondo nei confronti di Usa, Gran Bretagna e degli altri Stati occidentali, sullo sfondo della persistente occupazione ed espansione illegale in territorio palestinese da parte di Israele sin dal 1967 e dell’uccisione quotidiana di palestinesi trasmessa da canali come Al Jazeera.</p>
<p>Divenne ben presto chiaro che i motivi addotti per l’invasione dell’Iraq erano in realtà delle menzogne. Il vicesegretario alla difesa Usa Paul Wolfowitz confessò subito dopo l’invasione che il vero motivo era il petrolio iracheno e il controllo della regione. Prima dell’invasione, in effetti, Wolfowitz aveva detto al Congresso che la guerra si sarebbe ripagata da sola grazie al petrolio iracheno. Recentemente l’ex capo della Federal Reserve Alan Greenspan lo ha confermato. Si è scoperto che i piani per impadronirsi dell’Iraq a causa delle sue riserve petrolifere erano stati redatti già prima che George Bush giurasse come presidente, dopo che venne dichiarato eletto in base a una incresciosa decisione della Corte Suprema.</p>
<p>Le relazioni Usa-Arabia Saudita sono basate ancora sullo sfruttamento occidentale del petrolio arabo in cambio della protezione alla dinastia saudita, cosa che conferisce a quest’ultima – in qualità di regnante nel principale Stato musulmano sunnita, dal momento che protegge i luoghi santi della Mecca e Medina e che possiede ingenti riserve di petrolio -  un potere sconfinato. Poiché dentro il regno l’appoggio pubblico nei confronti di Al Qaeda sta aumentando, Riyadh potrebbe correre gravi rischi. Il suo potere  e il suo prestigio sono scemati a seguito del rafforzamento della posizione della potenza sciita rivale dell’Iran in Iraq e in tutta la regione, proprio il contrario di ciò che Washington si aspettava prima dell’invasione nel 2003. Il presidente George Bush non conosceva nemmeno la differenza tra l’Islam sciita e sunnita e Ahmet Chalebi, un iracheno molto furbo in esilio in seguito alla caduta della dinastia Hashemita nel 1958, era riuscito a far credere agli uomini del Pentagono che le truppe americane sarebbero state accolte dagli iracheni con il tappeto rosso. Nessuno si è mai preoccupato di leggersi la storia dell’Iraq o della regione.</p>
<p>L’invasione e l’occupazione statunitense dell’Iraq ha diviso il paese in almeno tre parti: sciiti, sunniti e curdi. Ad oggi, sembra molto difficile, se non impossibile, sanare le spaccature e ripristinare l’unità tra loro.</p>
<p>Adesso Washington vuole che il Pakistan annienti Al Qaeda, i Taliban pashtun e i jihadisti musulmani in Pakistan e Afghanistan, con cui l’Arabia Saudita, l’esercito pakistano, l’ISI e la classe dirigente hanno legami strettissimi sin dall’epoca della Jihad contro l’URSS (adesso Israele vuole che l’OLP annienti Hamas, allineato a Teheran, creato in origine dal Mossad per contrastare Al Fattah).</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno perso sul campo di battaglia la guerra in Iraq e la Nato è in forte affanno in Afghanistan. Alla fine dell’operazione “Iraqi freedom” – la madre di tutte le battaglie per il petrolio, le materie prime e uno spazio strategico nell’Asia occidentale, meridionale e centrale – i confini del Medio Oriente e del Pakistan verranno molto probabilmente ridisegnati, non dall’Occidente, ma dai movimenti, dalle milizie e dai popoli locali; per esempio in primo luogo dagli sciiti nell’Iraq meridionale e dai Pashtun lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan, i quali potrebbero cancellare ufficialmente la linea Durand. Ma l’Occidente ha investito troppe risorse in questa regione e la sua ricchezza dipende da essa. Sono poche le probabilità che si arrenda o si rassegni senza prima combattere duramente.</p>
<p><strong> I soggetti coinvolti in Afghanistan</strong></p>
<p>Il regno afghano venne considerato uno Stato cuscinetto dagli imperi britannico e russo alla fine del “Grande Gioco” in Asia centrale nel XIX secolo. La Gran Bretagna tentò più volte di conquistare il paese, invano. Alla fine del XX secolo, l’impero britannico e quello russo in Asia erano ormai crollati e dalle loro ceneri erano nati nuovi Stati. Quindi venne meno anche la raison d’être dello Stato cuscinetto. Dopo l’entrata delle truppe sovietiche in Afganistan nel 1979 provocata dagli Stati Uniti, il loro ritiro nel 1989, la lotta tra ciò che restava del regime di Nazibullah e i signori della guerra appoggiati dal Pakistan, infine gran parte del territorio afghano passò sotto il controllo dei Taliban – sostenuti dall’esercito pakistano e dall’ISI e aiutati economicamente dagli Stati del Golfo – che istituirono un regime rudimentale e medievale guidato dal mullah Omar. Intanto i tajiki, gli hazara, gli uzbeki e altri gruppi a maggioranza non sunnita combattevano contro le forze di occupazione russe guidate dai loro signori della guerra e membri della resistenza, come il mitico Masood, che venne misteriosamente ucciso proprio alla vigilia dell’11 settembre. Masood aveva guidato l’Alleanza del nord costituita da tajiki, hazara, uzbeki e altri che si opponevano al regime dei Taliban. L’Alleanza era appoggiata da Iran, Turchia, India, Uzbekistan, Tajikistan e altri paesi.</p>
<p>Il bombardamento e l’invasione dell’Afghanistan nel dicembre del 2001 non furono mai autorizzati delle Nazioni Unite e si basarono sul diritto degli Stati Uniti, e quindi della Nato, di difendere il territorio statunitense dopo gli attacchi dell’11 settembre. Malgrado gli Stati Uniti sognassero di entrare a Kabul come liberatori, a farlo furono le truppe dell’Alleanza del nord di Masood. Da quel momento in poi, fatta eccezione per gli attacchi aerei inclusi quelli fatti da aerei teleguidati che hanno ucciso moltissimi civili inclusi donne e bambini, le forze dell’ISAF e della Nato non hanno ottenuto risultati significativi sul campo di battaglia. L’aumento del numero dei morti fra le truppe straniere e la riluttanza di molti membri della Nato a proseguire ha intaccato profondamente la coesione all’interno delle truppe di occupazione occidentali. Il numero di soldati occidentali uccisi a giugno ha toccato un picco, ma l’Occidente – in conformità alla sua attitudine razziale – non conta il numero di morti tra le truppe nemiche e i civili (né in Afghanistan né in Iraq), secondo quanto ha affermato il generale Colin Powell. Il territorio afghano è sotto il controllo di diversi gruppi armati, sia stranieri che locali, mentre il presidente imposto da Washington, Hamid Karzai, che usa come guardie del corpo mercenari statunitensi, controlla a stento la città di Kabul. Fatta eccezione per Karzai, di etnia pashtun, gran parte della classe dirigente è composta dai leader delle varie etnie dell’Alleanza del nord, mentre la famiglia Karzai batte il ferro (fa cassa) finché è caldo. Recentemente i mezzi di comunicazione statunitensi hanno documentato come miliardi di dollari destinati a progetti militari e di sviluppo hanno preso il volo dall’Afghanistan (di tanto in tanto sono stati documentati simili sottrazioni di denaro anche dall’Iraq). I governi e i mezzi di comunicazione occidentali organizzano campagne di donazioni, per la Serbia o l’Iraq o l’Afghanistan, e le somme che vengono promesse (poi donate in quantità molto minore) vengono spese per affidare consulenze a esperti stranieri (in gran parte occidentali) oppure direttamente rubate e disinvoltamente trafugate per via aerea.</p>
<p>Il numero di soggetti coinvolti in Afghanistan è alto: il popolo afghano , per il 40% di etnia pashtun e per la parte restante composto da tajiki, hazara, uzbeki e altri che hanno origini etniche in Iran, Uzbekistan, Tajikistan, Turkmenistan, Kirgizistan – che forniscono aiuto e anche manodopera – nonché paesi confinanti come la Cina con lo Xinjang e l’ex dominatrice dell’Asia centrale, ossia Mosca. Anche l’India ha interessi di lunga data e ha investito miliardi di dollari in progetti di sviluppo per avere un’influenza e relazioni amichevoli con l’Afghanistan, come accadeva quando il Pakistan era ancora parte dell’Hindustan unito.</p>
<p>Gli interessi del Pakistan sono chiari sin dall’occupazione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 e il coinvolgimento negli affari di quest’ultimo. La dinastia saudita è tra i principali finanziatori della Jihad degli anni ottanta contro l’Urss e in ogni caso, dato che le sue casseforti traboccano di petrodollari, non avrebbe fatto un affare ad acquistare le armi americane e britanniche che, secondo molti, i sauditi non useranno, come i kuwaitiani nel 1990. Ma Riyadh segue la sua ideologia wahabita e possiede il denaro necessario per finanziare non solo le madrasah e le moschee, ma anche per armare il Pakistan e i pashtun afghani. In seguito alla distruzione della potenza irachena, gli alleati sunniti degli Usa, dall’Egitto alla Giordania, l’Iraq occidentale sunnita e persino lo Yemen sono preoccupati dall’incremento del potere e dell’influenza dell’Iran, malgrado tutti gli ostacoli e le sanzioni decise contro Tehran dall’occidente guidato dagli Stati Uniti. L’Iran ha i suoi avamposti in Libano, con gli Hezbollah, e a Gaza, con Hamas. Gli Hezbollah e i leader iraniani e siriani che si schierano contro gli Usa e Israele godono di forte popolarità tra le masse musulmane, e non solo nel mondo arabo.</p>
<p>Cosa succederebbe quindi se, dopo l’Afghanistan, anche il Pakistan si sgretolasse? Dal 1947, i leader pachistani non hanno fatto molti sforzi per sviluppare un’identità nazionale basata sul territorio. Neanche la Cina potrebbe evitare problemi ulteriori nello Xinjiang e in Tibet.</p>
<p><strong>Le dimissioni del generale americano McChrystal</strong></p>
<p>I governi occidentali sono comandati da un oligopolio formato da banchieri e finanzieri insieme al complesso dell’industria militare e del comparto dell’energia. Bush, Obama, Blair, Brown non sono altro che degli strumenti cui essi hanno dato il potere per realizzare strategie aziendali. Anche una volta andati in pensione, questi leader sono ben assistiti. Con una spesa militare pari a quella del resto del mondo messo insieme, gli Stati Uniti sovvenzionano la loro industria militare a spese dei contribuenti attraverso una serie infinita di guerre in tutto il mondo. In questa complicata serie di decisioni e attuazione di strategie, i generali malleabili hanno un ruolo importantissimo. Ricevono molte attenzioni mentre sono in servizio e una volta in pensione ottengono lavori nell’industria militare, in commissioni di esperti e persino come “esperti” militari per reti televisive coma la Fox e la CNN. Moli di loro obbediscono agli ordini dei loro padroni, ma qualcuno ogni tanto replica, protesta, si ribella e ne soffre le conseguenze.</p>
<p><strong>La guerra in Iraq e la rivolta dei generali</strong></p>
<p>Prima del tiro giocato dal generale Stanley McChrystal sulla rivista Rolling Stones per farsi sostituire piuttosto che vivere con l’ignominia di aver perso una guerra in Afghanistan impossibile da vincere, si erano già verificate alcune rivolte da parte di generali americani a proposito della gestione della guerra in Iraq da parte degli Usa. Le avvisaglie si ebbero molto prima del marzo 2003, quando i leader americani e britannici stavano suonando i tamburi di guerra. Le rivelazioni da parte di alcuni membri dell’establishment &#8211; a favore di un piano “alla rovescia” che prevedeva di “prendere prima Baghdad insieme a uno o due centri di comando e depositi di armi, nella speranza di isolare la leadership locale e provocare un rapido crollo del governo” – vennero definite dal generale Anthony Zinni, un ex comandante del comando centrale e già inviato Usa in Medio Oriente, come gli ingredienti perfetti per causare un disastro della “baia della capre”, simile al fiasco Usa della Baia dei porci a Cuba nel 1961 (simili piani irrazionali vengono di tanto in tanto proposti per intimidire l’Iran).</p>
<p>Molti generali e commissioni di esperti indipendenti, non finanziate dai neo-con, avevano avvertito che “un attacco degli Stati Uniti destabilizzerebbe pericolosamente la regione, danneggerebbe l’economia mondiale e provocherebbe il risentimento delle masse arabe e musulmane”. Tutto questo si è verificato. Il consigliere del segretario di Stato Colin Powell, il colonnello Lawrence Wilkinson, creò una cabala neo-con sul vicepresidente Dick Cheney, guidato dal suo vecchio amico e capo, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, a proposito del caos nato dopo l’invasione dell’Iraq.</p>
<p>All’inizio del 2006, sei generali dell’esercito e della marina Usa non più in servizio denunciarono il modo in cui il Pentagono aveva gestito la guerra in Iraq, un’opinione condivisa dal 75% degli ufficiali in missione e forse non solo (Rumsfeld fu infine costretto a dimettersi). I generali che parlarono non erano più in servizio, tuttavia avevano credenziali importanti. Il generale Paul Eaton, il primo a denunciare, era stato il responsabile dell’addestramento delle forze irachene fino al 2004. Affermò: “Ho visto diventare dominante l’opinione di una minoranza e una crescente riluttanza da parte di militari e civili esperti di mettere in discussione i dogmi imposti”. Il generale Gregory Newbold, responsabile delle operazioni dello Stato maggiore interalleato fino all’inizio della guerra, accusò Rumsfeld, Wolfowitz e Douglas Feith di “quell’imperizia e millanteria che sono prerogativa esclusiva di coloro che non hanno mai dovuto eseguire queste missioni – e nasconderne i risultati”.</p>
<p>Tra gli altri generali che si espressero contro il Pentagono, il generale James Marks, un veterano dell’Iraq fuori servizio e analista militare, affermò che “evidentemente sarebbe stata necessaria la presenza di un numero maggiore di forze sul campo di battaglia”. Il generale Eric K. Shinseki, il quale aveva avvertito il Congresso prima della guerra che dopo l’invasione sarebbero occorse centinaia di migliaia di uomini per pacificare l’Iraq, non ricevette più alcuna promozione. Il generale John Batiste, a capo della prima divisione dell’esercito in Iraq, accusò Rumsfeld di non aver mai accettato i consigli dei comandanti che erano sul campo di battaglia. Anche il generale John Riggs mosse questa accusa. Il generale Charles J. Swannack, ex comandante dell’82° divisione aerea, era convinto che “gli Stati Uniti avrebbero potuto dar vita a un governo stabile in Iraq”, ma che Rumsfeld aveva gestito male la guerra.</p>
<p>Venga il Messia armato Petraeus!</p>
<p>La nomina del generale Petraeus come comandante delle forze americane e della Nato in Afghanistan al posto di Stanley McChrystal è di fatto una degradazione poiché, in qualità di capo del Comando Centrale, Petraeus era stato in precedenza un superiore di McChrystal. Potrebbe trattarsi di una mossa (da politico) con cui Obama ha “sistemato” il generale Petraeus, che è dotato di lungimiranza politica, ha numerosi sostenitori politici e avrebbe ambizioni politiche personali (per le elezioni del 2012). Ma per uscire dal pantano afghano avrebbe bisogno di un miracolo.</p>
<p>Il cosiddetto “successo della rivolta” in Iraq sotto il generale Petraeus non è altro che una leggenda creata dalla stampa Usa e venduta dal Pentagono a un pubblico americano credulone. In realtà Petraeus non ha fatto altro che inviare soldati americani pieni di denaro presso alcuni gruppi scelti della resistenza sunnita che si opponevano strenuamente all’occupazione statunitense, combattendo allo stesso tempo conto il governo sciita di Baghdad e le sue varie milizie. La “rivolta” e gli attacchi condotti dalle forze Usa e dalle milizie sciite hanno scatenato una pulizia etnica, spingendo le comunità miste sciite-sunnite nelle regioni della propria comunità. Ma la guerra tra sciiti e sunniti in Iraq non è affatto terminata e ogni giorno provoca la morte di almeno 300 civili, anche se questo numero è diminuito molto dopo che le truppe Usa (meno di 90 000 uomini attualmente)  hanno accettato di rimanere confinate nelle loro basi, evitando così che la resistenza attaccasse i soldati Usa uccidendo allo stesso tempo numerosi civili iracheni.</p>
<p>L’eminente giornalista Pepe Escobar ha scritto: “Petraeus non ha mai posto fine alla guerra civile tra sunniti e sciiti in atto in Iraq tra il 2006 e il 2007. Ha provato a marginalizzare i sadristi e ha fallito miseramente. Oltre a distribuire una montagna di dollari, non ha fatto altro che uccidere – usando gli squadroni della morte di McChrystal – i capi di numerosi gruppi di resistenza, costruire un’infinità di posti di controllo e creare un orrendo apartheid di cemento a Baghdad (un fattore chiave che ha portato il tasso di disoccupazione in città all’80%).</p>
<p>Non bisogna dimenticare che, secondo il sito Informationclearinghouse.info, su una popolazione totale di 25 milioni, oltre un milione e trecentomila iracheni sono rimasti uccisi, milioni di persone sono rimaste ferite in modo permanente e più di 2 milioni di persone hanno cercato un rifugio in Siria, Giordania e nello stesso Iraq. Inoltre, oltre 4500 soldati Usa sono stati uccisi, diverse decine di migliaia ferite, anche in modo permanente. Il vice presidente Biden ha parlato dell’arrivo di una forza di pace delle Nazioni Unite dopo il ritiro delle forze Usa. Lo Stato dell’Iraq, creato dalla potenza imperialista del XX secolo unendo tre province ottomane, è oggi lacerato, in uno stato di caos provocato dalla nuova potenza imperialista: gli Stati Uniti.</p>
<p>Per quanto riguarda l’Afghanistan, la composizione demografica e la geografia del paese sono differenti. I Pashtun accetteranno le mazzette offerte loro da Petraeus (dopo tutto, l’Afghanistan  è il secondo paese più corrotto al mondo dopo la Somalia). Quello che è certo è che i Pashtun saranno davvero contenti di accettare il denaro senza dover scappare, ma solo aspettare, proprio come stanno facendo i sunniti in Iraq.</p>
<p>Per quanto riguarda lo zoccolo duro della contro rivoluzione (COIN) di McChrystal (“assalta, ripulisci e controlla” e costruisci una “governance” locale), la rivoluzione in Afghanistan non è stata altro che una ripetizione di quello che avevano fatto gli squadroni della morte del Pentagono in Iraq, ovvero una COIN pianificata dallo stesso Petraeus. Facendo molto chiasso, McChrystal ha fallito. Non è possibile conquistare i cuori e le menti dei civili Pashtun  radendo al suolo i loro villaggi con le bombe e uccidendo i loro figli, figlie e sposi.</p>
<p>Il prof.Kennedy a proposito del ritiro degli Usa dall’Aghanistan: “testa, si perde; croce, non si vince”</p>
<p>Sperando che qualcuno al Comitato per la Sicurezza nazionale o al Dipartimento di Stato stia pianificando una strategia per un ritiro lento ma regolare delle forze Usa, il prof.Kennedy afferma chiaramente che “la questione Afghanistan-Pakistan è talmente intricata e complicata che avrebbe messo alla prova il buon senso dei più grandi condottieri e strateghi del passato. Non è del tutto irrealistico immaginare Augusto, William Pitt il vecchio, Bismarck o George Marshall mentre studiano la cartina che mostra le terre che si estendono dalla valle della Beqa’ fino al passo Khyber. A nessuno sarebbe piaciuto quello che stavano osservando”. Considerando le distanze, la conformazione geografica poco felice e la prontezza della parte nemica ad accettare un alto numero di perdite, non è stata una scelta avveduta quella di fare una guerra limitata, finemente calibrata. Dopo aver parlato con persone che hanno vissuto la realtà della guerra in Afghanistan, Kennedy crede che gli Stati Uniti “come minimo non possono ‘vincere’ nell’accezione che ha questa parola secondo gli impulsivi membri del Congresso e i fanatici quotidiani di Murdoch, una vittoria distorta grottescamente dalla loro abitudine di utilizzare il lessico del football americano: attacca, conquista, schiaccia, annienta”.</p>
<p>L’abbandono non dovrebbe essere interpretato come un segno di debolezza perché gli Stati Uniti “non sarebbero i primi a lasciare a sé stesse quelle montagne infelici con le loro tribù bellicose; gli Usa andrebbero semplicemente ad aggiungersi alla lunga lista degli eserciti d’occupazione che alla fine hanno deciso che sarebbe stato meglio lasciare quei territori. Lord Salisbury, tre volte primo ministro inglese e quattro volte ministro degli esteri, una volta disse che niente è più fatale per una strategia saggia di un attaccamento a tutti i costi a una politica ormai morta”. Ma Kennedy ritiene che “sono pochi i capi di governo determinati a cedere; e francamente, nel caso dell’Afghanistan, un compromesso morbido, ovvero un ritiro semicamuffato, potrebbe risultare la maniera meno peggiore di andare via, almeno per ora. Magari non per sempre.”</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Quello che i vari soggetti coinvolti in Afghanistan desiderano e possono ottenere è difficilmente pronosticabile.  La superpotenza Usa non può nemmeno tentare di ottenere ciò che impose agli afghani nel 2002. Siamo nel 2010. I Pashtun saranno determinati. Se riusciranno a riunirsi, potranno eliminare la Linea Durand, imposta dagli inglesi ma insostenibile. I Pashtun sono omogenei da un punto di vista etnico, obbediscono alla dottrina deobandi, hanno legami con i paesi vicini e Dubai grazie all’oppio e al commercio di contrabbando, persino una bandiera e un leader, come il Mullah Omar. Ma è molto probabile che in primo luogo essi combatteranno tra loro, come accadde dopo l’abbandono delle truppe sovietiche. Ma a differenza della metà degli anni novanta, dopo ciò che l’esercito pakistano – composto in prevalenza da individui del Punjab – fece su ordine di Washington causando innumerevoli morti con gli aerei radiocomandati nel Pakistan nordoccidentale e in Afghanistan, è improbabile che i Pashtun si lasceranno manipolare dall’ISI. E se nascerà uno Stato pashtun, bisogna chiedersi cosa accadrà alle altre province del Pakistan, che non è riuscito a creare un’identità nazionale basata sul territorio.</p>
<p>E chissà cosa accadrà alla popolazione afghana di etnia non pashtun, che costituisce almeno il 60% della popolazione e che si oppone alla dominazione e all’ideologia taliban/pashtun, proprio come quando i taliban riuscirono a prendere il potere su gran parte dell’Aghanistan. A parte Karzai, un Pashtun, gran parte della classe dirigente è costituita da non Pashtun che si erano opposti ai Taliban nell’Alleanza del Nord. Essi avranno il supporto dei paesi vicini, come l’Iran, l’Uzbekistan e di altri attori, come Mosca, in ascesa, e Nuova Delhi, economicamente importante. Si consideri inoltre Pechino, che sogna di collegare la sua turbolenta provincia dello Xinjiang a maggioranza uigura al porto di Gwadar in Beluchistan, sul Mar arabico, per trasportare l’energia proveniente dal Golfo aggirando così le insicure rotte marittime attraverso l&#8217;Oceano Indiano e lo stretto di Malacca, un progetto che Washington cercherà in ogni modo di ostacolare. Allo stesso modo, neanche Mosca e l&#8217;India vorrebbero il progetto si realizzasse.</p>
<p>Ci si domanda inoltre cosa accadrà se gli Stati Uniti, come pianificato, manterranno alcune basi militari almeno nella parte nordoccidentale dell’Afghanistan  a prevalenza non pashtun e se staccheranno il Beluchistan ricco di minerali (le vecchie informazioni sulle vaste risorse minerarie sono state messe in risalto solo per trovare una giustificazione agli occhi della popolazione americana, ormai disillusa riguardo alla guerra infinita nelle montagne e nei deserti dell’Afghanistan). Quali saranno le conseguenze del sostegno del dissenso in Kirghizistan da parte degli Stati Uniti, mentre negli Stati multietnici della pianura di Fergana aumentano l’instabilità e il caos, come in Afghanistan, assediando l’Asia centrale e lo Xinjiang? Nuova Delhi deve tenere presente che, a prescindere dalla maniera in cui si risolverà la questione afghana, prima o poi i Pashtun cercheranno di stringere buone relazioni con l’India. Quest’ultima deve ristabilire dei contatti con i taliban e con gli altri leader.</p>
<p>Ecco quali sono in sintesi i problemi e le possibili vie d’uscita dal tunnel afghano, che presenta una flebile luce alla fine. Ci sono anche altri tunnel, come quello in Iraq in cui gli Stati Uniti sono entrati nel 2003, e il problema fondamentale della Palestina, mentre Israele non perde di importanza malgrado il ridimensionamento degli Stati Uniti, dopo che la Russia ha ristabilito la propria influenza in Ucraina, che la sua alleata Georgia è stata duramente colpita da Mosca due anni fa e che la posizione degli Stati Uniti comincia a vacillare in Kirghizistan.</p>
<p>Solo se avessimo un polpo, come quello che in Germania ha previsto con esattezza i risultati dei mondiali di calcio, potremmo anche noi vedere il futuro e predire ciò che accadrà.  </font></p>
<p><em>Traduzione dall’inglese a cura di Sivia Zirone</em></p>
<p>K. Gajendra Singh, ex ambasciatore indiano, è stao ambasciatore in Turchia e Azerbaijan dall’agosto del 1992 all’aprile del 1996. In precedenza, aveva rivestito temporaneamente il ruolo di ambasciatore in Giordania, Romania e Senegal. Attualemtne è presidente della Foundation for Indto-Turkic Studies.</p>
<p>Copyright dell’autore:<br />
<a href="http://tarafits/">http://tarafits.blogspot.com</a></p>
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		<title>La diaspora palestinese e i diritti negati</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 11:38:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 1950 se ne contavano circa 914 mila, nel 2002 più di 4 milioni (dati UNRWA) e il loro numero continua ancora a crescere dato lo sviluppo naturale della popolazione. Oggi queste persone vivono senza documenti d&#8217;identità, non possono studiare, sposarsi, lavorare e rischiano di essere arrestati ogni volta che vengono fermati a qualche posto di blocco. Non possono, dunque, godere degli stessi diritti civili delle popolazioni dei paesi ospitanti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Origini della diaspora palestinese</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;esodo palestinese ebbe inizio nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele e la cosiddetta </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Nakba </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(letteralmente “catastrofe”), che segnò la cacciata  delle</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> popolazioni non ebree che vivevano nelle aree israeliane. Tra il 1947 e il 1949 il numero dei rifugiati palestinesi passò da 520 unità a circa 1 milione. I ricchi mercanti e i capi villaggio si spostarono da Tel Aviv e Gerusalemme verso i paesi confinanti. Più di 1/5 della popolazione palestinese abbandonò il suo territorio: circa 100 mila andarono in Libano, altri 100 mila in Giordania, 90 mila in Siria, 10 mila in Egitto e 4 mila in Iraq. La classe media si recò in città arabe, come Jaffa e Haifa, mentre i contadini  finirono nei campi dei rifugiati delle Nazioni Unite. In Israele rimasero circa 150 mila palestinesi, 1/8 della popolazione araba dell&#8217;epoca. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I palestinesi, come cittadini di Israele, avrebbero dovuto godere degli stessi diritti civili e religiosi degli ebrei ma, in realtà, fino al 1966, vissero sotto una giurisdizione militare che imponeva loro severe restrizioni sulla libertà di movimento. Dopo che le loro terre vennero confiscate, molti agricoltori arabi divennero lavoratori sottopagati nelle fabbriche israeliane. Alcuni riuscirono ad inserirsi all&#8217;interno della società israeliana, ma la maggior parte di coloro che vivevano in territorio israeliano rimasero isolati rispetto a quelli che abitavano in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, entrambe poste sotto il controllo egiziano fino al 1967. In Cisgiordania, l&#8217;area ad ovest del fiume Giordano, avevano trovato rifugio circa 300 mila persone, mentre nell&#8217;attuale Striscia di Gaza si riversarono circa 190 mila palestinesi, rendendo questo minuscolo territorio (lungo 40 chilometri e largo 8 chilometri) una delle aree attualmente più popolose al mondo e sopratutto un&#8217;area in cui quotidianamente si assiste, attraverso i media, ad una delle più gravi emergenze umanitarie. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La base della questione dei profughi è di natura nazionale-politica, oltre che umanitaria. I rifugiati palestinesi in tutti i paesi della diaspora insistono sulla loro unità come nazione, sul diritto a tornare nel loro paese e all&#8217;autodeterminazione, basato sulla risoluzione n.194 delle Nazioni Unite e rafforzato dalla Dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo, decretata anch&#8217;essa dall&#8217;ONU il 10 dicembre 1948. Questi diritti sono sostenuti dai profughi palestinesi anche laddove godono dei diritti civili fondamentali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Siria, per esempio, i rifugiati godono dei diritti civili pur mantenendo la loro identità palestinese, in conformità con il Protocollo di Casablanca, firmato dal primo vertice arabo nel settembre 1965. Il Protocollo esortò tutti i paesi ospitanti a trattare i palestinesi come propri cittadini, permettendo loro di preservare l&#8217;identità nazionale. Ma non tutti gli stati nei quali i palestinesi vivono da più di sessant&#8217;anni rispettano quanto suggerito, rendendo la questione palestinese un problema di difficile soluzione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La presenza palestinese nei paesi confinanti ha alterato l&#8217;equilibrio demografico della regione, in particolar modo in Giordania e in Libano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Giordania gli esuli palestinesi, che corrispondevano a circa 1/3 della popolazione, ricevettero subito la cittadinanza, causando il malcontento degli abitanti locali. Negli anni Settanta, inoltre, si verificarono violenti scontri tra le milizie del re giordano Hussein e i gruppi armati palestinesi, che minacciavano di impossessarsi dello stato. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In Libano la presenza palestinese provocò una serie di conflitti che insanguinarono il paese durante gli anni &#8217;80.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>L&#8217;esodo palestinese in Libano</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il problema dei rifugiati palestinesi in Libano è di grande importanza per la loro ingente presenza. Sono circa 420 mila le persone che vivono in 12 campi profughi.  Una consistente ondata si riversò sul territorio libanese  in seguito al conflitto avvenuto in Giordania tra il 1970 e il 1971, noto come Settembre Nero, che si concluse con la morte o l&#8217;espulsione dalla Giordania di migliaia di palestinesi</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. L&#8217;afflusso, che, come ricordato, aveva avuto inizio nel 1948, modificò la composizione demografica del paese. Infatti, nel 1975, il numero dei palestinesi nel territorio libanese era cresciuto fino a circa 300 mila unità. Sono circa 400 mila i palestinesi attualmente presenti in Libano. Ad essi è precluso il diritto di ritorno nei territori d&#8217;origine e sopravvivono grazie alle rimesse dei familiari emigrati all&#8217;estero, agli aiuti dell&#8217;UNRWA e delle organizzazioni internazionali non governative.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, le autorità libanesi continuano ad ostacolare l&#8217;integrazione dei palestinesi nel tessuto sociale attraverso il mancato riconoscimento dei diritti civili: i profughi non hanno diritto alla proprietà privata, a viaggiare liberamente nel paese. Sono perfino esclusi dalla sanità pubblica del governo, dai servizi scolastici e dai servizi sociali pubblici. Considerati come stranieri, è vietato loro di accedere a più di 72 professioni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Stanchi di questa discriminazione che ormai perdura da più di mezzo secolo, alla fine di giugno i rifugiati hanno organizzato un&#8217;imponente manifestazione a Beirut, davanti al Parlamento, a cui hanno partecipato 2000 persone. Scopo dell&#8217;evento era fare pressione al governo affinché approvi una legge che garantisca diritti e lavoro ai palestinesi. Il disegno di legge, se venisse approvato, darebbe loro l&#8217;opportunità di ottenere la residenza o almeno una copertura sanitaria. Sarebbe un passo avanti nella difficile soluzione della questione palestinese, considerato anche che le istituzioni libanesi hanno sempre visto la consistente presenza dei profughi (quasi il 10% della popolazione) come una minaccia alla già fragile stabilità dello stato, basato su equilibri demografici e confessionali tra le varie entità religiose e culturali presenti. In seguito ai fatti giordani dei primi anni &#8217;70, lo spostamento della guerriglia palestinese in Libano trasformò il paese in un campo di battaglia che attirò anche le pressioni israeliane, provocando una serie di tensioni tra le varie componenti religiose (cristiana, maronita e falangista, di orientamento filo-israeliano, musulmano-sciita, sunnita, palestinese, etc.), le quali sono state al centro della guerra civile che ha sconvolto il Libano dal 1975 al 1990. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel periodo del conflitto, durante il quale l&#8217;esercito israeliano occupò militarmente il paese, nei campi profughi i palestinesi subirono perdite materiali e umane devastanti. Fu soltanto con l&#8217;intervento dell&#8217;esercito siriano, in forma di forze di “interposizione”, che si pose fine alle ostilità. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2000, poi, il ritiro di Israele dal sud del Libano dopo ventidue anni di occupazione militare, diede al paese la possibilità di sperare nell&#8217;avvio di un processo di pacificazione interno ed internazionale e costituì l&#8217;inizio di un periodo di ricostruzione sociale ed economica del paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le difficoltà economiche e sociali dei palestinesi, oltre che dalle ostilità dirette, sono state aumentate anche da altri eventi. Nel 1982, la partenza dal Libano dell&#8217;Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), in seguito all&#8217;invasione israeliana, privò i palestinesi dei servizi che le istituzioni dell&#8217;OLP avevano loro fornito fino ad allora.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In seguito, lo scoppio della seconda Guerra del Golfo (1990-91) provocò l&#8217;espulsione di migliaia di palestinesi da alcuni stati del Golfo, soprattutto dal Kuwait, dove molti di loro lavoravano. L&#8217;espulsione fu una risposta al supporto dell&#8217;OLP a favore dell&#8217;Iraq che, tra l&#8217;altro, perse gran parte delle sue fonti di supporto finanziario, e quindi dovette ridurre o annullare l&#8217;assistenza ai profughi in Libano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le autorità libanesi, inoltre, non si sono mai preoccupate del benessere economico e sociale dei profughi e si sono sempre rifiutate di prendere provvedimenti per migliorare la loro situazione. Altri paesi ospitanti hanno, invece, adottato provvedimenti riguardo ai diritti civili. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Bisogna considerare, poi, il peggiorare delle condizioni economiche del paese, in seguito al crollo della moneta nazionale, l&#8217;inflazione e l&#8217;alto costo della vita, tutti fattori che hanno provocato una degenerazione della vita economica e sociale libanese. Il rapporto delle Nazioni Unite sul Libano indica che il 27% della popolazione vive sotto il livello della povertà assoluta.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il fatto che il governo libanese non accordi ai palestinesi i diritti civili fondamentali, significa che l&#8217;integrazione dei profughi viene considerata dannosa per l&#8217;unità politica in una società che sta ancora cercando una stabilità dopo la guerra civile. Di conseguenza i palestinesi in Libano sono meno integrati economicamente e subiscono restrizioni più severe sui diritti civili rispetto ai profughi negli altri paesi ospitanti della regione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I rifugiati palestinesi in Giordania</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I rifugiati palestinesi che vivono in territorio giordano sono più della metà dei 6,3 milioni di abitanti del paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Human Rights Watch,</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> l&#8217;organizzazione internazionale indipendente che si dedica a difendere e proteggere i diritti umani, a tremila giordani di origine palestinese (e ai loro familiari) è stata revocata la cittadinanza agli inizi di quest&#8217;anno. Il governo giordano giustifica il ritiro come un&#8217;operazione per l&#8217;attuazione del disimpegno dalla Cisgiordania presa nel 1988. La Giordania, infatti, aveva annesso la Cisgiordania nel 1950, dopo lo scoppio del conflitto arabo-israeliano del 1948, ed aveva concesso la cittadinanza giordana a tutti gli abitanti che erano sottoposti alla sua amministrazione, fino a quando Israele occupò nel 1967 tutta la Cisgiordania. Nel 1988 il governo di Amman decise di liberarsi del legame giuridico e amministrativo al quale era soggetta la Cisgiordania.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alla luce di quanto accaduto con il ritiro della cittadinanza ai palestinesi che vivono in territorio giordano, bisogna considerare la violazione dei diritti fondamentali di migliaia di persone. Attualmente centinaia di migliaia di abitanti di origine palestinese sono esposti al rischio del ritiro della cittadinanza giordana, inclusi circa 200 mila giordani palestinesi tornati in patria dal Kuwait nel 1990-91, dopo l&#8217;invasione irachena nel 1990. Come avviene in Libano, anche in Giordania le autorità temono la possibilità di un esodo permanente dei palestinesi entro il suo regno, dal momento che il governo israeliano non intende rimuovere i suoi insediamenti nei territori occupati. L&#8217;ingente quantità di palestinesi che vivono in Giordania viene considerata sia come una minaccia all&#8217;identità sociale e culturale del popolo giordano sia come un fattore di impoverimento di un&#8217;economia, come quella giordana, già di per sé non molto sviluppata. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il dissenso nei confronti dell&#8217;insediamento della popolazione palestinese in Giordania è stato manifestato recentemente anche da parte del Comitato Nazionale dei Veterani dell&#8217;Esercito giordano, i quali hanno firmato una petizione con attacchi diretti sia alla monarchia sia al popolo palestinese. Nel documento i veterani hanno espresso la loro preoccupazione per il problema palestinese che, dal loro punto di vista, il governo affronta cedendo a pressioni esterne ad insediare i rifugiati del regno e vedono la loro presenza come una grande fonte di problemi per il governo del paese. I veterani hanno, inoltre, criticato le politiche economiche neo-liberali del re Abdullah e le nomine di persone di origine palestinese in posizioni importanti del governo. Il documento si conclude con la richiesta di costituzionalizzare il disimpegno dalla Cisgiordania del luglio 1988, privare del diritto di voto l&#8217;intera popolazione palestinese del regno e rinforzare l&#8217;esercito. Infine viene affermata la necessità di riforme politiche e viene chiesto di impedire la corruzione ed investire il governo e il parlamento di maggiori poteri. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>I palestinesi della Siria</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche in Siria la questione palestinese costituisce un fardello per le autorità del governo. Come gli altri stati della regione, la Siria iniziò ad accogliere i profughi palestinesi all&#8217;indomani della nascita dello Stato d&#8217;Israele: allora se ne contarono circa 85 mila (dati UNRWA). Un altro imponente afflusso si verificò dopo la Guerra dei Sei giorni nel 1967, quando il numero di profughi giunse a 450 mila. Circa il 10% dei palestinesi vive nei 10 campi profughi ufficiali; il 25% vive in tre campi profughi non ufficiali, controllati dalle forze di sicurezza siriane. Il 50% circa vive, invece, nelle varie città siriane. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A differenza dei profughi che vivono altrove, tuttavia, in Siria essi possono godere di qualche diritto civile: malgrado non possano acquisire la cittadinanza siriana, possono frequentare scuole e università gratuitamente ed hanno diritto all&#8217;assistenza sanitaria pubblica. Godono, inoltre, del diritto di proprietà per quanto riguarda le abitazioni, esclusi i terreni. Ricoprono alte cariche governative, con l&#8217;eccezione degli incarichi politici. Infine possono richiedere dei passaporti speciali per recarsi all&#8217;estero. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Molti leader delle fazioni politiche e militari palestinesi hanno scelto come sede delle loro attività la Siria: si tratta dell&#8217;Organizzazione per la  Liberazione della Palestina (OLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Hamas ed altri gruppi di resistenza palestinese. Nonostante il gran numero dei rifugiati abbia danneggiato l&#8217;economia e le condizioni di vita siriane, il paese arabo ha concesso loro dei diritti che vengono negati in altri paesi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il ritorno dei palestinesi in Palestina è una questione complicata. Sebbene il diritto di ritorno sia riconosciuto a livello internazionale, dal momento che fu  decretato dall&#8217;Assemblea delle Nazioni Unite con la risoluzione n.194 del 1948, esso non è mai stato rispettato dai governi mediorientali e i palestinesi sono tuttora cittadini senza patria. Essi non intendono rinunciare alla speranza di assistere un giorno alla tanto agognata nascita di uno Stato palestinese. Gli aiuti e l&#8217;assistenza da parte degli enti internazionali sono certamente utili, ma non risolvono il problema. L&#8217;unica soluzione per porre fine al grande esodo e favorire il riconoscimento dei diritti umani fondamentali alla popolazione palestinese, sarebbe l&#8217;esecuzione della risoluzione n.194. Ciò richiede la collaborazione degli organi internazionali affinché premano su Israele per la realizzazione dell&#8217;autodeterminazione del popolo palestinese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong>* Silvia Bianchi è dottoressa in Editoria e giornalismo (LUMSA di Roma)</strong></em></span></strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><em><strong><br />
</strong></em></span></strong></span></span></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a>La 	prima guerra arabo-israeliana portò allo scontro fra la componente 	ebraica della Palestina e quella araba della stessa regione. 	Quest&#8217;ultima ottenne l&#8217;appoggio delle forze armate di diversi paesi 	arabi del Vicino Oriente, come l&#8217;Egitto, la Transgiordania, la 	Siria, il Libano e l&#8217;Iraq.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a>Il 	16 settembre 1970 Re Hussein di Giordania dichiarò il controllo 	militare del suo paese, in risposta ad un tentativo da parte dei 	<em>Fedayyn </em>palestinesi ( 	militanti della guerriglia armata) di prendere il controllo del 	regno.</p>
</div>
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		<title>La grande Marcia del Pakistan</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 21:27:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso deriso come un “uno stato sull’orlo del fallimento” il Pakistan va a Avanti con un’agenda politica che affronta le priorità nazionali.

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5052/la-grande-marcia-del-pakistan" title="La grande Marcia del Pakistan"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zpakistan.4bb82g0slgu8ss44kgws4c4ks.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La grande Marcia del Pakistan" ></div></a><p><em><span><span style="font-size: medium">Spesso deriso come un “uno stato sull’orlo del fallimento” il Pakistan va a Avanti con un’agenda politica che affronta le priorità nazionali.</span></span></em></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La diplomazia Pakistana sta creando delle storie di grande successo. Sta velocemente viaggiando verso un “accord nucleare” con la Cina, che non include nessun Hyde Act che sia chiaro a differenza di quello stretto con l’Iran o Nuclear Liability Bill che possa liberare Pechino da colpevoli performance.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Pakistan non ha nemmeno accettato di avere un “deterrente minimo” né mostrato alcuna volontà a diminuire le armi nuclear che già eccedono quelle dell’India. Sembra che nessuna potenza sulla terra possa fermare Nuclear Supply Group (NSG) dal permettere al Pakistan dal produrre nuove armi, nemmeno gli Stati Uniti<br />
Basta raffrontare ciò con come il governo Indiano guidato dalla coalizione dell’ UPA si è legato con gli USA per poter concludere un accord nucleare. Il PM Manmohan Singh ha sorvegliato ciò che rimane del suo governo ed è ricorso a dubbi metodi per poter raggiungere il proprio obiettivo. Comunque, deve ancora spiegare il suo fallimento ad adempiere le promesse fatte davanti al parlamento. Certamente, la tecnologia ENR non arriverà in India</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Perché la diplomazia Pakistana sta facendo così bene? Il capo di stato maggiore Perez Kayani ha appena concluso una visita di cinque giorni in Cina che porta la cooperazione Cino-Pakistana a nuove vette. Inoltre, Islamabad si sta preparando per la seconda tornata del dialogo strategico US-Pakistan, per il quale Hillary Clinton sta visitando il Pakistan in prossimo mese.<br />
Quasi tre mesi dopo il dialogo strategic tenuto a Washington, l’amministrazione Obama si mette a discutere di nuovo con la leadership civile e militare del Pakistan per un incontro diplomatico ad alta tensione. Contrariamente al suo background, la visita di Kayani a Pachino sottolinea che Islamabad non sta trascurando le sue opzioni di politica estera nel caso in cui l’amministrazione Obama dovesse resuscitare la dottrina dell’era Bush che supportava le velleità regionali dell’India.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La sicurezza della diplomazia Pakistana è tale che alla vigilia del dialogo strategico con gli USA, Islamabad si è mossa verso l’ultimo giro di negoziati per firmare un accord con Tehran per un gasdotto da più di sette milioni di dollari partente dall’Iran. L’accordo è arrivato appena dopo le ultime sanzioni ONU contro l’Iran volute fortemente da Obama<br />
Perché la diplomazia Indiana sceglie di fare vana retorica e mettersi in toto nella tela degli USA facendo ammanettare con manette dorate il ministro per gli affair esteri S M Krishna? L’India è situate nella stessa regione e gli USA possono assicurarle preminenza su quest’area?</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il nostro più piccolo vicino ad Occidente, che spesso prendiamo in giro definendolo uno “stato in fallimento”, spinge una agenda di politica estera propositiva che incontra le sue priorità nazionali e la sicurezza energetic. Il progetto del gasdotto con l’Iran dimostra la cruda verità che è la mancanza di una politica estera Indiana che assicuri gli obiettivi di crescita e sviluppo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ogni volta che la questione viene fuori gli esperti che servono l’establishment rispondono con qualche debole scusa o altro. L’ultima tesi è che l’India potrebbe “navigare sulle reserve di gas” e quindi avrebbe “sicurezza energetica”. Esatto, Reliance sta sviluppando nuove reserve di gas a condizioni contrattuali profittevoli date dal Governo e le competitive importazioni di gas Iraniane sono in gran modo evitate. Ma questo non c’entra nulla con la sicurezza energetica della nazione. Un’onesta discussione sul costo del gas Iraniano diventa praticamente impossibile data l’opacità della politica dei prezzi del governo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Poi c’è del gas di scisto, che ultimamente è sponsorizzato dai nostri esperti come una nuovapromettente fonte di energia in grado di “probabilmente mettere fuori gioco” -in un certo tempo- sia il gas convenzionale che quelli liquidi. Ovviamente, Reliance scommette sul gas di scisto e chiaramente l’estrazione di questo gas che richiede tecnologia recentemente sviluppata dagli Americani che Relianance sta comprando in gran quantità-</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Certamente l’emersione di Reliance come un “attore diversificato e verticalmente integrato” nel settore energetico dovrebbe essere una questione di orgoglio nazionale, ma può l’orgoglio nazionale essere paragonato alla politica di sicurezza energetica del governo? Il cuore della questione è che l’India necessita sia della ricchezza di combustibili di Reliance che dei favolosi fonti di gas iraniane della South Pars capaci di soddisfare le gigantesca economia Indiana per le decadi a venire.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ovviamente, gli USA non guardano con favore la possibilità che l’Irana provveda col suo gas il mercato Indiano privando così la Big Oil di un business lucrativo. Inoltre, gli USA cercano di bloccare le esportazioni energetiche Iraniane finché non si normalizzi la situazione tra loro e l’Iran. Infine, gli USA ha strenuamente fatto opposizione all’emergere del blocco energetica asiatico – che include Iran, Pakistan, India e Cina- che potenzialmente produrre implicazioni strategiche sulla strategia globale Americana.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La leadership Indiana ha fallito nel riconoscere la trasparenza che possiede uno stato “sull’orlo del fallimento” come il Pakistan nel definire i suoi più importanti interessi nazionali trattando faccia a faccia con l’Iran. Tuttavia, il Pakistan ha un’elite politica corrotta e che potrebbe ispirare un senso di vulnerabilità dinanzi alle pressioni Americane.<br />
Ma quello che distingue la loro politica estera è che il quartier generale dell’esercito in Rawalpindi, custode degli interessi nazionali, sta toccando il fondo e ciò, quindi, permette la diplomazia Pakistana di supportare la crescent rivalità Cino-Americana nelle regioni centrali, meridionali e occidentali dell’Asia.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ironicamente, l’amministrazione Obama non va contro l’indipendenza della politica estera pakistana, né sembra curarsi del fatto che il Pakistan sia in disaccordo con l’agenda Americana riguardo la situazione in Iran. La psicosi della leadership Indiana è quindi chiaramente ingiustificata.</span></span></p>
<p><strong><span><span style="font-size: medium">(Traduzione di Giame Marzo)</span></span></strong></p>
<p><em><span><span style="font-size: medium">* L’ambasciatore MK Bhadrakumar era un diplomatico di carriera nel servizio estero indiano. Le sue destinazioni includevano Unione Sovietica, Corea del Sud, Sri Lanka, Germania, Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Kuwait e Turchia.</span></span></em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Jammu e Kashmir: origini e significati d&#8217;un conflitto</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 12:18:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Jammu e Kashmir]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[Il contenzioso tra l'India e il Pakistan riguarda in particolare la sovranità sulla fertile valle del Kashmir; alla base delle rispettive rivendicazioni si individuano sia elementi geostrategici, sopratutto da parte del Pakistan, sia ideologico-storici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5040/jammu-e-kashmir-origini-e-significati-dun-conflitto" title="Jammu e Kashmir: origini e significati d&#8217;un conflitto"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/kashmir_valley.4oqvhmbmnticgko848sk8os0s.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="Jammu e Kashmir: origini e significati d&#8217;un conflitto" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size: medium;">Il contenzioso tra l&#8217;India e il Pakistan riguarda in particolare la sovranità sulla fertile valle del Kashmir; alla base delle rispettive rivendicazioni si individuano sia elementi geostrategici, sopratutto da parte del Pakistan, sia ideologico-storici. Anzi, questi ultimi vengono utilizzati spesso per mascherare i primi, sopratutto agli occhi degli abitanti kashmiri.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;India e il Pakistan nacquero come Stati indipendenti nel 1947, in seguito allo smembramento dell&#8217;Impero britannico in quell&#8217;area; i criteri presi in considerazione per la suddivisione furono più che altro geografici e religiosi. Questi stessi criteri erano però difficilmente applicabili nella regione del Jammu e Kashmir; nel 1947, infatti, vi era in questa regione un monarca indù e una popolazione a maggioranza musulmana. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo primo elemento ci permette di individuare le diverse linee intraprese da Islamabad e Nuova Delhi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Jammu-Kashmir_1.gif"><img class="size-full wp-image-5041 alignleft" style="margin: 5px; float: left" title="La spartizione del Jammu e Kashmir" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Jammu-Kashmir_1.gif" alt="" width="308" height="290" /></a>Il Pakistan nacque come patria degl&#8217;indiani musulmani e, in quanto tale, reclamava l&#8217; annessione dell&#8217;intera valle. A partire da Jinnah, primo governatore generale pakistano, tutti i suoi successori consideravano l&#8217;identità del Pakistan quella di uno stato islamico, sebbene non teocratico. Questa visione si sviluppò negli anni, fino ad arrivare ad un vero e proprio <em>irredentismo pakistano</em>: come patria putativa dei musulmani del subcontinente, il Pakistan cercò di incorporare lo stato a maggioranza musulmana del Jammu e Kashmir nella sua sfera. I dirigenti pachistani affermarono che l&#8217;annessione del Kashmir al Pakistan era tra i loro obiettivi, perché necessaria per completare il nuovo Stato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In India, il movimento nazionalista s&#8217;ispirava a princìpi laici; Gandhi ebbe un ruolo determinante nel rivitalizzare la <em>democratizzazione </em>dell&#8217;INC, mentre Jawaharlal Nehru, che sarebbe diventato il primo ministro indiano, impresse un orientamento <em>laico</em> negli schieramenti politici del Congresso.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Su queste basi rivendicava la parte nord-occidentale del subcontinente: controllare il Kashmir significava ribadire che lo Stato creato dal Congresso poteva ammettere <em>al suo interno</em> ogni fazione politica ed ogni comunità religiosa, per l&#8217;appunto perché Stato di tutti gl&#8217;indiani.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">D&#8217; altronde, la notevole eterogeneità etnica, regionale e culturale dell&#8217;India non lasciava altra scelta ai dirigenti politici che volevano unificarla.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Risulta ovvia, date queste premesse, l&#8217;<span style="text-decoration: underline;"><strong>origine del conflitto indo- pakistano</strong></span><strong>. </strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La visione indiana, infatti, si opponeva radicalmente all&#8217;ipotesi di Jinnah delle &#8220;due nazioni&#8221; (una, il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l&#8217;altra, l&#8217;India, a maggioranza indù): uno stato laico basato su un nazionalismo civile è evidentemente antitetico a quello che fonda la costruzione delle proprie istituzioni su basi etnico- religiose.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quattro guerre opposero, nel corso di più di mezzo secolo, l&#8217; India e il Pakistan:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">- Nel 1947- 48, poco dopo l&#8217; indipendenza, sostennero un lungo scontro per lo stato del Jammu e Kashmir, fino ad  allora indipendente.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">- Nel 1956, combatterono un&#8217;altra guerra per il medesimo territorio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">- Nel 1971, si scontrarono durante la guerra civile che portò alla divisione del Pakistan e alla nascita del Bangladesh nel territorio del Pakistan orientale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">- Nel 1999, si affrontarono ancora una volta tra le montagne del Kashmir.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Oltre a questi veri e propri conflitti, i due paesi sono stati protagonisti di altre due gravi crisi in cui si è sfiorata la guerra.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dal punto di vista ideologico (laicità contro identitarismo religioso), oggi le ragioni dell&#8217;antagonismo potrebbero considerarsi superate, visti sopratutto i fallimenti a cui andò incontrò il Pakistan che palesavano l&#8217;insussistenza delle sue teorie; vi sono perciò delle ragioni che vanno oltre al fattore ideologico, e che tengono conto del valore geopolitico del territorio. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il Kashmir è infatti il nodo geopolitico del subcontinente indiano, il fulcro attorno al quale vengono studiate le strategie di India e Pakistan.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/indus-waters.png"><img class="alignright size-full wp-image-5042" style="margin: 5px; float: right;" title="Idrografia del Pakistan" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/indus-waters.png" alt="" width="389" height="420" /></a>Per gli strateghi militari pakistani i fiumi Indo, Chenab e Jhelum che scorrono in questa regione sono considerati la linea vitale di difesa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La loro priorità è infatti assicurarsi una difesa da un attacco esterno, e assicurare i propri confini. Supportare il separatismo kashmiro è vitale per il Pakistan da un punto di vista militare, perché obbliga l’India a far stazionare nel Jammu e Kashmir una parte consistente del suo esercito (più numeroso e meglio attrezzato di quello pakistano). In chiave di sicurezza interna, invece, l&#8217;identificazione di un nemico esterno e di una causa comune, sono utilizzati dalla classe politica per sublimare l&#8217;esistenza di un valido elemento di aggregazione nazionale (lo stesso vale anche per l&#8217;India). La sua campagna anti-indiana è basata sulla conduzione di un conflitto a ‘bassa intensità’ che logori l’India evitando una guerra convenzionale su vasta scala (dalla quale ne uscirebbe sconfitto).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;India, timorosa anche di un eventuale effetto domino, si ostina a considerare il separatismo nel Kashmir come un problema interno; il suo scopo è il riconoscimento della Linea di Controllo come frontiera permanente, conservando in tal modo la Valle del Kashmir, il Jammu e buona parte del Ladakh. Questa frontiera, in effetti, seguirebbe grosso modo i confini etnici e geografici della regione centrale del Kashmir, ma è ovviamente ostacolata dal Pakistan.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217; indipendenza è la meta agognata da molti abitanti del Kashmir  (è l&#8217;obiettivo del Fronte di liberazione del Jammu e Kashmir); il governo pakistano respinge categoricamente quest&#8217;opzione , così come, da parte indiana, i nazionalisti escludono la possibilità di cedere &#8220;il gioiello della corona&#8221; himalayano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Duplice, quindi, la natura di questo contenzioso; il parallelo che è stato creato serve sopratutto a sottolineare come di tanti motivi (etnici, religiosi, ideologici), il più importante è sicuramente quello economico e politico; è basandosi principalmente su questi che vengono ideate le strategie dei Paesi. Lo si capisce dal fatto che, pur venendo ormai a mancare le originarie fondamenta dell&#8217;opposizione tra Islamabad e Nuova Delhi, gli scontri non sono cessati, anzi anche in questi mesi si sono susseguiti con sempre maggiore intensità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una soluzione nel breve periodo appare alquanto improbabile, anche perchè non bisogna tralasciare la situazione di tutta l&#8217;area e l&#8217;influenza che i grandi protagonisti dello scacchiere internazionale (primi fra tutti Cina, Russia e USA) esercitano su questa macroregione; i loro svariati interventi nelle vicissitudini di questi popoli hanno come sfondo l&#8217;intricato sistema di allenze geopolitiche  volte a favorire ora l&#8217;una ora l&#8217;altra nazione, non tenendo conto della legittimità (anche giuridica) della sovranità rivendicata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il Jammu e Kashmir non è sicuramente un caso isolato; è, semmai, un esempio di come le strategie vengano forgiate su considerazioni geopolitiche, tenendo conto delle ricchezze del territorio, dei rapporti con gli assi portanti dell&#8217;equilibrio mondiale e della posizione relativa dei vari Stati. Talvolta, non si arriva ad una soluzione proprio per la mancanza di scelte geopolitiche adeguate, comprensive di tutti gli elementi che servono alla stabilità e all&#8217;equilibrio. In questo senso, esaminare i dettagli della storia di questi Paesi servirebbe a prendere delle decisioni più ponderate; con uno sguardo al passato si potrebbe individuare una nuova linea politica che India e Pakistan dovrebbero percorrere fianco a fianco e che porterebbe finalmente i kashmiri ad un equilibrio e ad una stabilità che non hanno mai vissuto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Sabrina Cuccureddu è laureanda in Scienze politiche e relazioni internazionali (Università “La Sapienza” di Roma)</strong></em></span></span></p>
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		<title>&#8220;Nessuno potrà mai isolare l&#8217;Iran&#8221;. Intervista all’Ambasciatore iraniano in Italia M. A. Hosseini</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 09:41:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[ Venerdì 25 giugno "Eurasia" ha intervistato l’Ambasciatore iraniano in Italia, Seyyed Mohammad Alì Hosseini. L'Ambasciatore ha espresso il giudizio di Teheran sulle recenti sanzioni ONU ed esposto il ruolo della Repubblica Islamica nell’ambito regionale e mondiale con particolare riferimento ai rapporti che intrattiene con la Turchia, la Cina, la Russia e il Brasile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4988/l%e2%80%99iran-data-la-sua-posizione-unica-le-sue-dimensioni-non-e-un-paese-che-qualcuno-riuscira-mai-ad-isolare-intervista-all%e2%80%99ambasciatore-della-repubblica-islamica-delliran-seyed" title="&#8220;Nessuno potrà mai isolare l&#8217;Iran&#8221;. Intervista all’Ambasciatore iraniano in Italia M. A. Hosseini"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/fotohosseini_11.eq34l257dzk80gg0000ww44so.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="102" alt="&#8220;Nessuno potrà mai isolare l&#8217;Iran&#8221;. Intervista all’Ambasciatore iraniano in Italia M. A. Hosseini" ></div></a><p><font size="3"><em> Venerdì 25 giugno, Matteo Pistilli e il direttore Tiberio Graziani hanno incontrato per Eurasia Sua Eccellenza l’Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iràn presso lo Stato italiano, Seyyed Mohammad Alì Hosseini.<br />
Nel corso dell’incontro, l’Ambasciatore ha espresso il giudizio di Teheran sulle recenti sanzioni ONU ed esposto il ruolo della Repubblica Islamica nell’ambito regionale e mondiale con particolare riferimento ai rapporti che intrattiene con la Turchia, la Cina, la Russia e il Brasile.</em><br />
<strong><br />
Su iniziativa degli USA, la Repubblica islamica dell’Iràn è stata recentemente sottoposta a nuove sanzioni da parte dell’ONU. A queste sanzioni hanno aderito anche la Cina e la Russia, due paesi generalmente non ostili all’Iràn. Come valuta Teheran la nuova posizione internazionale di Mosca e Pechino? Quali gli effetti a medio e lungo termine sulle relazioni tra questi due paesi e la Repubblica dell’Iran?</strong></p>
<p>Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso.<br />
Innanzitutto dovrei fare delle precisazioni in merito all’ultima risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza. L’interferenza del Consiglio di Sicurezza nella questione nucleare iraniana sin da subito è stata un’azione illegittima e in contrasto con lo statuto delle Nazioni Unite. Il compito principale del Consiglio di Sicurezza è quello di occuparsi della pace e della sicurezza qualora dovessero subire delle minacce. Però il programma nucleare iraniano è un programma pacifico, civile, da sempre monitorato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica o attraverso i sopralluoghi dei suoi ispettori, oppure e contemporaneamente, attraverso le istallazioni di telecamere a circuito chiuso in tutti i luoghi dei siti iraniani. Sempre l’Agenzia ed i suoi ispettori sin dal primo momento e in più di 20 occasioni, hanno pubblicato dei rapporti in cui chiariscono che il programma nucleare iraniano non ha nessuna deviazione verso un uso militare. Questo significa che il programma nucleare iraniano – sottolineo pacifico, sotto controllo dell’Agenzia, con la certificazione della stessa Agenzia dell’inesistenza di alcuna violazione delle regole e dei regolamenti internazionali – non può essere considerato una minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionale. Perciò qualsiasi interferenza del Consiglio di Sicurezza riguardo al nostro programma nucleare civile e pacifico è da considerarsi illegale, faziosa, priva di valore. Pertanto le risoluzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza per imporre delle sanzioni alla Repubblica Islamica dell’Iràn sono da considerarsi in contrasto con lo statuto delle stesse Nazioni Unite, perché queste risoluzioni mirano a privare gli iraniani dai loro diritti naturali. Sappiamo tutti che lo statuto dell’Onu non permette al Consiglio di agire in modo tale da privare le nazioni ed i popoli dai loro diritti naturali. Lo stesso Consiglio di Sicurezza non agisce invece laddove esistono effettivamente delle minacce reali e concrete, a livello sia regionale sia internazionale, nei confronti della pace e della sicurezza. L’ultimo esempio è la mancanza di una adeguata reazione nei confronti del barbaro massacro perpetrato dal regime sionista in acque internazionali, a danno di pacifisti della Flottiglia pacifista che portava aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. Oppure la mancanza di una seria ed adeguata reazione da parte de Consiglio di Sicurezza per togliere l’assedio alla Striscia di Gaza che da più di tre anni sta privando la popolazione della Striscia stessa dei più elementari diritti naturali, ossia avere il cibo, l’acqua, l’assistenza sanitaria e così via. Purtroppo il silenzio, l’indifferenza e la debolezza del Consiglio di Sicurezza di fronte a questi crimini permette la perpetuazione della situazione oggi esistente. Ancora a questo proposito, prendiamo atto di quella che è un’azione frettolosa e sconsiderata degli Stati Uniti d’America per imporre tali sanzioni. Perché gli statunitensi hanno agito in questa direzione proprio in corrispondenza dell’accordo di Teheran, ossia l’accordo trilaterale fra l’Iràn, il Brasile e la Turchia sulla questione nucleare. La dichiarazione dell’accordo di Teheran è stata resa pubblica in data 17 maggio 2010 dopo sette mesi di negoziati; abbiamo visto il Brasile e la Turchia adoperarsi veramente con molta serietà e, di conseguenza, anche l’Iran ha dimostrato la necessaria flessibilità. Questo è stato un passo da parte iraniana per creare fiducia, anche a dimostrazione della possibilità di una costruttiva interazione fra le parti. La cosa interessante è anche che lo stesso presidente nordamericano aveva chiesto ai presidenti del Brasile e della Turchia di cercare d’arrivare ad un risultato positivo. Ma subito dopo che l’accordo è stato reso pubblico abbiamo osservato gli americani accelerare l’approvazione della risoluzione 1929 che non vuole fare altro che rafforzare le sanzioni contro il popolo iraniano. Qui siamo di fronte ad una politica ipocrita nei confronti della questione nucleare iraniana. Per quanto riguarda Cina e Russia devo dire che la Repubblica Islamica dell’Iran ha ampi rapporti con ambedue i paesi, in base ai reciproci interessi; naturalmente l’ampiezza di queste relazioni tra l’Iran e la Cina e tra l’Iran e la Russia comporta anche delle aspettative da parte iraniana; la maggior parte di quelle riguardanti il programma nucleare iraniano sono rimaste disattese . Un esempio ne è il fatto che i due paesi, la Cina e la Russia, hanno approvato l’ultima risoluzione nei confronti dell’Iran. Questa decisione ha scosso in qualche modo l’opinione pubblica iraniana ed ha messo sotto pressione alcune autorità del nostro paese. Ciò nonostante noi pensiamo che per questi due paesi sia ancora aperta la porta; ovviamente l’auspicio che noi formuliamo è che si adoperino per correggere l’errore appena compiuto.</p>
<p><strong>Dunque Teheran lascia uno spiraglio per Mosca e Pechino. Pochi giorni fa (il 21 giugno), il sito del Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione ufficiale per criticare la decisione degli USA e d’alcuni paesi europei d’inasprire unilateralmente le sanzioni contro l’Iràn. Queste sanzioni sono focalizzate sui cosiddetti “beni a duplice uso”; Mosca ha mostrato delusione per le ulteriori sanzioni contro l’Iràn, approvate da Washington, che vanno ben oltre il già esistente regime di sanzioni Onu contro Teheran. Questa dichiarazione ufficiale del Ministero degli Esteri russo a mio avviso si inserisce proprio in quella strategia di rettifica e di correzione di cui parlava prima, o sbaglio?</strong></p>
<p>Quello che ho capito ascoltando le sue parole è che i russi sono d’accordo con le sanzioni approvate nel quadro del Consiglio di Sicurezza ma sono contrari ad un loro ampliamento da parte degli USA e dei paesi europei. Però noi riteniamo che la risoluzione del Consiglio nei confronti del programma nucleare pacifico iraniano sia una decisione ingiustificata. Però nello stesso tempo quanto lei mi leggeva dimostra la contrarietà di Mosca ad un inasprimento unilaterale delle decisioni del Consiglio voluto sia dagli Stati Uniti d’America sia da alcuni paesi europei. Perciò, da questo punto di vista, posso dire che sì, si tratta di una presa di posizione positiva.</p>
<p><strong>I rapporti economici tra l’Iràn e l’Italia sono sempre stati molto buoni. La Farnesina, tuttavia, negli ultimi tempi, allineandosi alle direttive di Washington volte ad isolare Teheran, ha espresso regolarmente posizioni antiraniane: come valuta il governo iraniano l’atteggiamento di Roma?</strong></p>
<p>Alcune posizioni espresse da parte di talune autorità italiane sono posizioni poco amichevoli e non corrispondenti alla realtà ed allo spirito di amicizia che ha da sempre caratterizzato i rapporti fra l’Iràn e l’Italia. Sono dell’idea che una maggiore conoscenza della realtà iraniana, ovvero un maggiore realismo, aiuterebbero a correggere incomprensioni di questo genere. Le relazioni economiche fra l’Iràn e l’Italia sono da sempre buone e sono improntate ad alcuni fattori, per esempio gli interessi reciproci, le collaborazioni in molti settori, la complementarietà delle due economie. Si fondano anche sul fatto che l’Iràn è un mercato di 70 milioni di consumatori e insieme ai suoi paesi confinanti raggiunge quota 300 milioni: è interesse degli imprenditori italiani trovare sempre nuovi mercati, ed è interesse dell’Iràn potersi avvalere delle tecnologie italiane. Questi ed altri fattori, da sempre, costituiscono la cornice ed i pilastri su cui si fondano i nostri rapporti commerciali. Vorrei comunque sottolineare che l’Iràn, data la sua posizione unica, le sue dimensioni, non è un Paese che qualcuno riuscirà mai ad isolare. Parliamo di un Paese e di una nazione con 7 mila anni di storia alle spalle; un Paese che oltre ad avere la fortuna di un così ricco ed enorme bagaglio di cultura e civiltà ha anche la fortuna di avere il futuro costituito dai suoi giovani; un Paese altrettanto fortunato perché ricco di molte ricchezze naturali; un Paese con sbocco sul mare aperto, che oramai ha raggiunto e superato l’autosufficienza in molti settori industriali; un Paese che può essere considerato capofila nella propria regione. Pertanto vedete che gli sforzi trentennali di Washington per isolare l’Iràn e per imporgli le sanzioni hanno fino a questo momento sortito degli effetti assolutamente contrari. Basti leggere più approfonditamente i sondaggi di opinione (non parlo tanto di quelli condotti a livello internazionale, quanto di quelli riguardanti le popolazioni mediorientali) per capire quali sono i Paesi più amati e quali sono i Paesi più odiati dall’opinione pubblica nella nostra regione; forse finalmente si capirà quali sono gli Stati realmente isolati in questo momento.</p>
<p><strong>Recentemente alcuni quotidiani legati al governo italiano, hanno espressamente evidenziato il coinvolgimento di Israele, in particolare attraverso il Mossad, nell’addestramento e finanziamento della guerriglia curda nel nord dell’Iraq con lo scopo di destabilizzare le confinanti regioni curde in Turchia e Iran. L’attacco curdo alla base di Iskenderun, avvenuto in contemporanea con l’assalto alle navi della Flottiglia verso Gaza, sembra essere un avvertimento e una azione di depistaggio per impedire la reazione turca all’azione di guerra compiuta da Israele ai danni dei cittadini e delle navi turche. La volontà di combattere il terrorismo curdo e gli indipendentismi della regione possono costituire un punto di intesa e collaborazione tra Turchia e Iran?</strong></p>
<p>La Repubblica Islamica d’Iràn e la Turchia hanno preoccupazioni ed interessi comuni nella regione. Ciò ha comportato una collaborazione molto efficace tra l’Iràn e la Turchia per contrastare il terrorismo. Gruppi terroristici sono costituiti ed appoggiati da alcune potenze al di fuori della nostra regione. Questi stessi gruppi sono attivi nelle zone di frontiera fra Iràn, Turchia e Iràq e stanno cercando di compiere attività di spionaggio e destabilizzanti. Il regime sionista da sempre ha avuto una parte attiva nell’incoraggiare gruppi terroristici a creare instabilità nella regione. Ma nello stesso tempo, come dicevo poc’anzi, le buone collaborazioni tra i Paesi della regione hanno impedito finora a questi gruppi terroristici ed ai loro sostenitori di avere successo.</p>
<p><strong>Le nuove relazioni tra l’Iràn e la Turchia sembrano prefigurare un nuovo orientamento geopolitico del quadrante vicino e mediorientale. Considerando che la Turchia è un paese membro della NATO, ritiene che lo “strappo” di Ankara avrà ripercussioni nell’ambito dell’alleanza atlantica, e se sì quali?</strong></p>
<p>Per quanto concerne la seconda parte della sua domanda, dovrebbero essere gli amici turchi a rispondere, perché sono loro a conoscere le logiche interne all’alleanza atlantica. Però debbo dire che gli ultimi avvenimenti a livello regionale e internazionale fanno pensare che forse questo secolo vedrà la nascita di nuove potenze. Ci saranno grandi cambiamenti a livello internazionale e il mondo finalmente uscirà dall’unipolarismo. Tra le potenze emergenti possiamo nominare appunto l’Iràn, la Turchia, il Brasile, l’India; questo significa che ci sarà un nuovo Medio Oriente dove il ruolo e l’influenza delle potenze egemoniche esterne sarà ridotto al minimo, ed il ruolo dei paesi islamici nella regione sarà rafforzato molto di più.</p>
<p><strong>Una delle questioni più controverse all’ordine del giorno è quella della consegna all’Iràn dei sistemi di difesa aerea S-300 da parte della Russia. Negli ultimi mesi si sono susseguite voci che alternativamente confermano o smentiscono il congelamento dell’accordo, anche se dopo l’ultimo giro di sanzioni sembra che la Russia propenda verso la decisione di non consegnare all’Iran questa importante tecnologia militare che può scongiurare l’attacco da parte di Israele. Come considera questa marcia indietro della Russia, unita al voto favorevole alle nuove sanzioni contro l’Iran? Ci saranno ripercussioni nei futuri rapporti tra Iran e Russia?</strong></p>
<p>Effettivamente ci sono state delle dichiarazioni contrastanti da parte delle autorità russe: i ritardi accennati hanno di volta in volta avuto motivazioni politiche o tecniche. Malgrado ciò, la collaborazione tra i due paesi in generale avviene nel quadro di normali relazioni. Se fosse vero che i russi avessero deciso di non consegnare all’Iràn questo sistema S-300, tale decisione sarebbe una violazione rispetto agli accordi presi precedentemente tra i due Paesi. Ricordiamo che il prestigio, il credito degli Stati deriva dalla loro fedeltà agli impegni contratti con gli altri. Perciò sicuramente una eventuale inadempienza da parte russa nei confronti di un accordo di così vecchia data susciterebbe la grande sfiducia degli iraniani nei confronti di Mosca, e noi non lo auspichiamo. Vorrei però precisare che se l’Iràn non avrà questo sistema di difesa non subirà, credetemi, grandi danni, perché abbiamo la nostra industria di difesa molto sviluppata ed i nostri tecnici giovani ma molto bravi sono al lavoro; siamo in grado di produrre quello di cui abbiamo bisogno per assicurarci la nostra difesa. Nonostante le ingiuste sanzioni imposte al nostro Paese in questi anni l’Iràn non ha mai cessato di andare avanti anche sulla strada dello sviluppo scientifico e tecnologico. E come dicevo prima siamo veramente autosufficienti, possiamo pensare ai nostri diversi fabbisogni nei vari settori senza dover dipendere dall’estero. Comunque ci auguriamo che i russi siano adempienti verso l’accordo già firmato e non permettano che i rapporti tra i due Paesi vengano danneggiati da episodi come questo.</p>
<p><strong>L’Iràn è un paese osservatore dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS). Al recente vertice dell’Organizzazione, tenutosi a Tashkent il 10 e 11 giugno, Teheran ha inviato una sua delegazione. Qual è l’attuale ruolo dell’Iràn nell’Organizzazione eurasiatica?</strong></p>
<p>L’Iràn ha partecipato a questo vertice con una delegazione iraniana capeggiata dal nostro Ministro degli Esteri.</p>
<p>In tutte le consultazioni avviate fino a questo momento, i membri della conferenza di Shanghai sono concordi sull’importanza del ruolo della presenza iraniana. Voi sapete che la conferenza di Shanghai ha come priorità gli obiettivi della lotta al narcotraffico, della lotta al crimine organizzato, nonché lo sviluppo economico. E proprio qui vediamo come ci siano molteplici interessi e preoccupazioni comuni tra i Paesi della regione. Sicuramente questi interessi e queste preoccupazioni porteranno ad una sempre maggiore convergenza tra i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Comunque l’Iràn è un Paese in prima linea in quegli obiettivi primari dell’Organizzazione, perciò la presenza iraniana alla conferenza sicuramente aiuterà altri membri ad un più veloce raggiungimento degli obiettivi previsti.</p>
<p></font><font face="Times New Roman" size="3"><strong><em>Mohammad Alì Hosseini è ambasciatore della Repubblica Islamica d’Iràn in Italia.</em></strong>  </font></p>
<p><em>L’intervista – a cura di Tiberio Graziani, Antonio Grego e Matteo Pistilli – è stata rilasciata venerdì 25 giugno 2010, presso l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iràn in Italia.</em></p>
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		<title>La collocazione geopolitica dell&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 07:32:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervento di Daniele Scalea al convegno “L'Iran e la stabilità del Medio Oriente”, tenutosi a Trieste giovedì 3 giugno 2010 presso l'Hotel Letterario Victoria e co-organizzato dall'Associazione Culturale “Strade d'Europa” e da “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4856/la-collocazione-geopolitica-delliran" title="La collocazione geopolitica dell&#8217;Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/persepolis_national_geographic.db9dga0mps84kcgoooos08ks8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="53" alt="La collocazione geopolitica dell&#8217;Iran" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Quella che segue è la trascrizione dell&#8217;intervento di Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e autore de </em><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/">La sfida totale</a><em> (Fuoco, Roma 2010), al convegno “<a href="../../4249/liran-e-la-stabilita-del-medio-oriente-il-3-giugno-a-trieste">L&#8217;Iran e la stabilità del Medio Oriente</a>”, tenutosi a Trieste giovedì 3 giugno 2010 presso l&#8217;Hotel Letterario Victoria e co-organizzato dall&#8217;Associazione Culturale “Strade d&#8217;Europa” e da “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Le immagini sono le stesse che, proiettate nella sala, hanno accompagnato l&#8217;intervento originale.</em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4857" title="Trieste-Iran" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran.jpg" alt="" width="635" height="476" /></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;intervento è composto da due parti distinte. La prima, e principale, sarà un inquadramento generale dell&#8217;Iràn nel contesto geopolitico globale e in particolare eurasiatico. La seconda affronterà invece il problema delle ultime e contestate elezioni presidenziali nella Repubblica Islamica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Cominciamo dalla prima parte e, dunque, dalla collocazione geopolitica dell&#8217;Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4858" title="Trieste-Iran2" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran2.jpg" alt="" width="635" height="476" /></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa mappa, ripresa da un volume del geografo britannico Halford John Mackinder, mostra come i geopolitici classici, in particolare quelli anglosassoni, vedessero il mondo. La geopolitica classica centra la propria attenzione sul continente eurasiatico: infatti, in Eurasia si trovano la maggior parte delle terre emerse, della popolazione umana, delle risorse; e sempre in Eurasia sono sorte le principali civiltà della storia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il mondo è diviso in tre fasce, che dipartono concentriche proprio dal centro dell&#8217;Eurasia. Qui si trova la “area perno” (<em>Pivot area</em>) o “terra-cuore” (<em>Heartland</em>), la cui caratteristica è di essere impermeabile alla potenza marittima. Non ha infatti sbocchi sul mare (se si eccettua l&#8217;Artico, che non garantisce però collegamenti col resto del mondo), né vi è collegata neppure per via fluviale, in quanto i principali corsi d&#8217;acqua della regione sfociano nell&#8217;Artico o in mari chiusi. Nella Terra-cuore, pertanto, la potenza continentale non è contrastata da quella marittima.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Terra-cuore è avviluppata da una seconda fascia, la “mezzaluna interna” (<em>Inner Crescent</em>), che percorre tutto il margine continentale eurasiatico dall&#8217;Europa Occidentale alla Cina, passando per Vicino e Medio Oriente e Asia Meridionale: per tale ragione è detta anche “terra-margine” (<em>Rimland</em>). Qui la potenza continentale e quella marittima tendono a controbilanciarsi l&#8217;un l&#8217;altra.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine, al di fuori dell&#8217;Eurasia, si staglia la terza ed ultima fascia, la “mezzaluna esterna” (<em>Outer Crescent</em>), che comprende le Americhe, l&#8217;Africa, l&#8217;Oceania e pure Gran Bretagna e Giappone. Essa è la sede naturale della potenza marittima, dove quella continentale non può minacciarla.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo Mackinder, che scriveva all&#8217;inizio del Novecento, l&#8217;avvento della ferrovia avrebbe neutralizzato la superiore mobilità del trasporto marittimo, riequilibrando la situazione a favore della potenza tellurica (continentale, terrestre). John Spykman, mezzo secolo più tardi, ridimensionò il peso delle strade ferrate, sostenendo che la potenza talassica (marittima) manteneva il proprio vantaggio: la Terra-cuore è sì imprendibile per la talassocrazia (l&#8217;egemone sui mari), ma non può minacciare quest&#8217;ultima senza prima occupare la Terra-margine. Compito della talassocrazia – che in quegli anni, proprio come oggi, erano gli USA – è precludere il <em>Rimland</em> alla potenza continentale (allora l&#8217;URSS).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4859" title="Trieste-Iran3" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran3.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La strategia del contenimento, durante la Guerra Fredda, s&#8217;accorda con la visione del mondo della geopolitica classica. Contro un avversario che occupava l&#8217;<em>Heartland</em> (il riferimento è ovviamente all&#8217;URSS), gli USA talassocratici hanno messo in funzione un dispositivo che mantenesse sotto controllo il <em>Rimland</em>, impedendo a Mosca di raggiungere le coste continentali e proiettarsi sui mari. In tale dispositivo rientrano la NATO in Europa Occidentale, la CENTO nel Vicino e Medio Oriente, la SEATO in Asia Sudorientale e l&#8217;alleanza con Corea del Sud e Giappone (e in un secondo momento anche con la Cina) in Estremo Oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4860" title="Trieste-Iran4" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran4.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Della CENTO, o Patto di Baghdad, faceva parte anche l&#8217;Iràn, oltre a Turchia, Iràq, Pakistan e Gran Bretagna (in qualità di ex padrone coloniale). Dalla cartina è facile individuare nella CENTO un anello della catena di contenimento che corre lungo tutto il <em>Rimland</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran5.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4861" title="Trieste-Iran5" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran5.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa cartina mostra, semplificando un po&#8217; la situazione, quelli che erano gli schieramenti nei primi decenni della contrapposizione bipolare in Vicino Oriente. Se Egitto, Siria e Iràq si erano avvicinati all&#8217;URSS,  nella regione gli USA poggiavano sulla triade di potenze non arabe: Israele, Turchia e Iràn.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran6.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4862" title="Trieste-Iran6" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran6.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Rivoluzione Islamica del 1979 pone fine all&#8217;alleanza tra Iràn e USA, pur senza portare Tehr<span style="font-family: Arial,sans-serif;">ā</span>n nel campo sovietico. Ciò rafforza il peso dei due perni superstiti, Turchia e Israele, ed anche il maggiore appoggio che Washington garantisce ai due paesi, ed in particolare a Tel Aviv. Dal canto loro tutti i paesi arabi, ad eccezione di Siria, Iràq e Yemen del Sud, seguendo il voltafaccia egiziano prendono più o meno tiepidamente posizione per gli Stati Uniti d&#8217;America, disperando della possibilità che l&#8217;appoggio sovietico possa apportare loro grossi benefici. Preferiscono puntare sull&#8217;avvicinamento a Washington, sperando che ciò possa spezzare la “relazione speciale” tra la Casa Bianca e Tel Aviv, e quindi ricevere una più equa mediazione nei confronti dello Stato ebraico. Speranza che rimarrà delusa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran7.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4863" title="Trieste-Iran7" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran7.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;immagine, ripresa da <em>The Grand Chessboard</em> di Zbigniew Brzezinski, mostra la visione del continente eurasiatico da parte degli eredi della geopolitica classica nordamericana. La Federazione Russa continua a mantenere una posizione centrale, pur ristretta rispetto all&#8217;epoca sovietica, mentre la Terra-margine è divisa in tre settori. Per ognuno di essi Brzezinski suggerisce una politica regionale a Washington.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A Occidente – ossia in Europa –  si trova quella che Brzezinski definisce “la testa di ponte democratica”, ossia il <em>pied-à-terre</em> della talassocrazia nordamericana in Eurasia. L&#8217;integrazione europea pone una sfida agli USA: se dovesse fallire restituendo un&#8217;Europa frammentata e litigiosa, o se al contrario dovesse avere grosso successo creando un&#8217;Unione Europea monolitica e strategicamente autonoma, in entrambi i casi la presenza statunitense nella regione sarebbe messa in discussione. La soluzione prospettata da Brzezinski è quella di mettersi a capo dell&#8217;integrazione europea e dirigerla in modo che non leda gl&#8217;interessi nordamericani: esattamente quanto successo, con l&#8217;espansione della NATO a precedere ed indirizzare quella dell&#8217;UE, che ha demandato la propria sicurezza e guida strategica al capoalleanza d&#8217;oltreoceano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A Oriente gli USA hanno ulteriori basi avanzate, in Giappone e Corea, che debbono mantenere ad ogni costo. Ma Brzezinski, memore di una delle mosse che ha deciso la Guerra Fredda, consiglia pure di coltivare i rapporti con la Cina, che potrebbe diventare per gli USA una seconda testa di ponte in Eurasia, <em>pendant</em> dell&#8217;Europa a oriente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Infine c&#8217;è il Meridione, corrispondente al Vicino e Medio Oriente, dal Mediterraneo all&#8217;India.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran8.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4864" title="Trieste-Iran8" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran8.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In quest&#8217;area, Brzezinski ritiene che gli alleati naturali, anche se sovente involontari, della geostrategia statunitense siano Turchia e Iràn. Coi loro intenti panturanici la prima e panislamici la seconda, si proiettano nel Caucaso e nell&#8217;Asia Centrale controbilanciando l&#8217;influenza russa e frustrandone il tentativo di riconquistare quelle regioni alla propria area d&#8217;influenza. Questi “interessi competitivi” tra Turchia, Iràn e Russia, individuati da Brzezinski, corrispondono più alla situazione degli anni &#8217;90 che a quella del decennio appena trascorso, in cui i tre paesi hanno privilegiato la soluzione “cooperativa” su quella “competitiva”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran9.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4865" title="Trieste-Iran9" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran9.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Spostiamoci ora dal quadro propriamente geostrategico a quello energetico. La cartina schematizza la situazione dell&#8217;energia in Eurasia, individuando quattro regioni importatrici (Europa, Asia Orientale, Asia Meridionale e Asia Sudorientale) e quattro regioni esportatrici (Russia, Asia Centrale, Iràn, Vicino Oriente). Le quattro regioni produttrici potrebbero sostanzialmente ridursi a due: l&#8217;Asia Centrale non ha sbocchi sul mare, dipende dai paesi circostanti per lo smercio delle sue risorse, ed in particolare dalla Federazione Russa in ragione della rete d&#8217;oleodotti e gasdotti retaggio d&#8217;epoca sovietica; l&#8217;Iràn invece esporta molto meno del suo potenziale, come vedremo tra poco. Rimangono dunque la Russia e il Vicino Oriente, ma quest&#8217;ultimo è diviso in una pluralità di nazioni, spesso politicamente, economicamente e socialmente fragili. Ecco perché la Russia può essere individuata come la maggiore potenza energetica del continente eurasiatico (e del mondo).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran10.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4866" title="Trieste-Iran10" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran10.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;immagine mostra come la rete delle condotte energetiche esistenti faccia perno sul territorio della Federazione Russa. In particolare, l&#8217;Asia Centrale dipende quasi totalmente da Mosca per l&#8217;esportazione dei propri idrocarburi verso l&#8217;Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4867" title="Trieste-Iran11" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran11.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli USA hanno cercato d&#8217;inserirsi nella connessione Asia Centrale-Russia-Europa. Essa, infatti, crea un rapporto di <em>interdipendenza</em> tra i tre soggetti. In particolare, Mosca ne riceve importanti leve strategiche nei confronti dei paesi europei e centroasiatici. Il piano di Washington consiste nel creare nuove rotte energetiche dall&#8217;Asia Centrale all&#8217;Europa che scavalchino la Russia. Il primo importante progetto in tale direzione è stato l&#8217;oleodotto Bakù-Tblisi-Ceyhan. Aperto nel 2006, ha avuto un effetto meno dirompente di quanto s&#8217;attendessero gli Statunitensi: esso ha infatti raccolto il petrolio azero, ma solo in maniera marginale quello dei paesi centroasiatici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4868" title="Trieste-Iran12" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran12.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi anni il gas naturale ha acquisito un&#8217;importanza crescente nel paniere energetico, e per questo i progetti più recenti si sono concentrati proprio sul trasporto del “oro blu”. Gli USA hanno rilanciato con l&#8217;ambizioso progetto del <em>Nabucco</em> che, partendo dalla Turchia, dovrebbe giungere fino in Austria, rappresentando un canale alternativo al transito sul territorio russo. Mosca non è però rimasta a guardare: i Russi hanno già avviato la costruzione del <em>Nord Stream</em> e si preparano a lanciare quella del <em>South Stream</em>; i due gasdotti, passando rispettivamente sotto il Baltico e il Mar Nero, scavalcheranno l&#8217;Europa Orientale (che ha creato diversi problemi al transito di gas russo) ed accresceranno sensibilmente il volume delle forniture russe all&#8217;Europa Occidentale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran13.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4869" title="Trieste-Iran13" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran13.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il <em>Nabucco</em> ha un grave punto debole: l&#8217;incertezza riguardo i bacini d&#8217;approvvigionamento da cui dovrebbe trarre il gas per l&#8217;Europa. A parte il gas azero, è probabile che lo riceverà dall&#8217;Egitto e dall&#8217;Iràq. Tuttavia, ciò potrebbe essere insufficiente rispetto alle ambizioni per cui verrà creato. Inoltre, il suo palese scopo geopolitico è sottrarre gas centroasiatico, ed in particolare turkmeno, al transito per la Russia. Ma il gas turkmeno ha sole due vie per poter arrivare a Erzurum: un ipotetico gasdotto transcaspico (cui s&#8217;oppongono due nazioni rivierasche – Russia e Iràn – e sulla cui possibilità di realizzazione tecnica permangono numerosi dubbi), oppure un transito sul territorio iraniano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran14.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4870" title="Trieste-Iran14" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran14.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma il ruolo dell&#8217;Iràn rispetto al <em>Nabucco</em> potrebbe non essere soltanto quello d&#8217;un semplice canale di transito del gas turkmeno. Il paese persiano è già un grande esportatore di petrolio, ma potenzialità ancora maggiori le mostra rispetto al gas naturale, avendo riserve provate che sono le seconde più vaste al mondo. E sebbene sia il quinto maggiore produttore mondiale di gas, l&#8217;Iràn è a malapena il ventinovesimo esportatore. Ciò perché gran parte del gas prodotto viene consumato all&#8217;interno. Questa è una delle principali motivazioni del programma nucleare iraniano: soddisfare il fabbisogno energetico interno col nucleare, e liberare ingenti quantità di gas per l&#8217;esportazione. Esportazione che potrebbe passare proprio per il <em>Nabucco</em>, se si verificasse una distensione col Patto Atlantico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran15.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4872" title="Trieste-Iran15" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran15.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Anche per scongiurare quest&#8217;eventualità, la Russia si è prodigata a sponsorizzare il progettato gasdotto Iràn-Pakistan-India. Rivolgendo verso oriente il gas iraniano, Mosca s&#8217;assicura di rimanere la principale ed imprescindibile fornitrice energetica dell&#8217;Europa. Tehr<span style="font-family: Arial,sans-serif;">ā</span>n e Islamabad hanno già avviato la costruzione dei rispettivi tratti, mentre Nuova Dehli, complici anche le pressioni di Washington, è ancora titubante. I Pakistani hanno offerto ai Cinesi di prendere il posto degl&#8217;Indiani; per ora Pechino non ha né accettato né rifiutato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran16.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4873" title="Trieste-Iran16" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran16.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questa fase il Vicino Oriente sembra stia vivendo una nuova polarizzazione. Rispetto a quella della Guerra Fredda, il ruolo degli attori strategici esterni è inferiore rispetto a quello dei paesi locali, ma non per questo trascurabile. L&#8217;ascesa dell&#8217;Iràn intimorisce molti paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, che assieme a Giordania e Egitto hanno ormai concluso un&#8217;alleanza “inconfessata” con Israele, ovviamente benedetta dagli USA. L&#8217;Iràn, oltre all&#8217;alleato siriano e ad un paio di paesi in bilico (Iràq e Libano) sembra poter contare anche sulla Turchia: un paese che possiede proprie ambizioni di egemonia regionale, ma in questa fase ha scelto la cooperazione con l&#8217;Iràn. Questo secondo blocco coltiva buoni rapporti con la Russia e la Cina.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran17.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4874" title="Trieste-Iran17" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran17.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Passiamo quindi alla seconda parte di quest&#8217;esposizione, che concerne le elezioni presidenziali iraniane del 2009. In particolare, si cercherà di capire se davvero esse siano state viziate da brogli decisivi, ovvero se la vittoria di Ahmadinejad possa considerarsi sostanzialmente genuina. Ci si appoggerà alle risultanze d&#8217;una mia ricerca più particolareggiata, di cui riporterò solo alcuni dati più significativi tralasciando i calcoli intermedi ed altre argomentazioni accessorie – che si potranno comunque leggere consultando la ricerca stessa, che sarà citata in conclusione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran18.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4875" title="Trieste-Iran18" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran18.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questi sono i contestati risultati ufficiali delle elezioni. La prima cosa che balza all&#8217;occhio sono gli oltre 11 milioni di voti di scarto tra Ahmadinejad ed il secondo classificato, Musavì. In un paese in cui ogni seggio vede presenta osservatori indipendenti e dei vari candidati (compresi quelli sconfitti: in particolare, Musavì aveva più osservatori di Ahmadinejad) appare estremamente improbabile se non impossibile pensare ad una manomissione tanto massiccia delle schede già nei seggi. Non a caso, gli stessi oppositori di Ahmadinejad che hanno denunciato i presunti brogli propendono sempre per la tesi che i risultati siano stati semplicemente riscritti a tavolino dalle autorità. Anche se il riconteggio parziale delle schede in alcune delle circoscrizioni dai risultati più controversi ha confermato le risultanze iniziali, l&#8217;ipotesi dei brogli ha mantenuto ampio credito in tutto il mondo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran19.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4876" title="Trieste-Iran19" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran19.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure i risultati delle elezioni erano in linea con quanto predetto dalla maggior parte degli osservatori e dei sondaggi. Pur non fidandosi dei sondaggi d&#8217;opinione iraniani, ce n&#8217;è uno, molto significativo, che è stato realizzato con tutti i crismi di scientificità da tre importanti organizzazioni statunitensi: il centro <em>Terror Free Tomorrow</em> (non sospettabile d&#8217;essere benevolo verso Ahmadinejad, avendo tra i suoi consiglieri anche il senatore John McCain), il prestigioso istituto <em>New America Foundation</em> e la ditta di ricerche di mercato <em>KA</em>, tra i <em>leaders</em> mondiali del settore. Questo sondaggio, pur registrando un alto numero d&#8217;indecisi, mostrava una propensione di voto verso Ahmadinejad relativamente più alta, rispetto aMusavì, di quella effettivamente registratasi alle elezioni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran20.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4877" title="Trieste-Iran20" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran20.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span><span style="font-size: medium;">C&#8217;è un altro dato molto significativo. Se si sostituisse Musavì del 2009 col candidato Rafsanjani che nel 2005 sfidò Ahmadinejad al ballottaggio, si scoprirebbe che i risultati delle ultime due elezioni presidenziali in Iràn sono quasi coincidenti. Si tenga presente che nel 2005 in Iràn governava Khatamì, che alle ultime elezioni ha sostenuto Musavì, proprio come Rafsanjani.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran21.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4878" title="Trieste-Iran21" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran21.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span><span style="font-size: medium;">Secondo taluni commentatori, una “prova” di brogli sistematici alle elezioni del 2009 sarebbe l&#8217;eccessiva uniformità di voto da provincia a provincia. L&#8217;evidenza aritmetica, tuttavia, mostra che il voto del 2009 è stato più difforme localmente rispetto a quello del 2005 (che, ricordiamo, si è svolto sotto un governo “riformista”, retto dagli attuali avversari politici di Ahmadinejad).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran22.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4879" title="Trieste-Iran22" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran22.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La difformità locale del voto in Iràn nel 2009 è nettamente superiore a quella registratasi, ad esempio, alle elezioni italiane del 2008 – che però non per questo sono state tacciate d&#8217;invalidità.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran23.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4880" title="Trieste-Iran23" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran23.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alì Ansari, ricercatore della londinese <em>Chatham House</em>, ha individuato 10 province (su un totale di 30) in cui i voti ottenuti da Ahmadinejad sarebbero improbabili rispetto ai risultati del 2005. Ansari, al pari di molti sostenitori della tesi dei brogli, adotta sempre come metro di confronto il primo turno del 2005. Ciò è scorretto, poiché il quadro politico era completamente differente. Innanzitutto, nel 2005 non c&#8217;era un presidente uscente candidato – che invece nel 2009 era proprio Ahmadinejad – e perciò la contesa appariva più plurale: nel 2005 ben cinque candidati superarono il 10% dei voti al primo turno. La situazione registratasi nel 2009, con soli 4 candidati e la netta polarizzazione di voti sui due principali, richiama palesemente il secondo turno e non il primo del 2005. Rifacendo i calcoli di Ansari basandosi appunto su un raffronto col ballottaggio del 2005, e riconoscendo a Ahmadinejad il 61,75% dei nuovi votanti (ossia la percentuale che ottenne nel 2005), si nota che in 2 delle 10 province Ahmadinejad è addirittura in calo. In altre 4 ha incrementi percentuali inferiori al 10%; solo in 4 i suoi voti sono aumentati di più del 10%, con un picco in Lorestan del 17,72%. Vanno qui fatte due precisazioni: i voti guadagnati in queste 4 province, anche volendo ammettere che siano tutti fraudolenti, ammontano a poco più di mezzo milione, a fronte d&#8217;uno scarto complessivo su Musavì d&#8217;oltre 11 milioni di voti. In secondo luogo, non è scontato che incrementi anche così significativi non possano essere genuini. Riprendendo il confronto col caso italiano, si può osservare che – ad esempio – i partiti del Centro-destra (compreso l&#8217;UDC, che nel frattempo aveva abbandonato la coalizione) nella circoscrizione “Campania 1” ebbero un incremento percentuale dei consensi pari a quasi il 10% in soli due anni (dal 2006 al 2008). I flussi elettorali esistono, e non sono necessariamente indice di brogli diffusi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran24.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4881" title="Trieste-Iran24" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran24.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Queste sono le indicazioni per chi volesse approfondire i temi qui trattati, o conoscere le fonti delle affermazioni appena fatte.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran25.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4882" title="Trieste-Iran25" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Trieste-Iran25.jpg" alt="" width="635" height="476" /></a><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per un quadro generale della politica internazionale odierna e recente, si rimanda al libro, da poco edito per i tipi di Fuoco Edizioni, <em>La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali</em>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia”, è autore de </strong></em><a href="http://sfidatotale.wordpress.com/"><strong>La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali</strong></a><strong><em> (Fuoco, Roma 2010).</em></strong></span></span></p>
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		<title>« Via libera » dell’ONU ad un attacco preventivo americano-israeliano contro l’Iran?</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 08:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>

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		<description><![CDATA[La risoluzione del Consiglio di sicurezza trasforma l’Iran in una facile preda]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4887/%c2%ab-via-libera-%c2%bb-dell%e2%80%99onu-ad-un-attacco-preventivo-americano-israeliano-contro-l%e2%80%99iran" title="« Via libera » dell’ONU ad un attacco preventivo americano-israeliano contro l’Iran?"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/obama_isra1.91f1dtnpx04c8wcw0ok000cck.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="60" alt="« Via libera » dell’ONU ad un attacco preventivo americano-israeliano contro l’Iran?" ></div></a><p>Fonte: <a href="http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&#038;aid=19719">http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&#038;aid=19719</a></p>
<p><font size="3">Il 9 giugno il Consiglio di Sicurezza ha votato l’imposizione di una quarta serie di amplissime sanzioni contro la Repubblica Islamica d’Iran, che comprendono un embargo sulle armi e dei « <em>più severi controlli finanziari </em>».</p>
<p>Per un’amara ironia, questa risoluzione è stata adottata nei giorni seguenti il categorico rifiuto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di sostenere una mozione che condanni Israele per il suo attacco alla Flottiglia della Libertà per Gaza nelle acque internazionali.</p>
<p>Essa ha anche seguito l’impronta di una conferenza sul trattato di non proliferazione nucleare (TNP) tenutasi a Washington sotto gli auspici dell’ONU che, nella sua risoluzione finale, fa appello alla creazione di un Medio Oriente senza nucleare, così come allo smantellamento dell’arsenale nucleare d’Israele. Israele è considerato la sesta potenza nucleare al mondo avendo, secondo Jane Defence, tra le 100 e le 300 ogive nucleari. (Analysts: Israel viewed as world&#8217;s 6th nuclear power, Israel News, Ynetnews, 10 aprile 2010). In compenso, l’Iran non ha riconosciute capacità in materia di armi nucleari.</p>
<p>La Risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è basata su di una fondamentale menzogna. Essa difende l’idea  secondo la quale l’Iran sia una potenza nucleare a venire ed una minaccia per la sicurezza mondiale. Dà anche il via libera all’alleanza militare Stati Uniti-NATO-Israele per minacciare l’Iran con un attacco nucleare preventivo punitivo, approvata dal sigillo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.</p>
<p>Il Consiglio di Sicurezza esercita due pesi e due misure nell’applicazione delle sanzioni: considerando che l’Iran è l’obiettivo di minacce punitive, il considerevole arsenale nucleare di Israele viene o ignorato o tacitamente accettato dalla « comunità internazionale ». Per Washington, la bombe nucleari di Israele sono uno strumento di pace in Medio Oriente.</p>
<p>Inoltre, quando tutti gli indici sono puntati verso l’Iran che non possiede armi nucleari, cinque Stati europei cosiddetti « non nucleari » &#8211; il Belgio, l’Olanda, la Germania, l’Italia e la Turchia &#8211; non solo possiedono armi nucleari strategiche sotto comando nazionale, ma esso sono anche spiegate e rivolte verso l’Iran.</p>
<p><strong><em>Risoluzione 1929 (9 giugno 2010):</em></strong><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>« 7. Decide che l’Iran non deve poter acquistare in un altro Stato alcuna partecipazione in una qualsiasi attività commerciale legata all’estrazione di uranio o alla produzione o all’utilizzo di materie e tecnologie nucleari la cui lista è disponibile nella circolare INFCIRC/254/Rev.9/Part 1, in particolare le attività legate all’arricchimento ed al ritrattamento dell’uranio, tutte le attività legate all’acqua pesante e le tecnologie legate ai missili balistici che possano portare armi nucleari, e decide anche che tutti gli Stati devono impedire all’Iran,  ai suoi cittadini e alle società costituite in Iran o sotto la sua giurisdizione, alle persone o entità agenti in loro nome o sotto loro ordini, o alle entità che sono loro proprietà o sotto il loro controllo, di realizzare tali investimenti nei territori che dipendono dalla loro giurisdizione; »</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>« 8. Decide che tutti gli Stati devono impedire la fornitura, la vendita o il trasferimento diretto o indiretto all’Iran, a partire dal loro territorio o attraverso il loro territorio o tramite i loro cittadini o tramite le persone sotto la loro giurisdizione, o per mezzo di navi o aerei battenti la loro bandiera, che abbiano o meno origine nel loro territorio, di carri armati, veicoli blindati da combattimento, sistemi d’artiglieria di grosso calibro, aerei da guerra, elicotteri d’attacco, navi da guerra, missili e lanciatori&#8230;</em></p>
<p><em>Decide anche che tutti gli Stati devono impedire la fornitura all’Iran tramite i loro cittadini o a partire dal loro territorio o attraverso il loro territorio di tutta la formazione tecnica, di risorse finanziarie o di servizi finanziari, consulenza, altri servizi o aiuti legati alla fornitura, alla vendita, al trasferimento, alla consegna, alla fabbricazione, al mantenimento o all’utilizzo di tali armi e del materiale ad esse connesso, ed invita tutti gli Stati a dare prova di vigilanza e di controllo per quanto riguarda la fornitura, la vendita, la consegna, la fabbricazione e l’utilizzo di tutte le altre armi e del materiale ad esse connesso; » (<strong><a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2010/sc9948.doc.htm">Il Consiglio di Sicurezza impone delle sanzioni addizionali all’Iran</p>
<p>; voto diviso: 12 a favore e 2 contrari, un astenuto. Includente il testo completo della Risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Dipartimento di Informazione dell’ONU, 9 giugno 2010).</a></strong></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>L’embargo sulle armi. Le implicazioni per Russia e Cina</strong></p>
<p>La Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese hanno ceduto alle pressioni americane ed hanno votato in favore di una risoluzione, che non solo pregiudica la sicurezza dell’Iran, ma che indebolisce seriamente e scalza il loro ruolo strategico come potenziali potenze mondiali rivali sullo scacchiere geopolitico eurasiatico.</p>
<p>La risoluzione attacca direttamente al cuore stesso della struttura delle alleanze militari. Vieta alla Russia ed alla Cina di vendere armi strategiche e convenzionali così come delle tecnologie militari al loro alleato di fatto: l’Iran. In realtà, era uno dei principali obiettivi della risoluzione 1929 che Washington ha intenzione di far rispettare.</p>
<p>Contemporaneamente, vietandogli di acquistare degli equipaggiamenti militari convenzionali, la risoluzione impedisce all’Iran di difendersi contro un attacco da parte di Stati Uniti-NATO-Israele.</p>
<p>Se fosse pienamente applicata, non solo la risoluzione invaliderebbe gli accordi bilaterali di cooperazione militare con l’Iran, ma aprirebbe una breccia nell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS).</p>
<p>Ciò significherebbe anche il considerevole indebolimento delle relazioni commerciali e di investimenti tra l’Iran e i suoi partner russi e cinesi. Le disposizioni finanziarie e bancarie previste nella risoluzione indicano anche che Washington è non solo decisa a isolare l’Iran ma anche a destabilizzare il suo sistema finanziario.</p>
<p>Washington è decisa a applicare questa risoluzione. Il Segretario di Stato Hilary Clinton ha nominato Robert Einhorn, consigliere speciale per la non proliferazione ed il controllo delle armi, come coordinatore americano per la realizzazione del regime di sanzioni contro l’Iran e la Corea del Nord.</p>
<p><em>« Il presidente americano Barack Obama ha salutato la risoluzione, stimando che essa permette di adottare le sanzioni più severe con quali il governo iraniano non si è mai confrontato e che essa invia un messaggio “inequivocabile” a Teheran circa l’impegno della comunità internazionale per fermare la diffusione delle armi nucleari » (<a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2010/sc9948.doc.htm">Clinton appoints coordinator for sanctions against Iran</p>
<p>,, DPRK, Xinhua, 10 giugno 2010)</a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>« Noi ci aspettiamo che ciascun paese metta in pratica in maniera forte la risoluzione 1929 » </em>ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato P.J. Crowley. Se la Cina e la Russia decidono di non rispettare le disposizioni della risoluzione, in particolare quelle relative alla vendita d&#8217;armi all’Iran (art. 8), Washington se ne servirà come un’opportunità per impegnarsi in un confronto diplomatico sempre più conflittuale nei confronti di Pechino e Mosca.</p>
<p>La risoluzione mira anche a stabilire un’egemonia diretta dagli Stati Uniti nella produzione e l’esportazione di sistemi di armamento. È un duro colpo, praticamente una <em>« condanna a morte »</em>, per il commercio internazionale lucrativo delle armi della Cina e della Russia, in concorrenza con gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Germania ed Israele. Nell’era post-sovietica, il commercio delle armi è diventato un elemento centrale nella fragile economia della Russia. Le possibili ripercussioni sulla bilancia dei pagamenti della Russia sono considerevoli.</p>
<p><strong> Il sistema di difesa antimissile dell’Iran messo fuori combattimento</strong></p>
<p>Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sono parte integrante della politica estera americana. Esse sono tra i progetti dei think tank (gruppi di riflessione) di Washington, tra cui il Consiglio delle Relazioni Internazionali (CFR), l&#8217;American Enterprise Institute (AEI) et l’Heritage Foundation. A tal proposito, è conveniente notare che la sostanza dell’articolo 8 della risoluzione 1929 (9 giugno 2010) era contenuta in un rapporto del gennaio 2010 dell’Heritage Foundation, che faceva appello a <em>« bloccare le vendite di armi all’Iran »</em>, compresi i missili russi S-300:</p>
<p><em>« Washington ed i suoi alleati devono fare tutti gli sforzi necessari per impedire all’Iran di ricevere armi straniere, <strong>in particolare la vendita imminente dei missili terra-aria S-300 russi</strong>, che potrebbe spingere Israele ad attaccare il più presto possibile. Devono anche essere intrapresi sforzi multinazionali più energici per impedire all’Iran di trasferire armi ad Hezbollah e ai gruppi terroristi palestinesi, che costituiscono una minaccia non solo per Israele, ma alla stabilità del Libano, dell’Egitto e della Giordania. Il 3 novembre, la marina israeliana ha intercettato il Francop, un cargo battente bandiera di Antigua, che trasportava circa 500 tonnellate di armi iraniane destinate ad Hezbollah tramite la Siria. [22] Gli Stati Uniti dovrebbero spingere gli altri alleati ad unirsi affinché venga dato un maggior aiuto agli sforzi israeliani di intercettazione dei flussi d’armi iraniani, in  particolare ad Hezbollah e ad Hamas. » </em><em>(James Phillips, </em><em><a href="http://www.heritage.org/Research/Reports/2010/01/An-Israeli-Preventive-Attack-on-Iran-Nuclear-Sites-Implications-for-the-US">An Israeli Preventive Attack on Iran&#8217;s Nuclear Sites: Implications for the U.S</p>
<p>,  The Heritage Foundation, Washington, DC, gennaio 2010)</a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Mosca valuta le conseguenze dell’embargo proposto sulle armi?</p>
<p>Subito dopo l’adozione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 9 giugno, diversi servizi della stampa russa hanno indicato che la vendita dei missili russi S-300 all’Iran sarebbe congelata, a dispetto delle assicurazioni date dal ministro degli affari esteri Sergei Lavrov sul fatto che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza non inificerebbe il trattato di difesa aerea.<em> </em><em>(Russia says in talks with Iran on new nuclear plants, </em>Haaretz, 10 juin 2010). Queste dichiarazioni contraddittorie lasciano intendere che ci sono grandi divisioni all’interno della dirigenza russa, senza le quali la Russia avrebbe debitamente esercitato il suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. <em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Senza l’aiuto militare russo, l’Iran è una facile preda. Il suo sistema di difesa aereo dipende dalla continuità della cooperazione militare russa. Inoltre, senza l’Iran, la Russia sarebbe costretta a vendere il materiale militare a paesi nell’orbita US-NATO. (vedere:<a href="http://en.rian.ru/russia/20100610/159377169.html"> Russia to offset loss of Iran arms sales with Iraqi, Afghan deals, Russia</p>
<p>, RIA Novosti, 11 giugno 2010)</a></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Un attacco nucleare preventivo contro l’Iran</strong></p>
<p>Il mondo sta vivendo un momento decisivo. La vera minaccia alla sicurezza mondiale proviene dall’alleanza Stati Uniti-Nato-Israele. Il Consiglio di Sicurezza serve direttamente gli interessi dell’alleanza militare occidentale. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza accorda di fatto un « via libera » per condurre una guerra preventiva contro l’Iran, la quale è tra i progetti del Pentagono dal 2004.</p>
<p><em>« Un piano operazionale per condurre degli attacchi aerei sull’Iran è in stato in preparazione dal giugno 2005. L’essenziale del materiale militare per condurre questa operazione è stato spiegato. (per maggiori dettagli, vedere Michel Chossudovsky, Guerre nucléaire contre l’Iran, gennaio 2006). Nel 2005, il vice presidente Dick Cheney ha ordinato all’USSTRATCOM di elaborare un “piano di emergenza” che comporterebbe “un attacco aereo di grande portata sull’Iran utilizzando allo stesso tempo armi nucleari tattiche e convenzionali.” </em><em>(Philip Giraldi,</em><em><a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=791"> Attack on Iran: Pre-emptive Nuclear War</p>
<p>, The American Conservative, 2 agosto 2005).</a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sotto l’amministrazione Obama, le minacce sono diventate sempre più ricorrenti e molto più esplicite di quanto fossero sotto i neo conservatori. Nell’ottobre 2009, l’American Entreprise Institute (AEI) ha organizzato una conferenza al Wohlstetter Conference Center di Washington il cui tema era « Israele deve attaccare l’Iran? »:</p>
<p><em>« Lo sviluppo di armi nucleari in Iran prosegue, minacciando la sicurezza dei suoi vicini e la comunità internazionale. Secondo una recente inchiesta condotta dal Pew Research Center, più del 60% della popolazione degli Stati Uniti ritiene che impedire all’Iran di sviluppare delle armi nucleari giustifica un’azione militare. Il vice ministro israeliano agli affari esteri, Daniel Ayalon, ha sottolineato il 21 settembre che Israele “non respinge alcuna opzione a tavolino” quando si tratta di lottare contro la minaccia iraniana. Lo stesso giorno, il generale in carica di Israele, il capo di Stato Maggiore luogotenente generale Gabi Ashkenazi, è stato chiaro indicando che non esclude un attacco militare sulle istallazioni nucleari dell’Iran, ripetendo che “Israele ha il diritto di difendersi e che tutte le opzioni sono sul tavolo”. Mentre il dibattito si intensifica sul modo di rispondere più efficacemente alle provocazioni dell’Iran, è tempo di esaminare i parametri strategici e giuridici di un potenziale attacco israeliano contro la Repubblica Islamica e di fornire un’analisi approfondita sulle implicazioni per gli Stati Uniti. (rimandiamo a: <a href="http://www.aei.org/event/100155">American Enterprise Institute, Should Israel Attack Iran?</p>
<p>, Ottobre 2009). </a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Dal punto di vista militare, Israele non poteva procedere ad un attacco unilaterale contro l’Iran senza il coordinamento sostenuto dal Pentagono:</p>
<p><em>« Mentre il presidente Obama tende “una mano aperta” cercando delle trattative dirette con Teheran nel suo tentativo si stoppare il suo programma nucleare, la signora Clinton sembra pronta [giugno 2009</em><em>]</em><em> a disorientare i dirigenti iraniani con <strong>dei propositi di attacchi preventivi « della stessa tipologia coi quali è stato attaccato l’Iraq »</strong>. Ha affermato che cercava di mettersi nei panni dei dirigenti iraniani, <strong>ma ha aggiunto che Teheran « potrebbe avere altri nemici che potrebbero eseguirlo [un attacco preventivo] per conto loro. ». Si trattava di un chiaro riferimento ad Israele, dove Benyamin Netanyahou, il primo ministro, ha parlato della possibilità di un’azione militare per fermare il programma nucleare iraniano</strong> &#8211; un  qualcosa che egli considera una minaccia per lo Stato ebraico. » </em><em>( rimandiamo a <img src='http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> on’t discount Israel pre-emptive strike, Hillary Clinton warns Iran, Times Online, 8 giugno 2009).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em>Nell’aprile 2010, il messaggio era chiaro: Washington « <em>utilizzerà armi atomiche solamente in “circostanze eccezionali” e non attaccherebbe Stati non dotati di armi nucleari, tranne “casi particolari” come l’Iran e la Corea del Nord. » </em>(<em><a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=18620">Iran to Take US to UN Over Obama&#8217;s Threat to Use Nuclear Weapons against Iran</p>
<p>, Al-Jazeera, 11 aprile 2010). Il segretario alla difesa Robert Gates ha spiegato in un’intervista televisiva « Washington faceva eccezione per Teheran e Pyongyang poiché esse avevano più volte sfidato gli ultimatum del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite circa i loro programmi nucleari. » (ibid.).</a></em></p>
<p><strong>« Via libera » delle Nazioni Unite ad uno scenario da Terza Guerra Mondiale?</strong></p>
<p>Questa ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dà il « via libera » tanto cercato da Washington?</p>
<p>La sostanza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza è anche diretta contro gli alleati dell’Iran: la Cina e la Russia.</p>
<p>Paradossalmente, mentre a Cina e la Russia non hanno esercitato il loro diritto di veto, sono tuttavia l’oggetto di velate minacce da parte statunitense. La Cina è circondata da installazioni militari americane. I missili americani in Polonia e nel Caucaso sono puntati verso le città della Russia. Più recentemente, l’amministrazione Obama ha fatto appello per un allargamento del regime delle sanzioni contro un alleato della Russia, la Bielorussia.</p>
<p>Washington ha anche annunciato che « <em>il Pentagono si prepara ad impegnarsi in un mini boom immobiliare in Asia centrale, il quale comprenderebbe la costruzione di installazioni militari strategiche americane » in ciascuno dei cinque Stati dell’Asia Centrale, compresi il Turkmenistan e l’Uzbekistan (vedere:<a href="http://globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=19635"> Defense Dollars Building Boom: Pentagon Looks to Construct New Military Bases in Central Asia</p>
<p>, Eurasianet 6 giugno 2010). Questi diversi accordi di cooperazione militare con le ex repubbliche sovietiche tentano non solo di infragilire l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS) e del OTSC, ma fanno parte dell’accerchiamento strategico US-NATO della Russia e della Cina. </a></em></p>
<p>Quest’ultima risoluzione lascia intendere non solo che Washington ed i suoi alleati della NATO hanno il controllo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma anche che in definitiva essi danno un colpo mortale alla politica estera di Mosca e Pechino.</p>
<p>Tale risoluzione dovrebbe fugare il mito della rivalità delle superpotenze. La Cina e la Russia sono un’appendice del nuovo ordine mondiale.</p>
<p>Per quanto riguarda la diplomazia internazionale, la Cina e la Russia sono delle « tigri di carta » senza denti. <em>« Una tigre di carta indica qualcosa che sembra rappresentare una minaccia, come una tigre, ma che è totalmente innocua »</em>.</p>
<p>La Cina e la Russia sono le vittime del fallimento delle loro proprie decisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.</p>
<p>Un attacco contro l’Iran genererebbe immediatamente una scalata militare. La Siria e il Libano sarebbero anch’essi un obiettivo. L’insieme del Medio Oriente e dell’Asia Centrale esploderebbe, una situazione questa che potrebbe potenzialmente evolvere verso uno scenario da Terza Guerra Mondiale.</p>
<p>L’avventura militare Stati Uniti-NATO-Israele minaccia realmente l’avvenire dell’umanità.</p>
<p><strong><em>Articolo originale in inglese: </em></strong><em><a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=19670"><strong>UN &#8220;Green Light&#8221; for a Pre-emptive US-Israel Attack on Iran? Security Council Resolution Transforms Iran into a &#8220;Sitting Duck&#8221;</strong></p>
<p>pubblicato l’11 giugno 2010  </a></em></font></p>
<p>Traduzione di Dany Quiron per Mondialisation.ca.<br />
<strong><em>Traduzione a cura di Matteo Sardini per Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici <a href="../../">www.eurasia-rivista.org</a></em></strong></p>
<p><strong><em> Michel Chossudovsky è direttore del Centro di ricerca sulla mondializzazione e professore di economia presso l’Università di Ottawa. È autore Guerra e mondializzazione, La verità dietro l’11 settembre e La mondializzazione della povertà e Nuovo ordine mondiale (best-seller internazionale pubblicato in 12 lingue).</em></strong><em> </em></p>
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		<title>La Russia reagisce alle nuove sanzioni delle Nazioni Unite all&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 14:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mosca vede nel pacchetto di misure supplementari per premere l'Iran, adottato da Washington e Bruxelles, una "violazione dei principi di cooperazione tra le sei nazioni coinvolte nei colloqui sul programma nucleare iraniano e all'interno del Consiglio di sicurezza dell'ONU".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4721/la-russia-reagisce-alle-nuove-sanzioni-delle-nazioni-unite-alliran" title="La Russia reagisce alle nuove sanzioni delle Nazioni Unite all&#8217;Iran"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/iran_nuclear_iaea1.1kcekoe7kb280w8g04cksscko.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="La Russia reagisce alle nuove sanzioni delle Nazioni Unite all&#8217;Iran" ></div></a><p style="text-align: justify;">Fonte: Strategic Culture Foundation <a href="http://en.fondsk.ru/print.php?id=3110">http://en.fondsk.ru/print.php?id=3110</a></p>
<p style="text-align: justify;">2010/06/21</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><font size="3"> ll sito web del ministero degli esteri russo, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale a seguito della decisione delle Nazioni Unite d’inasprire le sanzioni contro l&#8217;Iran. Mosca vede nel &#8220;<em>pacchetto di misure supplementari per premere l&#8217;Iran</em>&#8220;, adottato da Washington e Bruxelles, una &#8220;<em>violazione dei principi di cooperazione tra le sei nazioni coinvolte nei colloqui sul programma nucleare iraniano e all&#8217;interno del Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU</em>&#8220;. La Russia si oppone fermamente a qualsiasi tentativo di mantenere un potere dominante in seno al Consiglio di Sicurezza.</font></p>
<p style="text-align: justify;"><font size="3">La dichiarazione afferma che Mosca è &#8220;<em>delusa</em>&#8221; dall’apprendere che &#8220;<em>ulteriori sanzioni contro l&#8217;Iran, approvate da Washington, vanno ben oltre il già esistente regime di sanzioni ONU contro Teheran</em>&#8220;, e che un pacchetto di nuove misure contro l&#8217;Iran, è stato sostenuto dal Ministero degli Esteri dell&#8217;UE e sottoposto all&#8217;approvazione del Consiglio europeo. &#8220;<em>Ciò mina i nostri sforzi volti a cercare i modi migliori per risolvere la questione iraniana. In realtà, ogni volta che la situazione si ripete: non appena riusciamo a raggiungere un compromesso sulle sanzioni contro l&#8217;Iran, in sede di Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti e l&#8217;UE trovano queste insufficienti e, parlando direttamente, dimostrano negligenza politica</em>&#8220;, dicono i funzionari del ministero degli Esteri.</font></p>
<p style="text-align: justify;">Le nuove sanzioni delle Nazioni Unite sono focalizzate sui cosiddetti &#8220;<em>beni a duplice uso</em>&#8220;, che i partner occidentali temono potrebbero essere utilizzati nel programma nucleare iraniano. L&#8217;UE ha inoltre imposto il divieto di &#8220;<em>ulteriori investimenti e addestramento tecnico</em>&#8221; sul petrolio e  gas iraniani. Dopo che queste sanzioni sono state introdotte (quelle approvate dall’UE e dagli USA, sono misure più severe per quanto riguarda le conseguenze per i paesi terzi), l&#8217;Iran dovrà affrontare numerose restrizioni economiche, energetiche e sui visti. In un mese, i paesi europei (i loro scambi commerciali con la Repubblica islamica dell&#8217;Iran sono stimati a circa 30 miliardi di dollari all&#8217;anno) dovranno bloccare le transazioni finanziarie, comprese le assicurazioni, se vi sono &#8220;<em>fondati motivi</em>&#8221; per ritenere che tali attività potrebbero contribuire al programma nucleare dell&#8217;Iran.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità di introdurre nuove sanzioni contro l&#8217;Iran, è sempre stata costantemente discusso in considerazione della priorità assoluta &#8211; dal cambio di regime a Teheran con tutti i mezzi possibili, alle minacce verbali di un attacco militare. Mentre le tensioni stavano raggiungendo il grado più elevato, i diplomatici russi probabilmente decisero di approfittare della situazione, cercando di riguadagnare la comprensione reciproca, sia con l&#8217;Iran che con l&#8217;Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, la pressione su Teheran è in aumentata. Il 12-13 Giugno, a Bruxelles si tenne un incontro che ha riunito i membri delle organizzazioni azere che operano all&#8217;estero. I partecipanti convennero nel rafforzare la propaganda nel nord dell&#8217;Iran. Naturalmente, lo scopo non era quello di evitare che Teheran sviluppasse il suo programma nucleare. L&#8217;idea era &#8220;<em>resistere alle tendenze filo-americane che causano tensioni politiche nella regione.&#8221; </em>Molti osservatori sottolinearono il fatto che le dichiarazioni di pace del il Presidente Obama, durante la sua campagna elettorale e poi all’Università del Cairo, non erano conformi alla posizione ufficiale di Washington.</p>
<p style="text-align: justify;">Il peggioramento delle relazioni tra Russia e Iran possono influenzare la situazione nel Caucaso, dal momento che gli Stati Uniti non sembrano indebolire la loro presenza in questa regione, la più tormentata della Russia. Le tensioni crescono sempre più sulla cosiddetta &#8220;<em>questione circassa</em>&#8220;. Il 18 giugno 2010, la <em>Jamestown Foundation</em> terrà un altro seminario denominato &#8220;<em>Sochi nel 2014: possono le Olimpiadi aver luogo presso il sito della Cacciata dei circassi di 150 anni fa?&#8221;</em> E questo è solo uno dei numerosi esempi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">In un&#8217;intervista con il <em>Wall Street Journal</em>, il Presidente della Russia Dmitrij Medvedev ha ripetutamente messo in guardia contro un approccio unilaterale alla questione nucleare iraniana. Il signor Medvedev ha esortato i paesi coinvolti nei colloqui, a sviluppare un dialogo costruttivo con Teheran e a intraprendere azioni collettive sull&#8217;Iran. La sicurezza in Medio Oriente, negli anni a venire, dipende molto dall’ulteriore sviluppo della cooperazione tra Russia, Stati Uniti e l&#8217;Iran sviluppa.</p>
<p><font size="3">
<p style="text-align: justify;"></p>
<p> </font>I</p>
<p style="text-align: justify;">Traduzione di Alessandro Lattanzio</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.aurora03.da.ru/">http://www.aurora03.da.ru</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://sitoaurora.altervista.org/">http://sitoaurora.altervista.org</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/">http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://eurasia.splinder.com/">http://eurasia.splinder.com</a></p>
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