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	<title>eurasia-rivista.org &#187; America Indiolatina</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Sep 2010 14:08:28 +0000</lastBuildDate>
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		<item>
		<title>Il cambio della guardia al vertice dello stato ucraino</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 14:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle elezioni presidenziali ucraine, tenutesi il 7 febbraio 2010, Victor Yanukovich, leader del Partito delle Regioni, ha trionfato sul suo principale avversario, Julia Timoshenko, uno dei simboli, insieme al presidente uscente Victor Juscenko, della cosiddetta Rivoluzione Arancione del 2004.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3">Nelle elezioni presidenziali ucraine, tenutesi il 7 febbraio 2010, Victor Yanukovich, leader del Partito delle Regioni, ha trionfato sul suo principale avversario, Julia Timoshenko, uno dei simboli, insieme al presidente uscente Victor Juscenko, della cosiddetta Rivoluzione Arancione del 2004.</p>
<p>A prima vista Yanukovich sembrerebbe il perfetto interlocutore del presidente russo Dmitry Medvedev. Oltre ad essere il portatore delle istanze di quella larga fetta di popolazione lingusticamente e culturalmente legata alla vicina Federazione russa (circa il 30% della popolazione totale), Yanukovich, a differenza del suo predecessore, non ha mai sostenuto l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nel 2008 propose anche di concedere l’indipendenza ad Abkhatia ed Ossetia del Sud.</p>
<p>Nonostante questo il nuovo presidente ucraino è lontano dall’essere un pupazzo nelle mani dei russi.</p>
<p><strong>Il trattato di Kharkiv: svolta nelle relazioni russo-ucraine</strong></p>
<p>Il punto di svolta nelle relazioni russo-ucraine è rappresentato dagli Accordi di Kharkiv (21 aprile 2010) che prolungano  la presenza russa nella base navale di Sebastopoli fino al 2042 con una possibile estensione al 2047 in cambio di una riduzione del prezzo del gas e di un canone di affitto di 1,8 miliardi di dollari.</p>
<p>Il trattato di Kharkiv ha conseguenze geopolitiche importanti. Assicura alla Russia la base di Sebastopoli che è la principale infrastruttura della flotta del Mar Nero (le navi che misero il blocco alle coste georgiane salparono da qui) evitando lo shock di doverla abbandonare nel 2017. La questione di Sebastopoli non è solo militare, ma coinvolge i sentimenti più profondi del popolo russo che percepisce la Crimea come una parte staccata della Russia (il 58% degli abitanti della Crimea sono russi).</p>
<p>I risultati per l&#8217;Ucraina sono modesti, ottiene uno sconto sul prezzo del gas che non è altro che il riallineamento ai prezzi di mercato (anzi è più alto di quello praticato ad altri clienti di Gazprom), senza che questo risolva i problemi strutturali ucraini.</p>
<p>Dopo questo trattato, è ripresa la cooperazione militare tra i due paesi. A maggio 2010, durante un vertice a Kiev, sono state firmate tre dichiarazioni congiunte sul Trattato di Sicurezza Europeo, sul conflitto nella Transdnistria e sulla sicurezza nel Mar Nero<em>. </em>I rapporti commerciali, che erano peggiorati nell&#8217;ultimo anno della presidenza Juscenko,  si vanno normalizzando.</p>
<p><strong>La politica energetica.</strong></p>
<p>L’elezione del nuovo presidente ucraino comporta un cambiamento nel dialogo tra Russia e Ucraina sul problema energetico.</p>
<p>L’Ucraina dipende fortemente dal gas russo (importa l’80% del gas naturale dalla Russia). Anche se la leadership ucraina può essere criticata per non aver riformato il mercato dell’energia, è indubbio che la Russia ha utilizzato il monopolio di Gazprom (la più grande compagnia energetica russa monopolista in tutta l&#8217;Europa Orientale) per esercitare pressioni politiche sull’Ucraina. D’altra parte, la dipendenza russa dalle pipeline ucraine ha permesso a Kiev di avere una contro leva minacciando il blocco del passaggio del gas verso l&#8217;Europa. Juscenko e il suo primo ministro Timoshenko avevano due alternative: accettare prezzi bassissimi a discapito della loro indipendenza o accettare prezzi più alti salvaguardando la loro autonomia da Mosca. Il prezzo che l’Ucraina ha dovuto pagare alla Russia per il gas è andato drammaticamente crescendo negli ultimi anni (più di 305$ per 1000 m cubi nel primo quadrimestre del 2010). Tuttavia, almeno fino al 2007-2008 questi enormi costi venivano assorbiti da un’economia in crescita.</p>
<p>Oggi, la situazione che si trova ad affrontare Yanukovich è completamente diversa. Per superare la crisi economica dovrà trovare il modo di abbassare il prezzo del gas proveniente dalla Russia e dall’Asia Centrale. Comunque, ogni accordo con Gazprom dovrà prevedere un incentivo significativo per i russi per i quali gli accordi attuali (rinegoziati dopo la guerra del gas del gennaio 2009, subito rientrata perché la Russia non voleva perdere credibilità in Europa, e in parte violati da entrambe le parti) sono estremamente vantaggiosi. Yanukovich può offrire alla Russia la partecipazione al rinnovamento del sistema di trasporto ucraino del gas (GTS) a fianco di Naftogaz (la compagnia energetica ucraina) e di altre compagnie europee. I vertici di Gazprom, però, hanno già fatto sapere che non sono interessati all’operazione e che preferirebbero piuttosto avere quote di Naftogaz a basso prezzo. Yanukovich avrà non poche difficoltà a conciliare l’esigenza di breve termine di uscire dalla crisi economica con quella di lungo termine di aumentare la sua sicurezza energetica e di ridurre la sua dipendenza dalle forniture russe.</p>
<p>Qual è il piano ucraino?</p>
<p>Innanzitutto si vuole aumentare la produzione interna di gas. Inoltre, la produzione di energia da fonti rinnovabili potrebbe permettere all’Ucraina di risparmiare 18.5bcm di gas naturale all’anno, riducendo il consumo in Ucraina entro la fine del 2010 del 13.5%. L’altro obiettivo è quello di migliorare l’efficienza energetica delle industrie. In ultimo, si sta valutando l&#8217;ipotesi di costruire un impianto di rigassificazione (LNG), sempre allo scopo di rendersi più indipendenti dalla Russia.</p>
<p>Da parte della Russia, la sua cooperazione con l’Ucraina nel settore del gas sarà costruita in accordo con i principi della nuova strategia energetica fino al 2030. Fra gli obiettivi di questa strategia c’è quello di ridurre il rischio di far transitare l’energia russa verso i mercati di esportazione, cosa che riguarda principalmente le relazioni tra Russia e Ucraina. Per raggiungere questo obiettivo la Russia da una parte sta cercando di ottenere a livello internazionale che vengano recepiti dei nuovi principi circa i diritti di transito dei flussi energetici (coerentemente si è ritirata dall&#8217;Energy Charter) e dall’altra non ha mai smesso di  cercare un sistema per usare il GTS, cercando di ottenere una “immunità” per i suoi transiti o riuscendo ad acquisire la proprietà di Naftogaz. D&#8217;altra parte, in base alla legge ucraina nè il GTS è privatizzabile nè Naftogaz può fallire. Si sta anche sviluppando una politica di vie alternative, in particolare con la costruzione del North Stream (gasdotto nel Baltico) che permetterebbe alla Russia di bypassare il territorio ucraino e di collegarsi direttamente alla Germania.</p>
<p><strong>L&#8217;Ucraina, la NATO e l&#8217;UE</strong></p>
<p>L&#8217;Ucraina è molto importante per la Russia dal punto di vista geopolitico e il suo eventuale ingresso nella Nato e nell&#8217;UE sancirebbe il definitivo arretramento della Russia e porrebbe fine ai suoi tentativi di ricreare uno spazio di influenza all&#8217;interno dell&#8217;area dell&#8217;ex URSS. L’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato, già poco attraente per la popolazione (solo un 25% la vedeva con favore), con l&#8217;elezione di  Yanukovich è definitivamente tramontata. Da un parte il nuovo presidente da sempre avversario di questa ipotesi, dall&#8217;altra la crisi economica e l&#8217;ondeggiante politica statunitense verso lo spazio ex-sovietico, già evidente durante  la guerra in Georgia, quando era stato chiaro che non si potesse contare su un intervento Usa o della Nato, confermata dalla linea di Obama (sospensione dell&#8217;installazione del sistema antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca), hanno portato il Parlamento ucraino il 3 giugno 2010 a votare una legge che stabilisce che l&#8217;Ucraina è un paese non allineato. Con ciò si esclude  l&#8217;adesione alla Nato, ma anche l&#8217;adesione ventilata alla Collective Security Treaty Organisation (CSTO, l&#8217;organizzazione che riunisce Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia  e Tajikistan in una alleanza militare). Questa soluzione è soddisfacente per la Russia perchè allontana il pericolo di avere la Nato in Ucraina e la non adesione alla CSTO è un piccolo prezzo da pagare.</p>
<p>Questa legge d&#8217;altra parte non impedisce l&#8217;adesione all&#8217;UE, che rimane un obiettivo prioritario per il governo ucraino. Infatti prosegue, seppur rallentata, la collaborazione con Bruxelles con progetti quali il recente “partenariato orientale”,  che può portare accordi di libero scambio, aiuti finanziari, maggiore sicurezza energetica e abolizione del visto per i viaggi nell&#8217;UE per Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Per l&#8217;Europa, il partenariato significherebbe maggiore sicurezza e stabilità lungo i suoi confini orientali. La Russia, invece, interpreta questa iniziativa come un tentativo di marginalizzare la sua influenza in un&#8217;area che lei ritiene di sua competenza. Pur essendo questa una iniziativa di “civilian power”, la Russia teme che questa porti alla disintegrazione dello spazio post sovietico e per questa ragione sta utilizzando tutti gli strumenti in suo possesso per influenzare i partecipanti al partenariato orientale (dagli investimenti, alle rimesse degli immigrati). Il nuovo governo ucraino pertanto, pur mantenendo aperto il dialogo con l&#8217;UE, non potrà non tener conto delle esigenze russe.</p>
<p>Un ulteriore segnale che l&#8217;Ucraina vuole proseguire il suo cammino verso l&#8217;UE è la firma,  il  18 giugno 2010, dei due accordi per il rilascio agevolato dei visti e per la riammissione degli immigrati clandestini. Gli accordi entreranno in vigore dopo che entrambe le parti avranno completato le procedure interne di ratifica, possibilmente entro la fine dell’anno.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Oggi la priorità del presidente e  del suo entourage è prima di tutto quella di assicurare la ripresa economica del paese, pur con tutte le difficoltà di una economia in mano agli oligarchi, e di  rafforzare la sua stabilità politica. Yanukovich oggi è filo-ucraino, prima e più che filo-russo.</p>
<p>L&#8217;altro effetto che sta emergendo in Ucraina è un tentativo di “putinizzare” lo Stato svuotando le riforme democratiche della rivoluzione arancione, come ad esempio le riforme introdotte per le elezioni comunali dell&#8217;ottobre del 2010. D&#8217;altra parte l&#8217;attenzione della popolazione è rivolta alla crisi economica e non alle problematiche democratiche o alle questioni di politica estera.</p>
<p>L&#8217;Ucraina resta al centro del tentativo russo di ricreare uno spazio di influenza in quella che fu l&#8217;ex URSS e dei timori che ancora pervadono gli ex stati satelliti, in primis la Polonia. Importanti ai fini dei prossimi passi del presidente Yanukovich saranno le elezioni comunali. Non dobbiamo dimenticare che il suo partito governa in coalizione e di fronte ad una sconfitta potrebbero esserci altre sorprese, a cui del resto questo paese ci ha abituato. Entro la fine dell&#8217;anno sarà più chiara la direzione che l&#8217;Ucraina prenderà.</p>
<p><strong>*Luana Masciotra, laureata in Scienze Politiche (indirizzo politico-internazionale), ha conseguito un Master in Geopolitica presso la SIOI &#8211; Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale  </strong><em>  </em></font></p>
<p><strong>Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”</strong></p>
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		<title>Le Filippine tra nuova politica e vecchi problemi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Filippine]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 10 maggio scorso si sono tenute nelle Filippine le elezioni (presidenziali, parlamentari e amministrative) e sono stati eletti in tutto 18.000 rappresentanti locali e nazionali. Nuovo Presidente del Paese è diventato Benigno Aquino III.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il 10 maggio scorso si sono tenute nelle Filippine le elezioni (presidenziali, parlamentari e amministrative) e sono stati eletti in tutto 18.000 rappresentanti locali e nazionali. Nuovo Presidente del Paese è diventato Benigno Aquino III (xx) (leader del Liberal Party, LP), eletto con il 40% dei voti. Alle urne si è recato l’85% della popolazione, su un totale di 50 milioni di abitanti. Aquino Jr succede a Gloria Macapagal Arroyo ed è stato nominato quindicesimo Presidente delle Filippine.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per la prima volta nel Paese si è votato con un sistema di conteggio elettronico che ha creato qualche problema tecnico ma ha notevolmente ridotto i tempi per lo scrutinio (1). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli sfidanti del neo eletto Presidente erano: Joseph Estrada, già Presidente delle Filippine dal 1998 al 2001, anno in cui fu costretto a dimettersi a cause di accuse di corruzione che, essendo fondate, gli hanno fatto passare un periodo di detenzione in carcere; l’altro sfidante era Manny Villar, quinto uomo più ricco del Paese secondo la rivista “Forbes” (2); e il Presidente uscente Gloria Macapagal Arroyo, quattordicesimo Presidente del Paese e primo vicepresidente donna del Paese durante la presidenza di Estrada.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Commissione elettorale ha annullato il voto in cinque municipalità perché, a causa di ripetute manifestazioni violente, la popolazione non ha potuto votare con libertà. I morti sono stati una decina tra i sostenitori dei vari candidati e la polizia; questa violenza nel periodo elettorale viene considerata “normale” nel Paese perché tutti i candidati alle elezioni presidenziali hanno l’abitudine, oltre a presentarsi al pubblico, di assoldare un esercito privato pronto a tutto pur di ottenere voti. A questi eserciti privati vanno aggiunti i ribelli. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Oltre trentuno milioni di euro sono stati spesi in manifesti elettorali e pubblicità alla televisione e alla radio locali tra novembre dell’anno scorso e gennaio di quest’anno dai candidati alle elezioni presidenziali, utilizzando anche fondi pubblici. I funzionari governativi si appropriano dei fondi destinati ai servizi pubblici e li utilizzano per soddisfare i propri interessi. Per gli analisti questo è un esempio della corruzione che da sempre affligge il Paese e che costa ogni anno oltre tre miliardi di euro.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La corruzione è la principale causa della povertà cronica vissuta dalla popolazione. Proprio la corruzione è anche uno dei tanti problemi che affliggono il Paese e che il neo Presidente intende risolvere. Nel suo primo discorso ufficiale sullo stato del Paese, tenutosi il 30 giugno scorso al momento del giuramento del neo Presidente davanti al giudice della Corte Suprema, Aquino ha addossato le colpe della crisi sull’amministrazione Arroyo e ha assicurato il cambiamento radicale del Paese. La signora Arroyo è stata accusata di aver creato, tra il 2009 e i primi mesi del  2010, un buco finanziario superiore ai tre miliardi di euro. Di conseguenza il nuovo Presidente ha annunciato il varo di una speciale commissione contro la corruzione e una campagna per fermare i crimini sommari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli altri problemi riguardano la riforma agraria, le tensioni tra la maggioranza cristiana del Paese e la minoranza musulmana e il problema delle milizie private.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il neo eletto Presidente ha ribadito il suo impegno nella lotta alla corruzione. La corruzione è diffusa non solo nel settore pubblico e nelle grandi aziende ma anche a livello locale e costa alle Filippine vari milioni di moneta locale. Nel Paese la corruzione si è rapidamente diffusa per l’egoismo di chi opera nelle principali aziende del settore pubblico e privato, da cui dipendono la produzione e la maggior parte della forza lavoro delle Filippine. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per Aquino il futuro si preannuncia tutto in salita; infatti lo aspettano gli enormi problemi che affliggono l’unica nazione cattolica in Asia. Nel Sud del Paese, l’insurrezione di alcune tribù musulmane, in altre parti rurali del Paese i ribelli comunisti che continuano ad intralciare l’azione di governo, e infine, il numero sempre crescente di filippini che cercano all’estero migliori condizioni di vita per sfuggire alla corruzione e alla conseguente povertà che affliggono la maggior parte della popolazione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La disparità sociale ed economica tra nord e centro, a maggioranza cristiana, e il sud, a minoranza musulmana, spiegano gran parte delle tensioni presenti nel Paese. La popolazione musulmana vive nelle zone più povere dell’arcipelago e accusa il governo di non aver favorito la loro integrazione. L’ex presidente Arroyo è stata accusata dai soldati di finanziare i guerriglieri secessionisti del sud per garantirsi il supporto duraturo degli Stati Uniti (..).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Aquino, nelle recenti elezioni, ha conseguito la vittoria in molte zone di Mindanao, la Regione Autonoma Musulmana. Le elezioni a Mindanao sono state libere e trasparenti. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Chiesa filippina è molto influente nel Paese; all’indomani della suo nomina, ad Aquino è stato chiesto di realizzare la riforma agraria (3), rispettare il Documento sulla salute sessuale e riproduttiva, estirpare il nepotismo e la corruzione della pubblica amministrazione e garantire la sicurezza alimentare nel Paese. La Chiesa filippina ha indicato una serie di priorità: i Vescovi hanno redatto e diffuso un documento in tredici punti, che hanno sottoposto all’attenzione dell’opinione pubblica. Il testo parte dal constatare che la precedente amministrazione Arroyo ha fallito nell’affrontare alcune delicate questioni sociali, auspicando che il nuovo Presidente si impegni a risolverle.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’andamento della politica interna imposta dal nuovo Presidente potrebbe avere ripercussioni anche a riguardo della politica estera del Paese. La collocazione geografica delle Filippine è molto importante, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il potente vicino, la Cina.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Le Filippine hanno siglato con la Cina un accordo di cooperazione riguardante il turismo, l’energia, la pesca, il commercio e gli investimenti. Una delle priorità di questo accordo è quella di voler trasformare il mare della Cina del Sud da area di conflitto a zona di cooperazione, nel contesto delle relazioni bilaterali e multilaterali; per questo i due Paesi hanno firmato un accordo sulla pre-esplorazione marina per la ricerca del petrolio e sulla regolamentazione per la pesca nella zona, dicendosi pronti a metter fine alla disputa sulle isole Spratly (4). </span></span></p>
<p>(1) Il neo Presidente è il figlio di due personaggi importanti per la storia repubblicana delle Filippine; infatti il padre era l’eroe della resistenza alla dittatura di Ferdinand Marcos, Benigno Aquino, che il 21 agosto del 1983 venne assassinato all’aeroporto di Manila di ritorno da un periodo di esilio politico. La madre era Corazon Aquino, prima donna a diventare Presidente di un Paese asiatico. Era stata Presidente dal 1986 al 1992 e la sua politica aveva portato alla caduta della dittatura di Ferdinand Marcos. Nelle Filippine era considerata, ed è considerata anche dopo la sua morte, l’eroina della democrazia per il suo ruolo centrale nella rivoluzione del “People Power” del 1986.</p>
<p>(2) I problemi tecnologici legati al voto digitale hanno costretto a prolungare l’orario delle votazioni di un’ora per andare incontro alle persone che aspettavano in fila fuori dai seggi. La commissione elettorale si è comunque detta soddisfatta di questo primo voto digitale. In passato ci volevano settimane per completare lo spoglio delle schede e conoscere il nome del vincitore.</p>
<p>(3) Rivista statunitense di economia e finanza</p>
<p>(4) La riforma agraria è prevista dal Comprehensive Agrarian Reform Program (CARP), che prevede la redistribuzione delle terre dai latifondisti ai cittadini</p>
<p>(5)http://www.eurasia-rivista.org/4362/l%e2%80%99espansione-cinese-nel-mar-cinese-meridionale-il-caso-delle-isole-spratly</p>
<p>(6) Le truppe statunitensi assistono l’esercito governativo</p>
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		<title>Lo sfondamento della Cina in Asia centrale</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5805/lo-sfondamento-della-cina-in-asia-centrale</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 15:38:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Asia Centrale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>

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		<description><![CDATA[l Grande gioco per conquistare l’influenza sull'area centro asiatica, determinante per il controllo dell'Eurasia e del globo, si è arricchito grazie al ritorno sulla scena della Russia e all’ascesa perentoria della Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span style="font-size: medium">Con la fine dell’Unione Sovietica è emerso nell’area centrasiatica un nuovo spazio geopolitico indipendente, la cui importanza strategica ed economica è risultata <em>ab ovo</em> accresciuta dalla presenza di abbondanti riserve energetiche e naturali. In una fase di mutamento globale tendente verso un ordine multipolare, l’Asia centrale funge da scacchiere cruciale sul quale si giocano le sorti del pianeta e questo in virtù sia delle ricchezze energetiche del sottosuolo dello <em>Heartland </em>sia grazie alla sua posizione geopolitica. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">L’emersione dell’Asia centrale nello scenario internazionale ha condotto gli osservatori a parlare, oltre che di novello “Grande gioco”, anche di “Grande scacchiera” – conformemente alla definizione di Zbigniew Brzezinski –, o di allusione all’area in qualità di luogo nel quale possa avere genesi lo “scontro delle civiltà” (Samuel P. Huntington); vi è persino chi ha inquadrato l’Asia centrale alla stregua di un <em>lebensraum</em> cinese (<em>Zhongguo Dingwei</em>), vista la rilevanza strategica che le risorse locali rivestono per l’espansiva economia dagli occhi a mandorla.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Grande gioco per conquistare l’influenza su quest’area determinante – il cui controllo, nella visione mackinderiana, implicherebbe il dominio del blocco afro-eurasiatico (il “mondo antico”) e quindi del mondo – si è arricchito grazie al ritorno sulla scena della Russia e all’ascesa perentoria della Cina, senza contare gli interessi ascendenti di altre potenze regionali o mondiali come Turchia, India e Iran. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La <em>longa manus</em> di Pechino nella macroarea è frutto di una paziente tessitura delle relazioni con le repubbliche ex sovietiche atta, in primo luogo, a nutrire la fame energetica di un Paese dalla crescita economica poderosa. La potenza <em>estremo orientale</em> opera sfruttando le ingenti liquidità possedute, attraverso investimenti diretti per l’acquisto di giacimenti centro-asiatici, acquisizione di quote di società locali operanti nel settore degli idrocarburi, contratti di fornitura a lungo termine, costruzione di infrastrutture volte all’estrazione e al trasporto di gas, petrolio e carbone. La strategia di diversificazione adottata si rivela necessaria al fine di limitare la sua vulnerabilità energetica, riducendo l’impatto di eventuali crisi politiche che potrebbero coinvolgere uno o più Paesi fornitori.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>Del resto i Paesi ai quali Pechino attinge risorse sono membri (ad eccezione del Turkmenistan) dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). Lo stesso Turkmenistan, malgrado debba teoricamente assurgere a fonte-cardine di approvvigionamento per il progetto euro-atlantico del gasdotto Nabucco, nel 2009 si era giovato di 3 miliardi di dollari in prestito dalla Cina per avviare lo sfruttamento del giacimento gasifero Sud-Yolotan – uno dei più estesi al mondo – le cui riserve si aggirerebbero tra i 4mila e i 14mila miliardi di m³ di gas (1).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Garantendo un considerevole tasso di crescita alla sua economia dinnanzi al collasso dei mercati occidentali, la Cina è diventata una vera e propria calamita in grado di attrarre gran parte dell’Asia. Così appare ancor più allettante fare affari con i cinesi ed accettare i loro lauti investimenti, e ciò è particolarmente vero per i paesi produttori di idrocarburi che hanno dovuto fare i conti con il decremento della domanda da parte dei Paesi europei. Si è così aperto uno spiraglio nel quale la Cina si è inserita con prontezza.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Geopoliticamente parlando, nella zona si alternano una serie di alleanze e intese strategiche che sovente si sovrappongono, dal CSTO (Collective Security Treaty Organisation) al già menzionato SCO (Shanghai Cooperation Organization), sino all&#8217;odierna presidenza del Kazakistan all&#8217;interno dell&#8217;Osce (Organization for Security and Cooperation in Europe).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Secondo Dmitri Trenin, esperto del Carnegie Institute di Mosca, “<em>la SCO</em> <em>per la Cina è sinonimo di Asia centrale: attraverso la SCO, Pechino può prendere parte alle discussioni e alla risoluzione dei problemi di sicurezza e di sviluppo in Asia centrale in modo legittimo rispetto ai paesi della regione, senza per questo rischiare l’antagonismo di Mosca</em>”. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>Peraltro nel giugno 2009 il presidente Hu Jintao, in una riunione della </span><span><em>Shanghai Cooperation Organization</em></span><span> a Ekaterinburg, in Russia, aveva promesso un fondo di 10 milioni di dollari quale futuro programma di assistenza per Kazakhstan, Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. La Repubblica Popolare, avallando la sua posizione di partner strategico, sta anche cercando di edificare dodici nuove autostrade in maniera tale da rendere le economie dei suddetti Paesi dipendenti da una rete stradale moderna collegata al Xinjiang (2).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Da un punto di vista meramente strategico, alimentandosi dai limitrofi Paesi del cuore eurasiatico Pechino riuscirebbe a ridurre la propria dipendenza dagli approvvigionamenti via mare che dall’Africa e dal Golfo devono attraversare tutto l’Oceano Indiano e passare dalla delicata strettoia di Singapore: quest’ultima, in caso di crisi con una potenza talassica, sarebbe agevolmente strozzata con conseguenze esiziali per la Cina.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nondimeno, il passatoio cinese d’accesso alle repubbliche centrasiatiche presenta altrettante vulnerabilità giacché l’area in questione (la regione dello Xinjiang) è nota per la sua latente instabilità. Lo Xinjiang diviene un’area cuscinetto attraverso i cui confini Pechino impianta stabilmente un cospicuo numero di lavoratori migranti nei Paesi attigui, seguendo il modello già sperimentato in Africa che punta all’inserimento nel tessuto sociale ed economico servendosi anche degli investimenti diretti.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>Lo Xinjiang costituisce dunque per la Cina un&#8217;area ulteriormente strategica per l’attuazione della propria politica estera e di </span><span><em>soft power</em></span><span> nell’Asia centrale, ma anche un fertile bacino per l&#8217;approvvigionamento di </span><span><em>intelligence</em></span><span> e di esperti sulla mutevole situazione degli equilibri regionali nell’area (3).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Forte di un processo economico espansivo da sostenere, la Repubblica Popolare guarda da sempre con apprensione tutti i Paesi confinanti che dimostrino una recondita instabilità interna nonché la propensione verso conflitti etnici, i quali fornirebbero l’ispirazione per la minoranza turcofona degli uighuri presenti in maggioranza nello Xinjiang.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Kirghizistan</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Attenendosi alle diffidenze cinesi nutrite nei confronti dei “vicini instabili”, il Kirghizistan reduce dalla fine della “rivoluzione dei tulipani” rientra indubbiamente nel novero degli Stati destanti una certa preoccupazione.  A tal proposito vale la pena rimarcare come, a seguito degli scontri interetnici tra kirghisi e uzbeki nella città di Osh, la Cina – e l’Uzbekistan – abbia sigillato le proprie frontiere onde evitare l’afflusso di almeno 200mila rifugiati uzbeki entro i propri confini.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Allo stato attuale, probabilmente, è la Cina la potenza più interessata al futuro politico del Kirghizistan, considerato che la linea di demarcazione di 850 km tra i due Paesi corre lungo la sensibile provincia dello Xinjiang, senza contare i circa 30mila cittadini cinesi presenti sul suolo kirghiso e i quasi 100mila kirhisi stanziati nello Xinjiang. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Sebbene consideri il Kirghizistan come fonte di materie prime e di energia a basso costo, è ragionevole credere che Pechino non intenda accennare ad entrare a pieno titolo in un’area da sempre entro la sfera d’influenza politica del vicino russo. </span></span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Biškek"><span><span style="font-size: medium">Biškek</span></span></a><span><span style="font-size: medium">, pur avendo già entro i propri confini una minoranza cinese </span></span><span><span style="font-size: medium"><em>han</em></span></span><span><span style="font-size: medium">, deve altresì considerare la presenza di una consistente enclave russa, stabilitasi nel 1936, a seguito della politica sovietica di insediamento di russi nelle aree periferiche della confederazione. Nel contempo, il Dipartimento di Stato americano osserva con relativa preoccupazione il crescente ruolo geopolitico della Cina in relazione ai problemi di sovranità del Mar Cinese meridionale piuttosto che alle mire espansioniste di Pechino verso l’Asia centrale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Turkmenistan, Kazakhstan e Uzbekistan</strong></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il Turkmenistan possiede rilevanti riserve di gas naturale tali da proiettarlo al quarto posto tra i detentori mondiali (4), ragion per cui Pechino ha incrementato gli scambi con </span></span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aşgabat"><span><span style="font-size: medium">Aşgabat</span></span></a><span style="font-size: medium"> </span><span><span style="font-size: medium">di 40 volte negli ultimi 10 anni. A tal riguardo, l’opera su tutti meritevole di menzione è il colossale metanodotto lungo 2580 km solo in Asia centrale con una capacità iniziale di 30 Mcm/anno teso a connettere i campi gasiferi dell’Amu Darya (Turkmenistan) con la Cina occidentale. Il gasdotto, i cui lavori sono finanziati pressoché integralmente da Pechino, ha preso avvio nel 2007 e dovrebbe entrare in funzione nel 2011.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>Attualmente sono 35 le imprese con capitale cinese a lavorare sul suolo turkmeno, volgendo lo sguardo soprattutto nei settori dell’oro nero e del gas, non disdegnando tuttavia altri settori dell’economia locale quali telecomunicazioni, trasporti, agricoltura, industrie tessile, chimica e alimentare, salute e costruzioni (5).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In Kazakhstan, le esternazioni del presidente Nazarbayev lasciano trasparire la volontà di ammettere investitori stranieri che collaborino con il suo programma di industrializzazione, e non meramente interessati a sfruttare le ricchezze minerarie di Astana. Lo stesso metanodotto di 1833 km – che collega i giacimenti di gas turkmeni, uzbeki e kazaki alla regione cinese del Xinjiang – potrebbe essere integrato dal gas uzbeko nella città Gazli (regione di Bukhara), dove passa la conduttura principale che trasporta le preziose riserve dal Turkmenistan alla Cina.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>Un oleodotto di mille km collega dal 2006 la città di Ataru in Kazakistan alla provincia cinese dello Xinjiang. In futuro si estenderà per tremila km attraverso la Cina. </span><span style="color: #000000"><span>Vieppiù Pechino starebbe progettando la costruzione in Iran di un oleodotto di 400 km che si dovrebbe collegare a quello Kazakistan-Cina (6). I rapporti sino-kazaki si peculiarizzano per la crescente affidabilità che ciascun attore attribuisce al partner, a partire dal 1997, quando i due Paesi decisero di costruire un oleodotto di 3mila km.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>Nel 2005, la CNPC ha pagato circa 4 miliardi di dollari per una quota del 33% della PetroKazakhstan. L’anno seguente, la Cina ha acquistato le attività del petrolio kazako, per un valore di circa 2 miliardi di dollari, nei giacimenti di petrolio e di gas di Karazhanbas (che ha riserve accertate di oltre 340 milioni di barili), ha deciso di acquistare 30 Mmc di gas in Turkmenistan (poi aumentato a 40Mmc), e ha impegnato 210 milioni di dollari per l’esplorazione di petrolio e gas in Uzbekistan, nel corso dei prossimi cinque anni.<br />
Nel 2008, il Kazakistan e la Cina hanno stabilito lo sviluppo congiunto delle riserve di petrolio e gas nella cornice continentale del Mar Caspio, mentre la società cinese Guangdong Nuclear Power Co e l’impresa nucleare dello stato kazako, Kazatomprom, hanno deciso di accrescere sensibilmente la produzione di uranio nelle loro </span><span><em>joint venture</em></span><span>.<br />
Nell’aprile 2009, Pechino ha stipulato l’accordo per l’energia più grande di tutti i tempi, sobbarcandosi il pagamento di 10 miliardi di dollari al Kazakistan in un inedito “petrolio contro prestito”, e ha anche firmato un accordo con la compagnia statale KazMunaiGas per acquistare congiuntamente la compagnia petrolifera MangistauMunaiGas, per 3,3 miliardi di dollari (7).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Dal <em>modus operandi</em> di Pechino ben si comprende, pertanto, come siano limitate le possibilità di cooperazione Cina-Usa sulle risorse energetiche dell’Asia centrale, essendovi un sostanziale conflitto di interessi in termini geopolitici, e differendo ancorché riguardo alle metodologie di proiezione strategica nell’<em>Heartland</em>: <em>soft power</em> cinese di tipo economico/energetico contro ingerenza – non di rado <em>manu militari</em> – statunitense.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span>L’importanza attuale dell’Asia centrale non è solo economica, ovverosia fondata sulle ricchezze naturali della regione, oggi valorizzate con colossali investimenti cinesi, ma anche europei. La regione è rilevante financo come via di transito, grazie al ripristino della vecchia “Via della seta” mediante corridoi multimodali che, attraverso il Mar Nero e il Caucaso, collegheranno l’Europa con la costa del Pacifico e aggirando a sud la Federazione Russa e la Transiberiana (8).</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Nel “cuore della terra” si svolge pertanto un nuovo Grande gioco di influenza fra Cina, Russia, Stati Uniti e Unione Europea, benché quest’ultima vi sia entrata solo recentemente con l’accordo del gas turkmeno per il Nabucco, e malgrado negli anni passati fosse attiva la sola Germania, sia in campo economico che in quello delle forniture militari. Mentre attori meno appariscenti, ma non trascurabili, sono anche l’India, interessata ad accedere alle risorse energetiche e condizionare il Pakistan da nord, l’Iran, che mira a penetrare in un’area su cui l’Impero persiano esercitò un’importante presenza e nella quale vivono i tagiki di etnia persiana e gli azeri – che sono il 24% della popolazione iraniana e di cui Tehran teme il nazionalismo – e infine la Turchia, la quale può vantare le rivendicazioni panturaniche delle popolazioni della regione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La diversificazione delle esportazioni, come opzione strategica delle ex repubbliche sovietiche, si è resa necessaria per i Paesi dell’Asia centrale, a seguito della crisi finanziaria, mentre la domanda europea di gas naturale nella regione è diminuita. In altre parole la cooperazione tra la Cina e l’Asia centrale riposa sulla base di una convergenza di interessi reciproci: l’enorme potere d’acquisto cinese in valuta estera, nonché la sua posizione geografica, sono alquanto vantaggiosi per i Paesi centrasiatici esportatori di materie prime. A detta degli analisti dagli occhi a mandorla, la cooperazione cinese in materia di energia incoraggerà per di più lo sviluppo delle industrie della regione non strettamente connesse con le riserve, come la chimica, l’agricoltura e le infrastrutture.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In ultima analisi, la partnership economica regionale consente a Pechino di rendere l’Asia centrale un mercato di sbocco per l’economia delle sue province interne, puntellare la strategia di diversificazione delle fonti energetiche e garantire la sicurezza dei confini, avvalendosi del proprio <em>soft power</em> per ottenere la progressiva estromissione dell’influenza statunitense nella zona. <em>Rebus sic stantibus</em>, tanto per avvalersi di una arguta intuizione dell’ex ambasciatore indiano Bhadrakumar, “la Cina ha modificato le condizioni di ingaggio occidentale in Asia centrale”.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><span style="text-decoration: underline"><strong><br />
</strong></span></em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><span style="text-decoration: underline"><strong> </strong></span></em></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">1)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Fonte: MK Bhadrakumar, </span></span><em><span><span style="font-size: small">China resets terms of engagement in Central Asia</span></span></em><span><span style="font-size: small">; in “Asia Times Online” del 29/12/2009</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">2)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Cfr. F. William Engdahl, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>La Chine</em></span></span> <span><span style="font-size: small"><em>et l’avenir géopolitique du Kirghizistan</em></span></span><span><span style="font-size: small">; in “Réseau Voltaire” del 16/06/2010</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">3)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Cfr. Alessandro Arduino, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>Il trampolino di lancio del Xinjiang;</em></span></span><span><span style="font-size: small"> in “Affari Internazionali” del 23/08/2010</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">4)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Fonte: <a href="http://www.cia.gov/">www.cia.gov</a></span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">5)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Cfr. MK Bhadrakumar, </span></span><em><span><span style="font-size: small">China resets terms of engagement in Central Asia</span></span></em><span><span style="font-size: small">; in “Asia Times Online” del 29/12/2009</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">6)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Silvia Tosi, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>Le risorse energetiche e le economie centroasiatiche</em></span></span><span><span style="font-size: small">, Milano, ISPI Working Paper No. 21, settembre 2007 </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">7)</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Cfr. MK Bhadrakumar, </span></span><em><span><span style="font-size: small">China resets terms of engagement in Central Asia</span></span></em><span><span style="font-size: small">; in “Asia Times Online” del 29/12/2009</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small">8 )</span></span><span><span style="font-size: small"> </span></span><span><span style="font-size: small">Cfr. C. Jean, </span></span><span><span style="font-size: small"><em>Il nuovo Grande gioco in Asia centrale</em></span></span><span><span style="font-size: small">; in “Limes online” del 07/07/2009</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small"> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small"> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><em><span style="text-decoration: underline"><strong>*Alessio Stilo è dottore in Scienze politiche (Università di Messina)</strong></span></em> </span></span></p>
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		<title>Giornata mondiale di Qods. Comuncato stampa dell&#8217;Ambasciata dell&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Qods (Gerusalemme) è un luogo particolarmente sacro ai mussulmani nel mondo e ai fedeli di numerose religioni; è la terra dei Profeti e dei Santi del Signore e nella storia  luminosa della comunità islamica è un’istituzione unica e coesa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"> Nel nome di Dio</p>
<p>COMUNICATO STAMPA DELL’AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN A ROMA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DI QODS (GERUSALEMME)</p>
<p>Qods (Gerusalemme) è un luogo particolarmente sacro ai mussulmani nel mondo e ai fedeli di numerose religioni; è la terra dei Profeti e dei Santi del Signore e nella storia  luminosa della comunità islamica è un’istituzione unica e coesa. L’ultimo Venerdì del Santo mese del Ramadan l&#8217;Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica dell’Iran, dedicò questo giorno alla fine dell’occupazione della Palestina e alla liberazione del suo popolo dall’oppressione del regime sionista di Israele.</p>
<p>A questo proposito e alla luce delle ultime evoluzioni nella questione palestinese, l’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran ritiene di dover richiamare l’attenzione su alcuni punti.</p>
<p>- La Repubblica islamica dell’Iran considera i crimini sionisti contro la flotta di navi pacifiste di Gaza in contrasto con i principi e le regole internazionali, tra cui l’articolo 1982 della Convenzione  sui mari e li equipara ad un atto di pirateria marittima.</p>
<p>- Essa chiede una condanna e una pena per coloro che hanno violato le norme della Quarta Convenzione di Ginevra, sulla base dell’art. 146 della Convenzione stessa.</p>
<p>- L’attacco impietoso delle forze del regime sionista alla flotta di Gaza e le violenze  contro i suoi occupanti conferma il fatto che non esiste limite alla crudeltà del regime sionista nei confronti dei palestinesi, regime che si pone contro finanche libere persone,  partigiane di quanti vengono oppressi a prescindere dalla religione, nazionalità o credo di appartenenza.</p>
<p>- L’invio di aiuti umanitari nelle regioni occupate era consentito dalle Convenzioni internazionali e il regime occupante non aveva alcun diritto di impedire questa azione umanitaria. Pertanto l’aggressione del regime sionista, i crimini contro l’umanità e la violazione dei diritti umani meritano un processo e una sanzione.</p>
<p>- L’oppresso popolo palestinese ha ben compreso che solo attraverso l’unione, la coesione nazionale e la resistenza contro gli aggressori e gli occupanti, potrà giungere alla liberazione dei territori  occupati, a quella di Qods e alla rivendicazione dei propri diritti.</p>
<p>- Si evidenzia come il tollerare o l’ignorare i crimini del regime sionista, così come le promesse di sostegno di alcune potenze egemoniche, alimentano una sempre maggior impudenza di questo regime illegittimo nel continuare a perpetrare i propri crimini.</p>
<p>- La Repubblica islamica dell’Iran dichiara il proprio costante appoggio alla resistenza islamica e popolare dei palestinesi ed è promotrice degli interessi e diritti legittimi della comunità mussulmana e dei deboli e oppressi nel mondo.</p>
<p>- La Repubblica islamica dell’Iran, per una soluzione della questione palestinese,  nuovamente sottolinea l’opportunità di indire un libero referendum, con la partecipazione di tutti gli abitanti del territorio palestinse, mussulmani, cristiani e ebrei, invitandoli a scegliere il tipo di governo desiderato; esiste una via che conduce ad una soluzione regionale, democratica e giuridica della questione palestinese.</p>
<p>-  Siamo persuasi che queste consultazioni di piazza siano un modo per valutare la sincerità di quanti rivendicano democrazia e diritti umani.</p>
<p>- Si auspica che con il sostegno diffuso della popolazione libera mussulmana nel mondo  e con l’impegno costante e coeso di tutte le nazioni, i media, i liberi e illuminati uomini  di pensiero, si interrompano i crimini sionisti e si addivenga ad un processo e ad una pena per i responsabili, ponendo così fine alle sofferenze e alle persecuzioni dell’oppressa e indifesa Palestina.</p>
<p>Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran – Roma</p>
<p>3 Settembre 2010</p>
<p>23 Ramadan 1431 </font></p>
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		<title>Le verità sulla Bosnia che non si possono raccontare: “Al mercato di Markale”</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 12:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>

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		<description><![CDATA[Si infittiscono ormai da qualche tempo gli interventi di quanti sono lieti di avallare le tesi “ufficiali”, per cui la guerra di Bosnia fu la follia di “psicopatici nazionalisti”, oggi finalmente a giudizio grazie alla caparbietà di pochi magistrati coraggiosi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si infittiscono ormai da qualche tempo gli interventi di quanti sono lieti di avallare le tesi “ufficiali”, per cui la guerra di Bosnia fu la follia di “psicopatici nazionalisti” (Radovan Karadzic, il poeta pazzo in primis, e si sa che tra poeti ed acquarellisti la differenza è poca …), oggi finalmente a giudizio grazie alla caparbietà di pochi magistrati coraggiosi (vedi Carla Del Ponte, che ha pure scoperto gli orrori della “casa gialla” in Kosovo, “Oh my God!”).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Luglio, in particolare, è stato il mese adatto per le rievocazioni, grazie alla singolare coincidenza tra l’anniversario del massacro di Srebrenica (11 luglio 1995) e l’arresto di Karadzic (21 luglio 2008).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo Richard Gere (il “divo di Stato” anti-cinese), quindi, anche Angelina Jolie si appresta a girare il suo film a Sarajevo, concludendo un’interessante triade che comprende anche il recente “capolavoro” dal titolo “I mercenari” (pieno di “divi di Stato”, Stallone-Rambo, Willis-salvailmondo …), pellicola in cui l’ex finanziatore dell’IRA, Mickey Rourke, ricorda il passato di quando tutti insieme (appassionatamente) andavano a combattere i “serbi cattivi” …</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra questi articoli rievocativi, spicca quello del 1 luglio 2010 di Azra Nuhefendic, “Al mercato di Markale” (strage del 28 agosto 1995), in cui si cerca di smentire quanto attestato dai fatti (ma che le cronache, anche successive, si guardarono bene dal riportare), e cioè che le due terribili stragi al mercato di Sarajevo (decisive per orientare l’opinione pubblica internazionale e, di conseguenza, per giustificare i bombardamenti della NATO contro i serbi che stavano vincendo la guerra) non furono opera dei serbo-bosniaci.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’articolo cita il colonnello russo, Andrei Demurenko, esperto in balistica e capo del personale Unprofor a Sarajevo, estensore di un rapporto che provava l’ impossibilità di colpire Markale con i mortai dalle posizioni serbe (guarda caso la CNN sapeva dell&#8217;evento e si trovava lì prima del massacro, ma non era stata &#8220;avvisata&#8221; dai serbi). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Esistono anche degli schizzi tecnici che questo colonnello russo aveva fatto e che vennero inquadrati, al momento della ricostruzione degli avvenimenti, dalla televisione serba. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo pochi giorni Demurenko fu però rimandato a casa e la relazione venne nascosta (se la tenne per due settimane Kofi Annan nel suo cassetto privato) il tempo sufficiente per accusare falsamente i serbi e decidere quali ulteriori provvedimenti adottare contro di loro.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il colonnello russo non può certo negare un documento da lui stesso prodotto e non dubito l&#8217;abbia mai fatto, come sostiene Nuhefendic, perché si trattava di un professionista che non accettava di raccontare bugie, al contrario di molti ufficiali della NATO, spesso sbugiardati.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lo stesso analista militare britannico, Paul Bever, che pure raccontò di 4 ordigni di mortaio da 120 millimetri lanciati dai serbi e che caddero vicino alla zona del mercato senza provocare vittime, ammise l’1 ottobre 1995 che la deflagrazione fu cinicamente provocata dai musulmani per influenzare i negoziati di pace. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Probabilmente c&#8217;erano cinque pacchi di esplosivo sotto le bancarelle, attivati a distanza, mentre la CNN registrava in diretta. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il “Sunday Times” parlò allora di una quinta granata da mortaio devastante (e non proveniente dalle postazioni serbe), che però difficilmente avrebbe potuto provocare una strage di tali proporzioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Invece tutto il mercato fu colpito da più esplosioni che provenivano da vari punti sotto le bancarelle, al punto che lo stesso Bever scrisse che si doveva dubitare anche della precedente strage di Markale (67 morti il 5 febbraio 1994), come testimoniato peraltro dal delegato speciale per la Bosnia delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi, poi costretto alle dimissioni.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma ritornando a Demurenko: è normale che il colonnello russo non avesse con sé la sua relazione, che è stata un  documento di servizio e confidenziale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Questa andrebbe cercata nei cassetti delle Nazioni Unite o in quelli di qualche ufficiale dei Servizi segreti di Mosca dell’epoca Eltsin, noti per essere a libro paga del miglior offerente (e poi parzialmente “ripuliti” da Putin). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Chiunque segua le varie sedute del Tribunale dell’Aja per i crimini nella ex-Jugoslavia, può constatarne “l’efficienza”: avvocati che spesso nemmeno possono incontrare i loro assistiti, imputati che muoiono misteriosamente (Milosevic in primis), traduttori scadenti che capziosamente rischiano di tradurre un “non esiste” invece di “io non ce l’ho” … </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Si può addirittura dubitare della domanda del giudice: “Ce l’ha lei la relazione?”, perché i magistrati sanno benissimo di che tipo di documenti si tratta e che tenerne delle copie in possesso privato è punibile con la legge. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Consigliamo, quindi, a Nuhefendic di occuparsi di altre vicende riguardanti la Bosnia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ad esempio della bancarotta finanziaria del governo di Sarajevo, i cui ministri sono spesso impegnati a tenere festini o ad acquistare lussuosi yacht per le loro “dorate” vacanze.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">O della sorte dei serbi di Hadzici, paesino vicino a Sarajevo, 5.000 abitanti e 150 malati di tumore all’anno per le conseguenze dei bombardamenti atlantisti all’uranio impoverito.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Stefano Vernole, redattore di “Eurasia”, è co-autore de </strong></em></span><em><span style="font-size: medium;"><strong>La lotta per il Kosovo</strong></span></em><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2007) ed autore di </strong></em></span><em><span style="font-size: medium;"><strong>La questione serba e la crisi del Kosovo</strong></span></em><span style="font-size: medium;"><em><strong> (Noctua, Molfetta 2008) </strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong><br />
</strong></em></span></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<ol>
<li>Azra Nuhefendic’, “Al mercato 	di Markale”, 1 luglio 2010, “Osservatorio Balcani e Caucaso”.</li>
<li>Per un breve riassunto dei “miti 	bosniaci” rimando al mio articolo: 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../cogit_content/articoli/EkEZlypFpyaDyDNwTq.shtml">http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkEZlypFpyaDyDNwTq.shtml</a></span></span></li>
</ol>
<p>﻿</p>
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		<title>Le implicazioni geopolitiche di un possibile conflitto tra Israele e Libano</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 19:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<description><![CDATA[La schermaglia del 3 agosto scorso è una delle tante scintille che potrebbero scatenare l'incendio. Lo scenario di un ennesimo conflitto sarebbe molto preoccupante per il futuro di Israele che si esporrebbe in un contesto geopolitico non proprio favorevole, dopo l’abbandono della Turchia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Anche se il periodo più caldo dell’anno volge al termine, al confine tra Israele e Libano il clima continua a surriscaldarsi. La sparatoria dello scorso tre agosto per il taglio di un albero da parte dell’esercito sionista è il naturale epilogo di mesi di tensioni. Prima la richiesta israeliana alle forze francesi di Unifil di penetrare nelle case di miliziani libanesi per sequestrare loro della armi e poi le indiscrezioni sulla prossima sentenza del Tribunale Speciale per il Libano, che starebbe per incolpare membri di Hezbollah, hanno contribuito in modo determinante al montare della tensione sulla Linea Blu, risvegliando attriti mai sopiti che avvalorano l’ipotesi di un possibile conflitto tra i due vicini il prossimo autunno. </span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">I fatti</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">A scatenare l’ira di Hezbollah nei confronti del governo di Tel Aviv è stata, lo scorso mese, la richiesta alle forze francesi di penetrare all’interno delle case dei miliziani libanesi per sequestrargli armi e munizioni. Una richiesta spedita direttamente a Parigi che il ministro della Difesa francese non ha esitato ad accogliere, ordinando di dar seguito alla richiesta israeliana. Un atto increscioso, che ha costretto lo stesso ministro alle scuse ufficiali su pressione del Presidente Nicolas Sarkozy. La vicenda è stata percepita da Hezbollah come un&#8217;ingerenza negli affari interni del Libano. Il Segretario Generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha duramente attaccato Israele per quanto accaduto ed in particolar modo ha accusato Tel Aviv di usare ogni tipo di mezzo per screditare il suo partito, come il Tribunale Speciale per il Libano ad esempio. Affermando che dietro il progetto del tribunale c’è Israele, Nasrallah ha voluto chiaramente intendere che l’accusa che lo stesso starebbe per formulare nei confronti di un membro del partito di Dio sarebbe una montatura. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Tra accuse e controaccuse serpeggia anche la volontà di provocazione. Gli incidenti dello scorso tre agosto, ne sono una dimostrazione. Le forze israeliane hanno abbattuto un albero al confine che ostacolava la visuale. L’esercito libanese ha reagito con razzi e colpi di arma da fuoco, convinto che l’albero fosse posto nella parte libanese del confine. Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto al fuoco uccidendo un giornalista e tre soldati libanesi. Lo scontro è stato il più grave dal 2006, da quando cioè è terminata la guerra in Libano.</span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">La situazione al confine</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">A complicare la vicenda è la molteplicità di attori che direttamente o indirettamente vi prendono parte destabilizzando la fragile tregua tra i due stati confinanti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Ad immediato contatto, sulla Linea Blu le Forze di Difesa Israeliane e le Forze Armate Libanesi si trovano l’una di fronte all’altra spesso dando vita a qualche scaramuccia. Secondo fonti governative israeliane, sarebbero circa seicento dall’inizio del 2010 le schermaglie che hanno coinvolto i soldati di entrambe le fazioni risoltesi senza particolari danni collaterali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Dispiegate sul territorio libanese prossime al confine con Israele sono anche le truppe della forza di interposizione delle Nazioni Unite, Unifil, con il compito di evitare contatti tra i due contendenti. Tuttavia, il ruolo di Unifil nel sedare gli ultimi scontri è stato marginale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"> però a livello politico che si fronteggiano diversi attori con interesse ad ampliare il controllo sulla zona di confine. Hezbollah, ad esempio, è interessata ad acquisire il controllo della zona meridionale del Libano. Un eventuale conflitto che vedesse sconfitto l’esercito libanese da parte di quello israeliano, porterebbe Hezbollah a porre sotto la propria tutela la parte meridionale della terra dei cedri. Inoltre, Hezbollah è una formazione sciita in ottimi rapporti con l’Iran di Ahmadinejad il quale ha offerto il proprio sostegno ai fratelli libanesi vessati dagli israeliani. Anche l’Iran, infatti, è interessato ad acquisire maggiore influenza sulla zona per scalzare Israele dal ruolo di potenza militare ed avere mano libera per imporsi come stato guida della regione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Invece, sembra venir meno il pieno sostegno degli Stati Uniti ad una nuova campagna israeliana contro il Libano. Un rapporto del Saba Center (Brooking Institutions), pubblicato qualche mese fa, sconsiglia fortemente agli Stati Uniti di sostenere qualsivoglia azione israeliana contro Beirut. Un secondo rapporto, pubblicato nello stesso periodo del precedente, del Council on Foreign Relations, si spinge oltre consigliando alla Casa Bianca di esercitare il maggior grado possibile di pressione per evitare che la Linea Blu ed il Libano si trasformino nuovamente nel teatro di scontri armati. Pertanto, la situazione al confine tra il Libano ed Israele è la risultante di un insieme di fattori suscettibili di generare conseguenze geopolitiche rilevanti. </span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il conflitto tra Israele e Libano nel quadro geopolitico del Vicino Oriente</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;animosità mostrata dai due eserciti il 3 agosto dimostra come siano già pronti per affrontare un nuovo conflitto. L’eventualità non è da sottovalutare, considerando le premesse. Per questo, è opportuno interrogarsi su quali conseguenze possa avere la ripresa delle ostilità per il sistema di equilibri vicino-orientali.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il Vicino Oriente sta subendo lenti ma continui mutamenti. Ancora impercettibili, tali trasformazioni sono sicuramente variabili rilevanti nell’analisi degli scenari geopolitici. La più significativa è sicuramente la perdita di terreno degli Stati Uniti. Se anche Washington mantiene dalla propria parte la bilancia della potenza molti attori non sono più prostrati ai piedi della talassocrazia statunitense ed iniziano a sviluppare una propria politica di alleanze. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"> sicuramente il caso della Turchia. Alleata di ferro di Washington durante la guerra fredda, dal 2002 Ankara sembra essersi distaccata dalla sponda atlantica per perseguire una politica più regionale che coinvolga i suoi vicini. I rapporti con l’Iran sono notevolmente migliorati, tanto che la Turchia (con il Brasile) ha respinto la quarta tornata di sanzioni verso Teheran sul programma nucleare. Turchia e Iran stanno anche implementando le proprie relazioni energetiche. </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">È</span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"> di qualche settimana fa l’accordo per la costruzione di una condotta di 660 Km che dovrebbe portare il gas iraniano sino in Turchia. Un bel problema per Washington, che cerca di limitare in tutti i modi il raggiungimento dell’autosufficienza iraniana per mantenere sotto controllo il principale nemico. Infatti, scopo prettamente geopolitico della guerra in Iraq è stato quello di incastrare l’Iran in due stati, Afghanistan ed Iraq, direttamente controllati dagli Usa per limitarne la minaccia. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">I rapporti tra Turchia ed Iran trovano sicuramente un base di appoggio nella comune fede musulmana. Elemento che potrebbe anche aumentare il sostegno dell’Iran alla formazione di Hezbollah se attaccata da Israele e portare la Turchia ad un più deciso distacco da Tel Aviv dopo la vicenda della Freedom Flottilla. Considerando, quindi, il ruolo di Iran e Turchia, un attacco israeliano al Libano sarebbe indubbiamente controproducente. Se aggiungiamo anche la salda alleanza della Siria con l’Iran, è chiaro che Israele si verrebbe a trovare in una posizione molto difficile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Il Vicino Oriente però è anche terreno fertile per le mire russe. Nonostante Mosca abbia perso diverse occasioni per imporre il proprio ombrello sull’area, il voto favorevole alle sanzioni contro l’Iran dimostra come i legami tra Iran e Turchia non sono ben visti dal Cremlino. Indubbiamente, l’elemento energetico pesa. Mosca mira ad essere la principale potenza energetica eurasiatica e l’Iran potrebbe minare questo primato dell’esportazione di gas avendo grandi riserve a disposizione. Ciononostante, Mosca ha deciso di tener fede all’impegno di avviare la costruzione della centrale nucleare di Bushehr entro agosto, come prevedevano gli accordi tra i due stati. Segno che la Russia necessita del supporto iraniano per raggiungere un ambizioso obiettivo: sostituire gli Stati Uniti come potenza egemone nel Vicino Oriente evitando un asse Ankara-Teheran che possa minare la sua egemonia energetica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Anche per l’Iran ottenere il supporto di Mosca è fondamentale. Le recenti dichiarazioni di Mahmud Ahmadinejad (in risposta a Medvedev, secondo cui l’Iran detiene il </span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>know-how</em></span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"> per costruire l’arma atomica), che accusano Mosca di fare il gioco degli Stati Uniti nel Vicino Oriente, suonano come un “rimprovero” per riportare la Russia dal proprio lato della barricata. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Come si è detto, la politica estera degli attori principali del Vicino Oriente (Russia, Turchia, Iran) tende a diminuire l’influenza statunitense nell’area, vale a dire che mira ad una modifica degli equilibri esistenti oggi favorevoli agli Stati Uniti, agendo su diversi piani. Il più immediato è la costruzione di solide alleanze per ridurre la possibilità di manovra degli Usa e quindi di Israele, vera testa di ponte per gli atlantici nel Vicino Oriente. Se Israele decidesse, come alcune indiscrezioni vorrebbero, di attaccare il Libano ciò potrebbe accelerare il processo descritto in precedenza diminuendo drasticamente il </span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>soft power</em></span></span><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;"> statunitense. </span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">Conclusioni</span></span></strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,serif;"><span style="font-size: medium;">La schermaglia che ha visto coinvolti i soldati libanesi ed israeliani per il taglio di un albero è una delle tante scintille che potrebbero scatenare l&#8217;incendio. Lo scenario di un ennesimo conflitto sarebbe molto preoccupante per il futuro di Israele che si esporrebbe in un contesto geopolitico non proprio favorevole, dopo l’abbandono della Turchia. Inoltre, se la Casa Bianca deciderà di seguire i consigli del Council on Foreign Relations e del Saba Center Israele non avrà altra scelta che abbandonare l’ipotesi di un attacco armato. Anche se il suo potenziale di deterrenza militare rimane il più elevato del Vicino Oriente, il rischio di trovarsi in una morsa di stati ostili, compresa la Turchia, l’Iran e forse anche la Russia, potrebbe indebolire, diplomaticamente parlando, Israele anche per quanto riguarda un’altra spinosa questione, cioè quella dei negoziati per la pace con il popolo palestinese. Sarebbe conveniente per Israele farsi garante di una tregua duratura con il Libano. </span></span></p>
<p><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Carmine Finelli è dottore in Scienze politiche e delle relazioni internazionali (Università degli Studi del Molise)</strong></em></span></span></strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> </strong></em></span></span></p>
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		<title>Kirghizistan: nostalgia per l’Unione Sovietica</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 14:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Kirghizistan]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 14 agosto ha avuto luogo a Bishkek un evento, a prima vista esclusivamente interno al paese. Nel Teatro nazionale dell’Opera e della Danza, si è svolto il primo congresso del partito dell’Unione SSR (USSR). L’acronimo del nuovo partito kirghizo si richiama esplicitamente alla defunta Unione Sovietica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"> Il 14 agosto ha avuto luogo a Bishkek un evento, a prima vista esclusivamente interno al paese. Nel Teatro nazionale dell’Opera e della Danza, si è svolto il primo congresso del partito dell’Unione SSR (USSR). L’acronimo del nuovo partito kirghizo si richiama esplicitamente alla defunta Unione Sovietica (SSR stanno per: <em>Svoboda</em> – Libertà; . <em>Spravedlivost – </em>Giustizia;<em> Rodina – </em>Patria.</p>
<p>Il Congresso dell’ ”Unione Libertà Giustizia Patria” ha ospitato circa 800 delegati provenienti dalle 48 circoscrizioni delle 9 regioni del Kirghizistan.</p>
<p>In un breve periodo di tempo, il Kirghizistan ha vissuto già una seconda rivoluzione, accompagnata da scontri interetnici nelle regioni Osh e Jala-Abad e rivolte in varie parti del paese.</p>
<p>Ora il governo ad interim, succeduto al sollevamento contro di Bakiev, ha indetto le elezioni per il rinnovo del parlamento della repubblica per il 10 ottobre. Queste elezioni sono cruciali per la popolazione. La questione principale è: quali forze entreranno nel parlamento e quali costituiranno il nuovo governo? Dal nuovo rapporto di forze dipenderanno le sorti del paese per quanto concerne l’integrità territoriale dell’ex repubblica sovietica.</p>
<p>Il partito USSR è stato costituito in vista della prossima ricorrenza. Il prossimo anno, infatti, saranno 20 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica. Questo collegamento è stato sottolineato dai partecipanti al congresso.  La nostalgia per il “futuro assicurato”, la pace interetnica, la giustizia sociale hanno spinto i militanti di diversi gruppi etnici del paese a costituire un partito distinto. In meno di un mese, il numero degli aderenti al nuovo partito si è decuplicato. Molti partiti politici hanno dichiarato la loro disponibilità ad entrare nella nuova organizzazione. Oltre il 60% dei candidati dall’Unione SSR sono rappresentanti delle diaspore nazionali.</p>
<p>Unire il popolo kirghizo e i rappresentati delle diaspore nazionali in una unica forza differenzia il partito USSR dalle altre 12 organizzazioni politiche registrate dal Comitato centrale elettorale (CEC)</p>
<p>Come ha osservato Andrew Poroskun, vice capo del partito: &#8220;<em>20 anni sono un periodo lungo che ci permette di valutare quello che abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. </em></p>
<p><em>Ciò che è grande è visibile da lontano. In pratica, tute le parole d’ordine per le quali il popolo sovietico era sceso in piazza ed aveva protestato contro i Sovietici non vengono attuate. Le forze democratiche, che distrussero lo stato sovietico, facevano dichiarazioni, per esempio, sul “proprietario efficiente” che avrebbe dovuto privatizzare le imprese statali. Questo slogano è stato il più grande inganno. Le imprese sono state privatizzate, ma ciò è stato un bene o un male per la vita del popolo? I profitti ricavati da queste privatizzazioni sono stati utilizzati per le necessità sociali, per i bisogni dei lavoratori e delle famiglie? Tutti noi conosciamo le risposte a queste domande. La transizione dal socialismo al capitalismo selvaggio ha forse elevato il livello culturale dei giovani? Ha creato nuova occupazione, ha migliorato il livello di vita degli anziani e delle fasce più vulnerabili? Forse la medicina è diventata perfetta e più accessibile? Possiamo elencare all’infinito questi falsi slogan</em>”.</p>
<p>La maggior parte dei partecipanti del congresso ha sostenuto che il crollo dell&#8217;Unione Sovietica era un inganno e un tradimento dei popoli che vivono in URSS.</p>
<p>E le conseguenze di questo tradimento si fanno ancora sentire.</p>
<p>Le conseguenze delle rivoluzioni colorate in Kirghizistan, Ucraina e Georgia sono evidenti a tutti.</p>
<p>I dirigenti democratici di questi paesi hanno preso il potere attraverso la manipolazione delle persone insoddisfatte della realtà post-sovietica. Ironicamente, lo strumento principale della politica dei democratici è diventata il nazionalismo.</p>
<p>La loro regola ha mostrato che il nazionalismo non giova al popolo. Deprivando dei diritti le varie comunità e discriminandole, il potere non rende le giovani generazioni più educate, non incrementa il livello sociale del popolo, non assicura una vita sicura. Il risultato principale dei regimi di colore è costituito dalla minaccia per l&#8217;integrità di quei paesi in cui la rivoluzione colorata ha avuto luogo. Il presidente arancione Yushchenko ha definitivamente scisso la società  nell’ Ucraina occidentale e orientale. La Georgia ha perso l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud &#8211; una grossa fetta del suo territorio, proprio a causa della follia nazionalista di Saakashvili. In Kirghizistan, il governo Bakiev ha esacerbato le aspirazioni separatiste tra alcune diaspore nazionali.</p>
<p>Siamo tutti testimoni del fatto che il nazionalismo come base per la politica non è diretto né al rafforzamento dello Stato, né al miglioramento della qualità della vita delle nazioni titolari, ma piuttosto alla distruzione di ciò che è rimasto dopo il crollo sovietico, il crollo degli Stati indipendenti emersi in luogo delle repubbliche sovietiche. Fortunatamente, tra i tre paesi che hanno sperimentato la rivoluzione colorata, Saakashvili è stato l&#8217;unico che è riuscito a realizzare pienamente lo scenario della disintegrazione della Georgia.</p>
<p>Molti dei membri del Congresso hanno sperimentato tutte le delizie del regime colorato Bakiev. Al fine di far salire i loro affari, molti furono gettati in prigione: il capo del Partito URSS, Ishenbai Kadyrbekov, ex presidente del parlamento, è stato anche sottoposto a persecuzioni politiche ed è stato messo in prigione.</p>
<p>Molti si sono iscritti al partito USSR, perché non vogliono vedere il crollo del loro paese. Arif Alaferdov (rappresentante della comunità Azerbaigian nel consiglio politico del partito), ha dichiarato: &#8220;Vedo che questo partito è l&#8217;unico in Kirghizistan che intende attuare la politica internazionale, non a parole ma nei fatti.&#8221;</p>
<p>Ishenbai Kadyrbekov, presidente del consiglio politico del partito dell&#8217;Unione SSR, ha sottolineato più volte che il Kirghizistan è orgoglioso delle sue diversità &#8211; etniche, linguistiche, culturali: &#8220;<em>La nostra sfida è quella di prendere tutto ciò che era meglio nell&#8217;URSS e rendere il nostro paese forte e prospero. Solo lavorando insieme al fine di rafforzare e sviluppare il Kirghizistan, siamo in grado di superare le minacce che la nostra società deve affrontare</em> &#8220;. </font></p>
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		<title>Relazioni bilateriali Cina &#8211; Canada</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/5768/relazioni-bilateriali-cina-canada</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 14:10:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geoeconomia]]></category>

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		<description><![CDATA[La Cina continua il meticoloso lavoro di trattative diplomatiche per rafforzare le relazioni bilaterali con importanti Paesi dello scacchiere internazionale. Una grande leva e’ sicuramente quella economica. Il caso del Canada ne è un esempio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3">I primi tentativi di avvicinamento tra i due Paesi risalgono al 1970. Da allora una incessante attività delle rispettive diplomazie cerca di fortificare e consolidare le relazioni bilaterali, anche se con fasi alterne.</p>
<p>Nel maggio del 1989, Wan Li e Rong Yiren, presidente e vice-presidente dello Standing Committee of the National People&#8217;s Congress of China, vanno per la prima volta in Cina. I rappresentanti dei ministeri degli esteri discutono di politica, relazioni internazionali e disarmo.</p>
<p>L’ambasciata canadese in Cina promuove una attivita’ “Canada-China friendly Month” sotto il segno di “Enjoy the future”.</p>
<p>Il primo ministro canadese tiene una conferenza alla televisione.</p>
<p>A seguito degli avvenimenti dell’89, il governo canadese avvia una serie di sanzioni nei confronti della Cina, fra cui, l’interruzione delle relazioni diplomatiche ufficiali tra i ministeri, cessazione dello scambio in ambito militare e la promulazione di una speciale legge sull’immigrazione con l’obiettivo di incoraggiare gli studenti cinesi in Canada a rimanervi. La conseguenza e’il raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi. E il volume degli scambi commerciali si riduce del 40% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>In 1990 il governo canadese decide di terminare la legge speciale sull’immigrazione e una delegazione diplomatica viene inviata in Cina per partecipare alle celebrazioni del ventennale delle relazioni sino-canadesi.</p>
<p>Nel 1991 i rispettivi ministri degli esteri si incontrano due volte, prima a New York poi a Seul, scambiando punti di vista sui temi internazionali e dimostrando il comune interesse a un riavvicinamento.</p>
<p>Nel 1993 si intensificano le attivita’ diplomatiche. In marzo, Joe Clark, presidente della Queen’s Privy Council for Canada e ministro degli affari intergovernativi, si reca in Cina. In maggio il futuro primo ministro cinese Zhu Rongji ricambia la visita. Le relazioni si possono considerare di nuovo buone.</p>
<p>Nello stesso anno, gli scambi tra i due Paesi raggiungono i 2.5 miliardi di dollari. Sempre piu’ imprenditori si mostrano interessati alla Cina e vengono avviati 740 programmi di investimento per un valore di 750 milioni di dollari.</p>
<p>Negli anni successivi la cooperazione si rafforza, e tenuto conto dell’importanza e numerosita’ della comunita’ cinese in Canada, si  espandono i piani di sviluppo in diversi campi, della cultura, delle arti, della danza e della musica (con diversi gruppi in visita) e dell’educazione (favorendo per esempio gli scambi tra studenti universitari, che nel 1995 sono gia’ piu’ di dieci mila).</p>
<p>Nel 2005 il presidente cinese Hu Jintao visita il Canada e insieme al primo ministro canadese Paul Martin decidono di innalzare le relazione bilaterali tra i due Paesi ad un livello superiore definendole partnership strategica e comunicando l’obiettivo di raddoppiare il volume degli scambi commerciali nei successivi cinque anni.</p>
<p>Con il nuovo governo canadese dal 2006 si e’ avuto un periodo di relativamente meno intense relazioni diplomatiche per non dire di raffreddamento. Nonostante gli scambi economici e culturari siano continuati, la Cina non sembrava piu’ essere tra le priorita’ del nuovo governo in mano ai conservatori.</p>
<p>Ma nel 2009 il primo ministro Stephen Harper compie un viaggio in Cina con lo specifico obiettivo, oltre che di trattare temi di politica internazionale, di consolidare la mutua cooperazione. Alcuni dicono che si rese conto del rischio che &#8220;cold politics, warm economics&#8221;, formula che avrebbe danneggiato piu’ il Canada che la Cina.</p>
<p><strong>Lo stato dell’arte</strong></p>
<p>Il 2010 segna il quarantesimo anniversario della fondazione delle relazioni bilatrerali Cina-Canada che ormai si sviluppano lungo molteplici direzioni, dal trade all’energia e ambiente, ai temi riguardanti la salute, la governance e le scienze e tecnologie.  Sono attive piu’ di quaranta attivita’ di cooperazione bilaterale.</p>
<p>Gli scambi commerciali tra Cina e Canada hanno raggiunto i 29 miliardi di dollari nel 2009, ma gli obiettivi dei due Paesi, confermati durante gli incontri di fine giugno in Canada, sono molto ambiziosi: ancora una volta raddoppiare il volume di scambi e raggiungere i 60 miliardi entro il 2015.</p>
<p>Il primo ministro Stephen Harper ha ricevuto per la prima volta il presidente cinese Hu Jintao in visita in Canada per il G20 e con lui si e’ intrattenuto per discutere del processo di consolidamento.</p>
<p>Il Canada ha come partner commerciale preferenziale gli Stati Uniti (75% degli sambi), ma la Cina e’ diventata il secondo interlocutore (per la Cina il Canada e’ tra i primi quindici Paesi per l’importanza dei volumi realizzati).</p>
<p>Il trend positivo sembra confermato, infatti nei primi quattro mesi dell’anno gli scambi commerciali hanno raggiunto gia’ i 10 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Ma non si parla solo di benefici economici in senso stretto. La Cina e il Canada hanno siglato un accordo per incrementare gli scambi culturali e la mobilita’ delle persone attraverso il ADS (Approved Destination Status). L’autorizzazione, che il governo cinese aveva concesso gia’ a 134 Paesi, non includeva il Canada. Cio’ ha comportato per diverso tempo che fossero meno di duecento mila all’anno i cinesi in visita in Canada. Concedendo l’accesso a gruppi organizzati di turisti cinesi, l’industria del turismo canadese ne beneficera’ e avra’ la possibilita’ di raggiungere il traguardo dei 100 miliardi di dollari all’ anno di volume d’affari.</p>
<p>Un altro punto di cooperazione che sta realizzandosi compiutamente e’ quella sul fronte energetico, dal petrolio al gas naturale al nucleare. L’industria canadese possiede tecnologie molto avanzate in questi settori e la Cina e’ interessata in particolar modo alle tecniche per  la conservazione dell’energia e per la protezione dell’ambiente. Zhang Xiaoqiang, deputy director del China’s National Development and Reform Commision, ha confermato che il governo cinese ha stanziato gia’6,6 milardi di dollari da investire soprattutto in progetti di sviluppo delle risorse naturali.</p>
<p>Nonostante i piani di sviluppo, i successi economici e le affermazioni di reciproca stima tra i due Paesi e molti punti in comune tra cui la volonta’ di “develop our relations from a strategic and long-term perspective”, come afferma il governatore generale canadese Michaelle Jean, le differenze sono rilevanti. Ed emergono in molte posizioni, e la distanza, affievolitasi sotto il precedente governo canadese dei liberali, rimane comunque notevole sotto molti punti di vista, alcuni accentuati proprio nell’ultimo periodo.</p>
<p>Il governo conservatore canadese si sente molto lontano dalle posizioni politiche cinesi in molti campi. Inoltre c’e’ un tema interno, l’attitudine a voler differenziare l’impronta della propria politica dal precedente governo liberal che si e’mostrato piu’ incline a sviluppare rapporti con la Cina. Con una frase dl forte impatto, l’attuale primo ministro ha affermato che “would not sell out Canadian values for the mighty dollar&#8221;, non intende sacrificare i valori canadesi in cambio di scambi commerciali.</p>
<p>Infine c’e’ la questione, non trascurabile almeno per parte cinese, di Lai Changxing che vive in Canada da piu’ di dieci anni, ma su cui pendono vari capi di imputazione fra cui contrabbando e corruzione. Il governo cinese ne chiede l’estradizione e lo ritiene tra i principali ricercati; in Canada, in molti la pensano diversamente.</p>
<p>Pechino – 30 Agosto 2010</p>
<p>Per rivolgere commenti all’autore o contattarlo: <a href="mailto:manu@emasen.com">manu@emasen.com</a></p>
<p><strong><em>*Emanuele C. Francia, manager e consulente, ha seguito per diverso tempo le operazioni cross-border per numerose imprese italiane in Europa e Stati Uniti. Da alcuni anni vive a Pechino ed e’ co-fondatore e partner di Emasen Consulting,  una societa’ di consulenza specializzata nei processi di  internazionalizzazione e supporto alle imprese italiane. Scrive su alcune riviste scientifiche di geopolitica, economia e managemnt e collabora con universita’ sia in Italia che in Cina nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento.</em></strong>  </font></p>
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		<title>I servizi segreti israeliani infiltrati in tutto il governo libanese</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 13:59:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mediterraneo e Vicino Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>

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		<description><![CDATA[WMR ha appreso dalle sue fonti d’intelligence libanese, che il governo libanese sta arrivando a capire che la penetrazione dell’intelligence israeliana di tutti i gruppi politici del paese, è peggiore di quanto inizialmente creduto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <em>Global Research</em>, 25 agosto 2010 &#8211; <em>Opinion Maker</em><br />
<a href="http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20759">http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20759</a></p>
<p><font size="3">WMR ha appreso dalle sue fonti d’intelligence libanese, che il governo libanese sta arrivando a capire che la penetrazione dell’intelligence israeliana di tutti i gruppi politici del paese, è peggiore di quanto inizialmente creduto.</p>
<p>Il <em>Mossad</em> d’Israele, una volta soddisfatta di penetrare le parti cristiana e drusa del paese, ha ora ben completamente infiltrato, ai massimi livelli, i partiti sunniti e sciiti. Recentemente, il Libano ha accusato il generale a riposo Fayez Karam, un alto membro del <em>Movimento Libero</em> <em>Patriottico </em>del generale a riposo Michel Aoun, alleato di <em>Hezbollah</em>, di spionaggio per conto del Mossad.</p>
<p>Tra i partiti politici penetrati dai servizi segreti israeliani, vi è il <em>Movimento per il Futuro</em> del Primo Ministro Saad Hariri, figlio dell&#8217;ex primo ministro libanese Rafik Hariri, assassinato da un&#8217;autobomba a Beirut nel 2005. Il tribunale speciale delle Nazioni Unite per il Libano (STL), avrebbe previsto di accusare assai presto dell&#8217;assassinio, l’<em>Hezbollah</em> libanese. Tuttavia, il leader di <em>Hezbollah</em>, Hassan Nasrallah, ha annunciato di recente che il gruppo ha avuto la prova video dei droni israeliani, che mostra la <em>Israeli Defense Force</em> monitorare Hariri prima del suo assassinio.</p>
<p>Il procuratore capo del STL, Daniel Bellemare del Canada, ha richiesto le prove di <em>Hezbollah</em>. Tuttavia, WMR ha appreso che Bellemare è sospettato dai servizi segreti libanesi di avere stretti contatti con gli agenti precedente sia della CIA che <em>Mossad</em>. WMR ha precedentemente riferito che Bellemare è sospettato di avere consentito e introdotto prove contro <em>Hezbollah</em> sull&#8217;assassinio di Hariri, manipolando intercettazioni delle chiamate al cellulare che imputano la &#8220;<em>pistola fumante</em>&#8221; a <em>Hezbollah</em>. Si teme che Bellemare potrebbe dare le prova di <em>Hezbollah</em> al Mossad, affinché gli israeliani determinino l&#8217;origine della fuga dei video classificati.</p>
<p>Il Mossad avrebbe anche preso di mira anche il successore del leader politico sciita libanese Nabih Berri, attuale speaker del parlamento libanese. L&#8217;operazione del <em>Mossad</em> è sostenuta attivamente, da dietro le quinte, dall&#8217;Arabia Saudita, un paese che sta rapidamente diventando un sempre più segreto “<em>di Pulcinella</em>&#8221; alleato d’Israele in Medio Oriente.</p>
<p>Secondo fonti del WMR in Libano, una rete di Israele e degli Stati Uniti, che può contare sul sostegno delle Nazioni Unite, dopo la prevista incriminazione di <em>Hezbollah</em> per l&#8217;assassinio di Hariri, è una rete sunnita nella valle della Bekaa, in Libano. Incluso un membro della stessa famiglia di Ziad al-Jarrah, uno dei presunti dirottatori del volo <em>United 93</em> dell&#8217;11 settembre 2001.</p>
<p>L’intelligence libanese ha collegato Ziad al-Jarrah, che opera dalla Valle della Bekaa, a una rete Salafita supportata dai sauditi, che include affiliati di &#8220;<em>al-Qaida</em>&#8221; che sarebbero utilizzati per inseguire gli sciiti in tutto il Libano, a seguito delle accuse di Bellemare contro <em>Hezbollah</em>. L’intelligence libanese ha scoperto che i membri di questa stessa rete Salafita/<em>al-Qaida</em>, supportata dal <em>Mossad</em>, anche per obiettivo ti principali leader sciiti in Iraq. WMR ha appreso che Ziad al-Jarrah è stato utilizzato dal Mossad, dalla CIA e dall&#8217;intelligence saudita come una &#8220;<em>Patsy</em>&#8221; del complotto 9/11, così come simili &#8220;<em>zimbelli</em>&#8221; sono utilizzati in Iraq e altrove, per aiutare a mantenere il mito di &#8220;<em>al-Qaida</em>&#8221; e di Usama bin Ladin vivo.</p>
<p>La stessa rete salafita/<em>al-Qaida</em> in Libano, mentre era ancora in fase embrionale, è stata utilizzata dal <em>Mossad</em> e dalla CIA per spiare i gruppi palestinesi in Libano, negli anni ‘80 e &#8217;90, così come la Siria, durante la sua occupazione del Libano.</p>
<p>La rete di spionaggio israeliana si estende anche alla Siria. Secondo fonti libanesi, l&#8217;ex vice presidente siriano Abdel Halim Khaddam, che ha accusato il presidente siriano Bashar al Assad di aver ordinato l&#8217;assassinio di Rafik Harir, è tatticamente sostenuto da Israele e Stati Uniti. Khaddam, che dirige dall&#8217;esilio il <em>Fronte di Salvezza Nazionale</em> (NSF), sta cercando di rovesciare Assad. La NSF riceve non solo il sostegno dell’intelligence di Israele e degli Stati Uniti, ma anche dai servizi segreti francesi e tedeschi. La NSF ha sedi a Bruxelles, Berlino, Parigi e Washington DC, ed è sospettato di lavorare dietro le quinte con Bellemare per accusare <em>Hezbollah</em> dell&#8217;assassinio di Hariri. Tuttavia, i tentativi precedenti di accusare Assad e i generali libanesi filo-siriani dell&#8217;attentato, sono falliti a causa della mancanza di una qualsiasi prova credibile.<br />
Wayne Madsen è un giornalista investigativo, autore e redattore di Washington DC. Ha scritto per diversi giornali e blog rinomati.</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
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		<title>L’assistenza militare Cinese al Pakistan e le sue implicazioni per l&#8217;India</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 13:54:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan ha ammesso che nessuna relazione tra due Stati sovrani è unica e durevole come quella tra il Pakistan e la Cina. Le relazioni sono iniziate dal 1950, quando il primo ruppe i rapporti diplomatici con la Repubblica cinese e riconobbe la Repubblica popolare cinese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <a href="http://www.southasiaanalysis.org/papers40/paper3996.html">http://www.southasiaanalysis.org/papers40/paper3996.html</a></p>
<p>24 Agosto 2010</p>
<p><font size="3">Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan ha ammesso che nessuna relazione tra due Stati sovrani è unica e durevole come quella tra il Pakistan e la Cina.</p>
<p>Le relazioni tra il Pakistan e la Cina sono iniziate dal 1950, quando il primo ruppe i rapporti diplomatici con la Repubblica cinese e riconobbe la Repubblica popolare cinese. Con il passare del tempo i rapporti tra i due Paesi si sono rafforzati, avendo l&#8217;India come nemico comune. Entrambi i paesi si sostengono a vicenda anche su questioni internazionali. La Cina sostiene il Pakistan sul Kashmir, mentre il Pakistan supporta la Cina sulle questioni del Tibet, di Taiwan e dello Xinjiang.</p>
<p>Hussain Haqqani un alto diplomatico pakistano ha sottolineato che &#8220;<em>Per la Cina, il Pakistan è un vantaggioso deterrente secondario verso l’India, mentre per il Pakistan, la Cina è un garante di alto valore per la sicurezza contro l&#8217;India</em>&#8220;.</p>
<p>La Cina favorisce anche le tensione tra India e Pakistan, lasciando, in questo modo, l&#8217;India impegnata nella regione dell’Asia del Sud, non potendo così sfidare la Cina in campo internazionale.<br />
<strong>Gli aiuti militari Cinesi al Pakistan </strong></p>
<p>Lisa Curtis della <em>Heritage Foundation</em>, un think tank di Washington, citata su un articolo, affermava che &#8220;<em>la politica cinese nei confronti del Pakistan è determinata principalmente dal suo interesse a contrastare la potenza indiana nella regione, e deviava la forza militare e l&#8217;attenzione strategica indiana lontano dalla Cina</em>&#8220;.</p>
<p>La Cina è il principale fornitore di armi del Pakistan. Anche per il trasferimento di tecnologia e know-how il Pakistan dipende molto dalla Cina. La Cina ha trasferito 36 missili balistici M9, anche se l’ha riconosciuto ufficialmente soltanto nel 1992.</p>
<p>Da allora in poi, i legami della difesa tra le due nazioni si sono sempre più rafforzati, con la Cina che aveva anche fornito al Pakistan aerei JF-17 e F-7, e diversi tipi di armi di piccolo calibro e di munizioni.</p>
<p>Il 70 per cento degli aerei e dei carri armati (MBT) delle forze armate del Pakistan è stato acquistato dalla Cina. La Cina ha fornito più di 400 aerei militari, 1600 MBT e più di 40 navi. La maggior parte dei progetti missilistici pakistani è stata avviata dalla Cina.</p>
<p>La Cina non solo ha modernizzato l’esercito Pakistano, ma anche creato dei progetti comuni col Pakistan. I J-10 e JF-17 sono l&#8217;ultima versione cinese degli aeromobili russi SU-27 e MiG-29*. Il caccia JF-17 <em>Thunder</em> è stato sviluppato congiuntamente dai cinesi e dai pakistani presso il <em>Pakistan Aeronautical Complex</em>, di Kamra. Si tratta di un avanzato aereo da combattimento leggero multi-ruolo. Inizialmente, dei missili cinesi sarebbero stati montate sul JF-17 e poi l&#8217;aereo sarebbe stati dotato di più sofisticati radar e missili.</p>
<p>Oltre il JF-17, altri progetti comuni importanti includono il K-8 <em>Karakorum</em>, aereo d’addestramento  avanzato, il tank <em>al-Khalid</em>, i missili da crociera <em>Babur</em>, la fregata F-22, sistemi AWACS (<em>Airborne Warning and Control System</em>), ecc. La Cina ha anche costruito il porto oceanico di Gwadar e assistite il <em>Space and Upper Atmosphere Research Commission del Pakistan</em> (SUPARCO) nello sviluppo della tecnologia spaziale. La<em> Heavy Rebuild Factory Factory</em> (HRF) di Taxila è stato costruito con l&#8217;assistenza cinese.</p>
<p>La Cina ha aiutato il Pakistan anche nello sviluppo del programma nucleare. Secondo un rapporto dell’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, la Cina aveva trasferito non solo progetti di armi nucleari, ma anche uranio bellico, in modo che al Pakistan fosse possibile costruire due bombe nucleari. La Cina ha costruito due reattori nucleari a Ch’asma, e ha anche voluto costruirvi altri due reattori nucleari, ma la cosa non andò lontano.</p>
<p>La fregata anti-sommergibile 054A, costruita nel cantiere navale Huangpu è stata venduta alla marina del Pakistan.</p>
<p>Il Ministro della Difesa cinese, Liang Guangile, incontrando Noman Bashir, capo di stato maggiore della marina del Pakistan, nel dicembre 2009 a Pechino, ha ribadito che le forze armate cinesi vorrebbero migliorare i loro rapporti amichevoli con le forze della Difesa pakistana. Il Generale Liang ha confermato che la marina pakistana avrebbe ricevuto un totale di otto Fregate F-22P da 3000 tonnellate dalla Cina. Tuttavia, il Pakistan vuole acquistare anche navi da 4.000 tonnellate, da affiancare alle Fregate F-22P. La leadership cinese è disposto a dare le navi da 4.000 tonnellate al Pakistan. Il Pakistan anche acquisito 120 missili da crociera anti-nave a lungo raggio cinesi C-802. La Cina ha dato al Pakistan anche un secondo SAAB 2000 attrezzato col radar ERIEYE e fornirà anche un velivolo da allarme precoce aereo Shaanxi ZDK-03.</p>
<p>La Cina vorrebbe creare delle basi militari all&#8217;estero. Almeno una base militare sarebbe stabilita in Pakistan. Una base militare cinese in Pakistan farebbe pressione sull’India e controbilancerebbe l’influenza degli gli Stati Uniti in Pakistan e Afghanistan. Non solo, la base militare cinese in Pakistan faciliterebbe alla Cina la repressione della rivolta degli Uiguri, che chiedono una nazione indipendente nella provincia dello Xinjiang.</p>
<p>La Cina assiste liberamente il Pakistan non solo sui fronti diplomatico, della difesa, della tecnologia e nucleare, ma anche sul fronte economico. Più di 60 imprese e circa 10 mila lavoratori cinesi sono coinvolti in 122 progetti in Pakistan. Gli investimenti cinesi hanno già superato i 7.000 milioni dollari e potrebbe aumentare a 10 miliardi dollari quest&#8217;anno.</p>
<p><strong>La visita della delegazione cinese </strong></p>
<p>Il Consigliere di Stato e Ministro della Difesa cinese, Generale Liang Guanglie, ha guidato una delegazione di 17 membro in Pakistan, il 23 maggio 2010, in una visita di due giorni. La delegazione in visita ha incontrato il presidente pakistano, il primo ministro, il ministro della difesa e i generali al vertice militare, compresi il Generale Ashfaq Parvez Kayani, Capo di Stato Maggiore dell&#8217;Esercito e il Generale Tariq Majid, presidente del Comitato dei capi di stato maggiore. Sia il Generale Kayani e che il Generale Majid hanno espresso apprezzamento verso la Cina per il suo genuino sostegno al Pakistan.</p>
<p>I ministri della difesa di entrambi i paesi hanno firmato tre accordi, apparentemente per consentire al Pakistan di combattere il terrorismo. Nell&#8217;ambito di tali accordi, la cooperazione e la comunicazione strategica tra le forze armate dei due paesi sarebbero state rafforzate. Esercito, Marina e Aeronautica Militare del Pakistan e della Cina parteciperanno a esercitazioni militari congiunte. I ministri hanno anche concordato di condividere l&#8217;intelligence per estirpare la minaccia del terrorismo. Il ministro della Difesa cinese ha anche promesso di fornire quattro aerei da addestramento all’aviazione e 60 milioni di yuan (8,78 milioni di dollari) alle forze della difesa pakistane.</p>
<p>Sia il presidente pakistano che il Primo Ministro hanno sottolineato gli stretti amichevoli legami tra la Cina e il Pakistan. Tuttavia, nel corso dei colloqui, il presidente Zardari ha affermato che l&#8217;intelligence indiana si trova dietro gli attacchi terroristici in Pakistan.</p>
<p>Il primo ministro pakistano, Yousuf Raza Gilani, ha anche accusato che vi sono ampie prove che un&#8217;agenzia d’intelligence indiana assistita le organizzazioni terroristiche in Pakistan attraverso l&#8217;Afghanistan. Gilani ha affermato che il Pakistan vuole sradicare il terrorismo dal suo suolo, ma ha bisogno del sostegno della Cina per combattere il terrorismo. Gilani anche lodato le imprese cinesi, e cioè la  <em>China National Electronic Import and Export Corporation</em> (CEIEC) e <em>China North Industries Corporation</em> (Norinco) per aver dato credito alle forze di difesa del Pakistan.</p>
<p>Il Generale Liang ha dichiarato che la Cina vuole rendere il Pakistan autosufficiente e non desidera mantenerlo dipendente dalla Cina. Ha promesso che la Cina avrebbe fornito, in futuro, pezzi di ricambio in più, unità d’assemblaggio, impianti di alaggio e ulteriori progetti di joint venture con Pakistan.</p>
<p><strong>Cosa dopo? </strong></p>
<p>L’India dovrebbe cercare di contrastare il nesso tra il Pakistan e la Cina, mentre i legami militari e nucleari tra i due paesi si stanno rafforzando. La Cina ancora fornisce clandestinamente missili e tecnologia nucleare al Pakistan. Anche se gli Stati Uniti hanno confermato le informazioni su questa diabolica alleanza, sembra che gli statunitensi non vogliano dare credito a queste evidenti prove.</p>
<p>L’India, inoltre, non ha fatto alcuna opposizione attiva a questo rapporto malsano. L’India dovrebbe radunare il sostegno internazionale contro la proliferazione delle attività illecite della Cina. E&#8217; ora che l&#8217;India adotti una campagna contro la tangibile proliferazione illegale della Cina.</p>
<p>Non solo, la Cina dovrebbe inoltre comprendere che la pressione dei taliban, che si sta aggravando molto velocemente nel Pakistan nucleare, potrebbe essere un fenomeno pericoloso per il mondo. La Cina deve utilizzare la sua influenza in modo che l&#8217;impatto dei taliban e dei terroristi in Pakistan, non sia tale che possano ottenere il controllo dei dispositivi nucleari.<br />
Giornalista-autore e commentatore di politica estera, relazioni internazionali, terrorismo e sicurezza di New Delhi.</p>
<p>*Il JF-17 è l&#8217;evoluzione ultima del MIG-21/J-7. NdT</p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
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