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	<title>eurasia-rivista.org &#187; Africa</title>
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	<description>Rivista du stufi Geopolitici</description>
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		<title>Africa Occidentale: il Nuovo Centro di Transito della Cocaina verso l’Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 07:56:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[colombia]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
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		<description><![CDATA[I recenti rapporti pubblicati dall’UNODC (l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine) rivelano come l’Africa Occidentale sia, ad oggi, l’imprescindibile rotta di transito dei traffici di cocaina dall’America Latina verso l’Europa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/5228/africa-occidentale-il-nuovo-centro-di-transito-della-cocaina-verso-l%e2%80%99europa" title="Africa Occidentale: il Nuovo Centro di Transito della Cocaina verso l’Europa"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/13.5o905ef6g2cc40sgsw44448o8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="80" alt="Africa Occidentale: il Nuovo Centro di Transito della Cocaina verso l’Europa" ></div></a><p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I recenti rapporti pubblicati dall’UNODC (l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine) rivelano come l’Africa Occidentale sia, ad oggi, l’imprescindibile rotta di transito dei traffici di cocaina dall’America Latina verso l’Europa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Se tra il 1998 ed il 2003 i sequestri annuali di cocaina per l’intero continente ammontavano in media a 0,6 tonnellate e i trafficanti dell’Africa Occidentale erano dediti soprattutto ad attività di import e marketing della droga verso l’Europa su piccola scala, a partire dal 2004 si è registrato un esponenziale aumento dell’importanza della regione – una tra le più povere ed instabili del pianeta [1]  &#8211; come area cruciale di transito e di stoccaggio della cocaina. <a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5250" style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine1-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a>Dal 2004 le confische totali cominciarono, infatti, a superare le 2,5 tonnellate, nel 2006 si stima toccassero quota 2,8 tonnellate, mentre durante i primi sei mesi del 2007 si è raggiunta la cifra record di 5,7 tonnellate, il 99% delle quali requisite proprio nei paesi dell’Africa Occidentale. La parziale riduzione dei traffici documentata nel 2008, attribuibile ad una maggiore consapevolezza ed attenzione internazionali in merito al problema, non pare abbia, tuttavia, indebolito il business della cocaina. In effetti, esso, che rappresenta, in alcuni casi, un valore che supera addirittura il PIL degli stessi Stati, continua a destabilizzare l’area e ha presumibilmente iniziato a crescere nuovamente nel 2009, sia in volume che in efficienza dei mezzi di trasporto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Entrata, dunque, nella mappa del finanziamento del crimine mondiale e sostanzialmente bersagliata dalle mafie internazionali dedite al contrabbando di armi, droghe, sigarette, esseri umani, rifiuti tossici, medicinali contraffatti e risorse naturali, l’Africa Occidentale pare garantire sul proprio territorio un traffico annuale di cocaina commisurabile in circa 50/60 tonnellate e stimato in entità prossime al miliardo di dollari.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Perchè l’Africa Occidentale?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5253" style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine2-289x300.jpg" alt="" width="283" height="293" /></a><span style="font-size: medium;">Le ragioni che rendono l’Africa occidentale la piattaforma ideale per il traffico e lo stoccaggio di cocaina proveniente dall’America Latina e diretta verso l’Europa, dove la domanda dell’”oro bianco” si fa sempre più pressante, sono riconducibili a tre fattori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Innanzitutto, il successo delle operazioni di sequestro sull’Atlantico e lungo le coste europee (Spagna e Paesi Bassi in testa), l’inasprimento delle misure di carattere finanziario introdotte dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre e il declino del mercato nordamericano resero necessari, per i trafficanti, la sperimentazione di nuove rotte, più sicure e vantaggiose, ed un inevitabile spostamento del centro di gravità del mercato globale di sostanze stupefacenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In secondo luogo, l’Africa Occidentale gode di una posizione geografica e strategica che permette ai narcos di ridurre i rischi e massimizzare i profitti. I carichi inviati verso l’Africa, infatti, attraversano il decimo grado di latitudine nord, dove minore è la distanza dai paesi latinoamericani, e, poiché solo residualmente sospettati di contenere la cocaina, hanno una maggiore possibilità di sfuggire ai controlli, garantendo un trasporto rapido e più efficiente. Porto sicuro di collegamento tra le organizzazioni criminali sudamericane ed europee, la regione è, insomma, diventata testa di ponte dei cartelli dei narcotrafficanti, i quali operano in Paesi deboli o in crisi, quindi più facilmente permeabili all’illegalità e incapaci di arginare un problema diffuso così capillarmente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Infine, ciò che prepotentemente alimenta il fenomeno è la corruzione e la palese debolezza delle strutture di controllo e di polizia. Il valore del traffico di cocaina è, come accennato, enorme rispetto a quello delle deboli economie locali e questo permette ai narcos di insinuarsi, con notevole facilità e senza diffuso ricorso alla violenza grazie ai colossali mezzi di cui dispongono, ai livelli più alti della compagine governativa e militare, da cui ottengono evidenti complicità [2]. Questo evidenzia la drammatica vulnerabilità degli Stati africani rispetto alla criminalità organizzata e i rischi in termini di governabilità e stabilità regionale inevitabilmente intrinseci. Inoltre, l’indigenza finanziaria e materiale in cui versano le forze di polizia rende sterile l’attività di contrasto al crimine internazionale. Paradigmatico è il fatto che i sequestri realizzati dalle autorità locali sono decisamente esigui se comparati con quelli effettuati dalle marine europee al largo delle coste africane: se, ad esempio, nel 2006 i paesi africani confiscarono complessivamente 2,8 tonnellate di cocaina, la marina spagnola ne totalizzò ben 9,8. Le statistiche di molti paesi della regione sui sequestri, dunque, lungi dall’essere rappresentative dell’ampiezza reale del traffico, attestano piuttosto le deficienze delle agenzie di vigilanza e la mancanza di mezzi adeguati.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Gli Attori Coinvolti</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il business del narcotraffico testimonia l’esistenza di una grande rete di complicità a vari livelli e, in quanto anello fondamentale nelle maglie del finanziamento delle organizzazioni criminali internazionali,  è indice di uno stretto legame tra droghe, crimine e terrorismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Le gang di narcos hanno basi prevalentemente in Sud America. Secondo un rapporto della NATO, oggi sono soprattutto i colombiani a dominare i traffici: la Colombia produce, infatti, da sola, più della metà della cocaina mondiale e da essa, nel 2007, proveniva circa il 40% dei trafficanti stranieri arrestati in Spagna (prima tappa dell’ingresso della droga in Europa). I narcotrafficanti, proprietari di aerei, navi, sommergibili, armi avanzate ed esorbitanti quantità di denaro, si appoggiano a prestanome, prevalentemente colombiani, venezuelani e messicani, che aprono società di copertura, acquistano i mezzi per il trasporto della cocaina [3] e poi si occupano del trasferimento dei soldi riciclati. Una volta giunti in Africa Occidentale, i carichi di droga vengono trasferiti e distribuiti da collaboratori locali, che svolgono un ruolo dall’indubbia importanza. Tali spalloni africani hanno, infatti, sviluppato delle collaudate reti di corrieri aerei &#8211; in particolare si tratta di nigeriani (57%) e guineani (20%) &#8211; che viaggiano su voli commerciali provenienti soprattutto dal Sénégal, dalla Nigeria, dalla Guinea e dal Mali, diretti verso il vecchio continente. In Europa, poi, sono generalmente dei residenti africano &#8211; occidentali, ancora una volta in prevalenza nigeriani, ad occuparsi della distribuzione in loco della cocaina. Baroni impuniti della droga, essi sono spesso remunerati in natura (si pensa ritengano fino ad 1/3 della merce) e questo ha permesso loro di aprire anche dei mercati locali, contribuendo notevolmente al sorgere di nuovi problemi sociali: tossicodipendenza, schiavitù, prostituzione, sieropositività. Ma sono soprattutto le connivenze ad alto livello (governi, magistratura, polizia, esercito) che fluidificano i traffici di cocaina e garantiscono ai narcotrafficanti un peso determinante nell’economia dei paesi coinvolti, acuendo le difficoltà in merito alle prospettive di sviluppo, di democrazia e di pace dell’intero continente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La droga è, inoltre, lo strumento più efficace, redditizio ed utilizzato per finanziare i gruppi terroristici e i gruppi armati anti-governativi locali, coinvolti nei traffici verso l’Europa. Le grandi organizzazioni criminali si appoggiano, infatti, a gruppi di trafficanti locali che, conoscendo il territorio, guidano sulle rotte transahariane i traffici stessi. Luogo principale di smistamento della droga verso il vecchio continente e, a tutti gli effetti, strada africana della cocaina è l’arida zona del Sahel, che si estende lungo tutto il nord Africa, proprio a sud del Sahara, dove notoriamente operano diversi gruppi militanti, tra cui cellule di Al Qaeda e il Gruppo AQUIM (Al Qaeda del Maghreb Islamico), specializzato nei sequestri di cittadini occidentali. <a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5255" style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Immagine3.jpg" alt="" width="279" height="279" /></a>Il Sahel è una fascia di territorio caratterizzata da forti instabilità, da povertà estrema, dalla presenza ingente di profughi di vari Stati dell’area e disseminata di basi usate dai terroristi per le loro losche attività e per l’addestramento dei guerriglieri. Attraverso il Sahel, crocevia dei traffici di stupefacenti, transitano tonnellate di droga verso l’Europa, grazie ai proventi del cui smistamento i terroristi finanziano le loro operazioni e acquistano equipaggiamenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Le droghe, dunque, non arricchiscono solo il crimine organizzato internazionale, ma garantiscono la prosperità anche di terroristi e forze anti-governative, potenzialmente in grado di trasformarsi in temibili eserciti privati e di inaugurare un’ulteriore spirale di violenza e di conflitti interstatali.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Le Rotte della Droga</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Secondo le stime dell’UNODC, l’80% della droga arriva in Africa Occidentale via mare, stipata in grandi containers o in battelli da pesca. Essa è trasportata in “navi-madre”, modificate per contenerne diverse tonnellate, e poi trasbordata, lungo le coste atlantiche, in navi più piccole la cui provenienza non risponde ai criteri di rischio in materia di traffico di droga, garantendo in tal modo una riduzione dei pericoli legati ai controlli delle autorità marittime. I canali privilegiati sono due: quello meridionale, ossia la Baia di Benin, per poi proseguire verso il Togo, il Benin e la Nigeria, e quello settentrionale, ovvero le due Guinee e presumibilmente anche la Sierra Leone e la Mauritania. Il restante 20% della cocaina giunge tramite connessioni aeree dirette, appoggiandosi a piste d’atterraggio clandestine, numerose soprattutto in Guinea-Bissau, ma anche a voli di linea. Tali mezzi aerei sfruttano la debole copertura radar dell’Atlantico e spesso sono dotati di serbatoi aggiuntivi che permettono rifornimenti in volo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il 60% della droga che transita attraverso l’Africa Occidentale arriva, così, in Europa seguendo – allo stesso modo &#8211;  i canali marittimo (in prevalenza) ed aereo. I trafficanti utilizzano dei battelli con cui percorrono le vie di navigazione più frequentate, mescolandosi ad altri mezzi, e, a testimonianza dell’uso di strumenti sempre più sofisticati, possono usufruire anche di nuovi ed efficienti sistemi di vedette. Le organizzazioni criminali trafficano la cocaina verso l’Europa anche tramite aerei (Boeing 727, 707 e DC9), piccoli jet in versione cargo che possono trasportare 10 tonnellate di droga oppure bimotori ad elica. Soprattutto i corrieri nigeriani si avvalgono pure di aerei di linea, sui quali trasportano, ognuno, piccole quantità di cocaina, nascoste o ingerite, paralizzando i controlli agli aeroporti sia di partenza che di arrivo.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>L’Emblematico Caso della Guinea-Bissau: il Narco-Stato</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La Guinea-Bissau rappresenta il caso più evidente del crescente utilizzo dell’area come zona nevralgica del traffico di cocaina verso l’Europa ed è, con i suoi 350 km di costa frastagliata da 82 isole controllate da un’unica nave, il punto chiave d’ingresso della cocaina in Africa. Tra i sei paesi più poveri al mondo, essa risponde perfettamente alle esigenze dei narcotrafficanti che, trasferendosi fisicamente a Bissau ed insinuandosi nella sua precaria economia, l’hanno de facto trasformata nel primo narco- stato al mondo. Forti di un clima di diffusa corruzione ed aberranti complicità istituzionali, di palese inefficacia delle forze di polizia e di debolezza dell’apparato giudiziario, i narcos hanno, infatti, creato in Guinea-Bissau una sorta di potente e sovrano stato nello stato, che le classi politica e militare [4], perennemente in lotta e ingabbiate nei meandri del cospicuo flusso di denaro garantito dal traffico di cocaina, non possono e non vogliono contrastare. La progressiva perdita del controllo del territorio da parte delle autorità centrali e le lotte interne tra fazioni etniche rischiano, inoltre, sempre più plausibilmente, di sfociare in un’altra drammatica guerra civile. È lo stesso Segretario ONU Ban Ki Moon a lanciare l’allarme, ammonendo che “il traffico di droga influisce negativamente sugli sforzi di peace-keeping in Guinea-Bissau”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il coinvolgimento indiretto dell’amministrazione pubblica nel business della droga consente, così, ai narcotrafficanti di ridurre drasticamente i costi di trasporto e di smercio, di sfruttare impunemente le numerose piste di atterraggio disseminate nel paese e di operare pressoché indisturbati. Inoltre, la fragilità politica ed economica del paese aggrava ulteriormente le nefaste conseguenze interne dell’attività dei narcos e rende la Guinea-Bissau un fertile terreno di coltura del terrorismo internazionale e dell’ideologia fondamentalista. Gruppi come Al Qaeda, Hezbollah e le Farc colombiane hanno, infatti, investito – con successo – nel paese e il ruolo dell’estremismo islamico risulta in forte crescita: vi è, in particolare, una potente rete illegale libanese che gestisce i proventi del commercio di droga per sovvenzionare le attività della sciita Hezbollah. Il paese appare, altresì, talmente vulnerabile al crimine organizzato che, come sostiene il direttore dell’UNODC Antonio Maria Costa, ora si teme che i narcos abbiano intenzione di fare della Guinea-Bissau non più solo zona di transito di sostanze stupefacenti, ma anche di produzione di droghe sintetiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Conclusioni</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’utilizzo dei paesi dell’Africa Occidentale come privilegiate vie di transito del traffico internazionale di cocaina rappresenta un ulteriore ostacolo allo sviluppo dell’intero continente e, in virtù degli inevitabili impatti di lungo periodo che tale fenomeno produce, rischia di gravare in modo preponderante sulla pace e sulla prosperità economica, sociale e politica dell’area. Il drammatico aumento di crimini violenti, della corruzione, delle frodi bancarie, la progressiva, ma inesorabile, disintegrazione del tessuto sociale e l’espandersi dell’influenza di gruppi terroristici esacerbano i problemi già presenti in una regione come l’Africa occidentale, incapace, per la scarsità di mezzi, di risorse e di coordinazione, di fronteggiare tali serie minacce al proprio avvenire.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nonostante l’elevato numero di missioni ONU nella regione (UNOCI in Costa d’Avorio, UNMIL in Liberia, UNOGBIS in Guinea-Bissau, UNIPSIL in Sierra Leone e UNOWA per l’Africa occidentale nel suo complesso), risultati degni di nota tardano ad arrivare. Gli sforzi nazionali o bilaterali profusi dai diversi paesi coinvolti dal narcotraffico rischiano, inoltre, semplicemente di spostare i flussi di stupefacenti verso le zone più povere, dunque più fragili e meno controllate, e di generare situazioni paragonabili a quelle della Guinea – Bissau. Anche alla luce degli inviti provenienti dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a sollecito di una più forte cooperazione regionale, è dunque opportuno sottolineare come, probabilmente, solo la creazione di un network africano e un’efficace azione coordinata a livello globale, unite a rigorose misure preventive, possano davvero combattere un traffico che è, a tutti gli effetti, quanto mai globale e le cui conseguenze si riversano – direttamente o indirettamente – sulla sicurezza e sulla stabilità internazionali.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;">[1] Nella lista ONU dei sedici  “paesi meno sviluppati” a livello globale, ben tredici provengono dall’Africa Occidentale<br />
[2] Tristemente noti a tal proposito sono soprattutto la Guinea-Bissau, il Gambia e la Sierra Leone (rapporto UNODC 2010)<br />
[3] Per quanto riguarda i mezzi aerei il mercato privilegiato è quello nord-americano.<br />
[4] Il rapporto UNODC del 2010 sottolinea come il traffico di droga in Guinea-Bissau sia sostanzialmente monopolizzato dall’esercito e controllato dai più alti gradi militari, pronti a mettere sotto silenzio ogni voce in merito a connivenze con i narcos</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>* Valentina Francescon è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Trieste)</em></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><br />
</em></span></span></strong></p>
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		<title>Pirateria somala e geopolitica</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/4237/pirateria-somala-e-geopolitica</link>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 10:13:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ospite_1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[pirateria]]></category>
		<category><![CDATA[somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fenomeno della pirateria a largo della Somalia (ma non solo) ha ripercussioni economiche e geopolitiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4237/pirateria-somala-e-geopolitica" title="Pirateria somala e geopolitica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/zsoma.bg8bcuqylk8o84w48k800ss0o.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="65" alt="Pirateria somala e geopolitica" ></div></a><p><span><span style="font-size: medium">Da qualche anno a questa parte vi è un pericoloso fenomeno che sta crescendo su scala globale e che affligge tra le altre regioni del mondo anche le coste, occidentali e orientali, dell’Africa – Continente con il quale il fenomeno in questione risulta strettamente legato. Sto parlando della pirateria, una realtà dalle antichissime origini che da sempre ha a che fare con i mari ma che oggi trova le sue cause altrove: secondo il docente di Diritto della Navigazione e dei Trasporti Nicolò Carnimeo infatti, “la pirateria moderna è un fenomeno terrestre (nasce dall’instabilità dei Paesi di origine) e non marittimo e, quindi, andrebbe combattuta (o risolta) a terra e non in mare”</span></span><a name="_ftnref1" href="#_ftn1"><span style="color: #000000"><span><span style="font-size: medium">[1]</span></span></span></a><span><span style="font-size: medium">. Del resto, la pirateria delle coste orientali africane è anche figlia di una Somalia in preda al caos più totale da quasi vent’anni. Le coste della Somalia ammontano a più di duemila miglia marine e assieme a quelle dell’Africa occidentale sono uno scenario favorevole per il manifestarsi dei continui attacchi dei bucanieri africani.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In termini giuridici, il concetto di pirateria farebbe riferimento a quelle azioni messe in atto in alto mare, al di fuori della giurisdizione di qualsiasi Stato: le azioni criminali attuate nell’ambito di acque territoriali sarebbero invece classificabili come rapine armate nei mari. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">In Somalia, giovani che sanno di poter perdere la vita da un momento all’altro (non mi concentrerò qui sulla tesissima situazione somala a partire dagli anni novanta sino ad oggi), sentono di non avere niente da perdere e anzi, molto da guadagnare nel praticare azioni di rapina nei confronti di navi mercantili. Uno stato di povertà cronica, unito alla sensazione diffusa tra la popolazione somala che le condizioni di vita non potranno mai migliorare, sono fattori sufficientemente stimolanti per divenire parte del sempre più vasto “esercito” dei predoni di mare. Se a livello strettamente sociale questo è il terreno fertile per l’alimentarsi del fenomeno, a un livello politico e istituzionale i saccheggiatori dei mari africani possono beneficiare, nel caso della Somalia, di un contesto territoriale privo di un’effettiva forma di Governo stabile; una tale cancrena istituzionale è contagiosa per la stessa economia interna, terreno fertile per un mercato che favorisca un facile piazzamento del bottino dei moderni pirati. In altre parole, vi è una perfetta osmosi e interdipendenza tra pirateria e Stati senza Governo, tra criminalità marittima e instabilità istituzionale: non dimentichiamo però le stesse organizzazioni terroristiche.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Attualmente, gli atti di pirateria si verificano non soltanto al largo delle coste della Somalia (sappiamo infatti come il Corno d’Africa sia oramai divenuto terra privilegiata per l’originarsi di tali azioni), bensì anche lungo le coste comprese tra Arabia Saudita e Pakistan; a largo dell’Africa occidentale; nell’immenso e complesso scenario marittimo del Sudest asiatico e persino nei Caraibi e lungo le coste pacifiche dell’America latina. Al giorno d’oggi, il Golfo di Aden è la parte del mondo maggiormente affetta da attacchi pirateschi, seguita dalle coste della Nigeria e da quelle dell’Indonesia. In definitiva – lo sottolineo nuovamente –sono i mari africani che soffrono particolarmente del problema della pirateria. Le coste comprese tra Yemen, Somalia, Gibuti ed Eritrea offrono inoltre una conformazione molto favorevole agli attacchi dei pirati proprio perché costituiscono un insidioso stretto – in inglese si adopera il termine tecnico <em>chokepoint</em>, sorta di collo di bottiglia che rallenta la navigazione e che ad esempio, in un eventuale contesto bellico, favorirebbe il prevalere di una delle forze coinvolte.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/z_47574605_somali_pirates_466_2.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-4308" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/z_47574605_somali_pirates_466_2.gif" alt="" width="466" height="355" /></a> </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Le frontiere marittime europee (o meglio il cosiddetto “Mediterraneo allargato” che si estende ben al di là di Gibilterra e della Grecia, dilatandosi dalle coste senegalesi fino al Corno d’Africa) è sempre più al centro della PESC, la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea. Sia la Nato che l’Ue si sono mosse in termini militari per far fronte a un fenomeno criminale in preoccupante crescita. I raid dei moderni bucanieri danneggiano il commercio marittimo globale ed europeo: le stesse tratte via mare si fanno più costose anche in termini di protezione perché la pirateria non ha come conseguenza il solo costo dei riscatti da pagare per liberare gli eventuali ostaggi, bensì anche gli esborsi derivanti dalla diversione delle rotte marittime commerciali e dagli accresciuti costi assicurativi. Allo stesso tempo, questo tipo di attività criminale è portatrice di ingenti capitali che spesso i signori della guerra reinvestono in proprietà immobiliari in Kenya e in Etiopia. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il contesto somalo fa sì che i network della pirateria sviluppino solidi legami con il terrorismo fondamentalista yemenita e della Somalia stessa, costituendo in molti casi delle vere e proprie organizzazioni terroristiche dedite all’assalto delle imbarcazioni mercantili in alto mare e possiamo immaginare quanto sia fatale l’incontro tra interessi di organizzazioni criminali.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Vorrei qui ricordare come la posizione geografica e un’economia fortemente dipendente dalle rotte commerciali via mare, facciano dell’Ue una potenza marittima di primo piano a livello globale e gli interessi di difesa commerciale, economica ed energetica (in poche parole, gli interessi geopolitici) dell’Unione si estendono almeno fino all’Oceano Indiano.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Al fine di contrastare le azioni di pirateria, sono già decine le imbarcazioni impiegate nella parte occidentale dell’Oceano Indiano, tra le quali quelle americane e il quadro Nato in tal senso è da definire meglio: nonostante tutto, non saremmo di fronte ad una sufficiente risposta militare o più in generale di difesa e deterrenza nei confronti del pericolo costituito dai pirati.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Il 22 agosto 2008 la coalizione navale multinazionale denominata <em>Combined Task Force 150</em> (<em>CTF 150</em>), costituita in funzione antiterroristica dopo l’11 settembre per pattugliare i mari dell’Arabia Saudita e le coste africane, ha creato nel Golfo di Aden il <em>Maritime Safety Protection Area</em> (<em>MSPA</em>), corridoio ampio otto miglia nautiche e lungo cinquecentomila. L’Europa non è stata ferma a guardare e il 13 dicembre dello stesso anno le forze navali <em>NAVFOR</em> hanno cominciato ad essere impegnate nella succitata <em>Operazione Atalanta</em> al largo delle coste somale con lo scopo ufficiale di proteggere gli approvvigionamenti forniti dalle imbarcazioni del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite e di reprimere le azioni di pirateria che troppo spesso avevano avuto come vittime privilegiate proprio i rifornimenti umanitari inviati dall’Onu. In passato sappiamo come siano state moltissime le operazioni inquadrabili nel contesto della Politica Estera e di Sicurezza Ue che abbiano servito gli interessi europei solo indirettamente. Non così nel caso dell’Operazione Atalanta, prima operazione navale dell’Unione a battere bandiera Ue allo scopo di difendere in modo diretto (e non più indiretto) gli interessi degli Stati membri dell’Unione.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">La reazione di Parigi al fenomeno della pirateria è stata pronta e, dopo un attacco ad un’imbarcazione battente bandiera francese nell’aprile 2008, vi fu un poderoso raid contro i responsabili dell’azione, evento al quale seguì tra l’altro la forte eco del fenomeno sulle televisioni di tutto il mondo; la Risoluzione del Consiglio Onu 1816 fu ampiamente sollecitata dalla stessa Francia: il principale organo decisionale dell’Onu autorizzava così azioni contro la pirateria lungo le coste della Somalia, promovendo la creazione di una forza navale internazionale.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Allo stesso modo, uno dei più impressionanti cambiamenti di rotta di questo secolo nella sicurezza e nella politica di difesa della Germania è stata la partecipazione di Berlino ad operazioni navali distanti dalle acque territoriali tedesche, già impiegate in altre imprese extraterritoriali. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Lo stesso impegno degli Stati Uniti è alto e intenso in termini militari e si allarga fino al vicino Yemen, avendo come base di partenza per le operazioni il Bahrein</span></span><span><span style="font-size: medium">.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Non ci è difficile insomma comprendere quanto strategiche siano le acque comprese tra il Canale di Suez e il Golfo di Aden, dove transitano i traffici commerciali di tutto il pianeta e dove i Paesi coinvolti dal punto di vista degli interessi economici e commerciali appartengono a diverse sfere geopolitiche, da Hong Kong agli Stati Uniti, passando per Ucraina e Cina – quest’ultima con problemi legati alla pirateria da fronteggiare anche nelle acque circostanti le proprie coste.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Ancora, sembrerebbe che la pirateria sia persino rischiosa per l’ecosistema dei mari: i bucanieri difatti colpiscono spesso con i colpi di pesanti armi da fuoco le cisterne di greggio che capitano nelle loro grinfie.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Per non parlare poi del pericolo che gli attacchi costituiscono per gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, mancando i quali la Somalia andrebbe incontro al disastro umanitario.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Inoltre, non mi stancherò mai di dire che la pirateria nel Corno d’Africa costituisce una minaccia in termini di sicurezza degli approvvigionamenti energetici verso l’Europa. Da parte loro, i Paesi occidentali hanno compiuto come si è visto molti passi in avanti per garantire maggiore sicurezza al transito dei beni destinati ai propri mercati, ivi compreso il trasporto di petrolio.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Grande attenzione dovrà essere prestata da Europa e Usa anche ai problemi interni alla Somalia dove l’ala fondamentalista islamista, che già ha imposto la sharia nel Paese, si contrappone</span></span> <span><span style="font-size: medium">alle bande dei pirati. E’ pur vero come la stessa presenza di consolidate formazioni fondamentaliste nel già tormentato territorio somalo non potrebbe necessariamente garantire dei proficui rapporti internazionali di Mogadiscio, visto e considerato anche che il vicino Yemen è afflitto da problemi di terrorismo e che in Sudan un governo parimenti fondamentalista e dai legami internazionali ambigui potrebbe fomentare eventuali iniziative antioccidentali lungo il Corno d’Africa: la Somalia, insomma, si vedrebbe stretta in una pericolosa morsa, da Est e da Ovest. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: medium">Non dobbiamo trascurare affatto le continue azioni dei dirottatori nei mari africani proprio in ragione del fatto che tale fenomeno è veicolo di fenomeni criminali, finanziari e non, di vasta portata e ha determinato – è proprio il caso di dirlo – un cambio di rotta della geopolitica delle principali potenze occidentali e, in particolare, dell’intera Unione Europea.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em><strong>* Alfonso Arpaia è dottorando in Lingue moderne (Middlebury College)</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><span style="text-decoration: underline">Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle delle redazione di “Eurasia”</span></span></p>
<hr size="1" />
<h2><a name="_ftn1" href="#_ftnref1"><span><span style="font-size: x-small">[1]</span></span></a> <span style="font-size: x-small">Niccolò Carnimeo, </span><span style="font-size: x-small"><em>Somalia: perché non riusciamo a sconfiggere i pirati?</em></span><span style="font-size: x-small">, sito Internet di </span><span style="font-size: x-small"><em>Limes</em></span><span style="font-size: x-small">, <a href="http://temi.repubblica.it/limes/somalia-perche-non-riusciamo-a-sconfiggere-i-pirati/12332">http://temi.repubblica.it/limes/somalia-perche-non-riusciamo-a-sconfiggere-i-pirati/12332</a>. Carnimeo è autore di un volume sulla pirateria moderna, </span><span style="font-size: x-small"><em>Nei mari dei pirati</em></span><span style="font-size: x-small">, di cui si trova ampia menzione nel link sopra citato.</span></h2>
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		<title>Come Israele ha offerto di vendere armi nucleari al Sudafrica</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 15:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tibgra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Sudafrica]]></category>

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		<description><![CDATA[Come Israele ha offerto di vendere armi nucleari al Sudafrica. 
Esclusivo: documenti segreti del periodo dell’apartheid forniscono le prime prove ufficiali sulle armi nucleari israeliane. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/4294/come-israele-ha-offerto-di-vendere-armi-nucleari-al-sudafrica" title="Come Israele ha offerto di vendere armi nucleari al Sudafrica"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/the_secret_military_agree_0061.a2ciqnauci04s004s4cc00ows.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="48" alt="Come Israele ha offerto di vendere armi nucleari al Sudafrica" ></div></a><p>Fonte: <em>The Guardian</em> <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2010/may/23/israel-south-africa-nuclear-weapons/print">http://www.guardian.co.uk/world/2010/may/23/israel-south-africa-nuclear-weapons/print</a> 24 Maggio 2010</p>
<p><font size="3"> Documenti segreti sudafricani rivelano che Israele ha offerto di vendere testate nucleari al regime dell&#8217;apartheid, fornendo la prima prova ufficiale documentata del possesso di armi nucleari di’Israele. I verbali ‘<em>top secret’</em> delle riunioni tra alti funzionari dei due paesi, nel 1975, dimostrano che il ministro della difesa del Sud Africa, PW Botha, chiese delle testate, e Shimon Peres, allora ministro della Difesa di Israele ed ora presidente, rispose offrendone &#8220;<em>di tre taglie</em>&#8220;. I due uomini hanno inoltre firmato un accordo di ampio respiro che disciplinavano i legami militari tra i due paesi, inclusa una clausola che dichiara che &#8220;l&#8217;esistenza stessa di questo accordo&#8221; doveva rimanere segreta.</p>
<p>I documenti, scoperti da un accademico statunitense, Sasha Polakow-Suransky, per la stesura di un libro sulle strette relazione tra i due paesi, fornisce la prova che Israele possiede armi nucleari, nonostante la sua politica di &#8220;ambiguità&#8221; del né confermare, né negare la loro esistenza. Le autorità israeliane hanno cercato di fermare le declassificazione dei documenti del governo del Sud Africa post-apartheid, su richiesta di Polakow-Suransky, e le rivelazioni saranno imbarazzanti, tanto più che questa settimana si svolgono i colloqui sulla non proliferazione nucleare a New York sul Medio Oriente. Essi potranno anche minare i tentativi di Israele di suggerire che, se possiede armi nucleari, è una &#8220;<em>potenza responsabile</em>”, che non li userebbe in modo improprio, mentre paesi come l&#8217;Iran non possono essere affidabili. Una portavoce di Peres ha detto, oggi, che l’articolo è infondato e non vi fu &#8220;<em>mai alcun negoziato</em>&#8221; tra i due paesi. Lei non ha commentato l&#8217;autenticità dei documenti.</p>
<p>I documenti del Sudafrica mostrano che i militari dell&#8217;era dell&#8217;apartheid, vollero dei missili come deterrente e per dei potenziali attacchi contro gli Stati limitrofi. I documenti mostrano che entrambe le parti si riunirono il 31 marzo 1975. Polakow-Suransky l’ha scritto nel suo libro, pubblicato negli Stati Uniti questa settimana: <em>The Unspoken Alliance: Israel&#8217;s secret alliance with apartheid South Africa</em>. Ai colloqui, i funzionari israeliani &#8220;<em>proposero formalmente di vendere al Sudafrica alcuni missili Jericho, con capacità nucleare, dal loro arsenale</em>&#8220;. Tra i partecipanti alla riunione vi era il capo di stato maggiore del Sud Africa, Tenente-Generale RF Armstrong, che subito redasse una nota in cui enunciava i vantaggi del Sud Africa nell’ottenere i missili <em>Jericho</em>, ma solo se fossero stati dotati di armi nucleari. Il memorandum, segnato &#8220;<em>top secret</em>&#8221; e datata lo stesso giorno dell&#8217;incontro con gli israeliani, venne precedentemente rivelato, ma il contesto non era stato pienamente compreso, perché non era noto che fosse direttamente collegato all’offerta israeliana dello stesso giorno, e che era alla base di una diretta richiesta ad Israele. Armstrong vi scrisse: &#8220;<em>Nel considerare i vantaggi di un sistema d&#8217;arma come quello offerto, alcune ipotesi sono state fatte: a) che i missili siano armati con testate nucleari prodotte nella RSA (Repubblica del Sud Africa) o acquisite altrove</em>&#8220;. Ma il Sudafrica i quegli anno era in grado di costruire armi atomiche. Poco più di due mesi dopo, il 4 giugno, Peres e Botha si riunirono a Zurigo. A quel punto il progetto <em>Jericho</em> assunse il nome in codice ‘<em>Chalet’</em>.</p>
<p>Il verbale top secret della riunione afferma che: &#8220;<em>il ministro Botha manifestò interesse su un numero limitato di unità del tipo Chalet col giusto carico utile disponibile</em>&#8220;. Il documento riporta poi: &#8220;<em>il ministro Peres disse che il carico utile corretto era disponibile in tre taglie. Il ministro Botha espresse apprezzamento e disse che avrebbe chiesto un parere</em>.&#8221; Le &#8220;<em>tre taglie</em>&#8220;, si ritiene si riferissero ad armi convenzionali, chimiche e nucleari. L&#8217;uso di un eufemismo, il &#8220;<em>carico giusto</em>&#8220;, riflette la sensibilità di Israele sulla questione nucleare, e non sarebbe stato utilizzato se si ci fosse riferiti alle armi convenzionali. Poteva anche significare solo le testate nucleari, come il memorandum di Armstrong chiarisce, il Sud Africa era interessato ai missili <em>Jericho</em> unicamente come vettori nucleari. Inoltre, il solo carico utile che i sudafricani avrebbero dovuto avere da Israele, era quello nucleare. I sudafricani erano in grado di costruire altre testate.</p>
<p>Botha non andò avanti con l&#8217;accordo, in parte a causa del costo. Inoltre, qualsiasi operazione avrebbe dovuto avere l&#8217;approvazione finale dal primo ministro di Israele, e non era certo che sarebbe stato imminente. Il Sudafrica, alla fine, costruì le proprie bombe nucleari, sia pure forse con l&#8217;aiuto di Israele. Ma la collaborazione per la tecnologia militare crebbe solo negli anni seguenti. Il Sud Africa anche fornito gran parte dell’ uranio yellowcake, di cui Israele aveva necessità per sviluppare le sue armi. I documenti confermano i resoconti da parte di un ex ufficiale della marina del Sud Africa, Dieter Gerhardt &#8211; incarcerato nel 1983 per spionaggio a favore dell&#8217;Unione Sovietica. Dopo il suo rilascio, con il crollo dell&#8217;apartheid, Gerhardt ha detto che c&#8217;era un accordo tra Israele e Sud Africa chiamato ‘<em>Chalet’</em>, che riguardava l&#8217;offerta da parte dello stato ebraico, di otto missili <em>Jericho</em> con &#8220;<em>testate speciali</em>&#8220;. Gerhardt ha detto che queste erano bombe atomiche. Ma finora non vi era stata alcuna prova documentale dell&#8217;offerta.</p>
<p>Alcune settimane prima che Peres facesse la sua offerta per le testate nucleari a Botha, i due ministri della difesa firmarono un accordo segreto che disciplinava l&#8217;alleanza militare, noto come ‘<em>Secment’</em>. Era così segreto che includeva la negazione della propria esistenza: &#8220;<em>E&#8217; espressamente convenuto che l&#8217;esistenza stessa di questo accordo &#8230; è segreto e non potrà essere rivelato dalle due parti</em>&#8220;. L&#8217;accordo affermava anche che nessuna delle parti poteva recedere unilateralmente. L&#8217;esistenza del programma militare nucleare d’Israele venne rivelato da Mordechai Vanunu al <em>Sunday Times</em>, nel 1986. Fornì le fotografie scattate all&#8217;interno del sito nucleare di Dimona e diede una descrizione dettagliata dei processi relativi alla produzione di una parte del materiale nucleare, ma non fornì alcuna documentazione scritta.</p>
<p>I documenti sequestrati dagli studenti iraniani all&#8217;ambasciata statunitense di Teheran, dopo la rivoluzione del 1979, rivelarono che lo Shah si era detto interessato, verso Israele, nello sviluppo di armi nucleari. Ma i documenti sudafricani offrono la conferma che Israele era in grado di armare i missili <em>Jericho</em> con testate nucleari.</p>
<p>Israele fece pressione sull&#8217;attuale governo sudafricano, per non declassificare i documenti richiesti da Polakow-Suransky. &#8220;<em>Il ministero della difesa israeliano ha cercato di bloccare il mio accesso all’accordo ‘Secment’, sulla base del fatto che era materiale sensibile, in particolare la firma e la data</em>&#8221; ha detto. &#8220;<em>I sudafricani non sembrarono curarsene, cancellarono alcune righe e me lo consegnarono. Il governo dell’ANC non è tanto preoccupato di proteggere i panni sporchi dei vecchi alleati del regime dell&#8217;apartheid</em>&#8220;. </font></p>
<p>Traduzione di Alessandro Lattanzio<br />
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		<title>Sudafrica: la &#8220;nazione arcobaleno&#8221; ed il difficile equilibrio interno</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 08:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Sudafrica]]></category>

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		<description><![CDATA[I colori dell'arcobaleno presenti nella bandiera, rappresentanti le diverse etnie del paese, sono ancora la manifestazione di una differenza etnica più che di un cromatismo unificatore, ma a 16 anni dalla fine dell'apartheid non sono stati pochi i progressi compiuti dal Sudafrica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3998/sudafrica-la-nazione-arcobaleno-ed-il-difficile-equilibrio-interno" title="Sudafrica: la &#8220;nazione arcobaleno&#8221; ed il difficile equilibrio interno"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/rainbow_nation.cbi2i2er4fksokg8w8ok4cco.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="44" alt="Sudafrica: la &#8220;nazione arcobaleno&#8221; ed il difficile equilibrio interno" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quando Desmond Tutu, arcivescovo anglicano di Cape Town, coniò l&#8217;espressione <em>Rainbow Nation</em> – utilizzando una famosa metafora veterotestamentaria – pensava senz&#8217;altro all&#8217;eterogeneità etnica del Sudafrica post-<em>apartheid</em>. La realtà dei <em>bantustan</em> era ancora fresca e <em>presentificava</em> le difficoltà politiche che si sarebbero incontrate nella ricostruzione di quella che sarebbe diventata la Repubblica Sudafricana. La separazione dei gruppi etnici bantu – i colori dell&#8217;arcobaleno, per restare nella metafora – doveva essere superata, e per questo il riordino amministrativo del territorio e la pacificazione interetnica furono le priorità riformistiche del primo governo nero della storia sudafricana, ovvero quello diretto dallo <em>xhosa</em> Nelson Mandela. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">I violenti scontri tra gli Zulu di Re Zwelithini e di Mangosuthu Buthelezi e gli Xhosa dell&#8217;ANC (<em>African National Congress</em>), avvenuti all&#8217;indomani della liberazione del capo sudafricano, suggeriscono precisamente quanto sia stato complesso riequilibrare l&#8217;assetto politico e governativo in un paese in cui l&#8217;aspetto etnico può giocare un ruolo determinante. L&#8217;istituzione della provincia di tipo monarchico di Kwazulu-Natal, che fu la naturale soluzione ad una disputa piuttosto pericolosa in termini di sicurezza interna, non soddisfò la pretesa di potere dell&#8217;<em>Inkatha Freedom Party</em> di Buthelezi, né la pretesa di essere l&#8217;unico interlocutore di De Klerk nel processo di ricostruzione nazionale, ma almeno tirò fuori dall&#8217;<em>impasse </em>il neonato governo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La grande presenza di politici xhosa nei diversi governi successivi è stata motivo di delusione e di tensione sia tra gli afrikaner sia tra gli zulu (gli zulu sono il maggior gruppo etnico del paese, il 23% della popolazione, seguiti proprio dagli xhosa con il 18%). Del resto, sebbene nell&#8217;<em>Assemblea Nazionale</em>, che insieme al <em>Consiglio Nazionale delle Province</em> forma il Parlamento, siano presenti, grazie al sistema proporzionale senza sbarramento, anche i rappresentanti delle etnie minori, la predominanza nei posti di potere degli Xhosa è stata ed è ancora piuttosto forte. Lo stesso successore di Mandela, Thoba Mbeki, è nato nella Eastern Cape Province (<em>Mpuma-Koloni</em> in lingua ixhosa), patria storica del gruppo etnico.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2008 la dualità viene allo scoperto anche nel più grande partito nazionale. Nell&#8217;allontanamento dell&#8217;allora vicepresidente Jacob Zuma in seguito alle pesanti accuse (poi rivelatesi infondate) di corruzione da parte di Mbeki si manifesta la reale presenza di correnti nell&#8217;ANC, evidenziata soprattutto dall&#8217;esito della 52a Conferenza Nazionale dell&#8217;<em>African National Congress</em> del dicembre dell&#8217;anno precedente, che portò alla presidenza del partito Zuma e che pose le basi per la scissione di una parte dell&#8217;ANC, con la successiva formazione del COPE (<em>Congress of the People</em>). La netta presa di posizione di Mbeki è stata letta da molti come l&#8217;inevitabile prodotto di una ferita non rimarginabile all&#8217;interno dell&#8217;ANC, la quale ha radici non solo politiche, e che è riconducibile più in generale ad una rivalità storica di carattere etnico. Zuma è infatti originario dell&#8217;ex Zululand (ora Kwazulu-Natal), e nel 2009 è diventato il primo presidente sudafricano di etnia zulu. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Oltre all&#8217;inimicizia tra Zulu e Xhosa, perpetuata dalla necessità politica di scegliere un leader, il panorama politico sudafricano presenta un altro conflitto storicamente determinato. Gli Afrikaner di origine boera che ancora si oppongono alla fine del regime di <em>apartheid</em>, seppure il loro peso politico sia stato decisamente ridimensionato dopo l&#8217;estensione del voto ai neri, hanno prodotto in questi anni un&#8217;opposizione spesso violenta, rivendicando costantemente l&#8217;autodeterminazione e la creazione di una nazione autonoma, il <em>Boerestaat, </em>da costruirsi sul modello delle repubbliche boere di inizio secolo scorso. Il diritto ad avere un territorio sulla scorta di un presunto concetto biblico – da notare che anche qui si fa riferimento al testo sacro – è un caposaldo dell&#8217;<em>Afrikaner Weerstandsbeweging</em> (<em>Movimento di Resistenza Afrikaner</em>), movimento fondato nel 1973 da Eugéne Terre&#8217;Blanche. La dichiarata e spiccata ispirazione all&#8217;idea di una supremazia dei bianchi e la strenua (ma vana) opposizione alla fine della segregazione razziale dànno la cifra di un contesto sociale e politico di difficile assimilazione. Fondarsi sul rifiuto di quella che la maggioranza dei sudafricani considera una conquista fondamentale ha i suoi dannosi effetti nel già difficile rapporto tra bianchi e neri, e certamente non favorisce l&#8217;ingresso di politici afrikaner in ruoli governativi di un certo rilievo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A questo proposito, Peter Mulder, segretario del <em>Vryheidsfront Plus</em> (in italiano <em>Fronte della Libertà Più</em>), ha costantemente affermato il proprio diniego ai principi della democrazia rappresentativa. Questo spirito antidemocratico si fonda sul fatto che questo tipo di democrazia, specialmente in uno stato multietnico come quello sudafricano, favorirebbe i gruppi maggioritari a scapito delle minoranze, le quali non avrebbero così alcuna voce politica in capitolo. Il VF+ nasce nel 1993 in concomitanza con la fine del regime di <em>apartheid</em>, e trova l&#8217;appoggio dell&#8217;<em>Inkatha Freedom Party</em> di Buthelezi grazie ai coincidenti interessi relativi all&#8217;autodeterminazione, oltre che alla storica rivalità tra Xhosa e Zulu. I modesti risultati elettorali degli ultimi anni indicano chiaramente l&#8217;emarginazione dalla sfera politica ufficiale dei fronti nazionalisti, lo 0,9% del 2004 e l&#8217;1% del 2006 stanno ad indicare chiaramente la disaffezione per certi temi anche da parte degli Afrikaner – dato che si fa evidente se si considera che essi sono il 13% della popolazione totale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;omicidio di Eugéne Terre&#8217;Blanche, avvenuto il 3 aprile scorso, sembra però riaprire un antico discorso, sembra rinfocolare i malumori dei militanti dell&#8217;AWB e rischia di scatenare un&#8217;<em>escalation</em> di violenze. Andre Visagie, segretario generale del movimento, ha dapprima invitato i suoi a mantenere la calma, poi ha sfiorato la rissa televisiva su un&#8217;emittente sudafricana. Mentre il presidente Zuma ha tentato di rassicurare gli Afrikaner sul trattamento che riserverà loro il governo in carica, le promesse di vendetta dei militanti dell&#8217;AWB vanno nella direzione opposta. A poco più di un mese dall&#8217;inizio dei mondiali di calcio le tensioni razziali aumentano pericolosamente, e niente lascia intendere che siano destinate a smorzarsi nel breve periodo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per riprendere la metafora biblica dell&#8217;arcivescovo Tutu, si può dire che la <em>Rainbow Nation, </em>questa “nazione arcobaleno” sognata nell&#8217;immediato post-<em>apartheid</em>, è oggi forse più ideale che reale. La realtà lascia intendere che i dissidi tra Zulu e Xhosa continueranno ad esistere, anche in seno ad un grande partito come l&#8217;ANC. La realtà dice che i singoli colori dell&#8217;arcobaleno (presenti anche nella bandiera sudafricana), rappresentanti le diverse etnie del paese, siano ancora la manifestazione di una differenza cromatica più che di un cromatismo unificatore. Ma quella stessa realtà dice anche che, a sedici anni dalla fine della segregazione razziale, il Sudafrica ha festeggiato il suo <em>Freedom day </em>e si appresta ad ospitare l&#8217;evento sportivo dell&#8217;anno, un evento che nei primi anni novanta non sarebbe stato possibile. Come ha avuto modo di sostenere Athol Trollip, membro della <em>Democratic Alliance, </em>durante le celebrazione della Giornata della Libertà <em> </em>«occorre proteggere il Sudafrica dalla degenerazione dei conflitti interetnici», occorre preservare la convivenza pacifica in una Repubblica che ha fatto della lotta alla discriminazione razziale il suo motivo fondante, soprattutto perché, come abbiamo visto, gli equilibri su cui si regge una società come quella sudafricana hanno bisogno  di scelte politiche coraggiose e capaci, se non di costruire, almeno di non disgregare quell&#8217;identità simbolica tanto discussa dalla retorica del <em>rainbownismo</em> sudafricano.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong></strong><strong>* Roberto Sassi è laureando in Teorie e pratiche dell’antropologia (Università La Sapienza di Roma)</strong> </em></span></p>
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		<title>Obiettivi nucleari e futuro della sicurezza mondiale</title>
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		<pubDate>Sat, 01 May 2010 06:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Niger]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[Vista la delicatezza del tema, quando si parla di nucleare, la posta in gioco non è costituita dalle sole riserve di uranio nel mondo, né dalla sola capacità degli Stati di controllarle e di sfruttarle a scapito di altri concorrenti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3953/obiettivi-nucleari-e-futuro-della-sicurezza-mondiale" title="Obiettivi nucleari e futuro della sicurezza mondiale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/nuclear_plant.6nff4u1le2o0wgwwwkgs8wws8.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="52" alt="Obiettivi nucleari e futuro della sicurezza mondiale" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdfootnote { margin-left: 0.5cm; text-indent: -0.5cm; margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		H1 { margin-top: 0cm; margin-bottom: 0cm; text-align: justify } 		H1.western { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 14pt } 		H1.cjk { font-family: "Arial Unicode MS"; font-size: 14pt } 		H1.ctl { font-family: "Tahoma"; font-size: 12pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } 		A.sdfootnoteanc { font-size: 57% } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Vista la delicatezza del tema, quando si parla di nucleare, la posta in gioco non è costituita dalle sole riserve di uranio nel mondo, né dalla sola capacità degli Stati di controllarle e di sfruttarle a scapito di altri concorrenti, bensì anche dalla scaltrezza con la quale si convince l’opinione pubblica di un paese della presunta convenienza e della supposta sicurezza dell’energia nucleare: in altre parole, la partita del nucleare si gioca sia su un fronte interno che su un fronte internazionale. Inoltre l’opinione pubblica si trova, nel caso dell’energia nucleare, di fronte a un prodotto “di nicchia” in quanto, mentre le conoscenze tecniche e non sulle altre forme di energia sono abbastanza diffuse, quelle relative allo sfruttamento e alla connessa catena di trasformazione dell’uranio sono in mano a pochissimi (ricercatori finanziati da corporazioni multinazionali facenti capo a un esiguo pugno di stati) e, siccome parlare di scopi militari in merito allo sfruttamento del nucleare sarebbe molto impopolare, si invocano altre ragioni: se non si vuole accelerare ulteriormente il cambiamento climatico – si sostiene &#8211; e se non si vuole rimanere senza l’energia necessaria per avere, ad esempio, la luce nelle nostre case, bisognerebbe scegliere lo sfruttamento dell’uranio. Nelle possibili scelte energetiche di breve termine i sostenitori del nucleare antepongono l’utilizzo di questa fonte energetica alle stesse energie rinnovabili, argomentando che non si avrebbero al momento i mezzi economici per una rapida conversione alle rinnovabili dei sistemi produttivi attuali e che l’imminente esaurimento dei tradizionali combustibili fossili lascerebbe come unica alternativa quella dell’energia nucleare</span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Vi è da dire subito che sarebbe errato analizzare il tema del nucleare civile in modo del tutto indipendente da quello del nucleare a scopi bellici, in quanto “il processo produttivo inerente all’arricchimento dell’uranio per uso civile e quello per uso militare utilizzano la stessa filiera di apparati” </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Qual è al momento il quadro mondiale delle riserve di uranio e dei Paesi che sfruttano tali risorse? Vediamo la lista dei primi paesi detentori di riserve uranifere:</span></span></p>
<ol>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Australia</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kazhakistan</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Usa</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Canada</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sudafrica</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Niger</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Namibia</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Russia</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Brasile</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ucraina</span></span></li>
</ol>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i primi dieci territori al mondo con le maggiori riserve naturali di uranio, spicca l’Australia e, più in generale, l’Oceania la quale, pur ospitando le maggiori riserve di uranio sulla Terra, può essere considerata sullo stesso gradino del vasto Continente asiatico: qui la Russia, centro dello Heartland, nonostante il suo ottavo posto a livello globale per le riserve presenti nel proprio territorio, può infatti contare sulla vicinanza con il Kazhakistan che a sua volta è addirittura il secondo Paese al mondo per possedimenti di uranio </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Russia e Kazhakistan hanno in corso molti progetti congiunti nell’ambito della produzione nucleare e ancora altri progetti bilaterali sono in esame. Come si può vedere dalla classificazione più sopra e dalla piantina sotto riportata, lo Heartland è ricchissimo anche di uranio, confermandosi dopo più di un secolo l’effettivo centro geopolitico mondiale: nel corso della Guerra Fredda, ciò permise all’allora Unione Sovietica di sopravanzare gli Usa per potenza atomica militare. Sembra che la sete di uranio di Mosca sia insaziabile laddove le riserve kazake appaiono insufficienti. Il 29 marzo 2010, proprio in occasione della celebrazione del ventesimo anniversario dell’indipendenza della Namibia, il Presidente di una importantissima holding russa dell’uranio è stato presente a una cerimonia chiave in Namibia assieme a un inviato speciale del Presidente russo Medvedev.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto ciò può aiutarci a comprendere come Mosca non sia indifferente al peso geopolitico dell’Africa e in particolar modo di quello che è il quinto maggiore produttore al mondo di uranio e sembra che di qui a non molti anni, la Namibia possa divenire il più grande esportatore di uranio del pianeta: tutto questo aiuta appunto a comprendere quale possa essere l’azione della Russia su di un Continente africano che dal punto di vista dello sfruttamento economico è già in mano a Usa, Cina e Francia. Al momento tuttavia, le attuali riserve uranifere del Niger, stabilmente in mano alla Francia e alle sue multinazionali, fanno di questo Stato il sesto nel mondo per giacimenti (dati del 2008).</span></span></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/uranium.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-3954" title="Uranio nel mondo" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/uranium.png" alt="" width="723" height="560" /></a></p>
<address><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fonte: </span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.wise-uranium.org/img/uresw.gif"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">http://www.wise-uranium.org/img/uresw.gif</span></span></a></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></address>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Quando nel corso dei decenni lo scontro Usa-Urss scandiva i ritmi delle agende internazionali, la Francia cominciò a legare a sé le ex colonie africane attraverso decine di accordi, contrapponendosi, con lo sfruttamento dei giacimenti del Niger effettuato per trent’anni in regime di monopolio, a quei Paesi che oggi utilizzano le riserve uranifere africane ma anche i giacimenti centroasiatici del prezioso minerale. Il nucleare fu l’elemento geopolitico che consentì alla Francia, nel corso della Guerra Fredda, una effettiva sovranità rispetto a Washington che monopolizzava allora l’industria del nucleare in tutto il resto dell’Occidente: De Gaulle aveva deciso di svincolarsi dagli americani trovando nello sviluppo del nucleare un elemento chiave di tale affrancamento. Del resto, la cosiddetta “autostrada dell’uranio”, ramificazione delle principali arterie stradali che connettono i maggiori centri minerari del Niger come Niamey, Arlit e Agadez, venuta su tra gli anni settanta e gli anni ottanta, ha come suo fulcro principale, pur nell’isolamento dato dal territorio quasi totalmente desertico del Niger, proprio lo Stato africano, dove gran parte della popolazione muore di fame e non ha accesso all’istruzione e dove oramai una forte siccità fa pensare alla carestia </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">: è oramai da più di cinquant’anni che Parigi assorbe dal Niger quell’uranio che rende la Francia una potenza nucleare la quale può in Africa rivaleggiare con gli analoghi interessi di Usa e Cina, nuovo concorrente del settore nel Continente. Ancora una volta, l’Africa occidentale presenta un tipico esempio di strapotere sulle risorse contrapposto alla fame più nera. Neanche sul fronte strettamente politico lo stato africano del Niger sembra passarsela bene, in quanto dietro al golpe in Niger che lo scorso febbraio vide l’arresto ad opera delle forze militari del Presidente Tandja, vi potrebbero essere stati proprio i forti interessi francesi sui giacimenti uraniferi qui esaminati: il potere politico e militare del Niger è da tempo immemore nelle mani di Parigi che da sempre si preoccupa di addestrare le forze armate dello Stato centro-africano. Al giorno d’oggi, il Niger fornisce fino al 40% dell’uranio che viene consumato dalla Francia e più di due terzi dei redditi da esportazioni provengono per il Niger da questo ambito minerale e se consideriamo che l’energia utilizzata dalla Francia è costituita da un 76% di nucleare, capiamo bene quanto sia strategica la repubblica sahariana agli occhi di Parigi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La storia francese e l’inevitabile sviluppo congiunto civile-militare dell’energia nucleare, senza troppe incertezze, ci lasciano pensare che gli attuali movimenti italiani in direzione del nucleare siano diretti anche a scopi militari, dei quali gli impieghi civili sarebbero soltanto un corollario.</span></span></p>
<p lang="en-GB"><a href="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/niger.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-3955" title="Uranio del Niger" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/niger.png" alt="" width="300" height="367" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ la storia che ce lo insegna, visto che, tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, l’impressionante crescita di arsenali nucleari di Mosca e Washington andava di pari passo con la forte crescita del nucleare civile e ne era la causa; seguì dunque una fase calante a causa dei due storici incidenti di Three Mile Island in Usa nel 1979 e, soprattutto, di Chernobyl in Urss nel 1986. A proposito di storia, mi sembra qui doveroso accennare agli eventi principali che nel corso dei decenni hanno avuto come protagonista l’avvento dell’atomica e la sicurezza nucleare e cioè la firma del cosiddetto TNP; quella degli accordi START I e START II; il recentissimo New START e la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1887. Già nel novecento Enrico Fermi scoprì l’utilità dell’uranio come carburante nell’industria nucleare: era l’epoca nella quale si stavano per avviare le ricerche che avrebbero portato alle prime importanti bombe atomiche della storia e che, al termine di quel secondo conflitto mondiale che vide l’annientamento di due città giapponesi ad opera degli americani, si sarebbero intensificate per caratterizzare quasi tutta l’èra della cosiddetta Guerra Fredda tra Usa e Urss, consegnando alle nuove generazioni alcune serie preoccupazioni in merito allo stato di salute dei popoli e del mondo, soprattutto considerando la catastrofe di Chernobyl che ancor oggi provoca seri problemi non soltanto agli ucraini bensì al mondo: molti prodotti cinesi sarebbero infatti fabbricati con materiale radioattivo proveniente proprio da quelle zone dell’ex Urss.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 1957, in seguito al discorso tenuto quattro anni prima dall’allora Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nacque l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica; il Trattato di non proliferazione Nucleare (il summenzionato TNP) arriverà nel 1968: in piena corsa agli armamenti atomici i rappresentanti di Urss e Stati Uniti firmeranno il cosiddetto NPT (questo l’acronimo inglese del trattato), che vedrà molto tempo dopo l’adesione di Corea del Nord, Cina e Francia e che era basato su tre semplici principi: il disarmo, la non proliferazione e l’utilizzo del nucleare a scopi pacifici; si disponeva inoltre che gli Stati sprovvisti di armi nucleari non potessero procurarsi per l’avvenire armi di tal genere e che i paesi già detentori di tali strumenti di difesa, non potessero ricevere da parte di altri soggetti tecnologie nucleari belliche. Lo START I, che ha cessato di essere in vigore proprio pochi mesi fa, costituirà il maggiore esempio di limitazione di armamenti atomici della storia: esso fu negoziato e firmato da Mosca e da Washington nel luglio del 1991, data che fa di questo patto un simbolo storico della fine della Guerra Fredda, un accordo con il quale fu possibile intervenire su un vastissimo ammontare di armi atomiche. Due anni dopo sarà la volta dello START II, firmato tra Russia e Stati Uniti nel 1993 e avente lo scopo di bandire l’utilizzo dei cosiddetti “sistemi di trasporto e lancio multiplo di testate” (<em>MIRV </em>con acromino inglese): il secondo trattato START è stato superato dalla firma del trattato SORT, sottoscritto da George W. Bush e Vladimir Putin a maggio 2002, con il quale si lasciava da parte la logica dei precedenti accordi, obbligando Washington e Mosca ad una riduzione unilaterale indipendente del numero totale delle testate. Un nulla di fatto costituì invece il cosiddetto START III, niente più che una sigla, rimasta sulla carta e per il quale non si può parlare di un trattato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Spostando la nostra attenzione ai giorni nostri, la summenzionata Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del settembre scorso ha senz’altro rappresentato un importante passo in avanti, essendo stata emanata dall’organo decisionale dell’Onu il cui ruolo ufficiale di principale responsabile del mantenimento della pace nel mondo era stato messo da parte negli ultimi anni: con la Risoluzione 1887 infatti il Consiglio di Sicurezza vuole perseguire un contesto globale più sicuro per tutti e creare altresì le condizioni per un mondo privo di armi nucleari, in conformità al Trattato di non Proliferazione Nucleare </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Il cosiddetto New START è stato invece firmato l’8 aprile scorso dalle due grandi potenze planetarie e, insieme al Vertice nucleare di Washington e alla Conferenza sul disarmo di Teheran, ha fatto dell’aprile 2010 un mese storico: con l’ultimo accordo START si è infatti puntato ad un efficace regime di controlli degli armamenti; si è mostrata l’intenzione di ridurre la portata degli arsenali nucleari che Usa e Russia potrebbero schierare, soprattutto missili e lanciamissili; in verità, sembrerebbe che il nuovo patto abbassi solamente il limite legale per lo schieramento delle testate strategiche ma non il numero delle testate stesse. Sicuramente non deve essere stato facile per Obama portare Medvedev al tavolo delle trattative dopo che il leader russo, in occasione dell’elezione di Obama a Presidente degli Stati Uniti, aveva dichiarato la sua intenzione di schierare i famigerati missili </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Iskander</em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"><sup>6</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> come risposta al sistema missilistico Usa in Europa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Eppure possiamo qui affermare che, se si fa un balzo in avanti nel tempo fino agli anni recenti, vediamo che né gli Usa (tanto i democratici quanto i repubblicani) né l’attuale Russia, sembrano voler rinunciare ai loro disegni atomici: ma allora cosa si è stabilito presso il Vertice sulla sicurezza nucleare di Washington? Certo, è stato raggiunto un accordo tra i quarantasette rappresentanti presenti al Summit, con l’impegno di tutti ad evitare che “i soggetti diversi dagli Stati” possano “ottenere le informazioni o la tecnologia necessarie per usare tale materiale per scopi malvagi” e dunque che possano impossessarsi di materiale nucleare per scopi non pacifici. Questi i principi dell’accordo: cooperazione più intensa per arginare la proliferazione nucleare e maggiore sicurezza, nel rispetto delle sovranità nazionali; inoltre la messa al sicuro, nel giro di quattro anni, delle materie nucleari poco protette.</span></span><br />
<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ad oggi, timori permangono sul versante asiatico, dove si teme per il “patrimonio” atomico pachistano, che alcuni considerano poco sorvegliato e dunque possibile preda di gruppi terroristici: a Washington il Pakistan ha fatto presente tra l’altro di non apprezzare accordi che impediscano la produzione nucleare a scopi bellici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, spostando la nostra attenzione per un attimo sul nucleare civile, ci sarebbe da chiedersi ciò: si è riflettuto abbastanza sul fatto che, se da un lato i tempi di costruzione di una centrale nucleare sono di dieci anni circa e la vita media di un impianto è stata accertata in venticinque anni, i costi dei tempi di dismissione si aggirerebbero attorno alle decine di migliaia di anni? </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><a name="sdfootnote7anc" href="#sdfootnote7sym"><sup>7</sup></a></strong></span></span></sup></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sempre a livello di politica internazionale, è senz’altro molto apprezzabile la dichiarazione recente di Ahmadinejad presso la conferenza sul disarmo che si è tenuta a metà aprile a Teheran: secondo il Presidente iraniano, si potrebbe istituire un organo internazionale indipendente per il disarmo nucleare. La proposta di Ahmadinejad consisterebbe nella creazione di un organismo sovranazionale che disponga di pieni poteri per la supervisione e la pianificazione: si tratta senz’altro di un altro notevole passo in avanti e, a tal proposito – come sostenevo circa un anno fa sulle pagine di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Edicola Geopolitica </em></span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><a name="sdfootnote8anc" href="#sdfootnote8sym"><sup>8</sup></a></strong></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> &#8211; sarebbero auspicabili in un secondo momento forme di cooperazione tra Iran e Usa nel campo qui in esame.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non bisogna dimenticare poi quanto fu riportato sulle stesse pagine in rete di </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Eurasia </em></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">e cioè – riferisco testualmente &#8211; “le installazioni nucleari iraniane, incluse quelle dell’arricchimento dell’uranio, sono aperte agli ispettori dell’Aiea. Vale la pena sottolineare che, dopo approfondite ispezioni in Iran, l’Aiea non ha trovato alcuna prova che questo paese abbia un programma di armamento nucleare, o l’abbia mai avuto. Al contrario, Israele dispone di armi nucleari e di loro diversi vettori da circa 40 anni. Si stima che oggi Israele possieda circa 200 testate nucleari, compresi alcuni missili lanciati da sottomarini. Ha la capacità di cancellare dalla carta geografica l’Iran e tutti gli Stati arabi premendo un bottone.” </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><a name="sdfootnote9anc" href="#sdfootnote9sym"><sup>9</sup></a></strong></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Sappiamo come l’Europa appoggi gli Stati Uniti nelle pressioni esercitate sull’Iran circa le sue attività nucleari, ma proprio come gli Usa, sembra adottare due pesi e due misure di fronte a Israele: da parte sua Tel Aviv, in quanto ad armamenti atomici, non avrebbe molto da invidiare a nessuno, tantomeno a Teheran.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A fianco della durissima contrapposizione tra Israele e Iran, resta comunque l’incognita del terrorismo peraltro non ben definibile, assieme al fatto che India e Cina presentano forti insidie nei confronti di Washington e non solo dal punto di vista economico, vista la loro progressiva crescita militare e, appunto, nucleare. Se dunque fino a qualche decennio fa c’era la grande paura che una guerra nucleare planetaria con in testa Urss e Usa potesse scoppiare da un momento all’altro, oggi la corsa all’uranio e ai conseguenti impieghi (leggasi appunto sia civile che militare) annovera un numero di soggetti (e conseguenti insidie) molto più alto: nuovi soggetti sono, su tutti, la temibile potenza economica cinese, ma anche l’India e perfino il Pakistan (entrambi Paesi che non hanno mai firmato il Trattato di non Proliferazione), senza dimenticare l’Iran, del quale ancora non sono molto chiari i disegni atomici. Forse è per questo che nel 2003 Bush, quando era Presidente del Paese con il più grande arsenale nucleare al mondo, decise di avviare un nuovo ambizioso piano nucleare per armi atomiche di nuova generazione, capaci di distruggere i bunker dei nemici anche senza colpirli direttamente e nonostante gli obiettivi si possano trovare a grandi profondità. Ma i rischi del nucleare a scopi bellici possono venire anche dal cosiddetto <em>uranio impoverito</em>, politicamente e ambientalmente controverso viste le conseguenze dell’uso di munizioni utilizzate da forze armate americane, britanniche (e non solo) a base appunto di uranio impoverito: quando si parla di <em>Sindrome della Guerra del Golfo </em>infatti ci si riferisce proprio alle gravi conseguenze sulla salute dei veterani del conflitto che nel 1991 vide una coalizione occidentale attaccare l’Iraq; ricordiamo anche come armi a base di uranio impoverito siano state adoperate anche durante la guerra dei Balcani: sia nel Golfo che nel conflitto in Europa orientale, la conseguenza per i territori è stata la sedimentazione di composti chimici a base di uranio nel sottosuolo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre i rischi di incidenti più o meno gravi, che possono verificarsi in un impianto ad energia nucleare, negli ultimi decenni sono stati frequenti in Usa, Unione Sovietica, Francia, Germania e Giappone: abbiamo già ricordato Three Mile Island negli Usa (1979) e quello storico di Chernobyl nell’attuale Ucraina (1986) ma non dobbiamo dimenticare quello, più recente, di Kashiwazaki in Giappone (2007). E’ mancato negli ultimi anni lo sviluppo di una tecnologia avanzata, che potesse dirsi sostenibile, per lo smaltimento delle scorie nucleari risultanti dalla produzione degli impianti nucleari.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Così oggi in Italia si vuole tornare a tale tipo di energia, adducendosi ragioni quali la riduzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera e l’inversione di tendenza rispetto ai mutamenti climatici da troppo tempo in corso, senza considerare quelli che sarebbero i gravi danni alla salute dei cittadini residenti nelle zone limitrofe agli impianti e quelli di lungo termine sulle generazioni future. Inoltre, mentre è noto che le centrali elettriche comuni alimentate a carbone o a metano causano emissioni di gas serra, non si sa ancora moltissimo con riguardo alle emissioni delle stesse sostanze da parte delle</span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> centrali nucleari</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. E cosa dire del fatto che, terminato il </span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">suo ciclo vitale, un reattore nucleare di seconda o di terza generazione produce ben diecimila tonnellate di rifiuti di media-alta intensità</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">? Anche alla luce dell’accordo siglato da Berlusconi con Putin in questi giorni e che prevedrebbe l’avvio di lavori per la prima centrale ad energia nucleare nel nostro Paese entro tre anni, non dimentichiamo che l’Italia punta a una dipendenza energetica “ambivalente” (e dunque poco raccomandabile), su due fronti, non solo dal punto di vista geografico, ma anche strategico: verso Ovest (gli Stati Uniti), Roma punta all’approvvigionamento di uranio e verso Est (la Russia), il Paese stringe accordi sul gas che ora vanno ad affiancarsi a quelli nucleari appena citati e sugli approvvigionamenti energetici non è mai consigliabile appoggiarsi su due soggetti contrapposti l’uno all’altro.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre, affidarsi al nucleare prodotto, sviluppato e venduto da altri vuol dire alimentare l’economia di altri sistemi paese senza assolutamente creare ricchezza per noi e, soprattutto, senza avere la possibilità di imparare da eventuali errori: “all’interno dell’Italia i cittadini si terranno gli inconvenienti senza neanche capire che insegnamento trarre” </span></span><sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote10anc" href="#sdfootnote10sym"><sup>10</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Per non parlare del fatto che le scorie radioattive risultanti dalle attività industriali che utilizzano il nucleare non sono annientabili. E’ a questo punto che ci si chiede: alla luce della prima fase del processo politico italiano conclusasi a luglio dell’anno scorso in direzione di un’economia nucleare, qual é il vero scopo della “caccia” italiana all’energia nucleare? Si va verso una nuova corsa agli armamenti atomici che coinvolgerà anche il nostro Paese e che giustificherà il costante uso di forze armate per presidiare i siti atomici? Perché, oltre alla convocazione di vertici sul nucleare come quello di Washington, non si favorisce una maggiore informazione a livello sociale sui rischi dell’energia atomica da parte delle grandi potenze mondiali?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo l’Aiea, i paesi in grado di creare una bomba atomica sarebbero una quarantina. Vi è realmente il rischio che grandi organizzazioni criminali mondiali, come Al-Qaeda o altre, possano fare uso della bomba atomica? Il futuro, più che su energie rinnovabili che trainino un’economia sostenibile, si giocherà sulla deterrenza atomica, coinvolgendo anche un faccia a faccia tra stati e organizzazioni terroristiche? In casi del genere, quelle tra Stati e organizzazioni criminali non potrebbero più essere definibili come <em>guerre asimmetriche</em>, dal momento che i terroristi potrebbero detenere armi micidiali tanto quanto quelle delle grandi potenze e dunque, potrebbero mostrare risorse distruttive perfettamente <em>simmetriche</em> a quelle delle classiche forze armate dei soggetti di diritto internazionale, gli stati.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In un tale contesto, quale sarà infine il destino dell’Africa e dei suoi popoli?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Alfonso Arpaia è dottorando in Lingue moderne (Middlebury College)</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong><br />
</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="text-decoration: underline;">Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore e potrebbero non coincidere con quelle delle redazione di “Eurasia”</span></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="text-decoration: underline;"><br />
</span></em></span></p>
<p><sup>1</sup> <em>La menzogna nucleare</em>, di Giulietto Chiesa, Guido Cosenza e Luigi Sartorio, Milano, Ponte alle Grazie, 2010., pag. 17.</p>
<p><sup>2</sup> <em>La menzogna nucleare</em>, cit., pag. 38.</p>
<p><sup>3</sup> Fonte: WISE Uranium Project, dal sito <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.wise-uranium.org/">http://www.wise-uranium.org/</a></span></span>.</p>
<p><sup>4</sup> Si osservi a tal fine la tabella presente al link <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.alertnet.org/thefacts/chart.htm?startdate=2005&amp;enddate=2005&amp;rt=0&amp;category=standard_of_living.0.human_development_index&amp;countrycode=NO&amp;countrycode=CH&amp;countrycode=219018&amp;countrycode=219032">http://www.alertnet.org/thefacts/chart.htm?startdate=2005&amp;enddate=2005&amp;rt=0&amp;category=standard_of_living.0.human_development_index&amp;countrycode=NO&amp;countrycode=CH&amp;countrycode=219018&amp;countrycode=219032</a></span></span>.</p>
<p><sup>5</sup> La Risoluzione 1887 è presente al collegamento <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.unhcr.org/refworld/docid/4abcd4792.html">http://www.unhcr.org/refworld/docid/4abcd4792.html</a></span></span>.</p>
<p><sup>6</sup> Per comprendere quale possa essere la potenza di tali missili, rimando al seguente collegamento su <em>Wikipedia</em>: <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Iskander">http://en.wikipedia.org/wiki/Iskander</a></span></span>.</p>
<p><sup>7</sup> <em>La menzogna nucleare</em>, cit., pagg. 23 e 44.</p>
<p><sup>8</sup> Si veda infatti all’indirizzo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.edicolaciociara.com/E.Geopolitica/2009/arpaia_200409.htm">http://www.edicolaciociara.com/E.Geopolitica/2009/arpaia_200409.htm</a></span></span>.</p>
<p><sup>9</sup> L’intero articolo è presente sul collegamento <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../3412/gli-occhi-chiusi-dell%E2%80%99unione-europea-come-l%E2%80%99europa-ignora-il-rifiuto-di-israele-di-adempiere-ai-suoi-obblighi-in-conformita-agli-accordi-europei">http://www.eurasia-rivista.org/3412/gli-occhi-chiusi-dell%E2%80%99unione-europea-come-l%E2%80%99europa-ignora-il-rifiuto-di-israele-di-adempiere-ai-suoi-obblighi-in-conformita-agli-accordi-europei</a></span></span></p>
<p><sup><span style="font-size: x-small;">10</span></sup><span style="font-size: x-small;"><em>La menzogna nucleare</em></span><span style="font-size: x-small;">, cit., pag. 78.</span></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <em>La menzogna nucleare</em>, di Giulietto Chiesa, Guido Cosenza e 	Luigi Sartorio, Milano, Ponte alle Grazie, 2010., pag. 17.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> <em>La menzogna nucleare</em>, cit., pag. 38.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><a name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Fonte: WISE Uranium Project, dal sito <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.wise-uranium.org/">http://www.wise-uranium.org/</a></span></span>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> Si osservi a tal fine la tabella presente al link 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.alertnet.org/thefacts/chart.htm?startdate=2005&amp;enddate=2005&amp;rt=0&amp;category=standard_of_living.0.human_development_index&amp;countrycode=NO&amp;countrycode=CH&amp;countrycode=219018&amp;countrycode=219032">http://www.alertnet.org/thefacts/chart.htm?startdate=2005&amp;enddate=2005&amp;rt=0&amp;category=standard_of_living.0.human_development_index&amp;countrycode=NO&amp;countrycode=CH&amp;countrycode=219018&amp;countrycode=219032</a></span></span>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p><a name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a> La Risoluzione 1887 è presente al collegamento 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.unhcr.org/refworld/docid/4abcd4792.html">http://www.unhcr.org/refworld/docid/4abcd4792.html</a></span></span>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p><a name="sdfootnote6sym" href="#sdfootnote6anc">6</a> Per comprendere quale possa essere la potenza di tali missili, 	rimando al seguente collegamento su <em>Wikipedia</em>: 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Iskander">http://en.wikipedia.org/wiki/Iskander</a></span></span>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p><a name="sdfootnote7sym" href="#sdfootnote7anc">7</a> <em>La menzogna nucleare</em>, cit., pagg. 23 e 44.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p><a name="sdfootnote8sym" href="#sdfootnote8anc">8</a> Si veda infatti all’indirizzo 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.edicolaciociara.com/E.Geopolitica/2009/arpaia_200409.htm">http://www.edicolaciociara.com/E.Geopolitica/2009/arpaia_200409.htm</a></span></span>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p><a name="sdfootnote9sym" href="#sdfootnote9anc">9</a> L’intero articolo è presente sul collegamento 	<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../3412/gli-occhi-chiusi-dell%E2%80%99unione-europea-come-l%E2%80%99europa-ignora-il-rifiuto-di-israele-di-adempiere-ai-suoi-obblighi-in-conformita-agli-accordi-europei">http://www.eurasia-rivista.org/3412/gli-occhi-chiusi-dell%E2%80%99unione-europea-come-l%E2%80%99europa-ignora-il-rifiuto-di-israele-di-adempiere-ai-suoi-obblighi-in-conformita-agli-accordi-europei</a></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p><a name="sdfootnote10sym" href="#sdfootnote10anc">10</a><em>La 	menzogna nucleare</em>, cit., pag. 78.</p>
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		<title>L’Africa tra instabilità ed emigrazioni</title>
		<link>http://www.eurasia-rivista.org/3787/l%e2%80%99africa-tra-instabilita-ed-emigrazioni</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 08:18:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Se non si vuole che le previsioni di Huntington sullo scontro di civiltà si avverino in pieno, bisogna far sì che quello tra culture divenga un incontro costruttivo e non uno scontro e ciò dovrà inevitabilmente coinvolgere le stesse società.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3787/l%e2%80%99africa-tra-instabilita-ed-emigrazioni" title="L’Africa tra instabilità ed emigrazioni"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/42029904_africa_migrants2_map416.e3mogtf68ls84wwwcog8o0ssc.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="57" alt="L’Africa tra instabilità ed emigrazioni" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdfootnote { margin-left: 0.5cm; text-indent: -0.5cm; font-size: 10pt; line-height: 100%; text-align: left } 		P { margin-right: 0.49cm; margin-bottom: 0cm; line-height: 150%; text-align: justify } 		A.sdfootnoteanc { font-size: 57% } --><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Finché ci saranno [grandi squilibri demografici, economici e politici], ci saranno migrazioni di massa: perché popoli che producono molti figli e poca ricchezza cercheranno sempre pane e lavoro presso i popoli che producono pochi figli e molta ricchezza”</span></span></span><sup><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></span></sup><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">. Sono queste le parole dell’ex Ministro dell’Interno italiano Giuseppe Pisanu con riguardo a quelle che sono in linea generale le fondamentali cause geopolitiche che spingono i poveri del mondo a emigrare.</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Ogni qualvolta apprendiamo di nuovi episodi di violenza in Italia commessi da extracomunitari (o a danno di essi, come nel caso di Rosarno a gennaio scorso), ovvero dell’arrivo di centinaia di infelici via mare, per noi cittadini italiani è ancora difficile proiettare automaticamente la nostra attenzione alle carestie africane e alle guerre, veri e propri detonatori di quelli che sono poi i suddetti squilibri globali che trasferiscono, nel giro di poco tempo, una situazione di tensione da un’area all’altra del mondo.<span style="color: #000000;"> </span>L’infinita quantità di disperati che attraversa il Mediterraneo ogni giorno per approdare sulle nostre coste è spesso costituita da sopravvissuti a soprusi subiti non soltanto nel paese di partenza ma anche lungo il tragitto di inferno e morte nel Sahara. <span style="color: #000000;">Il </span><span style="color: #000000;"><em>World Migration Report</em></span><span style="color: #000000;"> del 2005 curato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni descrive l’Africa come il Continente con le popolazioni a più alta tendenza migratoria nel mondo e i flussi migratori da tale Continente verso l’Occidente vanno progressivamente aumentando: lo stesso Senegal, considerato tradizionalmente come un Paese di destinazione dei flussi migratori, ha cominciato ad essere terra di emigrazione per moltissimi in età lavorativa, con Gambia, Francia e Italia come mete privilegiate dei giovani lavoratori senegalesi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Rimane il problema per cui le guerre e le guerriglie, le varie forme di instabilità e di violazione dei diritti umani che si verificano in Africa ogni giorno costituiscono allo stesso tempo una preoccupazione<em> </em>anche per noi italiani, dal momento che tali fenomeni implicano automaticamente, in molti casi, la fuga di masse di donne e uomini, con o senza bambini, che non vedono garantiti i propri diritti economici e culturali nel proprio contesto di provenienza. Lo stesso fattore della povertà, per quanto posto statisticamente in secondo piano rispetto a quello della sicurezza quale fattore dello spostamento di vaste popolazioni nel mondo, non può affatto essere trascurato se si pensa che gli stenti, la fame e la sete sono essi stessi fattori detonanti per lo scoppio di tensioni di varia natura: al giorno d’oggi, circa il 40% della popolazione mondiale e cioè quasi due miliardi e mezzo di persone, vive grazie a una fetta del 5% del reddito prodotto a livello planetario. Detto in altri termini, a occhio e croce il doppio dell’intera popolazione della Cina ha accesso a un ventesimo dell’intero reddito mondiale!</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Sarà compito dei governi occidentali e, più in generale, della cooperazione tra i nostri governi e quelli dei Paesi in via di sviluppo, creare basi realmente sostenibili per far sì che flussi enormi e costanti di disperati non si trasformino in fattori di insostenibile squilibrio – demografico e culturale – di lungo termine. Possiamo idealmente concepire una sorta di “linea” che comprenda in sé un insieme di possibili scenari e che agli estremi abbia da un lato la crescita sostenibile dell’Italia grazie ad un equilibrato ma costante e costruttivo afflusso di immigrati e dall’altro una non auspicabile situazione di perenne tensione causata da tensioni interetniche e da terrorismo, oltre che da livelli incredibili di criminalità, con il nostro Paese “ideale” crocevia di loschi traffici internazionali che vedrebbero protagoniste le organizzazioni criminali di mezzo mondo. Crescita economica sostenibile e arricchimento culturale da un lato; forte criminalità con un’Italia testa di ponte del crimine internazionale dall’altra. Quel che è certo è che i cambiamenti, in positivo e in negativo, non si avranno soltanto ad opera di chi sta al potere, bensì anche attraverso le tendenze sociali presenti nella società italiana e di quella di ogni altro Paese occidentale. Purtroppo il tessuto politico e sociale del nostro Paese non presenta né l’apertura culturale di Paesi e regioni come quelli della Scandinavia, né le opportunità occupazionali di Canada e Usa: eppure ciò non ha impedito l’arrivo continuo di flussi di clandestini nel nostro Paese.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"> Il fenomeno migratorio è sempre più un tema di risonanza globale: dal 2000 al 2009 il numero di migranti a livello mondiale è passato da 175 a 220 milioni di individui e, tra il 1994 e il 2004 nell’Africa subsahariana, il numero di persone che vivevano con meno di un dollaro al giorno è nettamente aumentato.</span> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> <span style="color: #000000;">Persecuzioni, conflitti, povertà materiale e salari molto bassi spingono le popolazioni del Sud del mondo a cercare lavoro ma anche asilo politico in Occidente. </span>Gli sfollati, il cui status attiene solitamente agli spostamenti all’interno di uno stesso paese, ammontavano a circa 26 milioni nel 2009; nello stesso anno i rifugiati a livello globale erano ben 11 milioni e tutto ciò sta ad indicare come, nell’epoca della globalizzazione e, soprattutto, in questi anni di crisi, favorire gli spostamenti già massicci di popolazione non basta di certo ad alleviare i problemi di insicurezza e povertà che caratterizzano continenti quali l’Africa, l’Asia, il Sud America e il Medio Oriente – in altre parole il Sud del Mondo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"> </span>L’Europa oggi deve far fronte a ben tre direttrici di immigrazione clandestina: quella dalla Cina, quella dal subcontinente indiano e quella dal Continente africano – quest’ultimo il caso più complesso da un punto di vista geopolitico, data la vasta costellazione di paesi, lingue, culture e soprattutto conflitti interetnici del Continente nero. I percorsi in questione sono molto pericolosi e, in quanto direttrici nella maggior parte dei casi clandestine, sono più lunghi e più costosi per i migranti rispetto ai percorsi ordinari; con la conseguenza che sempre più spesso, i profughi clandestini preferiscono fermarsi nei paesi e nelle regioni ai margini del Continente europeo, quali i Paesi del Nordafrica, l’Ucraina, la Bielorussia e la Turchia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Certo è che per l’Italia l’importanza del contesto africano (o dei contesti africani), discende senz’altro dalla vicinanza geografica del nostro Paese al Continente nero: nonostante la percentuale di africani andati all&#8217;estero sul totale dei popoli migranti di tutto il mondo si sia ridotta nel corso dei decenni, i cittadini dell’Africa occidentale sono tuttora quelli con la maggiore mobilità del pianeta. Vorrei qui ricordare come l’Africa occidentale sia caratterizzata da un lato da fortissime tensioni interne alla luce del fatto che l’ingente presenza di petrolio, diamanti e uranio attrae investimenti costantemente alti da parte di multinazionali assetate e dall’altro le popolazioni indigene dell’Africa occidentale vengano decimate in sanguinosissimi conflitti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Tuttavia non esistono solo le esigenze economico-lavorative dei migranti, bensì anche quelle dei cittadini occidentali i quali, specie in Paesi come il nostro, patiscono spesso il fenomeno della disoccupazione di lungo corso; l’esperienza internazionale ha dimostrato come gli interventi a sostegno dell’immigrazione non debbano guardare solamente ai movimenti internazionali: quella della libera circolazione all’interno dell’area <em>ECOWAS </em>(la Comunità Economica degli Stati dell&#8217;Africa Occidentale) è stata una mossa politica che ha notevolmente contribuito alla riduzione dei flussi migratori di africani verso l’esterno e uno degli obiettivi dell’<em>ECOWAS </em>è proprio quello di incoraggiare lo sviluppo locale nelle zone di maggiore emigrazione. E’ e sarà compito dei governi africani ed europei quello di attuare delle politiche di sostenibilità tanto per le popolazioni migranti quanto per quelle di arrivo. Non bisogna dimenticare come la stessa Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite ha proposto qualche anno fa la creazione di posti di lavoro <em>labour-intensive </em>e cioè che si possa fare leva soprattutto sulla forza lavoro e non sulla tecnologia: tra questi appunto i posti di lavoro in agricoltura. Si tratta di una raccomandazione da seguire se si vuole evitare insostenibili problemi in larga scala nel Continente africano. Nel frattempo è certo che sia a causa della scarsità di forza lavoro che si rinviene in Occidente in alcuni settori produttivi, sia a causa di una popolazione occidentale sempre più longeva e a un’economia globale che fino a pochi anni fa sembrava essere in espansione, sono molti i Paesi sviluppati che mostrano la necessità di ricevere migranti. Del resto, se qui in Italia si è abituati a pensare alla sola agricoltura come settore bisognoso di manodopera proveniente dal Terzo Mondo, è pur vero che l’urgenza di personale in tutto l’Occidente si presenta anche nelle tecnologie dell’informazione e nella sanità, così come nei lavori manuali. Non dobbiamo pensare che i flussi di immigrati provenienti da regioni come l’Africa siano caratterizzati soltanto da individui poco qualificati: spesso si tratta di diplomati o di laureati, tra i quali non mancano medici e infermieri o ancora, ad esempio, ingegneri che dall’Algeria decidono di emigrare in Francia (è questo uno dei tanti esempi che si possono fare).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> La posizione geografica del nostro Paese, con Otranto, Lampedusa e le coste orientali della Calabria, fa dell’Italia un attore chiave delle vicende migratorie internazionali, dal momento che un eccessivo freno all’ingresso di immigrati significherebbe violare i diritti umani di tanti che hanno bisogno di migliorare la loro condizione politica (come nel caso dei rifugiati) o economica; viceversa, un’eccessiva apertura agli ingressi vorrebbe dire porre a rischio non soltanto l’Italia ma l’intera Europa, che si ritroverebbe invasa da centinaia di migliaia di individui ai quali potrebbe essere difficile poter garantire una vita facile, al riparo dalla tentazione di finire nelle maglie della criminalità. Certo è che i fenomeni di instabilità africani ai quali si è fin qui accennato potrebbero sconvolgere col tempo la stessa Europa che, proprio come gli Stati Uniti con il Messico, è tuttora incapace di affrontare in maniera concreta (e sostenibile) i problemi locali e globali presenti ai suoi confini marittimi: sta di fatto che, sia nel caso degli Usa sia in quello dell’Ue, esistono delle barriere all’arrivo di tanti disperati che fanno comunque di tutto per superare tali sbarramenti, siano esse costituite da ferro, cemento, mare o guardie di frontiera.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ ovvio come la credibilità dell’Italia, così come di qualsiasi altro paese impegnato a vario titolo nei confronti dei paesi africani, si giocherà almeno su due fronti e cioè su quello interno (con la capacità di saper dare qualcosa di concreto ai nuovi arrivati e a coloro i quali già vivono nel nostro Paese) e su quello africano (aspetto a sua volta suddivisibile in azioni di cooperazione ed investimenti e azioni militari di mantenimento della pace): sarà questo il nostro volto nei confronti di tante comunità di infelici, peraltro spesso “sedotte” dalle mire di un fondamentalismo religioso che recluta moltissime persone in un’Africa ancora povera, nonostante i massicci investimenti esteri e la recente diffusione di Internet.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> A proposito della grande rete informatica mondiale, c’è da prevedere come la progressiva estensione di tale strumento in Africa possa portare a una massiccia diffusione di un’immagine quasi idilliaca sotto il profilo economico oltre che politico, dell’Europa e degli Stati Uniti, quasi che gli emigrati dal Continente africano possano trovare una terra promessa in Occidente. La globalizzazione ha senz’altro creato un’immagine “fantastica” di un <em>Eldorado </em>occidentale che include anche l’Europa, un’immagine a causa della quale molti compiono un travagliato viaggio che per tantissimi termina spesso e volentieri con un ritorno forzato a casa, per altri addirittura con la morte a causa delle enormi difficoltà incontrate o delle torture subite da guardie di frontiera corrotte.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Un paradosso della globalizzazione oggi consiste nel fatto che, mentre da un lato gli stati favoriscono sempre più rapidi flussi monetari, di beni, di servizi e di informazioni attraverso le frontiere nazionali, essi stanno al contempo limitando il movimento di lavoratori provenienti dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Ciò si contrappone alla visione di questi ultimi i quali vorrebbero delle politiche più “permissive” nei confronti dei loro migranti: ciò tenuto conto del fatto che favorire maggiori afflussi di popolazione verso l’Occidente contribuirebbe ad alleviare la pesantissima piaga della disoccupazione nei Paesi in via di sviluppo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> I Paesi occidentali, a livello bilaterale o servendosi dei canonici forum multilaterali quali l’Ue per la conclusione di intese che coinvolgano vaste regioni del mondo, potrebbero servirsi dello strumento degli accordi internazionali per agevolare l’accesso nei Paesi occidentali di forza lavoro qualificata proveniente da settori quale quello paramedico: il Continente africano abbonda di infermieri qualificati che nei propri Paesi sono sottopagati o disoccupati; l’innalzamento dell’età media delle popolazioni degli stati occidentali fa sì che da noi vi sia un forte bisogno di forza lavoro di questo genere.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Allo stesso tempo, Europa e Africa dovranno cooperare costantemente per combattere le organizzazioni criminali che gestiscono i traffici clandestini di immigrati e, sul fronte somalo, una sempre maggiore attenzione dovrà essere prestata al fenomeno della pirateria.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Se questi potranno essere i settori di intervento privilegiati a livello di azioni politiche, a livello sociale invece, l’apprendimento di nuove lingue potrebbe aiutare notevolmente noi occidentali a comprendere meglio quelle che sono le comunità allogene presenti sui nostri territori: un particolare occhio di riguardo dovrebbe aversi per idiomi quali il cinese, l’arabo, il rumeno (lingua della comunità che è di recente divenuta maggioritaria in Italia tra quelle straniere) o l’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">urdu</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, quest’ultima (lingua ufficiale del Pakistan) è la versione “pachistana” dell’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">hindi</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> il quale è a sua volta anche la seconda lingua più parlata al mondo da madrelingua dopo il cinese mandarino. La comprensione di tali lingue vorrebbe dire anche carpire l’essenza di nuovi “mondi”, nuove realtà culturali ma anche religiose, scongiurando il pericolo di pregiudizi culturali e religiosi che sempre di più sembrano caratterizzare un paese come quello nostro, il quale sembra aver dimenticato il proprio passato di popolo emigrante. Anche qui tuttavia mi sembra che un ruolo chiave possano giocarlo i nostri governi i quali potrebbero incentivare la creazione di corsi durante i quali si insegnino tali lingue o ancora favorire la massiccia diffusione di canali televisivi stranieri. Se non si vuole che le previsioni di Huntington sullo scontro di civiltà si avverino in pieno, caratterizzando non soltanto le politiche di Occidente, Medio Oriente e Sud del mondo ma anche le stesse opinioni pubbliche del pianeta, bisogna far sì che quello tra culture divenga un incontro costruttivo e non uno scontro e ciò dovrà inevitabilmente coinvolgere le stesse società.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Alfonso Arpaia è dottorando in Lingue moderne.</strong></em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="text-decoration: underline;">Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono dell&#8217;Autore, e potrebbero non coincidere con quelle della redazione di “Eurasia”</span></em></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="text-decoration: underline;"><br />
</span></em></span></span></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <em>Migranti, Work in Progress</em>, intervista rilasciata dall’ex 	Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu a Luca Mantovani su <em>Teorema 	– rivista italiana di sicurezza, geopolitica e intelligence</em> n. 	2, luglio 2009, pag. 8.</p>
</div>
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		<title>Le ambizioni di potenza del Sudafrica ed i rapporti con la Cina</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 11:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le ambizioni di potenza regionale fanno guardare gli imprenditori sudafricani verso i paesi limitrofi, tanto da ipotizzare la possibilità di una vera competizione con le potenze occidentali e con la Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3743/le-ambizioni-di-potenza-del-sudafrica-ed-i-rapporti-con-la-cina" title="Le ambizioni di potenza del Sudafrica ed i rapporti con la Cina"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/2885923160_e6c9c0dae6.3qqsugdli2gw0c4048gkoo44k.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="94" alt="Le ambizioni di potenza del Sudafrica ed i rapporti con la Cina" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A due mesi dall&#8217;inizio dei campionati del mondo di calcio, che vedranno i riflettori del pianeta puntati per più di un mese sul paese africano, sembrano essere superate le polemiche relative all&#8217;organizzazione. Nel mese di marzo il blocco della produzione della mascotte ufficiale dei campionati del mondo Zakumi (letteralmente “Sudafrica 2010”), imposto dagli incaricati della Global Brands Group </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">per via dello sfruttamento della manodopera impiegata per la sua realizzazione</span></span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, aveva provocato malumori all&#8217;interno del mondo sindacale e nell&#8217;opinione pubblica. E anche se può apparire un fatto di cronaca non rilevante, per chi è attento alla geopolitica e alla geoeconomia, invece, assume connotati emblematici. La produzione della mascotte è stata affidata, infatti, alla cinese <em>Shangai Fashion Plastic Products &amp; Gifts</em>, che si è aggiudicata il relativo appalto indetto dalla GBG. Il coro di protesta dei sindacati sudafricani, contrariati per l&#8217;affidamento della realizzazione degli oltre due milioni di pupazzi ad un&#8217;azienda cinese, merita attenzione, soprattutto perché evidenzia una realtà ormai consolidata, ovvero la partnership tra Pretoria e Pechino. </span></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Prima di concentrarci sui rapporti commerciali e politici Cina-Sudafrica,  sembra utile fare un excursus apparentemente avulso dal contesto, ma che rende giustizia al processo analitico dal particolare all&#8217;universale, e porta alla luce la doppia dimensione sia della politica interna che della politica internazionale sudafricana.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nella piana di Makhathini, nel nord della provincia sudafricana dello KwaZulu-Natal, c&#8217;è un importante centro operativo della <em>Monsanto Company</em>, il colosso statunitense delle biotecnologie agrarie. Da queste parti il terreno non è molto fertile, e anche se alcuni contadini hanno accesso alle risorse idriche per l&#8217;irrigazione, la maggior parte di loro deve combattere l&#8217;aridità del suolo e sperare in un aiuto da parte delle sempre più imprevedibili precipitazioni. Per di più gli appezzamenti che superano i dieci ettari sono pochi, dato che rivela lo stato economico assai precario di chi deve fare i conti non solo con le compagnie che garantiscono i fidi per gli investimenti, ma anche con diversi fattori variabili di carattere ambientale e meteorologico. Nella stagione 1998-99 la Monsanto offrì a circa duemila contadini la possibilità di coltivare cotone biotecnologico, garantendo cospicui miglioramenti nella resa e maggiore protezione antiparassitaria. In un&#8217;economia debole come quella dell&#8217;area qualsiasi miglioramento di tipo quantitativo può essere determinante per la sopravvivenza delle famiglie contadine, così il cotone biotech fu adottato con grandi aspettative di successo. La realtà, però, fu molto diversa da quella auspicata dai coltivatori, soprattutto perché i semi della Monsanto, pur essendo forse più indicati per una coltivazione su terre aride, non sono come il fagiolo magico della celebre fiaba di Richard Walker: essi hanno egualmente bisogno di un&#8217;irrigazione sufficiente e di pesticidi. Ma il loro costo elevato e l&#8217;inesperienza o l&#8217;incoscienza dei contadini hanno fatto sì che le piante non fossero protette, ma piuttosto lasciate alla mercé di ogni tipologia di parassita. Il fallimento a lungo termine di progetti biotecnologici di questo tipo dovrebbe essere messo in conto da ogni buon analista delle politiche agrarie. In questo caso l&#8217;analisi del rischio non doveva essere così difficile da fare, e se è vero che gli investimenti e le sperimentazioni fallite toccano principalmente le tasche dei meno abbienti, è vero anche che le statistiche sono fatte da coloro che detengono gli interessi maggiori. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;esempio particolare di Makhathini ci introduce nella dimensione universale del problema. Ovvero quello dei flussi finanziari internazionali da e verso il continente africano. Negli ultimi sei anni il volume dello scambio tra Sud Africa e Cina ha avuto un&#8217;impennata, una crescita che </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Lucien van der Walt e Michael Schmidt quantificano </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">intorno al 400%, con un incremento nel 2006 del 26% su base annuale, toccando in quello stesso anno i 35 milioni di dollari. Pretoria, capitale della prima economia del continente, è divenuta in questo modo il miglior socio africano di Pechino. Nel 2006, l&#8217;ex presidente Mbeki aveva rassicurato chi temeva una nuova colonizzazione, questa volta con gli occhi a mandorla, sostenendo la necessità di scongiurare il pericolo che la forte economia cinese dominasse i Paesi Africani. Di natura diversa sembra infatti l&#8217;asse Pechino-Pretoria. I finanziamenti a tassi d&#8217;interesse bassissimo concessi a paesi come la Namibia – utili a sbilanciare il rapporto e a favorire l&#8217;accesso cinese alle miniere di diamanti, uranio, zinco e cobalto – non occorrono all&#8217;economica sudafricana, forte anche di una moneta, il rand, con un buon potere d&#8217;acquisto. Quello che interessa ai politici sudafricani è, invece, l&#8217;aumento degli investimenti cinesi nei settori già molto industrializzati, dacché essi possono essere d&#8217;aiuto per un ulteriore sviluppo e per il ridimensionamento del deficit statale. Le ambizioni di potenza regionale fanno guardare gli imprenditori sudafricani verso i paesi limitrofi, tanto da ipotizzare la possibilità di una vera competizione con le potenze occidentali e con la Cina. In questo senso, dopo l&#8217;avvento dei cosiddetti </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">BRIC</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (Brasile, Russia, India, Cina), il Sudafrica sarebbe entrato, insieme a Turchia, Indonesia e Messico, a pieno titolo nelle nuove economie emergenti, gli </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">STIM. La recente visita ufficiale del presidente Zuma in Uganda rafforza questa teoria. Il tema dell&#8217;africanità, quindi dell&#8217;unità politica dei paesi africani, è stato rilanciato con forza a Kampala, e l&#8217;intesa con il collega ugandese Yoweri Museveni sembra aprire scenari economici importanti. Sebbene la presenza sudafricana in Uganda non sia cosa nuova – sul territorio ugandese agiscono infatti circa cinquanta aziende sudafricane –, nuova è la sfida imprenditoriale lanciata alle imprese cinesi, che, se è vero che detengono il controllo della gran parte delle risorse petrolifere, lasciano qualche spazio nel settore minerario, da poco rilanciato grazie alle scoperte (ed è un particolare non trascurabile che siano state fatte attraverso le analisi scientifiche sudafricane) di quantità significative di minerali nel sottosuolo ugandese. Si rivela dunque il paradosso sudafricano: la paura di essere colonizzati diventa desiderio di colonizzazione. Non è difficile distinguere la retorica del panafricanismo dalla retorica di mercato. Come non è difficile capire che un paese africano come l&#8217;Uganda possa favorire ben più volentieri investimenti di un altro paese africano, che promette il rilancio delle economie continentali, piuttosto che quelli di un colosso mondiale come la Cina, la cui presenza economica (e quindi, inevitabilmente, politica) in terra d&#8217;Africa si sta allargando a dismisura. L&#8217;esempio di Makhathini e il rinsaldamento dei rapporti commerciali e politici con l&#8217;Uganda portano alla luce il paradosso. Da una parte abbiamo una multinazionale statunitense che sperimenta i propri prodotti, offrendoli ai coltivatori locali, riuscendo così (con le relative disastrose conseguenze) a far pressione sull&#8217;economia interna; abbiamo anche gli investimenti cinesi nei settori industriali più avanzati, utili a ridurre il deficit e a far crescere la produzione e l&#8217;occupazione. Dall&#8217;altra c&#8217;è lo sguardo sudafricano alle economie dei paesi vicini, la mano degli imprenditori e dei politici di Pretoria, ambiziosi e ormai ampiamente svezzati dal colonialismo. Il pericolo di un “neocolonialismo” interno al continente è un fatto nuovo, che, almeno per il momento, non sembra dare preoccupazione agli altri paesi africani. Resta da capire quali saranno le reazioni cinesi allorché i governi africani cominceranno a preferire partnership con Pretoria, favorendo l&#8217;installazione di imprese sudafricane e garantendo vantaggi maggiori in termini contrattuali. Lo stesso presidente ugandese Museveni ha ribadito che il suo paese, in linea con le direttive della Banca Mondiale e del Fmi, garantirà un&#8217;economia di mercato liberalizzata, profilando una competizione forse aspra forse concertata tra la Cina e il Sudafrica.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong>* Roberto Sassi è laureando in Teorie e pratiche dell&#8217;antropologia (Università La Sapienza di Roma)</strong></em></span></p>
<p>﻿</p>
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		<title>Si avvicinano le elezioni in Sudan</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 20:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il prossimo 11 aprile si terranno le elezioni presidenziali in Sudan, le prime consultazioni elettorali libere dopo ventiquattro anni. Si avvicina un momento storico per il popolo del più esteso paese africano, un appuntamento fissato dagli accordi di pace di Nairobi siglati nel 2005]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3391/si-avvicinano-le-elezioni-in-sudan" title="Si avvicinano le elezioni in Sudan"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/regions_of_sudan.61nx1i5yy1kwos0sss4wwk000.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="97" alt="Si avvicinano le elezioni in Sudan" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il prossimo 11 aprile si terranno le elezioni presidenziali in Sudan, le prime consultazioni elettorali libere dopo ventiquattro anni. Si avvicina un momento storico per il popolo del più esteso paese africano, un appuntamento fissato dagli accordi di pace di Nairobi siglati nel 2005, che avevano decretato la fine delle ostilità tra il nord e il sud del paese, e che avevano progettato un percorso democratico da completarsi con il referendum per l&#8217;indipendenza del Sud Sudan fissato per il gennaio 2011. Nelle elezioni di aprile si eleggeranno i due presidenti (del nord e del Sud Sudan), i governatori dei 26 stati sudanesi, oltre che i deputati del parlamento nazionale e di quello del sud. Saranno chiamati al voto milioni di cittadini, molti dei quali si troveranno per la prima volta alle prese con le operazioni di voto. E&#8217; un evento molto atteso sia dai cittadini sudanesi </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">– </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">che nel novembre scorso hanno affollato gli uffici per il registro degli aventi diritto al voto </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">– </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">sia dall&#8217;Unione Africana e dal mondo in genere. Ed è un evento atteso anche da </span></span><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Fatima Ahmed Abdelmahmoud</span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">, sessantaseienne prima ed unica donna-candidato alle elezioni presidenziali.  La leader del partito </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Unione Socialista e Democratica Sudanese </em></span></span><span style="font-size: medium;">sfiderà – pur senza grandi speranze di vittoria, in un paese nel quale le donne ricoprono un ruolo decisamente marginale – il presidente in carica Omar al-Bashir. Gli altri dieci candidati alla presidenza che si affronteranno sono, in ordine sparso, <strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Al-Sadiq Al-Mahdi </span></span></strong><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(</span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Partito Umma); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Hatem Al-Sir </span></span></strong><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(</span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Partito democratico unionista); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Yassir Arman </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Movimento di liberazione del Sud Sudan); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abdullah Deng Nhial </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Partito del congresso popolare); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mohamed Ibrahim Nugud </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Partito comunista sudanese); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mubarak Al-Fadil </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Partito del rinnovamento e della riforma dell&#8217;Umma); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Abdel-Aziz Khalid </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Forze dell&#8217;alleanza sudanese); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kamil Al-Tayib Idriss </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(indipendente); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ahmed Goha </span></span></strong><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(indipendente); </span></span></em><strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Munir Sheik Al-Deen </span></span></strong><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">(Nuovo partito democratico nazionale). Secondo alcuni analisti (Alex de Waal, ad esempio) si prospetta persino un secondo turno elettorale, con l&#8217;islamico moderato Yassir Arman ad insidiare più d&#8217;ogni altro la </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>leadership</em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di al-Bashir. Il segretario generale del Movimento popolare di liberazione del Sudan, Pagan Amum, si è dimostrato in diverse occasioni fiducioso sull&#8217;esito del voto, prefigurando addirittura un successo elettorale, che appare davvero molto difficile. Se non altro perché i dati che emergono dalla registrazione degli aventi diritto al voto dimostrano una schiacciante predominanza della popolazione del nord (11 milioni a fronte dei poco meno di 3 del sud).</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Negli ultimi giorni, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, intervenuto al vertice della </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Inter-Governmental Authority on Development</em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> (IGAD) tenutosi a Nairobi, ha riaffermato la volontà di giungere al referendum per l’autodeterminazione, e ha diffidato chi tenta di boicottarlo attraverso la posticipazione. Kiir ha accennato a quella che considera la priorità del popolo del Sudan meridionale: il referendum è più importante delle elezioni presidenziali di aprile. Un modo per dire che, anche se il meccanismo elettorale delle presidenziali dovesse fallire, il voto per l&#8217;indipendenza si terrà egualmente, dacché, secondo il politico sudanese, </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">«</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il diritto all’autodeterminazione è uno dei più grandi successi del CPA (</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Comprehensive Peace Agreement</em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> n.d.r.)  e sarà difeso ad ogni costo </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">». Nei mesi scorsi diverse voci, tra le quali quella del Segretario Generale dell&#8217;Onu Ban-Ki-Moon e quella del presidente dell&#8217;Unione Africana Jean Ping, avevano messo in dubbio la necessità del processo di separazione. Il Segretario dell&#8217;Onu aveva spiazzato tutti nel febbraio scorso rilasciando una dichiarazione ad una radio africana, in cui diceva che  «le Nazioni Unite hanno la grande responsabilità, insieme all&#8217;Unione Africana, di mantenere la pace in Sudan e rendere attraente l’unità». Una prospettiva evidentemente poco allettante per il presidente Kiir, che era intervenuto sulla questione con una nota, in cui sosteneva che i sudanesi del sud «non permetteranno opposizioni all&#8217;indipendenza, e se sarà il caso riprenderanno le armi ». Kiir fa riferimento anche ai trattati di pace di Nairobi del 2005, in cui vennero stabiliti modi e tempi di quella che si immaginava come una </span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>secessione dolce, </em></span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">impugnandoli a favore del quesito referendario</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><em>. </em></span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Proprio nel momento più delicato degli ultimi anni la distanza tra il Partito del Congresso Nazionale (PCN) e il Movimento di Liberazione Popolare del Sudan (MLPS) sembra aumentare notevolmente. L&#8217;approssimarsi delle scadenze elettorali sta facendo salire la tensione e ha fatto già scattare il meccanismo delle alleanze. Etiopia, Kenya e Uganda non nascondono le loro simpatie per il governo del Sud Sudan, e vedono con favore la possibile separazione. Dal canto suo il nord del paese gode dell&#8217;appoggio di Eritrea ed  Egitto, i quali si stanno adoperando per convincere il governo di Juba a rimandare a tempi migliori il referendum. In questo complesso scenario, una cosa sembra certa:</span></span></em><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> s</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">e il Sudan vuole davvero avviare un processo democratico, dovrà affidarsi anche all&#8217;aiuto di istituzioni straniere quali Nazioni Unite, Unione africana, Lega araba e Unione europea, che facciano opera di supervisione, garantendo il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Riforme giuridiche che permettano lo svolgimento di elezioni libere e giuste e grande impegno nella sicurezza sono altri passi imprescindibili. Tutto questo potrà avvenire solo se gli attori in scena, ovvero PCN e MLPS, negozieranno accordi in merito, se riusciranno ad ottenere un trattato di pace che garantisca alla popolazione del Darfur la partecipazione al voto di aprile, se saranno adottate misure atte a mantenere la pace nel sud del paese.  Il fallimento del processo di democratizzazione del Sudan e quindi l&#8217;annullamento del referendum per l&#8217;autodeterminazione del Sud non sembrano dunque sostenibili, alla luce del sistema di alleanze regionali che sta prendendo forma in questi mesi, ma soprattutto alla luce della soluzione cui il Sud Sudan ha ripetutamente menzionato, ovvero quella di autoproclamarsi Stato indipendente.</span></span></p>
<p>Fonti:</p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9416&amp;IdModule=1">http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9416&amp;IdModule=1</a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.apcom.net/africa_news/20100115_061700_f0a766_6529.shtml">http://www.apcom.net/africa_news/20100115_061700_f0a766_6529.shtml</a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.manitese.it/2009/aperta-la-campagna-elettorale-in-sudan/">http://www.manitese.it/2009/aperta-la-campagna-elettorale-in-sudan/</a></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://lanarkway.blogosfere.it/2010/02/sudan-cresce-la-tensione-in-vista-delle-elezioni.html">http://lanarkway.blogosfere.it/2010/02/sudan-cresce-la-tensione-in-vista-delle-elezioni.html</a></span></span></span></p>
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		<title>Nuovo round di negoziati fra il Marocco e il Sahara Occidentale</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 08:47:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Marocco]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la situazione di stallo in seguito agli ultimi negoziati dell’agosto 2009, sono ripartiti, sotto l’egida delle Nazioni Unite, i colloqui tra Marocco e Sahara Occidentale. L’esito dei due giorni di incontro non ha portato ad una soluzione della controversia, in quanto le parti risultano ancora molto distanti. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3345/nuovo-round-di-negoziati-fra-il-marocco-e-il-sahara-occidentale" title="Nuovo round di negoziati fra il Marocco e il Sahara Occidentale"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/295px_wi_map.3aryr62xmny84o0wgcc4444sw.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="85" alt="Nuovo round di negoziati fra il Marocco e il Sahara Occidentale" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdfootnote { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Dopo la situazione di stallo in seguito agli ultimi negoziati dell’agosto 2009, sono ripartiti, sotto l’egida delle Nazioni Unite, i colloqui tra Marocco e Sahara Occidentale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> Christopher Ross, inviato speciale del segretario generale dell’ONU, ha invitato le parti a incontrarsi nei pressi di New York con lo scopo di riavviare le trattative. L’esito dei due giorni di incontro non ha portato ad una soluzione della controversia, in quanto le parti risultano ancora molto distanti. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La proposta del Fronte Polisario (Fronte popolare di liberazione di Seguìa el Hamra e del Rìo de Oro) parte dal referendum come unico strumento in grado di garantire l’esercizio dell’autodeterminazione del popolo saharawi, appoggiato da numerose risoluzioni; il progetto del Marocco si articola a partire dalla sovranità del Marocco. (1)</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Da un lato, dunque, una parte richiede ancora una consultazione della popolazione, rimandata da più di dieci anni, mentre l’altra non prevede alternativa ad un’autonomia “concessa” dal Regno ad un “suo” territorio. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">La questione del Sahara Occidentale è rimasta irrisolta dagli anni ‘70, quando si levò un’ondata di ribellione contro il tentativo da parte del Marocco di annettere il territorio, in seguito al ritiro della Spagna.</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong> </strong></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il popolo saharaoui attraverso il suo legittimo rappresentante, il Fronte Polisario, ha lottato, e  ancora lotta, contro l’oppressione e l’occupazione militare marocchina e opera instancabilmente, attraverso mezzi pacifici, per le sue legittime rivendicazioni: l’autodeterminazione e la libertà. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Durante i tentativi di risoluzione del conflitto, occorre evidenziare l’importanza e il coraggio delle scelte dei leader del Fronte Polisario che hanno optato per una trasformazione da movimento armato a partito indipendentista. In questo passaggio fondamentale, il cessate il fuoco ha sospeso un conflitto che durava da quindici anni e doveva precedere il referendum previsto per il 1992. Da allora, nonostante i rallentamenti e gli ostacoli posti dal Marocco ad ogni nuovo accordo stipulato, il Fronte Polisario non lo ha mai interrotto. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il processo di autodeterminazione del Sahara Occidentale passa attraverso l’applicazione integrale del piano di pace dell’Onu (MINURSO) che contempla lo svolgimento di un referendum di autodeterminazione. Questa dovrebbe essere la giusta via per sedare i conflitti, e quella auspicata dal popolo saharaoui.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le Nazioni Unite condannano il tentativo del Marocco di acquisire sotto la propria sovranità parti del territorio occupato, lo sfruttamento e il danneggiamento delle risorse naturali, gli spostamenti forzati di popolazione e specialmente gli insediamenti di popolazione marocchina nei territori di quello che dovrebbe costituire uno Stato autonomo e diverso dal Marocco, e infine la violazione dei diritti umani.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Fin dal 1974 la missione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in visita nell’ex Sahara spagnolo ha constatato che la popolazione o, per lo meno, la quasi totalità delle persone da essa incontrate si è pronunciata categoricamente in favore dell’indipendenza e contro le rivendicazioni territoriali del Marocco e della Mauritania.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Da allora le dichiarazioni di Stati e di organizzazioni internazionali in favore della rappresentatività del movimento di liberazione nazionale del Sahara Occidentale, il Fronte Polisario, si sono moltiplicate, oltre alle prese di posizione molto nette in questo senso dell’Organizzazione dell&#8217;Unità Africana. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il riconoscimento del Fronte Polisario come  legittimo rappresentante del Sahara Occidentale è importante in quanto permette di identificare l’ente che ha diritto a partecipare alle conferenze internazionali (specialmente quelle di codificazione), sia pure senza diritto di voto, e l’ente da prendere in considerazione ai fini della futura indipendenza del territorio.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">A pochi chilometri dalla città di Tifariti, le autorità occupanti hanno eretto un obbrobrioso muro lungo più di 2.700 km, che separa uno stesso popolo da più di trent’anni. Lungo il muro della vergogna sono disseminati i più terribili mezzi di distruzione: mine antiuomo di ogni tipo, che provocano morte e disperazione tra la popolazione, oltre alle disastrose conseguenze ecologiche che ne conseguono per gli animali e la fauna del territorio. Esso è il simbolo dell’occupazione e della logica della forza, è un affronto per la coscienza del mondo intero e per la dignità dell’uomo. Rivela la vera faccia dell’occupazione illegale del Sahara Occidentale, della politica espansionista del Marocco e delle violazioni dei diritti umani (2).</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Numerose istituzioni ed organizzazioni governative e non governative che operano per la difesa dei diritti umani hanno denunciato le innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate dal Marocco nel Sahara Occidentale e che quelle violazioni abbiano radici nella violazione del diritto del popolo Saharawi all’autodeterminazione. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il mondo intero, e, in primo luogo, le Nazioni Unite con la presenza sul campo della MINURSO, si sono resi conto della ferocia di questa repressione contro il popolo Saharawi. Prigioni medievali stipate di prigionieri politici, torture, sparizioni, detenzioni e processi arbitrari, ricordano quotidianamente una brutale occupazione coloniale. (3)</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’inizio del conflitto, e la sua continuazione, hanno costretto migliaia di donne, vecchi e bambini Saharawi, all’esilio e, poi, alla resistenza contro l’occupazione della loro terra. La durezza delle condizioni di vita della popolazione nei campi di rifugiati Saharawi ed in alcune zone liberate della RASD (4), sono aggravate dall’asprezza dell’ambiente geografico.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">occupazione</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> del Sahara Occidentale, il rifiuto di dare giustizia alla sua gente si traducono in una repressione feroce esercitata nei confronti della popolazione civile. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Amnesty International ha recentemente richiamato l’attenzione sulle persecuzioni che hanno visto come vittime difensori dei diritti umani, come Brahim Sabbar e Ahmed Sbai e la candidata al premio Nobel per la pace,</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Haminatou Haidar, che recentemente ha vinto il premio “Robert Kennedy” per i diritti umani e quello della Train Foundation di New York, il “Civil Courage Prize” (5) . Dopo il ritiro dell’ultimo premio le autorità marocchine hanno arrestato Haminatou, in quanto aveva indicato il Western Sahara nei suoi documenti di sbarco. Le hanno ritirato il passaporto e spedita, contro ogni regola, apolide, alle Canarie, ma Haminatou ha iniziato uno sciopero della fame, sostenuta dall&#8217;opinione pubblica di tanti paesi, riuscendo a rientrare. (6) </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">L’appoggio riservato dal marocchino medio alle rivendicazioni palestinesi per avere uno Stato, diventa intolleranza e disprezzo per quelle saharawi, come se i principi universali con cui si difendono le cause altrui non fossero ugualmente validi nel proprio paese. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Il Fronte Polisario rimane dell’idea che l’unica soluzione accettata dalla popolazione sarà la realizzazione del referendum, dopo il quale qualsiasi esito verrà accettato, anche nel caso di integrazione al Marocco. Nel caso estremo in cui il conflitto dovesse riprendere, l’identità saharaoui si radicalizzerebbe (se la popolazione fosse ancora disposta a vivere nei campi profughi e a lottare per l&#8217;indipendenza) o si affievolirebbe in caso contrario. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Quella sul referendum è una vera e propria scommessa, poiché la Rasd potrebbe uscirne legittimata come nuovo Stato, oppure potrebbe sparire del tutto. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le Nazioni Unite hanno annunciato la prossima visita del mediatore Ross nella regione per consultazioni con tutte le parti in causa in vista di nuove trattative. Probabilmente la sfida più grande sarebbe lo svolgimento del referendum, poiché permetterebbe di valutare quanto il progetto politico proposto finora dal Fronte Polisario sia effettivamente considerato il migliore per il futuro del Paese.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">NOTE:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(1) Risoluzione 1754 (2007) del Consiglio di Sicurezza. (Fonte: Archivi delle Nazioni Unite);</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(2) Reporters sans Frontières, Maroc, Annuel Rapport;</span></span></p>
<p lang="en-GB">
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(3) Tratto da www.amnisty.org;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(4) La RASD, Repubblica Arba Saharawi Democratica, fondata il 27 febbraio 1976, la Repubblica ha un governo in esilio, guidato da Mohammed Abdelaziz;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(5) www.PeaceReporter.it;</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">(6) </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">www.il sole24ore .com.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Le opinioni espresse nell&#8217;articolo sono quelle dell&#8217;Autrice e potrebbero non coincidere con quelle di &#8220;Eurasia&#8221;</em><br />
</span></span></p>
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		<title>Nigeria: il difficile equilibrio interno</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 13:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Nigeria]]></category>

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		<description><![CDATA[L'assenza prolungata del presidente Yar'Adua – che si trova in Arabia Saudita da novembre per curare una non ben definita cardiopatologia – sta provocando malumori in Parlamento, alimentando bramosie negli oppositori e fastidi tra gli alleati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.eurasia-rivista.org/3099/nigeria-il-difficile-equilibrio-interno" title="Nigeria: il difficile equilibrio interno"><div style="float:left;border:2px solid silver;padding:1px;margin-right:3px;margin-bottom:3px"><img src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/nogo81382447.ct1n4vveba8g4gwwggwwggc8c.9wzo4bhiyewwwccsss80skos.th.jpeg" width="80" height="59" alt="Nigeria: il difficile equilibrio interno" ></div></a><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;assenza prolungata del presidente Yar&#8217;Adua <em>(nella foto)</em> – che si trova in Arabia Saudita da novembre per curare una non ben definita cardiopatologia – sta provocando malumori in Parlamento, alimentando bramosie negli oppositori e fastidi tra gli alleati. Il susseguirsi di voci sul suo stato di salute ha tentato di delegittimare la sua carica, che era stata ribadita il 27 gennaio scorso proprio dal Parlamento, il quale aveva sostenuto che Yar&#8217;Adua era «nelle condizioni di governare» il paese. Solo qualche giorno dopo la confermata fiducia, però, il ministro dell&#8217;Informazione Dora Akunyili aveva redatto un documento in cui chiedeva le sue dimissioni, trovando appoggio nei governatori dei 36 Stati nigeriani, che avevano chiesto in coro al Presidente di rivedere la propria posizione. Domenica 14 febbraio il Parlamento ha consegnato d&#8217;ufficio i pieni poteri presidenziali al vicepresidente Goodluck Jonathan, che di fatto subentra a Yar&#8217;Adua. In molti hanno già espresso i loro dubbi sulla legittimità della decisione parlamentare, e quindi sulla validità della carica di Jonathan. Tra le altre cose, la regola non scritta che assegna in modo alternato la presidenza al nord mussulmano ed al sud cristiano subisce, in questo modo, una forte scossa. Jonathan è infatti un ijaw originario del Bayelsa,  Stato che si trova nella regione del Delta del Niger. Resta quindi da capire a chi spetterebbe la prossima presidenza, visto che le elezioni del 2011 sono tutt&#8217;altro che lontane. Mentre all&#8217;interno del PDP sale la tensione, e potrebbe innescarsi un meccanismo di frammentazione assai pericoloso (che renderebbe ancora più precaria la già critica politica parlamentare), nel sud del paese ha ripreso a farsi sentire il Mend (Movimento per l&#8217;emancipazione del Delta del Niger), che si è reso protagonista di sabotaggi e attacchi nei confronti dei pozzi petroliferi presenti nell&#8217;area. L&#8217;assenza di Yard&#8217;Adua, infatti, interrompe anche quei tentativi di negoziato con i ribelli, che prevedevano l&#8217;amnistia e aumenti nella distribuzione del denaro proveniente dalla produzione di petrolio agli stati produttori. Alcuni hanno visto nel subentro di Jonathan alla presidenza una possibile riapertura  del dialogo. Del resto il neopresidente è originario della regione del Delta, e dovrebbe essere – almeno etnicamente – più sensibile alle istanze dei ribelli. Jomo Gbomo, portavoce del Mend, ha subito smorzato l&#8217;ottimismo, facendo sapere che il gruppo collaborerà col governo nigeriano soltanto se saranno soddisfatte le richieste avanzate riguardo il controllo locale delle risorse energetiche. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Nel frattempo la vita politica nigeriana prosegue coi suoi ritmi e i suoi appuntamenti, in particolare quelli elettorali. L&#8217;ultima vicenda elettorale ha visto protagonista lo Stato di Anambra, roccaforte dell&#8217;etnia igbo nel sud-est del paese e ottavo stato più popoloso della Nigeria, dove, il 6 febbraio scorso, il governatore uscente Peter Obi è stato dichiarato vincitore dall&#8217;INEC (<em>Indipendent National Electoral Commission</em>), battendo ben 24 altri candidati. Irregolarità nello spoglio dei voti e ritardi nel trasporto delle schede elettorali hanno evidenziato, ancora una volta, quanto sia accidentata la strada per la democrazia nel piccolo Stato, e fanno apparire le dichiarazioni rilasciate dal neopresidente Jonathan ancora più stonate e lontane dalla realtà. In una nota, Jonathan, ha infatti dichiarato che «le elezioni debbono avere il marchio indelebile della credibilità, dobbiamo prenderle molto seriamente e insistere affinché il voto, espressione dell&#8217;elettorato, rappresenti l&#8217;arbitro finale». Le elezioni presidenziali del 2007 rappresentano un esempio significativo, ed una importante testimonianza circa la scarsa legalità entro cui solitamente si svolgono le consultazioni elettorali nel Paese africano. Tra infinite polemiche di ordine legalitario e scontri a fuoco, esse sancirono la vittoria del candidato del PDP Umaru Musa Yar’Adua, che con il 70% dei voti (l&#8217;affluenza fu appena del 58%, contro il 64,94% del 2003)  si aggiudicò la vittoria, battendo gli altri due maggiori candidati, Muhammadu Buhari(18%) e Atiku Abubakar(7%). Quello che allora provocò l&#8217;ira degli sconfitti, ancor più che la scontata vittoria del PDP, fu il netto divario – un caso unico nella storia elettorale nigeriana, considerando che l&#8217;ex presidente Obasanjo, pur molto popolare, fu eletto col 61,88% – maturato in condizioni di assai dubbia legalità. L&#8217;uccisione di alcuni agenti di polizia nello Stato di Nassarawa e il tentativo fallito di far saltare in aria il quartier generale della commissione elettorale ad Abuja dànno, qualora ce ne fosse bisogno, l&#8217;idea di una democrazia fittizia pronta ad esplodere al primo inceppo. Il momento del voto condensa istanze etnico-politiche, oltreché religiose, destinate ad infrangersi contro il muro dell&#8217;illegalità, o a vincere a mani basse grazie a questa. Anche la recente storia elettorale dello Stato di Anambra sembra lasciar poco spazio a speranze democratiche. Nel 2003, l&#8217;INEC dichiarò vincitore Chris Ngige, ai danni proprio di Peter Obi, candidato dell&#8217;APGA (<em>All Progressive Grand Alliance</em>). In seguito ad una controversia legale, il 15 marzo del 2006, la Corte d&#8217;Appello riassegnò la vittoria ad Obi. Sottoposto a procedura di <em>impeachment</em> sei mesi dopo, abbandonò la carica di governatore per difendersi dalle accuse. Fu reintegrato nel febbraio del 2007, per poi lasciare ancora il 29 maggio dello stesso anno, in seguito ai risultati delle elezioni di aprile, che avevano decretato la vittoria di Andy Uba. Quindici giorni dopo, la Corte Suprema riassegnò ancora una volta la vittoria a Obi, annullando i risultati delle precedenti consultazioni. La rielezione del politico quarantottenne   –  per cui si prospettano altri quattro anni di governo  –  segna dunque una sostanziale continuità politica, il cui equilibrio non può certamente considerarsi inattaccabile, e la cui sopravvivenza non può dipendere esclusivamente dal voto popolare. Per il momento sembra essere scongiurato l&#8217;annullamento del risultato elettorale. <em>The Anambra State Public Officers and Elders Forum</em> (ASPOF) ha invitato gli altri candidati ad accettare la vittoria di Obi, soprattutto  nell&#8217;interesse di uno Stato che negli ultimi undici anni ha vissuto turbolente vicende politiche. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>* Roberto Sassi si occupa di Africa per il sito di “Eurasia”</strong></span></span></p>
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